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Dvx87




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MessaggioInviato: Mar Nov 25, 2008 11:52 pm    Oggetto:  
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Vedo franz che hai capito bene qual'è il loro obiettivo ed il loro modus operandi. Essi non applicano a repressione poliziesca sullo stile hitleriano o stalinista ma unasno metodi più morbidi ma con finalità identiche.
Tradotto in paole povere questo significa che magari non esiste un sistema poliziesco in stile sovietico però, quando gli oligarchi vogliono, hanno a disposizione una descrizione riguardo noi e quello che facciamo. Questo tipo di progetto rientra benissimo inq ueste logiche: non è che vogliono schedare ogni singolo blog ma semplicemente creare di cavilli che permettano loro di citare in giudizio qualcuno di scomodo.
Dopotutto la loro prima preoccupazione è quella di mantenere il potere...
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mer Nov 26, 2008 10:08 pm    Oggetto:  
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Approfitto della situazione per segnalarvi una altra questione spinosa su un fenomeno esploso di recente: facebook che personalmente chiamo fakebook...
Siete consapevoli che facebook è stato citato in giudizio negli usa per gravi violazioni sulla riservatezza degli utenti? Siete consapevoli del fatto che qualsiasi cosa mettete su facebook è proprietà di facebook? Siete consapevoli del fatto che facebook è in contatto con tutte le più gorsse aziende pubblicitarie alle quali passa, in maniera illegale, i vostri dati per scopi commerciali?
In maniera più semplice si può dedurre che qualcosa non va: il regolamento impedisce di avere più di 5000 contatti, infatti alcuni scrittori si sono ritrovati l'account cancellato per questo ma allora mi spiegate perchè i politic possono avere anche 25.000 contatti e nessuno dice loro nulla?
Sapevate poi che il proprietario di facebook è una amicone di bush?
La rete è un ottimo strumento ma c'è anche il tangibile rischio di prendersi delle grosse fregature quindi antenne sempre diritte...


Ultima modifica di Dvx87 il Mer Nov 26, 2008 10:12 pm, modificato 1 volta in totale
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Mer Nov 26, 2008 11:37 pm    Oggetto:  
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Nico ha scritto:
Ho capito, ma io so che di blog ne nascono a migliaia anche ogni giorno. Adesso si mettono a schedarli tutti per sta cosa? Very Happy


Ma perchè non hai mai sentito parlare di Echelon per esempio?
Controllano tutto e tutti, anche le telefonate, anche le mail. E' chiaro che certi soggetti sono controllati più attentamenti di altri e che ci sono diversi livelli di controllo, alcuni più generici altri più specifici.
Ci sono pure le reti di controllo "illegali" (così come a suo tempo "i servizi deviati" - sempre tutto deviato e illegale ma non si capisce mai come e da chi) tipo l'affaire Telecom recentemente su tutte le cronache...
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Dvx87




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MessaggioInviato: Gio Nov 27, 2008 7:45 pm    Oggetto:  
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Invito caldamente i nostri utenti più giovani a leggersi gli articoli che di seguito postero perchè, come già avevano intuito i primi hacker neli anni 80, o si conosce la tecnolgia oppure la si subisce (e non ci sono vie di mezzo).
Il primo articolo riguarda facebook che, personalmente, chiamo fakebook.
Personalmente non amo tale social network perchè, oltre a non garatire alcuna riservatezza, diffonde una idea deviata ed alienante dei rapporti umani (almeno nel modo in cui viene usato oggi). Il rapporto umano viene spersonalizzato e ridotto ad una banale mostra di se stessi priva di ogni confronto concreto con gli altri (leggeti "la moda" di Simmel).

Arriverà il “social advertising” by Google: sfrutterà l’amicizia per fare pubblicità

Nell’era in cui i banner grafici si facevano sempre più grossi e invadenti per racimolare un po’ di attenzione Google spiazzò tutti lanciando l’AdSense : un servizio di link testuali, che rispetto a tutte le altre forme pubblicitarie ha il vantaggio di essere sempre pertinente con il contenuto della pagina.

I lettori trovano i link sponsorizzati pertinenti alle loro esigenze, il proprietario del sito guadagna di più e l’inserzionista è sicuro di attirare solo potenziali clienti. Successive applicazioni di questo servizio fecero persino discutere, quando con l’arrivo della Gmail, AdSense cominciò a “leggere” le nostre email per fornire pubblicità contestualizzata anche accanto alle nostre conversazioni personali.

Chi pensa che AdSense sia già troppo invadente, potrebbe essere costretto in tempi non lontani a rivedere la proprio limite di tolleranza per continuare ad usufruire della rete. Google sta aspettando l’approvazione di un brevetto, che è già stato ribattezzato in rete con il nome “FriendRank”, che cercherà di comprendere le nostre relazioni sul web, sfruttando i nostri comportamenti sociali per massimizzare i profitti di inserzionisti e siti web.

Come accennato anche qui sopra, l’AdSense si basa sull’analisi del testo presente nella pagina web. Dalla nascita di questo servizio ad oggi, un nuovo modo di utilizzare la rete si è consolidato, basato sull’user generated content e il social networking. A Mountain View hanno studiato il fenomeno per poi ideare un sistema di advertising su misura.

Per spiegarne il funzionamento, immaginate un qualsiasi social network: ogni utente dispone di una o più pagine, ricche di informazioni personali ed è legato (in modo diretto o indiretto) a tutti gli altri utenti tramite relazioni di “amicizia”.
Combinando insieme gli interessi degli utenti e la trama di amicizie che li lega tra loro, è possibile scovare le persone più popolari ed entro certi limiti anche il perché (ad esempio un musicista con un seguito, uno sportivo, una ragazza in cerca di sesso). Le persone più popolari all’interno di un gruppo di amici (piccolo o grande che sia) tendono a influenzare il resto della compagnia, per questo l’advertising presente nelle pagine che appartengono loro darà risultati migliori.

Ora che altri si sono posti il problema, e hanno pure trovato una risposta, appare chiaro anche ai miei occhi che, per quanto evoluto, un sistema come AdSense rischia di non essere a suo agio nei modi di fruire della rete che si stanno affermando.
Servirsi delle informazioni sulle relazioni non permetterà solo di avvantaggiarsi dell’immagine degli utenti più rispettati, ma permetterà di focalizzare gli annunci su quelli che saranno più probabilmente gli interessi di chi visita la pagina. Mi spiego meglio con un esempio.

Se un utente ha influenza tra le sue relazioni per il fatto di essere un buon giocatore di scacchi, tra le inserzioni contestuali potrebbe comparire un sito che vende DVD di tutte le serie dei Simpson, perché i Simpson sono presenti nell’elenco dei suoi programmi TV preferiti o perché qualcuno ne scrive nei commenti (o nel wall).

È necessario infine notare che nel testo del brevetto non sono specificati i confini in cui operi questa nuova tecnica. Si parla di gruppi di amici, ma non solo all’interno di uno specifico sito.

La mente corre subito a due servizi ideati proprio da Google: Open Social e Friend Connect. Il primo permette ai siti che dispongono di una community di condividerla con altri servizi realizzati da terze parti, mentre il secondo è un social network “universale”, creato per dare l’opportunità a chiunque e con poche e semplici mosse, di integrare un social network nelle proprie pagine, condividendo la comunità con tutti gli altri siti che aderiscono al progetto.

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Dvx87




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MessaggioInviato: Gio Nov 27, 2008 7:48 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:
Nico ha scritto:
Ho capito, ma io so che di blog ne nascono a migliaia anche ogni giorno. Adesso si mettono a schedarli tutti per sta cosa? Very Happy


Ma perchè non hai mai sentito parlare di Echelon per esempio?
Controllano tutto e tutti, anche le telefonate, anche le mail. E' chiaro che certi soggetti sono controllati più attentamenti di altri e che ci sono diversi livelli di controllo, alcuni più generici altri più specifici.
Ci sono pure le reti di controllo "illegali" (così come a suo tempo "i servizi deviati" - sempre tutto deviato e illegale ma non si capisce mai come e da chi) tipo l'affaire Telecom recentemente su tutte le cronache...

E proprio in merito a cio leggiti questo...

Lasciatemi sghignazzare di fronte a coloro che lamentano come grave violazione della privacy la possibilità di rintracciare le persone attraverso i cellulari o le carte di credito. O di fronte a coloro che si lamentano del fatto che le chat, la mail e i blog sono fonte di estraniazione dalla vita reale. O ancora davanti a chi risponde in modo sgarbato ed infastidito alle telefonate fatte dai vari callcenter di vendita di prodotti alimentari, di raccolta di informazioni statistiche, di raccolta di “piccoli contributi” per le malattie rare…

> Salve chiamo dalla Intercastingcenter di Catania, la chiamavo per…

>Non sono interessato e vorrei sapere chi **** LE HA DATO IL MIO NUMERO!

Milioni di persone in tutto il mondo, migliaia di persone in tutta italia, passano le loro giornate di totale esaltazione appiccicate ad uno sito di nome “Facebook”. E non si rendono conto a quale gravissima violazione della privacy si sottopongono volontariamente.

Un tempo era il web, poi è stato il web 2.0… ma questo che diavolo è?

Il sito di facebook non contiene in realtà assolutamente nulla. Altro non è che una sorta di aggregatore di servizi che si possono trovare, in qualità notevolmente superiore, da altre parti: condivisione di foto, di gusti musicali, blog, chat…

Si dice che il web 2.0 sia proprio caratterizzato dalla possibilità di creare e condividere i contenuti in maniera dinamica e del tutto (più o meno) democratica. Ma in tutto questo c’è sempre uno scambio equo di informazioni. Ad esempio su lastfm (o attraverso genius di apple), lascio che qualcuno raccolga i miei gusti musicali (e li rivenda a qualcun’altro) per poter avere in cambio consigli su altra musica da ascoltare o poterne ascoltare di nuova gratuitamente.

Oppure in altri casi la condivisione è semplicemente un modo per mettersi in mostra: è il caso di youtube, o di flickr.

Infine ci sono altri servizi che rendono effettivamente “le cose” più facili ed interessanti: google earth, wikipedia, ebay… per non parlare poi dell’ampliamento dei canali di comunicazione dato da sistemi come msn o skype.

Ma in facebook l’unico servizio (ed è qui che si consuma il delitto) che viene fornito è la possibilità di cercare e contattare le persone utilizzando l’unica informazione che fino ad oggi internet ci aveva consentito di mantenere privata: il nome ed il cognome.

Infatti fino ad oggi si è sempre pensato ad internet come ad una seconda vita (qualcuno ha più sentito parlare di second life??), un luogo in cui chiunque può assumere l’identità che vuole. A volte si tratta di identità fasulle, a volte di identità più vere di quella reale. In internet uno può essere il più grande esperto di manga ed essere contemporaneamente giudice della corte suprema. Dov’è il problema? Ognuno ha uno o più avatar ed impersona quello giusto al momento giusto.

Ma in Facebook non succede così. In facebook (lo dice il nome stesso) ci si mette la faccia, ci si mette il nome ed il cognome. E non si scampa.

Se ti iscrivi cominci a collegare il tuo nome ad altri nomi e pian piano, come in un albero genealogico si ricreano (in potenza, per fortuna!) tutti i rapporti interpersonali della tua vita. Peccato però che i rapporti con le persone sono belli in quanto mutevoli. Avevo amici 10 anni fa che ora non considero più tali. Alcuni potrei forse salutarli, alcuni potrei non riconoscerli. Ma in facebook tutti sono amici di qualcuno, e lo rimangono (ancor fortunatamente in potenza) a vita. E se non lo erano più? Ecco un buon sistema per ritrovarli. Ma se avessi voluto farlo veramente lo avrei potuto fare prima… o sbaglio?

Siamo dunque al paradosso, le persone sono arrivate al punto di sottoporsi volontariamente ad un censimento mondiale senza essersene rese conto.

Eppure basta cercare un po’ su internet, basta leggere qualche giornale (anche i meno specializzati ne hanno parlato) per scoprire quanti segreti si celano dietro a questa fantomatica rivoluzione. C’è chi sostiene che dietro tutto ci siano le intelligence americane, chi si limita a dimostrare la possibilità di rintracciare le abitudini e gli usi di una persona semplicemente conoscendone il nome.

Non è comunque mia intenzione fare supposizioni o riportare voci di altri riguardo le possibili macchinazioni che stanno dietro a facebook, mi limito a spingere coloro che leggono queste righe ad una breve riflessione: sentite proprio tutta questa necessità di condivisione?

E’ per questo che rifiuto sistematicamente i vari inviti a LinkedIn, Facebook e simili: grazie, apprezzo il gesto, ma per principio non amo far sapere a sconosciuti quali sono le mie frequentazioni. Non perché le mie frequentazioni siano discutibili (a parte alcune), ma per principio: sono fatti miei e ci tengo che restino tali. [Paolo Attivissimo]

Vi lascio con un piccolo trucchetto. Scenario: non siete iscritti a facebook (proprio come me) e volete sapere chi lo è e con chi è amico. Se andate sul sito di facebook potete vedere se una persona è iscritta o meno cercandone il nome. Ma non potete fare molto di più, vi verrà fuori la scritta “Devi iscriverti a facebook per visualizzare i risultati completi…”.

C’è però qualcosa di molto più potente di qualunque sistema di password o di protezione… google!

Se cercate su google il nome di qualcuno, e se questo è iscritto a facebook, naturalmente vi verrà fuori il link alla sua pagina dove potete vedere una selezione di facciotti con tanto di nome e cognome: sono i suoi amici. Bene, ora ricaricate la pagina tutte le volte che volete e vedrete scorrere di volta in volta tutti i suoi amici… tranne me!

 
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Dvx87




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MessaggioInviato: Gio Nov 27, 2008 7:51 pm    Oggetto:  
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Un'altro articolo simile ed ugualmente interessante, è stato pubblicato su punto informatico:

Contrappunti/ Facebook? Meglio un blog

Roma - Nelle ultime settimane si parla molto di una esplosione dell'utilizzo di Facebook in Italia. Per affermarlo ci si basa spesso su dati empirici, il più citato dei quali è il gran numero di richieste di amicizia che raggiungono i nostri profili su Facebook da qualche tempo a questa parte, come se moltissime persone avessero improvvisamente scoperto l'uso di questa applicazione di social networking anche in Italia. Ciò avviene proprio mentre in USA la curva di crescita di Facebook va riducendosi, per lo meno nella fascia di utenza originariamente più forte, vale a dire quella degli studenti universitari (18-25 anni). In Italia, secondo i calcoli che Vincenzo Cosenza ha pubblicato sul suo blog, gli utenti potrebbero essere passati da circa 600.000 ad oltre 1 milione.

Se queste ipotesi si dovessero rivelare esatte saremmo di fronte ad un fenomeno simile, seppur ovviamente di dimensioni diverse, rispetto a quello accaduto in USA nel 2007 dove Facebook ha sbaragliato in termini di crescita ed attenzione qualsiasi altra applicazione di social networking.

Personalmente ho un approccio "laico" a Facebook e benché si tratti di un ambiente certamente ben fatto (nonostante i diffusi mugugni in rete, la recente rivisitazione dell'interfaccia mi pare abbia portato grandi miglioramenti) da quando ho un profilo su Facebook ho rapidamente sviluppato alcune ampie idiosincrasie nei suoi confronti, per esempio quella verso tutte le applicazioni di terze parti che è possibile installare. Non faccio test di intelligenza, non mando fiori, non spargo catene di sant'Antonio, non condivido musica. Un buon 80% della mia possibile attività su Facebook viene quindi istantaneamente "spenta" e questo fa di me un critico parziale e non troppo attendibile.
Facebook in ogni caso è una applicazione pensata per replicare nel piccolo spazio recintato disegnato dalla sua interfaccia, la maggior quota possibile della Internet che conosciamo. Molti utenti in USA lo utilizzano esattamente in questa maniera, come unico ambito di rete nel quale, non casualmente, negli ultimi tempi gli strumenti di interazione sono andati moltiplicandosi e le loro funzionalità spesso duplicano quelle già esistenti nella "grande Internet". Dalla posta elettronica alle chat, dagli alert di testo allo sharing fotografico gli utenti di Facebook, se lo vogliono, possono scegliere di abitare dentro l'interfaccia del proprio social network, disinteressandosi di buona parte del mondo fuori.

La maggior complicazione di questa riduzione in scala della comunicazione elettronica, il suo vero punto di debolezza, resta il criterio di scelta dei propri contatti. La grande contraddizione non detta di Facebook e di gran parte degli altri social software è quella di proporsi come un servizio di allargamento della propria cerchia sociale e contemporaneamente di esaltare "sottovoce" i vantaggi sociali di una comunicazione fra simili.

Nei commenti del post di Cosenza sono elencate molte delle possibili motivazioni del boom di Facebook in Italia, dalla localizzazione nella nostra lingua, al mashing con altre interfacce molto utilizzate come Windows Live, da una certa notorietà raggiunta in seguito ai numerosi articoli di stampa ad una oggettiva semplicità d'uso che consente a chiunque di crearsi un profilo senza alcuna competenza informatica. È comunque molto presto per dire se la preferenza accordata anche in Italia a Facebook da parte degli utenti sia destinata a durare o vada archiviata invece alla voce "moda di stagione".

Come per tutti i social network, oggi rimangono intatti anche per Facebook gli interrogativi legati al suo utilizzo. Per esempio Facebook, sfrondato dalle tonnellate di applicazioni inutili che la abitano, si segnala come ottimo tool per la gestione degli eventi, una sorta di calendario sociale molto centrato sul passaparola, mentre resta invece irrisolta la questione centrale del filtro sociale.

Quanto deve essere limitata la nostra presenza su Facebook per poter essere socialmente efficace? Quali utenti devo aggiungere al mio profilo fra quelli che ne fanno richiesta? La tendenza generale sembra essere quella comune agli altri software di rete sociale, vale a dire aggiungere alla propria lista di "amici" tutti o quasi quelli che ne fanno richiesta oppure di proporsi indistintamente a molti utenti che non si conoscono. Un limite di utilizzo ovviamente, non di interfaccia.

La ragione qualitativa che rende oggi la gestione di un semplice blog assai più proficua in termini di filtro sociale rispetto ai social network omnicomprensivi come Facebook (un discorso a parte credo andrebbe fatto per le interfacce verticali come Flickr) riguarda proprio il concetto di amicizia. Finché le nostre centinaia di contatti sui software di rete sociale saranno in buona parte perfetti sconosciuti convenzionalmente chiamati "amici", il social graph che ha fatto la fortuna di Mark Zuckerberg resterà di fatto un diagramma ingannevole e fuori fuoco. E con esso tutti i modelli di business basati sul filtro sociale ad esso collegati.

Massimo Mantellini
Manteblog
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Spero adesso sia chiaro a tutti quanti perchè insisto con il fare attenzione e col chiamare facebook col suo nome frale: fakebook! Very Happy
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MessaggioInviato: Mer Dic 03, 2008 7:19 pm    Oggetto:  
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Notizia di oggi. Meditate...

Il premier in visita al polo tecnologico delle poste italiane: «Al prossimo G8
e al G20 potremo proporre di regolare il sistema Web in tutto il mondo»
Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, avanzerà al prossimo G8, di cui l'Italia ha la presidenza, «una proposta di regolamentazione internazionale del sistema Internet». Lo ha detto il Cavaliere al termine di una visita al polo tecnologico delle poste italiane. «Sarò per la terza volta presidente del G8, che ha già come compito la regolazione dei mercati finanziari in tutte le nazioni; ho visto che per quanto riguarda Internet manca una regolamentazione comune», e al problema, secondo Berlusconi, non possono porre soluzione le Nazioni Unite, che sono «pletoriche».
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MessaggioInviato: Lun Dic 08, 2008 10:20 pm    Oggetto:  
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Roma - Dopo la pubblicazione dell'articolo Cos'è un Blog, in cui commentavo aspramente tutte le varie proposte di legge esistenti sul tema "Blog e Libertà di Stampa", sono stato contattato dai promotori di una di esse e mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione. Lo faccio qui di seguito, in modo che se ne possa discutere apertamente.

Requisiti di una Proposta di Legge
Una proposta di legge su questo tema che voglia essere degna di attenzione dovrebbe fornire gli strumenti necessari per ottenere entrambi i seguenti due effetti.

1)Garantire ai cittadini il diritto di esprimere la loro opinione (e svolgere le loro attività associative e politiche) come previsto dalla Costituzione.
2)Impedire alle aziende e ad altre organizzazioni di sfruttare questi spazi di libertà al solo scopo di sottrarsi agli obblighi di legge previsti per le attività editoriali.

Preciso subito che, personalmente, credo che la stampa non dovrebbe conoscere nessuna limitazione di nessun genere. Tuttavia, se non si prevedono dei limiti specifici per le attività professionali (giornalismo ed editoria) non ha più nessun senso discutere di questo tipo di "riforme", per cui sono costretto a partire da questi presupposti. Riprenderò questo argomento al termine di questo breve articolo.

Quello che ci interessa, per il momento, è che una legge su questo tema dovrebbe sia garantire la libertà di espressione ai privati cittadini sia impedire gli abusi da parte dei "professionisti" dell'editoria e del giornalismo. Come vedremo, quasi mai questi due punti vengono contemporaneamente garantiti dalle proposte di legge esistenti. Di conseguenza, queste proposte di legge sono quasi sempre inutili e prive di senso, prima ancora che dannose.
Editoria Cartacea ed Editoria Digitale
Molte di queste proposte di legge cadono nella tentazione di distinguere tra editoria "cartacea" ed editoria "digitale". Ovviamente, alle spalle di questo modo di separare il grano dalla pula c'è la convinzione che l'editoria "professionale" si faccia tuttora soprattutto su carta mentre sul web siano presenti più che altro dei blog di carattere personale. Non solo: dietro questo modo di pensare c'è la convinzione che le cose resteranno così ancora a lungo.

Questo però non è vero. Già adesso, quasi tutti i principali quotidiani ed i principali periodici del paese (e del mondo intero) hanno una loro versione digitale sul web. Questa versione digitale non ha nulla da invidiare a quella cartacea. Non solo: molte di queste testate stanno abbandonando la carta per ragioni di costo ed in futuro saranno disponibili solo sul web (o quasi).
Per essere più precisi, quasi tutte le testate giornalistiche, quotidiane o periodiche, tecniche o generalistiche, stanno andando verso un modello di editoria fortemente multimediale in cui la stessa notizia viene resa disponibile come "colonna" su carta, come pagina web, come video (file MPEG4 o stream), magari come podcast per non vedenti (MP3) e come "alert" via SMS.
Questa modalità di distribuzione in formati multipli, attraverso più canali paralleli, viene messa in atto già da tempo anche dalle piccole e piccolissime realtà. Un esempio eclatante è l'italianissima "Hacker Journal", che pubblica sia un sito web che una rivista cartacea (priva di pubblicità, venduta a 2 euro nelle edicole).

Basare la distinzione tra "editoria professionale" e "hobbysmo" sul media utilizzato è del tutto fuorviante e lo sarà sempre di più in futuro.

Tra l'altro, se venisse riconosciuto uno status particolare, più libero, a coloro che operano sul web, le aziende più spregiudicate ne approfitterebbero immediatamente per buttare a mare la versione cartacea e tutti i suoi vincoli. Molti giornali fanno già adesso una fatica enorme a tenere in piedi la struttura redazionale tipica di un giornale, imposta loro dalla nostra legge, e sarebbero ben contenti di spacciarsi per un sito di comunità, libero da questi vincoli.

Verrebbe quindi meno il rispetto del punto 2 delle mie specifiche per una proposta di legge "seria": le aziende potrebbero facilmente "abusare" di una libertà che il legislatore non intendeva riconoscere loro.

Editoria Professionale ed Editoria Hobbystica
Naturalmente, ciò che interessa davvero i legislatori è distinguere tra l'attività editoriale professionale e quella hobbystica. Detto in altri termini, interessa loro distinguere tra un privato cittadino che esprime delle opinioni personali ed un giornalista che riporta delle notizie.

In quasi tutti i casi, le varie proposte di legge tentano di distinguere tra "professionismo" e "volontariato" basandosi sul fatto che esista uno "scopo di lucro" e/o una "remunerazione" dietro all'attività giornalistica ed editoriale. Se l'editore incassa dei soldi dalla pubblicità o dalla vendita in edicola, allora è editoria professionale. Se la pubblicazione non produce introiti, è volontariato. Se il giornalista viene pagato per il suo articolo, è attività professionale, diversamente è volontariato. Questo modo di distinguere i due casi, tuttavia, è palesemente inefficace.

Esistono casi famosissimi di editoria professionale che non ricavano un soldo né dalla vendita in edicola né dalla pubblicità. Uno di questi casi è Altro Consumo che vive solo dei finanziamenti dei soci. Più in generale la stragrande maggioranza delle testate pubblicate dai partiti politici, dalle associazioni e dai sindacati, pur essendo testate giornalistiche a tutti gli effetti, non ricavano un euro dalla loro attività.

Non solo: la stragrande maggioranza dei "giornalisti" già adesso non ricava un soldo dalla propria attività. Con la crescita del fenomeno del "Citizen Journalism" e con l'aumento dell'offerta di giornalisti (anche "certificati") questa sarà sempre di più la regola. Si scrive e si pubblica soprattutto per comunicare ("per farsi conoscere e per fasi sentire"), non per soldi. I soldi, se arrivano, arrivano sempre più spesso da altre fonti.

Più in generale, l'attività editoriale sta diventando sempre di più un'attività collaterale a qualcos'altro ed è sempre meno caratterizzata dallo scopo di lucro. Per molte testate (soprattutto quelle che hanno una forte componente politica e sindacale) sarebbe forte la tentazione di rinunciare ai già magri introiti se questo permettesse loro di godere di tutta la libertà d'azione che la legge dovrebbe concedere ai privati cittadini. Una volta eliminata la struttura redazionale imposta dalla legge e tutti i suoi costi, il bilancio tornerebbe comunque in pareggio.

Dall'altro lato, è francamente assurdo classificare il blog di un privato cittadino come "testata giornalistica" solo perché ricava pochi o molti soldi dalla pubblicità (AdSense e simili). Cosa pubblica quel sito? Come ricava i propri soldi. Fa informazione? Pubblica notizie?

Stampa, Comunicazione Aziendale e Opinionistica Personale
Ovviamente, si può sempre dire: "Se la testata giornalistica è gestita da un partito politico, da un sindacato, da una associazione o da una azienda, allora è comunque una testata giornalistica ed è comunque soggetta alle regole previste per l'editoria professionale". In altri termini, tutto ciò che è gestito da una "persona giuridica" (invece che da una "persona fisica), è "editoria professionale" e tutti coloro che pubblicano attraverso queste testate sono giornalisti professionisti, non semplici cittadini.

Questo, per inciso, è proprio il modo in cui si distinguono questi due casi in molti altri paesi del mondo: è un professionista chi agisce in associazione con altre persone perché, inevitabilmente, opera per conto di altre persone o rappresenta comunque le opinioni di un gruppo. Chi pubblica qualcosa da solo, non importa come, rappresenta solo se stesso e viene trattato come privato cittadino.

Però... Una "rivista" non deve pubblicare per forza 100 articoli al mese per essere tale. Un singolo individuo può benissimo pubblicare e gestire la propria rivista personale, pubblicando un paio di brevi articoli al giorno. Paolo De Andreis ha fatto esattamente questo quando ha creato Punto Informatico. Io stesso ho fatto la stessa cosa con Oceani Digitali (ora defunta, dopo un paio d'anni di attività). Se la pubblicazione ha successo, può diventare un punto di vista autorevole su un certo tema ed i suoi articoli possono sicuramente "fare male". Il blog di Beppe Grillo ne è un esempio lampante.
Dividere il grano dalla pula diventa quindi sempre più difficile.

Libertà d'espressione di Prima e di Seconda Classe
In realtà, come dicevo all'inizio, è il concetto stesso di "editoria professionale" e di "giornalismo professionale" che non ha nessun senso. Non ha senso pretendere di imporre due diversi livelli di libertà per chi svolge una certa attività a livello professionale (qualunque cosa voglia dire) e per chi lo fa per volontariato.

Così come ha diritto di esprimere la propria opinione un privato cittadino su un blog, ha ovviamente diritto di farlo anche un giornalista professionista che riporta una notizia sul suo giornale. Semmai, il problema sarà del suo editore che dovrà decidere se gli sta bene quel comportamento o meno.

Nei paesi civili, il giornalista gode addirittura di una maggiore libertà di manovra del privato cittadino (può legittimamente nascondere le proprie fonti). In tutte le proposte di legge (ed in tutte le leggi italiane esistenti), il giornalista italiano gode invece di una minore libertà di manovra. Questo a causa di un malinteso senso di "professionalità".
In modo speculare, non si può certo pretendere di riservare ai "giornalisti professionisti" l'accesso ai mezzi di comunicazione, qualunque essi siano, e la libertà di esprimere le proprie opinioni.

Se una differenza può esistere (o deve esistere) tra giornalisti e privati cittadini, non può certamente riguardare la libertà di esprimere il proprio pensiero e di accedere ai mezzi di comunicazione (stampa, web etc.). Non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B da questo punto di vista.

Obblighi già esistenti
Si tenga presente che chiunque pubblichi (od anche solo dica a voce) qualunque cosa, da sempre e dovunque nel mondo, è tenuto ad attenersi ai seguenti cinque criteri.


1)Non deve dire cose false perché rischierebbe una denuncia per calunnia.
2)Non deve offendere nessuno perché rischierebbe una denuncia per ingiurie.
3)Non deve rivelare informazioni imbarazzanti senza che ciò sia necessario per informare correttamente il pubblico su qualcosa che riguarda la vita sociale, politica e finanziaria del paese o su qualche aspetto del mercato che riguarda il lettore. Diversamente si ricade nel reato di diffamazione.
4)Non deve rivelare informazioni personali perché rischierebbe una denuncia per violazione della privacy.
5)Non deve demolire l'immagine di una azienda o di un prodotto senza fondato motivo, diversamente rischia una denuncia per danni.

Le cosiddette "persone fisiche" (gli individui) e le cosiddette "persone giuridiche" (associazioni, partiti, sindacati, aziende e via dicendo) sono quindi già adesso più che tutelate nei confronti di ciò che può dire su di loro, in pubblico, una persona qualunque, sia essa un privato cittadino od un giornalista.

Non c'è nessuna ragione di aggiungere ancora un nuovo strato legislativo a questa già robustissima "corazza". Anzi: ci sarebbero tutte le ragioni per toglierne qualcuno.

Snellire l'Articolo 21 della Costituzione
Come abbiamo visto, le proposte di legge che sono state presentate finora (e le leggi che sono state effettivamente promulgate), non riescono a garantire contemporaneamente la libertà di espressione del privato cittadino e l'assenza di abusi da parte degli "operatori della comunicazione" professionali. I due criteri che ho citato all'inizio non vengono rispettati e quindi queste proposte di legge sono prima di tutto inutili ed inefficaci, prima ancora che dannose. Tanto varrebbe riconoscere a tutti gli stessi diritti e le stesse modalità operative, senza preoccuparsi di queste sottili (ed assurde) distinzioni tra "libertà di espressione" e "informazione".

In realtà, l'unico intervento che dovremmo augurarci su questo tema sarebbe una drastica e coraggiosa opera di snellimento e di semplificazione dell'Articolo 21 della Costituzione. Lo potete vedere nella sua forma attuale qui: Costituzione. Alla fine, questo articolo dovrebbe recitare soltanto quanto segue:
"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."

Punto e basta. Senza distinzioni prive di senso tra giornalisti e privati cittadini, tra libertà di espressione e informazione, tra blogging ed editoria. Senza cavilli e senza remore.
Un'altra semplificazione, necessaria e lungamente attesa, sarebbe l'abolizione dell'ordine dei giornalisti. Quello, comunque, lo sta già abolendo, di fatto, il libero mercato.

Alessandro Bottoni
Segretario Associazione Partito Pirata

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MessaggioInviato: Mer Apr 15, 2009 3:45 pm    Oggetto:  
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Vi invito a leggere e vomitare Very Happy :

Prigionieri tra due censure

Roma - Nelle ultime settimane si è assistito ad un proliferare di iniziative legislative aventi il fine o, comunque, l'effetto di limitare l'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero a mezzo Internet. All'origine di una di queste iniziativeil c.d. emendamento D'Alia - vi era quello che è già stato battezzato il "Caso Facebook": su una delle piattaforme di social network più famose del momento si era notato il moltiplicarsi di gruppi i cui aderenti manifestavano adesione e sostegno alla mafia ed ai suoi boss. In quell'occasione i gestori di Facebook ritennero di non intervenire, determinando così lo Stato all'azione con il celebre emendamento D'Alia con il quale, per mettere a tacere qualche migliaia di ragazzini "tifosi" della mafia, si poneva - e si pone tuttora, visto che non è ancora scongiurato il rischio che la proposta diventi legge - a rischio la libertà di manifestazione del pensiero in Rete.

"Giù le mani dalla Rete!", gridammo in molti guardando il Palazzo e rivendicando il diritto di usare le nuove tecnologie per manifestare, finalmente, le nostre idee ed opinioni senza vincoli né censure benché, ovviamente, nel rispetto della Legge e dei diritti altrui. Oggi, a poche settimane da quei giorni, c'è un nuovo Caso Facebook del quale occorre occuparsi: questa volta il popolare social network ha deciso di staccare la spina alla "Rana", pseudonimo della redazione di Rassegna Stanca, un gruppo che, al fine di stimolare discussione e critica su articoli apparsi sulla stampa nazionale, li ripubblica fedelmente salvo talune piccole "provocazioni".

All'origine dell'episodio, la ripubblicazione di un editoriale apparso sull'Avvenire a proposito della posizione della Chiesa sull'uso del preservativo: i redattori della Rana ribattezzano il corsivo come "Un editoriale ultrasottile". Qualcuno evidentemente protesta e Facebook rimuove il contenuto con una laconica motivazione: "questo comportamento può infastidire altri utenti". Quando, poi, Rassegna Stanca prova a ripubblicarlo, ricorre ad una contromisura più radicale: la rimozione del profilo. Dalla padella alla brace, vien da dire, con una battuta.
Utenti e cittadini, nel giro di poche settimane si ritrovano minacciati tra due censure: quella di Stato e quella privata di un intermediario atipico come Facebook che - condizioni di uso alla mano - si arroga il diritto di decidere di cosa si può parlare, scrivere e dibattere e di cosa, invece, è sconveniente. È una situazione preoccupante perché in gioco vi è l'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero in questo Paese e altrove.
Nelle condizioni d'uso così come nel codice di comportamento i gestori di Facebook si riservano senza tanti panegirici il diritto di decidere, con assoluta discrezionalità, cosa sia pubblicabile e cosa no e, soprattutto quello di "cancellare" un profilo ed i suoi contenuti "con o senza motivazione".

Milioni di persone al mondo hanno accettato quelle condizioni un po' senza rendersene conto ed un po' perché Facebook è ormai divenuto un fenomeno caratterizzante di una nuova e diffusa dimensione della socialità rispetto alla quale, in molti contesti, è più facile aderire che rimanere estranei.
Non c'è dubbio, d'altro canto, che ad indurre gli utenti ad aderire a condizioni negoziali che avrebbero, certamente, destato allarme e preoccupazione se relative all'acquisto di un aspirapolvere online, vi è il diffuso e radicato convincimento secondo il quale, in fondo, Facebook pone a disposizione un servizio gratuito.

Non è così. L'adesione a Facebook ha un costo probabilmente più elevato di quello di molti servizi a pagamento forniti via web. La semplice lettura delle condizioni generali d'uso della piattaforma, infatti, chiarisce che l'utente, all'atto della registrazione, riconosce a Facebook "automaticamente l'autorizzazione e la garanzia di disporre del diritto a fornire alla Società l'autorizzazione irrevocabile, perpetua, non esclusiva, trasferibile, totalmente acquistata e valida in tutto il mondo (con il diritto di concedere sotto-licenze) ad utilizzare, copiare, eseguire ed esporre in pubblico, riformattare, tradurre, estrarre (integralmente o parzialmente) e distribuire tali Contenuti dell'utente per qualsiasi scopo commerciale, pubblicitario o di altra natura, sul sito o su canali collegati al sito o alla presente promozione, nonché a incorporare in altre opere, ad esempio i Contenuti dell'utente, e a concedere ed autorizzare sotto-licenze di tali contenuti" (ndr: il pessimo italiano non è mio ma dei traduttori usati da Facebook, fatto che potrebbe apparire indice anche questo di scarso rispetto verso i propri utenti).

Come se ciò non bastasse, Facebook, all'atto dell'iscrizione, esige dagli utenti un ampio consenso al trattamento dei propri dati personali anche per finalità di marketing. Cosa c'è di gratis? È un servizio che costa tanta proprietà intellettuale ed una rinuncia, in misura importante, alla propria privacy: forse non si paga in euro ma si usa, comunque, una moneta altrettanto preziosa. Difficile, in tale contesto, accettare che qualcun altro decida per me cosa posso o non posso dire o di quali argomenti è lecito che io discuta con i miei amici.

La libertà di manifestazione del pensiero è uno dei diritti fondamentali dell'uomo e va difesa contro le ingerenze pubbliche così come quelle private, anzi, più contro le seconde che contro le prime in relazione alle quali dovrebbe sussistere una presunzione - peraltro non insuperabile - che siano dettate dal perseguimento di obiettivi di interesse comune. Gli utenti, allo stato, sembrano prigionieri di due censure: quella di Stato o quella di chi sembra intenzionato a candidarsi a nuovo padrone dell'informazione. Ho ripubblicato sul mio blog l'editoriale de L'Avvenire con il titolo provocatorio scelto dai ragazzi di Rassegna stanca: fatelo anche voi, se ne avete voglia. Dimostreremo così che sappiamo difenderci da chiunque voglia metterci a tacere senza violare alcuna norma ma, al contrario, esercitando quei diritti e quelle libertà fondamentali dei quali, troppo a lungo, ci hanno privati. È una Rete diversa quella di cui vorremmo disporre ma è una Rete che occorre difendere e contribuire a costruire.

Guido Scorza
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Ari



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MessaggioInviato: Gio Apr 16, 2009 4:46 pm    Oggetto:  
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Tra le altre iniziative dei politicanti c'e' la proposta di impedire l'accesso alla rete a chi si macchiasse del peccato mortale di scaricare qualcosa protetto da diritto d'autore.
Questa da parte francese , da parte dell'euro parlatoio invece la proposta di dichiarare internet patrimonio dell'umanita' e di inserirlo tra i diritti umani.... vediamo chi la vince.... buffoni maledetti.
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MessaggioInviato: Lun Mag 18, 2009 2:24 pm    Oggetto:  
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E come potrai leggere da questo articolo i gruppi di interessi legati alle major (e quindi alla plutocrazia), le quali sono le principali responsabili nell'aver reso la musica da fenomeno di espressione della propria creatività ad un lugubre fenomeno da baraccone al servizio dell'economia capitalista, muovono le loro pedine.

Studio: «I pirati sono i migliori acquirenti di musica online»
«Giudice in conflitto di interessi»:
Pirate Bay vuole un nuovo processo
L'avvocato di uno dei titolari: «Un magistrato fa parte dell'associazione svedese per la tutela del copyright»

STOCCOLMA - «Quel processo è da rifare». Dopo alcune indiscrezioni di stampa, gli avvocati di "Pirate Bay" vanno all'attacco: uno dei giudici che hanno condannato i titolari del popolare sito di file sharing, sostengono i legali, sarebbe in palese «conflitto di interessi».

TUTELA COPYRIGHT - La notizia è stata diffusa da una radio svedese: Tomas Norstrom, uno dei magistrati del tribunale di Stoccolma che il 17 aprile ha comminato un anno di carcere più un maxi risarcimento danni ai gestori di Pirate Bay, è membro di un'associazione svedese per la tutela del copyright. Della stessa associazione, peraltro, fanno parte anche due persone che nel corso del processo rappresentavano gli interessi delle imprese dell'intrattenimento. L'avvocato di uno dei titolari di Pirate Bay, Peter Althin - che rappresenta Peter Sunde, uno dei tre amministratori del sito internet - chiede che, proprio per questo motivo, il processo sia celebrato di nuovo.
STUDIO - Pirate Bay è un portale consultato da milioni di utenti che mette a disposizione informazioni per reperire e scaricare contenuti sfruttando i sistemi di condivisione di file. È diventato il nemico numero uno per le industrie dei media, dopo i precedenti successi giudiziari nei confronti di siti come Kazaa e Grokster. Una lotta, quella tra pirateria e industria dell'intrattenimento, che va avanti da anni. Da tempo le major puntano il dito contro il "download illegale", affermando che rischia di mettere in ginocchio il settore. Una ricerca recente, pubblicata dal "Guardian", sembra però dimostrare il contrario, almeno per quanto riguarda gli acquisti online. Secondo alcuni studiosi norvegesi, gli utenti della Rete che scaricano materiale gratis (e illegale) sono 10 volte più inclini degli altri a pagare per acquistare musica. I pirati del web, insomma, rappresenterebbero la più larga fetta di clienti per la musica legale online. Il succo, generalizzando un po', può essere questo: scarico ciò che voglio e poi scelgo cosa comprare.

ALLARME VIDEONOLEGGIO - Ma ci sono allarmi e posizioni che vanno anche in senso contrario. Proprio in queste ore, in Italia, il Coordinamento Nazionale delle Videoteche Associate ha incontrato esponenti politici della maggioranza e dell'opposizione per confrontarsi sull'emergenza pirateria. Nel 2008 hanno chiuso 500 videonoleggi ed i pronostici per il 2009 sono ancora peggiori. In seguito a queste chiusure sono andati persi 40 milioni di euro di investimenti - 75 mila euro per ogni esercizio commerciale - e i fatturati delle videoteche hanno subito una perdita del 50% in 3 anni. «In queste condizioni non è auspicabile pensare ad una durata del nostro settore che vada oltre i 2 anni di tempo. Ciò causerà la disoccupazione di 6000 persone», ha dichiarato Davide Caviglia, titolare di un punto di videonoleggio, in rappresentanza della categoria delle videoteche d'Italia.

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tribvnvs
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MessaggioInviato: Dom Giu 07, 2009 1:41 pm    Oggetto:  
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ATTENZIONE ALLA CENSURA DI STATO

E' passato l'emendamento D'Alia.
LEGGETE E FATE GIRARE, E' IMPORTANTE PER TUTTI

L’attacco finale alle briciole restanti di democrazia è iniziato!

Berlusconi e i suoi opposti/uguali sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo.

Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti come l’obbligo di
denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’ Alia
(UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“.

Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.

In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero.
Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’ apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori
di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge? Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata.



Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico.
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MessaggioInviato: Mer Giu 10, 2009 2:40 pm    Oggetto:  
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Schedatura di massa: Operazione Facebook?

Scritto da altraconsapevolezza
Sabato 24 Gennaio 2009 00:00

C’è qualcosa di molto importante che dovreste sapere.
Forse non avete mai sentito parlare di un’organizzazione che si chiama In-Q-Tel.

Traduco dal loro stesso sito web:

“In-Q-Tel è un’impresa indipendente, privata, fondata dalla CIA. Lanciata nel 1999, la missione di In-Q-Tel è di identificare e investire in compagnie, sviluppando tecnologie informatiche d’avanguardia che servono gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America”. (”In-Q-Tel is a private, independent, enterprise funded by the CIA. Launched in 1999, In-Q-Tel’s mission is to identify and invest in companies developing cutting-edge information technologies that serve United States national security interests”)

Il loro motto...

sul sito recita: “Accelerare l’innovazione per la comunità dell’intelligence” (”Accelerating Innovation for the intelligence community”)

Chi sono i clienti di questa enigmatica società, che servono i nobili scopi di una maggiore sicurezza statunitense? Uno è certamente Facebook, come si può chiaramente vedere in questa pagina:

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Ora la domanda è: la schedatura informatica e volontaria di milioni di persone nel mondo può servire agli scopi dell’intelligence statunitense, per una maggiore sicurezza nazionale?

Naturalmente spero che lo faccia, tutti noi vogliamo che lo faccia, non è vero?
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antimodes
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MessaggioInviato: Mer Giu 10, 2009 6:12 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733)


Ma con questo pacchetto di sicurezza approvato quali saranno le possibili conseguenze anche per la nostra associazione? E' vero che non è un blog bensì un forum e non siamo un'"attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet" però non si può negare che qualche battutina la facciamo. Oltre questo è anche vero che il server risiede negli u.s. ma quanto si può stare tranquilli?
Non sto mettendo in ballo queste cose per essere una spina nel fianco e, soprattutto, non parlo solo per me ma tutti per gli altri cittadini che potrebbero porsi questa domanda partecipando alla vita del forum.

Ribadisco che il lavoro promosso dall'associazione è di studio sul fascismo mussoliniano e questo già negherebbe qualsiasi collegamento a reati descritti nel pacchetto sicurezza Smile

_________________
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Mer Giu 10, 2009 6:57 pm    Oggetto:  
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[quote="antimodes"]
Citazione:


Ribadisco che il lavoro promosso dall'associazione è di studio sul fascismo mussoliniano e questo già negherebbe qualsiasi collegamento a reati descritti nel pacchetto sicurezza Smile


Con gli amici le leggi si interpretano e con i nemici si applicano. Il solo principio che si possa mettere un bavaglio alle opinioni è preoccupante, i modo di realizzare questo bavaglio sono potenzialmente tanti...
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