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I discorsi di Mussolini
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Giovanni




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MessaggioInviato: Mer Mar 11, 2009 8:07 am    Oggetto:  
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NEL PRIMO ANNUALE DELLA COSTITUZIONE DEI BATTAGLIONI « M »

In seguito a insistenze della moglie, allarmata per il continuo deperimento fisico del marito (il quale era diminuito nel peso di una ventina di chili), e per intervento di Buffarini, Frugoni aveva visitato Mussolini e si era pronunciato per una gastrite ipercloridrica, con pericolo di risveglio della vecchia ulcera, escludendo l'ameba. Era stata decisa una nuova cura a base di iniezioni. La mattina del 1o ottobre, a Roma, ai piedi del Palatino, fra il tempio della Fortuna virile, quello di Vesta e il quadriportico di Giano, in occasione del primo annuale della costituzione dei battaglioni M, Mussolini passa in rassegna quattro battaglioni M e una rappresentanza di tutte le Forze Armate dello Stato. Indi, salito sulla tribuna d'onore, eretta di fronte al tempio della Fortuna virile, pronuncia il discorso qui riportato.

Legionari dei battaglioni «M »!
Voi avete oggi l'orgoglio di celebrare il primo annuale della vostra fondazione, qui fra le vestigia suggestive ed esaltanti della Roma repubblicana e imperiale, ai piedi del Palatino, fra il tempio della Fortuna virile, quello di Vesta e il quadriportico di Giano.
Io ho la gioia e l'onore di consegnare a molti di voi le ricompense al valore guadagnate e meritate sui campi di battaglia.
Durante questi dodici mesi, voi avete dimostrato coi fatti di possedere le qualità, spirituali e fisiche, che vi devono distinguere fra tutti e da tutti: fedeltà assoluta, dogmatica alla dottrina e agli insegnamenti del fascismo, fedeltà sigillata col sangue, non coi vani e spesso non limpidi inchiostri, disciplina esemplare, contegno irreprensibile, cameratismo più che fraterno dell'uno per tutti e tutti per uno, e nel combattimento l'impeto e la implacabilità dei legionari di Cesare.
Nei vostri cuori di giovani veramente degni di vivere e di combattere in questa epoca decisiva, che vedrà il Littorio trionfante, due sentimenti devono fremere: uno di amore verso l'Italia, l'altro di odio inestinguibile contro tutti i suoi nemici.
Questa, o legionari dei battaglioni « M », è la consegna del ventennale, Più che una consegna è un giuramento.
(Un'entusiastica acclamazione corona la breve e incisiva allocuzione del Duce).
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Giovanni




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MessaggioInviato: Mer Mar 11, 2009 8:08 am    Oggetto:  
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L'ULTIMO DISCORSO ALLA CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI

Il 23 novembre 1942, mentre i russi iniziavano una controffensiva, Cavallero era tornato in Africa per indurre Rommel a non ripiegare subito su Buerat, come quest'ultima voleva fare (e poi farà onde evitare uno scontra ad EI Agheila, secondo lui di esito catastrofico). Il 24 novembre, presenti Kesselring, vari Rintelen e Bastico, i due marescialli si erano incontrati, senza accordarsi, all'Ara dei Fileni. Kesserling era andato poi in volo da Hitler. I1 26 novembre, ne era tornato, con una lettera del Fuhrer per Mussolini. Hitler si diceva d'accordo con il suo corrispondente sul pericolo di una sedizione della flotta militare francese ancorata nel porto di Tolone. Aveva quindi disposto di prenderne possesso all'improvviso, con l'aiuto delle forze italiane di occupazione. Raccomandava il segreto, e assicurava un'equa ripartizione fra Italia e Germania della flotta mercantile francese catturata nel porto, e di quella militare che si fosse riusciti a catturare. La preannunciata azione era seguita immediatamente. La notte del 27 novembre, infatti, la piazzaforte e il porto di Tolone erano stati occupati. Un solo sommergibile francese era riuscito a fuggire, la flotta si era autoaffondata in gran parte, ma varie unità erano state prese intatte, altre erano recuperabili, e molte potevano essere demolite per utilizzarne il materiale. Nuovamente assalito da dolori di stomaco, Mussolini aveva dovuto allora restare a villa Torlonia. Il 28 novembre, Rommel si era recato in volo da Hitler per ottenere un ordine di sgombero dall'Africa; ordine che gli era stato rifiutato. Era dovuto quindi tornare, e nel viaggio aveva fatto una sosta a Roma insieme con Goering, venuto a sua volta per controllare l'organizzazione dei trasporti nel Mediterraneo, dai tedeschi giudicata difettosa. Il 30 novembre, nella sala del Mappamondo di palazzo Venezia, Mussolini aveva avuto un colloquio con Goering. Il maresciallo del Reich aveva preannunciata l'invio in Tunisia delle divisioni Deutscbland, Hitler, Goering, e raccomandato i trasporti marittimi. Poi, mentre Rommel rientrava al suo comando africana nel deserto sirtico, era andato a Napoli. Il 2 dicembre, alle 11, Mussolini interviene alla riunione plenaria delle Commissioni legislative della Camera dei fasci e delle corporazioni, e pronuncia il discorso qui riportato.

Vi è ben nota, o camerati, la mia riluttanza a parlare anche in tempi che comunemente si chiamano di pace o normali. Questo dipende da una mia convinzione, che cioè, su cento casi, ci si pente settantacinque per aver parlato, venticinque soltanto per aver taciuto. In secondo luogo è mia convinzione che in tempo di guerra, quando parla con la sua voce potente il cannone, meno si parla e meglio è. In ogni caso bisogna parlare per i consuntivi e raramente per i preventivi.
Questa mia convinzione si rafforza davanti a questa guerra, che ha ormai assunto proporzioni che si potrebbero dire cosmiche, tanto sono universali; guerra che scavalca continuamente le parole, guerra che essendosi dilatata enormemente nello spazio, si è naturalmente e proporzionalmente allungata nel tempo.
Io mi compiaccio che il popolo italiano non mi abbia sollecitato troppo di frequente alla tribuna, perché il popolo italiano, che è certo uno dei più intelligenti della terra, se non il più intelligente, non ha bisogno di troppe bande propagandistiche, specialmente di una propaganda che non sia straordinariamente intelligente. Tuttavia, dopo diciotto mesi di silenzio - siamo ormai entrati nel trentesimo mese di guerra - io ho la vaga impressione che buona parte del popolo italiano abbia il desiderio di riudire la mia voce.
Il mio di oggi non vuole essere quindi un discorso, ma piuttosto un rapporto politico-militare, più militare che politico. Sarà quindi un discorso di diti, di cifre, di fatti, sarà in altri termini il consuntivo dei pruni trenta mesi di guerra. Non è il discorso che mi riprometteva di pronunciare nella ricorrenza del ventennale. D'altra parte il ventennale è stato celebrato nel migliore dei modi, rievocando, per tutti, anche per gli immemori o smemorati, quello che il regime ha fatto durante venti anni di opera. Un'opera gigantesca, che è destinata a lasciare tracce indelebili per tutti i secoli nella storia italiana.
Abbiamo celebrato il ventennale con un'amnistia famosa, che ha spalancato le porte delle carceri a circa cinquantamila individui e che ha liberato dal confino anche i cosiddetti « politici », prova di forza del regime. Finalmente, il complesso delle provvidenze sociali, che in tempi diversi avrebbero sollevato un'andata di grande entusiasmo, perché effettivamente noi in questo settore siamo all'avanguardia di tutti gli Stati, nessuno escluso.
Gli eventi principali di questi diciotto mesi, che vanno dal 10 giugno 1941 ad oggi, sono i seguenti: la guerra contro la Russia, l'intervento in guerra del Giappone, lo sbarco degli angloamericani nell'Africa del Nord.
La potenza militare della Russia non è stata una sorpresa per me, se non limitatamente al punto di vista che vorrei dire qualitativo. Nel 1933 o 1934 lo Stato Maggiore italiano ricevette dallo Stato Maggiore russo l'invito di mandare una commissione per assistere alle manovre dell'Armata rossa, che si svolgevano nei dintorni di Mosca. Io colsi l'occasione per mandare una commissione, che era presieduta dal generale Francesco Saverio Grazioli, uomo di indiscussa preparazione professionale e dotato di un acuto spirito di osservazione. Quando egli ritornò, mi fece un rapporto molto elaborato, che io lessi con la più grande attenzione e che mi convinse che c'era qualche cosa di nuovo ad Oriente e che l'Esercito rosso era ormai cosa ben diversa da quelle truppe raccogliticce che sotto le mura di Varsavia, nel 1920 si fecero battere da truppe non meno raccogliticce di polacchi e francesi. Qualche anno dopo, una visione cinematografica, che io mi feci ripetere a ritmo rallentato per meglio esaminarla, di una parata bolscevica sulla piazza del Cremlino a Mosca, mi diede la convinzione che ad Oriente ormai si era formato un potente Stato, strettamente militarista, che aveva ormai rinunciato alla rivoluzione internazionale fatta attraverso le singole rivoluzioni nazionali, ma voleva estendere la rivoluzione nel continente e nel mondo attraverso la forza delle sue baionette.
Era quindi necessario, a mio avviso, che l'Asse si garantisse le spalle. Ed è mia convinzione profonda Glie l'epoca fu scelta con chiaro discernimento. Se si fosse tardato oltre, gli avvenimenti avrebbero potuto avere uno svolgimento ben diverso.
Noi siamo così obiettivi da riconoscere che il soldato russo si è battuto bene, ma si è battuto molto meglio i1 soldato tedesco, che ha battuto il soldato russo. Bisogna riconoscere che solo un Esercito come quello tedesco e solo il Corpo di spedizione italiano in Russia, diventato oggi Armata italiana in Russia, potevano superare la prova di un inverno che non aveva avuto l'eguale in centoquaranta anni.
Oggi la Russia ha perduto i suoi territori più fertili, più ricchi di materie prime, ha perduto da ottanta a novanta milioni di abitanti. Quei territori ci permettono di vedere il futuro dal punto di vista delle materie prime e dal punto di vista alimentare con maggiore fiducia.
Posso affermare che gli aiuti angloamericani, sino a questo momento, sono stati quanto mai esigui. E sintomatica cosa è questa: che i russi non hanno mai voluto che il loro suolo fosse calpestato da un soldato americano o inglese. Non credo che qui si debbano indagare i misteri della cosiddetta psicologia russa o slava o orientale che dir si voglia.
Non vi è il minimo dubbio, a mio avviso, che in questa gigantesca partita, che deve creare la nuova Europa e stabilire i confini fra Europa e Asia, la vittoria decisiva e definitiva non può che arridere alle armi dell'Asse.
Se vi è un uomo nel mondo che ha voluto diabolicamente la guerra, quest'uomo è il Presidente degli Stati Uniti d'America. Le provocazioni che egli ci ha inflitto, le misure che egli ha preso contro di noi, l'opera della sua propaganda, il tutto dimostra che quest'uomo, il quale pure aveva fatto una sacra promessa alle madri americane che i loro figli non sarebbero mai andati a morire oltre i confini degli Stati Uniti, quest'uomo ha voluto deliberatamente la guerra.
Naturalmente, il Giappone non poteva aspettare che fossero gli Stati Uniti i primi a sparare. Questa è una cavalleria dei vecchi tempi, dato che sia mai esistita. E quindi il Giappone ha fatto benissimo a non aspettare l'ultima ora ed ha inflitto ai tracotanti americani quella tremenda sconfitta, che oggi impone agli stessi americani una giornata di lutto e di silenzio.
Ora, l'intervento del Giappone nella guerra del Tripartito è una garanzia assoluta di vittoria, perché il Giappone è irraggiungibile ed imbattibile. Tutte le posizioni inglesi nell'Estremo Oriente sono crollate come castelli di carta. Si è dato questo caso singolare nella storia: che il Giappone, in pochi mesi, da paese povero come noi, è diventato se non il primo in ricchezza fra i paesi del mondo, certamente fra i primi. Ebbene, bisogna riconoscere che ciò è giusto, ciò è il premio alla sua virtù. Sono materie prime di cui si arricchisce il Giappone, sono materie prime di cui si impoveriscono i nostri nemici. E non passa giorno senza che l'orgoglio degli americani sia colpito, sia frantumato.
Dove sono oggi i profeti americani che pensavano di liquidare il Giappone in tre settimane o al più in tre mesi? Evidentemente non conoscevano nulla della forza militare del Giappone e soprattutto della sua intima struttura morale, per cui, in quel paese, l'imperatore ha non dico l'autorità ma la dignità di un dio, ed i soldati che muoiono in guerra sono deificati. È veramente difficile di battere un popolo che ha in sé risorse morali di questa natura.
Terzo avvenimento: lo sbarco degli angloamericani nell'Africa del Nord, ovverosia la tragicommedia dell' « attesa ». Veramente nella vita non è sempre un privilegio quella di vedere al di là del colle: ma anche questo era facilmente prevedibile. Le informazioni non mancavano, la comunella tra ufficiali americani in borghese e ufficiali francesi in divisa era evidente. Tutti in Francia erano « attendisti », cioè stavano, e forse stanno ancora, e forse più di prima, alla finestra.
Lo sbarco non è stato niente di glorioso, perché è avvenuto con la complicità degli invasi. Né ho mai dato importanza alcuna alle parole d'onore, alle troppe parole di onore che si sono scambiate. Finalmente, quando le cose giunsero al loro epilogo, con lo sbarca dell'8 novembre, io feci sapere a Berlino che la misura da prendere, immediata, necessaria, indispensabile, era l'occupazione di tutta la Francia, Corsica compresa.
Il Fuhrer ed io volemmo, credere ancora una volta ad una ennesima parola d'onore: quella dell'ammiraglio che comandava la flotta a Tolone. Volemmo credere. Ad un certo momento erano così palesi le prove che si meditava la fuga della flotta ed i1 suo incontro con la flotta inglese, la quale per ben due volte si era affacciata tra le Baleari e la Sardegna, elle anche in quoto caso non c'era più di un minuto di tempo da perdere: bisognava occupare Tolone e sventare il pericolo. Il che è stato fatto.
La propaganda anglosassone infiora di particolari inesistenti l'episodio. Non c'è stato da parte francese nulla di eroico, perché i morti contati sono due e diciassette i feriti. Il disarmo dei reparti dell'Esercito e di quelli dell'Aviazione è avvenuto in perfetto ordine; tra quella che si potrebbe chiamare l'atonia morale di tutto il popolo francese.
In concomitanza con la ripresa offensiva sul fronte di El Alamein (questa è stata l'unica vittoria fin qui che la Gran Bretagna possa registrare), sono cominciati i bombardamenti contro le città italiane. A proposito di questi bombardamenti, darò ora delle cifre esatte. E ne rispondono il sottosegretario all'Interno per l'esattezza delle cifre dei caduti, il ministro dei Lavori pubblici per l'esattezza dei danni subiti. Dò queste cifre per dimostrare che talune notizie che hanno circolato erano esagerate, e per dimostrare che gli inglesi hanno soprattutto bombardato i quartieri civili delle nostre città.
A Milano, le case distrutte completamente sono trenta, le danneggiate gravemente quattrocentoundici, le danneggiate lievemente millenovecentotredici; totale delle colpite duemilaquattrocentoquattordici.
A Torino, le case distrutte completamente centosessantuno, gravemente danneggiate ottocentosettantaquattro, danneggiate lievemente duemilacentonovantacinque; totale delle case colpite tremiladuecentotrenta.
A Savona, case distrutte completamente sei, danneggiate lievemente novecentosettanta, danneggiate completamente quarantaquattro; totale delle case colpite milleventi.
A Genova, case distrutte completamente centottantasette nel centro e duecentotrè nell'intero comune, danneggiate gravemente nel centro millesei e nell'intero comune quattromilaottocentosessantanove; totale delle case colpite cinquemilasettecentossantadue nel centro e nell'intero comune seimilacentoventuno.
Abbiamo deciso che le case totalmente distrutte tali rimangono fino alla fine della guerra. Le altre, più o meno gravemente danneggiate, saranno ricostruite e rimesse in ordine.
Il numero totale dei morti e dei feriti fra la popolazione civile, a seguito di incursioni aeree e di bombardamenti navali del nemico, dal principio della guerra a tutto il 30 novembre 1942, XXI, sale a morti milleottocentottantasei e feriti tremilatrecentotrentadue, dei quali ottocentotrentotto morti e novecentonovantaquattro feriti dal 23 ottobre ad oggi. In questi ottocentotrentotto morti sono compresi quelli della galleria cosidetta delle Grazie, a Genova.
Questo vi dimostra ancora una volta che noi abbiamo il culto della verità. Noi lasciamo agli americani e agli inglesi il culto della menzogna. Siamo in diritto di esigere che nessun italiano ponga in dubbio menomamente che quanto dicono i nostri bollettini è assoluta verità. Siamo l'unico paese in guerra che pubblichi gli elenchi nominativi delle sue perdite e lo facciamo per un duplice motivo: per dimostrare che quelle sono le perdite, non uno di più, non uno di meno; e anche per sottrarre all'anonimo questi figli d'Italia che cadono combattendo.
I caduti di tutte le Forze Armate italiane nei primi trenta mesi di guerra sono quarantamiladuecentodiciannove; dei quali dell'Esercito trentaseimilaseicentodiciannove, della Marina duemilacentosessantotto, dell'Aria nullequattrocentoventidue.
I feriti sono ottantamilasettecentoquarantacinque dell'Esercito, tremilacinquecentonovantanove della Marina, milleseicentoventi dell'Aria.
I prigionieri sono duecentocinquantaduemilasettecentosettantotto, di cui duecentoquindicimilacinquecentododici dell'Esercito, dodicimiladuecentoquarantotto della Marina, cinquemilanoventottantadue dell'Aria.
I dispersi sono in totale trentasettemilasettecentotredici, di cui venti cinquemilanovecentoventitrè dell'Esercito, diecimilatrecentonovanta della Marina, duemiladuecento dell'Aria. Quando si parla di dispersi il nostro sentimento oscilla fra il timore e la speranza. Passato qualche tempo, bisogna riconoscere che questi dispersi devono essere considerati fra i caduti.
Durante questo periodo di tempo, secondo l'Ufficio statistica operativa del Supermarina, il naviglio affondato dai nostri mezzi della regia Marina sale a centosessantasette unità, per un tonnellaggio complessivo di un milionecluecentoquindicimilaottocentoventuno tonnellate.
Il naviglio da guerra nemico affondato dai mezzi della regia Marina sale a centoquaranta unità, per un complesso di trecentotrentatremilanoveceritosessantolto tonnellate.
Le navi da guerra nazionali affondate dal nemico sono centosessantadue, per un complesso di duecentoventisettemiiacentottantadue tonnellate. Noi abbiamo denunziato tutta ciò nei nostri bollettini. Ma agli affondamenti compiuti dalla regia Marina bisogna aggiungere quelli che sono stati effettuati dalla regia Aeronautica.
La regia Aeronautica ha affondato sessantadue navi da guerra di vario tipo, fra cui venti incrociatori e diciotto cacciatorpediniere, ed ha affondato centodiciassette navi mercantili, per un complessa di ottocentoottantaduemilatrecentotrenta tonnellate.
Quanto alle forze aeree nemiche, ecco i dati: gli apparecchi certamente abbattuti (noi siamo di una estrema prudenza: prima di dire che un apparecchio è abbattuto, molte volte io esigo la fotografia) sono milleottocento, probabili settecentotredici, distrutti al suolo certi trecentonovantatrè, probabili centonovanta.
I prigionieri di guerra che sono nelle nostre mani presentano questi dati: inglesi in Italia, ufficiali generali ventuno, ufficiali di vario grado duemilatrecentosettantasei, sottufficiali e truppa trenta duemilasettecentoquarantasette. Altri sono in viaggio, per cui il totale ascende a queste cifre: ufficiali generali ventuno, ufficiali di vario, grado duemilaquattrocentododici, sottufficiali e truppa trentanovemilaottantanove.
Questi sono i veri inglesi nati nel Regno Unito. Poi ci sono tutte le altre nazionalità, per cui si arriva a questi totali: ufficiali generali ventinove, ufficiali di vario grado quattromilatrè, sottufficiali e truppa sessantanovemilacentosessantasette.
Questi prigionieri sono trattati da noi secondo le regole della legge internazionale. Possiamo dire noi altrettanto dei nostri prigionieri in mano nemica?
Mi duole di dover creare qualche disillusione nelle famiglie di coloro che hanno figli prigionieri, ma la verità deve essere detta, e la verità è questa: che, salvo in talune zone, il trattamento che gli inglesi fanno ai prigionieri italiani è quasi ovunque inumano. Ecco una lettera recente:
« Oggi ho ricevuto una lettera da mio padre, il quale mi dice che vostro figlio è stato fatto prigioniero dagli inglesi. Il vostro caro figlio era gravemente ferito al piede e non poteva camminare. Un soldato inglese gli sparò un colpo alla nuca uccidendolo. La cosa è ben triste. Ho conosciuto vostro figlio, era un bravo ragazzo.
« Siamo milleduecento in una località che è inutile di citare. Siamo senza scarpe, senza vestiti, senza medicinali. Trattare bene i prigionieri inglesi è il peggiore insulto che si possa fare ai combattenti italiani prigionieri. Hanno vigliaccamente sparato più volte da fuori dei reticolati. Ufficiali inglesi hanno bastonato più volte ufficiali italiani. Efferatezze incredibili sono state commesse su noi e persino sugli ammalati, feriti e mutilati.
«Fame e stenti; buttati come merce vile nelle stive e carri bestiame. Ufficiali di ogni grado ed età costretti a portare il bagaglio della truppa inglese ed anche di quella di colore ».
Ed ora devo leggere tutto:
« Gli inglesi sono maledetti, ma più maledetti sono gli italiani che li trattano bene ».
E vengo ad uno degli scopi del mio discorso.
Il primo ministro inglese ha pronunciato domenica scorsa alla radio un discorso, in gran parte destinato all'Italia. Egli pensava che noi non lo avremmo fatto conoscere. Niente affatto. Lo leggo io oggi. Lo leggo nella parte che riguarda il popolo italiano ed anche in quella che riguarda me personalmente. Churchill ha detto:
« Il nuovo fronte aereo che gli americani e la R.A.F. stanno creando lungo le coste mediterranee deve dare abbondantemente nuove possibilità nel 1943. Le nostre operazioni nell'Africa Settentrionale Francese devono permetterci di . portare il peso della guerra sull'Italia fascista in modo mai finora sognato dai capi colpevoli e ancor meno dal disgraziato popolo italiano, che Mussolini ha portato ad essere sfruttato e coperto di disgrazie.
« Già centri dell'industria bellica dell'Italia settentrionale sono stati assoggettati ad un trattamento più duro di quello esperimentato da alcune delle nostre città nell'inverno del 1940. Ma se a tempo debito il nemico verrà espulso dalla punta tunisina, com'è nostro scopo, tutta l'Italia meridionale, tutte le sue basi navali, tutte le sue fabbriche belliche e tutti gli altri obiettivi militari, ovunque situati, saranno assoggetati ad attacchi aerei prolungati, scientifici ed annientatoci.
« Spetta al popolo italiano, ai suoi quaranta milioni (bisogna aggiornare questo signore: siamo quarantasei milioni) dire se vuole o meno che una cosa tanto terribile accada al loro paese ».
Questo discorso deve essere preso sul serio. Già da gran tempo io non ho più illusioni, e forse non le ho mai avute, sullo stato di civiltà del popolo inglese. Se voi strappate agli inglesi l'abito col quale prendono il tè alle cinque, voi troverete il vecchio primitivo barbaro britanno con la pelle dipinta a vari colori e che fu domata dalle legioni veramente quadrate di Cesare e di Claudio.
Cinquanta generazioni non bastano a cambiare profondamente la struttura interna di un popolo. Soltanto, nel frattempo, su questo sedimento primitivo è stata spalmata la vernice, ipocrita nelle loro mani, della Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento.
Ora non si deve più parlare di un fronte interno o esterno. C'è un fronte solo che ha diversi settori, e, secondo la buona regola militare, anche il settore del fronte interno deve effettuare il suo scaglionamento in profondità.
Nel 1938, cinque anni or sono, io dissi: non aspettate le ore dodici; cominciate a disperdervi per le nostre belle campagne. Ma si direbbe che accade a me qualche volta come a quei poeti che sono più citati che letti, più ascoltati che seguiti. Bisogna sfollare le città, soprattutto dalle donne e dai bambini; bisogna organizzare lo sfollamento definitivo o semidefinitivo.
Tutti coloro che possono sistemarsi lontano dai centri urbani e industriali hanno il dovere di farlo. Poi bisogna organizzare gli esodi serali, in modo che nella città, di notte, restino soltanto i combattenti, cioè coloro che hanno l'obbligo civico e morale di rimanere. Sarà allora più facile fare in misura sufficente dei ricoveri più resistenti di quello che già non siano gli attuali, per i quali abbiamo speso centinaia e centinaia di milioni, e che, se colpiti in pieno, non possono resistere alle bombe dei massimi calibri.
Questa è la parte che dirò negativa della difesa centro le incursioni. Poi, c'è la parte positiva. Non sarà mai abbastanza perfezionata., Sono lieto di poter comunicare che la Germania ci darà un potente contributo di artiglierie, per cui le nostre, insieme con quelle tedesche, faranno agli aeroplani nemici l'accoglienza che meritano.
Ma lo scopo di questo discorso di Churchill è quello di impressionare il popolo italiano. La tesi è questa: noi siamo una razza dura e forte, ma questi italiani, così vibratili, così sensibili, avranno essi la capacità di resistenza necessaria? Ora io rispondo: sì.
Fino a prova contraria io mi rifiuto nella maniera più assoluta di credere che il popolo italiano sia di una tempra inferiore a quella del popolo inglese o del popolo russo; e se questo fosse, noi dovremmo definitivamente rinunciare alle nostre speranze di diventare un grande popolo.
Roma è stata vittoriosa dopo Zama, ma è stata grande dopo Canne. Non dico che nelle nostre vene corra tutto il sangue che correva nelle vene degli antichi romani; ma è certo che non siamo il popolo nelle vene del quale scorre la maggior parte del sangue che scorreva nelle vene degli antichi romani. E lo dimostreremo.
Quindi terremo duro. Questo ci viene imposto dal dovere, dall'onore e dalla dignità.
Ora vi leggo la parte che mi riguarda
« Un uomo, e un uomo soltanto, ha portato il popolo italiano a questo punto ».
Veramente io dovrei oggi essere alquanto fiero di venire riconosciuto un antagonista dell'impero britannico e di avere portato con me in questo antagonismo il popolo italiano.
«Esso - prosegue il discorso di Churchill - non aveva necessità di entrare in guerra, ché nessuno si accingeva ad attaccarlo ».
Allora. Ma lo vorrei sapere se il primo ministro inglese ha mai interpellato il popolo inglese per sapere se voleva o no la guerra e se avrebbe il coraggio di interpellare oggi il popolo inglese per sapere se vuole che la guerra sia prolungata all'infinito.
Perché questa è la democrazia: manca al suo scopo nei momenti supremi. Allora non si interpella più il popolo sovrano, allora non si parla più di elezioni e di « referendum ». Il popolo viene inquadrato nei ranghi e deve ubbedire.
« Tentammo del nostro meglio per indurlo a restare neutrale e godersi la pace e la prosperità, doni eccezionali in un mondo in tempesta ».
Se fossimo rimasti neutrali, a parte il disonore, saremmo ora nella più spaventosa delle miserie, perché è evidente che nessuna delle due parti si sarebbe preoccupata di aiutarci.
« Ma Mussolini non poté resistere alla tentazione di pugnalare alla schiena la Francia prostrata e quella che egli credette una Inghilterra senza speranza ».
Ora bisognerà parlare, una volta tanto, di questa famosa pugnalata. Era prevista l'entrata dell'Italia in guerra al 5 giugno. Era la mia data, quella che io avevo stabilito, e fu il Quartiere generale germanico che ci pregò, per motivi di carattere tecnico sui quali oggi è inutile insistere, di protrarre l'intervento al 10 giugno. Nessuno pensava che la conclusione della guerra in Francia fosse così rapida, meno di tutti forse lo stesso Churchill, che pochi mesi prima aveva ammirato a Parigi la sfilata dell'Esercito francese per il 14 luglio e lo aveva proclamato l'Esercito più potente e brillante del mondo. Ma il collasso fu plebiscitario. E d'altra parte, quando non attaccammo, l'Armata delle Alpi era intatta, quasi intatta l'Aviazione e soprattutto intatta la Marina, il che è molto importante in una guerra che si deve svolgere nel Mediterraneo.
E poi: ammettiamo un momento, per amore di polemica, che noi abbiamo inferto questa pugnalata alla Francia. Essa sarebbe una sola di fronte alle cento pugnalate che la Francia ha inferto alle spalle dell'Italia in tanti secoli di storia, da quando i Galli furono a Talamone fino a Mentana.
Churchill continua: « II suo (di Mussolini) sogno pazzesco di gloria imperiale, la sua brama di conquiste e di bottino, l'arroganza senza confronti della sua tirannide, lo condussero a quel gesto vergognoso o e fatale. Invano lo ammonii. Non volle discutere, senza eco rimase in quel cuore di sasso il saggio appello del Presidente americano ».
Ora dice « cuore di sasso », ma se io avessi accolto l'appello del Presidente americano, avrebbe detto nel suo interno: che « cuore di stucco ».
« La sua natura di iena superò ogni limite di decenza e di buon senso ».
Si dice che questo signore sia discendente di una famiglia ducale e che abbia molto sangue azzurro nelle vene. Nelle mie vene scorre invece il sangue puro e sano di un fabbro. E in questo momento io mi sento infinitamente più signore di quest'uomo, dalla cui bocca fetida di alcool e di tabacco escono così miserabili bassezze.
« Oggi il suo impero è andato ».
Non è detta ancora l'ultima parola. Io so che non v'è un solo italiano che non voglia rivivere la primavera del 1936.
«L'agonia attanaglia l'infelice terra italiana. Che cosa possono gli italiani contrapporre a ciò? Una breve passeggiata, col permesso dei tedeschi, lungo la riviera; una visita fugace alla Corsica; una lotta sanguinosa contro i patrioti eroici della Iugoslavia; fasti di imperitura vergogna in Grecia; rovine a Genova, Torino e Milano ».
Ora, non deve essere permesso a nessuno, e quindi meno che a tutti al primo ministro britannico, di mettere minimamente in dubbio il valore e l'eroismo dei soldati italiani. I camerati germanici sono i primi ad attestarlo. Quando il soldato italiana, di terra, di mare e di cielo, è bene guidato ed è bene armato, per il suo coraggio, per la sua resistenza ai disagi, per la sua intelligenza, non teme confronti coi migliori soldati del mondo.
« Un uomo e il regime che egli ha creato hanno portato queste incommensurabili calamità al popola italiana, laborioso, geniale ed un tempo felice ».
Il popolo italiano non è mai stato felice. Il popolo italiano è il grande popolo sconosciuto. Nessuno lo conosce. Ne hanno afferrato i tratti superficiali, estemporanei, ma la sua intima, profonda essenza di popolo che ha vissuto la più grande tragedia, è ignota a questo pubblico di gente che viene col « vademecum » e che afferra della nostra vita soltanto gli aspetti più appariscenti. È un popolo che non ha mai avuto pane a sufficenza. E tutte le volte che noi abbiamo cercato di farci un po' di posto nel mondo, abbiamo sempre trovato le vie sbarrate: non solo le vie sbarrate all'Italia fascista, ma all'Italia pura e semplice, fosse anche l'Italia di Di Rudinì, di Giovanni Giolitti o di Orlando. Non si vuole l'esistenza di una Italia che nutra sogni di grandezza: si vuole un popolo italiano che sia piacevole, divertente, servizievole. Questo è il sogno che cova nell'animo degli anglosassoni.
Alla fine, questo signore dice che fino al giorno dell'avvento di Mussolini « il mondo di lingua inglese ebbe tanta simpatia per il popolo italiano ».
È una menzogna, una turpe menzogna. Chi è stato il primo ad introdurre nella legislazione le discriminazioni razziali? Fu l'arcidemocratica Repubblica stellata. Furono gli Stati Uniti a creare per primi la discriminazione fra europei e italiani, e, come se ciò non bastasse, fra italiani e italiani, tanto che dovevano essere esclusi dall'immigrazione perfino i liguri, questa razza che mille anni prima di Cristo aveva dato la civiltà a tutto il sud-occidente europeo. Ragione per cui se oggi Colombo sbarcasse in America, sarebbe respinto, sarebbe posto in quarantena.
E Churchill conclude:
« Fino a quando durerà tutto ciò? ».
Rispondo nella maniera più solenne e categorica: durerà fino alla vittoria ed oltre.
Scrive Carlyle, lo storico inglese:
« Sta di fatto che tutto quello che il nostro Governo e noi facciamo e di cui parliamo non è che un tessuto di menzogne, di ipocrisia e di formalità consunte. Nessuna razza umana, da Adamo in poi, è stata vestita di cenci così sporchi di menzogne come la nostra. Ma noi li portiamo in giro orgogliosi e superbi come una veste sacerdotale o un manto regale. Un inglese non deve mai dire la verità. Ecco l'opinione generale. Da duecentoventi anni l'Inghilterra vive di menzogne di ogni genere, dalla testa ai piedi è avvolta da una ipocrisia tradizionale conce le onde dell'oceano ».
Ed il poeta Byron, il 16 aprile 1820, prima di morire a Missolungi, mi pare di malaria, scriveva da Venezia al sua amico Morrey:
« Gli inglesi sono la razza più miserabile che ci sia sotto la cappa del ciclo. Hobbouse è partito per Napoli ed anche io vi sarei andato per una settimana, se non avessi saputo del gran numero di inglesi che vi soggiornano. Preferisco vederli con una certa distanza e soltanto una eruzione straordinaria del Vesuvio potrebbe rendermi tollerabile la loro presenza. All'infuori dell'inferno non conosco altre dimore dove potrei restare insieme con loro. Spero che a nessuno verrà l'idea di costringermi un giorno a tornare in Inghilterra. Sono persuaso che le mie ossa non avrebbero pace nel suolo inglese. Le mie ceneri non potrebbero mescolarsi con la terra di quel paese. Anche se agissero così bassamente da far portare il mio cadavere in quel suolo, i suoi vermi non avranno il mio corpo, se potrò evitarlo ».
Così gli inglesi, quando sono fuori del loro paese, giudicano se stessi. E in verità basta aprire e sfogliare i volumi della storia britannica di questi ultimi tre secoli per trovare una abbondantissima collezione di iene in sembianza umana. Se vi è un paese che meriti simili appellativi, se vi è un paese che ha sguinzagliato iene su tutti gli angoli della terra, per bere il sangue di intere generazioni, per lucrare tutte le ricchezze prime, per rubare tutto l'oro, questo paese è l'Inghilterra.
Gli italiani hanno forse dimenticato l'abbiezione dell'ammiraglio Orazio Nelson, che impiccò sull'albero di trinchetto della « Minerva » l'ammiraglio napoletano Caracciolo dopo averlo tradito? Hanno dimenticato che i fratelli Bandiera furono fucilati perché il Governo inglese, il quale censurava le lettere di Mazzini, comunicò al Governo borbonico che questi prodi patrioti erano sbarcati in territorio calabro? Hanno dimenticato che nel 1859 l'Inghilterra, a proposito dei suoi aiuti durante il Risorgimento italiano, minacciò di bombardare Genova se il Piemonte insieme alla Francia avesse dichiarato guerra all'Austria?
Signori!
Non si fa la guerra senza odiare il nemico. Non si fa la guerra senza odiare il nemico dalla mattina alla sera, in tutte le ore del giorno e della notte, senza propagare quest'odio e senza farne l'intima essenza di se stessi. Bisogna spogliarsi una volta per tutte dai falsi sentimentalismi. Noi abbiamo di fronte dei bruti, dei barbari. Roma, che pure era clemente dopo la vittoria, era spietata quando si trattava dell'esistenza del popolo romano.
Bisogna quindi reagire con la massima energia a tutte le tendenze che vorrebbero illanguidire il nostro spirito, fornendo la falsa immagine di un popolo italiano capace soltanto delle cose leggiadre. Se c'è un popolo che è stato durissimo durante i secoli dell'alto medioevo (purtroppo eravamo durissimi fra di noi), questo è il popolo italiano. E solo dopo la caduta della Repubblica fiorentina, della gloriosa Repubblica fiorentina (ma ci fu anche allora una quinta colonna, capitanata da Malatesta Baglioni), incomincia il pericolo della imbellicosità degli italiani, escluso il Piemonte. Da allora, fra Arcadia, balletti e canti, si è diffuso nel mondo il luogo comune di un'Italia che deve occuparsi soltanto di pennelli, scalpelli e strumenti musicali. Io vi dirò una cosa che vi stupirà, un paradosso, forse una eresia. Ebbene, io preferirei di avere in Italia meno statue, meno quadri nei musei, e più bandiere strappate al nemico.
II popolo italiano d'oggi è ammirevole in tutti i suoi ceti, da quello della aristocrazia a quello della gente più minuta. Non si può chiedere di più al popolo italiano. Non si possono chiedere manifestazioni di entusiasmo in misura continuativa. Io vorrei, veramente, conoscere quel popolo che, durante questa guerra, dia manifestazioni continuative di entusiasmo. L'entusiasmo è un momento lirico nella vita d'un individuo ed è un momento lirico necessariamente raro nella vita di una nazione. Se conoscessi un individuo che fosse entusiasta dalla mattina alla sera e in tutte le sue funzioni, io comincerei a dubitare della sua salute mentale.
Il popolo italiano lavora, è disciplinato, non ha mai compiuto un atto alcuno di sabotaggio. Non c'è stato mai nessun accenno di dimostrazione contro la guerra. Solo una donna, non ne faccio il nome, perché non ne vale la pena: forse le si farebbe troppo onore (è vero che c'è chi distrusse il tempio di Diana in Efeso per essere tramandato alla storia) solo una donna a Genova, dico, ha gridato che voleva la pace. Io trovo che questo suo desiderio non aveva nulla di disumano. Si è poi constatato che essa era munita alle dita di abbondanti anelli, per cui si può pensare che appartenesse a quel ceto che ai tempi dei Ciompi di Firenze veniva chiamato il popolo grasso. Ma tutte le donne italiane sono meravigliose, lo si può ben dire, di disciplina e di virtù civica. Sono veramente la grande, la inesauribile riserva vitale e morale della nazione.
La disciplina di questo popolo non può certamente essere intaccata da quelli che noi chiamiamo « i portatori di bacilli ». In una nazione che ha quarantasei milioni di abitanti, ci sono diversi temperamenti, c'è tutta una sfumatura di possibilità morali. Ci sono anche quelli che hanno il sistema nervoso delicato, complesso, malato; e naturalmente appartengono alla categoria di chi vede sempre nero, che si fascia la testa non prima di averla rotta, ma prima che ci sia la lontana minaccia che qualcuno gliela rompa. Questa gente in fondo è innocua, crede in tutto e dimentica tutto.
Io ho un fascicolo intitolato « Documentario della stupidità umana », ed ivi sono raccolte tutte le voci che giungono a voi ed a me. Non ricordate, ad esempio, prima del raccolto, la « settimana degli eroi » ? Per una settimana intera il popolo italiano non avrebbe dovuto mangiare pane 'e avrebbe dovuto fare questo sacrificio in omaggio all'eroismo dei nostri soldati. Ad un certo momento venne invece fuori la voce che bisognava ospitare chi diceva duecento, chi seicento, un milione, due milioni di tedeschi evacuati dalle città bombardate. (Si direbbe quasi che i termini sono capovolti....). Infine la sera in cui decisi lo sbarco in Corsica presi una misura d'ordinaria amministrazione: bloccai i telefoni. Allora si sparse immediatamente una voce: quel signore, che in questo momento ha l'onore di parlare dinanzi a voi, era defunto sotto il coltello di un maldestro operatore (il quale poi certamente avrebbe detto che l'operazione era perfettamente riuscita, anche se il malato fosse stato di parere diverso), non aveva resistito.
Dappertutto il popolo italiano, al quale non dobbiamo chiedere quello che già esso dà spontaneamente, cioè la sua disciplina, la sua comprensione, il suo spirito di sacrificio, il popolo italiano è pienamente consapevole della necessità di questa guerra.
Questa non è soltanto una guerra necessaria, è una guerra che io proclamo sacrosanta e dalla duale non potevamo, in nessun modo, esimerci.
La nostra posizione ci impone sempre di scegliere: o si va con gli uni quando si vuole risolvere il problema delle nostre frontiere continentali, o si va con gli altri quando si vuol risolvere il problema delle nostre frontiere marittime. Un grande popolo come l'italiano non può rimanere in bilico. Ed è un orgoglio per noi partecipare a questa lotta di giganti, destinata a trasformare geograficamente, politicamente, spiritualmente il mondo.
Anticipazioni sul futuro non amo farne. In genere parlare di obiettivi di pace è un fuor d'opera. Lasciamo queste esercitazioni ai nostri nemici. Si può soltanto osservare che essi fanno delle economie circa i « punti » : da quattordici li hanno ridotti a quattro. È qualcosa. Ma l'esperienza della volta scorsa ci deve insegnare. Credo che siano pochi quelli fra noi che non andarono a vedere Wilson quando venne in Europa. Sembrava un messia. Lo proclamammo persino cittadino di Roma. Poi quest'uomo se ne andò in America. Non volle più aderire a quella Società delle nazioni che egli aveva costituito. Non volle più officiare nel tempio che aveva edificato, e questo fu forse il tratto più intelligente della sua vita. Finché un giorno si seppe che era stato ricoverato in una clinica di riposo per malattie nervose, termine puritano per non dire, come diremmo noi, gente volgare, manicomio.
Anche gli obiettivi, in questo dilatarsi della guerra, gli obiettivi di carattere territoriale e politico hanno perduto alquanto della loro importanza. Oggi sono in gioco i valori eterni. È in gioco l'essere o il non essere. Oggi è veramente in atto la formidabile lotta fra due mondi.. Mai la storia dell'umanità ha visto spettacolo simile, spettacolo del quale noi siamo fra i grandi protagonisti.
Il compito dell'ora è unico e solo: combattere. Combattere insieme coi nostri alleati, combattere fianco a fianco con la Germania. Il cameratismo tra noi e i tedeschi diventa ogni giorno più profondo, diventa un modo di vita comune. Siamo abbastanza affini e abbastanza dissimili per comprenderci, per reciprocamente stimarci, per fondere insieme tutte le nostre energie, dato che la causa è unica.
Non si possono più fare distinzioni: non le fanno i nostri nemici. Essi vogliono distruggere il fascismo e sotto questo nome comprendono tutto il movimento della gioventù europea, comprendono il nazionalsocialismo, comprendono il fascismo nostro, comprendono il falangismo, comprendono gli Stati e i popoli che si sono liberati dalle ideologie degli immortali principî.
Nessuno si fa illusioni su quella che sarebbe la « pax britannica ». La « pax britannica » sarebbe una Versaglia moltiplicata per cento. I britanni fanno questa guerra ad uno scopo solo: vogliono ridurre il globo nello stato in cui oggi è l'India. Vogliono che l'umanità intera lavori per dare un secolo di tranquillità ai britanni. Vogliono un mondo di schiavi per garantire al popolo inglese le sue cinque quotidiane digestioni.
Ora, camerati, bisogna combattere per i vivi, combattere per il futuro, ma anche per i morti. Bisogna combattere perché il sacrificio dei nostri morti non sia vano; non sia vano il sacrificio di quelli che caddero durante la guerra etiopica, durante la guerra di Spagna, durante la guerra attuale. Trentaquattromila fascisti, tra cui millecinquecento gerarchi.
Essi, i morti, ci comandano con voce imperiosa di combattere sino alla vittoria. Noi obbediamo.

(Applausi prolungati e vivissimi coronano la fine del discorso del Duce. L'Assemblea in piedi gli tributa una entusiastica acclamazione. Si canta « Giovinezza »).
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Giovanni




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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:04 am    Oggetto:  
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AL NUOVO DIRETTORIO NAZIONALE DEL P.N.F.

L'11 dicembre 1942, i russi avevano attaccato lungo la linea del Don il troppo allungato schieramento italiano, che non aveva riserva alle spalle. Le nostre divisioni avevano opposto tenace resistenza per qualche giorno, finché non erano restate sopraffatte, sommerse e accerchiate dalle strabocchevoli forze nemiche. Troppo tardi il Comando si era deciso a ordinare la ritirata, che si era svolta nel pieno rigore dell'inverno, fra atroci sofferenze, con morti, feriti, congelati e prigionieri a decine di migliaia. Sola una parte dell'Armata era riuscita a raggiungere basi di retrovia forzando l'accerchiamento. Ammirevole era stata l'odissea dei reparti alpini, ritirati per ultimi. Contemporaneamente si erano ritirate divisioni tedesche, ungheresi e romene. In quei giorni, Mussolini era stato nuovamente aggredito dal male di stomaco. Si era imposta la necessità di riprendere le iniezioni ordinate da Frugoni ed eseguite dal dottor Pozzi. Causa la malattia, Mussolini aveva dovuto rinunciare al previsto incontro con Hitler. In sua vece aveva mandato Ciano e Cavallero, incaricandoli di sostenere l'opportunità di un accordo con la Russia o di creare una salda linea difensiva a oriente per poter fronteggiare nel 1943 una probabile aggressione angloamericana ad occidente. Il 18 e il 19 dicembre, nella foresta di Górlitz, presso il confine lituano, era avvenuto l'incontro di Ciano e Cavallero col Fuhrer, presenti Goering, von Ribbentrop e von Keitel. Hitler aveva esaminato tutta la situazione bellica, giudicandola ancora attiva per il Tripartito, e sostenuto che in Russia si sarebbe resistito alla pressione nemica. Bisognava invece risolvere il problema dei trasporti per l'Africa. Impossibile, a suo avviso, potersi accordare con Mosca. Intanto l'Armata tedesca del maresciallo Friedrich von Paulus era accerchiata nel settore di Stalingrado, mentre Rommel, che non aveva impegnato battaglia sulla linea di El Agheila, insisteva per ritirarsi anche da Buerat, verso Tripoli. Per Natale, Mussolini aveva dovuto rimettersi a letto a villa Torlonia. II 26 dicembre, in quelle condizioni, aveva ricevuto Cavallero e Ambrosio, i quali gli avevano proposto la costituzione di un'Armata italiana in Tunisia, con comando proprio, indipendente dall'ormai sfiduciato Rommel, contro il quale si pronunciava anche Kesselring. Il pomeriggio del 3 gennaio 1943, a Roma, a palazzo Venezia, Mussolini insedia il nuovo Direttorio nazionale del P.N.F. Vidussoni, rimasto segretario, ordina il « Saluto al Duce! » e gli rivolge poi il seguente indirizzo: « Duce! Consentitemi che in questo 3 gennaio, che rievoca una data decisiva nel cammino e nello sviluppo della rivoluzione da voi, sempre da voi proiettata verso il futuro, vi confermi, nella pienezza trasparente di un sentimento di assoluta devozione, che solo in voi e per voi si alimentano l'onore e la responsabilità della nostra quotidiana fatica. Il Partito è vostro, vostri sono questi uomini che credono passionalmente e fanaticamente in voi. Dietro ad essi vi sono le masse, sane ed operose, dei vostri fascisti e vi è tutto il popolo d'Italia che crede in voi. Duce! Nella mia obbedienza vi è soltanto la parola di un vostro soldato, che si esprime a nome dei vostri soldati: comandateci. Qualunque sia la prova, i vostri uomini del Partito sono immutabilmente fedeli alla consegna. Rispettandola con inesausto fervore, essi vi dicono che vivono per voi e per la vostra storica fatica ». Indi il capo del Governo pronuncia il discorso qui riportato.

Ho scelto il 3 gennaio come data per l'insediamento del Direttorio nazionale di nuova costituzione, per motivi evidenti. Il 3 gennaio è una data. L'anno ha trecentosessantacinque giorni, ma molte volte trecentosessanta, trecentocinquanta di questi giorni sono normali, ordinari, non presentano alcunché che esca dalla cerchia ristretta dell'individuo. Vice versa, ci sono dei giorni nei quali l'avvenimento accade, concentra 1'attenzione, determina degli sviluppi, risolve delle situazioni. Questo fu il 3 gennaio del 1925.
Oggi la situazione presenta alcune analogie con quella del secondo semestre del 1924; analogie proiettate non sul piano interno, ma sul piano internazionale. Siamo di fronte ad un Aventino. Ad un Aventino di proporzioni infinitamente maggiori di quello del 1924, che però si compone degli stessi elementi e persegue gli stessi obiettivi. Per vedere quello che si deve fare, bisogna sottoporre ad un esame critico lo svolgimento degli avvenimenti passati, per trarne le necessarie conclusioni.
Il primo tempo della nostra guerra presenta queste caratteristiche. Si svolge su teatri lontani, si svolge in Etiopia, si svolge in Africa, ha avuto tre sole giornate sul fronte occidentale, e si svolge in Grecia, sempre al di là dei mari. Il popolo italiano si abitua a questa guerra che non lo investe troppo da vicino e acquista un abito, in taluni ambienti, di indifferenza. Nasce la convinzione che la guerra sarà sempre lontana, che verrà combattuta e risolta in settori molto lontani da quello metropolitano.
Tutto questo è cambiato dal 23 ottobre 1942. Quando negli Stati Maggiori si discusse circa la data in cui gli inglesi avrebbero attaccato, io sostenni che avrebbero attaccato per la fine di ottobre, anche per la coincidenza che gli inglesi avrebbero voluto sfruttare onde aggiungere un elemento che avrebbe guastato le nostre celebrazioni del ventennale. E infatti è riuscito.
Nell'agosto 1942 l'offensiva italo-tedesca di El Alamein non è riuscita. Non perché i soldati non si siano battuti splendidamente, come sempre. Ma bisogna rendersi conto che quando si combatte una guerra, questa viene vinta o perduta sul mare prima ancora che sulla terra. Noi abbiamo perduto un numero fortissimo di petroliere cariche di nafta, di benzina, di gasolio, tutti carburanti necessari, senza dei quali le divisioni motocorazzate non funzionano. lo previdi le nostre difficoltà il giorno in cui, a poche miglia da Santa Maria di Leuca, fu affondata una grossa petroliera carica di nafta: migliaia e migliaia di tonnellate. Erano quelle che il Comando italo-tedesco attendeva ansiosamente per attaccare, per poter continuare l'attacco.
Nell'ottobre, giorno 23, gli inglesi (dico gli inglesi per brevità: sotto questo termine ci sono neozelandesi, greci, australiani, cecoslovacchi, francesi, eccetera) assumono per la prima volta l'iniziativa ed ottengono un successo che non avevano mai ottenuto durante i tre anni precedenti. Contemporaneamente, si iniziano i bombardamenti terroristici e scientifici, secondo l'espressione di Churchill, sulle città italiane. Tutto questo era congegnato in modo che accanto all'insuccesso di carattere territoriale, ci fosse anche una pressione di carattere morale sul popolo italiano.
Ma la data dell'8 novembre è ancora più indicativa. L'8 novembre accadde quello che non dei profeti, ma dei semplici osservatori delle cose umane avrebbero potuto prevedere; cioè il Nord-Africa sarebbe stato occupato dai nord-americani. Solo volendo deliberatamente illudersi si poteva pensare che una politica di favore verso la Francia avrebbe sortito degli effetti. La Francia ci ha odiato, ci odia e ci odierà fino alla consumazione dei secoli. Quindi tutta la politica di « ammainamento » (come dicono i marinai) verso la Francia è stata assolutamente sterile
di risultati. Tutti erano attesisti, cominciando da Pétain. Se Pétain non è andato ad Algeri, è forse perché l'età non gliela ha permesso. Ma nel suo intimo egli non può pensare che quello che pensano e sperano gli altri da una vittoria anglosassone. Tutto era combinato per lo sbarco; c'era una connivenza assolutamente aperta, dichiarata dei francesi, pochi esclusi. Questo sbarco dell'8 novembre ha avuto delle conseguenze psicologiche anche su molti cervelli degli italiani. Difatti, molti sono andati al confino dopo 1'8 novembre: tra 1'8 e il 25 novembre. È sintomatico questo. La cosa aveva fatto perdere l'equilibrio a queste anime abbastanza deboli. Si pensava che gli angloamericani non potevano, dopo pochi giorni, non essere ad Ostia.
Poi l'equilibrio si è ristabilito, perché alla mossa degli angloamericani noi abbiamo risposto. Noi abbiamo occupato tutta la Francia, la Corsica, la Tunisia. Ora l'occupazione della Francia è importante, perché, almeno sul territorio metropolitano francese, ogni equivoco è cessato. La Francia non ha più nulla del suo territorio metropolitano, non ha più nulla del suo territorio coloniale, non ha più il suo oro, non ha più la sua Marina, il suo Esercito, la sua Aviazione: non ha più nulla. Il popolo francese non ha più nemmeno la sua anima; e questa è forse la più grave delle perdite, perché qualche volta è catastrofica e segna la decadenza definitiva di un popolo.
Come avvenne che la battaglia di El Alamein non fu conclusiva? Perché mancò l'altro braccio della tenaglia. Bisognava che dal Caucaso fossero sboccate le truppe germaniche. Ma questo non è stato possibile, perché chiunque abbia una vaga conoscenza della geo-politica, sa che tutte le valli, lì, sono parallele al mare: dopo una, c'è n'é un'altra, un'altra, un'altra ancora; e bisognava arrivare fino a Batum. Mancata questa manovra di ampio respiro strategico, è chiaro che la battaglia doveva finire così come è finita.
Chi è che vincerà la guerra? Voi direte: il popolo che è più armato. Non basta. Il popolo che ha le più grandi disponibilità di materie, prime. Non basta. Il popolo che ha i più grandi generali. Nemmeno. Questa guerra sarà vinta da quelle Forze Armate che avranno la più alta coscienza politica. È finito il tempo in cui si diceva che il soldato non deve fare la politica. No, sbagliato. Si poteva dire nel tempo in cui c'erano dieci, quindici partiti: non si poteva permettere che si facessero nelle caserme dieci, quindici propagande politiche. Ma ora c'è un Partito solo, un regime solo. E quindi le Forze Armate non saranno mai abbastanza politiche, mai abbastanza fasciste. Senza di che non si vince. Ci vogliono i soldati fascisti che combattano per il fascismo. Perché questa è una guerra di religione, di idee. Oggi tutti quelli che erano gli obiettivi territoriali sono in secondo piano. Con questo non si vuol dire che questi obiettivi, pur passati al secondo piano, non siano sempre presenti. Sono sempre presenti perché rientrano in duella sistemazione di tutte le nazioni europee che deve riconoscere a noi il nostro spazio vitale.
Ma il problema d'oggi è un problema di idee. È un'autentica guerra di religione. Ora le guerre di religione sono vinte dai soldati più fanatici, cioè che credono più intensamente dell'avversario nelle idee che essi rappresentano e difendono. Naturalmente occorre anche il resto, cioè le armi, i generali, il morale del popolo. Ma quello che accade in Russia è indicativo. In Russia, almeno la metà dei soldati si batte perché è comunista, si batte contro il fascismo. Tutti i bollettini parlano della guerra contro « il fascismo », perché dicendo « nazionalfascisti » potrebbero creare degli equivoci. E infiammano i soldati mettendo l'accento su due parole: comunismo e patria, patria e comunismo. Ma forse la parola comunismo è ancora prevalente sull'altra. E questo spiega la resistenza di Stalingrado, la violenza degli attacchi dei russi e il disprezzo che i russi hanno dinanzi alla morte. Questa massa di militanti politici in uniforme è quella che dà il lievito a tutto l'Esercito russo. Aggiungete il resto, rappresentato da stirpi guerriere asiatiche, guerriere per natura, e vedrete che non è più sorpresa quello che è accaduto.
Naturalmente, sul piano dei valori, i valori dell'Asse sono prevalenti e quindi, malgrado le alterne vicende, l'esito è sicuro. Eravamo male informati, erano male informati sulla Russia, ma non c'è alcun dubbio che la propaganda bolscevica aveva attinto in profondità tutte le masse del popolo russo. Ora qui siamo dianzi ad un anno, il 1943, che sarà veramente di una importanza fondamentale nella storia italiana. È l'anno in cui il regime deve manifestale la sua forza e il popolo italiano superare un collaudo, che si presenta serio. Non vi è dubbio che 1'Aventino internazionale porterà il suo sforzo contro l'Italia. Anche questo era da prevedersi.
Per me è stato sempre più importante occupare l'Egitto che occupare l'Inghilterra. Quando si è occupato l'Inghilterra, non si è risolto il problema. Ma quando si fosse occupata quella cerniera di tre continenti che è l'Egitto, scendendo verso il mare Indiano e prendendo contatto coi giapponesi, noi avremmo spezzato la spina dorsale all'imperialismo britannico. Questo non è accaduto, perché ognuno ha le concezioni che derivano da una situazione storica. La nostra era mediterranea, quella dei germanio. continentale. Necessaria anche quella, perché ci ha permesso di entrare in possesso di vaste regioni ricche di materie prime, con cui si può attivare e prolungare la resistenza. Ma non c'è dubbio che ad un certo momento bisogna portare tutto il peso verso l'occidente, perché la guerra sarà risolta in occidente, sarà risolta nel Mediterraneo. Noi abbiamo quindi il privilegio di antivedere urlo sforzo nemico diretto particolarmente contro l'Italia. Perché? Perché si pensa, prima di tutto, che l'Italia sia, dei due soci, il più debole, ma soprattutto perché si conta sopra una deficenza del nostro morale. Per cui, ad un certo momento, sotto l'azione dei bombardamenti, il popolo dovrebbe manifestare la sua tendenza ad ottenere una pace, una pace qualsiasi, una pace separata. Ora bisogna che ognuno di noi sia convinto, bisogna che ogni fascista sia convinto che questa sarebbe la più catastrofica delle soluzioni, che questo ci disonorerebbe per secoli, che la « generosità » degli anglasassoni non esisterebbe o sarebbe precaria e temporanea, perché non c'è da farsi illusioni sul ruolo che gli Alleati riserverebbero all'Italia quando essa fosse vinta. Appunto perché noi siamo stati gli iniziatori, i pionieri di questa rivolta universale. Ora noi abbiamo l'orgoglio di tutto ciò, profondo, e quindi siamo preparati a rispondere con colpi ai colpi che ci verranno inferti.
Non credo che si tenterà di fare un fronte terrestre contro di noi. P, troppo tardi: abbiamo già preso le nostre misure. Poi, bisogna che essi cerchino i punti là dove le condizioni si presentino più favorevoli. Perciò è nei Balcani, io penso, che probabilmente gli sforzi anglosassoni si dirigeranno.
Noi abbiamo visto finora quanto segue: una grande capacità di resistenza della Germania. Di quando in quando circolano in Italia delle voci per quello che riguarda il morale tedesco. Si parte sempre da un equivoco. Siccome in Germania non ci sono delle manifestazioni di entusiasmo, si crede che il popolo tedesco non desideri la vittoria. Ora il popolo tedesco, in tutte le sue categorie, dalle più alte alle più basse, sa quale è la posta del gioco, perché è chiaro che gli anglosassoni domani farebbero alla Germania quelle condizioni che furono fatte nel trattato di Versaglia, cioè la paralizzerebbero per generazioni. E progetti che sembrerebbero pazzeschi, di deportare milioni di tedeschi, di sterilizzarne una quantità, non sono così pazzeschi come sembra. Vi sono coloro che li patrocinano. E d'altra parte Clemenceau a Versaglia poneva il problema in questi termini : ci sono venti milioni di tedeschi in più, in Europa. Non diceva: bisogna sopprimerli, ma lo lasciava pensare. Oggi ce ne sono quaranta milioni in più. II morale dei tedeschi è assoluto, e voglio aggiungere che il loro stato d'animo nei riguardi dell'Italia migliora continuamente. E non bisogna formalizzarsi per taluni incidenti che capitano specialmente di sera, dopo aver bevuto dei vini che sono di una gradazione piuttosto notevole; e succedono quelle cose che si chiamano bastonature, qualche rottura di vetri. Tutto questo non ha importanza. Poi c'è la loro Polizia e la nostra che mettono subito le cose a posto.
Così per le batterie contraeree tedesche inviate in Italia e che hanno già fatto una buona prova : bisogna che i fascisti siano accoglienti, camerateschi con questi uomini che sono venuti fra noi. Certi puntigli, certe eccessive suscettibilità sono deteriori, un elemento veramente negativo del carattere degli italiani, che non vorrebbero essere aiutati da nessuno. Ma ciò è troppo! L'Inghilterra; che è l'Inghilterra, si fa aiutare da ventisei nazioni! La Russia dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti. E quindi noi possiamo essere tranquilli e non farvi sopra un caso di orgoglio nazionale, che sarebbe veramente male calcolato.
Bisogna riconoscere, per quella obiettività che ci guida, che anche il popolo inglese è duro, deciso e ha superato le prove del bombardamento in una maniera che bisogna riconoscere positiva. Per sei, sette mesi, l'Inghilterra è stata bombardata. In un opuscolo uscito in questi giorni, « In prima linea », vengono riferiti i dati delle distruzioni tedesche in Inghilterra: un milione e mezzo di case, città intere distrutte, come Coventry e altre. L'inglese è convinto che egli difende i diritti sacri della libertà dell'umanità e poggia sopra una forza che è l'antitesi del genio: la stupidità. Non vi è dubbio che la grande maggioranza del popolo inglese è veramente cortissima di cervello, lenta nelle proprie elaborazioni mentali, assolutamente incolta per quello che riguarda la situazione degli altri popoli. Io scommetto che ci sono ancora milioni di inglesi che stimano l'Italia qualcosa poco più del Portogallo, ma non molto, e che, avendo veduto dei gelatieri italiani in Iscozia, pensano che quella sia la principale delle nostre industrie. Ora questa massiccia stupidità è una forza. Questo permette di far credere alle favole più assurde: quelle che noi andiamo documentando nel « Documentario della stupidità nemica ». É una cosa che ha avuto abbastanza successo. Dichiaro che sono d'accordo che non sarebbe male lasciare libera l'ascoltazione delle radio straniere e lo farei, se io non fossi ostile a modificare le leggi. Io penso che non ci sarebbe nessun pericolo se fosse concesso di ascoltare le radio inglesi : sono talmente stupide, che la maggioranza degli italiani, dopo aver aperto per qualche sera la radio, non ci farebbe più alcun caso; siccome non è più cosa proibita, non avrebbe più nessun speciale interesse.
Un altro popolo sul cui morale può assolutamente farsi assegnamento come membro del Tripartito è il Giappone. Il giorno in cui riuscissimo a non far più una guerra parallela, come stiamo facendo, ma una guerra collegata per mare e per terra, io credo che l'apporto dei giapponesi sarebbe veramente decisivo. Il Giappone ha realizzato le premesse per una lunga guerra. Popolo ricchissimo, ora, ha indebolito di altrettanto i nostri nemici.
In Russia, dal punto di vista della coesione interna, sono in condizione che bisogna chiamare buona. Mettono l'accento sulla propaganda e sulla repressione. Quando i tedeschi erano a trenta chilometri da Mosca, a Mosca c'era molta gente con le brache in mano e Stalin li ha fatti fucilare tutti : da dieci a quindicimila. Tutti quelli che tremavano, che vociferavano: « I tedeschi sono già al Cremlino! ». Senza tanti processi. Ne viene di conseguenza che quelli che rimangono o sono resistentissimi per convinzione o per l'altro motivo. Perché non hanno più scelta. Pochi giorni or sono, il presidio bolscevico di Mosca ha diramato un ordine del giorno così concepito: « Tutti gli ufficiali dei reparti che avranno perduto una bandiera saranno deferiti al Tribunale militare ». Questo è interessante. Ma più interessante il resto. Così, diceva questo ordine del giorno bolscevico, continuiamo la tradizione inaugurata da Pietro il Grande, il quale con questi procedimenti ottenne dei risultati più che soddisfacenti, tanto che alla battaglia di Borodino non fu perduta una sola bandiera.
Per quanto concerne il morale, per i cosiddetti statunitensi c'è un grande fracasso giornalistico, propagandistico, negli Stati Uniti; ma ho l'impressione che la posizione di Roosevelt non sia così forte come era alcuni anni or sono. Quelli che si chiamano i non partecipanti, gli isolazionisti, esistono ancora e si fanno sentire. Le ultime elezioni sono già indicative del quadro. Quello non è un popolo, è una popolazione, una distinzione questa che i fascisti devono sempre tener presente. Un conto è un popolo, un conto è una popolazione. La popolazione diventa popolo quando comincia a rendersi conto dei suoi obiettivi strategici: se no è l'equivalente del gregge umano. Con ventidue milioni di negri, con venti-trenta milioni di uomini di tutte le altre razze, è una popolazione che non può insegnare alcuna civiltà agli altri popoli. Per molte ragioni. Prima di tutto, perché non è riuscita, in centosettanta anni, a liberarsi della pratica del linciaggio; ha il più alto numero di delinquenti; ha eretto un altare a un dio solo, il dollaro; ha fatto perno della vita individuale, collettiva, il guadagno. I soldati che abbiamo fatto prigionieri in Tunisia apparivano molto seccati dal fatto che pioveva continuamente. Io comprendo che per i1 soldato la pioggia sia fastidiosa, ma d'altra parte non si può garantire il sole, nemmeno in Africa.
Quanto al Presidente, il Presidente Roosevelt è un uomo che non può non odiare genere umano. Deve odiare il genere umano. Se non odiasse il genere umano, sarebbe un asceta, un santo; ma egli non è né l'uno, né l'altro. E’ un uomo che ha saputo sempre fare molto bene i suoi affari, ma sul quale il destino ha tratta una delle sue più feroci vendette; un uomo che a quarantatré anni è stato colpito da paralisi infantile, caso che avviene, dicono i medici, una volta ogni milione di
casi. È un uomo che sta in piedi soltanto quando viene sorretto, che non può stare in piedi nemmeno con le macchine di cui è provvisto. Mettiamo ognuno di noi in questa situazione e voi vedrete che un uomo di questo genere non può far suo il motto famoso del poeta Terenzio « Sono uomo e niente di ciò che è imano mi è straniero ».
Finalmente viene l'Italia. L'Italia passa per una nazione latina. S'è discusso tanto su questa parola e avevamo deciso di accantonarla perché si presta a molti equivoci. Però, per amore del ragionamento, consideriamo l'Italia appartenente al gruppo delle nazioni che sono formate sul ceppo romano, latino. Ora la Francia è liquidata. La Spagna dovrà alla fine decidersi; ma è bene che si decida tardi. Non è un discorso paradossale. La Spagna deve ancora curare le sue ferite. Poi, coloro che sono dentro le segrete cose sanno come tra noi e i germanici continuamente ci siano discussioni per dividerci le nostre risorse. Domani ci sarebbe un terzo che verrebbe a chiedere grano, petrolio, locomotive, eccetera. Poi l'apporto che ci potrebbe dare oggi, sarebbe, si può dire, irrilevante. Però anche per la Spagna si delinea 1'Aventino. I rossi stanno ricostituendo le loro brigate nel territorio ospitale dell'Algeria. Non è improbabile che ad un certo momento Negrin faccia la sua apparizione ad Algeri. Questo ha già suscitato una certa impressione nella Spagna, che è impegnata in quanto manda i suoi legionari a combattere sul fronte russo e ha il Marocco spagnolo che sta alle spalle di tutto lo schieramento anglosassone nell'Africa del Nord. I generali anglosassoni non ignorano la esistenza di centocinquantamila spagnoli marocchini, tra Melilla e Tangeri.
Il popolo italiano ha oggi l'occasione storica per dimostrare di quale tempra è fatto. Il problema è molto grave per noi. Si tratta cioè di domandarsi se venti anni di regime fascista abbiano modificato le cose nella superficie, lasciandole presso a poco eguali nella profondità. Lo vedremo entro il 1943. Ora se voi mi domandate: « Qual'è la vostra opinione? », la mia opinione è la seguente: che il popolo italiano terrà durò, che il popolo italiano stupirà il mondo. Il popolo italiano deluderà gli anglosassoni, i quali sono già abbastanza delusi. Si ritiene che gli inglesi siano un popolo flemmatico. Falso: è uno dei popoli più isterici che siano sulla faccia della terra. Sono in uno stato di perenne eccitabilità. Essi pensano, credono che noi molleremo. No. II popolo italiano alla fine del 1943, che non è l'anno conclusivo della guerra, ma è un anno decisivo, durante il quale si vedrà dove pende la bilancia, supererà tutte le prove.
Io ne ho una convinzione vorrei dire matematica. Ma questa convinzione non basta. In un popolo ci sono diverse categorie, proprio dal punto di vista di quella che io chiamo la resistenza nervosa. Non
si nasce tutti eguali, tutti forti, tutti alti, con un sistema nervoso solido. C'è un'aliquota più o meno numerosa di individui che hanno il sistema nervoso delicato. Non sono pericolosi, ma possono determinare delle oscillazioni spiacevoli. E poi c'è una minoranza di veri e propri disfattisti che si compiace di prevedere catastrofi, le dirama. Quelli devono essere energicamente curati.
Voi sapete che io sono un esaltatore del Partito. Il Partito è veramente l'anima, il motore della nazione. Nello scorso inverno, malgrado le previsioni nere dei soliti profeti di sciagure, bisogna ammettere che la situazione alimentare è migliorata. Non vogliamo esagerare, ma l'impressione generale, la constatazione ci dice che dal punto di vista alimeritare le cose vanno un pochino meglio. Nell'inverno 1943-1944 andranno ancora meglio. Abbiamo qui realizzato un miracolo della organizzazione. Una concezione sbagliata è quella che il popolo italiano sia incapace di organizzazione. È falso. E’ il popolo che ha più alta capacità organizzativa fra tutti i popoli; perché lavora sempre sui margini. E’ facile organizzare quando c'è tutto, non è altrettanto facile organizzare quando mancano diverse cose. Migliorando la nostra organizzazione, si può prevedere che la situazione, dal punto di vista alimentare, sarà ancora migliorata.
Come tenere alto, fermo, solido il morale del popolo italiano? Se noi ci ripromettessimo di portare ai gradi dell'esaltazione e di un entusiasmo quotidiano il popolo italiano, noi non raggiungeremmo questo scopo e quindi non ce lo dobbiamo porre, per non dover poi constatare il nostro insuccesso. Questa è una guerra che ha tale portata che richiede una cosa sola, preminente, decisiva: la risoluzione di tener duro sino in fondo. Questo si può e si deve chiedere al popolo italiano. Il compito del Partito è questo. Come lo deve svolgere? C'è un'opera di assistenza che il Partito sta già svolgendo verso le famiglie dei combattenti. Bisogna :insistere su questo punto, non tanto per l'assistenza materiale, quanto per quello che riguarda l'assistenza morale.
Il Partito deve essere lo strumento attraverso il quale diventa sempre più politico l'insieme delle nostre Forze Armate. La propaganda deve essere fatta secondo i luoghi e il tempo. C'è una propaganda affidata all'Istituto di cultura fascista, poi una propaganda diretta di tutti gli uomini del Partito nel nucleo familiare, nel Fascio, nel Dopolavoro, nelle conversazioni. Eliminare tutti quelli che rappresentano dei pesi morti; tutti quelli che sono stanchi e deboli, che hanno un passo ritardato e ritardatario devono essere allontanati. Non è necessario che i fascisti in Italia siano quattro milioni. Non è nemmeno male, perché non si può dirigere una grande nazione diventando una conventicola in una torre d'avorio. L'importante è che vi siano alcune centinaia di migliaia di camicie nere consapevoli, decise, pronte, unite e dal punto di vista ideale di assoluta fiducia.
Io penso che la storia, in fondo, è stata abbastanza benigna con noi; ci ha permesso di vivere delle grandi ore. Voci sapete quello che io penso di una vita singola. Chi non sente il bisogno di fare un po’ di guerra, per me è un uomo mancato. La guerra è la cosa più importante, nella vita di un uomo, come la maternità in quella della donna. Tutto il resto è importante, ma non come questo esame, questo collaudo delle qualità intrinseche dei popoli. Solo la guerra rivela quello che è un popolo, le magagne che portava dentro, che passavano inosservate agli osservatori mediocri, superficiali. Ad un certo punto, scoppia una guerra, investe un popolo in tutti i suoi componenti, e allora si vede che cosa aveva questo popolo nel suo spirito, nei suoi muscoli. La storia non offre altre possibilità di esame comparativo tra i popoli. L'esame comparativo dei popoli è dato dalla guerra e soltanto ed esclusivamente dalla guerra. Perché la guerra è la sintesi in cui tutto converge e tutto si raccoglie, in cui tutto è in gioco.
Io penso che il popolo italiano ha le qualità per resistere, per tenere duro, per vincere. E alla fine del 1943, dell'anno XXI, noi avremo l'orgoglio di poter dire: effettivamente abbiamo realizzato quello che volevamo. Ora, se non completamente, in gran parte cioè, abbiamo trasformato, avviata la trasformazione del popolo italiano, perché questo è il compito supremo della rivoluzione. Tutti gli altri sono secondari. Il compito supremo della rivoluzione fascista è la trasformazione del popolo italiano, facendo del popolo italiano quello che noi consideriamo un popolo forte. Quest'anno si decide se il popolo italiano ha un avvenire o no, se il popolo italiano deve rassegnarsi ad essere un popolo di turisti, una grande Svizzera, dove c'era come portiere monumentale degli alberghi Giovanni Giolitti, o un popolo che ha la coscienza di ciò che è stato, ma soprattutto di ciò che deve essere.
Io vado incontro a questi mesi con un appassionato interesse e con una certezza assoluta. Avremo delle prove dure da superare, e dei momenti penosi, ma è la guerra, signori. La guerra non è un seguito ininterrotto di brillanti vittorie, perché, se ciò fosse, finirebbe sul cominciare. La guerra ha i suoi alti e bassi, ma non bisogna mai dimenticare che questa è una guerra tridimensionale: anche nel mare, nel cielo. E l'ecatombe, la vera ecatombe del naviglio mercantile nemico, è veramente drammatica ed è uno degli elementi decisivi della nostra vittoria. Ad un certo momento i mari saranno pieni, letteralmente, di sottomarini italiani e tedeschi. E allora vedremo se 1'insularismo britannico potrà salvare questa plutocrazia che ha finito, come doveva finire,. alleandosi al bolscevismo. Ci sono dei riferimenti storici che talora fanno riflettere. Quando io leggevo il telegramma bombastico della signora Churchill per Stalin, io ricordavo che fenomeni simili avvenivano nella decadenza dell'impero romano. Le matrone romane, ad un certo punto, disdegnarono la vecchia religione degli avi, solida, domestica, che doveva servire all'uomo, per andare incontro ai culti orientali. Quando giunse ad Ostia una statua di Mitra, ci fu un corteo di matrone romane che andarono a vedere questa statua che veniva dall'Oriente. Segno di decadenza. Poi, più tardi ancora, la moda dei costumi esotici: il sentirsi affascinati da questi uomini che venivano dal nord, che erano selvaggi, però robusti. Questo accade nel secondo, terzo secolo dopo Augusto. Erano i segni di una decadenza dell'animo dei componenti dello Stato. Questa mania della moda bolscevica che oggi imperversa in Inghilterra, è un segno di decadenza. Ciò significa che l'impero britannico non fa più affidamento sulle sue forze tradizionali, intime, ma conta sull'apporto dei russi, i quali, secondo l'incoercibile egoismo inglese, sono molto utili perché muoiono per l'Inghilterra. E l'Inghilterra è disposta a fare la guerra sino all'ultimo russo, come era disposta a farla sino all'ultimo francese.
L'attività del Partito non deve essere statica, ma dinamica. Bisogna circolare nelle provincie. Vedere, constatare d'improvviso il funzionamento capillare del Partito. Dare importanza a questi piccoli Fasci del villaggio, perché lì c'è poi l'Italia fondamentale, l'Italia vera. E qualche volta sono dimenticati. Non è necessario fare delle manifestazioni o delle adunate. Si parla, si chiamano i fascisti, si dice quello che si deve dire.
Queste sono le direttive che io assegno in questo 3 gennaio. Poi aggiungo che ogni mese la riunione del Direttorio, al completo, quindi presenti anche gli ispettori, sarà tenuta a palazzo Venezia, e sarà presieduta da me. Così lavoreremo insieme.
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Giovanni




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« NON MOLLEREMO MAI »

II 30 gennaio, 1943, a Roma, nella sala del Mappamondo di palazzo Venezia, Mussolini aveva ricevuto il generale Ambrosio, uomo di fiducia di Badoglio, e gli aveva preannunciato la nomina a capo di Stato Maggiore generale del regio Esercito. Sarebbe stato sostituito, come capo di Stato Maggiore del regio Esercito, dal generale Ezio Rosi. « Il ciclo Cavallero è chiuso », aveva detto il capo del Governo. « Che cosa intendete fare voi? ». « Intendo puntare i piedi con i tedeschi », era stata la risposta. « Benissimo, vi aiuterò », aveva concluso Mussolini. II 31 gennaio, Cavallero era cessato dalla carica. Lo stesso 31 gennaio, Kesselring, che lo stimava ed aveva lavorato con lui in perfetta intesa, era andato a difenderlo presso Mussolini; anzi gli aveva chiesto di essere dispensato dalle sue funzioni, poiché non nutriva fiducia in Ambrosio. Ma il Capo del Governo lo aveva pregato di rimanere al suo posto. In quei giorni, Churchill e Roosevelt nuovamente riuniti a Casablanca avevano fissato la formula della «resa incondizionata », e crollava l'estrema resistenza dell'Armata di von Paulus, accerchiata a Stalingrado; resistenza impossibile, ma voluta fino all'ultimo da Hitler. La mattina del 1° febbraio, « in una località dell'Italia centrale », in occasione del ventesimo annuale della M.V.S.N., Mussolini passa in rivista « seimila legionari » ed assiste ad una loro manovra. Indi pronuncia il discorso qui riportato.

Ufficiali! Sottufficiali! Legionari!
La Milizia, nata per determinazione del Gran Consiglio dallo squadrismo rivoluzionario, celebra oggi, nel clima che le fu particolare, il suo primo ventennale. Clima di ferra, di combattimento, di decisione, nel quale finalmente si rivelano gli uomini per quello che sono e per quello che valgono. Dal 1923 ad oggi, voi, in tante e tante battaglie, avete dimostrato col sacrificio e col sangue il vostro purissimo amore per l'Italia e la vostra assoluta dedizione al fascismo. Così voi avete tenuto fede alla consegna.
Non mai come in questa guerra di dimensioni che possano dirsi sovrumane è vero che chi decide è colui che sa resistere un quarto d'ora di più del nemico e che è l'ultima battaglia quella che dà la vittoria.
Il nostro nemico numero uno ha combattuto soltanto contro di noi e soltanto dopo trentadue mesi di durissima lotta ha potuto registrare un successo.
Il popolo italiano ha accolto con una calma virile, romana, la notizia della occupazione nemica della Libia, perché un'incrollabile convinzione è nel profondo del suo cuore: « Là dove fummo, là dove i nostri morti ci attendono, là dove noi abbiamo lasciato tracce potenti e indistruttibili della nostra civiltà, là noi ritorneremo ».
Incoercibile come la legge della gravitazione fisica della materia è la legge della gravitazione politica dei popoli. Cinquanta milioni di italiani hanno gravitato e graviteranno verso l'Africa perché essi, al pari e forse più di qualsiasi altro popolo, hanno un diritto sacrosanto alla vita.
Legionari!
In questo primo ventennale, davanti all'insensato, criminoso, pubblicitario dilemma di Casablanca, noi, insieme con i nostri camerati dell'Asse e del Tripartito, rispondiamo che non molleremo mai sino a quando saremo capaci di tenere nel nostro pugno un'arma di combattimento.
Voi continuerete a marciare nelle prime linee e sarete sempre ed ovunque di esempio a tutti.
Io so che voi altro privilegio non ambite.
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Giovanni




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AL DIRETTORIO NAZIONALE DEL P.N.F.

Il 10 marzo 1943, sostituito dal generale Sixt von Arnim nel comando delle forze italo-tedesche in Tunisia, Rommel aveva lasciato definitivamente il campo delle sue gesta africane. Ciò per parere concorde di Mussolini e Kesselring, data l'evidente stanchezza del maresciallo, che, riconquistata due volte la Cirenaica, si era spinto fin oltre El Alamein, alle porte del Cairo e di Alessandria, ma che ormai appariva demoralizzato, sfiduciato e deperito. La sua partenza però era stata tenuta rigorosamente segreta. Lo stesso 10 marzo, il generale Francesco Rossi era stato nominato sottocapo di Stato Maggiore del regio Esercito. Il pomeriggio dell'11 marzo, a Roma a palazzo Venezia, Mussolini presiede la riunione del Direttorio nazionale del P.N.F. « Dopo il "Saluto al Duce! ", ordinato dal segretario del Partito, prende la parola il Duce, il quale dice: " L'ordine del giorno di questa riunione porta al primo numero una relazione del segretario del Partito, al secondo una relazione del vicesegretario, Farnesi. Dò la parola a Vidussoni ". Questi dà lettura della sua relazione dalle ore 17.10 alle 17.34 ». Indi Mussolini pronuncia il discorso qui riportato.

Prima di dare parola al camerata Farnesi per riferire sul secondo argomento posto all'ordine del giorno, desidero fare alcune dichiarazioni sulla relazione del camerata Vidussoni.
Taluni, in questi ultimi tempi, hanno, in un certo senso, lamentato che il Partito non fosse più presente in quelle che sono le manifestazioni della vita italiana. Evidentemente, molti di questi critici dimenticano che il Partito ha un milione e duecentocinquantamila dei suoi tesserati alle armi. E’ chiaro che se tutta questa gente fosse nelle città, la vibrazione generale sarebbe molto più intensa. D'altra parte, in momenti come questi, il Partito non può avere che un solo obiettivo, molto semplice, necessario, fondamentale, che è quello di tenere solido quello che si usa chiamare ormai il fronte metropolitano, interno.
Su due punti richiamo l'attenzione del Direttorio del Partito. Il primo è l'Associazione dei caduti e invalidi a seguito di bombardamenti navali ed aerei nemici. Quest'Associazione ha lo scopo di alimentare quell'odio contro il nemico senza il quale non si può fare la guerra. Ciò può essere poco cristiano, specialmente in un momento in cui tutti i filosofi vanno a confessarsi, ma in questo momento è essenziale odiare il nemico, odiarlo fortemente, profondamente, perché, altrimenti, evidentemente non si è nelle migliori condizioni morali per accoppare il nemico, Ora Clausewitz, che è gran maestro della guerra, dice che la guerra è un duello moltiplicato per -milioni. Questo nella più semplice espressione. E in un duello cosa si fa? Ognuno cerca di accoppare il nemico e metterlo in condizioni di non più nuocere, e ciò richiede un certo animus, senza di che non si combina nulla. Purtroppo, bisogna riconoscerlo, avendo noi per secoli sostituito a una profonda coscienza nazionale un universalismo più o meno ristretto, siamo nelle condizioni più difficili per arrivare a questa necessità dell'odio, che io dichiaro intenso, profondo, duraturo. Non è quindi un merito quello che si fanno taluni cretini quando dicono: «Noi siamo incapaci di odiare ». Molto male. Perché, probabilmente, non siete nemmeno capaci di amare, dato che l'uno e l'altro sono fenomeni convergenti, simultanei e interdipendenti: Tuttavia riusciremo a poco a poco a ciò, sganciandoci da quei sogni umanitari che sono assolutamente deleteri.
Il Centro di assistenza. Il Partito, da ora innanzi, darà la prima assistenza. Chi è stato sinistrato andrà subito al Gruppo, rionale, dove riceverà il soccorso immediato, senza burocrazia. In un secondo tempo vi sarà la commissione comunale, in un terzo tempo lo Stato. Il popolo deve sapere che si va in un primo tempo al Gruppo rionale e soltanto al Gruppo rionale.
L'ultima volta che ci siamo riuniti, gli elementi fondamentali di discussione sono stati i seguenti: campagna invernale russa e bombardamento delle città italiane.
La campagna invernale russa ha suscitato oscillazioni di carattere psicologico notevoli, come lo sbarco americano ad Algeri aveva suscitato analoghe oscillazioni. C'erano individui di nervi deboli e qualche volta carogne e canaglie, i quali, quando gli americani sbarcarono, pensavano che in quattro od otto giorni essi sarebbero arrivati molto più vicini.
Così quando i russi hanno travolto in un primo tempo il fronte romeno, in un secondo tempo quello italiano e in un terzo tempo quello ungherese, e in tutti e tre i tempi quello tedesco, allora hanno pensato che il « baffone » (così viene chiamato negli angiporti italiani Stalin) sarebbe arrivato a Longatico. Ciò era assurdo, perché io non ho mai dubitato, dico mai dubitato, che le forze tedesche, la Germania nazionalsocialista, non sarebbe riuscita in un primo tempo a fermare i bolscevichi e in un secondo tempo a riprendere l’iniziativa. Si tratta di vedere il carattere e la portata di quest'iniziativa, ma non è questa la sede per tenere un discorso su questo tema.
Che cosa è accaduto? È accaduto che molta gente in Italia, che in un primo tempo temeva che i tedeschi avrebbero vinto e nello stesso tempo ha avuto molta paura che vincessero i russi, ha avuto in sé una ripresa dell'istinto di conservazione veramente notevole. Poi c'è stato un altro riflesso, questo singolare. Ci sono stati dei fascisti che hanno in anticipo manifestato in scritti e discorsi quello che è accaduto nell'altra guerra e volevano in un certo senso eclissare e diminuire e attenuare quella che è stata l'opera del fascismo in questa guerra, avendo l'aria di dire: questa non è la guerra del fascismo, è una accusa che ci fanno gli avversari; questa è la guerra dell'Italia. Bisogna reagire con la massima energia contro questo atteggiamento, per il quale io, alla fine dell'ultima guerra, ho coniato la parola dei « maddaleni pentiti ».
Prima di tutto non c'è stata nessuna guerra che abbia raccolto l'unanimità dei suffragi popolari. Né si facciano paragoni con l'altra guerra, in quanto ad entusiasmo popolare, perché nemmeno allora ce ne fu. Si disse allora che il popolo italiano era rappresentato dai trecento biglietti da visita che furono portati al portone di Giovanni Giolitti dai trecento deputati e anche nell'altra guerra, che essa era stata voluta da tre città, Milano, Genova e Roma, e da tre individui, e cioè D'Annunzio, Corridoni e, se non vi dispiace, il sottoscritto.
Non solo, ma tutto ciò fu provato dal trattamento particolarmente ignobile verso i volontarî genovesi e romani. Solo dal 12 agosto del 1916, dopo che il capestro austriaco aveva impiccato Cesare Battisti, solo allora il Comando supremo si ricordò, con una circolare, che bisognava trattare bene i volontari. Soltanto che a quell'epoca, di volontari ne erano rimasti ben pochi, perché già dall'ottobre del 1915 erano caduti sui reticolati delle trincee del Carso, dove furono spinti qualche volta da frasi di questo genere: « Sei un volontario? Dunque dimostra la tua volontà! ».
Queste sono pagine brutte nella storia di un popolo. Ad un certo punto bisogna che queste cose siano squadernate in faccia alla nazione, perché solo in questo modo si possono annullare gli elementi deleteri che sono sempre esistiti nella vita di un popolo ed esaltare gli elementi superiori.
Quindi questa è la guerra dell'Italia perché è la guerra del fascismo, ed è la guerra del fascismo perché è la guerra dell'Italia. Respingo distinzioni di questa natura, e se anche si facessero, non erediate con ciò di calmare gli avversari in malafede. Essi continueranno a dire che questa è la guerra voluta da me, Mussolini, perché amico di Hitler. In questi casi non si va verso l'avversario cercando di captarne la simpatia, ma si agisce con la massima decisione, riaffermando la propria decisione e la propria fede.
Per quello che riguarda la situazione spirituale degli italiani e del popolo italiano, se voi cercate dell'entusiasmo nel popolo italiano non lo trovate; se voi cercate dell'entusiasmo in tutti i popoli impegnati in questa guerra, non lo trovate. Questa è una guerra che supera i sentimenti e le possibilità mentali degli individui. L'entusiasmo è già difficile per le persone che siano dentro le segrete cose, e ciò perché ci sono delle cose impensate, sviluppi impensati. Escludo questa richiesta dell'entusiasmo perché è una richiesta idiota. L'entusiasmo non può essere della durata di mesi e anni. Bisogna vedere se c'è la disciplina. Ora la disciplina c'è. Sarebbe veramente eccessivo trarre oggetto di lamentele da qualche episodio.
Movimenti, diremo, di una certa organicità, ce ne sono stati soltanto in questi ultimi tempi. Uno a Genova: faceva capo a un certo tenente Berranello; uno a Milano, abbastanza serio, perché si proponeva anche degli attentati; e finalmente uno a carattere liberale-comunista. Costoro si sono accorti che i popoli non si possono accontentare della parola libertà e hanno bisogno di un contenuto di carattere sociale e allora avrebbero inventato il liberalsocialismo o socialiberalismo.
Tuttavia in questi ultimi giorni c'è stato a Torino il primo fenomeno di un movimento di carattere operaio collettivo, dovuto a ragioni di questo genere: si è data l'indennità di sfollamento alle famiglie degli operai sfollati; a un certo punto s'è richiesto che anche quelli che erano rimasti avessero un'uguale indennità di sfollamento. In genere io ero sempre stato contrario. a questo, ma adesso dichiaro nella maniera più esplicita che non darò neppure un centesimo. Noi non siamo lo Stato liberale che si fa ricattare da una fermata di un'ara di lavoro in un'officina. Considero questo come un tradimento vero e proprio.
Stalin, che da qualche giorno ha deposto la casacca dell'operaio, che ha portato per cinquant'anni, per mettere la divisa scintillante, a sfondo zarista, di maresciallo, fucila seduta stante l'operaio che abbandona il lavoro. Voi direte: Stalin è terrorista. Ma varchiamo l'oceano e allora vedrete che 1'arcidemocratico Roosevelt, cristiano, fa altrettanto, e quando s'è determinato uno sciopero ha fatto circondare la fabbrica con cannoni e mitragliatrici, ha dato due ore di tempo, dopo di che si sarebbe fatto fuoco. Saremmo, per caso, noi più democratici di Roosevelt? Ora noi abbiamo la coscienza tranquilla. Ve lo dice uno che trent'anni fa aveva nel pugno queste masse proletarie socialiste italiane. Allora si considerava programma massimissimo quello che noi, senza tanti clamori, abbiamo realizzato per gli operai italiani. Non chiediamo a costoro alcun attestato di gratitudine e, se ce ne volessero dare, lo respingeremmo. Ma quando essi abbandonano il lavoro in un momento come questo in cui è in gioco la vera e propria esistenza della nazione, allora se non si mettono in regola nel più breve tempo possibile, saranno trattati come si trattano coloro che abbandonano il proprio posto di fronte al nemico.
Vi prego quindi, camerata Ferretti di Torino, di farlo sapere nella maniera più esplicita perché cambino registro, anche perché non si possa dire che Torino dà, anche in questa guerra, l'esempio che diede nella guerra scorsa, nel 1917, quando io stesso nel Popolo d'Italia ho chiamato i disordini di Torino le cinque giornate di Borovici.
Il segretario del Partito ci ha dato le cifre dei tesserati. Tesserati sono una cosa, fascisti un'altra. Io ammetto soltanto che la tessera coincida con la fede, altrimenti la tessera non ha più valore. Bisogna quindi epurare il Partito, perché proprio in questo momento, come nel 1924 (ma allora era una crisi di carattere interno e non aveva la portata immensa di quella che viviamo ora), individui che non hanno coraggio credono di farsi dei meriti nascondendosi e dileguandosi in modo da poter essere dimenticati. Intanto è sicuro che non li dimentichiamo noi.
E a proposito dei giovani, bisogna vigilarli molto. Vigilare la loro struttura morale. L'enorme massa dei giovani è a posto, però ci sono delle tendenze, dei fenomeni, degli affioramenti che devono richiamare la nostra attenzione. Esempio: questa specie di disinteresse di fronte alle cose della storia e del mondo, e questo risentire nelle orecchie degli echi stranieri. Un bel giorno a Verona compaiono giovani in fogge e vestiti assolutamente americani e inglesi. La stessa cosa è accaduta ad Asti. Tuttociò è scimmiesco e imitativo. I nostri giornali (questo è un problema che noi non abbiamo ancora risolto) hanno pubblicato che in Francia, a Parigi, i giovani vestono in modo mezzo americano e mezzo inglese e hanno adottato un gergo zazù; e allora presso di noi, con quella facoltà scimmiesca che è in molti individui e che farebbe credere che con noi esistano delle parentele, hanno introdotto queste cose in alcune zone, senza pensare che a Parigi questa forma stravagante è una forma obliqua di patriottismo. Questi giovani e queste donne che hanno l'aria scioperata e degenerata, probabilmente sono quelli che di notte tirano alle spalle dei soldati tedeschi isolati. In Italia, viceversa, s'è copiata la parte esteriore e i nostri giornali, con quell'incomprensione che li distingue, hanno pubblicato queste cose.
Poi, in genere, molti scrivono. In questa guerra si scrive più di quello che si scrisse nell'altra guerra, e si dimentica molto spesso tutto quello che noi abbiamo fatto, senza dire che nessuno dei problemi li interessa. Il problema razziale, che interessa persino i francesi, che hanno una popolazione così ibrida, qui è passato come l'acqua sul marmo. Il problema dell'autarchia e quella del lavoro hanno subito la stessa sorte.
Signori !
Noi nel 1927 non abbiamo pubblicato la Carta del capitale e meno ancora quella del capitalismo, ma la Carta del lavoro. Ce ne siamo dimenticati. Ora, fra gli inglesi ancora attaccati alla loro Costituzione del 1298, e gli italiani che non hanno memoria del 1927, io credo che ci dovranno essere termini di conciliazione.
Noi abbiamo fatto delle grandi cose; soltanto gli avvenimenti mondiali hanno stornato l'attenzione da questi problemi ai quali bisogna richiamarsi quando si vedono dei preti cattolici fare lunghi articoli per mettere l'accento sul dato sociale con variazioni assolutamente demagogiche, dimenticando quello che il regime ha fatto in Italia. Anche contro una certa tendenza a una conciliazione eccessiva bisogna reagire. E’ bastato che Benedetto Croce scrivesse un articolo: Perché non possiamo non dirci cristiani (bisogna aver letto Hegel per capire che due negazioni equivalessero ad una affermazione; si poteva dire: «Perché siamo cristiani»), perché Gentile si precipitasse a Firenze per fare una conferenza sulla religione. Perchè in Italia si va sempre a coppie.
Allora questi cattolici temono di essere soppiantati e rimettono l'accento sulle parole libertà, uguaglianza e fraternità. Anche questo dev'essere evitato. Noi siamo noi. Non bisogna avere adesso l'aria non solo di raccogliere quella che sarebbe la concezione cristiana, ma neanche di volersi mettere sotto l'ombrello del Vaticano. L'ombrello del Vaticano, signori, non è più quello di Bonifacio VIII, il quale poteva, nel 1300, lanciare la famosa bolla, nella quale era detto che il sole è la Chiesa e la luna è lo Stato e che la città celeste ha la prevalenza sulla città terrena, che lo Stato ha ragione di esistere solo in quanto si trova nell'orbita secolare della Chiesa. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere,e lo dimostra il fatto che se qualcosa di anticristiano è accaduto nella storia, esso è accaduto proprio in questi giorni. Sino a due anni fa la guerra escludeva il massacro delle donne e dei bambini. Sono stati necessari diciannove secoli di amore del prossimo per arrivare a questi risultati.
Benedetto Croce trova però un giornale di Padova che gli fa l'apologia, per cui bisogna pensare che la luna crociana è entrata in tutto il mondo accademico. Ma che in un giornale universitario di Padova si faccia l'apologia di Croce fino al punto di interpretare il suo pensiero come una rivelazione, questo poi è troppo.
Poi c'è stata una polemica sul fatto se gli uomini di trent'anni avessero ancora il diritto di chiamarsi giovani. Questa polemica è stata pubblicata da Roma fascista. E’ chiaro che siccome la gioventù non è uno stato permanente nella vita, ma uno stato transitorio, tremendamente transitorio, è chiaro che i giovani di vent'anni considerano quelli di trenta superati; ma fra poco quelli di quindici potrebbero dire di rappresentare la gioventù, e andando avanti di questo passo, si arriverebbe all'asilo infantile. Queste tendenze devono essere veramente represse, e bisogna additare ai giovani esempi di coraggio soprattutto militare.
Quando assistiamo a dei fenomeni che suscitano in noi un profondo schifo, bisogna voltare la pagina e vedere per avventura se non ci siano altri fenomeni che suscitano un profondo senso di orgoglio. Per esempio, il caso Macchi di Cellere, ricchissimo in Argentina, miope scartato per tre volte, il quale ha la malinconia di venire in Italia e di morire in un carro armato. Scommetto che qualcuno avrà detto: «Ma perché non è rimasto in Argentina? ». E l'esempio del ventenne Oddo Baglioni, che scrive alla madre dicendo: «Un Baglioni non può morire che sul campo di battaglia». Queste cose ci consolano e dimostrano che in questa vecchia razza italiana, se ci sono elementi deleteri dovuti a quei quattro milioni di schiavi che Roma ebbe il torto di portare nel suo grembo, esiste altresì ancora una razza di milioni di uomini per i quali il combattimento è la missione più importante della vita, e la morte non è che il coronamento del combattimento.
Ancora. Bisogna che durante i bombardamenti e subito dopo il Partito sia presente. Bisogna che i fascisti si considerino soldati, anzi, combattenti (la parola soldato deriva da « soldo », soldato è una cosa, combattente è un'altra, tutti i combattenti sono soldati, ma non è detto che tutti i soldati siano combattenti), in modo che il soccorso morale sia immediato e quello materiale altrettanto immediato.
Quanto alla critica, io credo che da questo punto di vista l'Italia è un paese straordinario. I giornali possono dire tutto, stampano tutto. Noi non abbiamo quindicimila censori come Roosevelt : diconsi quindicimila. E molte volte si stampano delle cose che ci fanno male, fanno male all'Italia. Recentemente un articolo di un giornalista che veniva sino a ieri considerato ufficioso e non lo era affatto. Non si sa come gli era venuta questa reputazione. Forse se l'era fatta lui stesso. Un articolo, dunque, in cui accennava alla possibilità di una pace di compromesso, con un discorso singolare rivolto agli anglosassoni, in cui diceva «Poiché non vi accorgete ancora dei vostri interessi», eccetera, eccetera, e diventava quindi il difensore degli interessi degli anglosassoni, come se essi non fossero capaci di difendersi da sé, e come se fosse nostro compito di fare da pedagoghi agli anglosassoni, i quali non ci ,anno fare. Questo articolo ha avuto una ripercussione grandiosa e ha fatto ritenere che il popolo italiano fosse stanco e desiderasse, attraverso il baccano o qualche altro segno, arrivare a una pace di compromesso.
Un altro articolo recente, su una rivista, ha sollevato non minori ripercussioni fuori delle frontiere. Notate: in tempo di pace io sano assolutamente indifferente a tutto quello che si dice di me, del regime, dell'Italia e del fascismo oltre frontiera; ma in tempo di guerra non è la stessa cosa, perché ciò può avere per risultato di aumentare la forza morale di resistenza del nemico, quindi è un servizio che si rende al nemico. Che da noi ci sia la libertà, io lo potrei dimostrare, perché tutti i giornali parlano di qualunque cosa. E del resto notate che io non sono contrario a ciò. Si tratta però di farlo con diligenza. Il Governo non si compone di elementi infallibili : bisogna respingere questo criterio, perché altrimenti saremmo dei sovrumani, mentre siamo di carne ed ossa e non pretendiamo di essere dei modelli, ed anche noi qualche volta, nei nostri provvedimenti, sbagliamo. Qualche volta accade che dopo aver fatto dei provvedimenti abbastanza interessanti e attesi dalla popolazione, la popolazione fa il collo delle giraffe prima di vederne l'esecuzione.
L'altro giorno apro Il Secolo di Milano, e vedo scritto: « Quando il Governo darà l'indennità mensile agli impiegati sfollati? ». Mi metto al telefono e domando. Effettivamente questa provvedimento del 15 dicembre non ha trovato attuazione. Il 28 ottobre, diciamo che si aumentano le pensioni agli operai. Grande successo, attesa, eccetera. Ebbene, l'organismo ad hoc (cioè Lantini) non ha ancora fatto il movimento. Ora, se c'è un giornale che dia la sveglia, io credo che questo giornale fa bene e fa bene il segretario federale a segnalare cose del genere e qualunque altro fascista fa bene a segnalare le cose che non vanno. Ciò è direttamente o indirettamente il dovere dei fascisti.
Assegnando questi compiti al Partito, cosa dimostro? Quanto segue: il Partito è l’insostituibile, il necessario anello di congiunzione tra lo Stato e il popolo. Questa è la definizione che deve essere incisa, impressa nei nostri spiriti. Il Partito è l'organo di collegamento tra lo Stato e il popolo, organo di collegamento in quanto il Partito è Stato e popolo, perché altrimenti, se non fosse né l'uno né l'altro, non potrebbe essere il terzo. Queste due entità sono distinte e tuttavia interdipendenti e della stessa intima natura.
Una volta io ho detto che lo Stato è lo spirito del popolo e il popolo è il corpo dello Stato. Rileggendo in questi giorni quello che ha scritto un grande apologista tedesco dello Stato, Hegel, ho trovato la stessa definizione. Fuori dello Stato, l'uomo non esiste. Infatti, fuori dello Stato, l'uomo non può esistere: esso non esiste se non nello Stato, e fuori dello Stato non esiste se non allo stato selvaggio o di animale. Quando l'uomo esce dal periodo della preistoria, assume sempre forme associative che a poco a poco determinano lo Stato. Lo Stato è un complesso di istituzioni, è la forma associativa che una determinata società nazionale assume. Lo Stato deve tenersi in contatto col popolo perché il nostro Stato non è uno Stato di polizia assoluto, non è il monarca che dice: questo è il mio piacere. La rivoluzione francese fu determinata dal fatto che i re confondevano il loro bilancio col bilancio dello Stato.
Il che ci conduce a un altro argomento, che è quello sul quale io insisto molto. In tempo di guerra il popolo ha suscettibilità giustificatissime. Bisogna quindi che la condotta dei fascisti che non combattono non si presti, con esibizioni che dimostrino un tono di vita svagata, alle critiche del popolo il quale soffre.
Bisogna distinguere il sacro dal profano. Quello che è dello Stato è una cosa, quello che è dei cittadini è un'altra. Ora, c'è in molti una tendenza a confondere, a fare del piccolo profittismo, qualche volta giovandosi della carica. Questo è malissimo. Purtroppo, questo fenomeno ha oggi delle forme abbastanza rilevanti. Per esempio, la mania del commercio. Avete notato a Roma che non si trova un soldato che non abbia un pacco in mano e qualche volta anche due o tre. Qualche volta vorrò fermare la mia macchina per chiedere a questo soldato perché ha due o tre pacchi. Certamente è una ricompensa per una licenza ottenuta; un prosciutto, un fiasco d'olio, un formaggio.... Molto difficilmente l'ufficiale potrà punire un soldato con il quale è entrato in questo genere di rapporti commerciali. Potrei citare altri casi. Tutto questo poi, quando sia fatto nel nostro ambito, è già grave, ma quando è fatto fuori, è peggio ancora, e questo è stato fatto in Croazia, in Dalmazia, in Albania, e lo si fa oggi in Francia. Tutto questo è catastrofico per il prestigio della nazione.
Camerati!
Gli uomini singoli vivono della loro reputazione, le nazioni del loro prestigio, e quando il prestigio se ne va, non c'è verso di farlo risorgere. Noi viviamo ancora massacrati dai luoghi comuni di tre secoli fa, e qualche volta si legge sui giornali che siamo ancora un popolo di organisti e di venditori di statuette, e non siamo ancora riusciti a liberarci da questo luogo comune. Eppure abbiamo combattuto, fatte le navi più veloci del mondo, le automobili più veloci del mondo, costruito intere città, abbiamo una galleria di eroi che farebbe onore al più grande popolo, ma la stratificazione dei luoghi comuni è tale che solo con un colpo potente ce ne possiamo liberare. Ma allora non alimentiamo questi luoghi comuni.
Bisogna pensare alla dignità nazionale. Ogni italiano fuori della nazione deve pensare che l'Italia sarà giudicata anche da lui, e se lui sarà un negligente e disordinato, se abbandonerà il suo posto, il giudizio avrà un carattere collettivo. Perciò bisogna saper controllare se stessi, sentirsi parte della nazione e difensori dell'onore e del prestigio della nazione; e anche quando un pericolo incombe, bisogna che i fascisti diano lo stile a se stessi e agli altri, perché la differenza tra la ritirata e la fuga è che quando ci si ritira si cammina, ma quando si fugge si corre. Qualche volta questa distinzione non è osservata e allora ci si può lagnare se i luoghi comuni continuano a propagarsi?
Io sono, nel complesso, contento dell'azione svolta dal Partito, e i federali devono tenersi sempre a contatto con tutti gli iscritti e in partitolare modo con gli squadristi, per i quali un giorno o l'altro io creerò una distinzione speciale, cioè l'Ordine militante del Littorio, che non avrai bisogno di avere timbri di altro genere. Sarà una cosa nostra. Su questi squadristi bisogna contare, perché sono quelli che oggi sono sempre in prima lirica, anche se per avventura, come è fatale che succedesse, gli anni hanno lasciato qualche segno sui loro volti, ma non hanno lasciato alcun segno nel loro animo. E bisogna far sentire a tutti, amici e nemici, amici più o meno tiepidi, nemici più o meno accaniti, che noi siamo qui per combattere, per fare la guerra sino alla fine, cioè sino alla vittoria, perché questa è una guerra che non ammette altre alternative. I popoli si sono scagliati con tale violenza e passione gli uni contro gli altri, che una delle due parti deve soccombere.
Recentemente, alla Rocca delle Caminate, è venuta da me una donna, una vecchia donna, che mi ha portato la bandiera dell'ultimo garibaldino di quella città che ha dato i natali a Felice Orsini. Quella città aveva combinato un battaglione e il capitano era Felice Orsini. Questa donna, dopo avermi consegnato la bandiera, sulla quale c'era disegnato lo storico millenario fascio, mi ha detto: «Io sono credente, tutte le mattine vado a Messa e tutte le domeniche mi comunico, Ma se non vinciamo, morirò senza prete, perché questo vuol dire che Dio è con i nemici dell'Italia ».
Questo vuol dire che siamo impegnati e, vogliano o non vogliano, noi tireremo diritto d'accordo con i nostri alleati. Bisogna reagire a certe cose. Quando i tedeschi vincono, tutti sono con i tedeschi, ma col segreto senso della paura. Quando viceversa si ritirano, perché anche essi sono uomini e non semidei e gli alberi non arrivano. fino al cielo, allora i sentimenti cambiano. Quando le batterie tedesche arrivano, si fa il muso alle armi; quando se ne vanno, si fa il muso duro per altra ragione.
Tutte queste cose vanno combattute. Bisogna dire al popolo poche cose, ma nette. Il popolo deve avere la convinzione che l'Asse realizzerà la piena ed integrale vittoria.
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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:08 am    Oggetto:  
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ALLA COMMISSIONE CENTRALE PER LA REVISIONE DEI CONTRATTI DI GUERRA

Il 19 aprile 1943, Tullio Cianetti era stato nominato ministro delle Corporazioni al posto di Carlo Tiengo. Lo stesso 19 aprile, Scorza aveva enunciato in dodici punti le sue direttive per la ripresa dell'azione politica del Partito.
Nella notte fra il 19 e il 20 aprile, il nemico aveva impegnato in battaglia l'Armata di Messe lungo la linea di Enfidaville. Per quattro giorni, sacrificandosi sui posti di durissimo combattimento, i soldati italiani e tedeschi avevano resistito con successo e con vero eroismo. Ma quella resistenza era stata resa inutile dal crollo della quinta Armata germanica, impegnata su altre posizioni. II 21 aprile, il re aveva ricevuto alcuni uomini politici, andati da lui per proporgli l'allontanamento del capo del Governo. La cosa era stata segnalata a Mussolini, il quale aveva risposto che ne era già al corrente, ma che fidava nella lealtà del sovrano; lealtà, aveva sottolineato, di cui non era lecito dubitare. Il 23 aprile, a Roma, nella sala del Mappamondo di palazzo Venezia, riceve i componenti della Commissione centrale per la revisione dei contratti di guerra. Il ministro di Stato, Giovanni Belluzzo, presidente della Commissione, presenta i componenti ed assicura che « il compito delicato e importante affidato dalla legge alla Commissione stessa sarà svolto con il massimo impegno e senso di responsabilità ». Indi Mussolini fa le dichiarazioni qui riportate.

La Commissione per la revisione dei contratti di guerra è stata costituita, con decreto reale, su mia proposta, in virtù della legge 6 febbraio 1943, XXI, numero 144, testé pubblicata nella Gazzetta Ufficiale.
Il fine che la legge suddetta si è proposto è manifesto. Nel corso delle ostilità e segnatamente nel trapasso rapido da una situazione di pace all'economia di guerra, è di rado consentito, alle pubbliche amministrazioni ed alle stesse imprese assuntrici, istituire una ponderata analisi dei costi. Sotto la spinta di esigenze superiori e indifferibili, quando interesse soverchiante è quello di assicurare, entro il più breve tempo, ciò che si ravvisa indispensabile alla difesa, l'industria privata, anche se animata dal più encomiabile spirito di collaborazione, propone, il più delle volte con valutazione sommarie e di larga approssimazione, e lo Stato accetta, senza la possibilità di controlli adeguati, prezzi che in seguito dimostrano manifestamente eccessivi. Anche ad un esame superficiale tali stipulazioni si rivelano onerose, in quanto includono profitti di gran lunga superiori a quelli che l'impiego del capitale, il lavoro compiuto ed il rischio corso possano in alcun modo legittimare.
Per ragioni politiche e morali, oltre che finanziarie, una revisione ed un più equo regolamento dei prezzi si impongono.
I compiti della Commissione rispondono pertanto a un doppio ordine di esigenze: un'entrata fiscale, indubbiamente non trascurabile, soprattutto nelle contingenze attuali, il conseguimento di finalità di giustizia e d'equità sociale non meno importanti e necessarie, in un momento in cui la nazione è tutta tesa in uno sforzo decisivo.
Sono sicuro che la Commissione agirà senza dubbio, avuto riguardo alla competenza e all'affidamento che offrono i suoi componenti, con grande ponderazione ed oculatezza, ma anche e soprattutto con grande equanimità. La legge 6 gennaio 1943, XXI, già scolpisce il concetto informatore della sua attività. Il prezzo da stabilire è quello giusto, intendendosi per tale quello che, nelle attuali contingenze, è imposta dall'ammontare dei costi e dal lecito profitto. Le imprese sane, nelle quali l'interesse della nazione in guerra prevale su ogni altro interesse, nulla hanno evidentemente da temere da una siffatta revisione. D'altra parte, non può temersi pregiudizio alcuno alla condotta di guerra, in quanto il lavoro della Commissione non potrà in alcun modo compromettere la piena libertà contrattuale delle amministrazioni militari. In casi di vera urgenza, le amministrazioni stesse, in virtù del regio decreto legge 25 marzo 1943, XXI, numero 194, hanno la facoltà di dar corso alle commesse, approvando i relativi contratti, salvo a sottoporli all'esame della Commissione, per l'eventuale revisione del prezzo, dopo che l'esecuzione è avvenuta. I supremi interessi della difesa sono quindi totalmente salvaguardati.
Per questa opera di previdente giustizia, il Governa non si limiterà soltanto al settore della produzione industriale. Come ha detta recentemente alla Camera dei fasci e delle corporazioni il ministro delle Finanze, provvidenze organiche sono attualmente allo studio per rivedere e meglio distribuire i carichi fiscali, che l'ora impone, su tutte le forme di ricchezza, soprattutto se dovuta alla presente congiuntura bellica. Vano è quindi l'armeggiare di coloro che, con evasioni diverse, tentano di sottrarsi al loro preciso dovere di contribuenti e di cittadini.
La Commissione che da oggi inizia il suo lavoro, darà altresì un grande apporto alla difesa della lira, che dev'essere ad ogni costo protetta contro ogni slittamento e contro ogni artificio di antinazionale speculazione. E’ questa la migliore tutela del risparmio affluito allo Stato per sostenere lo sforzo imponente della guerra.
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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:08 am    Oggetto:  
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L'ULTIMO DISCORSO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA

II 2 maggio 1943, Hitler aveva risposto al telegramma di Mussolini del 30 aprile, facendogli notare quanti aerei erano già stati forniti dalla Germania ed annunciandogli che Kesselring si sarebbe presentato per un esame comune della questione. Lo stesso 2 maggio, essendosi il suo male di stomaco nuovamente inasprito, Mussolini era rimasto a villa Torlonia. Ma un nuovo esame radiologico eseguito dal professor Alessandro Bianchini aveva dato esito negativo. Intanto il nostro Stato Maggiore, mentre meditava la cattura di Mussolini, alimentava nei rapporti sulla situazione militare la sua fiducia nella resistenza. Il 3 maggio, in una relazione, Ambrosio aveva sostenuto la necessità di preparare la difesa delle coste « con ferma fede e piena fiducia », poiché un nostro successo può avere i più impensati sviluppi e anche capovolgere l'attuale duro corso della guerra ». La mattina del 5 maggio, a Roma, nella sala del Mappamondo di palazzo Venezia Mussolini riceve il nuovo Direttorio nazionale del Partito, « presenti i membri di diritto Eccellenze Biggini, Cianetti, Polverelli, Albini e Galbiati. Dopo brevi parole del segretario del Partito, i vicesegretari e i componenti di Direttorio prestano il giuramento di rito. Il Duce, alla fine, ribadisce gli ordini già impartiti per l'azione del nuovo Direttorio ». Nel pomeriggio, al teatro Adriano, Scorza tiene rapporto ai segretari federali ed alle gerarchie provinciali. Al termine del rapporto, tutti i presenti si recano in massa a piazza Venezia, già gremita di folla. Insistentemente invocato, Mussolini appare al balcone centrale del palazzo e pronuncia il discorso qui riportato.

Sento vibrare nelle vostre voci l'antica, incorruttibile fede (la moltitudine prorompe in un formidabile grido: « Sì! ») e insieme una certezza suprema: la fede nel fascismo (« Sì! »), la certezza che i sanguinosi sacrifici di questi tempi duri saranno compensati dalla vittoria (altissime, prolungate acclamazioni), se è vero, come è vero, ché Iddio è giusto e l'Italia immortale. (Il popolo acclama entusiasticamente al Duce).
Sette anni or sono noi eravamo qui riuniti in questa piazza per celebrare la conclusione trionfale di una campagna durante la quale avevamo sfidato il mondo e aperto nuove vie alla civiltà. (Applausi prolungati). La grande impresa non è finita: è semplicemente interrotta. Io so, io sento che milioni e milioni di italiani soffrono di un indefinibile male, che si chiama il male d'Africa. (« Sì! »). Per guarirne non c'è che un mezzo: tornare. E torneremo. (La moltitudine prorompe in nuove, irrefrenabili acclamazioni e grida con una sola voce: « Sì! »).
Gli imperativi categorici del momento sono questi: onore a chi combatte, disprezzo per chi si imbosca, e piombo per i traditori di qualunque rango e razza. (Altissimi applausi).
Questa non è soltanto la mia volontà. Sono sicuro che è la vostra e di tutto il popolo italiano.
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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:09 am    Oggetto:  
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GLI IMPERIOSI DOVERI DELL’ORA

Il 20 giugno 1943, a Roberto Farinacci ricevuto in udienza a villa Torlonia, Mussolini aveva detto che, in caso di attacco alla Sicilia, gli italiani si sarebbero riscossi e avrebbero rinnovato le gesta del Piave. Tali erano anche le previsioni deducibili dai rapporti di Ambrosio e Roatta sulla difesa preparata nell'isola. Mussolini era giunto a deplorare che Farinacci sospettasse sempre in quei generali dei traditori. Invece, al Quartier generale del Fuhrer, non si aveva alcuna fiducia in Ambrosio, che in quel momento chiedeva alla Germania gran quantità di materiali. Il 23 giugno, incombente l'attesa di eventi gravi da tutti intuiti prossimi, l'ammiraglio Riccardi aveva affermato in un rapporto al Comando supremo: « Possiamo soltanto mantenere le forze efficenti pronte a reagire contro un probabile e prossimo tentativo di invasione: compito difensivo che deve essere svolto, e lo sarà ». Il 24 giugno, in Campidoglio, Giovanni Gentile pronuncia un'appassionata ovazione alla fede e alla resistenza nella lotta. Il filosofo parla a tutti gli italiani, ricordando che la guerra in corso non è che il logico sviluppo della storia e delle esigenze di vita della nazione. Esorta a voler credere nella vittoria, anche se è impossibile averne la certezza, come sempre è impossibile prevedere il futuro. Non solo il fascismo, ma tutta la nazione è impegnata nella partita mortale. Occorre sbarrare il passo alla prepotenza britannica, superare ogni viltà, tenere alta la bandiera anche nella sventura, perché l'Italia sia rispettata. Solo nel combattimento è la salvezza. Lo stesso 24 giugno, a Roma, a palazzo Venezia, Mussolini presiede la riunione del Direttorio nazionale del Partito. All'inizio della seduta, Scorza legge la seguente relazione: « In questo primo Direttorio che voi ci fate l'onore di presiedere, prima di darvi la forza del Partito e delle organizzazioni da esso dipendenti, è doveroso presentarvi il ruolino di coloro che sono caduti in nome del fascismo per la grandezza della patria nella presente guerra. Caduti 41.352 iscritti, così divisi: gerarchi 1.427, squadristi 650, fascisti 39.275. Il Partito offre all'Esercito in questo momento 1.606.140 iscritti, così divisi: fascisti 1.548.015, universitari 58.125. La forza totale degli iscritti ai Fasci di Combattimento al 10 giugno, dell'anno XXI è d 4.770.770. Per i presenti alle armi esiste la dispensa del tesseramento, dispensa alla quale molti hanno rinunciato ritirando la tessera a mezzo dei Corpi presso i quali sono in forza. Dei non richiamati alle armi, al 10 giugno hanno ritirato la tessera 2.763.438, che, assieme ad 1.298.015 richiamati rimasti in forza pur senza aver ritirata la tessera, danno un totale di 4.061.498 fascisti in regola col tesseramento. Analogamente, per i Gruppi universitarî fascisti, la situazione è la seguente: in regala col tesseramento 164.667 unità, ivi compresi 58.125 richiamati alle armi, con un aumento di 5370 unità rispetto alla forza esistente alla fine dell'anno XX. Duce! Come voi vedete, il numero dei tesserati continua ad essere grandissimo, nonostante la rigida disciplina, le selezioni operate e l'invito a non ritirare la tessera per coloro che non sentono di poter servire voi e il regime secondo le direttive di rigore religioso da voi emanate. Questo va detto a scorno e ad ammonimento di coloro i quali pensano che le legioni fasciste non sappiano o non possano resistere al clima duro che l'ora della patria richiede. E ciò non vale salo per gli uomini, ma anche per le donne le quali anzi presentano 1.217.036 iscritte, di fronte alla forza di 1.027.409 esistente a fine dell'anno XX, con un aumento così di 189.627 unità. Il rapporto sulle forze numeriche della Gioventù Italiana del Littorio vi sarà comunicato a tesseramento ultimato. Situazione quasi stazionaria o con lievi aumenti presentano invece le Associazioni dipendenti (scuola, addetti aziende Stato, pubblico impiego, ferrovieri, postelegrafonici), con un numero di tesserati di 903.389, rispetto alla forza a fine dell'anno XX di 892.518 unità. Infine, una diminuzione, giustificata dal tempo di guerra, presenta il Dopolavoro, con 4.500.000 tesserati, rispetto all'anno precedente in cui la forza raggiunse i 4.612.294. Duce! Queste sono le cifre, ma le cifre hanno un valore assoluto salo se rappresentano spirito e volontà. La volontà e lo spirito che animano le forze inquadrate sotto i segni del Littorio si chiamano fedeltà, disciplina, resistenza, vittoria ». Indi il capo del Governo pronuncia il discorso qui riportato.

Le cifre sulle forze numeriche del Partito sono veramente indicative e meritano qualche commento. Dimostrano che la massa dei tesserati è sempre imponente e credo che anche quando siano compiute le necessarie selezioni ed epurazioni, la massa rimarrà sempre considerevole. Saremo sempre, come dobbiamo essere, un Partito di massa, perché per governare e dirigere una nazione di quarantasei milioni di abitanti, che saranno fra non molto cinquanta, ci vuole una massa, ci vogliono decine e decine di migliaia di gerarchi, che intorno debbono avere centinaia di migliaia di collaboratori animati dalla stessa fede. L'importante è di selezionarli a mano a mano, a seconda delle necessità e a seconda delle epoche.
Il mio intervento a questa riunione è dovuto al fatto ch'io voglio riferire al Direttorio sull'indirizzo che mi è stato rimesso dal segretario del Partito, e che io ho ritenuto di dovere rendere di pubblica ragione. Avrei potuto farne anche a meno, come non sono state rese di pubblica ragione altre decisioni del Direttorio. Ma ho reputato fosse bene renderlo noto alla nazione, perché quelle sono idee non solo del Direttorio del Partito, ma le mie. Ed è bene che la nazione sappia che ad un certo momento la vita potrebbe stringersi con un rigore che forse taluni non sospettano ancora.
Le reazioni a questo indirizzo, per quello che riguarda l'estero, sono state le solite e non vale di occuparsi di loro. Non si polemizza con le nazioni nemiche se non a colpi di cannone: la migliore polemica è quella delle armi. Vi si può aggiungere anche l'altra, ma l'altra non può sostituire la prima, evidentemente.
Per quello che riguarda viceversa l'interna, ci sono stati alcuni sfasamenti e temporanee deviazioni polemiche, nonché erronee interpretazioni. Il camerata Scorza è intervenuto, perché, evidentemente, non era lecito uscire dal seminato. È certo che io difendo il Partito, sempre, in ogni caso, comunque e dovunque. Ora il Partito in tutte le sue epoche è stato all'altezza dei suoi compiti. Gli uomini hanno commesso degli errori: li vedremo fra poco. Ma furono sempre commessi in buona fede.
Fu forse un errore quello di immettere nel Partito tutti i combattenti della guerra mondiale? Non credo. Vennero i combattenti stessi a dirci: «Perché ci volete lasciare sulla porta? Molti di noi, contadini di piccoli centri, credevano che essere nell'Associazione o nel Partito fosse la stessa cosa ». Si è pensato che dare questo riconoscimento a questi vecchi, valorosi combattenti della guerra mondiale fosse un gesto comunque doveroso e in ogni caso non pericoloso, anche se il Partito accresceva i suoi effettivi di alcune centinaia di migliaia di uomini.
Può essere stato un errore quello, in un certo momento, di voler, dirò così, « ufficializzare » troppo il Partito. Se non avessi tirato la martinicca, ad un certo momento diventavano pubblici ufficiali anche quelli che stanno nei bar a distribuire bevande nei Dopolavoro. Anche li, però, si è peccato per eccesso, non per difetto. È chiaro che i gerarchi del Partito devono godere di un'autorità indiscussa e immediata e devono perciò possedere le attribuzioni e relative responsabilità di pubblici ufficiali.
Il Partito non è solo nelle cifre che vi ha letto in questo momento il camerata Scorza: è nelle sue decine di migliaia di caduti, nelle migliaia di volontari, da Pallotta a Borg Pisani. Borg Pisani, per me, è un uomo che sta alla pari con Cesare Battisti, Nazario Sauro, Filzi, Damiano Chiesa, e con quelli che furono i martiri del nostro Risorgimento. Egli è andato deliberatamente al sacrificio supremo.
In tutti questi anni il Partito ha tenuto in piedi il paese impegnato in una lotta come quella che noi sosteniamo e che è incominciata dal gennaio 1935.
Il Partito ha la sua linea ideale, che sarà sempre da me difesa, anche se domani dovessi fare un discorso tipo 3 gennaio. Io distinguo bene quelli che sono i valori eterni da quelli effimeri.
Per quello che riguarda i punti che il Direttorio ha segnalato, li esamineremo insieme.
« 1. - La repressione severa e, ove occorra, spietata, di tutti i tentativi che mirino a incrinare la compagine morale e materiale del popolo. Ove le leggi vigenti non bastino, se ne promulghino delle nuove ».
Perfetto. Ma il popolo italiano merita tutto il nostro rispetto e tutto il nostro amore, perché dà un esempio semplicemente meraviglioso, ed io effettivamente non saprei che cosa si possa chiedere di più al nostro popolo. Esso ci dà i suoi soldati, ci dà i suoi denari. L'ultimo prestito è tutto di piccole sottoscrizioni; i grossi sono stati pochi. Tira la cintura, sta impavido sotto i bombardamenti. Vi è una città che ha dato un esempio, che si è rivelata, non a me che la conoscevo, ma a molti italiani che noti la conoscevano e al mondo che la vedeva sotto una luce falsa: parlo di Napoli e dei settantatrè bombardamenti che ha subito.
Ci sono naturalmente degli elementi negativi e contrari. Ma volete che in una nazione di quarantasei milioni di abitanti non ci siano mille o centomila individui che, per ragioni di carattere personale, per il loro sistema nervoso debilitato, per la loro costituzione organica, sono insofferenti, paurosi, oltre a quelli che sono effettivamente degli oppositori, dirò così, schedati? Non bisogna generalizzare. Noi controlliamo esattamente tutto ciò e non bisogna attribuirvi una eccessiva importanza. Non saranno mai costoro, rottami quasi tutti dei vecchi partiti, che riusciranno a spiantare il regime e nemmeno ad interessarlo al di là di quella che può essere la normale funzione della Polizia. E bisogna ridicolizzare i fautori e diffusori di romanzi gialli e talora giallissimi, parto di fantasie malate, bisognose di energiche cure ricostituenti.
« 2. - L'unificazione, con disciplina severa e, anche qui, ove occorra, spietata, della produzione industriale, mentre deve essere perfezionata la disciplina unitaria della produzione agricola».
Bisogna mettere, infatti, queste forze dell'economia nazionale sopra un piano di rigorosa disciplina. Si sono fatti i piani della produzione agricola, cioè il piano regolatore che intende disciplinare quattro milioni di agricoltori, cioè quattro milioni di aziende agricole. È veramente un'impresa rivoluzionaria, anche perché l'economia agricola è varia e complessa da regione a regione, qualche volta da provincia a provincia. Sebbene in questo primo anno non si possa pensare che le cose procederanno tutte a meraviglia, si sono fatti i piani regolatori della produzione agricola. Bisogna procedere oltre per quanto riguarda la produzione industriale. Bisogna avere il coraggio di eliminare tutte le industrie che non hanno più ragione di essere, e bisogna avere il coraggio di esonerare tutti gli industriali i quali non sono all'altezza della situazione. L'uomo, diceva il filosofo greco Anassagora [leggi Protagora] (scusate la mia erudizione), è la misura di tutte le cose. Istituzioni mediocri con uomini preparati funzionano bene, istituzioni perfette con uomini deficenti vanno alla rovina.
« 3. - La disciplina e il controllo più efficace sull'approvvigionamento, la distribuzione, il commercio di tutti i generi, eliminando implacabilmente interferenze, soprastrutture e incompetenze disgregatrici e speculatrici ».
Si sono fatti in questo campo progressi e si possono obiettivamente riconoscere. Ci sono stati naturalmente dei disguidi, dei disturbi, dei disordini, delle perdite, dei deperimenti, ma qualche volta ciò è dovuto a delle ragioni di carattere puramente obiettivo che ognuno può facilmente intuire.
“4 La riduzione al minimo indispensabile degli enti economici, molti dei quali si sono dimostrati inutili o sorpassati o dannosi ai fini della disciplina economica di guerra, inquadrandoli nella funzione delle corporazioni ».
Io debbo avere al Senato parlato una volta del labirinto delle sigle. Un giorno incaricai un mio funzionario di raccogliermi tutte le sigle. Ne è venuto fuori un volume di proporzioni rispettabili. Io stesso, al Senato, dissi che veramente si creavano troppi enti, che molte volte ciò era affatto superfluo e talora dannoso. Tuttavia, quando si vuole organizzare un settore, bisogna pure creare un organismo. Se non volete chiamarlo ente, lo chiamerete ufficio, istituto, centro, organizzazione. Esempio: nel 1933 l'economia risiera della nazione correva un pericolo mortale. Il riso era sceso a prezzi minimi. Vennero da me tutti i rappresentanti dei risicoltori delle quattro provincie risicale italiane, delle principali, Novara, Vercelli, Pavia, Milano, a dirmi che la loro rovina era imminente. Si creò l'Ente risi. Tutti o quasi sono unanimi ora nel riconoscere che questo Ente ha bene lavorato per salvare la preziosissima fonte di ricchezza italiana che è il riso. Un giorno si è pensato che era ora di finirla col considerare l'Italia, dal punto di vista della moda, una provincia francese. La moda interessa per lo meno venti milioni di persone, in Italia. E si creò l'Ente della moda. Molti altri enti hanno egregiamente funzionato. Tuttavia la flora degli enti appare eccessiva. Nel tessile, per esempio, i lanieri hanno voluto il loro organismo, e l'hanno chiamato Giunta delle lane. I cotonieri non hanno voluto rimanere indietro ed hanno creato l'Istituto cotoniero. Quando si è voluto imporre il tessile autarchico, contro il quale taluni fanno ancora un larvato residuo ostruzionismo, si è creato l'Ente del tessile nazionale. Quando si è voluto proteggere la seta, si è creato l'Ente serico.
Tutto ciò può, a un dato momento, sboccare nel grande alveo che li deve raccogliere. Quando parlo di enti, vi comprendo anche gli enti che sono proiezioni non sempre necessarie delle amministrazioni dello Stato. L'alveo che può raccogliere tutti questi enti è la corporazione. Abbiamo creato la corporazione come forza disciplinatrice, coordinatrice di tutte le attività economiche della nazione. Tutto deve cominciare, svilupparsi, finire nella corporazione, che è una creazione attuale e tempestiva del nostro regime, che domani sarà ovunque, sia pure in altre forme, applicata se la economia dovrà passare dalla fase dell'individualismo liberistico già superata e non vorrà cadere nello statalismo burocratico di marca sovietica, dove tutta l'economia, dalla siderurgia alla « permanente » dei parrucchieri, e diventata una funzione economica dello Stato. La corporazione è una creazione tipica, rivoluzionaria del regime, e precorritrice di un periodo nuovo nella civiltà del mondo.
Anche qui si tratta di vedere se gli uomini che sono alla testa delle corporazioni sono sempre in grado di assolvere il loro compito, di fare veramente i coordinatori dell'economia, nel quale caso restano al loro posto. Se no, anche qui è un problema di uomini. Ormai il Partito dispone di una classe di dirigenti abbastanza numerosa e sufficentemente selezionata.
« 5. - L'applicazione, da parte delle amministrazioni dello Stato e di tutti gli Enti, della più produttiva dinamicità, con l'abbandono di forme e appesantimenti burocratici, tollerabili forse in tempi normali, ma delittuosi in tempo di guerra ».
Non bisogna fare della burocrazia italiana una specie di testa di turco, per cui, quando le cose non vanno alla perfezione, il burocrate deve pagare o deve essere messo sul banco dell'accusa. Ora, a parte che ci sono organismi privati che hanno una burocrazia veramente numerosa, non bisogna confondere i dipendenti dello Stato, che sono circa seicento, settecento, ottocentomila, adesso, con l'aumento dovuto alla guerra, con la burocrazia vera e propria. Non si possono chiamare burocrati i centocinduantatnila ferrovieri, i trentamila postelegrafonici, centoventimila maestri, tra maschi e femmine, i più di dodicimila professori di università e di scuola media, i quindicimila magistrati, cancellieri e altre categorie di questa specie, laonde per cui, la burocrazia, la vera burocrazia, è definita da me quella che può in qualche modo influire sulle direttive politiche ed economiche dello Stato. Quella è la vera burocrazia. Allora la burocrazia si limita a poche decine di persone. I direttori generali dei ministeri possono influire sull'amministrazione dello Stato ed è nelle loro attribuzioni il farlo, poiché essi rappresentano una « continuità ». Si tratta di uomini assai preparati per quanto riguarda la materia: lo dimostra il fatto che alti funzionari dello Stato sono molto desiderati dai privati.
La legge votata dall'ultima Consiglio dei ministri permette ai singoli ministri di allontanare i direttori generali che non sono all'altezza del loro compito. Credo che non siano molti.
Quanto al resto della burocrazia italiana, io che sono il capo di questa burocrazia e mi reputo uno degli impiegati più diligenti dello Stato - pensate che in ventun anni non ho mai smarrito una qualsiasi, anche insignificante pratica, dico mai, e alla sera il mio tavolo è sgombro di pratiche - io impiego molto il telefono. Quando voglio sapere quanti proiettori sono già stati costruiti, la vecchia moda mi consiglierebbe di scrivere una lettera al prefetto, il quale farebbe una lettera al direttore della fabbrica, il quale risponderebbe con una lettera al prefetto, che mi manderebbe copia di questa lettera. Io telefono, qualche volta direttamente al direttore della fabbrica, qualche volta al prefetto, dandogli il tempo strettamente necessario per informarsi e rispondere. Ciò è semplice. Si carteggia ancora troppo nella burocrazia italiana. C'è un « gusto del carteggio », per cui qualche volta si carteggia dal piano due al piano tre, qualche volta dalla stanza vicina all'altra stanza attigua. Qualche volta questi carteggiatori ci mettono un impegno veramente commendevole nel sostenere la loro tesi con richiami a leggi che vanno talora molto a ritroso nel tempo. Bisogna che la burocrazia, per essere veloce, si giovi dei mezzi moderni che la tecnica e la scienza abbondantemente ci offrono. Si deve però aggiungere che la burocrazia italiana è una delle meno numerose fra quelle di tutte le nazioni. E’ la meno retribuita, è la più onesta ed è quella che trova una troppo scarsa collaborazione nel pubblico. Il pubblico, essendo ancora abituato con reminiscenze storiche alle vecchie burocrazie degli Stati stranieri, deve aggiornarsi e pensare che si trova di fronte a un servitore dello Stato, a un collaboratore del regime. La burocrazia in questi ultimi tempi è stata innervata con elementi giovani; tuttavia una riforma si imporrà, per renderla più scorrevole, più rapida nelle sue decisioni; e, per abituarla in tutti gli scalini ad avere la massima cortesia e la più lunga pazienza nei confronti del pubblico, specialmente del pubblico minuto, specialmente del popolino, il quale non conosce le leggi, e non ha il tempo evidentemente per leggerle. Si deve applicare universalmente una formula che io proclamai una volta a Napoli: «Ascoltare con pazienza e operare con giustizia».
«6. - La repressione, con ogni mezzo, del mercato nero, fenomeno comune a tutti i paesi in guerra; ma addirittura incompatibile con l'etica fascista », eccetera.
Questo mercato cosiddetto nero è già oggi sottoposto a una fiera persecuzione. Questa sarà assolutamente draconiana il giorno in cui mi riesca di aumentare le razioni fondamentali: pane, pasta e grassi. Ci sarà allora una concomitanza di interessi: quelli che vorrebbero speculare sottraendo generi all'ammasso, penseranno che non ci sarà più tanta richiesta perché la razione sarà sufficente, e quelli della razione sufficente non saranno portati a qualunque costo a rifornirsi nelle zone b e c. La zona a è quella tesserata, la zona b è quella contingentata più o meno, la zona c è quella del mercato libero clandestino. Il « mattinale » dei carabinieri, i quali hanno il compito di agire in questa lotta, mi informa quotidianamente. Tutte le merci sequestrate sono assegnate all'ammasso o alle mense aziendali o ai poveri dei comuni.
Quando avremo aumentato le razioni fondamentali, allora si troverà il modo di andare a fare il controllo su tutto e su tutti. Nell'interesse di tutti. Nell'interesse anche di coloro che temono di morire di fame e si fanno delle abbondanti provviste e riserve. Bisognerebbe dire a questi signori : « Non lo fate. Siate intelligenti ».
Ripeto che questa lotta contro il mercato nero avrà un dato positivo: aumento delle razioni fondamentali, e un lato negativo, e cioè con pene ancor più severe di quelle già abbastanza severe oggi vigenti.
« 7. - Il più severo controllo e, se del caso, la chiusura dei grandi alberghi, delle pensioni e dei ristoranti di lusso », eccetera.
Sono favorevolissimo alla chiusura di questi alberghi di lusso, dove questi sfollati e queste sfollate danno spesso scandalo, e va a finire che mi corrompono anche la psicologia fin qui sana del villaggio. Esempi. L'altro giorno - come voi sapete, io leggo molta attentamente i giornali della provincia, nelle pagine interne, non nelle prime, perché nelle prime ci sono i soliti telegrammi - ho visto che le signore sfollate di Rapallo hanno organizzato una partita di « golf » con ben ventidue buche. Ciò è di un interesse enorme. Pensate: ventidue buche! Ora, le signore che si dilettano dei « golf » con ventidue buche, meriterebbero di essere mandate e saranno mandate a lavorare nelle fabbriche o nei campi. Questi sono veramente i casi classici di quella che io chiamo la sfasatura cretina, della gente che è infelice se non può giocare a pinnacolo. E qui torniamo al punto della borghesia. Sempre si discute di questa borghesia, cioè di coloro che hanno molta « facoltà » di spendere.
Comunque si possono tranquillamente chiudere questi alberghi di lusso. Così pure tutte le sartorie maschili e femminili di lusso, eccetera. Noi siamo ancora ad un regime di molta larghezza. Il nuovo Governo dell'Argentina ha già decretato l'abito unico. L'Inghilterra ha stabilito che le donne non possono scegliere per i loro abiti che tre colori. Roosevelt. ha ordinato un ulteriore raccorciamento delle camicie da uomo. Si suppone che riusciranno a coprire l'ombelico. L'Italia è ancora oggi il paese che ha la gente meglio vestita di tutti i paesi del mondo: dove non è mai stato possibile fare grandi fabbriche per vestiti a serie, perché ognuno vuole il suo sarto particolare. Bisognerà smobilitare i troppo ancora forniti guardaroba femminili e maschili. Si potranno realizzare tessili per alcune classi di soldati.
« 8. - Rimpatrio di tutti gli stranieri », eccetera.
Gli stranieri in Italia erano centodiecimila, dei quali molti sono stati rimpatriati. Altri sono stati «.concentrati ».
Bisogna che i federali nelle provincie siano vigilanti per quello che riguarda non solo gli stranieri, ma il trattamento fatto ai prigionieri. In taluni casi il trattamento dei prigionieri è semplicemente deplorevole. Tutti quelli che ritornano dalla prigionia, raccontano cose veramente raccapriccianti per quello che riguarda la perfidia, la crudeltà manierata degli inglesi, che sono rimasti, malgrado la loro vernice esteriore, un popolo di briganti, un popolo che ha conquistato il mondo col terrore, col ferro e col fuoco, che ha distrutto intere popolazioni di milioni e milioni di uomini, che ha fatto una guerra per imporre al Governo della Cina l'uso dell'oppio, che ha debilitato fino all'abbrutimento un quarto del genere umano.
E’ sintomatico che ufficiali ritornati dalla prigionia mi hanno chiesto una sola cosa: di fare i direttori dei campi di concentramento di prigionieri.
L'ultima parte dell'indirizzo concerne il lavoro obbligatorio. Bisogna sfruttare tutto il materiale umano della nazione. Finora non lo si è fatto in pieno. Tentativi più o meno riusciti, ma per quello che riguarda gli ebrei, per esempio, non si è fatto gran che. È chiaro che dobbiamo procedere energicamente su questa strada mobilitando tutte le energie maschili e femminili. Questo si è fatto in tutti i paesi del mondo, con misure molto più drastiche e draconiane di quelle che noi sin qui, dico sin qui, abbiamo adottato.
Così pure è giusto che tutti i fascisti siano impegnati a creare quella ch'io l'anno scorso definii « l'atmosfera dell'ammasso ». Abbiamo bisogno del conferimento totale all'ammasso, perché, ripeto, vaglio aumentare le razioni.
Le masse operaie. Le sospensioni, talune di brevissima durata, del lavoro del marzo scorso furono sporadiche e a fondo economico. Ogni tentativo di tramutarle in «politiche» fallì nella maniera più ridicola e pietosa. All'invito « clandestino » di dimostrazioni in piazza, nessuno, dico nessuno, rispose. Le classi operaie sono in linea col resto della nazione. Credo che un nuovo impulso alla vita sindacale convincerà gli operai che veramente il regime fascista è il miglior regime che essi si possono attendere in qualsiasi parte del mondo. A tal proposito è bene che i dirigenti dei sindacati vivano fra gli operai, non « sopra » gli operai, bensì « tra » gli operai, non disdegnando i più frequenti contatti cori gli operai. I quali, del resto, quando non siano, viziati dalle chimere bolsceviche, sono delle brave persone, educate, tranquille e che chiedono soltanto di essere apprezzate nella loro fatica e informate. Per quello che riguarda la gioventù, la mozione del Direttorio mi trova naturalmente consenziente. lo sono sempre d'avviso che bisogna fare largo ai giovani. E altra volta ho detto che il segno infallibile di una senilità incipiente è la gelosia veramente assurda verso i giovani. Bisogna fare largo ai giovani, ma non a quelli che lo sono soltanto per il fatto dell'anagrafe. Posto ai giovani, che oltre ad essere giovani, cioè oltre al fatto di essere nella migliore e fugace stagione della vita, hanno anche delle qualità intrinseche. È chiaro che se un uomo a diciotto anni è uno stupido, la sua situazione è aggravata dal fatto che ha diciotto anni e che rimarrà stupido per altri cinquanta.
È mia convinzione che l'indirizzo impresso al Partito farà dei giovani i nostri continuatori. Questo noi dobbiamo volere. L'ho detto in piazza a Milano nel 1936. Noi dobbiamo essere orgogliosi e felici di consegnare i nostri labari ai giovani, perché solo in questo modo, da generazione in generazione, la rivoluzione si arricchisce di nuove, intatte, entusiastiche energie.
Sono molto lieto di constatare che nelle nomine dei federali di oggi moltissimi sono delle classi che vanno tra il 1905 e il 1915, cioè uomini che hanno ventotto e trent'anni.
Ora c'è la questione che mi è stata sottoposta dal segretario del Partito che si riallaccia a questo problema: la questione della «guardia ai labari ». Questa « guardia ai labari » non può costituire un doppione della Milizia, perché la Milizia è stata ed è veramente la guardia armata della rivoluzione. La Milizia merita l'ammirazione e l'amore del popolo italiano. La Milizia in tutti i campi di battaglia dove è stata portata, si è letteralmente coperta di gloria. La Milizia oggi ha centinaia di migliaia di uomini; ha dei battaglioni «M », che sono lo specchio, dovrebbero essere lo specchio per tutti; ha una divisione corazzata, il cui armamento ci è stato fornito, in forma di solidale simpatia, dalle « S.S. » germaniche. Anche per evitare questioni annesse e connesse, ho deciso che la « guardia ai labari » sia affidata ai giovani, cioè alla Gioventù Italiana del Littorio. Si tratta di una guardia ideale. Sono gli anziani che vedono in questo fatto una perennità. Saranno, quindi, centocentocinquantamila giovani, i quali, comandati da uno squadrista della vigilia, avranno questo compito, che certamente, ne sono convinto, esalterà il loro orgoglio e sublimerà la loro fede. Questi giovani dovranno essere scelti molto bene, anche dal punto di vista fisico. Gli squadristi dovranno essere squadristi della prima ora, che abbiano ancora combattuto, mutilati, decorati, gente di fede cristallina e certissima.
Tutti gli uomini del Partito, tutte le gerarchie del Partito devono essere convinti, e devono fare di questa convinzione vangalo per tutto il popolo italiano, che in questa guerra non ci sono alternative, non c'è un «o» e un «oppure». Questa è una guerra che non ammette che una strada : continuarla fino alla vittoria. O si vince, come io credo fermissimamente, insieme coi camerati dell'Asse e del Tripartito, o altrimenti l'Italia avrà una pace di disonore, che la respingerà al quarto o al quinto posto come potenza.
Non più tardi di questa mattina leggevo in un articolo di una rivista inglese questa frase: « L'Inghilterra deve dominare il Mediterraneo. Non sarà più permesso all'Italia di contare in qualsiasi modo come potenza militare ».
Chi crede o finge di credere alle suggestioni del nemico, con relativa guerra dei nervi, è un criminale, un traditore, un bastardo. La pace significa la capitolazione; la capitolazione significa il disonore e la catastrofe. La prima logica cosa che il nemico farebbe sarebbe quella di disarmare l'Italia, fino ai fucili da caccia, lasciando all'Italia soltanto delle polizie municipali. Sarebbe la distruzione di tutte le industrie, perché; non avendo più noi la facoltà di armarci, è chiaro che tutta l'industria siderurgica, metallurgica, meccanica, sarebbe soppressa. Sarebbe la fine anche dell'industria meccanica dell'automobilismo. Ford fece già due tentativi di venire in Italia: una volta voleva piantare le sue tende a Livorno e un'altra volta a Trieste. Tentativi vani. I nemici ci lascerebbero gli occhi per piangere. Non è escluso che ci porterebbero via anche tutti i tesori artistici, per pagarsi. È del resto già avvenuto molte volte nella storia che i conquistatori hanno depredato l'Italia, non escluso Napoleone.
La stessa agricoltura sarebbe sacrificata, perché i grandi produttori cerealicoli del Nord America direbbero: « La vostra è un'agricoltura antieconomica: vi daremo noi il grano. Voi potrete coltivare soltanto degli ortaggi facilmente deperibili ». L'Italia tornerebbe ad essere come la preferiscono sempre i suoi secolari nemici: una semplice espressione geografica. Io mi rifiuto di pensare che ci siano degli italiani, degni di questo nome, che possono prospettarsi una cosa di questo genere senza sentirsi sprofondati nella più ontosa delle umiliazioni e delle vergogne. Ci sono dei dubitosi, e non bisogna meravigliarsi.
Cristo non ebbe che dodici discepoli, e se li era coltivati durante tre anni con una predicazione sovrumana attraverso le colline riarse della Palestina. Eppure, nell'ora della prova, uno lo tradì per trenta denari, un altro lo rinnegò tre volte, e alcuni altri erano piuttosto incerti. Non c'è dunque da stupirsi se vi sono dei dubitanti. A questi dubitanti bisogna dire che questa guerra ha degli sviluppi che non possono essere preveduti, sviluppi di natura politica, e non soltanto politica, che sono in gestazione.
I massacri dei negri a Detroit dimostrano che la famosa Carta atlantica è diventata una carta. Voleva l'eguaglianza delle razze. Si è visto che l'americano bianco ha una insofferenza fisica, irresistibile, inguaribile per il negro. I negri stessi, dopo la carneficina di Detroit, si saranno convinti che le promesse di Roosevelt sono menzognere. Chandra Bose, che non digiuna, è alle porte dell'India. Il nemico « deve » giocare una carta. Ha troppo proclamato che bisogna invadere il continente. Lo dovrà tentare, quesito, perché altrimenti sarebbe sconfitto prima ancora di avere combattuto. Ma questa è una carta che non si può ripetere. Fu concesso a Cesare di invadere per la seconda volta la Britannia, dopo che un naufragio gli aveva disperso i legni coi quali aveva tentato la prima invasione.
E ancora bisogna distinguere tra « sbarco », che è possibile, « penetrazione », e, finalmente, « invasione ». È del tutto chiaro che se questo tentativo fallirà, come è mia convinzione, il nemico non avrà più altre carte da giocare per battere il Tripartito. Giudica male gli Sviluppi di questa guerra, colui che si ferma agli episodi.
Il popolo italiano è oramai convinto che è questione di vita o di morte. Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare, sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del « bagnasciuga », la linea della sabbia, dove l'acqua finisce e comincia la terra. Se per avventura dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva, che ci sono, si precipitino sugli sbarcati, annientandoli sino all'ultima uomo. Di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupato rimanendo per sempre in una posizione orizzontale, non verticale.
Il dovere dei fascisti è questo: dare questa sensazione, e, più che una speranza, la certezza assoluta, dovuta ad una decisione ferrea, incrollabile, granitica.
Così il Partito si avvia ad adempiere la sua funzione, in questo formidabile momento. Il Partito, che è mia creatura, che amo e difendo, della quale sono geloso. In questo periodo il Partito deve essere più che mai il motore della vita della nazione, il sangue che circola, l'aculeo che sprona, la campana che batte, l'esempio costante. L'esempio. Non . vi è alcuna cosa al mondo che possa superare in efficacia l'esempio. Stare in mezzo al popolo, assisterlo, perché il popolo merita di essere assistito. Parlargli il linguaggio della verità. E tener duro. Tener duro, perché questo è voluto dall'onore. Coloro che oggi ci lusingano o ci mandano dei messaggi tra ingiuriosi e ridicoli, ove domani noi cedessimo alle loro lusinghe false, ci farebbero un sorriso cortese, ma
nel loro interno ci disprezzerebbero. Direbbero: «Veramente questi italiani non sono capaci di resistere fino alle dodici. Alle undici e tre quarti mollano ». Questo per quanto riguarda l'onore, al quale dobbiamo tenere in sommo grado. Poi ci sono gli interessi supremi della nazione e la conquista di una vittoriosa pace che dia all'Italia, da trent'anni in guerra guerreggiata, la calma e i mezzi per assolvere la sua storica missione che la. impegnerà per il resto del secolo.
La polemica nemica è veramente stupida quando punta su me, personalmente su me. Questo è l'eterno sistema degli inglesi. Gli inglesi hanno sempre bisogno di concentrare i loro odi sopra una persona che essi, falsi cristiani e autentici anticristiani, indicano come 1'incarnazione del demonio. Per quello che riguarda la mia responsabilità, la rivendico, naturalmente, in pieno. Un giorno dimostrerò che questa guerra non si poteva, non si doveva evitare, pena il nostro suicidio, pena la nostra declassazione come potenza degna di storia. Il nemico, e per me il nemico numero uno è sempre stato ed è l'anglosassone, sta oramai convincendosi che venti anni di regime non sono passati invano nella vita italiana e che è umanamente impossibile cancellarli. I soldati di tutte le Forze Armate sentono la grandezza del momento e dei loro compiti. Il popolo italiano possiede risorse morali ancora intatte. Prevedevano che sarebbe caduto in tre mesi. È in piedi dopo tre anni.
Oggi che il nemico si affaccia ai termini sacri della patria, i quarantasei milioni di italiani, meno trascurabili scorie, sono in potenza e in atto quarantasei milioni di combattenti, che credono nella vittoria perché credono nella forza eterna della patria.
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Giovanni




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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:09 am    Oggetto:  
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IL PRIMO DISCORSO DOPO LA LIBERAZIONE

Discorso pronunciato alla radio di Monaco di Baviera la sera del 18 settembre 1943.

Camicie Nere, Italiani e Italiane!
Dopo un lungo silenzio, ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili e che ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria.
Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi perché, dopo un periodo di isolamento morale, era necessario che riprendessi contatto col mondo.
La radio non ammette lunghi discorsi. Senza ricordare per ora i precedenti, vengo al pomeriggio del 25 luglio, nel quale accadde quella che, nella mia già abbastanza avventurosa vita, è la più incredibile delle avventure.
II colloquio che io ebbi col Re a Villa Savoia durò venti minuti e forse meno. Trovai un uomo col quale ogni ragionamento era impossibile, poiché egli aveva già preso le sue decisioni. Lo scoppio della crisi era imminente.
E' già accaduto, in pace e in guerra, che un ministro sia dimissionario, un comandante silurato, ma è un fatto unico nella storia che un uomo il quale, come colui che vi parla, aveva per ventun anni servito il Re con assoluta, dico assoluta, lealtà, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, costretto a salire su una autoambulanza della Croce Rossa, col pretesto di sottrarlo ad un complotto, e condotto ad una velocità pazza, prima in una, poi in altra caserma dei carabinieri.
Ebbi subito l'impressione che la protezione non era in realtà che un fermo. Tale impressione crebbe, quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, attraverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e dalla Maddalena al Gran Sasso, che il piano progettato contemplava la consegna della mia persona al nemico.
Avevo però la netta sensazione, pur essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer si preoccupava della mia sorte. Goering mi mandò un telegramma più che cameratesco, fraterno. Più tardi il Fuhrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale dell'opera di Nietzsche.
La parola "fedeltà" ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno, nell'anima tedesca, è la parola che nel collettivo e nell'individuale riassume il mondo spirituale germanico.
Ero convinto che ne avrei avuto la prova.
Conosciute le condizioni dell'armistizio, non ebbi più un minuto di dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell'articolo 12. Del resto, un alto funzionario mi aveva detto: "Voi siete un ostaggio". Nella notte dall'11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C'era nell'aria limpida attorno all'imponente cima del monte, una specie di aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante, poi successivamente altri: quindi, squadre di uomini avanzarono verso il rifugio decisi a spezzare qualsiasi resistenza. Le guardie che mi vegliavano lo capirono e non un colpo partì. Tutto è durato 5 minuti: l'impresa rivelatrice dell'organizzazione e dello spirito di iniziativa e della decisione tedesca rimarrà memorabile nella storia della guerra. Col tempo diverrà leggendaria.
Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale, ma esso è un ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui i1 governo democratico liberale e costituzionale del 25 luglio ha gettato l'intera nazione. Non credevo in un primo tempo che il governo del 25 luglio avesse programmi cosi catastrofici nei confronti del partito, del regime, della nazione stessa. Ma dopo pochi giorni le prime misure indicavano che era in atto l'applicazione di un programma tendente a distruggere l'opera compiuta dal regime durante venti anni ed a cancellare vent'anni di storia gloriosa che aveva dato all'Italia un impero ed un posto che non aveva mai avuto nel mondo.
Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua noi spettatori sul nostro territorio taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità e quindi continuare nell'equivoco.
Mentre rivendichiamo in pieno la nostra responsabilità, vogliamo precisare quelle degli altri a cominciare dal Capo dello Stato, essendosi scoperto che, non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.
E' la sua dinastia che, durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il Re dichiarata, è stata l'agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca. II suo disinteresse all'andamento della guerra, le prudenti e non sempre prudenti riserve mentali, si prestarono a tutte le speculazioni del nemico mentre l'erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle armate del sud, non è mai comparso sui campi di battaglia. Sono ora più che mai convinto che casa Savoia ha voluto, preparato, organizzato anche nei minimi dettagli il colpo di stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli ed imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo. Non può esistere alcun dubbio che il Re ha autorizzato, subito dopo la mia cattura, le trattative dell'armistizio, trattative che forse erano già incominciate tra le due dinastie di Roma e di Londra. E' stato il Re che ha consigliato i suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso. E' il complesso dinastico che ha premeditato ed eseguito le demolizioni del regime che pur vent'anni fa l'aveva salvato e creato il potente diversivo interno a base del ritorno dello Statuto del 1848 e della libertà protetta dallo stato d'assedio.
Quanto alle condizioni dell'armistizio, che dovevano essere generose, sono tra le più dure che la storia ricordi. Il Re non ha fatto obbiezioni di sorta nemmeno, ben inteso, per quanto riguardava la premeditata consegna della mia persona al nemico. E' il Re che ha, con il suo gesto, dettato dalla preoccupazione per l'avvenire della sua Corona, creata per l'Italia una situazione di caos, di vergogna interna, che si riassume nei seguenti termini: in tutti i continenti, dalla estrema Asia all'America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di casa Savoia. Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettata la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo, né potrebbe accadere diversamente. L'Inghilterra, ad esempio, che nessuno pensava di attaccare e specialmente il Fuhrer non pensava di farlo è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.
D'ora innanzi può accadere che anche nei rapporti privati ogni italiano sia sospettato. Se tutto ciò portasse conseguenze solo per il gruppo dei responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: tutto ciò viene scontato dal popolo italiano, dal primo all'ultimo dei suoi cittadini.
Dopo l'onore compromesso, abbiamo perduto, oltre i territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche, e forse per sempre, tutte le nostre posizioni adriatiche, joniche, egee e francesi che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.
II regio Esercito si è quasi dovunque rapidamente sbandato. E niente è più umiliante che essere disarmato da un alleato tradito tra lo scherno delle popolazioni locali. Questa umiliazione deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai loro camerati tedeschi su tanti campi di battaglia. Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove soldati italiani e tedeschi riposano insieme, dopo l'ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.
La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico, in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà la minaccia permanente contro l'Italia e il caposaldo dell'imperialismo inglese nel Mediterraneo.
Solo l'aviazione ha potuto salvare buona parte del suo materiale, ma anch'essa è praticamente disorganizzata. Queste sono le responsabilità indiscutibili, documentate irrefutabilmente anche nel discorso del Fuhrer, il quale ha narrato, ora per ora, l'inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti che gli angloamericani, d'accordo col governo di Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell'armistizio, contro grandi e piccole città dell'Italia centrale.
Date queste condizioni, non è il regime che ha tradito la monarchia, ma è la monarchia che ha tradito il regime, tanto che oggi è decaduta nelle coscienze del popolo ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa compromettere minimamente la compagine unitaria del popolo italiano. Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita. Quanto alle tradizioni, ve ne sono più repubblicane che monarchiche: più che dai monarchici, l'unità e l'indipendenza d'Italia fu voluta, contro tutte le monarchie più o meno straniere, dalla corrente repubblicana che ebbe il suo puro e grande apostolo in Giuseppe Mazzini.
Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini.
Nell'attesa che il movimento si sviluppi fino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:
1) riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina cosi obbrobriosa nella storia della Patria;
2) preparare, senza indugio, la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia; solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l'entità del sacrificio;
3) eliminare i traditori; in particolar modo quelli che fino alle 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file del nemico;
4) annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.
Camicie Nere fedeli di tutta Italia!
lo vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi. L’esultanza del nemico per la capitolazione dell'Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi Germania e Giappone non capitoleranno mai.
Voi, squadristi, ricostituite i vostri battaglioni che hanno compiuto eroiche gesta.
Voi, giovani fascisti, inquadratevi nelle divisioni che debbono rinnovare, sul suolo della Patria, la gloriosa impresa di Bir el Gobi; voi, aviatori, tornate accanto ai vostri camerati tedeschi ai vostri posti di pilotaggio, per rendere vana e dura l'azione nemica sulle nostre città, voi, donne fasciste, riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale, cosi necessaria al popolo. Contadini, operai e piccoli impiegati!
Lo Stato che uscirà dall'immane travaglio sarà il vostro e come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili. La nostra volontà, il nostro coraggio e la vostra fede ridaranno all'Italia il suo volto, il suo avvenire, le sue possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere, per voi tutti, una suprema certezza.
Viva l'Italia! Viva il Partito Fascista Repubblicano!
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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:10 am    Oggetto:  
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PRIMA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI REPUBBLICANO

Tenutasi alla Rocca delle Caminate il 27 settembre 1943.

La situazione dell'Italia, nel momento in cui il Governo fascista repubblicano intraprende la sua fatica, può definirsi, senz'ombra di esagerazione, una delle più gravi della sua storia. Bastano per confermarlo le seguenti semplici considerazioni. Alla mattina del 25 luglio l'Italia, pur selvaggiamente martoriata dai bombardamenti angloamericani, era uno Stato e il suo territorio, meno la Sicilia occidentale, intatto. Il tricolore sventolava ancora a Rodi, a Tirana, a Lubiana, a Spalato, in Corsica, sul Varo. Oggi, a due mesi di distanza, il nemico occupa un terzo del territorio nazionale, e tutte le nostre posizioni fuori del territorio nazionale e d'oltremare sono state sgomberate. La perdita di queste posizioni, che pur avevano costato tanto sangue e tanto sacrificio al popolo italiano, fu provocata da un armistizio durissimo, quale non vi fu mai nella storia, concluso all'insaputa degli alleati e quindi attraverso un tradimento senza precedenti, che basta a disonorare per sempre la monarchia e i suoi complici.
Le conseguenze dell'armistizio sono state semplicemente catastrofiche. Consegna al nemico della Marina italiana, liquidazione umiliante attraverso il disarmo di tutte le altre forze militari italiane, bombardamenti continui e spietati, che dovevano coprire i negoziati in atto fino dai primi di agosto, abbattimento profondo dell'anima nazionale, disordine nelle cose e negli spiriti e continuazione della guerra sul nostro territorio, come chiunque avrebbe potuto facilmente prevedere.
Data questa situazione di fatto, le direttive che guidano l'azione del Governo non possono essere che le seguenti: tener fede all'alleanza con le nazioni del Tripartito e per questo riprendere il nostro posto di combattimento accanto alle unità tedesche attraverso la più sollecita riorganizzazione delle nostre forze militari, a cominciare da quelle della difesa contraerea e costiera. Nell'attesa della preparazione di queste forze si è già cominciata a dare cordiale e pratica collaborazione alle autorità militari tedesche che operano sul fronte italiano.
Attraverso lo sforzo militare noi intendiamo non solo di cancellare la pagina del 25 luglio e quella ancora più disastrosa dell'8 settembre, ma raggiungere i nostri obiettivi, che sono la integrità territoriale della nazione, la sua indipendenza politica, il suo posto nel mondo.
Il nuovo sforzo militare, che l'onore e gli interessi della nazione ci impongono di compiere, sarebbe impossibile se la vita nelle provincie non riprendesse il suo ritmo normale e se i cittadini con la loro consapevole disciplina non si rendessero conto delle necessità attuali. La prossima nomina dei capi delle provincie, concentrando autorità e responsabilità in una sola persona, ridarà al complesso delle nostre istituzioni locali la possibilità di un funzionamento, per quanto possibile, regolare.
Non sono in progetto, salvo i casi accertati di violenza, repressioni generiche contro tutti coloro che in un momento di incosciente aberrazione infantile credettero che un Governo militare fosse il più adatto a realizzare il regime della sconfinata libertà. Né saranno oggetto di particolari misure coloro i quali avendo fatto costante professione di antifascismo più o meno attivo, tali si dichiararono nelle giornate del 26 luglio e seguenti. Ma vi è un'altra categoria di individui che non dovranno sfuggire a severe sanzioni e sono tutti quelli iscritti al Partito i quali nascosero sotto un'adesione formale la loro falsità, ricoprirono talora per anni e anni alte cariche, ricevettero onori e ricompense, e al momento della prova, nelle giornate del colpo di Stato, passarono al nemico. Essi sono corresponsabili dell'abisso, nel quale la patria è caduta. Tribunali straordinari provinciali giudicheranno questi casi di tradimento e di fellonia; ciò servirà di monito per il presente e per il futuro.
L'attuale Governo ha tra i compiti quello fondamentale di preparare la Costituente, che dovrà consacrare il programma del Partito con la creazione dello Stato fascista repubblicano. Non è ancora il momento delle precisazioni in una così grave e delicata materia, ma due elementi essenziali io credo necessario di fissare alla fine di questa prima riunione, e cioè che la Repubblica sarà unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrà un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna.
Come ho detto all'inizio, la situazione è da ogni punto di vista gravissima, ma non è disperata. Un popolo non può perire quando ha la coscienza di essere un popolo. Ci sono popoli che hanno subito prove tremende, talora secolari, e che rifiorirono. Forze di ripresa sono già in atto. Il Governo intende organizzarle, convogliarle, prepararle ai compiti della guerra, perché ancora e sempre sono decisive per l'avvenire della patria le sorti della guerra.
Io vi ringrazio di avere accolto il mio invito, di esservi riuniti attorno a me in questo momento, e conto sulla vostra collaborazione.

Le dichiarazioni di Mussolini sono state acclamate. Dopo che il segretario del Partito Fascista Repubblicano e alcuni ministri hanno riferito sulla situazione nei rispettivi settori di competenza, si sono adottate le seguenti deliberazioni:
1. - A seguito della conferma della dichiarazione di città aperta per Roma, il Governo fissa la propria sede in un'altra località presso il Quartier generale delle Forze Armate.
2. - L'attuale Senato di nomina regia è disciolto e abolito. La Costituente prenderà in esame l'opportunità della sua eventuale ricostituzione secondo gli ordinamenti del nuovo Stato fascista repubblicano.
3. - Nella riorganizzazione in atto delle Forze Armate, le forze terrestri, marittime e aeree vengono rispettivamente inquadrate nella Milizia, nella Marina e nella Aeronautica dello Stato fascista repubblicano. Il reclutamento avviene per coscrizione e per volontariato. Per gli ufficiali e i sottufficiali, mentre sono rispettati i diritti acquisiti, il trattamento morale ed economico viene adeguato all'alto compito di un moderno organismo militare e alle nuove esigenze della vita sociale.
4. - In conformità dell'indirizzo di politica sociale perseguito dal Partito Fascista Repubblicano e quale necessaria premessa per l'ulteriore rapida realizzazione, viene decisa la fusione delle Confederazioni sindacali in un'unica Confederazione generale del lavoro e della tecnica. La Confederazione opera nell'ambito e nel clima del Partito, il quale le conferisce tutta la propria forza rivoluzionaria.
5. - La Commissione per l'accertamento degli illeciti arricchimenti di gerarchi fascisti, costituita dal cessato Governo, rimane in funzione, estendendo peraltro l'accertamento sugli illeciti guadagni a tutti coloro, senza distinzione di Partito, che hanno, negli ultimi trent'anni, ricoperto cariche politiche o incarichi pubblici, ivi compresi i funzionari e i militari.
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SECONDA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI REPUBBLICANO

Tenutasi a Gargnano, a villa Feltrinelli, il 27 ottobre 1943.

Nel mese trascorso dal primo Consiglio dei ministri si sono accentuati i segni della ripresa dello spirito nazionale.
Il popolo italiano sta lentamente risollevandosi dal profondo baratro di umiliazione e di rovina morale e materiale nel quale fu gettato dai traditori del luglio e del settembre. Le linee di un assestamento si precisano già abbastanza chiare nei diversi campi della vita nazionale.
Anzitutto nel campo militare. La nuova organizzazione delle Forze Armate italiane sta enucleandosi. La fase della dispersione, del saccheggio, della autosmobilitazione può dirsi in via di superamento.
Il maresciallo Graziani, affiancato ora dal generale Gambara, tradurrà in atto l'aspirazione di quanti italiani sono degni di questo nome: riprendere il più presto possibile il nostro posto di combattimento a lato dei camerati dell'Asse e del Tripartito. Gli accordi con lo Stato Maggiore germanico, già stipulati e perfezionati anche nei dettagli, ci permettono di preparare nuove unità, i cui contingenti ci saranno forniti, oltre che dai volontari, dalle classi d'imminente chiamata.
La legge fondamentale sulle Forze Armate che il Consiglio dei ministri è chiamato ad esaminare, costituisce la base sicura e razionale per la creazione di una organizzazione militare forte, moderna, rispondente alle nostre necessità e adeguata a quelle che sono state le esperienze di questi quattro anni di guerra.
In base a questa legge fondamentale verrà fissato, sollecitamente, il nuovo ordinamento dell'Esercito nazionale repubblicano, l'ordinamento della Marina e dell'Aviazione. Sin da questo momento è previsto che la difesa contraerea passerà integralmente al ministero dell'Aria. I reparti sono già in via di costituzione.
Come fu già annunciato, la Milizia farà parte integrante dell'Esercito e vi formerà, analogamente al Corpo degli alpini e dei bersaglieri, il Corpo delle camicie nere.
Nel campo politico-amministrativo, il riassetto è in corso con la nomina dei capi delle provincie e dei questori, con la formazione dei Fasci repubblicani, col prossimo funzionamento dei Tribunali straordinari provinciali, con la preparazione della grande assemblea costituente, che getterà le solide fondamenta della Repubblica Sociale Italiana.
Nel campo monetario-economico, gli eventi del luglio-agosto-settembre hanno avuto, e non potevano non avere, le più gravi ripercussioni. Anche qui, nonostante le difficoltà dei rifornimenti, e soprattutto delle comunicazioni, si nota qualche segno di miglioramento.
L'accordo stipulato fra il Governo germanico e quello italiano, concernente le spese per gli eserciti tedeschi in Italia e il conseguente ritiro dei marchi di occupazione, è importantissimo ed è destinato ad avere le più favorevoli ripercussioni nel campo monetario, in quanto indica, attraverso il controllo della circolazione, la netta tendenza anti-inflazionista che il Governo fascista repubblicano intende seguire.
Nel concludere questa schematica esposizione voglio sottolineare i due fatti seguenti:
1. - In diversi settori i soldati italiani hanno ripreso volontariamente il loro posto coi camerati germanici.
2. - L'ordine pubblico nelle provincie da noi controllate è da considerarsi avviato alla normalità.

Dopo le dichiarazioni del Duce sono stati presi in esame ed approvati i seguenti provvedimenti:
Schema di decreto concernente la facoltà di collocare a riposo per speciali motivi di servizio i funzionari statali di grado superiore al quinto. Schema di decreto relativo all'istituzione dell'Ente nazionale per l'assistenza e la tutela degli interessi delle provincie invase.
Schema di decreto concernente la nomina ad ambasciatore del ministro plenipotenziario di prima classe Filippo Anfuso con destinazione a Berlino. Schema di decreto concernente la nomina ad ambasciatore del ministro plenipotenziario di prima classe Giovanni Capasso Torre di Caprara, conte delle Pastene.
Schemi di decreti concernenti la destinazione a Sofia del ministro plenipotenziario di prima classe Carlo Umiltà; la destinazione a Zagabria del ministro plenipotenziario di prima classe Antonio Tamburini; la destinazione a Budapest del ministro plenipotenziario di seconda classe Raffaello Casertano; la destinazione a Bucarest del ministro plenipotenziario di seconda classe Renato Silenzi.
Il sottosegretariato di Stato, date le sue molteplici occupazioni di carattere amministrativo e politico, affidava la condotta delle operazioni militari al sottocapo di Stato Maggiore. Logicamente il solo responsabile del ministero verso il capo dello Stato è sempre il sottosegretario di Stato, il quale dà al capo di Stato Maggiore le direttive da seguire. A capo di Stato Maggiore della Marina è stato nominato il contrammiraglio Giuseppe Sparzani.
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PRIMO DISCORSO ALLE TRUPPE DELLA DIVISIONE « SAN MARCO»

La mattina del 24 aprile 1944, lasciato il castello di Klessheim Mussolini giunge col seguito a Grafenwoehr, campo di addestramento della divisione San Marco, per ispezionarla. « All'ingresso dell'accampamento si sono fatti incontro al corteo il comandante germanico del campo e il comandante la divisione, generale Princivalle. Il Duce ha trovato la divisione, forte di seicento ufficiali e di dodicimila uomini, schierata in quadrato, e l'ha passata in rassegna, soffermandosi a lungo davanti a ogni reparto. Tutti gli uomini, rigidi nella posizione di saluto, erano in perfetto assetto di guerra. Dopo la rivista, durata oltre mezz'ora, il Duce è salito su d'un grande podio, eretto al centro del quadrato, decorato con bandiere italiane e tedesche, con l'aquila hitleriana, il fascio repubblicano e le insegne della San Marco. Egli ha rivolto ai soldati, immobili e frementi nell'attesa, il discorso qui riportato.

Ufficiali! Sottufficiali! Graduati e soldati della divisione «San Marco » !
Vi porto il saluto della patria e insieme l'incitamento e l'augurio della Repubblica Sociale Italiana. Voi siete venuti in questo grande paese amico ed alleato, che si presenta al mio sguardo nel quinto anno di questa durissima guerra più che mai ferreo, deciso, irremovibile, tramutato in una gigantesca officina, in una sola caserma. Qui uomini e donne, vecchi e bambini lavorano senza misurare il tempo, mentre i soldati che combattono sotto le bandiere del Fuhrer hanno dato su tutti i teatri di guerra prove memorabili di eroismo, che si impongono al rispetto degli stessi avversari e all'ammirazione del mondo. Qui siete venuti e rimarrete il tempo necessario per addestrarvi al combattimento secondo i metodi della guerra moderna, per imparare il maneggio di nuove armi numerose e potenti, per divenire soldati nel senso più completo della parola, per prepararvi soprattutto a cancellare l'onta infame del tradimento, che fu perpetrato non solo ai danni dell'alleato, ma in primo luogo ai danni del popolo italiano.
Quest'onta non si cancella se non tornando a combattere contro l'invasore che contamina il suolo sacro della patria. Oltre il Garigliano non bivacca soltanto il crudele e cinico britanno, ma l'americano, il francese, il polacco, l'indiano il sudafricano, il canadese, l'australiano, il neozelandese, il marocchino, il senegalese, il negro e il bolscevico. Voi avrete quindi la gioia di far fuoco su questo miscuglio di razze; bastarde e mercenarie che nell'Italia invasa non rispettano niente e nessuno.
Ufficiali! Sottufficiali! Graduati e soldati !
Nei campi di addestramento in Germania si gettano le solide fondamenta dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana. Voi avete il singolare privilegio di partecipare a questa nuova grande costruzione e avrete il sommo onore di tornare al combattimento. La patria conta su di voi nella certezza che il vostro leone, che già conobbe i trionfi della Serenissima, recherà un giorno sulle ali spiegate l'auspicio della vittoria.
Italia!

Il grido « Italia! » è stato immediatamente ripreso dalla folla di soldati. Come in ondate continue, più volte il grido ha echeggiato nella vasta pianura tra le file che la passione faceva ondeggiare, e ad esso hanno fatto seguito altri gridi, l'invocazione al Duce, il grido : "Nettuno! Nettuno!".
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AGLI ALPINI DELLA DIVISIONE « MONTEROSA »

II pomeriggio del 16 luglio 1944, proveniente da Gargnano Mussolini giunge col seguito a Munzinger, campo di addestramento della divisione Monterosa, per ispezionarla. «Gli si fanno incontro il maresciallo Graziani, accompagnato dai generali Hott e Pilcer, che sovrintendono alle unità in addestramento, il comandante della divisione, generale Carloni, e vari alti ufficiali italiani e germanici. La banda della divisione intona Giovinezza, mentre il generale Carloni presenta al Duce la sua unità, dicendosi fiero ed orgoglioso dell'onore accordato ai suoi uomini che si accingono a tornare al combattimento a franco dei camerati germanici. Mussolini inizia la rivista. Passa lentamente tra i reparti, fissa ad uno ad uno questi robusti figli della montagna. C'è qui un'intera tradizione, la vecchia e nostalgica tradizione della penna nera, degli scarponi chiodati, che torna a diventare realtà. Terminata la rivista, il Duce raggiunge il podio e si accinge a parlare. Il suo discorso è qui riportato.

Ufficiali! Sottufficiali ! Graduati e soldati della divisione alpina « Monterosa » !
Avevo promesso al vostro comandante che avrei visitato la vostra divisione. Mantengo la promessa e vengo tra voi.
Fra poco ritornerete in patria; ritorno che smentisce le stolte vociferazioni, le delittuose insinuazioni che i complici del tradimento e i sicari al soldo del nemico diffusero all'atto della vostra partenza per la Germania.
Voi siete la prima grande unità che torna a rivedere il cielo e il sole della patria tradita, divisa, tormentata dal nemico. Voi costituite quindi la colonna maestra del tempio, la pietra angolare della nuova costruzione delle Forze Armate italiane.
Come alpini, fieri delle vostre eroiche tradizioni, consacrate in cento battaglie, voi meritate questo sommo privilegio, e come alpini ne valutate certamente l'onore e la responsabilità.
Durante questi mesi vi siete addestrati e perfezionati nella tecnica del combattimento, sotto la guida di istruttori che hanno preparato i più forti tra i soldati del mondo, come lo stesso nemico ha riconosciuto innumerevoli volte.
Vivendo in mezzo a questo grande popolo alleato, vi sarete convinti che esso merita la vittoria, non solo grazie alla potenza delle sue armi, ma grazie soprattutto alla disciplina della sua volontà e al suo insuperabile spirito di sacrificio.
Sicuro di interpretare anche il vostro sentimento, voglio ringraziare il Corpo degli istruttori che si sono cameratescamente prodigati con voi e per voi.
Tornando in Italia non abbiate la preoccupazione di incontrare sulla linea del fuoco altri italiani, sia pure incoscienti o rinnegati. Insieme con pochi europei voi incontrerete genti d'Africa, d'Asia, d'America, mercenari senza ideali.
Lo spettacolo che la vostra divisione mi ha offerto è stato in alto grado confortante. Essa è, deve rimanere e rimarrà una divisione di ferro. L'Italia che il fascismo aveva portato ai fastigi dell'impero, l'Italia riscattata con la Repubblica Sociale dal disonore e dal tradimento, vi considera i suoi figli migliori e ripone in voi tutte le sue speranze
Col vostro contegno irreprensibile prima del combattimento, durante e dopo, io sono sicuro che non deluderete le speranze della patria, ma le aprirete il varco verso la liberazione e la vittoria.

(« Italia ! Italia!Italia !», gridano gli alpini, e in questo loro grido c'è l'anima che vuol sentire nel nome della patria lontana e vicina la certe.«a che i sacrifici di ieri non sono stati e non saranno vani).
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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 8:11 am    Oggetto:  
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AI BERSAGLIERI DELLA DIVISIONE « ITALIA »

Il 17 luglio 1944, alle 10.30, proveniente da Munzinger, Mussolini giunge col seguito a Paderborn, campo di addestramento della divisione Italia, per ispezionarla. («Il maresciallo Graziani precede l'arrivo del Duce. Il comandante della divisione, colonnello Mainardi, gli presenta la forza e lo accompagna in una prima rassegna »). Dopo aver passato in rivista « i reparti degli istruttori germanici, Mussolini inizia la rivista ai nostri reggimenti. Il reparto esplorante dei bersaglieri si presenta in maniera impeccabile. Gli uomini stanno rigidi sull’attenti! e rispondono con orgoglio allo sguardo del capo. Al termine della rassegna, Mussolini si porta alla tribuna e, rivolgendosi agli uomini dell'intera divisione, porge il proprio saluto: "Salve camerati della divisione `Italia'!". " Salve Duce! ", rispondono essi ». Indi Mussolini pronuncia il discorso qui riportato.

Ufficiali! Sottufficiali ! Graduati e soldati della divisione « Italia » !
Voi avete un grande onore. La vostra divisione si chiama con il nome immortale della patria.
Da oltre un secolo voi siete non solo per il popolo italiano, ma anche per tutti gli altri popoli, il simbolo dell'Esercito italiano. Quando sfilavate al passo di corsa, cadenzato dagli squilli gioiosi delle vostre fanfare, il popolo italiano si riconosceva in voi e vi considerava i rappresentanti eletti della nostra razza.
Oggi vi siete presentati in un modo che merita il più alto elogio. Siete venuti ad addestrarvi in un paese amico ed alleato, che ha tradizioni militari gloriose e secolari.
Voi tutti siete stati in linea sin dall'infausto 8 settembre, quando interi reparti si schierarono a fianco dell'alleato germanico.
Voi tutti sentite che in questo momento è supremamente necessario riprendere le armi per cancellare la pagina dell'8 settembre nell'unico modo possibile: con il combattimento.
Vi ho consegnato le bandiere, le bandiere della Repubblica Sociale Italiana, e vi domando: siete voi pronti a difenderle anche col sangue?

(Dalla massa degli armati si eleva un entusiastico « Si !»).

Sono sicuro che voi porterete la vostra divisione, che reca il nome d'Italia, verso la riscossa.
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SECONDO DISCORSO ALLE TRUPPE DELLA DIVISIONE «SAN MARCO»

Il 18 luglio 1944, alle 10.45, proveniente da Paderborn, Mussolini giunge col seguito a Grafenwoehr, campo di addestramento della divisione San Marco, per ispezionarla nuovamente. « Egli scende dalla macchina, si incontra cordialmente con Graziani e quindi si porta verso il centro dello schieramento, dove il comandante della divisione, generale Princivalle, gli corre incontro e gli presenta la forza. La divisione è magnificamente schierata. Tutto attorno regna un silenzio che ha del magico e che pare accompagnare religiosamente il lento passo del Duce, che, ad uno ad uno, passa in rivista questi soldati sui cui volti si legge una gioia indescrivibile. La rivista dura oltre un'ora, e Mussolini non si stanca di guardare " questi suoi figli " che tornano a ridare vita e forza al grigioverde della patria. Terminata la rivista alla divisione, il Duce passa in rassegna il gruppo degli istruttori, ufficiali e sottufficiali germanici, che hanno addestrato gli uomini secondo le regole che la guerra moderna richiede. Portatosi quindi sulla tribuna, dove dagli alti pennoni sventola al sole della terra germanica il tricolore della Repubblica Sociale italiana, egli fa cenno di parlare ». Il suo discorso è qui riportato.

Ufficiali! Sottufficiali! Graduati della divisione «San Marco»!
Sono trascorsi tre mesi dal giorno in cui io ebbi la grande gioia di incontrarvi e di trascorrere con voi una per me indimenticabile giornata. Da quel giorno altri avvenimenti si sono svolti nella nostra patria. Roma, che durante trenta secoli della sua storia non vide mai africani se non incatenati dietro al carro dei consoli vincitori, oggi ha le sue mura profanate da queste razze incivili e bastarde. Tutto ciò, se da una parte ci rattrista, dall'altra ci serve di sprone, per la necessaria riscossa.
Vi siete presentati in un modo che io non esito a definire superbo. Si vede nel vostro comportamento non soltanto l'espressione del vostro spirito e della vostra volontà, ma anche il risultato di questi mesi di addestramento sotto la guida degli istruttori germanici. Ad essi va il mio ringraziamento, ed in primo luogo voglio qui ricordare il generale Alberti, che si è dedicato a voi con particolare interesse e premura.
Voi dovete essere, sentirvi come un blocco infrangibile di cuori e volontà. Fra qualche tempo voi avrete la gioia di rivedere il suolo della patria.
Vi ho consegnato le bandiere e così la vostra divisione è completa. Sono le bandiere della Repubblica Sociale Italiana, attorno alla quale oggi già, ma più ancora domani, si raccoglierà in masse compatte l'intero popolo lavoratore italiano. Queste bandiere sono il simbolo della nostra fede, del nostro ardimento.
Io sono sicuro che quando i nemici multicolori della nostra patria sentiranno il vostro grido « San Marco », essi si accorgeranno di aver dinanzi a sé intrepidi cuori, decisi a tutto pur di conquistare la vittoria !

(Le sue parole, il ricordo della sua ultima visita alla “San Marco”, suscitano in tutti le più affettuose manifestazioni).
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