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PENSIERI MUSSOLINIANI
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tribvnvs
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Registrato: 04/04/06 23:22
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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 2:52 pm    Oggetto:  
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Daniele, non so cosa ho fatto ma il post sopra mi è venuto a nome tuo... Very Happy
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Dvx87




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 2:53 pm    Oggetto:  
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Citazione:
P.S. nell'Europa degli anni trenta c'erano la Gran Bretagna, la Francia, l'Olanda, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, il Belgio, la Cecoslovacchia prima che venisse invasa dalle bestie naziste, l'Austria prima dell'Austrofascismo, tutti paesi a struttura democratica liberale.

Eccetto l'inghilterra ed i paesi scandinavi tutti i gli altri finirono per passare ad una forma di governo autoritaria. La definizione austrofascismo non esiste perchè quello austriaco fu un regime che si ispirò al corporativismo economico ma non fece nulla di più. Ti consiglio caldamente di leggerti l'opera di linz "fascismo,autoritarismo e totalitarismo" perchè stai facendo una confuzione pazzesca, confondendo regimi autoritari con regimi totalitari e confondendo il fascismo con altre dittature di stampo militare.
Di preciso, tra i paesi non democratici possiamo citare: Portogallo, Spagna, Italia, Yugoslavia, Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Estonia, Urss ed, infine, Austria.
Tutti questi paesi, per un motivo o per l'altro, abbandonarono la democrazia liberale per abbracciare forme di autoritarismo liberista (non di fascismo). La crisi del 1929 non fece altro che accellerare questo processo verticistico, tanto che gli stessi americani ritenevano normale che l'europa fosse governata da regimi autoritari o totalitari.
L'unica grande democrazia sul continente, quella francese, era in crisi e logorata dai conflitti interni tanto che nessuno la prese mai a modello.


Riguardo Matteotti abbiamo le prove per sostenere quello che diciamo:
1) Mussolini in persona incaricò un dipartimento dell'ovra di indagare sull'omicidio di matteotti (se fosse stato lui o dei suoi subordinati non l'avrebbe mai fatto).
2) Non avrebbe avuto senso uccidere matteotti proprio mentre si stava facendo un accordo con i socialisti e la cgil.
3) Gli esecutori materiali del delitto, pur essendo squadristi (appartenenti ai fiancheggiatori del fascismo), non ricevettero ordini ne da Mussolini ne dal loro ras quindi chi comissionò l'omicidio?
4) I documenti che aveva in mano matteotti facevano comodo a Mussolini perchè avrebbero screditato la monarchia ed i fiancheggiatori.
5) Carlo Silvestri,deputato socialista e giornalista, inizialmente principale accusatore di Mussolini, divenne poi il suo difensore nel dopoguerra.
6) La magistratura fece un regolare processo nei confronti di chi uccise matteotti e lo condannarono.
7) la procura della repubblica tenne un processo nel 1948 proprio per accertare il ruolo di mussolini nell'omicidio matteotti ed il risultato fu la piena assoluzione di Mussolini e del fascismo.

RISULTATO: non si può stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, che mussolini o i vertici del fascismo furono responsabili della morte di Matteotti.

FONTI: Carlo silvestri scrisse un libro intitolato "Matteotti, Mussolini e il dramma italiano". Da segnalare inoltre il libro di Franco scalzo "il caso Matteotti: radiografia di un falso storico". Infine puoi anche consultare gli atti del processo svoltosi nel 1948. Wink
Da non dimenticare nemmeno i diari di Edda Ciano...
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 3:14 pm    Oggetto:  
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Tutto quello che hai scritto prova semplicemente quello che gia so, cioè che non ci sono certezze sul fatto che fu Mussolini o un altro gerarca a ordinare l'assassinio, ma non ci sono certezze neanche nel senso contrario, cioé che furono forze contrarie al fascismo a ordinare l'assassinio di Matteotti. Nessuno può ancora dire come andò, ne io ne voi, dato che prove certe non ci sono per arrivare ad una sentenza finale.

P.S. Io se fossi in voi non porterei come esempio dell'innocenza di Matteotti il fatto che gli assassini furono processati, dato che questo fu il classico processo farsa di un regime dittatoriale, nel quale i colpevoli si presero 5 (cinque!!!!) anni per quel bestiale assassinio e poi furono anche condonati e alla fine si fecero un anno (uno!!!!!!!) di galera!
Questo processo-farsa casomai proverebbe il contrario...
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 3:23 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Riguardo Matteotti abbiamo le prove per sostenere quello che diciamo:
1) Mussolini in persona incaricò un dipartimento dell'ovra di indagare sull'omicidio di matteotti (se fosse stato lui o dei suoi subordinati non l'avrebbe mai fatto).
2) Non avrebbe avuto senso uccidere matteotti proprio mentre si stava facendo un accordo con i socialisti e la cgil.
3) Gli esecutori materiali del delitto, pur essendo squadristi (appartenenti ai fiancheggiatori del fascismo), non ricevettero ordini ne da Mussolini ne dal loro ras quindi chi comissionò l'omicidio?
4) I documenti che aveva in mano matteotti facevano comodo a Mussolini perchè avrebbero screditato la monarchia ed i fiancheggiatori.
5) Carlo Silvestri,deputato socialista e giornalista, inizialmente principale accusatore di Mussolini, divenne poi il suo difensore nel dopoguerra.
6) La magistratura fece un regolare processo nei confronti di chi uccise matteotti e lo condannarono.
7) la procura della repubblica tenne un processo nel 1948 proprio per accertare il ruolo di mussolini nell'omicidio matteotti ed il risultato fu la piena assoluzione di Mussolini e del fascismo.


Quoto!

Inoltre aggiungiamo:

8 ) Il libro di Carlo Silvestri è stato tolto dalla circolazione qualche anno dopo, su ordine della "repubblica";
9) Renzo De Felice accusò Togliatti di aver fatto scomparire importati documenti circa il delitto Matteotti;
10) Mussolini si stava adoperando alla costituzione di un Governo di coalizione nazionale che includesse anche i socialisti!
11) L'ipotesi più accredita è che si trattò di una iniziativa autonoma presa da Marinelli convinto erroneamente di interpretare la volontà di Mussolini. Marinelli avrebbe incoraggiato alcuni estremisti deviati del fascismo di rapire (non uccidere, ma non ne siamo sicuri) Matteotti per dargli una lezione;
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 3:29 pm    Oggetto:  
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Dvx87




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 3:32 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Tutto quello che hai scritto prova semplicemente quello che gia so, cioè che non ci sono certezze sul fatto che fu Mussolini o un altro gerarca a ordinare l'assassinio, ma non ci sono certezze neanche nel senso contrario, cioé che furono forze contrarie al fascismo a ordinare l'assassinio di Matteotti. Nessuno può ancora dire come andò, ne io ne voi, dato che prove certe non ci sono per arrivare ad una sentenza finale.

E' vero sul piano legale non ci sono prove certe delle colpevolezza di nessuno anche se, sul piano politico, la cosa sembra ben chiara.
Ma, a questo punto, sempre ragionando in termini legali,prevale il principio di non colpevolezza secondo il quale non si può dichiarare ne considerare nessuno colpevole di un reato fino a quando non è stata dimostrasta, oltre ogni ragionevole dubbio, la sua colpevolezza.
Conseguenza di tutto ciò è che chi accusa il fascismo o mussolini di essere colpevole sta dicendo il falso. E, sul piano legale, si tratta di diffamazione.

Citazione:
P.S. Io se fossi in voi non porterei come esempio dell'innocenza di Matteotti il fatto che gli assassini furono processati, dato che questo fu il classico processo farsa di un regime dittatoriale, nel quale i colpevoli si presero 5 (cinque!!!!) anni per quel bestiale assassinio e poi furono anche condonati e alla fine si fecero un anno (uno!!!!!!!) di galera!
Questo processo-farsa casomai proverebbe il contrario...

quel che dici è vero ma va ricordato che qui personaggio non furono reitegrati nella società e nemmeno presero la tessera di partito. Semplicmente vennero spediti in qualche posto sperduto.
Se anche oggi spedissero i politici corrotti in posti sperduti (anche senza condannarli in un processo) sarei già felice.

Citazione:
11) L'ipotesi più accredita è che si trattò di una iniziativa autonoma presa da Marinelli convinto erroneamente di interpretare la volontà di Mussolini. Marinelli avrebbe incoraggiato alcuni estremisti deviati del fascismo di rapire (non uccidere, ma non ne siamo sicuri) Matteotti per dargli una lezione;

già e si tratta dell'ipotesi sostenuta da Montanelli, nel libro "Italia in Camicia Nera".
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 3:39 pm    Oggetto:  
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No scusa, prima dici che chi accusa il fascismo del delitto sta dicendo il falso e poi sia te che aquilalatina dite che, almeno in buona parte, la responsabilità è del fascismo attraverso gli estremisti farinacciani e marinelli? Non capisco Neutral
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Dvx87




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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 3:50 pm    Oggetto:  
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Guarda che noi abbiamo solo detto che quella è una delle ipotesi e no che è andata sicuramente così. Ci sono tante altre teorie plausibili ma più difficili da dimostrare.
Questo non intacca una virgola di quello che abbiamo già detto perchè, anche fosse stato il marinelli o una iniziativa individuale di qualche squadrista, il fascismo ne uscirebbe lo stesso pulito. Secondo la nostra legge, infatti, le associazioni non possono essere considerate colpevoli di colpa alcuna perchè la responsabilità può essere solo individuale.
Quindi, in ogni caso, la responsabilità andrebbe imputata a colui che ha ideato l'iniziativa che, in quel preciso istante, non faceva nient'altro che porre in atto la sua volontà (non quella della associazione).
Per dimostrare la colpevolezza anche solo storica del fascismo, dovresti dimostrare che l'ordine di uccidere matteotti è stato dato da un organo ufficiale decisionale del, in questo caso, partito.
E, dai diari di Edda Ciano e dal libro di Arrigo Petacco, noi sappiamo che ne Mussolini, ne il consiglio dei ministri diedero mai un ordine simile. anzi, non avevano alcun interesse a darlo.
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Sab Ott 25, 2008 7:18 pm    Oggetto:  
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Aldebaran, vatti a leggere il libro "Matteotti-Mussolini un dramma italiano" del socialista Carlo Silvestri, intimo amico di Matteotti... Nel '24 Silvestri fu uno dei più accaniti accusatori di Mussolini, salvo poi scoprire nel corso degli anni seguenti la verità dei fatti che molto onestamente mise per iscritto nel suo libro. Nel dopoguerra Silvestri venne anche invitato come accusatore nel processo-farsa (il processato era Mussolini, ormai morto!) sul delitto Matteotti, proprio in virtù del suo passato di deputato socialista, intimo amico di Matteotti e vecchio accusatore di Mussolini. Silvestri invece dichiarò quello che era venuto a sapere nel frattempo, e divenne un cardine della difesa! Chiese anche che i nuovi poteri "democratici" al governo tirassero fuori "il dossier Matteotti", che lui aveva visto di sfuggita e che sapeva essere nelle carte di Mussolini a Dongo. (Il dossier era stato curato tra gli altri, dall'eroico federale di Torino Solaro e da Bombacci).
Il risultato? Il sig. Nenni, minacciò non tanto velatamente di morte il suo compagno di partito, che ovviamente chiuse lì ogni esperienza di rappresentanza politica (=fu bruciato).
Leggiti anche questo articolo... basta con la vulgata resistenziale! Aldebaran, visto che tu stesso ti dici disincantato dalla falsa democrazia attuale, considera che anche la vulgata resistenziale fa parte della menzogna che sorregge il sistema...

STORIA 2007



Delitto Matteotti. Parla il figlio: “Dietro la morte di mio padre c’era il Re”

FU UNO SPORCO AFFARE DI PETROLIO

“L’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere” dice il figlio del deputato socialista. “Sotto c’era uno scandalo di petrolio e la longa manus della corona. La verità verrà presto a galla”.

Intervista di MARCELLO STAGLIENO- da Storia Verità


Ciò che sembra più degno d’attenzione del libro di memorie di Matteo Matteotti (Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia, edito da Rusconi) è l’ultimo capitolo. Capitolo che, sulla base di nuovi elementi (ricollegabili a cose che vennero scritte nel 1924 e in anni successivi), sembra aprire inquietanti interrogativi sull’assassinio di Giacomo Matteotti. Questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel delitto? Il Re era implicato in quello “scandalo dei petroli” (l’affare Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da Matteotti, manovrò per assassinarlo?
In proposito, l’ultimo capitolo del libro è reticente: si limita a collegare (sempre naturalmente sul piano dell’ipotesi) l’uccisione di Giacomo Matteotti allo scandalo Sinclair. Invito Matteo Matteotti ad essere più esplicito.
“Procediamo con ordine. Un pomeriggio del marzo 1978, m’incontro qui in Roma”, dice Matteo Matteotti, “con un anziano mutilato di guerra venuto apposta da Firenze, Antonio Piron. Da lui ricevo un documento, trovato in aperta campagna a Reggello presso Firenze, dentro un tubo di stufa. Si tratta del testo autografo (i periti l’hanno definito assolutamente autentico e come tale l’ho riprodotto nell’appendice del libro su carta intestata “Camera dei deputati” e a firma Giacomo Matteotti) d’un articolo comparso – anonimo – sulla rivista “Echi e Commenti” del 5 giugno 1924, ma in edicola due giorni dopo. L’articolo contiene riferimenti, brevissimi, a due scandali: bische e petroli”.
D. Parliamo dei petroli?
R. Sì, lasciamo stare le bische, il cui decreto regolamentare era stato approvato da poco alla Camera. Il riferimento ai petroli è assai più interessante. Riguarda il regio decreto legge n. 677, in data 4 maggio 1924, nel quale l’articolo primo afferma: “E’ approvata e resa esecutiva la convenzione stipulata nella forma di atto pubblico, numero di repertorio 285, in data 29 aprile 1924, fra il ministero dell’economia nazionale e la Sinclair Exploration Company”. Le firme sono quattro: Vittorio Emanuele, Corbino, De Stefani, Ciano. Ma io ritengo che, da tener d’occhio, sia proprio Vittorio Emanuele…
D. Sia più esplicito.
R. Nel 1924, dopo l’uccisione di mio padre, i giornali – ma non soltanto quelli – parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata da Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare ad un dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli.
D. Suo padre, aveva realmente con sé quel dossier?
R. Non ne ho le prove materiali. Però uno storico serio come Renzo De Felice afferma che le insistenti voci di un delitto affaristico “non possono essere lasciate cadere a priori” (Mussolini il fascista – La conquista del potere 1921-1925. Einaudi 1966, p. 626 n.d.a.). Ed esistono due documenti, sempre citati da De Felice: 1) un rapporto “riservatissimo” di polizia per De Bono, nel quale si afferma che Turati sarebbe stato in possesso di copia dei documenti sulla Sinclair che aveva mio padre e dove si precisa che Filippo Filippelli del Corriere Italiano aveva contribuito all’uccisione per rendere un servizio all’onorevole Aldo Finzi e al fascismo; 2) un rapporto dell’ambasciata tedesca a Roma inviato a Berlino (10 settembre 1924) che parla di quei tali documenti pervenuti nelle mani di mio padre.
D. E dove sarebbero finiti, quei documenti?
R. Forse nelle mani del Re. In appendice al mio libro intendevo aggiungere a puro titolo d’ipotesi come del resto faccio ora parlandone, tre articoli. Ma l’editore mi sconsigliò. Il primo era stato pubblicato su Stampa Sera il 2 gennaio 1978. Era a firma di Giancarlo Fusco, una cara persona purtroppo scomparsa che aveva fama di spararle grosse. Però nessuno s’è mai sognato di smentire le affermazioni gravissime di quel suo articolo. In sintesi, eccole: nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta, scriveva Fusco, raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla loggia The Unicorn and the Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel register degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati (coverei) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico.
D. E il secondo e il terzo articolo?
R. Al tempo Ancora riguardo al primo (per restare sul piano di quest’avventurosa ipotesi, un po’ piduista avanti-lettera), esso potrebbe spiegare anche come sia “passato” così rapidamente quel decreto-legge, citato da me poco fa, sullo sfruttamento da parte della Sinclair del petrolio reperibile nel sottosuolo italiano, in Emilia e in Sicilia. Un decreto-legge che non diventò mai esecutivo: una commissione, appositamente per valutare quell’accordo Italia-Sinclair, il 3 dicembre 1924, lo bocciò. Ma torniamo al giugno 1924.
D. Parliamo di Vittorio Emanuele III?
R. Sempre sul piano dell’ipotesi. Ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, un certo Thirshwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier non solo sui brogli elettorali fascisti nel ’24, ma anche sulle collusioni tra il re e la Sinclair. De Bono (forse saltando Finzi, sottosegretario agli interni) interpellò il fido Filippelli che a sua volta chiese ad Amerigo Dumini di organizzare la “spedizione” contro Matteotti. Mussolini ne venne al corrente solo due giorni dopo anche se all’indomani del discorso dello stesso Matteotti aveva esclamato: “Che cosa fa la Ceka, che cosa fa Domuni!...”e Dumini agì, probabilmente ignorando chi davvero lo muoveva.
D. Benito Mussolini non aveva alcun interesse a fare uccidere suo padre…
R. Mussolini voleva – fin dal 1922, subito dopo la marcia su Roma – riavvicinarsi ai socialisti. Il 7 giugno 1924, quando già il delitto era in piena fase di progettazione, pronunciò un discorso che era un appello alla collaborazione rivolto proprio ai socialisti. Per questo l’attacco fattogli da mio padre pochi giorni prima fece infuriare il duce: è un fatto innegabile. Ma è altrettanto vero che quel 7 giugno Mussolini pensava – nonostante mio padre – di poter avere i socialriformisti, D’Aragona e forse Turati, al governo. Ci sono in proposito due testimonianze: quella di Giunta e quella di Carlo Silvestri. Anzi a quest’ultimo, come risultava da una sua deposizione al processo Matteotti rifatto nel 1947, fu proprio Mussolini in persona a dichiararlo, aggiungendo che Matteotti era stato vittima di loschi interessi. No, il duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere: si sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i suoi vecchi compagni., che non finì mai di rimpiangere…Del resto, per citare De Felice, possiamo leggere nel suo saggio che “l’azione contro Matteotti non fu realizzata a caldo, come, per esempio, era stata quella contro Misuri. Tutti gli elementi emersi in occasione dei tre procedimenti connessi al delitto (…) provano che la preparazione del delitto cominciò il 31 maggio, all’indomani del discorso di Matteotti alla Camera. E’ possibile”, si chiede De Felice, “pensare che, se anche Mussolini avesse impartito l’ordine, in undici giorni la collera non gli sarebbe sbollita e non si sarebbe reso conto di un simile atto?”. Lo stesso Pietro Nenni, nel 1929, affermò che quello era stato un delitto affaristico. Mio padre, aggiungo io, venne assassinato in modo precipitoso…
D. E cioè?
R. Dumini e gli altri della Ceka fascista non avevano con sé neppure una pala; erano su un’auto del Corriere taliano di Filippo Filippelli, che era l’uomo di Aldo Finzi. Ma anche a non voler sospettare di Finzi, sono indubbi i legami di Filippelli con De Bono…L’azione, comunque, fu precipitosa. La tesi del delitto preterintenzionale non mi convince: ad assassinare mio padre fu, con una lima, Amleto Poveruomo. Con la certezza di farla franca: all’auto la polizia risalì solo per caso. Il delitto comunque fu compiuto subito dopo la pubblicazione di quel tale articolo di Giacomo Matteotti su Echi e Commenti.
D. Con quali obiettivi?
R. Continuando nella nostra ipotesi, gli uomini della Ceka erano convinti d’agire in nome di Mussolini; in realtà allontanavano la possibilità d’un governo con i socialisti, possibilità che doveva spaventare molto la corona e la borghesia industriale italiana; dall’altra parte davano soddisfazione al fascismo più intransigente, quello farinacciano; e, infine, sottraendo quei tali documenti – supposto che esistessero, ed io ci credo – salvavano (ma senza saperlo: l’unico al corrente era De Bono) la corona dalla faccenda Sinclair. E’ quanto si legge anche in un articolo pubblicato dall’Avanti! Nel gennaio 1978, pochi giorni dopo quello di Fusco. Anche esso avrebbe dovuto trovare spazio nell’Appendice, assieme ad una lunga lettera di Giorgio Spini (riprodotta a pag. 58n.d.r.), indirizzata alla Stampa nel 1978. Questa lettera spiega che genere di farabutto fosse Sinclair. Ma chi voglia maggiori dettagli sulla vicenda, anzi su quello sporco affare in cui erano coinvolti ministri come Mario Corbino e De Stefani, assieme all’onorevole Jung, all’ambasciatore Castani e a moltri altri, legga con attenzione il capitolo che alla Sinclair e al delitto Matteotti ha dedicato Matteo Pizzigallo nell’eccellente saggio pubblicato nel 1981 da Giuffrè col titolo Alle origini della politica petrolifera italiana 1920-1925. Per parte mia, sono convinto che altri importanti documenti, ad avvalorare l’ipotesi del delitto affaristico con la longa manus della corona, verranno presto alla luce


Il re, una compagnia petrolifera e i giacimenti in Libia

QUEL PATTO SEGRETO CON SINCLAIR

Per chiarire meglio alcuni retroscena del delitto Matteotti, legati alla cosiddetta “pista del petrolio”, pubblichiamo il testo integrale di una lettera che lo storicoGiorgio Spini inviò nel 1978 a “La Stampa” di Torino, in risposta ad un articolo di Giancarlo Fusco sul “caso” Matteotti. La lettera non venne mai pubblicata dal quotidiano torinese.

Sulla Stampa dello scorso 2 gennaio (1978, n.d.r.) Giancarlo Fusco ha rivelato le confidenze intorno al delitto Matteotti fatte da Aimone di Savoia ad un gruppo di suoi ufficiali nell’autunno del 1942. Secondo queste confidenze, Matteotti era entrato in possesso di documenti i quali provavano che Vittorio Emanuele III aveva fatto un losco patto con una compagnia petrolifera straniera: “La potentissima Sinclair Oil, affiliata alla Anglo Persian Oil, la futura British Petroleum”. La Sinclair aveva fatto entrare il re tra i suoi azionisti gratuitamente: in cambio il sovrano si era impegnato ad esercitare la propria autorità per impedire che venissero sfruttati i giacimenti petroliferi in Libia.
Dopo il discorso di Matteotti alla Camera del 30 maggio 1924, in cui il deputato socialista aveva denunciato i crimini commessi dai fascisti durante le elezioni di quell’anno, Mussolini aveva ordinato alla banda Dumini di aggredirlo: però avrebbe dovuto trattarsi di una delle solite manganellature soltanto. Invece, giusto allora, Emilio De Bono venne a sapere, in qualità di capo della polizia, che Matteotti era in possesso di questi documenti compromettenti per il re e che li portava sempre con sé in una borsa. De Bono volò da Vittorio Emanuele III a raccontargli la cosa e i due si accordarono sulla necessità di sopprimere addirittura Matteotti, anziché bastonarlo soltanto, e di asportare dalla sua borsa i famigerati documenti. L’8 giugno 1924 De Bono convinse Dumini ad eseguire tutto ciò, mediante una somma di denaro, e due giorni dopo Matteotti fu rapito ed assassinato. Né si sentì più parlare dei documenti riguardanti il patto fra il re e la Sinclair.
Giancarlo Fusco conclude il suo articolo dicendo di non sapere fino a che punto questo racconto del Duca di Aosta possa essere un’alternativa attendibile alla versione “storica” dei fatti. Neppure io lo so: e non pretendo di aggiungere altre rivelazioni a quella di Fusco. Ma posso almeno indicare chi era il petroliere Sinclair perché lo sa chiunque abbia letto un manuale di storia americana. Era uno dei protagonisti del leggendario affare del Tea Pot Dome, cioè uno dei più clamorosi scandali dell’America del primo novecento.
Nel 1921, il segretario agli Interni dell’amministrazione repubblicana Harding, Albert G. Fall, concesse con procedura del tutto irregolare alla Mammoth Oil Co., di cui era presidente H. F. Sinclair e ad altre compagnie, lo sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi, tra cui uno nel Wyoming chiamato Tea Pot Dome, che invece avrebbero dovuto restare a disposizione della marina americana per eventuali esigenze belliche. La cosa si riseppe e venne usata dai democratici per montare una clamorosa campagna contro l’amministrazione Herding. Fall fu processato sotto l’accusa di essersi fatto corrompere e finì in galera. Altre complicate vertenze giudiziarie seguirono, fra cui un processo per corruzione nel 1928 contro Sinclair, da cui il petroliere uscì assolto benché la stampa sostenesse a gran voce la sua colpevolezza.
L’affare Sinclair ed i suoi strascichi giudiziari si chiusero infine nel 1932, ma restano ancora oggi proverbiali in America come esempio di losca connessione tra affaristi e politicanti. Dunque, laddove Aimone di Savoia parlava della Sinclair come di una compagnia inglese connessa con l’Anglo Persian Oil, si trattava in realtà di un magnate americano del petrolio già avvezzo a combinarne delle belle con personaggi politicamente altolocati.
Forse è inesatto altresì che si trattasse di impedire lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi in Libia. Come vedremo fra un momento, H. F. Sinclair voleva ottenere l’esclusiva per la ricerca del petrolio sul territorio stesso dell’Italia a favore della Standard Oil. Fusco ne è stato il primo – per quanto almeno ne so – a fare il nome di Vittorio Emanuele III in connessione con quello di Sinclair. Ma già al tempo dell’affare Matteotti qualcosa trapelò di questo intrigo, sia pure senza che si parlasse mai di sua maestà il re.
A quel tempo, infatti, una parte della stampa, cioè quella filofascista, mise in circolazione la voce che Matteotti era stato ucciso non già per colpa di Mussolini, ma per impedirgli di rivelare gli affari sporchi in cui erano coinvolti Finzi, Filippelli e la banda che ruotava intorno al Corriere Italiano. E fra l’altro fu detto che costoro erano stati pagati da H. F. Sinclair per ottenere quella esclusiva alla Standard Oil delle ricerche petrolifere in Italia, cui sopra si è accennato.
Fra gli altri nomi che vennero fatti, v’era quello dell’Onorevole Guido Jung. Jung era stato in America nel 1922, come esperto finanziario dell’ambasciata italiana a Washington: poteva dunque avere conosciuto Sinclair colà. Nel 1924 era stato eletto deputato nel “listone” fascista; e fu poi denunciato durante l’affare Matteotti, come complice dell’intrallazzo Sinclair. Può essere interessante ricordare che per l’appunto un periodico filo-fascista di New York, Il Carroccio, diretto dall’italo-americano De Biase, fu particolarmente violento nell’accusare Jung e la Sinclair di essere i veri colpevoli dell’uccisione del leader socialista. Tuttavia Jung superò questo incidente senza danni: tanto è vero che fece poi una bellissima carriera, prima come sperto del governo fascista in varie trattative con banche degli Stati Uniti e poi come ministro delle Finanze.
La stampa antifascista respinse le dicerie sull’affare Sinclair considerandole come un’espediente per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle responsabilità di Mussolini e dalla reale natura politica del delitto. Anche gli storici che si sono occupati dell’affare Matteotti sono stati indotti da ciò a trascurare questo episodio.
Solo Giuseppe Rossigni, nel suo libro Il delitto Matteotti tra il Viminale e l’Aventino, ne dice qualcosa. Anche egli, però, come Aimone di Savoia, mostra di non sapere chi fosse con precisione Sinclair. Questo atteggiamento si spiega bene col fatto che nessuno, fino all’articolo di Fusco sulla Stampa, aveva mai subdorato che lo stesso Vittorio Emanuele III potesse avere tenuto il sacco a Sinclair. Ma dopo l’articolo di Fusco, viene da chiedersi se la stampa filo-fascista, tirando fuori il nome di Sinclair, non lo facesse proprio per minacciare il re di vuotare il sacco, qualora sua maestà non avesse sostenuto fino in fondo Mussolini.
Un altro nome che venne fuori in connessione con l’affare Sinclair fu quello di un giornalista avvezzo ad avere mano in ogni specie di pasticci: Filippo Naldi. Oltre ad essere stato il direttore del Resto del Carlino, Naldi era stato uno dei padrini del mussoliniano Popolo d’Italia. Al tempo dell’affare Matteotti stava continuando a fare intrallazzi giornalistici: aveva fondato un giornale – Il Tempo – ed aveva comprato da Filippelli il pacchetto di azioni del Corriere Italiano. Fu detto anche che aveva altresì lavorato per conto di Sinclair onde chiudere la bocca ai giornalisti sull’affare dell’esclusiva delle ricerche petrolifere a favore della Standard Oil. Come si sa fu accusato di avere celato il famoso memoriale Filippelli e fu arrestato per questo. Ma fu presto liberato e sparì dalla circolazione. L’affare Sinclair venne investigato durante l’istruttoria giudiziaria sull’assassinio di Matteotti, ma senza risultati. Il giudice istruttore giunse alla conclusione che la concessione petrolifera era nell’interesse di un gruppo finanziario antagonistico a quello del Corriere Italiano. E tutto cadde nell’oblio.
Vorrei però aggiungere un curioso codicillo a questa storia. Nell’autunno 1943, quando Vittorio Emanuele III scappò a Brindisi insieme con Badoglio, ricomparve al suo fianco Filippo Naldi, in veste di Ninfa Egeria politica. E chi ha voglia di avere ulteriori particolari, può trovarli nel libro del compianto Agostino Degli Espinosa, Il Regno del Sud. Il re e Badoglio erano nei guai perché avevano bisogno di mostrare agli Alleati di avere un qualche supporto politico, laddove i partiti del c.l.n. rifiutavano di avere a che fare con loro. Avevano inoltre bisogno di mettere insieme un governo purchessia, avendo lasciato a Roma i loro ministri al momento della fuga. Naldi li cavò da queste difficoltà, mettendo insieme un finto partito, formato di avanzi del vecchio trasformismo meridionale, sotto il nome di Partito Democratico Liberale, ed aiutandoli a formare su tale base un ministero.
Questo ministero “liberal-democratico” era composto di personaggi talmente oscuri che non si osò dare loro il titolo di ministri; e quindi ebbero solo quello di sotto-segretari. Ma uno almeno di loro aveva un nome ben noto: Guido Jung. In quanto ebreo era stato cacciato dal governo nel 1938 e quindi poté tornare a galla nella seducente veste di vittima del fascismo.
Non so se Naldi e Jung abbiano avuto altri rapporti con petrolieri dopo l’affare Matteotti. Ignoro altresì in che modo essi abbiano potuto ricomparire a fianco di Vittorio Emanuele III dopo l’8 settembre. So però che a quel tempo, nell’Italia meridionale, non si muoveva una foglia senza il permesso degli alleati. Non mi meraviglierei se in qualche archivio britannico od americano esistesse una pratica “top secret” intitolata a loro.
Come Fusco, sono anch’io ben lontano dall’affermare che la vera causa del delitto Matteotti vada cercata in questo pasticcio maleodorante di petrolio. Penso però che si debba riconoscere a Fusco ed alla Stampa il merito di avere ricordato agli storici una pista finora trascurata, sulla quale varrebbe invece la pena di fare qualche altra ricerca.

Giorgio Spini


Il delitto Matteotti e la pista economico-finanziaria
Il caso è ancora aperto

Fino a che punto è credibile la “pista del petrolio” come movente del delitto Matteotti? Lo abbiamo chiesto ad uno storico e a un giornalista, autori di due libri che affrontano questo tema in modo diverso. Uno è Giuseppe Rossigni, autore di Il delitto Matteotti fra il Viminale e l’Aventino (un saggio fondamentale edito nel 1966 da Il Mulino) e l’altro è Franco Scalzo, autore di Matteotti, L’altra verità (editore Savelli). Queste le loro opinioni:

Se da un lato non penso di trarne conclusioni diverse dal passato sulle responsabilità dirette di Mussolini nell’evento del giugno 1924, non ho elementi nuovi per modificare la valutazione che detti del ruolo svolto dall’ambiente affaristico del fascismo.
Il cosiddetto momento affaristico del governo Mussolini, per comune ammissione dei testimoni (alcuni dei quali, quando completai la mia ricerca, erano ancora vivi, ne parlai con Cesarino Rossi), pare debba essere ricondotto all’interno del gruppo Finzi, interessato alla vicenda petrolifera. Si parlò infatti di una attenzione tutta particolare di Filippelli e di Naldi che di quel gruppo erano l’ala più intraprendente. In una nota della direzione generale della PS, del 14 giugno, si leggono una serie di informazioni tratte da un colloquio con un non meglio precisata “personalità liberale”. Di sicuro si può dire che Naldi organizzò il silenzio giornalistico sull’affare Sinclair che, invece, fu approfondito nei suoi possibili risvolti giudiziari durante il processo di Chieti.
Matteo Matteotti cita (facendo riferimento allo storico De Felice) un primo documento “riservatissimo” diretto a De Bono senza data: tale documento, che anch’io avevo citato nel mio volume, porta la data del 14 giugno e se ne ricava una sola notizia: che Turati fosse la persona in grado di possedere una parte della documentazione, di cui disponeva Matteotti in merito alla Sinclair. Gli studiosi sono informati del viaggio a Londra di Matteotti: invece, non ho mai saputo alcunché della scrittura privata che consentirebbe di liberare Vittorio Emanuele III, socio della Anglo-Persian-Oil e quindi interessato alla scomparsa di certi documenti. Questa responsabilità diretta del re potrà consolidarsi solo se una ricognizione negli archivi inglesi darà dei frutti, che al presente non sono in grado di prevedere: bisognerebbe bene capire perché la Sinclair aveva difficoltà ad agire sul mercato italiano, questa Sinclair che, in fondo, era “una staffetta indipendente” nella lotta tra le compagnie petrolifere.
Le indicazioni di Giancarlo Fusco, le lettere di Giorgio Spini ed il saggio di Pizzigallo sulla politica petrolifera tendono ad approfondire questa controversa interpretazione, ma non ci forniscono una risposta definitiva. Per cui resta ancora in piedi l’interpretazione storiografica corrente che, per ragioni diverse, i fascisti e gli antifascisti ortodossi accreditano: il movente politico e null’altro.

Giuseppe Rossigni




Intrigo internazionale
Un’altra tesi che va contro la storiografia ufficiale

D. Nel suo libro Matteotti, l’altra verità lei sostiene una tesi totalmente opposta a quella della storiografia ufficiale. Qual è, in sostanza, questa diversa verità?
R. Lo svolgimento della vicenda passa attraverso due nodi fondamentali. L’origine del delitto (più affaristica che politica) ed i mandanti della Ceka che con la soppressione di Matteotti si prefiggono un duplice obiettivo:eliminare un testimone scomodo e costringere Mussolini a gettare la spugna. L’operazione riesce solo a metà, come tutti sanno.
D. Com’è arrivato a questa conclusione clamorosa?Come ha impostato la sua tesi?
R. Semplicemente, servendomi delle tessere di cui sono entrato in possesso nel corso della mia ricerca e poi sistemandole secondo un ordine che non fosse condizionato e dominato da posizioni preconcette. Alla base di questo complesso gioco ad incastro ci sono stati, comunque, due interrogativi. Primo: che interesse poteva avere Mussolini a macchiare la propria reputazione con un delitto infame dopo appena due mesi dall’apoteosi elettorale del Pnf? Secondo: perché proprio Matteotti, quando tutti i partiti dell’opposizione avevano manifestato il sospetto che il successo dei fascisti fosse dipeso, almeno in parte, da brogli e dalla violenza squadristica? Una volta preso atto della legittimità di tali domande, la distanza dalle risposte si accorcia sensibilmente, e la si può riempire soltanto ricorrendo a materiale di prima mano. Immune cioè sia dalla propaganda che dalle distorsioni ideologiche. Ma in questo spazio si è, appunto, inserita la lunga sequenza di documenti che provano diverse cose: che Matteotti fu ucciso per impedire che facesse rivelazioni. Rivelazioni sul coinvolgimento di alcuni ambienti (legati alla Banca Commerciale) in certi loschi affari riguardanti i petroli, il gioco d’azzardo ed il traffico d’armi; che gli ispiratori e gli esecutori del delitto erano già da diverso tempo in rotta di collisione coi vertici del Pnf, sebbene si fossero infiltrati nell’entourage di Mussolini; che l’immobilismo statuario dell’Aventino era un atteggiamento indotto dalla paura delle opposizioni di dover rendere conto al Pese degli appoggi forniti, da dietro le quinte, all’ala revisionista del partito fascista, che è poi quella nel cui seno matura la decisione di fare fuori Matteotti; che i processi del ’25 e del ’47 sono stati poco meno o poco più che delle orribili farse…
D. Parrebbe di capire che il delitto Matteotti non era compiuto da, ma contro Mussolini…
R. Proprio così. Mussolini si assume, per intero, la responsabilità del crimine perché, altrimenti, sarebbe costretto a denunciare quella del gotha finanziario che ha foraggiato la marcia su Roma e che dopo avergli dato il potere minaccia di riprenderselo per trasferirlo a gente più maneggevole se lui non si rassegna a fungere da parafulmine e da capro espiatorio. E’ una partita difficile, giocare sul filo del bluff, che finisce in pareggio. Mussolini resta al suo posto, ma deve rinunciare al progetto di disfarsi di certe regole, di certi condizionamenti. Li subisce fino a Salò dove vuota il sacco col giornalista Silvestri, ma è troppo tardi, ormai, per ristabilire la verità. Le forze alle quali avevano fatto capo gli istigatori della Ceka sopravvivono al 25 luglio, come sopravvivranno, più tardi, alla caduta del regime monarchico. Nel ’47, in riferimento al caso Matteotti la situazione non è molto dissimile da quella del ’25, e questo spiega il carattere aleatorio del processo conclusivo di Roma: un atto dovuto, un rito.
D. Che differenza c’è fra la sua tesi e quella avanzata da Matteo Matteotti?
R. Lui esclude che la massoneria abbia avuto un ruolo nel predisporre il piano dell’11 giugno, e non so da che tragga questo convincimento, visto che tutti gli indiziati del delitto (da Naldi a De Bono, a Dumini, a Bazi, a Rossi, a Finzi) erano iscritti, a vario titolo, alla setta. Lui afferma che è il mandante di Mussolini, ed io no. Lui dice che il duce copriva le responsabilità della corona ed io trovo strano che Mussolini a Salò non abbia colto l’opportunità per convogliare in questa direzione almeno una parte delle colpe che si era addossato fino alla giubilazione del luglio ’43. Lui insiste sulla Sinclair (mentre risulta dai documenti della compagnia petrolifera americana con cui avevano brigato i manutengoli della “Commerciale”) che era la Standard Oil, e che tale società era anche fortemente interessata al business delle bische.
D. Perché, secondo lei, per tanto tempo a nessuno o quasi è venuto in mente di indagare più a fondo su questo capitolo di storia?
R. Sono incline a ritenere che una certa classe politica e certi settori della cultura italiana preferiscano soprassedere. La demonizzazione acritica del fascismo ha fatto leva soprattutto sul falso scenario del delitto Matteotti: ora tornare indietro con la moviola, ritrattare, ricredersi costituisce una fatica improba per chi, a mio giudizio, si è immesso, più o meno in buona fede, sulla direttrice sbagliata.
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Ott 27, 2008 11:37 am    Oggetto:  
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Aldebaran ha scritto:
Io proprio per principio non credo nel totalitarismo, di qualunque tipo sia, perché questo è SEMPRE E COMUNQUE caratterizzato da violenza, prepotenza, oppressione, schiacciamento delle personalità dei singoli cittadini, tutto qua.
La democrazia con tutti i suoi INFINITI difetti, almeno questi aspetti mostruosi non li ha. State attenti a tutti i pensieri politici che predicano il paradiso sulla terra e l'infallibilità della loro dottrina...


Aldebaran ho letto tutta la discussione che é nata dopo le tue affermazioni e credo sia inutile giudicare il Fascismo mussoliniano in base ad affermazioni aprioristiche e dogmatiche di qualunque tipo. Noi, te ne saresti accorto se avessi letto bene quanto scriviamo già quì sul forum e senza nemmeno andarti a leggere "L'Identità Fascista", diciamo che il progetto politico fascista fu coerente con la sua dottrina e che era pienamente ed attivamente in corso d'opera (non che fosse stato completato ) quando il regime fu sconfitto militarmente. Secondo noi tale progetto, ti invito a leggere quì sul forum la copiosa documentazione proposta, era ed é non solo rivoluzionario ma eticamente superiore alla democrazia liberale. Lo Stato Etico corporativo infatti costituisce il trionfo dell'Uomo libero, ma libero davvero, dell'individuo attivo e partecipe che realizza se stesso come parte di un armonico collettivo, dell'Uomo che realizza la sua umanità, egli stesso fine che non degrada se stesso a mezzo. Una visione della vita totale ed unitaria quella fascista. Vi è poi un altro concetto inerente il Totalitarismo in modo più generico, cioé il raggruppamento e l'utilizzo di tutte le forze vive e le risorse della comunità al fine di realizzare un progetto politico-sociale, che costituisce la necessaria risposta di una forza politica che vuole realizzare i suoi obiettivi, in tale senso anche nazismo e comunismo,come afferma lo storico E.Gentile, utilizzarono il metodo totalitario, anche le attuali democrazie liberali lo usano, ma i rispettivi fini non sono equiparabili. Poi se vogliamo parlare di appiattimento come caratteristica intrinseca di una particolare ideologia allora tale connotazione risulta perfetta per la democrazia liberale....

La negazione del liberalismo.

“Il Fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico estrinseco come il suffragio universale”.
Mussolini, La Dottrina del Fascismo, giugno 1932

Per il liberalismo l'uomo dovrebbe essere il glorificatore della propria libertà; ma in realtà è un numero perché può esprimersi liberamente solo nella proporzione in cui sta rispetto alla totalità degli uomini, cioè dentro il limite di una legge di convivenza con gli altri individui che sono considerati eguali alla stregua di entità materiali simili.
Egli non può conferire alla sua volontà il peso che essa merita di ricevere nell'ordine sociale, perché le sue determinazioni vanno sommate, come altrettanti numeri, a tutte le altre determinazioni legalmente manifestate; e quel che conta è soltanto la somma e non il singolo individuo. Il rispetto della libertà individuale assicurato dal liberalismo è dunque un rispetto procedurale, ma non sostanziale. Al fine di attuare tale rispetto, il liberalismo distrugge ogni spiritualità nella vita collettiva, poiché attribuisce ad ogni individuo non il posto adeguato al suo valore umano e alle sue capacità creative, ma il posto che gli spetta in quanto è l'elemento anonimo e indifferenziato di una serie. Proprio il liberalismo, che riconosce nell'individualismo un suo fondamento essenziale si risolve dunque in un abbassamento del livello morale dell'individuo.

Estratto da “Venti anni” ,volume primo, Roma, 1941, a cura dell'ufficio stampa del P.N.F.


Ser invece vogliamo discutere dell'uso della violenza e della sopraffazione per affermare la validità del proprio sistema allora credimi che le cosiddette "demo-plutocrazie liberali" non sono seconde a nessuno, nemmeno per il numero di vittime causato.

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Ott 27, 2008 2:44 pm    Oggetto:  
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A me basta che non mi ammazzate a bastonate se prenderete il potere dato che sono antifascista Smile

Un'altra cosa; quando voi dite: "si alla libertà di avere più partiti (e quindi indirettamente no al monopartitismo del ventennio) purchè questa libertà sia finalizzata al benessere di tutta la comunità e non degenri in lobbismo", cosa vuol dire esattamente? Questa non l'ho capita Confused


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MessaggioInviato: Lun Ott 27, 2008 2:57 pm    Oggetto:  
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Mi ricollego alle giustissime notazioni di Tribvnvs, a cui fa da corollario Marcus.

Lo scopo principale della nostra associazione è di comprendere e diffondere l'IDENTITA' del Fascismo. La qual cosa ha una valenza primaria per capire il suo progetto politico e la sua sostanza Etica.

Siamo dispostissimi ad approfondire anche la sua prima (e per ora unica) applicazione nei complessi fatti ad essa legata, ma non possiamo prescindere dalla sostanza basilare a cui guardiamo.

Non è cosa nuova che consideriamo le Scienze Politiche in rapporto di priorità rispetto alla Storiografia, che senza esse (a maggior ragione negli avvenimenti storici legati agli Stati) risulterebbe un anodino elenco di cronaca! La "chiave ermeneutica", interpretativa, degli avvenimenti non si esaurisce solo nella lettura secca di un fatto. Senza peraltro contestualizzarlo, concatenarlo ad altri fatti coerenti ed inscriverlo nella "Logica del confronto" con i presupposti e le teorie che hanno mosso in quella direzione. La consonanza tra teoria e prassi e l'analisi di questa consonanza (se vi è stata, se c'è o se non è esistita) è parte integrante non tanto di una analisi politologica ma della Logica propriamente detta!

Nel caso del Governo Fascista storico, siamo partiti prima rispondendo alla domanda: cosa è il Fascismo? Quale la sua identità? La più importante. Poi, abbiamo raffrontato la sua identità con la logica di sviluppo della sua prima forma di governo ed abbiamo notato, in mezzo a battute di arresto ed errori anche gravi, una applicazione che era legata ad i suoi presupposti.

Il fatto, però, principale sta nell'aver stabilito una positività abbastanza chiara nella Teoria Fascista. Positività dovuta al suo Modello peculiare di Civiltà. Legato allo sviluppo della storia Latina d'Europa.

Voler leggere il fascismo partendo da luoghi comuni politici, oltretutto come "punti di riferimento acquisiti", senza peraltro riscontrarne l'effettiva concretezza, non porta a nulla se non l'avvio di polemiche che rischiano di non finire più e che non portano a nessun risultato in nessun senso. L'apertura alla discussione deve certo essere "plurale". Nostra e degli altri. Ma è anche certo che dovrebbe accettare il criterio della analisi e della possibilità di "mettere in discussione in modo riscontrato e riscontrabile" anche i famosi "punti di riferimento acquisiti" di cui sopra.

Definire il fascismo-governo in modo tanto semplicistico quanto inopportuno e "strumentale" con il solito "cliché", peraltro messo in discussione anche da molte "maddalene pentite" (vedi Pansa), "stato di polizia/violenza/dittatura" significa ignorare quella complessità che in tutti gli avvenimenti storici e politici è una realtà di fatto.

Ignorare poi la sua logica di sviluppo e il suo fondamento (lo Stato Etico Corporativo, ovvero la sua base ideologica! E scusate se è poco!), fa fallire ogni tentativo di approccio e di studio.

Il Fascismo-Pensiero consta del suo proprio Modello di Cittadinanza, costituito dallo Stato Etico Corporativo Fascista. Questo è il FINE e il PRINCIPIO della "Rivoluzione Fascista". Che ha una sua propria originalità e che differisce da tutti gli altri Modelli Politici conosciuti. Se si usano come "lenti di lettura" gli altri modelli politici e le definizioni che questi stessi modelli adottano in modo univoco come "criterio" di "riconoscimento" di "rivoluzioni o reazioni", allora torno a ripetere che ci si infila in un vicolo cieco. Come spesso è capitato in altri casi qui su queste pagine e non solo.

Non dico che non si debba considerare altri modelli di analisi, ma almeno ACCETTARE QUELLO PROPOSTO DALLA POLITOLOGIA come scienza, e da quello che emrege dagli studi politologici diffusi da queste stesse pagine.

In questo modo ha ed avrà senso approfondire fatti specifici del fascismo-governo. Ma non "cassando" la loro chiave interpretativa o peggio stabilendone UNA SOLA in modo arbitrario... Quella della c.d. vulgata. Di qualsiasi colore essa sia (bianco, rosso o "bruno").

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Lun Ott 27, 2008 3:04 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Lun Ott 27, 2008 2:59 pm    Oggetto:  
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Aldebaran ha scritto:
A me basta che non mi ammazzate a bastonate se e prenderete il potere dato che sono antifascista Smile


C.V.D Wink

Non preoccuparti. Ci hanno pensato e ci pensano i "liberi democratici" ad ammazzare... Senza il bastone, usano armi molto più "libere e democratiche" perchè uccidono senza "discriminazioni"...

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MessaggioInviato: Lun Ott 27, 2008 3:12 pm    Oggetto:  
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Il processo Matteotti del periodo fascista non ha evidenziato nulla di diverso da quello del dopoguerra. Lo disse anche il presunto autista (figura alquanto equivoca) Amerigo Dumini in "17 colpi".

Ma l'opera fondamentale per capire il Delitto Matteotti è proprio quella di Silvestri. Qualche copia in giro ancora ce n'è, una l'ho trovata su maremagnum.com. Da leggere.

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Aldebaran




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MessaggioInviato: Lun Ott 27, 2008 3:16 pm    Oggetto:  
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Abbi pazienza Marcus. Ma voi volete veramente negare che il fascismo è stato ANCHE (non ho mai detto SOLO) dittatura, violenza, discriminazione-repressione verso gli oppositori politici antifascisti e abbia avuto anche forti connotati razzisti? Perché qui siamo veramente al colmo dei colmi se neghiamo questo!!! Shocked
Una domanda. Ma voi con quale mezzi volete raggiungere lo stato etico-corporativo?
Quello insurrezionale o quello democratico del libero consenso popolare da raggiungere attraverso la strada del libero confronto paritetico e democratico con altre dottrine sociali e politiche?
E, dopo aver eventualmente raggiunto il vostro scopo di creare lo stato etico-corporativo, come vi comporterete con quelli che prima erano contro il vostro progetto? Li accetterete liberamente e avranno ancora la possibilità di parlare, discutere e lavorare in piena libertà (ovviamente rispettando la legge e i codici e facendo tutto alla luce del sole) perché si affermi un altro sistema socio-politico?

Per chiudere; ma siete sicuri di aver fatto completamente i conti con il vostro passato e averlo analizzato ed elaborato fino in fondo e in maniera "spietata"?
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