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Gregor:Insufficienza teoria marxista sul fascismo

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Apr 30, 2008 11:45 am    Oggetto:  Gregor:Insufficienza teoria marxista sul fascismo
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Insufficienza della teoria marxista inerente il fascismo come cospirazione dei «capitalisti della finanza»

(Estratto da A.James Gregor, Il Fascismo, interpretazioni e giudizi, Roma, 1997, A.Pellicani editore, pp. 182-197)


Per tutti questi motivi, le interpretazioni «marxiste-leniniste» conosciute nel 1928 erano tutt'altro che attendibili. Non era mai stato chiarito di chi il fascismo fosse il «servitore»: se dei banchieri, degli industriali, dei proprietari terrieri o di tutti insieme. Le prove frammentarie che i teorici «marxisti-leninisti» avevano prodotto a sostegno delle loro tesi erano tenute insieme da una rete di supposizioni e pregiudizi fondati su convinzioni non ragionate riguardo a complicate cospirazioni e ad inesplicabili e massicci tradimenti. L'interpretazione «marxista-leninista» del fascismo rimase in queste condizioni pericolose e ambigue fino a tutti gli «anni trenta», quando la direzione della Terza Internazionale decise ufficialmente l'esistenza di una sola interpretazione valida del fascismo. Sebbene esistesse un certo numero di interpretazioni «marxiste» non sovietiche e notevoli varianti tra gli stessi esponenti della Terza Internazionale,gli stalinisti stabilirono una formulazione che spiegava il fascismo italiano in particolare, ed il fascismo generico in generale, soltanto come la «dittatura palese e terroristica degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario».(23) Il fascismo non era più lo «strumento» dei magnati della grande industria, o l'agente di un'alleanza tra capitalisti industriali ed agrari; e neanche uno «strumento» della «grande borghesia». Era soltanto lo strumento di una cospirazione dei capitalisti della finanza. Nel 1934, la pubblicazione di Fascism and Social Revolution di R. Palme Dutt offrì un'esposizione sufficientemente adeguata di ciò che i «marxisti-leninisti» sovietici avrebbero considerato un'interpretazione ampia del fascismo generico. Lo scritto di Dutt fu il primo, di questa scuola intellettuale, che tentò di sceverare le premesse critiche a sostegno dell'interpretazione generale. Non soltanto era concepito come una profonda interpretazione teorica del fascismo italiano, ma pretendeva di spiegare anche l'avvento e la traiettoria storica del fascismo generico. Il volume di Palme Dutt del 1934 fu scritto con la dichiarata intenzione di fornire una soddisfacente interpretazione intellettuale del «vero carattere del fascismo».(24) Per quanto ci riguarda, Dutt tentò di fornire argomentazioni fondate e valide a sostegno di quella che era allora l'interpretazione ufficiale sovietica. Fondamentali per questo suo tentativo sono l'esposizione e la convalida delle tre tesi centrali dell'interpretazione «marxista-leninista»: il fascismo è un prodotto necessario e inevitabile delle leggi che governano il sistema economico capitalista, che rende impossibile al capitalismo la sopravvivenza nell'ambito delle forme politiche tradizionali; i limiti della difesa «borghese» delle forme politiche «liberali» e «democratiche» tradizionali possono essere stabiliti con precisione obiettiva; il fascismo è il prodotto voluto delle intenzioni consapevoli e della palese politica di cospirazione di individuabili agenti storici. I primi due capitoli della più importante opera di Dutt sono dedicati a un succinto resoconto delle inevitabili tendenze storiche che caratterizzano il sistema produttivo capitalistico. Il capitalismo, secondo Dutt, era entrato in una fase di declino fatale e irreversibile durante i primi due decenni del secolo ventesimo. Almeno dal 1910, il capitalismo era caduto in una «crisi generale» irrimediabile e finale. Poiché il capitalismo era entrato nella fase declinante che gli è propria ed è inevitabile, qualsiasi restaurazione del capitalismo di tipo prebellico non era più possibile. La crisi generale finale del capitalismo, secondo l'opinione di Dutt, era la conseguenza del «conflitto tra le sempre crescenti forze produttrici e i limiti dell'attuale società possidente». «Lo sviluppo delle forze produttive ha reso antiquata la società della vecchia classe». Le «realtà del capitalismo […] la ferrea ed effettiva necessità» richiede che il capitalismo stesso riduca regolarmente i costi di produzione, aumentando lo sfruttamento della classe lavoratrice. Ciò avviene in un momento in cui il capitalismo si trova afflitto dalla continua restrizione del mercato estero per i suoi prodotti. li declino reale e relativo dell'effettiva domanda di consumi interni, conseguenza necessaria ed ultima dello sfruttamento della classe lavoratrice, unita all'erosione dei mercati esteri ed all'aumentata concorrenza tra gli Stati industrialmente progrediti, provoca contraddizioni insolubili dal capitalismo contemporaneo. La «gigantesca» capacità produttiva del capitalismo contemporaneo non riesce a trovare uno sfogo altrettanto «gigantesco» per la realizzazione effettiva del profitto. Se il mercato non riesce ad espandersi in misura uguale all'aumento della produttività, il capitalismo si viene a trovare in un vicolo cieco.(25) Il sistema capitalistico pioneristico, quale quello inglese, che godeva dell'accesso privilegiato ad un mercato coloniale chiuso e di un parziale monopolio manifatturiero, poteva utilizzare i «superprofitti» che derivavano da questi privilegi per costituire un'«aristocrazia del lavoro», una piccola minoranza della classe lavoratrice, che si impinguava ad un livello di vita di tipo «borghese». Servendosi degli strati «prezzolati» della classe lavoratrice, il sistema capitalistico riusciva ad ostacolare l'organizzazione effettiva della classe lavoratrice rivoluzionaria. Ma, col diminuire dei «superprofitti», il capitalismo non può più dipendere dagli ausiliari della classe lavoratrice. Il movimento della classe operaia si organizza meglio e insiste di più nelle proprie pretese. Il sistema capitalistico entra in una crisi finale prolungata. Con «sempre maggior chiarezza e consapevolezza», i «capi del capitalismo» riconoscono la situazione in cui si trovano. Riconoscono «chiaramente e consapevolmente» che i sistemi prebellici per il mantenimento del loro potere devono essere abbandonati. La loro politica successiva è «assolutamente razionale e calcolata», «diventa sempre più pressante la richiesta […] da parte dei rappresentanti del capitalismo di abbandonare o modificare le vecchie forme parlamentari democratiche, che non servono più ai loro scopi, e di instaurare forme palesi e forti di repressione e dittatura».(26) A causa della crisi generale che si è abbattuta sul capitalismo, impedendogli di eliminare con profitto le scorte, sorge necessariamente la richiesta di diminuzione della produzione, di riduzione delle innovazioni tecniche, e di una sistematica riduzione della ricchezza. Viene richiesta, cioè, una produzione «controllata» nell'ambito di un mercato di consumo ridotto. La situazione richiede una quantità di consumi ridotta artificialmente, e stabilizzata. La produzione, affidata esclusivamente a monopoli o cartelli, viene distribuita soltanto nelle quantità stabilite, a livelli che rendano massimo il profitto in un sistema industriale nel quale il costo del lavoro è uno dei fattori principali per la definizione dei costi. I salari dei lavoratori devono essere tenuti bassi per garantire bassi costi di produzione; ma proprio il livello dei salari è la fonte principale della reale domanda di beni. Data la contrazione del mercato estero e la diminuzione della domanda interna provocata dai bassi salari, il capitalismo deve controllare tanto la produzione quanto i consumi in limiti strettamente prestabiliti per poter ottenere i massimi profitti. Per far ciò, produzione e consumi devono essere ridotti a bassi livelli. L'intero sistema è caratterizzato dalla «soppressione» o «limitazione» delle forze produttive, «dal rallentamento della produzione entro limiti stabiliti e utili al capitale monopolista» e dall'«impedimento di ulteriori sviluppi». Il capitalismo si «stabilizza» su «una base che si avvicina alla semplice riproduzione del capitale [...] e ciò vuol dire una tendenza statica e non progressiva, con percentuali di produzione, prezzi, e livelli di salari e profitti prestabiliti».(27) Per ottenere tutto ciò, i capitalisti devono distruggere effettivamente la resistenza della classe lavoratrice organizzata. Devono anche avere l'aiuto di una base di massa per attuare il trapasso dalla vecchia forma «liberalborghese» di governo capitalista alla nuova dittatura retrograda. Il passaggio dall'una all'altra forma può più facilmente avvenire sull'onda delle richieste «popolari». Occorre mobilitare le masse a questo scopo. Occorre trovare gli elementi da chiamare a raccolta tra la piccola borghesia «non produttiva», elementi che abbondano nell'attuale sistema capitalistico. Gli «strati intermedi» sono «parassiti» per natura, perché sono «connessi al processo di sfruttamento» e sono, di conseguenza, «facilmente controllati dai loro padroni capitalisti». Gli «strati intermedi misti o cosiddette classi medie [...] non possono avere una funzione politica indipendente». O rispondono ai fini politici della classe lavoratrice rivoluzionaria, oppure cadono, per colpa loro, in balia del «capitale finanziario».(28 ) Durante il periodo della crisi ultima e generale del capitalismo, i limiti del sostegno borghese alle forme politiche democratiche sono determinati dagli interessi vitali dei «freddi», «calcolatori» e «assolutamente razionali» «capitalisti della finanza». Gli interessi vitali del «capitale finanziario», a loro volta, sono funzione delle «leggi proprie» della produzione capitalista. Dutt ha esplicitamente esposto alcune delle premesse fondamentali sulle quali poggiava la versione ufficiale. Quanto Dutt contasse sulla evidenza pratica di queste premesse e sull'impeccabilità della propria logica (informale) viene rivelato dalla facilità con cui egli parla di conseguenze «inevitabili». Dutt credeva di poter affermare che «soltanto due strade sono perciò aperte all'attuale società [...] la scelta è tra Fascismo e Comunismo. [Il] sogno di una terza possibilità è illusorio […] l'attuale società è matura, più che matura per la rivoluzione sociale […] Ma se la rivoluzione sociale viene rimandata, il Fascismo diviene inevitabile [...] perché il Fascismo è soltanto una forma, un mezzo di governo della classe capitalista in condizioni di estremo decadimento». Poiché lo sviluppo delle forze produttive ha reso «la vecchia società classista sorpassata», esistono «per l'attuale società, due, e due sole, possibilità di scelta […] una è il freno dello sviluppo delle attività produttive allo scopo di conservare la società classista. [...] Questa è la strada che trova la sua espressione più completa ed organizzata nel Fascismo. L'altra è quella di organizzare le forze produttive per l'intera società, abolendo la proprietà di classe dei mezzi di produzione ed edificando la società comunista senza classi». L'«unica alternativa» al fascismo è la «rivoluzione socialista». «Coloro che esitano di fronte alla rivoluzione socialista», ricorda sinistramente Dutt, «farebbero bene a meditare profondamente su questa alternativa inevitabile e definitiva». «Il Fascismo [...] diventa inevitabile se la classe lavoratrice segue la linea riformista».(29) Dutt proponeva, in sostanza, una teoria sociologica parzialmente formalizzata, intesa a spiegare l'«essenza» del fascismo. Come tale, essa conteneva generalizzazioni senza limiti che potevano adattarsi ad un intero complesso di fenomeni: il sistema produttivo capitalista. Queste generalizzazioni erano unite tra loro mediante assiomi parziali e ragionamenti logici informali allo scopo di fornire spiegazioni di fenomeni storici e modeste previsioni, molto vaghe nel tempo, sul futuro. Venivano così spiegati l'avvento ed il trionfo del fascismo in Italia e in Germania e venivano avanzate previsioni sullo sviluppo del fascismo in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, dove, a meno di una «rivoluzione sociale comunista», «la caduta nel fascismo» sarebbe stata, prima o poi, «inevitabile». Con questo tipo di strumentazione teorica e concettuale, Dutt proseguiva nella spiegazione del fascismo italiano, caso per lui tipico ed esemplare. L'Italia, secondo Dutt, dal momento che soffriva di un inadeguato sviluppo del sistema industriale, soffriva anche, in forma esagerata, delle mortali contraddizioni del capitalismo. Privo del surplus fornito agli Stati capitalisti privilegiati dai superprofitti di cui disponevano, il capitalismo italiano fu costretto, prima di qualsiasi altro, a far ricorso al fascismo. Secondo Dutt, tra il 1918 e il 1920 l'Italia era «matura» per la rivoluzione comunista. «La rivoluzione comunista era assolutamente possibile in Italia nel settembre del 1920», e fu impedita soltanto dai «dirigenti riformisti». La borghesia «contò sui dirigenti socialisti riformisti per stroncare l'offensiva rivoluzionaria», mentre nel frattempo «i grandi proprietari terrieri, i grandi industriali e i grandi finanzieri [...] mantenevano [il fascismo] finanziariamente [...] e alla fine lo innalzarono al potere [...] La cosiddetta 'rivoluzione' fascista [...] fu di fatto guidata dall'alto, dall'inizio alla fine, dalla dittatura borghese». Il fascismo, e lo stesso Mussolini, erano semplici e compiacenti «strumenti» del «capitale finanziario».(30) Il fascismo era l'«arma del capitale finanziario, che sfruttava l'appoggio della classe media, del sottoproletariato e di elementi demoralizzati della classe lavoratrice contro la classe lavoratrice organizzata, agendo costantemente da strumento ed effettivo rappresentante degli interessi del capitale finanziario [...] Il Fascismo, in poche parole, è un movimento composto da svariati elementi, in maggioranza provenienti dalla piccola borghesia, ma anche dal sottoproletariato e dai lavoratori demoralizzati, finanziato e diretto dal capitale finanziario, dai grandi industriali, dai proprietari terrieri e dai finanzieri per sconfiggere la rivoluzione della classe operaia e annientare le organizzazioni della classe operaia [...] [Il fascismo perciò] si rivela una dittatura terrorista del grande capitale».(31) Una volta al sicuro, il fascismo crea un sistema sociale al servizio delle esigenze del capitalismo in declino: riduce la produzione globale, fa languire la produzione industriale, diminuisce la crescita degli investimenti produttivi, risica il reddito nazionale, rende la disoccupazione pandemica, riduce i servizi sociali. L’intero sistema si abbassa «ad un livello tecnico ed economico inferiore» per soddisfare le esigenze di un capitalismo retrogrado. Le forze produttive sono inceppate da rapporti di produzione divenuti antiquati.(32) Questa è la semplice e prevedibile conseguenza degli obblighi del fascismo nei confronti dei «capi del capitale finanziario» che sono i «veri finanziatori e controllori». Infatti, «il fascismo è esclusivamente un metodo tattico del capitale finanziario».(33) I «grandi capitalisti» avevano subornato i dirigenti sindacali riformisti, avevano affidato a Giovanni Giolitti, Primo Ministro italiano, il «compito» di demoralizzare la classe lavoratrice, e avevano «indirizzato» le forze dell'ordine, la magistratura e l'esercito verso l'aiuto e il favoreggiamento dell'organizzazione, della mobilitazione e della violenza fascista. Tutto questo era stato fatto con l'intenzione «calcolata» e «pienamente razionale» di ridurre l'Italia allo «stato barbaro», allo scopo di difendere i privilegi di classe. I capitalisti finanziari davano «ordini» che venivano pedissequamente eseguiti; i governanti divennero le loro «marionette». Dal momento che le classi intermedie non avevano una «funzione indipendente», erano (fintanto che non venivano catturate dal movimento organizzato della classe operaia) «molto sensibili [...] a tutte le operazioni del capitale finanziario [...] E [divennero] facile preda della propaganda demagogica del capitale finanziario».(34) Dal momento che questa tesi, nei punti critici, manca, nella migliore delle ipotesi, di rigore formale, è difficile stabilire chiaramente che cosa intenda sostenere in particolare Dutt. Ad esempio, Dutt parla piuttosto rozzamente e indifferentemente di «grande borghesia», «capi del capitalismo», «grandi proprietari terrieri, grossi industriali e fìnanzieri», «capitalisti monopolisti» e, infine, di «capitale finanziario», come se la classe a cui si riferiscono queste espressioni fosse sostanzialmente la stessa. Prima afferma che «i capi del capitalismo» governano gli sviluppi politici. Quindi, che «i grandi proprietari terrieri, i grossi industrali e finanzieri [...] portarono il Fascismo al potere». Infine, che il fascismo è la «dittatura terroristica del grande capitale». Di tanto in tanto Dutt afferma anche che il fascismo è lo «strumento» o «l'arma» del «capitale finanzario».(35) Appare abbastanza chiaro che per Dutt la «media» e la «piccola» borghesia non avevano alcuna funzione politica indipendente da svolgere. Quello che non è immediatamente chiaro è se «grandi industriali», i «grandi proprietari terrieri» o i «capitalisti monopolisti» avessero una certa autonomia. Sullo sfondo dell'analisi di Dutt sembra esserci il presupposto che il «capitale finanziario» sia, in un senso non specificato, l'arbitro ultimo di tutte le manovre politiche dell'intera «borghesia». Questo presupposto sembra essere tratto in maniera acritica dall'Imperialismo di Lenin, in cui viene detto che in situazioni di «capitalismo monopolistico» le istituzioni bancarie non fungono più da «modesti intermediari», ma diventano potenti cartelli che hanno «al loro comando quasi tutto il denaro di tutti i capitalisti». Di conseguenza, «i capitalisti divisi si trasformano in un solo capitalista collettivo» e le banche «subordinano al proprio volere tutte le operazioni […] dell'intera società capitalista».(36) Qualsiasi cosa si possa dire di questo concetto, è chiaro che si tratta della premessa sottesa al ragionamento di Dutt. La società si trova di fronte a due sole alternative: fascismo o comunismo. Ciò avviene perché, data l'attuale decadenza del capitalismo, esistono soltanto due forze sociali e politiche importanti: il capitale finanziario,da una parte, e la classe lavoratrice organizzata sotto la direzione del Partito comunista, dall'altra. I dirigenti del Partito comunista sono gli agenti freddi, calcolatori e sostanzialmente razionali della mobilitazione della società per la rivoluzione comunista, mentre i magnati del capitale finanziario sono i protagonisti freddi, calcolatori e sostanzialmente razionali della mobilitazione fascista. In nessuna pagina del suo libro Dutt tenta un'analisi che possa fornire una prova di fatto a sostegno dell'affermazione secondo cui il «capitale finanziario» dominava l'industria, il commercio e l'agricoltura italiani nel periodo precedente, o in quello seguente, la prima guerra mondiale. Sta di fatto, invece, che si sapeva che le banche italiane avevano una discutibile influenza sulla vita economica della Nazione, tanto che i primi teorici di cui ci siamo occupati, Aquila e Zetkin, considerarono il fascismo una vittoria del «capitale industriale» sul «capitale agrario e finanziario». Dutt, senza aver esaminato il sistema economico italiano, si limita ad accettare acriticamente quello che era allora considerato un articolo di fede dai «marxisti-leninisti»: il capitale finanziario domina il capitalismo contemporaneo. Il fatto è, invece, che le istituzioni bancarie italiane, nei primi decenni del nostro secolo, non erano in condizione di dominare né la vita economica né la vita politica italiana. Di fatto, con lo scoppio della prima guerra mondiale, fu l'industria pesante ad avere una notevolissima crescita, la quale, a sua volta, permise agli industriali di acquistare azioni delle società finanziarie e perciò di assumere un'influenza decisiva sulle operazioni delle maggiori istituzioni bancarie della penisola.(37) Gli industriali italiani si erano organizzati in un'efficiente confederazione già dal 1906, e già nel 1910 la Confederazione Italiana degli Industriali (Confindustria) era il gruppo di interessi capitalistici meglio organizzato esistente in Italia. Tra il 1918 e il 1919, gli industriali della Confindustria tentarono di riunire in un'unica struttura organizzativa tutti i maggiori gruppi di interesse capitalistici (agricoltura, banca, commercio e industria), ma il progetto naufragò sulle rivalità e gli antagonismi reciproci.(38 ) Gli interessi bancari si organizzarono separatamente e durante tutto il periodo fascista rimasero marginali rispetto alle correnti principali della vita politica ed economica italiana. In sostanza, esistono notevolissime prove di fatto che indicano che il «capitale finanziario» non può essere considerato il principale cospiratore, secondo il quadro delineato da Dutt. Per di più, le stesse prove indicano che la «classe capitalista» non era, in alcun modo, omogenea nei suoi interessi, nelle sue fedeltà e nelle sue preferenze politiche. Sta di fatto che l'intero tentativo di interpretazione di Dutt non ha colto nel segno. La sua tesi centrale relativa alle «insite e fatali contraddizioni» del capitalismo tra le forze produttive ed i rapporti produttivi, vale a dire l'incapacità del capitalismo di sviluppare ulteriormente, dopo il 1914, le possibilità produttive perché non riusciva più a distribuire con profitto i propri prodotti, si è dimostrata sostanzialmente erronea. Lo spettacolare sviluppo economico che ha caratterizzato i Paesi capitalisti dopo la seconda guerra mondiale dimostra i travagli del capitalismo dopo il 1914; qualsiasi cosa siano stati, certamente non ne rappresentarono la crisi definitiva. Oltre a ciò, le previsioni di Dutt riguardo alla «riduzione» degli impianti produttivi dell'Italia fascista ed alla disoccupazione pandemica vennero smentite ben presto ed in maniera notevole. Nella metà degli «anni trenta» fu chiaro che l'Italia fascista aveva goduto di una costante percentuale di crescita economica, ed in alcuni settori aveva ottenuto risultati positivi spettacolari. Il volume totale della produzione agricola, ad esempio, crebbe, in periodo fascista, dall'indice di base 100 nel 1922 al 147,8 nel 1937, mentre la popolazione era cresciuta dall'indice 100 nel 1922 al 111,1 del 1937. Risultati sorprendenti vennero ottenuti nella produzione del frumento. Nel 1937, l'Italia produsse 15,5 quintali di frumento ad ettaro mentre la produzione del 1922 aveva raggiunto appena i 9,5 quintali. Per la prima volta nella sua storia moderna, l'Italia produceva frumento sufficiente ai suoi consumi interni. Ed ancora, sempre considerando pari a 100 l'indice del 1922, tutti gli indici di produzione industriale mostravano sensibili crescite, tanto che nel 1934 l'indice generale era giunto a 182,2. Le industrie metallurgiche, quelle delle costruzioni, quelle automobilistiche, aeronautiche, tessili e di produzione dell'energia idroelettrica mostravano tutte marcati progressi. «Come tutte queste statistiche dimostrano, l'Italia […] compì un notevole progresso nell'espansione di alcune delle sue industrie durante il periodo fascista».(39) I dati comparativi che si resero disponibili dopo la seconda guerra mondiale dimostrano che l'Italia fascista non soltanto riuscì a tenere il passo con lo sviluppo economico dei Paesi capitalisti più favoriti per quanto riguarda le materie prime ma in qualche settore dimostrò addirittura un'evidente superiorità. Nel 1938 (ultimo anno di pace per il fascismo), considerando come indice base quello della produzione del 1913, l'indice del volume totale di produzione dell'Italia fascista era 153,8, ben superiore a quello francese, che era rimasto al 109,4, ed anche a quello tedesco, che si fermava al 149,9. Nel 1938, l'indice di produzione pro capite indicava 145,2 per l'Italia fascista, 136,5 per la Francia, 122,4 per la Germania, 143,6 per il Regno Unito e 136,0 per gli Stati Uniti. L'indice generale di produzione per uomo/ora era, nel 1938, di 191,1 per l'Italia fascista, di 178,5 per la Francia, di 137,1 per la Germania e di 167,9 per il Regno Unito. Chiaramente, l'Italia fascista non «soppresse» o «limitò» le forze produttive, né le «stabilizzò» al livello di «semplice riproduzione del capitale». Nel 1938, nell'Italia fascista, il 15,9 per cento del prodotto lordo nazionale era destinato alla formazione di capitale d'investimento, in confronto all'11,5 per cento del Regno Unito ed al 14 per cento degli Stati Uniti. Né si poteva dire che l'Italia fascista fosse un Paese dove la disoccupazione fosse pandemica. Durante tutto il periodo fascista la disoccupazione non superò mai il 5,9 per cento del totale della forza-lavoro, mentre le corrispondenti cifre per lo stesso anno (1932) furono il 14,8 per cento in Germania, 1'11,7 per cento nel Regno Unito ed il 24,7 per cento negli Stati Uniti.(40) Data la totale mancanza in Italia di materie prime quali carburanti fossili, minerali ferrosi e altri minerali fondamentali, l'azione fascista ben difficilmente può essere definita un «soffocamento» verso un «livello tecnico e produttivo inferiore». Né il sistema può essere definito un sistema di «disoccupazione pandemica». Sei cospiratori capitalisti, abili «calcolatori», che «controllavano e dirigevano» il fascismo erano costretti dalle leggi innate del capitalismo a soffocare il sistema economico, il loro fu un fallimento. Se il capitalismo «decadente» richiede la «soppressione» delle forze produttive, ed i magnati del «capitale finanziario» studiano un sistema atto a produrre questa «soppressione», il loro insuccesso in Italia appare estremamente notevole. Oltre a ciò, l'intero racconto di Dutt dell'avvento del fascismo in Italia è, nella migliore delle ipotesi, una semplice caricatura dell'effettivo corso degli avvenimenti storici e politici. L'idea che il fascismo fosse «finanziato, controllato e diretto» dai «grandi capitalisti», dai «grandi proprietari terrieri», dai «grandi industriali», o dal «capitale finanziario» è un semplicismo che non merita neanche di essere preso in considerazione. Sappiamo che Mussolini ricevette sovvenzioni dagli interessi agrari ed industriali, che tentavano di contenere e neutralizzare il movimento rivoluzionario socialista. Ma sappiamo anche che lo stesso Mussolini conservò costantemente la propria indipendenza politica. Egli si preoccupò di avere il sostegno di svariati interessi in relazione fra loro, ma conservò sempre un atteggiamento politico indipendente. Il fatto che il fascismo ricevette l'aiuto, passivo o attivo, delle forze dell'ordine, della magistratura e dei militari non fu, come abbiamo visto, la conseguenza di una «cospirazione capitalista», ma del fatto che nel 1920 i socialisti erano riusciti a scontentare quasi tutti. Avevano diffamato i militari e colpito i reduci di guerra. Avevano dato addosso alle forze dell'ordine, definendole «agenti prezzolati della borghesia». Avevano ampiamente dimostrato in pubblico il loro disprezzo per la «piccola borghesia», i professionisti, gli intellettuali, i piccoli proprietari terrieri, i commercianti, gli artigiani, tutti strati della popolazione da loro definiti «parassiti e non produttivi». Inoltre, ampi settori della stessa classe operaia erano rimasti delusi dall'azione socialista. Non è necessario invocare oscure ipotesi di «cospirazione» e di comando supremo del «capitale finanziario» per spiegare l'aiuto attivo o passivo che le squadre fasciste ricevettero dopo l'ondata di attività rivoluzionaria «proletaria» che raggiunse il culmine nel 1920.(41) Anche se si vuole interpretare con ampiezza di vedute la tesi di Dutt e intendere «grandi industriali» al posto di ciò che egli definisce «capitale finanziario», il suo tentativo di spiegazione resta sempre poco convincente. Sappiamo che gli industriali italiani trattarono col fascismo da posizioni di forza, e sappiamo anche che i loro interessi e gli interessi dei fascisti coincisero in momenti critici e importanti. Ma tutte le prove a nostra disposizione indicano che gli industriali non riuscirono mai a «controllare», e tanto meno a «dirigere», il fascismo. Il fascismo frequentemente, anche se non regolarmente, ricompensò le organizzazioni degli industriali italiani per la loro sottomissione al controllo fascista, ma le prove indicano chiaramente che gli interessi finanziari furono sempre legati e subordinati alle priorità politiche fasciste. Le priorità politiche fasciste prevalsero spesso sugli interessi capitalisti, quando occorreva compiere una scelta.(42) Mussolini non soltanto sacrificò più volte gli interessi finanziari e commerciali quando ciò gli parve necessario per gli scopi politici del fascismo, ma non esitò neanche a licenziare, ed in molti casi ad esiliare, influenti uomini della finanza nei quali non aveva fiducia. L'alleanza di Mussolini con gli interessi commerciali, agrari e finanziari appare fondata su considerazioni politiche.(43) Ciò vale in maniera particolare per quanto riguarda la politica estera, campo nel quale Mussolini operò con indipendenza quasi assoluta.(44) Mussolini sapeva bene che se l'Italia doveva essere una «grande Nazione» occorreva produrre al massimo. Era questa una realtà politica ed economica riconosciuta da Mussolini fin dal 1918.(45) Quando i socialisti, alla fine del 1920, dimostrarono ampiamente di non essere capaci di mandare avanti la produzione nelle fabbriche occupate, Mussolini si dimostrò chiaramente disposto ad ammettere che i suoi scopi politici potevano essere ottenuti soltanto per mezzo della sua alleanza con la borghesia «imprenditoriale» o «produttiva». Dati questi presupposti produttivistici, ed il fallimento dell'occupazione socialista degli impianti produttivi, Mussolini si trovò disposto ad allearsi con quegli interessi agrari ed industriali che potevano difendere e «rendere massima» la produzione.(46) Da quel momento in poi si ebbe un'alleanza di convenienza tra il fascismo e quegli eterogenei interessi che i marxisti definiscono genericamente «capitalismo». Nel corso di questi rapporti, la borghesia fu costretta a sottomettersi politicamente al fascismo, cosa per la quale fu compensata con la neutralizzazione delle minacce «rivoluzionarie» ed un notevole aumento dei profitti, che però venne costretta a reinvestire in imprese utili agli scopi politici e di sviluppo del fascismo. Le imprese fasciste in Etiopia, nei Balcani ed in Spagna, e finalmente la catastrofica entrata nella seconda guerra mondiale, furono soltanto una parte del prezzo pagato per partecipare all'alleanza. Queste imprese furono spesso iniziate nonostante l'esplicito parere contrario di importanti settori delle «classi possidenti». In ciascun caso, prevalse la volontà di Mussolini e le «aristocrazie economiche» dovettero accontentarsi dei compensi che ne sarebbero potuti scaturire.

NOTE

(23). [Risoluzione del VII Congresso del Comunismo Internazionale], in T. Pirker, (a cura di), Utopie und Mythos der Weltrevolution, DTV, Miinchen, 1964.
(24). R. P. Dutt, op, cit., p. VIII.
(25). Ivi, pp. 9, 10, 11, 15, 20 segg,, 26, 27, 31, 32, 42, 60
(26). Ivi, pp. 41, 57, 60 segg., 68
(27). Ivi, pp. 225, 226.
(28 ). Ivi, pp. 237, 273.
(29). Ivi, pp. VIII, IX, X, XI, 15, 24 segg., 286.
(30). Ivi, pp. 79 segg ., 99, 101, 106, 189; cfr. p. 95.
(31). Ivi, pp. 77, 82, 89.
(32). Ivi, pp. 193, 206 segg.
(33). Ivi, p. 178.
(34). Ivi, pp. 254, 255, 273.
(35). Cfr. ad esempio ivi, pp. 75, 77, 79 segg., 80, 81, 82, 84, 85, 86.
(36). V. I. Lenin, Imperialism: The Highest Stage of Capitalism, in J. Connor, Lenin: On Politics and Revolution, Pecasus, New York, 1968, pp. 121, 123 (trad. it. L'imperialismo come più recente fase del capitalismo, Libreria editrice del Partito comunista d'Italia, Roma, 1921, rist. in Opere Complete, vol. XXII, Edizioni Rinascita, Roma, 1966).
(37). Cfr. L. Salvatorelli - G. Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino, 1964, p. 40.
(38 ). Cfr. R. Sarti, Fascism and the Industrial Leadership in Italy 1919 1940, University of California Press, Berkeley, 1971, pp. 1 segg. (trad. it. Fascismo e grande industria: 1919-1940, Moizzi, Milano, 1977).
(39). W. G. Welk, Fascist Economy Policy. An Analysis of Italy's economic Experiment, Harvard University Press, Cambridge, 1938, p. 200; cfr. pp. 191-205.
(40). A. Maddison, Economic Growth in the West, Twentieth Century Fund, New York, 1964, Appendici A, E, H, I.
(41). Su questo aspetto cfr. A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, La Nuova Italia, Firenze, 1950, pp. 513-525; R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 18831920, Einaudi, Torino, 1965, cap. XIV; Idem, Mussolini il fascista, 1: La conquista del potere, 1921-1925, Einaudi, Torino, 1966, cap. I-IV; M. Missiroli, Il fascismo e il colpo di stato dell'ottobre 1922, Cappelli, Bologna, 1966; R. Michels, Elemente zur Entstehungsgeschichte des italianischen Faschismus (1922), in Idem, Sozialismus und Faschismus in Italien, Meyer & Jessen, Munchen, 1925 (trad. it. parziale Socialismo e fascismo [1925-1934], Giuffrè, Milano, 1991).
(42). La tesi che il fascismo fosse uno «strumento» dell'industria capitalistica fu tra quelle, come abbiamo visto, proposte dall'Aquila e dalla Zetkin. Durante gli «anni trenta» la stessa cosa fu affermata da alcuni «trotskysti»; cfr. D. Guerin, Fascism and Big Business, Pioneer, New York, 1939 (trad. it. Fascismo e gran capitale, Schwarz, Milano, 1956). Il libro di Sarti ha offerto un buon contrappeso a questo tipo di interpretazione del fascismo. Gran parte dei dati contenuti nei particolareggiati saggi storici di Renzo De Felice adempiono alla stessa funzione.
(43). Le prove migliori di questo tipo di comportamento si possono ricavare da
un attento esame dell'azione pratica del fascismo in casi in cui intervenivano direttamente questioni come quella della quotazione della lira a un livello artificiosamente elevato, in difesa del prestigio italiano e con notevole svantaggio degli interessi «capitalistici» particolari. Cfr. R. De Felice, Mussolini il fascista, II: L'organizzazione dello stato fascista, 1925-1929, Einaudi, Torino, 1968, cap. III.
(44). Cfr. G. Ciano, Ciano's Hidden Diary: 1937-1938, Dutton, New York, 1953; The Ciano Diaries: 1939-1943, Doubleday, Garden City, N.J., 1949 (ediz. it., Diari, 2 vol., Rizzoli, Milano, 1947); cfr. anche G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista, Laterza, Bari, 1968; L. Villari, Italian Foreign Policy under Mussolini, Devin-Adair, New York, 1956.
(45). Cfr. A. J. Gregor, The Ideology of Fascism, Free Press, New York, 1969, pp. 147-149, 161-163, 180 (trad. it. L'ideologia del fascismo, Edizioni del Borghese, Milano, 1974).
(46). Cfr. B. Mussolini, Atto di nascita del fascismo, in Opera Omnia, La Fenice, Firenze, 1953, vol. XII, p. 327; Idem, Postulati del programma fascista (maggio 1920), «Per una economia di massima produzione», in R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 747.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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MessaggioInviato: Mer Apr 30, 2008 6:28 pm    Oggetto:  
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Questo interessantissimo e OGGETTIVO brano, verrà sicuramente catalogato come "opinione" da chi dico io. Inserito con pari riscontrabilità in altre "opinioni" e considerato come relativo.
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Giovanni




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MessaggioInviato: Mar Set 02, 2008 2:10 pm    Oggetto:  
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Effettivamente sino alla seconda guerra mondiale in campo comunista l'idea che il capitalismo, se voleva continuare ad esistere, dovesse sboccare dovunque nel fascismo era praticamente un dogma, a cui ben pochi riuscivano a contrapporre una visione più approfondita della questione e mai in pubbliche prese di posizione, rivolte cioè all'esterno del movimento (ancorchè non sia mancata qualche voce discorde come quella di Gramsci, ma per l'appunto ad uso interno).
Qualche autore però, anche in ambito prettamente marxista, ha peraltro sostenuto idee interessanti, non essendo questa interpretazione postulata dogmaticamente anche nell'ambito culturale che l'ha originata in epoca successiva alla seconda guerra mondiale.
In particolare segnalo il testo di P. A. BARAN- P. M. SWEEZY, Il capitale monopolistico, che, se da un lato è finalizzato a smontare in ambito puramente storiografico l'interpretazione allora dominante, offre anche uno spunto di riflessione che ho trovato estremamente interessante sul sistema che l'"oligarchia finanziaria" (come viene definita nel testo) ritiene invece preferibile, in luogo di un regime autoritario.

« La storia degli ultimi decenni nei paesi capitalistici é particolarmente ricca di esempi di sostituzioni di governi democratici con governi autoritari: l'Italia nel 1922, la Germania nel 1933, la Spagna nel 1939, la Francia nel 1958, e molti altri ancora. In generale, però, le oligarchie finanziarie preferiscono i governi democratici a quelli autoritari. La stabilità del sistema é consolidata da periodiche consultazioni popolari che ratificano l'operato dei governi autoritari - questo e non altro é il normale significato delle elezioni parlamentari e presidenziali democratiche - ed evitano alcuni pericoli molto reali di dittatura personale o militare alla stessa oligarchia. Per questo nei paesi capitalistici sviluppati, specialmente se hanno una lunga storia di regime democratico, le oligarchie sono riluttanti a far ricorso ai metodi autoritari nell'affrontare movimenti di opposizione o nel risolvere difficili problemi; ed escogitano invece metodi più sottili e indiretti per realizzare i loro fini... Con tali metodi... la democrazia é in grado di servire gli interessi dell'oligarchia molto più efficacemente e durevolmente di un regime autoritario. La possibilità di ricorrere a un regime del genere non é mai esclusa - anzi la maggior parte delle costituzioni democratiche lo prevedono esplicitamente per i periodi di emergenza - ma decisamente esso non é la forma preferita dalle società capitalistiche regolarmente funzionanti »


Tratto da P. A. BARAN- P. M. SWEEZY, Il capitale monopolistico
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