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SCRITTI DI GIOVANNI GENTILE SUL FASCISMO

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 19, 2008 7:18 pm    Oggetto:  SCRITTI DI GIOVANNI GENTILE SUL FASCISMO
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Giovanni Gentile e il fondamento ideologico del fascismo

La presente raccolta di scritti e discorsi è tratta dall’opera “Politica e Cultura”,essi rappresentano il pensiero di Giovanni Gentile riguardo i fondamenti storico-filosofico-ideologici del fascismo in maniera esemplare ed esauriente coprendo un arco cronologico più che decennale. In essi il filosofo/dottrinario del fascismo discute molti dei temi centrali in merito all’essenza vera ed originale espressa da tale ideologia,chiarendo magistralmente il significato di termini centrali in tutta la sua trattazione e fondamentali nella comprensione delle caratteristiche peculiari della dottrina del Fascismo,quali Totalitarismo e STATO ETICO CORPORATIVO,ma anche delle differenze esistenti tra quest’ultima ed il nazionalismo o il liberalismo o dei rapporti tra Stato e Chiesa. Dunque una serie di tematiche la cui conoscenza a nostro avviso risulta indispensabile al fine di poter comprendere il pensiero e la conseguente prassi del regime mussoliniano.


CHE COSA È IL FASCISMO

Conferenza tenuta a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, l’8 marzo 1925 e pubblicato nel volume “Che cosa è il fascismo”, Vallecchi, Firenze, 1925.

Signori, Devo confessarvi che non prendo a parlare senza una certa preoccupazione. Venivo a Firenze per tenere una lezione al Circolo di cultura fascista, dove si legge, si studia, si discute tra fascisti desiderosi di riflettere e chiarire le proprie idee; e avevo perciò in mente un discorso adatto a quel luogo e a quell’uditorio. Invece, con mia grande sorpresa, mi tocca di parlare a migliaia di ascoltatori variamente preparati e disposti, in quest'aula solenne e magnifica di memorie e di glorie, dove non si potrebbe venire a tenere una "lezione" senza dar prova di troppo cattivo gusto, né certo si possono tollerare parole che non riecheggino l'alto suono della storia e non preconizzino una fede generosa della patria. Per fortuna, l'argomento stesso del mio discorso è di quelli che suscitano passioni ardenti e universali che destano e alimentano in tutti l'interesse provocando l’adesione o la polemica e mettendo in moto l'animo e la mente verso i problemi essenziali del proprio paese e della stessa vita in generale. E insieme con la qualità dell'argomento, la vostra accoglienza cordiale mi anima a parlarvi sinceramente, schiettamente, di quelle cose che intorno al fascismo ho a lungo meditate e sento vivamente nel profondo del cuore, nella speranza di riuscire anche qui a essere inteso da tutti, o almeno a non essere frainteso. Dov'è sincerità, ivi pure è buona disposizione a comprendere oltre quel che si dice e si può dire, scorgendo il punto giusto dei motivi che ispirano chi parla. Comprendere in buona fede: ciò che non sempre accade di ottenere. Del resto, quello che io devo chiedere a voi, avrei pur dovuto chiederlo alla breve cerchia degli amici che avrei trovati nel Circolo di cultura. Anche parlando del fascismo a fascisti io, come ogni altro fascista, avrei avuto bisogno di fare un'avvertenza preliminare. E dire: badate, il fascismo di cui io parlo è il mio fascismo. L'essere infatti un movimento così largo, che stringe insieme intorno a una stessa bandiera e in una fede comune centinaia di migliaia d'italiani, ed essere per tutti un solo movimento, e quindi una stessa via, uno stesso ideale, non toglie che ognuno che vi aderisce non lo veda coi suoi occhi, non l'intenda con la sua intelligenza, non lo senta col suo animo. L'unità risulta da questa molteplicità, da questa infinità di temperamenti e psicologie e sistemi di cultura e concezioni della vita. La forza del fascismo deriva da questa ricchissima inesauribile fonte d'ispirazioni e connessi bisogni ed energie spirituali. Ed esso si essiccherebbe e inaridirebbe nella monotonia meccanica delle formule vuote se potesse definirsi e restringersi negli articoli di un credo determinato. Del resto, il nostro grande Gioberti in quel suo libro frammentario ma sparso di pensieri geniali, con cui mirava a indurre la Chiesa Cattolica a quelle riforme che a lui parevano indispensabili per rinnovare e ravvivare il millenario meraviglioso istituto, anche del Cattolicesimo che è il tipo delle religioni costituite con caratteri rigidamente obbiettivi, diceva giustamente che ogni cattolico ha il suo. - Ma il Papa, si poteva obbiettare, non è di questa opinione. - Ebbene, il Gioberti replicava, è quello appunto che io dico. - E non era sofisma. Perché per quanti sforzi si faccia di rinunziare alla propria personalità e aderire a un credo comune, questo credo non sarà accettato mai se in qualche modo non si sarà inteso; e intendere non si può, a cominciare dalle stesse parole in cui le idee sono espresse, se non servendosi della cultura e dei sentimenti e delle tendenze e insomma di tutto il complesso degli elementi, in cui si organizza e concreta la nostra personalità. Intorno al fascismo, come intorno a qualche cosa di ben determinato e individuato, che tutti egualmente sanno che cosa sia, siamo tutti raccolti a lavorare e lottare quanti siamo italiani del nostro tempo: pro o contro, non importa. Anche gli avversari sono stati costretti dalla stessa intensità del movimento fascista a prender posizione verso di esso. Ognuno ne avrà un'idea chiara od oscura, e più e meno oscura: ma tutti, esaltandolo o condannandolo, parlano egualmente del fascismo; tutti, volenti o nolenti, vanno innanzi al problema che è l'argomento di questo discorso: che cosa è il fascismo? Ma i fascisti certamente concepiscono il fascismo in modo molto diverso dagli avversari; e per la stessa ragione, quantunque la diversità sia incomparabilmente minore da fascista a fascista quel concetto varia; e la soluzione del problema centrale, a cui tutti lavorano, riesce sensibilmente diversa. Dissimulare o nascondere queste differenze, come ogni ipocrisia o menzogna, sarebbe indizio di scarsa fede e di ottusa intelligenza della vita che è propria d'ogni grande movimento spirituale. Giacché la vita è sempre svolgimento e perciò cambiamento continuo incessante: quindi unità, ma anche varietà, e conflitto interno di elementi discordi, dal quale la vita è promossa a nuove forme. E dove è calma d'acqua stagnante, l'aria s'ammorba e la vita si spegne. Il che può suonar male all'orecchio di chi grossolanamente rappresenta la disciplina d'un partito o la saldezza d'una scuola come l'abbrutimento degli uomini che aderiscano a quello o a questa. Ma né i bruti né gli uomini abbrutiti hanno fatto mai storia. E tutto ciò che è grande nel mondo degli uomini programma politico o dottrina filosofica, è stato sempre a quel modo stesso in cui mi rappresento il fascismo: una struttura fondamentale, un nucleo, che è un'idea viva, e quindi una direzione di pensiero, un'ispirazione e una tendenza, in cui gli spiriti si incontrano e s'affiatano e partecipano a una stessa vita tanto più vigorosa e possente quanto maggiore il numero di quelli che vi concorrono; e intorno a quel nucleo, per germinazione spontanea dei tanti semi di pensiero che nella storia si vengono ad ora ad ora maturando, un fiorire svariato di riflessioni e sistemi,che sono nuovi organi onde l'organismo centrale s'irrobustisce accogliendo e appropriandosi dall'atmosfera, in cui esso vegeta e vive, sempre nuove energie. In quel nucleo è l'unità e la fede. Lì è l'essenziale, la radice della vita e della forza. Io vengo al fascismo dagli studi, dalla storia, dalla filosofia. Altri dall'arte. Altri dallo squadrismo della lotta politica quotidiana. Altri dalla polemica del giornalismo. Altri dall'arte del giuoco parlamentare. Altri da altre origini. Ognuno con la sua anima, con la sua cultura, le sue abitudini, la sua vita, la sua personalità. Ma tutti giungono allo stesso punto, e s'incontrano tutti sulla medesima via: che è la via in cui oggi il fascismo viene combattendo la sua bella battaglia in Italia e nel mondo per dare una sua forma allo Stato, e attraverso lo Stato a tutto lo spirito. Tutti: anche quelli che come me vissero sempre nella scuola e negli studi e meditarono, fuori della politica militante di tutti i giorni, i problemi nazionali attraverso la storia e la filosofia. Giacché c'è filosofia e filosofia, o Signori. E quella antica, famosa e venuta in proverbio, del filosofo che guardava il cielo e non vedeva la terra su cui camminava e perciò cascò dentro la fossa, quella filosofia, di cui da Aristofane in poi gli uomini di senno hanno fatto la satira e riso di cuore, fuori della vita ed estranea alla lotta in cui la vita consiste, senza occhi agl'interessi che alimentano questa lotta e per cui tutti gli uomini vivono, gioiscono e sperano, o soffrono e si tormentano, e sanno che la vita è fatica, sforzo, sacrificio di sé, abnegazione, passione e brama inesausta della mèta sempre da raggiungere e non raggiunta mai; questa filosofia è morta ormai da un pezzo. La nostra filosofia è sì pensiero, ma perché la vita è pensiero; è riflessione sulla vita, ma perché la vera vita è riflessione su se stessa, attività luminosa, la quale si spiega per la via che è sua, perché essa consapevolmente se la fa, sapendo dove va e in che modo può giungervi. Tutta la vita umana per noi, fin dalle sue più umili forme, è filosofia. E quella che oggi sarà filosofia degna del nostro tempo non potrà essere una vita impoverita o snaturata e quasi svanita nel pallido riflesso d'un pensiero astratto; anzi sarà la vita stessa più intensa, più energica, quasi potenziata ed esasperata dalla coscienza vigilante delle proprie leggi. Lasciate, dunque, che io cerchi di rispondere a modo mio alla domanda, che ci siamo proposta, che cosa sia il fascismo. E cerchiamo di avvicinarci insieme a quello che si potrebbe dire, come ho accennato, il nucleo vivo ed unico del fascismo, a cui tutti guardiamo e che tutti abbiamo comunque interesse di vedere esattamente.

Le due Italie.

E per cominciare, v'invito a considerare se non si possa dire che dalla storia ci vengano incontro come due distinte e differenti immagini dell'Italia, che noi vi cerchiamo. Tutti, in verità, la cerchiamo. La storia non è un passato che interessi soltanto gli eruditi: essa è presente, viva negli animi di tutti. Quanti sono italiani, lo sentono: sentono di appartenere a questa Italia,che non è soltanto l'azzurro del suo cielo, dei suoi colli e delle sue marine, né la desolata o alpestre terra che s'alterna ai suoi piani ubertosi e ai suoi ridenti giardini. Chiudiamo gli occhi, facciamo astrazione dagli orizzonti dei suoi paesaggi così vari di bellezza e di luce: e l'Italia ci resta nell'animo, anzi si ingrandisce e giganteggia nella gloria di quel che essa è nella mente e nei cuori di tutti gli uomini civili, che le rendano giustizia o almeno la riconoscano come la nazione dell'intelligenza e della millenaria cultura non mai tramontata e dell'arte e dei pensatori solitari e della travagliata vita civile tra le difficoltà interne, di una nazionale lenta nel suo processo laborioso di organizzazione e unificazione e tra le esteriori potenze lottanti nel più vasto processo organizzativo dell'Europa moderna. Tutti, vedendo più o meno, e più o meno penetrando e intendendo e sentendo,hanno in sé, senza potersene distaccare, questa Italia storica, viva,ma di una vita che si prolunga e s'affonda con le sue radici nei secoli,e già è l'Italia, con i caratteri nazionali che si faranno sempre più evidenti, intorno al Mille, quando pullulano dall'Impero disfatto i Comuni con l'impeto delle loro libertà e delle loro arti,e preparano quel Rinascimento, che sarà la più geniale creazione dello spirito italiano, splendido faro agli uomini d’ogni parte del mondo, che gli italiani stessi del Rinascimento raddoppiarono, cercanti il porto della nuova scienza, della nuova arte, del nuovo pensiero, della nuova fede, e insomma dell’età moderna. Questa Italia, che tutti rechiamo nel cuore, e che forma infatti la sostanza del nostro essere e del nostro carattere nel mondo, se la guardiamo oggi intensamente, con lo sguardo fatto più acuto dalla nostra odierna passione di una più alta e forte vita nazionale, da questa passione che ci cova dentro dopo le prove della grande guerra, da quando provammo l'angoscia della sconfitta e l'orgoglio della vittoria, noi questa Italia la vediamo ora presentarcisi in un aspetto, e ora in un altro molto diverso. Noi vediamo due Italie innanzi a noi: una vecchia e una nuova: l'Italia dei secoli, che è la nostra gloria ma è anche una triste eredità, che ci grava le spalle e ci pesa sull'anima: ed è pure, diciamolo francamente, la vergogna, di cui noi vogliamo lavarci, di cui dobbiamo fare ammenda. Ed è appunto quella grande Italia, che ha così gran posto, come dicevo, nella storia del mondo. La sola Italia, si può dire, che sia conosciuta e studiata e indagata da tutti i popoli civili, e la cui storia non sia una storia particolare, ma un'epoca della storia universale: il Rinascimento. Nel quale è tanta luce, sì, e sono tanti titoli di vanto nazionale per gl'italiani: ma è pur tanta ombra. Giacché il Rinascimento è pur l'età dell'individualismo, che trasse la nazione italiana attraverso i sogni splendidi della poesia e dell'arte all'indifferenza, allo scetticismo, all'imbelle neghittosità degli uomini che nulla hanno da difendere intorno a sé, nella famiglia, nella patria, nel mondo dove si riversa e si impianta ogni umana personalità conscia del proprio valore e della propria dignità, perché in nulla credono che trascenda il libero e lieto giuoco della propria fantasia creatrice. Donde la frivolezza d'un costume che viene decadendo e corrompendosi a mano a mano che si smarrisce il sentimento attivo della nazionalità e gli animi s'infiacchiscono; una letteratura in cui canti carnevaleschi e bizzarrie burlesche d'ogni sorta si mescolano a una commedia che trae dalla novellistica beffarda, faceta e cinica la sua materia e il suo spirito; una commedia che non è perciò mai vera arte, la quale anche sotto il riso faccia sentire il pianto, ossia la serietà dello spirito che sa la miseria dei difetti, onde gli conviene liberarsi a fatica per ascendere a quell'ideale, in cui solo può vivere; e le accademie si trasformano in radunanze di ingegni colti ma oziosi, in cui la dissertazione decade a cicalata; i nomi, una volta coniati nel metallo antico dell'ingenuo ma serio e profondo umanismo, gareggiano in argutezze e stranezze d'invenzioni, allusioni e analogie ridevoli; la religione diventa forma esteriore ed esanime, la filosofia è perseguitata con la tortura ed i roghi, e la scienza illanguidisce nell'esercitazione intellettualistica, capace d'accendere le passioni dei letterati (come anche gli scienziati si chiamavano), ma inetta a scuotere gli animi e gettarvi dentro il pungolo di quei problemi, in cui l'uomo s'arma di tutte le sue forze per muovere incontro al mistero ed al destino. Letteratura vuota, superficiale, senz'anima.
Sonetti, canzoni a bizzeffe: ma un’uomo, che canti ed esprima la sua passione, mai. Accademie paiono mascherate. Cultura quanta se ne vuole; ma infeconda morta. Gli uomini senza volontà, senza carattere; la vita senza programmi, che non siano quelli del particolare individuo che pensa a sé, ma niente di più. L'Italia perciò degli stranieri,e non degli italiani. Gl'italiani senza fede, e perciò assenti. Non è questa la vecchia Italia della decadenza?

I residui della vecchia Italia.

Quell'Italia, per noi, è morta; e ce n'è un'altra, grazie al cielo. E si può dire in certo senso, come chiarirò or ora, che la prima sia morta da duecento anni. Ma non è così morta, che noi a volta non ce la troviamo innanzi anche oggi, in quest'anno di grazia millenovecentoventicinque. C'è ancora troppa gente in Italia che non crede a nulla e ride di tutto, e sospira per l’arcadia e le altre accademie; e se la piglia astiosamente con chi gli turbi la digestione. Vi ricordate della tremenda vigilia italiana della grande guerra, quando i pochi che credevano trascinarono i molti che alzavano le spalle ripetendo la vecchia ingiuria straniera che gl'italiani non si battono? quando i giovani si sentivano fremere nel petto un oscuro istinto e vi si abbandonavano sicuri, ciecamente confidando nel fato nazionale, nelle forze della stirpe, nella necessità di una grande prova cruenta che comunque cementasse la recente unità nazionale, più pensata che creduta o più creduta che sperimentata e realizzata, e temprasse nelle lotte, a cui ogni libero popolo dev'essere pronto sempre, la fibra degl'italiani? e gli uomini maturi, i savi sorridevano e calcolavano, e inorridivano al pensiero di sacrifici inutili come dicevano, e tremavano dei pericoli, che in virtù di calcoli non sono stati mai affrontati, e che non si affrontano da chi non sia animato da una indimostrabile fede? Oggi quel pavido miope e scettico neutralismo è sinonimo, per moltissimi almeno degl'italiani, di inettitudine a italianamente sentire i problemi italiani; non è vero? Ma quella specie di temperamento spirituale vecchio stile, che non osa perché non crede, rifugge dall'ardimento perché non vede vantaggio nel sacrificio, misura la fortuna nazionale dal benessere individuale, e ama perciò sempre camminare sul sodo, non compromettersi, non riscaldarsi mai, e cede ai poeti, alle donne o tutt'al più ai filosofi l'ideale, e mette volentieri da parte ogni questione che possa mettere in pericolo la concordia e il quieto vivere, e si compiace di scherzare su tutto e su tutti, e gettare sempre l'acqua fredda della prosa sugli entusiasmi della poesia, e raccomanda la moderazione a ogni costo, e ostenta un sacro orrore per le polemiche e le violenze, e inculca nel prossimo tutte le massime dell'egoismo, e riflette, studia, capisce, e la sa lunga come la quintessenza dell'accorgimento e della sapienza; questo non è ancora per troppi il non plus ultra della finezza tutta propria degl'italiani? Ci sono i massoni, i quali, si sa, hanno piantato il chiodo della famosa laicità, che non è per la religione né contro la religione; ma, anche non massoni, quanti italiani non preferiscono oggi tacere di cose religiose, e hanno ritegno e pudore di scoprire e difendere i propri convincimenti, quando ne hanno? Tutto ciò è la vecchia Italia, l'Italia dell'individualismo, l'Italia del Rinascimento; quando anche il martirio dei filosofi era infecondo perché non onorato, e inonorato perché conforme alla logica delle loro stesse dottrine, tutte individualisticamente rinchiuse in un mondo senza rapporti con quella vita, in cui era la concreta realtà e in cui si urtava perciò necessariamente, e vi s'incontrava quindi il martirio. L'uomo allora non sentiva la sua personalità innestata nel mondo sociale a cui ciascuno appartiene, in cui soltanto può vivere con i suoi interessi umani, con la sua famiglia, con la sua fede di uomo morale che ha dei doveri, un programma da realizzare, una verità da professare. Giacché niente vive nel segreto dell'animo nostro che non ci tragga ad uscire di dentro, a predicare quello che è la nostra verità, a comunicarla altrui, a potenziarla di tutte le energie che vi possono concorrere per la collaborazione, per la convivenza, per l'accomunamento della nostra vita morale. Ogni fede accomuna gli uomini.

L’italiano del Rinascimento fino a Galilei.

L'uomo del Rinascimento, o Signori, poté sì grandeggiare nell'arte, perché l'arte è sogno che astrae dalla realtà, in cui pure gli altri uomini e il mondo a cui è legata la nostra vita e con cui facciamo tutt'uno, e spazia nel libero mondo della fantasia dove l'individuo è creatore e signore assoluto delle proprie creature. Grandezza di artisti, che è il suo difetto; poiché in questa libera vita che ci scioglie da ogni legame, si perde il duro sentimento di quella che può dirsi la realtà storica, dov'è la nostra famiglia, che ha tanti bisogni, che, sono pure bisogni nostri poiché a noi tocca di soddisfarli e moralmente non possiamo farne a meno; e ci sono tutti gli altri uomini, con cui la stessa necessità di soddisfare i nostri bisogni ci stringe in un indissolubile vincolo, con doveri comuni in un sociale organismo a cui la persona è avvinta e a cui sono pure legate tutte le nostre fortune e per la cui salvezza ci conviene pertanto fare ogni sforzo ed esporre perfino la vita. E però questi nostri poeti ed artisti e pensatori, uomini colti e raffinati, non sentirono la patria. E gli italiani poterono essere ammirati e insieme disprezzati; e le loro città poterono essere conquistate col gesso; e fu possibile ad esempio una disfida di Barletta, perché agl'italiani non mancò il valore personale e anche nell'arte di addestrare e condurre gli eserciti si seppe eccellere, e famosi furono molti dei nostri capitani:ma un esercito italiano non si ebbe mai, non ci fu mai una battaglia che si potesse dir vinta dagli italiani. L'arte stessa infine doveva decadere. Perché neanche l’arte può vivere fuori di quel mondo morale, che diciamo ideale:quel mondo ché l'uomo attua con lo sforzo del suo spirito, ponendosi al disopra della vita che egli sarebbe portato a vivere naturalmente insieme con tutti gli altri viventi; e lo attua perché comincia a vagheggiarlo come quella migliore realtà, che non esiste ma che egli può far esistere e deve: tanto più, quanto più alto ne è il valore. Ora tutti i valori nessuno li scorge ed apprezza ed idoleggia come qualcosa che appartenga al chiuso segreto della sua coscienza; bensì sempre come qualcosa di universale, a cui tutti aspirano, e che è certamente patrimonio di tutti. L'arte stessa perciò diventa giuoco; e spetta alla letteratura italiana quel genere che nel Cinquecento ebbe tanta fortuna: la poesia bernesca. E fin dal Quattrocento arte e cultura poterono ritenersi "vanità": quelle vanità, a cui si ribella l'anima eroica di Savonarola, che pagò qui in piazza con la vita la sua ripugnanza allo spirito frivolo e scettico del Rinascimento. Troppo egli pigliava la vita sul serio, quando di tutti gli uomini rappresentativi dello spirito italiano nessuno la pigliava davvero sul serio. Troppo egli voleva dall'uomo, quando l'uomo mancava. E mancò per secoli, l'uomo, mentre dilagava l'accademia. Di cui, ripeto, non riusciamo ancora a guarire. Non è un accademico, un letterato, anche il grande Galilei? Al cui genio innovatore, al cui pensiero rigorosamente scientifico noi c'inchiniamo. Ma quando ne studiamo la vita trepida e guardinga, quando ne leggiamo quelle lettere così ossequiose, quando lo vediamo, egli, il più grande italiano tra i coetanei, prosternarsi innanzi ai signori che gli danno lo stipendio e l'agio di studiare, o destreggiarsi ed infingersi ai piedi degli Inquisitori purché lo lascino meditare e scrivere e coltivare la sua gloria letteraria, e mai un accenno o un gesto sdegnoso a quei diritti, che in lui si conculcavano, mai una fiera rivendicazione della propria dignità di pensatore e di uomo, mai una qualsiasi allusione alla tristezza dei tempi e della patria, mai un generoso sentimento per i grandi pensatori perseguitati, morti o viventi, al cui pensiero il suo tuttavia si annodava, allora non possiamo non sentire che anche in questo grande italiano qualche cosa di ciò che è essenziale mancava: e l'uomo era inferiore allo scienziato. E anch'egli indulge alla frivolezza dei cosiddetti poeti contemporanei; e scherza e ride in capitoli berneschi contro i suoi avversari scientifici. Neanche in lui c'è una fede.

Vico e il suo tempo.

Tra Galilei e Vico quale abisso! A distanza di meno di un secolo ecco spuntare uno spirito nuovo. Paragonato a Galilei, che pure ammira, ed a tutto il Rinascimento, al quale per tanti rispetti si riconnette anche lui, Giambattista Vico pare che appartenga a un altro popolo, a un'altra storia. Vuole essere anche lui un letterato ed è gelosissimo della sua gloria letteraria; ma non sa concepire altro fine agli studi che "coltivare una specie di divinità nell'animo nostro". Il suo pensiero, la sua vita, tutto l'uomo è assorto in una visione religiosa della storia, che è il nuovo mondo scoperto dalla sua filosofia. Filosofo oscuro, strano agli occhi dei più, scrittore di libri che egli stesso oscuramente sentiva portare una rivoluzione in tutto ciò che si era sempre pensato, e iniziare un'epoca nuova nello spirito umano, ma che nessuno gli voleva stampare, e quando egli li stampava con grave sacrificio suo e della sua numerosa famiglia, nessuno capiva, e coloro tra i suoi stessi amici e colleghi, a cui egli li regalava, non gliene facevano cenno, e scantonavano quando s'imbattevano nell'autore, per non essere costretti a parlargliene. Poi per lungo tempo ammirato bensì, talvolta per i lati meno importanti del suo pensiero, ma incompreso: solitario, come torre altissima in un deserto. Intorno a lui nessuno spirito fraterno, che collabori e intenda e illustri qualche parte almeno del suo sistema. Ed egli non ride mai. Quando tenta il riso, la satira gli si trasforma in invettiva, e si sente la grande amarezza dell'animo turbato da meschini avversari inintelligenti dell'alta sua visione del divino, a cui nessun uomo si volse mai ridendo. Con Vico risorge la coscienza religiosa italiana, si comincia a sentire che la vita va presa sul serio: si comincia a udire una voce che, quando verrà ascoltata, scenderà profondamente negli animi, e li porrà di fronte a problemi che non sentivano più da secoli in Italia.

Alfieri.

Vico è già secolo XVIII, benché si possa dire che egli sia contro tutto il secolo XVIII: il secolo dell'astratto razionalismo, dell'illuminismo, del materialismo, dell'individualismo. Nella seconda metà dello stesso secolo ecco un altro grande spirito solitario e d'eccezione: un altro precursore o profeta (come egli stesso si definisce) di un'Italia opposta a quella del Rinascimento: Vittorio Alfieri. Un altro italiano che non ride: e scrive satire e commedie, ma non meno fiere delle sue tragedie; e ha il culto anche lui delle "lettere", ma per risolvere questo problema, che è il suo problema e il problema dell'Italia della fine del Settecento e dell'alba del secolo seguente: il problema dell'uomo. Egli sente che non può essere letterato chi non è uomo, un carattere, una volontà. Volere, essere se stesso, perciò affermarsi fieramente, accamparsi nel mondo con la propria coscienza, nella gelosa tutela e difesa di se medesimo, con un proprio pensiero, anche oscuro, e un proprio programma, anche modesto: porsi come una persona libera e padrona di sé, nel proprio essere particolare, ma anche nella propria coscienza di cittadino, di italiano, e così di uomo che sia veramente uomo: questo il problema letterario di Alfieri, che è anche il problema morale di tutti gli uomini, e il problema degl'italiani che cominciano a riscuotersi dalla torpida soggezione spirituale agli stranieri, a sentirsi italiani, e ad avvertire quel che ad essi occorre per non restare al disotto delle altre nazioni: non restarvi moralmente, per non restarvi politicamente. L'influenza della personalità e dell'insegnamento dell'Alfieri sulla generazione successiva, che è poi la generazione del '21, è grandissima.

Cuoco e il risveglio della coscienza nazionale.

Ma già nei primi del secolo XIX, a Milano, centro della nuova vita italiana, sotto l'impulso che la Rivoluzione e Napoleone hanno dato alla coscienza nazionale, c'è uno scrittore, fino a pochi anni fa non conosciuto e non apprezzato in misura adeguata alla sua importanza storica: uno scrittore, che non riuscì in nessuna opera a dare forma matura ed intera al suo pensiero, ma con un saggio storico mirabile di acume politico, di profondità filosofica e di senso storico dell'anima italiana, con una specie di romanzo storico, artisticamente sbagliato ma ricco di pensieri eloquentemente espressi, e soprattutto con un'attività giornalistica di copiosa vena, di alta ispirazione e di grande efficacia, riuscì a piantare nel cervello e nel cuore degl'italiani suoi contemporanei - a cominciare dai sommi, Foscolo e Manzoni - il concetto e il sentimento di una nuova Italia. La quale già albeggiava all'orizzonte, ma si poteva promuovere con una nuova educazione morale, politica, militare, e insieme filosofica e letteraria. Un'Italia consapevole del passato glorioso, non per insuperbirne vanitosamente, ma per trarne argomento e nuove speranze, e a virili propositi di risorgimento a dignità di nazione. Vincenzo Cuoco, storico, pensatore, scrittore, riprende il pensiero del Vico, ne schiarisce e volgarizza alcuni concetti fondamentali, illumina con essi la mente dei contemporanei, ne fa strumento di un nuovo ideale morale e politico del popolo italiano; e accende una grande fiaccola a capo della via, su cui s'incamminerà nel secolo nuovo il popolo vaticinato dall'Alfieri. Dopo di lui il problema soprattutto morale dell'astigiano si fa politico: e diventa il segreto del nostro Risorgimento. Rifare la tempra, la coscienza, il carattere degli italiani; i quali non potranno mai ottenere quello che non avranno meritato e conquistato da sé. Gl'italiani, che con Napoleone avevano imparato a combattere, cominciano a sentire come si possa dare anche la vita per vivere; almeno per vivere quella vita che è necessaria all'uomo che la pigli sul serio. Risorge il sentimento religioso. I nostri patrioti, in un modo o nell'altro, concepiscono religiosamente la vita.

Mazzini.

Signori, il tipo del patriottismo italiano, che ci ha dato una patria; quegli a cui noi ci rivolgeremo sempre con animo reverente e grato, perché egli fu il profeta più alto e più vero del Risorgimento, l'Ezechiele della nuova Italia, che per lui finalmente è risorta tra le nazioni, ed è in piedi ormai, e sa e afferma che c'è anche lei nel mondo, con i suoi doveri ma anche coi suoi diritti, e non cadrà, non giacerà più, poiché la vecchia Italia di cui abbiamo parlato, se non è ancora tutta morta, deve morire: fu Giuseppe Mazzini. Egli insegnò agl'italiani come si ama, e come si acquista una patria; insegnò che cos'è la vita in cui la patria si può amare e acquistare, e quali sono perciò i doveri degli uomini. Orbene, egli (come un suo zibaldone giovanile ci ha testé rivelato) lesse, trascrisse e meditò gli articoli più italianamente ammonitori di Vincenzo Cuoco, senza neanche saperne fautore. E forma con lui una catena. La quale unisce tutti gli artefici del nazionale Risorgimento, poiché tutti risentirono direttamente o indirettamente l'influsso del suo spirito o lavorarono sopra una base che egli con l'ardore della sua fede e col fervore della sua instancabile operosità creò, dando un principio, un orientamento e un concreto programma ai cospiratori pullulanti per tutta Italia prima di lui. E giunge fino a noi, e stringe e conclude in un'idea e in una fede tutta la storia di questa Italia nuova che si compie a Vittorio Veneto, sfolgorando e annientando il suo antico avversario. Ora, il vangelo mazziniano sopravvive alla meraviglia del Risorgimento, poiché è la fede dell'Italia che ne è sorta; di quella giovane Italia che il Mazzini evocò. E il vangelo fascista, è la fede della gioventù del 1919, del '22, d'oggi: della gioventù ideale di quest'Italia, che è fatta e deve essere ancora fatta; e rimane perciò giovane anche nel cuore dei canuti, che sentano la verità della fede che fu preconizzata da Giuseppe Mazzini. Sono pochi gli articoli di questa fede; e perché pochi, e sparsi, non avvolti nelle maglie d'un laborioso e solido sistema filosofico, da prender tutto o tutto lasciare, poterono essere afferrati facilmente e compresi da moltitudini di spiriti ben disposti. E s'appresero a migliaia di cuori giovanili e vi misero radici, e germogliarono e fruttificarono, sicché molti giovani poterono poi staccarsi da Mazzini per quelle cose accessorie, che tante volte gli uomini s'intestardiscono a considerare essenziali; e poterono dimenticare d'essere stati una volta mazziniani; ma ne riportarono il cuore rifatto e il petto fortificato.

Il concetto Mazziniano della Libertà.

Il primo articolo era ed è: combattere il materialismo. Il Mazzini, senza essere un filosofo di professione, come un Rosmini o un Gioberti, combatté tutta la vita tenacemente, fieramente, efficacissimamente il materialismo. Era infatti la prima radice di tutte le debolezze e magagne di cui si dovevano liberare gli italiani per sentire veramente la patria e fare quindi un'Italia. La patria è legge e religione, che richiede l'assoggettamento del particolare a un interesse generale e perenne, a una idealità superiore a tutto ciò che c'è stato e c'è, negl'individui passati e presenti, e che per ogni singolo individuo è tutto quel che esista o abbia valore. Ma per il materialista non c'è altro che l'individuo particolare, coi suoi istinti, col suo attaccamento alla sua vita particolare, come a bene supremo e assoluto, col suo bisogno di godere; di godere lui stesso, e gli altri in quanto il loro godimento rientri nel suo e lo aumenti: il particolare, di cui parlava il vecchio Guicciardini, l'uomo "savio" del Rinascimento, l'italiano vecchio stampo. E il Mazzini sentì che questo materialismo è indegno dell'uomo che pensa; sentì che nessun uomo veramente può vivere vita degna di chiamarsi umana ispirandosi al materialismo, che fu per lui sinonimo d'individualismo. In verità, o Signori, anche torcendo gli occhi per vile desiderio del proprio comodo dagli alti ideali della patria, del dovere, dei vincoli morali di fratellanza che avvincono a una stessa vita tutti gli uomini, chi è che possa anche chiudersi pigramente nell’angusto ambito dei suoi pensieri e della sua egoistica vita di passione gretta e misantropa senza pensare, per lo meno, e confidare a se medesimo i propri pensieri? E si può pensare, senza tenere per ferma la verità di quel che si sta pensando? E ci può essere per alcuno verità così soggettiva che non valga se non per lui che se ne contenta, senza che gli dia diritto di affermarla e proclamarla quando che sia, come quella verità in cui chiunque debba consentire, almeno se la guardi dal suo stesso punto di vista? E si può dire parola, anche nel silenzio dell'animo nostro, la quale, se pronunziata, non abbia o sia per avere mai significato per altri? O non sentiamo tutti piuttosto il contrario? Il pensiero prorompe irresistibilmente e s'afferma e s'espande e propaga; perché noi lo pensiamo, ma come pensiero di tutti, che unisce infatti nella verità uomini di luoghi e tempi lontani. E la parola non ci suona dentro senza tendere da sé a pronunziarsi e suscitare intorno sempre più vasta onda di moto spirituale, di cui essa sia l'espressione o forma vivente. E quella stessa parola che ci resta chiusa nel segreto del cuore è un anello di una catena: è parte di un discorso da tempo iniziato e che sarà proseguito, e fu espresso da altri e sarà, se non altro lasciando una traccia (al pari di tutte le parole che facciamo sonare all'orecchio altrui) nell'animo nostro, dove non si cancellerà più ancorché si dimentichi, e riecheggerà in altre parole e azioni, con cui ci rivolgeremo agli altri uomini. Così sempre la parola ci lega insieme, come cosa nostra e non nostra: nostra e degli altri. Degli altri che ci sono e ci saranno; e degli altri che ci sono stati; poiché la parola ha una storia, è nazionale, ossia di tanti che non parlano se non per la nostra lingua. Dunque? L'individuo particolare è un prodotto dell'immaginazione, mediante la quale ognuno di noi si rappresenta se stesso come uno dei tanti, nella folla, circoscritto dentro gli estremi limiti della nascita e della morte e nel breve confine della sua persona fisica. Laddove quel che è ognuno di noi, egli lo sente bene dentro se stesso in quanto ha un diritto da affermare, un sentimento da esprimere, un ricordo da rammentare, una parola da dire, un'immagine luminosa da gettare nel canto, nel suono, nel colore e insomma in una forma eterna: e in generale una fede, una qualunque fede, alta o umile, a cui afferrarsi per palpitare nel ritmo incessante della vita spirituale, da cui è impossibile, per giuochi d'immaginazione, estraniarsi mai totalmente. Anche al tempo del Mazzini c'erano i liberali che mettono l'individuo a capo di tutti; i liberali che noi abbiamo ancora tra i piedi, e ricalcitrano e si oppongono al movimento irresistibile della storia. E il liberalismo levava al tempo del Mazzini una fiammante bandiera, quella bandiera della libertà che anche Mazzini adorava, e per cui anch'egli combatteva. E la libertà era allora, politicamente, bisogno della nazione verso gli stranieri e bisogno dei cittadini verso lo Stato; era la questione principale. Ma già Mazzini diceva che la vera libertà non è quella del liberalismo individualistico, che non conosce nazione al disopra degli individui, e non intende perciò la missione che spetta ai popoli, né il sacrificio a cui sono tenuti i singoli. E contro questo liberalismo egli lanciava l'accusa dell'esecrato, cieco ed assurdo materialismo.

Il concetto di Nazione.

Libertà, sì, diciamo oggi anche noi, ma nello Stato. E lo Stato è nazione; quella nazione che pare qualche cosa che ci limiti e ci assoggetti a sé, e ci faccia sentire e pensare e parlare e prima di tutto essere a un certo modo: italiani in Italia, figli dei nostri genitori e della nostra storia, che ci sta alle spalle e ci mette un cuore in petto, e in bocca una favella, a quel modo stesso che la natura, in generale, con le sue leggi, ci fa nascere con una certa forma e figura e destina a una certa vita ben definita e fondamentalmente irriformabile. Pare, ma è altro. Un altro degli articoli della fede mazziniana, altra gloria immortale del Mazzini, è questo concetto: che una nazione non è un'esistenza naturale, ma una realtà morale. Nessuno la trova perciò dalla nascita, ognuno deve lavorare a crearla. Un popolo è nazione non in quanto ha una storia, che sia il suo passato materialmente accertato, ma in quanto sente la sua storia, e se l'appropria con viva coscienza come la sua medesima personalità; quella personalità, alla cui edificazione gli tocca di lavorare giorno per giorno, sempre; che perciò non può dir mai di possedere già, o che esista come in natura esiste il sole o il monte o il mare; ma è piuttosto prodotto di volontà attiva che s'indirizza costantemente al proprio ideale; e perciò si dice libera. Un popolo è nazione se conquista la sua libertà, apprezzandone il valore e affrontando tutti i dolori che può richiedere tale conquista e raduna la sue membra sparse in un corpo solo, e si redime, e fonda uno Stato autonomo, e non presume ma crea il proprio essere con l'assistenza di Dio che si rivela ed opera nella sua stessa coscienza.
Questo l'alto concetto mazziniano della nazione, che poté infatti riscuotere il sentimento nazionale degl'italiani, e porre il nostro problema nazionale come problema di educazione e di rivoluzione: di quella rivoluzione, senza la quale neanche Cavour sarebbe stato in grado di fare l'Italia. Questa la nazione, per cui gl'italiani non potranno non sentirsi sempre affiliati della Giovine Italia mazziniana e oggi si dicono fascisti. La nazione sì, veramente, non è geografia e non è storia: è programma, è missione. E perciò è sacrificio. E non è, né sarà mai un fatto compiuto. Non sarà mai quel grande museo che era l'Italia una volta per gl'italiani, che lo custodivano e lo sfruttavano, e per gli stranieri che venivano a visitarlo, gettando un po' di monete in mano ai custodi. Sì, musei, gallerie, monumenti d'antica grandezza e splendore: ma a patto di sentircene degni, a patto di volerne essere degni, e non cacciar farfalle sotto l'arco di Tito né sedere smemorati a feste e commemorazioni accademiche in Campidoglio; a patto di stare fieramente a difesa delle memorie con opere che riprendano le tradizioni più vetuste e il passato nobilitino nel presente e nell'avvenire. E le memorie siano patrimonio da difendere non con l'erudizione, ma col nuovo lavoro, e con tutte le arti della pace e della guerra, che quel patrimonio conservino rinnovandolo e accrescendolo. Ed ai monumenti aggiungiamone anche dei nuovi, se vi piace. Innalziamoli sulle nostre piazze a ringagliardire la tempra, ad onorare i vivi più dei morti nella consacrazione delle memorie recenti, più gloriose veramente di quante ne abbia la storia italiana, e per elevare nell’ammonimento di ricordi generosi la nostra coscienza di liberi cittadini di una grande nazione. Poiché, ove s'intenda così la nazione, anche la libertà più che un diritto è un dovere: un'alta conquista, che non si ottiene se non attraverso l'abnegazione del cittadino pronto a dare tutto alla sua patria senza nulla chiedere.

Ritorno del Fascismo allo spirito del Risorgimento.

Anche questo concetto della nazione, sul quale oggi noi insistiamo, non è un'invenzione fascista. E l'anima di quella nuova Italia, che a poco a poco deve aver ragione della vecchia. Il fascismo, col suo vigoroso sentimento dello slancio nazionale che trasse gl'italiani al fuoco della grande guerra e fece loro sostenere vittoriosamente la tragica prova, con la sua energica reazione ai materialisti di ieri che tentavano annientare il valore di quella prova e prostrare l'anima dei cittadini nello scoraggiamento disperato della stanchezza e dell'ansia di un benessere tanto più impazientemente bramato quanto più difficile ad ottenersi; il fascismo agita innanzi agli occhi del popolo la grandezza e la bellezza del sacrificio compiuto come il suo più grande patrimonio per l'avvenire. E così ha scosso un'altra volta con mano possente la coscienza degl'italiani affinché si ricordassero d'esser figli d'Italia e si ricordassero delle condizioni, che resero possibile questa Italia, fin dal suo primo Risorgimento; delle condizioni che diedero ai nostri padri il modo di vergognarsi dell'antico servaggio, uscire dall'inerzia, liberarsi dal vecchio abito della retorica e della letteratura, cominciare a parlare seriamente di libertà. Il fascismo è ritornato allo spirito del Risorgimento con quel maggior vigore che poteva derivare dalla coscienza nuova della grande prova compiuta con tanto onore dal popolo italiano e dalla certezza della sua capacità di battersi e di vincere e contare insomma nella storia del mondo. Vi è ritornato con un impeto insofferente di ogni fiacchezza e di ogni viltà, in un ardore irrefrenabile di ridestare la nazione dal recente e certo momentaneo oscuramento e assopimento della sua coscienza, perché il frutto dell'immenso sacrificio non andasse disperso, perché il posto finalmente meritato e già quasi raggiunto di grande potenza, ossia di nazione che ha una sua volontà, non si perdesse affatto di vista, anzi diventasse oggetto di questa volontà, per essere conquistato e mantenuto saldamente.

La violenza fascista.

In questo ardore impetuoso il fascismo, quando lo ha creduto necessario, è ricorso alla violenza. Della qual cosa gli uomini della vecchia Italia a un certo punto hanno mostrato di scandalizzarsi. A un certo punto; perché in un primo tempo quella violenza servì a qualche cosa anche per essi: quando lo Stato pareva andare in sfacelo, e non era più in grado di garantire l'ordine pubblico. Il che, com'è naturale, presentava qualche inconveniente anche per chi fosse disposto a lasciar disperdere e calpestare gli stessi valori morali della guerra, ed a continuare a sorridere della religione mazziniana della nazione, purché l'individuo avesse dai poteri pubblici la sicurezza della vita, dal lavoro al pensiero, per tutta la serie delle libertà naturali; in altri termini, purché ogni galantuomo che pensasse a sé e alla sua famiglia fosse lasciato vivere, una buona volta, dopo tutte le privazioni e le corvées della guerra! E per quel primo tempo anche i manganelli degli squadristi parvero una grazia di Dio. Ma, una volta riordinato lo Stato, riacquistata la sicurezza della vita normale, dimenticate - è tanto facile dimenticare le noie passate! - le cause che resero necessaria quella violenza, non bastò che il Capo del Governo fascista dichiarasse che ormai il manganello andava riposto in soffitta, e che c'era ormai lo Stato, uscito dal fascismo, a promuoverne e difenderne gl'ideali; non bastò che lo squadrismo diventasse una milizia regolare, quantunque volontaria, dello Stato; non bastò protestare ogni giorno che tutto il fascismo non voleva più essere una forza fuori dello Stato: il manganello, nella sua brutalità materiale, divenne il simbolo della violenta anima fascista fuori da ogni legge. E con malvagia perfidia si sfruttò ogni delitto, ogni sopruso, ogni prepotenza che si perpetrasse da delinquenti di parte fascista (poiché un partito che tende a investire e permeare, e così a educare le masse, e conta più centinaia di adepti, non è meraviglia che comprenda nel suo seno anche dei delinquenti, dei profittatori, dei prepotenti, sul cui conto esso possa ingannarsi, e che riesca a conoscere ahimè troppo tardi e con suo proprio danno) per colpire moralmente questo fascismo che ormai diventava un'ira di Dio. Ed ecco una predicazione di francescana dolcezza e carità del prossimo, che non s'era mai sentita in Italia. Ecco un quaccherismo di cui gli italiani non avevano avuto esempio. Ecco la solita questione morale, con cui in Italia s'è cercato sempre di scrollare i governi forti, che avessero una certa consapevolezza di quel che sia lo Stato, che se non è forte, non è Stato. Non voglio insistere su questo punto. La vecchia Italia questa volta deve aver pazienza e nella questione morale aspettare il giudizio della storia. Il fascismo non si confonde cogli uomini che, qua o là, oggi o domani, possono rappresentarlo: è un'idea, un movimento spirituale, che trae la forza da se medesimo, dalla propria verità, dalla propria rispondenza a bisogni profondi, storici e nazionali. E quello che oggi ognuno può notare è questo fatto curioso: che gli avversari sapendo che il fascismo è un'idea, non se la pigliano con questo o quel fascista, ma con tutti i fascisti, senza distinzione. O almeno con quelli che si fanno avanti e lottano per il fascismo. Contro di essi questi predicatori di francescana carità - che ora si dicono liberali! - scaraventano dalla mattina alla sera botte da orbi: ridicolo, invettive, accuse fantastiche, diffamazioni, calunnie che sanno di esser tali. Una violenza di linguaggio e un cinismo calcolato dei mezzi di combattimento da degradarne un brigante. E nessuno di costoro se ne fa scrupolo: neanche i letterati e filosofi che pullulano, per ovvie ragioni, nell'antifascismo, come pullularono sempre nella vecchia Italia contro cui il fascismo è insorto. Dire a un galantuomo: tu sei una bestia, o un profittatore o un violento, un appaltatore di delitti o un istigatore di malefatte, questo per i nostri liberali innocentissimi non è violenza. Purché, stampata, la violenza non è violenza. Tanta è la magia del sincerissimo culto per la libertà di stampa. Ora, o Signori, diciamolo chiaro ancora una volta per tutti gli uomini di buona volontà. C'è violenza e violenza; e nessun fascista mai, degno di marciare sotto un gagliardetto, le ha mai scambiate. E chi le avesse scambiate, non è degno di stare con noi; e sarà espulso, quando sarà scoperto. C'è la violenza del privato, che è arbitrio, anarchia, disgregazione sociale; e se il fascismo non è una parola vuota di senso - ciò che neanche gli avversari pretenderanno - nessun nemico codesta violenza ha trovato mai più risoluto, più schietto, più formidabile del fascismo. Ma c'è un'altra violenza, che è voluta da Dio e da tutti gli uomini che credono in Dio e nell'ordine e nella legge che Dio certamente vuole nel mondo: la violenza per cui tra la legge e il delinquente non c'è parità; e non è possibile ammettere che questi liberamente si persuada ad accettare o meglio a chiedere quella pena, che pure, come giustamente osservò un grande filosofo, è un suo diritto. La volontà della legge annulla la volontà del delinquente: cioè è una santa violenza. E gli uomini, a cominciare da Gesù, ad atti di violenza ricorsero, sempre che ritennero fermamente che essi rappresentassero la legge, o un interesse superiore ed universale. Nella Chiesa Cattolica non solo i domenicani, ma anche i seguaci di San Francesco. Nello Stato sempre tutte le forze armate. Quando lo Stato fu in crisi, sempre gli uomini della rivoluzione che è l'instaurazione di un nuovo Stato. Il fascismo è una rivoluzione? La sua idea è certamente rivoluzionaria. A negargli il carattere rivoluzionario sono coloro che parlano con un enorme sproposito dei modi pacifici, e vogliono forse dire incruenti, della marcia su Roma, ma sono tutti i giorni impegnati a deplorare e a denunziare urbi et orbi la violenza sanguinaria e irriducibile del fascismo.

La ricorrente barbarie di Vico.

Noi abbiamo ricordato tra gl'iniziatori memorandi della nuova Italia il grande filosofo napoletano Giambattista Vico. Ebbene, sorrideranno forse i nostri profondi contraddittori a sentire che il buon filosofo cattolico della Scienza nuova è tra i maestri spirituali del fascismo. Ma io li rimando allo studio della "morale eroica" del Vico propria nell'età in cui, sotto il terrore degli dèi, i primi uomini abbandonano per pudore la venere vaga e con la forza e le violente passioni conformi ai disegni della Provvidenza fondano le famiglie e quindi la società e lo Stato; li rimando alla sua dottrina della ricorrente barbarie onde in eterno (e perciò non soltanto in epoche determinate, ma sempre che occorra e per quanto occorra) si torna alla forza violenta per riordinare e far risorgere gli Stati degenerati e corrotti dalla libertà propria delle nazioni più civili dove la ragione tutta spiegata abbia via via prodotto un regime di assoluta eguaglianza civile. Quante volte il fascismo non è stato accusato con inintelligente malevolenza di barbarie? Ebbene sì: intendete il significato giusto di questa barbarie, e noi ce ne vanteremo, come di sane energie frantumatrici di idoli fallaci e funesti, e restauratrici della salute della nazione nella potenza dello Stato consapevole dei suoi sovrani diritti, che sono i suoi doveri. La nostra barbarie sdegnerà la falsa cultura intellettualistica traviatrice e falsificatrice, prona e indulgente alle velleità individualistiche e agli egoismi anarcoidi, come sdegnerà la falsa pietà e la ipocrita fratellanza e perfino le regole del galateo che divezzino dalla rude e sana franchezza e avvezzino al reciproco inganno e a tutte le intollerabili tolleranze; ma accenderemo nell'anima italiana una sete inestinguibile del sapere che è fatica e riforma interiore dell'uomo e conquista di mezzi morali e materiali per una vita sempre più alta, sempre più feconda, al particolare e alla nazione, anzi all'umanità e al mondo, che è nostro, o Signori, poiché in esso viviamo e di esso; ed educheremo i nostri figli, i giovani che ci stanno intorno vibranti d'entusiasmo, a sentire che la vita non è piacere, ma dovere, e che si ama il prossimo non procurandogli e agevolandogli il quieto vivere anzi aiutandolo e allenandolo al lavoro, al sacrificio. Così i genitori amano davvero i figliuoli: non carezze e moine, ma premura operosa vigile austera e preveggente, affinché ognuno sia pronto e pari alle necessità della vita, alle leggi del mondo, al dovere.

Dottrina fascista dello Stato.

Dalla nostra mazziniana coscienza della santità della nazione, come realtà che si attua nello Stato, noi traiamo i motivi di quell'esaltazione che siamo soliti fare dello Stato. Esaltazione, che pare una nuova retorica agli scettici vecchio stile, che ci guardano, ammiccano, sorridono, tra lo scemo e il furbesco: e ripetono mormorando: statolatria! È la solita fissazione del liberalismo, che il Mazzini diceva individualistico e materialistico! Mi torna in questo momento al pensiero quel che diceva nel 1882 un valentuomo, che fu anche lui un liberale, ma un liberale di buona lega, uno di quelli che credevano davvero nella libertà, e l'amavano seriamente. Noi siamo a questo, diceva egli lamentando i disordini del parlamentarismo e le prepotenze dei radicali contro lo Stato da essi ridotto strumento dei loro capricci e delle volubili pretese delle folle o delle cricche; noi siamo a questo, che dello Stato in Italia s'è smarrito perfino il ricordo della sua etimologia. - Lo Stato, rispetto almeno all'arbitrio individuale, deve stare: deve reggere, come qualcosa di fermo, saldo, incrollabile. Legge e forza: legge che si faccia valere e non ceda ogni volta che al singolo non piaccia o non torni a favore di questa o quella categoria. E perché sia questa forza, deve essere potenza, interna ed esterna: capace di realizzare la propria volontà. Volontà razionale, o ragionevole, come tutte quelle che possono non rimanere allo stadio di semplice velleità, ma tradursi in atto e trionfare; ma volontà che non ne può ammettere altre che la limitino. Quindi, volontà sovrana, assoluta. La volontà legittima dei cittadini è quella che coincide con la volontà dello Stato che si organizza e si manifesta per mezzo dei suoi organi centrali. Rispetto alle relazioni esterne ed internazionali, la guerra, in ultima istanza, sperimenta e garantisce la sovranità dello Stato singolo nel sistema della storia, a cui tutti gli Stati concorrono. E lo Stato dimostra nella guerra la propria potenza, che è come dire la propria autonomia.

Stato etico.

Questo Stato che vuole, anzi è la sola volontà concreta, - poiché tutte le altre si possono dire volontà solo astrattamente, in quanto si prescinde dai rapporti indissolubili onde ogni individuo è legato alla società e ne respira quasi l'atmosfera come lingua, costume, pensiero, e interessi, aspirazioni - questo Stato, dico, non sarebbe volontà, se non fosse una persona. Giacché per volere bisogna avere coscienza di quel che si vuole, dei fini e dei mezzi; e per aver una tale coscienza, bisogna prima di tutto aver coscienza di sé, distinguersi dagli altri, affermarsi nella propria autonomia, come centro di attività consapevole; insomma, essere persona. Ma chi dice persona, dice attività morale; dice una attività che vuole quel che deve volere, secondo un ideale. E lo Stato che è coscienza nazionale e volontà di questa coscienza, attinge da questa coscienza l'ideale a cui esso mira e indirizza tutta la sua attività. Perciò lo Stato non può non essere una sostanza etica. Consentitemi questa terminologia filosofica. Il significato è trasparente, se ognuno di voi si appella alla propria coscienza e vi sente la santità della Patria che comanda, con ordine che non si può discutere, di essere servita senza esitazioni, senza eccezioni, fino alla morte. Lo Stato ha per noi un valore morale assoluto, come la persona in funzione della quale tutte le altre hanno un valore, che coincidendo con quello dello Stato è pur esso assoluto. Ponete mente: la vita umana è sacra. Perché? L'uomo è spirito, e come tale ha un valore assoluto. Le cose sono strumenti, gli uomini fini. Eppure la vita del cittadino, quando le leggi della Patria lo richiedano, deve essere sacrificata. Senza queste verità evidenti e perciò piantate nel cuore di tutti gli uomini civili, non c'è vita sociale, non vita umana. Stato etico? I liberali adombrano. Non si rendono chiaro conto di questo concetto; e perciò levano le più alte proteste, e si appellano a tradizioni, i cui principi sono la negazione d'ogni realtà morale, quantunque derivino da una preoccupazione di ordine morale; e precipitano in quel materialismo, che fu proprio del secolo in cui la dottrina liberale classica venne formulata. I liberali oppongono che la moralità è attributo dell'individualità concreta, che è la sola vera volontà, la sola personalità nel senso proprio della parola; e lo Stato non è se non il limite esterno delle libere personalità individuali, le cui attività deve conciliare impedendo che l'una si realizzi a danno delle altre. Questo concetto negativo e vuoto dello Stato, il fascismo respinge risolutamente; non già perché presuma di porre uno Stato al disopra dell'individuo; ma perché, secondo l'insegnamento già ricordato di Mazzini, non è possibile concepire l'individuo in un astratto atomismo che lo Stato poi dovrebbe comporre in una sintesi impossibile. Noi pensiamo che lo Stato sia la stessa personalità dell'individuo, spogliata dalle differenze accidentali, sottratta alla preoccupazione astratta degl'interessi particolari, non veduti e non valutati nel sistema generale in cui è la loro realtà e la possibilità della loro effettiva garanzia; personalità ricondotta e concentrata nella loro coscienza più profonda: dove l'individuo sente come suo l'interesse generale, e vuole perciò come volontà generale. Questa profonda coscienza che ognuno di noi realizza e deve realizzare dentro di sé come coscienza nazionale nel suo dinamismo, con la sua forma giuridica, nella sua attività politica, questa base stessa della nostra individualità, questo è lo Stato. E concepirlo al di fuori della vita morale, è privare l'individuo stesso della sostanza della sua moralità. Lo Stato etico del fascista non è più, s'intende, lo Stato agnostico del vecchio liberalismo. La sua eticità è spiritualità: personalità che è consapevolezza; sistema che è volontà. E sistema vuol dire pensiero, programma. Vuol dire storia d'un popolo raccolta nel fuoco vivo di una coscienza attuale e attiva. Vuol dire concetto di quel che si è, si può e si deve essere: vuol dire missione e proposito, in generale e in particolare, remoto e prossimo, mediato e immediato, tutto determinato. Lo Stato è la grande volontà della nazione; e perciò la grande intelligenza. Nulla ignora; e non si ritiene estraneo a nulla di ciò che tocca l'interesse del cittadino, che è il suo interesse: né economicamente, né moralmente. Nihil humani a se alienum putat. Lo Stato non è né una grande facciata, né un vuoto edificio: è l'uomo stesso; la casa costruita e abitata e avvivata dalla gioia e dal dolore del lavoro e di tutta la vita dello spirito umano.

Contro l'accusa di statolatria.

E’ statolatria? E’ la religione dello spirito, che non sia precipitato nell'abietta cecità del materialismo. E’ la fiaccola agitata dal giovanile pugno fascista per accendere un vasto incendio spirituale in questa Italia che si è riscossa, ripeto, e combatte per la propria redenzione. Ma non si potrà redimere se non restaura nel suo interno le forze morali, se non si abitua a concepire religiosamente tutta la vita, se non si addestra nella semplicità virile del cittadino pronto sempre; senza esitazione, a servire l'ideale, a lavorare, a vivere ed a morire per la Patria, posta in cima ai suoi pensieri, veneranda, santa; e se non ama la milizia e la scuola che fanno potenti i popoli, e il lavoro come fonte d'ogni prosperità nazionale e privata, palestra di volontà e di carattere.

Fascismo e classi lavoratrici.

E il fascismo, ribelle nella maniera più intransigente ai miti e alle menzogne del socialismo internazionalista dei senza patria e senza doveri, esasperatore del sentimento del diritto e quindi dell'individualità in nome di un astratto e vuoto ideale di fratellanza umana, il fascismo, che questo Stato forte etico concepisce non come plumbea cappa soffocatrice d'ogni germe che fermenti nella vita spontanea della nazione, anzi come la forma suprema e l’unità cosciente e possente di tutte le forze nazionali nel loro maggiore sviluppo successivo, non torna a cacciare dalla scena politica il proletariato che vi fu introdotto ed esaltato dal socialismo. Lo Stato etico deve scaturire dalla stessa realtà e perciò aderirvi; e da questa aderenza derivare la sua forza e la sua potenza. Perciò oggi il fascismo si travaglia a riorganizzare sopra un fondamento nazionale e in perfetto accordo col suo concetto morale dello Stato le masse lavoratrici; e vagheggia una forma di ordinamento che, sottraendo lo Stato alla menzogna convenzionale del vecchio Parlamento dei politicanti di professione, vi componga in assetto tanto più durevole e solido quanto più dinamico tutte le forze sociali, economiche ed intellettuali, onde si generano le sane e schiette correnti politiche del paese. Non entrerò in particolari, che potranno essere corollari della dottrina fascista, ma non sono il fascismo. Non sono i corollari che danno significato storico al nostro movimento. La sua importanza è nell'idea, nello spirito animatore; quello contro il quale, ne siamo certi, portae inferi non praevalebunt.

II Fascismo è religione.

Signori, il fascismo è un partito, una dottrina politica. Ma il fascismo, - e questa è la sua forza, lo sappiano quelli che ancora non se ne sono capacitati; questo è il suo gran merito, e il segreto del prestigio che esercita su tutti gli animi che non sono vittima del chiacchierio maligno e interminabile di certi giornali - in tanto è un partito, una dottrina politica, in quanto prima di tutto è una concezione totale della vita. Non si può essere fascisti in politica e non fascisti, come ricordavo testè alla Sezione del fascio, in scuola, non fascisti nella propria famiglia, non fascisti nella propria officina. Come il cattolico, se è cattolico, investe del suo sentimento religioso tutta la propria vita, e, parli ed operi, o taccia e pensi e mediti nella propria coscienza, o accolga e nutra dei sentimenti, se veramente è cattolico, e ha senso religioso, si ricorderà sempre del più alto monito della sua mente, per operare e pensare e pregare e meditare e sentire da cattolico; così il fascista, vada in Parlamento, o se ne stia nel Fascio, scriva sui giornali o li legga, provveda alla sua vita privata o conversi con gli altri, guardi all'avvenire o ricordi il suo passato e il passato del suo popolo, deve sempre ricordarsi di essere fascista! Così si adempie quella che veramente si può dire la caratteristica del fascismo, di prendere sul serio la vita. La vita è fatica, è sforzo, è sacrificio, è duro lavoro; una vita in cui sappiamo bene che non c'è da divertirsi, non si ha il tempo di divertirsi. Innanzi a noi sta sempre un ideale da realizzare; un ideale che non ci dà tregua.
Non possiamo perder tempo. Anche dormendo, dobbiamo rispondere dei talenti che ci sono stati affidati. Dobbiamo farli fruttare, non per noi che non siamo niente, ma per il nostro paese, per la Patria, per questa Italia che ci riempie il cuore con le sue memorie e con le sue aspirazioni, con le sue gioie e con i suoi travagli, che ci rampogna per i secoli che i nostri padri perdettero, ma che ci riconforta con i recenti ricordi, quando lo sforzo italiano apparve un miracolo; quando l'Italia tutta si raccolse in un pensiero, in un sentimento, in un desiderio di sacrificio. E furono appunto i giovani, fu la giovine Italia del Profeta, che fu pronta, corse al sacrificio, e morì per la Patria. Morì per l'ideale per cui soltanto gli uómini possono vivere, per cui gli uomini possono sentire la serietà della vita. E pensando a questi ricordi recenti in cui si concentrano tutte le memorie della nostra stirpe, in cui e da cui prendono le mosse tutte le speranze del nostro avvenire, noi che abbiamo coscienza di italiani, coscienza fascista, noi sentiamo di non potere i nostri seicentomila morti non vederli sempre innanzi a noi, risorti ad ammonirci che la vita deve essere presa sul serio, che non c'è tempo da perdere, che l'Italia deve essere fatta grande come essi la videro nel loro ultimo sogno, come grande deve essere e sarà se anche noi per essa ci sacrificheremo, giorno per giorno, sempre.

CONTINUA....

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 19, 2008 7:28 pm    Oggetto:  
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L'ESSENZA DEL FASCISMO

Testo apparso nel volume di vari autori dal titolo LA CIVILTA’ FASCISTA, U.T.E.T, Torino 1928,ripubblicato,con l’aggiunta di una seconda parte,in L’essenza del fascismo,Libreria del Littorio,Roma 1929,e successivamente in Origini e dottrina del fascismo,Istituto Nazionale Fascista di Cultura,Roma 1929

Le due anime del popolo italiano prima della guerra.

La guerra è stata per l'Italia la soluzione di una profonda crisi spirituale; e di questo suo carattere deve tener conto chi voglia intendere alcuni aspetti dell'animo in cui lentamente e laboriosamente maturò in Italia nei primi mesi del 1915 la risoluzione di scendere in campo contro gli Imperi Centrali, già nostri alleati; e chi voglia poi vedere a fondo i motivi delle conseguenze morali e politiche singolari che ebbe in Italia la guerra. La storia della quale non è tutta nell'intreccio degli interessi economici e politici e nello svolgimento delle azioni militari. Essa fu combattuta, e prima voluta e poi sentita e valutata, dal popolo italiano: dal popolo come minoranza guidatrice e come maggioranza guidata. Voluta, sentita, valutata con un certo animo, dal quale uomini di Stato e generali non potevano prescindere; sul quale agirono, ma che, anche più, agì sopra di essi, condizionando la loro azione. Animo non tutto chiaro e coerente, né facilmente determinabile e ravvisabile, in generale. Non concorde, soprattutto alla vigilia e all'indomani della guerra, quando le tendenze e forze divergenti non furono sotto la disciplina che, per la volontà degli uomini e per la necessità stessa delle cose, che la guerra impone alle volontà e agli spiriti. Non concorde appunto perché, a non tener conto delle varietà minori, c'erano nel popolo italiano due correnti affatto diverse, e quasi due anime irriducibili, che combattevano da quasi due decenni e si contrastavano il campo accanitamente per riuscire a quella conciliazione, che richiede sempre una guerra guerreggiata e una vittoria finale col trionfo d'uno degli avversari, che conserva del vinto soltanto quel che è conservabile. Basta rifarsi alla storia travagliata della neutralità italiana, delle fiere polemiche tra interventisti e neutralisti, degli atteggiamenti diversi assunti dalla tesi degl'interventisti, della facilità con cui questi via via accettarono tutte le idee, le più svariate ed anche opposte, che si presentassero come favorevoli comunque all'intervento; e dei mezzi, d'ogni genere, a cui via via i neutralisti si appigliarono pur di scongiurare quelle che essi, sinceramente, ritenevano la suprema iattura della guerra. Evidentemente, non erano due opinioni politiche o due concezioni storiche che si contrastavano il campo: erano due anime, ciascuna con un suo fondamentale orientamento e con una sua esigenza generale e dominante. Per gli uni l'essenziale era fare la guerra: con la Germania o contro la Germania. Ma entrare nella guerra, gettare nel fuoco tutta la Nazione, dei volenti e dei nolenti, sì per Trento e Trieste e per la Dalmazia, e anche per tutti i vantaggi politici e militari se non economici, che queste annessioni avrebbero potuto arrecare, nonché per gli acquisti coloniali che ci si poteva ripromettere dalla vittoria; ma tutti questi fini particolari erano da tenere in conto come corollari o condizioni di quello preminente e sostanziale, da perseguire. In guerra bisognava entrare per cementare una volta nel sangue questa Nazione, formatasi più per fortuna che per valore dei suoi figli; più per concorso di contingenze favorevoli che per efficace sforzo d'interna volontà del popolo italiano consapevole della sua unità, del suo interesse per l'unità, del suo diritto all'unità. Cementare la Nazione, come può fare soltanto la guerra, creando nei confronti di tutti i cittadini un solo pensiero, un solo sentire, una stessa passione e una comune speranza, un'ansia da tutti vissuta giorno per giorno nello stesso anelito per la vita del singolo veduta e sentita, oscuramente o vivacemente, come connessa con la vita e la sorte di qualche cosa che è a tutti comune ma trascende l'interesse particolare di ciascuno. Cementarla questa Nazione per farne una Nazione vera, reale, viva, capace di muoversi, di valere e farsi valere, di pesare nel mondo: entrare insomma nella storia, con una sua personalità, una fisionomia, un carattere, una nota originale, senza più vivere d'accatto sulle civiltà altrui e all'ombra dei grandi popoli fattori della storia. Crearla, dunque, davvero questa Nazione, come soltanto è possibile che sorga ogni realtà spirituale: con uno sforzo, attraverso il sacrificio. Il sacrificio? Era ciò che spaventava gli altri, i savi, i positivi, che pensavano al rischio mortale a cui la guerra avrebbe esposto questo popolo giovane, non provatosi mai in una guerra nazionale, non sufficientemente preparato a una tale prova né moralmente né materialmente; non abbastanza saldo nella sua compagine, di data ancor recente per potersi gettare nella mischia senza pericolo di sfasciarsi al primo urto violento. Senza dire che, a parere del più savio dei savi, fatti bene i conti, la neutralità avrebbe potuto produrre frutti anche più abbondanti d'una guerra vittoriosa: frutti ben determinati, tangibili, materiali, di quelli che per i savi della politica sono i soli di cui convenga parlare. Il punto del dissenso era precisamente questo. I neutralisti stavano per il tornaconto, e gl'interventisti per una ragione morale, non palpabile, non pesabile sulla bilancia: almeno su quella, che gli altri adoperavano. Quantunque questa ragione fosse poi anche economicamente di tal peso da passare innanzi, per chi la riconoscesse, a tutte le altre. Giacché è evidente che qualunque vantaggio, di qualsiasi ordine, presupporrà sempre che l'avvantaggiato ci sia, e sia in grado di profittare e conservare i suoi vantaggi, e difenderli, e reggerli insomma sulla propria personalità. La quale è il fondamento e il principio di tutto. Giacché tutto è niente, per l'individuo come per i popoli, senza la volontà che di tutto può e deve servirsi e tutto far valere. E la volontà è coscienza di sé, carattere, individualità salda ed energica; la maggior ricchezza che i genitori possano morendo lasciare ai figli; e rispetto ai popoli, l'opera maggiore che possa formare l'ambizione degli uomini di Stato. Alla vigilia della guerra queste due anime, una delle quali premeva attraverso una opinione pubblica le cui manifestazioni diventavano sempre più vivaci, e l'altra resisteva attraverso non il Governo, centro dei poteri politici legalmente costituiti, ma quel Parlamento che allora sembrava sorgente di ogni potere d'iniziativa, e quindi soggetto fondamentale della sovranità dello Stato, stavano schierate di contro, inconciliabili, minacciose, come alla vigilia di una guerra civile. Essa fu evitata per l'intervento supremo del Re, che diede al Governo la forza di dichiarare la guerra. E fu il primo passo, decisivo, alla soluzione della crisi.

La nuova Italia del Risorgimento.

La crisi aveva origini remote, e radici che affondano nell'intimo dello spirito italiano. Il quale aveva una storia recente, facilmente individuabile, ma conseguente allo svolgimento più volte secolare della sua civiltà. La storia recente è quella del Risorgimento, da quando politicamente si sveglia questa nuova Italia e vuole levarsi, e affermarsi: dalle origini del movimento nazionale del diciannovesimo secolo. Quali erano le forze attive del Risorgimento, pur nel complesso delle condizioni interne ed esterne in cui queste forze poterono operare? Massa del popolo italiano (a cui qualche storico oggi tenderebbe ad attribuire notevole se non prevalente azione del Risorgimento); simpatie inglesi e aiuti francesi; guerra tra Prussia e Austria, e tra Prussia e Francia, ecc., non possono essere se non condizioni del Risorgimento. Senza Cavour, Napoleone III non avrebbe mai combattuto in Lombardia. La causa agente è sempre in un'idea fatta persona, in una o più volontà determinate che perseguono scopi determinati: in uno spirito consapevole, che ha un programma da recare in atto; in un pensiero concreto, storicamente operante. Perciò nessun dubbio che il Risorgimento italiano fu opera di pochi; e non poteva non essere opera di pochi. I pochi, in quanto coscienza e volontà di un'epoca, hanno in mano la storia: vedono le forze a loro disposizione, ne fanno materia di quella che sola veramente è forza attiva e produttiva: la loro volontà. Questa volontà è il pensiero dei poeti, dei pensatori, degli scrittori politici, che a tempo sanno parlare un linguaggio che risponde a un sentimento universale: capace cioè di diventar tale. Da Alfieri a Foscolo, da Leopardi a Manzoni, da Mazzini a Gioberti si vengono tessendo le fila d'una trama nuova: un nuovo pensiero, una nuova anima, una nuova Italia. La quale differisce dalla vecchia per una nota semplicissima e pure di enorme importanza; piglia la vita sul serio. Un'Italia infatti s'era voluta in ogni tempo; se n'era sempre parlato: s'era cantata in tutti i metri e se n'era ragionato in prosa e in rima, con ogni genere di argomenti. Ma era stata sempre un'Italia campata nei cervelli più o meno dotti, e con la dottrina più o meno estraniatisi della realtà della vita, là dove ogni uomo che pigli le cose sul serio deve tirare le conseguenze dei propri convincimenti e tradurre le idee in azioni. Bisognava che questa Italia scendesse nei cuori, - insieme, s'intende, con tutte le altre idee attinenti al concreto della vita; e qui vi diventasse qualche cosa di positivo e di vivo. Questo il significato del gran motto: Pensiero ed azione di Giuseppe Mazzini: che fu la più grande rivoluzione da lui preconizzata. E fu da lui stesso realizzata, inculcando nell'animo di molti che furono tuttavia, s'intende, piccola minoranza, ma bastarono a imporre il problema dove esso poteva essere risoluto, nel gioco dell'opinione pubblica italiana e delle forze politiche internazionali - che la vita non è gioco, ma missione; e l'individuo ha perciò una legge, un fine, nel cui raggiungimento ottiene il suo valore; e a questo fine perciò gli conviene consacrarsi, sacrificando ora i privati comodi e interessi quotidiani, e ora addirittura la vita. Onde nacque finalmente e allignò sul suolo italiano quella pianta-uomo, che Alfieri aveva desiderata, ma che da secoli non si vedeva. Nessuna rivoluzione più del nostro Risorgimento palesa evidente questo carattere di idealità; ossia di un pensiero che precede l’azione, la suscita, e vi trova il suo compimento. In esso non bisogni materiali della vita e sentimenti elementari largamente diffusi che prorompano in furie popolari e sommosse irruenti. Le dimostrazioni del '47 e '48 furono esse stesse manifestazioni d'intellettuali, come oggi si direbbe, e, per lo più, mezzi predisposti dalla minoranza dei patrioti, che erano i portatori di quella idealità e spingevano governi e popoli verso l'attuazione di essa. Nessuna rivoluzione, in questo senso, più idealistica di quella che si compì nel Risorgimento italiano. L'idealismo, come fede nella necessità dell'avvento d'una realtà ideale, concetto della vita che non deve chiudersi nei limiti del fatto, ma progredire e trasformarsi incessantemente e adeguarsi a una legge superiore che agisce sugli animi con la forza stessa del suo intrinseco pregio, questo idealismo è la sostanza dell'insegnamento mazziniano. Il quale, compreso sì e no, bene o male, fu l'anima del nostro Risorgimento; per l'influenza morale che esercitò e la conoscenza che se ne diffuse fuori d'Italia, costituì il carattere storico del grande avvenimento del mondo. Mazziniani in tal senso furono Gioberti, Cavour, Vittorio Emanuele, Garibaldi e tutti i patrioti, che lavorarono alla fondazione del nuovo Regno: mazziniano fu tutto il Risorgimento, non solo nelle forze politicamente operanti, ma in tutte le forme della vita spirituale italiana, sia che in esse si riverberasse il caldo raggio dello spirito mazziniano, sia che esse maturassero indipendentemente dagli scritti e dalla propaganda del grande Genovese. Scrittori di prim'ordine, come Manzoni e Rosmini, non hanno storica relazione col Mazzini; ma hanno la stessa impronta, e concorrono per vie convergenti allo stesso effetto: di piantare negli animi una convinzione. E questa è che la vita non è propriamente quella che è, ma quella che deve essere; una vita tutta piena di doveri e di difficoltà, la quale richiede sempre sforzi di volontà e di abnegazione e cuori disposti a soffrire per render possibile il bene: la sola vita degna d'esser vissuta. Convinzione antimaterialistica, essenzialmente religiosa. Ebbene, si scorra la serie degli scrittori e dei pensatori del tempo: non un materialista; non uno che non senta religiosamente la vita, o che, malgrado i contrasti di natura politica che si incontrano tra le aspirazioni nazionali e le dottrine o le esigenze della Chiesa, non riconosca, in qualche modo, la necessità di rinvigorire il sentimento religioso e di ravvivare negli animi quella fede, che per gli italiani era divenuta una esteriorità formale quasi meccanica. Un Giuseppe Ferrari (che potrebbe bensì ricordarsi come eccezione) conferma la verità del giudizio: poiché egli appunto finì in una solitudine assoluta, combattuto non pur dal Gioberti e dai moderati, ma dallo stesso Mazzini: spirito inquieto, torbido, oscuro a se stesso, contraddittorio, inconcludente: tanto formidabile, per le brillanti qualità del suo ingegno e per la vasta cultura, nel demolire, quanto inetto, nullo nel costruire. La religione di Gioberti non è quella di Rosmini, né quella di Manzoni. Quella di Mazzini non è quella di Tommaseo, tanto per mettere a riscontro spiriti affini. Tra Cavour e Ricasoli,che sentono vivamente entrambi il problema religioso, come problema individuale e come problema politico della nuova Italia, la differenza è grande. Uno dei pensatori più insigni in materia religiosa è il Lambruschini, che si viene oggi studiando con molto interesse per la freschezza e profondità delle sue idee religiose: ma è un solitario. E insomma non si può parlare di nessun moto religioso italiano della prima metà dell'Ottocento: di un moto che abbia un carattere e un programma, e al quale molti partecipino. Ma in mezzo alla varietà delle idee e delle tendenze c'è un fondo comune a tutti: la fede nella realtà e nella potenza dei principi ideali che governano il mondo; e quindi l'opposizione al materialismo e la concezione spiritualistica della vita. Questa è la fisionomia generale. Questo il terreno in cui tutti convengono e possono intendersi o lottare.

II tramonto del Risorgimento e il regno di Umberto I.

Codesta concezione religiosa idealistica della vita, che è alla base della coscienza patriottica nazionale nel Risorgimento, domina e regge lo spirito italiano fino all'esaurimento di quel moto storico. È l'atmosfera in cui si respira non pure ai tempi eroici fino alla proclamazione del nuovo Regno con Cavour; ma anche dopo, nel periodo dei diadochi, da Ricasoli a Lanza, Sella, Minghetti: fino all'occupazione di Roma e all'assetto della finanza dello Stato: quando l'opera parve compiuta, chiuso il Risorgimento, giunto il momento di lanciare questo popolo italiano, diventato Nazione attraverso dure prove e sistemi severi di disciplina, sulla via del libero sviluppo democratico delle forze economiche e morali che aveva nel suo seno. Il rivolgimento parlamentare del 1876 segnò, se non la fine, l'arresto del cammino, per cui l'Italia s'era avviata dal principio del secolo, con quello spirito che abbiamo cercato di definire. Si mutò rotta. E non fu capriccio o smarrimento o debolezza di uomini, ma necessità storica, che sarebbe stolto oggi deplorare, ma di cui giova piuttosto rendersi conto. Parve la vera conquista della libertà, poiché dal'1861 al'1876 la direzione della politica italiana era stata sempre della Destra; la quale non era certo poco scrupolosa nell'osservanza e nel rispetto delle libertà statutarie, ma concepiva la libertà in maniera opposta alla Sinistra. Questa moveva sempre dall'individuo allo Stato, e quella dallo Stato all'individuo. Poiché gli uomini della Sinistra convenivano, per diverse ragioni, secondo la loro diversa provenienza e la loro diversa formazione mentale, nel concepire il popolo come l'insieme dei cittadini che lo compongono, e del singolo facevano perciò il centro e la fonte dei diritti e delle iniziative, che un regime di libertà era tenuto a rispettare e garantire. Gli uomini della Destra, invece, attraverso, anch'essi, svariate tendenze e modi di pensare, erano fermi e concordi nel concetto che di libertà non si possa parlare se non nello Stato; e che una libertà seria, che abbia un contenuto importante, non sia dato ottenere se non dentro il saldo organismo di uno Stato, la cui sovranità sia il fondamento incrollabile della varia attività e del giuoco degli interessi dei singoli; che pertanto di nessuna libertà individuale sia da far parola, se non si concili con la sicurezza e l'autorità dello Stato; che insomma l'interesse generale sia sempre da anteporsi a qualunque interesse particolare; e che a tale scopo la legge debba valere in modo assoluto e investire irresistibilmente la vita del popolo. Concetto senza dubbio esatto, ma non senza pericoli, se applicato senza riguardo ai motivi da cui sorge e par giustificato il concetto opposto; perché può condurre alla stasi e all'annientamento della vita che lo Stato accoglie in sé e disciplina nell'organismo dei suoi rapporti, ma che non deve né può sopprimere. Lo Stato può allora divenire una forma indifferente al contenuto, estranea alla materia che deve regolare; rischia di meccanizzarsi, e minaccia di rovesciare nel meccanismo la sua materia. L'individuo, non investito interiormente dalla legge, non assorbito nella stessa vita dello Stato, si contrappone allo Stato e alla sua legge, che sente come un limite, come una catena, da cui resterà soffocato se egli non riesca a spezzarla. Fu la sensazione degli uomini del 1876. Il paese aveva bisogno di più ampio respiro. Le sue forze morali, economiche, sociali si dovevano sviluppare senza essere più oltre compresse da una legge che non le riconosceva. Quindi la ragione storica del rivolgimento da cui incomincia il periodo di crescenza e sviluppo della nuova Nazione: sviluppo economico (industriale, commerciale, ferroviario, bancario, agricolo) e sviluppo intellettuale (scientifico e scolastico). È l'attivo del regno di Umberto I. La Nazione che aveva ricevuta una forma dall'alto, si solleva dal fondo e si sforza, come può, di elevarsi al nuovo livello, dando allo Stato che aveva già i suoi codici, il suo congegno amministrativo e politico, il suo esercito e la sua finanza, ma languiva, un vivo contenuto di forze reali, sgorganti dalla operosità individuale e popolare messa in moto dagl'interessi, che il Risorgimento, tutto compreso dalla grandezza del fine politico da attingere, non aveva curati. Il maggior ministro di Re Umberto, il Crispi, avendo voluto arrestare violentemente questo moto di crescenza, e restaurare rigorosamente l'autorità e il prestigio dello Stato, e rialzare la bandiera dell'idealità, anche religiosa, che in gioventù gli aveva messo in pugno lo stesso Mazzini, dimostrò di non intendere il suo tempo, e cadde nell'onta sotto la pressione violenta della così detta democrazia scatenatasi tumultuosamente contro il suo tentativo. Bisognava per intanto ripiegare la vecchia gloriosa bandiera, e aspettare. Non parlare di guerre, di espansione coloniale, o d'altro che significasse e richiedesse fierezza nazionale e coscienza di un programma da attuare in concorrenza con le grandi Potenze. Non sognarsi, comunque, di potere verso di queste assumere delle arie, come di chi possa stare alla pari, e dire il proprio parere. Assistere bensì alle discussioni altrui, prendere atto delle altrui intenzioni, rispondere con riserve alle altrui proposte, tornarsene contenti per averne riportate le "mani nette". Non pensare a limiti delle libertà individuali nell'interesse dell'astratto e metafisico ente che si chiama Stato. Non nominare Dio (come Crispi ebbe la tentazione di fare). Lasciare che le classi popolari conquistassero a grado a grado il benessere, la coscienza di sé, entrassero nella vita politica. Istruzione e lotta contro l'analfabetismo, insieme con tutte le altre provvidenze della legislazione sociale. Sottratta l'educazione del popolo alla Chiesa; e la scuola pubblica, laica. Combattuta in tutte le forme e per tutte le vie l'influenza antica e perniciosa del ceto ecclesiastico, e resa sempre più fitta e potente l'associazione sorta o rimasta in Italia a perseguire tal fine. La Massoneria quindi ogni giorno più introdotta e diramata e insinuata nel corpo dell'amministrazione e dell'esercito, nella magistratura, nella scuola. Il potere centrale dello Stato indebolito, piegato al vario atteggiarsi della volontà popolare attraverso il suffragio popolare e i voti parlamentari; sciolta e liberata sempre più da ogni impaccio di vincoli superiori la vita, che premeva eccitare e promuovere, quale sgorga dalle energie individuali. Meno autorità, più libertà. La vita dal basso. E per aumentare lo slancio e la potenza, buon viso alla propaganda socialista, di marca marxista, a cui il sorgere o lo svilupparsi della grande industria apriva le porte: nuova forma di educazione morale delle classi lavoratrici e di formazione, in esse, di una coscienza politica. Coscienza rivoluzionaria, ma congiunta a un sentimento di umana solidarietà, nuovo per l'incolta e primitiva psicologia del basso popolo italiano. Nuova disciplina entro alle associazioni e federazioni di classe: ma disciplina parziale, angusta, che restringeva l'orizzonte morale e spezzava la maggior parte dei legami onde l'uomo è moralmente legato agli altri uomini; e soprattutto non lasciava più scorgere quello che stringe insieme in unità d'interessi, di sentire e di pensare tutti i cittadini di una stessa patria. E i legami, che manteneva e soli additava come rispettabili e da rispettare, tutti fondati nel sentimento che ognuno istintivamente ha del proprio benessere da conquistare o difendere. Concezione materialistica della vita, che il Mazzini aveva combattuta nel socialismo; ma che da lui stesso giustamente fu ritenuta non propria specificamente del socialismo, sebbene di ogni concezione politica, anche liberale e antisocialista, ma democraticamente individualistica, in quanto indirizza la vita alla soddisfazione dei diritti anziché all'adempimento dei doveri. Giacché liberalismo e socialismo sono parimenti individualistici nel negare una realtà superiore a quella vita materiale che ha la sua misura nel mero individuo. Il materialista è sempre individualista. E l'Italia della Sinistra dal 1876 alla Guerra fu materialista e antimazziniana pur essendo un'Italia di gran lunga superiore, è superfluo dirlo, all'Italia premazziniana. Ma le luci del Risorgimento si spensero. Tranne alcuni pochi superstiti, la cui voce si perdeva nel deserto, tutta la cultura, nelle scienze morali come in quelle della natura, nelle lettere, nelle arti e nella scuola, era dominata da un crudo positivismo, che, anche quando protestava di non volere metafisica e di chiudersi in un riserbo agnostico, precipitava di fatto nel materialismo, intendendo la realtà in cui l'uomo si muove come una realtà già fatta, e quindi limítatrice e condizionatrice dei suoi movimenti e iniziative, e però, in fondo, dominatrice, di là da ogni esigenza e pretesa morale, necessariamente arbitraria e illusoria. Tutti parlavano di fatti, di cose positive; ridevano dei sogni metafisici e delle realtà impalpabili. Il vero era lì, bastava aprire gli occhi per vederlo; lo stesso bello non poteva essere altro che uno specchio di quel vero, della natura. Di Dio, s'è detto, meglio non parlarne. Dell'anima sì, ma a patto di vederla in una categoria di fenomeni fisiologici, che infatti giova tener d'occhio. Il patriottismo, - come tutte le altre virtù a base religiosa, delle quali non si può parlare se non quando si ha il coraggio di parlare sul serio, - diventato retorica, che non era di buon gusto toccare. Questo, com'è nella memoria di quanti fummo educati nell'ultimo quarto del secolo scorso, lo spirito di quell'età antimazziniana, che, tranne, ripeto, alcune poche voci fioche, parve raccolta concordemente in una comune maniera di sentire. L'età che politicamente si può designare come la fase "demosocialista" dello Stato italiano: poiché in essa si formò la mentalità democratica, nel senso individualista che s'è detto, e prese piede in Italia, come una forza imponente e primaria, il socialismo. Ed è l'età che riempie, come ho accennato, tutto il regno di Umberto I. Periodo di sviluppo e prosperità, in cui cedono e si oscurano le forze morali creatrici del Risorgimento.

Idealismo, nazionalismo, sindacalismo.

Ma negli ultimi anni del secolo XIX e nei primi tre lustri del seguente i giovani si trovarono avvolti e come trasportati da uno spirito nuovo, che fu di reazione vivace alle idee dominanti nella politica, nella letteratura, nella scienza, nella filosofia e nella cultura nell'ultimo quarto di secolo. L'Italia parve stanca, nauseata della vita prosaica, borghese, materialistica degli ultimi tempi; bramosa di tornare alle origini, alle idee, alle alte ispirazioni, alle grandi forze morali, che l'avevano fatta nascere. Rosmini e Gioberti erano generalmente dimenticati, oggetti di culto di pochi adepti; i loro libri sparsi sui muriccioli e per botteghe dei rigattieri. I loro nomi appena bisbigliati dagli studiosi che avessero qualche pretesa di stare al corrente. E tornarono in onore; e intorno alle loro dottrine, di cui si ricominciò a vedere e sentire il grande valore permanente, sorse tutta una letteratura. Di Mazzini lo stesso Governo del Re decretò un'edizione nazionale. La sua vita e i suoi scritti si tornarono a studiare, non pure come temi di alto interesse storico, ma come fonti di insegnamenti non più trascurabili. Vico, il gran Vico, il filosofo della più alta tradizione speculativa nazionale, l'alto propugnatore della filosofia idealistica e spiritualistica anticartesiana e antirazionalistica, rimesso in seggio, studiato appassionatamente insieme cogli altri filosofi nostri, in cui gl'italiani possono sentire e ricostruire una loro coscienza autonoma ed esaltatrice della propria personalità di nazione. Gli scrittori più recenti (Spaventa, De Sanctis), che non avevano potuto rompere in vita la spessa resistenza degli spiriti ottusi alle esigenze idealistiche e alla intima intelligenza della vita e dell'arte, tornati in onore, ristampati, letti, studiati universalmente. Il positivismo battuto in breccia nei maggiori e nei minori rappresentanti; perseguitato, cacciato e satireggiato in tutte le forme. I metodi materialistici di studio della letteratura e dell'arte combattuti, volti in discredito. Riaperte le porte della cultura italiana alle nuove idee che anche oltralpe sottentravano al positivismo e al naturalismo. La stessa vecchia coscienza cattolica, perciò scossa, ridesta e ravvivata dal movimento modernista, che, nato nei paesi di più viva cultura ecclesiastica, trovò ardenti fautori nei giovani sacerdoti; i quali partecipando agli studi critici di storia del cristianesimo e agli studi filosofici da cui il movimento aveva tratto origine, fecero sentire al clero italiano il bisogno di una cultura più moderna e profonda, suscitarono controversie e lotte religiose efficacissime a riportare alla luce problemi rimasti lungo tempo nell'ombra per gl'italiani. E cattolici ortodossi, cattolici modernisti e acattolici li videro con nuovi occhi e più desta sensibilità. Nel rinnovato spirito filosofico e critico lo stesso socialismo non parve più dottrina già fatta e da prendere tal quale nei dogmi in cui s'era formulata: ma dottrina, come ogni altra, da studiarsi nel suo formarsi e nella sua struttura. E studiosi italiani diedero in ciò l'esempio e la guida ai francesi, già aderenti dogmaticamente al marxismo. E gli uni con gli altri ne scorsero le debolezze e gli errori. E quando da questa critica il Sorèl pervenne al superamento della teorica materialistica propria della socialdemocrazia degli epigoni tedeschi di Marx, e bandì il sindacalismo, i giovani socialisti italiani si volsero a lui, e nel sindacalismo trovarono due cose: 1) la fine della stolta e bugiarda collaborazione (a cui i socialisti italiani, tradendo insieme Stato e proletariato, s'adattavano) del socialismo allo Stato liberale attraverso il regime parlamentare democratico; 2) una fede in una realtà morale, puramente ideale (o mitica, come si disse), per cui convenisse vivere e morire, e sacrificarsi, ricorrendo anche alla violenza ogni volta che questa sia necessaria per infrangere un ordinamento giuridico e crearne uno nuovo. Antiparlamentarismo e fede morale, che rinnovavano la coscienza degli operai nei sindacati, e facevano della teoria socialista dei doveri una mazziniana concezione della vita come dovere ed apostolato. Altra idea di grande portata, suggerita ai giovani italiani dalla cultura francese e quindi largamente penetrata in Italia, segnatamente nelle classi intellettuali, e di grande efficacia nel riformarne profondamente la mentalità politica: il nazionalismo. Meno letterario in Italia e più politico perché più vicino a una corrente politica che in Italia aveva avuto una importanza grandissima, e la tradizione non era spenta: al partito appunto della vecchia Destra. Al quale il nazionalismo italiano si ricollegava, accentuando bensì l'idea di Nazione e di Patria in forma, come vedremo, nuova e non in tutto accettabile dal punto di vista di quel vecchio partito, ma per questa nuova via tornante anch'esso al concetto che la Destra aveva tenuto fermo: dello Stato presupposto del valore e del diritto dei cittadini. Comunque, il nazionalismo fu una nuova fede accesa nell'anima italiana, che per merito di esso non ritenne più la Patria quella parola retorica irrisa dai socialisti; e trovò il coraggio di reagire e resistere alla loro tracotanza, sembrata già irresistibile ai liberali di varia gradazione democratica. Ma ebbe il nazionalismo un altro merito: quello di levar la voce apertamente e fieramente contro la Massoneria; alla quale, tolti i cattolici, direttamente interessati all'opposizione, tutta si era adattata compiacente o si era prosternata pavida la borghesia italiana. E le battaglie antimassoniche sono tra i maggiori titoli d'onore dei nazionalisti italiani. Massoneria, socialismo parlamentare, più o meno riformista e democratico, divennero bersaglio comune a sindacalisti, nazionalisti, idealisti: stretti in un comune ideale di cultura e in un comune concetto della vita. Tornati insieme concordemente, consapevoli o no, alla concezione mazziniana, religiosa, idealistica. Divisi su tanti articoli dei loro speciali programmi, uniti e compatti nel concetto fondamentale e nel proposito di agitare nella coscienza dei giovani un sentimento gagliardo contro la presente cultura e politica italiana, e un fervido desiderio di rinnovamento. I primi tre lustri del secolo sono nei giornali, nelle riviste, nelle collezioni delle nuove case editrici, nei gruppi giovanili che si formano, nelle lotte che si combattono dentro le vecchie formazioni, un fermentare, un pullulare di nuovi germi, di forze nuove, che si volgono al passato remoto da revocare alla vita, e all'avvenire da suscitare. Sono innovatori che si richiamano alla tradizione. Sono polemisti, spesso violenti (quante "stroncature!"), che propugnano un sistema di ordine e di restaurazione delle forze ideali, a cui tutti si devono assoggettare nella disciplina della legge. Sembrano retrivi ai radicali, ai liberaloni della democrazia massoneggiante, ai riformisti del socialismo; e sono gli araldi del futuro. L'Italia ufficiale, legale, parlamentare è contro di loro. Ha il suo duce in un uomo di sicuro intuito della comune psicologia, esperto dei vizi e del valore di tutto il meccanismo politico e amministrativo in cui quest'Italia antimazziniana e anti-idealista ha trovato la sua forma e il suo assetto; scettico o indifferente alle grandi parole, semplificatore di tutte le grandi questioni, semplicista nelle sue soluzioni: ironico, incapace d'entusiasmo e di alte affermazioni, per sé e per il suo paese, che, a suo modo, crede di servire fedelmente; uomo positivo, pratico, accorto, materialista nel linguaggio mazziniano. Nei due nomi di Mazzini e di Giolitti si può vedere tipicamente riassunta e rappresentata l'antitesi interna all'Italia dell'anteguerra: la crisi che la guerra doveva risolvere, liberando l'Italia dal dualismo che la lacerava e paralizzava, per darle un'anima sola, e quindi la possibilità di muoversi e di vivere.

La prostrazione del dopoguerra e il ritorno di Giolitti.

L'effetto della guerra non parve da principio quello che s'è detto. Parve che, sottratto il popolo italiano ai freni e ai vincoli della disciplina bellica, e restituito alla libertà del regime ordinario, e quindi alla facoltà di manifestare intero e schietto il suo animo e di servirsi del meccanismo delle libertà popolari e parlamentari per far pesare sull'ordinamento politico e giuridico la propria volontà, la cessazione dello stato di guerra segnasse l'inizio di un generale disfacimento dello Stato e delle forze morali che di ogni Stato sono il sostegno. Parve che la massa popolare desse ragione a quelli che alla vigilia la guerra non avevano voluta, e avevano fatto tutto il possibile per impedirla. Parve che realmente lo sforzo imposto alla Nazione fosse stato di gran lunga superiore ai limiti delle sue forze; ed irragionevole, arbitraria e dissennata la pretesa di coloro che avevano spinto questo popolo giovane, privo di tradizioni militari, povero, non fuso e unito ancora in salda unità nazionale, da quella prova durissima. I socialisti intonarono inni di vittoria e di trionfo, come chi finalmente vedesse avverate le sue previsioni, e dimostrata dai fatti la verità dei propri giudizi. Gli alleati ci voltavano le spalle, dimenticavano o disconoscevano i nostri sacrifici e il valore del contributo da noi portato alla vittoria. Nessuno disposto a renderci giustizia; i nostri governanti incapaci di farcela rendere. E gl'Italiani che perversamente si compiacevano del successo contrario alle speranze, non si dolevano - com'era nella logica dei loro sentimenti - del malvolere straniero, anzi lo giustificavano, appellandosi, per lo più, a quelle ideologie democratiche, a cui troppo s'era stati indulgenti durante la guerra, specialmente dacché fu necessario l'intervento degli Stati Uniti, e quindi il consenso di un ideologo della peggiore specie, come Wilson. La vittoria a un tratto sembrò mutarsi in sconfitta. E tendeva a diffondersi nel popolo italiano lo stato d'animo proprio dei vinti: odio alla guerra e ai responsabili di essa, perfino all'esercito che ne era stato lo strumento; odio al sistema che la guerra aveva reso possibile, impedendo al Parlamento (a quel Parlamento!) di opporvisi. E si trovò infatti un ministro di S. M. che proponesse alla Camera l'abrogazione di quella disposizione dell'articolo 5 dello Statuto, che della dichiarazione di guerra fa una prerogativa del Capo dello Stato. Nello sfrenarsi delle passioni antinazionali più materialistiche si diffuse per tutto il paese insieme con un malcontento acre una volontà anarchica di dissoluzione di ogni autorità. I gangli della vita economica parvero colpiti mortalmente. Gli scioperi si succedevano agli scioperi. La stessa burocrazia si schierò contro lo Stato. I servizi pubblici disordinati, bloccati. La sfiducia nell'azione del Governo e nella forza della legge ogni giorno maggiore. Per l'aria un senso di rivoluzione, che la debole classe dirigente non credeva potesse evitarsi, se non cedendo lentamente terreno e procedendo d'intesa coi capi del movimento socialista. Minaccioso, terribile incombeva lo spettro del bolscevismo. Giolitti, l'esecrato Giolitti della vigilia della guerra, " l'uomo di Dronero ", che durante la guerra a poco a poco era riuscito a farsi dimenticare dagl'Italiani, o era ricordato soltanto come l'esponente di un'Italia morta con la guerra, risuscitò, invocato come un salvatore. Sotto di lui, tuttavia, si ebbe la sollevazione di tutti gl'impiegati dello Stato e l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai: fu colpito al cuore l'organismo economico amministrativo dello Stato. E quelli che lo colpivano, trattati con longanime diplomazia, che era la più aperta confessione della debolezza dello Stato. Giolitti, dunque, per effetto della guerra, trionfava da capo sopra Mazzini?

Mussolini e i fasci di combattimento.

Ma già sotto lo stesso Giolitti le cose a un tratto mutarono aspetto, e contro lo Stato giolittiano ne sorse un altro. Combattenti autentici, quelli che la guerra avevano voluta e combattuta consapevolmente, quelli che sui campi di battaglia avevano creduto nella santità del sacrificio, in cui più di mezzo milione di vite umane erano immolate per un'idea, quelli che avevano sentito quale immane delitto tutto ciò sarebbe stato se tanto sangue un giorno potesse dirsi davvero (come altri malvagiamente veniva predicando) versato invano, e che avevano perciò con giubilo salutato la vittoria consacratrice del sacrificio nel cuore degl'italiani e nella storia; i gloriosi mutilati, che avevano visto la morte più da vicino, e più degli altri superstiti sentivano l'eredità dei diritti con cui le tante e tante migliaia di morti guardavano ai vivi, e attendevano, attendevano soprattutto da questi, l'Italia per cui s'era domandata loro la vita, e per cui essi l'avevano data; i mazziniani insomma, che della guerra erano gli artefici, e che alla guerra erano andati, innanzi a tutti, guidando spiritualmente e infondendo la propria fede nella gioventù italiana, trovarono una voce potente che espresse nettamente, altamente, energicamente la loro fede non vinta dai disinganni e dalla comune viltà. Un uomo che parlava per tutti, imponendo la sua parola al tumulto e facendosi ascoltare dai giovani, che il prezioso retaggio della guerra non volevano disperdere; un uomo, la cui voce conosceva la via dei cuori e ridestava e invitava alla riscossa le ardenti passioni delle vegliate e insanguinate trincee e delle mischie vittoriose. Videro splendere da lungi alta, diritta una volontà fiammeggiante: Benito Mussolini. Benito Mussolini dal socialismo italiano nel 1915 era uscito per rendersi più fedele interprete del Popolo d'Italia, a cui egli, già direttore dell`Avanti! ", volle intitolato un suo nuovo giornale; e per sostenere la necessità della guerra, di cui egli divenne, mediante il suo giornale, uno dei responsabili principali. E come dentro al socialismo aveva combattuto la Massoneria e, inspirandosi al sindacalismo soreliano, aveva opposto alla corruzione parlamentaristica del riformismo i postulati idealistici della rivoluzione e della violenza; così continuava dall'esterno la sua battaglia contro gli antichi camerati, difendendo le ragioni della guerra, rivendicando la saldezza infrangibile, non solo morale ma anche economica, degli organismi nazionali contro le bugiarde ubbie internazionalistiche; e quindi la santità della Patria, anche per le classi operaie. Mazziniano di quella tempra schietta che il mazzinianesimo trovò sempre nella sua Romagna, egli aveva già superato, prima per istinto e poi per riflessione,attraverso una giovinezza travagliata e pensosa, ricca di esperienze e di meditazioni, nutrita della più recente cultura italiana, tutta la ideologia socialista. E a questa grande Italia vagheggiata e amata appassionatamente nella guerra insieme con tutti i giovani cresciuti alle nuove idee del secolo e nella nuova fede nell'ideale, contro le velleità demagogiche e anarcoidi dei socialisti che predicavano rivoluzione senza né la forza né la volontà di farla neanche nelle più propizie occasioni, sentiva già, più di tutti, la necessità di assicurare la prima condizione di esistenza: la realtà dello Stato, che sia Stato, con una legge che sia rispettata, con un'autorità che la faccia rispettare, con un prestigio che possa fargli riconoscere una tale autorità. Senza di che una nazione che ha potuto sostenere una guerra ardua sotto ogni rispetto, lunga, sanguinosissima, vincendo continuamente se stessa nella tenacità degli sforzi e dei sacrifici e nella costanza della fiducia sempre rinascente a dispetto di deficienze, delusioni e rovesci tremendi, e conquistando per propria virtù la vittoria, può esser gettata nel disordine e nell'abbrutimento da un pugno di uomini senza fede, estetizzanti della politica, teste verniciate di cultura luccicante da giornalisti, cuori aridi e vuoti, come un Treves, un Turati e simili. Quando il 23 marzo del 1919 a Milano, sede del "Popolo d'Italia" e centro della propaganda di Benito Mussolini, si fondò attorno a lui e per sua volontà il primo Fascio di combattimento, il moto disgregativo e negativo del dopoguerra era virtualmente fermato. I Fasci chiamavano a raccolta gli italiani che, malgrado i disinganni e i dolori della pace, mantenevano fede nella guerra; e per far valere la vittoria, che dimostrava il valore della guerra, intedevano ridare all'Italia il dominio di sé, e quindi la restaurata disciplina, il riordinamento delle forze sociali e politiche dentro lo Stato. Non era un'associazione di credenti, ma un partito d'azione. Il quale aveva bisogno non di programmi definiti e particolareggiati, ma di una idea, che segnasse una meta, e una strada; e questa insegnasse a percorrere con quella risoluta volontà che non conosce ostacoli, pronta a rovesciarne quanti ne incontri. Volontà rivoluzionaria? Sì, perché costruttiva d'un nuovo Stato.

La data della riscossa.

- Ventitré marzo 1919. - Data della riscossa; quando da Milano si levò il grido che risvegliò l'animo dei combattenti che la guerra avevano voluta e fatta, e ne avevano sentito il valore, e alla loro idea serbavano fede, malgrado le delusioni della pace non gloriosa né giusta, malgrado lo spettacolo vile del popolo ignaro trascinato dalla protervia degli scettici. I quali avevano negato nel giorno della vigilia; avevano negato nelle giornate lunghe, scure, angosciose della prova; negavano con maligno sorriso anche dopo la vittoria che non fruttava e non rendeva. E la strage si predicava sempre più inutile; chi l'aveva voluta, deplorato, spregiato, perseguitato; gli stessi artefici della vittoria, invisi e derisi. L'anima nazionale prostrata. La coscienza della santità della Patria, della volontà che la regge, della legge che la compone e salda in persona viva, smarrita. Le passioni meno nobili dell'uomo, sfrenate e sconvolte. Una rivoluzione senza idee né energia, covante nell'inerzia, quasi germe malefico che mini di dentro il corpo di un vivente. Una rivoluzione senza la potenza delle rivoluzioni, senza l'anima che distrugge per creare. Rivoluzione negativa. Si disse bolscevica: ma era peggio che bolscevica. Contro di essa insorsero i combattenti richiamati dalla voce possente che nel 1915 aveva espresso la loro fede e l'aveva poi sempre alimentata. E si strinsero in Fasci, che subitamente si moltiplicarono per tutta Italia. E i Fasci fecero la rivoluzione: una rivoluzione però che aveva un'idea, una volontà, un capo. Era cominciata con la guerra, dichiarata in un modo che già aveva ferito a morte il Parlamento, facendo crollare gli ostacoli legali al prevalere dell'effettivo e profondo volere nazionale: del popolo aspirante a dignità e potenza di Nazione. Questa rivoluzione fu ripresa e sospinta gagliardamente alla mèta. La illegalità per un quadriennio (1919-22) fu la forma necessaria alla manifestazione di questo volere nazionale; fino al 28 ottobre 1922, quando il vecchio Stato fu spazzato via dall'impeto veemente della nuova fede giovanile, e i Fasci divennero un nuovo regime. Da quel giorno si ricostruisce, poiché quella voce possente ormai ha svegliati tutti gl'Italiani, e tutti li anima e guida, Duce vigile, infaticabile.

Lo squadrismo.

Il quadriennio 1919-22 è caratterizzato, nello sviluppo della rivoluzione fascista, dallo spiegarsi dello squadrismo. Le squadre d'azione sono la forza di uno Stato virtuale che tende a realizzarsi. Per realizzare un regime superiore, trasgrediscono la legge del regime che si vuol rovesciare perché impari all'essenza dello Stato nazionale a cui si aspira. La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 non è l'inizio, ma lo sbocco di questo moto rivoluzionario. A quella data, con la costituzione del ministero Mussolini, la rivoluzione entra nell'alveo della legalità. Nel quale il fascismo come idea direttiva dello Stato si sviluppa, creando via via gli organi necessari alla sua attuazione e alla compenetrazione di tutto l'ordinamento economico, giuridico e politico. Dopo il 28 ottobre 1922 il fascismo non ha più di fronte a sé lo Stato da abbattere: è già lo Stato; e non persegue se non le fazioni interne, che si oppongono e resistono allo sviluppo del principio fascista che anima lo Stato nuovo. Non è più la rivoluzione contro lo Stato, ma lo Stato contro i residui e detriti interni che ostacolano il suo svolgimento e la sua organizzazione. Il periodo delle violenze e delle illegalità è chiuso, quantunque lo squadrismo continui per qualche tempo a dare qua e là qualche guizzo, malgrado la ferrea disciplina con cui il Duce del fascismo e già Capo del Governo si sforza di adeguare la realtà alla logica che regola lo sviluppo della sua idea e del Partito in cui egli l'ha incarnata. Il fascismo è già in possesso di tutti i mezzi per la ricostruzione: e trasformata l'arma illegale dello squadrismo nella legale Milizia volontaria, che mantenga in efficienza lo spirito guerriero della Rivoluzione finché essa non abbia esaurito il suo programma, ordinato il Partito in una gerarchia rigida e perfettamente rispondente ai disegni del suo Duce, e quindi fattone un docile strumento della stessa azione governativa, si accinge con grande animo alla prova. L'Italia giolittiana, finalmente, è superata, almeno sul terreno della politica militante. Tra Giolitti e la nuova Italia - questa Italia dei combattenti, dei fascisti, dei mazzinianamente credenti - scorre e gorgoglia, come ben fu detto da un oratore immaginoso della Camera, un torrente di sangue. Questo torrente sbarra il passo a chi volesse tornare indietro. La crisi è vinta; la guerra comincia a fruttificare.

Carattere totalitario della dottrina fascista.

La storia della crisi spirituale e politica italiana e della sua soluzione ci ha già introdotti nel concetto del fascismo. Della cui opera, come azione di governo, legislativa e amministrativa, non è questo il luogo di discorrere, volendosi qui piuttosto lumeggiare lo spirito che esso ha portato in questa azione, con cui da un quinquennio viene trasformando profondamente leggi, ordini e istituzioni; e chiarire per tal modo l'essenza del fascismo. E il già detto ci pone innanzi tutta la complessità del movimento, per intendere il quale niente infatti è più istruttivo del riscontro del Mazzini da cui abbiamo preso le mosse. La sua concezione è sì una concezione politica; ma di quella politica integrale, la quale non si distingue così dalla morale, dalla religione e da ogni concezione della vita, da potersi fissare come per sé stante, divisa ed astratta da questi altri interessi fondamentali dello spirito umano. In Mazzini l'uomo politico è quello che è in quanto ha una dottrina morale, religiosa, filosofica. Andate a dividere nel suo credo e nella sua propaganda quello che ha mero significato politico da quello che è piuttosto il suo credo religioso, o la sua intuizione ed esigenza etica o convincimento metafisico, e non vi riesce più di rendervi conto della grande importanza storica di quel credo e di quella propaganda, e delle ragioni per cui Mazzini attrasse a sé col suo fascino tante anime e turbò i sonni di tanti uomini di Stato e delle polizie. L'analisi che non presupponga sempre l'unità, non conduce alla chiarificazione ma alla distruzione delle idee che hanno storicamente esercitato una grande efficacia. Segno che gli uomini non vanno presi a fette, ma sono unità indivisibili. Primo punto dunque da fissare nella definizione del fascismo: carattere totalitario della sua dottrina, la quale non concerne soltanto l'ordinamento e l'indirizzo politico della nazione, ma tutta la sua volontà, il suo pensiero, il suo sentimento.

Pensiero e azione.

Secondo punto. La dottrina fascista non è una filosofia nel comune senso della parola, e tanto meno una religione. Non è neppure una spiegata e definitiva dottrina politica, che si articoli in una serie di formule. La verità, il significato del fascismo non si misura nelle tesi speciali che esso a volta a volta assume, teoricamente o praticamente. Come s'è detto, ai suoi inizi non è sorto con un programma preciso e determinato. Spesso, avendo tentato di fissare un segno da raggiungere, un concetto da realizzare, una vita da percorrere, non ha esitato, alla prova, a cambiare rotta e respingere come inadeguato o ripugnante al proprio principio quel segno o quel concetto. Non ha voluto mai impegnarsi preoccupando l'avvenire. Ha spesso annunziate riforme, il cui annunzio era politicamente opportuno, ma alla cui esecuzione non ha creduto perciò di restare obbligato. Le risoluzioni vere del Duce sono sempre quelle che sono insieme formulate e attuate. Perciò egli si vanta di essere "tempista" e di risolversi ed agire nel momento giusto in cui l'azione trova mature tutte le condizioni e ragioni che la rendano possibile e opportuna. Egli è che nel fascismo si trae al più rigoroso significato la verità mazziniana pensiero e azione, immedesimando così i due termini da farli coincidere perfettamente, e non attribuire più nessun valore a nessun pensiero che non sia già tradotto o espresso in azione. Quindi tutte le forme della polemica anti-intellettualistica, che è uno dei motivi più spesso ricorrenti sulla bocca dei fascisti. Polemica, devo pur insistere su questo punto, eminentemente mazziniana, poiché intellettualismo è divorzio del pensiero dall'azione, della scienza dalla vita, del cervello dal cuore, della teoria dalla pratica: è l'atteggiamento del retore e dello scettico, del mezzo uomo che si trincera dietro la massima che altro è il dire altro il fare; dell'utopista costruttore di sistemi, che non dovranno affrontare il cimento della realtà; del poeta, dello scienziato, del filosofo, che si chiudono nella fantasia e nell'intelligenza e non hanno occhi per guardarsi intorno e vedere la terra su cui camminano e in cui hanno pure gl'interessi fondamentali di quella loro umanità, che alimenta la loro fantasia e la loro intelligenza; di tutti i rappresentanti di quella vecchia Italia, che fu il bersaglio della rovente predicazione mazziniana. Anti-intellettualismo non vuol dire, come crede il più ignorante fascista, gongolante di gioia quando si crede autorizzato dal Duce a infischiarsene della scienza e della filosofia, non vuol dire che davvero si neghi ogni valore al pensiero e a quelle forme superiori della cultura in cui il pensiero si potenzia. La realtà spirituale è sintesi, la cui unità si manifesta e vale come pensiero che è azione. Ma all'unità conclusiva di questa sintesi concorrono, devono concorrere, e devono saper di concorrere, molti elementi; senza i quali la sintesi sarebbe vuota, e lavorerebbe nel vuoto. Tra questi elementi tutte le forme dell'attività dello spirito, le quali perciò hanno tutte quello stesso valore che è proprio della sintesi, a cui sono essenziali. Con la trigonometria non si sbaragliano gli eserciti minaccianti i confini della Patria; ma senza trigonometria non si regolano i tiri delle artiglierie. La polemica si rivolge contro gli uomini che esauriscono la loro vita spirituale dentro l'esercizio di attività intellettuali astratte e remote da quella realtà, in cui ogni uomo deve sentire piantata la propria esistenza; e quindi contro certi atteggiamenti che in codesti uomini assume l'esercizio dell'attività spirituale; contro certe conclusioni, che si assumono come definitive laddove in realtà sono la via verso conclusioni superiori, più concrete, più umane. Ma l'avversario che mira prima di tutto a colpire, è quella forma mentale, morale, storicamente tipica della classe colta italiana, che si disse, per secoli, del letterato. Che non era soltanto lo scrittore e cultore di letteratura, ma ogni scrittore, anche di scienza, anche di filosofia; pur che si occupasse di studi liberali, ossia disinteressati e non professionali; un accademico, un erudito, un dotto, dalla dottrina consigliato a non far politica, a non trattare affari, e ridotto perciò a non contare nel mondo pratico. Il letterato, che fu il prodotto bastardo del nostro Rinascimento; e che il fascismo mette giustamente in mala voce come cattivo cittadino, e ne vuole estirpare la mala pianta dal suolo italiano. Siffatto anti - intellettualismo non è ostilità alla cultura, ma alla cattiva cultura. Alla cultura che non educa e non fa l'uomo, anzi lo disfa, e lo impedantisce e ne fa un don Ferrante o un esteta dell'intellettualità: che è come dire un egoista, o un uomo moralmente e perciò politicamente indifferente: superiore alla mischia, anche quando nella mischia è la sua Patria, anche quando sono in pericolo interessi che dovrebbero trionfare quantunque il loro trionfo segni la vittoria d'un gruppo o di una moltitudine e la sconfitta d'un altro gruppo o di un'altra moltitudine. Giacché gli uomini solo dividendosi progrediscono: e il progresso si conquista con la lotta e con la vittoria degli uni sugli altri: e guai a chi non parteggi per nessuno, e non impegni nella lotta anche se stesso, e si tragga in disparte e concepisca il suo dovere come quello di spettatore, che aspetti la soluzione e s'avvantaggi, a guerra finita, del guadagno del vincitore. L'intellettualista vede l'apice della sapienza nel sollevarsi a quello stato di apatia, in cui s'intende il pro e il contro di tutto, e muore perciò nell'animo ogni passione, e dalla strada, dove si combatte, si soffre e si muore, si sale alla finestra, a guardare restando al sicuro. Suave mari magno ecc. Ma questo è l'ideale dell'epicureo. E contro questo epicureismo sta tutta la storia dell'umanità. Storia faticosa, cosparsa di triboli; che è pure la storia feconda di tutto ciò che ci è caro, e di cui viviamo, e per cui viviamo. Per questa sua ripugnanza all'intellettualismo il fascismo non ama indugiarsi nel disegno di astratte teorie; non perché non ammetta teorie, ma perché non spetta ad esso, come forza riformatrice e promotrice della cultura e della vita italiana, costruirne. D'altra parte, quando si dice che esso non è un sistema o una dottrina, non si deve credere che sia un'astratta tendenza, o una cieca prassi, o un metodo indefinibile e istintivo. Giacché, se per sistema o filosofia s'intende, - come si vuole intendere ogni volta che si desideri qualche cosa di vivo, - un principio di carattere universale nell'atto del suo svolgimento, un principio capace di manifestare a grado a grado, e quasi un giorno dopo l'altro, la propria fecondità e la portata delle conseguenze e applicazioni di cui è capace, allora il fascismo è un perfetto sistema, col suo saldissimo principio e con una rigorosa logica di sviluppo; e dal suo Duce fino ai suoi più umili gregari, quanti sentono in sé la verità e la vitalità del principio stesso, lavorano sempre al suo sviluppo, ora procedendo sicuri per la strada diritta alla meta, ora facendo e disfacendo, procedendo e tornando da capo, poiché il tentativo fatto non s'accorda al principio e rappresenta una deviazione dalla logica dello sviluppo. In questo senso, cioè come sistema aperto e dinamicamente capace di svolgimento, una filosofia c'è in ogni grande pensiero, sia la sostanza d'una rivoluzione politica o sociale, sia una riforma religiosa, sia un movimento morale o critico-letterario. In questo senso è filosofo Mazzini come Manzoni, Pascal come Goethe, Leopardi come Byron o Shelley; nessuno dei quali appartiene in proprio alla storia della filosofia, ma ciascuno aderisce a una filosofia o a una corrente filosofica, e ripugna a tutte quelle che ne divergono o vi contraddicono. Se così non fosse, non ci sarebbe modo d'individuare e valutare il fascismo. Si potrà preferire che lo si definisca un metodo, piuttosto che un sistema, poiché comunemente per sistema s'intende una dottrina svolta e chiusa in un giro di teorie fissate in proposizioni o teoremi, ai quali nulla si possa aggiungere, nulla togliere. Nel qual senso, che è quello che è implicito in ogni dottrina filosofica o religiosa, intorno a cui sorge la scuola e la setta, gli adepti e gli eretici, nulla di più alieno del fascismo da ogni pretesa sistematica o filosofica.

Il centro del sistema.

Terzo punto. Il sistema fascista non è un sistema speculativo, ma ha nella politica e nell'interesse politico il suo centro di gravità. Nato come concezione dello Stato, indirizzato a risolvere i problemi politici esasperati in Italia dallo sfrenarsi delle passioni delle masse inconsapevoli nel dopoguerra, il fascismo sta in campo come metodo politico. Ma nell'atto di affrontare e risolvere i problemi politici, esso è portato dalla sua stessa natura, e cioè dal suo stesso metodo, a proporsi problemi di cultura: morali, religiosi, filosofici; a svolgere insomma e dimostrare il carattere totalitario che gli è proprio. Donde nasce la pratica opportunità di mettere in primo piano la forma politica del principio, che col suo sviluppo costituisce il contenuto del fascismo; salvo a indicarne le origini ideali in una più profonda intuizione della vita, da cui il principio politico scaturisce. Con queste avvertenze si può abbozzare in rapidissima sintesi la dottrina politica del fascismo, come quella che non esaurisce il contenuto del fascismo, ma ne costituisce la parte o meglio la forma preminente e generalmente più interessante.

La dottrina dello Stato.

La politica fascista si aggira tutta intorno al concetto dello Stato nazionale. Concetto che ha punti di contatto con la dottrina nazionalista: tanti da aver reso praticamente possibile la fusione del Partito Nazionalista col Fascista in un unico programma; ma ha pure suoi caratteri propri. E questi non si potrebbero trascurare senza lasciarsi sfuggire ciò che vi ha di peculiare e veramente caratteristico nella sua fisionomia. I paragoni non sono mai molto simpatici; e tanto meno può riuscir simpatico oggi quello che ho accennato; e che, malgrado tutto, mi permetto di riprendere per la luce che ne può derivare sull'essenza del fascismo. Entrambe le dottrine mettono lo Stato a fondamento d'ogni valore e diritto degli individui che ne fanno parte. Lo Stato, per l'una come l'altra, non è un risultato, ma un principio. Ma il nazionalismo rovescia il rapporto posto tra Stato e individuo dal liberalismo individualistico e dallo stesso socialismo; e, concepito lo Stato come un principio, l'individuo intende come un risultato, qualche cosa che ha nello Stato il suo antecedente che lo limita e lo determina sopprimendone la libertà, o condannandolo sopra un terreno, nel quale egli nasce, deve vivere e deve morire. Per il fascismo invece Stato e individuo s'immedesimano, o meglio sono termini inseparabili d'una sintesi necessaria. Il nazionalismo infatti fonda lo Stato sul concetto di "nazione": entità che, secondo questa dottrina, trascende la volontà e la personalità dell'individuo, perché si concepisce come obbiettivamente esistente, indipendentemente dalla coscienza dei singoli; esistente anche se questi non lavorino a farla esistere, a crearla. La nazione dei nazionalisti è insomma qualche cosa che esiste non per virtù dello spirito, ma per dato e fatto della natura: sia che gli elementi, che la fanno essere, dipendano, come il territorio e la stirpe, dalla stessa natura, sia che debbano pure considerarsi un prodotto umano: lingua, religione, storia. Poiché anche questi elementi umani concorrono alla formazione dell'individualità nazionale in quanto sono già in essere, e l'individuo se li trova innanzi, esistenti prima di lui, fin da quando egli inizia lo sviluppo delle sue attività morali: sullo stesso piano perciò del territorio e della stirpe. Naturalismo, che è un difetto della concezione tendenzialmente spiritualistica del nazionalismo, e conferisce a questa dottrina quel che di duro, illiberale, retrivo, crudamente conservatore, che era l'elemento meno simpatico che - prima del fascismo, con cui più tardi doveva assimilarsi ed amalgamarsi, - gli faceva incontrare diffidenze e ripugnanze pur tra gli uomini politici simpatizzanti, per le loro tendenze politiche, con la maggior parte dei postulati nazionalisti: mentre favoriva certi atteggiamenti mistico-religiosi che erano uno dei motivi più efficaci della entusiastica adesione che alle idealità nazionalistiche portavano i giovani e gl'intellettuali non educati alla riflessione politica. Naturalismo, di cui un riflesso speciale e cospicuo poteva vedersi nel lealismo monarchico dei nazionalisti. Per i quali la Monarchia era un presupposto, in quanto lo Stato italiano era nato con la sua Monarchia e in virtù di questa, e in quanto la base storica, che costituisce oggi la piattaforma della nazionalità italiana realizzatasi in atto nel Regno d'Italia comprende la Monarchia, la cui storia s'intreccia intimamente ed inscindibilmente con la storia del popolo. Ci sono le Alpi e gli Appennini, c'è la Sicilia e la Dalmazia, c'è l'impresa dei Mille e c'è la Casa di Savoia. Sottraete uno di questi elementi; e non avete più la Nazione. Aderire a questa, come si deve, è aderire a quegli elementi; sentirli come inseparabili dalla propria personalità di italiano. Non è la coscienza che, riconoscendo e sentendo il vincolo o rapporto, lo crea e gli conferisce il valore morale e obbligatorio che gli spetta; ma è lo stesso vincolo o rapporto che preesiste, e determina la coscienza, che deve aderirvi, e quasi subirlo. Quando invece il fascismo cercava la sua via, e sentiva vivamente il fastidio e l'insoddisfazione acuta dell'attuale stato politico della nazione italiana, e non riusciva a capacitarsi come la Monarchia non potesse energicamente reagire per rimettere con un colpo vigoroso la nazione sulla via segnata dai sacrifici generosi della guerra e dalle fortune della vittoria onorevolmente conseguita, e non vedeva perciò quali radici la stessa Monarchia potesse avere e conservare nella coscienza di quella che fu detta l'Italia di Vittorio Veneto, il fascismo non esitò a confessare francamente una tendenza repubblicana. Ma questa confessione, più tardi, soprattutto quando Vittorio Emanuele non volle lo stato d'assedio propostogli dall'ultimo Ministero del vecchio regime contro la rivoluzione fascista, e, come nel 1915, preferì risolvere la crisi tra la vecchia e la nuova Italia, consegnando il potere a quest'ultima, risolutamente contravvenendo alle consuete norme del parlamentarismo colpevole della crisi tremenda, non impedì a Mussolini di giurare fedeltà al Re e romperla definitivamente, lealmente, logicamente con le tendenze repubblicane. Il che significa che, a differenza del nazionalismo, il fascismo vede nella Monarchia non il passato da rispettare come ogni fatto compiuto, massime se se ne ripeta un beneficio, ma il presente vivo nell'animo, l'avvenire a cui l'animo si volge come al proprio ideale, che si vagheggia conforme alle nostre aspirazioni, ai nostri bisogni, alla nostra natura. La Monarchia, come tutte le determinazioni dello Stato, come lo Stato, non è avanti a noi, né fuori di noi. Lo Stato è dentro noi stessi: matura, vive e deve vivere e crescere e grandeggiare ed elevarsi sempre in dignità e coscienza di sé e degli alti suoi doveri e dei grandi fini a cui è chiamato, nella nostra volontà, nel nostro pensiero, nella nostra passione. Si sviluppa l'individuo, e si sviluppa lo Stato; si consolida il carattere del singolo, e dentro di esso si consolida la struttura, la forza e l'efficienza dello Stato. E le sue marine, le sue coste, i suoi monti acquistano più coesione e compattezza, come fossero idee e sentimenti; poiché tutto in natura si può dividere e disgregare se a noi piaccia, o almeno se a noi non dispiaccia; e tutto è unito e indivisibile, se noi ne sentiamo necessaria l'unità. E la storia passata con le sue memorie e tradizioni, con i suoi vanti e titoli di gloria, si ricostruisce e si accampa per la nostra interessata e fervida rievocazione dentro l'anima nostra, che la fa sua e la regge e difende con la sua adesione e la sua coscienza vigilante. E la lingua dei padri si gusta ed appropria e si rivive, apprendendola studiosamente e riassaporandola nel vivo della sua virtù espressiva. E tutto che pareva già in essere, e quasi un legato ereditario, si trasfigura in una nostra personale conquista e in una creazione continua, che svanirebbe appena ce ne distraessimo noi che ne siamo gli autori.

CONTINUA ...

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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Stato fascista come Stato democratico.

Lo Stato fascista dunque, a differenza di quello nazionalista, è una creazione tutta spirituale. Ed è Stato nazionale, perché la stessa Nazione, dal punto di vista del fascismo, si realizza nello spirito, e non è un presupposto. La Nazione non è mai fatta; e così pure lo Stato, che è la stessa Nazione nella concretezza della sua forma politica. Lo Stato è sempre in fieri. E nelle nostre mani, tutto. Quindi la nostra grandissima responsabilità. Ma questo Stato che si attua nella stessa coscienza e volontà dell'individuo, e non è una forza che si imponga dall'alto, non può avere con la massa del popolo lo stesso rapporto che era supposto dal nazionalismo. Il quale, facendo coincidere lo Stato con la Nazione, e di questa facendo un'entità già esistente, che non bisognava creare ma soltanto conoscere, aveva bisogno di una classe dirigente, a carattere soprattutto intellettuale, la quale sentisse questa entità, che doveva prima essere conosciuta, intesa, apprezzata, esaltata. Del resto, l'autorità dello Stato non era un prodotto, ma un presupposto. Non poteva dipendere dal popolo; anzi il popolo dipendeva dallo Stato e dall'autorità che doveva riconoscere come condizione d'essere di quella vita, fuori della quale si sarebbe accorto pure da sé, prima o poi, di non poter vivere. Lo Stato nazionalista era perciò uno Stato aristocratico, che aveva bisogno di costituirsi nella forza conferitagli dalla sua origine, per quindi farsi valere sulla massa. Lo Stato fascista invece è Stato popolare; e in tal senso Stato democratico per eccellenza. Il rapporto tra lo Stato e non questo o quel cittadino, ma ogni cittadino che abbia diritto di dirsi tale, è così intimo, come s'è visto, che lo Stato esiste in quanto e per quanto lo fa esistere il cittadino. Quindi la sua formazione è formazione della coscienza dei singoli, e cioè della massa, nella cui potenza la sua potenza consiste. Quindi la necessità del Partito e di tutte le istituzioni di propaganda e di educazione secondo gli ideali politici e morali del fascismo, che il fascismo mette in opera per ottenere che il pensiero e la volontà del Duce diventino il pensiero e la volontà della massa. Quindi il problema enorme, in cui esso si sente impegnato, di stringere nei quadri del Partito e delle istituzioni da questo create tutto il popolo, a cominciare dagli anni più teneri. Problema formidabile, la cui soluzione crea infinite difficoltà, sia per la quasi impossibilità di adeguare alle esigenze di un Partito di élite e di avanguardia morale le grandi masse, che solo lentamente, attraverso secoli, si educano e riformano; sia per i dualismi tra l'azione governativa e fazione di Partito a grande stento evitabili, malgrado ogni sforzo e unità di disciplina, quando un'organizzazione di Partito si allarghi a proporzioni quasi uguali a quella dello Stato; sia per i pericoli che corre ogni potere d'iniziativa e di progresso, quando tutti gl'individui siano chiusi nelle maglie di un meccanismo che, per quanto avvivato da un unico spirito al centro, non può non lasciar illanguidire e morire ogni libertà di movimento e di autonomia a mano a mano che dal centro si va alla periferia.

Lo Stato corporativo.

Da questo carattere dello Stato fascista deriva pure la grande riforma sociale e costituzionale che il fascismo viene realizzando, istituendo il regime sindacale corporativo e avviandosi a sostituire al regime dello Stato liberale quello dello Stato corporativo. Esso infatti ha accettato dal sindacalismo l'idea della funzione educativa e moralizzatrice dei sindacati; ma, dovendo superare l'antitesi di Stato e sindacato, codesta funzione ha dovuto sforzarsi di attribuire a un sistema di sindacati che componendosi armonicamente in corporazioni si assoggettassero a una disciplina statale, anzi esprimessero dal proprio seno lo stesso organismo dello Stato. Il quale, dovendo raggiungere l'individuo, per attuarsi nella sua volontà, non lo cerca come quell'astratto individuo politico che il vecchio liberalismo supponeva atomo indifferente; ma lo cerca come solo può trovarlo, come esso infatti è, forza produttiva specializzata: che dalla sua stessa specialità è tratto ad accomunarsi con tutti gli altri individui della stessa categoria, appartenenti allo stesso gruppo economico unitario, che è dato dalla Nazione. Il sindacato, aderente quanto più è possibile alla realtà concreta dell'individuo, fa valere l'individuo qual è realmente, sia per la coscienza di sé che egli deve acquistare gradualmente, sia per il diritto che gli spetterà in conseguenza di esercitare, rispetto alla gestione degl'interessi generali della Nazione, che dal complesso armonico dei sindacati risulta. Questa grande riforma è in corso. Vi sboccano il nazionalismo, il sindacalismo, e lo stesso liberalismo che aveva nella dottrina largamente criticato le vecchie forme rappresentative dello Stato liberale, e reclamato un sistema di rappresentanza organica, corrispondente alla reale struttura in cui i cittadini dello Stato sono inquadrati e da cui traggono i motivi fondamentali della loro psicologia e l'alimento costante della loro personalità. Lo Stato corporativo mira ad approssimarsi a quella immanenza dello Stato nell'individuo, che è la condizione della forza, e cioè dell'essenza stessa dello Stato, e della libertà degli individui; e ne costituisce quel valore etico e religioso che il fascismo ha sentito profondamente e proclamato per bocca del Duce in ogni occasione, teoricamente e praticamente, nel modo più solenne.

Libertà, etica e religione.

Una volta il Duce del fascismo si propose e discusse il tema: Forza o consenso?, giungendo alla conclusione che i due termini sono inseparabili, e l'uno richiama l'altro e non può stare senza l'altro. Il che significa che autorità dello Stato e la libertà dei cittadini sono un circolo infrangibile; in cui l'autorità presuppone la libertà e viceversa. Giacché la libertà è solo nello Stato, e lo Stato è autorità; ma lo Stato non è un'astrazione, un ente disceso dal cielo e campato in aria, sopra la testa dei cittadini; è tutt'uno invece con la personalità del singolo, che deve perciò riconoscere e promuovere, sapendo che c'è in quanto si fa essere. Il fascismo invero non si oppone al liberalismo come il sistema dell'autorità al sistema della libertà: ma come il sistema della vera e concreta libertà al sistema della libertà astratta e falsa. Giacché il liberalismo comincia dallo spezzare il circolo sopra accennato e contrapporre l'individuo allo Stato e la libertà all'autorità; e vuole perciò una libertà a sé, che fronteggi lo Stato. Vuole una libertà che sia limite dello Stato, rassegnandosi ad uno Stato (considerato male inevitabile) limite della libertà. Astrattezze e spropositi, che erano stati pur fatti oggetto di critica in seno allo stesso liberalismo, non essendo mancati nel secolo XIX liberali di grande valore a preconizzare la necessità dello Stato forte, nello stesso interesse della libertà. Ma è merito del fascismo quello di essersi messo coraggiosamente e vigorosamente contro il corrente pregiudizio liberale e aver detto nettamente che di quella libertà non si avvantaggiano né i popoli né gli individui. Peraltro, in quanto lo Stato corporativo tende ad attuare in modo più intimo e sostanziale l'unità o il circolo dell'autorità e della libertà mediante un sistema di rappresentanza più sincero e rispondente alla realtà, il nuovo Stato è più liberale dell'antico. Ma in codesto circolo, non realizzabile se non nella sfera della coscienza individuale quale essa storicamente si sviluppa nell'associazione delle forze produttive e nella tradizione storica delle conquiste intellettuali e morali, lo Stato non potrebbe attingere la concretezza a cui aspira e di cui ha bisogno, se in detta sfera non investisse tutta la coscienza come forza sovrana non circoscritta da nessun limite o condizione. Lo Stato, altrimenti, lì stesso, nell'interno dello spirito, resterebbe campato in aria. Nello spirito vale e vive soltanto ciò che prende tutto lo spirito, e non vi lascia margine. L'autorità dello Stato perciò non viene a patti, non transige, non divide il suo campo con altri principi, morali o religiosi, che possano interferire nella coscienza. Essa ha vigore ed è vera autorità se, dentro la coscienza, è incondizionata, infinita. La coscienza che attua la realtà dello Stato, è la coscienza nella sua totalità, con tutti gli elementi da cui risulta. Moralità e religione, elementi essenziali ad ogni coscienza, non possono perciò mancare in essa, ma non possono non essere subordinati alla autorità e legge dello Stato, fusi in esse, assorbiti. L'uomo, che, nel profondo della sua volontà, è volontà dello Stato nella sintesi dei due termini di autorità e libertà, ciascuno dei quali agisce sull'altro e ne determina lo sviluppo, è l'uomo che in questa volontà risolve pure via via i suoi problemi religiosi e morali. Lo Stato, privato di queste determinazioni e di questi valori, tornerebbe ad essere un che di meccanico; come tale, spogliato di quel valore a cui esso politicamente pretende. Aut Caesar, aut nihil. Di qui il carattere squisitamente politico dei rapporti tra lo Stato fascista e la Chiesa. Lo Stato fascista italiano, aderente, come vuol essere per le ragioni esposte, alla massa degl'italiani, o non è religioso, o è cattolico. Religioso non può non essere, perché l'assolutezza che esso conferisce al proprio valore e alla propria autorità non s'intende senza relazione a un Assoluto divino. Religione che abbia una base anzi una radice e un senso per la massa del popolo italiano, e in cui possa innestarsi questo sentimento religioso dell'assolutezza della volontà della Patria, non ce n'è che una: salvo che non si volesse stupidamente, in questo caso, anzi che sviluppare quello che è nella coscienza, introdurvi ad arbitrio quel che non c'è. E cattolici non si è se non vivendo nella Chiesa e sotto la sua disciplina. Dunque, necessità per lo Stato fascista di riconoscere l'autorità religiosa della Chiesa; necessità politica, riconoscimento politico, ai fini della realizzazione dello stesso Stato. La politica ecclesiastica dello Stato italiano deve risolvere il problema di mantenere intatta e assoluta la sua sovranità, anche di fronte alla Chiesa, senza urtare la coscienza cattolica degl'italiani, né quindi la Chiesa, a cui questa coscienza è subordinata. Problema, anche questo, arduo, giacché la concezione trascendente su cui si regge il sistema della Chiesa Cattolica contraddice al carattere immanentistico della concezione politica del fascismo: che, ripeto, lungi dall'essere quella negazione del liberalismo e della democrazia che si dice, e che per motivi polemici i suoi stessi capi hanno ragione spesso di ripetere, è veramente, o aspira ad essere, la più perfetta forma del liberalismo e della democrazia, in conformità alla dottrina mazziniana, al cui spirito esso è tornato. Questa almeno la via. Via lunga ed aspra. Il popolo italiano vi si è incamminato con una fede, con una passione, che si è impossessata dell'anima della folla, e di cui non c'era esempio nella sua storia. Cammina, stretto a una disciplina che non aveva mai conosciuta, senza esitare, senza discutere, con gli occhi all'Uomo dalla tempra eroica, dalle doti straordinarie e mirabili dei grandi guidatori di popoli. Egli va innanzi, sicuro, avvolto in un'aura di mito, quasi uomo segnato da Dio, instancabile e infallibile, strumento adoperato dalla Provvidenza per creare una nuova civiltà. Di questa civiltà ognuno vede ciò che ha valore contingente e proprio all'Italia, e ciò che ha valore permanente ed universale.

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L'UNITÀ DI MUSSOLINI

Corriere della Sera del 15 maggio 1934.

Per intendere il Fascismo bisogna intendere Mussolini: Mussolini socialista e, attraverso il sindacalismo, superatore del socialismo; Mussolini, attraverso l'interventismo, superatore anche del sindacalismo e assertore dell'unità storica e politica della Nazione e dello Stato, e quindi negatore d'ogni libertà individuale in contrasto con l'interesse nazionale. Il Fascismo è una dottrina e una politica in atto. Come dottrina, ha rapporti ideali con dottrine precedenti o contemporanee; come politica in atto, rivoluzione e ricostruzione dello Stato italiano, s'individua e distingue da ogni altro movimento storico analogo con caratteri di originalità che si riconnettono alla personalità geniale di Mussolini. Chi guarda perciò non alla dottrina, astrattamente formulata, ma al concreto degli avvenimenti in cui la Rivoluzione fascista si sviluppa sotto la diretta ispirazione del Duce, rifiuta tutti i possibili riscontri storici e afferma la singolarità e novità assoluta del Fascismo come dottrina che è pure la fede di un popolo e il suo modo di orientarsi nel rinnovamento dei suoi istituti sociali e politici. Insomma il Fascismo è un sistema di idee fatto persona, e quindi divenuto volontà e forza costruttiva della vita nazionale. Le idee astratte, si sa, rimangono infeconde finché non siano animate da un individuo che le realizzi con tutti quegli accorgimenti che all'uomo vivo sono suggeriti dalla vigilante esperienza della vita vissuta, dal senso diretto delle condizioni in cui le idee possono cimentarsi con la realtà, e dei limiti che per conseguenza esse devono ricevere in concreto. D'altra parte, la concretezza e l'efficacia che le idee acquistano per il genio di una forte personalità non sono feconde soltanto di pratiche applicazioni: ma concorrono anche al loro svolgimento e alla loro precisazione, poiché l'esperienza è sempre sorgente di riflessione, critica ed elaborazione.
Ma il maggiore apporto della personalità di Mussolini alle idee che egli rappresenta è la grande forza morale che emana da lui, il suo prestigio, il fascino che esercita sugl'individui che gli si accostano e sulle masse a cui parla in adunate di molte decine di migliaia di persone, quali non mai si erano vedute affollarsi commosse ad ascoltare un oratore. Forza morale, che scaturisce dalla fede assoluta che egli prima di tutto ha nelle proprie idee e nella provvidenziale missione che egli è destinato ad adempiere per il suo Paese, e dalla grande umanità del suo animo, chiuso a ogni interesse particolare, e aperto soltanto al vasto, generoso sentimento di quei beni ideali che trascendono il singolo e riguardano la patria nel suo onore, nella sua gloria, nella sua sicurezza e prosperità, e quindi nella sua potenza e nel suo valore nella storia del mondo. Vasto sentimento, che si ripercuote nella sua schietta, nuda e potente eloquenza, che giunge negli animi degli ascoltatori come immediata espressione di quello che di più profondo essi hanno sempre sentito senza pensarci su, senza formarsene un chiaro concetto, e senza perciò saperlo dire nettamente a se stessi. Questa forza personale di Mussolini è stata il motivo più convincente del consenso sempre più largo che egli ha avuto in Italia al suo programma. Prima (1915) per creare un'opinione pubblica favorevole all'intervento dell'Italia nella guerra. Poi, dopo la guerra, vittoriosa ma non coronata dagli attesi riconoscimenti, e seguita perciò dalla sfiducia, dallo scoramento e dal disorientamento di quelle forze politiche che avevano tratto l'Italia alla guerra, e dal prevalere delle tendenze sovversive istigate dall'esempio russo, per svegliare nel Paese il sentimento della necessità della disciplina nazionale e della subordinazione dei cittadini e delle classi sociali ai supremi interessi della Nazione, e quindi alle leggi e all'autorità dello Stato. Donde la necessità della Rivoluzione contro il sistema parlamentare, che aveva paralizzato la forza dello Stato e provocato lo scatenarsi di partiti fondati su interessi contrastanti e inconciliabili perché tutti particolari. E per fare la Rivoluzione, la raccolta dei giovani più animosi in "squadre d'azione", pronte a opporre violenza a violenza per reprimere ogni attentato all'ordine pubblico e ai poteri che possono garantirlo. E la formazione di "Fasci di combattimento", sempre più numerosi, sempre più disciplinati tra il consenso e il plauso della Nazione liberata dalla minaccia comunista, da cui lo Stato non aveva più la forza di difenderla. Dopo la Marcia su Roma, che dal Re al popolo che lavora trovò consenzienti tutti gl'italiani, come la liberazione del Paese da una sorta di anarchia che aveva pervaso la burocrazia e la scuola, e disordinato i pubblici servizi, e distrutto il prestigio dello Stato e calpestato perfino i valori morali della Monarchia e dell'Esercito, il Governo costituito dopo la Marcia da Mussolini fu salutato come la sicura promessa di una nuova vita. E lo stesso Parlamento, contro il quale Mussolini era insorto, fu lieto di conferirgli i pieni poteri; per cui il primo Ministero fascista poté nel 1923 riordinare e ravvivare scuola e amministrazione, risanare le finanze, restituire il prestigio alle forze armate, infondere negli animi una fiducia nello Stato, quale non c'era stata più in Italia dai tempi più felici del Cavour; e via via perciò imporre silenzio ai partiti, frenare la licenza della stampa, rialzare l'autorità dello Stato. Donde l'anno appresso poté cominciare a parlarsi di una riforma costituzionale. E fu fiaccata l'opposizione in cui s'erano riuniti per la resistenza tutti i residui dei vecchi partiti (liberale, radicale, socialista, popolare, ecc.) incapaci di abbandonare i preconcetti dottrinari della loro politica o di rinunziare alla meschina soddisfazione delle loro ambizioni. E Mussolini ebbe il fervido plauso della Nazione nelle leggi che gli permisero di spazzare dalla vita pubblica quella opposizione, e fare del Parlamento uno strumento di collaborazione al Governo, scevro di ogni spirito di fazione e stretto anch'esso da una disciplina nazionale. Il regime parlamentare fu seppellito. Non però il Parlamento, espressione della volontà nazionale, destinata a diventare sempre più aderente alla costituzione reale ed effettiva del popolo italiano, economica e politica. Poiché la riforma costituzionale, a cui fin dal 1924 mirò il Regime, fu la soluzione di un problema studiato già in regime liberale: quello cioè della rappresentanza organica della Nazione nel suo Parlamento, corrispondente cioè alla struttura economicamente e spiritualmente differenziata della Nazione, che non è massa amorfa di unità numeriche, tutte eguali ed equivalenti, ma organismo di forze sociali differenti, e però di categorie sociali in cui i cittadini variamente si determinano e plasmano il loro valore sociale. Dal 1926, quando con la "Carta del lavoro" si gettarono le basi della nuova economia nazionale, fino alla recente legge di dicembre sulla costituzione delle corporazioni sono sette anni di legislazione e di organizzazione sociale dell'economia italiana, in cui dottrina ed esperienza si sono quasi giorno per giorno alternate o intrecciate, contemperate e unificate nel metodo caratteristico del Fascismo e soprattutto del suo Duce, per la congiunzione del più alto interesse speculativo con la più viva sensibilità realistica delle situazioni e della psicologia dei ceti e degli individui, e si è lavorato continuamente allo svolgimento di un grande programma di riordinamento economico-politico dello Stato. Da cui cominciano ormai a vedersi le prime linee dello Stato corporativo: di uno Stato cioè fondato sulle corporazioni, in ciascuna delle quali si fondono e disciplinano tutti gli interessi, economici e morali, di una determinata categoria di produttori (lavoratori e datori di lavoro, o comunque collaboratori) della ricchezza e del patrimonio morale della Nazione. Della Nazione concepita non come la realtà materiale risultante da tutti gl'individui di una medesima razza nati sullo stesso suolo e stretti dal bisogno di sicurezza di tutti i loro diritti alla legge e al Governo (che siano, alla loro volta, il prodotto dell'accordo delle loro volontà), bensì come una ideale realtà, che è la sostanza morale del popolo, unità dei vivi coi morti e coi nascituri: eredità storica che si riceve e si tramanda, ed è sempre la stessa pur variando attraverso il tempo e gli uomini. Il concetto che presiede allo Stato corporativo a cui il Regime fascista si appresta a dar vita, e di cui ha gettato le fondamenta, è un concetto morale e spiritualistico, in diretta antitesi col materialismo dei socialisti e dei bolscevichi, nonché con l'individualismo, non meno materialistico, dei liberali classici. In rapporto a tale concetto il nuovo Stato fascista, lungi dall'essere, come una volta si diceva dai suoi detrattori, un regime di autorità compressiva di ogni individuale iniziativa e attività, vuol essere il vero e concreto sistema della libertà, economica e politica. E se per motivi contingenti di polemica i suoi assertori hanno combattuto la democrazia, Mussolini ha giustamente potuto dire che lo Stato quale egli lo vuole è una democrazia accentrata: una democrazia cioè che possa vivere come ogni organismo che ha sempre un principio vivente unico ad animare tutti i suoi organi. Questo concetto dell'organicità di ogni economia e della vita in generale non governa soltanto la politica interna, ma anche la politica estera di Mussolini. Il quale per quella stessa visione che gli ha fatto scorgere nella economia italiana l'assurdo della lotta di classe e l'unità degli interessi nazionali, ha sempre veduto, fin dalla sua piena adesione ai Patti di Locarno, che la vita di ogni Nazione è legata da interdipendenze essenziali a quella di tutte le altre. E perciò s'è fatto costante, spregiudicato, coraggioso assertore di una revisione dei trattati di pace che impediscono all'Europa, a quindici anni dalla guerra, di riprendere i normali rapporti di collaborazione internazionale, da cui dipende la sorte dei vincitori come quella dei vinti. Ed oggi forse è l'uomo di Stato a cui tutto il mondo guarda come al più sincero propugnatore del disarmo e di ogni possibile intesa tra le Nazioni in Europa e fuori. Dietro al suo Duce tutto il popolo italiano vuole la propria prosperità e grandezza in un mondo libero e risanato dai veleni della guerra e pacificato dallo spirito di giustizia.

CONTINUA...

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Ultima modifica di Marcus il Mar Mag 20, 2008 7:57 am, modificato 1 volta in totale
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LA FILOSOFIA DEL FASCISMO

In Italia d'oggi, Edizione de "Il Libro Italiano nel mondo", Roma, 1941.

Il Fascismo, come ogni vasto movimento spirituale, ha una sua filosofia. Ma chi cercasse un volume dov'essa potesse trovarsi esposta tutta o in parte, non lo troverebbe, e chi la va rintracciando in proposizioni staccate e occasionali, che, desunte da scritti vari e diversi del Capo del movimento o di suoi autorevoli seguaci, possano parere suscettibili di comporsi a sistema, corre il rischio di farsi una filosofia a propria immagine e somiglianza, ma senza verità e senza vita. La filosofia di Mussolini, il suo pensiero, non è tanto in quello che ha detto ma in quello che ha fatto (e si sa che le idee d'un uomo sono dimostrate molto meglio dalle sue azioni che dalle sue parole). Ma è sopra tutto da considerare che azioni e parole hanno un significato in quanto espressioni di uno spirito che è quello che è perché ha un carattere, una nota fondamentale, un'ispirazione, e insomma un principio; dal quale bisogna partire per intendere le singole azioni e parole, e il perché d'ognuna di esse e sentire dove batte l'accento quando l'uomo parla e vedere qual è il suo fine quando opera. Mussolini è un genio politico. Tutta la sua filosofia è perciò nella dottrina politica (pensiero e azioni); dove per altro non c'è idea che non investa tutta la vita dello spirito e non abbia la logica energia di un concetto del mondo e dell'uomo nel mondo. Concetto che in nuce è tutta una vera e propria filosofia. E qui la sua originalità, la sua forza e potenza storica. Al concetto fascista dello Stato deve pertanto guardare chi voglia rendersi conto della filosofia del Fascismo, ossia del suo orientamento generale e del suo modo d'intendere la vita, e intendere insomma l’essenza della fede fascista.

2.
Lo Stato fascista è nato: 1°, dalla critica sindacalista-soreliana del parlamentarismo e della democrazia socialista; 2°, dalla esperienza della dissoluzione, a cui erano venute la compagine e l'autorità dello Stato per effetto delle irriducibili lotte delle forze parlamentari e dei partiti in cui queste si assommavano; 3°, dalla esperienza della guerra. La critica che il nuovo sindacalismo, frutto della mordente svalutazione che il marxismo aveva fatto di tutte le artificiose strutture politiche non generate dalla profonda realtà economica della società e non aderenti alle strutture fondamentali della organizzazione produttiva e degli effettivi interessi dei gruppi sociali, andava svolgendo, veniva svuotando lo Stato parlamentare del suo contenuto. Dimostrava infatti il distacco, anzi il contrasto insolubile tra Nazione e Stato, tra i cittadini, in cui pur si concreta storicamente, sotto ogni rispetto, la vita dello Stato, e i poteri che in regime parlamentare presumono di unire e unificare tutti i cittadini in una coscienza e in una volontà politica od universale. Critica nota, la quale investe principalmente il concetto di rappresentanza, mettendone a nudo il carattere convenzionale e illusorio. Codesta critica veniva come illustrata e comprovata dalla quotidiana esperienza del discredito sempre maggiore in cui cadevano le istituzioni parlamentari, ormai spogliate di quel prestigio, senza di cui non è possibile esercitare efficace azione morale sopra il popolo; del disagio sempre maggiore in cui il gioco dei partiti nel Parlamento metteva il Governo in cui si accentra e quindi si attua e si spiega l'autorità dello Stato; la debolezza da cui Governo e Parlamento si vedevano colpiti ogni giorno più, talvolta in una forma che sembrava paralisi. Donde la crescente baldanza delle forze disgregatrici ribelli alla potestà dello Stato, sprezzanti o almeno incuranti delle sue leggi, noncuranti degli interessi generali, disciplinate più che dall'azione del potere sovrano, dalla coscienza e dagl'Interessi delle categorie particolari (lavoratori, impiegati, maestri, professori, ecc.), organizzate in leghe di resistenza contro lo Stato, accampate perciò in atteggiamento di diffidenza e sospetto, anzi, talvolta, di ostilità aperta contro questo Stato, da cui tutti gli interessi legittimi avrebbero dovuto tuttavia attingere garanzia e tutela. Esaltato e coltivato con ardore lo spirito di organizzazione, ma non per dare un più solido contenuto allo Stato, anzi per opporgli una massa più compatta di interessi. A questa esperienza eloquente e suggestiva nel 1915 se ne aggiunse una anche più significativa ed evidente: la guerra. Preceduta, in Italia, da un periodo di fiere discordie dell'opinione pubblica, in cui si specchiava un'anima nazionale dilaniata da opposte concezioni della vita, della storia e dell'avvenire della Nazione; un'anima che alla prova si dimostrava non ancora educata politicamente alla coscienza sicura dei propri destini, in cui ogni nazione è portata a proiettare e formare innanzi a sé, come proprio ideale e legge, la sua propria personalità. Guerra dunque preceduta da torbidi dibattiti e contrasti tra interventisti e neutralisti, e dichiarata poi contro l'effettiva volontà della Camera, ancorché pavidamente dissimulata sotto la forte pressione della corrente interventista prevalsa nel paese. Fallimento clamoroso della convenzionale menzogna della rappresentanza della volontà popolare, e condanna quindi di quella Camera alla vita ingloriosa (che si doveva protrarre per tutta la durata della guerra) della falsa situazione a cui la storia e la sua volontà l'avevano inchiodata. Tagliata fuori la Camera dalla Nazione nel. momento in cui questa ritrovava se stessa, una sola coscienza, un volere, un animo solo, pronta ad affrontare una grande prova: uno di quegli sforzi eroici in cui gl'individui sentono lo Stato come la loro più profonda essenza; come un ideale per cui conviene vivere e conviene anche morire; un ideale che è misura di tutti i valori della vita, e fuori del quale l'uomo può anche godere, ma smarrisce la coscienza del proprio valore e del suo più proprio essere: quell'essere per cui egli parla una lingua, e ha memorie sacre in comune con gli altri, e ha del pari speranze che rappresentano per lui le ragioni del vivere: un sole che brilla alto nel cielo e lo riscalda e lo mantiene ma con tutti gli altri, che con lui nacquero nella stessa parte del mondo, e con lui sono perciò associati e avvinti a una stessa storia. Mai da secoli l'Italia s'era sentita così Italia; mai, dopo il suo Risorgimento, negli undici lustri della sua nuova vita, era stata scossa come ora da un fremito di questa sostanziale unità di spirito che fa di una Nazione uno Stato, consapevole del ceppo unico da cui essa trae tutta la sua linfa vitale. Con la guerra dunque risorgeva negli animi lo Stato, la Patria veneranda, non più parola retorica o astratta nozione teorica, ma legge e vita dell'anima; e il Parlamento dei rappresentanti del popolo italiano era superato, lasciato da parte, morto o mal vivo. E tutta la guerra fu opera dell'Italia giovane, che non si lasciava più irretire dalle vecchie ideologie libertarie e voltava sdegnosa le spalle alla Camera degli avvocati e degli avventurieri della medaglietta, dei cultori dell'alchimia dei gruppi e gruppetti, dei furbi maestri di abili combinazioni, trabocchetti formidabili e mine sotterranee con cui si amareggiava la vita dei Gabinetti. Fu la guerra della giovane Italia che dagli anni estremi del secolo prima era venuta imparando talune verità molto importanti: che cioè la vita non è quel miserabile gioco di destrezza, di furberia e di tornaconto individuale a cui avevano finito col ridurla gli uomini politici del liberalismo democratico radicale e socialistoide: è cosa seria, come una religione, come l'aveva predicato ai suoi bei dì Mazzini, il profeta maggiore del Risorgimento: vita che non ci appartiene come diritto da esercitare e sfruttare, anzi come dovere da adempiere, missione da realizzare, e da realizzare, poiché è una missione, anche attraverso il sacrificio di sé, poiché l'individuo non ha un valore per sé, stretto da una solidarietà spirituale infrangibile alla sua azione e all'umanità; o, come un filosofo direbbe, è quello che è soltanto per l'universalità dello spirito che attua. La guerra, sentita, vissuta dai giovani, la guerra che come scuola e formazione dello spirito sarebbe stata vinta anche se fosse stata perduta, ma che riuscì anche più edificante perché vittoriosa, fu agl'italiani la rivelazione della loro nuova Italia e dello Stato in cui essa prende corpo ed esiste.

3.
Fu la rivelazione dell'essenza idealistica dello Stato, come della Nazione, della società, della patria, trovata in fondo al proprio animo, dov'è la scaturigine segreta di quel che l'individuo può nella propria coscienza vedere come il reale contenuto della propria personalità. Dico "essenza idealistica", quantunque non manchi tra i fascisti ben pensanti chi si adombra a sentir parlare di idealismo. Ma bisogna pure intendersi. Bisogna riconoscere che lo Stato, così come d'un tratto l'esperienza della guerra lo rivelò alla matura riflessione degli italiani pensosi della Patria, non è qualche cosa che sia posto in essere dagli individui materialisticamente esistenti ognuno per sé, come essi si rappresentano nello spazio. Dove ogni uomo è fuori di tutti gli altri e di tutte le cose che lo circondano e che sono tutte escluse dall'ambito di esso: dove insomma tutto è particolare e differenziato in guisa che dove è questo non è quello e l'essere è non-essere dell'altro. Questo individualismo atomistico era stato additato in Italia da Mazzini, e condannato come pretto materialismo. E a ragione; perché si può anche ripugnare alla concezione materialistica del mondo e professarsi col massimo della buona fede spiritualisti; e si parlerà di spazio ideale, da distinguersi da quello empirico (il solo che ci sia!) in cui sono collocati tutti gli esseri materiali; ma, a ben riflettere, sarà facile scorgere che questo postulato spazio ideale è una semplice metafora e che il limite comunque affermato tra essere ed essere annulla la libertà che è essenziale allo spirito e fa precipitare il presunto spirito in una ferrea materialità. E insomma bisogna persuadersi che la realtà da cui l'individuo umano attinge i caratteri costitutivi della sua umana natura, per cui pensa, sente e vuole, ed ha una sua personalità, non è quel particolare per cui alla superficie si differenzia da tutti gli altri, ma è un che di universale che non si vede con gli occhi, non è oggetto di esperienza, anzi è condizione di questa, al fondo del suo essere. Egli, per esempio, parla e può parlare in quanto pronunzia certe parole che sono sue particolari, dette da lui in un certo momento, in un certo luogo, con un certo accento personale, unico inconfondibile; eppure queste parole egli può pronunziarle,anche se nessuno le ascolti, in quanto fanno parte d'una lingua che non è sua particolare, ma della gente a cui egli appartiene, e a cui infatti egli può parlare facendosi intendere; e quantunque si rinnovi di continuo sulla bocca del poeta, e in generale dell'uomo, in una perpetua creazione originale, essa reca sempre in sé una virtù espansiva per cui potrà essere e sarà accolta, prima o poi, da ogni anima ben disposta. Senza questo valore universale, l'individuo non parlerebbe, non potrebbe esprimersi: resterebbe, come un sasso, chiuso in se medesimo, assolutamente muto, in quella condizione alla quale egli si sottrae già, anche prima di aprir bocca, quando nel suo interno bisbiglia in silenzio le parole, che potrà quindi ridire altrui ad alta voce, ma che, anche custodite nel petto, hanno già schiuso la crisalide dello spirito al gran volo della vita infinita. Linguaggio e ragione, senso del divino e del bello, buona volontà e legge, dove che spiri l'interiore umanità spirituale, è un valore universale, a cui s'aderge e s'adegua l'attività dell'uomo, per recare in atto la sua umanità. Alla quale peraltro non è dato all'uomo stesso ricalcitrare ed opporsi, mettendosi in modo assoluto fuori della legge; poiché egli esiste e vive dentro quest'atmosfera, e ogni suo respiro è ritmo di una realtà universale alla cui realizzazione egli, volente o nolente, con maggiore o minore consapevolezza, concorre. Questa immanenza e radicale medesimezza dei valori universali della vita umana alla coscienza e alla volontà di ogni individuo, questa è l'idea lampeggiata alla mente geniale di Benito Mussolini in mezzo allo spettacolo della più fiorente e promettente giovinezza morente per la Patria; di quella giovinezza che egli, sdegnando ormai la scempia compagnia degli antichi compagni di fede, socialisti di nome, ma individualisti di fatto, e pacifisti e neutralisti, aveva con impeto e ardore d'apostolo chiamata alla riscossa, alla guerra, per un'Italia che fosse presente, fiera della sua forza e del suo compito, in una competizione come quella che avrebbe deciso delle sorti dell'Europa e del mondo.

4.
Sui campi di battaglia, nelle ore lente della vegliata trincea, presso al tragico bivio della vita e della morte, l'antico socialista, al cui orecchio giungeva tuttavia il fastidioso cicaleccio turbolento e brutalmente inconsapevole della Camera lontana, vide sorgere innanzi a sé, gigante, l'immagine della Patria; la vide nel fulgore della sua luce gloriosa, e la comprese con l'intelletto che dà l'amore. Vide che la Patria è viva e reale nello Stato, unità consapevole della Nazione: vide che questa unità non è il risultato, quasi l'effetto di una volontaria concordanza e fusione di anime, intelligenze, volontà individuali, anzi è piuttosto il principio di tutta quella vita spirituale che circola per le anime, intelligenze e volontà dei singoli individui, facendone non i cittadini di una ideale società astratta, ma le membra inscindibili di quell'organismo vivente che è lo Stato nelle sue storiche determinazioni, in un territorio, con un passato che è una tradizione e però un contenuto dell'attuale coscienza del popolo, e quindi un atteggiamento, un ideale, un programma. Il liberalismo tramontava insieme con le utopie e le ubbie internazionalistiche. Queste erano cadute negli animi per lo scatenarsi stesso della guerra, in cui ogni nazione era stata naturalmente indotta dalle leggi ferree della vita a fondersi nel crogiuolo di un interesse unico e però di un volere unico stritolatore di ogni singolare velleità di individui o di classi sociali risultanti dalla composizione artificiale delle energie individuali, strappate al nesso vivo e vitale dell'economia nazionale. Le classi perciò erano precipitate nella Nazione ossia nell'unità dello Stato. Ma questo, a sua volta, s'era dimostrato in atto non lo Stato del vecchio concetto liberale, del vecchio diritto di natura, che nell'individuo, unica sostanza spirituale ed etica, faceva leva da secoli per limitare e sgretolare il dispotismo, che dopo il Comune medievale era stata la prima forma dello Stato moderno, ed era stata l'arma come dei singoli e delle classi (nobili e borghesia) che tentavano arginare il potere dei principi, così della Chiesa, che delle teorie giusnaturalistiche e contrattualistiche si serviva per mettere in mora l'autorità dello Stato sempre che questa, a sua volta, tenesse ad affermare la propria autonomia ed assolutezza affrancandosi da ogni ingerenza ecclesiastica. Fino alla rivoluzione francese e al costituzionalismo liberale del secolo XIX, c'è una grande parola, a cui tutti s'appellano e di cui tutti, o quasi tutti, abusano: libertà. Una parola a cui in certi momenti è potuto parere che il Fascismo fosse venuto a togliere ogni significato: laddove è vero il contrario; perché la libertà del giusnaturalismo, del contrattualismo, del liberalismo classico è libertà che si pretende attribuire in proprio all'individuo singolo, laddove questo come è in realtà, è la negazione della libertà. Perché chi dice individuo astraendo dallo Stato, dice soggetto limitato di operare, ossia di volere e di pensare, e però opposto alla legge, alla quale non si vede più, o invano si presume di vedere, come possa l'individuo stesso razionalmente conformarsi e sottomettersi, destinato com'è, per il suo limite, ad essere negato, e cioè oppresso, schiacciato, annientato dalla forza della legge, se questa ha una forza per valere e reggere la volontà individuale. Chi dice libertà dice attributo d'un soggetto che per la universalità del suo valore non ha limiti, condizioni, e non ha leggi dì fronte a sé che ne compromettano comunque l'autonomia. La libertà era pertanto una pretesa illegittima e vana; era un tesoro cercato dove non poteva mai trovarsi. E però non cercato effettivamente, e scambiato con un nome vano. La libertà dell'individualismo, comunque inteso, è un tentativo folle di abbassare violentemente questa divina prerogativa dell'uomo dal mondo dello spirito a quello della materia, dov'essa non può non essere soffocata. Se libertà si vuole, essa non potrà chiedersi e ottenersi se non per l'uomo che è uomo: per l'uomo cioè che opera perché pensa e pensa perché parla; e possiede un linguaggio, una ragione, un costume, una legge, che lo trae quasi dalla vagina delle membra sua; per l'uomo che non è quel particolare essere quale ci appare con la sua fisica personalità nel mondo dello spazio, così limitato e stretto dentro angusti confini, ma è persona morale, natura infinita ed eterna: quella natura che dimostra di essere, quando crea, parlando, gli eterni fantasmi dell'arte in un mondo senza né spazio né tempo, dove gli spiriti d'ogni regione e d'ogni tempo si raccolgono infatti e sono fratelli, cor cordium; quella che dimostra di essere ragionando con argomenti in cui tutti sono pronti ad accordarsi e devono, almeno de iure, essere d'un pensiero; quella che dimostra di essere adempiendo una legge della condotta, vestita di morale splendore, oggetto di ammirazione e plauso universale. O l'uomo intravede e sente in sé questa dignità della sua natura, che gl'infonde nel cuore la fiducia sicura di potersi egli, con le sue forze medesime, far onore, per dir così innanzi agli uomini e a Dio, o gli tocca smettere l'orgogliosa pretesa della libertà. L'uomo libero è bensì individualità, originalità, è lui. Ma è lui, con la sua originalità in quanto quel che egli è, pensiero 0 azione, non resta chiuso in lui, ad aver significato solo per lui, ma s'irradia quasi dal suo cuore e dal suo cervello, si spande intorno, luce che riscalda e illumina tutti i cuori e tutti i cervelli. Tutti, di mano in mano, dai più vicini ai più lontani, dalla famiglia allo Stato: dove l'universalità dello spirito trova una forma positiva concreta, poiché nello Stato la legge è legge, positiva, con una validità che è farsi valere, forza, effettiva potenza.

5.
Lo Stato perciò in questa più profonda concezione dell'uomo, a cui il fascista aderisce, è l'attuazione dell'interiore umanità dell'uomo, la forma in cui questo comincia a sentire realizzata la sua universalità. Lo Stato col suo potere sovrano è lo stesso uomo, la stessa coscienza individuale o personalità, che riflettendo sulla propria natura e capacità e scendendo perciò alla radice di quella fede che egli ha in se medesimo quando ha il coraggio di parlare e di agire, l'uomo trova dotata di quella virtù espansiva per cui egli può cercare e trovare se stesso uscendo da sé, nei figli, nei concittadini, nella terra che lo raccolse infante e lo nutrì, e in cui egli vive chez sol, in un mondo che ha una forma determinata, per la sua potenza che tutti nel mondo riconoscono e che ad ogni modo sa farsi riconoscere. Lo Stato del fascista è lo Stato la cui esistenza, il cui fondamento, il cui principio di realizzazione è, non al di sopra e al di fuori, ma dentro la stessa anima del cittadino: forma concreta, attiva, positiva del suo effettivo e attuale volere.

6.
Questa unità dell'individuo e dello Stato è un principio che in coloro i quali non hanno familiarità coi concetti e prendono perciò le cose all'ingrosso (filosofi materiali come il avrebbe detti Platone) suscita apprensione ed allarmi. - Lo Stato è nel volere dell'individuo? Dunque non c'è se non l'individuo, e l'individuo è tutto. Dunque, anarchismo, almeno inconsapevole e potenziale. - L'individuo ha il suo volere legittimo nel volere dello Stato? Dunque, panteismo e statolatria; ossia autoritarismo dispotico e annientamento della personalità: morte della libertà. - Che sono, bisogna dirlo, i sospetti e le accuse che incontra il Fascismo, sopra tutto tra gli stranieri, che non conoscono da vicino il Fascismo, ne ignorano la genesi e le tendenze, e non hanno modo di rendersi conto del movimento nazionale larghissimo che nella persona di Mussolini ha trovato il suo eroe, la sua voce, la sua volontà. Per chi abbia familiarità con i concetti, e sia perciò preparato a intendere i caratteri differenziali di una dottrina politica, gioverà avvertire che questa unità di Stato e di cittadino è un concetto tutt'altro che arbitrario, quasi un'invenzione. Tale unità è il concetto adeguato all'essenza dello Stato; è l'essenza medesima dello Stato; che non fu mai altro che una siffatta coincidenza del volere del singolo, membro di una reale società politica, e del volere dello Stato che a tale società conferisce attualità. Non c'è Stato, comunque battezzato, che possa vivere, finché viva, d'altro che di consenso. Il consenso tra governati e governanti sarà più o meno spontaneo; ma finché i governanti governino, un consenso ci sarà sempre; e la vita effettuale dello Stato si commisurerà sempre al grado del consenso che riesce a stabilirsi tra i due termini. E allora in che consiste la differenza tra individualismo e Fascismo? Si tratta di tendenze opposte di concetti e conseguenti metodi e sistemi di condotta politica: uno dei quali, orientato verso il particolare, tende a scalzare lo Stato e distruggere il centro vitale dell'organismo sociale; l'altro, orientato verso l'universale e l'unità, essiccherebbe nell'individualità la sorgente della libera originalità con cui si svolge la vita dello spirito, se non si contemperasse, come nel Fascismo energicamente si contempera, con l'appello costante e sistematico all'uomo vivo, al cittadino artefice della fortuna, del benessere, della grandezza della sua patria e della potenza dello Stato attraverso l'educazione di tutti, informata tutta unitariamente al concetto di questo ideale patriottico che solo la dedizione assoluta dell'individuo può tradurre in realtà seria e vivente, attraverso una costituzione che ravvivi e valorizzi l'iniziativa e la responsabilità del singolo di fronte agl'interessi propri e agl'interessi comuni. Questo problema del contemperamento dei due termini nella dialettica della vita sociale, come della vita dello spirito in genere, è il problema stesso dell'unità del principio in cui i due termini coesistono in costante reciprocità d'azione. Questo problema è il problema centrale della politica del Fascismo. Quelli che si rappresentano questo movimento che ha scosso e potenziato tutte le energie vive della nazione italiana e ne ha fatto una delle maggiori potenze del mondo, una delle forze più efficacemente operanti nella storia universale, amata o odiata, ma presente oggimai nel gran dramma in cui cozzano i maggiori interessi materiali e morali dell'Europa, e perciò d'ogni continente, come movimento antiliberale e contrario allo spirito animatore di tutta la storia moderna, non conoscono né il Fascismo né la libertà, e si foggiano nella fantasia una immagine artificiale e fallace del mondo moderno. Noi fascisti non siamo gufi odiatori di questo sole, che splende a illuminare di luce sempre più viva lo spirito umano da che esso ebbe scrollato i preconcetti medievali e fatto sentire all'uomo tutta la responsabilità che spetta a lui come artefice del proprio destino e perciò del mondo in cui il suo destino si compie. E nella lotta che il Fascismo ha ingaggiato contro il vecchio mondo e in cui persisterà certamente, sicuro della finale vittoria, non ha pensato mai rigettare quel tesoro che è la conquista maggiore della civiltà, la libertà (ossia quel tanto di libertà che il reale processo storico della civiltà ci ha fatto conseguire). E se ha combattuto la democrazia sbracata e decrepita dei radicali e degl'individualisti d'ogni risma, non ha mancato di avvertire che esso crede di essere la vera democrazia: la democrazia del popolo reale, dei suoi reali interessi e dei suoi reali diritti, non inventati, non sofisticati e adulterati da una rappresentanza fittizia di portavoce estranei a tali interessi,mestieranti di una politica personale, personalistica, meschina, corruttrice della vera vita politica della Nazione. Il Fascismo vuole la libertà, la libertà che sola è autentica libertà; vuole la democrazia, ma la vera democrazia; quella dei cittadini che sanno di essere cittadini prima che uomini particolari; cittadini che portano la Patria nel petto e sanno che la loro vita è nella salvezza di essa; cittadini che sono soldati, pronti ad obbedire alla voce che esprime la volontà della Patria; pronti a sacrificare a questa ogni agio piccolo o grande della persona particolare, anche la vita.

7.
Belle parole? Ma queste parole le hanno nel cuore uomini che sono stati soldati e martiri della loro fede di dedizione assoluta all'ideale: uomini che hanno pagato e pagano di persona. Quanti? La realtà, e quindi il valore, di un'idea storica, non si misura dal numero degli adepti che la servirono, bensì dalla sincerità, dalla genialità, dalla energia spirituale, luminosa e creatrice, dei pochi che vi hanno creduto e dell'uno che quella fede ha bandita, e ha avuto la virtù di trascinare moltitudini dietro di sé. La storia non è fatta né dagli eroi, né dalle masse, ma dagli eroi che accolgono in cuore il fremito segreto e l'impeto potente delle masse, e dalle masse perciò soltanto quando trovino in un uomo la coscienza della loro anima oscura. Il mondo morale è bensì quello della moltitudine; ma della moltitudine governata e messa in moto da un'idea, le cui precise fattezze non si svelano se non a pochi, all'élite, che dà forma e vita alla storia. Multi votati, pauli vero electi. Il fascista sente peraltro e afferma che la realtà umana non è stasi o forma attuabile una volta per sempre. La sua politica è la politica della vita, del moto, del divenire: di uno Stato che è sempre e non è mai, in un equilibrio instabile che è svolgimento; lotta di elementi contrastanti, che nella lotta prevalgono or l'uno or l'altro, e realizzano perciò solo all'infinito l'ideale che è la legge e il motivo della lotta. Le cornacchie di Ginevra (se ancora ne restano dopo tante lezioni di realismo politico) e di ogni città o nazione idillicamente vagheggianti e adoranti i falsi idoli della pace e della fraternità dalla nascita, se ne stiano pure a gracchiare allo scandalo della cinica sincerità dell'italiano nuovo stile; il fascista sente ed afferma che la vita non è inerzia, ma movimento, non è nella pace cara a chi sta bene e perciò non si muove, ma nella guerra, sacra in ogni tempo a chi non s'abbandoni neghittoso all'istinto, ma senta in cuore la giustizia che è ancora da attuare e veda le lacrime che l'uomo deve asciugare; e insomma concepisca la sua vita come milizia in servizio d'un ideale non certo di egoistica sopraffazione sugli altri, ma di un mondo in cui tutte le legittime aspirazioni siano soddisfatte. Ideale di singoli, ideale di nazioni: ideale umano. Ideale dell'uomo che non crederà mai esaurito il suo compito, e guarderà al domani con l'ansia di un mondo, che non resterà semplice sogno se egli vorrà, seriamente, che sia realtà.Fatica d'ogni giorno; sforzo incessante di un'anima ognora vigile e fissa allo scopo da raggiungere, sempre raggiunto e non raggiunto mai.

8.
In questa virile concezione della vita è il principio di quella teoria fascista che definisce lo Stato come un organismo etico: cioè come una coscienza e una volontà in atto, nella quale sbocca e si attua in pieno la coscienza e la volontà dell'individuo, nella sua essenza morale e religiosa. Chi si fa il segno della croce a sentir parlare di carattere etico e perciò totalitario dello Stato fascista che nella sua attività consapevole risolve per intero ogni forma di attività umana da quella economica a quella religiosa, e stacca lo Stato dal valore morale a cui pur tutti vogliono che esso acceda e si adegui, e lo Stato considera come un che di meramente temporale, o, meglio dicasi, materiale, costui si rende colpevole della condanna inflitta allo Stato, ossia ad ogni cittadino portatore della statale volontà, di amoralità assoluta; come vi è condannato ogni bruto, ogni cosa, che per non avere in sé principio di moralità, non potrà mai riceverne dall'esterno. Lo Stato fascista è stato etico, perché schietta, compiuta e concreta volontà umana che non può non essere etica. Ed è Stato religioso: che non vuol dire confessionale, neanche se con trattati e concordati lo Stato sia legato a una Chiesa determinata, com'è legato lo Stato italiano. La limitazione che tali trattati e concordati possono importare rispetto alla libertà dello Stato (che nello Stato moderno, ossia nella coscienza moderna non può non essere libertà assoluta) è un'autolimitazione, come quella che lo spirito umano fa sempre per determinarsi in una forma concreta e quindi realizzarsi; un'autolimitazione simile a quella per cui l'italiano non abdica alla sua libertà perché, per parlare, parla una lingua, che è quella lingua, in quanto ha una grammatica con le sue regole, alle quali il parlante si assoggetta. Il Fascismo ha sentito nella realtà storica della Nazione, che esser religioso equivale a esser cattolico; e per attuare uno Stato combaciante con la personalità dell'italiano ha voluto perciò andare incontro alla Chiesa cattolica, porre fine all'antico dissidio, pacificare negli animi patria e religione, mantenendo non pertanto intatta e intangibile la sua autonomia anche di fronte alla Chiesa. E fieramente perciò rivendica il proprio diritto all'educazione delle nuove generazioni, che come cura di anime, la Chiesa tende a riservare a se stessa quasi materia di sua speciale spettanza.

9.
Ma il carattere totalitario, etico e perciò liberale dello Stato fascista resterebbe un'esigenza od affermazione teorica se questo Stato non risolvesse in sé, o, come oggi si ama dire in Italia, non inquadrasse, secondo le sue obbiettive categorie e specificazioni che sono economiche in quanto sono pure indirizzi e orientamenti spirituali e morali, la massa del popolo. La riforma costituzionale dello Stato che il Regime fascista mise allo studio nel '24, che il 30 aprile del '27 fu proposta ne' suoi postulati fondamentali nella Carta del lavoro, si venne sviluppando senza frettolose improvvisazioni con le leggi 20 marzo 1930 e 5 febbraio 1934 sul Consiglio Nazionale delle Corporazioni e sulla costituzione e funzioni delle Corporazioni, e con quella sulla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Della quale trasformazione dello Stato basti accennare il concetto centrale a cui tutta è ispirata. È il concetto dell'unità non amorfa ed astratta, ma organica e però determinata, specifica, e concreta della Nazione che è Stato; in cui è la volontà universale non sia forma vuota, che s'imponga al suo contenuto, ma la forma stessa connaturata al contenuto, ossia all'individuo nella pienezza delle determinazioni attuali della sua personalità. Personalità produttiva; ma non giustapposta indifferentemente alle molte unità produttive coesistenti e consociate in quella che Hegel chiamava l'atomistica della società civile o economica che si dica. Il Fascismo concepisce questa produzione nel sistema organico delle sue specificazioni e dei suoi mutui rapporti, dove l'individuo vede e deve vedere la propria opera connessa con quella di tutti gli altri; non più quindi semplice attività economica, ma attività altresì morale e politica perché determinata secondo un sistema di rapporti che promanano dall'interesse superindividuale della nazione, a cui tutti gl'individui interessi dell'uomo economico sono subordinati, e in cui perciò tutti gli antagonismi di individui o di classi sono composti e unificati. E l'economia diventa politica non soltanto a parole; e schiettamente si attua il principio che del resto ha sempre operato, a malgrado di ogni supposto teorico, dell'intervento dello Stato nel regolamento dei rapporti economici. Fare coincidere l'organizzazione politica con la specificazione economica della Nazione, immettere l'individuo reale e vivo nel sistema dello Stato e dargli modo di spiegare attraverso l'azione di questo il processo reale della sua libera attività così come essa germoglia dai suoi bisogni, dai suoi interessi e insieme dalla sua coscienza politica (fascisticamente politica), è il più poderoso e il più significativo sforzo della Rivoluzione fascista per fare della libertà, che fu sempre in passato un ideale remoto dalla vita, una realtà concreta e viva.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Gio Dic 22, 2011 12:56 am    Oggetto:  
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LO STATO

1. — Concetto dello Stato.

Il volere come volere comune e universale è Stato. Per intendere il quale, secondo la sua essenza, non bisogna fermarsi ad alcuno dei suoi aspetti empirici.

2. - Nazione e Stato.

La nazione non è data dal suolo, né dalla vita comune e conseguente comunanza di tradizioni, di costumi, linguaggio, religione, ecc. Tutto ciò è la materia della nazione. La quale non sarà tale se non avrà la coscienza di questa materia e non l'assumerà nella sua coscienza come il contenuto costitutivo della propria essenza spirituale; e quindi non ne farà oggetto della propria volontà. La quale volontà, nella sua concreta attualità, è lo Stato: già costituito o da costituirsi; e veramente in ogni caso da costituire (conservare è un continuo costituire, un creare continuo). Volontà.
Errore della dottrina delle nazionalità, che avrebbero diritto a unità e autonomia statale. Non è la nazionalità che crea lo Stato; ma lo Stato crea (suggella e fa essere) la nazionalità. Che conquistando la propria unità e indipendenza celebra la sua volontà politica, realizzatrice dello Stato.

3. — Diritto.

La volontà dello Stato è diritto (pubblico o privato, secondo che regolai rapporti tra Stato e cittadini, o tra cittadini e cittadini). In ogni caso attua la sua volontà come volontà del cittadino in quanto volontà universale. Non c' è diritto senza Stato, ed ogni individuo che afferma un suo diritto, si appella sempre a un volere universale a cui ogni arbitrio deve cedere, appunto perché arbitrio.
Diritto positivo ? Solo in quanto positivo il diritto si fa valere, ed è volere effettivamente universale che ha ragione degli arbitrii. Ma questa positività non è carattere distintivo della sfera strettamente giuridica dello Stato. Anche la morale è positiva in quanto il dovere esiste come sempre determinato, singolo, concreto dovere: volontà in atto. C' è una positività del diritto che distingue questa dalla legge morale. Ed è quella positività che traluce anche nel concetto etimologico di « Stato »: che non è quello che si attua ora, ma quello che si è attuato, e sta. E deve stare, con la sua autorità riconosciuta (meglio se scesa dal cielo, immediata, ereditaria) con le sue leggi certe, con la sua forza che le rende esecutive e ne impedisce la violazione. Lo Stato c' è già (almeno così pare). C' è l' impero della legge, l'ordine pubblico, complesso di fatti che siano effetto dell'esserci lo Stato. A cominciare dal Governo, che è il motore attivo di tutta la macchina, già costruita e in essere.
C' è lo Stato; e c' è la sua volontà; la sua legge. Nella quale il cittadino, dalla nascita alla morte, trova il suo limite, presupposto della sua esistenza, condizione della sua libertà. La volontà dello Stato, con cui egli deve fare i conti, è volontà non in atto, ma già posta, già voluta, già manifestata in maniera chiara, esplicita, certa. E questa manifestazione della volontà statale deve precedere i casi che essa regola. Sicché il volere per cui la legge deve valere non può osservarla (volerla) se non l' ha innanzi come già voluta; e in tal senso positiva. E allora la morale sarebbe il volere attuale; ma il diritto, in quanto tale, il volere già voluto. (Quello che è stato voluto e perciò si vuole: legge di fatto, come è in natura la legge che vi si trova operante prima e indipendentemente dal nostro apprenderla ed entrare comunque in rapporto con essa). Ma questo diritto (come lo Stato che lo pone) è momento astratto della vita etica. E' logo astratto. Risponde a una posizione ideale del volere, che volendosi si fa voluto: oggetto innanzi al quale non può fermarsi. La sintesi reale è unità di volere e voluto, incorporarsi del volere nel voluto e spiritualizzarsi del voluto nell' atto del volere.
Così la positività del diritto è superata nell'atto concreto del volere che nega il diritto e agisce moralmente come libertà assoluta. Il limite non è negato se non in quanto si conserva: è riconosciuto; cioè posto e quindi è auto-limite, che non toglie nulla alla libertà, anzi ne prova l'energia. Superata la positività del diritto, il diritto stesso è risoluto nella morale.

4. — Governo e governati.

La stessa positività del diritto ritorna nella opposizione fra Governo e governati, che male dal volgo viene scambiata con la dualità di Stato e cittadini. Il Governo (assoluto o rappresentativo) fa la legge e la tutela; e i governati presuppongono, per essere governati, l'azione del Governo. E in astratto è così. Ma come il diritto positivo è negato nell'attualità dell'azione etica, così ogni opposizione di Governo e governati cade nel consenso di costoro, senza del quale il Governo non si regge. Questo consenso sarà spontaneo, o sarà coatto. E la moralità dello Stato, in cui il Governo esercita la sua autorità, richiede un massimo di spontaneità e un minimo di coazione; senza che l'una possa mai star da sè, scompagnata dall'altra. E i popoli si agitano inquieti tra i due poli opposti del minimo di coazione con massima spontaneità e il massimo di coazione con minima spontaneità: tra democrazia e assolutismo, poiché è molto difficile quella giusta contemperanza degli opposti principii, in cui consiste la loro sintesi dialettica.

5. — Autorità e libertà.

Oggi è gran parlare di governi autoritarie governi liberali, tornando sempre ad opporre astrattamente autorità e libertà, Governo e individui; rappresentati questi come atomi, ciascuno a sé stante e derivante da sé tutti i diritti e tutti i doveri che abbiano un significato per lui; e quello inteso come potere semplicemente limitativo e coordinatore delle libere attività dei singoli. E non si vuol aprire gli occhi e vedere che la questione dei congegni opportuni onde si contemperino insieme i due opposti principii non si risolve alla luce di principii eterni, ma con criteri storici fondati su considerazioni di opportunità secondo il variare delle contingenze storiche. Si tratta di dosature, in cui può vedere di più l' intuizione dell'uomo di Stato, che non il teorico della scienza politica.
Quel che il filosofo dovrà sempre ammonire è che l'autorità non deve recidere la libertà, né la libertà pretendere di fare a meno dell'autorità. Perché nessuno dei due termini può stare senza l'altro; e la necessità della loro sintesi deriva dalla profonda natura sintetica dell'atto spirituale.

6. — Il liberalismo.

Chi conosce la storia del liberalismo sa bene che esso ha origini storiche circostanziate e contingenti e uno sviluppo storico aderente allo sviluppo della società borghese e industriale europea dalla fine del 600 in qua: ossia che esso non è propriamente una dottrina filosofica dell'uomo considerato — come lo considera sempre la filosofia — sub specie aeterni, ma la soluzione di un determinato problema storico. Il quale, comunque, è risoluto e sorpassato. E coincide con la formazione di quello che si dice lo Stato moderno, che passa per due forme differenti, variamente rappresentate in modo più o meno distinto e significativo nei vari paesi d' Europa, ma così strettamente connesse che la seconda non s' intende senza la prima di cui è lo svolgimento necessario.
Queste due forme muovono dalla negazione dello Stato feudale del medio evo, e chi oggi, esaltando il sistema liberale, ne cerca gli incunaboli nei parlamenti medievali, dimostra in verità di non possedere un chiaro concetto di quel che sia storicamente la ragione e l'essenza dello Stato liberale. Giacché lo Stato feudale è quello dell'autorità che scende dall'alto, per diritto divino, per grazia di Dio, come qualche cosa di natura, un che di immediato. La feudalità e i parlamenti in cui essa si organizza variamente, non toccano questa essenza dell'autorità in cui si concretano il potere e il valore dello Stato. La quale invece è negata con lo stato delle Signorie, prodotto dell'umanesimo italiano : quando la forza, o virtù che si dica, dell'uomo operante secondo la logica del Principato crea storicamente lo Stato, che né Pontefici né imperatori instaurano, nulla di trascendente l' umano volere pone in essere, ma deriva appunto dall' atto di questo volere, anzi è questo atto. E la Signoria è una trasformazione del Comune, che è sì, esso, la culla dello Stato liberale. Ma la Signoria rispetto al Comune ha un vantaggio essenziale: essa introduce l'unità del potere e risolve l'atomismo degl' individui e delle classi nella personalità dello Stato, che vuole attuarsi compiutamente come autocoscienza. Dalle Signorie l' assolutismo dei monarchi nazionali, che conquistano, detengono e difendono il dominio, e possono dire: l'Etat c'est moi. E politici e filosofi s' inchinano al monarca illuminato, in cui vedono l' interesse e il pensiero dei cittadini, eguagliati sotto il potere supremo in comunanza di diritti e di doveri, fatto persona, autocoscienza. E se tutti i cittadini potessero essere veramente uguali, come quella filosofia li presuppone, e cioè indifferenti, quell'assolutismo sarebbe l' ideale dello Stato. Il quale regge infatti finché nella sfera della società civile che il monarca dirige e governa, non si viene sensibilmente rompendo cotesta indifferenza, col costituirsi di interessi di individui e di gruppi sociali che col lavoro, l'iniziativa, l' ingegno, l'operosità, ecc., vengono assommando in sé cospicue energie sociali della cui plusvalenza e prevalenza a poco a poco diventa impossibile non tener conto. Sorge la borghesia. Di fronte alle classi privilegiate (clero e nobiltà, naturali alleati del dispotismo che, pur essendo un prodotto storico, si pone di fronte al cittadino come un immediato e un limite da riconoscere meccanicamente) sorge questa nuova classe che scalzerà le altre e vorrà esser tutto : la classe degli uomini senza passato e senza investitura, figli di sé stessi, e forti della forza che essi stessi vengono di fatto dimostrando col lavoro e ogni altra sorta di attività personale, nell' industria creatrice dei beni di cui tutti han bisogno per vivere. Questa classe raccoglie in verità tutti gli uomini che siano degni di questo nome nello Stato moderno, in cui l'uomo (il principe) vale tanto quanto sa e può, e perciò quanto è capace di produrre e metter di suo nel mondo. Questa classe, la borghesia, con la sua effettiva produttività, mentre si differenzia dalle vecchie classi e si differenzia in sé stessa per la necessaria varietà del lavoro e degli interessi che esso crea — non è più riducibile al principio del Principato, ma concorre con questo nella creazione degl' interessi che lo Stato contiene e tutela. Vi concorre in vario modo, e in misura sempre maggiore a mano a mano che l' industria con lo sviluppo del lavoro (del pensiero) si svolge, e aumenta sempre più il proprio valore. La rivoluzione francese, come già la inglese e l'americana, è l’affermarsi del terzo Stato, ossia della borghesia, che a un certo punto del suo sviluppo si sveglia, sente che il Principe di contro ad essa è puro arbitrio, e gli sorge di fronte per limitarlo alla funzione di organo esecutore della propria volontà. Che d'ora innanzi si presumerà possa manifestarsi attraverso la rappresentanza nazionale. Ed ecco il liberalismo.
Ma c' è bisogno di ricordare che nel secolo passato lo sviluppo della grande industria doveva evocare dietro al terzo, il quarto stato, poiché l' industria aveva creato il capitalismo, e il lavoro dei capitalisti o detentori delle ricchezze conquistate col lavoro diventava un'astrazione senza il lavoro dei lavoratori ? Anche una volta il popolo minuto insorse contro il popolo grasso. Sorse il socialismo e il comunismo; e lo Stato liberale, lo Stato della borghesia cominciò ad essere scrollato come Stato incapace a garantire la libertà della maggioranza dei cittadini, che è costituita dalla massa dei lavoratori. Lo Stato liberale entrò in crisi, da quando cominciò a staccarsi dalla realtà sociale-economica, per la cui organizzazione politica era nato. I rappresentanti non rappresentarono più nello Stato l'effettiva volontà del cittadino. Il quale si estraniò dal congegno di questo Stato falso, vuotato del suo proprio contenuto, e cominciò a corroderlo in doppio modo: 1°) partecipando al giuoco della rappresentanza sentita come una forma vuota e fallace e destinata perciò a cadere, piegando con la violenza del numero le forme parlamentari al tradimento della loro originaria funzione statale (metodo negativo che ha ne' vari Stati corrotto il sistema parlamentare, disgregando le forze vitali dello Stato che i liberali originari avevano creduto di salvaguardare e rafforzare con la stessa libertà); 2°) appartandosi nei sindacati, per creare in questi il loro vero Stato, aderente veramente al loro interesse e capace perciò di tutelarli.
Il problema dello Stato oggi non è più quello di assicurare il riconoscimento del valore politico del terzo Stato — che fu il compito dello Stato liberale — ma di garantire al lavoratore e ai suoi sindacati il valore politico, che essi reclamano e che non possono ottenere finché la molteplicità dei sindacati non si componga nell'unità dello Stato. Perché l'uomo politicamente è Stato; ed è uno Stato o nulla. Laddove i sindacati come raggruppamento di individui secondo le differenti categorie in cui. gli individui economicamente, come forze produttive, vengono a distribuirsi, sono al pari degl' individui molti: ciascuno diverso da tutti gli altri, e ciascuno perciò chiuso in sé stesso e non disposto a riconoscere se non il proprio esclusivo interesse. Che è la forza, com'è il difetto del sindacato. Nel quale l' individuo ritrova quella immediatezza che trova in sé stesso: niente che astragga dal suo proprio interesse, niente di generico che gli possa parere imposto dall'alto o dall'esterno. Qualche cosa come la sua stessa famiglia per chi la famiglia senta come l'ampliamento e la concretezza della sua stessa persona in breve cerchia dove tutto gli è noto, tutto domestico e intimo, e suo ogni dolore come ogni gioia, e la vita di cui si parla e per cui si ha interesse è la sua stessa vita. E come la famiglia infatti il sindacato è stato esaltato quale efficacissima scuola dell'operaio, che vi impara naturalmente ad uscire dal suo primitivo egoismo, ad apprezzare e sentire come suo un interesse comune, e a trovare, per tal modo, la norma della propria condotta in un ideale superiore all' istinto di natura.
Ma il sindacato è il sindacato, e la sua struttura omogenea importa per la divisione del lavoro altri sindacati. Ci sono, e non possono non esserci altri sindacati. E una volta sorti i sindacati contro i datori di lavoro, i lavoratori si troveranno di fronte le unioni di questi datori di lavoro. Un atomismo sociale in flagrante contrasto con le necessarie correlazioni che intercorrono tra ogni sindacato e tutti gli altri. Il sindacato perciò è un atomo, come apparisce alle sue unità, e non è un atomo, perché è superato dal suo naturale nesso cogli altri. Supera e deve superare il particolarismo che è il suo astratto universalismo sociale. Ogni sindacato è una fetta d'uomo, e l'uomo non può essere che uomo intero; e il suo Stato perciò non è sindacato, ma superamento e risoluzione dei sindacati nell'unità fondamentale dell'uomo che si articola in tutte le sue categorie sindacali; e che non è un risultato, ma il principio e la condizione della molteplicità dei sindacati.
Sicché lo Stato è sì sindacato allo stesso titolo per cui è individuo: ma individuo consapevole della propria reale complessa universalità la cui attuosa volontà è lo Stato. Così il sindacato è lo stesso Stato quando si eleva dagli angusti suoi limiti di categoria sociale alla piena unità del volere universale che anima e promuove tutte le categorie.
L'errore del vecchio liberalismo che torna sempre variamente camuffandosi a girare pel mondo come l'ultimo figurino della politica eterna, è l'errore stesso del sindacalismo: la concezione atomistica della società, intesa come l' accidentale coacervo e incontro di individui, che sono astratti individui, o di sindacati, che male presumono di esistere e male pretendono di esistere perché sono astratti. Come li può concepire soltanto chi alla società guarda materialisticamente, e la vede come moltitudine che convive e deve unificarsi non essendo per sé altro che negazione della unità. Individui esterni l'uno all'altro, partecipi al bellum omnium contra omnes; sindacati esterni del pari reciprocamente e incapaci perciò di attingere quella unità, di cui la loro natura è la negazione.
A vincere perciò questo astratto sindacalismo non può essere il liberalismo ugualmente astratto degli individualisti; quella sorta di massiccio materialismo, che fu sempre combattuto da uno che di libertà se ne intendeva, il Mazzini. Il quale voleva sì la libertà, come la vuole ogni uomo consapevole della sua natura; ma sapeva che la libertà non è attributo dell' individuo astratto, ma di quello che è ogni individuo in concreto, il popolo: è libero italiano in quanto libero è il popolo italiano e non può che essere schiavo se schiavo è il suo popolo. Quindi prima, e indipendenza di esso; che non è un popolo se è diviso e ignora o è inetto ad attuare la coscienza della propria unità; e non è un popolo neppure se è soggetto allo straniero. Dunque, libero è soltanto l' individuo nel libero Stato. O meglio, libero è l' individuo che è Stato libero, poiché lo Stato, realmente, non è tra gli individui, ma nell' individuo, in quella unità di particolare e universale che è l' individuo.

7. — Etica e politica.


E’ una delle distinzioni su cui la recente filosofia italiana più ha voluto insistere, salvo a trascurarla strada facendo per fare intervenire il criterio etico della politica.
La base della distinzione è sempre nell'astratta considerazione dei vari momenti che si possono infatti distinguere nella vita dello spirito. Volere semplice, economico, pura forza, — e operare morale ? Ma la forza del volere, in quanto forza che si chiama diritto (dura lex sed lex) è il volere voluto, che si pone come limite della libertà. Questo limite è necessario, e non può mancare. E il momento del diritto, dello Stato come autorità, che è volere potente, innanzi a cui deve cedere l'arbitrio.
Lo Stato è lo stesso individuo nella sua universalità. Impossibile quindi che non gli competa la stessa moralità dell' individuo, quando nell' individuo lo Stato non sia un presupposto — limite della sua libertà — ma la stessa attualità concreta del suo volere. La distinzione regge nel terreno empirico finché si distingua e opponga l' individuo allo Stato. Allora si può pensare una moralità individuale non congruente con la legge dello Stato. Ma, comunque, lo Stato come volere ha una legge universale, un imperativo categorico, che non può essere altro che moralità. E le incongruenze non possono riguardare altro che la diversità dei ,problemi da risolvere, sempre diversi anche nell'ambito della cosiddetta moralità individuale.

8. — Stato etico.

Da questo concetto dello Stato deriva la sua immanente eticità. Della quale vuole spogliarlo chi ? Chi ha interesse a osteggiarlo: l'opposizione che ne fa bersaglio ai suoi colpi, comincia naturalmente dal farne una res, scevra di valore, immeritevole perciò di qualsiasi rispetto. Ma chi nega l'eticità dello Stato, s'affretta ad apprestargli con la sinistra quel che gli ha strappato con la destra. Perché lo Stato di cui si disconosce il valore etico è.... quello degli altri. Al quale giova sostituirne un altro che, ben inteso e ben trattato, potrà esser sì rivestito del valore che la concezione morale e conferirgli facendone uno strumento delle sue finalità superiori. Senza avvertire che una cosa (strumento) non potrà mai acquisire alcun valore; e che perciò, su questa via, non c' è altra possibile via d'uscita che la teocrazia. La quale foggia o postula uno Stato, che coincidendo con la stessa divina volontà ricade nel concetto del contestato Stato etico.
Ma se la teocrazia non è parola vuota, non c' è ragione di adombrarsene. Perché nessun dubbio che il volere dello Stato è un volere divino, sia che s' intenda nella immediatezza della sua autorità, sia che più pienamente si assuma come l'attualità concreta del volere. C' è sempre Dio: il Dio del vecchio e del nuovo Testamento.
La ribellione morale che provoca lo Stato etico è la riconferma della sua eticità. Perché una forza amorale non potrebbe mai dar luogo ad apprezzamento etico. La ribellione nasce ogni volta che dello Stato si senta la forza, e non si riconosca il valore (positivo). Ma in questo caso gli si attribuisce bensì un valore, ancorché negativo; come al peccatore che si vuol ravveduto, pentito, redento; e si considera perciò capace di ciò.
La prova flagrante dell'eticità dello Stato è nella coscienza dell'uomo di Stato.
I luoghi comuni delle divergenze tra morale e politica rientrano nella casistica della dottrina morale.

9. — Moralismo.

Nessuna più efficace riprova dell'eticità dello Stato che il moralismo, di buona o cattiva lega, ingenuo o retorico, con cui s'industriano di venir toccando e tentando di risanare le piaghe morali della convivenza politica gli avversari della dottrina dello Stato etico. I quali dopo avere logicamente spogliato lo Stato e la politica, in cui esso si attua, d'ogni attributo morale,
inorridiscono della umanità che essi si sono artificialmente foggiata in mente: umanità senza umanità, poiché la moralità è certamente la caratteristica più essenziale dello spirito umano.
Uno Stato per sua natura anetico non è perciò immorale ; ma è peggio che immorale. Io direi che sia inumano, se è vero, come s' è avvertito, che nessuna forma di attività umana è concepibile che non sia per sé stessa subordinata alla legge morale. Peggio che immorale. Perché l' immorale è destinato a redimersi e ricrearsi nella moralità; laddove l'amorale è per definizione escluso da ogni possibilità di moralizzarsi.
E può l'uomo tollerare che nell'ambito del suo operare qualche cosa si sottragga all'impero di quella legge morale che è la creatrice della sola vita possibile all'uomo ? Anche gli animali domestici che l'uomo s' è indotto ad ammettere nel circolo della sua vita quotidiana, egli li assoggetta ad una rudimentale regola di condotta, a una elementare distinzione di lecito e illecito, che in tutti i modi cerca loro di inculcare fino al punto di poter confidare che essi, comunque, se la siano appropriata e l'osserveranno. Così innanzi alla feroce forza che fa nomarsi dritto, innanzi a questo Briareo dalle cento braccia, che mette le mani per tutto e fa e disfà l'opera degli individui che sono in concreto la realtà morale, pura forza immane e ignara di ogni norma di giustizia, ecco scattare il naturale bisogno dell'anima umana di proclamare e difendere la moralità, ossia la salvezza dello spirito. Codesta forza andrà bensì riconosciuta e conservata, ma in quanto utile ai fini dello spirito che essa ignora, e che perciò la trascendono. Lo spirito, moralità, è libertà. Ebbene lo Stato, che per sé stesso ignora questa libertà, la quale lo trascende come qualcosa di affatto superiore e incommensurabile, deve con le sue instituzioni favorire e promuovere l'esercizio di questa libertà. Deve ? Ma dunque ha un dovere morale ? E anch'esso etico come ogni singolo che ha i suoi doveri verso la libertà e che noi distinguiamo nel seno dello Stato ? Sarà come un animale da addomesticare; giacché che altro è addomesticare un animale se non ammetterlo, come si diceva, nella nostra società, nella nostra famiglia, e quindi contradire in pratica a quella natura sub-umana e però antisociale che gli si è attribuita senza troppo pensarci su ?
Lo Stato sordo alla legge morale appunto perciò si finisce con volerlo assoggettare ad una guida superiore, quasi ad un'artificiale moralizzazione e umanizzazione. E dall'arbitrarietà dell'assunto, scaturisce una sorta di zelo impaziente, di violenta frettolosità di strafare. Per la quale in questi filosofi della politica non è più la moralità che si fa innanzi con la sua schietta ed eloquente semplicità, ma un moralismo passionato ed oratorio che si riversa sulla storia e la sommerge in un indistinto movimento di luci e di ombre soprannuotanti al reale processo storico, in cui si viene realizzando lo Stato : col risultato di ridurre il grande problema dello Stato, che è il problema della storia universale, al piccolo problema borghese del dare e dell'avere di questo o quello Stato, di questo o quel partito dominante, di questo o quell'uomo di Stato di fronte all' ideale morale. Tanto più cresce l'ansia morale quanto più questa è stata negata là dove è la sua sede. L'ansia, l'affanno.... e la retorica traggono motivo dalla disperazione di mai più abbracciarsi col vivo della vita morale.

(estratto da Giovanni Gentile, “Genesi e struttura della società”, Firenze, 2002, Le Lettere, pp. 56 – 70)

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