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MessaggioInviato: Lun Ott 05, 2009 2:34 pm    Oggetto:  
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Leggete anche questa intervista di Parlato sul suo libro sul neofascismo, è molto istruttiva...:


Neofascisti una storia taciuta. La nascita del Msi favorita da USA

(La Repubblica, GIOVEDÌ, 09 NOVEMBRE 2006, Pagina 50 – Cultura)

I contatti segreti Di Romualdi e Borghese con agenti dell´Oss durante la guerra

Nel Dopoguerra Capi della decima Mas reclutati per addestrare reparti israeliani


Simonetta Fiori

Esce oggi dal Mulino un documentato libro sul neofascismo in Italia a cura dello storico Giuseppe Parlato. Un volume ricco sul piano della ricerca (materiali anche inediti, tratti dagli archivi americani e dagli archivi privati dei protagonisti, oltre che carte riservate del ministero degli Interni), ma che non mancherà di suscitare discussione sia per alcune interpretazioni, sia per l´intonazione complessiva, che pare ispirata da un sostanziale superamento della bussola antifascista. Fascisti senza Mussolini - questo il titolo, con il sottotitolo: Le origini del neofascismo in Italia 1943-1948 - esce a ridosso del sessantesimo anniversario del Movimento Sociale Italiano, fondato a Roma il 26 dicembre del 1946. Parlato ne rovescia la tradizionale lettura d´un partito meramente nostalgico, lumeggiando i rapporti con gli Usa in funzione anticomunista. Un´estesa trama di contatti - quelli tra neofascisti e amministrazione americana - che risale a prima della fine della guerra, grazie al lavoro di tessitura di alcuni fascisti clandestini al Sud, oltre che di Borghese e Romualdi, con ambienti dei servizi segreti statunitensi. Non mancano pagine sorprendenti, specie sul reclutamento nell´immediato dopoguerra degli uomini della Decima Mas (tra le più zelanti nel difendere il Führer dell´Olocausto) come addestratori dei reparti d´assalto israeliani. L´autore di Fascisti senza Mussolini è un allievo di Renzo De Felice, insegna Storia contemporanea alla Libera Università San Pio V di Roma, presso la quale ricopre la carica di Rettore. È anche vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito.



Professor Parlato, lei riconduce le origini del Movimento Sociale al fascismo clandestino operante tra il 1943 e il 1945 nel Sud dell´Italia liberata.

«Sì, da lì discendono una serie di legami che consentono di leggere la nascita del Msi in modo totalmente diverso: non un movimento di reduci, ma una forza atlantica e nazionale nel quadro della Guerra fredda. Tra i personaggi-chiave della tessitura segreta negli anni della guerra spicca il principe Valerio Pignatelli della Cerchiara, un irrequieto e romantico personaggio mandato nel Sud per organizzare i gruppi fascisti. Le carte che ho consultato nei Nara, i National Archives and Records Administration, mostrano i contatti del nobile calabrese, che di fatto era il capo del fascismo clandestino, e soprattutto della sua influente moglie con ambienti dell´Oss, che facevano capo ad Angleton».

Quali episodi le paiono rivelatori?

«Nell´aprile del 1944 la principessa Pignatelli - che aveva collaborato con il marito nella creazione di una vasta rete clandestina tra Calabria, Campania, Puglia e Sicilia - attraversò l´Italia scortata da agenti dell´Oss. Ora appare sconcertante che in piena guerra la moglie di uno dei capi riconosciuti del fascismo clandestino meridionale potesse tranquillamente varcare le linee, attesa dai tedeschi e poi da Mussolini, e più tardi tornarsene a Napoli con l´appoggio logistico e morale dell´Oss».

C´è anche il particolare del figlio.

«A Roma nello stesso periodo operava Emanuele De Seta, figlio della principessa e collaboratore di Peter Tompkins, agente segreto americano in Italia. In seguito Valerio Pignatelli si sarebbe guardato bene dal parlare del coinvolgimento dei servizi. E in campo neofascista questa ipotesi della collaborazione con il nemico storico è sempre stata rigettata con veemenza».

Anche Valerio Junio Borghese, capo della Decima Mas, andava tessendo rapporti con i servizi statunitensi.

«Sì, in quel caso il tramite fu l´ammiraglio Agostino Calosi, responsabile dell´Ufficio Informazioni della Regia Marina del Sud. L´attenzione degli americani per la Decima Mas fu notevole. Basti pensare che il 26 aprile del 1945 Borghese riuscì a rifugiarsi a casa di amici, per poi essere messo in salvo dallo stesso Angleton, che andò a prenderselo a Milano. I documenti americani non dicono quando esattamente cominciarono i primi contatti sotterranei, probabilmente alla fine del 1944. È evidente che anticiparono d´un paio d´anni la guerra fredda».

Meno conosciuto, in questa trama segreta, è il ruolo di Pino Romualdi.

«Sin dall´autunno del 1944 Romualdi, che era vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano, entrò in contatto con l´Oss attraverso il suo segretario, l´ingegner Nadotti. Fu grazie a queste relazioni che il 27 aprile del 1945 riuscì a scampare alla fucilazione. Ma non furono contatti finalizzati alla salvezza personale. Sia Romualdi, sia Borghese e i fascisti clandestini di Pignatelli si ponevano il problema del "dopo", creando le basi del futuro Movimento Sociale».

Ma gli americani se ne fidavano?

«Quando nel 1946 Nino Buttazzoni, altro capo riconosciuto della Decima Mas, tenta di sottolineare presso gli Alleati la potenzialità anticomunista dei neofascisti, l´agente informatore che redige il rapporto si mostra disponibile al progetto. Però attenzione alle semplificazioni. I servizi americani non erano omogenei. In molte note informative la destra neofascista è vista con timore e perplessità. Se ci furono aperture e spiragli, fu per la paura del pericolo comunista: questo era molto avvertito negli ambienti vicini ad Angleton».

Lei scrive che il reclutamento dei neofascisti iniziò prestissimo, all´indomani della Liberazione: sia da parte della Dc che del Pci.

«Il proselitismo cominciò nei campi di concentramento, circa centodieci, dove furono rinchiusi i fascisti. A Terni, al principio del 1946, durante la visita del vescovo agli internati, si fece capire ai fascisti che, se avessero voluto uscire presto, l´iscrizione alla Dc non sarebbe stata inopportuna».

Anche la Chiesa, lei documenta, ebbe un ruolo nell´ordito di rapporti che darà poi origine al Msi.

«Molti fascisti latitanti, tra cui reduci di Salò, trovarono riparo presso il Seminario maggiore al Laterano, lo stesso che durante l´occupazione tedesca aveva ospitato De Gasperi, Nenni e Saragat. Figure come quelle di Giorgio Pini e Giorgio Almirante ebbero lavoro presso istituzioni ecclesiastiche. Roma si presentava come "una mammona sensibile e accogliente", così la raccontano i testimoni».

Lei insiste anche sulla campagna di reclutamento ad opera del Pci.

«Ha raccontato Sandro Curzi che nel campo di reclusione di Coltano ci andava anche lui, insieme ad altri suoi compagni: la direttiva del partito era conquistare gli internati alla causa comunista. Già durante la guerra, alla fine del 1941, dai microfoni di radio Milano Libertà Togliatti s´era rivolto a chi aveva creduto nel fascismo. Dopo la fine della guerra fu Pajetta ad aprire per primo la strada al recupero, con una serie di interventi sull´Unità».

Quest´apertura è nota, come l´appello di Togliatti ai fratelli in camicia nera. Lei però va oltre, sostenendo che l´idea di Togliatti era quella di travasare nel Pci l´intera classe dirigente fascista.

«Naturalmente è una mia interpretazione, e come tale può essere discussa. D´altra parte analogo processo era avvenuto sul piano sindacale: la Cgil ereditò dirigenti e struttura organizzativa del sindacato fascista. Ma il progetto di Togliatti era ancora più ambizioso: annettere al partito la spina dorsale dell´amministrazione che aveva operato sotto il fascismo. L´amnistia e l´affossamento dell´epurazione vanno visti in questa chiave».

Sempre secondo la sua ricostruzione, la Dc comprese l´operazione.

«Intanto Togliatti non si aspettava che i rapporti tra fascisti e servizi segreti americani fossero così intensi. E poi i democristiani smontarono il piano di Togliatti, opponendovi subito una contromossa: intanto la reimmissione nello Stato dei funzionari e degli impiegati già epurati, successivamente la "non opposizione" alla costituzione di un unico movimento neofascista, legale, strutturato, e in grado di partecipare alle elezioni. In questo modo De Gasperi riuscì a sventare la campagna comunista di conquista dei fascisti».

Fu grazie al referendum del 1946 che Romualdi acquistò un ruolo politico.

«Si trattò in realtà di una beffa, che però gli riuscì. Promise sia ai monarchici che ai repubblicani la neutralità dei neofascisti in cambio della promessa dell´amnistia. Va detto che intanto lavorava sotterraneamente per far arrivare al governo la minaccia d´una possibile azione eversiva. Infatti i verbali del consiglio dei ministri, prima e dopo il referendum, ci mostrano tutta la preoccupazione per un possibile golpe da parte della Corona con l´aiuto della manovalanza fascista».

Un dettaglio non secondario è che Romualdi era latitante, condannato a morte in contumacia da una straordinaria Corte d´Assise.

«Ma non mancarono incontri segreti con esponenti dei vari partiti, dal Psi alla Dc, che schierò alcuni dirigenti molto vicini a De Gasperi. Colloqui che si intensificheranno in vista dell´amnistia. Con il falso nome di Dottor Rossi, Romualdi andò a parlare con Ivanoe Bonomi nell´appartamento privato dei nipoti, in piazza della Libertà, a Roma. Probabilmente l´ex capo del governo non realizzò con chi stesse parlando, ma accettò di porre fine alla legislazione straordinaria contro i fascisti e di favorire l´amnistia».

Una pagina sorprendente è quella sui rapporti tra Decima Mas e Israele.

«Fu Ada Sereni, nel giugno del 1946, a rivolgersi all´ammiraglio Calosi perché le indicasse elementi fidati che da un lato potessero condurre le imbarcazioni dirette in Israele, dall´altro fossero in grado di addestrare alla guerriglia le formazioni militari degli ebrei palestinesi presenti in Italia: questo in vista dell´inevitabile scontro con gli inglesi, decisi ad opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina. Calosi le indicò uomini della Decima Mas, che furono reclutati a tale scopo. Due anni più tardi sarà Fiorenzo Capriotti ad accettare l´incarico di trasferirsi in Israele per addestrare unità specializzate della neonata marina. Diventerà in brevissimo tempo uno dei più apprezzati consiglieri militari».

Secondo la sua ricostruzione l´attentato all´ambasciata britannica, nell´ottobre del 1946, fu il risultato della collaborazione tra fascisti e destra sionista.

«Sì, Romualdi confessò che c´era anche il loro zampino».

Professore, posso muoverle un´obiezione? Lei dà una ricostruzione molto dettagliata del neofascismo, ma un ragazzo che non sappia cos´è stato il fascismo non coglie minimamente la drammaticità della dittatura e della Repubblica di Salò. Molti dei personaggi dei quali lei tratta furono responsabili di violenze o comunque conniventi con un regime oppressivo e persecutore. L´ideologia nera lascerà poi una traccia nella storia d´Italia, fino alla stagione delle stragi.

«Penso che il compito d´uno storico sia ricostruire le vicende nella loro fattualità, soprattutto se di quel periodo è stato scritto finora molto poco. Non credo che debbano intervenire giudizi di carattere etico. Se entro in un´ottica morale, se faccio l´errore di avvertire il lettore "guarda, sono dei criminali", finisco per condizionarlo, anche perché "criminali" si trovano anche nelle file avversarie. E così che l´ideologia annulla la ricerca storica».

Da un libro sull´eredità del fascismo ci si aspetta la sottolineatura delle vaste zone d´ombra. Nella sua narrazione si sorvola sulle vittime dei fascisti, mentre ci si sofferma a lungo sulle vittime delle violenze partigiane. Anche il fatto che molte figure compromesse con la dittatura e con Salò rimangano in posti chiave dello Stato non sembra turbarla più di tanto. Altri storici, a cominciare dalle ricerche fondamentali di Claudio Pavone, individuano in questa continuità un grave vulnus per la crescita democratica del paese.

«Ma il mio compito non è scandalizzarmi. Certo, lei mi fa notare che sulla continuità tra fascismo e postfascismo è uscito un libro importante come quello di Claudio Pavone, ma con accenti molto diversi dai miei. Considero positivo che emerga una nuova generazione di storici capace di sottrarsi a categorie moralistiche».

Morali, non moralistiche, professore, non disgiunte da ricostruzioni storiografiche documentate.

«Va bene, morali. Ma io rimango persuaso che lo storico debba compiere un passo indietro rispetto all´etica. Solo così può capire la storia del Novecento italiano. Credo poi che il mio libro scontenterà sostanzialmente un´altra categoria di lettori, ossia coloro che hanno sempre coltivato un´immagine reducistica e testimoniale del Msi. Non è un caso che i contatti con i servizi segreti americani, con gli ambienti ecclesiastici, con i gruppi monarchici, con settori massonici, ebbene tutta questa tessitura sia rimasta per sessant´anni sotto una coltre di silenzio. Il mio lavoro riempie una pagina rimasta fin troppo a lungo bianca».
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MessaggioInviato: Mer Ott 07, 2009 7:41 pm    Oggetto:  
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...nonostante tutto ho trovato interessante la recensione dello stesso testo fatta da un vecchio aderente e conoscitore della realtà missina nonché studioso dei populismi, Marco Tarchi...ve la propongo come spunto di riflessione e possibile sprone a leggere lo stesso testo di Parlato.

Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna 2006, pagg. 438, euro 25.

Una recensione di Marco Tarchi - giovedì 10 maggio 2007, di pietro g. serra - 2039 letture

Non è facile prevedere quale eco susciterà, nel dibattito intellettuale italiano, un libro acuto e documentato come quello che Giuseppe Parlato ha dedicato alle vicende dei fascisti rimasti privi della loro indiscussa guida, o perché residenti nella parte della penisola occupata dalle truppe alleate durante i seicento giorni della Rsi, o perché travolti dal crollo di quest’ultima il 25 aprile 1945. Per il momento, le reazioni a caldo giornalistiche si sono limitate – secondo un cliché piuttosto prevedibile – a rimproverare all’autore un trattamento troppo “umano” dei protagonisti degli eventi narrati, di cui avrebbe invece dovuto deplorare il nefando passato (così Simonetta Fiori, specialista della faziosità retroattiva, su “La Repubblica”) o a farsi eco delle polemiche aperte, nel microcosmo ormai molto attempato dei fedeli postumi del Duce, da alcune rivelazioni contenute nel volume, basate su carte d’archivio per la prima volta consultate (così il “Corriere della Sera”).

Poca cosa, per un’opera ricca di spunti analitici innovativi. Si potrebbe sperare di più e di meglio dagli ambienti della storiografia accademica, ma il rischio che essi derubrichino Fascisti senza Mussolini a cronaca di un episodio marginale della recente storia patria, in grado di coinvolgere tutt’al più un cinque per cento degli italiani sopravvissuti al secondo conflitto mondiale, è forte. Spetta quindi forse a chi abbina all’attenzione scientifica verso gli avvenimenti trattati dal libro la sensibilità psicologica che deriva dall’averne condiviso le conseguenze – e noi siamo, come è noto, fra questi – il compito principale di discutere le tesi che Parlato sostiene, le prove che porta a loro sostegno, le considerazioni che ne trae. Impegno non di poco conto, ma che ci si può accollare volentieri, non foss’altro che per sottrarre finalmente ad alcuni equivoci che da troppo tempo la ostacolano l’interpretazione del ruolo svolto nel sistema politico italiano del secondo dopoguerra da questa frazione anomala dell’area di destra.

Ed è proprio da questo punto che può partire una recensione del volume che mira ad essere soprattutto una discussione dei suoi suggerimenti interpretativi: la restituzione a pieno titolo del neofascismo, ma anche in certa misura del fenomeno di cui fu erede, alla storia della destra italiana, da cui si è stati spesso tentati di espungerlo in virtù di certi aspetti eterodossi del suo bagaglio ideologico.

Che i fascisti, non solo in Italia, siano stati sempre restii ad ammettere l’appartenenza ad una componente del panorama politico alla quale venivano ascritte anche caratteristiche che molti di loro sentivano estranee – come la difesa ad oltranza del sistema capitalistico e delle sperequazioni sociali che ne derivavano, o il culto dell’utilità individuale spinto sino all’aperto materialismo “panciafichista” (1) – è cosa ormai nota ; né si può negare che la promessa di rappresentare una “terza via” estranea sia alle democrazie liberali che alle forme collettiviste di socialismo sia stata uno dei motivi principali dell’attrazione che il prototipo mussoliniano e le sue varianti esercitarono su ampi strati dell’opinione pubblica nell’Europa fra le due guerre, in particolare sui giovani. Tuttavia, l’ambiguità del rapporto fra questa pretesa e l’aperta volontà di rappresentare una “rivoluzione antibolscevica”, una reazione al modello di società che si andava affermando con la rivoluzione russa e che gli ammiratori di quest’ultima minacciavano di esportare ovunque, è un altro dato di fatto significativo, e gli studi sin qui condotti dimostrano che fu questo carattere reattivo, antisocialista e anticomunista, ad attrarre alla causa fascista i maggiori consensi negli anni della conquista (tentata o, come in Italia e in Germania, riuscita) conquista del potere. Molti fiancheggiatori delle camicie nere e delle loro milizie (ma anche delle camicie brune di Hitler più tardi, e dei movimenti affini sorti in altri paesi) vedevano in esse soprattutto i più decisi oppositori della sinistra, i difensori di fatto delle classi medie dall’assedio di un proletariato mosso dall’invidia, i restauratori dell’autorità dello Stato contestata dall’eversione rossa, il baluardo della nazione intesa come deposito di tradizioni culturali e abitudini di vita consolidate. Fu la fiducia che derivava da queste convinzioni, e non certo l’anelito confusamente innovativo della pattuglia di sindacalisti rivoluzionari che si erano affiancati all’ex direttore dell’“Avanti!” convertitosi all’interventismo, a consentire prima il successo e poi il rapido consolidamento del movimento fascista in Italia.

I vent’anni di regime cambiarono, da questo punto di vista, le cose? Chi vorrebbe accreditare la tesi di un fascismo compiutamente totalitario, capace di neutralizzare le influenze della Corona, della Chiesa cattolica e dei poteri economici e sociali tradizionali e quindi di operare una vera e propria rivoluzione delle mentalità del cittadino medio, sostiene di sì. Ma i fatti danno un’altra risposta. E non c’è bisogno di ricorrere al modo molto diverso in cui gli italiani e i tedeschi – costoro, sì, immersi in un clima di identificazione totalitaria in chi li governava – affrontarono la prova bellica, o alla mesta implosione del regime del “credere, obbedire, combattere” all’indomani del 25 luglio 1943, per dimostrarlo. Basta e avanza il profilo che Giuseppe Parlato traccia di gran parte di quegli stessi fascisti “irriducibili” che, dopo l’8 settembre, aderirono alla Rsi e, in parte, si sforzarono dopo la sconfitta di rialzare il vessillo delle idealità in cui avevano creduto.

Che nella Repubblica insediatasi a Salò e dintorni agisse un nucleo di sostenitori della “sinistra” fascista, è fuori discussione: lo dimostrano il progetto di varare la socializzazione delle aziende, poi tradotto in una legge di quasi impossibile applicazione, e la diffusione attraverso gli organi di stampa di parole d’ordine antiplutocratiche. Ma quella componente, nota a ragione Parlato, non fu maggioritaria. La sovrastava nel numero, e per molti versi nell’influenza, l’ala nazional-conservatrice, che dal ventennio aveva ereditato un rispetto dello Stato e delle sue istituzioni che non ammetteva deroghe. Il “tradimento” del re poteva, agli occhi di coloro che ne facevano parte, rendere plausibile la scelta repubblicana dell’ultimo Mussolini e soprattutto di Pavolini, il segretario del Pfr che, con un gesto di rottura di grande portata psicologica, gli attivisti del movimento avevano imposto dal basso allo stesso Duce; ma non scuoteva la fiducia nella necessaria coerenza di fondo della storia italiana. La Rsi non era quindi vista da gran parte di coloro che ne facevano parte come una rottura con l’Italia “di prima”, un’impresa rivoluzionaria, ma come un sigillo di continuità, prima di tutto amministrativa, dello Stato; il che fa capire perché ad aderirvi furono anche numerosi monarchici.

Non solo. L’aver indirizzato la propria rischiosa scelta nel solco non di un’ideologia ma di un imperativo etico fondato sul binomio onore-fedeltà spiega perché, da Mussolini in giù, i fascisti repubblicani non acquisirono mai piena consapevolezza di dover combattere all’ultimo sangue altri italiani che si opponevano, armi alla mano, ai loro progetti, ma vissero sempre la lotta antipartigiana, a cui pure non si sottrassero, come un compito “sporco”, gravoso, nel fondo insensato, a tal punto che gli stessi tentativi di mettere in piedi al Sud una rete di sostegno esclusero esplicitamente ogni ipotesi di dar vita ad una contro-guerra civile: il sabotaggio delle truppe alleate era l’unico obiettivo lecito. L’ormai copiosa memorialistica dei reduci è intrisa di questo sentimento di dolorosa ripulsa della “carneficina fra italiani”, così diverso dall’entusiasmo che, a giudicare dalle testimonianze postume, animava in genere chi li combatteva (e li equiparava agli invasori tedeschi, espellendoli di fatto dall’appartenenza alla stessa patria).

Di questo handicap psicologico il fascismo dell’ultimo biennio di guerra soffrì, perlopiù inconsapevolmente, sino alla fine e persino oltre. Si iniziò a vederlo all’indomani della cruciale seduta del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini, quando la crisi di consenso dovuta al cattivo andamento del conflitto si manifestò in una diffusa abulia di quadri ed iscritti del Pnf. La sola assicurazione badogliana che la guerra sarebbe continuata bastò ad arginare il turbamento dei tanti che si sentivano fascisti perché italiani, e non per altri motivi; dal presunto fascismo rivoluzionario non venne, in quel delicatissimo frangente, nessun segno di vita, se non l’angoscia impotente di cui Carlo Mazzantini ha fornito un toccante quadro personale in quel libro magnifico che è A cercar la bella morte. Dopo l’armistizio le cose cambiarono, e Parlato ha ragione nel sostenere che la sia pur tardiva reazione allora messa in atto sta a dimostrare che il fascismo era ancora vivo e capace di suscitare la simpatia di milioni di persone; tuttavia, a fare da molla del volontarismo dei fondatori del Pfr fu quasi sempre il desiderio di riscattare le sorti belliche del paese, di non aggiungere un altro tassello all’immagine della nazione di voltagabbana che perseguitava da tempo l’Italia, non uno stimolo politico. Vero è che “nella Repubblica sociale il Partito fascista repubblicano ebbe un ruolo ben superiore a quello che aveva avuto il Pnf durante l’intero regime”, ma lo svolse, e non solo in forza delle difficili contingenze in cui si trovò ad operare, pressoché tutto nel nome di un patriottismo neorisorgimentale, rifuggendo da vere suggestioni ideologiche (2) .

Ciò spiega anche e soprattutto perché tanti fascisti, del Ventennio e della Rsi, non ebbero difficoltà ad adattarsi rapidamente alla situazione politica del dopoguerra, dirigendo i propri consensi elettorali non sul Msi, che nelle elezioni 1948 faticò a raggiungere il 2%, ma su altri partiti. Fascista o antifascista che fosse, era l’Italia a contare per loro, e il fatto che anche in pieno regime lo Stato avesse prevalso nell’apparato statale sul partito li aveva rafforzati in questa convinzione; non costituiva dunque un trauma di coscienza coltivare qualche nostalgia per l’ordine o le politiche assistenziali dei “bei tempi andati” e nel contempo premiare nelle urne questo o quel partito che pure aveva fatto parte del Cln.

Se dunque si accetta il dato di fatto che nella maggioranza dei fascisti, inclusi quelli che avevano deciso di combattere l’ultima battaglia dalla parte che sarebbe stata poi definita “sbagliata”, argomenti tipicamente di destra – dall’onore alla continuità dell’autorità statale – prevalevano sulle suggestioni di trasformazione dell’ordine sociale in qualche modo ricollegabili a una mentalità di sinistra, non si prova alcuna sorpresa nell’apprendere, grazie all’attento lavoro archivistico svolto da Parlato utilizzando soprattutto le carte detenute dalla Fondazione Ugo Spirito che da anni alacremente dirige, da quali apparenti contraddizioni fu segnato il percorso del neofascismo decapitato della guida di Mussolini. Tutt’al più può lasciare interdetti qualcuno degli episodi da cui esso fu segnato; non certamente la direzione che, nel complesso, prese.

Sin da quando l’armistizio spezzò amministrativamente e politicamente la penisola in due, i dirigenti fascisti si guardarono infatti dall’ipotizzare una guerra di resistenza ad oltranza contro gli Alleati nei territori occupati, consapevoli che un messaggio in questo senso avrebbe trovato scarsa presa sugli antichi sostenitori del regime. Dallo studio di Parlato, il compito di organizzare la presenza fascista oltre le linee del fronte, affidato al principe Valerio Pignatelli, risulta nettamente ridimensionato rispetto all’epopea coltivata nei circoli nostalgici. Nessuna insurrezione fu prevista, non vi fu nessun coordinamento degli episodi di reazione negativa alla chiamata di leva nell’esercito del Regno del Sud che, soprattutto in Sicilia, misero in allarme il governo monarchico e gli angloamericani, nessuna azione concordata di sabotaggio, non venne fornito nessun efficace sostegno logistico agli agenti speciali inviati dalla Rsi in territorio ormai nemico (i quali, anche per questo, furono il più delle volte individuati, catturati e fucilati). Tutto ciò che la “rete” tessuta da Pignatelli e dall’intraprendente moglie riuscì a fare fu tenere contatti con piccoli gruppi di fedeli sparsi nel Meridione, rincuorare con generiche promesse chi stampava alla macchia giornaletti e volantini in poche copie o tracciava qualche scritta sul muro nell’attesa rivelatasi utopica di poter passare ad azioni più incisive, al massimo raccogliere alcune informazioni sulle attività militari alleate, a volte basata su semplici dicerie, da poter trasmettere fortunosamente ai camerati del Nord.

Ma accanto a questo, ed è il lato più significativo della vicenda dei “fascisti al Sud”, già dall’inizio del 1944 Pignatelli e i suoi facevano altro: frequentavano esponenti militari e agenti del controspionaggio statunitense, cioè del presunto nemico che avrebbero dovuto combattere, non tanto per ricavare notizie da utilizzare in un doppio gioco, quanto per avviare rapporti che ritenevano sarebbero risultati preziosi per una futura azione combinata in funzione anticomunista, una volta finita (e perduta) la guerra.

È questo l’elemento più importante della ricostruzione di Parlato, quello che più fa riflettere: l’assoluto primato della preoccupazione anticomunista fra i fascisti, o la quasi totalità di loro, sin dall’indomani dell’8 settembre. L’immagine rivoluzionaria della Rsi che il neofascismo ha coltivato per decenni subisce, dalle rivelazioni contenute nel libro, un colpo definitivo. Anche al Nord, chi “pensava al dopo”, avendo perduto le speranze di un rovesciamento in extremis dell’andamento dello scontro armato, si guardava bene del “seminare mine sociali”, come hanno sostenuto gli apologeti missini della socializzazione; gli interessava invece creare i migliori contatti possibili con ambienti statunitensi, nella convinzione tutt’altro che infondata che tra Usa e Urss, una volta liquidati Germania e Giappone, si sarebbe creata inimicizia e anche gli sconfitti sarebbero tornati utili per combattere le ambizioni comuniste di conquista dell’Italia. Facendosi trasportare un po’ dalla simpatia, Parlato giustifica questa posizione, a prima vista incoerente, sostenendo che soltanto così il neofascismo avrebbe potuto “fare politica” una volta persa la guerra, e che l’alternativa sarebbe stata abbandonarsi a “una soluzione esteticamente impolitica (la “bella morte”)” concepita “in termini reducistici, con un richiamo mitico – e quindi inutilizzabile politicamente – alla figura del duce e alla sua opera”, ma questo punto di vista non ci convince, per due motivi.

Primo, perché stando alla lettera dell’ideologia che il fascismo aveva incarnato per più di due decenni, i referenti politici per un tentativo di rientro sulla scena politica degli scampati a Salò avrebbero potuto essere ben diversi da quelli offerti dalla funzione di truppa di retroguardia di un blocco moderato-conservatore animato dalla paura del comunismo, peraltro ottimamente rappresentato dalla Democrazia cristiana. Secondo, perché la storia del Msi dimostra che proprio in virtù di un richiamo mitico nostalgico ben più emotivo che razionale il partito neofascista è sopravvissuto per mezzo secolo in condizioni di sostanziali marginalità nel sistema politico italiano, malgrado le sconfitte di tutti i suoi tentativi di forzare il blocco e farsi accettare come un alleato di governo credibile in funzione, appunto, di argine alla sinistra. Il che dimostra che quanti si sforzarono di instradare i seguaci postumi di Mussolini verso l’union sacrée con gli ex nemici interni e d’oltre Atlantico non lo fecero per puro pragmatismo ma per l’idea che si erano fatti del fascismo, da loro inteso – per dirla alla Maurice Bardèche – prima di tutto come un regime di salute pubblica in funzione “antisovversiva” e preso molto meno sul serio quando parlava di un superamento dell’ordine socioeconomico capitalistico e di un modello di civiltà lontano da quello delle “materialistiche” e “decadenti” liberaldemocrazie anglosassoni.

A guidare questa marcia verso destra fu, come il libro puntualmente documenta, Pino Romualdi, che sotto il nomignolo de “il dottore”, pur latitante, circolò a lungo per Roma con la protezione di ambienti ecclesiastici e grazie al complice silenzio di vari servizi d’informazione e di polizia allo scopo di rintracciare i camerati dispersi e collegarli fra loro. All’uomo politico romagnolo si dovette il passaggio dalla confusa galassia dei microscopici e fanfaroneschi gruppi clandestini ad una struttura di consultazione e (relativo) coordinamento, ufficiosamente denominata “Senato”, che si assunse il compito di tracciare una linea tattica e strategica per il reinserimento dei fascisti nella vita politica dopo il 25 aprile e le stragi di 25-30.000 combattenti di Salò nelle settimane immediatamente successive alla fine delle ostilità ufficiali. Altri personaggi autorevoli si mossero sullo sfondo degli eventi narrati nel volume, a partire da Junio Valerio Borghese e da alcuni dei suoi più diretti collaboratori nella Decima Mas, e tutti avevano in comune una familiarità tutt’altro che innocente con i servizi statunitensi, Oss in primo luogo, ma nessuno vi svolse un’azione tanto incisiva quanto fu quella di Romualdi.

Costui non godeva di un consenso unanime fra gli scampati alla resa dei conti, perché nelle ore della rotta, previa contatti con agenti dell’Oss e del servizio di spionaggio militare badogliano, aveva ordinato a Como una tregua ai cinquemila fascisti intenzionati a raggiungere Mussolini e Tavolini nel presunto ultimo ridotto; tuttavia l’attivismo che dispiegò durante la latitanza romana ne fece ben presto la figura più in vista del neofascismo e gli conferì credibilità. Secondo Parlato, Romualdi aveva una visione chiara della situazione e si rendeva conto che, come sosteneva una relazione dell’ottobre 1944 al governo monarchico, basata sui rapporti dei prefetti, il fascismo, “una volta tramontato come regime, è apparso estraneo come dottrina politica, consistente essenzialmente nell’autoritarismo, nell’animo della grande maggioranza dei suoi proseliti, i quali non perseguivano in esso nessun principio fondamentale che ne fosse come il patrimonio ideale comune, da custodire anche ora quale possibile seme di rinascita”. Insomma, era cosciente che l’azione politica neofascista, comunque orientata, non avrebbe potuto contare su un seguito di massa. Quel che poteva fare era giocare d’azzardo, puntare cioè sull’impressione che un intenso lavorio di raccordo, condotto simultaneamente in più direzioni, avrebbe potuto fare sui potenziali interlocutori, inducendoli a credere che le proporzioni del movimento revanscista fossero ben maggiori di quanto in realtà non erano. E così fece.

Facendo luce su vicende sin qui poco chiare, e ricostruendo minuziosamente (3) la situazione del potenziale seguito neofascista attraverso un censimento dei caduti, dei prigionieri non cooperatori, degli internati nei campi di concentramento, degli incarcerati, dei processati e condannati, degli epurati, dei coinvolti nei vari gruppi clandestini, Parlato offre una versione plausibile dell’agitazione che a Romualdi faceva capo, mettendo in chiaro che essa aveva due obiettivi collocati in tempi diversi: prima ottenere un’amnistia che rimettesse in libertà i fascisti più esperti e convinti, poi coagularli in un partito disposto all’attività legale. Per raggiungere il primo risultato, puntò su entrambi i tavoli aperti dal referendum istituzionale, promettendo sia ai monarchici sia ai sostenitori della repubblica la neutralità dei fascisti – il cui voto era in realtà ben lungi dal poter controllare – in cambio del provvedimento di clemenza. E, con una spregiudicatezza testimoniata dall’ampio raggio degli incontri che i suoi emissari ebbero con esponenti delle varie parti politiche, ottenne quanto voleva – o, perlomeno, il libro gli attribuisce un’influenza significativa sulla decisione che Togliatti, da guardasigilli, prese. Sul secondo fronte, le cose furono più difficili.

Mentre il “Senato” si sforzava di raccogliere i rappresentanti più significativi dell’universo dei vinti, molte altre forze politiche avevano infatti in animo di ingrossare le proprie file puntando sui molti che avevano creduto nel fascismo fino al 1943 o ancora dopo, ciascuna puntando su un motivo di attrazione diverso: chi sbandierando idealità condivisibili dai “giovani in buona fede traviati da Mussolini”, chi agitando paure di imminenti sanguinose insurrezioni comuniste, chi invocando il comune sentimento patriottico o l’avversione per il Cln, chi semplicemente promettendo un’accoglienza che avrebbe fatto dimenticare presto le colpe passate e assicurato una vita tranquilla. Inoltre, la concorrenza dei gruppuscoli che pretendevano di vendicare la sconfitta era numerosa, e sebbene a tutti mancassero mezzi e prospettive credibili, gettare le basi di un partito significava convincere gli uni che l’azione clandestina non aveva sbocchi, altri che pubblicare un giornale non bastava a risvegliare le masse, altri ancora che i loro diritti di primogenitura non avevano fondamento. L’opera ricostruttiva fu quindi intensa e contrastata e non riuscì ad ottenere i frutti in un primo tempo sperati.

Un certo numero di fascisti, a partire dagli epurati reintegrati negli impieghi amministrativi e da quelli che poterono recuperare i beni confiscati, orientò presto le proprie simpatie verso i partiti moderati di governo, Dc e liberali soprattutto. Altri, senz’altro assai meno numerosi ma intellettualmente più brillanti, compirono la tappa finale del più o meno lungo viaggio che li separava dal comunismo e riversarono nel Pci le speranze di palingenesi sociale in precedenza affidate al corporativismo o alla socializzazione. Alcuni riscoprirono le radici socialiste, magari orientandole verso l’anticomunismo di Saragat. Né mancarono coloro che rimasero per un certo tempo sotto l’ombrello protettivo dell’Uomo Qualunque e da lì imboccarono strade più conservatrici. Su questo frammentato panorama prese poi, dai primi mesi del 1946, a stendersi l’ombra del timore di un colpo di forza comunista sostenuto dalla Jugoslavia, che su molti ex militi di Salò fece presa. All’insegna dell’anticomunisti, gli ex fedeli di Mussolini si imbarcarono nelle avventure più sconcertanti: molti intensificarono l’abbraccio con i nemici di solo pochi mesi prima – statunitensi e monarchici in testa – offrendo disponibilità per qualunque progetto controrivoluzionario, da chiunque diretto, mentre in qualche caso si andò addirittura oltre, come quando (le carte scovate da Parlato non lasciano dubbi) un gruppo di ex marò della Decima Mas collaborò con l’Irgun Zwai Leumi per far giungere di soppiatto imbarcazioni italiane agli attivisti sionisti, affondare una nave egiziana, realizzare un attentato contro l’ambasciata britannica a Roma e poi fornire armi detenute clandestinamente ai servizi segreti del neocostituito stato di Israele, atti non esattamente scontati da parte di alleati fino all’ultimo giorno del Terzo Reich (4) .

In un panorama così ricco di spioni, avventurieri, doppiogiochisti, millantatori e sognatori, non mancavano comunque le persone serie e disinteressate. Fu grazie a loro, e a volte ai loro danni, che l’aggregazione politica del neofascismo poté realizzarsi, nei modi descritti nel libro di cui ci stiamo occupando. Puntando su alti richiami ideali, di cui si facevano eco in modo articolato e in qualche caso contraddittorio le prime pubblicazioni dell’area, come “Manifesto”, “Rivolta ideale”, “Rataplan”, “Meridiano d’Italia”, “Fracassa”, “Rosso e nero”, Romualdi e i suoi si impegnarono nella costruzione di un movimento che, come Parlato a ragione sottolinea, nasceva borghese e anticomunista, perché il suo obiettivo primario era “difendere lo stato borghese – che il fascismo [aveva] validamente contribuito a rafforzare, pur con caratteristiche proprie e peculiari che lo rendono dissimile dalla società liberale classica”. L’obiettivo non poteva essere condiviso dai sostenitori del fascismo di sinistra, come Giorgio Pini, Concetto Pettinato ed Ernesto Massi, che opponevano alla vocazione al compromesso del neofascismo romano una posizione intransigente condivisa soprattutto dai simpatizzanti residenti al Nord, ma ad onta dei distinguo e dei dubbi il progetto di Romualdi, in una prima fase, prevalse, e il 26 dicembre 1946, nello studio di Arturo Michelini, dopo frenetiche trattative fra singoli, gruppi e direttori di testate giornalistiche, il Movimento sociale italiano vide la luce. I propositi che lo tenevano a battesimo erano peraltro sproporzionati alle circostanze. In un articolo uscito sul foglio dei clandestini Fasci di Azione Rivoluzionaria, Romualdi lo aveva descritto in termini che possono indurre retrospettivamente al sorriso: “Si tratta insomma di creare nel paese una psicosi anticomunista tale da costringere tutti i partiti ad appoggiare il Fascismo come il più dinamico dei movimenti anticomunisti […] così, quando il nostro momento sarà giunto, il Fascismo dovrà fungere da massa d’urto dell’anticomunismo e la maggioranza degli italiani – anche se non fascista – ci appoggerà, per odio al comunismo”.

Ma fra le parole e i fatti ce ne correva, e l’unico dato di fatto che coincideva con il proclama citato era l’esistenza di una “psicosi anticomunista”. Peccato che, prima ancora di radicarsi nel paese, essa avesse fatto breccia fra i fondatori del neofascismo, spingendoli a mettere in soffitta gran parte delle idealità del passato e ad accontentarsi di una formazione ben decisa a collocarsi nell’area “nazionale e moderata”, con la benedizione di ambienti vicini al Vaticano, di servizi segreti americani e anche degli stessi democristiani, che speravano così di arginare le tentazioni di avvicinamento di molti reduci della Rsi alla sinistra.

Le cose non andarono peraltro come Romualdi sperava, e Parlato documenta bene i motivi del successo solo parziale del progetto dell’ex vicesegretario del Pfr. In primo luogo, l’ala “sociale” si dimostrò, in sede di contrattazione del programma, più ostinata del previsto, e le concessioni che ottenne indussero esponenti di segno nazional-conservatore come Pignatelli e Gray a defilarsi. In secondo luogo, la linea di apertura verso chi non aveva aderito alla Rsi ma era disponibile a sottoscrivere posizioni di nazionalismo occidentale e cattolico incontrò l’opposizione di altre frange interne. In terzo luogo, si manifestò subito un problema di rapporti con la potenziale base di sostegno, che, nota l’autore del libro, se “avesse saputo con quali ambienti i capi del neofascismo avevano trattato” (servizi segreti americani, settori ecclesiastici ma anche massonici, gruppi monarchici, rappresentanti dei servizi israeliani), probabilmente non avrebbe mai sostenuto il Msi. Infine, dato ancor più importante dei precedenti, Romualdi, che già non aveva potuto proporsi come segretario – ad un partito che peraltro all’inizio non voleva saperne di nuovi aspiranti duci ed ambiva ad una direzione collegiale – per le diffidenze che il suo nome e la sua disponibilità al compromesso suscitavano tra gli “irriducibili” reduci di Salò, venne messo fuori gioco da un improvviso arresto (le cui cause sono poco chiare, data l’agibilità che, da latitante, le forze dell’ordine gli avevano consentito) il 17 marzo 1948 e dovette rimanere in prigione per tre anni e mezzo.

Si fece così rapidamente strada nel nuovo partito, venendone nominato segretario nel giugno 1947, Giorgio Almirante, che con il talento organizzativo, la dedizione, il coraggio fisico e la flessibilità tattica che inviava contemporaneamente messaggi rivoluzionari ai fedeli del Nord e possibilisti ai “monarchici, qualunquisti e agrari” che via via ne infoltivano le fila al Sud, seppe costruirsi in breve tempo un ruolo di protagonista. Le divergenze e i personalismi non si placarono e determinarono continue fuoriuscite e scissioni, inaugurando una tendenza che non si sarebbe mai estinta, ma grazie agli aiuti di facoltosi simpatizzanti appartenenti alle comunità italiane argentina e brasiliana, il Msi iniziò un rapido processo di consolidamento. Contrastato sulle piazze in modo violento, venne però risparmiato dalle autorità di polizia. Gli giovò, evidentemente, l’opposta ma convergente convinzione delle autorità politiche che la sua attività avrebbe potuto danneggiare gli avversari: la Dc, come accennato, lo vedeva come un intralcio alla politica di reclutamento di ex fascisti avviata dal Pci; quest’ultimo sperava che drenasse consensi da destra indebolendo lo Scudo Crociato. Solo quando fu chiaro che i missini avevano imboccato la strada del fiancheggiamento del fronte anticomunista, il partito di Togliatti cambiò atteggiamento ed alzò il tono delle richieste di scioglimento del Msi.

Diventato “padrone del partito”, Almirante non ribaltò la linea ideata da Romualdi; si limitò a correggerla e ad attenuarla in misura tale da far convivere anticomunismo e reducismo. Quest’ultimo, ad avviso di Parlato, essendo molto diffuso nella base militante, agiva come una palla al piede per il neofascismo, spingendolo a coltivare aspirazioni di terzietà rispetto ai blocchi egemoni nell’opinione pubblica che lo condannavano alla marginalità. A noi, francamente, questa non pare un’analisi fondata. Se la Dc non avesse assunto, come invece si affrettò a fare dai primi mesi del 1947, il ruolo di diga anticomunista e si fosse mantenuta su una rotta pienamente centrista, uno spazio a destra per il Msi si sarebbe senz’altro aperto.

Ma poiché accadde il contrario, l’insistenza quasi ossessiva sulla chiusura a sinistra voluta da Romualdi avrebbe indebolito ancor di più il partito della Fiamma, facendolo apparire come uno sterile e velleitario doppione. Il ricorso di Almirante al richiamo identitario sanò almeno in parte l’emorragia, e si può supporre che una ben più decisa volontà di proporsi come “terza via” avrebbe potuto, nell’immediato e in seguito, fatto apparire più chiaro il solco che separava il Msi dalla Dc, attraendo un elettorato non necessariamente più ridotto. Sta di fatto, comunque, che viceversa il Msi decise di inaugurare in quei frangenti una mai più smentita tradizione di ambiguità, tenendo il piede in due staffe (“socialità” e anticomunismo occidentalista) e offrendosi a ipotesi di blocchi nazionali e grandi destre nel momento stesso in cui dichiarava di non voler avere nulla a che spartire con le idee conservatrici e reazionarie.

Creando un partito di nicchia, Almirante nel contempo tarpò i sogni di espansione di taluni fondatori ed evitò un possibile tracollo a vantaggio della Democrazia cristiana. Scoraggiò molti simpatizzanti autorevoli che gli si erano avvicinati in una prospettiva troppo acerba di “destra nazionale” ma si conquistò un congruo numero di seguaci più oscuri, attratti dalla nostalgia del passato. Con l’ingresso in Parlamento il 18 aprile del 1948, il Msi ottenne una legittimazione decisiva, e parallelamente si impresse un marchio di marginalità, che sarebbe costato al suo primo segretario il defenestramento venti mesi dopo e al partito tutto decenni di inutili sforzi per cancellarlo. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia, che è stata scritta solo per sommi capi da storici e politologi e tuttora attende chi ne ricostruisca i molti controversi passaggi con accurata documentazione.

Marco Tarchi


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NOTE

1) Ce ne siamo occupati anche personalmente in Marco Tarchi, Fascismo. Teorie, interpretazioni e giudizi, Laterza, Roma-Bari 2003; per una panoramica del fenomeno a livello europeo le opere migliori sono Stein Larsen, Berndt Hagtvet e Jan-Petter Myklebust (a cura di), I fascisti, Ponte alle Grazie, Firenze 1996 e Juan J. Linz, Alcuni aspetti storico-sociologici, in Idem, Democrazia e autoritarismo. Problemi e sfide tra XX e XXI secolo, Il Mulino, Bologna 2006.

2) Risulta difficile, da questo punto di vista, seguire Parlato quando sostiene che nella “lettura rivoluzionaria e antiborghese del fascismo” di Pavolini, “alla tradizionale fedeltà al concetto di nazione si sostitui[va] il culto per elementi estranei alla cultura e alla prassi del fascismo, quali la razza, l’Europa del nuovo ordine, i modelli del nazionalsocialismo e dei “fascismi” orientali” ( pag. 18 ). Alla luce della nostra conoscenza di testi e proclami, questa visione risulta infondata, sebbene dagli anni Settanta in poi si sia fortemente radicata nell’immaginario neofascista, che nel proprio disperato bisogno di miti di cui nutrirsi non poteva accontentarsi dei richiami ad un nazionalismo ormai passato (o non ancora ritornato) di moda.

3) A tratti anche troppo minuziosamente, al punto che il libro risente di qualche ripetizione (si vedano, ad esempio, le pagine 119 e 141) e, in generale, si appesantisce nella parte centrale, rendendo più faticosa una lettura altrimenti gradevole anche per il non specialista.

4) Naturalmente, non tutti costoro erano mossi da preoccupazioni ideali, e neppure da un perdurante odio anti-inglese; Parlato chiarisce che fra i loro moventi vi era “la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata in guerra (in cambio di una sistemazione economica più che onorevole)”.

esratto da
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mer Ott 07, 2009 8:57 pm    Oggetto:  
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Molto interessante questo commento di Marco Tarchi. Davvero illuminante.
Da qui si potrebbe bene anche riprendere spunto su quel discorso della rivoluzione permanente o meno che stavamo affrontando con Helmuth e che poi è rimasto lì... inconcluso.
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MessaggioInviato: Gio Ott 08, 2009 9:43 am    Oggetto:  
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...mi pare evidente quanto dallo scritto di Tarchi ( e dunque dal libro di Parlato ) risulti l'impossibilità dell'esistenza del fascismo senza la presenza non tanto fisica quanto ideologico dottrinaria di Mussolini...in pratica quanto andiamo dicendo su IlCovo (ed anche prima che il nostro forum vedessa la luce ) da anni.
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MessaggioInviato: Lun Giu 07, 2010 12:03 pm    Oggetto:  
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Per completare l’immagine storica dell’atmosfera politica in cui nacque il cosiddetto “neo-fascismo” di cui si é scritto nel nostro recente articolo su "il fascismo dopo il Fascismo"
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mi pare corretto proporre un documento molto interessante dello storico Paolo Buchignani che riguarda il fenomeno dei “fascisti rossi”.
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Storico e scrittore, Paolo Buchignani (Lucca, 1953) è uno studioso del ’900 italiano, con particolare riferimento al periodo compreso tra le due guerre. Collaboratore di «Nuova Storia Contemporanea», ha pubblicato numerosi saggi sulle avanguardie e sul fascismo. Ricordiamo, tra gli altri: Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico (Bonacci 1984); Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio (Il Mulino 1994, premio Luigi Russo 1994), Fascisti rossi (Le Scie Mondadori 1998, poi Oscar Mondadori 2007); La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943 (Le Scie Mondadori 2006, poi Oscar Mondadori 2007). Come narratore, segnalato da Romano Bilenchi e Geno Pampaloni, Buchignani ha esordito col libro di racconti L’orma d’Orlando (1992) a cui è seguito il romanzo Santa Maria dei Colli (1996).

Il Pci e i “fascisti rossi”: Togliatti, Longo e gli ex fascisti di sinistra (1)

di Paolo Buchignani (Tratto da “Nuova Storia Contemporanea”, anno III numero 4 luglio-agosto 1999, pp.103 – 112)

L’iniziativa del Pci finalizzata al reclutamento dei fascisti presenta radici assai lontane nel tempo ed un rilievo assolutamente degno di attenzione. Questo aspetto della politica comunista è stato in genere trascurato dalla storiografia, la quale, a proposito delle migrazioni politiche relative all'Italia del novecento, ha evidenziato soltanto quelle dal liberalismo al fascismo e dal fascismo alla Democrazia cristiana. Così, per esempio, Luciano Canfora sul «Corriere della sera», in merito al dibattito sollevato da Paolo Mieli sui Fascisti rossi, ha ridotto il problema della migrazione dal fascismo al comunismo al "passaggio di frange missine, nei tardi anni quaranta, nelle file del Pci." (2) L'inizio di tale migrazione risale, in realtà, agli anni trenta ed è il frutto di una politica pervicacemente condotta dal partito di Togliatti, a partire dalla cosiddetta "direttiva entrista" del 1928 (3). L'attenzione e l'iniziativa politica dei dirigenti comunisti sono rivolte in particolare ai fascisti di sinistra, a quei fascisti che si battono per una svolta rivoluzionaria ed anticapitalista del regime mussoliniano, in linea col programma fascista del '19. Un programma che, non a caso, il Pci, nell'agosto del '36, arriva a far proprio nel celebre appello "ai fratelli in camicia nera" (4). È sulla base di obiettivi comuni, di una innegabile affinità ideologica tra comunismo e fascismo di sinistra (il mito della rivoluzione, l'antiborghesismo, l'anticapitalismo, il populismo) che il partito comunista persegue il reclutamento dei sovversivi neri; lo fa ininterrottamente: nel ventennio, durante la guerra, e, con un particolare impegno, nel secondo dopoguerra (almeno fino ai primi anni cinquanta), in una fase in cui i partiti antifascisti si contendono il consenso e la rappresentanza del vasto e variegato universo degli ex. Non solo "frange missine", dunque, ma fascisti negli anni del regime, ex fascisti più in generale e reduci di Salò nel secondo dopoguerra, migrano verso sinistra, fino ad aderire al Pci o a gravitare in un'area ad esso limitrofa e fiancheggiatrice. Se negli Anni Trenta Togliatti ed i suoi da un lato blandivano i rivoluzionari del fascismo e dall'altro attaccavano Mussolini e i gerarchi (accusati di ingannare i giovani con la promessa di una rivoluzione che mai avrebbero fatto), negli Anni Quaranta e Cinquanta lanciano un'intensa offensiva di persuasione nei confronti del sovversivismo interno ed esterno al Msi: una realtà assai fluida e contraddittoria, in cui si muovono tanti ex fascisti ed ex repubblichini disorientati e delusi, ancora animati da quel mito della rivoluzione che li ha condotti a Salò, ma poteva condurli anche nelle file della Resistenza. Conclusa la guerra civile, questi reduci (tra loro ce ne sono di giovanissimi) continuano ad inseguire quella inafferrabile rivoluzione. Di fronte ad un partito neofascista che si sposta sempre più decisamente a destra (si allea coi monarchici, approva il Patto atlantico, fa da supporto alle azioni repressive della polizia scelbina), molti di essi non restano insensibili alla sirena del Pci; il quale, da un lato li mette in guardia contro "l'antico inganno" del fascismo (incarnato nel presente dalle "false promesse" del vertice missino) (5) dall'altro continua a presentare se stesso come l'unico, autentico partito rivoluzionario, deciso a soddisfare le loro legittime aspirazioni: non soltanto quelle sociali, ma anche quelle nazionali e patriottiche, come dimostrano le sue battaglie contro la "demoplutocratica America" (che i saloini hanno combattuto e i fascisti hanno sempre detestato), responsabile di avere invaso l'Italia e di attentare alla sua sovranità. L'azione di Botteghe Oscure si dispiega su due livelli: uno palese, costituito da interventi, dibattiti, interviste sulla stampa comunista e filo-comunista, nonché da manifestazioni, comizi, iniziative in ambito giovanile, promosse per lo più da organizzazioni non di partito, ma egemonizzate dal Pci, come il Fronte della Gioventù e l'Alleanza Giovanile; un livello occulto, fatto di incontri riservati con ex gerarchi fascisti ed "erresseisti". Malgrado il dissenso dei "secchiani", questa linea politica s'impone: a volerla è, innanzitutto, Palmiro Togliatti (non a caso firmatario, come ministro della Giustizia, del decreto di amnistia e indulto); a gestire in prima persona l'intera operazione è Giancarlo Pajetta, responsabile nazionale per stampa e propaganda. Ma un ruolo importante svolge in questa vicenda anche Luigi Longo, vicesegretario del partito e capo dei partigiani comunisti: è lui, per esempio, a promuovere sulla sua rivista, «Vie Nuove», il dibattito relativo a questo tema; è lui, come vedremo, a ricevere a Botteghe Oscure, nel febbraio del '47, alcuni gerarchi e giornalisti di Salò. Sono coinvolti, inoltre, dirigenti di primo piano come Franco Rodano, Felice Platone, Ambrogio Donini, Amerigo Terenzi. È coinvolto, soprattutto, Enrico Berlinguer, coadiuvato da Ugo Pecchioli e Renzo Trivelli. Berlinguer, in quel periodo, è segretario nazionale dei giovani comunisti e presidente dell'Alleanza giovanile, una organizzazione, quest'ultima, formalmente autonoma e quindi più che mai utile ad attirare nell'area comunista soprattutto i fascisti, facendo leva sugli elementi sopra descritti a partire dal mito della rivoluzione, dal patriottismo, dall'antiamericanismo. Ci si avvale anche della collaborazione di ex fascisti da tempo approdati al Pci come Gianni Puccini, Ruggero Zangrandi, Esule Sella; ma soprattutto ci si avvale, in questo contesto, di quella, preziosa, dei "fascisti rossi" de «Il Pensiero Nazionale» (una rivista e un movimento politico) facenti capo allo scrittore e giornalista sardo Stanis Ruinas: ex fascisti di sinistra (come si definiscono), che non rinnegano il proprio passato del ventennio e di Salò, antimissini, antidemocristiani, antiamericani, apertamente filo-comunisti, ma sempre attenti a rivendicare con orgoglio la propria autonomia e la propria condizione di "rivoluzionari sconfitti", essi appaiono infatti particolarmente idonei a guadagnarsi la fiducia degli ex camerati ed a convincerli a lasciarsi "traghettare" verso la sponda comunista. Giancarlo Pajetta (che provvede a finanziare «Il Pensiero Nazionale») incontra molto spesso Ruinas ed alcuni suoi collaboratori: per esempio Ferruccio Ferrini, già sottosegretario alla Marina nella Rsi, e soprattutto il giovane capo-redattore de «Il Pensiero Nazionale» Lando Dell'Amico, reduce dalla X Mas di Junio Valerio Borghese e da una breve milizia nel Msi. Il Dell'Amico, tra il '49 e il '53 particolarmente vicino a Botteghe Oscure, svolge con efficacia la sua opera di "Caronte" sulla base di direttive che gli vengono direttamente da Pajetta e da Enrico Berlinguer. Molto vicino a quest'ultimo, egli viene nominato prima alla presidenza della Giunta nazionale giovanile dei partigiani della pace, poi a quella del Comitato patriottico della gioventù contro l'occupazione straniera e per l'indipendenza nazionale (organizzazioni, pure queste, di area comunista ed utili collettori di giovani verso Botteghe Oscure). Degna di nota anche l'azione svolta da altri reduci dalla X Mas: Alvise Gigante e Giampaolo Testa (entrambi figli di gerarchi), Spartaco Cilento, Luca Scaffardi, Piero Vivarelli, Lucio Mandarà. Approdati alla fine del '47 a «Il Pensiero Nazionale», essi contribuirono ad accentuarne il filo-comunismo, finché, nel '49, si iscrissero tutti al Pci. I documenti che qui riportiamo contribuiscono ad illuminare la genesi del rapporto tra «Il Pensiero Nazionale» ed il partito di Togliatti. Si tratta di documenti riservati e inediti, gli unici con queste caratteristiche relativi alla vicenda di Ruinas e del suo gruppo, che finora sia stato possibile reperire sul versante comunista. Essi non sono stati menzionati né utilizzati nel sopra citato volume “Fascisti rossi” , in quanto pervenuti allo scrivente in una data successiva alla pubblicazione del volume stesso(6). Da un lato confermano le ricostruzioni, le analisi, le ipotesi di fondo contenute nel libro, fornendo ad esse una ulteriore base documentaria; dall'altro aggiungono elementi nuovi. L'autore dei testi, Esule Sella, sostiene di averli recapitati a mano ai destinatari (Togliatti e Longo), con i quali, in quel periodo, aveva frequenti contatti (7). Ma chi è Esule Sella? Giornalista e avvocato, nato in provincia di Vicenza nel 1916, lo troviamo già nel '36-37 tra i principali animatori (assieme a Eugenio Curiel) de «Il Bò», mensile del Guf di Padova, da cui fu estromesso per volontà del segretario del Pnf Achille Starace. Successivamente inizia il suo sodalizio politico con Ruggero Zangrandi, assieme al quale costituisce, nel 1939, il Partito socialista rivoluzionario italiano e svolge attività antifascista. Approdati entrambi al Pci, nel '47 divengono redattori (con un ruolo assai rilevante) del quotidiano comunista romano «La Repubblica d'Italia», diretto da Arrigo Jacchia ( 8 ). Secondo Fidia Gambetti, Zangrandi è uomo di fiducia di Palmiro Togliatti nell'opera di reclutamento dei fascisti. Autore del famoso “Il lungo viaggio attraverso il fascismo” (non a caso favorevolmente recensito dal segretario del Pci sulla sua rivista, «Rinascita»), egli è uno dei principali animatori del dibattito relativo agli ex fascisti, con i quali intrattiene anche fitti e significativi rapporti personali. Il dibattito si apre su «Vie Nuove» nel dicembre 1946. Il 26 gennaio '47 il direttore di «Vie Nuove» Luigi Longo, alla presenza di Mario Spinella, riceve a Botteghe Oscure l'ex sindacalista fascista Ugo Manunta (autore di una lettera a Togliatti rinvenuta di recente da Pietro Neglie tra le carte del segretario del Pci) e Fausto Brunelli, giovane intellettuale repubblichino, attivissimo nell'opera di mediazione tra fascisti e antifascisti. L'11 febbraio successivo il numero due del Pci incontra, ancora nella sede nazionale del partito, di nuovo Brunelli, accompagnato, questa volta, da Stanis Ruinas (che si appresta a fondare «Il Pensiero Nazionale»), da Orfeo Sellavi, ex vicesegretario del Pnf ed ex vicesegretario della GIL e da Giorgio Pini, già caporedattore de «Il Popolo d'Italia» (il giornale di Mussolini) e sottosegretario agli Interni nella Rsi. Ancora in febbraio «La Repubblica d'Italia», per iniziativa di Zangrandi e Sella, promuove un'inchiesta sul problema dei giovani provenienti dal fascismo. Tra la fine di aprile e i primi di maggio il Brunelli, deluso dal secondo incontro con Longo, dal quale probabilmente si attendeva il conferimento di un incarico che non ebbe, rivela in tre puntate, sul quotidiano «Il Tempo», quei due riservatissimi incontri di Botteghe Oscure, nonché la genesi e gli sviluppi dei rapporti suoi e dei suoi amici col partito comunista (9). Il 15 maggio vede la luce, a Roma, il primo numero de «Il Pensiero Nazionale». Il 24 maggio Palmiro Togliatti, alla Conferenza nazionale giovanile del Pci, interviene autorevolmente sulla "crisi morale dei giovani italiani", con un discorso caratterizzato da una grande apertura nei confronti di coloro che hanno creduto nel fascismo ed hanno aderito alla Repubblica sociale. Intanto, dalle colonne della sua rivista, Ruinas non manca di lanciare ai comunisti segnali positivi e proposte di alleanza; finché, il 12 e il 13 luglio, Esule Sella, su «La Repubblica d'Italia», dedica a lui e ai suoi sodali due importanti articoli: del nuovo giornale degli "ex fascisti di sinistra" egli sottolinea la "buona fede", l'ostilità al neofascismo, il proposito di allearsi con le sinistre in funzione anticapitalistica e per l'affermazione del trinomio "Italia, socialismo, repubblica". Una evidente disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Pochi giorni dopo, il 18, il 20 e il 22 luglio, il quotidiano comunista di Jacchia pubblica, in grande rilievo, tre lunghi interventi di Stanis Ruinas. Il dibattito si estende anche ad altri giornali e riviste. Il settimanale «Cronache», diretto da Enzo Biagi, il 9 agosto ospita un'ampia intervista di Alfredo Pieroni al capo dei "fascisti rossi". Il giorno successivo, su «La Repubblica d'Italia», compare un nuovo significativo intervento di Sella, i cui toni distensivi emergono fin dal titolo e dall'occhiello: Tra ex fascisti e antifascisti conciliazione sul piano della democrazia. Completa "chiarificazione" con gli ex fascisti, rigore contro i neofascisti, energica avocazione dei profitti di regime. Dopo aver messo in rilievo l'interesse suscitato dalla discussione promossa dal suo giornale, l'articolista richiama gli obiettivi fondamentali che accomunano gli ex fascisti di sinistra e la sinistra antifascista: "Indipendenza, Repubblica, Socialismo". Passa quindi a suggerire al «Pensiero Nazionale» il ruolo che dovrebbe svolgere: iniziare, nella schiera degli ex fascisti, un'opera di "chiarificazione", in modo da sottrarli "alle trame dei vecchi e nuovi gerarchi ", che "servono padroni italiani e stranieri". Ruinas e i suoi sono dunque invitati a svolgere quella funzione di "ponte" tra fascismo e sinistra sopra accennata, in ottemperanza alla linea perseguita dai vertici del Pci. Quattro giorni dopo, il 14 agosto, compare su «La Repubblica d'Italia», in prima pagina, una importante intervista rilasciata allo stesso Sella da Palmiro Togliatti. Il leader comunista, pur senza nominare «Il Pensiero Nazionale» e i "fascisti rossi", si riferisce con tutta evidenza alle loro posizioni, verso le quali esprime un indubbio apprezzamento e da cui prende spunto per lanciare messaggi distensivi alla totalità degli ex fascisti: da un lato egli non manca di metterli in guardia dall' "inganno" del neofascismo, dall'altro arriva a riconoscere "l'originalità di alcune correnti culturali del Ventennio", le quali, pur avendo "il marchio del fascismo", "hanno tuttora una possibilità di sviluppo autonomo"; esse sono invitate a "manifestarsi" ed a contribuire alla "ricostruzione nazionale". Togliatti conclude esprimendo "la nostra simpatia per quegli ex fascisti, giovani e adulti, che sotto il passato regime appartenevano a quella corrente in cui si sentiva l'ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali" (10). Questo il contesto nel quale si collocano i documenti che pubblichiamo. Il primo in ordine cronologico (Appunto per il compagno Togliatti 13 agosto '47) precede di un giorno l'intervista rilasciata dal segretario del Pci all'autore del documento. Da esso apprendiamo: che l'ex repubblichino Fausto Brunelli ha inviato una lettera al leader comunista (quella spedita da Manunta non è dunque l'unica: anzi si ha motivo di credere che molti ex fascisti abbiano fatto altrettanto, ma non è facile reperire una documentazione di questo tipo, probabilmente distrutta o secretati in quanto ritenuta troppo compromettente); Sella, da un lato mette in guardia Togliatti in merito all'inaffidabilità di Brunelli (colpevole di aver reso noti i suddetti incontri riservati con Luigi Longo); dall'altro legittima Ruinas come affidabile interlocutore del Pci. Il secondo documento (Appunto per il compagno Longo su Stanis Ruinas, Il Pensiero Nazionale e gli ex fascisti di sinistra, 11 settembre 1947) si presenta particolarmente ricco di informazioni, che confermano e completano quelle contenute in Fascisti rossi. Il primo paragrafo, oltre a fare riferimento a fatti e circostanze sopra descritti, rivela che Esule Sella (il cui ruolo complessivo in questa vicenda appare superiore a quanto emerso finora dai documenti in nostro possesso) è in contatto da tempo con gli ex fascisti e di tali contatti informa regolarmente Luigi Longo. In particolare egli intrattiene rapporti assai stretti e frequenti con Stanis Ruinas (come del resto entrambi hanno confermato allo scrivente nelle rispettive testimonianze (11) ). Dai paragrafi successivi emerge con chiarezza, da parte del leader dei "fascisti rossi", il desiderio di legarsi al Pci: egli vuol convincere il vertice di Botteghe Oscure dell'utilità che può ricavare in termini politici dall'azione de «Il Pensiero Nazionale»; di cui da un lato certo tende a sopravvalutare l'importanza, ma di cui individua anche (sulla base di una analisi nel complesso condivisibile) quella funzione specifica che i comunisti finiranno per riconoscergli e che il gruppo effettivamente assumerà. Stanis chiede anche un aiuto finanziario, che verrà effettivamente erogato, in modo regolare, a partire dal 1948 e fino al '53, anche se deve essersi trattato di cifre abbastanza modeste, non certamente di quel "fiume di rubli" di cui favoleggiarono i giornali di area missina (12). Interessante, inoltre, quel passaggio in cui Sella riferisce che "Ruinas è disposto ad accettare un nostro diretto controllo sulla gestione della Rivista e sull'impiego dei finanziamenti", nonché "un regolare riscontro da parte nostra" per quanto riguarda "gli sviluppi politici della 'corrente”; fino a prospettare addirittura la nomina, da parte del partito comunista, "degli elementi dirigenti del sorgente 'movimento degli ex fascisti di sinistra”. Il filocomunismo di questi ultimi, e del loro capo in particolare (a ragione definiti dagli avversari politici "fascisti rossi", "camicie nere di Togliatti ") risulta, dunque, ancor più accentuato di quanto si possa dedurre dai loro articoli, dalle loro pubbliche dichiarazioni: certo il battagliero giornalista sardo nutre all'inizio grandi ambizioni (superiori alle sue forze e difficilmente realizzabili nella situazione contingente in cui si trova ad operare); aspira a diventare il leader di tutti i fascisti di sinistra, aspira a provocare una scissione nel Msi e magari ad impadronirsene con l'aiuto di Giorgio Pini; ma tutto ciò s'inquadra in un disegno di subordinazione a Botteghe Oscure. Anche gli "elementi 'fascisti'— spiega Sella a Longo —, che si possono rilevare in alcuni scritti della Rivista, sono giustificati con la necessità di tenere al momento agganciati fascisti non molto ...ex, in attesa di attuare anche nei confronti di essi una piena chiarificazione." Risulterebbe confermata, dunque, un'ipotesi avanzata con qualche dubbio in Fascisti rossi: un persistente filo-fascismo de «Il Pensiero Nazionale», certe differenziazioni rispetto al Pci, certe prese di posizione estremistiche e violente, più che indicare reali divergenze tra le due parti sarebbero funzionali al reclutamento dei sovversivi neri più recalcitranti e diffidenti. Esule Sella sembra molto convinto circa i vantaggi che il suo partito può trarre dalla collaborazione con la "corrente" di Ruinas. Non sappiamo quanto questo documento abbia inciso sulle decisioni di Togliatti e di Longo; di certo sappiamo che esse furono in sintonia con quanto "consigliato" dall'amico e sodale di Ruggero Zangrandi e lo furono sulla base delle motivazioni dettagliatamente elencate in questo scritto dal giornalista vicentino, come risulta ampiamente da tutta la documentazione relativa all'argomento in oggetto, compresa tra il '46 e il '53. Il terzo documento (Appunto per il compagno Longo sugli ex fascisti di sinistra, 6 ottobre 1947), segnala al vicesegretario del Pci "l'urgenza di una decisione, almeno in linea di massima, sulle questioni prospettate" ed elenca le motivazioni, molto concrete, di tale urgenza. Da segnalare, infine, il riferimento alla "linea delle Unità verso gli ex fascisti". Una linea che il partito comunista perseguirà con molta convinzione attraverso un imponente dispiegamento di energie e iniziative, specie in ambito giovanile. Lo farà non soltanto sulla stampa (gli articoli di Zangrandi su «Rinascita», quelli su «Vie Nuove», su «Il Paese», su «Pattuglia»), ma anche attraverso un lavoro massiccio e capillare (sopra accennato), affidato in larga misura ad Enrico Berlinguer, e condotto attraverso organizzazioni collaterali come il Fronte della gioventù, l'Alleanza giovanile, il Movimento dei partigiani della pace. La rivoluzione, la patria, l'indipendenza nazionale, l'antiamericanismo, l'anticapitalismo: questi i temi prescelti, sui quali ricercare il consenso e chiamare alla mobilitazione e alla lotta unitaria tutti i giovani, a partire da quelli provenienti dal fascismo e dalla Rsi, tra i quali, a cavallo fra Anni Quaranta e Cinquanta serpeggiava una reale inquietudine, quando non addirittura una vera rivolta nei confronti della politica sempre più restauratrice e filoatlantica del vertice missino.


NOTE

1 Si ringrazia il dott. Esule Sella per aver messo cortesemente a nostra disposizione i documenti che pubblichiamo e per la sua preziosa testimonianza.
2 Cfr. L. CANFORA, Fascisti rossi? Ma i veri trasformismi di massa furono altri, in «Il Corriere della Sera», 6 gennaio 1998. Si veda anche P. MIELI, Fascisti rossi, in «La Stampa», 28 dicembre 1997. L'articolo di Mieli, che aprì il dibattito (e che è stato successivamente riprodotto in P. MIELI, Le Storie, la Storia, Milano, Rizzoli, 1999) prese spunto dal mio volume (allora in fase di avanzata stesura) Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Milano, Mondadori, 1998.
3 Si tratta della direttiva, formulata dal VI Congresso dell'Internazionale Comunista, nel luglio-settembre 1928, che prevedeva la penetrazione dei comunisti nelle organizzazioni di massa del fascismo.
4 Cfr. Per la salvezza dell'Italia riconciliazione del popolo italiano!, in «Lo Stato Operaio», n. 8, agosto 1936, p. 526.
6 I tre testi ci sono stati personalmente consegnati, nel febbraio 1999, dal loro autore, Esule Sella, che ringraziamo.
7 Testimonianza all'autore di Esule Sella, febbraio 1999. I tre documenti non furono quindi spediti ed è probabile che i destinatari non li abbiano conservati. Il Pci, infatti (come mi ha confermato anche Fidia Gambetti), era attentissimo a non lasciare tracce relative ai suoi rapporti con i fascisti. Di questo argomento si parlava soltanto in incontri riservatissimi, o, al massimo, per telefono.
8 Successivamente Esule Sella ha svolto la sua attività giornalistica, per 35 anni, presso la Rai di Roma. Ha svolto anche attività politica (è stato sindaco di Tonezza negli anni '70) ed è autore di diverse pubblicazioni. Tra i suoi libri: Segni del cosmo e degli uomini, Guanda 1936; Poeti del Bò, Vallecchi, 1936; Leggi e sentenze, 15 voll., Edizioni Italedi, 1962-76; Ex libris, Centro Internazionale della Grafica di Venezia, 1987; I versi di Priapo, Salerno Editrice, 1997; Il gioco dell'Oco (originale, ironica autobiografia) Torino, Fogola, 1998. Dal 1989 nel Guinnes dei primati per il numero di anagrammi del suo nome.
9 Per tutta questa vicenda cfr. P. BUCHIGNANI, Fascisti rossi, cit., pp. 55-8.
10 Anche per il dibattito promosso da «La Repubblica d'Italia», per i fatti e i problemi ad esso connessi, cfr. Fascisti rossi, cit., pp. 69-86.
11 Sella nel febbraio '99 (vedi la nota citata); Ruinas nel 1983.
12 Anche per questo aspetto cfr. Fascisti rossi, cit., pp. 45-6.

APPENDICE DOCUMENTI

I – Appunto per il compagno Togliatti, 13 agosto '47

Segnalo che Fausto Brunelli, il quale scrive sul "Pensiero Nazionale" e ha inviato una lettera a Togliatti, agisce di iniziativa personale. Egli è molto probabilmente in buona fede, ma, secondo me, è privo di senso di responsabilità, come del resto risultò anche dagli articoli che ebbe a pubblicare sul "Tempo", dopo averarlato con Longo. La corrente e parlato del "Pensiero Nazionale" al momento fa capo essenzialmente a Stanis Ruinas.
(Esule Sella)

II – Appunto per il compagno Longo su Stanis Ruinas, «Il Pensiero Nazionale» e gli ex-fascisti di sinistra.

Continuando i contatti di cui ho informato il compagno Longo, e dopo gli articoli pubblicati sulla Repubblica e soprattutto dopo l'intervista del compagno Togliatti sulla pacificazione", ho ultimamente avuto da Stanis Ruinas notizie e proposte riguardanti il Pensiero Nazionale e gli "ex fascisti di sinistra", per le quali prospetto l'opportunità di esame e di eventuali decisioni da parte della Direzione del P.C.I., nel quadro di una nostra, iniziativa riguardante possibilmente organica, iniziativa politica riguardante gli ex fascisti. Ruinas sottolinea lo sviluppo della tendenza degli "ex fascisti di sinistra". Tale sviluppo si concreterebbe nel crescente successo della Rivista e nella adesione di ex fascisti; nella spontanea tendenza al costituirsi di "gruppi del Pensiero Nazionale"; nel delinearsi una possibile crisi in seno al Movimento Sociale Italiano, dove le prese di posizione della Rivista di Ruinas avrebbero determinato il formarsi di una opposizione (da parte della "base", dei giovani, degli ex fascisti "di sinistra") contro i dirigenti ispirati a tendenze neofasciste e di destra; nell'avvicinamento alla corrente del Pensiero Nazionale di personalità (sindacalisti, alti ufficiali, uomini politici ex fascisti, ecc.). Ruinas afferma che, mentre esistono possibilità di ampi e importanti sviluppi politici della sua iniziativa, egli si trova nella necessità di tenere in sospeso ogni attività, per mancanza di mezzi. La Rivista è sorta con il contributo di un gruppo di amici, non ha, credibilmente, finanziamenti estranei (a parte poca pubblicità), non dispone di lancio ed è pubblicata in un numero insufficiente di copie. In particolare, Ruinas dichiara che l'incertezza di potere, perfino, continuare le pubblicazioni, lo costringe a tenere in sospeso i contatti per l'adesione di altri gruppi, la formazione dei "gruppi del Pensiero Nazionale" (che potrebbe avvenire subito), e l'attacco polemico al M.S.I. In concreto, Ruinas chiede che il nostro Partito, tramite qualche ente, banca,persona, aiuti la Rivista finanziariamente. La somma di 600.000 lire potrebbe essere sufficiente a garantire il lancio e lo sviluppo della Rivista per almeno tre mesi con la sua contemporanea trasformazione da quindicinale in decadale, e all'attuazione degli sviluppi politici della corrente degli "ex fascisti di sinistra" sopra accennati, e di altri ancora. Per quanto a sua conoscenza, Ruinas segnala la Banca de Lavoro, che, con l'intervento del compagno Mancinelli, potrebbe erogare tutta o parte della somma, sotto forma di pubblicità. Ruinas è disposto ad accettare un nostro diretto controllo sulla gestione della Rivista e sull'impiego dei finanziamenti. Per quanto riguarda gli sviluppi politici della "corrente", Ruinas si è dichiarato disposto ad un regolare riscontro da parte nostra. In particolare, egli ha prospettato la nomina degli elementi dirigenti del sorgente "moviento degli ex fascisti di sinistra", e l'estensione degli attuali contatti che io ho con lui a tutti gli elementi dirigenti della Rivista e del movimento, e ciò da parte, oltre che mia, di altre persone che il P.c.i. voglia designare. A proposito di queste proposte di Stanis Ruinas, ricordo che il Pensiero Nazionale esprime una netta posizione repubblicana, anticapitalista, antialleata, antidemocristiana, antineofascista e si dichiara socialista. Gli elementi "fascisti", che si possono rilevare in alcuni scritti della Rivista, sono giustificati con la necessità di tenere al momento agganciati fascisti non molto... ex, in attesa di attuare anche nei confronti di essi una chiarificazione.
Secondo me, le proposte e le possibilità di Stanis Ruinas e del Pensiero Nazionale vanno esaminate e definite anche in relazione al nostro atteggiamento verso gli ex fascisti in generale. A questo proposito, mi sembra che la formula "ex fascisti di sinistra", mentre riflette realmente la posizione di larghi strati di ex fascisti (soprattutto giovani, sindacalisti, piccoli gerarchi, qualche pubblicista), offra larghe possibilità di sfruttamento politico. L'agganciamento, il controllo e lo sviluppo di un tale "movimento" porta a sinistra un notevole numero di elettori che, per il loro sbandamento, altrimenti andrebbe a destra; impedisce l'unità delle tendenze neofasciste; permette una polemica antialleata netta e violenta, quale neppure il P.c.i. può al momento condurre; porta alla conoscenza di importanti notizie, altrimenti forse irraggiungibili, contro i capitalisti compromessi con i fascisti vecchi e nuovi; secondo lontane prospettive future, può, se necessario, agevolare il passaggio dall'attuale posizione "antifascista" ad altre posizioni, come ad esempio quella della "difesa dell'indipendenza nazionale", del "rinnovamento economico e sociale del Paese", della "lotta contro lo sfruttamento capitalistico", ecc. Se, dopo i contatti fin qui condotti con Ruinas e dopo l'intervista del compagno Togliatti, il Partito decide di concretare il suo interessamento nei confronti degli "ex fascisti di sinistra", tale azione andrà inquadrata con quella, eventuale, riguardante altri gruppi e persone. Andrebbe anche, in connessione, armonizzato e definito il nostro atteggiamento in confronto a problemi particolari relativi agli ex fascisti in generale (es.: linea delle Unità verso gli ex fascisti; leggi eccezionali, ecc.).
(Esule Sella )
Via Ripense, 3 -Tel. 586-592
11 settembre, 1947

III – Appunto per il compagno Longo sugli ex fascisti di sinistra

Faccio seguito all'appunto del giorno 11 settembre scorso, relativo a "Stanis Ruinas, il Pensiero Nazionale e gli ex fascisti di sinistra", per segnalare l'urgenza di una decisione, almeno in linea di massima, sulle questioni prospettate.
Tale urgenza è in relazione tra l'altro ai seguenti elementi:
- un'iniziativa per gli "ex fascisti di sinistra" sarebbe allo studio anche presso il P.S.L.I. (Giovannini e Bianco e nero);
- sollecitazioni da parte anche di nuovi gruppi di ex fascisti (Fontanella, Vita del Lavoro e Rivista del Lavoro);
sollecitazioni da parte di Ruinas che, pur mantenendo ferme le proposte già da me segnalate, chiede almeno assicurazioni di carattere politico, essenziali per sviluppo della sua iniziativa;
possibilità di unificare e sviluppare la nostra iniziativa politica nei confronti degli ex fascisti, i sulla base di un concreto programma e necessità che una decisione di massima in proposito sia presa subito;
opportunità che una decisione ci sia anche se, per ipotesi, fatti sopravvenuti eventualmente consiglino di recedere dalle prospettive contenute nell'intervista del compagno Togliatti, e ciò per non ingenerare malintesi, perdite di tempo, errori. Una decisione di massima, circa la nostra politica nei confronti degli ex fascisti "di sinistra" e degli ex fascisti in genere, permetterebbe di dare subito un primo sviluppo alla nostra azione (contatti con Ruinas, Fontanella e altri gruppi; linea delle Unità verso gli ex fascisti; esclusioni dal voto nella legge elettorale; ecc.) e di mettere allo studio il programma e i mezzi (eventuali aiuti economici a Ruinas; unificazione o almeno coordinamento dei vari gruppi, e nostro controllo di essi; nuovi contatti e potenziamento della corrente degli "ex Fascisti di sinistra"; eventuale pubblicazione di un settimanale; ecc.) per un più vasto piano di attività.
6 ottobre 1947 (Esule Sella)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Giu 07, 2010 3:38 pm    Oggetto:  
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Rossi o Bruni, i "fascisti" hanno tradito il fascismo!
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Mer Set 22, 2010 11:00 am    Oggetto:  
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Cari concittadini.

E' l'ennesima scoperta dell'acqua calda, alla faccia di tutti i radicalisti di destra che biascicano di "rivoluzioni", "fascismi del 3000", e buffonate varie!

Vi prego di ascoltare le dichiarazioni del buon Ignazio, a partire dal minuto 52 (o giù di lì), riguardo a cosa sia il PDL fondato!

Una sola parola: VERGOGNA! Vergogna all'MSI, Vergogna al PDL! Che è il MSI, questo sì, del terzo millennio...! Un partito ANTI FASCISTA, con il compito dato dallo straniero di polverizzare il fascismo dall'interno!

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MessaggioInviato: Mer Set 22, 2010 8:02 pm    Oggetto:  
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Cari concittadini.

E' l'ennesima scoperta dell'acqua calda, alla faccia di tutti i radicalisti di destra che biascicano di "rivoluzioni", "fascismi del 3000", e buffonate varie!

Vi prego di ascoltare le dichiarazioni del buon Ignazio, a partire dal minuto 52 (o giù di lì), riguardo a cosa sia il PDL fondato!

Una sola parola: VERGOGNA! Vergogna all'MSI, Vergogna al PDL! Che è il MSI, questo sì, del terzo millennio...! Un partito ANTI FASCISTA, con il compito dato dallo straniero di polverizzare il fascismo dall'interno!




E' l'ennesima conferma,se mai ce ne fosse stato bisogno (e non è cosi) di come il progetto Msi sia stato un calderone di ex o presunti fascisti volti a compiere il volere altrui e a svilire il valore fondante del Fascismo autentico

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"O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea o l'asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l'Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana! B. Mussolini
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MessaggioInviato: Lun Feb 07, 2011 4:23 pm    Oggetto:  
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Assolutamente significativo questo articolo segnalato da Ardito, che è l'ennesima conferma di ciò che sosteniamo da sempre:

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Date un'occhiata a questo video, spiega bene pur essendo molto sintetico

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Ardito
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MessaggioInviato: Gio Mar 31, 2011 6:44 pm    Oggetto:  
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I sinistroidi (anche loro ingranaggio della Repubblica Italiana delle banane) beoti come sempre danno del fascista al loro avversario, quando in realtá esso non lo é.
Come ad esempio I. La Russa
ROMA - «Curatelo», sibila lasciando l'aula di Montecitorio il presidente della Camera Gianfranco fini all'assistente del ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Poco prima il ministro si era rivolto alla terza carica dello Stato levando il braccio ed esclamando «ma vaffa...». E Fini, prima di sospendere la seduta aveva risposto: «Onorevole La Russa non le consento di insultare la presidenza della Camera».

Il “vaffa” di La Russa a Fini è annotato nel resoconto stenografico dei lavori dell'aula (pagina 151), consultabile sul sito della Camera. Subito dopo l'intervento del capogruppo del Pd Dario Franceschini, si legge nel resoconto: «(Applausi polemici del Ministro La Russa - Vivi commenti dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)». Con il ministro La Russa che applaude ironico Franceschini: «Bravo, bravo! (Dai banchi dei deputati del gruppo Partito Democratico si grida: fascista, coglione!)!». Quindi interviene il presidente della Camera Gianfranco Fini: «Onorevole Ministro, la prego. Onorevole La Russa, la prego di avere un atteggiamento rispettoso (Commenti del Ministro La Russa)! Onorevole Ministro, la prego di avere un atteggiamento rispettoso!». Prosegue lo stenografico: «Ignazio La Russa, Ministro della difesa. Va... (All'indirizzo della Presidenza)! Presidente: Onorevole Ministro, non le consento di insultare la Presidenza (Commenti del Ministro La Russa). Sospendo la seduta».

Più tardi La Russa spiegherà che non aveva inteso insultare il presidente della Camera ma che il suo gesto era rivolto a Dario Franceschini.

«Non è stata una offesa alla persona ma all'istituzione. La gravità di quanto accaduto sarà quindi valutata dagli organismi di Montecitorio». Con queste parole il presidente della Camera ha poi chiuso la telefonata di chiarimento, dopo la bagarre in Aula del pomeriggio, con il ministro della Difesa.

«Non ho mai insultato Fini e non comincerò oggi a farlo», aveva detto ai cronisti La Russa. Si è scusato? Chiedono i giornalista e La Russa spiega: «Se lo avessi insultato, mi sarei scusato. Ma non l'ho fatto, io non ho insultato Fini. Il gesto che avete visto era rivolto a Franceschini e a quanti in aula mi stavano insultando».

La Russa dice di essere stato «sorpreso» dalla reazione dell'opposizione e di Dario Franceschini: «Io stavo raccontando quello che era successo fuori della Camera e hanno cominciato a dire che era una protesta organizzata da noi». Ma c'è chi dice che lei ha provocato i manifestanti uscendo in piazza, fanno notare i cronisti: «Provocato? Ma se avevo un appuntamento al ministero. Mi avevano detto che c'era una manifestazione fuori della Camera, ma non immaginavo che erano arrivati fino all'ingresso di Montecitorio. Di fronte agi insulti, mi sono limitato a sorridere sempre e non ho proferito una parola».

Da registrare la dura reprimenda del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto a Daniela Santanchè, rea di aver "incendiato" gli animi invitando il ministro ad uscire nella piazza dove poi è stato contestato.
 

 

 

Tal comportamento é degno di un membro del pattume missino. Questo non é un fascista ma solo uno dei tanti politci pseudo-italiani, corrotti e arroganti. A fancu** ci dovrebbero andare Lui e i suoi compagni di partito, oltre a Fini & suoi, e la sinistra.

I sinistroidi possono insultare come vogliono Berlusconi e compagnia, ma basta che non gli bollano come fascisti.
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MessaggioInviato: Ven Apr 01, 2011 6:42 pm    Oggetto:  
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...mi sa che stai chiedendo troppo alla politica pseudo-italiana! Come sosteniamo da sempre, il mancato riconoscimento di un chiaro progetto politico fascista (e dunque della sua dottrina ideologica) è il solo espediente che ha consentito ai politicanti bananari di utilizzare il termine fascista come una ingiuria nascondendo contemporaneamente le potenzialità rivoluzionarie e alternative del modello fascista al sistema spazzatura vigente...è tutto un calcolo !
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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neroemilio



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MessaggioInviato: Dom Gen 29, 2012 6:57 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:
La CISNAL? Bisogna dire che la CISNAL rimase sempre un sindacato di nicchia, spesso localizzato in certe zone geografiche del paese (soprattutto al centrosud) ed emarginato dalla triade. Per i lavoratori era anche pericoloso "iscriversi" alla CISNAL. Così che spesso gli iscritti coincidevano con i militanti del MSI.
Ha sempre avuto un peso trascurabile rispetto alle leve del potere, e sostanzialmente non era autonomo dal partito, anzi. Formalmente cmq è rimasto vagamente fedele ai principi della socializzazione e della cogestione. Non avrebbe potuto fare diversamente perchè altrimenti non avrebbe avuto nulla per marcare la propria differenza dagli altri sindacati, specie la CGIL.
Ma era un sindacato minoritario, emarginato dalla triade sindacale "antifascista" e soprattutto subordinato al partito (mentre gli altri sindacati della triade più che altro erano affini e legati ai partiti, non totalmente subordinati, avendo sempre avuto risorse economiche tali da renderli altri partiti a fianco dei partiti).
Insomma la CISNAL coincideva con il MSI mentre la triade ha sempre fatto parte dell'oligarchia, affiancando sindacalmente i vari partiti di riferimento.
Negli ultimi anni la ex CISNAL ha seguito pedissequamente il percorso ANale ed è tenuta su dal PDL che con l'UGL ha il suo sindacato.
sono sempre più contento di aver "scoperto"il covo,è un po cme ricomporrere un puzzle.Tante vicende mi hanno lasciato perplesso nella storia della destra italiana,del M.S.I.Di come proprio negli anni settannta,nel momento dello storico risultato raggiunto,veniva gettata acqua su un fuoco che in quegli anni costò tantissime vite giovani...Come a distanza di anni alla caduta del comunismo a mio avviso fu tradita un'aspettativa di riscatto di una destra che sempre a mio avviso avrebbe dovuto rivendicare,sia un ruolo sociale,ma soprattutto quanti per anni avevano dovuto subire umiliazioni...anni in cui intelletuale era sininimo di sinistra e il jingle politico era sempre "LIBERA DEMOCRATICA E ANTIFASCISTA"...Cosa fossero le foibe nessuno lo sapeva se non chi vi aveva lasciato un pezzo di vita e la dignità. Evil or Very Mad
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Chi è anziano vive soprattutto di ricordi,ma chi è giovane,ha il dovere di guardare al futuro.Non basta acquistare un cimelio,mettere occhgiali a specchio ed imparare il saluto romano per essere un fascista, di quelli ce ne erano tanti anche allora.
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Marcus
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MessaggioInviato: Gio Set 05, 2013 12:46 pm    Oggetto:  
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LA FAIDA

di Vincenzo Vinciguerra

- Carcere di Opera, 30 novembre 2012 – nuova edizione marzo 2013


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La storia dei rapporti reali fra il Movimento sociale italiano e la Democrazia cristiana non è stata ancora scritta.
Sappiamo però con certezza che questo partito è sorto per volontà ed interesse congiunti dei servizi segreti americani, della Confindustria, del Vaticano e della Democrazia cristiana, che necessitavano di dotarsi di una “guardia bianca” per combattere sul terreno l’apparato paramilitare ed attivistico del Partito comunista.
Ci è noto anche che, fino alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il Movimento sociale ha assolto con scrupolo il suo dovere di ascaro nei confronti della Democrazia cristiana con i cui dirigenti e militanti ha partecipato alla campagna elettorale, a scontri fisici con i comunisti, coniando lo slogan: “Chi vota per la Dc vota bene, chi vota Msi vota meglio”.
In realtà, come testimonierà Gianni Roberti, responsabile nazionale della Cisnal, il 18 aprile 1948 perfino all’interno delle loro famiglie i missini dividono i voti fra Dc e il loro partito, perché l’ordine perentorio è contribuire al trionfo democristiano anche a costo di rinunciare ad un consistente numero di voti.
Dopo, anche a causa degli scontri all’interno del Movimento sociale fra coloro che ingenuamente credono che il partito voglia effettivamente essere l’erede ideale della Repubblica sociale italiana e quanti viceversa sanno perfettamente a cosa serva, fra i dirigenti nazionali del Msi e quelli della Dc ci sono momenti di tensione durante i quali i secondi non si fanno scrupolo di far tintinnare le manette, per ricordare a chi lo avesse dimenticato chi è il padrone.
L’ascaro missino rientra, quindi, rapidamente nei ranghi tanto da ipotizzare, come dirà Filippo Anfuso nel corso di un discorso in Parlamento, di procedere all’autoscioglimento del partito per confluire nella Democrazia cristiana.
Il Msi, però, non riesce a raggiungere risultati elettorali tali da poter sostenere la Democrazia cristiana e, altrettanto, falliscono nell’intento di allargare in modo significativo la loro base elettorale gli altri partiti di destra, Partito liberale e partiti monarchici.
Così, la Democrazia cristiana, soprattutto con il proprio spregiudicato stratega Aldo Moro, si volge a sinistra per avere un alleato in grado di garantire la governabilità varando la politica del centro-sinistra che si propone, anche, di staccare il Psi dal Pci indebolendo quest’ultimo in un modo che si riteneva significativo.
L’obiettivo del centro-sinistra, perseguito con tenacia anche dalla Central intelligence agency, fallisce ma Aldo Moro e buona parte dei dirigenti nazionali democristiani non intendono modificare quello che ritengono un processo ormai irreversibile, così che per la destra italiana e per il Movimento sociale italiano inizia il declino.
La fase discendente di un partito che aveva conosciuto la fase più esaltante con il governo di Fernando Tambroni nella primavera del 1960, è però circoscritta al piano politico ufficiale e pubblico, non a quello riservato e clandestino.
Gli anni Sessanta sono quelli dell’incubazione della preparazione e dell’inizio della “guerra a bassa intensità” che esploderà in tutta la sua violenza negli anni Settanta.
Il Movimento sociale italiano non rimane estraneo alla guerra politica, forte dei suoi legami con i servizi segreti e del controllo sulle formazioni extra-parlamentari della destra estrema, vi partecipa con un ruolo che emerge dalla documentazione storica e, perfino, processuale raccolta in questi anni.
Se nel corso degli anni Cinquanta la presenza di esponenti del Msi è segnalata in organizzazioni che fanno capo direttamente alla Nato, come “pace e libertà”, in seguito anche in quella che verrà denominata “Gladio”, nella quale sarà inserito il fratello del segretario nazionale del Msi, Augusto De Marsanich, è nei primi anni Sessanta che i rapporti fra la Segreteria del Msi e il Sifar si rafforzano con l’azione condotta, contro gli indipendentisti alto-atesini, in Austria dai militanti del Msi, con attentati nel corso dei quali perde la vita anche un ispettore della Gendarmeria austriaca, a Ebensee, il 23 settembre 1963.
Sono uomini del Movimento sociale italiano che, con il direttore de “Il Borghese” e quelli di “Avanguardia nazionale” organizzano l’operazione “manifesti cinesi” promossa dalla Divisioni affari riservati del ministero degli Interni, fra i quali un non meglio identificato La Morte, come indicato personalmente dal “Caccola”.
E’ il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che organizza la manifestazione del 14 dicembre 1969, a Roma, dalla degenrazione della quale deve scaturire il pretesto per il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, per proclamare lo “stato di emergenza”.
E’ dirigente del Movimento sociale italiano Pino Rauti, rientrato ufficialmente nel partito nel mese di novembre del 1969, con lo scopo dichiarato di “aprire l’ombrello”, un mese prima della strage di piazza Fontana, a Milano, di cui saranno chiamati a rispondere, insieme agli uomini di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino, Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio tutti intruppati in Ordine nuovo.
E’ iscritto al Movimento sociale italiano Junio Valerio Borghese, i cui uomini prenderanno parte attiva agli eventi tragici del dicembre 1969.
È iscritto al Movimento sociale italiano Giancarlo Rognoni il cui nome figurerà nell’inchiesta per la strage di piazza Fontana, e sarà poi condannato per la fallita strage sul treno Torino Roma del 7 aprile 1973.
È dirigente provinciale del Msi Giancarlo De Marchi, che sarà arrestato per la preparazione al “golpe” tentato dagli uomini della “Rosa dei venti”.
Non c’è operazione “sporca” e clandestina nella quale non siano presenti gli uomini del Movimento sociale italiano.
Il partito di Giorgio Almirante partecipa anche al “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Quella notte, difatti, nella sede del Fronte nazionale, a Roma, sono presenti in veste di “osservatori” i dirigenti missini Alberto Pompei e Gaetano La Morte, quest’ultimo componente del comitato centrale del partito.
In Italia non esiste la figura istituzionale dell’ “osservatore” di “golpe”, quindi la magistratura avrebbe dovuto incriminare i due esponenti missini per concorso nell’operazione “Tora tora”, ma non lo farà perché non ritiene di dover coinvolgere nelle indagini su un presunto “colpo di Stato” i componenti di un partito rappresentato in Parlamento che, per i golpisti, bombaroli e stragisti funziona come un ombrello sotto il quale ripararsi, secondo l’appropriata definizione di Pino Rauti.
Non basta perché Giulio Andreotti, che da quel “golpe” avrebbe dovuto uscire come presidente del Consiglio della nuova Italia, verrà meno alla leggendaria e mafiosa omertà democristiana scrivendo, in un suo libro, che fu proprio Giorgio Almirante a far fallire il “golpe Borghese” telefonando a tarda sera, il 7 dicembre 1970, al ministro degli Interni Franco Restivo per sincerarsi della sua partecipazione, ed innescando in questo modo il processo che poche ore dopo porterà all’ordine di smobilitazione e di ritirata dei “golpisti”.
Nel 1971 e, poi, nel 1972 le sorti politiche ed elettorali del Movimento sociale si risollevano mentre, all’interno della Democrazia cristiana, si dibatte e ci si scontra sulla linea politica da adottare, se ritornare al centro-destra, se proseguire con la formula del centro-sinistra, se risolvere il problema rappresentato dalla costante avanzata elettorale del Pci con le “maniere forti” o con la corruzione politica sviluppando quella che Aldo Moro, già nel mese di gennaio del 1969, aveva chiamato “la strategia dell’attenzione”.
Lo scontro all’interno del partito di maggioranza relativa è durissimo come si può agevolmente evincere da un’annotazione, nel proprio diario, del segretario generale della Nato, il liberale Manlio Brosio, alla data del 17 novembre 1970:
“Manzini è pure preoccupato dall’avanzata comunista in Italia. Vorrebbe vedermi. “Che cosa si può fare?” Gli domando. “Spaccare la Democrazia cristiana” mi risponde. Ma dove e come? Rischia di essere un’operazione a favore e non contro i socialisti e le sinistre”.
Mentre nei più alti livelli nazionali ed internazionali si discute cosa fare della Democrazia cristiana, le fortune elettorali del partito di Giorgio Almirante si risollevano ma, contesualmente, inizia una manovra che sembra avere per obiettivo più quest’ultimo che il partito.
E’ impossibile, allo stato, avanzare ipotesi sugli ambienti politici e gli uomini che dalla primavera del 1971 iniziano un attacco personale a Giorgio Almirante, in apparenza inspiegabile perché il Msi rappresenta una forza parlamentare anticomunista che, sebbene non ritenuta meritevole di essere associata ad una maggioranza governativa, può riprendere il ruolo di ascaro al servizio del partito di maggioranza.
Non sappiamo se l’obiettivo fosse solo la persona di Giorgio Almirante e non il partito. Se, cioè, qualcuno abbia cercato di scalzare lui dalla segreteria nazionale del Msi con un’operazione coordinata dall’interno e dall’esterno del partito.
Possiamo pensare che il rifiuto di Giorgio Almirante di abbandonare le forme esteriori di un fascismo che pure non gli apparteneva, per timore di perdere consensi elettorali, trasformando il Movimento sociale in un partito di destra rispettabile, se non antifascista almeno a-fascista, possa essere stato, insieme ad altri fattori, l’elemento scatenante dell’attacco che, comunque, produrrà i suoi effetti perchè sarà proprio il segretario “estremista” a fare del partito una forza di “destra nazionale” e a collocarci ai vertici gli anitifascisti e badogliani Gino Birindelli e Alfredo Covelli
Ma ci fermiamo qui perché la dietrologia non ci appartiene. Preferiamo valutare i fatti, e questi ci dicono che il 17 marzo 1971 il quotidiano paracomunista “Paese sera” annuncia per primo che è in corso un’operazione di polizia contro persone accusate di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
È l’inizio dell’inchiesta sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, il cui fallimento è dovuto a Giorgio Almirante, secondo le accuse a posteriori di Giulio Andreotti.
Il 13 giigno 1971 in Sicilia ed in altri capoluoghi di provincia si svolgono le elezioni regionali ed amministrative che segnano un successo elettorale del Msi.
Il 16 giugno 1971 la procura della Repubblica di Spoleto inizia un’azione giudiziaria contro Giorgio Almirante e i dirigenti nazionali del Msi per “attentato alla Costituzione” e “tentata ricostituzione del Pnf”.
Il 21 giugno 1971, ad Arezzo, patria di Licio Gelli, fedele e fidato subalterno di Giulio Andreotti, per mirabile coincidenza viene ritrovato il testo del bando con il quale i governo della Repubblica sociale italiana annunciava che renitenti alla leva e disertori sarebbero stati condannati a morte, firmato da Giorgio Almirante nella sua veste di funzionario del ministero della Cultura popolare.
Il 14 luglio 1971, è nominato procuratore generale a Milano Luigi Bianchi d’Espinosa, il quale non fa mistero di vole procedere contro lo stesso Almirante e i componenti della direzione nazionale del Msi per “tentata ricostituzione del Partito nazionale fascista”.
Almirante reagisce.
Ce lo conferma una nota informativa del ministero degli Interni del 6 dicembre 1971, proveniente da “qualificata fonte ambientale”, che afferma che “Almirante ha parlato dell’inchiesta della Procura generale di Milano contro il Msi, per il reato di riorganizzazione del Pnf, e ha dato lettura di due note informative, contenenti gravi rivelazioni sui precedenti e le condotte private dei magistrati milanesi Bianchi D’Espinosa e Sinagra, affermando di aver avuto tali informazioni dai “servizi segreti dello Stato”, i quali si sarebbero schierati con il Msi in contrapposizione ad una congiura contro il partito dal governo Colombo, attraverso il ministero degli Interni…”
Giorgio Almirante è, quindi, sicuro che contro di lui ed il Msi sia in corso una “congiura” che vede come promotori il presidente del Consiglio Emilio Colombo ed il ministero degli Interni, ai quali si contrappongono i servizi segreti militari che lo sostengono e lo proteggono.
Il segretario nazionale del Msi non millanta, in questo caso, credito perché l’8 ottobre 1982 il tenente colonnello Antonio Viezzer confermerà a Tina Anselmi che “Labruna e il maresciallo Esposito hanno messo bombe nelle sedi del Msi per favorire il Msi nel 1972″, ovvero nel corso della campagna elettorale nella primavera di quell’anno.
Del resto, a dare credito ad una nota dell’ambasciata americana a Roma del 17 marzo 1971, l’inchiesta sul “golpe Borghese” prende di sorpresa i vertici militari e dell’Arma dei carabinieri confermando che il suo avvio è stato deciso in sede esclusivamente politica per motivazioni che attengono allo scontro fra forze politiche inserite nel medesimo schieramento anticomunista:
“La motivazione politica di tale “indagine” – scrivono i funzionari dell’ambasciata americana in un rapporto inviato al Dipartimento di Stato – è confermata dal fatto che gli organismi di sicurezza del governo che normalmente sarebbero stati coinvolti come i carabinieri avrebbero preso inizialmente dell’indagine attraverso gli articoli del giornale comunista. Come era da prevedersi sono furiosi come lo sono i principali leader delle Forze armate…”.
Visti i presupposti, la controffensiva almirantiana non produce gli effetti sperati se è vero che, il 10 gennaio 1972, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa nel corso del suo intervento richiama i magistrati all’impegno antifascista:
“Il nostro sistema giudiziario – dice – impone a qualsiasi magistrato di operare in maniera antifascista. Non per libera scelta ideologica ma per dovere di lealtà al giuramento”.
E’ difficile credere che un alto magistrato come Luigi Bianchi D’Espinosa che ha consolidato la sua carriera facendo il pubblico accusatore, negli anni dell’immediato dopoguerra, nelle Corti di assise straordinarie contro i fascisti possa scambiare Giorgio Almirante e il Msi, rispettivamente, come fascista ed organizzazione finalizzata a ricostituire il Partito nazionale fascista.
Anche Oscar Luigi Scalfaro ha chiesto ed ottenuto la fucilazione di fascisti nel 1945 come pubblico ministero a Novara ma non ha mai scambiato il Msi per un partito fascista, e con i presunti eredi della Repubblica sociale è sempre stato in ottimi rapporti provati anche da sostegno che gli hanno dato per essere eletto presidente della Repubblica.
L’uso dell’arma giudiziaria contro i nemici politici è una prerogativa del potere democristiano, così che non pare avere torto Giorgio Almirante a ritenere che l’azione giudiziaria sia dettata da motivazioni politiche.
Il 1972, che inizia con l’esplicita dichiarazione di guerra dli Luigi Bianchi D’Espinosa è un anno nefasto per Giorgio Almirante.
Il 5 febbraio 1972, il Tribunale di Reggio Emilia riconosce come autentico il bando del 17 maggio 1944, firmato da Giorgio Almirante, con il quale si preannunciava la condanna a morte per i disertori e i renitenti alla leva delle Forze armate della Rsi.
Il 17 febbraio 1972 si costituisce il governo presieduto da Giulio Andreotti e, significativamente, il giorno successivo, 18 febbraio, a Milano, viene formalizzata l’istruttoria a carico di Giorgio Almirante e dei componenti della direzione nazionale del Movimento sociale italiano per “tentata ricostituzione del Pnf”.
Il 4 marzo 1972, è tratto in arresto Pino Rauti, accusato da Marco Pozzan sollecitato da Franco Freda di aver preso parte alla riunione svoltasi a Padova il 18 aprile 1969, nel corso della quale si decisero gli attentati alla Fiera campionaria ed alla stazione ferroviaria di Milano, compiuti il 25 aprile, con l’intento di provocare una strage attribuita agli anarchici.
L’arresto di Pino Rauti suona come un avvertimento alla persona, pronta a scaricare i subalterni, agli ambienti militari e spionistici di cui è parte integrante ma anche a Giorgio Almirante, promotore della manifestazione del 14 dicembre 1969, che ora ha l’ex capo di “Ordine nuovo” inserito nella direzione nazionale del suo partito.
E’ il Movimento sociale italiano che entra, con Pino Rauti, ufficialmente nell’inchiesta su piazza Fontana, chiamato in causa dai manovali padovani terrorizzati dall’idea di una condanna all’ergastolo inflitta a loro, e solo a loro.
A rafforzare la tesi della congiura giunge anche un appunto redatto dal Sid sulle attività delle Squadre d’azione Mussolini (Sam), nel quale scrive:
“La questione delle Sam costituirebbe un terzo episodio, in ordine di tempo, di un medesimo “disegno politico” volto a danneggiare il MSI (gli altri due dovrebbero essere rappresentati dalle indagini sul Fronte nazionale e sulla presunta ricostituzione del partito fascista); – il responsabile di tale “disegno”, sebbene non ancora individuato, dovrebbe ricercarsi in un esponente del Psdi, con il quale elementi del gruppo Sam avrebbero avuto dei contatti”.
Non c’è traccia di “comunisti” e “toghe rosse”.
Giorgio Almirante puntava l’indice contro il presidente democristiano, Emilio Colombo, e il ministero degl Interni; il Sid indica in un esponente del partito di Giuseppe Saragat il promotore di un “disegno politico” contro il Msi, da portare avanti con attentati compiuti dalle Sam e per via giudiziaria sfruttando le inchieste sul “golpe Borghese” e sulla “tentata ricostituzione del Pnf”.
La nota del Sid risale al 28 febbraio 1972, ma dal 4 marzo a queste due inchieste c’è da aggiungere anche quella sulla strage di piazza Fontana.
Si delinea, in questo modo, non una battaglia ideologica fra schieramenti contrapposti, ma una faida all’interno del mondo politico anticomunista che vede le fazioni che lo compongono scontrarsi utilizzando i mezzi della provocazione e dell’azione giudiziaria.
Il 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado è compiuto il primo e unico atto di spontaneismo armato, dal 25 aprile 1945, di matrice fascista, contro un Corpo armato e di polizia dello Stato, l’Arma dei carabinieri.
Nell’agguato, compiuto con un’autobomba, muoiono tre militi e rimane gravemente ferito un ufficiale.
Il 3 giugno 1972, l’organo di stampa del Msi, “Il Secolo d’Italia”, intitola l’articolo dedicato all’attentato “È un altro delitto delle Brigate rosse”.
Il giorno successivo, 4 giugno, a Firenze, Giorgio Almirante non esita a dichiarare:
“Sento il dovere e il diritto di manifestare la piena solidarietà alle forze dell’ordine e tutte le forze armate. La sfida lanciata dall’altra parte noi, per ora, la raccogliamo così, schierandoci moralmente e politicamente al loro fianco. Ma se il governo continuerà a venir meno alla sua funzione di Stato, noi siamo pronti a surrogare lo Stato. Queste non sono parole e invito i nostri avversari a non considerarle tali….I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e, siccome una volta sono stato frainteso e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo scontro fisico”.
Parole gravissime che Almirante si sente autorizzato a pronunciare perché dettate dalla solidarietà con l’Arma dei carabinieri duramente colpita a Peteano di Sagrado.
Per il segretario nazionale del Msi non ci sono dubbi sulla matrice “rossa” di quell’attentato perché nessuno a destra, secondo lui, potrebbe colpire i carabinieri presentati nel 1946 alla stregua di “camerati” che proteggono ed affiancano i “giovani nazionali”.
Nessuno, secondo Giorgio Almirante, ricorda che furono proprio i carabinieri, nella pineta di Fregene, nella notte fra il 22 e il 23 agosto 1943 ad uccidere con un colpo alla nuca l’ufficiale più decorato delle Forze armate, Ettore Muti, il primo fascista a cadere, il primo omicidio di Stato della rinascente democrazia.
Nessuno, secondo il segretario nazionale del Msi, nel 1972 poteva più ricordare la “personale avversione” nutrita da Benito Mussolini nei confronti dei reali carabinieri pronti ad ucciderlo per non lasciarlo in mano ai tedeschi, se non fosse intervenuto l’ordine contrario del capo della polizia, Carmine Senise.
Per Giorgio Almirante, la memoria storica dei giovani nati e cresciuti nelle federazioni del Msi è inesistente. Dietro l’apparenza dei saluti romani e dei pellegrinaggi annuali a Predappio c’è l’oblio di un passato che nessuno osa più ricordare.
L’eco delle delazioni che dal Veneto al Friuli, ora per incassare la taglia di 30 milioni, ora per prendere le distanze dall’attentato e condannarlo, non giunge fino a Giorgio Almirante neanche quando divengono di pubblico dominio come quella attuata dai confidenti del Sid, Giovanni Ventura e Franco Freda, nei primi giorni di luglio 1972.
Il segretario nazionale del Msi è impegnato a fronteggiare l’attacco politico e giudiziario al quale è sottoposto, senza peraltro riuscire ad arginarlo.
Il 7 giugno 1972, difatti, il procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa invia alla Camera dei deputati la richiesta di autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per “tentata ricostituzione del Pnf”.
Bianchi D’Espinosa muore il 25 giugno 1972, ma l’inchiesta non si arresta e, il 1° luglio, la Procura generale di Milano trasmette alla Camera dei deputati la documentazione relativa alla richiesta di autorizzazione a procedere bei confronti di Giorgio Almirante.
Il 6 ottobre 1972, all’aeroporto di Ronchi dei Legionari Ivano Boccaccio tenta di dirottare un aereo civile delle linee aeree interne per ottenere un riscatto di duecento milioni di lire a titolo di autofinanziamento.
Non disposto a mettere a repentaglio la vita dei pochi passeggeri, Ivano li fa scendere e non si rende conto che i piloti riescono a fuggire da una finestra apribile all’interno della cabina di pilotaggio, la cui esistenza era stata tenuta segreta, così che rimane solo all’interno dell’aereo.
A questo punto, dopo avergli intimato inutilmente la resa, alcune centinaia fra agenti di Ps e carabinieri assaltano l’aereo fermo sulla pista.
Ivano si difende lanciando una bomba a mano che provoca la ritirata fulminea degli attaccanti, meno due che riescono a nascondersi sotto l’ala dell’aereo da dove sparano contro Ivano Boccaccio ben visibile all’interno della cabina di pilotaggio, che risponde al fuoco ma viene raggiunto da un colpo di mitra alla tempia che ne provoca l’immediato decesso.
Seguo via radio quanto accade e comprendo subito che il silenzio di Ivano Boccaccio è dovuto alla sua morte.
Rimando a casa i due elementi che erano con me, mai identificati con buona pace dello scopritore del nulla Felice Casson, e accompagno Carlo Cicuttini a Padova dove incontro Massimiliano Fachini che, informato brevemente dell’accaduto, lo accompagna a Roma da Paolo Signorelli che, a sua volta, lo indirizza a Mauro Meli a Genova, che gli fornisce le indicazioni per recarsi in Spagna, a Barcellona.
Il 7 ottobre 1972, quindi, Paolo Signorelli informa Pino Rauti in merito al dirottamento aereo e all’attentato di Peteano di Sagrado. Mi dirà successivamente che “a Pino sono venuti i capelli grigi”, e sarà quest’ultimo ad informare Giorgio Almirante.
A questo punto, il segretario nazionale del Msi si trova gravato da quattro inchieste, rispettivamente relative al Fronte nazionale e al “golpe Borghese”; alla “tentata ricostituzione del Partito nazionale fascista”; alla strage di piazza Fontana ed ora all’attentato di Peteano di Sagrado.
Quest’ultima potrà avere effetti devastanti sull’immagine del partito sia per l’obiettivo (i carabinieri) sia perché non presenta margini di difesa visto che chi ha attirato i carabinieri nella trappola con una telefonata, è Carlo Cicuttini, segretario del Msi di Manzano del Friuli che, se arrestato, sarà inchiodato alle proprie responsabilità da una perizia fonica.
Giorgio Almirante è fermamente convinto fin dall’estate del 1971 che da ambienti politici democristiani e socialdemocratici sia in atto un’operazione contro la sua persona ed il suo partito.
Non ha alcun elemento che possa indurlo a credere che l’attentato di Peteano sia frutto di un’azione spontanea, decisa al di fuori di ogni logica di gruppo ed organizzazione con finalità diverse da quelle di un attacco militare allo Stato.
Nella logica di un burattino, è normale che si ritenga certa l’esistenza di burattinai in qualsiasi evento politico di una certa rilevanza, quindi Giorgio Almirante si convince che l’attentato di Peteano s’inquadra nell’ambito della congiura contro di lui ed il partito.
A questo punto decide di compiere una mossa spregiudicata: chiedere un incontro segretissimo con il segretario nazionale della Dc, Arnaldo Forlani, per rivelargli quanto sa e chiedere il suo aiuto dinanzi ad un attacco che potrebbe coinvolgere anche ampi settori della Democrazia cristiana.
L’incontro avviene nella seconda metà del mese di ottobre del 1972.
Il 18 aprile 1997, Arnaldo Forlani riferisce alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi sul contenuto di quel colloquio:
“Essendo la mia disponibilità totale e la mia franchezza assoluta, voglio dire che allora rimasi ancora più preoccupato da quanto mi fu detto riservatamente dal segretario del Movimento sociale italiano, Almirante, che volle un incontro con me in un appartamento del centro di Roma, a casa di un suo amico. M’impressionò molto quello che mi disse Giorgio Almirante: era molto preoccupato, voleva avvertire me e, attraverso di me altri esponenti della vita politica nazionale, che una serie di movimenti che si stavano verificando nel paese e tentativi vari di gruppi antisistemici e di destra sfuggivano completamente alle sue possibilità di controllo: e non solo: si ponevano in antitesi con la sua posizione e aggiunse che avremmo commesso tutti un errore madornale nel ritenere che ci fosse qualche collegamento fra questi fenomeni e la posizione complessiva, strategica, programmatica e di linea politica del Movimento sociale italiano che poi in quel periodo era diventato Destra nazionale”.
Dopo i falliti “colpi di Stato” istituzionali del 12-14 dicembre 1969 e del 7-8 dicembre 1970, le conseguenze che potrebbero derivare al Movimento sociale italiano ed alla sua leadership politica dall’incertezza che si è determinata sulle tattiche da seguire per risolvere il caso italiano, convincono Giorgio Almirante che è giunto il momento di prendere ufficialmente le distanze dal principe Junio Valerio Borghese e da quanti ritengono di poter risolvere la situazione italiana con il concorso congiunto di forze politiche e militari.
La presenza di un missino fra gli attentatori del 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado, quando scoperta, potrebbe scardinare ogni possibilità di difesa del partito anche in relazione alle inchieste nelle quali sono coinvolti altri suoi dirigenti, come Pino Rauti, ed iscritti, come lo stesso Junio Valerio Borghese.
L’erroneo convincimento che l’attentato contro i carabinieri del 31 maggio 1972 sia un gesto di provocazione contro il Msi e la sua persona, induce Giorgio Almirante a rivelare al segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, quanto sa anche in merito ai rapporti che intercorrono fra gli esponenti dell’ala “dura” della destra italiana e quelli della Dc e di altri partiti anticomunisti, nonché sui loro rapporti internazionali.
Quella di Giorgio Almirante è una difesa preventiva che si propone di coinvolgere altri uomini ed altri settori dell’anticomunismo che rischiano di essere scavalcati dall’azione degli oltranzisti atlantici.
Il messaggio e le rivelazioni di Giorgio Almirante che, certo, non si è fatto scrupolo di tacere i nomi dei principali congiurati a destra come nella Democrazia cristiana e nel Partito socialdemocratico, generano l’inizio di una guerra senza esclusione di colpi all’interno del partito di maggioranza relativa e di tutto lo schieramento anticomunista.
Non è un’opinione.
E’ proprio il segretario nazionale della Dc, l’uomo che ha raccolto l’atto di accusa di Giorgio Almirante, Arnaldo Forlani a dichiarare ufficialmente la guerra a quanti si sono illusi di poter agire all’insaputa e contro la volontà dei vertici della Democrazia cristiana.
Il 5 novembre 1972, a La Spezia, sede storica della Decima flottiglia Mas, Arnaldo Forlani pronuncia in pubblico un discorso che segna l’inizio di un biennio tragico per la storia italiana:
“E’ stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi….Questo tentativo disgregante, – dice Forlani – che è stato portato avanti con una trama che ha radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche in ordine internazionale; questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso”.
In effetti, i pretoriani della Nato non hanno desistito dal loro tentativo di bloccare l’avanzata comunista con una soluzione autoritaria perché, come denuncia Forlani, esso è ancora in corso e continuerà ad esserlo almeno fino all’autunno del 1974.
Se la sede scelta per la denuncia di Arnaldo Forlani, La Spezia, chiama esplicitamente in causa il principe Junio Valerio Borghese, comandante della Decima flottiglia mas, ed i suoi contatti internazionali con la Central intelligence agency rappresentata da James Jesus Angleton e dai servizi segreti israeliani, qualche altro si preoccupa di tirare in ballo l’alter ego di Borghese in Italia, Giulio Andreotti.
Il 14 e 15 novembre 1972, a Roma, perviene a numerosi parlamentari copia di un documento intitolato “All’insegna della trama nera” che, ovviamente, attira subito l’attenzione del servizio segreto militare.
Il 22 novembre, il responsabile del Ccs di Napoli, Francesco Pezzino, scrive al generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D” (sicurezza interna) del Sid che il possibile autore del documento potrebbe identificarsi in Francesco Cossiga.
Due giorni più tardi, il 24 novembre, il Sid commenta:
“Il documento a causa dello stile in cui è redatto e dei particolari tecnici che vi sono riportati, non è opera di uno sprovveduto (o di un gruppo di sprovveduti) ma di gente ben informata e notevolmente sensibile al gioco della “guerra politica” che segretamente si combatte in seno ai partiti”.
Guerra alla quale prendono parte i “corpi separati” dello Stato, come provano le iniziative assunte dal Sid, in concorso con l’arma dei carabinieri, nei primi giorni del mese di novembre del 1972.
Una provvidenziale “fuga di notizie” permette, il 7 novembre 1972, al giornale “Lotta continua” di pubblicare un articoli intitolato “Trento, 18 gennaio 1971: la polizia organizza un attentato destinato a fare un massacro”, nel quale scrive:
“Siamo a conoscenza che esiste un rapporto segreto del Sid sulla bomba al Tribunale nel quale è scritto che l’inchiesta era stata condotta fino al punto che ci si era resi conto che l’attentato era stato organizzato “da altro corpo di polizia”, per cui si era ritenuto opportuno interrompere le indagini”.
Il giorno successivo, 8 novembre 1972, tre giorni dopo che il segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, ha denunciato il tentativo “disgregante” portato avanti dalla “destra reazionaria”, il colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione dei carabinieri di Udine, è obbligato a redigere un rapporto nel quale esclude, con riferimento alle dichiarazioni accusatorie formulate a più riprese da Giovanni Ventura, ogni responsabilità dei militanti di Ordine nuovo friulani nell’attentato del 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado, e ventila l’ipotesi di una “pista gialla”, quella cioè della malavita comune.
Il segretario del Msi Giorgio Almirante ora può tirare un sospiro di sollievo.
Il 10 novembre 1972, a Camerino, i carabinieri rinvengono un arsenale di armi e munizioni, oltre ad un codice cifrato.
Il giorno dopo, 11 novembre, il giornalista Guido Paglia, su “Il resto del Carlino” nell’articolo intitolato “Scoperto nelle Marche un arsenale per terroristi. Indagini a Roma fra i maoisti hanno permesso di individuare il deposito”, scrive che i documenti trovati nel deposito di Camerino “sembra che provino inoppugnabilmente l’attività eversiva e paramilitare di alcuni gruppi estremisti di sinistra”.
Nel breve volgere si tre giorni, il Sid riesce ad accusare la polizia di Trento di aver organizzato una mancata strage a Trento, il 18 gennaio 1971; a bloccare le indagini sulla pista politica, la sola percorribile, per l’attentato di Peteano di Sagrado neutralizzando l’attività delatoria dei confidenti Franco Freda e Giovanni Ventura; e a portare a termine l’operazione della “scoperta” del deposito di armi a Camerino, che doveva effettuare il 7 ottobre 1972 ma che era stata rinviata a causa del dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, avvenuto il 6 ottobre.
La “guerra politica” non è in corso solo fra i partiti ma coinvolge tutto l’apparato politico e militare anticomunista avviandosi, dopo il discorso di Arbado Forlani a La Spezia del 5 novembre 1972, a divenire guerra fratricida di tutti contro tutti
Difatti, non poteva non scendere in campo anche Mario Tedeschi, direttore della rivista “Il Borghese”, ex sergente della Decima mas e, dal 1946, confidente dei servizi segreti civili, che pubblica, sotto il titolo “All’insegna della trama nera” il documento anonimo, nel quale è scritto:
“Le recenti dichiarazioni del segretario Dc Forlani…non erano indirizzate contro la destra. Forlani difatti si è affrettato a distinguere fra la destra politica ufficiale e i gruppi sovversivi. Egli voleva colpire questi ultimi…Così facendo, Forlani ha voluto mettere sull’avviso il Presidente del Consiglio. Infatti, in seguito a ripetute segnalazioni dell’on. Rumor al vertice della Democrazia cristiana si è ormai certi che l’on. Andreotti sia da lungo tempo invischiato, per il tramite di alcuni fiduciari, con ambienti della destra extra-parlamentare.
L’on. Andreotti che è stato per lungo tempo ministro della Difesa…si è sempre servito per i suoi fini personali del Servizio segreto; o meglio, di alcuni uomini all’interno del servizio. In particolare, questi uomini fanno capo al colonnello Jucci (che) ha stabilito rapporti con il mondo della destra extra-parlamentare grazie alla collaborazione di un altro elemento del Sid: il colonnello Vicini.
Questo colonnello, fino a poco tempo fa, comandava il reparto guastatori che si addestra in Sardegna ed ha disponibilità illimitate di esplosivo. Si noterà a questo proposito che in tutti i casi di attentati con matrice di destra l’esplosivo non è risultato quanto mai rubato…Il motivo è chiaro: il materiale alla destra veniva fornito dal Vicini, d’accordo con lo Jucci che, per conto del suo padrone Andreotti voleva alimentare il sovversivismo di destra…”
La pubblicazione del documento che nessun giornale, tantomeno quelli facenti capo al Partito comunista o a “Lotta continua” ha osato fare, appare come una risposta dei servizi segreti civili del ministero degli Interni, diretto da Umberto Federico D’Amato, amico personale di Mario Tedeschi, ai “cugini” del Sid ed ai loro protettori politici.
Il redattore del documento che, il 6 dicembre 1972, il Sid ritiene di aver identificato nel giornalista de “Il Corriere della sera” nonché confidente della divisione Affari riservati del ministero degli Interni Alberto Grisolia, rileva che Arnaldo Forlani ha operato una precisa distinzione fra la destra ufficiale, rappresentata da Giorgio Almirante, e i “gruppi sovversivi”, quelli che il segretario nazionale del Msi ha definito “fuori controllo”; ha attribuito al solo Mariano Rumor (non a Giorgio Almirante il cui incontro con Forlani gli è evidentemente sconosciuto) le accuse contro Giulio Andreotti di essere “invischiato” con ambienti della destra extra-parlamentare; e per la prima volta in assoluto fa riferimento al centro di addestramento per guastatori in Sardegna, a quella base che in anni successivi sarà indicata come in uso alla struttura denominata “Gladio”.
Tradimenti, delazioni segrete, documenti anonimi, le guerre nel torbido mondo politico italiano si fanno anche in questo modo.
Giulio Andreotti sale ora sul banco degli imputati. E deve difendersi.
Il rappresentate del Vaticano in Italia, l’uomo che mai ha perso una messa, che ha sempre recitato il rosario, che si è genuflesso dinanzi ad ogni monsignore, che ha baciato ogni anello cardinalizio, sa che la miglior difesa è l’attacco.
Del “golpe Borghese” che avrebbe dovuto incoronarlo presidente del Consiglio con tutti i poteri derivanti dallo stato di emergenza, Giulio Andreotti conosce tutti i segreti, i nomi ed il ruolo di tutti i “congiurati”, quindi predispone la propria difesa facendo raccogliere al servizio di controspionaggio militare, diretto dal generale Gianadelio Maletti, tutti gli elementi che potrebbero servire per una chiamata in correità rivolta ad uomini politici ed ai vertici delle Forze armate.
Ma non è nello stile di un prete spretato quello di morire come Sansone con tutti i filistei, perché Giulio Andreotti si dota, servendosi del generale Maletti, di un formidabile strumento di ricatto che è, nello stesso tempo, suscettibile di fargli acquisire l’eterna gratitudine di quanti lui vorrà salvare da un’eventuale azione giudiziaria.
Infine, chi potrà ragionevolmente sostenere contro di lui l’accusa di aver promosso il “golpe Borghese” quando potrà dimostrare di essere stato lui, non altri, ad aver ordinato le indagini sui “golpisti” affidati al controspionaggio militare?
Furbo, anzi furbissimo il rappresentante del Vaticano in Italia. La miccia accesa da Giorgio Almirante nell’ottobre del 1972, durante il suo segretissimo incontro con Arnaldo Forlani, brucia in fretta.
Il 16 gennaio 1973, si svolge il primo colloquio debitamente registrato fra il capitano Antonio Labruna, il più stretto collaboratore del generale Gianadelio Maletti, e Remo Orlandini, esponente del Fronte nazionale, il cui patrimonio conoscitivo è quasi alla pari di quello del suo capo, Junio Valerio Borghese.
Sarà solo il primo dei colloqui sul cui contenuto Gianadelio Maletti preparerà, per conto di Giulio Andreotti, il dossier sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Un documento esplosivo nel quale ci sono i nomi e i cognomi di tutta l’Italia che vuole uno Stato forte “contro la sovversione rossa” sotto la guida illuminata di quel Giulio Andreotti che ora li tradisce per difendersi, passare all’offensiva e uscire indenne, anzi addirittura rafforzato da una bufera che finirà per travolgere personaggi come Paolo Emilio Taviani.
La Democrazia cristiana si spacca al vertice. La lotta per il potere fra cattolicissimi e devoti figli di Maria e del Papa è stata sempre feroce, ma era è al coltello.
È Aldo Moro, non Enrico Berlinguer, a scoprire in Italia l’esistenza di un “pericolo fascista”.
Lo stratega cinico e spregiudicato del centro-sinistra, il fautore della “strategia dell’attenzione” nei confronti del Partito comunista compie una mossa strumentale quanto decisiva nella guerra interna alla Democrazia cristiana resuscitando lo spettro di un pericolo inesistente per lo stato ed il regime clerical-stragista.
La mossa di Giorgio Almirante di conferire con Arnaldo Forlani non ha dato, fino ad ora, i frutti sperati perché il 28 aprile 1973 il presidente della Corte costituzionale, Paolo Francesco Bonifacio, e il ministro di Grazia e giustizia, Mario Zagari, esprimono parere favorevole all’applicazione della legge Scelba ai componenti della direzione nazionale del Msi.
Il giorno successivo, 29 aprile, Aldo Moro rincara la dose. In un articolo, a sua firma, pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” di Milano, Moro scrive:
“Si è rifatta in questi ultimi tempi evidente la minaccia fascista come per un organico disegno di provocazione rivolto a condizionare le libere scelte del Parlamento italiano. Non c’è dubbio che questo segnale di allarme deve essere preso estremamente sul serio”.
La denuncia di Aldo Moro si fonda sui tragici eventi dell’aprile 1973 che hanno visto il missino Giancarlo Rognoni (ancora oggi spacciato in perfetta malafede come extra-parlamentare di matrice ordinovista) organizzare la strage, fortuitamente fallita per l’imperizia di Nico Azzi, sul treno Torino-Roma il 7 aprile; e la direzione nazionale del Msi organizzare una manifestazione a Milano per la data del 12 aprile 1973, nel corso della quale attivisti missini lanciano bombe a mano contro i cordoni della polizia uccidendo l’agente di Ps Antonio Marino.
E’ la reiterazione testuale del piano già eseguito nel mese di dicembre del 1969, la strage prima (piazza Fontana, 12 dicembre) e la manifestazione nazionale del Msi, a Roma, (14 dicembre) che doveva consentire, innescando sanguinosi incidenti, a Mariano Rumor di proclamare lo stato di emergenza.
In questa occasione, la strage fallisce, uccidono un poliziotto e, per la delazione di un dirigente giovanile del Msi di Milano, fallisce miseramente anche il tentativo di attribuire a provocatori comunisti infiltrati fra i “giovani nazionali” il lancio di bombe a mano contro la polizia.
Aldo Moro sa perfettamente che l’ascaro missino non è in grado di condizionare le “libere scelte” del Parlamento italiano e che non esiste alcun “pericolo fascista”, ma definire in questo modo una minaccia che proviene anche all’interno del suo partito, gli consente di attirarsi le simpatie ed il sostegno del Partito comunista italiano al quale viene strumentalmente molto comodo credere che esista nel Paese una minaccia “fascista” che gli evita di dover denunciare quella, reale, rappresentata dalla Nato, dall’ambasciata americana, dall’alta finanza, dai vertici delle Forze armate e così via.
Inventare un “fascismo” che non esiste fa comodo a tutti.
In una battaglia italiana, non poteva mancare il traditore di turno. In questo caso, si tratta di Paolo Emilio Taviani, fra i creatori di “Gladio”, ministro della Difesa e degli Interni per anni, ammiratore del Msi, oltranzista atlantico, devoto agli interessi americani, fondatore di un’organizzazione segreta del ministero degli Interni che annovera fra i suoi componenti decine di presunti “terroristi neri”.
Taviani si schiera ora con Aldo Moro nella denuncia del “pericolo fascista”. S’impegna formalmente, in un colloquio con il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Vittorio Occorsio, a sciogliere il Movimento politico Ordine nuovo come un atto politico, un segnale rivolto a coloro che dei Graziani e dei suoi amici si servono.


...CONTINUA

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MessaggioInviato: Gio Set 05, 2013 1:09 pm    Oggetto:  
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... Ma la prima strage, dopo quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, non è provocata dai “fascisti”, ma dalla risposta che ambienti ben più potenti dei missini e gruppi collegati danno al primo dei traditori democristiani, quel Mariano Rumor che come presidente del Consiglio, nel dicembre del 1969 ha disatteso l’impegno di proclamare lo stato di emergenza provocando il fallimento dell’operazione che doveva imporre all’Italia una soluzione autoritaria.
A compiere la strage del 17 maggio 1973, a quasi due anni dalla decisione di eliminare fisicamente Mariano Rumor, è Gianfranco Bertoli, confidente del Sifar-Sid, giunto per l’occasione da Israele dove soggiornava ufficialmente con un documento falso, che avrebbe dovuto uccidere l’esponente mocristiano all’uscita dalla Questura dove aveva partecipato alla commemorazione del commissario di Ps, Luigi Calabresi, con una bomba a mano Ananas, a frammentazione, le cui schegge ben potevano penetrare nella vettura sulla quale si trovava Rumor ed ucciderlo.
Ma Bertoli, per garantirsi una possibilità di fuga ed evitare di essere colpito dalle schegge della sua stessa bomba, la lancia da una distanza eccessiva, così uccide quattro persone, ne ferisce altre 46 e lascia illeso Mariano Rumor.
Arrestato, recita secondo copione la parte dell’anarchico individualista che vuole vendicare Giuseppe Pinelli.
Non ci crede nessuno nei piani alti della politica e delle forze di sicurezza perché quella compiuta da Bertoli era una strage annunciata di cui erano a conoscenza i vertici regionali veneti e nazionali del Pci, quelli del ministro degli Interni e perfino un magistrato della procura della Repubblica di Milano.
Stanno tutti zitti.
La verità la conosce anche Paolo Emilio Taviani? Il sospetto è fondato.
Alla data del 24 agosto 1974, nel suo diario, Taviani annota il contenuto di una conversazione con il capo della polizia Efisio Zanda Loy ed il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, in merito alla strage del 17 maggio 1973 e di Gianfranco Bertoli sul cui conto scrive:
“I legami con Padova e Mestre sono accertati. A Padova e a Mestre sono di casa gli ordinovisti veneti”.
Dovranno, però, passare più di vent’anni prima che questa verità venga sancita sul piano giudiziario e su quello storico, spezzando il muro di omertà e vanificando i vari tentativi di interferire, a favore degli ordinovisti veneti, del pubblico ministero Felice Casson.
La fondatezza del sospetto è avvalorata, inoltre, dal fatto che il 18 luglio 1973 con un primo rapporto la Questura di Padova inizia l’inchiesta sulla “Rosa dei venti”.
Con raro senso dell’umorismo, lo stesso responsabile dell’Antiterrorismo, questore Emilio Santillo, spiegherà il nome e il simbolo dell’organizzazione con il fatto che è costituita da 20 gruppi fascisti che, poi, diventeranno 24.
In realtà, la Rosa dei venti è il simbolo dell’Alleanza atlantica che di fascismo, di fascista e di fascisti non ha proprio nulla e non ne conta nessuno.
Paolo Emilio Taviani, tornato al dicastero degli Interni il 7 luglio 1973, punta decisamente in alto, non solo sul piano nazionale ma su quello internazionale.
L’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, difatti, porterà a sviluppi clamorosi e provocherà reazioni durissimi sulle quali è sempre stato mantenuto il segreto.
Il 13 gennaio 1974, a Verona, è arrestato il maggiore Amos Spiazzi e, contestualmente, è inviata una comunicazione giudiziaria al colonnello Angelo Dominioni.
Il 21 gennaio 1974, i giudici padovani titolari dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti” spiccano un mandato di cattura a carico del generale della riserva Francesco Nardella, che si rende irreperibile.
Il 23 gennaio 1974 scatta l’allarme nelle caserme e nelle basi Nato del centro-nord.
Il 26 gennaio 1974, a Roma, si svolge una riunione fra il ministro della Difesa, Mario Tanassi, il direttore del Sid, Vito Miceli, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino, e il questore di Roma.
Il giorno successivo, 27 gennaio, a Moena, dove si trova ospite nella scuola di pubblica sicurezza, Paolo Emilio Taviani registra nel suo diario l’allarme, lanciato nella notte, di un possibile colpo di Stato, che ha comportato il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alla sua persona. E scrive:
“Certo il clima è pesante. Assomiglia a quello del Cile prima dell’avvento di Pinochet”.
Lo stesso 27 gennaio 1974, sotto il titolo mendace “Il generale è un nero”, in un articolo pubblicato dalla rivista “L’Espresso”, il generale Mario Scialoja scrive:
“L’Ufficio di guerra psicologica del comando Ftsae di Verona, che è stato diretto sia dal generale Nardella che dal colonnello Dominioni, lavora in collegamento con la forza Nato americana. È segretamente affiancato da un ufficio studi della Cia le cui attività sono abbastanza misteriose: sembra che fra i suoi compiti vi sia anche quello di studiare le varie strategie psicologiche da usare in caso di colpi di stato, guerre civili, sommosse, controguerriglie. E c’è chi sostiene che in questi ultimi anni una particolare attenzione fosse dedicata allo studio “scientifico” dell’uso della strategia della tensione”.
Dove, come si vede, di “nero” non c’è niente.
Rimane il fatto certo che il 31 gennaio 1974, con una prassi inusuale, è collocato in congedo, senza alcuna motivazione, il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Vincenzo Lucertini.
È ragionevole, anche per la successione cronologica degli avvenimenti, affermare che il malumore nelle Forze armate sia scaturito dai mandati di cattura a carico del maggiore Amos Spiazzi e del generale Francesco Nardella, oltre che dalla comunicazione giudiziaria inviata al colonnello Angelo Dominioni.
Il timore negli ambienti militari è che l’azione giudiziaria possa comportare sviluppi clamorosi e provocare conseguenze gravissime per le Forze armate e la sicurezza nazionale di cui sono, teoricamente, custodi.
Il primo a parlare è Roberto Cavallaro che, invano, il Sid cerca di screditare affermando che “frequentava le caserme per ragioni omosessuali”, lo segue a ruota Amos Spiazzi.
I due, in concreto, affermano che in esiste in Italia “un’organizzazione di sicurezza interna alle Forze armate, organizzazione che non ha finalità eversive e tanto meno criminose, ma si propone di proteggere le istituzioni vigenti contro gli avanzamenti da parte marxista…”.
Il tentativo di porre un freno alle rivelazioni di Amos Spiazzi da parte del Sid che gli fa dire dal generale Alemanno che “sta parlando troppo”, riesce solo parzialmente e, comunque, il danno è fatto.
Esiste, dunque, un’organizzazione segretissima delle Forze armate, che ha il compito specifico di impedire al Partito comunista di giungere al governo. Ad una struttura potente quanto occulta poteva riferirsi Aldo Moro quando parlava del “pericolo fascista” in grado di “condizionale le libere scelte del parlamento”, non certo agli scalcagnati estremisti di destra appesi ai fili di quanti ritengono necessaria una “soluzione autoritaria” per risolvere, una volta per tutte, il caso italiano.
La faida scatenata dalle rivelazioni di Giorgio Almirante ad Arnaldo Forlani ha assunto ora le caratteristiche di una guerra fratricida all’interno del composito mondo anticomunista interno ed internazionale, che si combatte con ogni mezzo e senza alcuno scrupolo su tutti i fronti.
Forze, non è un caso che agli inizi del mese di gennaio esploda lo scandalo dei petroli che vede fra gli imputandi Giulio Andreotti il quale, da parte sua, si difende minacciando Amintore Fanfani di rivelare quanto a sua conoscenza sui retroscena della morte di Wilma Montesi, utilizzata per una resa dei conti all’interno della Democrazia cristiana negli anni Cinquanta.
Certo è che l’inchiesta sulla “Rosa dei venti” sfiora anche l’ambiente industriale con le incriminazioni di Attilio Lercari e Andrea Piaggio, mentre per la prima volta emerge fra i nomi dei “golpisti” anche quello di Michele Sindona, tanto caro a Giulio Andreotti e al Vaticano.
L’Italia politica è a quel punto una polveriera in grado di esplodere e travolgere tutto e tutti.
È in questo scenario che i mesi di marzo ed aprile del 1974 sono punteggiati dalle rivelazioni di Amos Spiazzi, che confermano quelle di Roberto Cavallaro, obbligando il potere politico e i vertici delle Forze Armate a mettersi sulla difensiva per proteggere un segreto che tutti i massimi dirigenti della Democrazia cristiana (da Aldo Moro a Paolo Emilio Taviani, a Mariano Rumor, a Giulio Andreotti, ecc.) conoscono ma che nessuno di loro è disposto a rivelare.
La partita a scacchi all’interno dell’anticomunismo, fra le fazioni in lotta, si svolge sul piano politico, su quello dell’informazione e della disinformazione con riviste e quotidiani che pubblicano una valanga di articoli basati su elementi che spesso vengono forniti dagli stessi servizi segreti militari e civili che accrescono l’incertezza e la confusione senza nulla rivelare sul piano giudiziario, dove i magistrati cercano di comprendere quello che non hanno la possibilità o la volontà di intuire, ma anche su quello delle operazioni segrete.
Mentre Amos Spiazzi parla, il Sid e l’Arma dei carabinieri regolano i conti con il ministero degli Interni di cui è titolare Paolo Emilio Taviani, il “traditore” di “Gladio”.
Il 9 marzo 1974, a Edolo Val Camonica (Brescia) i carabinieri diretti dal capitano Francesco Delfino arrestano gli “avanguardisti” Kim Borromeo e Giorgio Spedini, in realtà al servizio del partigiano anticomunista Carlo Fumagalli, capo del Mar, mentre trasportano sulla loro vettura 364 candelotti di tritolo, 8 chili di esplosivo plastico e denaro.
E’ una pugnalata alla schiena di Carlo Fumagalli e dei suoi aderenti perché anche lui, come Gaspare Pisciotta, avrebbe potuto dire che con la polizia ed i carabinieri erano come il “Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, avendo agito sempre di comune accordo.
Difatti, Delfino si preoccupa di far esplodere l’esplosivo sequestrato perché “instabile”, già il giorno successivo all’arresto dei due “avanguardisti”, il 10 marzo, tranne un candelotto e pochi grammi di granulato di potassio.
Il capitano dei carabinieri, destinato a fare una luminosa carriera all’interno dell’Arma e del servizio segreto militare, sa bene che uso è stato fatto dell’esplosivo a disposizione di Carlo Fumagalli e dei suoi militanti, così che evita che si possa utilizzare quello sequestrato per perizie esplosivistiche in sede giudiziaria.
Nella notte fra il 9 e il 10 maggio 1974 scatta l’operazione che porta all’arresto di Carlo Fumagalli e di altri 15 componenti del Mar, rendendosi irreperibili il più stretto collaboratore del capo dell’organizzazione, Gaetano Orlando, e il militante di Avanguardia nazionale Giancarlo Esposti, infiltrato da Stefano Delle Chiaie nel Mar e, poi, passato segretamente al servizio di Carlo Fumagalli tradendo la fiducia dello sprovveduto “Caccola”.
Doppi e tripli giochi a parte di quanti agivano per spirito d’avventura e per denaro, l’azione del Sid e dei carabinieri disarticola un’organizzazione che fa capo, in modo occulto, al ministero degli Interni ed al suo servizio segreto, la divisione “Affari riservati” ora diretta da Umberto Federico D’Amato.
Il Mar non è mai stata un’organizzazione “fascista” impegnata a sovvertire l’ordine pubblico nella speranza di abbattere il regime democratico e via blaterando, ma uno strumento occulto del ministero degli Interni diretto ufficialmente da partigiani “bianchi” che, come Carlo Fumagalli, avevano combattuto contro i fascisti e i tedeschi così come, nel dopoguerra, si erano impegnati a combattere contro i comunisti.
L’inchiesta giudiziaria ha accertato i tanti legami intercorsi fra Carlo Fumagalli ed i suoi uomini con funzionari di polizia ed ufficiali dei carabinieri, ma ha opportunamente evitato di giungere alla conclusione che il Mar era un’organizzazione segreta dello Stato italiano, che aveva agito nel suo interesse e mai contro di esso, e che, soprattutto, era stata sempre guidata da funzionari del ministero degli Interni, di cui negli anni ’90 Gaetano Orlando farà trapelare un nome nel corso di una conversazione con chi scrive nel carcere di Parma.
Il nome, anzi il cognome che Orlando dirà è “Motta”, specificando che non necessariamente con questo cognome doveva esserci una sola persona, riferendosi esplicitamente al generale Giuseppe Motta, ex partigiano delle “Fiamme verdi” indagato proprio nell’ambito dell’inchiesta sul Mar.
Non era una bufala, perché un semplice controllo ha permesso di appurare che negli anni Settanta al ministero degli Interni erano in servizio due alti funzionari, entrambi con il cognome Motta, un questore ed un prefetto.
Chi dei due fosse il referente di Carlo Fumagalli non è stato possibile accertare e non lo sarà fino al giorno in cui lo Stato italiano non sarà obbligato a riferire tutto quello che fino ad oggi ha tenuto nascosto nei suoi archivi ufficiali e clandestini.
Non serve, oggi, sprecare parole per ribadire che il Mar di Carlo Fumagalli era, forse, un’articolazione di quell’organizzazione segretissima di cui stava parlando Amos Spiazzi o era ad essa parallela facendo capo ad una struttura non militare come il ministero degli Interni.
Certo, il Mar non era un’organizzazione “fascista”, né sovversiva, né rivoluzionaria, e la sua disarticolazione da parte del Sid e dei carabinieri ha il sapore di una risposta all’inchiesta promossa dal ministro degli Interni in carica Paolo Emilio Taviani, sulla “Rosa dei venti”.
Perché il bersaglio è proprio la linea politica adottata da Aldo Moro sostenuto dal “traditore” Paolo Emilio Taviani all’interno della Democrazia cristiana e del mondo anticomunista.
In una partita a scacchi si muovono gli alfieri, le torri, i cavalli ma anche i pedoni che, in questo tipo di guerra, sono utilizzati per le operazioni più sporche.
Molto, forse troppo, si è detto e si è scritto sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974.
La linea interpretativa preferita è quella di una vendetta dei fascisti contro i carabinieri dai quali si sentivano traditi e che dovevano costituire il bersaglio dell’attentato stragista.
Per dubitare della consistenza di questa tesi è sufficiente ricordare che l’Arma dei carabinieri è un Corpo militare con funzione di polizia, che ha caserme in ogni paese, pattuglie su tutte le strade, che è perfettamente vulnerabile se sottoposta ad un attacco a sorpresa.
Per escludere che il verminaio dell’estrema destra avesse intenzione di vendicarsi del Sid e dei carabinieri, qui è sufficiente ricordare che il 28 febbraio del 1974, a Cattolica, presso l’hotel “Giada” si è svolta una riunione alla quale hanno preso parte un buon numero di manovali del Sid e dei carabinieri, fra i quali Paolo Signorelli, legatissimo a Carlo Maria Maggi e agli ordinovisti veneti.
Il titolare dell’hotel “Giada” era Caterino Mari Falzari, confidente del Sid per sua stessa ammissione. Srceiverà in proposito il giudice istruttore di Bologna, Vito Zincani:
“Il titolare della pensione Giada, Caterino Falzari, era infatti un confidente dei servizi segreti italiani, e comunque di questa sua qualità si sono dichiarati a conoscenza i promotori della riunione. Ora, è per lo meno insolito che i dirigenti di un movimento illegale scelgano, come luogo di riunione proprio quello in cui sanno di poter essere sorvegliati…Resta la sola spiegazione – conclude il magistrato – che quello fosse l’unico posto “sicuro” dove operare fidando di opportune coperture”.
Se i Signorelli, i Massagrande, i Franci, e altri confidenti e delatori, bombaroli e stragisti sono ancora sotto l’ala protettrice del Sid nel mese di marzo del 1974, non si comprende perché nel mese di maggio debbano ardere dal desiderio di vendicarsi per torti che non hanno subito, visto che l’offensiva del servizio segreto militare e dei carabinieri ha investito un’organizzazione del ministero degli Interni (il Mar) e non loro.
Inoltre, è contorto ritenere che per vendicarsi dei carabinieri, i presunti fascisti abbiano scelto di collocare una bomba in una piazza dove si stava svolgendo un comizio, organizzato dai sindacati e dai partiti politici, contro il “terrorismo fascista”, con la certezza (si vuole riconoscere almeno questo?) che l’esplosione dell’ordigno avrebbe comunque coinvolto i partecipanti alla manifestazione, non solo i carabinieri.
Per finire: la festa dell’Arma dei carabinieri si svolge il 5 giugno di ogni anno, se mai i carabinieri ausiliari dell’estrema destra si fossero sentiti traditi dai loro colleghi, la loro vendetta avrebbe potuto colpire l’Arma quel giorno, senza coinvolgere civili.
Perché mai anticipare la vendetta di soli 8 giorni, colpendo i carabinieri in una piazza nella quale si svolgeva una manifestazione antifascista?
Se ne ricava che la volontà di strage non era rivolta contro i carabinieri, alcuni dei quali potevano restare anche vittima dell’attentato perché presenti sul posto in servizio di ordine pubblico (evento che magari non sarebbe dispiaciuto agli attentatori), ma proprio contro i partecipanti al comizio antifascista.
Perché la strage di piazza della Loggia è una risposta a Paolo Emilio Taviani, ad Aldo Moro, ai democristiani che tatticamente ritengono più produttiva una politica “morbida” nei confronti del Pci che non quella del pugno di ferro.
Brescia non è una città “rossa”, è un caposaldo democristiano, è “bianca”.
La strage colpisce i “rossi”, ma è uno sfregio alla Democrazia cristiana, il secondo dopo la disarticolazione del Mar di Carlo Fumagalli.
Chi sono gli imputati per la strage di Brescia? Gli stessi della strage di piazza Fontana, della strage di via Fatebenefratelli, della mancata strage al Mottagrill del Cantagallo, della fallita strage sul treno Torino-Roma, i Maggi, i Digiglio, i Soffiati, i Zorzi, i loro complici, i manovali dell’ala dura dell’anticomunismo nazionale ed internazionale che, guidati da Pino Rauti, volevano uno “Stato forte contro la sovversione rossa”, gli amici di Amos Spiazzi che salirà con loro sul banco degli imputati per la strage del 17 maggio 1973, assolto certo, ma solo sul piano giudiziario.
Paolo Emilio Taviani reagisce rabbiosamente. Scioglie la divisione Affari riservati, solleva dal suo incarico Umberto Federico D’Amato sconfitto due volte dagli uomini del Sid e dell’Arma dei carabinieri, prima con lo smembramento del Mar, poi con la strage di piazza della Loggia.
Paolo Emilio Taviani destina Umberto Federico D’Amato al comando della polizia di frontiera, responsabile della sorveglianza dei porti, degli aeroporti, dei valichi di frontiera, delle stazioni ferroviarie.
Una decisione fatale per quanti moriranno sul treno “Italicus” il 4 agosto 1974, perché questa seconda strage che, in apparenza, è priva di una motivazione, non si propone solo di aggravare la situazione dell’ordine pubblico già compromessa per favorire l’ala “golpista” ma è, anch’essa, una risposta beffarda e sanguinosa al ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani.
Perché le stragi del 1974, compresa quella di Savona del 20 novembre 1974, quando muore Fanny Dallari e altre 11 persone rimangono ferite, ha un denominatore comune: la presenza a capo del dicastero degli Interni di Paolo Emilio Taviani.
Cacciato lui dal governo, le stragi cessano.
Senza percorrere i tempi, vediamo che il ministro della Difesa Giulio Andreotti, pochi giorni dopo la strage di Brescia, decide che è giunto il momento di passare all’attacco, di usare quel dossier sul “golpe Borghese” diligentemente preparato dal generale Gianadelio Maletti, a partire dal mese di gennaio del 1973.
La verità sul tentativo di “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970 che doveva portare lui, Giulio Andreotti, alla presidenza del Consiglio si presenta come il pretesto ufficiale che giustifica l’azione intrapresa dal ministro della Difesa contro contro i vertici del servizio segreto militare.
I tempi dell’attacco ci suggeriscono, però, altre ipotesi. Il 2 giugno 1974, il presidente della Repubblica Giovanni Leone concede, su proposta del ministro della Difesa, Giulio Andreotti, le insegne di Grande Ufficiale al merito della Repubblica al generale Vito Miceli, direttore del Sid.
L’8 giugno 1974, sei giorni più tardi, Andreotti rende pubblica la sua decisione di destituire dall’incarico di direttore del Sid, il generale Vito Miceli, cosa che farà in tempi rapidissimi perché il 1° luglio è nominato al suo posto l’ammiraglio Mario Casardi che il 31 dello stesso mese assumerà il comando del servizio segreto militare.
La caduta del direttore del Sid segue di soli otto giorni quella del direttore della divisione Affari riservati, entrambe sono decise dopo la strage di Brescia del 28 maggio 1974.
La defenestrazione di Vito Miceli rappresenta una mossa difensiva di Giulo Andreotti, posto sotto accusa ai vertici della Democrazia cristiana da Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e i loro amici?
Avvalora questa ipotesi la decisione di Giulio Abdreotti di concedere, il 12 giugno, un’intervista a Massimo Caprara per il settimanale “Il Mondo”, nel corso della quale rivela che Guido Giannettini, ricercato nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, è effettivamente un agente civile del Sid e che Giorgio Zicari, giornalista de “Il Corriere della sera”, è “un informatore gratuito del Sid nel frattempo passato alle dipendenze della direzione Affari riservati della Ps”.
La prima rivelazione mette nei guai il servizio segreto militare e chiama in causa, per la strage del 12 dicembre 1969, l’allora presidente del Consiglio, Mariano Rumor.
La seconda rovina Giorgio Zicari che, il 5 giugno 1974, interrogato dai giudici di Padova, titolari dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, aveva consegnato loro il documento “All’insegna della trama nera” che costituiva un atto di accusa contro Giulio Andreotti e nel quale proprio Mariano Rumor era citato come uno dei suoi accusatori.
Non sono coincidenze.
Il direttore del Sid, generale Vito Miceli, è da sempre legato a Flaminio Piccoli, ma soprattutto ad Aldo Moro che, difatti, nei mesi successivi, dopo l’arresto dell’ufficiale, il 31 ottobre 1974, lo difenderà apertamente e pubblicamente definendolo, fra l’altro, “un uomo buono”.
È, come si vede, una lotta senza esclusione di colpi. Del resto, Giulio Andreotti conosce bene le responsabilità del generale Vito Miceli nel “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, e quelle risalenti al dicembre 1969 quando l’ufficiale comandava il Sios-esercito, quindi si rende credibile denunciando prima di essere denunciato, ma non tutti.
Tace, ad esempio, per restare nell’ambito dell’inchiseta sul “Golpe Borghese” sul ruolo di Licio Gelli, suo fedele esecutore di ordini, su quello ricoperto dal suo braccio destro Gilberto Bernabei, su quello di James Jesus Angleton e del colonnello James Clavio, addetto militare presso l’ambasciata americana a Roma, su quello dell’ammiraglio Giovanni Torrisi, futuro capo di Stato maggiore della Marina prima, e della Difesa, dopo.
Alla fine, dopo aver sfrondato l’elenco fornitogli dal generale Gianadelio Maletti, Giulio Andreotti, meno il generale Vito Miceli, fa volare solo gli stracci.
Gli altri non potranno che essergli grati e ricattabili.
Lo scontro all’interno dell’anticomunismo non deriva solo dalla divergenza sul piano tattico sul modo migliore per bloccare l’avanzata del Pci, ma anche sugli strumenti clandestini ed occulti utilizzati dallo Stato e dall’Alleanza atlantica per garantire la stabilità del regime italiano.
Uno di questi apparati è, certamente, l’organizzazione segreta che fa capo al ministero degli Interni, che raccoglie presunti “terroristi neri” che svolgono attività di bombaroli per conto delle Questure, di cui fa parte anche Mario Tuti che Paolo Emilio Taviani definirà nel suo libro di memorie, una “cellula impazzita” dell’organizzazione.
Nessuno ha mai indagato sul conto di questa struttura o ha preteso che la magistratura lo facesse, compresi coloro che non perdono occasione per strillare che vogliono la verità sulla guerra politica e, in particolare, sulle stragi.
Eppure, è giusto chiedersi se, contestualmente allo scioglimento della divisione Affari riservati, Paolo Emilio Taviani abbia deciso lo smantellamento di questo organismo clandestino.
Perché non è una coincidenza che la riorganizzazione del servizio segreto civile e la defenestrazione di Umberto Federico D’Amato, assegnato al comando di polizia di frontiera, decisa il 30 maggio 1974 da Taviani sia seguita, dopo solo otto giorni dalla denuncia di Mario Tedeschi che sono in preparazione gravi attentati.
L’amico e confidente di Umberto Federico D’Amato, Mario Tedeschi, lo scrive sul quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” l’8 giugno 1974, e non è che l’inizio di uno stillicidio di allarmi fatti pervenire via via al ministero degli Interni anche tramite i vertici del Movimento sociale italiano per un periodo di due mesi, giugno e luglio.
C’è stata una trattativa? Un tentativo di ricatto diretto a Paolo Emilio Taviani?
Il dubbio è legittimo perché non ha senso logico preavvertire il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che è in preparazione un attentato contro un convoglio ferroviario.
Questa notizia è, difatti, all’ordine del giorno in una riunione ala quale prendono parte, il 16 luglio 1974, Giorgio Almirante, Alfedo Covelli, Mario Tedeschi, Giulio Caradonna: la notizia fa riferimento esplicito ad un attentato che sarà compiuto contro un treno in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma.
Il giorno dopo, 17 luglio, il presidente del Msi, il monarchico Alfredo Covelli, e Giorgio Almirante si recano al Viminale dove conferiscono con il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, al quale trasmettono le notizie in loro possesso sull’attentato in preparazione contro un treno in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma, e si spingono ad indicare in tale Davide Ajò, assistente presso la facoltà di Fisica della Capitale, simpatizzante di sinistra, uno dei possibili attentatori.
Il 18 luglio, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, dirama l’allarme inviato a tutti i dirigenti dei commissariati di polizia ferroviaria, che viene revocato anche per quanto riguarda la stazione Tiburtina di Roma il 1° agosto.
Il 4 agosto 1974 è compiuta la strage preannunciata, esattamente contro il treno Palatino partito dalla stazione di Roma-Tiburtina, così come avevano appreso Giorgio Almirante e Alfredo Covelli.
12 morti e 105 feriti che pesano sulla coscienza di chi?
L’estate del 1974 è rovente per la politica italiana, fra le manovre spregiudicate di Giulio Andreotti che porta avanti l’azione finalizzata a denunciare i “congiurati” del “golpe Borghese”, preparativi di “colpi di Stato” per il mese di agosto, rivelazioni clamorose riversate a getto continuo sulla stampa nazionale, ma solo chi ha ideato ed organizzato l’attentato del 4 agosto 1974 è in grado di pilotare le notizie da far giungere ai verti del Msi ai quali è, probabilmente, contiguo così da prevederne le mosse e perseguire un obiettivo che non è solo una beffa sanguinosa ai danni del ministero degli Interni Paolo Emilio Taviani che, benché informato perfino sul luogo dal quale sarebbe partito il treno il 17 luglio 1974, non è stato capace di prevenirlo e sventarlo.
Un insuccesso così clamoroso avrebbe dovuto provocare, in un Paese normale, le dimissioni del capo della polizia e del ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani.
E, forse, era questo l’obiettivo degli stragisti: obbligare Taviani ad abbandonare la guida del ministero degli Interni dinanzi ai 12 morti e ai 105 feriti della strage dell’”Italicus”, che non può, dopo aver destituto Umberto Federico D’Amato e aver sciolto il servizio segreto civile, ripetere l’operazione cacciando dai loro posti il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, e ancora lo stesso Umberto Federico D’Amato che come capo della polizia di forntiera portava la responsabilità diretta della vigilanza della stazione di Roma-Tiburtina.
Non pesano i 12 morti e i 105 feriti sulla coscienza del cattolicissimo Paolo Emilio Taviani che, difatti, non si dimette.
Questa chiave di lettura della strage dell’”Italicus” preannunciata ai vertici di un partito rappresentato in Parlamento, i quali informano il ministero degli Interni che non riesce a difendere la vita dei cittadini nonostante il preavviso che gli indica perfino il treno, il luogo e l’orario di partenza, ci dice che è stata preparata da menti politiche contorti e spietate.
A Madrid, Stefano Delle Chiaie, detto “Caccola”, a caldo, come primo commento alla strage dell’Italicus dirà: “La tecnica mi ricorda i fratelli Karamazov”, ovvero per i non addetti ai lavori, i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice.
Paolo Emilio Taviani, quindi, rimane al suo posto ma, nel suo libro di memorie, pubblicato postumo, parlerà solo di Mario Tuti, “cellula impazzita” dell’organizzazione clandestina del ministero degli Interni.
Chissà perché?
Non è, sia ben chiaro, solo Paolo Emilio Taviani l’obiettivo dei “duri” dell’anticomunismo politico, militare e atlantico, ma rappresenta certamente uno degli obiettivi.
E’, come Mariano Rumor, un “traditore”, uno che ha cambiato schieramento e bandiera ed è anche uno di quelli che conoscono bene l’esistenza di strutture che ha concorso a creare e sulle quali, nella sua veste di ministro degli Interni, ha influenza decisionale.
Dal momento in cui Paolo Emilio Taviani ha affiancato Aldo Moro nella denuncia del “pericolo fascista”, si è mosso con decisione: il 18 luglio 1973 è iniziata, da un rapporto della Questura di Padova, l’inchiesta sulla “Rosa dei venti”;
il 22 novembre 1973 ha sciolto con un provvedimento politico il “Movimento politico Ordine nuovo” di Clemente Graziani senza attendere, come avrebbe dovuto per legge, la sentenza definitiva della Corte di cassazione;
il 9 gennaio 1974,vengono emesse un centinaio di comunicazioni giudiziarie a carico di dirigenti e militanti di “Avanguardia nazionale” nonostante che il “Caccola” e i suoi uomini godano delle simpatie di Amintore Fanfani;
il 29 luglio 1974, a Torino, inizia l’inchiesta a carico di Edgardo Sogno Rata del Vallino con il quale Paolo Emilio Taviani romperà clamorosamente i rapporti.
Gli rispondono con lo smantellamento del Mar di Carlo Fumagalli e la strage di Brescia, reagisce con lo scioglimento della divisione Affari riservati e la destituzione del suo responsabile, Umberto Federico D’Amato, e, forse, lo smantellamento dell’organizzazione segreta del ministero degli Interni di cui fanno parte Mario Tuti ed altri suoi colleghi.
Come ministro degli Interni dovrebbe rispondere del fallimento dell’opera di prevenzione per evitare la strage dell’Italicus, ma Paolo Emilio Taviani se ne infischia e rimane al suo posto.
Alla fine, però, sarà costretto a cedere.
Le bombe fatte esplodere nel suo collegio elettorale costituiscono più che un indizio sul fatto che il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, era diventato un ostacolo che andava rimosso, ad ogni costo.
Non ha difatti logica diversa dall’avvertimento, in perfetto stile mafioso, la bomba fatta esplodere, il 30 aprile 1974, dinanzi all’abitazione del senatore Franco Varaldo, in via Paleocapa, a Savona, fedelissimo gregario di Paolo Emilio Taviani.
Si colpisce il “picciotto” per dare un chiaro messaggio al “boss” democristiano che, da par suo, finge ufficialmente di non comprendere.
Il 9 agosto 1974, nella notte, a Vado Ligure (Savona) sono fatte esplodere due bombe contro il trasformatore da 360Kw della centrale Enel, che possono essere ricondotte, come ipotesi, alla comunicazione giudiziaria inviata al generale Ugo Ricci, il giorno precedente, 8 agosto, nell’ambito dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, o ai funerali delle vittime per la strage dell’ “Italicus” previsti a Bologna proprio per quel 9 agosto.
Il 26 agosto 1974, a Cadice (Spagna) muore Junio Valerio Borghese per “pancreatite”, mentre si accompagnava ad agente femminile del Sid.
Il 3 ottobre 1974, il governo rassegna le dimissioni.
Il 10 ottobre 1974, a Roma, vengono emessi venti mandati di cattura a carico del “Fronte nazionale” per il presunto “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970, fra i quali un ufficiale di Pubblica sicurezza e uno dei carabinieri.
Il 31 ottobre 1974, i giudici di Padova dispongono l’arresto del generale Vito Miceli, ex direttore del Sid, ritenuto il responsabile della superstruttura segreta di cui hanno parlato Roberto Cavallaro e Amos Spiazzi.
E nel collegio elettorale di Paolo Emilio Taviani, a Savona, esplode l’inferno.
Dal 9 novembre 1974, nella città ligure, iniziano attentati che per gli obiettivi scelti possono essere definiti stragisti. Se ne verificano ben 7 nell’arco di soli 14 giorni, uno dei quali raggiunge il fine della strage perché, il 20 novembre, in via Giacchero, un ordigno ad alto potenziale provoca la morte di Fanny Dallari ed il ferimento di altre 11 persone.
Gli ultimi due attentati sono compiuti il 23 novembre 1974, poi la sequela di bombe s’interrompe.
La ragione va ricercata nella formazione di un nuovo governo presieduto da Aldo Moro, annunciata proprio quel 23 novembre, del quale non fa più parte Paolo Emilio Taviani al quale subentra come titolare del dicastero degli Interni c’è un altro democristiano, Luigi Gui.
La durezza e la ferocia dello scontro all’interno delle fazioni dell’anticomunismo è testimoniata da quanto avviene nella composizione dei governi del 1974, che sono due: il primo, formato il 14 marzo, vede lo spostamento del socialdemocratico Mario Tanassi dalla Difesa alle Finanze, e l’arrivo alla Difesa di Giulio Andreotti, con la riconferma di Paolo Emilio Taviani all’Interno.
Il secondo, presieduto da Aldo Moro, formato il 23 novembre 1974, vede Giulio Andreotti relegato al ministero del Bilancio e degli interventi nel Mezzogiorno, sostituito alla Difesa da Arnaldo Forlani, lo stesso che, con il discorso del 5 novembre 1972 a La Spezia, ha iniziato le ostilità.
Agli Interni va, come abbiamo visto, Luigi Gui mentre Paolo Emilio Taviani, democristiano, e Mario Tanassi, socialdemocratico, sono estromessi dal governo e da tutti quelli successivi.
Nessuno, nel corso di quarant’anni, ha mai fatto caso che la data del 23 novembre 1974 segna la morte politica del democristiano Paolo Emilio Taviani e del socialdemocratico Mario Tanassi, che non saranno più chiamati a far parte del governo della Repubblica.
Sorte più benigna è riservata a Giulio Andreotti il quale sarà estromesso a vita dalla direzione del ministero della Difesa, a conferma dell’ostilità nei suoi confronti delle Forze armate.
Sotto la regia di Aldo Moro si assiste, quel 23 novembre 1974, ad una ricomposizione degli equilibri, che permette di intuire che si è stato raggiunto un compromesso sacrificando due degli esponenti di punta di entrambi gli schieramenti contrapposti: Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi.
La prova ulteriore del compromesso raggiunto è data anche dall’intervento delle Corte di cassazione che concentra, nel giro di pochi mesi, le inchieste in corso a Padova sulla “Rosa dei venti” e a Torino sul “golpe bianco”, nelle affidabili mani dei giudici romani che, alla fine, provvederanno a chiudere i contenzioso con proscioglimenti ed assoluzioni.
Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi non saranno però i soli a pagare il prezzo di quella guerra politica e civile che hanno concorso a scatenare e che, in concorso con altri, hanno diretto: nel 1976, difatti, toccherà a Mariano Rumor abbandonare la politica e ritirarsi a vita privata, mentre il 9 maggio 1978 cadrà lo stratega democristiano Aldo Moro.

CONCLUSIONI - 
Sono decenni che in questo Paese si assiste alla ricerca della verità che si pretende di trovare partendo la postulato che è esistito un “terrorismo nero” in grado di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato, e concentrando la propria attenzione sempre e soltanto sugli esecutori materiali delle stragi e degli attentati.
Tanti hanno, addirittura, fatto fortuna come storici, come esperti in “trame nere”, come giudici (si vedano i casi di Luciano Violante, Gerardo D’Ambrosio, Felice Casson) tutti impegnati nel denunciare l’attacco neofascista allo Stato democratico, sorretto da servizi segreti “deviati”, poteri occulti e poteri forti mai meglio definiti.
Dopo quasi mezzo secolo, è possibile affermare che la verità sulla tragedia italiana si può trovare – e provare – analizzando i comportamenti e le azioni della classe dirigente politica, militare, finanziaria.
Non una delle stragi italiane è riconducibile all’aggressività di un neofascismo in cerca di rivincita e vendetta sull’antifascismo al potere.
Dalla fallita strage del 25 aprile 1969, a Milano, a quella riuscita del 12 dicembre dello stesso anno alla Banca dell’Agricoltura di Milano, al mancato massacro del 7 aprile 1973 sul treno “Torino-Roma” a quello compiuto da Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973 in via Fatebenefratelli, a Milano, agli eccidi di Brescia del 28 maggio 1974, dell’Italicus del 4 agosto 1974, di Savona del 20 novembre 1974, è oggi accertata la matrice politica anticomunista come anticomunisti erano il potere politico e lo Stato.
Perfino sul conto degli esecutori materiali, quasi sempre assolti per insufficienza di prove con una dimostrazione di iper-garantismo giudiziario che gli italiani non hanno mai sperimentato, oggi c’è la certezza che, a prescindere dalle loro dichiarazioni di fedeltà al fascismo o addirittura al nazismo, non uno – dico non uno – ha potuto provare di aver agito in modo autonomo e indipendente dagli apparati segreti dello Stato.
Tutti, ripetiamo tutti, erano legati, come accertato perfino sul piano giudiziario, ai servizi segreti militari e civili, italiani e stranieri, alle Questure, alle caserme dei carabinieri.
E poiché nessuno ha osato affermare che il ministero degli Interni, la polizia di Stato, l’Arma dei carabinieri, lo Stato maggiore della difesa hanno complottato per restaurare il fascismo in Italia, è ora di trarre in maniera onesta le conclusioni sommando tutte le prove che, nel corso degli anni, si sono accumulate.
Le stragi del 1974 rispondono alla logica dello scontro all’interno del potere politico italiano, iniziato nel giugno del 1971 quando qualcuno ha mosso le sue pedine contro il Movimento sociale di Giorgio Almirante per evitare che un suo successo elettorale potesse favorire il ritorno al centro-destra della Democrazia cristiana e l’abbandono della politica di centro-sinistra e, contestualmente, per rendere “rispettabile” un partito i cui dirigenti ancora, callidamente, proclamavano come erede della Repubblica sociale italiana.
Non è stata, a nostro avviso, una brillante idea di Giorgio Almirante quella di fare del Movimento sociale una “destra nazionale”, ma solo un tentativo di distaccarsi dal passato ponendo ai vertici badogliani e antifascisti come Alfredo Covelli e Gino Birindelli, e accogliendo dei ranghi dei parlamentari il generale Gioavnni De Lorenzo, ex direttore del Sifar e medagli d’argento al V.M. nella guerra partigiana.
Tentativo destinato a fallire miseramente perché Giorgio Almirante non si sentiva pronto a rinnegare quel fascismo sul quale aveva costruito la sua fortuna personale, pur avendolo tradito già durante la guerra.
Dalla reazione di Giorgio Almirante, sotto attacco, nel mese di ottobre del 1972, dalla sua errata interpretazione delle finalità dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, scaturisce una lotta intestina all’interno della stessa Democrazia cristiana i cui dirigenti si trovano a dover regolare i conti fra loro e, contestualmente, con il Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi.
Regolamento dei conti che passa anche per quelle strutture che un potere criminale ha creato in concorso con i Paesi esteri facenti parte integrante dell’Alleanza atlantica.
Non ci sono misteri nella storia d’Italia del dopoguerra.
Ci sono prove occultate ma ancora rinvenibili, ammissioni parzialissime che devono essere ampliate e completate, fatti processuali che devono essere rivisitati ed utilizzati sul piano storico.
C’è una verità che non si può ancora affermare nella sua totalità perché esiste uno schieramento politico-giudiziario-giornalistico trasversale che ritiene necessario per la sua sopravvivenza perpetuare la menzogna.
Non è un caso che proprio a Brescia, dove almeno il rispetto per i morti dovrebbe imporre un oggettiva ricerca della verità, si agitano ed agiscono mentecatti che cercano di inquinare perfino quello che è stato processualmente accertato, utilizzando delatori e confidenti di Questura come Marco Affatigato e Mario Tuti dei quali, il primo avvalora la tesi dello “stragismo fascista”, il secondo vende ad una sprovveduta giornalista del “Corriere della sera” la “verità” che fu già dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, che a compiere l’eccidio del 28 maggio 1974 sono stati “i rossi”.
Ma perché, a distanza da quasi quarant’anni questo verminaio umano, giornalistico e pseudo politico è ancora attivo sul fronte della menzogna?
Perché la verità fa paura.
La sua affermazione, difatti, può avere riflessi politici, sia in campo nazionale che internazionale ancora oggi, pretendendo anche la revisione dei nostri rapporti con la Nato, il disvelamento dei protocolli segreti, la messa sotto accusa di un potere politico che finirebbe per travolgere i suoi eredi.
Non si può, di conseguenza, affermare che la guerra politica sia conclusa.
Tocca a questa generazione il compito non facile di finirla utilizzando la sola arma che nessun potere può neutralizzare: la verità.

Vincenzo Vinciguerra
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MessaggioInviato: Mar Giu 14, 2016 10:08 pm    Oggetto:  
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Segnaliamo questo pregevole studio di Maurizio Barozzi su quel "grande inganno" che fu il MSI:

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