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Fascismo, un fenomeno totalitario moderno (di E.Gentile)
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Marcus
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MessaggioInviato: Dom Dic 30, 2007 11:33 pm    Oggetto:  Fascismo, un fenomeno totalitario moderno (di E.Gentile)
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I lavori di Emilio Gentile costituiscono ormai da anni un sicuro ed irrinunciabile riferimento storiografico per tutti coloro che vogliono approfondire seriamente lo studio del fascismo mussoliniano. Proprio per questo è assolutamente indispensabile conoscere e confrontarsi con l’interpretazione che egli da del fascismo come fenomeno politico moderno. Il seguente brano è tratto dalla nuova introduzione scritta dallo stesso Gentile per la nuova edizione del 1996 presente nel volume Le origini dell’ideologia fascista edito da Il Mulino. Purtroppo, per mera praticità, ho dovuto eliminare le note inerenti le relative citazioni contenute nel testo, rinviando tutti coloro che fossero interessati alla lettura del libro in questione.

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La modernità totalitaria

Il progresso della storiografia sul fascismo, durante gli ultimi tre decenni, ha prodotto una sostanziale revisione dell'immagine che di questo fenomeno avevano dato le interpretazioni prevalse fino all'inizio degli anni Sessanta. C'è stato, durante questo periodo, un continuo arricchimento delle conoscenze, un rinnovamento profondo delle prospettive di analisi, un notevole ampliamento dei temi e dei campi di indagine. Ma il progresso maggiore consiste nella diversa sensibilità culturale, nella visione più storica e più realistica, sempre meno condizionata da schemi ideologici e pregiudizi politici, con cui si è cominciato a osservare e ad analizzare il fenomeno fascista nella complessità dei suoi aspetti, acquistando una sempre maggiore consapevolezza critica di ciò che esso è stato nella storia contemporanea. Il rinnovamento più significativo forse si è avuto nello studio dell'ideologia del fascismo e, in senso lato, della sua cultura. Le nuove ricerche nell'universo ideologico e mitologico fascista, sempre più orientate verso l'analisi concreta della realtà storica, sono state accompagnate da un dibattito, talora non privo di astrattezza e di verbosità, in cui sono stati coinvolti storici e studiosi di scienze sociali, impegnati a discutere sul ruolo che l'ideologia ha avuto nella formazione e nel successo del fascismo, sulle sue matrici, sui suoi contenuti, e sulla parte che all'ideologia va assegnata nella elaborazione di una definizione teorica del fenomeno fascista. Quando, nel corso degli anni Sessanta, prese l'avvio in Italia una nuova storiografia sul fascismo - soprattutto per merito delle ricerche condotte da Renzo De Felice con indipendenza intellettuale non comune e con genuina curiosità scientifica - fra gli studiosi dominava pressoché incontrastata la convinzione che il fascismo non aveva avuto una propria ideologia; era stato, cioè, un movimento senza una propria visione della vita e della politica, senza un suo progetto organizzazione della società e dello Stato. Se al fascismo si concedeva una qualche ideologia, era considerata ideologia di scarto o di seconda mano, mutuata dal movimento nazionalista, oppure era considerata ideologia esclusivamente "negativa" (antidemocrazia, anti-liberalismo, antimarxismo, antiparlamentarismo ecc.) senza alcuna formulazione "positiva". L'ideologia fascista, insomma, era un coacervo di improvvisazioni demagogiche, di aspirazioni e di propositi velleitari o mistificatori, e comunque materia di scarsa o nessuna rilevanza per la conoscenza e la comprensione della realtà storica del fascismo. L'indifferenza, se non addirittura l'avversione, per lo studio degli aspetti ideologici del fascismo era tale che quasi nessuna eco ebbero allora, nella storiografia italiana, gli studi di Ernst Nolte, Eugen Weber, George L. Mosse, James A. Gregor: studi fra di loro molto diversi per impostazione, metodo e interpretazione, e tuttavia concordi nel riconoscere l'esistenza di una ideologia fascista e nel ritenere che essa era aspetto non trascurabile della realtà storica del fascismo. Ancora all'inizio degli anni Settanta, erano rarissimi, almeno in Italia, gli storici i quali ritenevano che fosse utile e necessario, per comprendere storicamente il fascismo, prendere in esame non solo i fatti, le azioni, i risultati - considerati esclusivamente nel campo dei giochi politici e degli interessi di classe - ma fosse altresì necessario studiare gli atteggiamenti mentali, le credenze, i valori, i miti, le visioni del passato, le interpretazioni del presente, le aspirazioni del futuro. Il fascismo - era allora opinione della maggioranza degli storici- non meritava di essere studiato come si studiano altri movimenti politici, come il liberalismo, il socialismo, il comunismo, prendendolo cioè seriamente in considerazione anche come movimento di idee. Lo storico del fascismo doveva occuparsi solo dei "fatti", delle "azioni" e dei "risultati" e non anche delle "idee", delle "intenzioni" e dei "progetti". A sostegno di tale atteggiamento si citavano la discordanza fra ideologia e pratica politica, l'incoerenza programmatica, i cambi di rotta, gli adattamenti e i compromessi dopo la conquista del potere, il contrasto fra gli obiettivi dichiarati e i risultati effettivamente conseguiti, la sproporzione fra le ambizioni perseguite e l'esito fallimentare dell'esperienza fascista. Questo atteggiamento, in realtà, appare motivato pregiudizialmente dalla sottovalutazione dell'aspetto ideologico del fascismo più che dalla peculiarità della sua esperienza o dalla validità scientifica di un criterio aprioristicamente discriminatorio fra "idee" e "fatti". Se tale criterio di interpretazione fosse applicato, come per coerenza scientifica dovrebbe avvenire, a tutti i movimenti politici, intere biblioteche dedicate alle idee del liberalismo, del socialismo, del comunismo, dell'anarchismo e via dicendo, potrebbero apparire come patetici monumenti all'inutilità, fra i quali andrebbero collocate insieme, con spirito di imparzialità, le opere di Giovanni Gentile e le opere di Antonio Gramsci. In tutti i movimenti politici si può riscontrare discordanza fra ideologia e azione, incoerenze programmatiche, mutamenti di rotta, compromessi e adattamenti alle contingenze dopo la conquista del potere o a seconda della condizione in cui si trova il movimento nei confronti del potere. Ma in ogni movimento politico vi è anche un complesso di principi fondamentali che ne definiscono l'identità, pur attraverso gli inevitabili cambiamenti determinati dal suo stesso divenire, e ne indicano i valori e le mete, che rimangono permanenti nonostante gli adattamenti e i compromessi, prima e dopo la conquista del potere, fissandone in modo definitivo il nucleo ideologico, quale fu per il fascismo il mito dello Stato totalitario, e per il nazionalsocialismo il razzismo antisemita. E un grado, più o meno alto, di discrasia fra ideologia e prassi politica è sempre inevitabilmente presente nei movimenti rivoluzionari, prima e dopo la conquista del potere. Certamente nel fascismo ci fu una dose di pragmatismo e di relativismo forse maggiore che in altri movimenti, ma non si trattava solo di opportunismo e di carenza ideologica: pragmatismo e relativismo erano aspetti di un atteggiamento mentale e ideologico, che contrapponeva l'esperienza alla teoria, lo sperimentalismo dell'azione alla coerenza dottrinaria, la fede nel mito alla persuasione razionale. L'adattamento contingente, la variabilità dei programmi, la discordanza fra progetti e risultati non pregiudicano comunque l'utilità dello studio dell'ideologia per conoscere e definire l'identità e la natura di un movimento politico, neppure quando questo movimento, come nel caso del fascismo, era nato con un atteggiamento attivistico antiteorico e antiideologico. «Duro a morire - osservava nel 1979 Alberto Asor Rosa - è il pregiudizio, tutto sommato di origine idealistica e crociana, che il fascismo, siccome non ebbe un'alta cultura, non ebbe affatto cultura». Ma tale pregiudizio, occorre precisare, era largamente condiviso anche dagli storici marxisti e dagli storici radicali, gli uni e gli altri non meno degli storici liberali di discendenza crociana, restii ad accogliere - come scrive ancora Asor Rosa - «il convincimento che attribuire al fascismo la capacità di controllare masse estese d'intellettuali non significa riconoscergli una patente di nobiltà di fronte alla storia ma soltanto cercare di capire meglio e più a fondo le reali modalità operative di un'esperienza totalitaria». Alla base di questo pregiudizio vi era una sorta di riluttanza a riconoscere che il fascismo, in quanto movimento e regime, aveva avuto una propria ideologia, e tale riluttanza, ha notato Pier Giorgio Zunino, era frutto «della percezione, più o meno consapevole ma certamente non fallace, del fatto che concedere al fascismo un po' di terreno ideologico fosse equivalente ad immettersi su di un piano inclinato lungo il quale si sarebbe stati costretti a fare i conti con un'idea del fascismo sensibilmente diversa rispetto a quella cui si era ancorati», perché «attraverso lo spiraglio dell'ideologia si sarebbero inevitabilmente insinuati germi che avrebbero presto o tardi portato a incrinare, se non a disgregare, una consolidata immagine del fascismo e dell'antifascismo». In effetti, a ostacolare l'avvio di una indagine scientifica nell'universo culturale fascista vi erano principalmente i pregiudizi ideologici degli orientamenti storiografici che pretendevano di fondare la validità scientifica della loro interpretazione del fascismo, più che sulla ricerca concreta e sistematica, sulla fedeltà a una particolare tradizione antifascista, di cui questi indirizzi storiografici si ritenevano unici interpreti e custodi. Secondo questa interpretazione, il fascismo era stato un movimento politico del tutto strumentale, al servizio del grande capitale, braccio armato dell'ideologia nazionalista, e quindi movimento senza una propria individualità storica, senza alcuna autonomia "soggettiva" e "oggettiva"; epifenomeno e non fenomeno, manifestazione contingente, nella forma estrema e degenerata, di fenomeni preesistenti al fascismo, come la reazione borghese, il carattere degli italiani, l'autoritarismo conservatore ecc.

(FINE PRIMA PARTE)

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Ultima modifica di Marcus il Mar Apr 17, 2012 11:46 am, modificato 3 volte in totale
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MessaggioInviato: Dom Dic 30, 2007 11:35 pm    Oggetto:  
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SECONDA PARTE

Il fascismo, secondo questa immagine, era stato niente altro che marmaglia di ignoranti brutali e di pseudointellettuali opportunisti, di avventurieri, di delinquenti e spostati senza idee e senza ideali, manovalanza armata e violenta assoldata dalle forze reazionarie, che volevano arrestare il progresso della modernità per riportare indietro il cammino della storia. Il presupposto ideologico di questa interpretazione era una visione dicotomica e teleologica delle vicende del mondo moderno rappresentate come antagonismo tra “rivoluzione” e “reazione”, tra “progresso” e “regresso, fra “modernità” e “antimodernità”, fra “storia” e “antistoria”. Nell'ambito di questa visione, il fascismo era una mera negatività storica, un'aberrazione regressiva, antimoderna e antistorica nel progredire della civiltà moderna verso la realizzazione del mondo della ragione e della libertà, mondo diversamente prefigurato, secondo ideali contrastanti di libertà e civiltà, dalle ideologie dei vari movimenti antifascisti. Da questo punto di vista, per spiegare il successo che il fascismo aveva comunque avuto per un lungo periodo, attraendo attorno a sé un'adesione di massa e coinvolgendo autorevoli e prestigiosi uomini della cultura, anche di quella più nuova, più moderna e di avanguardia, gli unici motivi ritenuti validi erano la violenza, l'inganno, la demagogia, la corruzione, l'opportunismo. Tutti gli aspetti ideologici e istituzionali che furono propri del fascismo - la militarizzazione della politica, la mobilitazione delle masse, il culto del duce, la concezione dello Stato totalitario, l'educazione dell’ “italiano nuovo”, i miti della “nuova civiltà”, i riti e i simboli di una nuova religione politica - erano considerati nulla più che mascheratura della dittatura di un demagogo e di una classe sociale, che aveva l'unico proposito di fermare l'orologio della storia. Questa interpretazione lasciava insoluti quasi tutti i problemi che nascevano da una osservazione dell'esperienza fascista senza lo schermo di schemi precostituiti. Per esempio, per quanto si riferiva alla demagogia e all'inganno - motivi principali solitamente addotti per spiegare il successo del fascismo - non si può certo accusare il fascismo, come partito e come Stato, di aver mascherato le sue idee e i suoi fini, agitando la bandiera della libertà, allettando gli intellettuali con la difesa della cultura indipendente, corteggiando le masse con promesse di benessere materiale e di vita pacifica e felice, ponendole al riparo dalle tempeste belliche e dalle convulsioni del mondo moderno, in un'epoca ancora dominata dalla rivalità fra nazionalismi bellicosi e ideologie rivoluzionarie. Il paradosso del fascino fascista risiede proprio nella “sincerità” della sua ideologia. Con il fascismo ci troviamo di fronte a una franca e brutale dichiarazione di avversione per la libertà, l'eguaglianza, la felicità, la pace come ideali di vita; ci troviamo di fronte a una ideologia che esalta l'irrazionalità, la volontà di potenza delle minoranze elette, l'obbedienza delle masse, il sacrificio dell'individuo alla collettività intesa come Stato e nazione. I fascisti non dissero mai di voler diffondere la libertà e la razionalità nel mondo. Essi proclamavano che la ragione conta poco nella politica, dove predomina la forza, la volontà di potenza e il consenso suscitato dal mito e dalla fede. Il fascismo non promise mai l'emancipazione e la liberazione dell'uomo. Prima e dopo la conquista del potere, il fascismo ostentò la sua avversione per il mito dell'autogoverno delle masse e dichiarò sempre apertamente di considerare le masse un materiale da plasmare per conseguire gli obiettivi della sua politica di dominio e di potenza. La sua etica individuale e collettiva predicava il sacrificio, l'austerità, il disprezzo dell'edonismo e della ricerca della felicità; la costante dedizione allo Stato, la disciplina, la fedeltà incondizionata e la forza di carattere necessarie per far fronte alla sfida di nuove guerre in nome della grandezza e della potenza. E tutto ciò era proclamato pubblicamente nelle piazze, formalizzato nei trattati dottrinali, predicato nelle scuole, inculcato nelle coscienze, impresso sulle facciate delle case e lungo le strade. Milioni di persone, di colti e di incolti, videro nel fascismo una soluzione entusiasmante ai conflitti della società moderna e credettero che fosse l'aurora di una nuova era di grandezza nazionale, la nascita di una “nuova civiltà” destinata a durare nei secoli. Comprendere le ragioni del fascino che siffatta visione della vita e della politica aveva esercitato, in Italia e in Europa, su milioni di persone, è stato uno dei motivi che mi hanno indotto ad avviare lo studio del movimento che tale adesione aveva suscitato. Ridurre tutto il problema dell'ideologia fascista, e più in generale il tema dei rapporti fra fascismo e cultura, a materia di inganno, opportunismo e manipolazione mi appariva come un modo per eludere il confronto con la realtà storica del fascismo attraverso un postumo rito di esorcizzazione consolatoria. Accettare questo confronto è stata la ragione principale che mi ha indotto a studiare, prima di tutto, l'ideologia del fascismo - senza, ovviamente, pensare di trovare nell'ideologia, e soltanto in essa, la chiave di interpretazione del fascismo. Era mio proposito conquistare al dominio della comprensione razionale una manifestazione della dimensione mitica della moderna politica di massa, attraverso l'analisi di un fenomeno, come il fascismo, che aveva ottenuto l'adesione di prestigiosi intellettuali e di vaste masse non per mezzo di argomenti razionali, ma con l'appello esplicito all'irrazionale, l'esaltazione del pensiero mitico e la sacralizzazione della politica.
Questa indagine ha portato a mettere in luce, innanzi tutto, l'importanza fondamentale che il pensiero mitico e un atteggiamento attivistico verso la vita hanno avuto nell'ideologia fascista, e principalmente nella fissazione dei suoi caratteri originari e originali di ideologia antiideologica, caratteri che ne fanno qualcosa di diverso - ma non di meno ideologico - rispetto alle ideologie ottocentesche, come il liberalismo e il marxismo, fondate su presupposti razionalistici e su sistematiche elaborazioni teoriche. Il mio modo di affrontare il problema storico del fascismo si basa su una idea della moderna politica di massa, che considera i miti, le credenze, le passioni, gli ideali e le forme di comportamento, le aspirazioni e i progetti parte integrante e importante della realtà storica dei movimenti politici, così come lo sono í calcoli razionali, la forza degli interessi, le forme organizzative, le costruzioni istituzionali, i successi effettuali. Ciò significa riconoscere, senza pregiudizi razionalistici, il ruolo e l'importanza che il pensiero mitico ha avuto nel XX secolo, e il contributo che esso ha dato al processo di sacralizzazione della politica nel far assumere alla politica carattere religioso integralista, con una volontà di potenza e di primato, che si sono concretizzati principalmente negli esperimenti totalitari del Novecento. George L. Mosse, lo storico che ha maggiormente contribuito a rinnovare, fin dall'inizio degli anni Sessanta, lo studio del fenomeno fascista come ideologia e cultura, ha chiaramente definito il compito dello storico delle moderne mitologie politiche:

Il compito principale che ogni storico deve affrontare è catturare l'irrazionale attraverso l'esercizio della propria razionalità. Questo compito è più agevole quando l'irrazionale è reso concreto, attraverso atti razionali, compiuti entro i confini della sua stessa struttura ideologica.

Questo orientamento storiografico, pur ispirandosi ai principi del razionalismo critico, evita tuttavia di confondere l'attività di razionalizzazione, che è propria dell'indagine storica, con l'intellettualismo astratto più o meno intriso di moralismo storico-politico, certamente il «più repellente dei moralismi», come lo definì Delio Cantimori e forse ancor più repellente quando si esibisce nelle vesti del moralismo pseudo -scientifico. Il fascismo, come ideologia e fenomeno politico - questo è il succo della mia interpretazione - non fu creazione di Mussolini ma fu l'espressione delle credenze, delle idee, dei miti e dei programmi di un movimento di massa sorto dall'esperienza della Grande Guerra e dalla reazione antisocialista dei ceti medi, che acquistò una sua propria autonomia come nuova forza politica organizzata, e si propose non solo di assicurare la difesa dell'assetto economico e sociale fondato sulla proprietà privata, ma volle realizzare una rivoluzione politica e culturale, attraverso la distruzione del regime liberale e la costruzione di uno Stato nuovo, concepito secondo la forma inedita di organizzazione totalitaria della società civile e del sistema politico. L'ideologia del fascismo fu la più completa razionalizzazione dello Stato totalitario, fondato sull'affermazione del primato della politica e sulla risoluzione del privato nel pubblico. Conseguenza di questa concezione fu la subordinazione della vita individuale e collettiva alla supremazia assoluta dello Stato, attuata per mezzo di una organizzazione totale, e la mobilitazione permanente della popolazione, strumenti principali di una politica di massa basata sull'uso razionale dell'irrazionale, attraverso una mitologia e una liturgia politica, che avevano la funzione di plasmare la coscienza individuale e collettiva secondo un modello di uomo nuovo, privando gli esseri umani della loro individualità al fine di trasformarli in elementi cellulari della collettività nazionale, inquadrata nell'organizzazione capillare dello Stato totalitario. Come fenomeno di massa rivoluzionario e totalitario il fascismo viene considerato, nella mia interpretazione, un fenomeno moderno: viene visto, cioè, come un nuovo movimento politico che appartiene all'ambiente storico e sociale creato dalla modernizzazione; che partecipa alle tensioni e ai conflitti della società moderna accettandola come una realtà irreversibile, anche se modificabile, e pretende di dare a tali tensioni e conflitti una soluzione non per tornare al passato né per arrestare il corso della storia, ma con l'ambizione di affrontare le sfide della modernità proiettandosi verso la costruzione del futuro, verso la creazione di una nuova civiltà prefigurata secondo i miti e i progetti della sua ideologia totalitaria.

CONTINUA

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MessaggioInviato: Dom Dic 30, 2007 11:37 pm    Oggetto:  
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TERZA PARTE

Questa interpretazione del fascismo, elaborata all'inizio degli anni Settanta, nel volume Le origini dell'ideologia fascista, pubblicato dall'editore Laterza nel 1975, si discostava nettamente dalle interpretazioni della storiografia tradizionale allora dominanti, non soltanto perché rimetteva in discussione la tesi della inesistenza di una ideologia fascista, e la visione del fascismo come negatività storica, ma perché dava del fascismo e della sua ideologia, una caratterizzazione in termini sostanzialmente nuovi, anche rispetto agli orientamenti della più recente storiografia, che persistevano nel negare l'essenza totalitaria del fascismo. Insieme a voci di consenso, la mia interpretazione fu accolta da reazioni di ostilità che andavano molto al di là del legittimo dissenso critico. Da parte di alcuni recensori venne addirittura scagliata l'accusa di essere espressione di una storiografia revisionista mirante alla riabilitazione del fascismo. I principali capi d'accusa erano: la definizione dell'ideologia fascista come ideologia “positiva” in quanto espressione di un movimento politico di ceti medi; la confutazione della tesi di una cattura ideologica del fascismo da parte del nazionalismo; la caratterizzazione del fascismo come fenomeno rivoluzionario moderno. L'accusa era di per sé ridicola: soltanto chi condivide una concezione della politica totalitaria come valore positivo e ideale da realizzare, anche se di segno opposto al fascismo, può attribuire intenti apologetici a un'interpretazione che nel totalitarismo identifica l'essenza dell'ideologia fascista. Ma proprio su questa tesi fondamentale della mia interpretazione, gli accusatori, stranamente, tacevano. Da allora molte cose sono cambiate nello studio del fascismo. Nell'ultimo quarto di secolo, molti pregiudizi appaiono rimossi. I risultati delle mie ricerche e le tesi in esse proposte hanno trovato conferma nelle ricerche di altri studiosi. E mi riferisco, ovviamente, non solo agli studiosi che si sono esplicitamente avvalsi dei risultati del mio lavoro per le loro indagini sull'ideologia fascista, ma principalmente a quelli che, percorrendo vie indipendenti, sono arrivati, quanto meno nella valutazione generale, a conclusioni analoghe alle mie.
È, infatti, predominante oggi fra gli studiosi la convinzione che il fascismo non solo ebbe una propria ideologia, ma che questa ebbe parte non secondaria per il suo successo; che lo studio di questa ideologia è necessario per la conoscenza del fascismo perché non è materia marginale e scientificamente trascurabile; e che proprio di ideologia si tratta - cioè di idee, credenze, miti, visioni, aspirazioni, progetti - e non solo di espedienti propagandistici, di tecniche di manipolazione, di organizzazione del consenso, di istituzioni culturali: temi, questi, che certamente sono pertinenti alla storia dell'ideologia, ma soltanto in quanto mezzi e strumenti per la sua diffusione. Lo studio dell'ideologia ha ormai acquistato diritto di piena cittadinanza nella storiografia sul fascismo, e si hanno fondati motivi di ritenere che tale riconoscimento sia irrevocabile. Non può non esser confortante, per chi su questa via si è incamminato da tempo, ascoltare oggi studiosi di diverso orientamento affermare, pur con differente prospettiva, che per comprendere storicamente il fascismo «è importante appurare che il fascismo non è riuscito a realizzare i suoi obiettivi, ma è altrettanto importante identificare le componenti e i progetti»; che occorre «comprenderne la storia in rapporto alle sue aspirazioni e alle sue realizzazioni»; che l'autorappresentazione che il regime ha fornito di sé «è assai importante per capire così gli obiettivi del regime come la tattica adottata per la loro realizzazione»; che la costruzione del regime corrispondeva «ad un disegno unico e unitario tendenzialmente totalitario, vale a dire con la pretesa di un'organizzazione totale della società dall'alto, al fine di pervenire all'identificazione della volontà delle masse con la volontà del potere politico dominante». Il territorio dell'ideologia e della cultura fascista, una volta guardato con sospetto o persino con disdegno, rischia addirittura di diventare uno dei campi più frequentati dai novelli esploratori del fascismo, che si inoltrano nel suo universo mitologico - o nel suo «immaginario», come si preferisce chiamarlo - spesso semplicemente ricalcando vie aperte da altri, oppure limitandosi a compiere una escursione fra le pagine dell'Opera omnia di Mussolini, convinti che l'ideologia fascista sia stata sostanzialmente una sua creazione, e liquidano gli altri ideologi del fascismo, come per esempio Gentile, a figure esornative, soltanto perché non considerano, per una sorta di positivistico semplicismo, la complessità dei rapporti fra cultura e politica che furono propri del fascismo. I temi di uno studio seriamente storico dell'ideologia fascista vanno oltre la biografia intellettuale del duce. Essi comprendono anche la questione della funzione dell'ideologia nell'affermazione del fascismo come movimento di massa, nella sua politica di partito e di regime. Il successo o il fallimento di un movimento fascista, ha osservato Juan Linz, è dipeso molto dall'ideologia, in virtù non solo della sua formulazione come ideologia «negativa», cioè di mera opposizione a ideologie preesistenti, ma proprio per il fascino che le sue formulazioni «positive», cioè la sua visione della vita e della politica, i suoi progetti di organizzazione della società e dello Stato, insieme con lo stile e l'organizzazione tipici del fascismo, esercitarono fra gli intellettuali, i giovani e le masse. L'importanza dell'ideologia fascista - precisa Linz - non viene affatto sminuita dalla incoerenza riscontrabile fra l'ideologia e la concreta politica del fascismo al potere. Inoltre, la questione dell'ideologia è necessariamente connessa con la gestione del potere fascista e con il tema del “consenso”. Componendo una sorta di «mappa di quello che fu il terreno ideologico comune alle grandi componenti della società fascista» nel periodo di stabilizzazione del regime, Zunino ha inteso mettere in particolare rilievo la funzione dell'ideologia:

Le idee-guida del fascismo, unificate e armonizzate in una ideologia meno casuale e inconsistente di quanto a lungo si è creduto, ebbero la triplice funzione di legittimare il blocco sociale dominante, di fornire un senso di identità nazionale e coesione sociale a larghi strati della popolazione e, da ultimo, di fare della comunità nazionale la portatrice di valori e di emozioni positive.

Pur senza enfatizzare gli esiti di queste funzioni, Zunino ritiene, con fondati argomenti, che l'ideologia abbia contribuito non poco a far penetrare il fascismo nella collettività italiana, reputando «impossibile negare che quelle “idee” penetrassero nelle fibre della società e, in qualche modo, riuscissero a toccare le masse popolari». Non vi è trattazione recente del fascismo, come fenomeno italiano o come fenomeno sovranazionale, inglobante cioè una varietà più o meno ampia di “fascismi”, che non dedichi adeguata attenzione all'ideologia, cercando di definirne le matrici, i contenuti e i caratteri generali. Sempre meno credito riscuote, invece, fra gli studiosi l'immagine del fascismo come epifenomeno strumentale, come mero fatto organizzativo, tecnica di sopraffazione e di manipolazione, miscuglio contingente di opportunistiche e demagogiche promesse o di sterili negazioni. Neppure la tesi del fascismo come mero braccio armato dell'ideologia nazionalista, formulata all'inizio degli anni Venti e ribadita da vari storici dopo la seconda guerra mondiale, gode più di incondizionato credito fra gli studiosi:

Siamo d'accordo - ha scritto Asor Rosa - che, ideologicamente, il nazionalismo andrà a sostanziare e irrobustire il fascismo e a toglierlo da un certo suo originario stato confusionale; però, per quanto riguarda il fascismo, parlare di «strumento materiale» puro e semplice ci sembra assai riduttivo, tenendo conto che la sua prima aggregazione fu eminentemente politico-ideologica.

Pur con differenti metodi e valutazioni, l'ideologia fascista viene oggi studiata come una concezione della vita e della politica che, pur traendo i suoi elementi da fonti diverse e preesistenti, li compose in una sintesi nuova e originale, proponendo un progetto di organizzazione della società e dello Stato, che ebbe una funzione importante nell'acquisizione del consenso e nella mobilitazione delle masse. Quanto all'individuazione dei caratteri generali dell'ideologia fascista, la definizione del fascismo come ideologia rivoluzionaria e totalitaria, proposta dalla mia interpretazione, è oggi condivisa dai maggiori studiosi del fascismo, anche se diverse sono le loro argomentazioni e le loro opinioni per quanto riguarda le origini e gli elementi caratterizzanti. Definire il fascismo movimento rivoluzionario non suscita più scandalo, se non fra studiosi che hanno tuttora un culto feticistico delle parole monopolizzate e sacralizzate dalla loro ideologia, o che persistono nel considerare il fascismo solo come reazione al marxismo e al liberalismo.

CONTINUA

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MessaggioInviato: Dom Dic 30, 2007 11:38 pm    Oggetto:  
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QUARTA PARTE

In un saggio del 1976, Zeev Sternhell, uno dei maggiori studiosi della «destra rivoluzionaria» in Francia, dalla fine dell'Ottocento all'epoca del fascismo, ha affermato che l'ideologia fascista fu un sistema di pensiero dotato di autonomia e di coerenza non inferiori a quelle del liberalismo e del marxismo. Prodotto della simbiosi fra nazionalismo organico e socialismo antimarxista, il fascismo, secondo Sternhell, fu un'ideologia rivoluzionaria, perché si opponeva radicalmente all'ordine di cose esistente e alla civiltà liberale, e la sua essenza fu il totalitarismo:

Il totalitarismo è l'essenza propria del fascismo, e il fascismo è, senza dubbio, l'esempio più genuino di ideologia totalitaria. Impegnandosi a creare una nuova civiltà, un nuovo tipo di essere umano e un modo di vivere totalmente nuovo, il fascismo non poteva concepire che vi fosse alcuna sfera dell'attività umana che potesse sottrarsi all'intervento dello Stato.

Anche se da parte di storici e scienziati politici si avanzano dubbi sulla natura totalitaria del regime fascista, nessuno degli studiosi più seri del fascismo nega il carattere totalitario della sua concezione della politica e dello Stato:

Il fascismo - ha scritto Philippe Burrin - ha l'ambizione di formare una comunità nazionale unificata, permanentemente mobilitata secondo valori di fede, di forza e di lotta: una comunità non egualitaria, compressa entro una unità totalitaria che esclude qualsiasi altra fedeltà al di fuori della sottomissione esclusiva a un capo, che personifica il destino collettivo e che decide in modo assoluto; una comunità militarizzata e coesa, protesa verso un'opera di dominio che è, nello stesso tempo, il suo principio e il suo scopo.

Diversità di vedute fra gli storici dell'ideologia fascista si ha invece per quanto riguarda íl problema delle sue origini. Tale diversità dipende in gran parte dal differente metodo adottato nell'affrontare il tema dell'ideologia nel fascismo, inteso sia come movimento italiano sia come fenomeno sovranazionale. Alcuni studiosi, per esempio, come lo stesso Sternhell, hanno attribuito all'ideologia fascista una vera e propria dimensione teorica, una compiuta sistematicità e coerenza dottrinaria, fino a privilegiare l'ideologia come dimensione principale dove cercare gli elementi fondamentali per definire il tipo ideale, l'essenza del fascismo «nel senso platonico del termine». Percorrendo questa via, si è giunti a rimettere in discussione anche il luogo e la data di nascita dell'ideologia fascista. Partendo dall'affermazione che l'essenza ideal-tipica del fascismo è la sintesi fra nazionalismo organico e socialismo antimaterialista, Sternhell ha sostenuto che l'ideologia fascista è nata in Francia molto tempo prima del fascismo italiano, ed era un compiuto sistema teorico già prima della Grande Guerra, che offrì solo l'occasione per la trasformazione dell'ideologia in movimento politico. Altri studiosi hanno fatto risalire le origini dell'ideologia fascista a De Maistre . Questo modo di affrontare il problema delle origini ideologiche del fascismo, prescindendo cioè dalla storia del movimento e postulando teoricamente un' "idea platonica" di fascismo, che può essere colta solo in una fase ideologica originaria, ritenuta, per così dire, più pura e autentica, e disgiunta dalla fase della politica come azione e realizzazione, lascia molto perplessi, soprattutto perché si avvale pregiudizialmente di un uso molto elastico del termine “fascismo”, dilatato nella sua genericità fino a risultare privo di storicità. Certo, nulla impedisce di definire “fascismo” qualsiasi ideologia, apparsa prima o dopo la nascita del movimento fascista in Italia, che risulti essere un tentativo di sintesi fra nazionalismo e socialismo: ma in questo caso forse sarebbe storicamente e filologicamente più corretto avvalersi del termine “nazionalsocialismo”, dato che questo termine, storicamente, sembra avere diritto di primogenitura rispetto al termine “fascismo”, poiché effettivamente è comparso in Francia, in Germania e anche in Italia, nella formula di “socialismo nazionale”, anni prima della nascita del fascismo. La ricerca di una sintesi fra nazionalismo e socialismo fu un orientamento del pensiero politico europeo - e non solo francese - molto prima della Grande Guerra e della nascita del fascismo; ed essa fu certamente una delle vie attraverso le quali intellettuali e politici dell'estrema sinistra rivoluzionaria, negli anni fra le due guerre, giunsero al fascismo. Bisogna però precisare che la ricerca di una sintesi fra socialismo e nazionalismo, come «ideologia della terza via» fra capitalismo liberale e collettivismo comunista, non partorì sempre e ovunque un'ideologia totalitaria di tipo fascista. Se il totalitarismo fu l'essenza del fascismo, non si può in alcun modo definire fascista e neppure «protofascista», la sintesi sindacal-nazionalista tentata da alcuni intellettuali in Francia ai primi del Novecento, e neppure si può definire fascista il sindacalismo nazionale italiano . Infatti, se ci si vuol mantenere sul piano delle idee, si deve allora precisare che il sindacalismo nazionale rivoluzionario credeva nel mito dell'emancipazione dei lavoratori a opera dei lavoratori stessi, organizzati in liberi sindacati di produttori, e non vagheggiava un regime di lavoratori inquadrati e subordinati a una organizzazione di partito unico in nome del primato della politica. Lo Stato nuovo del sindacalismo nazionale rivoluzionario non era e non prefigurava in nessun modo uno Stato totalitario, ma era concepito come una società di liberi produttori, cittadini di uno Stato nazionale repubblicano organizzato sulla base di un federalismo di autonomie locali. La nuova Italia vagheggiata dal sindacalismo nazionale rivoluzionario era una nazione «economicamente liberistica, socialmente industriale operaia, politicamente repubblicana federalistica, e tendenzialmente libertaria sindacalista»; il suo nazionalismo «non può non essere se non sindacalistico comunalistico e federativo». Il contributo di intellettuali del sindacalismo rivoluzionario alla elaborazione dell'ideologia fascista come ideologia della “terza via” non può essere certo sottovalutato: ma occorre precisare che tale contributo avvenne non attraverso una revisione, più o meno eretica, del marxismo originario, sia pure in chiave idealistica, ma attraverso il ripudio dei principi fondamentali del socialismo marxista - dalla concezione della lotta di classe all'avvento della società senza classi, dall'internazionalismo all'estinzione dello Stato - e attraverso l'abiura della fede antistatalista e antipartitica, federalista e libertaria, che era stata fondamentale nella sintesi fra nazionalismo e socialismo operata dal sindacalismo rivoluzionario interventista. I sindacalisti rivoluzionari che si convertirono al fascismo portarono un bagaglio ideologico certamente influente, ma da esso era stato scaricato tutto il nucleo essenziale del sindacalismo rivoluzionario: il mito dello sciopero generale, il primato della società dei produttori nei confronti dello Stato, l'ideale della rivoluzione come lotta di emancipazione del proletariato e di liberazione dell'uomo. Sostenere, come fa Sternhell, che al momento dell'armistizio nel 1918 «il fascismo mussoliniano ha già definito quasi tutti i suoi contorni. In ogni caso, ha già fatto proprie le idee del sindacalismo rivoluzionario», equivale ad affermare che l'ideologia fascista non subì sostanziali mutamenti dopo la fase originaria del «fascismo sansepolcrista», quando essa fu effettivamente più affine al sindacalismo nazionale: ma ciò equivale a dire che l'essenza dell'ideologia fascista fu libertaria, individualista, antistatalista come lo era appunto l'ideologia del sindacalismo rivoluzionario! Coerenti con questa interpretazione, dovremmo allora affermare anche che la militarizzazione e la sacralizzazione della politica, lo Stato totalitario e la subordinazione integrale dell'individuo e delle masse alla comunità nazionale organizzata nello Stata totalitario - insomma i pilastri fondamentali del fascismo-partito e del fascismo-regime - furono elementi non essenziali dell'ideologia fascista, furono, cioè, elementi contingenti derivati non dalla sua essenza teorica ma dalla corruzione dell' “idea platonica” del fascismo-ideologia al contatto con la realtà della politica concreta del fascismo-partito e del fascismo-regime. Adottando, nella ricostruzione delle origini ideologiche del fascismo, un concetto di “fascismo idealtipico” svincolato dal “fascismo storico”, e ricostruendo la sua genealogia con metodo esclusívamente teorico-intellettualistico, altri paesi e altre epoche potrebbero essere indicati per situare la nascita della sua ideologia. Con lo stesso metodo, per esempio, si potrebbe legittimamente affermare che l'essenza del fascismo fu il razzismo e l'antisemitismo: in tal caso la paternità del fascismo verrebbe contesa fra la Francia e la Germania, mentre si dovrebbe arrivare a concludere che fino al 1938 il fascismo italiano non fu “fascista” o fu un “fascismo incompiuto” perché, fino a quell'epoca, razzismo e antisemitismo non furono cardini fondamentali dell'ideologia fascista. Con questo metodo sarebbe ugualmente legittimo vedere nel fascismo non un pronipote di De Maistre ma un pronipote di Marx o un fratello del leninismo, e quindi definire l'ideologia fascista una «variante del comunismo», oppure, capovolgendo il rapporto di discendenza, si può arrivare a considerare il castrismo e il maoismo varianti del fascismo.

CONTINUA

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MessaggioInviato: Dom Dic 30, 2007 11:42 pm    Oggetto:  
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QUINTA PARTE

Tutto è possibile quando si elabora il concetto del fascismo svincolandolo dalla storia, attraverso la combinazione di alcuni elementi ritenuti, in astratto, essenziali per definire la sua natura, prendendo esclusivamente in considerazione presunte affinità ideologiche e genealogiche, indipendentemente dalla loro effettiva corrispondenza con ciò che realmente è stata l'ideologia del fascismo in quanto espressione di un movimento sociale e politico sorto in Italia dopo la prima guerra mondiale. Nessuno può prevedere a quali altri esiti potrebbe condurre questo modo di studiare le origini dell'ideologia fascista su un piano esclusivamente teorico-intellettualistico, accentuando ora l'uno ora l'altro degli elementi - o dosando in proporzione differente gli elementi - che si reputano essenziali per definire l'essenza di un “fascismo idealtipico”. Le costruzioni idealtipiche possono essere strumenti utili per orientare la ricerca e ordinare concettualmente i suoi risultati, ma soltanto se non si perde di vista il carattere strumentale e artificiale di tali costruzioni, se non si scambia il concetto con la realtà, se non si dà all’ “idealtipo”, come quadro concettuale, l'esistenza e la corposità di un fenomeno storico. E opportuno ricordare in proposito l'ammonimento di Max Weber, il quale avvertiva che nulla è

in ogni caso più pericoloso di una mescolanza di teoria e storia, derivante da pregiudizi naturalistici, sia che si creda di aver fissato in quei quadri concettuali di carattere teoretico il contenuto “proprio”, l' “essenza” della realtà storica, sia che li si impieghi invece come un letto di Procuste nel quale debba essere costretta la storia, sia che si ipostatizzino infine le “idee” come una realtà “vera e propria” che sussista dietro al fluire dei fenomeni, cioè come “forze” reali che si manifestano nella storia.

Esprimere dubbi sulla validità delle teorie generali del “fascismo idealtipico” non significa ridurre il problema del fascismo alla sola realtà italiana, né significa circoscrivere lo studio delle matrici dell'ideologia fascista solo al periodo di nascita del movimento fascista. Va tuttavia ricordato che proprio lo studio analitico delle matrici culturali dei diversi “fascismi”, compiuto da Mosse per la Germania, da Sternhell per la Francia e da chi scrive per l'Italia, mostra, secondo noi, quanto sia arduo ricollegare la specificità di queste differenti tradizioni nazionali a un fenomeno unico e unitario. Una storia del fascismo-ideologia che prescinda dalla storia del fascismo-partito e del fascismo-regime sarebbe una storia monca, perché taglierebbe fuori dalla definizione stessa dell'ideologia fascista tutto ciò che fu elaborazione ideologica dell'esperienza vissuta del fascismo nel suo sviluppo, prima e dopo la conquista del potere. Per comprendere il fascismo nella sua complessità, è necessario collegare l'ideologia alla storia del movimento di cui essa è espressione, riconnettere gli aspetti ideologici del movimento alle forze sociali che lo compongono, all'azione politica concreta che esso svolge, alle organizzazioni e alle istituzioni cui esso dà vita, e che sono anch’esse, in un certo senso, espressione della sua ideologia, della sua visione dell'uomo e della politica. Ed è compito dello storico discernere quanto vi è di permanente e di contingente nell'ideologia di un movimento: quanto, cioè, corrisponde a convincimenti costanti, a valori culturali fondamentali dell'identità collettiva, e quanto è invece “derivazione”, per dirla con Pareto, di atteggiamenti contingenti o di gruppi marginali; così come è compito dello storico, nel considerare la varietà e la complessità delle correnti che concorsero a generare e a formare l'ideologia fascista distinguere le correnti da cui provengono le sue matrici culturali e gli elementi che concorrono a formare la sua ideologia attraverso una sintesi in cui questi elementi perdono le loro caratteristiche originarie, per fondersi in una nuova ideologia, l'ideologia dello Stato totalitario. Per comprendere il carattere e il contenuto dell'ideologia fascista occorre prendere in considerazione il fascismo nella totalità delle sue manifestazioni: non solo quelle formalmente ideologiche, ma anche quelle organizzative, comportamentali e istituzionali. L'esperienza dello squadrismo, la concezione e l'organizzazione del partito milizia, i simboli e i riti della sacralizzazione della politica, il mito e le istituzioni dello Stato totalitario sono elementi costitutivi essenziali dell'ideologia fascista, in misura maggiore e più decisiva di quanto non lo sia l'eredità, più o meno spuria, della revisione antimaterialista del marxismo e del nazionalismo sindacalista rivoluzionario. Solo muovendo dalla correlazione di questi diversi aspetti del fascismo, secondo me, si può procedere alla definizione dell'ideologia fascista, distinguendo momenti e fasi di formazione e di sviluppo del movimento, ai quali corrispondono idee e atteggiamenti mentali che costituiscono, nei motivi costanti e in quelli contingenti, l'ideologia del fascismo. Questa, ribadisco, non fu espressione solo di un gruppo di intellettuali, né del solo Mussolini, ma di un composito movimento sociale e di un partito di massa di tipo nuovo, embrione dello Stato totalitario. Sul problema delle matrici culturali e ideologiche del fascismo, un'altra precisazione è però necessaria. La nascita del fascismo - e dell'ideologia fascista - in Italia per effetto della prima guerra mondiale è un fatto indiscutibile e certo, come certo e indiscutibile è il fatto che il giacobinismo è nato in Francia per effetto della rivoluzione francese. La madre del fascismo, come ideologia e come movimento, fu la prima guerra mondiale. L'identità fondamentale del fascismo ebbe origine dall'esperienza e dal mito della Grande Guerra e, successivamente, dall'esperienza e dal mito dello squadrismo. Il fascismo tuttavia non sorse dal nulla e non si sviluppò solo per virtù propria, traendo unicamente da se stesso la propria ideologia. Elementi importanti dell'ideologia, della cultura e dello stile politico fascista sono rintracciabili in tradizioni politiche preesistenti, sia di destra che di sinistra: nell'eredità del nazionalismo giacobino, nei miti e nelle liturgie laiche dei movimenti di massa dell'Ottocento, nel neoromanticismo, nell'irrazionalismo, nello spiritualismo e nel volontarismo delle varie “filosofie della vita” e “filosofie dell'azione”, nell'attivismo e nell'antiparlamentarismo dei movimenti radicali antiliberali di una nuova destra e di una nuova sinistra rivoluzionarie, che operavano in Italia e in Europa prima della Grande Guerra. Nell'ideologia fascista confluirono idee e miti di movimenti culturali e politici precedenti, come l'avanguardia fiorentina della «Voce», il futurismo, il movimento nazionalista, il sindacalismo rivoluzionario. Il fascismo, inoltre, ereditò quel complesso di idee, di miti e di stati d'animo, che abbiamo definito radicalismo nazionale, comune alla cultura dei movimenti intellettuali e politici di avanguardia, sorti in Italia durante il periodo giolittiano. Retaggio più o meno spurio del mito mazziniano del Risorgimento come rivoluzione spirituale incompiuta, il radicalismo nazionale affermava il primato della nazione come perenne realtà ideale e valore supremo della vita collettiva, disprezzava il razionalismo positivista e il materialismo, esaltava le forze spirituali come le uniche capaci di formare la coscienza moderna dell'Italia per condurla verso grandi imprese. A questo scopo il radicalismo nazionale voleva costruire uno Stato nuovo, concepito come una comunità nazionale unita da una fede comune e guidata da una nuova aristocrazia di giovani, capaci di compiere la rivoluzione spirituale iniziata col Risorgimento, attraverso la rigenerazione degli italiani, per portare l'Italia all'avanguardia della civiltà moderna. Le connessioni fra l'ideologia fascista e i movimenti intellettuali e politici del periodo precedente la Grande Guerra non giustificano tuttavia la definizione di questi movimenti - la loro ideologia e la loro cultura - come manifestazioni di “protofascismo” o addirittura di “fascismo prima del fascismo”, perché idee e miti di questi stessi movimenti confluirono anche in movimenti culturali e politici che non furono fascisti o furono decisamente antifascisti. Ciò significa che non si può, secondo me, interpretare storicamente la connessione ideologica fra questi movimenti e il fascismo come un processo necessario di combinazione, considerando il fascismo l'esito inevitabile della cultura e dell'ideologia di questi movimenti. Riflettendo sulle matrici culturali dell'ideologia fascista e, più ampiamente, sui rapporti fra cultura e ideologia, Niccolò Zapponi ha opportunamente avanzato un'ipotesi interpretativa, secondo la quale «la mancanza di corrispondenza fra indirizzi culturali e orientamenti ideologici» non costituisce «un dato di fatto eccezionale, ma la regola», traendone persuasive indicazioni per l'analisi dell'ideologia fascista:

Applicata al problema delle origini culturali dell'ideologia fascista, tale ipotesi interpretativa porta a negare che sia individuabile una qualche tendenza culturale destinata a sfociare di necessità nel fascismo (o in qualche altra ideologia politica): essa implica al contrario che la ricerca storica debba accertarsi se - e in quale misura - il fascismo sia stato preceduto da manifestazioni culturali orientate di fatto, sul piano ideologico, nella sua direzione.

Il concetto di “protofascismo” si avvale in effetti di una lettura a ritroso della storia, lettura condizionata da un pregiudizio teleologico (o dal più trito “senno del poi”) che prefigura, attraverso una proiezione retrospettiva - una sorta di previsione del passato - l'esito politico inevitabile di determinate correnti culturali.

CONTINUA

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MessaggioInviato: Dom Dic 30, 2007 11:44 pm    Oggetto:  
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SESTA PARTE

Ma una cosa è studiare il contesto culturale e ideologico dell'Italia prima della Grande Guerra e della nascita del fascismo, per individuare i fattori che prepararono un ambiente favorevole alla nascita dell'ideologia fascista; altra cosa è definire “fascista” quello stesso contesto, e considerare il fascismo stesso una conseguenza inevitabile di esso. Queste precisazioni sulle matrici culturali e le origini ideologiche del fascismo sono la premessa indispensabile per introdurre l'ultima parte di queste considerazioni sulla definizione del fascismo, che riguarda il problema delle relazioni tra il fascismo e i movimenti dell'avanguardia modernista, e il più generale e più controverso problema della relazione tra fascismo e modernità. Nello studio delle origini culturali del fascismo la nuova storiografia ha volto la sua attenzione principalmente ai collegamenti tra il fascismo e i movimenti dell'avanguardia culturale del primo Novecento, un tema già studiato in passato ma che, negli studi più recenti, è stato affrontato dando maggior risalto all'analisi dell'atteggiamento del fascismo verso la modernità. Anche su questo problema l'orientamento degli studiosi risulta notevolmente cambiato negli ultimi anni. Come ho detto all'inizio, il vero progresso della nuova storiografia è rappresentato dalla diversa sensibilità culturale con la quale si studia il fascismo in tutte le sue manifestazioni, con nuove prospettive, e soprattutto con una nuova consapevolezza della realtà tragicamente contraddittoria della modernità nella storia contemporanea, osservata con razionalità critica, e senza la pretesa e l'illusione di identificare la modernità e il significato della storia contemporanea con le proprie preferenze ideologiche. Conseguenza importante di questa diversa sensibilità culturale è il nuovo modo col quale viene oggi affrontato il problema della “modernità” del fascismo, senza voler in alcun modo conferire al fascismo una patente di nobiltà. Se venti anni fa definire il fascismo un fenomeno moderno fu considerato, almeno nell'ambito della storiografia italiana, un'affermazione blasfema, oggi parlare di “fascismo modernista”, di “modernismo fascista”, di “modernità fascista” non suscita più scandalo. «Tutte le principali caratteristiche di una ideologia politica moderna - secondo Howard Williams - sono presenti nel fascismo». Il fascismo, ha ribadito Jeffrey Schnapp, fu,

nel bene e nel male, una delle forme dominanti che la modernizzazione ha assunto in Italia e altrove. La prova di questo risultato è incontrovertibile. Al di là delle vicissitudini storiche delle mutevoli politiche culturali del regime, il fascismo italiano dalle sue origini nelle sommosse urbane del 1914 e del 1915 fino alla Repubblica di Salò, fu saldamente sul versante della modernità.

In uno dei più recenti tentativi di costruzione di un tipo ideale del “fascismo generico” come mito palingenetico, ultranazionalista e populista, l'ideologia fascista è definita anticonservatrice, rivoluzionaria, moderna: il fascismo, afferma Roger Griffin, rappresentò un «modernismo alternativo» piuttosto che un rifiuto della modernità. Il modo di affrontare la questione del fascismo come modernismo si presta però ad alcune osservazioni correttive di un orientamento che, a mio avviso, può avere esiti poco utili o fuorvianti ai fini dell'analisi dell'ideologia fascista. Di “modernismo fascista”, in effetti, si sono occupati finora principalmente critici letterari e storici dell'arte, utilizzando l'interpretazione del fascismo come «estetizzazione della politica» proposta da Walter Benjamin: ma non sempre il metodo di analisi e le valutazioni interpretative di questi studi appaiono convincenti. Il concetto della «estetizzazione della politica», per quanto suggestivo, può essere fuorviante se si perde di vista l'altro aspetto più importante che fu tipico del fascismo, cioè la politicizzazione dell'estetica, che non solo ispirò l'atteggiamento del fascismo verso la cultura, ma fu all'origine stessa dell'incontro fra avanguardia modernista e fascismo, e fu il motivo della partecipazione di molti intellettuali modernisti al fascismo. Questa considerazione può apparire ovvia, ma è pur necessaria per richiamare l'attenzione su questo aspetto del fascismo, per evitare che l'insistenza sull' “estetizzazione della politica” possa condurre a una sorta di “estetizzazione” del fascismo stesso, relegando in secondo piano la sua politicità. In questo caso, in effetti, si verificherebbe una banalizzazione della natura fondamentalmente politica del fascismo, della sua cultura, della sua ideologia e del suo universo simbolico. La dimensione essenzialmente politica totalitaria della cultura fascista non dovrebbe esser persa mai di vista neanche quando si studiano le manifestazioni estetiche del fascismo, fra le quali sono da considerare non solo le arti figurative, ma anche lo stile politico, la liturgia di massa, la produzione simbolica, che furono elementi certamente essenziali e caratterizzanti del modo fascista di fare politica, oltre che espressione della sua ideologia. Ciò non significa affatto sottovalutare l'aspetto della «estetizzazione della politica»: chi scrive è stato fra i primi a sostenere, molti anni fa, che la «politica come spettacolo», messa in scena dal fascismo, fu la manifestazione di una nuova «concezione estetica della vita politica». Ritengo tuttavia che si debba ribadire altrettanto chiaramente che la dimensione estetica del fascismo non può essere analizzata separatamente dalla concezione totalitaria della politica, perché essa fu conseguenza di questa concezione. La produzione simbolica fascista non fu effetto di una carenza di coerenza ideologica, ma fu al contrario espressione coerente e consequenziale dell'ideologia totalitaria, di una visione della vita e della politica tipica di un movimento che era anche una nuova religione laica. L'adesione degli intellettuali e degli artisti dell'avanguardia modernista al fascismo avvenne sulla base di valori ideologici e politici comuni. Lo studio delle connessioni ideologico-politiche tra fascismo e modernismo è importante per comprendere i motivi della partecipazione della cultura italiana alla formazione dell'ideologia fascista. Secondo il paradigma della “negatività storica”, la militanza fascista di intellettuali dei movimenti d'avanguardia, come i “vociani” e i futuristi, e di grandi protagonisti del rinnovamento filosofico, come Giovanni Gentile, era spiegata con l'opportunismo o con l'ingenua ed errata valutazione di ciò che il fascismo effettivamente era. Nel caso di valutazioni più indulgenti, la loro adesione al fascismo veniva spiegata con una presunta bontà di intenti, tradita o pervertita dalla pratica corruttrice del fascismo, oppure veniva giustificata, in postume argomentazioni casuistiche, con la necessità di simulare un consenso esteriore per tutelare un'interiore avversione al fine di poter agire, all'interno del fascismo, contro il fascismo. Fra le motivazioni della partecipazione degli intellettuali al fascismo e all'elaborazione della sua ideologia, non si può certo escludere l'interesse personale né l'errore di valutazione. Ma le ricerche recenti confermano che la loro partecipazione avvenne nella piena consapevolezza di ciò che il fascismo era, del modo in cui era sorto, si era sviluppato e si era affermato; e che la loro militanza fascista non fu frutto di un errore di valutazione o di un'ingenua bontà di intenzioni, ma fu la conseguenza del loro modo di intendere la vita, il mondo moderno, la politica e il compito che di fronte alla politica spettava agli intellettuali che credevano nel mito nazionale, in quel particolare momento della storia italiana. Il fascismo, ha scritto Zapponi, offrì «a numerosi intellettuali una realtà visibile, sulla quale riporre le loro speranze in una rigenerazione culturale per il tramite della politica, ma non suscitò da nulla la convinzione che un simile risultato potesse essere raggiunto» perché questo «convincimento collettivo traeva origine dalla certezza, già presente nella cultura e diffusa al punto di forzare la logica delle contrapposizioni politiche, secondo cui, al termine di un'evoluzione plurisecolare, la filosofia, le arti, le scienze erano in procinto di fondersi con la politica, la “teoria” stava per saldarsi alla “prassi”, con vantaggi incommensurabili da entrambe le parti». In effetti, pur dissentendo da talune scelte e orientamenti del partito e del regime fascista, gli intellettuali che aderirono al fascismo non ritennero che la politica totalitaria, evidente già negli orientamenti del partito milizia prima della conquista del potere, fosse in contrasto con la loro concezione della cultura, con la loro idea di modernità e con la loro visione del destino della nazione. Da ciò non si vuol inferire che il loro pensiero estetico o filosofico, elaborato prima della nascita del fascismo, sia già definibile come “fascista” o “protofascista”. Nel caso di Giovanni Gentile, per esempio, si può certamente contestare la tesi che definisce l'attualismo una filosofia “fascista” o destinata a divenire “fascista”: ma ci sembra difficile negare che l'adesione di Gentile al fascismo e la sua partecipazione alla definizione dell'ideologia totalitaria avvenne in piena coerenza con il suo modo di concepire attualisticamente la vita, la politica e il destino dell'Italia nel mondo moderno. Lo stesso vale per il futurismo. Non può certo esser sostenuta l'identificazione del futurismo col fascismo, perché tale identificazione contrasta con la varietà contraddittoria dell'ideologia politica dei futuristi, che non prefigurava lo Stato totalitario, e contrasta con le posizioni di futuristi che non furono fascisti o furono antifascisti. Ma neppure si può sostenere la tesi di una sostanziale estraneità della cultura futurista rispetto ai valori e ai miti della cultura politica fascista.

CONTINUA

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SETTIMA PARTE

Se è esagerata l'identificazione senza riserve del futurismo con il fascismo, altrettanto infondata è la tesi che riduce la partecipazione futurista al fascismo a un aspetto secondario o a vicende personali, ricercandone i motivi nell'opportunismo e nell'ingenuità. I futuristi che aderirono al regime furono fascisti irrequieti e criticanti, che protestarono vivacemente contro alcune decisioni politiche e culturali del regime, ma nessuno di essi mise mai in discussione i motivi fondamentali dell'ideologia totalitaria: il primato del pensiero mitico,l'attivismo vitalistico, l'esaltazione mistica della comunità nazionale, la supremazia dello Stato, la pedagogia eroica e guerriera, l'ambizione imperiale. I futuristi non furono ingannati dal fascismo, ma furono affascinati dall'appello alla mobilitazione della cultura per la rigenerazione degli italiani nel culto della religione della nazione e per la costruzione di una nuova civiltà che avrebbe impresso sul futuro lo stile di una modernità italiana. Il tema dei rapporti fra fascismo e modernità richiede un'attenzione particolare, trattandosi di un tema sul quale la riflessione e la ricerca hanno condotto chi scrive a una più complessa interpretazione della natura del fascismo, specialmente per quanto riguarda le connessioni fra il fascismo e le avanguardie culturali. Il fascismo, ha affermato giustamente Walter Adamson, rappresentò la politicizzazione del modernismo italiano. In realtà la politicizzazione del modernismo italiano era iniziata molto prima del fascismo, e certamente contribuì a preparare il terreno per la sua nascita. Molto prima della nascita del fascismo, il futurismo aveva sostenuto la necessità di abbattere la barriera fra cultura e politica, attraverso la simbiosi fra cultura e vita, per risvegliare le energie intellettuali e morali degli italiani, dando ad essi un nuovo e più intenso e dinamico sentimento di italianità, con l'ambizione della conquista di nuovi primati in nome della grandezza della nazione, rinnovando e potenziando il paese con un'accelerata opera di modernizzazione. Molto tempo prima della nascita del fascismo l'avanguardia modernista, costituita principalmente dal gruppo della «Voce» e dal movimento futurista, aveva sostenuto che la cultura doveva esercitare la sua influenza sul rinnovamento della politica, per compiere la rigenerazione della nazione in modo da renderla capace di affrontare quella che ho definito la conquista della modernità. Ai movimenti dell'avanguardia culturale sorti in Italia all'inizio del Novecento era comune, in modo più o meno accentuato, un'intonazione politica nazionalista, che si manifestava con il mito dell'italianismo - cioè la convinzione che l'Italia era destinata ad avere un ruolo da grande protagonista e una missione di civiltà nella vita moderna del XX secolo. A tale scopo, i militanti della nuova cultura nazionale ritenevano necessario un radicale processo di rigenerazione nazionale da cui doveva nascere un “italiano nuovo”. Prima della Grande Guerra, questi movimenti avevano dato vita a una rivolta generazionale, condotta in nome del ruolo creativo della giovinezza, che si manifestò politicamente nella contestazione radicale del regime parlamentare, una contestazione soprattutto culturale, in cui si confrontarono visioni e ideali differenti di modernità, allineati su uno stesso fronte contro la modernità borghese, liberale, razionalista. Il mito della “conquista della modernità” fu un elemento essenziale nel collegamento culturale e ideologico fra i movimenti di avanguardia e il fascismo. Questo mito, presente nella cultura nazionale italiana fin dal Risorgimento, divenne predominante nella nuova cultura che, all'inizio del Novecento, tornò a interrogarsi sul destino della nazione in un'epoca di sconvolgenti cambiamenti prodotti dalla modernizzazione. Il sentimento che predomina nella cultura modernista italiana, all'inizio del Novecento, è l'accettazione delle forme di vita della civiltà moderna, rappresentate dalle scoperte scientifiche, dallo sviluppo tecnologico, dall'accelerazione del ritmo del tempo, dal nuovo senso dinamico dell'esistenza. Si è attribuito questo sentimento di partecipazione entusiastica alla modernità soltanto al futurismo, ma esso, in realtà, è comune anche fra gli intellettuali e gli artisti d'avanguardia che si dichiaravano antifuturisti, come molti vociani. «Essere moderni! Comprendere in sé le forme vitali proprie del nostro tempo», proclamava su «La Voce» Scipio Slataper. Nella nuova cultura modernista e nazionalista, all'inizio del secolo, vi è un coro di esaltazione per la modernità, con un grido unanime di incitamento affinché l'Italia fosse pronta a gettarsi nel «turbine vibrante» del «grandioso congegno della vita moderna». Anche i nazionalisti di formazione classicista, come Enrico Corradini, erano invasati dall'entusiasmo per il dinamismo della vita moderna e inneggiavano allo «spirito della nuova vita [...] grande e possente come non fu mai [...] iniziatrice di un avvenire più grande e possente ancora [...] il ritmo della vita è straordinariamente violento e fulmineo [...] Lo spirito che come tempesta mondiale muove le moltitudini inconsapevoli, e lo spirito della nuova vita» che «sembra tutto travolgere, perché non sono ancora sorti i nuovi uomini consapevoli che abbiano l'animo pari alla nuova vita del mondo e siano forti sopra le nuove forze. Qui è l'immensa tragedia del presente, e l'epopea dell'avvenire sarà nella vittoria dell'uomo sopra gl'istrumenti e le forze della vita, formidabili come non furono mai». L'entusiasmo per la modernità contagiava anche un giovane socialista rivoluzionario, Benito Mussolini: «noi ci sentiamo portati alla vita multipla, armonica, vertiginosa, mondiale». Per lui, come per i fu¬turisti, l'essenza della modernità era simbolizzata dal nuovo ritmo del tempo e del cambiamento: «La parola che riassume e dà carattere inconfondibile al nostro secolo mondiale - affermava Mussolini nel 1909 - è “movimento” [...] Movimento dovunque, e accelerazione del ritmo della nostra vita». All'inizio del secolo, il mito della “conquista della modernità”, specialmente attraverso la cultura delle avanguardie, diede vita a un nuovo tipo di nazionalismo, che ho denominato nazionalismo modernista per il ruolo fondamentale che nella sua caratterizzazione ebbe la percezione della modernità, cioè la visione della nuova so¬cietà prodotta dalla modernizzazione, accompagnata dall'aspirazione a realizzare una nuova sintesi fra nazionalismo e modernità per formare la coscienza della nuova Italia. Il concetto di nazionalismo modernista non si riferisce a uno specifico movimento culturale o politico, ma definisce una sensibilità e un atteggiamento mentale, centrato sul mito della nazione e sull'accettazione della modernizzazione, che possiamo rintracciare, in forma diversa, e con diversi gradi di intensità e differenti scelte politiche concrete, in tutti í movimenti intellettuali d'avanguardia, come pure, in forme più o meno esplicite, nel radicalismo politico di destra e di sinistra del periodo giolittiano. Questo nuovo nazionalismo si caratterizza essenzialmente per il suo atteggiamento verso la vita moderna, come essa appariva all'inizio del secolo. La modernità era percepita come una nuova dimensione della storia umana entro la quale la nazione poteva accrescere ed espandere la sua potenza. Perciò il nazionalismo modernista non era conservatore, non aveva la nostalgia del mondo preindustriale, non sognava di riportare indietro l'orologio della storia. La sua principale caratteristica era l'accettazione della vita moderna in quanto epoca di trasformazioni irreversibili, che investono la società, la coscienza, la sensibilità, e preparano le condizioni per il sorgere di nuove forme di vita collettiva, di una nuova civiltà. Esso era animato dall'entusiasmo per la modernità, intesa come espansione di energie umane e intensificazione della vita senza precedenti nella storia, e da un senso tragico e attivistico dell'esistenza, che ripudiava ogni atteggiamento nichilistico e compiacimento decadentistico, opponendo ad essi il sentimento esaltante di una nuova pienezza di vita, e di affermazione di vitalità per gli individui e le nazioni, attratti nel vortice della vita moderna. Modernità, per questo nazionalismo, significava accelerazione del ritmo del tempo, invenzione e moltiplicazione dei mezzi tecnici di controllo e di sfruttamento della natura sotto il dominio dell'uomo, attuazione della volontà di potenza individuale e collettiva attraverso la lotta. Nel campo politico, modernità significava crisi delle aristocrazie tradizionali, epoca delle masse, ascesa di nuove élites e di nuove personalità di dominatori, prevalenza delle collettività organizzate sull'individuo isolato, espansionismo economico e politico. Il nazionalismo modernista non si opponeva alla modernizzazione e all'industrializzazione ma voleva promuovere questi processi, subordinandoli però al fine di potenziare la nazione per farla partecipare da protagonista alla politica mondiale. E modernizzare la nazione voleva dire non soltanto dare ad essa nuovi strumenti di sviluppo economico e sociale, ma anche rigenerare gli italiani dai costumi assimilati durante secoli di asservimento, dare loro una nuova cultura e una coscienza moderna. Il principale carattere modernistico di questo nazionalismo è il proposito di conciliare lo spiritualismo - inteso genericamente come primato della cultura, delle idee, dei sentimenti - con la società industriale di massa, per contrastare ed evitare gli effetti negativi, che la modernizzazione comportava, cioè il materialismo, lo scetticismo, l'egoismo edonistico, il conformismo ecc. : tutto ciò, insomma, che il nazionalismo modernista identificava con la tradizione razionalistica e individualistica dell'Illuminismo e della modernità borghese e liberale. Il nazionalismo modernista sosteneva la necessità di accompagnare la rivoluzione industriale e la modernizzazione con una “rivoluzione dello spirito” per formare la sensibilità, il carattere e la coscienza di un «italiano nuovo», un uomo nuovo in grado di comprendere e di affrontare i problemi e le sfide della vita moderna, mantenendo salda, di fronte allo sviluppo delle forze materiali e tecnologiche, la superiorità delle forze spirituali, che assicuravano unità e identità collettiva alla nazione.

CONTINUA

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MessaggioInviato: Lun Dic 31, 2007 12:03 am    Oggetto:  
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OTTAVA PARTE

Promotori e guide di questa rivoluzione spirituale dovevano essere nuove e giovani aristocrazie non fondate su privilegi di nascita e di tradizione, non legate al culto feticistico del passato, ma capaci di rinnovare e guidare la nazione nel mare tempestoso della vita moderna. Per compiere questa rivoluzione spirituale, il nazionalismo modernista faceva appello, più che alla ragione, all' energia dei sentimenti e delle emozioni; voleva riattivare le facoltà mitopoietiche, creare nuovi miti moderni della nazione - una religione laica della nazione - per contrastare le conseguenze negative e gli effetti disgregatori della crisi della società tradizionale. Anche se si avvaleva dell'uso mitico della storia per costruire nuovi universi mitici e simbolici a sostegno della religione della nazione, il nazionalismo modernista non aveva il culto feticistico della tradizione, non guardava con nostalgia a un immaginario ordine del passato da preservare o da restaurare, ma voleva partecipare alle trasformazioni della vita moderna proiettando la nazione verso il futuro, con una volontà di potenza che voleva affermarsi attraverso la lotta e la conquista. Il richiamo strumentale ai miti di passate grandezze, per esaltare il rinnovamento dell'orgoglio nazionale, conviveva, nel nazionalismo modernista, con i nuovi miti di future grandezze da conquistare; l'esaltazione del primato della nazione conviveva con l'ambizione di creare valori e principi di una moderna civiltà universale; la fede nel primato dello spirito conviveva con l'esaltazione del realismo della forza: guerra e rivoluzione potevano essere strumenti necessari per la rigenerazione della nazione, la conquista della modernità e la costruzione di una nuova civiltà italiana, che doveva imprimere il suo stile sulla modernità del XX secolo. L'idea di una funzione militante della cultura, come attività spirituale plasmatrice della coscienza moderna di un “italiano nuovo”, era comune ai vari movimenti dell'avanguardia modernista. Comune era anche la convinzione che “essere moderni” significava innanzi tutto, per dirla con Croce, possedere una «cultura dell'uomo intero» , che doveva sostituire, nella coscienza dell'italiano moderno, il posto lasciato vuoto dalla crisi della religione tradizionale. La modernità, da questo punto di vista, era interpretata come epoca di crisi e di transizione da un sistema di valori, propri del mondo preindustriale, verso la formazione di una nuova civiltà, la costruzione della quale era affidata alla capacità dell'uomo moderno di dominare il proprio destino e plasmare il futuro. La percezione di stare vivendo in una crisi di civiltà era fondamentale nell'esperienza della modernità delle nuove generazioni, anche per giovani che non militavano nelle avanguardie. «L'anima collettiva - scriveva Mussolini nel 1903 - non è ancora interamente formata e si dibatte fra il vecchio e il nuovo, fra gl'ideali moderni e le credenze antiche». Mescolando Marx e Nietzsche, il giovane rivoluzionario interpretava la modernità soprattutto come epoca di una trasmutazione dei valori, che avrebbe portato, attraverso il socialismo, a un superamento della civiltà cristiana e all'avvento di una nuova civiltà pagana, sotto l'impulso di una volontà di potenza «che si esplica nella creazione di nuovi valori morali o artistici o sociali» e «dà uno scopo alla vita».

Il superuomo è un simbolo, è l'esponente di questo periodo angoscioso e tragico di crisi che attraversa la coscienza europea nella ricerca di nuove fonti di piacere, di bellezza, di ideale. E la constatazione della nostra debolezza, ma nel contempo la speranza della nostra redenzione. È il tramonto - e l'aurora. È soprattutto un inno alla vita - alla vita vissuta con tutte le energie in una tensione continua verso qualche cosa di più alto, di più fino, di più tentatore.

[...]il problema della rigenerazione degli italiani e dell'educazione di un uomo nuovo fu al centro del progetto di modernizzazione culturale delle avanguardie, e ispirò la loro ricerca di un nuovo ideale di vita totale, che si manifestò nell'esigenza di una nuova religione laica, considerata un elemento fondamentale per consentire alla nazione di prepararsi ad affrontare le sfide della modernità. Il nuovo idealismo, le varie “filosofie della vita”, il pragmatismo ridavano prestigio all'esperienza della fede nella vita della collettività. L'esigenza di una religione laica nazionale[...] non era una residua forma di arcaici millenarismi o di visioni escatologiche tipiche dell'epoca premoderna, ma era un fenomeno essenzialmente moderno. Il problema della modernità era innanzi tutto un problema religioso, osservava Croce nel 1908: «Tutto il mondo contemporaneo è di nuovo in ricerca di una religione» spinto dal «bisogno di orientamento circa la realtà e la vita, dal bisogno di un concetto della vita e della realtà». In questo senso, possiamo dire che tutti i movimenti d'avanguardia, sorti in Italia prima del fascismo, aspiravano a essere movimenti “religiosi”, a elaborare un nuovo senso della vita e del mondo, e a diffonderlo, attraverso miti moderni, per l'educazione delle masse e per la loro integrazione nello Stato nazionale, dando ad esse la coscienza collettiva della nazione come comunità di valori e di destino. Nel perseguire il progetto della rigenerazione nazionale, l'avanguardia modernista, coerente con la sua concezione militante della cultura, entrava inevitabilmente nel campo della politica, dove lo scontro fra ideali antagonisti di «modernità italiana» si concretizzò in un antagonismo di ideologie politiche. Croce voleva formare una coscienza italiana «non socialistica e non imperialistica o decadentistica, che riproduca in forma nuova quella del Risorgimento italiano». Il filosofo proponeva un modello razionale, liberale e borghese di modernità, che egli riteneva ancora pienamente valido per consentire all'Italia di far fronte alle sfide della vita moderna, sotto la guida della democrazia parlamentare. Fin dall'inizio del secolo, Croce si impegnò a combattere quella nuova condizione di spirito fatta di misticismo, di attivismo, di irrazionalismo, di estetismo e di imperialismo, che egli considerava una forma morbosa e patologica di modernità, da lui identificata col decadentismo e, successivamente, con il fascismo. Ma a gran parte delle nuove generazioni l'ideale liberale e borghese di modernità, tramandato dai padri fondatori dello Stato nazionale, appariva un modello sorpassato e inadeguato per plasmare la nuova Italia e guidarla nel vortice della vita moderna. Nella cultura delle avanguardie erano largamente diffusi i motivi della critica alla tradizione illuminista, razionalista e individualista. Questa critica, tuttavia, non muoveva verso una reazione antimoderna ma proponeva altri paradigmi di modernità, che ideologicamente si tradussero in progetti politici di trasformazione dello Stato nazionale, non destinati tuttavia a sfociare inevitabilmente nello Stato totalitario. L'unico paradigma autoritario della modernità fu elaborato dal movimento nazionalista imperialista, che riteneva la democrazia «in contraddizione con il movimento della vita moderna», perché lo stesso processo di sviluppo della società di massa, del socialismo e dell'economia capitalista portava ad affermare «il primato della forza e la necessità di un dominio sempre più vasto e profondo, rinnovando alcune caratteristiche condizioni delle antiche civiltà dominatrici» . I nazionalisti imperialisti erano convinti che, per la natura stessa della modernità nell'epoca dell'imperialismo, la modernizzazione richiedeva nuove forme di autoritarismo per la società di massa: « Riappariscono così le tendenze oligarchiche, le preminenze militari, e i sistemi inneggianti ad aristocrazie forti e direttive, a un governo assoluto ed energico». Questi nazionalisti guardavano all'esempio della Germania e del Giappone come a modelli di modernizzazione autoritaria da proporre per la conquista italiana della modernità. La modernità, per loro, era l'inizio di una nuova epoca di dispotismo da “civiltà imperiale” verso cui erano indirizzati tutti i grandi Stati nazionali, anche quelli retti da regimi democratici come l'Inghilterra e gli Stati Uniti. Le avanguardie culturali, come «La Voce» e il futurismo, cercavano altre vie per l'integrazione delle masse nello Stato nazionale e per assicurare alla nazione un sistema di governo adatto a guidarla nel suo cammino attraverso la vita moderna. Neanche il mito dell'italianismo, che condizionava la visione avanguardista della modernità, portava necessariamente a forme di nazionalismo autoritario. Tipico è il caso del futurismo, che ebbe fin dalle origini un atteggiamento politico di avversione alla democrazia parlamentare, trasformato in vero e proprio impegno di azione con l'interventismo e, alla fine della Grande Guerra, con la fondazione di un partito politico futurista. Pur esaltando il nazionalismo e l'imperialismo, il futurismo si professava libertario e cosmopolita, pronto a favorire le più radicali riforme sociali nell'ambito del riconoscimento del primato della nazione come valore collettivo. Nel gruppo de «La Voce» fu predominante l'esigenza di conciliare nazionalismo e cosmopolitismo, libertà dell'individuo e Stato nazionale. I vociani proponevano una nuova democrazia nazionale di massa, anche se il loro concetto di democrazia rimaneva piuttosto vago nelle diverse interpretazioni che venivano proposte sulla rivista, nonostante questa reclamasse alcune riforme concrete, come il suffragio universale, il decentramento amministrativo, il liberismo. In realtà, nella «Voce» convivevano una tendenza empirica riformatrice e una tendenza idealista che assegnava alla nuova politica compiti missionari di rigenerazione del carattere degli italiani, per guarirli dai mali di una plurisecolare abitudine alla sudditanza, al conformismo, alla retorica, per educarli a vivere nella libertà e con la dignità di cittadini consapevoli e responsabili di una nazione moderna. Il gruppo vociano si dissolse prima della Grande Guerra e non diede vita a un movimento politico, ma molti vociani scesero in politica per sostenere, con motivazioni differenti, l'intervento dell'Italia, considerando la guerra un vero e proprio esame di modernità per la nazione, la prova della sua ascesa al ruolo di grande potenza.

CONTINUA

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NONA PARTE

Ciò che politicamente accomunava comunque nazionalisti autoritari e nazionalisti democratici o libertari, oltre l'avversione per il giolittismo, da essi considerato una forma di dittatura parlamentare corruttrice, era l'aspirazione alla costruzione di uno Stato nuovo, attraverso una rivoluzione spirituale che doveva produrre anche una rivoluzione politica, per portare al potere una nuova, giovane classe dirigente, nuova aristocrazia di intelletto e di carattere. La contestazione antigiolittiana era condotta all'insegna del mito della giovinezza, come forza in sé rivoluzionaria e rigeneratrice mobilitata contro la società borghese liberale, che i giovani giudicavano decadente e corrotta, materialistica e conformista, priva di ideali e di grandi visioni del futuro. Il «mito della giovinezza» postulava l'esistenza di peculiari qualità rigeneratrici nelle nuove generazioni, attribuendo ai giovani prerogative e attitudini adatte a candidarli come nuova classe dirigente capace di guidare il paese nell'oceano tempestoso della vita moderna. La vecchia classe dirigente liberale era custode del passato, la nuova aristocrazia era l'avanguardia dei nuovi italiani «costruttori dell'avvenire». Tutti i movimenti della contestazione antigiolittiana condividevano il «mito della giovinezza», interpretando la lotta dei giovani, sani e vitalisti, contro i vecchi, senescenti e corrotti, come una fase necessaria nella conquista della modernità. I giovani che, da destra o da sinistra, combattevano il regime parlamentare erano convinti di possedere le qualità morali e i valori etici superiori della «nuova aristocrazia» destinata a guidare la conquista della modernità, attraverso una rivoluzione spirituale come premessa e condizione di una rivoluzione politica, per «cambiare radicalmente tutta l'anima di molti uomini» , come annunciava nel 1913 Papini, impegnato nella campagna futurista per preparare «in Italia l'avvento di quest'uomo nuovo» . I futuristi, ribadiva nello stesso tempo Boccioni, volevano dare all'Italia

una coscienza che la spinga sempre più al lavoro tenace, alla conquista feroce. Che gli italiani abbiano finalmente la gioia inebriante di sentirsi soli, armati, modernissimi, in lotta con tutti e non pronipoti assopiti di una grandezza che non è più la nostra [...] Bisogna prendere partito, infiammare la propria passione, esasperare la propria fede per questa grandezza nostra futura che ogni italiano degno di questo nome sente nel profondo, ma che desidera troppo fiaccamente! Ci vuole del sangue, ci vogliono dei morti... Bisognerebbe impiccare, fucilare chi devia dalla idea di una grande Italia futurista .

Anche il mito della violenza rigeneratrice - attraverso la guerra o la rivoluzione - appartiene al patrimonio della cultura dell'avanguardia modernista. All'origine dell'interventismo di molti giovani intellettuali vi fu la convinzione che l'Italia, per raggiungere lo stato di grande nazione moderna, doveva passare attraverso l'esperienza di una guerra. La partecipazione alla Grande Guerra rappresentava per l'Italia l'entrata «nella grande storia del mondo» , sentenziò Giovanni Gentile alla fine del conflitto. Nella concezione futurista, la guerra era «grande e sacra legge della vita», era il periodico «collaudo sanguinoso e necessario della forza del popolo». L'esaltazione della «guerra rigeneratrice» non era soltanto futurista. Sia pure con motivazioni diverse, la concezione positiva della guerra nella vita della nazione era predominante nella nuova cultura nazionale. La guerra era parte integrante della visione nazionalista della modernità. Corradini faceva l'apologia della «modernità della guerra». Fin dal 1905, con tragico spirito profetico, Morasso aveva annunciato: «Il secolo decimonono fu il secolo della utopia democratico-umanitaria, il secolo XX sarà il secolo della forza e della conquista [...] È nel nuovo secolo che la forza avrà il suo regno più vasto, ed è nel nuovo secolo che si vedranno gli eserciti più formidabili e le guerre più sanguinose». L'idea della moralità della guerra, nell'ambito dell'avanguardia modernista, derivava dal mito della palingenesi nazionale, come processo necessario per la formazione di una coscienza italiana moderna. Amendola attribuiva alla guerra un significato morale, come esame collettivo di disciplina e di sacrificio in cui si metteva alla prova e si temprava il carattere dell'individuo e della nazione. Giovanni Boine idealizzava la disciplina militare, per il senso della gerarchia e dell'ordine, modello esemplare di educazione collettiva per formare il carattere degli italiani ed educarli nel culto della «religione della patria». La coscienza dell'Italia moderna doveva essere plasmata attraverso una pedagogia eroica, fatta di spirito di sacrificio, di esercizio della disciplina, di disponibilità al combattimento, di sublimazione dell'individuo nella dedizione alla collettività. Tutti questi elementi costituivano il nucleo di una modernistica etica nazionale, improntata al «culto dell'eroico» , in «una atmosfera di mito e di epopea», come scriveva il sindacalista rivoluzionario Angelo Oliviero Olivettí, il quale riscontrava, non a torto, affinità spirituali e culturali fra sindacalismo rivoluzionario e futurismo nella volontà di potenza e nell'ideale di una «palingenesi attraverso il crogiuolo ardente della lotta» . L'esplosione della guerra europea fu, in un certo senso, prevista e auspicata dalle avanguardie moderniste, dal movimento nazionalista e dal sindacalismo rivoluzionario. Alla vigilia della Grande Guerra, vi era in Italia l'attesa messianica di un'incombente catastrofe palingenetica, che questi movimenti invocavano per realizzare la rivoluzione spirituale che doveva rigenerare la nazione e portarla definitivamente alla «conquista della modernità». La partecipazione dell'Italia alla Grande Guerra fu voluta dall'interventismo nazionalrivoluzionario come necessario rito di iniziazione collettiva degli italiani alla modernità. E la guerra fu effettivamente, per milioni di italiani, una tragica «esperienza di modernità». Il nazionalismo modernista e l'esperienza della guerra posero le condizioni per l'incontro fra avanguardia e fascismo. Attraverso l'esperienza della guerra, molte idee e molti miti dell'avanguardia modernista si riversarono nel nascente fascismo e contribuirono a formare la sua ideologia, mescolandosi con le idee e i miti dell'esperienza dello squadrismo, con le idee e i miti della nuova cultura idealistica, con il retaggio, più o meno alterato, di tradizioni ideologiche della destra e della sinistra risorgimentale, e con idee e miti dei più recenti movimenti radicali, sia di destra che di sinistra.
Nata dall'esperienza della Grande Guerra ed erede del nazionalismo modernista, l'ideologia fascista può essere considerata una manifestazione di modernismo politico, intendendo con questo termine definire un'ideologia che accetta la modernizzazione e ritiene di possedere la formula capace di dare agli esseri umani, trascinati nel vortice della modernità, «il potere di cambiare il mondo che li sta cambiando, di fare la propria strada all'interno di quel vortice e di farlo proprio» . Nel caso del fascismo, infatti, non crediamo si possa parlare di «modernismo reazionario» , come ideologia antimoderna che intende servirsi della tecnologia per difendere o affermare l'ideale di una società tradizionale posta al riparo dal movimento della civiltà moderna. Il fascismo non fu in questo senso antimoderno, anche se nella sua ideologia ci furono elementi di «rivolta contro il mondo moderno», identificato con la civiltà protestante e liberale, di tradizionalismo monarchico reazionario o di culto mitico del provincialismo «strapaesano» . Il fascismo ebbe una propria visione della modernità che si contrapponeva alla cultura, all'ideologia, allo stile della modernità liberale, socialista e comunista, e rivendicò a sé la pretesa di imporre la propria formula di modernità al XX secolo. In questo senso, si può parlare di modernismo fascista. Tipicamente modernistica, nel fascismo, era innanzi tutto la concezione attivista della vita, che voleva dire, come spiegava l'organo dei Fasci di combattimento, «saper comprendere i tempi che si vivono, sapersi adattare all'atmosfera cambiata, agli avvenimenti che si susseguono, che si accavallano nel vorticoso ansare della civiltà moderna» . L'attivismo si accompagnava alla concezione irrazionalista della politica, che affermava la priorità dell'esperienza vissuta rispetto alla teoria, il primato della fede rispetto alla ragione nella formazione di una cultura politica. Il relativismo antiteoretico del fascismo e lo sperimentalismo istituzionale erano un altro tratto modernistico del fascismo, coerente con un'intuizione esistenzialista della politica, intesa innanzi tutto, nella sua immediata scaturigine vitalistica, come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell'azione». Tipicamente modernistica, nel fascismo, era l'affermazione del primato del pensiero mitico - in senso soreliano - nella politica di massa, e modernistico era anche l'uso mitico della storia e della tradizione per la mobilitazione delle masse e la fondazione di una religione politica. La tradizione storica, per il fascismo, non era un tempio dove contemplare e venerare nostalgicamente la grandezza di glorie remote, serbandone integra la memoria consacrata dalle vestigia archeologiche: la storia era un arsenale dal quale attingere miti di mobilitazione e di legittimazione dell'azione politica. Le glorie del passato erano evocate come eccitamento per l'azione volta alla creazione del futuro.

CONTINUA

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DECIMA PARTE

Il mito della romanità apparteneva a questa esigenza di costruzione del proprio universo simbolico. Il culto della romanità era celebrato, modernisticamente, come mito d'azione per il futuro, mirante a creare una nuova civiltà per l'epoca moderna, solida e universale come la civiltà romana. I fascisti ritenevano la romanità fonte di ispirazione di virtù civiche, di senso dello Stato, di valori organizzativi universali cui attingere per elaborare un modello moderno di civiltà nuova. Con l'istituzionalizzazione del «culto del littorio», il fascismo realizzava, nelle forme sue proprie, un'altra aspirazione del nazionalismo modernista, la costruzione di una religione laica della nazione. Gli artisti dell'avanguardia modernista diedero con passione e con fede il loro contributo alla costruzione dell'universo simbolico della religione fascista per rappresentare alle masse, e perpetuare nel tempo, i suoi ideali e i suoi miti. Sintesi di politica, religione ed estetica, la «modernità italiana», per il fascismo, doveva concretizzarsi non solo in nuove istituzioni politiche, in una nuova religione laica, in una modernizzazione a servizio della potenza nazionale, ma doveva soprattutto estrinsecarsi come modo di vivere, come stile di vita. Lo stile era ciò che definiva l'essenza originale e universale di una civiltà e ne tramandava la grandezza nelle epoche future. Nel mito della «nuova civiltà», il culto della romanità si conciliava senza stridente contraddizione con altri aspetti propriamente futuristici del fascismo, come l'entusiasmo per l'azione, l'attivismo, il culto della giovinezza e dello sport, l'ideale eroico dell'avventura, il pragmatismo, e soprattutto la volontà di sperimentare continuamente il nuovo attraverso l'azione creativa, proiettata verso il futuro, senza nostalgie reazionarie per un passato da restaurare e un presente da preservare dal ritmo accelerato del movimento moderno. Il fascismo non aveva nostalgia di un regno del passato da ricostituire; non instaurò il culto della tradizione come sublimazione del passato in una visione metafisica di ordine intangibile, da preservare integro, segregandolo dal ritmo accelerato della vita moderna. E il fascismo riconosceva che la tradizione era «una delle più grandi forze spirituali dei popoli», ma non come qualcosa di «sacro ed immutabile ed intangibile», bensì come «creazione successiva e costante della loro anima». Il passato doveva essere una «pedana di combattimento per andare incontro all'avvenire». Modernistico era infine il mito fascista della “rivoluzione continua”, che spingeva il fascismo a non acquietarsi nei successi conseguiti e a garantirsi la permanenza al potere con una prudente politica di conservazione, bensì a sentirsi obbligato, quasi condannato, dall'impulso della sua essenza originaria, a proiettarsi verso il futuro, come nuova realtà da costruire imprimendo sulla civiltà del futuro lo stile di una nuova “modernità italiana”, insieme nazionale e universale. Il modernismo fascista mirava a realizzare una nuova sintesi fra tradizione e modernità, senza rinunciare alla modernizzazione per realizzare i fini di potenza della nazione. Anche se esaltava l'ideale del “buon contadino” legato alla terra e alle tradizioni, il fascismo non era antindustrialista e non respingeva il progresso tecnologico. La tecnologia era uno strumento della civiltà moderna a cui il fascismo non poteva rinunciare senza dover anche rinunciare alle sue ambizioni di potenza. Il fascismo aveva verso la modernità un atteggiamento ambivalente che attenuava in parte l'entusiasmo modernistico del nazionalismo del primo Novecento, introducendo nella sua visione della modernità una differenziazione fra una modernità “sana”, da costruire, e una modernità “perversa” da combattere rappresentata dal materialismo borghese, dall'individualismo liberale, dal collettivismo comunista. Capovolgendo la visione crociana della modernità, i fascisti pretendevano di essere gli artefici di una modernità “sana”, antagonista della modernità “perversa” di matrice illuminista e razionalista. Essi ritenevano di avere scoperto una nuova «formula della civiltà moderna» , capace di salvare la civiltà occidentale dalle degenerazioni dell'industrialismo, del macchinismo, dell'urbanismo. Il fascismo ebbe l'ambizione di portare a compimento la conquista italiana della modernità attraverso la rivoluzione totalitaria che, come la rivoluzione spirituale delle avanguardie, voleva essere rivoluzione totale, cioè investire tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva, del costume e del carattere, per rigenerare la nazione, forgiare l' “Italiano nuovo”, costruire una nuova civiltà. Lo Stato totalitario e la “sacralizzazione della politica”, con l'integrazione delle masse nella nazione attraverso la fede, i riti e i simboli della religione fascista, erano i fondamenti della “modernità fascista”, le strutture capaci di incanalare e utilizzare tutte le energie della modernizzazione a vantaggio della potenza nazionale, tenendo lontani dalla nazione i mali della modernità “perversa”. La “modernità fascista” imponeva agli individui e alle masse la rinuncia alla libertà e alla ricerca della felicità in nome del primato assoluto della collettività nazionale organizzata nello Stato totalitario per conseguire fini di grandezza e di potenza. L'analisi del rapporto tra fascismo e modernità è certamente uno dei temi fondamentali che la storiografia deve ancora approfondire, non solo per capire il fascismo ma per capire la natura stessa della modernità nel XX secolo. Precisiamo però che considerare il fascismo un'espressione politica della modernità non significa né elogiare il fascismo né denigrare la modernità. Certo, se si identifica la modernità con la tradizione illuminista e la civiltà liberale, l'esclusione del fascismo - e di qualsiasi altra forma di totalitarismo - dalla modernità è automatica. Ma, pur condividendo l'ideale di una modernità razionalista e liberale, non credo sia coerente con una vera attitudine scientifica trasformare tale ideale in una categoria di interpretazione storiografica, avvalorando una visione dicotomica della storia contemporanea irrigidita nell'antagonismo “progresso / reazione”, “modernità / antimodernità”, “storia / antistoria”. La crisi del modello razionalista e progressista della modernità, come criterio di valutazione dei fenomeni della storia contemporanea, ha portato a riconoscere che irrazionalità e modernità, autoritarismo e modernità, non sono affatto incompatibili e possono anche convivere. Ci sono nuove forme di autoritarismo e di irrazionalismo che non rappresentano affatto residui della società premoderna, ma sorgono dai processi stessi della modernizzazione, generando modelli e ideali di modernità alternativi o antagonisti rispetto al modello razionalista liberale. Dopo le tragiche esperienze del XX secolo, si deve constatare che la società moderna è stata anche la matrice di nuove forme di autoritarismo, come il totalitarismo nelle sue diverse versioni e gradazioni, fondate sulla mobilitazione delle masse, sul culto di secolari deità moderne (nazione, razza, classe), sull'etica della dedizione dell'individuo alla collettività, sul mito della produttività in funzione ideologica. La modernizzazione non solo non ha innescato un processo irreversibile di «disincantamento del mondo», e non ha condotto, attraverso la secolarizzazione, alla scomparsa del mito e del sacro, bensì ha prodotto diverse «metamorfosi del sacro» e nuove mitologie. La sacralizzazione della politica è fenomeno essenzialmente moderno, e presuppone la modernizzazione e la secolarizzazione. La modernità è stata una grande generatrice di miti e di credenze politiche proiettati verso la costruzione del futuro, a cominciare innanzi tutto dal mito dominante di questi ultimi due secoli, cioè il mito della rivoluzione, che è stato forse la fonte principale delle religioni politiche generate dalla modernità. Il mito della rivoluzione, la fede rivoluzionaria nella potenza rigeneratrice della politica, è stata la manifestazione universale di una sacralità propriamente moderna, che ha animato movimenti opposti e nemici, i quali ebbero in comune la volontà di conquistare la modernità per plasmare il futuro secondo il modello delle loro ideologie. Comunismo e fascismo, esperimenti antagonisti di modernità totalitaria, sono stati i due maggiori movimenti nei quali ha preso corpo la fede rivoluzionaria nel XX secolo. È compito dello storico capire perché milioni di persone, per motivazioni opposte, sono state affascinate e hanno creduto alle ideologie di questi movimenti che promettevano la rigenerazione della nazione o dell'umanità, la fine dell'alienazione e dei conflitti prodotti dalla modernità democratica borghese, e la costruzione di una nuova civiltà. Il fascismo prometteva di costruire una nuova civiltà dell'entusiasmo e della potenza collettiva di individui e masse uniti dalla fede nella comune impresa di sfidare il tempo per dominare la storia e plasmare il futuro, chiedendo loro in cambio, per il successo dell'impresa, il sacrificio della libertà e una incondizionata sottomissione al culto totalitario della politica.

FINE

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MessaggioInviato: Lun Dic 31, 2007 11:40 am    Oggetto:  
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I lavori di E. Gentile, in continuità con la scuola Storica Defeliciana, sono di un pregio unico. E. Gentile, pur essendo antifascista dichiarato, ha le caratteristiche del vero Ricercatore, del vero Storico! Aperto al confronto, senza preconcetti, ostile al "dogmatismo" che chiude la Ricerca in un buco!
Grazie alla sua vera passione di Ricercatore, molto la Storiografia ha "scoperto" rispetto alla "parabola storica fascista".

Come ho avuto modo di affermare in altri casi, però, E. Gentile non è un politologo. Per questo, nonostante dal punto di vista Storico e della Ricerca abbia effettuato importantissime "scoperte", in merito anche al confronto tra i movimenti Politici in genere ed il fascismo, dal punto di vista politologico "soffre" di limiti dovuti credo alla "non pertinenza" con la sua materia. O per lo meno alla diversità della "politologia" con la Storiografia per l'essenza "platonica" (come dice lo stesso E. Gentile), quindi non immediatamente "empirica", "sperimentale", della Politologia stessa. Le Scienze Politiche studiano proprio il "platonismo" dei Movimenti!
E' chiaro che rimanendo esclusivamente ancorati ai soli fatti, o cercando sempre da questi di risalire alle Idee, si è limitati!
Le Scienze politiche aiutano la Storiografia a dipanare matasse che magari si pensavano dipanate ma non lo erano! O non lo erano del tutto! La Storiografia SERIA ha potuto constatare che, dai Fatti e dalla Legislazione Prodotta dal Fascismo, esso non era lo stereotipo becero diffuso dalla propaganda resistenzialista.
Senza lo studio delle Scienze Politiche però non si può capire COSA SIA il Fascismo! Non si può delineare la sua Identità precisa! E non si può capire se il Governo Fascista storico stesse seguendo una Linea Retta, applicando gradualmente le intenzioni Fasciste, se quindi il Fascismo era un percorso "in fieri" per dirla con Gentile, oppure la forma messa in atto nella sua parabola fosse la definitiva Identità fascista pura e semplice.
Credendo a questa ultima teoria, si capisce perchè E. Gentile consideri comunque il Fascismo, sebbene originale e con una propria visione della Modernità, come un "evento chiuso", non suscettibile di adattamenti e men che meno "riproponibile".
In questo si nota la sua estrazione antifascista, pure nella sua grande diveristà dovuta alla sua innegabile apertura.
Considerare, come si evince dalla sua analisi anche se non detto apertis verbis, il Fascismo un monolite che si "esprime" SOLO nelle forme già viste nel Ventennio, significa "bloccare" l'analisi politologica in quella Storiografica! E significa, sottilmente, relegare il Fascismo come una "risposta" a precise necessità delle "masse" in particolari "momenti". Tale "risposta", quindi, non avrebbe senso in condizioni storiche diverse.
Questo è ciò che lo stesso De Felice affermava. Tradiva la visione "unilaterale", solo Storiografica, anche di E. Gentile.
Sebbene quindi dal punto di vista Storico si sia arrivati a conquiste immani grazie a questa Scuola, dal punto di vista politico secondo questa stessa Scuola esse non hanno nessuna "funzione", anzi ribadiscono che solo in un certo contesto avrebbero ed hanno senso! Il Fascismo, sia pure nella sua Originalità, è un "evento archiviato" essendo "impossibili" e irripetibili le "condizioni basilari" per la sua "esistenza"!

Invece le Scienze Politiche hanno una base irrinunciabile e PRIMARIA rispetto alle pur doverose e necessarie ricerche Storiografiche. I due ambiti della Ricerca si alimentano a vicenda, ma oserei dire che senza la LInea di Pensiero CHIARA in cui si muovono poi i Governi e le Istituzioni che dicono di ispirarsi ad essa, non si potrà mai capire se tali Governi ed Istituzioni la stessero realmente traducendo in pratica o se appunto avessero messo in atto "compromessi", "deroghe" o se addirittura avessero accantonato i progetti originari per poi obbedire a logiche solo contingenti. Proprio l'addebito che si muove al fascismo da parte antifascista!

E proprio nell'ambito delle Scienze Politiche lo studio del Fascismo è immensamente carente! Anche se pregevoli lavori, come quello dello Studioso Politologo Ebreo Sternhell, non a caso CITATO E CONTESTATO da E.Gentile! COntestato in punti essenziali, mentre ossequiato nei punti che più si avvicinano alla ricerca storica di E.Gentile stesso!
E questo dimostra ciò che divcevo prima! I due Ambiti della Ricerca si alimentano a vicenda... Mentre E. Gentile si muove nell'ambito della "distinzione" tra i due e dell'eventuale primato "empirico", stroiografico, su tutto il resto! Sul "platonismo" che pure crede importante ma solo ai fini della Storiografia!

Riassume tutta questa posizione del Ricercatore in oggetto un brano che ho vuluto estrapolare perchè è il cardine su cui si muove tutta questa trattazione:
Citazione:

Infatti, se ci si vuol mantenere sul piano delle idee, si deve allora precisare che il sindacalismo nazionale rivoluzionario credeva nel mito dell'emancipazione dei lavoratori a opera dei lavoratori stessi, organizzati in liberi sindacati di produttori, e non vagheggiava un regime di lavoratori inquadrati e subordinati a una organizzazione di partito unico in nome del primato della politica. Lo Stato nuovo del sindacalismo nazionale rivoluzionario non era e non prefigurava in nessun modo uno Stato totalitario, ma era concepito come una società di liberi produttori, cittadini di uno Stato nazionale repubblicano organizzato sulla base di un federalismo di autonomie locali. La nuova Italia vagheggiata dal sindacalismo nazionale rivoluzionario era una nazione «economicamente liberistica, socialmente industriale operaia, politicamente repubblicana federalistica, e tendenzialmente libertaria sindacalista»; il suo nazionalismo «non può non essere se non sindacalistico comunalistico e federativo». Il contributo di intellettuali del sindacalismo rivoluzionario alla elaborazione dell'ideologia fascista come ideologia della “terza via” non può essere certo sottovalutato: ma occorre precisare che tale contributo avvenne non attraverso una revisione, più o meno eretica, del marxismo originario, sia pure in chiave idealistica, ma attraverso il ripudio dei principi fondamentali del socialismo marxista - dalla concezione della lotta di classe all'avvento della società senza classi, dall'internazionalismo all'estinzione dello Stato - e attraverso l'abiura della fede antistatalista e antipartitica, federalista e libertaria, che era stata fondamentale nella sintesi fra nazionalismo e socialismo operata dal sindacalismo rivoluzionario interventista. I sindacalisti rivoluzionari che si convertirono al fascismo portarono un bagaglio ideologico certamente influente, ma da esso era stato scaricato tutto il nucleo essenziale del sindacalismo rivoluzionario: il mito dello sciopero generale, il primato della società dei produttori nei confronti dello Stato, l'ideale della rivoluzione come lotta di emancipazione del proletariato e di liberazione dell'uomo. Sostenere, come fa Sternhell, che al momento dell'armistizio nel 1918 «il fascismo mussoliniano ha già definito quasi tutti i suoi contorni. In ogni caso, ha già fatto proprie le idee del sindacalismo rivoluzionario», equivale ad affermare che l'ideologia fascista non subì sostanziali mutamenti dopo la fase originaria del «fascismo sansepolcrista», quando essa fu effettivamente più affine al sindacalismo nazionale: ma ciò equivale a dire che l'essenza dell'ideologia fascista fu libertaria, individualista, antistatalista come lo era appunto l'ideologia del sindacalismo rivoluzionario!


Invece, caro E. Gentile, Sternhell sostiene un FATTO! Non una Teoria, come la Sua!

Mi spiace dirlo, ma in ambito Politologico credo che debba essere seguito più un "addetto ai lavori" che ha speso decenni della sua Vita Professionale nella Ricerca meditata, piuttosto che Lei. Che pure è un Professionista indiscusso ed indiscutibile, ma dichiarato solo nell'ambito della Storiografia!

Noi stessi, forse indegnamente, abbiamo preso uno spunto non indifferente, oserei dire TOTALE, dai Lavori del Politologo Sternhell e dalle intuizioni di G. Mosse! Il Nostro Libro "pretende" di essere un "passo" ulteriore nella direzione dello Studio Politologico e una affermazione di principio del primato di questo nell'ambito dello studio politico. Non solo. Anche della necessaria complemetarietà della Politologia e della storiografia. Ciascuna nel suo ambito ma ciascuna "bisognosa" dell'altra. Almeno nel contesto della Politica che si fa Storia!

E qui apro una "polemica". Ma credo ne abbia tutto il diritto.
Abbiamo scritto un libro proprio per affermare, sia chiaro in modo assolutamente PERTINENTE E SCIENTIFICO, che il Fascismo E' proprio quel Sindacalismo Nazionale, MUSSOLINIANO quindi Originale, particolare, di cui il suddetto E. Gentile inorridisce al pensiero di un accostamento!
Tra l'altro E. Gentile "pecca" nell'assimilare due correnti Politiche di Pensiero, nell'ambito del Socialismo AntiMaterialista e quindi anti-marxista, che in Italia invece si sono ben presto distinte l'una dall'altra: il Sindacalismo Soreliano (detto anche Sindacalismo rivoluzionario sic et simpliciter) ed il Sindacalismo Nazionale. Corrente questa che deve la sua radice senz'altro al Socialismo Nazionale già esistente in Europa ma che se ne distacca e la sviluppa per caratteri fondamentali! Questo perchè il Socialismo Italiano, in specifico la corrente Mussoliniana, sviluppa la Progettualità Politica Mazziniana.
Rilievo questo che Lei, Professore, Ignora! Non è il solo. Pochi lo evidenziano coerentemente. Tra questi lo stesso Strernhell.
Mazzini, a sua volta, riprende i temi della Romanità e tali temi si inseriscono nel tessuto Sociale e Politico della Tradizione Europea in genere ed Italiana in particolare.
Il Fascismo si pone come continuatore della Tradizione Latina Europea. Il suo Universalismo Romano non è dunque "solo" fuznionale al suo Volontarismo (anche se ne è parte caratterizzante) ma è un elemento Dottrinario di continuità. Per ciò stesso non poteva non "intersecarsi" con quelle esperienze progettuali e politiche che di questa Tradizione si facevano continuatrici.
Il Fascismo infatti, si pone come sviluppatore, realizzatore gaduale di un tenace progetto politico coerente con i suoi "primordi".
Mi spiace per lei ma la prospettiva fascista è proprio il Sindacalismo Nazionale Mussoliniano.
Inoltre, se è vero che il Sorelismo Italiano, coerentemente, ha una progettualità federalistica, economicamente liberista (anche se non è corretto chiamarla in questi termini perchè è un liberismo "particolare". Si parla di produttivismo unitario, quindi subordinato alla Politica. Cosa che iL Liberismo vede come peste!), democratico-riformista, emancipativa del Lavoro in un' ottica di una Repubblica Federale, il Sindacalismo Nazionale sviluppatore di quello Soreliano si pone in continuità con il Socialismo Mazziniano! Non si deve "assommare" ciò che già ha una sua Identità propria!
Se è vero che le varie correnti Socialiste anti-marxiste si sono "alimentate" vicendevolmente nel proprio ambito è anche vero e determinante che esse si sono poi distinte, maturando, facendo emergere dei Capi che poi le hanno plasmate e formate definitivamente. COme il Caso di Mussolini Benito!

Lo Stesso Mussolini dichiara Sindacalista Nazionale il Fascismo! Dà connotati particolari a questo Sindacalismo Nazionale Italiano. I tratti sono gli stessi, sebbene "primordiali", di quelli trovati nel COmpendio sulla DOttrina del FAscismo del 1932.

Economicamente il COOPERATIVISMO e la pariteticità tra i "fattori economici". L'unitarietà delle Categorie Sociali ed Economice, tutte ugualmente "produttrici"! Il Primato della Politica sull'Economia e quindi la fuznione MEDIATRICE della Politica! L'avvento di una "Camera nazionale del Lavoro" e quindi la realizzazione di una reale DEMOCRAZIA. La pragmaticità in materia della forme di Governo, ivi comprese quella della Dittatura, la Monarchia, la Repubblica. Dipendentemente dal risultato che esse potevano portare, il beneficio relativo al raggiungimento dello Stato Nuovo. Imperniato su un impianto Etico, Civico, su quel famoso "armonico Collettivo" che lei stesso ha riconosciuto. Da qui la concezione "secondaria" delle forme Istituzionali di questo Stato. Tra l'altro c'è un articolo molto bello dove lo stesso Mussolini ragiona in termini Romani nei confronti dell'Istituto della Dittatura. I Latini infatti la consideravano un evento transitorio.

Un' altra cosa. Il "totalitarismo" Fascista e il "partito unico".

Posso affermare con sicurezza che anche il famoso "partito unico" non era affatto assimilabile o equiparabile ai "sistemi totalitari" coevi o anche al "segno distintivo" del "totalitarismo".
Il Fascismo si dichiarava Totalitario ma in un modo anche quello Originale.
Infatti il Partito Fascista, al contrario di tutti i "sistemi totalitari" era SUBORDINATO allo Stato Nazionale! Ed era STRUMENTO educativo! In quella data forma di Governo era una parte importante dell' Azione Educativa FAscista, ma non era assolutamente il perno di tale azione! Tale Perno era lo Stato! Quindi anche qui il termine mal si presta!
Durante la RSI, infatti, che avrebbe dovuto essere COMUNQUE il traguardo del Fascismo, la fase della "maturità", si fece urgente il tema della COSTITUZIONE DELLO STATO, ovvero il FONDAMENTO DELLO STATO. Che PRECEDEVA l'eventaule "partito". Si fece strada infatti l'avveno dei "gruppi" politici. Non più partiti o partitismi. Partito unico o meno. Sempre nella logica della Camera Corporativa. La multiformità era concepita come egualmente aderente alla Costituzione Nazionale. Costituzione Fascista!

Quindi, prima non essendoci una Costituzione Fascista il Partito era importante strumento del GOVERNO. IL Fascismo era formalmente una PARTE dello Stato, NON ERA LO STATO. In una situazione diversa si poneva il diverso modo di arrivare allo stesso fine. LO STATO NAZIONALE DEL LAVORO!
Obiettivo del Fascismo è lo Stato, non un partito. E' l'Unitarismo, non la "parte".

Verrebbe quasi da dire: facciamola finita con il termine "totalitario" ed usiamo un termine meno "ambiguo": Unitario! Che poi è il senso etimologico della parola Total-Unitario. Ma mal si presta a definire l'oroginalità del Fascismo anche in questo ambito.

Se fosse esistito solo il Fascismo si poteva anche mantenere l'univocità del termine "totalitario". Ma in realtà si deve tener conto di quali sono i FINI del Fascismo: Sono lo Stato Unitario Fascista!

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


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MessaggioInviato: Lun Dic 31, 2007 12:42 pm    Oggetto:  
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Ecco una polemica interessante che sarebbe utile proporre all'attenzione dello storico in questione. Personalmente condivido molto dell'interpretazione storiografica gentiliana data del fascismo, è però innegabile che essa risenta di un particolare limite, rimane cioé l'interpretazione di una fatto storico circoscritto entro precisi confini temporali irripetibili, grazie ai quali peraltro Gentile attua quel distacco scientifico proprio della ricerca che non ha il compito di analizzare le idee in quanto tali ed il loro grado di rispondenza alle esigenze dell'umanità nelle varie epoche, questo casomai è compito della politologia e delle scienze politiche. Rimane però l'assoluta condivisibilità dell'interpretazione del fascismo come fenomeno politico totalitario moderno contrapposto alla definizione cara all'antifascismo che lo definiva come puro reazionarismo conservatore al soldo del grande capitale. Sulla preminenza dello Stato riguardo al partito invece devo dire che Gentile è stato il primo a vedere giusto, in quanto se é vero che lo Stato costituiva principio e fine del pensiero e dell'azione svolti dal regime mussoliniano, subordinando in specie nei primi anni di governo il potere del partito a quello dello Stato stesso, é indubbio che si trattava non di una forma qualunque di Stato ma di quella particolare forma animata dai principi e dalla dottrina ispirati e diffusi dal Partito Fascista, ovvero dello Stato Etico corporativo. Era insomma il P.N.F. che indirizzava forme e principi su cui lo Stato Fascista veniva pazientemente edificato. Ma spero di approfondire tale tema al più presto con un'altro documento dello stesso Gentile.
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MessaggioInviato: Lun Dic 31, 2007 2:33 pm    Oggetto:  
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Non dobbiamo dimenticare, caro Marcus, la RSI! Se come è giusto la riteniamo logico sviluppo del Fascismo-Pensiero, le sue attuazioni politiche si pongono all'attenzione e cercano COERENZA.

La quale esiste già in sè, ma viene maggiormente evidenziata dal fine primo e ultimo del fascismo: Lo Stato Etico Corporativo Fascista!

Questo fine primo e ultimo, genera una differenza sostanziale e determinante rispetto ai "totalitarismi" .
Era il Partito ad essere il fondamento dello Stato! Era il Partito lo "stato"! Senza il Partito lo Stato non esisteva!

Il Fascismo, se mira come è evidente all' avvento di una nuova CIVILTA', non può per ciò stesso mirare alla sola costituzione di un Partito che "traini" la collettività!

Il Partito può essere uno STRUMENTO per arrivare allo STATO FASCISTA e alla nuova Civiltà! Ma non può essere condizione ultima!

Infatti, come dicevo, meriterebbe approfondimento la storia dei Raggruppamenti Nazionali Repubblicani e della Costituzione della RSI, presente anche in questa sezione.

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MessaggioInviato: Mar Gen 01, 2008 1:40 pm    Oggetto:  
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Qui però caro Roma Invicta torniamo a prendere in considerazione il concetto di totalitarismo allargato anche a comunismo e nazismo il che mi sembra poco consono a definire il compito del partito fascista nel suo rapporto con lo Stato. Se é vero infatti come scrivi che per nazisti e bolscevichi " Era il Partito ad essere il fondamento dello Stato! Era il Partito lo "stato"! Senza il Partito lo Stato non esisteva!" non scordiamoci però che in questo caso lo Stato costituiva un mero strumento secondario per realizzare rispettivamente barbare utopie incentrate su classe o razza. Per il fascsismo il fine era un altro, ovvero lo STATO ETICO CORPORATIVO, come abbiamo evidenziato nel nostro libro inserendovi questo importantissimo documento:

I Fasci italiani di combattimento, quando furono fondati il 23 marzo 1919,sorsero come movimento. Mussolini stesso dalle colonne del “Popolo d’Italia”affermava in maniera precisa che la nascente organizzazione non mirava a divenire partito nel senso tradizionale del termine, ma tendeva decisamente alla lotta totale, ponendosi come movimento, anzi come aristocrazia di uomini nuovi legati da profonde affinità ideali sul piano della lotta. [...] I fasci di combattimento non volevano abbassarsi al livello degli altri Partiti, che nei vani giochi della contesa elettorale consumavano le migliori energie del popolo italiano; ma volevano affrontare all’origine il problema della vita nazionale, rinnovandone le stesse fondamenta con un’azione che trasformasse radicalmente lo Stato e il costume politico. Perciò, soprattutto, i fasci erano “antipartito”: fin dall’inizio essi si schieravano al di sopra dei gruppi politici particolaristici, e affermavano la loro missione nazionale che non poteva svolgersi se non attraverso la rinascita dello Stato e del popolo attraverso lo Stato. I fasci non erano quindi l’organizzazione, che inserendosi nel meschino meccanismo delle consuetudini correnti intendeva conquistare una frazione di seggi parlamentari o ministeriali; ma erano un’adunata di energie nuove, espresse dal travaglio delle trincee, che nella morta palude della vita italiana voleva affermarsi come custode di una nuova visione della politica italiana. Dunque antipartito non in senso restrittivo, ma al contrario in senso amplificativo, cioè organismo che, rifiutando di assumere una posizione particolaristica al fianco di altre fazioni, si pone accanto allo Stato per divenire la sua perenne forza animatrice, il fondamento solido e indiscutibile della sua volontà, la sola forza politica operante nello Stato, non solo rifiutando ogni forma di collaborazione con altre tendenze politiche, ma affermando il suo diritto storico a rinnovare la vita della Nazione. Il movimento si trasforma quindi in Partito, non per snaturare le sue origini, ma per più profondamente affermarle mediante una forma organizzativa che maggiormente si presti ad esercitare la sua influenza rivoluzionaria nella Stato, offrendo allo stesso Stato la propria dottrina politica affinché esso la accolga interamente e la attui nel Governo e nelle istituzioni. [...] La difesa dell’idea rivoluzionaria è stata attuata dal Partito soprattutto affermando, così sul piano della vita ideale come sul piano della vita attiva, la più assoluta e ferrea intransigenza nella valutazione delle idee e nella valutazione degli uomini. Il sentimento dell’intransigenza ha portato ad una vigile e sostanziale difesa dell’idea rivoluzionaria, preservandola da ogni contaminazione e consentendole di svolgersi secondo la sua tendenza originaria, in modo da poter raggiungere attraverso un coerente progresso anche le mete più lontane. Un aspetto costante di questa intransigenza è costituito dalla volontà, periodicamente manifestata dal Partito, di selezionare i suoi uomini, di ridurre i suoi ranghi senza alcuna preoccupazione per la massa, in modo da conservarsi quale era sorto alle origini: un’organizzazione di lotta e di fede, un portatore di idealità nazionali e non di parte, un’arma della tradizione politica dello Stato e non uno strumento di interessi egoistici. [...] Il bisogno di selezionare rigorosamente gli uomini è stata dunque una preoccupazione sempre viva del Partito in tutti i momenti del suo sviluppo. Selezionare gli uomini per difendere l’idea rivoluzionaria, per creare intorno ad essa le condizioni più propizie ad una piena affermazione morale; selezionare gli uomini per rendere il Partito sempre pronto ad interpretare e ad esaltare lo spirito sano e autentico della Nazione. [...] La difesa dell’idea rivoluzionaria, si presenta come la necessaria premessa ad un altro compito fondamentale: quello di attuare l’idea rivoluzionaria negli uomini e negli istituti. Negli uomini si risolve fondamentalmente in educazione, cioè formazione del carattere dei gregari secondo i valori della dottrina fascista, rafforzamento del loro temperamento morale e politico, costante volontà di mantenere sempre alta la tensione morale. Nella sua funzione di educatore il Partito appare dunque sotto un aspetto essenziale, perché educare significa fare di un’idea il fondamento e il contenuto di una vita vissuta. Il Partito assolve al suo compito educativo soprattutto ampliando progressivamente la propria struttura organizzativa, rendendola capillare, cioè portandola a contatto diretto non solo con i gruppi minori della vita sociale, ma con l’individuo stesso. Il Partito non deve essere un organismo distante, chiuso in se stesso, ma deve far giungere la sua voce al cuore dell’uomo; al cuore dell’uomo deve dire con un linguaggio persuasivo e immediato quali sono le esigenze dell’azione e quali sono le richieste che l’azione rivolge all’individuo per poter rendere sempre maggiore la sua forza nei riguardi della collettività e per poter sempre meglio raggiungere i suoi fini. Ogni fascista non deve essere un elemento passivo dell’organizzazione; ma un milite convinto ed entusiasta, un portatore attivo dell’idea rivoluzionaria, e deve rappresentare la stessa dottrina divenuta vita e umanità operante. [...] Il Partito si pone come un centro di orientamento dinanzi allo Stato e traccia le grandi linee per la sua trasformazione futura. La difesa e l’attuazione dell’idea rivoluzionaria trovano la loro logica conclusione nel terzo compito fondamentale del Partito che è quello della continuazione dell’idea rivoluzionaria nel tempo. Il Partito Fascista non si è mai proposto, come i partiti tradizionali, il fine limitato e ristretto di imprimere una deviazione momentanea alla vita dello Stato, ma ha sempre assunto per sé, fin dalle origini, la missione più ampia e non transeunte di far vivere senza soluzioni di continuità l’idea del movimento rivoluzionario nello Stato, garantendo nel corso del tempo non solo la vitalità del movimento, ma anche l’adesione piena, completa ed operante dello Stato ai suoi postulati. Per questo, anche idealmente oltre che istituzionalmente, non è possibile pensare lo Stato senza il Partito e non è possibile pensare che ad un certo momento la funzione del Partito possa venir meno. [...] Il carattere rappresentativo del Partito deve essere dunque ricercato in questa sua costante tendenza a porsi al centro della vita nazionale. [...] L’autorità derivante dal fatto di essere portatore dell’idea rivoluzionaria e la profonda adesione ai sentimenti delle masse, fanno si che il Partito rappresenti veramente il popolo e sia in grado in ogni circostanza di mobilitarlo totalitariamente e di avviarlo verso mete che la vita nazionale intende raggiungere. Come il Partito ascolta il popolo, cos’ il popolo ascolta il Partito e obbedisce ai suoi comandamenti che gli appaiono una consegna inderogabile. Quando si afferma dunque che il Partito porta il popolo nello Stato, dopo aver modellato lo Stato secondo l’idea rivoluzionaria, si riflette esattamente il senso dell’esperienza fascista. Da quanto si è detto in precedenza deve dedursi che in un senso prettamente politico il Partito è senza dubbio superiore allo Stato. Il Partito è infatti il portatore di quel complesso di valori politici che da vita e sostanza allo Stato, imprimendogli un determinato orientamento. Il Partito è l’artefice della Rivoluzione, cioè l’organismo, nel quale hanno principio i sentimenti, gli ideali e le volontà che animano e cementano la struttura formale dello Stato, facendo di essa una realtà socialmente operante alla quale gli individui danno l’apporto delle proprie energie. Il Partito politicamente sta dunque all’origine dello Stato. In un senso prettamente giuridico invece lo Stato assume il contenuto politico del Partito, inquadra il Partito nella propria struttura formale ed in tanto il Partito acquista una esistenza statuale cioè la pienezza dei suoi mezzi e dei suoi effetti,in quanto è nello Stato. Dopo aver assunto dal Partito il contenuto politico della propria costituzione e della propria volontà lo Stato garantisce a se stesso il pieno e conseguente svolgimento di tale contenuto,inserendo nella propria struttura organi ed elementi assunti anche essi dal Partito o riconoscendo che il Partito, sebbene distinto dallo Stato,esercita una funzione in corrispondenza di un suo interesse ed attribuendo quindi al Partito una potestà complementare a quella dello Stato.

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MessaggioInviato: Mar Gen 01, 2008 4:12 pm    Oggetto:  
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Caro Marcus, mi vieni incontro.

Quello che evidenziavo anche io è proprio la peculiarità del "totalitarismo" fascista rispetto al Totalitarismo "propriamente detto e definito" e la diversità concettuale che sta alla base.

Il, diciamo così, "Totalitarismo-Sistema" generico, concepisce come base del suo stesso esistere l'immanenza, la preminenza e l'assoluta indiscutibilità di un Partito-Guida che E' in definitiva il fulcro della Società. Partito-Guida che USA lo Stato come mezzo per la sua stessa esistenza e prosperità. Partito altresì fondamento del Progetto Politico che fa letteralemnte "esistere".

Per il Fascismo è l'esatto opposto!
Si è visto, e lo si legge chiaramente nella Dottrina e nelle pagine del Popolo d'Italia, che il Fascismo prima è stato anti-partito e movimento... POI Partito. E la costituzione del Partito non fu frutto della "naturale evoluzione degli eventi" ma un atto di Necessità (come riferiamo anche nel nostro libro), legato a contingenze storiche e spinte "dissociatrici" interne al Fascismo stesso.

Ebbene fine primo e ultimo del Fascismo è sempre stato l'avvento dello Stato Nuovo e quindi "lo Stato" strictu sensu.

E' chiarito da Mussolini in più casi e nello stesso Compendio Dottrinario del '32.
Per cui il "totalitarismo" fascista, dovrebbe essere chiamato Unitarismo Statale! O "totalitarismo dello Stato nuovo"!
E' troppo evidente il valore di STRUMENTO del Partito durante il Governo Fascista Storico. Come ripeto, per quella forma particolare di Governo, il Partito stava svolgendo la funzione di Educatore e portatore dei Principi Fascisti. Non si discute.
Ma la RSI? Non è una fissazione ma una constatazione di "continuità" che mette nelle condizioni di essere certi che il Principio è quello che ho enunciato sopra!
Non discuto l'importanza del Partito nella diffusione e nella difesa del Fascismo, come nella macchina Statale per il perseguimento dei fini del Pensiero Mussoliniano. Discuto che questo sia una Necessità assoluta! E discuto che sia una parte determinante del "totalitarismo" Fascista.

La provocazione rispetto al termine "totalitarista" sta proprio in questo fattore credo indiscutibile del Pensiero Fascista.

Anche nel fatto che il Fascismo si propone come Educatore e "costruttore" di una Civiltà e NON come annullatore delle multiformità sociali (semmai le Armonizza)! O peggio come NEGATORE della realtà IN NOME del Partito! Come avviene e avvenne per i "totalitarismi generici". Il Fascismo INTERPRETA la Realtà, risponde alle sue Esigenze, Armonizza ed Educa al fine del Benessere Morale e Materiale.

Insomma questa è la sintesi dello Stato Romano! Che infatti non era "sostenuto" da un Partito X, ma da TUTTI indistintamente EDUCATI alla e dalla Civiltà Latina!

Il Modello di Stato Fascista è un Modello posto in COntinuità con lo Stato Latino. QUesto non bisogna mai dimenticarlo.

Per questo è importante confrontarsi con le affermazioni di sempre di Mussolini, dei Primordi, come del COmpendio Dottrinario, come della RSI. Con la progettualità e le prospettive che si perseguivano.

Ti faccio una domanda Marcus: in presenza di uno Stato Fascista Italiano strictu e latu sensu, con una Carta COSTITUZIONALE Fascista, il compito di un eventuale "Partito fascista" all'interno delle Istituzioni politiche sarebbe o no esaurito?

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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