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Filosofia di Gentile.
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Autore Messaggio
Giovanni




Registrato: 30/06/08 08:52
Messaggi: 649
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MessaggioInviato: Mar Set 23, 2008 5:13 pm    Oggetto:  
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quello che ignoro, Antonio, (sono piuttosto digiuno di filosofia, abbandonata al liceo) è l'esatto rapporto tra la "religione gentiliana" e il cattolicesimo. Lo stesso discorso del 9 febbraio che entrambi citiamo è una tappa: il capitolo XIII di Genesi e struttura della società è un passo ulteriore nella speculazione, ed è ancora più complesso e impegnativo del primo.

Ma ancora: il fatto che Gentile utilizzi proprio questi termini "la mia religione" mi lascia il dubbio sulla perfetta coincidenza dei due sistemi, ancorchè egli non abbia mai voluto dichiararsi estraneo alla Chiesa Cattolica...
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Giovanni




Registrato: 30/06/08 08:52
Messaggi: 649
Località: Como

MessaggioInviato: Dom Set 28, 2008 8:06 pm    Oggetto:  
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Credo di avere fatto qualche progresso Very Happy
In particolare mi è risultato d'aiuto nella comprensione del pensiero gentiliano la lettura di Ugo Spirito (che del Gentile fu allievo)
Ecco in buona sostanza una chiara esposizione di quei concetti che mi risultavano oscuri, ora finalmente chiari:


C’è un io – dice Gentile – che ha nome e cognome, una data di nascita e di morte, una sua fisionomia insomma, accanto ad altre persone che dicono anch’esse “io” e c’è, al di là, un altro e più vero io che assume ad oggetto del suo pensare l’io empirico e gli altri io. E’ l’io che non può nascere né morire, perché pensa la nascita e la morte risolvendoli nella propria immortalità. E’ questo l’io vero, trascendentale, che non ha accanto gli altri io, perché li ha in sé, come ha in sé ogni cosa.
Gentile non confonde Dio ed io, ma ha dato una sua peculiare spiegazione al Dio che si fa uomo, ossia Dio in interiore homine. Dio è nella coscienza, come quell’ideale a cui l’io tende con tutte le sue forze, solo perché l’ha in sé, come ragione della propria vita.

Ora, riconoscere la propria empiricità come l’altrui, vuol dire contemplarci oggetto tra gli oggetti. La propria morte allora assume lo stesso valore della morte altrui. La realtà è un continuo divenire perché è un continuo morire, o meglio un morire che è condizione per il continuo nascere a nuova vita. La morte non è un fatto negativo da deplorare, ma la ragione della effettiva vita, che tale non sarebbe senza superare il proprio opposto e affermarsi in un processo rinnovatore. La morte dunque come atto di vita, il che è già avvertito dal cristiano, per il quale la morte è la rinascita nell’al di là, alla vera vita, in quanto trascendente i limiti del tempo e dello spazio. Se non che (ecco la differenza) per il cristiano resta la convinzione del permanere con la propria individualità empirica, sicchè l’immortalità sarebbe una sorta di immortalità del finito. Una contraddizione in termini, per Gentile, per il quale l’immortalità sarebbe nell’atto spirituale in cui si risolve come contenuto; ed è questo il senso in cui afferma l’immortalità del proprio io empirico.


Avendo posto il quesito iniziale della conciliabilità tra pensiero gentiliano e dottrina cattolica su questo specifico punto ne deduco una divergenza netta (Dux87 mi potrà correggere se sbaglio) poichè il catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo 1059 afferma invece che "nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno con il loro corpo"
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AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Mar Set 30, 2008 1:45 am    Oggetto:  
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Interessante Giovanni.

Sinceramente non sono molto ferrato su questo specifido argomento inerente la filosofia Gentiliana, quindi non saprei dirti Embarassed (brutta l'ignoranza), magari qualcun altro può spiegarci meglio Smile
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Marcus
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Età: 44
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2600
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mar Set 30, 2008 10:32 am    Oggetto:  
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Giovanni ha scritto:
La morte dunque come atto di vita, il che è già avvertito dal cristiano, per il quale la morte è la rinascita nell’al di là, alla vera vita, in quanto trascendente i limiti del tempo e dello spazio. Se non che (ecco la differenza) per il cristiano resta la convinzione del permanere con la propria individualità empirica, sicchè l’immortalità sarebbe una sorta di immortalità del finito. Una contraddizione in termini, per Gentile, per il quale l’immortalità sarebbe nell’atto spirituale in cui si risolve come contenuto; ed è questo il senso in cui afferma l’immortalità del proprio io empirico.

Avendo posto il quesito iniziale della conciliabilità tra pensiero gentiliano e dottrina cattolica su questo specifico punto ne deduco una divergenza netta (Dux87 mi potrà correggere se sbaglio) poichè il catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo 1059 afferma invece che "nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno con il loro corpo"


Premesso che non essendo cristiano non é mio interesse addentrarmi nello specifico riguardo la resurrezione nel cristianesimo o nelle altre fedi, ma se Gentile concepisce il processo di autocoscienza come atto spirituale in cui 'Io trascendente, (a cui dunque é chiara la reale natura del proprio io tanto individuale che universale) tende al ricongiungimento con Dio, l'unico punto che attenendo nello specifico alla sua visine di cattolico possiamo definire come dogma di fede, riguarda il ricongiungimento dello spirito col proprio corpo nel giorno del giudizio, ma ciò francamente non vedo come possa inficiare le precedenti premesse.

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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