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la concezione della donna del fascismo.
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mer Gen 16, 2008 2:50 pm    Oggetto:  la concezione della donna del fascismo.
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Recupero un vecchio post di Stefano ritrovato nei miei archivi.

Il fascismo è universalmente visto (dal femminismo comunista) come un movimento misogino, maschilista.
In realtà, quello che fa del fascismo un movimento maschilista, secondo la vulgata, è solo la VALORIZZAZIONE DELLA FAMIGLIA E DEL RUOLO DELLA DONNA COME MADRE!

QUESTO NON SIGNIFICA CHE IL FASCISMO NON RICONOSCESSE ALLE DONNE CAPACITA', INTELLETTO E CREATIVITA'. COME TUTTI.
NON SIGNIFICA CHE LE DONNE ERANO CONSIDERATE DAL FASCISMO COME INADATTE AL LAVORO, ALLE "CREAZIONI" AD ESEMPIO.

A SMENTIRE TUTTO QUESTO CI SONO I FATTI. AD ESEMPIO IL RUOLO FONDAMENTALE CHE LE DONNE AVEVANO DURANTE IL VENTENNIO NELL'ASSISTENZA, NELLA TUTELA, NELLE ISTITUZIONI DEL REGIME E DEL PARTITO. DURANTE LA GURRA D'ETIOPIA, ECC.

INOLTRE, VA RICORDATO CHE LE PRIME LEGGI PER LA TUTELA FISICA DELLE DONNE, SONO DEL VENTENNIO! LA GINNASTICA E LA SALUTE DEL CORPO SONO SOLO UN ESEMPIO.

Ma il fatto più ignoto è il seguente.

Il governo fascista, prevedeva l'inserimento delle donne (ovviamente con le dovute proporzioni e la dovuta gradualità e oggettività) negli organismi e nella vita propriamente politica!!!!!!!!!!!

Nei primi anni di Governo, Mussolini varò una legge che sanciva il diritto al voto amministrativo alle donne!!!!!!!!! Detto oggi sembra una cretinata. Ma voi sapete di quale Italia stiamo parlando? SIAMO NEI PRIMI ANNI VENTI!

La riforma decadde all'avvento dei Podestà, ma merita di essere valutata.

Inoltre le donne erano tutelate anche dal punto di vista lavorativo e operaio.
Inserisco un brano di Paolo Deotto, molto interessante:

"(...)Poiché la materia da prendere in esame è ampia e complessa ci conviene procedere per capitoli, esaminando prima la legislazione a tutela della famiglia e della maternità, per poi passare alle iniziative di assistenza e beneficenza; vedremo poi la legislazione più propriamente previdenziale (tutela del lavoratore) ed infine ci soffermeremo su una istituzione che per la sua complessità e per i suoi aspetti più propriamente politici merita un esame particolare: l'Opera Nazionale Dopolavoro.

Il R.D. 24-12-34 num. 2316 istituiva l'ONMI - Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia. L' ONMI, organizzata territorialmente in Federazioni Provinciali e in Comitati di Patronato comunali, aveva per compiti "provvedere alla protezione e assistenza delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate, dei bambini, lattanti e divezzi fino al 5° anno di età, appartenenti a famiglie che non possono prestar loro tutte le necessarie cure per un razionale allevamento, dei fanciulli di qualsiasi età appartenenti a famiglie bisognose, e dei minorenni fisicamente o psichicamente anormali, oppure materialmente e moralmente abbandonati, traviati e delinquenti, fino al compimento del 18° anno...
Favorire la diffusione delle norme e dei metodi scientifici di igiene prenatale e infantile nelle famiglie... organizzare, in concorso con gli altri enti interessati, l'opera di profilassi antitubercolare nell'infanzia e la lotta contro le altre malattie infettive... vigilare sull'applicazione delle disposizioni legislative e regolamentari in vigore per la protezione della maternità e dell'infanzia, promuovendo anche, ove opportuno per il miglioramento fisico e morale dei fanciulli e degli adolescenti, la riforma di tali disposizioni..." Inoltre l'ONMI era investita del potere di vigilanza e controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private di assistenza per madri e fanciulli, provvedendo anche, ove necessario, a sovvenzionare istituzioni private meritevoli ma con scarse risorse patrimoniali.

Le norme più importanti sulla cui applicazione l'ONMI doveva vigilare erano quelle concernenti la tutela della maternità delle lavoratrici (RDL 22-3-34 num. 654), l'assistenza e tutela degli illegittimi abbandonati (RDL 8-5-27 num. 798 - RD 29-12-27 num. 2822), la mutualità scolastica (L. 3-1-29 num. 17) e la tutela del lavoro della donna e del fanciullo (L. 26-4-34 num. 653). Cercheremo di estrapolare, da questa notevole quantità di atti legislativi, le disposizioni più significative. In particolare veniva sancito il diritto alla conservazione del posto di lavoro per le lavoratrici madri e il periodo di "licenza" ante parto e successivo. Venivano altresì previsti i permessi obbligatori per allattamento e l'obbligo per le aziende con più di 50 operaie di adibire un locale a camera per allattamento. Tutte le lavoratrici dipendenti (con la sola esclusione di quelle la cui retribuzione superava le lire 800 mensili) erano di diritto assicurate per "l'evento maternità" presso l'Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (togliete, per ovvie ragioni storiche, la parola "fascista", e otterrete "INPS"), che versava alla madre un assegno di lit. 300, di cui la prima metà andava pagata entro la prima settimana di puerperio e l'altra metà al termine del periodo di riposo. Scopo di questa indennità era la compensazione parziale della perdita economica che la lavoratrice subiva, essendo il datore di lavoro tenuto a pagare l'intero stipendio per il primo mese di permesso per gravidanza e parto, mentre per i due mesi successivi previsti dalla legge la retribuzione era dimezzata.

In caso di aborto (ovviamente solo naturale) la lavoratrice riceveva dall' INFPS la somma di lit. 100. Altre disposizioni importanti erano quelle riguardanti la promozione, nelle scuole elementari, della conoscenza delle norme di igiene e l'assistenza agli scolari gracili e predisposti a malattie, anche tramite il loro invio in luoghi di cura. Infine bisogna segnalare la complessa normativa che tutelava il lavoro nelle donne e nei fanciulli, inibendo ad essi alcune mansioni particolarmente gravose o pericolose e subordinando la possibilità di assumere minori all'adempimento degli obblighi scolastici (che doveva risultare dal libretto di lavoro), nonché stabilendo, per alcune categorie d'aziende, l'obbligo di periodici controlli medici. L'orario di lavoro per alcune mansioni faticose o insalubri doveva sempre risultare inferiore a quello consentito per i lavoratori adulti, ed essere interrotto da periodi di riposo intermedio. Per terminare questa panoramica sulle norme a tutela della famiglia e della maternità dobbiamo ricordare le agevolazioni fiscali per le famiglie numerose (L. 14-6-28 num. 812), la concessione dei premi di natalità e di nuzialità ai dipendenti pubblici, l'estensione degli assegni familiari (erogati dall' INFPS) ai dipendenti di aziende private e l'istituzione dei prestiti di nuzialità e di natalità, che vale la pena esaminare un attimo da vicino."

NON MI SEMBRA CHE LE DONNE LAVORATRICI FOSSERO BISTRATTATE COME INETTE O IMPEDITE NELLE LORO MANSIONI!
RIPETO, OVVIO CHE TUTTO VA RAPPORTATO ANCHE AI TEMPI E ALLE NECESSITA' OGGETTIVE...
MA PROPRIO ALLA LUCE DI QUESTE SI PUO' DIRE CHE IL VENTENNIO MISE IN NETTO RISALTO LA DONNA IN TUTTE LE SUE REALTA'!

Inserisco un resoconto di De Felice che mette in risalto anche un altro fatto sconosciuto: MUSSOLINI VOLEVA INSERIRE NELLA CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI.....CONSIGLIERI DONNE!!!!!!!!!!

Ecco a voi:

(Mussolini il Duce - Lo stato totalitario)

"maggio 1936 - giugno 1940
30. Il «giallo» dell'articolo 5 della legge sulla Camera dei fasci e delle corporazioni

Prima di concludere il discorso è però necessario soffermarci un momento su quello che abbiamo definito un piccolo «giallo». Il testo del disegno di legge approvato, dal Gran Consiglio fu, salvo piccoli aspetti del tutto formali, quello approvato dal Consiglio dei ministri e poi (a parte l’aggiunta all’art. 15 della quale abbiamo parlato) dal Parlamento. Eppure sia nel testo del disegno di legge preparato per il Parlamento sia nella relazione che doveva accompagnarlo (in pratica, lo si è detto, quella di Salmi al Gran Consiglio leggermente sfrondata) figura un’aggiunta, alla fine dell’art. 5, estremamente importante e che, da un «appunto» per il Duce» del Gabinetto della Presidenza del Consiglio datato 30 novembre, risulta voluta da Mussolini. L’aggiunta stabiliva che anche le donne potevano essere consiglieri nazionali. Della cosa non vi è traccia in nessun documento sottoposto al Gran Consiglio o al Consiglio dei ministri. Ovviamente, il «giallo» non è costituito dal fatto che Mussolini abbia fatto aggiungere il comma senza averlo fatto approvare in precedenza dal Gran Consiglio e dal Consiglio dei ministri. Il «duce», quando una cosa gli stava veramente a cuore, non si fermava certo di fronte a «ostacoli» del genere. Il «giallo» sta piuttosto nel fatto che l’aggiunta non figura né nel testo del disegno di legge né in quello della relazione che lo accompagnava presi in esame dalla Camera e – ufficialmente – presentati ad essa il 29 novembre, il giorno prima cioè che venisse steso l’«appunto» di cui abbiamo parlato e lo stesso in cui, stando ad un altro « appunto per il Duce», il Gabinetto della Presidenza si rivolgeva a Mussolini per sapere se, «in occasione della prossima riapertura della Camera Fascista», egli voleva presentare il disegno di legge personalmente o se esso doveva essere inviato alla presidenza della Camera «nei modi consueti». Poiché il 1° dicembre il presidente della Camera, dando notizia dell’avvenuta presentazione, nominò una commissione speciale per esaminare il disegno di legge e riferire su di esso all’assemblea e poiché i due testi furono distribuiti ai deputati solo dopo la loro stampa, alla vigilia cioè del loro esame da parte della commissione speciale, non rimane che concludere che l’aggiunta fu depennata nei pochissimi giorni che intercorsero tra la trasmissione alla Camera e l’esame del disegno di legge da parte della commissione speciale. E, infatti, questo è quanto risulta anche dalla documentazione conservata nell’archivio della Camera180: la soppressione fu operata – il 3 dicembre – dal ministro Guardasigilli in sede di correzione delle bozze di stampa dei due testi per la loro distribuzione ai deputati. Qui sta il vero « giallo». Pensare che Solmi – che, oltre tutto, era stato informato telefonicamente dalla Segreteria del «duce» della intenzione di Mussolini di procedere all’aggiunta e aveva dato il suo parere favorevole – abbia proceduto di sua iniziativa alla soppressione è impossibile. La decisione fu certamente di Mussolini. Ma come spiegarla? Cosa poté indurre Mussolini a rinunciare all’ultimo momento ad una cosa alla quale, indubbiamente, doveva tenere? In mancanza di qualsiasi elemento atto a illuminare un po’ la vicenda, non possiamo fare che delle ipotesi. E queste ci pare possano essere solo due: o che in Gran Consiglio (che si riunì proprio nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre), dove certo non mancavano i contrari ad una simile «rivoluzione», qualcuno, informato della cosa, si fosse opposto e che Mussolini non avesse ritenuto opportuna una «prova di forza» su una questione che poteva stargli a cuore, ma non sino al punto da far valere la sua autorità; o, più probabilmente, che all’ultimo momento Solmi si fosse reso conto che quella piccola aggiunta poteva provocare una nuova grossa crisi col re e Mussolini, informatone, avesse deciso di non farne niente. Che Vittorio Emanuele sarebbe stato contrario all’aggiunta è pressoché sicuro, sia per il suo misoneismo sia per le conseguenze che prima o poi l’ammissione delle donne alla Camera avrebbe avuto per il Senato. Ma la crisi sarebbe stata anche più grave e tale che Mussolini non avrebbe potuto giustificarsi in alcun modo soprattutto per un fatto: il re aveva autorizzato la presentazione al Parlamento del disegno di legge l’11 novembre, a San Rossore, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri e dunque senza l’aggiunta riguardante le donne. Presentare un testo diverso sarebbe stata pertanto una scorrettezza che avrebbe offerto al sovrano un’arma preziosissima. Mussolini aveva potuto dimenticarsene (e psicologicamente la cosa è assai significativa), ma, una volta fattagliela notare, non poteva certo sottovalutarne il rischio.

31. Il fascismo e la questione femminile

Per quanto apparentemente insignificante, la vicenda merita qualche considerazione, sia perché la sua conclusione ci lascia intravvedere gli effettivi margini di potere che il «duce» in quel momento aveva o, comunque, non riteneva opportuno superare, sia perché essa – se non la si riesce a spiegare – potrebbe risultare non solo incomprensibile, ma in contraddizione con un aspetto tipico della posizione di Mussolini, la sua ostilità ad una partecipazione delle donne alla vita pubblica in generale e a quella dell’Italia fascista in particolare.
Il primo fascismo, quello sansepolcrista, non aveva nutrito pregiudiziali antifemministe e aveva rivendicato anzi alle donne l’elettorato politico e amministrativo attivo e passivo. Nelle sue file militava anche un certo numero di donne, in parte provenienti dal partito socialista o da altre formazioni della sinistra (M. Sarfatti, G. Brebbia, R. Teruzzi, ecc.), dal futurismo e dal radicalismo piccolo borghese, in parte attivizzate dal fiumanesimo o direttamente dal fascismo stesso. Almeno sei donne erano intervenute il 23 marzo 1919 alla fondazione dei Fasci di combattimento. Altre vi erano successivamente affluite, dando vita persino ad alcuni gruppi femminili fascisti, tanto che agli inizi del 1922 il partito aveva pubblicato uno schema di statuto per essi. Col 1921-22 per altro – parallelamente all’affluire nel fascismo di elementi socialmente e culturalmente sempre più differenziati, per molti dei quali l’inferiorità della donna era un dato di fatto fuori discussione e che giudicavano negativamente il ruolo che le donne erano venute assumendo durante la guerra nella società italiana e in particolare nel mondo del lavoro, e alla crescente necessità per Mussolini di tenere conto di tutta una serie di atteggiamenti psicologici e politici sia di massa, sia delle altre forze politiche, sia della Chiesa – la posizione del fascismo di fronte al problema femminile e, dunque, anche al voto femminile si era venuta facendo via via più cauta e restrittiva. Ciò nonostante, ancora per un certo tempo (sino al 1923) una parte del femminismo borghese continuò a considerare «forze sorelle» il fascismo e il femminismo. In questa valutazione vi era indubbiamente una buona dose di ingenuità e di incomprensione di cosa il fascismo si avviava ad essere e del peso che su di esso avevano assunto e continuamente assumevano i fascisti dell’ultima ora e i «fiancheggiatori». A giustificarla, almeno in parte, vi erano però alcuni fatti positivi. E, in particolare, vi era l’atteggiamento di Mussolini e di alcuni settori del fascismo rispetto al voto femminile181.
La possibilità per le donne di ottenere il voto politico era praticamente già tramontata prima della «marcia su Roma». Dopo l’andata del fascismo al governo si apri però la possibilità per le donne o, più precisamente, per una parte di esse di ottenere almeno quello amministrativo. A dischiuderla fu un disegno di legge governativo presentato nel 1923 (e che comunemente è collegato al nome dell’on. Acerbo, che alla Camera ebbe l’incarico di sostenerlo) e difeso personalmente da Mussolini contro larghi settori del PNF e della maggioranza, al punto da ripresentarlo l’anno seguente dato che – non essendo stato ancora- approvato al momento dello scioglimento della Camera – era decaduto. Il disegno di legge, finalmente approvato nella seconda metà del 1923, conferiva il diritto elettorale solo alle donne che avessero compiuto gli studi elementari inferiori o pagassero una data imposta, esercitassero la patria potestà o la tutela, avessero certe benemerenze civili o fossero madri o vedove di caduti in guerra. In pratica non entrò mai in vigore (a meno di non considerare alcuni casi di donne nominate membri onorari di consigli comunali), poiché poco dopo la sua approvazione il governo fascista pose fine all’elettività dei consigli comunali e provinciali. Ciò non toglie che esso abbia per noi notevole interesse.
La sua presentazione e la sua decisa difesa da parte di Mussolini e di Acerbo alla Camera e altrove contro critiche di autorevoli membri della maggioranza (D. Lupi, N. Terzaghi, G. Caradonna, ecc.) rispondevano certamente ad un calcolo politico ben preciso. Per un verso, miravano a presentare il fascismo in una luce moderna e progressiva e a cattivargli le simpatie delle varie associazioni italiane e soprattutto internazionali pro suffragio femminile (nel maggio 1923, tenendosi a Roma il nono congresso dell’Alleanza internazionale pro suffragio femminile, Mussolini ebbe cura di intervenirvi e pronunciarvi un discorso piuttosto aperto, anche se la questione del voto politico vi era posta in una prospettiva di tempi lunghi182) per un altro verso, con esse Mussolini, oltre a venire incontro alle richieste delle donne fasciste e a premiare il loro «senso del limite», la loro sensibilità politica nel non aver drammatizzato il problema183, metteva, per così dire, le mani avanti onde evitare il rischio che le femministe moderate rivolgessero le loro simpatie verso il partito popolare, che per la concessione del voto, politico e amministrativo, alle donne si era battuto sin dalla sua costituzione. Dire questo però non basta. Oltre a queste motivazioni ve ne furono anche altre, le stesse, sostanzialmente, che nel 1938 dovettero spingere Mussolini a pensare di ammettere le donne alla Camera dei fasci e delle corporazioni.

32. Il problema dell'ammissione delle donne alla Camera dei fasci e delle corporazioni

(...) Detto questo, bisogna però anche dire che egli si rendeva pure bene conto che durante la guerra le donne avevano fatto grandi sacrifici (e che ancora di più ne avrebbero dovuti fare in una prossima), mostrandosi oltre tutto pienamente all’altezza della situazione, e che – piacesse o no – il capitalismo, lo sviluppo moderno tendevano ad accrescerne il ruolo nella società. Su questi due nodi egli impostò tra l’altro gran parte del suo discorso del 15 maggio 1925 alla Camera. E non a caso; ché, se la concessione del voto amministrativo alle donne aveva per lui quelle motivazioni immediatamente politiche delle quali abbiamo detto, ad essa non era però neppure estranea la sua volontà di compiere un atto che suonasse pubblico riconoscimento dei sacrifici e delle benemerenze delle donne negli anni della guerra: lo dimostrano l’inclusione tra le aventi diritto al voto delle madri e delle mogli dei caduti in guerra e il rilievo ad essa dato185.
Nel 1938 a spingere Mussolini a voler ammettere alla Camera dei fasci e delle corporazioni le donne dovette essere un complesso di ragionamenti e di stati d’animo simili. Sul piano più immediatamente politico la sua decisione poteva avere come motivazione la volontà di precostituirsi uno strumento che gli offrisse il pretesto per por mano, quando avesse voluto, ad una vera e propria riforma anche del Senato. Su un piano più generale la sua decisione (per lui, oltre tutto, priva di rischi, poiché per la stragrande maggioranza delle donne e per l’assetto del regime essa sarebbe stata senza conseguenze) tendeva invece – e sinceramente diremmo – a costituire un riconoscimento, una sorta di «encomio solenne» alle donne italiane per i loro sacrifici, per le loro rinunzie, per il loro atteggiamento di fronte al fascismo, in particolare negli ultimi anni. Un riconoscimento «tangibile», che desse concretezza a quello che, nel giugno dell’anno prima, egli aveva loro fatto in occasione della inaugurazione a Roma della mostra delle colonie estive e dell’assistenza all’infanzia:

durante questi quindici anni, duri e magnifici -- aveva detto dopo aver loro ricordato i particolari doveri delle donne italiane e fasciste: essere le «custodi dei focolari» e le madri delle «generazioni dei soldati, dei pionieri, necessarie per difendere l’impero»186 –, le donne italiane hanno dato prove infinite del loro coraggio, della loro abnegazione: sono state l’anima della resistenza contro l’obbrobrioso assedio ginevrino, hanno dato gli anelli alla patria, hanno accolto i sacrifici necessari per attingere la vittoria con quella fierezza e quel contenuto dolore che è nelle tradizioni delle eroiche madri italiane;

e che aveva ripetuto – un po’ più burocraticamente, mancandogli la folla che l’altra volta lo acclamava – pochi mesi prima, elogiando «l’alto spirito fascista che anima la donna italiana»187.

dalla reazione antisanzionista alla fervida collaborazione sul terreno autarchico, alle molteplici e vaste attività capillari svolte nei diversi settori sociali, essa, con l’apporto costante delta sua intelligente e operosa comprensione, si dimostra elemento insostituibile ai fini della solidarietà nazionale proclamata dal fascismo e fedele collaboratrice del regime."
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MessaggioInviato: Mer Gen 16, 2008 7:06 pm    Oggetto:  
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... VALLO A DIRE AL "MARCHESE"... Very Happy
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Sab Gen 19, 2008 9:14 pm    Oggetto:  
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RomaInvicta ha scritto:
... VALLO A DIRE AL "MARCHESE"... Very Happy


Very Happy

Infatti sarebbe interessante conoscere l'opinione del marchese in merito, naturalmente se e quando i suoi impegni gli permetteranno di comuncarcela...
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mer Feb 18, 2009 4:29 pm    Oggetto:  
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tiro su la discussione per comodità!
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MessaggioInviato: Mer Feb 18, 2009 5:29 pm    Oggetto:  
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Ci sono donne che chiedono spiegazioni su questo.... Wink

"La donna fascista - pur preparandosi per ogni eventualità a dare al Fascismo tutto quanto è nei limiti delle sue possibilità femminili e anche più eviterà, quando non sia richiesto da una assoluta necessità, di assumere atteggiamenti maschili e di invadere il campo dell'azione maschile, perchÈ sa che la donna può molto giovare all'ideale per cui lavora se cerca di sviluppare in bene le sue attitudini femminili, anziché cimentarsi nel campo dell'azione maschile, dove riuscirebbe sempre imperfetta e non riscuoterebbe la fiducia necessaria allo svolgimento della sua propaganda".

"Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la "mascolinizzazione" della donna e l'aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell'uomo; [...] considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa, difficilmente riesce ad andare d'accordo col marito; [...] concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe."
(Ferdinando Loffredo, Politica della famiglia, 1938)

"La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito. [...]"
(Ferdinando Loffredo, Politica della famiglia, 1938)

"Deve diventare oggetto di disapprovazione la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l'uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici. [...] "
(Ferdinando Loffredo, Politica della famiglia, 1938)

"L'eguale diritto al lavoro, applicato in larghissima scala, ha condotto - in numerosi strati della popolazione - alla indipendenza economica della donna rispetto all'uomo, diminuendo in questi una supremazia che era di norma estrinsecata (inconsciamente o coscientemente) in modo da risolversi in un rafforzamento morale della famiglia (...) Sara' invece fatale che il Fascismo affronti e risolva questo problema fondamentale nella creazione della nuova civilta', realizzando la negazione teorica e pratica di quel principio di eguaglianza culturale fra uomo e donna che puo' alimentare uno dei piu' dannosi fattori della dannosissima emancipazione della donna (...) Pero', l'abolizione del lavoro femminile deve essere la risultante di due fattori convergenti: il divieto sancito dalla legge, la riprovazione sancita dall'opinione pubblica. La donna che - senza la piu' assoluta e comprovata necessita' - lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, la donna che, in promiscuita' con l'uomo, gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici, deve diventare oggetto di riprovazione, prima e piu' che di sanzione legale. La legge puo' operare solo se l'opinione pubblica ne forma un substrato (...) L'esperienza ha dimostrato che l'apporto dato dalla donna emancipata allo sviluppo della civilta' e' negativo: l'emancipazione della donna, mentre non ha prodotto vantaggi apprezzabili nel campo delle scienze e delle arti, costituisce il piu' certo pericolo di distruzione per tutto quanto la civilta' bianca ha finora prodotto (...) La donna deve tornare sotto la sudditanza assoluta dell'uomo: padre o marito; sudditanza, e quindi inferiorita': spirituale, culturale ed economica."
(Ferdinando Loffredo, Politica della famiglia, 1938)

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Rinunziare alla lotta significa rinunciare alla vita (Benito Mussolini)
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MessaggioInviato: Mer Feb 18, 2009 5:56 pm    Oggetto:  
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...mi sorge spontanea una domanda...ma prima di inserire il tuo documento hai letto quanto é scritto nei precedenti interventi? Shocked
_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mer Feb 18, 2009 6:59 pm    Oggetto:  
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anche a me sorge spontanea questa domanda così come mi sorgerebbe spontaneo andarmi a guardare la legislazione del tempo. Wink
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Dvx87




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MessaggioInviato: Gio Feb 19, 2009 10:46 am    Oggetto:  
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Mi permetto di postare i seguenti dati e le seguenti riflessioni elaborate ieri sera grazie all'aiuto di aquila latina.
Il tutto si basa sulla coretta conststualizzazione di documenti e leggi nonchè sulla comparazione tra realtà differenti ma, per certi versi simili.

Punto di partenza è lopinione diffusa tra i politologi e gli storici che i regimi totalitari abbiano migliorato la condizione della donna poichè l'hanno mobilitata e le hanno dato un ruolo attivio (spesso attribuitole dalla ideologia) mentre prima esse non erano considerati soggetti passivi. La loro passività non fu mai messa in dubbio tanto che il filosofo inglese Locke considera la donna sottomessa all'uomo e non le assegna alcun ruolo attivo nella società (cit. Galli, Storia delle Dottrine Politiche).
Nel fascismo la donna viene vista sia come madre ed angelo custode della famiglia che come "combattente" e cittadina: la legislazione è coerente con questo assunto tanto che il fascismo concesse (anche se inutilmente visto il corso degli eventi) il voto alle ammninistrative alle donne. Con l'avvento della dittatura abbiamo la mobilitazione e l'inquadramento delle donne in apposite associazioni. Furono varate le leggi per la protezione della salute delle donne e fu permesso loro di fare sport così come fu permesso loro di frequentare la scuola (università inclusa).
Tuttavia si presentò un problema: mentre il regime migliorava la condizione della donna, la società civile sembrava non recepire (almeno non sempre) tali riforme. la società civile, infatti, non accettò di buon grado questi processi di parificazione trovando appoggi da parte di sociologi e gerarchi. Tali personaggi affermavano che la parificazione avrebbe portato più svantaggi che svantaggi. Tuttavia il regime continuò ad agire sulla strada già intrapresa attraverso la legislazione poichè il codice civile del 1942 prevede ulteriori miglioramenti della condizione della donna.
I documenti sopra postati confermano questa tesi perchè, come si può notare dai documenti stessi, il sociologo parla usando il futuro ("Sara' invece fatale che il Fascismo affronti e risolva questo problema fondamentale") riferendosi non a ciò che il fascismo ha fatto ma a ciò che il fascismo dovrebbe fare. Le leggi varate, però, ci dimostrano che il fascismo non intraprese la via auspicata dal sociologo poichè nessuna di queste proposte trova riscontro ufficiale nella legge.

Ad ulteriore prova di ciò, porto una comparazione tra ciò che successe in italia e cio che successe in russia perchè ritengo curioso l'esistenza di una situazione simile nei due paesi. i dati sono tratti dal "libro dei comunismi" (ha parecchi autori non sto a citarli tutti).
Dopo la rivoluzione d'ottobre, Lenin concesse tutta una serie di diritti alle donne che, almeno dal punto di vista legale, le parificarono agli uomini. Tali diritti però rimasero sulla carta e spesso non vennero apllicati e non vennero riconosciuti ne dalla società civile ne da molti alti gerarchi del partito. L'avvento di Stalin portò prepotentemente alla ribalta tale questione ed il dittatore georigiano, viste le forti pressioni subite anche all'interno del partito, decise di mediare e di revocare alcuni diritti concessi da Lenin.
Inito ora a confrontare questa situazione a quella italiana per rendersi conto di quanto queste due situazioni siano simili: l'unica differenza sta nel fatto che, mentre in urss si concedette tutto e subito e successivamente si fu costretti a revocare qualcosa, in italia furono fatte concessioni graduali ed a piccole dosi.

CONCLUSIONE
In maniera del tutto legittima possiamo sostenere che la condizione della donna sotto i regimi totalitari possa essere inserita nel contesto più generale della parificazione tra i sessi avvenuta, nella storia, tra gli anni '20 e gli anni '70, in maniera graduale ma non lineare. La non linearità non è stata tanto determinata dalla volontà dei regimi coinvolti quanto dalle resistenze che si venivano a creare nella società civile, le quali trovarono appoggi anche in alcuni personaggi importanti a livello istituzionale.
In ogni paese occidentale, il processo di parificazione femminile portò alla formazione di due fazioni: una che sosteneva la parificazione, l'altra che la negava. Questi ultimi sostenevano, e non solo in italia, tesi simili a quelle esposte sopra. Quest'ultima fazione, tuttavia, conobbe le prime sconfitte già negli '40 sia nei regimi totalitari che in quelli democratici.
Nel particolare, i regimi totalitari non potevano permettersi di non mobilitare una categoria sociale così ambia come quella delle donne e la necessità della mobilitazione comportò la concessione di alcuni benefici alle donne stesse.
Per concludere, possiamo affermare il processo di parificazione delle donne avvenne gradualemente in un periodo che va dagli anni '20 agli anni '70 ma non fu un processo lineare perchè incontrò notevoli resistenze all'interno della società civile (resistenza con cui i regimi dovettero fare i conti). Nonostante le opposizioni, possiamo comunque sostenere, leggi alla mano, che un miglioramento della condizione della donna ci fu (in italia e non solo). I documenti citati sopra andrebbero quindi inseriti in un contesto di scontro tra due fazioni sostenenti due tesi differenti e non spacciati come "versione ufficiale".

Mi permetto di citare questo saggio segnalato da qauila latina:
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in particolari le citazioni:
"Questo bifrontismo traeva origine dalla concezione dualistica del ruolo femminile propria del fascismo. Come riproduttrici della razza, le donne dovevano incarnare i ruoli tradizionali, essere stoiche, silenziose e sempre disponibili; come cittadine e patriote, dovevano essere moderne, cioè combattive, presenti sulla scena pubblica e pronte alla chiamata. Dietro gli obiettivi divergenti nei confronti della gioventù femminile, stavano conflitti interni agli atteggiamenti stessi dei gerarchi fascisti. "

"Se, in generale, non vedevano di buon occhio il femminismo e le donne emancipate, pur tuttavia condividevano, in una certa misura, le aspettative ambivalenti delle loro figlie e delle altre donne di ceto medio. Anche se erano inveterati donnaioli, si aspettavano che le proprie figlie, per non dire delle mogli, fossero caste e ligie al dovere. Sostenevano l'incapacità delle donne a produrre complesse sintesi intellettuali, ma volevano che le figlie fossero istruite. Queste contraddizioni erano riscontrabili in Mussolini stesso."

Insomma non mi pare niente di troppo diverso da ciò che stava succedendo nel resto di tutto l'occidente ovvero aspirazioni di parificazione accompagnate, pari passo, da retaggi di un passato ancora vicino.
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MessaggioInviato: Gio Feb 19, 2009 11:51 am    Oggetto:  
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Infatti i documenti inerenti la formazione dell'Uomo Nuovo fascista inseriti in questa sezione, trattano in maniera abbastanza chiara quale fosse il progetto politico-sociale del regime fascista che includeva nel concetto ovviamente anche la donna in senso lato. E' innegabile che tramite la capillare organizzazione curata dal Partito,a partire dalle piccole italiane,proseguendo con la gioventù italiana del littorio a finire con i gruppi universitari fascisti,il regime impegnato attivamente nell'opera di mobilitazione delle masse trasformò, anche contro il parere fondamentalmente conservatore della società italiana,la condizione politica delle donne italiane,ovviamente con sfumature e gradazioni differenti a seconda del maggior grado di fascistizzazione presente nelle varie zone d'Italia. Ma che tale processo totalitario fosse stato messo in atto dal fascismo ormai é questione condivisa a livello storiografico.
La donna costituiva parte essenziale (l'altra metà del cielo avrebbe detto Mao tze-tung )del Nuovo cittadino-lavoratore-soldato dello Stato Nuovo fascista. Emblematici gli esempi della Gatteschi-Fondelli capo dell'organizzazione femminile fascista divenuta generale nel corpo delle Ausiliarie, o della giovane Margherita Hack (di famiglia israelita convertita al protestantesimo), iscritta al Guf ed ai littoriali oggi astrofisica di fama mondiale. Poi se il nostro nuovo ospite desidera consultare le statistiche inerenti la presenza femminile nelle organizzazione del PNF fino al 1941 lo dica pure e cercheremo di accontentarlo.
Mai confondere il pensiero individuale espresso da alcuni aderenti al fascismo con la dottrina ed i provvedimenti ufficiali espressi dallo Stato fascista.

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MessaggioInviato: Gio Feb 19, 2009 11:54 pm    Oggetto:  
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Marco, se per te non è un impegno troppo gravoso, potresti pubblicare quelle statistiche;: mi interessano giusto per completezza... Very Happy
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MessaggioInviato: Dom Feb 22, 2009 11:29 am    Oggetto:  
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...va bene, volevo inserire anche un documento d'epoca riassuntivo in merito al PNF ed alle sue organizzazioni ed al ruolo da esso occupato nello Stato fascista...mi occorre solo un po di tempo.
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MessaggioInviato: Dom Feb 22, 2009 11:40 am    Oggetto:  
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Non c'è problema: attenderò...
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MessaggioInviato: Mer Feb 25, 2009 11:12 am    Oggetto:  
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Alcuni brani tratti dai lavori dello storico Emilio Gentile illustrano, dati alla mano, le percentuali e le modalità di partecipazione femminile al progetto politico totalitario fascista.
-----------------------------------------

Alla fine del 1939, Starace poteva comunicare al Duce che la costruzione del laboratorio totalitario era stata completata:

“La struttura capillare è stata sviluppata fino al limite estremo: ciò non vuol dire soltanto che è stato portato ad un elevato grado di efficienza un meccanismo organizzativo; ma vuol dire soprattutto che l'opera di coesione e di educazione, compiuta dal Partito, è stata spinta fino all'unità minima, alla quale essa potesse rivolgersi: cioè fino al singolo. La creazione dell'Uomo, dell'italiano nuovo di Mussolini, capace di credere, di obbedire, di combattere, è stato infatti l'obiettivo costante, verso il quale il Partito si è rivolto con tutte le sue forze. Nella sua complessa macchina possono essere sostituiti anche i pezzi principali, senza che se ne arresti la marcia e senza che tale obiettivo muti minimamente. Ciò si deve al fatto che l'organizzazione, pur essendo così vasta, è stata attuata procedendo sul terreno della spersonalizzazione: l'attività del Partito si è fondata non sugli individualismi: ma sull'idea che sorge dalla fede illimitata in un Uomo in cui interamente si rispecchia.”

A conferma dei risultati raggiunti, lo zelante segretario poteva esibire le cifre dei tesserati del partito, su 43.733.000 italiani e italiane.


Fasci di combattimento 2.633.514
GUF 105.883
GIL 7.891.547
Figli della lupa 1.546.389
Balilla 1.746.560
Piccole italiane 1.622.766
Avanguardisti 906.785
Giovani italiane 441.254
Giovani fascisti 1.176.798
Giovani fasciste 450.995
Fasci femminili 774.181
Massaie rurali 1.481.321
Operaie lavoranti a domicilio 501.415
Ass. fascista della scuola 170.573
Scuola elementare 121.437
Scuola media 40.896
Professori universitari 3.272
Assistenti universitari 2.468
Belle arti e biblioteche 2.500
Ass. fascista pubblico impiego 294.265
Ass. fascista ferrovieri 137.902
Ass. fascista postelegrafonici 83.184
Ass. fascista addetti aziende industr. Stato 120.205
OND 3.832.248
UNUCI 259.865
CONI 809.659
INI 198.522
Ass. naz. mutilati invalidi di guerra 200.116
ANC 802.468
Reparti d'arma 1.309.600

(E.Gentile, “La Via italiana al totalitarismo”nuova edizione, Roma, 2008, Carocci, pp.203-204)

L'attenzione e l'impegno maggiori di Adelchi Serena (segretario del PNF dal 30 ottobre 1940 al 31 dicembre 1941) furono rivolti all'organizzazione e all'attività del partito in Italia, nel "fronte interno". Deciso a restituire al PNF una posizione di predominio nella vita del regime, attraverso l'onnipresenza attiva nella società, Serena istituì, il 6 giugno 1941, il Servizio organizzazione capillare con lo scopo di «intensificare l'attività in ogni settore, soprattutto per quanto riguarda il potenziamento del fronte interno». Compito della OC era «perfezionare la struttura e il funzionamento degli organi capillari del Partito e delle dipendenti organizzazioni». Pertanto, presso ogni federazione, ogni fascio di combattimento e ogni gruppo rionale doveva essere costituito un ufficio di "organizzazione capillare", in grado di «assicurare alle entità organizzative minori e minime una assoluta efficienza [...] realizzando contatti e collegamenti sempre più profondi e continui con le masse popolari». Da buon "staraciano", Serena credeva nel "mito dell'organizzazione", pur senza arrivare alle forme di culto maniacale tipiche dello "staracismo", e faceva ottimisticamente molto affidamento sulle virtù taumaturgiche di una guida salda e accentrata, e di una organizzazione estremamente ramificata, per risollevare lo stato di salute del partito, infondendogli nuova vitalità. Serena contava molto sull'oc per rianimare l'attività e la propaganda del partito e per scuotere l'apatia della gente verso la politica e la vita del PNF. Ma egli concepì la nuova struttura con l'intento di avvalersene, nel futuro del regime, per una funzione ancor più importante. Nel progetto del segretario, infatti, l'opera dell'organizzazione capillare avrebbe dovuto svolgersi in due fasi. Nella prima, essa doveva tendere a rianimare l'attività dei fascisti, cercando, anche con l'allettamento della qualifica di "gerarca", di attrarre nuovi elementi attivi nei quadri del partito. A tale scopo, Serena sollecitò i segretari federali a «creare una fitta rete di collaborazione», sicuro che «più sarà irradiata la collaborazione e più intenso ed efficace sarà il lavoro organizzativo che potrà fare partecipare all'attività politica un numero grandissimo di persone altrimenti estranee alla vita del Partito» . Attraverso l'organizzazione capillare, tutta la popolazione, come massa e come individui, sarebbe stata praticamente irretita dal partito, che avrebbe potuto estendere il suo controllo, la sua influenza e il suo intervento su ogni aspetto della vita individuale e collettiva, realizzando così quel contatto permanente col popolo ritenuto fondamentale per l'attuazione dello Stato totalitario. Ma una funzione ancor più importante era assegnata alla organizzazione capillare nella seconda fase, cioè «la scelta, la selezione e la preparazione dei quadri» :

“Potendo irradiare le sue accresciute possibilità in un più vasto e profondo campo di indagini, di osservazione, di controllo e, soprattutto, di contatti, l'Organizzazione Capillare deve essere ora in grado di individuare e di collocare nella giusta luce di merito tutti gli elementi che, in possesso dei requisi- ti indispensabili di fede, di cultura, di entusiasmo e di equilibrio, siano degni e capaci di assumere le funzioni direttive – nazionali, provinciali o locali – nei vari organismi del Regime e del Partito. Il Partito deve poter assolvere nella maniera più organica e concreta questa delicata funzione, che è elemento di garanzia rivoluzionaria nella continuità della sua preminente azione nella vita del Regime al servizio dello Stato Fascista. Poiché gli elementi che vivono la vita dei vari organismi politici e sindacali sono i più adatti, per capacità ed inclinazione, a potenziarne l'azione, quando in loro vi sia la garanzia di una educazione spirituale e politica decisamente fascista, è compito dei dirigenti nazionali e provinciali di effettuare, ciascuno nel proprio settore, la individuazione degli idonei a posti di comando e di responsabilità.”

Così, l'organizzazione capillare veniva ad assumere, nella strategia politica del segretario del partito, la funzione di un vero e proprio veicolo totalitario di "partecipazione" delle masse alla vita dello Stato totalitario, e, nello stesso tempo, operava come centro di osservazione, di formazione e di selezione degli elementi validi da impiegare nell'organizzazione del partito: un serbatoio perenne per le nuove gerarchie. Con siffatto strumento, che si affiancava a quelli già esistenti, come i Fasci Femminili, la GIL e i GUF, Serena riteneva che il partito avrebbe potuto affrontare alcuni dei maggiori problemi, che assillavano il partito per il futuro dello Stato totalitario, cioè la fascistizzazione delle masse, l'educazione fascista delle nuove generazioni e la formazione della classe dirigente fascista. Intenta a dotare il partito di ulteriori strumenti di potere, di mobilitazione e di controllo, la nuova segreteria non trascurò tuttavia le strutture organizzative di cui il partito era già dotato. Le «cure più assidue» furono rivolte «alle nuove generazioni», intensificando l'azione «per la formazione dei dirigenti giovanili, ai quali è attribuita la gravissima responsabilità della educazione politica, morale e fisica dei nuovi cittadini». A tal fine, vennero valorizzati sia i Fasci femminili che le organizzazioni giovanili. Seguendo il criterio del coordinamento funzionale, per indirizzare a livello nazionale tutte le attività dei Fasci femminili, il 10 gennaio 1941 fu costituita la Consulta centrale, cui corrispondeva una consulta provinciale presso le federazioni; inoltre, per favorire l'utilizzazione delle giovani fasciste che avessero acquisito una esperienza diretta nel partito, venne istituita la carica di Vice Fiduciaria provinciale "comandata". Per valorizzare infine l’«importanza politica dei Fasci femminili», Serena volle utilizzare le donne fasciste non solo nell'ambito dell'assistenza e della mobilitazione civile, ma anche in settori dai quali i Fasci femminili erano rimasti fino ad allora esclusi. Fu così stabilito che una rappresentante dei Fasci femminili entrava a far parte del Comitato centrale per il coordinamento e il controllo dei prezzi (lo stesso avveniva nei corrispondenti comitati istituiti presso le federazioni e i Fasci di combattimento) così come le fiduciarie provinciali entrarono a far parte anche del comitato di presidenza dei
Consigli provinciali delle Corporazioni. Le donne fasciste vennero incluse anche nelle squadre di vigilanza annonaria per il controllo del mercato, mentre fu intensificata la loro attività assistenziale per i combattenti e le loro famiglie. Per esaltare simbolicamente il contributo della donna fascista «alla vita della Nazione in armi», il partito istituì il "distintivo di benemeranza", che veniva consegnato dal duce alle dirigenti che avevano prestato oltre dieci anni di attività. Fu probabilmente conseguenza di questa maggiore attenzione rivolta ai Fasci femminili il notevole incremento nelle iscrizioni che si ebbe nel corso dell`"anno XIX", con un aumento di 456.299 unità . Il contributo dei Fasci femminili fu indispensabile per migliorare e incrementare anche l'attività della GIL, l'organizzazione che risentiva maggiormente della deficienza dei quadri indispensabili ad assistere gli oltre otto milioni di organizzati. Il funzionamento della GIL era inoltre «notevolmente intralciato» dalla mancanza di norme precise per l'espletamento delle attività interne, e per i collegamenti con altre istituzioni interessate alla gioventù. In attesa dell'adozione di un "regolamento della GIL" e di un Codice della gioventù, messo in cantiere dal partito per contribuire «alla formazione di uno strumento unitario per l'ulteriore sviluppo della legislazione sui giovani» , Serena cominciò con l'applicare anche alla GIL il principio del coordinamento funzionale fissando, innanzi tutto, un collegamento stabile con le altre istituzioni competenti nei settori dell'educazione, della sanità e dell'istruzione premilitare, in modo da coordinare i programmi e le attività della GIL con altri dicasteri coinvolti nel campo dell'educazione giovanile. Fu quindi costituita la Consulta del comando generale della GIL, presieduta dal segretario del PNF, di cui facevano parte il ministro dell'Educazione nazionale, il sottosegretario all'Interno, i sottosegretari dei tre dicasteri militari, il capo di stato maggiore della MVSN e una rappresentante dei Fasci femminili. Prova delle «cure assidue» e della grande importanza che la segreteria Serena attribuiva alla organizzazione giovanile fu la richiesta di un sostanzioso aumento del contributo finanziario dello Stato, per potenziarne le attività e lo sviluppo, nonostante le difficoltà di bilancio di un paese in guerra. Del resto, i dati sulle attività della GIL relativi all`"anno XIX", che oltre tutto registrò un aumento di 317.507 iscritti, mostrano l'entità dell'impegno profuso a favore di questa organizzazione, dove erano impiegati per la formazione delle nuove generazioni fasciste, 33.958 ufficiali, 250.000 dirigenti femminili e maschili, 417.175 graduati e 450.000 graduate. Infine, a conferma della volontà del partito di accentuare la funzione politica della GIL, nel quadro della politica totalitaria del "Grande pedagogo" per la formazione di nuove generazioni totalmente dedicate al fascismo, ricordiamo che ad essa venne affidata, con la legge 17 agosto 1941, n. 942 «l'assistenza,l'educazione e l'addestramento degli orfani di guerra» . Furono, a tale scopo, istituiti due collegi, dove gli orfani avrebbero conseguito il grado di aiutanti della GIL, con possibilità di essere assunti nei ruoli, come impiegati e istruttori di reparto nei comandi della GIL, «a rappresentarvi la continuità del lavoro organizzativo». L'attenzione maggiore della segreteria Serena, nel settore giovanile, fu rivolta ai GUF, per la speciale importanza che la gioventù universitaria aveva nel quadro della politica di formazione e rinnovamento delle gerarchie. Serena esaltò i Gruppi universitari considerandoli il vivaio della classe dirigente dello Stato totalitario. La funzione politica dei GUF, spiegò alle fiduciarie delle sezioni femminili, «è quella di una continua irradiazione di elementi capaci di assumere incarichi di responsabilità nei quadri della classe dirigente del Regime»:

“In tal modo i GUF si pongono su un piano totalitario per il fatto che non concludono la loro opera educativa e selettiva entro la propria organizzazione, ma la estendono verso tutti i settori politici, economici, sociali della Nazione, necessitanti di una immissione sempre più fresca ed adeguata a sempre nuove esigenze. Questa specificazione di compiti è essenziale per comprendere due cose: la prima è che i GUF debbono sempre più attrezzarsi non in funzione di un'autarchia organizzativa, bensì in quella di vivaio di energie da apprestare per tutto il Regime; la seconda è che, consequenzialmente, essi rappresentano proprio l'anima del Partito, essendo questo l'ossatura dello Stato, ed in esso i GUF stessi costituendo il più notevole centro generativo dei quadri gerarchici.”

Scendendo alla realtà contingente, la funzione immediata dei GUF era quella di rifornire i quadri del partito sguarniti dal richiamo alle armi dei gerarchi. Serena si interessò particolarmente agli studenti universitari anche per combattere la tendenza, che appariva sempre più diffusa fra la maggioranza dei giovani, a disinteressarsi della vita del partito e a disertare le sue attività; e nello stesso tempo egli voleva controllare e contrastare il diffondersi, fra i giovani fascisti politicamente più impegnati e severamente critici della realtà del regime, di atteggiamenti e tendenze che potevano condurli fuori del fascismo. Piuttosto che ricorrere a misure di controllo censorio o disciplinare nei confronti degli universitari, Serena preferì avvalersi di mezzi atti a ridestare l'interesse dei giovani per la vita del partito sollecitandone l'ambizione e il desiderio di azione, affidando loro incarichi di responsabilità nelle gerarchie, e sollecitando la loro partecipazione con un coinvolgimento più intenso nelle attività culturali dell'organizzazione. Per esempio, studenti universitari e giovani diplomati ai corsi di preparazione politica furono introdotti alla guida delle federazioni, con la nuova carica di Vice federale comandato. Alla fine dell`"anno XIX", risultavano immessi «nelle gerarchie capillari del Partito 10.766 Fascisti universitari e Fasciste universitarie», ma Serena prometteva che il numero sarebbe presto raddoppiato. Altri provvedimenti furono presi per migliorare le attività assistenziali a favore degli studenti, con speciale attenzione per gli universitari combattenti, volontari o richiamati alle armi, e per agevolare l'immissione dei giovani diplomati e laureati nel mondo del lavoro, attraverso convenzioni con vari enti e istituzioni, in particolare con la confederazione dei lavoratori e dei datori di lavoro, al fine di avviarli alla carriera sindacale. Dal marzo all'ottobre 1941, 82 laureati e 54 diplomati, che si erano distinti nelle attività dei GUF o nei Littoriali, furono utilizzati presso gli uffici centrali periferici delle organizzazioni sindacali, mentre 22 universitari fascisti, tra laureati e diplomati, furono assunti "extra-convenzioni" da vari ministeri ed enti parastatali. Oltre agli incentivi della carriera politica o professionale, per mobilitare i giovani universitari il partito fece ricorso anche ad incentivi di carattere ideologico, non solo intensificando le attività culturali, dai Littoriali alle attività teatrali e cinematografiche, ma soprattutto cercando di coinvolgerli nell'elaborazione dei temi dell'ideologia fascista, più attraenti per i giovani che interpretavano il fascismo come rivoluzione sociale antiborghese, esortandoli all'«approfondimento delle ragioni pratiche e ideali della nostra guerra, nel quadro della lotta dell'Europa per una più alta giustizia sociale, da conquistare attraverso una radicale rivoluzione degli ordinamenti politico-economici della società borghese» . Parlando ai direttori dei giornali dei GUF, Serena esortò i giovani a «discutere con fede intransigente e consapevole i problemi politici e sociali posti dallo sviluppo continuo della Rivoluzione» . I giovani presero alla lettera l'esortazione del segretario del partito e la misero in pratica con una severità critica e una franchezza polemica tanto priva di remore, da sconcertare ed allarmare lo stesso Mussolini.

(E.Gentile, “La Via italiana al totalitarismo”nuova edizione, Roma, 2008, Carocci, pp.247-253)

Allo stesso modo, per quanto riguarda il giudizio sulla contraddittorietà fra rappresentazioni diverse dell`"uomo nuovo" o della "donna nuova", oscillanti fra tradizionalismo e modernismo, è lecito domandarsi se si tratta solo di incoerenza e di inconsistenza del mito stesso, oppure se non si tratta piuttosto della coesistenza di modelli volutamente diversi, perché rispondevano a diverse categorie di uomini e donne, previste dalla organizzazione gerarchica dello Stato totalitario. Per quanto riguarda la donna, studi recenti dimostrano che il fascismo, come abbiamo avuto già occasione di precisare, non coltivò soltanto il modello tradizionalista della donna come sposa e madre, regina della casa, lontana ed estranea da ogni attiva militanza politica, ma nell'ambito del mito dell' "italiano nuovo" produsse anche il mito di una "donna nuova"", che coinvolse soprattutto le giovani fasciste:

Durante il ventennio — ha scritto Maria Fraddosio— un nuovo modello di donna fascista, che presentava caratteri di effettiva originalità, venne emergendo con l'ideale della cittadina militante, impegnata attivamente nella vita del regime, un ideale prodotto dalla cultura vitalistica e "rivoluzionaria" che aveva permeato il movimento fascista delle origini. Questa nuova figura femminile fu presa a modello da molte giovani fasciste a partire dai primi anni trenta, quando il partito cercò di dar vita al progetto della nazione "guerriera". Proprio in quegli anni si era sviluppato nell'ambito e fuori dell'organizzazione femminile, un dibattito sull'importanza della presenza sociale della donna in una nazione che si preparava alla eventualità di una guerra. Questo nuovo tipo di donna fascista, come cittadina militante, usciva decisamente dal ristretto ambito del focolare domestico per partecipare alle attività del partito: ma le conse- guenze dell'acquisizione di funzioni e di responsabilità sociali nuove, da parte delle donne che scelsero questa militanza, andarono al di là delle stesse intenzioni del regime. Infatti, l'apprendistato di una mentalità più "sociale", sensibile ai problemi della collettività, non poteva non comportare, per queste giovani, una forma di emancipazione, forse non del tutto consapevole, dagli schemi tradizionali di comportamento; anche se — occorre precisarlo — il modello fascista della cittadina militante non fu mai alternativo a quello di "sposa e madre esemplare".

La diversificazione del ruolo della "nuova femminilità", che emancipava le "cittadine militanti" dalla condizione tradizionale della donna, senza tuttavia nulla concedere alla concezione emancipazionista del femminismo, sempre avversata e combattuta dal fascismo, non fu una conseguenza non voluta, determinata da fattori esterni ed estranei al fascismo, come pure è stato affermato", ma fu conseguenza di scelte politiche consapevoli, ispirate a una visione dei compiti della "donna nuova" che erano estranei al modello tradizionalista, ma erano del tutto coerenti con la concezione totalitaria dell` "italiano nuovo".

(E.Gentile, “Fascismo, storia e interpretazione”, Roma-Bari, 2002, Laterza, pp. 240-241)

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MessaggioInviato: Mar Gen 26, 2010 2:42 pm    Oggetto:  
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Riprendo in mano questa discussione perchè voglio postare un interessante articolo trovato su un giornale. Interessante perchè mostra come una famosa femminista anglosassone sia diventata, proprio in nome della tutela della dignità della donna, antifemminista. L'articolo perla di un argomento (la tutela delle prostitute) che non è rilevante in questa discussione ma invito tutti a leggere la parte in grassetto che invece è importante ai fini di questa discussione.
Il femminismo si divide grosso modo in due correnti: una libertaria ed individualista e l'altra filo-marxista.
Questo secondo tipo di femminismo basa le proprie teoria sulla lotta di classe sostituendo alle classi i sessi. Il frutto di questo pensiero, prevalente in Europa occidentale e negli Stati Uniti, sono gli abomini ridicoli a cui siamo stati abituati ormai da tempo come la legge Merlin, le quote rosa e le azioni affermative. Tutta questa impalcatura ideologica con tutte le sue conseguenze legali e pratiche è incompatibile con l'ideologia fascista. Tali provvedimenti sono incompatibili con lo stato etico corporativo perchè finiscono per minarlo nei suoi aspetti fondamentali.
Tale pensiero, infatti, non fa altro che proporre una nietzschiana morale dei deboli che, de facto, sancisce l'inferiorità della donna che, sempre de facto, viene messa al pari livello del disabile (un po come nel diritto barbarico del V secolo). Questo disegno, come ogni morale dei deboli, non porta a nient'altro che all'abbruttimento dell'essere umano (in questo caso la donna) ed alla mediocrità.
Nota curiosa questo tipo di femminismo non ha attecchito in URSS dove è stato bandito come pensiero degenerato. al contrario ha attecchito in Europa occidentale. Ma non credo ormai ci si debba più sorprendere che ogni pensiero avente come obiettivo l'abbruttimento dell'essere umano ed il livellamento verso il basso del livello medio venga accettato ed, anzi, esaltato dai regimi liberal-capitalisti. Alla fine è quello il loro progetto ideologico e questo tipo di femminismo, perfettamente insierito e congeniale alle logiche del capitalismo, non può che essere accettato a braccie aperte.
E' questo tipo di femminismo, moralista e bacchettone, che, senza alcun motivo, ha classificato il fascismo come maschilista: e questo soltanto perchè, evidentemente, un pensiero diverso dal loro risultava (e risulta) inaccettabile.

LE GAMBE DELLA LIBERTA’ - Una difesa dei diritti delle prostitute - con un saggio introduttivo di Roberta Tatafiore e Postfazione di Marco Faraci

(Wendy McElroy, Leonardo Facco Editore, Treviglio, 2002)



In una stagione di forte criminalizzazione istituzionale della prostituzione come quella che sta vivendo il nostro Paese, con giovani vite rovinate, o spezzate, ci sembra utile consigliare vivamente la lettura del libro: Le gambe della libertà. Una difesa dei diritti delle prostitute, appena pubblicato dall’editore Leonardo Facco per la collana “Laissez faire”, diretta da Alberto Mingardi.
L’autrice di questo testo, Wendy McElroy, è una femminista americana che ama profondamente la libertà ed è perciò da tempo in lotta con il mainstream del movimento femminista statunitense egemonizzato dalla corrente culturale del “femminismo radicale o di genere”. Quest’ultimo, oltre a pensare il sistema capitalista come un prodotto, e la perfetta espressione, del genere maschile, rappresenta i rapporti fra uomini e donne avvalendosi sostanzialmente delle categorie marxiane dell’interesse e della lotta di classe. Gli interessi delle donne, in questa prospettiva che ci sembra francamente limitata e senz’anima, sarebbero in lotta, perché incompatibili, con quelli degli uomini trionfanti nella società di mercato. Ciò motiva una battaglia senza quartiere contro tutto ciò che ha a che fare con la maschilità e la cultura maschile. Dove battaglia senza quartiere significa guerra con ogni mezzo, a cominciare dalle leggi dello Stato volte ad accordare posizioni di privilegio al genere femminile, penalizzando i maschi colpevoli semplicemente di essere tali.
A questo femminismo radicale, come spiega chiaramente Wendy McElroy nella sua nota preliminare (ma si vedano anche l’ampio saggio introduttivo di Roberta Tatafiore e la Postfazione di Marco Faraci), si contrappone la visione del “femminismo individualista o libertario”, cui fa riferimento la stessa autrice. Il quale rifiuta le logiche dei privilegi, come naturalmente quelle delle restrizioni di libertà, accordate in funzione del sesso: donne e uomini sono innanzitutto individui e, dunque, devono essere trattati dall’ordinamento giuridico ugualmente, ossia indipendentemente dalle differenze di genere. In particolare, secondo il femminismo libertario, tutte le norme che tendono a porre sotto tutela le donne (per esempio riservando loro delle quote specifiche di accesso ad incarichi pubblici piuttosto che alle candidature nelle liste dei partiti, in Parlamento, etc.), sono profondamente lesive della dignità femminile poiché presuppongono l’incapacità delle donne di affermarsi in un contesto di condizioni paritarie rispetto agli uomini. Ma le norme che pretendono di “proteggere” le donne rischiano, inoltre, di non rispettare l’autonomia femminile limitando, di fatto, la loro libertà. Ciò appare limpidamente proprio per quanto concerne la questione della prostituzione.
E’ questo, non a caso, uno dei temi in cui si manifesta con maggiore evidenza la diversità di prospettive dei due femminismi. Le gender feminists, infatti, considerano la prostituzione in sé un attentato ai diritti civili delle donne e, “per il bene di chi si prostituisce”, assumono una posizione decisamente proibizionista e colpevolizzante degli uomini coinvolti nella prostituzione. Secondo le femministe radicali, in sostanza, una donna non è mai veramente libera quando sceglie di prostituirsi, ma lo fa perché costretta economicamente o psicologicamente. Wendy McElroy ne "Le gambe della libertà" dimostra, al contrario, attraverso una serie di interviste e documentazioni fornite dai comitati per i diritti civili delle prostitute, come moltissime donne scelgano liberamente il lavoro sessuale. Affermando altresì il principio che “per le prostitute possono parlare solo le prostitute” e non le femministe radicali accecate dal furore moralistico, che trova nella sessualità maschile il suo bersaglio prediletto. Certo, ci sono molti tipi di prostituzione e ci sono anche donne brutalizzate, violentate e costrette a vendersi. Ma – sottolinea correttamente Wendy – questi casi si configurano come episodi di violenza, stupro, sequestro e come tali devono essere perseguiti. La prostituzione in senso proprio, invece, è un libero scambio che avviene con il libero consenso di entrambe le parti [l'equivalente di quello che il nostro codice civile chiama attività di scambio di beni o servizi]. Criminalizzare questo rapporto, magari colpendo uno dei contraenti, vuol dire calpestare la libertà degli uomini ma anche delle prostitute, anziché difenderne i diritti. Scrive infatti l’autrice: «E’ evidente come arrestare gli uomini che procurano loro di che vivere sia un attacco diretto alle donne che scelgono la prostituzione». Il femminismo individualista, in definitiva, propone la decriminalizzazione totale dell’amore a pagamento, cioè l’abolizione di tutte le leggi in materia. Se infatti il proibizionismo è la bestia nera delle femministe libertarie, la stessa legalizzazione viene considerata come una forma di invadente controllo del fenomeno da parte dello Stato, con possibilità di schedatura delle donne che scelgono questo mestiere ed altre forme di irrigidimento illiberale della prostituzione.
Le gambe della libertà di Wendy McElroy è, insomma, un libro che ci offre molti elementi utili all’arricchimento del dibattito sul sesso a pagamento, rappresentando uno sguardo femminile libero (libertario) sulla prostituzione. Ma è molto interessante anche perché ci fornisce un punto di vista femminista singolare e, per certi versi, antifemminista. Mentre anche in Italia tutte le forze politiche stanno promuovendo vergognosamente, addirittura attraverso modifiche della Costituzione, le “azioni positive” in favore del genere femminile (ossia sistemi di leggi – in vigore già da tempo negli Stati Uniti – che avvantaggiano le donne nell’accesso al mondo del lavoro o a cariche pubbliche), ci sembra molto opportuno ripetere, e tenere bene a mente, queste parole di Wendy McElroy: «In molte nazioni oggi, la più grande minaccia all’uguaglianza di genere non sono le restrizioni legali imposte alle donne, bensì i privilegi legali garantiti alle donne sulla base del loro sesso: esempi di questi privilegi legali comprendono le azioni affermative, le leggi contro le molestie sessuali e le leggi contro la prostituzione fatte per “proteggere” le prostitute».

Paolo Marcon

In definitiva il fascismo dice sì ad un eguale trattamento tra uomini e donne ma dice no a tutte quelle ideologie che, in maniera più o meno evidente, favoriscono l'abbruttimento morale degli esseri umani. Ed il femminismo radicale, incompatibile con lo stato etico corporativo, fa parte di queste ideologie.
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MessaggioInviato: Ven Apr 23, 2010 9:59 am    Oggetto:  
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Ecco che un'altro dei pilastri del liberalismo postbellico dichiara il proprio fallimento. A dimostrazione di come certe ideologie anglosassoni dovrebbero rimanere circoscritte nei paesi di appartenenza. La soluzione è ormai risaputa: largo al fascismo!
Il femminismo non ha liberato le donne
Tutti i messaggi si concentrano sul corpo: siamo passati dall’angelo del focolare alla mistica della seduzione

Società - La mia generazione ha combattuto la battaglia per la parità tra i sessi e l’aborto. Oggi l’appiattimento ha cancellato le identità

Il femminismo non ha liberato le donne

Tutti i messaggi si concentrano sul corpo: siamo passati dall’angelo del focolare alla mistica della seduzione

Appartengo alla generazione che ha combattuto, negli anni della prima giovinezza, la battaglia per la libertà sessuale e per la legalizzazione dell’aborto. La generazione che nei tè pomeridiani, tra un effluvio di patchouli e una canna, imparava il metodo Karman, cioè come procurarsi un aborto domestico con la complicità di un gruppo di amiche. Quella generazione che organizzava dei voli collettivi a Londra per accompagnare ad abortire donne in uno stato così avanzato di gravidanza da sfiorare il parto prematuro. È difficile, per chi non li ha vissuti, capire l’eccitazione, l’esaltazione, la frenesia di quegli anni. La sensazione era quella di trovarsi sulla prua di una nave e guardare un orizzonte nuovo, aperto, illuminato dal sole di un progresso foriero di ogni felicità. Alle spalle avevamo l’oscurità, i tempi bui della repressione, della donna oggetto manipolata dai maschi e dai loro desideri, oppressa dal potere della Chiesa che, secondo gli slogan dell’epoca, vedeva in lei soltanto un docile strumento di riproduzione. Erano gli anni Settanta.
Personalmente, non sono mai stata un’attivista, ma lo erano le mie amiche più care e, per quanto capissi le loro ragioni, non posso negare di essere stata sempre profondamente turbata da questa pratica che, in quegli anni, si era trasformata in una sorta di moderno contraccettivo. Mi colpiva, in qualche modo, la leggerezza con cui tutto ciò avveniva, non perché fossi credente — allora non lo ero — né per qualche forma di moralismo imposto dall’alto, ma semplicemente perché mi sembrava che il manifestarsi della vita fosse un fatto così straordinariamente complesso e misterioso da meritare, come minimo, un po’ di timore e di rispetto. Come sono cambiate le cose in questi quarant’anni? Ho l’impressione che anche adesso il discorso sulla vita sia rimasto confinato tra due barriere ideologiche contrapposte. La difesa della vita sembra essere appannaggio, oggi come allora, solo della Chiesa, dei vescovi, di quella parte considerata più reazionaria e retriva della società, che continua a pretendere di influenzare la libera scelta dei cittadini. Chi è per il progresso, invece, pur riconoscendo la drammaticità dell’evento, non può che agire in contrapposizione a queste continue ingerenze oscurantiste. Naturalmente, un Paese civile deve avere una legge sull’aborto, ma questa necessaria tutela delle donne in un momento di fragilità non è mai una vittoria per nessuno. I dati sull’interruzione volontaria di gravidanza ci dicono che le principali categorie che si rivolgono agli ospedali sono le donne straniere, le adolescenti e le giovani. Le ragioni delle donne straniere sono purtroppo semplici da capire, si tratta di precarietà, di paura, di incertezza—ragioni che spingono spesso ormai anche madri di famiglia italiane a rinunciare a un figlio, ragioni a cui una buona politica in difesa della vita potrebbe naturalmente ovviare.

Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe, come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90, ragazze cresciute in un mondo permissivo, a cui certo non sono mancate le possibilità di informarsi. Possibile che non sappiano come nascono i bambini? Possibile che non si siano accorte che i profilattici sono in vendita ovunque, perfino nei distributori automatici notturni? Per quale ragione accettano rapporti non protetti? Si rendono conto della straordinaria ferita cui vanno incontro o forse pensano che, in fondo, l’aborto non sia che un mezzo anticoncezionale come un altro? Se hai fortuna, ti va tutto bene, se hai sfortuna, te ne sbarazzi, pazienza. Non sarà che una seccatura in più. Qualcuno ha spiegato loro che cos’è la vita, il rispetto per il loro corpo? Qualcuno ha mai detto loro che si può anche dire di no, che la felicità non passa necessariamente attraverso tutti i rapporti sessuali possibili? Chi conosce il mondo degli adolescenti di oggi sa che la promiscuità è una realtà piuttosto diffusa. Ci si piace, si passa la notte insieme, tra una settimana forse ci piacerà qualcun altro. I corpi sono interscambiabili, così come i piaceri. Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano, spinte dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi. Naturalmente non tutte le ragazze sono così, per fortuna, ma non si può negare che questo sia un fenomeno in costante crescita.

Sono più felici, mi chiedo, sono più libere le ragazze di adesso rispetto a quarant’anni fa? Non mi pare. Le grandi battaglie per la liberazione femminile sembrano purtroppo aver portato le donne ad essere soltanto oggetti in modo diverso. Non occorre essere sociologi né fini pensatori per accorgersi che ai giorni nostri tutti i messaggi rivolti alle bambine si concentrano esclusivamente sul loro corpo, sul modo di offrirsi agli altri. Si vedono bambine di cinque anni vestite come cocotte e già a otto anni le ragazzine vivono in uno stato di semi anoressia, terrorizzate di mangiare qualsiasi cosa in grado di attentare alla loro linea. Bisogna essere magre, coscienti che la cosa che abbiamo da offrire, quella che ci renderà felici o infelici, è solo il nostro corpo. Il fiorire della chirurgia plastica non è che una tristissima conferma di questa realtà. Pare che molte ragazze, per i loro diciotto anni, chiedano dei ritocchi estetici in regalo. Un seno un po’ più voluminoso, un naso meno prominente, labbra più sensuali, orecchie meno a vela. Il risultato di questa chirurgia di massa è già sotto ai nostri occhi: siamo circondate da Barbie perfette, tutte uguali, tutte felicemente soddisfatte di questa uguaglianza, tutte apparentemente disponibili ai desideri maschili. Sembra che nessuno abbia mai detto a queste adolescenti che la cosa più importante non è visibile agli occhi e che l’amore non nasce dalle misure del corpo ma da qualcosa di inesprimibile che appartiene soprattutto allo sguardo.

Siamo passati così dalla falsa immagine della donna come angelo del focolare, che si realizza soltanto nella maternità, alla mistica della promiscuità, che spinge le ragazze a credere che la seduzione e l’offerta del proprio corpo siano l’unica via per la realizzazione. Più fai sesso, più sei in gamba, più sei ammirata dal gruppo. Nella latitanza della famiglia, della chiesa, della scuola, la realtà educativa è dominata dai media e i media hanno una sola legge. Omologare. Ma questo lato apparentemente così comprensibile, così frivolo — voler essere carine o anche voler mitigare i segni del tempo — che cosa nasconde? Il corpo è l’espressione della nostra unicità ed è la storia delle generazioni che ci hanno preceduti. Quel naso così importante, quei denti storti vengono da un bisnonno, da una trisavola, persone che avevano un’origine, una storia e che, con la loro origine e la loro storia, hanno contribuito a costruire la nostra. Rendere anonimo il volto vuol dire cancellare l’idea che l’essere umano è una creatura che si esprime nel tempo e che il senso della vita è essere consapevoli di questo. La persona è l’unicità del volto. L’omologazione imposta dalla società consumista—e purtroppo sempre più volgarmente maschilista — ha cancellato il patto tra le generazioni, quel legame che da sempre ha permesso alla società umana di definirsi tale. Noi siamo la somma di tutti i nostri antenati ma siamo, al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente nuovo e irripetibile. Cancellare il volto vuol dire cancellare la memoria, e cancellare la memoria, vuol dire cancellare la complessità dell’essere umano. Consumare i corpi, umiliare la forza creativa della vita per superficialità e inesperienza, vuol dire essere estranei dall’idea dell’esistenza come percorso, vuol dire vivere in un eterno presente, costantemente intrattenuti, in balia dei propri capricci e degli altrui desideri. Senza il senso del tempo non abbiamo né passato né futuro, l’unico orizzonte che si pone davanti ai nostri occhi è quello di una specchio in cui ci riflettiamo infinite volte, come nei labirinti dei luna park. Procediamo senza senso da una parte, dall’altra, vedendo sempre e soltanto noi stessi, più magri, più grassi, più alti, più bassi. All’inizio quel girare in tondo ci fa ridere, poi col tempo, nasce l’angoscia. Dove sarà l’uscita, a chi chiedere aiuto? Battiamo su uno specchio e nessuno ci risponde. Siamo in mille, ma siamo sole.

Susanna Tamaro

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17 aprile 2010
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