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Fascismo, Politica Economica e Sociale-A.J.Gregor (completo)

 
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AquilaLatina




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Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Sab Nov 13, 2010 2:44 pm    Oggetto:  Fascismo, Politica Economica e Sociale-A.J.Gregor (completo)
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Il saggio è diviso in due parti: La prima parla della politica economica fascista mentre la seconda è dedicata alla politica sociale del regime.

POLITICA ECONOMICA E SOCIALE DEL FASCISMO
( estratto da A. James Gregor, “Italian Fascism and developmental dictatorship”, Princeton University Press 1979, pp. 127 - 162 / 254 – 291 / 354 – 360 / 373 – 378 )

Così come è diventata una prassi negare ogni contenuto ideologico al fascismo, in egual modo si nega l'esistenza di specifici impegni programmatici fascisti in politica economica. Il fascismo, secondo le opinioni tradizionali, giunse al potere senza avere un programma economico immediato o generale. In alternativa si è sostenuto che la politica economica fascista sia stata il risultato della collusione degli interessi dell'industria, della finanza, dei latifondisti ed, in generale, dell'alta borghesia. Oggi i più moderni studi politologici sostengono che questi giudizi sono semplicistci e sostanzialmente falsi. In primo luogo, può essere facilmente dimostrato che il fascismo, prima del suo avvento al potere, promosse un programma specifico indirizzato a risolvere i problemi immediati che affliggevano l'economia nazionale. Oltre a questo il fascismo elaborò un programma economico di lungo termine che fu ben articolato nella letteratura dottrinale del 1921 e del 1922. Inoltre, così come è vero che il programma economico immediato del fascismo (ed anche alcune parte di quello di lungo termine) non era incompatibile con gli interessi di importanti segmenti della elite economica italiana, è altrettanto vero che tale programma fu autonomo e formulato dalle principali menti fasciste ben prima che altre forze politiche decidessero di allearsi con i fascisti. Qualsiasi accomodamento che c'è stato con le elites economiche della penisola fu di tipo contingente e non costituente della politica economica fascista. Come abbiamo visto, dal 1918 i Sindacalisti Nazionali si prepararono a promuovere lo sviluppo economico della penisola sotto la guida di una avanguardia nazionale ispirata da principi nazionalisti. La loro attenzione, come vedremo, sarà rivolta ai problemi di come il lavoro dovrà essere organizzato in queste circostanze. E, come in tutti i movimenti rivoluzionari, le opinioni su come il processo rivoluzionario deve essere portato avanti variano da esponente ad esponente. Tuttavia, una serie di implicazioni, facilmente dedotte dal riconoscimento della situazione di sottosviluppo dell'Italia, lasciarono spazio ad una serie di impegni economici condivisi. I sindacalisti nazionali si opponevano ai progetti del capitalismo internazionale. La Grande Italia che loro avevano previsto emergere dalle difficoltà della Grande Guerra avrebbe dovuto espandere e modernizzare il settore secondario per sopravvivere. Come conseguenza I sindacalisti nazionali si opponevano ad ogni esperimento politico che avrebbe potuto compromettere lo sviluppo del potenziale industriale italiano. Essi rifiutarono, come abbiamo visto, il bolscevismo di Lenin considerato “astorico” nel suo tentativo di inserire, in un contesto inadatto, un socialismo che richiedeva l'esistenza di un sistema capitalista maturo. Interpretarono il collasso dell'economia russa dopo la rivoluzione bolscevica come la conseguenza del mancato assolvimento da parte dei bolscevichi dei loro obblighi storici. Almeno in parte a causa dell'esperienza bolscevica, i sindacalisti nazionali rifiutarono la lotta di classe come elemento della loro strategia rivoluzionaria. Invece essi capirono la loro responsabilità storica di essere coloro che avrebbero promosso, ristrutturato, ampliato e modernizzato il nascente sistema industriale italiano. A tal fine, essi sostenevano un attento coordinamento di tutte le energie delle classi produttive della penisola. L'Italia era rimasta, secondo loro, nella fase borghese dello sviluppo economico e, di conseguenza, aveva necessità del talento, dell'energia e della partecipazione della borghesia: il capitalismo, in effetti, non aveva completato il suo percorso storico. Così come i sindacalisti nazionali erano disposti a riconoscere il potenziale costruttivo del capitalismo industriale italiano, essi erano ugualmente disposti a riconoscere i difetti del proletariato italiano. I sindacalisti nazionali presto capirono che la classe lavoratrice italiana era incapace di controllare, gestire ed espandere il potenziale industriale della nazione. Come abbiamo visto, tutto ciò che essi impararono da Marx e Sorel fu che il proletariato sarebbe stato in grado di gestire un sistema industriale avanzato solo dopo una lunga conoscenza e convivenza con esso. Il sistema industriale avanzato preparava il proletariato alla sua funzione storica. Laddove il sistema industriale non era ancora sviluppato, il proletariato poteva rimanere solo immaturo, privo delle conoscenze tecniche e privo delle abilità necessarie per sovrintendere una economia complessa. Tutto ciò ha avuto grosse implicazioni nella politica economica. Così, mentre il fascismo adottò una serie di posizioni tattiche durante i suoi due primi anni di sviluppo, con il 1921 il movimento mise insieme un programma che prefigurò la politica economica che sarebbe stata messa in atto dal successivo regime. Riconosciuto il fatto che l'Italia era solo all'inizio del suo sviluppo industriale, e che questo sviluppo sarebbe stato di tipo capitalista, il programma fascista del 1921 chiedeva una immediata riforma del sistema fiscale che avrebbe dovuto stimolare il risparmio come fonte d'investimento per l'espansione della base produttiva della nazione. Il programma chiedeva anche la riforma della struttura finanziaria del governo ed una riforma dell'apparato amministrativo dello stato, poiché entrambi hanno contribuito allo spreco dello scarso capitale in un tempo in cui la nazione aveva bisogno di tutte le sue risorse finanziarie per modernizzarsi e per espandersi. Il programma del 1921 chiedeva anche la privatizzazione delle linee telefoniche, telegrafiche e del sistema postale nella convinzione che lo stato, organizzato in questo modo, aveva dimostrato la sua incapacità di amministrare efficacemente tali settori con la conseguenza di sprecare le già scarse risorse a disposizione. Infatti il fascismo prestò molta attenzione agli sprechi di capitale. Le obiezioni dei fascisti al supporto statale delle cooperative, per esempio, si basò sulla convinzione che il capitale impiegato in tali opere avrebbe potuto essere meglio impiegato nella modernizzazione e nello sviluppo degli impianti già esistenti piuttosto che in esperimenti colletivistici. In definitiva, il programma economico immediato del 1921 prevedeva: 1) La creazione di capitali di investimento in circostanze in cui esso scarseggiava e ciò implicava 2) Una riforma delle tasse e della legislazione finanziaria 3) Una riduzione delle spese statali ed un risanamento del bilancio 4) L'espansione e la razionalizzazione delle capacità economiche della nazione. Contemporaneo a questi impegni, vi fu la richiesta di espansione della infrastruttura di trasporto e comunicazione della nazione in via di sviluppo. Così il programma fascista del 1921 supportò lo sviluppo del sistema ferroviario, stradale e marittimo della nazione. Le tariffe di protezione furono varate per proteggere dalla concorrenza straniera le industrie non competitive. Nel tentativo di ridurre gli squilibri commerciali, la promessa di lavori pubblici fu estesa con enfasi nello sviluppo della energia idroelettrica, come sostituto dei combustibili fossili (che scarseggiavano sul suolo italiano) importati dall'estero. Tutto questo doveva essere condotto in un clima di collaborazione tra le classi, il quale avrebbe consentito l'espansione delle strutture scolastiche e la creazione di una nuova moralità pubblica. Così dal 1921, gli italiani avevano tutte le ragioni di credere che il fascismo stesse offrendo un programma economico specifico ed immediato ragionevole per la nazione. Il fascismo prometteva la protezione della proprietà privata fino a quando essa sarebbe stata necessaria per lo sviluppo della nazione. La piccola azienda sarebbe stata garantita fino a quando fosse andata incontro ai bisogni economici della penisola. Le responsabilità fiscali dello stato sarebbero state scaricate, il risparmio accelerato, gli investimenti favoriti, l'inflazione controllata, la disoccupazione ridotta, i lavori pubblici istituiti, la proprietà privata protetta, ed il lavoro organizzato integrato in un programma di sviluppo nazionale. In questo modo, il programma economico fascista era tale da poter attrarre liberali così come sindacalisti nazionali. Gli economisti liberali giudicarono il programma come produttivista mentre i sindacalisti nazionali videro in esso l'espressione di una “nuova italia”, una politica rivoluzionaria che avrebbe portato alla modernizzazione economica ed industriale tanto sostenuta dai sindacalisti nazionali. Sia liberali che sindacalisti nazionali sostenevano da lungo tempo simili richieste. Come abbiamo visto essi identificarono in fretta tali politiche come manchesteriane ed i politici liberisti come Maffeo Pantaleoni supportarono il programma economico fascista perchè considerato liberista ed orientato verso il libero mercato. Ma nonostante queste similitudini con il modello manchesteriano, la politica economica fascista era lontana dall'essere liberale. I fascisti presto edificarono uno Stato corporativo e rivoluzionario che avrebbe sostituito l'inefficiente regime parlamentare. Il nuovo Stato sarebbe intervenuto in maniera estesa nelle relazioni di lavoro; avrebbe istituito una tariffa di protezione. Ancor di più, i fascisti si aspettavano che il loro Stato forte avrebbe provveduto alla modernizzazione ed espansione dell'intera infrastruttura economica della nazione, lo sviluppo dell'energia idroelettrica, del sistema di irrigazione, la redistribuzione delle terre ed il rimboschimento. Lo Stato rivoluzionario intendeva istituire un sistema educativo in grado di creare cittadini capaci di garantire il progresso economico della nazione. Questo Stato avrebbe creato una nuova coscienza nazionale, cosa trascurata dall'agnostico stato liberale. Ciò nonostante, nei primi anni di governo fascista, c'erano diverse ragioni, sia politiche che economiche, che resero i fascisti ben disposti verso le politiche economiche di tipo liberale. Molti degli alleati del fascismo erano liberali per convinzione ed il controllo della penisola da parte di Mussolini era tutt'altro che sicuro tra il 1922 ed il 1925. Alienarsi il supporto dei liberali sarebbe stato sconveniente. Inoltre vi erano buone ragioni per credere che l'economia italiana avesse punti di forza intrinseci e che la creazione di uno stabile ordine politico e l'attuazione di una legislazione favorevole al risparmio ed all'accumulo di capitale, avrebbe stimolato la crescita industriale ed economica. Ma per tutto questo, i fascisti resero evidente la loro intenzione di intervenire ovunque vi fosse una minaccia per il loro programma complessivo. Questo avrebbe dovuto essere evidente a chiunque. Come è già stato detto, con l'inizio del 1922, Sergio Panunzio pubblico il suo “Lo Stato di Diritto” nel quale egli concepì, come ideologo fascista , lo Stato totalitario, uno stato avente funzioni etico -pedagogiche ed obbligato a tutelare gli interessi collettivi delle generazioni future. Un simile tipo di stato difficilmente può essere uno stato individualista tanto caro ai liberali. Infatti la concezione di Panunzio dello Stato totalitario è il fondamento logico dello Stato dirigista ed interventista. Le intenzioni dei fascisti erano implicite in gran parte della propaganda già durante i primi anni di governo. Quando Panunzio parlò del liberalismo insito nel fascismo, si riferiva ad un tipo particolare di liberalismo. Egli parlò più di un liberalismo di gruppi che di un liberalismo di persone, si tratta di una società composta da individui e gruppi disciplinati ed organizzati sotto l'egida di una nuovo Stato rivoluzionario. In retrospettiva il liberalismo di Panunzio del 1922 appare avere tutte le caratteristiche descrittive del totalitarismo del 1935. Panunzio elaborò queste idee mentre era il principale portavoce del fascismo ferrarese e Ferrara fu uno dei due principali centri di irradiazione del fascismo nella sua fase di mobilitazione delle masse. In effetti Panunzio fu una voce autorevole ed era chiaro che egli concepiva il fascismo nel suo complesso come diverso dal suo programma politico immediato e lontano dall'essere liberale. Inoltre le opinioni di Panunzio rispecchiavano quelle degli altri fascisti tanto che furono inserite nei documenti ufficiali di partito. Nel 1921, il fascismo aveva un programma economico relativamente preciso che guidava le sue scelte immediate. Con il consolidarsi del potere fascista, questo programma economico divenne sempre più preciso e con la fine del 1922 il programma economico immediato del fascismo fu completamente definito. C'era ben poco di non ortodosso in questo programma. Al di là della facciata convenzionale, c'erano tutte le implicazioni di un programma economico di lungo termine più portentoso.
I confini di queste politiche erano ben espresse nelle opere di Alfredo Rocco, che giunse al fascismo come uno dei principali teorici del nazionalismo italiano.

ALFREDO ROCCO, IL NAZIONALISMO E LA POLITICA ECONOMICA DEL FASCISMO.

I sindacalisti nazionali, che hanno articolato gli impegni ideologici del fascismo hanno, come già visto, promosso una politica di sviluppo della nazione. Con la fine della Grande Guerra, essi si sono qualificati come produttivisti, sostenendo la rapida industrializzazione della penisola. Con il 1918, essi riconobbero che la lotta di classe internazionale contro le nazioni plutocratiche richiedeva che l'Italia risolvesse i problemi di ritardo economico, sovrappopolamento e stabilità politica, intraprendendo l'arduo processo di sviluppo economico e modernizzazione. Fu in questo contesto che i lavori di Alfredo Rocco cominciarono ad avere un significato sempre maggiore per i fascisti. I sindacalisti nazionali svilupparono un programma per l'organizzazione sindacale e corporativa delle attività economiche della penisola ma i loro impegni programmatici rimasero sempre generici ed imprecisi. Dall'altra parte, attorno al 1914, I nazionalisti italiani avevano preparato un programma economico di ampio respiro per la penisola. Ed in quel periodo era Alfredo Rocco il principale portavoce dei nazionalisti. Alfredo Rocco nacque a Napoli il 9 settembre del 1875, arrivò al nazionalismo italiano dopo un rigoroso percorso accademico. In gioventù egli si schierò a sinistra con socialisti e radicali ma quando rientrò nella scena politica nel 1913, egli sviluppò un programma politico nettamente antisocialista ed antiliberale. In coerenza con questi progetti, Rocco si oppose sia al socialismo ortodosso che al liberalismo, accusando entrambi di ostacolare lo sviluppo economico della nazione. Egli sostenne che entrambi, basati com'era rispettivamente sull’ edonismo e sul individualismo, favorivano il consumo e la dissipazione delle energie piuttosto che stimolare lo sviluppo. Come i sindacalisti nazionali, di cui presto diventerà un simpatizzante, Rocco sosteneva che l'Italia fosse arretrata economicamente costretta a competere con nazioni più potenti per risorse, capitali, mercati e spazio. Il Liberalismo, fallendo nel capire le difficoltà della penisola, avrebbe ridotto l'Italia a diventare uno stato satellite mentre il socialismo ortodosso, a causa delle sue preoccupazioni di una distribuzione ugualitaria, avrebbe dissipato il capitale in iniziative demagogiche. L'unica speranza per l'Italia, diceva Rocco, era un rapido programma di sviluppo economico ed industriale, di razionalizzazione della produzione e di espansione industriale sotto l'egida di uno Stato forte. Per concretizzare questi fini, Rocco promosse un programma di accumulo del capitale per compensare la scarsità di capitale che aveva caratterizzato il decollo economico della penisola una generazione prima. Egli insistette a favore di una politica di supporto statale dell'innovazione tecnologica e l'organizzazione del sostegno dei cittadini in un programma politico identificato col nome di “sindacalismo nazionale”. Con il passare del tempo, egli elaborò meglio questi concetti. Egli rifiutò il liberalismo economico tradizionale ed il socialismo poiché quest'ultimo avrebbe semplicemente redistribuito le scarse risorse sociali presenti. Rocco descrisse l'Italia come un paese popolato da capitalisti fai da te, artigiani, intellettuali, impiegati, lavoratori ognuno dei quali mirava al vantaggio immediato senza avere alcuna visione di sviluppo collettivo. Egli insistette sul fatto che tali gruppi di interesse avrebbero solo generato tensioni centrifughe in una nazione già in difficoltà a causa della competizione con paesi più potenti. Come conseguenza, egli proponeva la creazione di uno stato forte capace di articolare una politica di sviluppo nazionale che avrebbe coordinato gli interessi particolari e regionali in una visione collettivista che avrebbe garantito l'espansione economica e la razionalizzazione. Egli credeva che il traguardo ultimo dovesse essere una sorta di autosufficienza economica della penisola, una capacità di usare le risorse della nazione per supportare la crescita di popolazione, necessaria per la difesa collettiva, ed incontrare i bisogni di una moderna nazione industriale. Per raggiungere questi traguardi, l'Italia, che era giunta tardi alla prima fase della industrializzazione, afflitta come era dalla mancanza di capitale e di risorse, caratterizzata da una densità di popolazione senza pari in Europa, richiedeva disciplina, sacrificio, un attenta politica di calcolo, ed una rigorosa politica economica di stimolazione. Nel 1919 il comitato centrale del Movimento Nazionalista Italiano pubblicò un programma politico scritto da Rocco in cui tutti questi argomenti furono trattati. I precisi progetti economici del suo piano riguardavano la riforma delle finanze e quella fiscale, che avrebbero stimolato l'accumulazione di capitale necessaria per l'immediata espansione della industria nazionale. C'era anche la richiesta di diminuire l'intervento dello Stato in economia. Nella sua replica alle domande poste, Rocco spiegò che la richiesta di diminuire l'intervento statale in economia non era basata su una opposizione all'interventismo statale ma era la conseguenza dell'inettitudine dimostrata dal sistema parlamentare allora vigente. Solo uno Stato corporativo o nazionalsindacalista, organizzando i molteplici gruppi d'interesse che costituivano gli organi funzionali e produttivi della nazione avrebbe potuto intervenire in maniera efficace nell'economia della nazione. Fino a quando tale Stato fosse rimasto soltanto un desiderio, lo Stato parlamentare avrebbe dovuto essere ridotto soltanto alle minime funzioni necessarie per la sopravvivenza della comunità nazionale. Il programma dei nazionalisti del 1919, come quello del fascismo, proponeva una riforma della burocrazia statale nell'ottica di ridurre le spese e l'inefficienza. Esso proponeva la riforma fiscale mirante al pareggio del bilancio, una riforma delle tasse che avrebbe creato una adeguata base finanziaria per le attività dello Stato e stimolato il risparmio che avrebbe potuto essere impiegato come capitale d'investimento. Il programma proponeva una espansione della marina mercantile, l'accrescimento dello sviluppo tecnico in agricoltura, ed una espansione degli impianti industriali con l'istituzione di una tassa di protezione se necessario. Per ridurre l'importazione di combustibili fossili, Rocco, come i fascisti, richiedeva la rapida espansione degli impianti idroelettrici e la conseguente elettrificazione della rete ferroviaria italiana ed un più efficiente sistema stradale. Il motivo centrale rimaneva comunque l'urgente necessità di accrescere il potenziale produttivo della comunità nazionale, che non avrebbe richiesto soltanto la mobilitazione delle energie collettive ma la massiccia accumulazione di capitali di investimento. L'urgenza che circondava la richiesta di formazione di capitale trovò regolare espressione nelle richieste di Rocco secondo cui il sistema fiscale italiano doveva essere riorganizzato per favorire l'accumulo di capitale. Dunque il primo problema che l'Italia avrebbe dovuto affrontare se avesse voluto diventare una grande potenza industriale era quello di accumulare capitali. In sostanza il programma economico dei nazionalisti conteneva la politica economica proposta dai fascisti nel 1921, due anni prima della fusione dei due movimenti. Entrambi i movimenti avevano cominciato il loro processo di avvicinamento ideologico. Ma più di questo, il programma economico di Rocco per la nazione formulava esplicitamente una serie di traguardi di lungo termine che erano presenti, ma spesso solo in forma implicita, nella letteratura fascista, o apparsi in forma frammentaria. Il programma economico di lungo termine nelle prime pubblicazioni di Rocco prevedeva parecchie fasi di sviluppo per la nazione: la prima fase comportava una intensa accumulazione di capitale e di investimenti, lo sviluppo di entrambe le infrastrutture economiche di base e lo sviluppo dell'industria pesante necessaria per una rapida industrializzazione. La fase successiva avrebbe comportato lo sviluppo dell'autosufficienza nazionale almeno per quei settori necessari per l'indipendenza politica e la difesa della nazione. La fase finale comportava l'espansione territoriale e dei mercati basata sull’antecedente crescita industriale e modernizzazione economica, che avrebbe permesso all'Italia l'autosufficienza economica prerequisito indispensabile per l'assunzione delle responsabilità di una grande potenza. Nel 1921 Rocco si focalizzò sui problemi immediati che affliggevano l'economia italiana. Le sue proposte economiche diventarono sempre più specifiche e erano pienamente compatibili con i progetti dei fascisti. Per esempio, Rocco, come i fascisti, si oppose alla domanda che le società per azioni venissero con il nome dei singoli azionisti poiché tale legislazione, data la minaccia reale di una tassazione punitiva, avrebbe creato una fuga di capitali e ridotto la disposizione tra questi con i fondi ad investire nell'industria italiana. Per lo stesso motivo, sia Rocco che i fascisti, si opposero ad una pesante tassa sulla proprietà e sull'eredità. Rocco, così come i sindacalisti nazionali, si oppose alla sopratassa sui profitti di guerra, ritenuta demagogica nei caratteri, priva di specificità, e dannosa ai fini della accumulazione di capitale in un periodo in cui gli investimenti di capitali erano critici per l'industria italiana e per l'economia futura. Come abbiamo visto, al tempo della sua ascesa al potere, il fascismo aveva un programma economico immediato che distingueva il movimento da tutti i suoi rivali nella penisola. Si trattava di un programma che aveva parecchie affinità con quello di Alfredo Rocco. Questo programma rappresentava la prima fase di un programma di sviluppo complessivo e, mentre aveva dei tratti che lo rendevano attraente per i liberali, non era un programma economico liberale. Non solo si basava su una visione esplicitamente interventista e dirigista, ma era anche finalizzato, in ultima analisi, ad un antiliberale programma di autosufficienza nazionale. Gli obiettivi dei fascisti erano, infatti, obiettivi non liberali. Quando i sindacalisti nazionali identificarono la nazione come il principale soggetto della modernità, essi si impegnarono a perseguire politiche non liberali finalizzate a far progredire l'Italia al rango di una nazione moderna, industrializzata, una politica che comportava, in ultima analisi, la creazione di una comunità autarchica supportata da adeguate risorse e territori che avrebbero permesso all'Italia di diventare una grande potenza. Mentre i liberali sostenevano un mercato mondiale interdipendente, caratterizzato da una divisione internazionale del lavoro, i fascisti sostenevano una visione del mondo caratterizzata dalla lotta di classe internazionale, nella quale le nazioni plutocratiche si opponevano alle aspirazioni delle nazioni proletarie. L'ispirazione per questo non era Adam Smith ma Frederich List. Come List, Rocco ed i fascisti, sostenevano che tanto più la nazione sarebbe dipesa dalle importazioni di materie prima, in particolare combustibili fossili, ed acciaio per sostenere le sue attività industriali e per supportare il fabbisogno alimentare della popolazione, tanto più le azioni politiche sarebbero state condizionate dalle nazioni plutocratiche, desiderose di mantenere lo status quo. Solo con la creazione di un moderno settore industriale, ed un efficiente settore primario, l'Italia avrebbe potuto aspirare a conquistare i mercati internazionali, mettere al sicuro le materie prime necessarie, ed avere accesso ai territori necessari per posizionare la popolazione in eccesso. Sia i sindacalisti nazionali che i nazionalisti di Rocco concepivano la nazione come la più importante comunità sociale del mondo moderno e, di conseguenza, entrambi inquadravano i problemi economici in termini di singola nazione. La nazione veniva intesa come il fondamento dell'identità personale di ogni uomo così come il principale agente del mondo moderno. Ed era lo spazio economico, la disponibilità di risorse, la capacità di sostegno, che avrebbe determinato quanto lontano e con quali effetti tale sviluppo sarebbe proceduto. I primi teorici del fascismo riconobbero che le potenze continentali, come Stati Uniti, Russia e Cina, possedevano tutti vantaggi territoriali e di risorse, possedevano tutti i requisiti per la sopravvivenza futura ed il dominio internazionale. Nazioni come la Gran Bretagna, la Francia ed il Giappone si conquistarono simili vantaggi ed avrebbero esercitato il dominio internazionale soltanto espandendosi verso i territori e le risorse ancora disponibili. L'Italia, con poche risorse ed una popolazione crescente ma limitata in termini di spazio, era particolarmente svantaggiata. Senza una rapida industrializzazione e la conseguente espansione commerciale e territoriale, l'Italia avrebbe dovuto rassegnarsi alla dipendenza politica ed economica nei confronti delle nazioni più potenti. Mentre tutti questi argomenti venivano esposti negli scritti di Alfredo Rocco, essi erano presenti in maniera implicita o esplicita nella ideologia fascista già dalla fondazione dei Fasci di Combattimento a Piazza San Sepolcro e nel pensiero dei sindacalisti nazionali già dai tempi della guerra in Libia. Questi stessi temi avevano animato gli interventisti nella loro difesa della vittoria alla fine della Grande Guerra. Anche se, a dispetto di queste similitudine, un numero considerevole di nazionalisti hanno continuato a mantenere delle riserve, uomini come Rocco hanno riconosciuto che con l'inizio del 1922 c'era veramente poco che differenziava il programma economico di lungo termine del nazionalismo da quello del fascismo. Gli impegni dei fascisti riguardo la produzione, il loro appello alla rapida modernizzazione e industrializzazione della nazione, erano chiaramente compatibili con gli obiettivi economici dei nazionalisti. Già nel 1918, prima della fondazione formale dei Fasci di Combattimento, i nazionalisti riconobbero che l'appello del fascismo nazionalsindacalista per lo sviluppo industriale era pienamente compatibile con il programma proposto da Rocco del 1914. Con l'abbandono della richiesta tattica dei fascisti di una tassa straordinaria sui profitti di guerra, che i nazionalisti consideravano inutile e demagogica restrizione di capitale, le politiche economiche dei nazionalisti diventarono sempre più simili a quelle dei fascisti. Nel dicembre del 1922, meno di due mesi dalla marcia su Roma, Rocco poteva sostenere che il fascismo era giunto al potere con un programma economico specifico sia nel breve che nel lungo periodo. Sotto gli auspici di un governo di coalizione, che ha caratterizzato i primi anni di potere di Mussolini, fu emanata quella legislazione che determinerà l'avvio della prima fase del programma economico fascista.

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MessaggioInviato: Sab Nov 13, 2010 2:46 pm    Oggetto:  
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POLITICA ECONOMICA DAL 1922 ALLA GRANDE DEPRESSIONE

In retrospettiva, è chiaro che la politica economica fascista era basata sulla convinzione che una rivoluzione improvvisa e violenta non fosse necessaria per completare la prima fase della modernizzazione economica e lo sviluppo della penisola. L'Italia aveva cominciato il suo decollo industriale durante l'era giolittiana prima della Grande Guerra. Le difficoltà post-belliche hanno impedito il processo irregolare ma ambizioso lanciato qualche decennio prima. La rapida industrializzazione che si verificò durante la guerra, che così tanto impressionò il giovane Mussolini, fu ostruita da politiche fallimentari e non da costrizioni economiche o istituzionali. I fascisti erano convinti che l'industrializzazione immediata dell'Italia e la modernizzazione economica non richiedessero radicali interventi chirurgici ma l'applicazione di cure omeopatiche: la creazione di clima ottimale per gli investimenti, la restaurazione di un ordine politico stabile, la creazione di una forza lavoro disciplinata e la creazione di una leadership manageriale tecnicamente efficiente ed intraprendente. I fascisti concepivano le loro politiche come alternative agli errori commessi dal bolscevismo leninista e come più appropriate per i problemi di sviluppo immediato e modernizzazione. I loro traguardi erano chiaramente di modernizzazione industriale e sviluppo economico piuttosto che utopici propositi di uguaglianza universale e liberazione umana. Essi si attivarono per imporre la pace industriale, ridurre le perdite di ore di lavoro come conseguenza di scioperi e serrate, restaurare l'efficienza dei servizi pubblici, rinnovare la fiducia nel sistema economico nazionale, provvedere ad un maggior accumulo di capitali d'investimento, istituire un sistema burocratico moderno e razionalizzato, mantenere ed espandere gli impianti produttivi, di comunicazione e potenziare l'agricoltura. Mentre la smobilitazione che seguì la guerra creò gravi problemi all'economia italiana, la risoluzione di alcuni problemi economici internazionali assistette gli forzi riabilitativi e di sviluppo del fascismo. Infatti divenne presto chiaro che le affermazioni dei fascisti erano corrette. L'economia italiana richiedeva una cura omeopatica piuttosto che un radicale intervento chirurgico. I problemi immediati del dopoguerra italiano ruotavano attorno agli sprechi di tempo di lavoro, alla necessità di nuovo capitale d'investimento, la legge fiscale, il fallimento di alcune delle principali industrie ed istituti bancari della penisola e la crisi agricola. Il problema più urgente, a detta di quasi tutti i commentatori del periodo, era quello relativo alle finanze dello Stato ed il sistema fiscale ad esso collegato. Una settimana prima della marcia su Roma, Giolitti insistette sul fatto che le difficoltà finanziarie dello Stato, un deficit di 6 miliardi di Lire aggravato da una crisi da un interesse annuale di pagamento di 400 milioni di Lire, costituiva il più grosso pericolo per l'economia della penisola. Quasi subito dopo la marcia su Roma, Mussolini nominò Alberto De' Stefani come ministro delle finanze. De Stefani, dotato di poteri straordinari per mezzo di decreto, procedette nella sistemazione del sistema fiscale nazionale, abolendo la tassa straordinaria sui profitti e sulle proprietà di guerra, e rescindendo l'obbligo di registrazione delle società per azioni nel nome del proprietario, tutto in uno sforzo per stimolare i risparmi e la capacità d'investimento. De Stefani ridusse anche le spese statali e fece quadrare il bilancio. Egli introdusse delle riforme nella burocrazia nazionale riducendo il numero dei dipendenti statali ed i costi della amministrazione. Quasi nello stesso momento, il governo fascista restituì il sistema telefonico nelle mani dei privati ed aprì il settore assicurativo ai capitali privati, abolendo il monopolio statale in vigore dal 1912. La Ansaldo, una delle più grosse industrie meccaniche, ed il Banco di Roma, una delle istituzioni finanziarie più importanti della nazione, furono salvate dalla liquidazione grazie all'intervento del governo. Nel 1923 fu istituita per decreto legge una agenzia parastatale che avrebbe fornito all'industria capitali a basso tasso d'interesse. Tutto questo, come già detto, era stato prefigurato nella politica economica fascista prima della marcia su Roma. Si trattava di un coerente e relativamente ben integrato programma di responsabilità fiscale, di accumulo di capitale, e di sviluppo economico ed industriale. Ciò che produsse fu la sistemazione del bilancio già nel 1925, un tasso di risparmio e di accumulazione di capitale insuperato fino al miracolo economico italiano degli anni cinquanta ed un tasso di crescita industriale che duplicò il tasso i produzione della penisola nel 1929. Il tasso di produzione di ferro ed acciaio fu duplicato dal 1922 al 1926, la produzione di energia elettrica raddoppiò dal 1922 al 1929, il tonnellaggio della marina mercantile italiana aumento da 835 tonnellate nel 1920 a 1877 tonnellate nel 1926. Nel 1922 la produzione industriale italiana era del 81% mentre nel 1929 era del 142%rispetto a quella del 1913. L'Italia sostenne un ritmo di crescita superiore a quello di ogni altra potenza europea. Nel 1929 l'indice di produzione totale della Francia era attorno a 139 (100=1913), mentre l'indice della Germania, nello stesso anno, languiva a 111 e la produttività del Regno Unito fallì di raggiungere i livelli del 1913. Questi furono gli anni che videro l'introduzione del fordismo, l'accelerazione e la razionalizzazione della produzione per uomo-ora, negli impianti industriali italiani. Nel 1929 l'indice di produzione uomo-ora dell'Italia fascista (a 100 nel 1913) era di 143.7, superando quello di ogni altro competitore europeo. In quell'anno lo stesso indice della Germania era a 113.2 e quello della Gran Bretagna a 140.3. Soltanto l'indice della industria francese superava quello italiano poiché si trovava a 154.6. Questo fu evidente per quasi tutti gli esperti. Anche gli osservatori più scettici dovettero ammettere che l'Italia stava conoscendo un periodo di sviluppo industriale estensivo ed intensivo e di modernizzazione. Franz Borkenau, scrivendo nel 1933, poteva sostenere che il fascismo aveva realizzato la sua funzione storica. Aveva moltiplicato la produzione industriale della nazione. L'elettrificazione si era estesa risolvendo, in parte, alcuni deficit della penisola riguardo la mancanza di materie prime. L'industria automobilistica si era sviluppata a livello internazionale. Le perdite di tempo del passato e la pervasiva mancanza di puntualità erano state superate. Il sistema bancario era stato centralizzato, e l'indipendenza delle istituzioni bancarie nel sud era stato interrotto. L'agricoltura era stata modernizzata. L'accumulazione di capitale era stata accelerata e garantita. Per Borkenau, la funzione storica del fascismo fu quella di sviluppare il potenziale economico della sottosviluppata penisola italiana. Era infatti chiaro che nel periodo che va dal 1922 alla Grande Depressione, l'Italia aveva raggiunto un tasso di crescita industriale e sviluppo economico raggiunto solo una volta nel corso della sua storia e mai superato fino agli anni 50. Al tempo della Depressione, d'altro canto, l'Italia aveva appena cominciato ad affrontare delle difficoltà. Un cattivo bilancio commerciale, aggravato dalle grandi importazioni di grano e carbone cominciò a creare problemi strutturali in tutta l'economia italiana. Il disavanzo commerciale nel 1926 era di 1 miliardo e 3 milioni di Lire più grande rispetto al deficit del 1922. La conseguenza fu una rapida caduta del tasso di cambio della Lira. Tra il gennaio ed il giugno del 1925, la Lira cadde da un tasso di cambio di 117.50 ad uno di 144.92 Lire per una sterlina. Nell'estate del 1926 il tasso di cambio cadde ulteriormente a 153.68Lire per una Sterlina. Di fronte alla situazione internazionale, il governo fascista rafforzò il controllo legislativo attorno alle istituzioni della penisola. La centralizzazione degli istituti bancari, a cui Borkenau alludeva, cominciò nel 1926. Con la caduta del 1926, il governo istituì il “Istituto di Emissione” che diventò l'agenzia centrale per l'emissione di moneta nazionale. Sebbene il pieno controllo ci fu soltanto con la legislazione del 1936, i primi sostanziali interventi nella direzione dell'interventismo statale furono mossi durante questo periodo. Ci furono due importanti ed immediate conseguenze causate dalla crisi internazionale dei cambi del 1925. La prima comportò la decisione da parte del governo fascista di intraprendere la “Battaglia del Grano”, che avrebbe reso l'Italia autosufficiente dalle importazioni straniere di grano; la secondo fu la stabilizzazione della Lira ad un tasso di scambio di circa 90 Lire per una sterlina. Durante gli anni immediatamente precedenti alla loro presa del potere, i fascisti hanno regolarmente fatto riferimento alla dipendenza italiana dalle importazioni di grano straniere come punto critico delle capacità di scambio internazionali della nazione. Mentre poco poteva essere fatto per espandere i combustibili fossili e le risorse di metallo della nazione, fu sostenuto, le abilità della nazione per quanto riguarda l'alimentazione avrebbero dovuto essere innalzate attraverso profonde innovazioni tecnologiche e scientifiche nel settore primario. Già nel 1923 il governo fascista introdusse tariffe per aumentare la produzione di grano in tutte le province della penisola. Ma nel giugno del 1925, quando il disavanzo dell'Italia divenne sempre più oneroso, Mussolini annunciò l'inizio di un sistematico programma per incrementare la produzione di grano e cereali nella penisola. Nel 1925 l'Italia aveva importato 22,5 quintali di grano al costo di 4 miliardi di Lire, circa la metà del disavanzo commerciale esistente. L'intenzione del governo fascista era quella di ridurre la dipendenza dell'Italia dalle importazioni di grano straniero, il primo sforzo per attuare il traguardo fascista di rendere la nazione il più autosufficiente possibile. Con l'inizio del 1926, l'intera macchina della propaganda dello stato fascista promosse l'aumento della produttività dell'agricoltura. Contemporaneamente, un vasto programma di modernizzazione fu introdotto. Le “Cattedre ambulanti d'agricoltura”, squadre agrobiologiche viaggianti, furono mandate in tutta la nazione per introdurre le più moderne tecniche di coltivazione del settore primario. Nel 1928, un vasto programma di redistribuzione e potenziamento delle terre fu introdotto, in ultima analisi vennero impiegate più di tre volte delle risorse spese da tutti i precedenti governi dalla unità d'Italia in poi. Il programma di redistribuzione delle terre e di modernizzazione tecnologica dell'agricoltura vanno ricordate tra gli sforzi più riusciti del regime. Anche i commentatori postbellici che nulla avevano da spartire con il regime fascista, trovarono del merito nel programma sia in termini tecnici che in termini di significato sociale. La produzione del grano per ettaro fu incrementata da 10.5 quintali, che era la produzione media dei cinque anni antecedenti alla Grande Guerra, ai 13.9 quintali del 1931, per raggiungere i 15.2 quintali nel 1932. Indipendentemente dal fatto che il programma avesse avvantaggiato più i grandi proprietari rispetto ai piccoli, ed al di la del fatto che i costi complessivi furono più alti e che ciò mise in difficoltà i prodotti agricoli da esportazione, nel 1935 l'Italia non era più costretta a spendere più del 15% del suo avanzo commerciale per le importazioni di grano e cereali. Allo stesso tempo della “Battaglia del Grano”, Mussolini decise di stabilizzare il tasso di scambio della Lira sui mercati internazionali alla quota di 90 Lire per una sterlina, un tasso che richiedeva la svalutazione della Lira nel mercato internazionale. I motivi della scelta di questo particolare tasso di scambio furono vari. A suo tempo i fascisti sostennero le seguenti ragioni: 1) La difesa dei risparmi e dei capitali d'investimento; 2) La protezioni di coloro che vivevano sul reddito fisso e pensioni; 3) La necessità di mantenere una moneta forte; 4) La riduzione delle importazioni ai livelli strettamente necessari per sostenere il programma di sviluppo. La stabilizzazione della Lira a “Quota Novanta” era sostenuta con insistenza da Mussolini contro le enfatiche obiezioni dei rappresentanti delle elites economiche ed industriali italiane. Le ragioni disponibili più convincenti indicarono che Mussolini insistette nella stabilizzazione della Lira a quella quota per ragioni politiche contro le resistenze della intera leadership finanziaria ed industriale italiana. Infatti, com'era prevedibile, tale stabilizzazione richiedeva sacrifici enormi. Mentre sembra ragionevolmente chiaro, da un punto di vista tradizionale ed ortodosso, che la decisione di Mussolini di portare la Lira a “Quota Novanta” era di dubbio valore economico, sembra altrettanto ovvio che il governo fascista aveva investito una parte consistente della sua immagine nella “Forza della Lira come simbolo della ricchezza della nazione”. Ma più importante di questo, la “Battaglia della Lira” sembra aver dato a Mussolini l'occasione per estendere il potere fascista attorno all'economia italiana. In retrospettiva, sembra che Mussolini abbia cominciato a prepararsi per questa eventualità già nel 1925. Nell'ottobre di quell'anno egli enunciò la formula che avrebbe costituito il cuore del totalitarismo fascista: “ Tutto nello Stato, tutto per lo Stato e nulla al di fuori dello Stato”. Dopo la risoluzione della crisi politica suscitata dall'uccisione di Matteotti nel 1924, Mussolini aveva cominciato ad estendere il suo controllo attorno alla penisola. Nel gennaio del 1925, egli annunciò l'intenzione di fascistizzare lo Stato. Attorno al periodo cominciato nel 1925, il fratello di Mussolini, Arnaldo, in autorevoli articoli su “Il Popolo d'Italia”, indicò che il fascismo, dopo la sua vittoria politica, era pronto a dirigere i settori chiave dell’economia. In questo tempo Mussolini stesso condusse il processo attraverso il quale fu condotta la battaglia dei fascisti per addomesticare le elites economiche esistenti. Con il 1926 Mussolini diede ogni indicazione che si stava preparando ad estendere il suo controllo attorno a tutta l'economia della penisola. In effetti la prima fase della politica economica fascista era conclusa. Il fascismo si stava preparando ad affrontare la seconda fase: la costruzione di una economia isolata, una economia capace di sostenere la nazione di fonte agli inganni delle potenze plutocratiche. Sembra ragionevolmente chiaro che Mussolini si stava preparando ad estendere il suo potere sulle attività dei suoi alleati non fascisti. La questione del valore internazionale della Lira diede al fascismo il pretesto per stabilire la sua autorità di fronte alla passività delle tradizionali elites economiche. Sembra che la politica di radicale deflazione monetaria fosse calcolata per portare l'Italia fuori dai mercati internazionali in concomitanza con l'aumento dei controlli dello Stato. Quasi immediatamente, a causa dei relativamente alti costi del lavoro generati dalla deflazione della moneta nazionale, le esportazioni italiane diventarono troppo costose per essere competitive sui mercati internazionali. Le esportazioni diminuirono del 16%. Allo stesso tempo, a causa degli accresciuti controlli sulle importazioni inaugurati per proteggere le riserve italiane, le importazioni diminuirono del 21%. Un elaborato sistema di tariffe di protezione fu eretto attorno alle industrie nazionali. Con queste protezioni, i principali settori dell'economia nazionale (chimico, tessile, metallurgico e meccanico) cominciarono ad espandersi e modernizzarsi proprio quando l'economia aveva cominciato a stabilizzarsi di nuovo dopo le difficoltà dovute alla svalutazione. Le industrie che producevano per l'esportazione furono costrette a cambiare la loro produzione. Nel 1929 l'industria italiana aveva cominciato a superare le difficoltà poste dalle nuove politiche economiche. L'EINOS (Ente Nazionale Italiano per l'Organizzazione Scientifica del Lavoro) introdusse il taylorismo negli impianti industriali italiani. L'Ente Nazionale per l'Unificazione dell'Industria fu incaricato di riorganizzare l'industria italiana in conformità alle esigenze della produzione standardizzata su larga scale. Fu istituito l'Istituto per il Credito Navale al fine di sovvenzionare e riorganizzare il settore navale e della marina mercantile. Prima della depressione del 1929, i fascisti avevano già cominciato a mettere insieme i primi strumenti di controllo economico. L'Italia aveva cominciato a ritirarsi dal mercato internazionale ed i fascisti avevano esteso il loro controllo nel mercato interno al fine di creare un sistema autarchico. Il discorso di Mussolini nel 1926 a Pesaro, stabilizzando la Lira a “quota novanta”, era un segnale che la prima fase del programma economico fascista di lungo respiro era giunto alla conclusione. Usando il pretesto del deterioramento del valore internazionale della Lira, Mussolini si preparò a lanciare l'Italia nella seconda fase del programma di sviluppo fascista. Quel programma prevedeva di innalzare le capacità difensive, offensive e di autosufficienza della nazione in funzione dell'espansione nei confronti delle potenze plutocratiche, cosa questa che avrebbe significato lo sviluppo autarchico delle industrie chiave della penisola: il settore idroelettrico, meccanico, metallurgico, chimico, navale, così come l'espansione delle infrastrutture di telecomunicazioni e dei trasporti. Tutto ciò unito alla modernizzazione dell'agricoltura al fine di raggiungere l'autosufficienza alimentare, avrebbe permesso all'Italia di raggiungere quella indipendenza politica alla quale i fascisti miravano. Tutto questo era implicito già con la fusione del nazionalismo e del sindacalismo nazionale. Quando il sindacalismo nazionale identificò se stesso con le aspirazioni di sviluppo nazionale, il programma economico dei nazionalisti divenne anche il programma dei sindacalisti nazionali. Come conseguenza, il fascismo mobilitò la nazione attorno ad un programma di sviluppo che avrebbe richiesto la difesa e la crescita delle industrie chiave ed avrebbe previsto il raggiungimento di quel livello minimo di autosufficienza necessario ad una “grande potenza” del XX° secolo. Con la fine del 1926, l'industria chimica, metallurgica, meccanica e navale così come la produzione di energia idroelettrica, erano state significativamente ingrandite e modernizzate. Le reti comunicative della penisola erano state espanse ed, in larga parte, elettrificate. L'Italia fascista aveva duplicato la sua capacità industriale. Fu dopo questo che l'Italia fascista intendeva prepararsi per la creazione di una moderna base industriale che avrebbe potuto supportare la politica estera di una grande potenza. Tale economia avrebbe dovuto essere autosufficiente nei limiti permessi dalla penisola. Era abbondantemente chiaro per i teorici fascisti già dal 1922 che se l'Italia avesse voluto diventare una grande potenza, avrebbe dovuto assicurarsi l'accesso alle risorse necessarie per soddisfare le domande di una moderna economia ed uno spazio economico sufficiente per supportare la crescente popolazione. Questo tipo di programma avrebbe richiesto parecchio tempo, astuzia diplomatica, ed una quasi illimitata libertà d'azione. Così Mussolinì utilizzò la questione della crisi della Lira per varare la nuova fase del programma di sviluppo fascista, aumentando i controlli attorno all'economia della penisola. Fu durante la “battaglia per la Lira” che i limiti dello Stato autarchico, prefigurati nel programma fascista del 1922, cominciarono ad apparire. Tra gli alleati conservatori del fascismo della comunità economica ed industriale, c'era poco entusiasmo per questo programma. La comunità economica aveva scelto di credere che Mussolini ed i fascisti fossero disposti a riportare l'ordine ed a normalizzare l'Italia postbellica. Tuttavia il fascismo non fu mai intenzionato a comportarsi come un movimento conservatore. Il fascismo cercò di creare una “grande Italia”, una Italia che avrebbe dovuto perdere tutti i tratti di inferiorità internazionale e sottomissione che avevano caratterizzato, e che in gran parte ancora caratterizzano, le nazioni con ritardi di industrializzazione del mondo moderno. Con la fine del 1926, Mussolini si preparò a condurre gli alleati non fascisti all'interno di uno specifico programma economico fascista. L'Italia fascista cercò un accesso sicuro per le sue materie prime fondamentali e per spostare la popolazione in eccesso. La rapida industrializzazione che seguì l'avvento al potere del fascismo aveva richiesto l'aumento dell'importazione di materie prime. Gli economisti fascisti calcolarono che l'Italia era il paese con meno risorse a disposizione di tutto il mondo industriale moderno. Gli Stati Uniti avevano accesso a ad una quantità di materie prime enormemente superiore rispetto a quelle dell'Italia. L'Inghilterra aveva a disposizione almeno otto volte le risorse disponibili per l'Italia e la Francia arrivava al 250% di disponibilità maggiore. Per ovviare a questo squilibrio, i fascisti avevano in mente più di una alternativa: 1) L'intenso sfruttamento di ciò che era disponibile sul suolo nazionale; 2) L'aggressiva penetrazione commerciale nelle zone dove le materie prime potevano essere ottenute; 3) La penetrazione coloniale nelle zone non ancora occupate dalle potenze plutocratiche. Per la comunità economica fedele alla dottrina liberale, la prima alternativa appariva antieconomica in termini di politiche liberiste. Essi capirono la seconda alternativa in termini di accordi commerciali bilaterali. La terza fu rifiutata in quanto troppo rischiosa. I fascisti, d'altro canto, concepivano lo sviluppo e lo sfruttamento delle scarse risorse naturali disponibili come un elemento necessario del loro programma. Così una impresa avrebbe dovuto essere condotta sotto gli auspici di uno Stato, forte, interventista, e fondamentalmente antiliberale. La penetrazione economica, poi, in termini molto più aggressivi di qualsiasi membro della tradizionale comunità commerciale. Gli sforzi di Mussolini per stabilire una presenza italiana nei Balcani con speciali accessi ai pozzi petroliferi rumeni, la sua disponibilità a fornire garanzie militari alla Romania, le sue visite in Libia, e la sua preparazione di mosse in funzione anti-turca, vanno tutti letti nel contesto degli sforzi fascisti per la ricerca di nuove risorse disponibili. Tutti questi movimenti furono presi su iniziativa di Mussolini senza il preventivo supporto o preavviso degli alleati non fascisti. Gli interessi commerciali furono preparati per accomodare le politiche fasciste, e spesso ne furono la conseguenza, ma le politiche intraprese da Mussolini, prefigurate nei suoi discorsi degli anni venti, erano autonome. Che il fascismo fosse ugualmente pronto ad imbarcarsi nell'avventura coloniale nel 1928 è evidente non solo nelle manovre politiche di Mussolini e nella preoccupazione per le materie prime in questo periodo, ma dalla crescente preoccupazione per i problemi demografici in quel periodo. Assodato che la decisione americana di limitare l'immigrazione italiana servì come pretesto per la reazione di Mussolini, sembra chiaro che ancora una volta egli stesse usando le circostanze contingenti per invocare la domanda, già fatta nel 1919, per un adeguato spazio vitale per la crescente popolazione della penisola. La chiamata per una soluzione coloniale ai problemi demografici dell'Italia fu un tema costante nella letteratura fascista e la seconda fase del programma fascista si apriva con questa riconferma. Così, prima della crisi del 1929, la politica economica fascista aveva cominciato a prendere i confini di ciò che più tardi i commentatori videro come il risultato della crisi stessa. L'autarchia era già uno dei motivi presenti dietro la “Battaglia del Grano”. Nello stesso tempo simili motivazioni possono essere individuate nei primi movimenti per creare consorzi agricoli ed industriali. Nel corso del 1928 e 1929, più di 200 unioni coinvolgenti 500 aziende avevano preso posto, facilitate da legislazioni favorevoli. Il mercato interno era stato stimolato da tariffe di protezione. I consorzi produttivi furono promossi sia nel settore primario che in quello secondario. I cartelli furono organizzati nell'industria metallurgica e navale. L'economia di larga scala era stata introdotta, la produzione era stata ulteriormente razionalizzata, ed era stata intrapresa la riorganizzazione tecnica ed amministrativa degli impianti industriali.
Così non è vero che la politica economica fascista fu una semplice risposta ai problemi provocati dalla crisi economica. Prima dell'avvento di quella crisi e delle sue conseguenze, il fascismo aveva già cominciato ad articolare le politiche dello “Stato industriale chiuso”, la sostanza del quale fu lo sviluppo del nazionalismo economico che caratterizzò le origini ideologiche del fascismo. La crisi economica degli Anni Trenta accelerò il processo ma tale processo era già cominciato due anni prima della depressione. Il fascismo, infatti, stava applicando un programma economico che aveva già ideato quando nel 1922 raggiunse il potere.

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MessaggioInviato: Sab Nov 13, 2010 2:47 pm    Oggetto:  
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POLITICA ECONOMICA FASCISTA DOPO LA GRANDE DEPRESSIONE

L'Italia fascista non era meno vulnerabile all'impatto della grande depressione del 1929 rispetto alle altre nazioni meglio favorite. Tutte le maggiori nazioni europee, meglio provviste di materie prime e dotate di un mercato interno di maggiori dimensioni, soffrirono gravi danni economici. Esattamente come queste, L'Italia soffrì tutte le conseguenze della crisi economica. I mercati azionari crollarono. Il commercio estero, già danneggiato dagli sforzi per stabilizzare la Lira, si ridusse ulteriormente di due terzi. La disoccupazione italiana crebbe fino a coinvolgere un milione di lavoratori. Nel 1932 la produzione industriale italiana era calata del 35%. Molte delle politiche applicate dal governo fascista in risposta alla crisi furono, per molti aspetti, simili a quelle adottate dai governi non fascisti nel continente ed in America. Politiche protezioniste, salvataggio dei risparmi, lavori pubblici estensivi, e legislazione di assistenza sociale diventarono politiche all'ordine del giorno in tutti i paesi industrializzati. Ma la legislazione economica fascista ha in larga misura anticipato questi sviluppi … Prima dell'inizio della depressione internazionale, gli obiettivi fascisti delinearono una politica di massima indipendenza economica nazionale, che i fascisti concepivano come il prerequisito per l'indipendenza politica internazionale. Se l'Italia avesse voluto essere una potenza internazionale, avrebbe dovuto sviluppare un potenziale militare ed economica sufficientemente isolata dalle interferenze straniere da permettere ai capi politici la libertà d'azione necessaria a qualsiasi grande potenza in una situazione di emergenza. Era stato riconosciuto che la mancanza di materie prime necessarie per la produzione industriale creava particolari problemi ma l'impegno per formare una economia autarchica, sopratutto in termini di industrie chiave, era già un punto cardine della politica economica fascista prima che la crisi degli anni trenta velocizzasse ulteriormente questo processo. Già nel 1924, per esempio, Mussolini cominciò a creare speciali agenzie parastatali, che avrebbero presieduto la ricerca, la scoperta e lo sfruttamento delle marginali risorse naturali presenti sul suolo italiano. Nel 1926 l'Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) fu strutturata sia per supportare gli sforzi dei capitali privati nello sfruttamento delle risorse petrolifere nella penisola e nelle colonie sia per coordinare la l'esplorazione geologica al fine di trovare nuove risorse petrolifere sia, infine, per stimolare la ricerche industriali destinate a facilitare i processi petrolchimici. La mancanza di petrolio in Italia costituì uno dei più grossi ostacoli verso la crescita di una economia autosufficiente. Una simile agenzia parastatale, la SAFNI (S.A. Fertilizzanti Naturali Italia) fu creata nel 1927 con la compartecipazione di capitali pubblici e privati per promuovere la crescita e la razionalizzazione tecnica delle più importanti industrie chimiche. Nello stesso periodo, l'Istituto per il Credito Navale fu creato per coordinare e favorire lo sviluppo della marina mercantile italiana. Già nel 1924 il governò fascista creò l'Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità per favorire lo sviluppo delle infrastrutture di telecomunicazione radiofoniche e telefoniche della penisola. In effetti i primi anni del regime fascista videro la creazione di speciali agenzie parastatali, indipendenti dalla struttura amministrativa dello Stato e responsabili soltanto di fronte ai capi politici del fascismo, questo era chiaramente voluto per sovraintendere lo sviluppo ed il controllo delle industrie chiave. Quando i fascisti si trovarono a dover affrontare i problemi causati dalla grande depressione, risposero con la creazione di simili agenzie parastatali. Nel 1931 l'Istituto Mobilare Italiano (IMI) fu fondato per provvedere al finanziamento delle aziende a rischio di fallimento. Nel gennaio del 1933, nel pieno della depressione fu creato l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per provvedere e sistemare sul lungo termini i finanziamenti per il settore privato della economia nazionale. Questo tipo di agenzie furono, per ruolo e funzioni, simili a quelle create in ambienti non fascisti. In retrospettiva è chiaro che il regime fascista stava utilizzando queste agenzie non come espedienti temporanei ed episodici per risolvere problemi specifici e contingenti ma come la miglior via per il controllo politico effettivo dell'economia. Anche se la Carta del Lavoro fascista del 1926 anticipò chiaramente l'intenzione del governo di intervenire in economia qualora ciò fosse nell'interesse della nazione o qualora le imprese private dimostrassero di essere non all’altezza, la comunità d'affari italiana inventò ogni stratagemma ed utilizzò tutta la sua influenza per limitar le mosse dei fascisti in questa direzione. Dopo la crisi del '29, tuttavia, i fascisti si trovarono in una posizione di forza. Molto rapidamente apparsero una moltitudine di agenzie parastatali che, assieme alle istituzioni sindacali e corporative già presenti ed in vari stadi di sviluppo, estesero i controlli del governo sulle importazioni, esportazioni, servizi, salari, prezzi, condizioni di lavoro, assegnazioni di materiale, concezione di licenze di costruzione di nuovi impianti e la razionalizzazione e l'ammodernamento degli impianti già esistenti. Il ritmo di questo processo fu scandito da una varietà di contingenze ed affari internazionali dei più importanti. Nel 1935 la produzione italiana aveva raggiunse di nuovo i livelli a cui era arrivata prima della crisi. A quel tempo i controlli erano stati estesi attorno a tutta l'economia della penisola. Dopo il febbraio del '35, per esempio, tutte le importazioni dovevano essere autorizzate e messe sotto il controllo dei consorzi e delle corporazioni. Le esportazioni erano controllate in maniera analoga. Allo stesso tempo fu istituito e un esteso controllo sui prezzi inizialmente amministrato dalle agenzie del Partito Nazionale Fascista stesso. Nel 1936 il partito creò un comitato, il Comitato Centrale di Vigilanza sui Prezzi, per assolvere le responsabilità di controllo dei prezzi. Infine, il fatto che l'IRI e l'IMI possedessero larghe percentuali di azioni delle industrie della nazione assicurò la possibilità d'intervento del governo ogni qualvolta era ritenuto opportuno. La guerra d'Etiopia, con il tentativo della Società della nazioni di controllare la politica estera italiana attraverso sanzioni punitive, ed il coinvolgimento nella guerra civile spagnola, rafforzarono tutte queste tendenze. La concentrazione industriale e la tendenza alla formazione dei cartelli, intraprese presumibilmente per ridurre la ridondanza e per rendere possibile la produzione su larga scala, precedette questo periodo. Ciò che ne risulto fu un complesso industriale composto da grandi produttori tutti collegati attraverso una varietà di agenzie parastatali al governo stesso. All'interno di questa economia mista, circa duecento agenzie parastatali, alcune autonome, supportate direttamente da finanziamenti pubblici, ed altre sostenute da capitali privati, ma tutte sotto il controllo dello Stato, assunsero una varietà di funzioni regolative e produttive. Mussolini aveva usato la crisi economica degli Anni Trenta ed il tentativo di limitare la politica estera italiana da parte delle potenze plutocratiche attraverso le sanzioni, come l'occasione per dichiarare la fine del capitalismo liberale come sistema economico e di istituire una politica di autosufficienza nazionale nei settori chiave dell'economia. Mussolini parlò di raggiungere, nel più breve tempo possibile, il massimo grado di indipendenza economica possibile per la nazione. Ancora una volta egli compilò l'elenco delle industrie considerate importanti per questa impresa. L'elenco fu lo stesso che si trovava nei saggi pubblicati da Alfredo Rocco nel 1914. L'Italia avrebbe dovuto ridurre la sua dipendenza dalle importazioni di combustibile fossile. La ricerca avrebbe dovuto essere indirizzata verso il miglioramento nella produzione di combustibili liquidi, l'idrogenazione di lignite, la distillazione di alcol da piante e scisto bituminoso. Le scarse risorse di carbone avrebbero dovuto essere sfruttate al massimo mentre le centrali idroelettriche avrebbero dovuto essere ampliate ed ammodernate. Maggiori investimenti avrebbero dovuto essere condotti nel settore tessile, metallurgico, meccanico e chimico. Si sarebbe dovuto dare maggior importanza alla produzione di fibre sintetiche mentre si doveva ugualmente aumentare la produzione di fertilizzanti chimici; infine si rivelava necessaria la produzione di gomma sintetica. A tal fine i controlli avrebbero dovuto essere estesi a tutto il sistema creditizio. Infine la rete telecomunicativa della penisola avrebbe dovuto essere potenziata. Mussolini annunciò questi sviluppi, controlli e priorità come la realizzazione dei postulati fondamentali proclamati dalla rivoluzione fascista a piazza San Sepolcro diciasette anni prima. Egli annunciò il programma come parte integrante del programma di sviluppo a lungo termine del fascismo e come espressione degli obiettivi autarchici impliciti negli impegni ideologici del fascismo. Il programma economico, che trovò espressione nelle politiche pubbliche successive alla crisi del '29, fu realizzato congiuntamente dal sindacato, dalle corporazioni e dalle agenzie pubbliche, dai ministri e dalla amministrazione pubblica, così come dalle agenzie parastatali apparse già nei primi anni del regime. Infatti, quando la Società delle Nazioni impose le sanzioni all'Italia nel novembre del 1935, l'Italia fascista possedeva già una infrastruttura in grado di controllare completamente il commercio estero. Oltre a ciò, l'Italia aveva già cominciato un programma indirizzato alla massima autosufficienza possibile. Non furono, infatti, le sanzioni ad inaugurare una nuova politica economica fascista ma tale politica era già stata perseguita da tempo dal governo fascista. Le sanzioni provvidero a fornire un clima più favorevole alla applicazione di tali politiche. Nel momento in cui l'economia mondiale riemerse dalla grande crisi, l'Italia fascista dovette scegliere se reinserirsi nel mercato internazionale liberale oppure se creare un sistema relativamente chiuso basato sulla autosufficienza nei settori chiave e nella agricoltura. La nomina di Thaon di Revel come ministro delle finanze nel 1935 segnalò la scelta della seconda opzione. Come i fascisti stessi avevano a lungo anticipato, ogni minimo passo verso l'autosufficienza avrebbe richiesto un sacrificio collettivo. Ma il programma, una volta intrapreso, non fu privo di successi ed ebbe un significato considerevole per lo sviluppo di una moderna economia nella penisola. Come vedremo, i costi principali consistettero nel mantenimento di un livello di vita relativamente basso, l'abbandono delle zone non industriali della penisola ed il sovvenzionamento pubblico massiccio delle imprese non economiche. I risultati positivi a lungo termine del programma consistettero nella creazione di un settore industriale moderno pienamente in grado, dopo la seconda guerra mondiale, di generare il boom economico degli anni cinquanta e sessanta. Nel corso del suo programma di sviluppo ed autarchia, nel 1937, il governo fascista dichiarò l'IRI una agenzia parastatale permanente. In quel preciso momento l'istituto controllava il 44% del capitale azionario italiano e quasi il 18% del capitale complessivo della nazione. A tutti gli effetti, il sistema creditizio della nazione era sotto il controllo delle agenzie parastatali. Entro la fine degli Anni Trenta circa l'80% del credito disponibile nell'economia italiana era controllato, direttamente o indirettamente dallo Stato. Il governo fascista sviluppò i controlli più elaborati attorno alle imprese rispetto a qualsiasi altro Stato del periodo ad eccezione dell'Urss. Nella penisola, le energie della nazione furono impiegate per il raggiungimento dell'autosufficienza nazionale. Gli sforzi per aumentare la produzione di energia idroelettrica furono molto intensi. Tra il 1934 ed il 1938, per esempio, la produzione di energia elettrica aumentò del 27%, la maggior parte della quale fu utilizzata per l'industria e per i trasporti. Nel 1935 fu istituita l'Azienda Carboni Italiana (ACRI) con il compito di amministrate le risorse di carbone presenti nella nazione. Nel 1936 l'Azienda Minerali Metallici Italiana (AMMI) si impegnò nell'esplorazione geologica, nello sviluppo diretto e nello sfruttamento delle risorse minerarie della penisola. Data la scarsità di risorse a disposizione, il miglioramento nell'estrazione di minerali che caratterizzò questo periodo fu impressionante. Nelle industrie chimiche, sotto la guida della Montecatini e delle agenzie parastatali, furono condotti programmi per ridurre la dipendenza della nazione dalle importazioni straniere di fertilizzanti chimici, cellulosa, gomma, benzina ed altri materiali di importanza strategica. Entro la fine degli Anni Trenta, furono completati i programmi di modernizzazione e razionalizzazione che permisero alle industrie chimiche italiane di essere all’altezza delle loro controparti di altre nazioni. Da quel momento l'industria italiana riuscì a soddisfare il 75% del fabbisogno nazionale di fertilizzanti chimici nonché fu considerevolmente aumentata la capacità di produrre surrogati petrolchimici e di fornire combustibili liquidi per uso industriale e per il settore dei trasporti. Contemporaneamente, l'industria navale e la gestione della marina mercantile finì completamente sotto il controllo della Società Finanziaria Marittima (Finmare).
Nel 1938 il governo fascista individuò gli stabilimenti strategici per la sopravvivenza della indipendenza politica dell'Italia, tra i quali vi era il settore dell'estrazione, le telecomunicazioni, l'industria del ferro e dell'acciaio, il settore meccanico, elettrico, tessile, navale e chimico. In coerenza con queste considerazioni, l'IRI fu riorganizzata in cinque grandi agenzie azionarie: FINSIDER (ferro ed acciaio), FINMECCANICA (industrie meccaniche), FINMARE (industria navale), FINELETTRICA (produzione di energia elettrica) ed il settore delle telecomunicazioni. L'industria chimica si sviluppò sotto l'egida della Montecatini e delle diverse agenzie parastatali come l'ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) e l'Istituto per la Gomma Sintetica. Dal 1938 l'IRI, attraverso le sue agenzie di controllo, governava il 77% del ferro disponibile ed il 45% della produzione di acciaio, nonché l'80% dell'industria navale. In effetti, il coinvolgimento diretto ed indiretto del governo fascista nell'economia della nazione era generalmente alto e persino predominante nei settori chiave. Qualunque beneficio, reale o di facciata, ottenuto dai capitalisti italiani sotto il governo fascista costò ad essi la loro indipendenza politica: ci sono, infatti, pochi dubbi sul fatto che le elites economiche italiane non condividevano il programma interventista ed autarchico del fascismo. La chiara conseguenza della politica economica fascista fu un incremento del potere dello Stato nelle attività economiche della penisola e la perdita di potere da parte dei capitalisti. Secondo il parere di un opinionista sovietico, il risultato fu che i capitalisti italiani furono costretti a subordinarsi al regime fascista. Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, il fascismo aveva raggiunto quasi tutto ciò che poteva essere raggiunto del suo programma economico nazionale. Esso aveva sviluppato la base economica della penisola nella massima misura possibile data la scarsità di materie prime ed i suoi sforzi per raggiungere la massima autosufficienza possibile. Il requisito che l'Italia dovesse sviluppare una base industriale sufficientemente isolata dal mercato mondiale da permettere una politica estera indipendente da grande potenza, creò inevitabilmente grossi oneri. L'impresa in Etiopia fu intrapresa, almeno in parte, in previsione dello sfruttamento delle materie prime necessarie per l'effettiva autosufficienza dell'Italia. Ma l'investimento in 4000 km di strade, in impianti elettrici, in impianti di irrigazione ed approvvigionamento idrico, in 4000 piccoli e medi impianti industriali, creati nei nuovi territori, pesarono sulle limitate risorse della nazione. Allo stesso modo, il programma dedicato allo sviluppo dei surrogati di materiali importati era estremamente costoso. Tutto questo fu sostenuto, come già visto, da un severo controllo dei consumi e dal mantenimento di un tenore di vita che rimase tra i più bassi d'Europa. Come conseguenza di tutto ciò, nel 1937 l'Italia era diventata una moderna nazione industriale: per la prima volta nella sua storia, la produzione della industria italiana superò quella della agricoltura. L'Italia si era ripresa dalla depressione con un volume complessivo della produzione (1913 = 100) che raggiunse un livello di 153,8 nel 1938 rispetto ai 132,9 raggiunti nel 1929: si trattò di un rendimento almeno comparabile con quello della Germania (149,9) e con quello del Regno Unito (158,3) e considerevolmente migliore rispetto a quello della Francia che languiva a (109,4). Di fatto l'Italia fascista ha mantenuto un livello di sviluppo almeno pari a quello delle nazioni confinanti meglio dotate di risorse mentre era impegnata a perseguire un regime economico di autosufficienza che avrebbe richiesto e richiese enormi impegni in termini di risorse e capitale. Contemporaneamente l'ampia monopolizzazione della industria italiana e l'abbondanza di manodopera a buon mercato offrì un incentivo intrinseco per l'innovazione tecnologica e l'ammodernamento industriale. Inoltre la produzione per uomo nell'Italia fascista passo da 126,3 nel 1929 a 145,2 nel 1938 (nel 1913 era a 100). Tale performance superò i risultati di qualsiasi altra nazione sviluppata o in via di sviluppo ad eccezione della Norvegia e della Svizzera. Allo stesso modo la produzione per uomo in rapporto all'ora nell'Italia fascista fu superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione ad eccezione della Norvegia. Tutto ciò creò enormi oneri per l'economia italiana già nel 1938: Felice Guarneri, il portavoce di CONFINDUSTRIA, richiese l'immediata cessazione dello sviluppo delle infrastrutture in Etiopia ed una riduzione delle spese militari. Queste raccomandazione, in effetti, avrebbero costretto i fascisti a rivedere la loro politica economica ma, in quel periodo, la possibilità di una soluzione militare ai problemi di risorse dell'Italia cominciò ad essere pensata come realizzabile. Per i fascisti, l'avvento di una grande guerra europea avrebbe portato con sé la certezza di una redistribuzione delle risorse disponibili a livello mondiale: si trattava di una delle maggiori preoccupazioni dei fascisti dopo la fine della Grande Guerra. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, i fascisti erano convinti che soltanto un accordo di pace successivo ad un grande conflitto avrebbe potuto risolvere i problemi di risorse naturali con la creazione di un nuovo ordine che avrebbe visto la creazione di uno spazio vitale per le nazioni “proletarie”. La guerra avrebbe finalmente rotto la supremazie della potenze plutocratiche sulle nazioni proletarie. Queste nazioni proletarie (Italia, Giappone e Germania), in ritardo nella industrializzazione e confinate in ristretti spazi economici, avrebbero finalmente potuto ottenere il meritato titolo di potenze politiche ed economiche pienamente sovrane.
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MessaggioInviato: Sab Nov 13, 2010 2:49 pm    Oggetto:  
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LEGISLAZIONE SOCIALE FASCISTA

Una settimana dopo la presa del potere nel 1922, Mussolini parlò ai lavoratori di Milano ed annunciò le “tre considerazioni fondamentali” che avrebbero governato gli atti legislativi posti in essere dal governo: la preoccupazione per la “realtà insopprimibile della nazione”; la preoccupazione relativa alla massimizzazione della produzione e la tutela degli interessi della classe operaia, tutto al servizio del progressivo sviluppo della nazione, in ritardo dal punto di vista economico. Per quanto riguarda la terza considerazione, il fascismo propose una serie di atti legislativi che avrebbero provveduto agli interessi materiali essenziali della classe lavoratrice, nello sforzo sincero di coinvolgerli nella nuova dimensione politica. Mentre la propaganda fascista annunciava tale legislazione come motivata dalla preoccupazione astratta della giustizia sociale, i più seri ideologi parlarono apertamente del bisogno di dissipare il malcontento della classe operaia al fine di evitare qualsiasi pericolo per il “benessere, la sicurezza interna, la potenza e l'esistenza dello stato”. Oltre a ciò, gli ideologi fascisti insistettero sulla preoccupazione per il benessere della forza lavoro che avrebbe aumentato il livello di produttività della nazione. E' ragionevolmente chiaro che i fascisti avevano ragioni ideologiche e di prudenza per perseguire almeno una sembianza di una progressiva legislazione sociale. Le loro convinzioni riguardo il governo della società, la strumentale necessità di deviare il malcontento sociale, così come il mantenimento dei livelli necessari di salute ed efficienza del lavoro, consigliarono simili decisioni. Quasi subito dopo la marcia su Roma, il governo fascista ratificò la convenzione di Washington del 1919, che raccomandava l'adozione universale delle otto ore lavorative. Prima di quel tempo, il governo italiano aveva autorizzato le otto ore solo per particolari categorie di lavoratori. Con l'avvento al potere dei fascisti, fu istituita la giornata lavorativa di otto ore per tutta l'industria, con lacubne eccezioni significative ed alcune modifiche successive. A prescindere da ciò, tuttavia, il principio delle otto ore lavorative (48 settimanali) era stato stabilito. Da lì in poi vi fu tutta una serie di legislazioni che disciplinarono il lavoro minorile, l'occupazione delle donne, e le condizioni di lavoro. I fascisti sostennero che tale normativa avrebbe aumentato la capacità produttiva della classe operaia e quindi sarebbe stata utile per la comunità nazionale, Essi inoltre insistettero sul fatto che tali programmi dimostravano che il fascismo aveva superato il “parlamentarismo borghese” poiché, emanando queste leggi, il governo dimostrava di essere indipendente dalle pressioni dei gruppi d'interesse. Oddone Fantini, uno dei più importanti ideologi del regime e membro fascista della facoltà di scienze politiche di Perugia sostenne che ci si poteva aspettare una normativa del genere da parte del governo fascista in quanto funzionale alle sue prerogative ideologiche, politiche e contingenti. Tale normativa, egli sostenne, fu utile per la nazione e dimostrò che il fascismo non aveva bisogno della complesso meccanismo parlamentare. Con la promulgazione della Carta del Lavoro nel 1927, il fascismo si impegnò in maniera esplicita nel mettere in piedi un complesso sistema di welfare sociale ed un programma di assistenza che Werner Sombart definì tra i più audaci d'Europa. I paragrafi 25, 26, 27, 28 della Carta del Lavoro impegnavano il fascismo ad un vasto programma riguardo gli argomenti dell'assicurazione sugli incidenti sul lavoro, sulla disoccupazione, sulla maternità e sulla assicurazione di malattia professionale. I paragrafi 24, 29, 30 trattavano il tema della formazione professionale e tecnica delle classi lavoratrici. Il programma fascista del 1921, prima della presa del potere di Mussolini, prevedeva tutti questi punti presenti nella Carta del Lavoro. Quel programma prevedeva l'istituzione delle otto ore lavorative nel rispetto delle esigenze della produzione e prevedeva l'istituzione di un moderno sistema di assicurazione e di previdenza sociale che comprendesse infortuni, malattie, disoccupazione e pensioni. Era chiaro anche a quel tempo che tali disposizioni sarebbero state emanate per una disciplinata classe lavoratrice piuttosto che come concessioni ad un movimento organizzato, indipendente ed aggressivo. Questo fu ribadito anche nel motto fascista che recitava: “i diritti del lavoro dipendono dagli obblighi sociali che gravano sul lavoro stesso”. A prescindere dal clima ideologico in cui tale normativa fu approvata, il regime fece avviare un elaborato programma di welfare sociale. Nel dicembre del 1925, prima della pubblicazione della Carta del Lavoro, fu istituita l'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia (ONMI), una associazione istituita per l'assistenza alle donne ed ai fanciulli. Tra il 1925 ed il 1939, circa otto milioni di madri e di neonati ricevettero aiuti finanziari, assistenza ostetrica e pediatrica, aiuti alimentari, la possibilità di iscrivere i figli alla scuola materna, ed aiuti alimentari supplementari attraverso le agenzie “Casa per le Madri”, istituite a favore degli indigenti e dei figli illegittimi. Come molte delle istituzioni che servirono il popolo italiano durante questo periodo, la ONMI era una agenzia parastatale sotto diretto controllo del governo, con funzionari di partito nelle posizioni di rilievo. Il programma di assistenza per le madri ed i neonati, fu sostenuto anche da fondi privati come quelli di Gerolamo Gaslini che, nello spirito della collaborazione di classe fascista, fondò la “Città dei Bambini” al fine di soddisfare le esigenze dei bambini della classe lavoratrice.
Una delle conseguenze immediate di questi programmi, fu il calo di oltre il 20% della mortalità dei bambini tra il 1922 ed il 1936. Nel triennio tra il 1922 ed il 1925 il 4,3% dei bambini nacquero già morti. Nel triennio 1932-1935, indipendentemente dalle ardue condizioni imposte dalla crisi economica, la percentuale scese a 3,4%. Nel 1925 il numero dei neonati nati morti era di 48.117 mentre nel 1935, nonostante l'aumento complessivo della popolazione, il numero scese a 33.800. Nel 1936, l'assicurazione sulla maternità, che in precedenza aveva compreso soltanto le lavoratrici femminili impiegate nel commercio e nell'industria, fu esteso a 600.000 lavoratrici agricole dai 15 ai 50 anni. Più o meno nello stesso periodo in cui furono istituiti i provvedimenti in favore delle madri e dei bambini, il regime intraprese una seria campagna contro la tubercolosi, che aveva ucciso circa 280.000 persone ogni anno dal 1901 al 1925. La tubercolosi era una delle principali cause di mortalità in Italia. I governi pre-fascisti avevano fatto degli sforzi per combattere la piaga ma solo con la legislazione del maggio del 1928, l'assicurazione contro la tubercolosi fu resa obbligatoria, al fine di fornire i fondi necessari per un ampliamento degli interventi preventivi e terapeutici. Come conseguenza, i 50.169 deceduti per tubercolosi nel 1929 diminuirono in quattro anni a 35.420. Tra il 1924 ed il 1935 il tasso di mortalità della tubercolosi scese da 156 casi su 1000 abitanti a 65 casi su 1000 abitanti. Tra il 1929 ed il 1935, 240.000 malati di tubercolosi furono curati in 42 case di cura al costo di 750 milioni di lire. Nel 1941 quasi due miliardi e mezzo di lire erano stati spesi nel tentativo di controllare e curare la malattia. Simili sforzi furono intrapresi per combattere la malaria. La prevenzione era legata allo sviluppo ed al rimboschimento delle zone rurali, in particolare la bonifica delle paludi, che costituivano l'habitat ideale per la zanzara Anopheles.
Associati all'assistenza alla maternità, ai neonati ed alla igiene pubblica, troviamo anche finanziamenti in materia di istruzione pubblica. Tra il 1862 ed il 1922, il governo italiano versò 60 milioni di Lire per la costruzione di scuole; tra il 1922 ed il 1942, il governo fascista destinò 400 milioni di lire in questa impresa. La spesa totale per l'istruzione passò da 922,4 milioni di Lire nel 1922-1923 a 1636 milioni di Lire nel 1936-37. Nel 1930 vi erano 110.200 scuole elementari mentre il numero nel 1935 era salito a 126.934. La frequenza nelle scuole pubbliche elementari aumentò del 25% tra il 1922 ed il 1935. Nel 1935, Herman Finer, un avversario politico del fascismo, scrisse: “E' innegabile che negli ultimi dodici anni il governo fascista abbia reso un grande servizio all'istruzione italiana dal punto di vista dell'organizzazione, del metodo e delle opportunità...La frequenza scolastica, precedentemente obbligatoria fino ai 12 anni, fu portata a 14 e la frequenza scolastica si alzò. Le scuole furono costruite nuove e quelle più vecchie ammodernate. Nel 1932, le scuole elementari e tutti gli insegnanti furono portati sotto la diretta dipendenza dell'autorità centrale. Tutto questo fu un grande passo in avanti sopratutto se si considera che il governò aumentò le spese per tutte le forme di istruzione (biblioteche incluse) del 50% tra il 1922 ed il 1932. In questo stesso periodo, il controllo sanitario, le assicurazioni, e tutti gli sforzi in materia di previdenza sociale condotti dal regime furono organizzati nell'Istituto Nazionale per le Malattie (INAM), nell'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni Lavorativi (INAIL), e nell'Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS). Queste agenzie parastatali, la prima dedicata al controllo della malattie contagiose, la seconda alla prevenzione degli incidenti sul lavoro, e la terza come agenzia di assicurazione sociale, furono, dal 1939, incaricate di fornire assistenza e sostengo per la maternità, la cura dei bambini, gli infortuni, la disoccupazione, la vecchiaia e l'invalidità in generale. Tra il 1922 ed il 1935 furono versate 515.000 pensioni di invalidità e vecchiaia al costo di circa due miliari di lire. Nel 1941 furono pagate 785.000 pensioni al costo annuale di 700 milioni di Lire. Nel 1939, venti milioni di Italiani erano coperti da assicurazioni di vecchiaia ed invalidità. Nel 1938 furono pagati un miliardo e cinquanta milioni di lire di indennità per infortuni sul lavoro. Tra il 1922 ed il 1941 furono pagati 2 miliardi e 225 milioni di Lire in sussidi per la disoccupazione. Nel 1937 fu introdotto un programma di assistenza familiare sotto l'egida dell'inps che fornì degli assegni familiari integrativi per ogni figlio. Durante il primo anno di attuazione, furono sborsati 500 milioni di Lire. Nel 1940 furono pagati 1,710 milioni di Lire per le famiglie appartenenti alla classe operaia impiegate nel settore industriale, agricolo, commerciale e nelle imprese di assicurazione. Le istituzioni maggiormente legate al fascismo come l'Opera Nazionale Balilla (ONB), e l'Opera Nazionale Dopolavoro (OND) fornirono ulteriore assistenza alle famiglie italiane. Tra il 1922 ed il 1942, oltre otto milioni di bambini furono ospitati nelle colonie dei balilla e del dopolavoro. Come precedentemente dimostrato, l'OND fu una delle agenzie più efficaci istituite dal regime. Nel 1926, quando l'ONP iniziò la sua attività, c'erano 280.000 membri, 200 gruppi aziendali, 300 gruppi comunali, e 500 altri gruppi locali contenenti vari partecipanti. Nel 1932, il 67% dei membri era composto da operai. Con una spesa annuale di 4 lire, i membri del dopolavoro avevano accesso ad attività culturali, sportive, di vacanza e di svago. Nel 1941, 600.000 membri dell'OND poterono godere di spettacoli d'opera e teatrali in situ e le 75 compagnie di viaggio del “CARS di tepsi” fecero 4308 ripetizioni per 2.700.000 spettatori. Nel 1941 l'OND costruì 1016 cinema proiettando 160.000 fil per milioni di persone. Nello stesso anno furono organizzati corsi tecnici e culturali per centinaia di migliaia di lavoratori che vi parteciparono. Già nel 1932 l'OND organizzò 2130 orchestre, 3787 bande, 994 cori, 10302 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche ed 11159 gruppi sportivi (con un milione e mezzo di membri attivi). Con una popolazione di lavoratori pari a 12 milioni di effettivi, il risultato ottenuto dalla OND fu impressionante. Molto dopo la guerra Claudio Schwarzenberg scrisse: tra il 1934 ed il 1939 vi fu un progressivo accentramento degli enti assicurativi ed assistenziali all'interno di agenzie parastatali. Tutto ciò fu accompagnato da una notevole estensione della copertura. La classe operaia ricevette innegabili vantaggi concreti: ferie pagate, indennità in caso di perdita del posto di lavoro, protezione del lavoro in caso di malattia, supporto alle famiglie, espansione delle agenzie di mutua assistenza, e varie altre forme di assistenza previste dalla Opera Nazionale Dopolavoro. Simili giudizi furono espressi anche da Herman Finer e William Welk quaranta anni prima. A quel tempo, Welk scrisse che “si doveva riconoscere il fatto che il fascismo, in virtù del benessere sociale creato, sia stato in prima linea nell'attenzione per la cosa pubblica e che erano state create ex novo istituzioni di notevole utilità sociale per il popolo italiano”. Data la scarsità di capitale che caratterizzava l'economia italiana, lo sviluppo industriale relativamente modesto della penisola, così come l'alta densità della popolazione, la legislazione sociale fascista reggeva il confronto con quella delle nazioni europee più avanzate e, per certi versi, fu anche più progressista.
Come sottolineato da Gaetano Salvemini, molti dei programmi dei fascisti erano la continuazione di quelli iniziati dal regime parlamentare e molti erano analoghi a quelli creati dalle altre democrazie parlamentari dell'Europa e del Nord America. Alcuni, tuttavia, come l'Opera Nazionale Dopolavoro erano chiaramente unici, più ampi e popolari rispetto a qualsiasi altro sistema creato dalle nazioni non fasciste. Ciò che distingueva la legislazione sociale del fascismo era chiaramente funzionale ai fini dei fascisti stessi. Indipendentemente dai benefici offerti, tutto ciò serviva per generare supporto politico al regime. Ogni tipo di assistenza e di beneficio concesso fu presentato come originato dal regime. Ogni legislazione fu presentata come ispirata ai principi del fascismo se non ispirata dal Duce stesso. Tutto ciò era perfettamente compatibile con le convinzioni ideologiche fasciste riguardo il governo della popolazione, espresse ancor prima della presa del potere.
L'organizzazione centralizzata del sistema assicurativo e previdenziale fu in grado di concentrare una grande quantità di capitali d'investimento nelle mani dello stato fascista. Gli ideologi fascisti fecero notare che, dal 1940 che l'INPS rese disponibili per il governo più di quattro miliardi di Lire per le opere pubbliche e l'edilizia residenziale pubblica e più di tre miliardi e mezzo di Lire per il completo sviluppo delle aree rurali ed il rimboschimento. Così, circa il 4,5% dei salari dei lavoratori venivano versati nei piani di assicurazione e previdenza sociale e si trattò di un metodo di “risparmio forzato” che, oltre a donare un beneficio ai partecipanti, provvedette anche a fornire capitali d'investimento per i piani di sviluppo del fascismo: l'elettrificazione di ferrovie di 4722 km, intrapresa tra il 1922 ed il 1942 (tra il 1862 ed il 1962 furono elettrificati soltanto 702 km), la costruzione di acquedotti per una cifra di 1 miliardo e 655 milioni di Lire (in periodo prefascista si spesero appena 310 milioni di Lire), la riforestazione di 130.000 ettari di terreno rispetto ai soli 51.000 dei sei decenni precedenti, la spesa di 14 miliardi di Lire per lo sviluppo globale delle regioni agricole (rispetto ai 702 milioni erogati nei sessant'anni precedenti), 1 miliardo e 540 Milioni furono impiegati nell'ediliza (rispetto ai 60 impiegati tra il 1862 ed il 1922). Tutti gli esperti non possono che riconoscere l'efficacia del programma di sviluppo del fascismo fu, esattamente come il controllo dei consumi e lo sfruttamento del “risparmio forzato”.
Il controllo dei consumi è stato reso tollerabile attraverso il consenso, la propaganda, le dimostrazioni di massa, l'educazione alla virtù civica, il ricorso al mito della “grande Italia” ed l'ispirazione alla figura provvidenziale del Duce ma anche attraverso l'organizzazione di un efficiente stato sociale che garantisse sicurezza all'italiano medio. Le prestazioni assicurative e previdenziali date ai singoli cittadini vennero celebrate come speciali progetti del regime. A sua volta, il risparmio forzato raccolto nella agenzie parastatali fu usato come supplemento per il capitale d'investimento necessario al fascismo per portare avanti al suo programma di sviluppo.

LA POLITICA DEMOGRAFICA FASCISTA

Se la politica di previdenza sociale del fascismo dimostra l'esistenza di un legame tra obiettivi ideologici, tattica politica e risoluzione di problemi contingenti, la preoccupazione del fascismo per la questione demografica non rileva solo le stesse caratteristiche ma anche obiettivi più profondi di impegno dottrinale. La preoccupazione di Mussolini per il tasso di natalità crebbe nel corso degli anni venti e trenta. Con il discorso del 26 maggio del 1927, il regime si impegnò a intraprendere una politica demografica ed ad arrestare il declinante tasso di natalità. Il discorso di Mussolini conosciuto con il nome di “discorso dell'ascensione” si tenne in un momento in cui il regime fascista era ben stabile. Il tasso di sviluppo industriale era stato impressionante, l'opposizione era stata neutralizzata, la riforma elettorale e la legislazione fasciste erano saldamente nella mani del regime. Mussolini dovette ben presto affrontare la questione della parità della Lira oltre ad aver cominciato già la battaglia del grano, nell'ottica di aumentare la capacità di autosufficienza dell'economia . Come già visto, sin dal 1919 Mussolini si occupò delle abilità della penisola di provvedere a se stessa in ambito agricolo. Il tema della autosufficienza era intimamente collegato al tema della popolazione. La densità della popolazione italiana fu sempre una faccenda problematica per i leaders politici della penisola e n9on lo fu di meno per Mussolini e per tutti gli intellettuali fascisti. Con il discorso dell'ascensione, Mussolini affrontò una serie di punti critici che ci possono far risalire alla fondazione del movimento fascista stesso. Alcuni commentatori contemporanei hanno interpretato il discorso di Mussolini, ed il programma legislativo che seguì, in maniera singolare. Recentemente, Riccardo Maniani ha sostenuto che il programma delineato nel maggio del '27 fosse basato sulla imporvvisazione. Privo di ogni consistenza ideologica, Mussolini avrebbe ideato la politica demografica del fascismo mettendo insieme la lettura episodica degli scritti di Oswald Spengler. Siamo portati a credere che la politica demografica del fascismo furono semplicemente il prodotto dell'incostanza di Mussolini.e che la sua perenne ricerca di una legittimità teorica fosse poco più di un tocco di stravaganza. Renzo de Felice, da parte sua, è molto più cauto poiché indica il discorso del 1927 come la prima esplicita esposizione teorica della sua posizione. De Felice parla con cautela anche riguardo l'influenza di Spengler, non sostenendo che la politica demografica di Mussolini abbia origine dalle teorie di Spengler. A questo proposito de Felice è certamente più corretto di Maniani. La preoccupazione di Mussolini per il tasso di natalità nella penisola va sicuramente di pari passo con la sua lettura di Spengler. Tuttavia già prima del suo allontanamento dal partito socialista, Mussolini aveva espresso preoccupazione riguardo l'incapacità del paese di sostenere la propria popolazione. Il Popolo d'Italia, il giornale di Mussolini, regolarmente parlava di questo tema. Agli inizi del 1921 Mussolini parlò della “forza del numero” in previsione di una specifica politica estera del fascismo. Qualche tempo prima del loro avvento al potere, i fascisti avevano formulato una politica demografica per la nazione. Essi accolsero l'alto tasso di riproduzione italiano come una forza che avrebbe inciso sulla politica internazionale. L'Italia, essendo una nazione giovane e popolosa, richiedeva spazio e risorse per la sua popolazione. Gli italiani, fino a quel momento costretti ad emigrare per trovare lavoro, il quale avrebbe fornito un reddito adeguato pe i loro bisogni, avrebbero dovuto trovare risposta a questi bisogni all'interno dei confini politici della nazione al fine di preservare la forza necessaria per i cambiamenti demografici successivi. Agostino Lanzillò chiamò tutte queste tematiche già nel 1918 in un libro ben conosciuto da Mussolini. Da sindacalista nazionale, Lanzillo sostenevo che l'edonismo, l'individualismo, e la scarsa coscienza civica avevano prodotto uno scarso tasso di natalità in Europa, un declino che avrebbe anticipano l'eclissamento politico del continente. Nel 1921 Mussolini espresse le stesse preoccupazioni. “l'asse della stria del mondo”, egli disse, “si stava spostando”. Gli Stati Uniti con la loro abbondante popolazione (Mussolini menzionò i sette milioni di abitanti di New York come l'esempio di uno dei più grandi conglomerati urbani della terra) ed il Giappone con la sua incredibile densità di popolazione, sembravano essere dei punti focali alternativi. Da segnalare c'era anche il panslavismo di centinaia di milioni di slavi. Una grande Russia, l'Asia, ed il Nord America sembravano poter contendere il primato delle potenze egemoniche. L'Europa appariva sulla difensiva. Uno dei fattori che contribuivano a questo declino era la diminuzione della popolazione. La logica delle argomentazioni di Mussolini sembra chiara ed i più importanti punti delle sue argomentazioni si trovano in linea con gli scritti dei sindacalisti rivoluzionari, apparsi già prima della guerra. La difesa dei sindacalisti della guerra proletaria contro i turchi del 1911 si basò, in maniera sostanziale, sul fatto che il crescete numero della popolazione necessitava una espansione che andasse oltre i confini nazionali. Le vecchie potenze, con le loro popolazioni stabili o decrescenti, non avevano alcun diritto di negare ai popoli giovani e forti il loro posto al sole. Fu la guerra della Libia a portare Michels a dedicare le sue energie intellettuali riguardo i problemi di popolazione, emigrazione, economia ed aspirazioni nazionali. Michels fece queste considerazioni ben prima dell'avvento del fascismo ed almeno un decennio prima di aderire a quel movimento. Nella sua difesa della guerra per la Libia, Michels sostenne che l'Italia che la crescente popolazione italiana necessitasse di qualche sbocco al fine di non rendere tale abbondanza dannosa per l'intera nazione. L'Italia aveva una delle densità più alte tra tutti i paesi europei. L'emigrazione, inizialmente considerata come una soluzione a questo problema, si rivelò un palliativo temporaneo che portava più svantaggi che vantaggi. Non solo 5 milioni di italiani avevano abbandonato la loro nazione ma spesso erano gli stessi italiani all'estero a fondare quelle imprese che poi avrebbero fatto concorrenza alle aziende italiane. Inoltre la perdita di tale popolazione determinò anche una riduzione degli effettivi nelle forze armate, indebolendo l'esercito.
Michels sostenne che l'emigrazione non poteva essere considerata una soluzione per una moltitudine di altri motivi. Gli emigranti venivano confinati all'interno di comunità chiuse all'interno delle quali erano tollerati nel migliore dei casi se non sistematicamente discriminati nella peggiore delle ipotesi. Senza un potente governo capace di difendere i loro interessi, gli italiani all'estero erano alla merce di ogni oppressore. Michels, come molti dei sindacalisti rivoluzionari, sostenne la rapida industrializzazione della penisola e la modernizzazione della agricoltura come rimedio per risolvere il problema della emigrazione.
Egli riconobbe i deficit dell'Italia a questo riguardo: la carenza di combustibili fossili e risorse naturali come requisito per l'industrializzazione. Una soluzione parziale a questo problema, egli sostenne, poteva consistere nello sviluppo dell'energia idroelettrica. Michels riconobbe che tali soluzione erano comunque parziali e temporanee e che, in ultima istanza, l'Italia avrebbe dovuto ottenere l'accesso ad adeguati spazi e risorse. Il riconoscimento di queste difficoltà richiedeva l'applicazione di una politica “neomaltusiana” per la nazione. Michels riconobbe le ragioni politiche e morali per un qualche tipo di limitazione volontaria delle nascite. D'altra parte, egli riconobbe che l'espansione dei popoli, e l'avanzare della civilizzazione, era sempre stata in funzione di un aumento delle nascite. Se l'Inghilterra, la Francia e la Spagna avessero limitato le nascite nel corso del XVI, XVII e XVIII secoli, difficilmente avrebbero potuto garantire la diffusione della tecnologia, della scienza e della cultura europea che oggi caratterizzano il mondo moderno. Michels argomentò che una restrizione delle nascite avrebbe potuto comportare conseguenze disastrose. Essa avrebbe potuto essere non solo un crimine nei confronti della nazione ma ni confronti dell'intera civilizzazione. E' chiaro, a questo punto, che era disposto a riconoscere il diritto di ogni individuo di limitare il numero dei suoi figli. E' altrettanto vero che Michels attribuiva a tale decisione un profondo significato politico, internazionale e storico. Inoltre egli insistette che la sua difesa sul controllo delle nascite era relativa alle esigenze industriali, alla capacità di supporto, alla politica ed alle motivazioni internazionali. Nel 1914 Michels aveva superato tutti quegli ostacoli che lo separavano dai nazionalisti. Nel suo “Imperialismo Italiano” egli citò alcuni importanti pezzi delle opere di Corradini, una delle principali figure teoriche del nazionalismo italiano.
In effetti, in questo periodo, parecchi sindacalisti rivoluzionari avevano assunto posizioni che li portavano ad essere antimaltusiani come molti dei nazionalisti più antitradizionali. Una volta che la nazione divenne il mito fondante anche per i sindacalisti, la logica di una posizione nazionalista rivoluzionaria divenne sempre più convincente. Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale, la posizione dei nazionalisti riguardo la politica demografica era ben definita. Ancora una volta essa fu definita negli scritti di Afredo Rocco. I lavori Corrado Gini influenzarono sia Rocco che Michels. Gini, studioso di demografia, sociologia e statistica fu chiamato a far parte della commissione per la modifiche costituzionali costituite dopo la presa al poter del fascismo. Gini diventò anche uno degli intellettuali fascisti di maggiore importanza. Ancor di più egli influenzò sia i nazionalisti che i sindacalisti nel periodo prefascista. Per quanto riguarda la questione demografica, il libro di Gini intitolato “I fattori Demografici nell'Evoluzione delle Nazioni” pubblicato nel 1912 influenzò sia Michels che Rocco e conteneva quelle che sarebbero state le future impostazioni della politica demografica fascista. Gini sostenne che la storia delle nazioni civilizzate è caratterizzata da fenomeni ciclici uno, dei quali uno dei più importanti è il tasso riproduttivo. Egli parlò di una parabola di crescita della popolazione che inizia con tassi sorprendentemente bassi, di un successivo incremento fino al raggiungimento di un picco dopo del quale vi sarà una fase ascendente molto brusca che potrebbe anche portare all'estinzione di un popolo. Ognuna di queste fasi è accompagnata da fenomeni politici specifici. I periodi con basso tasso di natalità sono caratterizzati da forme politiche statiche ed espressioni culturali stabili. I periodi di crescita della natalità sono caratterizzati dall'espansione coloniale e dalle conquiste territoriali nonché da cambiamenti politici e da un rapido sviluppo della cultura. I periodi di calo della natalità sono caratterizzati dall'egoismo e dall'individualismo, una crescente preoccupazione per le comodità, una indisponibilità ad affrontare le difficoltà ed un generale decadimento delle istituzioni. Il periodo finale è di decadimento e declino ed è caratterizzato dalla sottomissione delle civiltà morenti nei confronti dei popoli giovani, i quali sono in piena fase di crescita demografica. Per quel che ci interessa, ci sono diversi elementi del pensiero di Gini che ci sono utili. Egli associò il picco della natalità ed il conseguente declino con la crescente urbanizzazione, l'agglomerazione della masse nei centri urbani e lo spopolamento delle campagne. Il calo delle nascite si verifica sopratutto nei centri urbani e, quando le popolazioni rurali si spostano nei centri urbani, anch'esse diminuiscono il loro tasso riproduttivo. Gini citò il caso della Francia. Durante la sua fase di espansione della popolazione, la Francia aumentò anche la sua influenza ed il suo controllo politico e militare in Europa e nel nuovo mondo. El periodo di diminuzione del tasso di natalità, l'influenza politica e culturale della Francia diminuì anch'essa. I capitali erano aumentati ed il l'espoloratore, il soldato ed il colono avventoruoso lasciarono spazio al negoziante ed alla borghesia urbana.
Nel tentativo di arrestare tale processo furono consigliate una grande varietà di alternative, una delle quali consisteva nel inculcare un senso di responsabilità verso il futuro tra i cittadini. Le famiglie più numeroso dovevano essere aiutate e premiate dallo stato. Occorreva creare delle istituzioni che si occupassero delle madri e dei bambini. Era necessario, inoltre, esaltare l'idea della giovinezza e della famiglia. Gini non era ottimista sulla prospettive di successo di tali sforzi. Soltanto se il processo di invecchiamento della popolazione non era proceduto troppo avrebbe potuto essere arrestato. Era ovvio che Gini avesse percepito il processo che stava investendo la Francia come irreversibile. Egli, inoltre, evidenziò che quasi tutte le nazioni europee stavano attraversando un periodo simile. Così egli prevedette che in un futuro prossimo anche il Regno Unito avrebbe vissuto un periodo di crisi delle proprie fortune imperiali, internazionali ed economiche. Come prova egli citò la rapida crescita delle città, lo spopolamento delle campagne e l'aumento della ricchezza procapite. Anche l'Italia è investita da questo processo a prescindere dall'alta densità della popolazione poiché vi erano tutte le prove per sostenere che la penisola avesse già raggiunto il suo picco massimo di nascite. L'Italia, dalle stime di Gini, aveva già sofferto di uno crescita stazionaria della popolazione. Per un paese come l'Italia le prospettive erano disastrose. Circa il 35-40% della popolazione nata era stata perduta a causa dell'emigrazione, una perdità che influì in maniera negativa anche sull'efficienza dell'esercito. In una situazione nella quale l'Italia si dimostrava incapace di supportare la propria popolazione a causa della scarsità di risorse e dell'incapacità dell'agricoltura di soddisfare il fabbisogno nazionale, il futuro poteva essere soltanto di subordinazione politica e culturale. L'Italia era sul margine di un decadimento demografico. Aveva cominciato il suo processo di sviluppo soltanto quando le altre potenze avevano già occupato quasi tutti gli spazi disponibili. Essa era così confinata all'interno dei propri confini se senza l'espansione territoriale risultava impossibile ogni forma di sviluppo interno. La sua popolazione aveva già raggiunto l'apice delle nascite e le risorse demografiche che avrebbero dovuto essere utilizzate nell'espansione territoriale erano andate dissipate attraverso l'emigrazione.
Le argomentazioni di Gini trovarono voce in Alfredo Rocco. Rocco e Gini lavorarono a stretto contatto e l'influenza di quest'ultimo risulta evidente nelle posizioni di Rocco. Nel corso della sua esposizione, Rocco identificò la popolazione come una componente critica per il potenziale sviluppo della nazione. Il numero, egli insisteva, doveva essere considerato come un elemento di forza di un popolo. La relazione tra il potenziale militare e la dimensione della popolazione era troppo evidente per il lavoro. Rocco richiese non solo una limitazione dell'emigrazione ma esortò gli stessi italiani a mantenere un alto tasso di natalità. Anche se l'effetto immediato sarebbe stato quello di aumentare le pressioni sulle capacità di mantenimento della penisola, Rocco sosteneva che la crescita della popolazione era il prerequisito indispensabile per far cessare la posizione di subordinazione dell'Italia nei confronti delle altre potenze. L'alternativa era permettere che il paese rimanesse in una posizione secondaria e di subordinazione nei confronti di quelle nazioni che si erano industrializzate prima e che avevano colonizzato vaste zone del pianeta. Rocco richiedeva una politica di propaganda intensiva ed una legislazione che supportasse un alto tasso di natalità. Una delle conseguenze più immediate di tale politica era la resistenza all'individualismo ed al parlamentarismo liberale. Qualsiasi forma di edonismo avrebbe ristretto le dimensioni delle famiglie per consentire ai singoli una vita più comoda e confortevole a deperimento del futuro della nazione. Nel tentativo di mitigare il sacrificio necessario per mantenere famiglie di grosse dimensioni, Rocco, esattamente come Gini e Michels, raccomandavano un rapido sviluppo industriale e la modernizzazione economica della penisola per venire incontro alle necessità della popolazione e rendere gli individui più disposti a mantenere alti tassi riproduttivi.
La soluzione ultima per i problemi dell'Italia era l'espansione territoriale: l'effettivo accesso alle materie prime, l'autonomia dalle fonti di approvvigionamento straniere, l'espansione di mercato per i prodotti italiani, acquisizioni territoriali al fine di porre gli italiani sotto la protezione politica della nazione e l'espansione della cultura italiana in termini letterari, artistici e scientifici. Ma tutto ciò richiedeva un grosso aumento della popolazione, la “forza biologica principale” della nazione. Così, una dozzina di anni prima del discorso di Mussolini del 26 maggio del 1927, tutti gli elementi della politica demografica fascista erano già apparsi negli scritti di Michels, Rocco e Gini, tre personaggi che influenzarono notevolmente anche il pensiero di Mussolini.
La visione di Spengler può aver rafforzato le convinzioni di Mussolini riguardo la questione demografica tuttavia tali argomentazioni non erano alla base del pensiero di Mussolini riguardo questa tematica. Ne Mussolini nascose le sue posizioni tra il 1915 ed il 1927. Vi erano ricorrenti allusioni ai problemi di emigrazione dell'Italia e di densità della popolazione. Mussolini si era chiaramente impegnato a sostenere che l'emigrazione italiana come soluzione ai problemi di densità andasse scartata. Già nel 1925, egli disse che le istituzioni italiane avrebbero soddisfatto le esigenze delle madri italiane e della loro prole. Fu in quell'anno che venne fondata l'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia. Quasi nello stesso periodo venne intrapresa la “Battaglia del Grano” per migliorare la produzione agricola della penisola e per liberare l'Italia dalla necessità di importare grano dall'estero. Tutti questi sforzi uniti all'intenso programma di sviluppo industriale furono chiaramente intraprese con cognizione di causa dal regime. Certamente la restrizione sull'emigrazione imposta dagli Stati Uniti fu un catalizzatore ma tali restrizioni evidenziavano, per i fascisti, le condizioni circostanti dell'emigrazione italiana. Michels aveva chiaramente indicato che gli Italiani arrivavano sulle rive straniere sotto il peso di enormi disabilità politiche e morali. Sia i nazionalisti come Corradini che i sindacalisti come Rossoni riconobbero che gli Italiani venivano trattati come “i negri d'Europa”. Nel 1927 l'Italia fascista aveva goduto di un periodo di rapida crescita industriale e la modernizzazione economica. A questo punto i fascisti erano pronti ad applicare le politiche demografiche implicite nel loro programma. Queste politiche non erano altro che il frutto delle tesi a lungo sostenute dai nazionalisti e dai sindacalisti nazionali. Non c'era nulla nel discorso di Mussolini del 1927 che non fosse già presente negli scritti di Gini, Rocco e Michels di una dozzina di anni prima. Nel “discorso dell'ascensione”, Mussolini delineò un programma di crescita demografica complessiva. Già all'inizio del suo governo, Mussolini disse che non avrebbe fatto concessioni al liberalismo. Lo stato sarebbe intervenuto in ogni aspetto della vita della nazione per evitare il suicidio nazionale. Prima di tutto lo stato avrebbe creato le istituzioni necessario per garantire il benessere fisico della nazione. Lo stato, inoltre, avrebbe sviluppato ed enfatizzato i uo sforzi per combattere l'alcolismo, la tubercolosi e la malaria. Ma più di questo la nazione avrebbe avuto bisogno della forza del numero per superare le sfide del futuro. Mussolinì avvisò che tra il 1935 ed il 1940, il futuro dell'Europa sarebbe stato deciso da eventi traumatici. Se si voleva che gli interessi dell'Italia potessero essere ascoltati, sarebbe stato necessario affrontare tale difficoltà con il numero, con una abbondante popolazione che avrebbe sostenuto un esercito numeroso che avrebbe affrontato tutti i nemici con milioni di uomini.

IL FASCISMO E LA RURALIZZAZIONE

Il problema immediato che l'Italia doveva affrontare, ricordò Mussolini nel suo discorso del 1927, era quello della popolazione in diminuzione. Tutti i dati disponibili indicavano che i centri urbani, quelle città con più di mezzo milione di abitanti, erano centri di diminuzione della riproduzione. Soltanto fuori dai centri urbani la popolazione italiana si riproduceva in maniera sufficiente da garantire l'incremento demografico. Di conseguenza fu adoperato ogni metodo per evitare lo spopolamento delle campagne. Queste proposte non furono casuali poiché si trovavano nel volume di Gini del 1912. quello che essi sostenevano nel 1927 era probabilmente influenzato dall'alta disoccupazione che caratterizzò quell'anno. Nel 1926 la disoccupazione era di 114.000 unità. Nel 1927 era cresciuta a 278.000. mentre questo non era un pericoloso livello di disoccupazione, esso era un problema politico per un regime che era saldamente al potere solamente da due anni. Gini aveva presto avvisato che i centri urbani sarebbero stati aree di sosta per i disordini politici durante il periodo del spopolamento della campagne. Come conseguenza il 1927 sembrava essere l'anno ideale per fermare l'urbanizzazione dell'Italia. Già nel 1926, i prefetti poterono limitare la migrazione dalle campagne alle città ordinando a chi giungeva dalla campagna di ritornare alla propria casa almeno che non riuscissero a dimostrare di poter trovare immediatamente lavoro. Le restrizioni di Mussolini alla crescita dei centri urbani fu così il prodotto di impegni politici di ampio respiro così come di esigenze immediate. Molti programmi significativi del regime, furono introdotti sotto la pressione delle circostanze immediate ma ciò non significa che quei programmi fossero delle semplici risposte ad-hoc a tali necessità. La preoccupazione di controllare gli effetti politici della disoccupazione, sebbene importante, non fu il motivo unico alla base della ruralizzazione. Tuttavia fu la causa scatenante di questo processo.
Il suo scopo era duplice: ridurre la crescente disoccupazione e stabilizzare la popolazione rurale italiana in un ambiente più adatto alla riproduzione. Furono programmati 800 progetti su 6 milioni di ettari (un terzo di tutti gli ettari disponibili nella penisola). Nel 1928 fu realizzata la bonifica integrale delle regioni agricole che portò allo sviluppo ed alla modernizzazione delle regioni agricole. Arrigo Serpieri, esperto di agricoltura e contadino socialista, fu messo a capo di un programma che diede lavoro a 600.000 persone tra il 1928 ed il 1938. Gli effetti diretti ed indiretti di questi impieghi diminuirono il numero dei disoccupati (spesso i critici tendono a sottovalutare l'effetto del moltiplicatore keynesiano quando si prende in esame un piccolo numero di persone). Nel 1938 circa due milioni e mezzo di ettari furono oggetto di investimenti per lo sviluppo sia per intervento diretto dello stato che attraverso sovvenzioni governative. La superficie totale di terra così trattata provocò un netto miglioramento delle capacità agricole di circa il 10% (250.000 ettari). Ulteriori 100.000 ettari furono trattati con una irrigazione più efficace. Il resto dei miglioramenti fu effetto della produttività marginale. Allo stesso tempo, furono restaurate molte strade rurali e ne furono costruite di nuove, gli impianti di irrigazione furono mantenuti ed ampliati. Ci sono state alcune zone, come le paludi Pontine, dove, dopo lo sviluppo, la produttività non fu impressionante e dove vaste aree rimasero dei semplici prati verdi. Ma la trasformazione delle paludi in prati ebbe conseguenze positive. C'è una vasta letteratura dedicata alla bonifica integrale, ai meriti ed ai demeriti di essa, alle sue realizzazioni ed ai suoi fallimenti. Il fatto è che il programma, bene o male concepito, con o senza successo, fu parte di un piano ideologico generale che affonda le sue radici nel profondo della ideologia fascista. Per quanto relativo alle contingenze, lo sviluppo delle regioni agricole dell'Italia era parte delle politiche demografiche del fascismo che Mussolini aveva pronosticato ancora prima della presa del potere. Questo era il contesto in cui Mussolini parlò di ruralizzazione dell'Italia. Il fatto che Mussolini lanciò la ruralizzazione è spesso visto come una forma di utopismo reazionario, un tentativo di tornare all'era premoderna. Mentre esistevano singole personalità che scrissero opinioni che suonavano reazionarie, è evidente che il programma fascista di ruralizzazione non ambiva ad impedire lo sviluppo industriale e la modernizzazione economica.
In una speciale conferenza dedicata alla ruralizzazione ed ai problemi demografici, Michels disse chiaramente che l'industrializzazione era una parte integrante e necessaria del programma fascista. Per Michels il problema della popolazione era strettamente connesso con la produttività economica. Quelle nazioni che erano dotate di una alta densità di popolazione non potevano che mantenerla attraverso l'industrializzazione intensiva. Michels, come la maggior parte dei fascisti, non vedeva niente di contraddittorio nel limitare la crescita delle città e, contemporaneamente, sostenere un programma di industrializzazione. La previsione di un aumento della popolazione richiedeva obbligatoriamente una modernizzazione dell'agricoltura e l'enfasi sullo sviluppo delle regioni non industriali era funzionale a questo scopo. L'aumento della produzione agricola si rivelava necessario per un bilanciato programma di modernizzazione. Ma più di questo Michels sosteneva che l'industrializzazione non per forza avrebbe comportato l'espansione incontrollata dei centri urbani. Non era vero che l'industria moderna richiedeva masse di popolazione in un numero limitato di centri. Michels riconobbe che un tale processo, storicamente, ha seguito l'industrializzazione ma egli sosteneva una alternativa. Michels, come molti altri fascisti, parlò di decentramento della produzione industriale con particolare cura per l'efficienza. Un programma di decentralizzazione urbana avrebbe potuto essere intrapreso senza mettere in pericolo la produzione industriale ed agricola. In effetti Michels sostenne che la preoccupazione fascista per la ruralizzazione non intendeva in alcun modo mettere da parte una sana ed effettiva politica di produzione agricola ed industriale. Questo fu ciò che sostennero anche molti importanti artefici e pianificatori della ruralizzazione. Giuseppe Pagano, per esempio, membro di spicco del partito durante il regime, direttore della sezione artistica della scuola di mistica fascista (una scuola di formazione per i quadri dirigenziali del partito), ed uno dei più importanti architetti italiani, parlò di dirigere la crescita delle città industriali “orizzontalmente” sviluppando “comunità satellite” di lavoratori industriali che vivono al di fuori dei centri urbani. Queste comunità di 25.000-50.000 abitanti avrebbero provveduto a fornire lavoratori per le grandi città ma avrebbero preservato un ambiente verde che i centri urbani tendono a far sparire. Gli edifici in queste comunità avrebbero dovuto essere bassi per permetterà la massima penetrazione possibile del sole in modo da rideurre il rischio della tubercolosi, la sporcizia e le condizioni sanitarie precarie. Una cintura verde avrebbe dovuto essere creata tra i centri urbani e le comunità satelliti. Nulla di tutto questo avrebbe compromesso l'efficienza industriale e tanto meno pregiudicato lo sviluppo e la modernizzazione economica. Il punto qui non è se il regime abbia realizzato o meno tutto questo. Quello di cui si sta discutendo è cosa significò il concetto di ruralizzazione per il regime. E' chiaro che tutto ciò non aveva alcun significato antimoderno. Infatti i problemi affrontati dalla ruralizzazione sono tipicamente problemi della modernità e ciò fu riconosciuto anche da commentatori post-fascisti ed anche stranieri. L'articolo di Ugo Spirito dedicato all'analisi della ruralizzazione ed al suo legame con l'industrializzazione fu la prima presa di posizione di quella che poi sarebbe stata la posizione di tutti gli intellettuali fascisti sia nella letteratura accademica che popolare. Renzo De Felice considera il saggio di Spirito come una critica coraggiosa alle politiche del regime quando in realtà era semplicemente una dichiarazione preventiva di ciò che i fascisti avevano capito del spopolamento dei centri urbani e della ruralizzazione. Dove il regime intraprese effettivamente lo sviluppo pianificato delle città, in 80000 ettari (800 chilometri quadrati) di terreno paludoso bonificato, le città assunsero molte delle caratteristiche descritte nelle comunità rurali. La popolazione di Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia vennero fortemente limitata. Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, Littoria, che era stata fondata nel 1932, aveva una popolazione di circa 20.000 abitanti ed era si un centro di industria leggere che una regione agricola. Sabaudia rimase piccola, fondata del 1933, la sua popolazione arrivava a 5000 unità nel 1936. A Pontinia, fondata nel 1934, c'erano 4000 abitanti nel 1936. Aprilia, fondata alla vigilia della guerra che la distrusse, e Pomezia diventarono satelliti industriali della città di Roma. Molto è stato scritto riguardo il programma architettonico fascista e non qui nostro proposito esaminare questa letteratura. Le linee generali, però, sono chiare. Tra il 1931 ed il 1935 almeno un quarto del budget nazionale fu speso per i lavori pubblici, dei quali la costruzione di edifici occupava una costruzione significativa. Nell'economia italiana bisognosa di capitali, la maggior porzione dei fondi di costruzione fu impiegata nelle aree di servizio pubblico, nella costruzione di campi estivi per i bambini, uffici postali, stazioni ferroviarie, uffici burocratici e municipi. La relativamente basse spese destinate alla costruzione di residenze furono comunque maggiore di quelle destinate da qualsiasi altro governo prefascista. I fascisti riconobbero, a loro volta, che le condizioni di alloggio in Italia erano carenti. Altrettanto evidenti erano le ragioni di tale carenza e la difficoltà nell'apportare dei miglioramenti. In primo luogo tale problema era stato aggravato dalla rapida crescita della popolazione nel giro di un secolo. In secondo luogo vi era una scarsità di capitali investiti poiché tali capitali erano stati destinati sopratutto alla modernizzazione ed allo sviluppo economico. In terzo luogo l'esistenza della proprietà privata e dei gruppi d'interesse generò una forte resistenza nei confronti di ogni piano statale di costruzione delle case. Infatti fu così evidente il conflitto tra interesse privato e collettivo in tale settore che molti fascisti richiesero la nazionalizzazione. A tutto ciò si aggiunse un quarto problema: la burocratizzazione degli istituti per le case popolari, le agenzie parastatali che si occupavano del problema delle abitazioni, che divennero sempre meno responsabili e poco efficaci. La ruralizzazione fu parte integrante del programma demografico fascista. Essa era implicita nella politica di “de-urbanizzazione” ed era a sua volta impegnato a mantenere un alto tasso di natalità tra la popolazione italiana. Esso non implicava l'abbandono della modernizzazione economica ed industriale. Considerati insieme, la preoccupazione per l'industrializzazione, la modernizzazione economica, l'autarchia, il tentativo di mantenere alto il tasso di natalità, la ruralizzazione per sostenere la popolazione crescente, e la ricerca di un adeguato spazio vitale, costituiscono un coerente programma politico avente delle sue logiche interne collegate alla ideologia fascista.
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IL FASCISMO E L'ANTIFEMMINISMO

Nella letteratura fascista il tema dell'antifemminismo diventò sempre più ricorrente. La comparsa di movimenti femministi e l'identificazione del fascismo con la reazione hanno dimostrato di essere dei forti incentivi per prendere in mano la tematica e sfruttarla nel modo più completo possibile. Abbiamo anche assistito al riemergere di tutte le sciocchezze di Wilhem Reichs, lo sforzo di spiegare i comportamenti politici in termini di frustrazione sessuale, e la millenaria esistenza della famiglia paternalistica ed autoritaria. L'attuale preoccupazione per il sesso, la nascita di movimenti femministi aggressivi, ed il pregiudizio comune che identifica il fascismo con la reazione, si manifestano tutti in quello che è il più grosso pregiudizio contemporaneo. Per costoro, sembrerebbe plausibile che l'antifemminismo fascista possa essere dimostrato senza il ricorso alla dubbiosa macchina teorica del freudismo ortodosso e non ortodosso. Inoltre, se le politiche fasciste fossero reazionarie, tenderebbero a definire il fenomeno. Il fatto che l'antifemminismo fascista fosse la conseguenza di altre politiche sembra evidente. Il fascismo non fu antifemminista di per sé e ciò fa pensare che qualsiasi tentativo di spiegare le loro posizioni attraverso alcune nozioni di frustrazione sessuale, latente omosessualità, o oppressione capitalista non è plausibile. Le politiche fasciste per quanto riguarda le donne furono il prodotto di circostanze contingenti e di valutazioni di probabilità. Infatti l'antifemminismo non era un elemento ideologico del fascismo. Già nel 1903 Michels sostenne pubblicamente i movimenti femministi. I Futuristi di Marinetti, ormai molto vicini al fascismo, proponevano l'uguaglianza tra i sessi. Essi parlavano della monogamia come una forma di oppressione borghese resa sostenibile soltanto dall'adulterio che agiva come valvola di sfogo. Essi parlavano di “cretinismo” che ha reso le donne schiave degli uomini e della società. Essi proponevano la creazione di ostelli di stato per i bambini nel tentativo di liberare le donne dai pressanti lavori domestici. Essi parlarono di divorzio ed aborto per sollevare entrambi i sessi dal peso della monogamia. Il libro di Michels di etica sessuale, pubblicato in Germania nel 1911 con il titolo di Die Grenzen dar Geschlechtsmoral sosteneva chiaramente l'emancipazione delle donne. Michels parlò del matrimonio come forma di sottomissione della donna e dello sfruttamento di queste ultime da parte degli uomini in una molteplicità di circostanze economiche, politiche e sociali. Nel loro programma del 1919, i fascisti richiedevano il suffragio universale femminile e nel 1922 i fascisti citavano la Carta del Carnaro come modello per una costituzione fascista. In tale costituzione si stabiliva che “tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso, avevano pari diritti in campo lavorativo, professionale, artistico e dei mestieri”. Nel novembre del 1922, un mese dopo la Marcia su Roma, Olivetti ribadì l'impegno fascista per la parità dei sessi. Mussolini stesso non diede mai prova d'essere antifemminista, se si tralascia il suo generale cinismo. Egli, per esempio, non era entusiasta del suffragio femminile perchè, in generale, era non egli entusiasta del suffragio generale in se stesso. Il suffragio femminile sarebbe servito ben a poco perchè il suffragio era una pratica tipica del parlamentarismo. Mussolini proponeva un suffragio basato sulle categorie professionali piuttosto che un suffragio basato sui singoli individui. Di conseguenza egli non era entusiasta di concedere il suffragio femminile perchè, in generale, voleva revisionare il meccanismo del suffragio. Quando la questione si pose nei confronti delle elezioni amministrative, infatti, egli supportò il suffragio femminile non perchè egli fosse convinto che tale diritto fosse giusto ma perchè aveva capito che tale diritto avrebbe avuto poche conseguenze. Quando l'alleanza internazionale per il suffragio femminile fu ospitata a Roma nel maggio del 1923, Mussolini non fece alcuna difficoltà per concedere il diritto di voto alle donne. Le donne avrebbero portato al suffragio i loro “tratti fondamentali” di “misura, saggezza, ed equilibrio”. Allo stesso tempo Mussolini si impegnò a sostenere un programma di sviluppo economico, spirituale e morale delle donne. Alla fine dello stesso mese, al congresso delle femministe a Venezia, Mussolini ribadì che il regime non avrebbe ostacolato in alcun modo l'estensione del suffragio universale alle donne. Egli sostenne la sua convinzione riguardo l'importanza delle donne in ogni ambito sociale, politico ed economico. Egli parlò della loro preponderante influenza nel determinare il destino della società. Nel maggio del 1925, quando fu bloccata la legislatura riguardo l'estensione del diritto di voto alle donne alle elezioni amministrative, Mussolini intervenne di persona per garantire l'approvazione di tale legislazione. Egli insistette sul fatto che un partito di massa come quello fascista non poteva porre freni al suffragio. Esso doveva rendere omaggio alle donne per il loro contributo al partito ed alla rivoluzione. Il diritto di voto sarebbe stato soltanto un modesto indennizzo. Nel suo discorso Mussolini rifutò l'idea che le donne fossero inferiori per sostenere semplicemente che esse erano diverse dagli uomini. Egli aggiunse, gratuitamente, che a livello personale pensava che le donne mancassero di capacità di sintesi e che, pertanto, fossero incapaci di esprimere la loro vasta creatività. Qualsiasi cosa avesse voluto dire, egli sostenne che gli sviluppi industriali avevano reso l'alienazione delle donne dalla famiglia tradizionale una eventualità prevedibile. Egli promosse la partecipazione delle donne in ogni settore dell'attività umana come insegnati, avvocati e medici e ribadì che non si trattava di un semplice capriccio ma del risultato di un processo decennale di sviluppo economico. Egli concluse con un elogio alle donne per il loro operato durante la Grande Guerra. Egli sostenne che, poiché i fascisti si erano impegnati a mobilitare le donne per ogni futuro conflitto, essi dovevano dare loro pieni diritti politici. Grazie all'intervento di Mussolini, la legislazione fu varata. Poco dopo, per ragioni che nulla avevano a che fare con l'estensione del diritto di voto alle donne, le procedure delle elezioni amministrative furono cambiate ed il suffragio femminile divenne inutile. Prima che la questione femminile tornasse in auge, molte cose erano cambiate e la politica fascista assunse quei tratti di antifemminismo di cui tanto si è parlato. Fino al 1925 c'era ben poco nell'ideologia fascista e nella politica fascista che potesse, in qualche modo, far pensare a posizioni antifemministe. In un paese latino con una lunga tradizione di dominio maschile, le disposizioni dei fascisti erano almeno moderatamente progressiste. Certamente c'era ben poco nel socialismo italiano che lo rendesse aggressivo riguardo i diritti delle donne. La questione dei diritti delle donne era marginale nel movimento rivoluzionario italiano. Nel 1927 la situazione era cambiata. Non solo Mussolini aveva adottato una politica demografica che prevedeva l'esistenza di famiglie numerose ma la disoccupazione cominciò a diventare un problema serio. Nel 1928 Mussolini scrisse l'introduzione ad un libro di Richard Korherr in cui affrontò gli stessi temi trattati nel “discorso dell'ascensione”. Egli alludeva al tasso di natalità elevato di Russia e Cina come minacce per l'Europa entro la fine del XX secolo con conseguente critica al neomaltusianismo che prevedeva la restrizione delle nascite. Egli parlò di calo della natalità in Italia e di obbligo di arrestare tale declino. Ancora una volta, egli associò l'urbanizzazione al calo della natalità, proponendo la de-urbanizzazione e la ruralizzazione. Allo stesso tempo, parecchi argomenti legati tra di loro apparvero costantemente nella propaganda fascista. Nello stesso libro prima citato, Korherr sosteneva che uno dei motivi del collasso della famiglia come cellula della società fu l'emancipazione della donna. Le donne liberate richiedevano diritti ed il diritto all'indipendenza implicava facilità nell'ottenere il divorzio. Il diritto a gestire il proprio corpo implicava la concessione dell'aborto, il quale favoriva un basso tasso di natalità. Con il crollo della economia italiana durante la crisi del '29, tutti questi elementi si fusero tra loro producendo gli elementi ideologici e legislativi della politica femminile fascista. Nel 1932 vi erano circa un milione di italiani disoccupati. Nonostante i vasti programmi di lavori pubblici tale numero non era sceso attorno al 1935. Nel frattempo la posizione del fascismo riguardo le donne si manifestò in una serie di convinzioni, sostenute da relativa legislazione, che fece assumere all'ideologia qui tratti dei quali oggi viene accusata. La famiglia monogamica venne considerata come il miglior veicolo per creare famiglie numerose e si diffuse la convinzione che l'emancipazione delle donne fosse la causa prima degli aborti e dei matrimoni sempre più tardivi. Gli ideologi fascisti sostennero che il movimento femminista era controrivoluzionario. Le donne avrebbero dovuto essere preparate ad affrontare ruoli complementari, piuttosto che di concorrenza, rispetto a quelli degli uomini. Le donne avrebbero dovuto essere preparate per il loro ruolo di madri e mogli. A tal fine, esse avrebbero dovuto essere scoraggiate a perseguire ruoli e lavori maschili. La loro educazione avrebbe dovuto essere basata nel prepararle nel loro compito di vita. Le donne avrebbero dovuto essere inquadrate nelle organizzazioni di partito e nelle istituzioni pubbliche, nelle agenzie parastatali per la cura dell'infanzia, nella pediatria, ed in tutto ciò che riguardava le faccende domestiche. Nel 1935 le universitarie fasciste furono invitate a non considerare i loro traguardi come “uno spostamento degli uomini dai loro impieghi e professioni” ma piuttosto a considerarsi come donne istruite, e pronte al loro ruolo di madri e di aiutanti degli uomini sia nel matrimonio che sul posto di lavoro. Anche se vi fu un incremento di donne nelle università durante il periodo fascista (dal 10% del '22 al 16% del '36), esse non venivano incoraggiate ad intraprendere questo percorso. Per superare la crisi, vi fu uno sforzo per scoraggiare l'occupazione femminile. Sotto tutte queste pressioni, nacque una crescente preoccupazione per la restrizione della donna nei suoi ruoli sociali tradizionali. Nella sua intervista ad Helene Gosset, Mussolini riconobbe che i tempi costringevano molte donne a cercare lavoro fuori casa ma egli affermò che il ruolo della donna sia nel passato che nel presente era tra le mura domestiche. Le donne formalmente iscritte nelle organizzazioni del partito erano tenute a svolgere le funzioni sociali tradizionali, come il servizio di volontariato per le agenzie di previdenza sociale e per le istituzioni del partito. Contemporaneamente le donne cominciarono a partecipare alle attività sportive, tali attività venivano intraprese sempre con speciale riguardo nei confronti della loro “missione nazionale”: incrementare la natalità. Il risultato fu la tipica sindrome di mantenere le donne in casa tipica dei paesi latini. Le donne vengono esaltate come madri ma non vengono incoraggiate a manifestare interesse per la politica o per altre attività considerate maschili. Mentre le donne furono rese responsabili del tasso di natalità e furono nominate come agenti al servizio della forza biologica della nazione, non ci si aspettava che esse svolgessero altre mansioni al di fuori di questa. Mussolini stesso pare disprezzasse le donne in generale (anche se non lo disse mai pubblicamente). In una intervista durante il ventennio fascista, egli disse che le donne hanno una dolce influenza e che rappresentano una piacevole parentesi nella vita d'un uomo. Tale influenza può meglio aiutare l'uomo ad affrontare le difficoltà ma esse non lasciano traccia duratura. Le donne sono un passatempo affascinante, quando un uomo ha tempo da dedicare a loro, un mezzo per cambiare il proprio pensiero ma esse non vanno prese seriamente perchè esse stesse sono raramente serie. Mia moglie e la mia famiglia sono il mio possesso più caro ma nonostante faccia tesoro di loro, preferisco tenerli a parte dalla mia giornata. Nel 1932, nell'intervista con Emile Ludwig, Mussolini sosteneva che le donne avrebbero dovuto essere passive, correggendo presto tale termine con “obbedienti”. Aggiunse poi di essere contrario a qualsiasi tipo di femminismo. Naturalmente, egli aggiunse, la donna non deve essere uno schiavo ma...nel nostro stato le donne non contano. Qualsiasi importanza si possa attribuire alle opinioni personali di Mussolini, risulta chiaro che la politica fascista riguardo le donne fu dettata da molti fattori non personali. Il fondamento ideologico della politica era quello di rendere l'Italia una potenza internazionale in un contesto di competizione internazionale costante. L'Italia avrebbe avuto bisogno di una popolazione di 60 milioni di anime se avesse voluto essere competitiva nella seconda metà del XX secolo. La politica nei riguardi delle donne fu conseguente a questa necessità ed il fatto che l'Italia, tra il 1880 ed il 1922, abbia avuto un declino delle nascite che va dal 30,2% al 37,8%. Tutto ciò, unito alla convinzione che l'emancipazione delle donne ed il femminismo fossero dei fattori che favorissero questo declino, diedero origine alla conseguente politica. La crescente disoccupazione dal 1927 in poi accrebbe l'antifemminismo. La logica di una tale politica era già evidente tra i nazionalisti molto tempo prima della loro fusione con i fascisti. Nel 1914, per esempio, Alfredo Rocco parlò prima del Circolo di Cultura Femminile del problema di un nascente femminismo diffuso sopratutto nel nord Europa. Le sue critiche al femminismo sono le stesse di quelle che caratterizzarono il fascismo dopo il 1927. La principale minaccia messa in atto dal femminismo era la “volontaria limitazione della natalità”. La conseguenza era una indebolimento della nazione dal punto di vista economico e militare in un tempo in cui l'Italia si preparava ad affrontare gli avversari più forti della storia. Il numero, insisteva Rocco, rappresenta la forza ultima di un popolo. Tutti gli elementi della successiva presa di posizione dei fascisti erano già presenti nell'articolo di Rocco del 1914. Mussolini, a quel tempo, non aveva ancora formulato una sua posizione. Egli condivideva ancora l'opinione di Michels secondo il quale una responsabile e volontaria restrizione delle nascite avrebbe potuto essere intrapresa. Per un certo periodo i sindacalisti rivoluzionari (così come i futuristi) continuarono ad avere delle riserve riguardo ogni antimaltusinesimo esplicito. Soltanto la congiunzione delle aspirazioni politiche, il netto declino della natalità, e la crescita della disoccupazione, costrinsero il fascismo a varare politiche antifemministe. C'erano, senz'altro, una moltitudine di altri fattori che influenzarono la legislazione fascista. C'era la questione della “tradizione latina” che aveva una determinata concezione della riproduzione ed assegnava alle donne un determinato ruolo sociale. Vi fu anche l'innegabile influenza della Chiesa Cattolica e, infine, vi era l'influenza di Sorel, il quale esaltava la famiglia come elemento essenziale della società. Il potenziale di questo tipo di politica sociale era prevedibile già quando i sindacalisti nazionali optarono per la difesa della propria nazione proletaria contro le potenze plutocratiche. L'argomento principale dal 1911 fino alla fine del regime era che l'Italia, nazione avente un ritardo nell'industrializzazione, scarsa di risorse e confinata in uno spazio limitato, aveva un solo vantaggio nei confronti delle nazioni plutocratiche: la sua abbondante popolazione. Le potenze straniere avevano una debolezza: il calo della natalità. Con il declino del numero, tali nazioni avrebbero incontrato sempre più difficoltà nel sostenere il loro esercito, la loro economia e le loro colonie. Esse non avrebbero avuto sufficienti uomini per difendere imperi coloniali di milioni di chilometri quadrati. La crescita della competizione per gli sbocchi per le esportazioni avrebbe creato una contrazione dei mercati interni. L'Italia, d'altro canto, sostenendo un programma di industrializzazione forzata e rapida modernizzazione, e mantenendo un alto tasso di natalità, si sarebbe trovata nella posizione adatta per modificare i rapporti di forza tra le nazioni e risolvere i problemi di scarsità di risorse. La politica demografica del fascismo era parte integrante del programma politico del regime nel suo complesso. Se si voleva sperare che tale programma avesse una qualche possibilità di successo, l'intera popolazione della penisola avrebbe dovuto impegnarsi per un grosso sacrificio. I cittadini in generale furono avvisati della necessità di questo sacrificio, i giovani furono inviatati ad “obbedire gioiosamente” e le donne a “crescere e moltiplicarsi”. In questo contesto la politica sociale del fascismo serviva per compensare le masse dei loro sacrifici. Vi sono infatti pochi dubbi sul fatto che le politiche sociali del fascismo produssero molti benefici. Anche Piero Meldini, critico nei confronti del regime, alludette al progressivo sviluppo dello stato sociale durante il periodo fascista. La legislazione sembra aver ridotto la resistenza al regime da parte di chi doveva sacrificare molto al servizio dei progetti di lungo termine. Il programma demografico, così come la ruralizzazione e lo sforzo di far rivivere le virtù tradizionali delle donne furono tutti programmi privi di successo. Il tasso di natalità continuò a diminuire durante gli anni del regime. Se il tasso di natalità era di 27 per mille nel 1927, nel 1928 scese a 26,1 per mille, per continuare a scendere a 23,4 per mille nel 1934 e 22,2 nel 1936. A quel punto gli intellettuali fascisti riconobbero il fallimento dell'impresa. Vi furono successi di poco superiori nel tentativo di ruralizzare la penisola. Con le esigenze create dalla guerra d'Etiopia, Spagna e la guerra mondiale, vi furono sempre maggiori difficoltà a decentrare l'industria e la concentrazione della popolazione nei centri urbani procedette a ritmi sempre più alti. Gli sforzi per risolvere la crisi della famiglia rinforzando il ruolo storico della donna come madre e come moglie non sembrano aver raccolto successi maggiori. Nel 1938, un sondaggio condotto tra le studentesse italiane dai 16 ai 18 anni, rivelò che solo una piccola minoranza di essere era interessata ai lavori domestici. Il fascismo può aver spinto per rimuovere le donne dal mercato del lavoro (dal 30% del 1920 al 19% del 1931) ma le statistiche non sono inequivocabili. Molti paesi industrializzati registrarono un declino della occupazione femminile dopo il 1900. In Italia, il fascismo può aver favorito questo declino ma ciò non è certo. D'altro canto in alcuni settori come l'insegnamento e le belle arti, il numero delle lavoratrici divenne sempre maggiore nel corso del ventennio. Tutto ciò indica che l'antifemminismo fascista non ebbe successo e non fu perseguitò con particolare cura. In ogni caso, l'antifemminismo fascista era, al massimo, relativo ad una politica sociale fascista e fece la sua comparsa a causa della crescente preoccupazione per il calo delle nascite e l'incremento della disoccupazione.
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NOTES :

1. This is the thrust of Giacomo Matteotti's The Fascisti Exposed, pp. 14-30.
2. Cf., for example, Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia; Ernesto Rossi, Padroni del vapore e fascismo; Rajani Palme Dutt, Fascism and Socia] Revolution; Daniel Guerin, Fascism and Big Business.
3. Sergio Panunzio, "Un programma d'azione," Il rinnova­mento, 1, No. 2 (March 15, 1919), p. 85; cf. Edmondo Rosoni, Le idee della ricostruzione pp. 5f.
4. Cf. the "Programma del PNF (1921)," in Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, pp. 756-763.
5. Cf. Giovanni Preziosi, Cooperativismo rosso piovra dello stato and Uno stato nello stato.
6. Maffeo Pantaleoni, Bolcevismo italiano, pp. 212f.
7. Sergio Panunzio, Lo stato di diritto, pp. 153-157.
8. Cf. Sergio Panunzio, "Che cos'è il liberalismo?" in Stato nazionale e sindacati, pp. 198f.
9. Cf. Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara (1918-1921), p. 71.
10. For an account of the development of Italian national­ism, cf. Paola Maria Arcari, Le elaborzioni della dottrina politica nazionale fra l'unità e l'intervento (1870-1914), n, pp. 841-856; Franco Gaeta, Nazionalismo italiano, chap. 2.
11. Nazareno Mezzetti, Alfredo Rocco nella dottrina e diritto della rivoluzione fascista, p. 42; Paolo Ungari, Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo, p. 29 n. 15.
12. Alfredo Rocco, "Il problema economico italiano," La Tribuna, January 13-14, 1914, in Scritti e discorsi politici, I, 13­25.
13. Rocco, "Economia socialista, economia liberale, econ­omia socialista e economia nazionale," Rivista delle società com­merciale, 4, No. 1 (April 1914), ibid., 29-58.
14. Rocco, "Il congresso nazionalista di Roma," (March 16, 1919), in ibid., ti, 475-491.
15. "Il programma nazionalista," ibid., 494-506; cf. Rocco, "La politica finanziaria," Politica, 1, No. 1 (1918).
16. Rocco, "L'ora del nazionalismo," Scritti e discorsi politici, II, 507-517.
17. Rocco, "La situazione interna italiana," ibid., p. 617; cf. Ettore Alasia, "La situazione economica," Politica, 1, No. 1 (1918).
18. Rocco, "Programma politica nazionale," ibid., pp. 656L, 658, and "Indirizzo di risposta al discorso della corona," ibid., 669.
19. These specifics appear as early as his "Indirizzo di riposta," ibid., pp. 669-674. Cf. "Politica e finanza," and "Il principio economico della nazione," ibid., pp. 689-691 and pp. 717-724.
20. This was already evident in Rocco's "Il problema economico nazionale" of 1914. Cf. ibid., pp. 22f.
21. Cf. Rocco, "Economia socialista, economia liberale," ibid., pp. 40, 47.
22. In this regard, cf. Giorgio Rumi, Alle origini della politica estera fascista, chap. I. For a Fascist expression of these themes, cf. "Genova," Italia nuova, April 15, 1922. In 1921 Mussolini insisted that an independent foreign policy could only be possible with a maximum degree of economic self-sufficiency for the nation. Cf. Mussolini, "Il fascismo nel 1921," Opera, xvi, 102f.
23. Cf. Rocco, "Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono nazionalisti," Scritti e discorsi politici, i, p. 72; Rocco and Maurizio Maraviglia, "Il programma nazionalista," in Al­fredo Francesco Perfetti, ed., Il nazionalismo italiano, pp. 119f., 127-129; Enrico Corradini, L'unità e la potenza delle nazioni (Florence: Vallecchi, 1922), pp. 228-244. Compare Mussolini, "Discorso di Piazza Belgioioso," and "Salandra," Opera, XVI, 300, 320.
24. Cf. Rocco, "L'ora del nazionalismo," "Il dovere dei giovani," "Manifesto di 'Politica,' " in Scritti e discorsi politici, II, 511-513, 524f., 541ff.
25. Emilio Gentile (Le origini dell'ideologia fascista, pp. 9-154) has argued that Fascism, at its origin, "advanced no henry of imperialism." As a matter of fact, it is clear that Musso­lini, as early as 1918, had entertained a clear conviction that "imperialism" and "expansion" was a "law of ]ife." (Cf. Musso­lini, "Primo dell'anno prima divagazione," Opera, XII, 100f.; "Discorso di Cremona," Opera, XV, 184L) At the founding meeting of the Fascist movement, Mussolini had referred to Italy's resource and population problems as capable of resolution only through a more equitable distribution of the world's re­sources and the world's space. (Cf. Mussolini, "Atto di nascita del fascismo," Opera, XII, 323f.; "Discorso di Cremona," Opera, XV, 185.) In the beginning of 1921, Mussolini spoke candidly of creating an "empire" for Italy which would satisfy its space and resource requirements (Mussolini, "Il fascismo e i problemi della politica estera italiana," Opera, xvi, 158f.). Giorgio Rumi has reviewed the earliest Fascist commitments and the affinities be­tween Fascist and nationalist economie policy are transparent. (Cf. Rumi, Alle origini della politica estera fascista, chap. L) For Rocco's analysis of the rapprochement of nationalism and Fascism, cf. Rocco, "Il fascismo verso il nazionalismo," Scritti e discorsi politici, II, 694-699.
26. As early as 1918 the nationalists welcomed Mussolini's appeal to the "producers" of the "New Italy" as a harbinger of a national economie policy that would fulfill nationalist demands. Cf. "La verità è in cammino," L'idea nazionale, August 4, 1918, in Franco Gaeta, ed., La stampa nazionalista, pp. 551-553.
27. For the polemie between Fascists and nationalists con­cerning this issue cf.: Agostino Lanzillo, "La guerra e le imposte," Popolo d'Italia, July 31, 1918 and Gian Luigi Franchi, "Pilastri sulle nuvole," L'idea nazionale, July 31, 1918, ibid., pp. 116-119.
28. Rocco, "Il principio economico della nazione," Scritti e discorsi politici, n, 717.
29. Cf. Rosario Romeo, "La rivoluzione industriale dell'età giolittiana," and Alberto Caracciolo, "La grande industria nella prima guerra mondiale," in Alberto Caracciolo, ed., La forma­zione dell'Italia industriale, pp. 115-134, 163-222.
30. In this regard, Mussolini's judgments were explicit. Mussolini, "I diritti della vittoria," "Rilievi elettorali," "Fascismo e terra," Opera omnia, XIV, 53, 69, and xvi, 170.
31. Cf. Rosario Romeo, Breve storia della grande industria in Italia, pp. 134f.
32. Cf. Bruno Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 457f.
33. In this regard, see Pareto's comments in the appendix to Trasformazioni della democrazia (Rocca San Casciano: Cappelli, 1964).
34. Shepard Clough's insistence that prior to the March on Rome "what [Fascist] policies would be had not been made clear" is, at best, only partially true. Shepard Clough, The Eco­nomic History of Italy, p. 222.
35. Cf. Lello Gangemi, La politica finanziaria del governo fascista, pp. 3-15.
36. Cf. Siro Lombardini, "Italian Fascism and the Econ­omy," in Stuart J. Woolf, ed., The Nature of Fascism, p. 157; Ester Fano Damascelli, "La 'Restaurazione antifascista liberista': Ristagno e sviluppo economico durante il fascismo," in Alberto Aquarone and Maurizio Vernassa, eds., Il regime fascista, pp. 289, 293.
37. William G. Welk, Fascist Economic Policy, p. 161; Giuseppe Volpi di Misurata, "Hydro-electric Development in Italy," in Tomasso Sillani, ed., What Is Fascism and Why?, p. 296; Romeo, Breve storia, p. 136.
38. Antonio Stefano Benni, "The Industrial Growth of Fascist Italy," in Sillani, What Is Fascism and Why?, p. 292. Angus Maddison gives essentially the saure results with his standardized figures of "Total Volume Output." Cf. Angus Mad­dison, Economic Growth in the West, p. 202.
39. Cf. Piero Melograni, Gli industriali e Mussolini, pp. 302-304; Oddone Fantini, La politica economica del fascismo, pp. 37-42.
40. Maddison, Economie Growth in the West, p. 232.
41. Franz Borkenau, "Zur Soziologie des Faschismus," in Ernst Nolte, ed. Theorien ueber den Faschismus, p. 165.
42. For a synopsis of the legislation involved, cf. Salvatore La Francesca, La politica economica del fascismo, pp. 15ff.
43. Cf. Mussolini, "Proroga dei lavori parlamentari e plauso al presidente della camera," and "Per l'insediamento del comitato permanente del grano," Opera, XXI, 356, 372-373.
44. For a summary discussion of these programs, cf. Ric­cardo Festa Campanile and Romeo Fittipaldi, Mussolini e la battaglia del grano. A detailed account can be found in I progressi d ll'agricoltura italiana in regime fascista (Rome: Ministero dell'agricoltura e delle foreste, 1934).
45. Luigi Salvatorelli and Giovanni Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, p. 561.
46. Clough, Economic History of Italy, p. 242.
47. In this regard, cf. the critiques of Carl Schmidt, The Plow and the Sword; Jon S. Cohen, "Un esame statistico delle opere di bonifica intraprese durante il regime fascista," in Gianni Toniolo, ed., Lo sviluppo economico italiano 1861-1940, pp. 351-372.
48. Gangemi, Politica finanziaria, p. 26; Leopoldo Viali, Studi di economia, politica amministrazione e finanza, pp. 208 f.
49. Mussolini, "Discorso di Pesaro," Opera, XXII, 196-198.
50. The most detailed treatment of this is found in Renzo De Felice, Mussolini il fascista,II, chap. 3.
51. In this regard, see the comments of Paul Einzig, Eco­nomic Foundations of Fascism, pp. 78f.
52. Arnaldo Mussolini is often neglected in discussione of Fascist ideology or Fascist economic policy, but his writings in the Popolo d'Italia are not only intelligent and insightful, they often anticipate the overt political acts of the government. Musso­lini had great confidence in his brother's judgment. With regard to the development of the second phase of Fascism's economie policies, see Arnaldo Mussolini's essays in which both Fascist control of the economy and economie autarchy are anticipateti. Arnaldo Mussolini, Scritti e discorsi di Arnaldo Mussolini, IV, "La lotta per la produzione (1925-1931)."
53. Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 466f.; cf. also tables 15 and 16 in Welk, Fascist Economic Policy, pp. 166f.
54. Cf. Giampiero Carocci, "Appunti sull'imperialismo fas­cista negli anni '20," in Aquarone and Vernassa, Il regima fas­cista, particularly pp. 415-421.
55. Cf. A. Borghesani, Le materie prime (Rome: Littorio, 1927).
56. Celestino Arena, L'espansione economica in regime corporativo, p. 107.
57. For a detailed treatment of this period, cf. Giampiero Carocci, La politica estera dell'Italia fascista, 1925-1928.
58. Giampiero Carocci, "Appunti sull'imperialismo fascista negli anni '20," p. 422. Cf. Roberto Michels, "La politica demo­grafica," Gerhard Dobbert, ed., Economia fascista, pp. 85f.; and Rumi, Alle origini della politica estera fascista, pp. 11f.
59. Felice Guarneri, Battaglie economiche, I, p. 285.
60. For a representative volume, cf. Arena, L'espansione economica.
61. Cf. Ibid., pp. 9-30, 57-67, 95-123.
62. For a discussion of the strutture and control features of these agencies, cf. Giulio Scagnetti, Gli enti di privilegio nell'economia corporativa Italiana, pt. 1, chap. 5.
63. For a discussion of the development of controls, cf. Ferdinando Di Fenizio, L'economia di guerra come economia di monopoli (Milan: Ambrosiana, 1942).
64. Cf. Mussolini, "Discorso per lo stato corporativo," Opera, xxvi, 86-96, and 'T piano regolatore della nuova econo­mia italiana," Opera, XXVII, 241-248. Umberto Renda identified these speeches as the explicit doctrinal bases of the autarchie pro­gram. Cf. Umberto Renda, L'autarchia nell'Italia fascista, p. 11.
65. Mussolini, "Il piano regolatore," Opera, XXVII, p. 247.
66. Cf. in this regard the attempt to attribute Italy's au­tarchie policy to the response to the sanctions of 1935 in Raf­faello Riccardi, Economia fascista, pp. 20f., but see the Fascist counterassertion in Renda, L'autarchia nell'Italia fascista, pp. 10f., and Settimo Mobilio, Il fascismo in marcia, pp. 129-150.
67. Cf. La Francesca, La politica economica del fascismo, pp. 74f. Di Fenizio, L'economia di guerra, identified the policy decisions of 1934 as marking the commencement of this period. In effect, these decisions inaugurateti the final phase of the Fas­cist economie program.
68. Cf. Romeo, Breve storia, pp. 168f.
69. Ibid., p. 173; cf. Roland Sarti, Fascism and the Indus­trial Leadership in Italy, 1919-1940, pp. 118-125.
70. Cf. the discussion in Giovanni Balena, ed., L'industria dell'Italia fascista (Rome: Usila, 1940); compare La Francesca, La politica economica del fascismo, pp. 92-96; and Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 488-512.
71. Cf. Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 488-512.
72. Cf. Sarti, Fascism and the Industrial Leadership, pp. 104f.
73. Alexander Galkin, "Capitalist Society and Fascism," Social Sciences (Moscow), II (1970), 30. Roberto Michels spoke of as "state functionaries" under Fascism. Cf. Roberto Michels, "Un pensiero sul corporativismo," La rivoluzione, 1, No. 5 (1934), 8.
74. Cf. Carlo De Biase, L'impero di "faccetta nera," pp. 15f; Arnaldo Pellegrineschi, Etiopia.
75. Maddison, Economic Growth in the West, p. 202, appendix A. Compare Nicos Poulantzas, Fascism and Dictatorship, pp. 99 and 119.
76. Ibid., pp. 231-233, appendix H.
77. The Fascists produced an inordinate amount of litera­ture on this subject. I have found the following of particular in­terest in the context of the present account: Vito Beltrani, Il problema delle materie prime; Raffaele Conti, ed., Il convegno di Pisa e la premesse per un ordine economico nuovo; L. Fontana Russo, Preparazione e condotta economica della guerra, particu­larly pp. 287-301; A. Messineo, Spazio vitale e grande spazio Lauro Mainardi, Mazionalità e spazi vitali; Gaetano Napolitano, Premesse economiche dell'espansione corporativa. Cf. particular­ly, Raffaello Riccardi, La collaborazione economica europea, pp. 127-131.
78. Cf. the discussion in Roberto Michels, Probleme der sozialphilosophie, chap. 10.
79. Cf. Vilfredo Pareto, The Rise and Fall of Elites (To­towa: Bedminister, 1968), p. 27, and I sistemi socialisti (Turin: Utet, 1974), chap. 1.
80. Roberto Michels, Soziologie als Gesellschaftswissenschaft (Berlin Mauritius, 1926), p. 43.
81. Roberto Michels, First Lectures in Political Sociology (New York: Harper, 1949), pp. 26f.
82. This is the thrust of Michels' discussion in bis "Il patriot­tismo," Atti della Reale Accademia di scienze morali e politiche (Naples: Sangiovanni, 1932), pp. 168-182. Cf. allo "Neue Pole­miken und Studien zum Vaterlandsproblem," Archiv fuor Sozial­wissenschaft und Sozialpolitik 66, No. 1 (1931).
83. Mussolini, "Il ricatto dei vinti," Opera, XIII, 11.
84. Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini, p. 119f.
85. Mussolini, "Ai metallurgici lombardi," Opera, xix, 58. Cf. Nazareno Mezzetti, Mussolini e la questione sociale, pp. 163f.
86. Aldo Grechi, Le assicurazioni sociali, p. 100; Oddone Fantini, La legislazione sociale nell'Italia corporativa e negli altri stati, p. 24.
87. Ibid., pp. 24, 26.
88. Cf. Michels' report, "Le leggi sociali del Fascismo giu­dicate all'estero," Lavoro d'Italia, November 14, 1928.
89. Cf. Giuseppe Bottai, La carta del lavoro, pp. 194-206.
90. Celestino Arena, Mussolini e la sua opera, pp. 28f.
91. Mezzetti, Mussolini e la questione sociale, p. 38.
92. Umberto Renda, Realizzazioni del fascismo, pp. 77f.; cf. Gian Alberto Blanc, "L'opera nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia," in Tomasso Sillani, ed., Lo stato Mus­soliniano.
93. Mario Missiroli, Cosa deve l'Italia a Mussolini, pp. 62 f.; Fascist Era: Year XV (Romea Fascist Confederation of Indus­trialists, 1938), p. 56.
94. Cf. Missiroli, Cosa deve l'Italia a Mussolini, pp. 66L, Bruno Fornaciari, "La lotta contro la tubercolosi," in Sillani, Lo stato Mussoliniano Venti Anni (Roma P.N.F., 1942), II, pp. 252ff.
95. Herman Finer, Mussolini's Italy, pp. 470f.
96. Cf. Amleto Angelelli, Principi di legislazione del lavoro, chap. 1; Luigi Salvatorelli and Giovanni Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, pp. 568 f.; Claudio Schwarzenberg, Breve storia dei sistemi previdenziali in Italia, pp. 174-180.
97. Schwarzenberg, Breve storia dei sistemi previdenziale, pp. 178f.; cf. Renzo De Felice, Mussolini il duce, pp. 198f.
98. William G. Welk, Fascist Economic Policy, p. 105.
99. Even Gaetano Salvemini seems prepared to recognize the differences between capitai availability in the United States and Great Britain and Fascist Italy. Cf. Gaetano Salvemini, Under the Axe of Fascism, p. 297; see chaps. 18-21.
100. Mussolini, in a letter to Bruno Biagi insisted that such programs would insure "national solidarity" among the working masses. Cf. Renda, Realizzazioni del fascismo, p. 79.
101. Venti anni, II, p. 252.
102. Mussolini, "Il discorso dell'Ascensione," Opera, XXII, 360-390.
103. Riccardo Mariani, Fascismo e "città nuove" pp. 52-54, 73-86.
104. Renzo De Felice, Mussolini il fascista, II, p. 379 n. I.
105. Renzo De Felice, Mussolini il duce, pp. 38-42.
106. Cf. Mussolini's comments in his "Vita di Arnaldo," Opera, xxxiv, 144f.
107. Cf. Giorgio Rumi, Alle origini della politica estera fascista, pp. 11f.
108. Mussolini, "Il fascismo e i problemi della politica estera italiana," Opera, XVI, 159.
109. Ibid., pp. 150-152. Compare Agostino Lanzillo, La disfatta del socialismo (Florence: La Voce, 1918), pp. 39ff.
110. Cf. Arturo Labriola, "Lo prima impresa collettiva della nuova Italia," in Giulio Barni, et al., Pro e contro la guerra di Tripoli, pp. 47-61, and Libero Tancredi (Massimo Rocca), "Una conquista rivoluzionaria," ibid., pp. 183-233.
111. Michels' major writings on these subjects are to be found in L'imperialismo italiano, ****** Ethics (London: Walter Scott, 1914), and "Simultaneità dei tre termini: Aumento della popolazione, crescenza dell'immigrazione e decrescenza dell'emi­grazione in Germania," Saggi economico-statistici sulle classi popolari.
112. Michels, L'imperialismo italiano, pp. 66, 70-83; ****** Ethics, pp. 247f.
113. Michels, L'imperialismo italiano, pp. 83-89; ****** Ethics, p. 246 n. L
114. Michels, Imperialismo italiano, pp. 56f.; cf. "Simul­taneità dei tre termini."
115. Michels, ****** Ethics, pp. 241-246.
116. Ibid., p. 249.
117. Michels, "Simultaneità dei tre termini," pp. 270f.
118. Michels, L'imperialismo italiano, pp. 25, 47, 48, 79, 86, 90-93, 108, 114, 125, 127.
119. Cf. A. James Gregor, The Ideology of Fascism.
120. Corrado Gini, I fattori demografici dell'evoluzione delle nazioni, pp. 34-61.
121. Ibid., pp. 38f.; cf. pp. 64 f. n. I.
122. Ibid., pp. 62-72; cf. pp. 85f.
123. Ibid., pp. 90f.
124. Ibid., pp. 93-101.
125. Ibid., pp. 102-106.
126. Cf. Alfredo Rocco, "Il problema economico italiano," Scritti e discorsi politici, t, 15.
127. Rocco, "Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono i nazionalisti," ibid., p. 71; cf. "Il problema economica italiano," ibid., p. 22.
128. Cf. Rocco, "Lo sforzo necessario," ibid., p. 267.
129. Rocco, "Economia liberale, economia socialista ed eco­nomia nazionale," "Che cosa è il nazionalismo," ibid., pp. 54, 83.
130. Cf. Rocco, "Socialismo imperiale e pace germanica," ibid., p. 248.
131. Mussolini, “ Il discorso dell'Ascensione," Opera, XXII, 364, 386.
132. Cf. Mariani, Fascismo e "città nuove," pp. 62f.; De Felice, Mussolini il duce, pp. 146f.
133. In this regard cf. Mariani, Fascismo e "città nuove," pp. 67f. and Salvemini, Under the Axe of Fascism, chap. 15.
134. Cf. De Felice, Mussolini il duce, pp. 143-145, 153f.
135. Cf. A.F.K. Organski, "Fascism and Modernization," in Stuart J. Woolf, ed., The Nature of Fascism, pp. 19-41; Henry A. Turner, "Fascism and Modernization," World Politics 24 (1972).
136. Cf. Alfredo Pino-Branca, Riflessi storici della politica agraria fascista (Catania: Moderno, 1930).
137. Roberto Michels, "Il problema della popolazione," in Annali della Facoltà di Giurisprudenza, 39, No. 5 (1927), pp. 151, 153, 156f., 171, 172.
138. Ibid., pp. 177-179, 182.
139. Roberto Michels, "La politica demografica," in Erwin von Beckerath, et al., Economia fascista (Florence: Sansoni, 1935), p. 105.
140. Cf. Giuseppe Pagano, "Le case 'popolarissime,' " "Il fascismo e la casa," and "L'ordine contro il disordine," Archi­tettura e città durante il fascismo, pp. 359-370.
141. F. Menna, Profezia di una società estetica (Milan: Lerici, 1968), p. 111; cf. Cesare De Seta's introduction to Pagano, Architettura e città, pp. xxxvif.
142. E. W. Eschmann, "I problemi sociali," in Erwin von Beckerath et al., Economia fascista, pp. 68-70.
143. Ugo Spirito, "Ruralizazzione o industrializzazione?" Archivio di studi corporativi, 1 (1930), reprinted in Il corpora­tivismo. Cf. De Felice, Mussolini il duce, p. 152 n. I.
144. Cf. Salvatore La Francesca, La politica economica del fascismo, p. 65; De Felice, Mussolini il duce, p. 138 n. 3.
145. Pagano, "Case per il popolo," Architettura e città, p. 376.
146. Carlo Teodori, Il fascismo e la casa; Pagano, "Un sis­tema per l'accrescimento organico delle città," Architettura e città, pp. 356f.
147. Maria Antonietta Macciocchi, La donna "nera"; Piero Meldini, Sposa e madre esemplare.
148. Cf. Macciocchi, La donna "nera," pp. 94f.
149. Roberto Michels, "Entstehung der Frauenfrage als soziale Frage," Die Frauenbewegung, 9, No. 3 (February 1, 1903).
150. Filippo T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista (Milan: Mondadori, 1968), pp. 321-324; A. James Gregor, The Fascist Persuasion in Radicai Politics, pp. 162f.; Macciocchi, La donna "nera," pp. 31f.
151. Roberto Michels, Die Grenzen der Geschlechtsmoral (Munich: Frauenverlag, 1911).
152. Angelo O. Olivetti, "Fatica senza fatica," Patria del popolo, November 1922.
153. Mussolini, "Il programma in materia di organismi rap­presentativi," Opera, XIX, 12f.
154. Mussolini, "Al congresso dell'alleanza internazionale pro suffragio femminile," ibid., 215f.
155. Mussolini, "Al congresso femminile delle tre Venezie," ibid., 226.
156. Mussolini, "La donna e il voto," Opera, XXI, 301-305.
157. Cf. Macciocchi, La donna "nera," pp. 34f.
158. Mussolini, "Introduction," Ricardo Korherr, Regresso delle nascite, pp. 7-23.
159. Korherr, Regresso delle nascite, pp. 101-104.
160. Ferdinando Loffredo, "Il simbolo più alto," Difesa della razza, 3, No. 4 (December 20, 1940), 13-17. Loffredo was the most intransigent spokesman for this position; cf. bis Politica della famiglia. See also A. M. Tentoni, "Il femminismo e la donna italiana," Difesa della razza, 2, No. 10 (March 20, 1939).
161. F. Catasta, "Studentesse d'Italia: GUF femminile e orientamento professionale," in Almanacco delle donna italiana 1935 (Florence: Bemporad, 1934), pp. 156f.
162. As quoted, Meldini, Sposa e madre esemplare, p. 77.
163. Marcello Bolletti, "Sport femminile e la salute della razza," Difesa della razza, 3, No. 7 (February 5, 1940) and Luigi Manzi, "Lo sport e la donna," ibid., 3, Nos. 21-22 (Sep­tember 5-20,1940).
164. Mussolini, as quoted, Vandah Jeanne Bordeaux, Benito Mussolini the Man, p. 248.
165. Ludwig, Colloqui con Mussolini, p. 166.
166. Rocco, "Il valore sociale del femminismo," Scritti e dis­corsi politici, I, 59-62.
167. Rocco, "Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono i nazionalisti," ibid., p. 71; cf. pp. 83, 88. Cf. also "Lo sforzo necessario," ibid., 267.
168. Mussolini, "Il neomalthusianismo è immorale?" Opera, xxv, 25.
169. Ferdinando Loffredo conveniently summarized these minor influences on the development of Fascism's family and racial politics. Ferdinando Loffredo, "Politica della famiglia e della razza," Difesa della razza 2, No. 24 (October 20, 1938), 26.
170. Cf. Ibid., 23 as an illustrative example of this argu­ment. Similar arguments abound in the Fascist literature of the period.
171. Cf., for example, Roberto Michels, "Beitrag zur Kritik einer eudaemonistischen Oekonomik," Festschrift fuer Franz Op­penheimer: Wirtschaft und Gesellschaft (Frankfurt aM.: Wirt­schaft und Gesellschaft, 1924), republished in Soziologie als Gesellschaftswissenschaft (Berlina Mauritius, 1926).
172. Meldini, Sposa e madre esemplare, p. 103.
173. "Stato fascista e famiglia fascista," Critica fascista 15, No. 8 (February 15, 1937), pp. 113-116.
174. Cf. Manlio Pompei, "La famiglia e il fascismo: un' inchiesta da fare," Critica fascista, 11, No. 9 (May 1, 1933).
175. Cf. L. Gozzini, "La donna nello sguardo del Regime," Almanacco della donna italiana 1939 (Florence: Bemporad, 1938), pp. 43ff.
176. Meldini, Sposa e madre esemplare, pp. 72f.
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Lictor Adriano



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MessaggioInviato: Ven Set 16, 2011 4:38 pm    Oggetto:  
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Bellissimo saggio!

Credo che ci siano degli errori in alcuni dati:

"il tonnellaggio della marina mercantile italiana aumento da 835 tonnellate nel 1920 a 1877 tonnellate nel 1926."
Se il tonnellaggio è il peso complessivo di tutte le imbarcazioni (o anche se fosse la capacità di carico) credo sia pochissimo, non sono "mila" tonnellate?

"Nel 1925 l'Italia aveva importato 22,5 quintali di grano al costo di 4 miliardi di Lire, circa la metà del disavanzo commerciale esistente."
Non ho capito, 22,5 quintali pro-capite o migliaia di quintali?

" l'elettrificazione di ferrovie di 4722 km, intrapresa tra il 1922 ed il 1942 (tra il 1862 ed il 1962 furono elettrificati soltanto 702 km)"
Anziché 1962, questo dato sarebbe verosimile se riferito al 1922.


C'è qualche altro testo riguardo la politica finanziaria e monetaria in senso stretto?

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"Noi pensiamo che lo Stato sia la stessa personalità dell'individuo, spogliata dalle differenze accidentali, sottratta alla preoccupazione astratta degl'interessi particolari[..]"
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Marcus
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MessaggioInviato: Ven Set 16, 2011 5:11 pm    Oggetto:  
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...con ogni probabilità saranno errori di trascrizione nostra e non dati errati del professore, ad ogni modo controlleremo.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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