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Gli usurai stavolta hanno scannato la pecora...
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Gio Ago 09, 2007 4:09 pm    Oggetto:  Gli usurai stavolta hanno scannato la pecora...
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Maurizio Blondet
18/07/2007
Anche i ricchi piangono, finalmente.
Goldman Sachs, JP Morgan Chase e le altre grandi avide banche d'affari di Wall Street sono vittime della loro politica di espansione del credito.
Il loro trucco tipico: raccogliere denaro per finanziare fusioni, acquisizioni e «leveraged buy-out» - ovviamente a credito - e poi liberarsi del debito, rifilandolo in «coriandoli» portatori d'interesse ai fondi d'investimento, particolarmente ai fondi-pensione.
E guadagnando nel passaggio anche enormi commissioni.
Il trucco non funziona più.
Goldman e Morgan si trovano in mano, secondo Bloomberg, «almeno 11 miliardi di dollari di prestiti e obbligazioni che non riescono a vendere». (1)
Mentre sta scoppiando la bolla immobiliare basata sui mutui agli insolventi (subprime lender) persino i più euforici e stupidi investitori globali non hanno fretta di comprare cambiali per lucrare interessi alti: un numero eccessivo di quei «pagherò» non sono pagati.
Ciò ha gelato il trionfale mercato del credito.
La prova è nel rapporto «put-to-call», che è il più alto della storia.
Complicato spiegare cos'è: diciamo che il rapporto fra il prezzo di un'opzione «put» e una opzione «call», quando è squilibrato, rivela che gli investitori temono di brutto che il mercato cadrà, e perciò vogliono vendere, ma non comprare. (2)
Bloomberg naturalmente dà una interpretazione opposta: è un segno di grande ottimismo, gli investitori si assicurano attraverso il «put» (una polizza, in fondo) per «proteggere le loro posizioni mentre il mercato tocca nuove vette».
Infatti la Borsa di Wall Street sale e sale…



Già, ditelo a Goldman Sachs e JP Morgan: a giugno hanno dovuto mettere mano al loro borsellino (fatto inaudito) per finanziare in proprio almeno cinque «leveraged buy-out», non essendo riuscite a rifilare i loro 11 miliardi di nuovo debito portatore di alti interessi a qualche grosso cretino istituzionale, come le Banche Centrali asiatiche, fino ad un mese fa avide compratrici di quelle cartacce.
Sono le stesse banche d'affari che due mesi fa raccontavano a destra e a manca che «la domanda per attivi ad alto rendimento è tale che siamo in grado di raccogliere 100 miliardi per i buy-out».
Invece ora pagano loro, con il loro capitale.
La diminuzione del loro capitale proprio avrà come conseguenza minori profitti per loro, e l'ulteriore riduzione del mercato per i «buy out», da cui le «grandi banche» hanno ricavato, nei soli primi quattro mesi del 2007, ben 8,4 miliardi di dollari in commissioni.
Un esempio: a giugno, Goldman Sachs, Citigroup, Lehman hanno dovuto comprare coi propri soldi 725 milioni di dollari di obbligazioni messe in vendita da una finanziaria chiamata «Dollar General Corporation» per finanziare l'acquisto della stessa azienda da parte della Kohlberg Kravis Roberts & Co. - e si noti il genere di questo business: tutte le attrici sono finanziarie, che comprano e vendono se stesse e non aziende produttive.
Queste obbligazioni, che valevano 100 il 28 giugno, oggi valgono 94, ossia nel complesso 43,5 milioni di dollari in meno del prezzo a cui sono state acquistate.
Goldman Sachs ha raddoppiato il suo «impegno» verso i debitori a basso rating, portandolo a 77.5 miliardi di dollari; altrettanto fanno le grandi banche.
Aumento dell'«impegno» significa che si tengono i coriandoli, e sono loro a pagare gli interessi ai creditori su quelle cambiali.
E poiché esse stesse hanno preso in prestito da altri investitori, devono vendere - nessuno volendo quelle obbligazioni spazzatura - azioni e obbligazioni buone: e offerte in eccesso su una domanda stitica possono cadere.
La faccenda può portare ad una vasta resa dei conti.
Anche per le celebri agenzie di rating, Moody's e Standard & Poor's (americane) e Fitch (europea).
Gli avidi compratori della spazzatura, le banch centrali asiatiche che non sanno dove mettere i dollari guadagnati con l'export, si fidano delle agenzie di rating per conoscere la «qualità» di ciò che comprano, ossia in definitiva la solvibilità dei debitori che quelle cambiali rappresentano.
Ovviamente, le agenzie di rating hanno assicurato l'Asia sul «grado» (da AAA a –D), e quindi indirettamente sul «prezzo giusto».



Ma ecco il primo trucco: le agenzie di rating sono pagate per dare il loro giudizio.
Da chi?
Dalle banche venditrici (Goldman, JP Morgan ecc.), non dalle istituzioni compratrici.
Piccolissimo conflitto d'interesse, che dovrebbe indurre il compratore, come minimo, a togliere una A da qualunque obbligazione «AAA».
Ma chi glielo fa fare, ai funzionari delle banche centrali asiatiche?
Nessuno li giudicherà per errori d'investimento commessi, sia perché sono «indipendenti» dal potere politico, sia perché tutto ciò che fanno è avvolto nella segretezza asiatica, talora (come in Cina) addirittura segreto di stato.
Così accade, come ha rivelato Asia Times, che questi funzionari che guadagnano, diciamo, 20-50 mila dollari l'anno, ricevano la visita di un altissimo venditore Goldman Sachs (che guadagna almeno un milione di dollari l'anno, più bonus tripli se vende), che consiglia caldamente l'ultima versione dei coriandoli, del resto accuratamente «valutati» da Moody's.
E questa visita non si conclude con il lauto invito a pranzo, pagato da Goldman, nel ristorante di lusso.
Spesso l'uomo-Goldman finisce per pagare, che so, anche le spese universitarie del figlio del funzionario, che vuole studiare in America. (3)
E' tutto marketing.
Sicchè il funzionario compra, per il suo Paese, della cacca, basandosi sul «rating» esagerato di Moody's - che non è altro che una sorta di «recensione» (il film che abbiamo raccomandato non vi è piaciuto? Questione di gusti) - ma che copre il funzionario davanti al suo governo.
E' tutta una combutta.
Ora, le agenzie di rating hanno degradato la credibilità di obbligazioni e derivati vari per almeno 12 miliardi di dollari, in gran parte roba confezionata con mutui di semi-insolventi.
Il che ha obbligato le banche centrali a vendere i loro coriandoli in un mercato che non li accetta più, e dunque a vendere, per fare la necessaria liquidità, azioni e obbligazioni «buone».
In Asia, c'è chi dice: Moody's e standard & Poor's avevano dati preoccupanti da febbraio, perché hanno aspettato maggio o giugno a degradare il rating?



La risposta è evidente: in quel frattempo, i più accorti o meglio informati «hedge funds» americani si sono liberati della robaccia, rimanendo «short» persino delle azioni delle agenzie di rating, come se ne prevedessero il deprezzamento.
Le banche centrali imbarcheranno perdite per anni, senza dirlo pubblicamente (segreto di stato): infatti detengono qualcosa come 3 trilioni (tremila miliardi) di dollari in «attivi» cartacei americani ed europei, che ora stanno perdendo valore a rotta di collo.
Ma anche qui c'è una giustizia.
Gli asiatici hanno tutti quei dollari perché manipolano le loro divise per tenerle basse sul dollaro, onde esportare volumi maggiori delle loro carabattole.
Per questo hanno tutte quelle astronomiche riserve.
Ed ora, ci stanno perdendo.
Avrebbero dovuto lasciar fluttuare le loro monete sul dollaro (il che le avrebbe rincarate) e investire parte di quella ricchezza, prima che svaporasse, nel migliorare le condizioni dei loro popoli.
E non solo per aumentare i consumi interni superflui; basti dire che il 70% dei cinesi non ha assistenza sanitaria, quando basterebbero 40 miliardi di dollari, un ventesimo delle sue riserve, per dare ai cinesi un servizio sanitario nazionale.
Non l'ha fatto perché ciò avrebbe aumentato il costo del lavoro interno, rendendolo meno «competitivo».
Ora il tesoretto svanisce….



Di fatto, l'Asia ha dunque investito non sui propri cittadini, ma su americani che si sono comprati a credito case che non potevano permettersi.
Fidandosi di «rating» e della parola del grande loro debitore globale.
Praticamente, uno scandalo Parmalat potenza, e di dimensioni planetarie.

Maurizio Blondet
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Ari



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MessaggioInviato: Ven Ago 10, 2007 2:16 pm    Oggetto:  
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Tappatevi le orecchie , il botto sara' forte..... e pure le bestemmie urlate che si sentiranno
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MessaggioInviato: Sab Ago 11, 2007 12:03 pm    Oggetto:  
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Si... Ma io mi preoccupo sempre per il dopo..
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Ari



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MessaggioInviato: Sab Ago 11, 2007 12:07 pm    Oggetto:  
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Se la giustizia e' di questo mondo , per il dopo non c'e' da preoccuparsi perche' , se Dio vuole , dopo ci saremo NOI
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MessaggioInviato: Lun Set 17, 2007 9:21 pm    Oggetto:  
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Dal blog dell'ex banchiere (ora è trader in proprio) Spallino:

Questa settimana era inziata con il rischio concreto di una perdita di fiducia a seguito del dato negativo sull’occupazione americana. Ma, a furia di dichiarazioni ed altri pompaggi continui di liquidità, le banche centrali sono riuscite al momento a scongiurarlo, grazie all’attesa per il calo dei tassi USA.
In particolare la situazione sull’interbancario, pur restando sotto respirazione artificiale, non è peggiorata, e sono state tamponate alcune importanti scadenze di “cartaccia”. Ne è derivato un calo di circa 20 cts. sul libor a 1 e 3 mesi che non è stato scalfito dalla notizia del salvataggio della Northern Rock ad opera della BOE. Gli unici dati americani , giunti venerdì, non hanno inoltre portato sorprese negative, tenendo aperta la speranza che l’economia non vada in recessione. Chi di speranza vive….
Nel frattempo, anche se gli indici ufficiali occidentali (per come sono concepiti)la fanno addirittura apparire in calo, l’inflazione galoppa, e con quanto stanno facendo le banche centrali proprio in questa fase si stanno creando le basi per future impressionanti accelerazioni. Vi diranno che non è così, perchè al massimo si avrà un altra ondata di inflazione degli assets (borsa,etc.). Il problema è che -sempre - storicamente , l’inflazione degli assets è poi tracimata in aumento dei prezzi dei beni e servizi. La gente che protesta per l’aumento del pane e della pasta, non immagina quanto la loro sofferenza sia collegata a quello che fanno i signori del denaro. Sono loro i killer del potere d’acquisto delle nostre tavole, che è appena all’inizio. E i killer se ne infischiano degli scioperi della pasta, si sentono al sicuro nelle loro pregiate torri d’avorio, a pompare linee di credito miliardarie. Hanno dimenticato che fu proprio il prezzo del pane a far cadere le pregiate testoline della monarchia francese.Vedremo se la storia si ripeterà….
Comunque, chi come me criticava furiosamente Greenspan in tempo reale, quando invece i suoi colleghi lo osannavano come “il maestro”, oggi si toglie qualche soddisfazione. Ebbene sì, è ufficiale: adesso tutti dicono che fu un grande errore la Greenspan Put, il moral hazard conseguente, il selvaggio ribasso del costo del denaro operato dal “maestro” all’epoca; e tutti riconoscono che per attenuare gli effetti dello scoppio della bolla azionaria del 2000, Greenspan creò un altra bolla quella immobiliare, ancora peggiore. Ancora però non hanno capito, o fanno finta di non capire, che queste sono le bolle-figlie: la bolla madre è quella del credito, diretta responsabilità delle banche centrali, le quali in questo preciso momento la stanno pompando a tutto gas.
E’ anche una soddisfazione vedere litigare il governatore della banca d’Inghilterra con i suoi colleghi europei. Mr. King ha detto giovedì quanto qui scritto in tempo reale, vale a dire che hanno creato la BCE put, una vergogna che porterà a guai sempre peggiori. Dall’eurotower rispondono che la greenspan Put era sbagliata, ma loro non sbagliano, perchè si limitano ad assicurare “il funzionamento del mercato” con cui -per carità- non vogliono mica interferire. Ah, Ah, Ah… Mettono di buon umore , pur nella tragedia che implicano, queste barzellette. E il bello è che il giorno dopo anche Mr. King ha “salvato” la Northern Rock ! Pertutta risposta i correntisti si sono messi in fila nel tentativo di farsi ridare i soldi, quando si dice la fiducia…(per noi italiani non c’è problema, figurarsi, le nostre banche sono più brave ed oneste di quelle americane,inglesi,tedesche,le nostre ….come dire…..profumano di passera:-).
La giustificazione per i salvataggi ed i pompaggi è che la paralisi dell’interbancario penalizza istituzioni finanziarie non colpevoli del peccato originale, meritano quindi di pagare solo gli speculatori. Ah, Ah, Ah…e chi sono gli speculatori??? quando tutto il sistema è concepito per speculare a catena con effetto domino. Scommetto che non si troverà mai “chi ha sbagliato”. E chi è che ha consentito di speculare perfino con i soldi dei depositanti, pemettendo che le banche creassero società veicolo, fuori dal proprio bilancio ufficiale?
Impressiona vedere come non si levi nessuna voce che accusi le banche centrali per gli scempi che hanno permesso in questi anni sotto i loro occhi. Ma, a parte questo, il punto è : con una giustificazione o con l’altra, Fed,BCE e compagni non fanno che scimmiottare Greenspan (a cominciare dai ridicoli baby-steps sui tassi) ricreando esattamente gli stessi effetti della da loro oggi criticata Grenspan Put.
Ora vedremo quanto dovrò aspettare per sentirlo riconoscere, al momento mi pare di essere di nuovo molto solo. Questo comunque è il meno, purtroppo il conto salato lo pagheranno le massaie….
Ma le soddisfazioni non finiscono qui. Lo stesso Greenspan in persona questa settimana ha dichiarato che “non aveva capito” i rischi associati con la bolla ipotecaria: se ne accorse solo nel 2005, ma ormai era troppo tardi. Nel marzo del 2005 il suo successore Bernanke, un altro che non aveva capito, faceva un famoso discorso in cui sosteneva che il deficit con l’estero USA era un falso problema, in quanto frutto dell’eccesso di risparmio nel mondo. Ebbene questa settimana Bernie è tornato sull’argomento, e pur ammettendo che però non si può continuare così all’infinito, ha sostanzialmente ribadito quella spiegazione. Che è un altra clamorosa “bufala”.
Sono cose scritte centinaia di volte, ma devo ricordare brevemente che il debito ipotecario USA si è praticamente raddoppiato dal 2000 al 2004 (+14,9% nel solo 2004). Nel frattempo le case diventavano bancomat: ovvio che i consumi divenissero eccedenti portando il deficit alle stelle.
Quanti scrivevamo che era una follìa? Alan e Ben invece dicevano che era cosa buona e giusta. Tra l’altro professavano la teoria secondo cui non è compito delle banche centrali impedire le bolle (ribadita pochi giorni fa da un altro esponente della Fed); hanno però il compito di impedire gli effetti del loro scoppio. Da qui la produzione seriale di bolle della politica monetaria contemporanea, che sta vivendo in questi giorni un altro momento storico.
Non so se è chiaro: questi serial killer invece di ammettere che alla base del deficit USA c’è il consumismo esasperato, eccedente la capacità produttiva, sostengono che c’è l’eccesso di risparmio degli altri; invece di ammettere che questa situazione produce tassi artificialmente bassi ed eccesso strutturale di liquidità da cui le varie bolle speculative, sostengono che è merito dell’attraente economia americana, mentre le bolle sono incidenti di percorso su cui loro non possono farci niente; ma poi dicono che loro possono e devono contrastare gli effetti negativi dello scoppio delle bolle. E come? creando atre bolle. Sarebbero palesi contraddizioni, false tesi, miseria intellettuale, se…non sapessimo che sono solo scuse date in pasto all’opinione pubblica , (facendosi scudo della difficoltà tecnica delle questioni nonchè delle pompose cariche ricoperte) e che dietro vi è il secolare asservimento a chi comanda e su tutto questo ci guadagna alla grande.
Attualità stringente, sotto i nostri occhi!
E di bolla in bolla arriva anche quella sul pane e sulla pasta….


Ultima modifica di tribvnvs il Lun Set 17, 2007 9:40 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Lun Set 17, 2007 9:39 pm    Oggetto:  
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E questo è un americano:

Gli altri fattori importanti


Un ulteriore fattore che complica le politiche interne e internazionali degli USA è rappresentato da alcuni aspetti pericolosi della sua economia per i quali devono incolpare solo se stessi. Si tratta soprattutto della mancanza di una qualsiasi programmazione economica negli ultimi 50 anni, e della più grande espansione del credito che il mondo abbia mai visto. A meno che gli USA non diventino una dittatura, il che è possibile, lo scrivente si aspetta che gli USA si ricordino al più presto di uno dei suoi più grandi Presidenti: Andrew Jackson, che agendo per il pubblico interesse, eliminò la banca centrale e riportò saldamente l’America al “gold standard”, cioè alla parità con l’oro. Quando alla fine scoppierà la bolla dell’epico indebitamento di Alan Greenspan, il pubblico americano si sveglierà piuttosto bruscamente e la Federal Reserve Bank verrà abolita una volta per tutte dai cittadini infuriati. In effetti le parole Federal Reserve Bank sono piuttosto inappropriate e ingannevoli. Non vi è niente di federale e non si tratta nemmeno una Banca di riserva. La sua nascita risale a un incontro, avvenuto nel 1913 nell’isola di Jeckill, fra John Pierpoint Morgan, Vanderbilt e Nelson Aldrich, con la connivenza del “consigliere” di Woodrow Wilson colonnello House. La Banca ha un Consiglio di amministrazione composto dai delegati dei suoi maggiori azionisti, finanzieri plutocratici, che ora comprende la Rothschild, la Citibank (Rockfeller è anche il capo del Council on Foreign Relations – CFR – il cui staff è presente e domina in ogni amministrazione USA; esempio Henry Kissinger), la Bank Of America e la Salomon Brothers ecc. Si tratta di una gigantesca banca privata, che non solo emette tutta la valuta USA, ma puntella le valute utilizzate negli affari e scambi internazionali come il dollaro USA. La Fed tratta anche tutte le imposte USA, delle aziende del governo e private.


Il ciclo economico, con il suo andamento di crescita e di arresto, dipende dalla politiche di questa istituzione. Fino al 1982 la Fed è riuscita frenare l’emissione di moneta e la crescita del credito entro limiti ragionevoli. Però con Carter prima e con Reagan poi, il debito pubblico ha preso a volare per poter finanziare, fra le altre cose, il grosso deficit di bilancio della difesa. Paul Volcker, allora presidente della Fed, mise in azioni i freni, alzando i tassi di interesse, per dimostrare al mercato che troppo era troppo. Con il gentile e accomodante Greenspan invece il tasso di crescita creditizio ha messo la quinta marcia, gonfiando il mercato borsistico oltre misura, a un ordine di grandezza mai visto. Questo ha permesso che si aprissero le chiuse di una alluvione di acquisizioni e fusioni che hanno gonfiato al massimo la bolla speculativa degli anni 1997-2000, periodo durante il quale i crimini e le imperizie aziendali si sono manifestati su scala senza precedenti. Il valore delle azioni aveva perso ogni giustificazione finanziaria. ENRON e WORLDCOM-MC1 sono stati solo la punta dell’iceberg dei crimini finanziari che furono ben presto insabbiati dai mercati innervositi che cercavano di nascondere il proprio immenso cesto pieno di panni sporchi. Il cielo non permetta al pubblico di venire a sapere quanto sia stata sistematica la pratica criminale delle aziende ai livelli più alti della società USA. Il mercato più bizzarro è stato quello del NASDAQ, dove il valore di molte azioni come Amazon.com e EBay.com era matematicamente infinito, esempio perfetto della “esuberanza irrazionale” secondo la citazione di Greenspan. Quando la bolla finalmente scoppiò nel 2000/2001, il gentile Greenspan abbassò ancor di più i tassi, indirizzando le migliaia di miliardi di dollari nel campo immobiliare e dei beni di consumo predisponendo così la base per un’altra bolla figlia, una baby bolla che fra poco vedremo crollare. Si è trattato di una bella mossa, perché adesso i sempre compiacenti distributori di denaro hanno costruito nuovi derivati e varianti, “hedge funds” con “suoni di campanello, campane e majorettes che ballano”, schemi di ammortamento che farebbero impallidire come un fantasma qualunque banchiere vecchio stile. Nel mondo della finanza spazzatura, del cibo spazzatura, delle bibite spazzatura, della musica rap spazzatura, dove lo status di azioni spazzatura va benissimo, adesso abbiamo anche gli ammortamenti spazzatura. Spazzatura, spazzatura, e sempre più spazzatura, nel paese in cui non esiste più né responsabilità né prudenza finanziaria. Chiaramente il governo degli USA è così corrotto e venale che nessuno si importa più di niente. Certamente l’idea di proteggere le azioni e le proprietà dei cittadini è morta già dai tempi dei Padri Fondatori.


L’intero boom delle azioni, dei buoni del tesoro, del mercato immobiliare è stato finanziato da una enorme espansione del credito alimentato da una quantità di biglietti emessi in proporzioni che confondono la mente per la sua audacia. Questa volta Greenspan l’ha veramente fatta grossa. Non contento del boom delle “equities”, ne ha creato uno migliore con il mercato dei Buoni e con quello del mercato immobiliare. Gli agenti immobiliari hanno cominciato subito a scavare nel filone d’oro appena creato. Mentre i redditi reali sono rimasti praticamente inalterati, in mezzo a questa enorme inflazione di titoli e valori, chiunque gestisca uno sportello automatico è in grado di generare liquidità che nasce dal nulla ma che va ad aggiungersi al debito preesistente. Tutto viene finanziato con l’emissione continua di Buoni del Tesoro della Fed, soprattutto verso la Cina e il Giappone. Questo bel circolo virtuoso, nel quale noi compriamo le vostre merci e voi comprate i nostri biglietti spazzatura realizzando anche dei profitti durante lo scambio, va benissimo, almeno fino a quando i margini di guadagno compenseranno le grosse perdite nominali della valuta. La differenza fra i buoni a corto e a lungo termine era di 250 punti base, adesso si è ridotta a 50/70 punti base. Se la bella e felice relazione simbiotica fra i vari mercati all’improvviso si dovesse sciogliere, come sembra probabile, e il consumatore finanziato dalle macchinette rimane senza soldi per far tintinnare le campane, che cosa succede?


Basta guardare che cosa succede per sostenere il dollaro quando tutto il resto fallisce. Un brusco aumento dei tassi di sconto, indispensabile per sostenere il dollaro, non è una misura molto gradita viste le orrende conseguenze con tassi al 6% o al 7%, ma cosa altro rimane…PETROLIO?


Oppure, gli USA si decidono a rovesciare il tavolo e dichiarare che tutti i loro debiti sono estinti? Eccettuate chiaramente le banche che, se non pagate i debiti, sono pronte a togliervi la casa e gli altri beni immobili o finanziari.


Nigel H Maund
Fonte:www.informationclearinghouse.info
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30.03.05
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MessaggioInviato: Lun Set 17, 2007 11:59 pm    Oggetto:  
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Maurizio Blondet
17/09/2007
Mercoledì scorso, nel disperato tentativo di trattenere i depositanti, la banca Northern Rock ha acquistato uno spazio pubblicitario in prima pagina del Daily Telegraph: «Offriamo il 6.30 per cento sui vostri conti correnti».
Molto conveniente, finalmente: erano 2,5 punti in più di quel che le banche inglesi davano ai depositanti ad agosto.
Pensate solo quanto danno le banche italiane per i nostri risparmi: tasso zero.
Ma il goloso tasso d'interesse non ha provocato la corsa dei risparmiatori a mettere il loro gruzzolo alla Northern.
Al contrario, la folla che chiedeva di ritirare i suoi soldi è cresciuta.
Ed ora anche le altre banche cominciano ad essere assediate dalla gente che rivuole i quattrini.
Finalmente, i grandi media scrivono che queste scene ricordano dal vicino il 1929.
Gli stessi media che ancora due settimane fa deridevano chi metteva in guardia dalla demenza speculativa, dal traffico mondiale di debiti e derivati sui debiti.
«Comprare», consigliava il Times il 27 luglio, a proposito delle azioni Northern Rock.
«Comprare», strillava il Telegraph lo stesso giorno.
Un noto commentatore del Financial Times, il 24 agosto, confessava per iscritto: «Ho comprato Northern Rock, incapace di resistere ad un prezzo di 645 pences, il che dà un prece-earning di 6 e un dividendo del 6,2 per cento».
Quei buoni consigli sono stati seguiti.
Il 25 agosto, tutti ad accaparrarsi le azioni così tentatrici.
Il volume di scambi a Londra aumentò del 50%, concentrato sui titoli bancari e trascinando in alto la Borsa.
Era un altro trionfo dell'economia liberista.
Basato, come gli altri, sulla menzogna deliberata e consapevole emessa dalla stampa più autorevole: i media che tengono il sacco ai ladri.



Oggi le golose azioni comprate a 645 pences ne valgono 400, e stanno scendendo a 350.
Adesso, un osservatore celeste, senza risparmi in banca, potrebbe osservare con oggettiva soddisfazione l'applicarsi automatico della legge del contrappasso: è geometricamente bello vedere banche assuefatte al «carry trade», ossia a prendere denaro in prestito in Giappone allo 0,1% con cui compravano ogni sorta di titoli che rendevano almeno il 5, offrire ai clienti il 6.30.
Un tasso altissimo, eppure alla Northern ancora conviene: altrimenti deve andare col cappello in mano alla Banca d'Inghilterra, che accetta come collaterale i suoi mutui impacchettati (che non valgono più nulla), ma al tasso punitivo del 6.75%.
O peggio, ricorrere al mercato interbancario, ossia farsi prestare dalle banche colleghe che - pescecani mangiano pescecani - chiedono il 6,80% per un prestito a tre mesi.
Ma alla Northern avrebbero chiesto di più: di fatto, la banca inguaiata non ha trovato alcun collega voglioso di soccorrerla, a nessun prezzo.



E' oggettivamente bello vedere che il Regno Unito è sempre avanti a tutti nel liberismo.
La teoria è nata lì, da Adam Smith, e da allora l'Inghilterra non ha fatto che imporla al mondo come la sola teoria scientifica: la dittatura della mano invisibile del mercato.
L'Inghilterra è stata la prima ad applicarla a sè con purezza ideologica, la prima a dare l'esempio.
E' stata la prima ad esultare perchè la dottrina, nella sua purezza assoluta, veniva estesa al mondo per ordine della World Trade Organization.
La più brava ad applicare integralmente il trucco del debito: i debiti dei cittadini britannici superano l'intero prodotto interno lordo del Paese, non ce n'è uno che sia in attivo, tutti devono qualcosa a qualcuno.
E' stata la prima a guadagnare in questa nuova economia: le attività speculative della City costituendo ormai il 30% del prodotto interno lordo (tutto il resto, tutta la popolazione, non faceva che fornire servizi alla City, essendo ogni industria scomparsa).
Un modello, l'Inghilterra.
La prima della classe in liberismo globale assoluto.
Ora, è la prima a subire gli effetti inevitabili della teoria, sotto la forma classica di assalto agli sportelli.
La prima ad entrare nel nuovo '29.
Un osservatore paradisiaco - che non ha bisogno di mangiare, nè di lavorare per vivere - potrebbe osservare con oggettiva soddisfazione come il liberismo finanziario senza confini ci sta rovinando tutti, per la geometrica legge del karma.
Perchè se le banche tra loro si prestano al 6.8%, figurarsi a quanto presteranno alle imprese col fido aperto, alle famiglie che hanno contratto il mutuo: all'8%, al 10%?
Come sempre, i pescecani usurari, quando sono alle strette, non si fanno alcuno scrupolo di rovinare l'economia produttiva, portare al fallimento le imprese e alla insolvenza i consumatori, e con ciò di accelerare la propria fine: il pescecane è il più idiota dei predatori.
O meglio, la metafora giusta sarebbe quella del cancro: quando finalmente vince sull'organismo che ha invaso, esso muore e con ciò muore anche il cancro che lo divora.
Chi indebitare, ormai?



La Northern cresceva del 20% l'anno, era l'invidia dei concorrenti.
Ora ha dovuto ammettere di avere in pancia un'esposizione ai mutui sub-prime americani pari a 275 milioni di sterline, a cui vanno aggiunti altri 325 milioni di sterline in «posizioni su veicoli di investimento strutturati», le letali confezioni di debiti trasformati in derivati, comprati a credito: splendide invenzioni dell'ingegneria finanziaria.
Ora qualcuno scrive che la sua attività di mutui era sana, ma ha voluto crescere troppo, ad un tasso che non ha proporzione con la crescita (bassissima) dell'economia reale.
Ma non l'ha ffatto solo la Northern, l'hanno fatto tutte: anzichè limitarsi a tosare la pecora produttrice, l'hanno scuoiata.
Prelevando interessi sempre più alti dei profitti.
E' molto divertente vedere come i grandi sacerdoti della «mano invisibile» continuino a predicare il dogma nello stesso istante in cui il dogma sta rovinando il Paese e il mondo: il Financial Times critica il governatore della Banca Centrale perchè sta cercando di salvare la Northern, «in contraddizione con la ferma posizione di principio, non pagare la cauzione per banche che hanno preso decisioni arrischiate di prestito».
E' la prova che il liberismo non è una scienza, ma una religione: il Financial Times difende l'alta moralità della «mano invisibile», chi ha sbagliato paghi.
Anche se questo significa la rovina per milioni di persone: è la teoria che va protetta, non la vita.
E' per alta moralità ideologica che, mentre la Federal Reserve e la BCE gettavano miliardi su miliardi in liquidità al sistema, la Banca d'Inghilterra è rimasta dura e pura a guardare per tutte queste settimane, senza muovere un dito, lasciando agire «la mano invisibile del mercato».
Ora interviene smentendo la teoria (intervento pubblico nell'economia: ecco l'eresia suprema), ma in ritardo.
Nè del resto la FED e la Banca Centrale Europea hanno maggior successo spargendo denaro con gli elicotteri: dato che la massima parte della speculazione è in mano a non-banche, fondi «hedge» o «private equity», fuori da ogni libro contabile e da ogni controllo, salvare le banche è inutile.
E' come spegnere un incendio immane con la canna dell'acqua del giardino.



Un inizio di cosa giusta l'ha fatta l'amministrazione Bush: il tentativo di salvare meno i prestatori che i debitori, ossia coloro che hanno contratto i mutui essendo poco solvibili.
Là, lo Stato garantisce i loro debiti, se non pagano, paga lo Stato.
Ma il meccanismo copre soltanto 80 mila indebitati, e gli indebitati sono un paio di milioni. D'altra parte, anche questo provvedimento è giusto solo relativamente: ciò che davvero occorre è un'economia reale - che produca cose, merci utili, richieste -, una riduzione dell'indebitamento delle famiglie, delle imprese e dello Stato.
E la drastica repressione delle attività speculative incontrollate, che sono come la cocaina a cui l'economia liberista è diventata dipendente.
La droga eccitante dei profitti puramente finanziari, rapidi e predatorii, devastatori.
Tutto ciò costa cure dolorose.
E i mezzi mancano: già in USA gli introiti fiscali stanno calando, perchè calano i redditi su cui sono prelevati.
Calano i prezzi immobiliari, calano i posti di lavoro.
E in Italia?
Magari qualcuno sarà tentato di imitare gli inglesi, di affollarsi agli sportelli.
Calma, calma, l'Italia va benissimo.
Inutile affollarsi, per molti motivi.
Anzitutto, quei vostri soldi in banca non ci sono più, non ci sono mai stati nemmeno prima. Inoltre, le banche italiane non hanno forse esibito profitti immensi?
Unicredit-Capitalia non è un gruppo che vale 100 miliardi di euro?
Niente paura: qui da noi non si segue dogmaticamente l'alta moralità del mercato.
Le nostre banche non sono nel «mercato», ma in un altro business.
Non si sono esposte sui sub-prime e sui derivati: hanno esposto voi risparmiatori e le aziende che hanno aperto fidi con loro.



Il come, l'ha spiegato su «Libero Mercato» Andrea Consoli, un imprenditore che dai derivati è stato rovinato (1).
Non che lui abbia chiesto alla banca di comprargli dei derivati.
No, lui voleva solo un ampliamento del fido di 100 mila euro, non poi tanto per un'azienda come la sua, con 25 dipendenti e 3,5 milioni di euro di fatturato.
La risposta delle banche con cui lavora - Intesa San Paolo e Unicredit - è stata picche.
«La direzione Unicredit ci chiede performances più alte», ha risposto un funzionario, «ed oggi i risultati non si fanno con gli interessi passivi che i clienti pagano sui prestiti concessi, ma con strumenti finanziari diversi. Ma se voi collaborate all'aumento dei nostri risultati, vi lasciamo sforare dal fido in essere».
E come collaborare?
«Potremmo aprire un prestito vincolato di una certa somma che in realtà voi non riceverete e quindi non dovrete restituirci. In cambio vi lasceremo sconfinare oltre il vostro fido».
Non c'è altro da fare.
L'imprenditore si trova ad accettare, firmando documenti, un prestito fittizio («Che non dovrete restituirci») pari a un milione di yen.
Perchè yen, se i miei clienti sono italiani, anzi concittadini?
L'imprenditore non se lo chiede.
Evidentemente, Unicredit sta facendo «carry trade»: compra yen a tasso zero, e li investe in tassi alti in Europa.
Ma non lo fa a proprio rischio: obbliga una impresa ignara ad accollarselo.
Quanto alla concessione di sforare, non è un regalo: sul fido il cliente paga il 9%, sugli sforamenti il 13,50%.
Un affare aggiuntivo.
Passa il tempo.
Di colpo, le altre banche con cui l'azienda lavora gli ingiungono il rientro: il suo indebitamento è eccessivo rispetto al giro d'affari.
E difatti, il peso degli oneri finanziari dell'azienda prima sana è salito a 85 mila euro d'interessi. Di cui 35 mila sono gli interessi sul prestito in yen, mai ricevuto, mai utilizzato e non utilizzabile.
Nulla di grave, risponde il funzionario Unicredit: le offriamo un prestito semestrale di 75 mila euro, rinnovabile, con cui potrà chiudere i conti presso le altre banche.
C'è una sola, piccola condizione: acquisti uno strumento finanziario «piuttosto conveniente», sempre per aiutare la banca a fare i risultati «veri» chiesti dalla sede centrale.



Lo strumento finanziario conveniente è un derivato, una scommessa sul cambio euro-dollaro: inutile per il cliente, che non esporta e quindi non ha rischi di cambio.
Appunto, risponde il funzionario: alla peggio, il derivato per lei è ininfluente, alla meglio ci guadagna anche lei.
«Oggi anche le aziende medie si affacciano, contestualmente alla loro attività, sui mercati finanziari».
Ancora una volta, l'imprenditore deve accettare.
Compra il derivato.
Solo più tardi si accorgerà che «quando sottoscrivi un derivato, contestualmente sottoscrivi (spesso senza saperlo) il prestito per accedere al derivato, la parte chiamata 'il nominale'».
Nel caso dell'imprenditore, il nominale era 500 mila dollari.
La banca che non gli ha ampliato un fido di 100 mila euro (troppo rischioso), ora lo ha esposto per mezzo milione di dollari.
Su questo prestito, il cliente paga interessi passivi «da vertigini», schiacciato dall'effetto-leva tipico della strumento «piuttosto conveniente».
Ancora una volta, la banca speculava sulla finanza creativa, ma a spese del cliente produttivo.
Non è il caso di raccontare il resto.
Le altre offerte di salvataggio avanzate da Unicredit a favore dell'impresa che Unicredit ha rovinato: messa l'azienda sotto un consorzio «di garanzia» di perfetti sconosciuti (trovati dalla banca), l'offerta di un altro derivato (stavolta da un milione di euro), la richiesta di sempre nuove garanzie per le quali l'imprenditore ha ipotecato la casa di proprietà...
Tutto inutile, perchè le spese bancarie, commissioni e interessi passivi hanno mangiato tutto, tutto.
Fino al giorno in cui un bancario arriva nel negozio e, di fronte ai clienti, gli urla di pagare sull'unghia 5 mila euro, un assegno passivo emesso sul conto corrente.
Ma il conto corrente non aveva un attivo di 20 mila euro?

Non più: la banca l'aveva prosciugato qualche ora prima, per pagarsi le competenze sue e gli interessi del famoso derivato.
Un derivato che non aveva venduto, nonostante l'ordine del cliente.
Il quale scopre altro: per esempio di avere quattro conti anzichè i due che sapeva, evidentemente su cui la banca faceva operazioni a suo nome, e a sua insaputa.
Ora, la vittima ha portato i libri in tribunale.
Fallito: 25 dipendenti sul lastrico.
Un'azienda sana strangolata da Unicredit.
Con i metodi che l'imprenditore descrive.
Se ha detto la verità, questi metodi sono una intera biblioteca di delitti, crimini penali e civili evidenti: patto leonino, truffa, usura, falsi...
In altri Paesi, un magistrato avrebbe già aperto una pratica contro Alessandro Profumo e i suoi complici, lo ridurrebbe alla condizione di galeotto come è accaduto in USA ai mascalzoni di Enron, suoi pari.
Ma in Italia, queste denunce cadono nel vuoto.
Non c'è un giudice a Verona, sede di Unicredit.
Profumo, Geronzi, Bazoli, i nostri splendidi banchieri, sono ammanicati con la Casta, protetti dalla Casta, parte di essa.
Hanno speculato sui derivati, ma non ci hanno perso niente.
Hanno fatto perdere non si sa quante piccole imprese che andavano bene, che i derivati nemmeno sapevano cosa fossero, e non ne avevano bisogno.
Vedete: qui non c'è «l'alta moralità della mano invisibile».
Qui ci sono zampini e zamponi che ti derubano, ti spogliano e ti mandano in fallimento in due modi: con le tasse e con l'usura truffaldina.
Ma l'entità è la stessa, ed una sola.
Qui, il nostro '29 non somiglierà a quello inglese.

A questo punto, c'è chi chiede (persino a me) cosa deve fare, come salvare i suoi risparmi.
Non so cosa dire.
E' tardi.
In Francia, Sarkozy sta alzando la voce contro la BCE, come già faceva da tempo.
Ed ha pronunciato un discorso a Rennes, che suona così: «Il nostro Paese ha ancora più bisogno dei suoi agricoltori e delle sue imprese agro-alimentari. Agricoltura, pesca e industria alimentare sono un pilastro essenziale della nostra economia».
Strano, insolito discorso.
Da trent'anni, l'agricoltura europea è vissuta come «un problema di sovrapproduzione»: l'Europa pagava gli agricoltori perchè abbattessero bestiame e lasciassero incolti i campi, dove producevano troppo e a prezzo troppo caro.
Solo la Francia resisteva a questo smantellamento dell'attività economica primaria.
Tony Blair, il primo della classe del liberismo, ripeteva la lezione di Adam Smith: è stupido produrre grano e alimenti a così caro prezzo, quando si possono comprare nel vasto mondo a prezzi competitivi.
Ora il grano rincara, e tutti gli alimentari.
Ora, nell'imminenza del nuovo '29, Sarkozy esalta la produzione nazionale: ancora un po' è lo vedremo, a torso nudo, replicare una vecchia recita, «La battaglia del grano».
Nella recessione mondiale, c'è la tendenza a tornare all'autarchia, e in agricoltura la Francia è messa meglio di noi, e Sarkozy avanza progetti per rilanciarla e renderla più produttiva, non meno. Almeno, i francesi mangeranno.
In più, hanno 400 testate atomiche, il che aiuta nei tempi di grandi crisi.
Ma noi?
Come salvare i risparmi?
Dove investire quel poco che resta?
Magari lo sapessi.

Mi limito qui a riportare i consigli di Richard Daughty, general partner della Smith Consultant Group, autore di una spassosa newsletter che firma «Mogambo Guru», ed è molto letta negli ambienti finanziari (3).
Perchè Mogambo Guru è un economista vero: nel senso che ha studiato la storia economica, e sa dove fu conveniente investire nel '29, durante la recessione provocata - come oggi – dall'eccesso di debito e di creazione di moneta dal nulla.
Ecco i suoi cinque consigli:
1) «Vendete l'auto estera che non potevate permettervi. Se ci riuscite».
2) «Procuratevi un buon paio di scarpe di cui avrete bisogno per camminare da una parte all'altra implorando uno dei posti di lavoro che le vostre imprese hanno delocalizzato in Cina».
3) «Cercate di acquistare buone capacità negoziali; vi serviranno per cercare di mettervi al posto degli immigrati che hanno lasciato entrare nel Paese, perchè ciascuno voleva profittare di manodopera a basso costo».
4) «Mangiate sano e tenetevi in salute: credete forse che gli ospedali sprecheranno risorse per gli over-50?».
5) «Tenete in tasca un cucchiaio. Le mense dei poveri che distribuivano la zuppa gratis negli anni '30, il cucchiaio non lo davano».
Mogambo Guru è uno che scherza.
Speriamo.

Maurizio Blondet
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MessaggioInviato: Mer Set 19, 2007 11:09 am    Oggetto:  
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Bravissimo Tribunus, questi sono i temi che vanno affrontati, poiché il binomio economia e politica da sempre inscindibile sta alla base della scelte che in ogni tempo hanno condizionato la vita di popoli e nazioni. E' bene che sia scostato il velo di ipocrisie che nasconde le reali dinamiche dell'economia plutocratica che oggi affama i più arricchendo smisuratamente le solite oligarchie di pescecani alle quali, va sempre ricordato, sono asservite indistintamente da destra a sinistra tutte le forze politiche della repubblica delle banane . Soprattutto noi che vantiamo un progetto politico innovativo e giusto come lo Stato etico corporativo, abbiamo il dovere di conoscere le perverse logiche speculative e sfruttatrici del cosiddetto mercato alle quali esso si contrappone.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mer Set 19, 2007 1:58 pm    Oggetto:  
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Oggi Economia e Politica sono la stessa cosa! La Politica è una branca di 4° ordine della Economia PESCECANESCA!

Stanti questi presupposti non si potrà che arrivare ad un redde rationem. Il problema è se gli italiani saranno all'altezza del momento. E io credo di no

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Dom Set 23, 2007 4:37 pm    Oggetto:  
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Il candidato repubblicano Ron Paul«Il bilancio militare di Israele è stato tagliato, in un solo colpo ed improvvisamente, di un impressionante 10%. La ragione: Washington ha comunicato a Gerusalemme che non avrebbe proceduto alla solita e attesa infusione di aiuti militari, perché lo zio Sam non ha soldi».
Così rende noto la rivista giudaica Forward, in una analisi dal titolo significativo: «I mutui e la questione ebraica» (15 agosto 2007).
E' dunque lo stesso Forward a collegare una improvvisa crisi della forza bellica israeliana al crak tipo 1929 innescato dalla crisi dei mutui «subprime».
«C'è un piccolo angolo del mondo che è terrificato dalla debolezza dell'America», scrive testualmente.
La questione ha un lato ironico.
La «crisi dei mutui» e la conseguente «mancanza di liquidità» non indica solo il crepuscolo del sistema finanziario USA: prelude al naufragio dell'ultimo esperimento sociale imposto al mondo da uno speciale gruppo umano.
Come non si stanca di rilevare il candidato repubblicano Ron Paul, i neoconservatori ebraico-americani sono di formazione trozkisti: ossia tra gli artefici del grande e sanguinoso esperimento sociale che consistette nell'imporre l'ideologia «scientifica» del marxismo nel modo più dogmaticamente puro, senza scendere a compromessi con la realtà, e senza alcuna pietà per il suo costo umano.
La dottrina prima di tutto.
Fallito l'esperimento in ragione della sua stessa purezza di applicazione (l'essenza del marxismo «nemica dell'esistenza»: più rigorosamente viene applicata, più strangola la realtà sottostante), i trotzkisti hanno cambiato cavallo ideologico, ma con lo stesso furore dogmatico.
La nota lobby ha approfittato del temporaneo status di «unica superpotenza rimasta» degli Stati Uniti per imporre l'ideologia del liberismo «americano» con la stessa purezza ideologica: l'ideologia del «mercato» e del profitto allo stato chimicamente puro, ossia senza alcuna infusione di socialità pubblica né di solidarietà collettiva.



Lo riconosce a malincuore la stessa rivista Forward.
L'economia di purissimo mercato finanziario, ammette, non è un fatto naturale.
E' stato reso possibile «in parte dalla deregulation del sistema bancario e finanziario, in parte dalle riforme fiscali» (gli enormi tagli alle tasse sulla ricchezza finanziaria) ad aver instaurato, con il declino «dell'economia basata sull'industria» in USA e in tutto l'Occidente, il nuovo sistema: consistente «nella impressionante crescita di servizi finanziari, ossia di prestare ed indebitarsi per profitto, ormai la parte maggiore della nostra economia».
Ciò è visibile «nella incessante pubblicità che ci invita a indebitarci: con l'offerta di nuove carte di credito, di sempre più facili mutui, di rifinanziare i nostri debiti personali per riprendere a consumare. Le istituzioni finanziarie, sotto pressione continua a crescere, hanno continuamente abbassato le condizioni per il credito al consumo».
Fra le offerte, Forward cita la più rovinosa, non certo ignota ai debitori italiani: i mutui a tasso variabile.
«Presentati inizialmente come convenienti, basati sul denaro prestato a basso costo, essi promettevano futuri aumenti, un giorno o l'altro, in futuro. Quel giorno è arrivato».
Come il marxismo «scientifico», anche la teoria del monetarismo «scientifico» e senza compromessi ha una falla logica.
Come i trozkisti hanno sempre ignorato che l'esproprio della proprietà privata, la statalizzazione totale dei mezzi di produzione, tagliava alla radice la capacità e volontà di produrre, così i monetaristi (a cominciare dal Nobel ed ebreo Milton Friedman, della Chicago School) hanno sempre ignorato il peso che il debito accumulava sull'economia reale.
Per i dottrinari, la quantità di debito è irrilevante, fintanto che il costo dell'indebitamento (tassi d'interesse) è basso.
Così, hanno creduto che non solo gli individui, ma la «sola superpotenza rimasta» potesse continuare a dominare il mondo producendo sempre meno e indebitandosi sempre più. Demandando alla Cina la fabbricazione di merci, e prendendo in prestito dalla Cina o soldi per comprare le merci cinesi.



Naturalmente il dogma sottovalutava l'effetto cumulativo degli interessi, basti dire questo: in USA, nel 1950, un dollaro di debito innescava 4 dollari di attività economica.
Nel 2000, un dollaro preso a prestito rendeva solo 20 centesimi.
Nel 2005, solo 10 centesimi.
Oggi, praticamente, più nulla, secondo i dati forniti da Paul Kasriel, direttore delle ricerche economiche della Northern Trust.
Gli interessi cumulati si mangiano il profitto, e anche lo slancio produttivo occidentale.
Come nel caso del comunismo, l'esperimento sociale del monetarismo globale sta fallendo, con seguito di miserie e sofferenze.
«In tutto il Paese le famiglie scoprono che i loro mutui si gonfiano come palloni mentre i loro redditi declinano, dato che le fabbriche sono fuggite, e non possono più pagare. Le istituzioni di prestito si trovano così a corto di liquido, e non possono pagare i loro investitori. I fondi d'investimento basati sull'acquisto di debito (che prometteva grandi profitti, se i debitori pagavano) stanno cadendo nel vuoto. L'industria immobiliare, massimo motore della crescita USA, sta perdendo quota. L'economia rallenta. Il dollaro perciò si deprezza sui mercati mondiali. E così gli americani, i consumatori e lo Zio Sam stesso, possono comprare meno di prima».
«Ma il peggio, la bomba, è che i fondi esteri che hanno investito nel credito americano, specialmente nei mutui, stanno crollando. Due grandi banche tedesche hanno chiuso gli scambi a luglio per prevenire vendite da panico. Una delle maggiori banche francesi ha chiuso tre dei suoi fondi per lo stesso motivo. La Banca Centrale Europea perciò ha iniettato 130 miliardi di dollari per sostenere le banche rimaste senza liquido, perché i loro investimenti americani n on rendono più nulla».
«Di conseguenza, gli investitori stranieri si liberano dei dollari. Ciò deprezza ulteriormente il dollaro. E soprattutto, aumenta il prezzo che il nostro governo - che ha preferito indebitarsi anziché tassare - deve pagare per fornirsi di denaro per le sue spese».



A cominciare dalle spese belliche: gli USA sono trasformati, per volontà degli ideologici trotzkisti neocon, da «Welfare State» in «Warfare State», lo Stato della guerra permanente, della rivoluzione permanente per diffondere la «democrazia».
Tra queste spese belliche primeggiano gli «aiuti», almeno 3 miliardi di dollari l'anno, per il bellicismo insaziabile israeliano.
Ora, mancano i soldi persino per Giuda e il suo «regno» del terrore e della minaccia.
Finalmente un effetto collaterale benefico della grande crisi incombente.
E alquanto ironico.

Maurizio Blondet
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MessaggioInviato: Ven Set 28, 2007 2:39 pm    Oggetto:  
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CHIACCHERE E DISTINTIVO: CAMELOT è CROLLATA
di Eugenio Benetazzo
Ecco che cosa sono la FED e la BCE: chiacchere e distintivo. Innanzi al più
grande bubbone finanziario degli ultimi anni che sta ormai per esplodere, se
ne escono con affermazioni del tipo, state tranquilli, non vi preoccupate
tanto l'economia è sana, l'Europa non rischia nulla !
Più grande è la bugia, più la gente la crederà. Le recenti iniezioni di
liquidità (ben quattro interventi in sette giorni) per sostenere le attività
bancarie, ormai in pieno default finanziario causate da uno stato di
insolvenza generalizzato (solo nella mia provincia vi è una nota banca di
modeste dimensioni che ha qualcosa come 1.500 contratti di mutuo di ultima
generazione in sofferenza). La crisi che ha colpito i mercati statunitensi,
avrà conseguenze tutt'altro che irrisorie sui mercati europei, che hanno
voluto scimmiottare i fratelli d'oltre mare.
Lungi dal gongolare per le disgrazie altrui, ma l'analisi sviluppata ed
elaborata in BEST BEFORE e contemplata anche durante il tour di BLEKGEK ha
trovato in questi giorni una loro evangelica materializzazione: alla faccia
di tutti quei cosidetti economisti laureati in prestigiose università
fabbriche di cloni replicanti che davano il ricorso al debito a bassi tassi
di interesse come la linfa della globalizzazione.
In ogni caso, alla fine Camelot è crollata: il castello di debiti costruito
su fondamenta di altri debiti cartacei (coperti a loro volto da un fiume di
strumenti derivati: l'altra bolla che dovrà scoppiare) ha dimostrato tutta
la sua fragilità. Ecco che cosa ha sostenuto l'economia, il PIL, gli indici
di borsa ed il rally immobiliare: il ricorso
al debito sfrenato. Tutto a tutti, anche senza garanzie o per dirla
all'americana, tutto a tutti grazie ai NINA (acronimo di none income, none
assets) ovvero prestiti rilasciati anche a chi non ha reddito certo e non
dispone di garanzie reali (fate attenzione comunque perchè anche in Italia
li abbiamo, solo che si chiamano con un altro nome, di solito il nome delle
finanziarie che li erogano !).
Particolarmente in Europa in queste ultime ore stanno tentando di rincuorare
gli animi e le speranze di investitori e risparmiatori, affermando che la
situazione in Eurolandia non è così grave come in USA: è vero non è grave, è
gravissima ! Nonostante vi dicano il contrario !
Le differenze sostanziali le possiamo anche individuare sulle diverse
dinamiche di escussione del sistema giudiziario anglosassone rispetto a
quello europeo, qualche mese in USA contro qualche anno in Europa, in Italia
addirittura anche cinque ! Questo significa che una banca italiana che ha
prestato ad una coppia di giovani precarizzati il 100 % per l'aquisto di un
miserabile appartamento da 40 mq può aspettare anche 5 anni prima di riavere
la disponibilità finanziaria
che ha prestato.
Non da meno si aggiunga che in Europa il ricorso all'acquisto di immobili
con finanziamento integrale è stato adeguatamente coperto e suggellato da
perizie immobiliari stragonfiate (che consentissero di rendere congruo il
possibile valore di ipotetico realizzo in caso di escussione). Purtroppo i
debiti si pagano e si
estinguono solo con il denaro (denaro che ora sembra non esserci più), ed è
per questo che ci aspetta uno scenario veramente senza precedenti: una bolla
economica che avrà dinamiche tutt'altro che prevedibili.
Rammentate a tal punto che le azioni le vendete in tre minuti con una
telefonata alla banca o con un click di mouse, mentre una abitazione o un
appartamento (ammesso che trovate in questo momento il compratore) potrebbe
richiedere anche alcuni mesi.
Per tale considerazione questa volta ad essere profondamente esposte oltre
ai mutuatari ed investitori ci sono anche le stesse banche, i cui patrimoni
in questi ultimi quattro anni si sono sempre più spesso cristallizzati:
basta molto poco adesso per compromettere la loro solidità. E se il sistema
bancario vacilla, quello industriale (stretto ad esso da un cordone
ombelicale) e tutt'altro che rincuorante. Non penso che ci siano molte
soluzioni: semplicemente stiamo andando incontro all'implosione del sistema
turbocapitalistico in cui il solo ricorso al debito ha consentito il
sostentamento dei consumi.
Per questo motivo il sistema non è sano, quanto stramaledettamente marcio ed
allo stadio terminale: un conto è spendere perchè si è risparmiato negli
anni precedenti, un altra cosa è continuare a consumare ed acquistare beni
di consumo perchè qualcuno presta il denaro facilmente.
La storia si ripete: voglio ricordarvi che Giovedì 24 Ottobre 1929, cinque
giorni prima del famoso Martedì Nero, in seguito alle prime ravvisaglie di
panic selling sui listini, intervennero tre banche nazionali per sostenere
le quotazioni e limitare l'emorragia di vendite: la National Bank, la Chase
Manhattan e la Banca Morgan. Il giorno successivo, Venerdì 25 ottobre, molti
banchieri di prestigio si affrettarono ad effettuare dichiarazioni ancora
rassicuranti circa lo stato di buona salute dell'economia, persino il famoso
Charles Schawb (fondatore della omonima casa di brokeraggio) e lo stesso
presidente Hoover affermavano che la situazione era sostanzialmente sana ed
i fondamentali economici dell'industria americana proiettavano una vigorosa
e stabile prosperità per il futuro. Sappiamo tutti comè andata a finire tre
giorni dopo: un crollo drammatico delle quotazioni, la giornata di
negoziazione più catastrofica, sino ad allora, della storia di Wall Street:
il famoso Martedì Nero del 29 Ottobre 1929.
Fateci caso che la storia si sta ripetendo ! Istituzioni e banche centrali
che garantiscono che il peggio è passato e soprattutto che l'Europa più di
tanto non subirà le conseguenze della crisi di liquidità del sistema
bancario statunitense. Peccato però che i fatti contraddicano le loro
incoraggianti affermazioni: sappiate a tal
fine che la BCE ha effettuato interventi di liquidità molto più corposi
rispetto alla FED, in buona sostanza ha immesso molto più denaro di quanto
ne ha reso disponibile la stessa FED. E come se questo non bastasse
assistiamo al teatrino dei mass media che parlano di iniezioni di liquidità
da parte delle banche centrali come
se fossero un toccasano per il malato moribondo: tutt'altro. Iniettare
liquidità non è di certo una manovra salutare a lungo termine, può
consentire una momentanea stabilizzazione della crisi in corso, ma
successivamente comporta una inevitabile aumento dell'inflazione con
contestuale instabilità dei mercati: in
buona sostanza si dovranno alzare ancora i tassi di interesse per
raffreddare l'intero sistema, magari molto di più di quanto si era
precedentemente annunciato. L'ipotesi di un tasso di sconto al 6 % in
Eurolandia comincia a farsi sempre più plausibilie.
Ma lasciatemi raccontare in maniera un po più tecnica che cosa sarebbe
successo: se a fine gionata un istituto di credito ha avuto un saldo
depositi/prelievi negativo, potrà allora acquistare il denaro di cui ha
bisogno nel circuito interbancario, dove troverà i fondi messi a
disposizione da altre banche che hanno
invece avuto un saldo depositi/prelievi positivo. Questo tasso nei giorni
scorsi era volato al 4,7 % contro un tasso di sconto ufficiale al 4 %. La
BCE è pertanto intervenuta dal lato dell'offerta, per riequilibrare il
sistema, garantendo la liquidità necessaria a soddisfare la domanda ed
infatti il tasso di mercato si è immediatamente
riallineato al 4%. In buona sostanza quindi la BCE ha creato denaro dal
nulla e lo ha reso disponibile alle condizioni di mercato ufficiale ad
alcune banche in difficoltà, per evitare che altre potessero speculare su
una presunta crisi di liquidità.
Possiamo convenire quindi che iniettare liquidità nel sistema significa dare
denaro ad una ristretta elite di banche in momentanea difficoltà finanziaria
a discapito del resto del mondo in modo tale che non si abbia una percezione
immediata di questa operazione. Il tutto è alquanto scandaloso in quanto
anzichè creare denaro (dal nulla) per aiutare chi ha contratto un debito per
l'aquisto della prima casa (di fatto il debitore con un bisogno sociale
primario), si preferisce sostenere e supportare il sistema bancario (quindi
il creditore con una finalità puramente speculativa) il quale si trova in
difficoltà perché il debitore a fatica riesce a restituire il denaro preso a
prestito. A mio modo di vedere, l'unico rischio reale che corre veramente il
sistema bancario è quello di una rivoluzione popolare.
Eugenio Benetazzo
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MessaggioInviato: Ven Nov 02, 2007 3:45 pm    Oggetto:  
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BRUCIATI 137 MILIARDI - Le Borse europee hanno bruciato in un solo giorno 137 miliardi di euro di capitalizzazione, calcolando la capitalizzazione dell'indice Stoxx 600 (che ha fatto registrare un calo dell'1,51%).

LA TEMPESTA - Le azioni di Citigroup, nel frattempo, crollano dell'8% circa. Unicredit è partita male insieme all'intero comparto bancario europeo, che ha risentito dei brutti dati trimestrali dell banca svizzera Credit Suisse. I titoli del colosso Usa sono stato travolti dalla revisione al ribasso del giudizio da parte di alcune banche d’affari che temono che l'istituto americano possa essere costretto a vendere degli asset o possa ridimensionare i dividendi per recuperare liquidità. Credit Suisse ha anche detto che «è troppo presto» per dire quando termineranno le difficoltà nel credito dopo la bufera estiva innescata dalla crisi dei mutui americani. Credit Suisse ha perso circa il 3,7%, Hsbc ha lasciato il 2,7%, giù del 5,4% Barclays, sulle voci non confermate che l'unità del gruppo nelle obbligazioni verrà svalutata. In calo anche Ubs (-4,4%), penalizzata dai giudizi negativi degli analisti di Merrill Lynch, mentre Royal Bank of Scotland ha perso il 3,4% dopo un'analisi in cui Lehman Brothers si dice perplessa tra l'altro per l'esposizione del gruppo in aree ad alto rischio, come il mercato immobiliare commerciale nel Regno Unito.

PIGNORAMENTI RADDOPPIATI - Nel frattempo, sul settore dei mutui, continuano ad addensarsi nubi minacciose: negli Stati Uniti si è registrata un'impennata dei pignoramenti immobiliari, che nel terzo trimestre sono addirittura raddoppiati rispetto al 2006, superando quota 600.000 (635.159). Dai dati emerge che almeno una famiglia su 196 non riesce più a sostenere la rata del mutuo e perde la casa. In 45 dei 50 Stati americani si è avuto un aumento dei pignoramenti e si arriva a un boom nel Nevada con un caso ogni 61 proprietari di una abitazione. Con il forte aumento dei pignoramenti, sale a dismisura il numero di case messe sul mercato, aggranvando il calo dei prezzi.

LA FED INTERVIENE - Al culmine della giornata nera delle Borse è arrivato l'annuncio dell'intervento della Federal Reserve: la banca centrale americana ha soccorso i mercati con un'iniezione di liquidità da 41 miliardi di dollari, una tra le più ingenti dallo scorso agosto, quando la crisi dei mutui mise ko le Borse di mezzo mondo. L'operazione è stata effettuata per evitare un «credit crunch», ovvero una strozzatura della liquidità a disposizione del sistema bancario e delle imprese. Solo 24 ore prima, la Fed aveva tagliato i tassi di riferimento per i Fed Funds di un quarto di punto, fissandoli al 4,50%. La Fed continua a considerare «fragili» le condizioni del mercato finanziario. Lo stesso numero uno, Ben Bernanke, ha precisato che ci vorrà «diverso tempo» perché il sistema torni a funzionare normalmente.

VOLA IL PETROLIO – Dei venti di crisi risente anche il petrolio, che giovedì ha infranto tutti i record precedenti, toccando i 96 dollari al barile e puntando ormai diritto verso la soglia dei 100 dollari. Negli ultimi tre anni, il rialzo rappresenta quasi un raddoppio delle quotazioni dell’oro nero: oltre 46 dollari guadagnati dalla fine dell'estate 2004 quando un barile si aggirava sui 49 dollari (+90% rispetto ai prezzi di tre anni fa). Solo negli ultimi 10 mesi il greggio sui mercati internazionali ha registrato un balzo di 40 dollari al barile, passando dai 56 dollari di gennaio scorso agli attuali 96. Un aumento di quasi il 75% che ha portato l'oro nero a superare i livelli dei grandi shock petroliferi degli anni '80, (al netto dell'inflazione il greggio si attestò sui 76 dollari nel 1980).
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MessaggioInviato: Ven Nov 02, 2007 4:40 pm    Oggetto:  
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Credo che prima del nuovo anno il barile supererà i 100 dollari...
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MessaggioInviato: Dom Nov 04, 2007 10:48 pm    Oggetto:  
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L’allarme-banche sui mutui?
Rischiamo nuovi casi Enron"

«Troppi buchi nascosti nei bilanci dei colossi di Wall Street»
MAURIZIO MOLINARI

Il terremoto che sta scuotendo le grandi banche di Wall Street e alcuni big del credito in Europa ha molto in comune con lo scandalo Enron». Ad affermarlo è Steve Hanke, direttore dell’Istituto di Economia alla Johns Hopkins University e già consigliere del presidente Ronald Reagan, secondo il quale le dimissioni del presidente di Citigroup Charles Prince e la precedente sostituzione del numero uno di Merrill Lynch, Stanley O’Neal, hanno una genesi tale da far tremare i mercati. Perché quanto sta avvenendo le ricorda il crollo di Enron? «Perché all’origine dell’allontanamento dei presidenti delle due grandi banche vi sono bilanci in rosso e perdite molto significative, causate dal fatto che la contabilità non era trasparente sugli enormi prestiti di denaro che venivano concessi al settore immobiliare. Si tratta di uscite che figuravano forse nelle note a piede di pagina nel bilancio ma nessuno ne teneva conto. Era una esposizione finanziaria molto sottovalutata. Le banche si sono così esposte a rischi di perdite ben superiori a quelle che i bilanci attestavano, e che gli azionisti e i clienti conoscevano. È proprio la mancata trasparenza dei bilanci bancari che ricorda da vicino il caso del colosso energetico texano Enron, dal quale scaturì la più importante bancarotta della storia americana».

Le banche rischiano a suo avviso di andare incontro alla stessa sorte?
«È troppo presto per dirlo. Possiamo però affermare con una relativa sicurezza che le leggi varate dal Congresso di Washington per porre rimedio ai problemi sollevati dai scandali finanziari del 2002, e in particolare la normativa Sarbanes-Oxley, si sono dimostrate poco efficaci. Non hanno impedito alle banche di ripetere gli errori di bilancio che all’epoca travolsero molti volti noti di Wall Street».

Perchè la Sec (la Consob d’America) non è riuscita a garantire l’affidabilità dei bilanci delle grandi banche di Wall Street?
«Il motivo sta proprio nelle leggi che furono varate dal Congresso dopo il caso Enron. Alla prova dei fatti si sono dimostrare non abbastanza restrittive: concedono ancora troppi margini a chi adopera la contabilità per mascherare perdite e uscite al fine di presentare una situazione economica aziendale che non corrisponde alla verità dei fatti».

Qual è il rischio più immediato a cui ci si sta esponendo?
«Riguarda la liquidità degli istituti bancari. Le perdite denunciate da Citigroup e Merrill Lynch sono già molto significative ma al momento sembrano gestibili, nel complesso controllabili. Ma è davvero tutta la verità oppure le dimensioni del rosso sono ben maggiori? E quante sono le banche che hanno redatto bilanci non veritieri sulle rispettive esposizioni immobiliari? È dalla risposta a queste domande che dipende ciò che avverrà nelle prossime settimane».

Eppure il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, continua ad affermare che la crisi dei mutui non incombe sul futuro dell’economia degli Stati Uniti...
«Su questo non concordo con lui. L’impatto della crisi dei mutui ha già causato un indebolimento degli investimenti da parte delle aziende. Quindi un prezzo economico già evidente. Vedremo presto quali saranno le conseguenze sull’occupazione e, soprattutto, sui consumi dei cittadini durante il periodo di fine anno. Dire che la crisi mutui non ha, o avrà, ripercussioni sull’economia è solo un auspicio, peraltro poco fondato. Ma non è solo Ben Bernanke a sbagliare analisi...».

Chi altri?
«L’Europa pensava di superare indenne la crisi dei mutui ma quanto sta avvenendo dimostra l’esatto il contrario. Anche da voi c’era una considerevole esposizione sui prestiti dati al settore immobiliare, con un’eccessiva fiducia sul fatto che tutto sarebbe filato liscio. Come invece non è stato. La mia impressione è che l’impatto della crisi dei mutui, in Europa come negli Stati Uniti, è solo all’inizio. Non siamo ancora in grado di valutare appieno le conseguenze a causa della perdurante, diffusa, abitudine a contabilità non trasparenti».
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MessaggioInviato: Mer Dic 12, 2007 2:54 pm    Oggetto:  
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Taglio dei tassi Fed al 4,25%
Manovra attesa dagli operatori; Wall Street chiude in forte calo


Milano, 12 dic. – La Fed ha ridotto i tassi di riferimento di 25 punti base portandoli al 4,25%. Questa è una non-notizia, visto che la riduzione dei tassi era ampiamente attesa, con parte del mercato che si attendeva addirittura un taglio di 0,50%. Ma la vera notizia è la reazione dei mercati americani (vedremo stamattina in asia e in europa che succederà): cali consistenti oltre i 2 punti percentuali per i principali indici Usa.

Il mercato ha paura, forse inizia ad accorgersi che qualcosa non va e che quello che è emerso finora sui mutui subprime è solo la punta di un iceberg ben più massiccio e profondo, in grado di far affondare il Titanic dell’economia mondiale, economia inaffondabile ed indistruttibile esattamente come il noto transatlantico (e sappiamo come è andata a finire…).

Forse negli Stati Uniti qualcuno inizia a rendersi conto che siamo arrivati “alla frutta” ed il Sistema non solo è marcio ma addirittura inguaribile.
Il 5 dicembre scorso Steven Pearlstein, editorialista del Washington Post, definiva questo sistema economico e finanziario “un castello di carte che sta per venire giù”. (1)
Il giornalista americano osserva che “contrariamente a quanto detto dal presidente Bush (il giorno prima, ndr), qui non si tratta semplicemente di una crisi dei mutui o dell'edilizia. I giganti finanziari hanno prodotto, cartolarizzato, quotato e assicurato i titoli emessi sui mutui, crediti immobiliari commerciali, crediti delle carte di credito e credito per le acquisizioni delle attività. È molto improbabile che, in questi settori, siano riuscite a fare meglio di ciò che hanno fatto con i mutui”.
E comunque, ammonisce Pearlstein, “fatevelo dire: non avete ancora visto niente”.

Che siamo alla vigilia di un “grande botto” è evidente: alcune tra le principali banche sono già in crisi. Mi riferisco, ad esempio, all’americana Citigroup che – per salvarsi – ha “dovuto” svendere parte del proprio capitale ad Abu Dhabi (incredibile: i “nemici” arabi che si comprano una fetta di una delle istituzioni creditizie cardine dell’economia a stelle e strisce!!!). E un colosso elvetico, l’UBS, l’altro giorno ha annunciato perdite di oltre 10 miliardi di dollari su derivati: ma siamo solo all’inizio…

Il mondo sta cambiando, l’ordine naturale delle cose sta sovvertendosi: la curva dei tassi a breve ha superato quella dei tassi a lungo termine. Quando questo accade si è alla vigilia di una recessione: sta avvendendo negli Stati Uniti, ora si sta verificando in Gran Bretagna e presto, forse, toccherà all’Europa.

Intanto le banche centrali riducono i tassi ufficiali (vedi Fed e Banca d’Inghilterra) o stanno ferme (vedi BCE), ma di fatto i tassi di mercato (che sono quelli che regolano gli scambi di flussi di denaro tra banche) stanno salendo, come l’Euribor a 1 mese che macina record all’insù giorno per giorno. La dicotomia tra l’economia “ufficiale” e quella reale si fa sempre più marcata: e non è un bene, anzi…

Manca la fiducia in questo Sistema, manca la fiducia tra gli operatori, aumentano le insolvenze dei debitori e la liquidità che le banche centrali immettono in questo contesto bacato sta finendo. Sarà, forse, la volta buona per fare pulizia in un mercato drogato dai derivati e costruito su un castello di carte monetarie e creditizie tanto redditizio (per le banche) quanto pericoloso (per il Sistema).
Ma il prezzo che si dovrà pagare per questa “pulizia di primavera” rischia di essere caro, molto caro. Al punto che, secondo i più pessimisti, in confronto la famosa crisi del 1929 sembrerà ben poca cosa.

A chi vogliamo credere? A chi ci dice che va tutto bene (autorità monetarie e sistema bancario in generale) o a chi lancia segnali di un possibile imminente crack mondiale?
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