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Il Fascismo, rivoluzione tradizionale (1942)
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Quintox



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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 2:11 pm    Oggetto:  Il Fascismo, rivoluzione tradizionale (1942)
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Riporto un articolo del 1942 sul Fascismo inteso come Rivoluzione Tradizionale. E' piuttosto lungo, ma intriso di spunti interessanti. Voglio sapere cosa ne pensate, e dove non concordate con l'autore. Infine, se interessati scriverò la fonte ove l'ho tratto, che vi lascerà basiti... Smile


Il Fascismo, rivoluzione tradizionale

In un mio precedente articolo (Tradizione e rivoluzione, giugno 1942 – XX), ho poste le premesse per dimostrare la inequivocabile natura di Rivoluzione Tradizionale che si deve riconoscere al Fascismo, e – dopo aver studiati i quattro principii della dinamica politica nella loro definizione, nei loro rapporti reciproci e nella loro azione storica – ho concluso: “all’acme della crisi due sole soluzioni erano possibili: o il totale dissolversi di ogni ordine civile nell’anarchia, o il ritorno della iniziativa storica alla Tradizione attraverso una Rivoluzione Tradizionale Totalitaria. Il verificarsi di questo ritorno sarà esaminato in un prossimo articolo attraverso lo studio della Rivoluzione Fascista nella sua necessità storica, nel suo rapporto con il risorgimento italiano, nella sua natura e nella sua azione in quanto Rivoluzione Tradizionale”. Si tratta ora di trarre le conseguenze da quelle premesse e di condurre questo esame.

La necessità storica

Di necessità storica si può parlare nel senso di convenienza storica: la storia, come ogni risultato di fatti umani, non ha necessità come quelle della matematica: necessario è un evento storico soltanto nel senso che esso appare come l’unico capace di ovviare ad un male indiscutibile, cioè ad un degenerare dell’ordine sociale verso forme involutive e contrarie ai bisogni di una vera vita umana ordinata che non sia nono altrimenti ovviabile. Della necessità storica di una Rivoluzione Tradizionale Totalitaria che togliesse alla sovversione l’iniziativa storica, intesa in questo senso fa fede la stessa crisi del mondo moderno alla quale la società, condotta dall’iniziativa sovversiva, era ormai pervenuta. L’analisi e la critica di questa crisi sono state già così vastamente, autorevolmente e documentatamente condotte da varii Autori nei diversi Paesi – e sono, si potrebbe aggiungere, così entrate ormai nella stessa comune coscienza degli uomini – che non è il luogo di riassumerle o di ripeterle in questa sede. Nessun uomo che ragioni osa ormai sostenere che la società umana potesse impunemente seguitare a cambiare secondo gli ordinamenti che dal flagrare della Riforma protestante e dall’affermarsi del liberalismo e della potenza inglesi l’hanno condotta alla rivoluzione bolscevica. Valga, su ciò, soltanto una osservazione, la quale mostri da un lato come giustamente codesti ordinamenti vengono qualificati per sovversivi, e come la crisi del mondo moderno non potesse essere superata che da un moto che a quelli radicalmente si opponesse, cioè da una Rivoluzione Tradizionale Totalitaria. A voler dedurre dalla crisi del mondo moderno la necessità storica di una Rivoluzione Tradizionale, e cioè del passaggio dei principii primarii della dinamica politica, e della impossibilità che quella crisi si risolvesse attraverso un mutamento entro lo stesso principio primario per l’innanzi imperante, ci si potrebbe opporre che in altre epoche cruciali della storia – allorché avviene il passaggio da una vecchia ad una nuova fase della Civiltà – crisi non meno gravi, dal punto di vista fenomenico, e passaggi di questo tipo avvennero senza l’iniziativa storica. Ci si potrebbe opporre, per esempio, che così avvenne allorché si manifestarono le crisi storiche che misero fine alla fase romano – classica della Civiltà ed a quella medievale.
Contro questa obiezione una osservazione fondamentale può esser mossa: ed è che, laddove quelle crisi si manifestarono perché alle fasi della Civiltà che in esse si esaurivano eran venuti a mancare uno o più dei proprii elementi costitutivi della fase che l’ha preceduta e che in essa si esaurisce. Dimodocché laddove quelle crisi, eran generate non dai principii ispiratori e reggitori della fase di Civiltà a loro precedente, ma dalla loro errata ed anzi deficiente applicazione ai bisogni concreti ed alle concrete condizioni del tempo, questa proprio nei principii che hanno sino ad ora retta ed ispirata l’umana società, e nel loro progressivo sviluppo trova la sua origine e ragion d’essere. Onde solo dal prevalere dei principii opposti, solo nel ritorno dell’iniziativa storica a quella Tradizionale che la precedente fase aveva voluto negare e combattere, la crisi del mondo moderno poteva ricevere una propria favorevole soluzione. E da un ritorno rivoluzionario alla Tradizione; cioè non da uno che si ancorasse a quegli schemi nei quali in altre epoche e fasi della Civiltà la Tradizione si era incarnata e socialmente realizzata, ma che, incarnandosi e realizzandosi in nuovi schemi sociali, soddisfacesse in essi a quei nuovi concreti bisogni e problemi umani, che si erano nel frattempo manifestati e aperti. Questa osservazione fondamentale nella necessità storica di una Rivoluzione Tradizionale Totalitaria nel tempo nostro va a sua volta, si pure brevemente, dimostrata. Cadde l’Impero Romano di Occidente per il venir meno, nel suo seno, proprio di quell’elemento che maggiormente aveva contribuito a generare e mantenere la Civiltà Tradizionale nella sua fase romano – classico; cioè per il venir meno, della spiritualità rurale – militare nella popolazione italica e per il sopravvenire di un cosmopolitismo che era del tutto estraneo a quella civiltà. Decadde il Medioevo, come ha luminosamente scritto Berto Ricci (in Bazar, Il Popolo d’Italia, 9 febbraio 1940 – XVIII), per mancanza di Cristianesimo, cioè di amore; e quindi, ancora una volta, per l’offuscarsi di quello che era stato il principale tra gli elementi costitutivi della fase medievale della Civiltà. Nell’uno e nell’altro caso, dunque, è il decadere di uno dei principali elementi costitutivi – di quello, anzi, che degli altri costituiva come il fulcro ed il motivo d’assieme – che genera le crisi delle successive fasi della Civiltà Tradizionale ed il loro esaurirsi. Al contrario il mondo moderno entra in crisi, si disfà, e crolla proprio per lo svilupparsi sino alle sue ultime conseguenze del suo principale elemento costitutivo, cioè di quel principio del “libero esame” – essenzialmente antitradizionale e antigerarchico, e quindi centrifugo, individualistico, e per definizione, sovversivo – che di tutta la sua ideologia ed il suo sistema pratico ha costituito il fulcro ed il principio informatore, dopo essere stato la forza generatrice dell’insorgere della Sovversione e del suo impadronirsi della iniziativa storica.

Fascismo e Risorgimento

Giunti a questo punto, e prima di condurre l’esame del Fascismo, nella sua natura e nella sua azione, in quanto Rivoluzione Tradizionale Totalitaria, un grave problema ci si para dinnanzi: quello del rapporto storico tra il Fascismo ed il Risorgimento italiano. Ho già scritto nell’articolo precedente che dalla qualifica di sovversive “non possono venire escluse, se esaminate in base agli ordini politici e sociali ai quali esse storicamente pervennero, neppure le rivoluzioni nazionali quali la nord – americana del 1783 e le europee ed ibero – americane dell’Ottocento”; quindi poiché è una di esse, neanche la rivoluzione liberale che realizzò politicamente il Risorgimento italiano. Non vi è contraddizione tra questo mio assunto, e quest’altro secondo il quale il Fascismo sarebbe la Rivoluzione Tradizionale Totalitaria che alla Sovversione completamente si oppone privandola dell’iniziativa storica, posto che – secondo la parola di Mussolini – Fascismo e Risorgimento non si contrappongono, ma anzi quello completa questo e lo perfeziona? La contraddizione è stata superata, con una sintesi logicamente e storicamente poderosa del Risorgimento, da Alfredo Rocco: “Il Risorgimento non fu moto puramente nazionale. Esso non ebbe per oggetto soltanto la conquista dell’unità politica e della indipendenza dallo straniero, ma mirò anche, come lo spirito dei tempi portava, all’attuazione, in Italia, degli ideali politici del liberalismo e della democrazia, alla rivendicazione delle libertà individuali, alla trasformazione della costituzione dello Stato in senso costituzionale e parlamentare, con tutte le conseguenze che ne derivano nel campo economico, politico e religioso… Il liberalismo e la democrazia, innestati nel moto nazionale del Risorgimento, servirono a conquistargli il favore di una parte dell’opinione pubblica europea, naturalmente pacifista ed ostile, e a scuotere l’indifferenza di non pochi italiani, tiepidi forse di fronte alla sola suggestione dell’idea nazionale. Fu in questo periodo che liberale divenne sinonimo di nazionale, e si creò l’equivoco da cui, dopo formatosi lo Stato unitario, doveva derivare alla nazione italiana una permanente causa di debolezza, che solo il Fascismo, con la sua azione spiritualmente e politicamente rivoluzionaria, è riuscito a eliminare, dopo sessanta anni di incertezze e smarrimenti, di rinunce… Ma esso respinge quegli elementi estranei al puro ideale nazionale, che nel moto del Risorgimento si erano infiltrati per fatalità di contingenze storiche e che ebbero, fino al conseguimento dell’unità, una loro funzione talvolta utile, accanto ai danni e pericoli non lievi, che in qualche momento misero in forse la stessa unità… Il Fascismo è adunque, senza dubbio, continuatore, anzi ripresa del Risorgimento, ma di un Risorgimento liberato da ogni infiltrazione estranea, la quale non rappresentava più ormai che scoria, detrito inutilizzabile e dannoso”.
L’affermazione che il Fascismo continua e perfeziona il Risorgimento contiene, dunque, in sé – e per esplicita affermazione d’uno tra i più autorevoli interpreti della nostra dottrina rivoluzionaria – un processo storico al Risorgimento tendente ad analizzarlo criticamente nei suoi varii aspetti, ed a separare in esso le due correnti della spiritualità nazionale e della collusione sovversiva, empiricamente congiunti nell’insieme del grande fenomeno storico. Avvenne, infatti, nel periodo storico che si poté delimitare tra il Congresso di Vienna (1815) quello di Berlino (1885) che la Rivoluzione sovversiva scatenata in Europa contro le superstiti resistenze della Reazione Tradizionale si impadronisse della idealità dei suoi scopi. (1); e parve riuscirvi vuoi perché la sua azione si inquadrava in quello che può chiamarsi lo spirito dei tempi, ed al quale più facilmente soggiacevano quelle classi borghese – intellettuali che furono le più combattive fautrici del Risorgimento sul piano politico, vuoi perché gli iniziatori ed i capi del movimento ben compresero come, da una parte, una tale collusione potesse servire ai loro fini immediati, e come, d’altra parte, idealità e spiritualità loro fossero incompatibili con la posizione reazionaria nella quale si erano ormai irrimediabilmente compromessi gli Istituti Tradizionali. Ma, nonostante la grande manovra storica di accaparramento mossa dalla Sovversione e la collusone politica che ne sortì, permangono vivi e vitali nel Risorgimento italiano quei fermenti tradizionalmente rivoluzionari che lo avevano preparato e iniziato e che, nel profondo, ne costituirono sempre l’idea nazionale motrice e l’intima spiritualità. Giacché il Risorgimento italiano, come movimento spirituale prima e più che come movimento meramente politico – questo non fu che una conseguenza pratica di quello – non comincia né con la guerra del 1848 né con i morti del 1821. Nella sua intierezza storica esso incomincia ben prima, e risale, attraverso gli scrittori napoletani contemporanei della rivoluzione francese e dell’epoca napoleonica, sino a Giambattista Vico. E Vico ci appare, vuoi per l’intima essenza del suo pensiero filosofico, vuoi per le contingenze storiche che lo accompagnarono, veramente come il primo maestro e promovitore della Rivoluzione Tradizionale Totalitaria. Tradizionale, infatti, il pensiero di Lui nell’intima essenza spirituale come nei valori che tende ad esaltare e sistemare, ed insieme rivoluzionario nei confronti della filosofia tradizionale precedente, ormai legata a schemi fissi come quelli che in politica caratterizzano la Reazione, e di più direttamente polemico nei confronti con il pensiero della Sovversione che, giusto allora, andava precedendo, con Cartesio, il suo sopravvento. Risalendo al Vico e da lui discendendo sino al Gioberti, ed al 1848 e poi all’epoca successiva, il panorama storico e rivoluzionario del Risorgimento italiano si disvela nella sua completezza, che non è fatta soltanto da avvenimenti politici: in esso, a mano a mano che ci si avvicina alla sua conclusione, gli avvenimenti esteriori e praticamente operanti – politici e militari – aumentano di quantità e di importanza nei confronti dei fatti spirituali ed ideali, ma questi non cessano di ispirare quelli, di segnarne la profonda direttiva e di definire il movimento. Così veduto il Risorgimento, la collusione sovversiva che lo caratterizzò nel suo ultimo periodo risolutivo e costituzionale appare, quale in realtà fenomeno storico. Ad esso la Rivoluzione Fascista può legittimamente appellarsi come al più rilevante contributo alla sua preparazione storica senza contraddire in nulla alla propria natura di Rivoluzione Tradizionale Totalitaria.

(1) In questo cosciente accaparramento delle forze sane e spontanee del Risorgimento ai fini della Rivoluzione sovversiva è da comprendersi l’azione delle sette e quella delle Potenze che le guidavano. E’ da notare, ai fini della storia segreta di questo periodo, come la prima diviene più attiva ed esplode sul terreno politico intorno al 1823, l’anno nel quale l’Inghilterra si distacca dalla Santa Alleanza. Ed è da ricordare come tutta l’azione diplomatica dell’Inghilterra, in quel che ebbe di favorevole al Risorgimento, coincise con l’attuazione di quei fini. Lo stesso può dirsi della temporanea collusione tra il Risorgimento e la politica personale di Napoleone III espressasi specialmente nella guerra del 1859.

Natura della Rivoluzione Tradizionale

Anche per esaminare quale sia questa natura è necessario, sollevarsi dalla considerazione del piano meramente politico ad un più vasto e profondo panorama storico – sociale. Ho già scritto che la “stessa realtà, suscitando nuovi interessi e ponendo nuovi problemi di vita, propone ininterrottamente agli ordini politici di adeguarsi a sé stessa, cioè di adeguarle la trasformazione effettuale di quei valori e di quei concetti nella prassi sociale”. Proprio per la necessità di questa sua adeguazione alla nuova realtà sociale maturata durante l’età moderna, la Tradizione, riassumendo l’iniziativa storica, non poteva riprendere i suoi vecchi schemi, ma doveva porsi ed imporsi quale Rivoluzione. “Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il Fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima del 1789, che viene indicato come l’anno d’apertura del secolo demoliberale. Non si torna indietro… - ha scritto Mussolini - …Il Fascismo dalle macerie delle dottrine liberali, socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti acquisiti della storia, respinge tutto il resto”.
Ora, allorché si esamini quali siano questi “fatti acquisiti dalla storia”, si vede che essi appartengono solo in minima parte a quella sfera che si traduce immediatamente negli schemi politico – costituzionali, ma per il più appartengono a quella categoria dei grandi fenomeni sociali che trascendono le applicazioni meramente politiche per determinarle indirettamente dall’alto. E’ a questa categoria di fenomeni sociali – i quali comprendono l’aspetto politico, ma non si esauriscono in esso – che bisogna risalire per individuare la natura della Rivoluzione Tradizionale Totalitaria quale la si può desumere dalla sua necessità storica. Due di questi grandi fenomeni sociali caratterizzano l’età moderna: lo sviluppo della tecnica e la diffusione della cultura.
Se ci fissiamo – per assumere una data di discriminazione – a “quel 1789 che viene indicato come l’anno d’apertura del secolo demoliberale” è facile constatare quale abisso separi le condizioni della umana società prima e dopo quella data dal punto di vista sia dell’uno che dell’altro di quei fenomeni sociali, e come lo sviluppo della tecnica e la diffusione della cultura abbiano assai più progredito da quella data ai nostri giorni che non dallo inizio della storia umana al secolo XVIII. Prima del sec. XVIII la cultura rimase sempre un fatto di carattere castale limitato ad alcune categorie di uomini mentre poi è divenuto un fenomeno sempre più vasto di masse; e l’applicazione della tecnica come strumento di lavoro e suggeritrice di forme sociali non andò mai oltre – anche quando e laddove, in ordine di tempi, si può parlare di una grande industria – a quello che noi possiamo qualificare come uno sviluppatissimo artigianato. Ne è necessario diffondersi molto sulla riflessione intorno alla influenza determinante che questi due grandi fenomeni sociali hanno avuto nel mutare le condizioni, i bisogni e i problemi del’umanità da un secolo e mezzo in qua. Ma, il constatare che sviluppo della tecnica e diffusione della cultura sono avvenuti nel periodo della iniziativa storica della Sovversione non significa affermare che essi si sono prodotti a causa di questa e quindi per merito suo, laddove si tratta di un puro rapporto di contemporaneità. Così, come l’affermare che le conseguenze dirette e indirette di questi due grandi fenomeni sono al centro della crisi del mondo moderno non significa che di questa crisi essi siano la causa responsabile; ché la crisi è maturata, sino a divenire irrimediabile se non per mezzo di una Rivoluzione che direttamente e totalitariamente le si opponesse, non perché questi fenomeni sono avvenuti, ma per il modo in cui essi si sono sviluppati. Il male e la conseguente crisi, può dirsi, non sono derivati da quei due grandi fenomeni sociali in sé e per sé – ché da essi, quando si sviluppino ordinatamente, non può venire che bene – ma dall’averli accettati e subiti facendo sì che essi si sviluppassero secondo la formula liberale “lasciate fare, lasciate passare”, e cioè seguendo un impulso spontaneo e disordinato anziché assoggettandoli alle regole dell’ordine. Male e crisi sono derivati dallo sviluppo della tecnica e dell’istruzione in quanto esso si sia verificato fuori dall’ordine tradizionale, etico, ed in definitiva sociale e politico, che è proprio della tradizione.
L’uomo – specialmente l’uomo inconscio del valore meccanico come furono più o meno le prime generazioni che assistette allo sbalorditivo e veloce progredire della tecnica – è, di fronte alla macchina, in una posizione psicologica analoga a quella del fanciullo di fronte al giocattolo nuovo e mai visto. Facile alla meraviglia e la suggestione, egli tende subito a rendersi conto ed a prendere completo possesso dell’oggetto. Ma tale posizione del’uomo verso la tecnica non può prescindere, per essere positivamente feconda, della presenza che governi e disciplini il meraviglioso contatto. Avvenne, invece, che mancando nella massa, e ancor più nei ceti dirigenti intellettuali e industriali, l’efficacia di una tale regola, nel suo primo contatto con lo sviluppo della tecnica l’uomo, anziché pervenire a possedere e dominare la macchina, ne benne conquistato e dominato. Da qui accanto e conseguente al sorgere ed allo svilupparsi di una “grande industria”, il sorgere e lo svilupparsi dello industrialismo, in quanto mentalità etica sorgente delle condizioni di quella, che è stato la causa prima dell’aprirsi e dell’enfiarsi di quella “questione sociale” che ha agitata tutta la seconda metà del secolo scorso per poi ingigantirsi e degenerare nell’attuale crisi del mondo moderno.
Analogamente è avvenuto per la diffusione della cultura. Aveva già avvertito Francesco Guicciardini che la “dottrina accompagnata co’ cervelli deboli, o non gli migliora o gli guasta; ma quando lo accidentale si riscontra col naturale buono, fa gli uomini perfetti o quasi divini”; e cioè che “la esperienza insegna molto, e più né cervelli grandi che nei piccoli”, ed “erra chi dice che le lettere guastano i cervelli degli uomini, perché è forse vero in chi l’ha debole; ma dove lo trovano buono, lo fanno perfetto”. Valgano queste massime dello storico fiorentino a mostrare come in epoca tradizionale non si avesse nessuna ostilità aprioristica contro la diffusione della cultura, ma solo si avvertissero i pericoli ai quali una tale diffusione può dar luogo quando venga applicata a soggetti non selezionati per riceverla, e cioè quando venga condotta fuori di ogni regola ordinata e di ogni consapevole disciplina etica. Ancora qui, la Sovversione non causò la diffusione della cultura, che era nella necessità dei tempi ed in gran parte correlativa allo stesso sviluppo della tecnica, ma in essa intervenne negativamente e positivamente trasformandola da bene a male sociale. Negativamente, lasciando che chiunque, indiscriminatamente, potesse accedervi; positivamente, con il razionalismo – che è una delle forme sovversive tipiche – credendo e facendo credere che fosse un vantaggio sociale, una maggiore “illuminazione” interiore degli uomini, non la diffusione qualitativa ad una sempre maggiore quantità di uomini.
Così i due maggiori fenomeni sociali del’età moderna si posero al cento della sua crisi spirituale e materiale, determinando da un lato il sorgere di una classe dirigente spirituale e intellettuale sprovvista della necessaria consapevolezza etica e della correlativa responsabilità spirituale e dall’altro il capovolgimento del rapporto naturale tra gli enti sociali e l’individuo e tra i beni naturali concreti e il denaro, e quindi l’avvento di una economia artificiale, fondamentalmente debole anche se finanziariamente ricca quanto mai lo era stata, e del disordine sociale ad essa necessariamente conseguente. Ciò posto, la natura della Rivoluzione Tradizionale Totalitaria non può essere definitiva che dalla necessità storica di assumere in sé lo sviluppo della tecnica e la diffusione della cultura – fenomeni social che sono, secondo la definizione mussoliniana, “fatti acquisti della storia” – per inquadrarli entro quella disciplina spirituale e quelle regole etiche che sono i valori perenni della Tradizione.

Azione della Rivoluzione Tradizionale

Una indagine dal punto di vista del Fascismo in quanto Rivoluzione Tradizionale Totalitaria non può essere ancora condotta esaurientemente: solo è possibile indicarne i caposaldi ideali e pratici già nettamente definiti. La ragione di ciò si è che sono ancora solo venti anni di Regime rivoluzionario, ed esso non è quindi ancora riuscito, per quanto riguarda il problema della Civiltà, da quella fase propedeutica che si sostanzia nella conquista del potere e nel suo rassodarsi e definirsi, la quale non può non essere massimamente impegnata dalla reazione di quei fatti meramente politici i quali non esauriscono l’azione su cui dovremmo condurre l’indagine. Se, anzi, guardiamo al Fascismo non soltanto come fenomeno italiano, ma come fenomeno universale – e soltanto così la nostra indagine potrebbe essere completa – si può dire che la fase della conquista del potere non è per la Rivoluzione peranco terminata. Soltanto la conclusione vittoriosa della guerra in atto verrà a suggellare ed a inaugurare la nuova era nella quale la Rivoluzione fascista potrò dispiegare tutta la propria azione di creatrice di una nuova fase della civiltà. Ma, dicevo, i caposaldi di questa azione sono già nettamente definiti nell’opera del Fascismo italiano, e da essi si può muovere per quella indagine che sin da ora la giovinezza dei tempi consente. Tali caposaldi possono venire riconosciuti nei tre fondamentali atti politici emessi sin’ora dalla Rivoluzione italiana: la Carta del Lavoro, la Conciliazione, la Carta della Scuola. Ma il loro esame deve essere inquadrato secondo i principii tradizionali, in quella che è la fondamentale caratteristica della Rivoluzione: la risurrezione del sentimento dello Stato, e cioè la rinascita e la rivalutazione della concezione centripeda e gerarchica della vita umana. Infatti, senza questa rinascita, non si potrebbe veramente parlare di un ordine tradizionale, giacché, se in altre epoche il senso centripedo e gerarchico – che, per definizione, è essenziale nella Tradizione – poté essere dato da altri concetti o Istituti, nell’epoca nostra esso non può nascere con la necessaria totalitarietà che dal sentimento dello Stato e un orientamento di tutta la vita umana ad esso riferito. Così, del resto, è stato lungo tutta la fase romano – classica della Civiltà e si è conservato quale particolare genio politico degli italiani. Fondata su questa rinascita e rivalutazione del sentimento dello Stato e della sua sovraordinazione ed autorità tutta la sua azione rivoluzionaria, il Fascismo l’ha specificata attraverso una serie di atti politici, tre dei quali costituiscono i caposaldi etico – ideologici di tutta la sua costruzione; essi nascono, sì, come atto politico ben ordinato, da contingenze storiche e sociali del luogo e del tempo a cui si riferiscono, e quindi da problemi nazionali italiani o dal particolare aspetto che gli odierni problemi universali hanno nell’ambiente nazionale italiano, e perciò le loro specificazioni particolari e giuridiche non possono riferirsi che al tempo e all’ambiente per i quali sono nate, ma racchiudono i sé principii universali che, in ordine ai problemi storici del nostro tempo, sono riferibili a qualsiasi ambiente nazionale ed in esso applicabili con le specificazioni particolari convenienti alle sue particolari contingenze. Così il Fascismo, mentre con la Conciliazione risolve non soltanto la “questione romana”, particolare all’Italia, ma tutto il complesso problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, e quindi sana e supera la frattura tra i due massimi Istituti della Tradizione – frattura che è all’origine di tutta la precedente crisi dell’ordine Tradizionale – e pone la base essenziale per la ricostituzione di un ordine tradizionale totalitario, con le due Carte muove direttamente alla soluzione dei problemi sorgenti dai due massimi fenomeni sociali del tempo nostro. Lo sviluppo della tecnica e tutta la questione sociale nata dai moderni problemi del lavoro, da un canto, e d’altro canto la diffusione della cultura e i problemi sociali che ne son sorti, vengono ripresi dal Fascismo, e con la Carta del Lavoro e con la Carta della Scuola, inquadrati definitivamente entro le regole etico – spirituali della Tradizione, e su questa base adeguatamente risolti.
I due principii fondamentali della Carta del Lavoro, infatti – e cioè il dogma della solidarietà produttiva nazionale e la concezione del lavoro come dovere sociale – eliminano dalla radice l’individualismo sorto dall’industrialismo, e, restituendo il lavoro a soggetto dell’economia, e cioè al capitale la sua funzione meramente strumentale nel fatto economico, detronizzano questo dalla preminenza a cui lo aveva elevato l’industrialismo e restaurano il rapporto etico – sociale tradizionale del primato dei beni naturali concreti sul danaro
. Analogamente il principio fondamentale della Carta della Scuola – che l’istruzione è in funzione dell’educazione, - e che in questa il fatto etico è sovraordinato al fatto intellettivo – mette ordine nel fenomeno della diffusione della cultura tendendo ad eliminare da esso le irregolarità ed i pericoli in cui lo aveva fatto degenerare l’applicazione fatta al suo primo svolgimento dei principii sovversivi del razionalismo e del liberalismo. Di più, ed in particolare, le norme contenute nella Carta del Lavoro sulla responsabilità educativa che le Associazioni professionali hanno verso i loro rappresentati e sulle iniziative scolastiche che possono prendere per adempirla, e le norme contenute nella Carta della Scuola per la selezione delle capacità dei giovani e per lo sviluppo dell’istruzione tecnica e professionali – in una parola per la deflagrazione dell’istruzione classica e per la sua restituzione ad una minoranza capace e responsabile – aggiunte le une alle altre nel complesso, unitario ed equivoco funzionamento e progresso della Rivoluzione, restituiscono equilibrio allo svolgimento dello sviluppo della tecnica e della diffusione della cultura sanando la contraddizione verso la quale i due fenomeni correlativi erano stati condotti dalla Sovversione.
Così, la Conciliazione da un canto, e dall’altro le due Carte segnano i caposaldi fondamentali in quella restaurazione e rinnovazione della Civiltà per la quale il Fascismo si definisce come Rivoluzione Tradizionale Totalitaria. Né sono, questi, i soli segni – sebbene necessari e sufficienti – dell’azione fascista che comprovano quella definizione. Molti altri se ne possono indicare: dalla rivalutazione dell’Istituto familiare a quella dell’agricoltura, dell’unitarietà educativa raggiunta dalla G.I.L., all’impostazione del problema razziale, dall’uno all’altro, in una parola, dei cardini del pensiero e dell’azione di Mussolini. E soprattutto la sua spiritualità: quella che guidata dalla spiritualità del Duce e dall’esempio dei Martiri, racchiude nel trinomio “Credere – Obbedire – Combattere” la mistica, le fortune, la Civiltà del Fascismo in Italia e nel mondo.

Pasquale Pennisi

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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 6:08 pm    Oggetto:  
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Una rivoluzione per definizione è un periodo breve di sconvolgimento della vita di una nazione che poi termina in un rivolgimento assoluto della società, con il crollo della classe dirigente precedente e l'ascesa di una nuova classe dirigente del tutto diversa.
Dove sarebbe la rivoluzione fascista? Perchè i gruppi di potere del 1932 erano gli stessi del 1922 grosso modo. La società italiana non era cambiata molto e neanche il modo di vivere degli italiani aveva subito grossi stravolgimenti dal punto di vista economico o della gerarchia sociale.

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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 6:51 pm    Oggetto:  
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Vi sono alcuni spunti di riflessione interessanti nello scritto di Pennisi,anche se ricalcano temi trattati sia da Gentile che Mussolini quando parlano di recupero da parte del fascismo del meglio della modernità. Invece mi pare fin troppo evanescente il concetto di tradizione, sfugge del tutto infatti a cosa il Pennisi intenda riferirsi con tale termine. Pure a suo tempo scrisse anche su pubblicazioni ufficiali del partito ( manuali per la Gil) e tenne lezioni alla scuola di Mistica, ma Giani e Ricci sarebbero saltati probabilmente su dalla sedia al sentire accostare fascismo e non si capisce bene quale tradizione. Purtroppo all'epoca dell'uscita di questo articolo erano già morti per la loro ideologia.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 7:00 pm    Oggetto:  
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Helmut Von Moltke ha scritto:
Una rivoluzione per definizione è un periodo breve di sconvolgimento della vita di una nazione che poi termina in un rivolgimento assoluto della società, con il crollo della classe dirigente precedente e l'ascesa di una nuova classe dirigente del tutto diversa.
Dove sarebbe la rivoluzione fascista? Perchè i gruppi di potere del 1932 erano gli stessi del 1922 grosso modo. La società italiana non era cambiata molto e neanche il modo di vivere degli italiani aveva subito grossi stravolgimenti dal punto di vista economico o della gerarchia sociale.


Caro Helmut invece,piaccia o meno,la metodologia totalitaria del Partito,per il quale non dimentichiamoci che la rivoluzione doveva essere permanente,aveva reso l'Italia del 1939 profondamente differente da quella del 1919.
Questo mi pare un dato ormai incontestabilea,a prescindere dalla condivisibilità delle finalità politiche proprie della dottrina fascista sulla quale possiamo tranquillamente discutere.

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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 7:10 pm    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:

Caro Helmut invece,piaccia o meno,la metodologia totalitaria del Partito,per il quale non dimentichiamoci che la rivoluzione doveva essere permanente,aveva reso l'Italia del 1939 profondamente differente da quella del 1919.
Questo mi pare un dato ormai incontestabilea,a prescindere dalla condivisibilità delle finalità politiche proprie della dottrina fascista sulla quale possiamo tranquillamente discutere.


Per dire questo devi dimostrarmi che il cambiamento intercorso nella società italiana di questo periodo è dovuto al fascismo, anzichè ai normali processi di evoluzione sociale che intercorrono in un paese che esce dalla prima fase di industrializzazione ed entra nella seconda.

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Dvx87




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MessaggioInviato: Lun Dic 01, 2008 8:57 pm    Oggetto:  
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Helmut Von Moltke ha scritto:
Una rivoluzione per definizione è un periodo breve di sconvolgimento della vita di una nazione che poi termina in un rivolgimento assoluto della società, con il crollo della classe dirigente precedente e l'ascesa di una nuova classe dirigente del tutto diversa.
Dove sarebbe la rivoluzione fascista? Perchè i gruppi di potere del 1932 erano gli stessi del 1922 grosso modo. La società italiana non era cambiata molto e neanche il modo di vivere degli italiani aveva subito grossi stravolgimenti dal punto di vista economico o della gerarchia sociale.

E' qua che non ci siamo perchè Bottai contesta proprio questa definizione di rivoluzione
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Stando a quanto dice Bottai, quella che tu definisci sopra non è una rivoluzione in quanto non è permanente, non avviene in un periodo di troppo lungo, l'educazione alla rivoluzione non è redicata nella massa.
E', a questo punto, ovvio che se non si riconosce il concetto di rivoluzione sopra indicato, l'intera prassi politica ne sarà caondizionata. (se io non riconosco un concetto nella tua stessa maniera è ovvio che le conseguenze saranno differenti).
Che poi tu non sia d'accordo con quanto scrive Bottai è usule dall'analisi politologica...


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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 12:24 am    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
Helmut Von Moltke ha scritto:
Una rivoluzione per definizione è un periodo breve di sconvolgimento della vita di una nazione che poi termina in un rivolgimento assoluto della società, con il crollo della classe dirigente precedente e l'ascesa di una nuova classe dirigente del tutto diversa.
Dove sarebbe la rivoluzione fascista? Perchè i gruppi di potere del 1932 erano gli stessi del 1922 grosso modo. La società italiana non era cambiata molto e neanche il modo di vivere degli italiani aveva subito grossi stravolgimenti dal punto di vista economico o della gerarchia sociale.


Caro Helmut invece,piaccia o meno,la metodologia totalitaria del Partito,per il quale non dimentichiamoci che la rivoluzione doveva essere permanente,aveva reso l'Italia del 1939 profondamente differente da quella del 1919.Questo mi pare un dato ormai incontestabilea,a prescindere dalla condivisibilità delle finalità politiche proprie della dottrina fascista sulla quale possiamo tranquillamente discutere.


Ne abbiamo proprio parlato oggi, non è vero Marcus? Very Happy
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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 7:49 am    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:

E' qua che non ci siamo perchè Bottai contesta proprio questa definizione di rivoluzione
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Stando a quanto dice Bottai, quella che tu definisci sopra non è una rivoluzione in quanto non è permanente, non avviene in un periodo di troppo lungo, l'educazione alla rivoluzione non è redicata nella massa.
E', a questo punto, ovvio che se non si riconosce il concetto di rivoluzione sopra indicato, l'intera prassi politica ne sarà caondizionata. (se io non riconosco un concetto nella tua stessa maniera è ovvio che le conseguenze saranno differenti).
Che poi tu non sia d'accordo con quanto scrive Bottai è usule dall'analisi politologica...


Devi darmi atto che però la definizione che ho usato io è quella che generalmente è stata accettata, al di la della condivisibilità della definizione che ne da Bottai. Per questo storicamente parlando risulta, partendo da questa definizione, difficile parlare di "rivoluzione" in questo caso.
Posso anche capire che egli preferisca questo tipo di definizione perchè più adatto agli scopi del fascismo, ma a questo punto nella categoria di Bottai potrei far entrare anche tutta la storia dell'Unione Sovietica dal 1917 al 1964 o della Cina dal 1949 al 1972, perchè la "rivoluzione continua" come crescita continua della consapevolezza del popolo e della sua funzione nella costruzione della società socialista.
In ogni caso il problema che sussiste è quanto sia realistica la definizionc che Bottai da, bisognerebbe prima di tutto trovare altri suoi (o anche di altri che si basano su questa definizione) scritti che dimostrano dopo quindici o vent'anni di regime come, secondo lui, la rivoluzione sia in corso e spieghi quali sono i cambiamenti intercorsi nella società italiana da dimostrare la validità effettiva del concetto rivoluzionario "permanente".
Anche perchè come ho già accennato a mio avviso i cambiamenti di quei vent'anni sono più la conseguenza della trasformazione dell'Italia da società industriale primitiva in società industriale moderna. Un processo che era già in corso prima dell'ascesa del fascismo.

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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 8:59 am    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
Vi sono alcuni spunti di riflessione interessanti nello scritto di Pennisi,anche se ricalcano temi trattati sia da Gentile che Mussolini quando parlano di recupero da parte del fascismo del meglio della modernità. Invece mi pare fin troppo evanescente il concetto di tradizione, sfugge del tutto infatti a cosa il Pennisi intenda riferirsi con tale termine. Pure a suo tempo scrisse anche su pubblicazioni ufficiali del partito ( manuali per la Gil) e tenne lezioni alla scuola di Mistica, ma Giani e Ricci sarebbero saltati probabilmente su dalla sedia al sentire accostare fascismo e non si capisce bene quale tradizione. Purtroppo all'epoca dell'uscita di questo articolo erano già morti per la loro ideologia.


Gli scritti, citati così e senza contesto possono far dire tutto e il suo contrario.

Questo brano è decisamente parziale nei temi principali.

Il fascismo, infatti, può essere considerato in relazione a vari suoi aspetti. Ma tale considerazione e tale definizione risulta parziale se non inserita nella sua Identità. Che è chiara solo considerando tutti gli aspetti di cui sopra. E ogni aspetto non può essere assolutizzato. Altrimenti si riparte dalle parcellizzazioni strumentali, che erano frutto della variegata umanità presente durante il primo inveramento dei Principi Mussoliniani nel c.d. ventennio. Un nutrito gruppo di "fiancheggiatori" (definizione storica) ha voluto strumentalizzare il fascismo nelle varie "direzioni" che più si addicevano allo sforzo di "annacquamento" della potenzialità rivoluzionaria. Che però ha sempre avuto una base solida, nonostante i fatti contingenti, poichè ben evidente dal Pensiero di Mussolini. Definito e unico.

Il Fascismo, poi, se è vero che recupera una Tradizione particolare, che è quella LATINA (di cui il brano non fa cenno), è verissimo che non si limita al RECUPERO. Il fascismo la SVILUPPA COERENTEMENTE. E la adatta ai tempi, seppur senza che i "tempi" la deturpino in negativo.
Anche il principio che evidenzia il documento riguardo al Lavoro, come concepito nel fascismo, e riguardo il "riportare alla tradizione", è mezzo vero e mezzo falso. In realtà molto opinabile.

Perchè se è vero che il fascismo è contrario all'individualismo e pone un impianto Etico a fondamento del Lavoro, è altrettanto FALSO che in questo modo riporti alle "origini naturali" la vita.
Se si parla in senso naturalistico e quindi materialistico, il fascismo è quanto di più contraddetto nei suoi fondamenti.
Inoltre la "tradizione", senza specificare QUALE, non è vero che abbia in se questi valori! Anzi! Anche quella Latina li ha SVILUPPATI e non è vero che li abbia da subito condivisi! Il fascismo, rifacendosi alla latinità, li SVILUPPA ulteriormente, calandoli nell'ATTUALITA' dei tempi con grande spirito di adattamento alle condizioni.

Inoltre sempre senza dimenticare che il fenomeno dei "fiancheggiatori" è esteso in larghezza e profondità, senza dimenticare i tempi in cui fi scritto questo documento e senza dimenticare il contesto, si può e si deve prendere come criterio di riferimento per l'analisi il pensiero di Mussolini. Questo è l'unico discrimine che fa affermare quanto qualcuno sia più o meno in linea con il fascimo.

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 9:24 am    Oggetto:  
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Citazione:
Devi darmi atto che però la definizione che ho usato io è quella che generalmente è stata accettata, al di la della condivisibilità della definizione che ne da Bottai. Per questo storicamente parlando risulta, partendo da questa definizione, difficile parlare di "rivoluzione" in questo caso.

si ma se io non condivido quella definizione perchè non posso cambiarla?
alla fine è la storia stessa a dimostrare che le rivoluzione più riuscite sono quelle che avvengono nell'universo delle idee perchè poi, nel futuro, prima o poi, produranno effetti anche nella realtà. E' qui che bottai si vuole differenziare dagli altri: non esistono definizioni o leggi valide per tutti i movimenti ma bisogna adattarsi alle categorie poste dai movimenti stessi se li si vuole comprendere. Qualsiasi "assolutismo" va evitato...

Citazione:
Posso anche capire che egli preferisca questo tipo di definizione perchè più adatto agli scopi del fascismo, ma a questo punto nella categoria di Bottai potrei far entrare anche tutta la storia dell'Unione Sovietica dal 1917 al 1964 o della Cina dal 1949 al 1972, perchè la "rivoluzione continua" come crescita continua della consapevolezza del popolo e della sua funzione nella costruzione della società socialista.

Qui ci sarebbero i dati a smentirti: negli anni 80 antopov lamentava lo scarso impatto del collettivismo nella società russa a livello di incoscio collettivo per larlava di necessità si "assorbiemento psicologico". A mio modo di vedere le cose, il problema stava nel fatto che si pensava di cambiare la società soltanto attravero l'economia, trascurando tutto il resto in quanto sovrastruttura. La realtà ha dimostrato il contrario e Bottai pare esserne stato consapevole già negli anni 30. (lsciamo perdere la cina che ormia l'unica cosa che è diventata è il paradiso del capitalismo).
Citazione:
In ogni caso il problema che sussiste è quanto sia realistica la definizione che Bottai da, bisognerebbe prima di tutto trovare altri suoi (o anche di altri che si basano su questa definizione) scritti che dimostrano dopo quindici o vent'anni di regime come, secondo lui, la rivoluzione sia in corso e spieghi quali sono i cambiamenti intercorsi nella società italiana da dimostrare la validità effettiva del concetto rivoluzionario "permanente".

ma se è lui che l'ha inventata come fai a "trovare riferimenti in altri testi"? non è mica che la storia è un intero continuum si citzioni da un autore all'altro: c'è anche chi inventa cosa nuove...
Se proprio vuoi trovare riferimenti a questo concetto di rivoluzione continua puoi attigenre a tutta la filosofia "irrazionalistica" di fine XX secolo nonchè alla psicoanalisi, alla psicologia delle masse ed alla sociologia. Anzi l'estrema importanza che bottai da da a questi fattori dimostra che egli ha recepito il contenuto di questi pensieri che, ancora oggi, il mondo occidentale non ha recepito a pieno.
Tale idea poi sembra essere radicata in parecchi "addetti ai lavori del tempo": Maranini parlerà, sia nel 1936 che dopo la guerra, di un concetto di rivoluzione molto simile a quello di Bottai e Sartori, a lui collegato, dirà che le rivoluzione più riuscite sono quelle che si radicano nell'incoscio collettivo a livello di idee.
Da non sottovalutare, inoltre, le teorie sociologiche di pareto, di cui Bottai appare sicuramente consapevole.
Citazione:
Anche perchè come ho già accennato a mio avviso i cambiamenti di quei vent'anni sono più la conseguenza della trasformazione dell'Italia da società industriale primitiva in società industriale moderna. Un processo che era già in corso prima dell'ascesa del fascismo.

A dire vero il rpocesso di cui parli è proprio del dopoguerra non tanto del fascismo ma anche qui perchè dai ai processi economici questa importanza sommaria? Pare che il centro di ogni cambiamento sociale sia il cambiamento economico...
Personalmente non mi trovi d'accordo: il fattore economico è un fattore assieme a tutti gli altri fattori e, da solo, non è sufficente a spiegare i mutamenti sociali.
Qui marcus è sicuramente più documentato di me e quindi lascio la parola a lui però mi sembra che in venti anni l'italia abbia, pian piano, cominciato a cambiare volto. A livello di popolo si può sicuramente parlare di mopbilitazione totale di tutto il popolo e maggior partecipazione alla vita dello stato (e questo si dimostrerà con la guerra civile). Senza poi parlare degli enormi cambiamenti intercorsi a livello scolastico preludio dell'avvento di una nuova classe dirigente (vedi scuola di mistica). Se unisci tutto questo all'idea di rivoluzione permnente di Bottai, la cosa risulta comprensibile aldilà che si possa condividere o meno.
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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 10:15 am    Oggetto:  
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Esatto, il concetto di rivoluzione fascista é profondamente totalitario (totale nel coinvolgimento di ogni fascia sociale ed unitario nel fine di unire la massa dei cittadini all'insegna dei propri valori etici) e non solo economicista, per quanto l'influenza nelle decisioni economiche raggiunta dal partito nel 1939 non aveva precedenti passati nell'Italia liberale né futuri in quella cosiddetta repubblicana. Di più la costruzione di un partito di massa che coinvolgeva capillarmente in senso orizzontale ogni strato della società tramite le sue organizzazioni ed in senso verticale promuovendo alla partecipazione dei più alti livelli della vita dello Stato categorie fino ad allora assenti dalla vita politica, denotano a mio avviso un grandssimo cambiamento. Ovviamente il fine per cui tutto ciò era stato messo in moto dal fascismo non aveva nulla da spartire con quanto avveniva nelle liberaldemocrazie. Casomai si potrebbe tentare un parallellismo nelle forme con l'URSS, ma appunto quì entrano in gioco i differenti fini rispetto ai quali i due regimi si sono avvalsi del metodo totalitario,come lo ha definito lo storico Emilio Gentile.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 10:24 am    Oggetto:  
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Riprendo e sviluppo i giustissimi ragionamenti di Daniele.

Il discorso non può essere fatto, al solito, da un unico unto di vista senza considerare gli altri concetti pur determinanti in un discorso che, riguardo ad una dottrina politica, E' PRINCIPALMETE DI SCIENZE POLITICHE.

Il dato Politico e il dato storico sono complementari e innegabilmente il primo ha un primato sul secondo. Anzi, il primo CONDIZIONA il secondo.

Da un punto di vista politologico, non si può analizzare un concetto politico senza tenere conto delle sue categorie e dei suoi presupposti!

Inoltre: non si può, dal punto di vista dell'analisi, assolutizzare un criterio di studio politico erigendolo come "archetipo" di una definizione! Chi dice che la definizione di rivoluzione è SOLO quella che RIBALTA una realtà in immediato (dovendo poi parametrizzare questa immediatezza, però!), e SOLO quella che muta l'ECONOMIA?

Tra l'altro, se il criterio è questo e deve valere in assoluto, allora NESSUNA "rivoluzione" in ASSOLUTO, in NESSUNA EPOCA, può essere definita tale!

La Russia Marxista-Leninista ha operato come rivoluzione, secondo questa definizione? ASSOLUTAMENTE NO! Si è visto con i problemi economici IMMEDIATI che si sono sviluppati secondo il criterio assoluto marxista! Si è fatta macchina indietro spesso (vedi NEP), si è andati a "ondate" e si è rimasti in una situazione IBRIDA a lungo in un "sistema economico" elefantiaco!

Inoltre la realtà economica NON HA CAMBIATO la realtà Sociale! Il risultato "empirico", preconizzato dai fascisti, è stato DISASTROSO.

Ma ripeto, impossibile assolutizzare un criterio quando la situazione è più complessa e non assolutizzabile!

Ancora: non è possibile definire la validità di una idea SOLO dal suo inveramento in un dato periodo "x" o "y"!

La "sperimentazione" è importante ma non è determinante! Anzi, non ha valore dal punto di vista politologico! Ma forse solo storico.

Un principio politico ha ragione di esistere, ovviamente essendo definito con cognizone in termini netti e riscontrabili nella realtà, a prescindere dal suo "risultato empirico".

Se la discussione si impernia sempre solo sul dato empirico e solo parametrizzato in un certo modo univoco, mi chiedo sempre come si può uscirne...

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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 10:34 am    Oggetto:  
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Dal punto di vista della Potenzialità di IMPATTO DEFINITIVO di un principio politico, un parametro assolutizzabile al limite potrebbe essere quello della RIFORMA (rivoluzionaria) DELL'EDUCAZIONE!

Il primo e imprescindibile risultato che impatta direttamente sulla società tutta è quello della Rivoluzione Sociale nell'Educazione. E' un aspetto citato da Daniele in modo molto pertinente, che andrebbe approfondito anche qui come abbiamo fatto in altre pagine ed altrove.

Ma, sempre, viene IGNORATO.

..E proprio perchè il dato EDUCATIVO è quello maggiormente determinante per lo sviluppo delle Società, non può essere IMMEDIATO!

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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 11:37 am    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:

Qui ci sarebbero i dati a smentirti: negli anni 80 antopov lamentava lo scarso impatto del collettivismo nella società russa a livello di incoscio collettivo per larlava di necessità si "assorbiemento psicologico". A mio modo di vedere le cose, il problema stava nel fatto che si pensava di cambiare la società soltanto attravero l'economia, trascurando tutto il resto in quanto sovrastruttura. La realtà ha dimostrato il contrario e Bottai pare esserne stato consapevole già negli anni 30. (lsciamo perdere la cina che ormia l'unica cosa che è diventata è il paradiso del capitalismo).


Ho citato quegli anni 1917-1964 perchè furono quelli in cui la società sovietica era relmente convinta, bene o male, di essere protagonista di un cambiamento costante volto all'edificazione del socialismo reale. Andropov, come Breznev, aveva da tempo rinunciato alla possibilità di riuscire a costruire il socialismo reale, al di la dei discorsi di propaganda fatti davanti al popolo e al soviet supremo. La Cina è diventata il paradiso del capitalismo dopo il 1973, prima i maoisti fucilavano persino chi parlava l'inglese a volte.

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ma se è lui che l'ha inventata come fai a "trovare riferimenti in altri testi"? non è mica che la storia è un intero continuum si citzioni da un autore all'altro: c'è anche chi inventa cosa nuove...
Se proprio vuoi trovare riferimenti a questo concetto di rivoluzione continua puoi attigenre a tutta la filosofia "irrazionalistica" di fine XX secolo nonchè alla psicoanalisi, alla psicologia delle masse ed alla sociologia. Anzi l'estrema importanza che bottai da da a questi fattori dimostra che egli ha recepito il contenuto di questi pensieri che, ancora oggi, il mondo occidentale non ha recepito a pieno.
Tale idea poi sembra essere radicata in parecchi "addetti ai lavori del tempo": Maranini parlerà, sia nel 1936 che dopo la guerra, di un concetto di rivoluzione molto simile a quello di Bottai e Sartori, a lui collegato, dirà che le rivoluzione più riuscite sono quelle che si radicano nell'incoscio collettivo a livello di idee.
Da non sottovalutare, inoltre, le teorie sociologiche di pareto, di cui Bottai appare sicuramente consapevole.


La definizione di Bottai è stata scritta a 4 anni dalla rivoluzione, questo significa che ha avuto tutto il tempo di influenzare la cultura politologica fascista successiva, perciò perchè non ve ne dovrebbero essere tracce? I riferimenti a cui facevo riferimento sono ovviamente successivi e di altri autori del regime o di Bottai stesso, non capisco la natura di questa risposta che hai dato, mi pare ovvio che ci saranno autori successori che discuteranno di ciò che Bottai ha detto, oppure le sue affermazioni sono cadute nel vuoto?


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A dire vero il rpocesso di cui parli è proprio del dopoguerra non tanto del fascismo ma anche qui perchè dai ai processi economici questa importanza sommaria? Pare che il centro di ogni cambiamento sociale sia il cambiamento economico...
Personalmente non mi trovi d'accordo: il fattore economico è un fattore assieme a tutti gli altri fattori e, da solo, non è sufficente a spiegare i mutamenti sociali.
Qui marcus è sicuramente più documentato di me e quindi lascio la parola a lui però mi sembra che in venti anni l'italia abbia, pian piano, cominciato a cambiare volto. A livello di popolo si può sicuramente parlare di mopbilitazione totale di tutto il popolo e maggior partecipazione alla vita dello stato (e questo si dimostrerà con la guerra civile). Senza poi parlare degli enormi cambiamenti intercorsi a livello scolastico preludio dell'avvento di una nuova classe dirigente (vedi scuola di mistica). Se unisci tutto questo all'idea di rivoluzione permnente di Bottai, la cosa risulta comprensibile aldilà che si possa condividere o meno.


Il processo economico è quello che produce i cambiamenti nella società non come soggetto attivo, ma come semplice riflesso passivo nelle vite degli individui. Il regime fascista non sarebbe mai potuto esistere nella società della prima industrializzazione per il semplice fatto che essa per vivere ha avuto bisogno di una serie di strumenti che erano tipici di una fase di fase di civiltà tipica della seconda rivoluzione industriale, quella che ha generato la radio, i mass-media diffusi sul territorio, la possibilità di controllare dal centro l'intera vita nazionale. E' stato il progresso tecnologico ed economico a produrre questi fattori, così come è stato sempre il progresso (non intendibile comunque in senso positivista) a consentire il controllo della vita pubblica a quella maniera. I cambiamenti occorsi nella scuola, o anche nel mondo del lavoro sono il prodotto di un determinato tipo di civiltà, che risente dei progressi scientifici ed economici che ci sono alle spalle. Prendi ad esempio i treni della domenica per andare al mare organizzati dal regime (esempio banale lo so) sono il prodotto tipico di una fase di relativa crescita del benessere economico, che ha come conseguenza quello di spronare la gente a “godersi” questa crescita, lo stato di conseguenza si adopera per aiutare questo sentimento, figlio di un’industrializzazione avanzata. In ogni caso non sopravvaluto la forza del cambiamento economico, ma penso che faccia da sfondo onnipresente a tutto.

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MessaggioInviato: Mar Dic 02, 2008 11:47 am    Oggetto:  
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RomaInvicta ha scritto:
Dal punto di vista della Potenzialità di IMPATTO DEFINITIVO di un principio politico, un parametro assolutizzabile al limite potrebbe essere quello della RIFORMA (rivoluzionaria) DELL'EDUCAZIONE!

Il primo e imprescindibile risultato che impatta direttamente sulla società tutta è quello della Rivoluzione Sociale nell'Educazione. E' un aspetto citato da Daniele in modo molto pertinente, che andrebbe approfondito anche qui come abbiamo fatto in altre pagine ed altrove.

Ma, sempre, viene IGNORATO.

..E proprio perchè il dato EDUCATIVO è quello maggiormente determinante per lo sviluppo delle Società, non può essere IMMEDIATO!

Hai detto tutto: anche secondo me la questione dell'educazione è di importanza fondamentale. Ma, non potendo l'educazione preodurre risultati nell'immediato, risulta chiaro che il suo impatto potrà realizzarsi solo nel futuro ed in maniera progressiva.
L'impostazione economicista e materialista del pensiero contemporaneo (sopratutto in quello degli ultimi 50 anni) porta, invevitabilmente, a trascurare tale aspetto, considerandolo secondario perchè le "rivoluzioni" dovrebbero avvenire principalmente in campo economico (si attribuisce quindi un potere normativo ed etico all'economia Shocked ).
La particolarità del fascismo sta proprio nel rigettare questa concezione e dare particolare importanza all'educazione.
Sarebbe interassante notare come uno dei pochi esempi di rivoluzione riuscita nella storia, ovvero il cristianesimo, non sia consistito in un rivolgimento istantaneo ma in una serie di avvenimenti che si sono succeduti nei secoli e sono penetrati nell'incoscio collettivo delle persone. E qui ci si ricollega al discorso della discussione sul concetto di universitas ovvero i principi religiosi che si secolarizzano e diventano principi laici (principale segno dell'influenza del cristianesimo nella società civile).
E di questi concetti ce ne sono molteplici: dall'idea di giustizia, all'idea di bene, all'idea di stato per giungere alla stessa idea di storia che, nella modalità da noi conosciuta, è una specie di versione laicizzata della divina provvidenza.
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