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Le radici profonde dell'antisemitismo

 
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AquilaLatina




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Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Mar Ott 21, 2008 1:02 pm    Oggetto:  Le radici profonde dell'antisemitismo
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Trovato sul sito dell'ANPI. Leggete quanti strafalcioni...


La legislazione razziale non fu un incidente di percorso. Solo con il 1987 risulta complessivamente abolita la struttura legislativa delle leggi razziali

le radici profonde dell' antisemitismo

Non è vero che le leggi sulla razza emanate dal governo fascista e entrate in vigore il 1&oord settembre 1938 furono un episodio isolato e neppure l'automatico prodotto dell'alleanza con la Germania di Hitler. La cultura italiana - quella nazionalista e cattolica - conteneva già in sé le radici dei provvedimenti legislativi che isolarono e criminalizzarono gli ebrei, per poi farne carne da macello per i lager nazisti.

David Bidussa

Le leggi razziali contro gli ebrei, introdotte nell'autunno 1938, hanno una loro gestazione concreta e una loro genealogia specifica. Ritenere che esse siano il prodotto di un contesto, che rispondano a una logica ferrea di alleanza nel quadro delle scelte di politica internazionale che il regime fascista andava costruendo nella seconda metà degli anni 30, è limitante, comunque non è sufficiente.
Si potrebbe ricordare come accenni antisemitici siano già presenti nella cultura politica italiana già nei primi anni del secolo [nel movimento nazionalista italiano], ancor prima nella pubblicistica cattolica [non solo di "Civiltà Cattolica", ma anche ne "L'Osservatore di Cristo" di Don Albertario e in numerose pubblicazioni diocesane nell'ultimo quarto dell'Ottocento] come pure già nella prosa mussoliniana ancor prima della marcia su Roma.
Questi aspetti possono essere letti come le premesse politiche di un discorso antisemita. Ma non è qui, o non solo qui, il nodo concettuale della questione. Infatti, la premessa concettuale al razzismo in Italia non nasce dall'antisemitismo profondamente presente nella cultura nazionale, ma questo vi viene ritradotto sulla base della cultura razzista che ha premesse consistenti, ma non coordinate, nella cultura fascista degli anni 20 e che acquista una sua coerenza teorica e politica con la guerra italo-etiopica.
Il razzismo in Italia, come discorso politico coerente, non come cultura, invece già presente, non nasce preliminarmente contro gli ebrei, ma in risposta al timore del "meticciato" come esito della vittoria militare in Etiopia. In altri termini: il razzismo ha il suo primo banco di prova nelle leggi promosse tra il 1936 e il 1937 riguardanti le popolazioni indigene africane appartenenti all'Impero italiano - ma "non facenti parte della nazione italiana". Esso ha le sue matrici culturali e i suoi criteri fondativi nella demologia e nello studio delle tradizioni popolari che acquistano gli studi di antropometrica [L. Cipriani], nella costruzione del mito della "Roma Augustea" [nel 1937 è celebrato il bimillenario della nascita di Augusto imperatore] attraverso il quale si riscrive il concetto di nazione italiana.
Le leggi razziali sono il frutto di una cultura e di una politica che in prima battuta non assume il sangue come criterio discriminante della classificazione, ma che fa della nazionalità il perno della questione della piramide gerarchica dei sudditi, suddividendoli tra cittadini italiani con diritti e cittadini senza diritti, ergo servi.
E' su questo piano che razzismo e antisemitismo si incontrano nella storia della politica italiana e nella vita pubblica in Italia. Sulla questione delle leggi razziali in Italia si è scritto molto in anni recenti. Ciò non toglie, tuttavia, che ancora prevalga un senso comune minimalista.
In Italia la vicenda dell'antisemitismo e del razzismo è stata assunta come un "corpo estraneo", scaricata sul nazismo, guardata e analizzata come un evento non correlato alla storia nazionale. In termini più ampi: se in Germania la cittadinanza [sociale, politica, culturale] costituisce una strozzatura cosciente della propria idea di nazione, in Italia si continua a ritenere che il Risorgimento e il processo di formazione dell'idea nazionale costituiscano un momento edenico e "senza macchie".
Preliminarmente è opportuno fissare un criterio: il razzismo non ha una relazione diretta con la quantità di morti. Come nota correttamente uno studioso del razzismo: "Il razzismo diventa totale se coloro che dirigono lo stato riescono a subordinargli tutto: la scienza, la tecnica, le istituzioni, ma anche l'economia, i valori morali e religiosi, il passato storico, l'espansionismo militare; se plasma tutti gli ambiti della vita politica e sociale e a tutti i livelli, senza dibattito né contestazione possibile". [Michel Wieviorka, "Lo spazio del razzismo", Il Saggiatore, pp.76-77], Uno stato e una politica sono razzisti in relazione alle regole statuite in merito alla cittadinanza e alla nazionalità.
Il concetto di razza italica viene strutturandosi intorno a una visione storicizzata e progressiva del carattere nazionale.
Accanto alla genetica, all'antropologia fisica, all'etnologia, si afferma una componente legata al tema della tradizione popolare, ossia un elemento che trae spunto non tanto da un fatto "di sangue", quanto da un profilo in cui il tempo assume un valore eminentemente positivo e non corruttivo. Nel razzismo fascista il concetto di razza si fonda, invece, sulla sua evoluzione. L'accento non è posto prevalentemente su un dato biologico, bensì su uno comunitario. Il razzismo fascista, a differenza di quello nazista, si accredita come un composito di razzismo classico e di razzismo differenzialista, con il secondo prevalente sul primo.
Altra componente presente nell'antisemitismo fascista è l'antigiudaismo cattolico, particolarmente concentrato nelle sue aree di intransigentismo e antimodernismo. Ciò almeno rispetto alla persistenza di due argomentazioni che si collegano direttamente alla questione della cittadinanza politica e culturale in età moderna: la prima che riprende sostanzialmente l'immagine dell'ebreo pericoloso, comunque "vocato al complotto", e perciò assimilato alle sue presunte versioni moderne [il massone e il bolscevico] ; la seconda che fa discendere dalla prima l'impossibilità di una soluzione a meno di non ricorrere alla riedificazione dei ghetti e dunque a un'ipotesi segregazionista e discriminatoria, unica forma ritenuta efficace per contenere e inibire il pericolo ebraico.
Considerazioni diverse, invece, vanno svolte intorno al tema dell'ebreo come "straniero minaccioso". Pur non caricandosi del significato di "sottrazione di spazio", il tema dell'ebreo minaccioso all'interno del discorso fascista assume due significati specifici. Ossia: 1] l'ebreo come componente del complotto presunto per la distruzione "dell'italiano vero e autentico"; 2] l'ebreo come sovvertitore della comunità.
Entrambi questi elementi appartengono a una categoria contigua e omologa dal punto di vista culturale che in formula potremo indicare come "antiamericanismo" [ovvero come il rifiuto di una comunità che rompe i legami arcaici e comunitari], tema particolarmente presente nella cultura del regime soprattutto negli anni della "grande depressione" [29-33], ma che si nutre di una "corrente calda" che a vario titolo ha le sue premesse nella riflessione politica di alcune figure del Risorgimento [Massimo D'Azeglio, per esempio] e nelle riviste fiorentine di primo Novecento [in particolare "Il Regno" di Corradini] e che si ripresenta nel dibattito su New Deal e corporativismo.
Dal corpo complessivo dell'attività legislativa del razzismo fascista si possono trarre almeno due conclusioni non necessariamente tra loro contraddittorie. Primo: la legislazione razziale limita pesantemente la sfera dei diritti individuali ma non determina la strutturazione di una politica che come esito obbligato includa e presuma l'eliminazione fisica. Secondo: la politica seguita, soprattutto nei campi dell'istruzione, della scolarizzazione, delle attività professionali, dei processi di acculturazione - in una parola riferita a quelle linee che ineriscono la riproduzione delle qualifiche professionali, occupazionali, più in generale di tenuta dei livelli culturali del mondo ebraico italiano - è invece fortemente tesa a conseguire un abbassamento del livello medio di vita e di caratteristiche socio-culturali degli italiani ebrei, Consideriamo gli effetti indotti dalla dinamica del secondo tipo.
Nel complesso essi appaiono meno "sconvolgenti" nell'immediato, ma molto più significativo se colti e valutati in un tempo medio- lungo. Abolire complessivamente qualsiasi attività di stampa ebraica in Italia come avviene nel secondo semestre del 1938, limitare gli ambiti professionali, implica un obiettivo di lungo periodo: ottenere una depressione delle caratteristiche sociali e culturali di un gruppo umano che intorno ad esse ha scommesso le sue chances di emancipazione. L'obiettivo è la formazione e la strutturazione di un "gruppo di iloti". E' scarsamente rilevante allora se da parte del fascismo si dia, e se sì in che forma, una politica "blanda", certo lo è in relazione ai modi e ai tempi, ma non relativamente ai fini. Gli scopi sono definibili, tuttavia, per la variabile tempo che presumono. Un obiettivo di ilotizzazione, perseguito nei modi messi in atto dal regime, presume che si guardi ai tempi lunghi, che si faccia riferimento a un lento sgretolarsi delle caratteristiche intrinseche al gruppo oggetto delle politiche razziali in un tempo non valutabile in anni, bensì in generazioni. In altri termini le scelte politiche rivolte alla compressione del gruppo ebraico da parte del regime fascista non presumevano una strategia di corto respiro - e quindi non sono liquidabili con un giudizio di ristretta contingenza politica, ovvero come adeguamento politico, ma senza convinzioni, al nazismo - ma miravano a una politica di lunga durata.
Un ultimo aspetto, infine, denuncia il fatto che la legislazione razziale non fu un incidente di percorso. Se i processi di revisione storica hanno un senso si deve rilevare come il corpo complessivo della legislazione, spesso operata per via di decreti e di circolari più che da un vero e proprio corpo di norme definite dal governo centrale, solo con lentezza è stato rimosso e abolito nell'Italia del secondo dopoguerra. Ancora nel 1946 in Italia la voce "razza" compare nei certificati di polizia e solo con il 1987 risulta complessivamente abolita la struttura legislativa delle leggi razziali. Se di "corpo estraneo" ancora si parla nel linguaggio corrente, si dovrà almeno rilevare che gli anticorpi non erano poi così forti.

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Marcus
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MessaggioInviato: Mar Ott 21, 2008 7:10 pm    Oggetto:  
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Nel quadro della politica totalitaria assunta dal regime, volta alla creazione dell'Uomo Nuovo, due sono le prospettive a lungo termine assunte dal fascismo nei confronti dell'elemento israelita, assimilazione per gli elementi fascistizzati, allontanamento per quelli più irriducibilmente legati alla propria tradizione.
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mar Ott 21, 2008 7:35 pm    Oggetto:  
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Di conseguenza eventuali discriminazioni, ci furono per motovi politici non razziali...
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Marcus
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MessaggioInviato: Mar Ott 21, 2008 10:29 pm    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:
Di conseguenza eventuali discriminazioni, ci furono per motovi politici non razziali...


...esattamente! E credo che in tal senso la documentazione proposta ne L'Identità Fascista lo dimostri in modo palese.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mer Ott 22, 2008 8:33 am    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
Dvx87 ha scritto:
Di conseguenza eventuali discriminazioni, ci furono per motovi politici non razziali...


...esattamente! E credo che in tal senso la documentazione proposta ne L'Identità Fascista lo dimostri in modo palese.


Il Libro dimostra anche un'altra cosa. Che la vicende Internazionali hanno giocato un ruolo fondamentale a che l' "assimilazione/allontanamento" DEGLI elementi presenti nel corpo sociale, in specifico ebrei, avvenisse in quei dati modi!

L'Ipostesi che, in presenza di condizioni internazionali diverse, l'assimilazione/allontanamento avvenisse in ALTRI MODI, DIVERSI DA QUELLI RAPPRESENTATI DALLE LEGGI DEL 1938, non è affatto peregrina!

Quelle leggi, per gli ebrei italiani, sono da considerare un errore IN QUEL MOMENTO STORICO. Sono RADICALI, estreme, rispetto alla realtà vissuta. Questo A CAUSA delle contingenze STORICHE.

NON SONO LEGGI RAZZIALI! E questo va ribadito. Anche se PROPRIO A CAUSA DI QUELLE CONTINGENZE STORICHE, hanno ASSORBITO LA RETORICA RAZZIALE. Ma solo quella.

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Mer Ott 22, 2008 11:27 am    Oggetto:  
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Tra l'altro, come nota De Felice, esse vanno inserite nel contesto della politica anti-borghese propria del Fascismo...
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