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MessaggioInviato: Ven Gen 25, 2008 5:59 pm    Oggetto:  
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Il presidente della Cir: "Coinvolto l'intero sistema finanziario mondiale"
"La mossa della Fed rischia di confermare un senso d'affanno e il piano Bush non convince"
De Benedetti: "Crisi senza precedenti
le ricette Usa non funzioneranno"
dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI

DAVOS - "Ho visto tante crisi in vita mia, ma erano circoscritte a una zona geografica (Messico, Thailandia, Russia) o a un'entità finanziaria come lo hedge fund Ltcm, che fu salvato facilmente da un'azione concertata delle banche americane. Perfino la crisi delle Savings&Loans, forse la più grande per dimensioni, era localizzata negli Stati Uniti. Quella che stiamo vivendo invece riguarda l'intero sistema finanziario mondiale". A Davos per il World Economic Forum, il presidente del gruppo Cir e dell'Editoriale L'Espresso, Carlo De Benedetti, analizza la tempesta globale che è al centro dell'attenzione del summit.

Il robusto taglio dei tassi Usa può segnare una svolta, insieme con la manovra fiscale di aiuti alle famiglie che Bush e il Congresso stanno per varare?
"Questa è una crisi destinata a durare. La mossa inusuale della Fed, quando sarà stata digerita dai mercati nel suo significato reale, rischia di confermare un senso di affanno. Inoltre da Greenspan a Bernanke la banca centrale americana sembra preoccuparsi più di Wall Street che di Main Street, si focalizza sui problemi del mondo finanziario più che sull'economia reale. Si rischia di creare un moral hazard, dando l'impressione agli operatori finanziari che le autorità monetarie li mettono al riparo dal rischio. Dietro la proliferazione patologica di strumenti finanziari ad altissimo contenuto di indebitamento c'è un controllo insufficiente da parte della banca centrale. In quanto agli annunci dell'Amministrazione Bush finora sono accolti quasi con indifferenza dai mercati. Anche l'aiuto fiscale, come il taglio dei tassi, arriva comunque troppo tardi".

Qui a Davos gli esponenti dei governi, i banchieri, gli imprenditori e gli economisti si interrogano sulla natura della "frenata" americana: è recessione?
"Non è molto rilevante il dibattito semantico tra chi sostiene che la recessione è già in atto e chi preferisce ancora parlare di un pesante rallentamento. In realtà nessuno sa quando toccheremo il fondo del barile. Di certo la caduta del mercato immobiliare americano non è un fenomeno che si esaurisce in un trimestre. C'è il rischio che quanto abbiamo visto finora sia solo un inizio. Sul mercato interbancario c'è una semiparalisi, perché ogni banca teme che la banca di fronte abbia un bilancio peggiore del suo. Il sistema creditizio fornisce linfa vitale all'attività delle imprese, è illusorio pensare che non ci siano conseguenze sugli investimenti produttivi e sull'economia reale".

C'è ancora chi spera nel decoupling: e cioè che l'Unione europea e l'Asia possano sganciarsi dal ciclo americano.
"Nell'Unione europea lo choc potrebbe essere un po' meno severo perché non c'è quell'eccesso di indebitamento delle famiglie di cui soffre l'America. Tuttavia nessuno è al riparo, tantomeno l'Italia che è l'anello debole fra le economie europee. In quanto all'Asia, è più probabile che riesca ad evitare una recessione, ma non manterrà ritmi di sviluppo così vigorosi da trainare la crescita mondiale ai livelli degli anni precedenti. Bisogna avere presente le esigenze differenti delle diverse aree del mondo. Una crescita del Pil limitata all'1% non è brillante ma neppure catastrofica per continenti di vecchia industrializzazione come Stati Uniti ed Europa. Per la Cina invece crescere "solo" del 5% (dall'11% attuale) sarebbe un serio problema. Per loro natura quei giganti emergenti hanno bisogno di tenere una velocità di sviluppo molto sostenuta. Chi spera nel decoupling sottovaluta poi i meccanismi di interconnessione che legano i soggetti dell'economia globale. Una contrazione dei consumi negli Stati Uniti penalizza tutte le nazioni che esportano su quel mercato. La domanda endogena della Cina non può supplire da sola, se l'America riduce le sue importazioni".

Dopo i mutui subprime dove può scoppiare il prossimo "incidente"?
"E' vulnerabile l'intero settore dei finanziamenti al consumo, cominciando dalle carte di credito. Negli Stati Uniti spesso i consumatori possiedono più di una carta di credito e le utilizzano fino al massimo scoperto consentito. Alcune banche che emettono carte di credito cominciano a segnalare insolvenze dei clienti fino al 30%. Più in generale, lo stesso progresso tecnologico che ha favorito la creazione degli strumenti derivati ha cambiato le regole del gioco della finanza. La massa monetaria definita secondo i criteri tradizionali non è più un indicatore che rappresenta la realtà in modo adeguato. Le banche che hanno creduto di eliminare il rischio attraverso la cartolarizzazione, oggi se lo vedono tornare a casa su una scala moltiplicata".

In tutti i paesi si assiste a un'ondata di riscatti dai fondi comuni d'investimento. In uno scenario dominato dall'incertezza quali regole dovrebbe seguire un risparmiatore?
"La liquidità e i buoni del Tesoro sono un rifugio. E a prescindere dalle previsioni che si possono fare sul futuro del dollaro, per chi vive e spende il suo reddito nell'Unione europea è naturalmente più prudente investire in euro".

Come si innesta questa crisi sui cambiamenti strutturali dell'economia globale, sui nuovi rapporti di forze tra le grandi aree del mondo?
"L'assetto su cui si è fondata l'economia internazionale negli ultimi 60 anni è finito per sempre, ed è urgente prenderne atto. Non ha senso oggi un sistema dove la Russia non è nel Wto, dove all'America spetta di diritto la nomina al vertice della Banca mondiale e l'Europa sceglie il direttore generale del Fondo monetario. Tutto questo rappresenta un mondo che non c'è più. Bisogna ricostruire le istituzioni della governance globale perché rappresentino gli equilibri di oggi, non quelli post-bellici. La sfida positiva è quella di una democratizzazione del sistema di governance, che accolga grandi nazioni emergenti e assegni a ciascuno ruoli e responsabilità adeguate. Naturalmente, per chi aveva dominato finora, i futuri aggiustamenti possono essere dolorosi. La globalizzazione non è una teoria, né riguarda soltanto il commercio: avvengono spostamenti formidabili nei pesi delle economie. Il declino strutturale della funzione del dollaro - al di là di quel che accade al suo tasso di cambio - registra questa svolta storica".

La difficoltà ad accettare questi nuovi equilibri di potere traspare da alcune reazioni occidentali di fronte all'irruzione dei fondi sovrani, un altro fenomeno molto discusso al World Economic Forum. Gli investimenti delle istituzioni finanziarie controllate dai governi asiatici o mediorientali hanno già suscitato allarme, soprattutto in Francia e in Germania.
"La Francia ha sempre nutrito delle diffidenze verso gli investitori non francesi. La Germania è spaventata dall'invasione delle cosiddette "locuste" perché è ancora affezionata a un'idea di stabilità del rapporto banca-impresa, anche se in realtà lo spostamento del controllo verso i mercati è inesorabile. Quel che è accaduto in America è significativo. Con le prime crisi bancarie e le prime ricapitalizzazioni di gruppi come Citibank il segretario al Tesoro Paulson ha chiamato a raccolta paesi alleati come Abu Dhabi. Poi via via che i problemi si allargavano non si è potuto evitare l'ingresso nel sistema bancario americano del fondo sovrano della Repubblica popolare cinese, controllato dalla superpotenza rivale degli Stati Uniti. Quando si ha un bisogno impellente di capitali non si guarda troppo per il sottile. Il ruolo crescente dei fondi sovrani corrisponde a una realtà macroeconomica: il forte squilibrio tra l'accumulazione di riserve valutarie nei paesi emergenti, a fronte di un risparmio negativo negli Stati Uniti, e in calo in Europa".
(25 gennaio 2008)
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MessaggioInviato: Mer Feb 20, 2008 9:38 pm    Oggetto:  
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Hedge fund, la prossima bufera

NEW YORK

New York
Si chiama ‘The Hedge Fund Implode Meter’, ed é un sito online che tiene costantemente aggiornata la situazione degli hedge fund: con una classifica di quelli falliti, di quelli più a rischio, delle prospettive future. Una sorta di barometro per aiutare gli investitori di ‘fondi a rischio’ a muoversi in questo particolare (e complicato) mondo finanziario nel pieno di una crisi che rischia di peggiorare nei prossimi mesi.
Dopo la crisi dei mutui ‘subprime’ che ha sconvolto i mercati con conseguenze tuttora pesantissime, molti analisti sono convinti che adesso toccherà agli ‘hedge fund’.
segue a pagina 2

segue dalla prima
«Cercare di valutare il comportamento di un ‘hedge fund’ é come "tentare di inchiodare un blancmange (un pudding alle mandorle dolci, ndr) al muro», ha scritto recentemente l’Economist, perché quello dei "fondi a rischio" é un "mondo darwiniano". Al mondo ci sono circa diecimila hedge fund, i cui asset complessivi secondo l’Hedge Fund Research (Hfr) – raggiungono la cifra complessiva di 1.870 miliardi di dollari. Quando i mercati finanziari vennero scossi dall’ultima grande crisi (quella del 20002001) di hedge fund ce ne erano pochi, ed é per questo che oggi é difficile fare una previsione su come questi fondi reagiranno in una situazione di agitazione dei mercati. Molti sono destinati al fallimento, altri – concepiti proprio per ricavare benefici dalla crisi – potrebbero anche guadagnare un sacco di soldi.
Gli hedge funds, che in italiano vengono tradotti generalmente in ‘fondi speculativi’ o ‘fondi a rischio’ non sono una novità degli ultimi anni (negli Stati Uniti risalgono addirittura agli anni Cinquanta). Sono concepiti per un mercato di persone agiate, di aziende e di manager, visto che per la legge americana gli investitori devono avere un patrimonio di un milione di dollari (minimo) o entrate nette per oltre 200mila dollari. L’obiettivo é semplice, ed è quello di produrre rendimenti costanti nel tempo: con investimenti ad alto rischio e con possibilità di ritorni molto fruttuosi.
Il più famoso é stato il Quantum Fund, creato nel 1970 da George Soros e Jim Rodgers. Nei successivi dieci anni il fondo ebbe un rendimento del 3.365 per cento (42,5 per centro ogni anno per 10 anni), creando le basi della grande fortuna di Soros. Che divenne famoso, ancora più del suo fondo, nel ‘venerdì nero’ del 16 settembre 1992, quando vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline, costringendo di fatto (almeno così si dice) la Banca d'Inghilterra ad uscire dallo Sme e a svalutare la sterlina. Soros guadagnò allora una cifra stimata in 1,1 miliardi di dollari e la fama di "uomo che ha sbancato la Bank of England".
Il Quantum é ovviamente un’eccezione nel panorama degli hedge fund, che peraltro fino all’inizio del nuovo secolo non hanno avuto una grande espansione. Il boom é infatti degli ultimi anni ed é proprio questo boom che allarma oggi il mondo della finanza. Gli hedge fund hanno infatti la necessità di offrire ai propri sottoscrittori una performance media molto elevata (in genere attorno al 20 per cento all'anno), cosa che richiede a sua volta il ricorso ad operazioni ad alto rischio. Fattore molto importante è che oggi si basano sugli gli hedge funds più che su altri strumenti d’investimento anche i grandi fondi di private equity, che controllano i due terzi delle operazioni realizzate sui listini azionari nordamericani. I tre fondi di private equity più importanti del mercato (Texas Pacific Group, Blackstone e Kkr) hanno insieme una capacità equivalente al 30 per cento del mercato mondiale delle operazioni a breve termine. Ecco perché c’è il timore che se dopo la crisi dei mutui ‘subprime’ toccherà adesso agli ‘hedge’ le conseguenze saranno difficilmente immaginabili.
L’allarme lo ha lanciato a Davos George Soros. Non era il primo, ma le sue parole, data la statura del personaggio, sono quelle che hanno avuto maggiore risonanza da parte dei media. Poi é stata la volta di Alan Greenspan – che ha da poco assunto il ruolo di ‘advisor’ per il guru degli hedge fund John Paulson – e che in un’intervista al ‘Wall Street Journal" ha detto molto chiaramente che siamo vicini alla recessione: «Le recessioni non sono improvvise e sono generalmente anticipate e segnalate da una discontinuità nel mercato e i dati delle ultime settimane possono essere letti in questo senso». Nella sua analisi "I dodici scalini verso il disastro finanziario", Nouriel Roubini presenta quello che definisce uno scenario da "incubo" o "catastrofico", scenario che ha adesso diverse probabilità di diventare realtà e di cui anche la Fed e i leader finanziari europei cominciano a prendere atto. Per Roubini la recessione del 2008 (il cui inizio viene datato al dicembre 2007) sarà peggiore di quelle del biennio 19901991 e del 2001. E un ruolo decisivo lo avrà quello che lui chiama il "shadow financial system", composto proprio da istituzioni non bancarie come gli hedge funds.
Gennaio é stato un mese nero per gli hedge. Quelli che si sono concentrati sul mercato azionario hanno perso una media del 4,1 per cento, la peggiore performance degli ultimi sette anni. ‘Goldman Sachs Investment Partners’, che aveva raccolto sette miliardi di dollari – un record per un nuovo fondo – ha perso il 6 per cento nel suo primo mese; L’ ‘Atticus Global Fund’ di Timothy Barakett, noto per aver ‘scommesso’ su una dozzina di compagnie quotate a Wall Street ha perso il 12 e mezzo per cento. «Naturalmente scommettere grandi cifre sul fatto che la Borsa vada in alto o in basso é oggi un po’ come giocare alla roulette», sostiene un analista di Wall Street. E del resto l’Hedge Fund Reserarch paragona quanto successo in gennaio alle perdite (allora furono del 4,3 per cento) del novembre 2000, quando il collasso della New Economy travolse il mercato finanziario.
L’ultimo colpito, venerdí scorso, é stato un ‘hedge fund’ di Citigroup. Il grande gruppo bancariofinanziario americano ha infatti congelato il fondo Cso Partners, come conseguenza della difficile situazione in cui si trova avendo scommesso – scommessa persa – sui prestiti alla clientela Corporate, cioè alle aziende. Congelamento che ha portato alle dimissioni di John Pickett responsabile del fondo. Cosa é successo? Come ha spiegato il ‘Wall Street Journal’ gli investitori avevano provato ad ottenere il rimborso di 150 dei 500 milioni di dollari di asset di Cso Partners. Che é lo stesso fondo che lo scorso anno aveva fatto registrare perdite tali da costringere Citigroup ad iniettare circa cento milioni di dollari di liquidità. Come in difficoltà é anche un altro di Citigroup, Falcon Plus Strategies. Si tratta di un ‘leverage fund’ operativo dal 30 settembre scorso che nei primi tre mesi di attività avrebbe perso circa il 52 per cento dopo aver puntato sulla fine del ciclo di investimenti legato alla performance delle obbligazioni. Una scommessa perdente.
Il futuro del mercato potrebbe dipendere dal vento che arriva da Asia e Medio Oriente. A scongiurare, o perlomeno a frenare, la crisi degli ‘hedge’, potrebbero infatti pensarci i ‘sovereign funds’, i fondi statali dei paesi del Golfo e asiatici, che sono dotati di un patrimonio superiore ai duemila miliardi di dollari e che viene alimentato continuamente dalla vendita di petrolio e gas. Nelle ultime settimane (stime Thomson Financial) i ‘sovereign funds’ di paesi come Singapore, Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno investito 74 miliardi di dollari in azioni di grandi imprese americane ed europee. Per fare un esempio i ‘sovereign funds’ di Singapore e Kuwait hanno stanziato oltre dodici miliardi di dollari per l’acquisto di quote proprio del Citigroup. Nel solo settore finanziario questi fondi hanno investito già oltre 30 miliardi di dollari in titoli Bear Stearns, Citi, Morgan Stanley e Ubs. Se il petrolio continuerà a viaggiare oltre gli ottanta dollari e dato che i due terzi delle riserve mondiali di greggio sono localizzate nei paesi di quell’area, i grandi gruppi americani ed europei dovranno continuare a fare i conti con loro.
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MessaggioInviato: Gio Feb 21, 2008 11:54 am    Oggetto:  
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Temo solo per il dopo-crisi...

Un popolo come il nostro, nonostante ci sia chi si propone per una ripresa sana, come potrà essere degno di riprendersi???

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Gio Feb 28, 2008 8:32 am    Oggetto:  
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... piano, piano ... un passo dopo l'altro ... no, ma quale crisi? ... Chi l'ha detto? ... date retta al vaccaro texano, non esiste alcuna recessione!


ANSA 2008-02-27 21:19
DOLLARO SEMPRE PIU' GIU', EURO RECORD SOPRA 1,51

Non si ferma la discesa del dollaro: le quotazioni del biglietto verde sembrano sbriciolarsi - con un nuovo record storico dell'euro sopra la soglia mai toccata degli 1,51 dollari - di fronte allo spettro della recessione americana e di un nuovo maxi-taglio dei tassi da parte della Federal Reserve a marzo. Gli acquisti degli operatori dei cambi si sono accaniti fin da ieri sera sull'euro, che continua a bruciare record su record: oggi, con i 'falchi' della Banca centrale europea sempre sospettosi verso ipotesi di tagli dei tassi e la Fed che parla quasi apertamente di un nuovo taglio, l'euro è volato fino a 1,5144 dollari: il biglietto verde vale 0,66 euro. Già martedì sera la divisa di Eurolandia aveva infranto per la prima volta la soglia degli 1,50 dollari. Quella del biglietto verde è una vera e propria corsa al ribasso: basti pensare che l'indice della Fed che traccia l'andamento del dollaro nei confronti delle sei maggiori altre valute, scambiato a New York, oggi è crollato a quota 74,07, minimo record da quando l'indice viene calcolato, cioé dal 1973. Contro lo yen il biglietto verde ha segnato 160,99. A innescare la fuga dal dollaro sono state le parole del presidente della Fed, Ben S. Bernanke: dopo aver notato il rallentamento economico in atto da gennaio, il banchiere centrale ha promesso di agire con prontezza per aiutare la crescita. Da tempo molti economisti - ieri il premio Nobel Joseph Stiglitz - dicono che gli Usa sono in recessione. Nonostante la smentita del presidente Bush ("non siamo in recessione", ha ribadito oggi) molti operatori hanno interpretato i commenti di Bernanke come la velata conferma della probabile crescita negativa in atto nella prima economia mondiale.

E lo scenario tratteggiato dai dati economici statunitensi sembra andare nella stessa direzione: le compravendite di abitazioni nuove, a gennaio, hanno segnato un calo del 2,8%, molto peggiore del -0,7% previsto. Anche gli ordini di beni durevoli, termometro degli investimenti, sono scesi più del previsto, mentre le richieste di mutui ipotecari la scorsa settimana sono crollate di quasi il 20%. Inevitabile le vendite di dollari sui mercati, visto che le previsioni degli operatori sono per una nuova manovra aggressiva sui tassi: i futures danno al 28% la probabilità di un maxi-taglio del costo del denaro da tre quarti di punto, al 39% quella di una nuova sforbiciata da mezzo punto, e al 32% un taglio da un quarto di punto. Per i mercati i tassi statunitensi scenderanno ad almeno il 2% entro metà anno. Ben presto - avvertono però diversi economisti - la Fed potrebbe trovarsi in grossa difficoltà visto il basso livello dei tassi raggiunto dopo le recenti manovre aggressive, e con i prezzi petroliferi in orbita, oggi a livelli record sopra i 102 dollari. Al contrario, i futures sui tassi Euribor non sembrano scontare un taglio da parte della Banca centrale europea prima dell'estate. L'Eurotower tiene i tassi incollati al 4% da giugno scorso, per contenere le spinte inflazionistiche del petrolio e dei prodotti alimentari. E dopo le parole del presidente Jean-Claude Trichet, che lo scorso 7 febbraio ha fatto sperare in un taglio parlando di incertezze economiche "insolitamente alte", da parte dei paesi 'falchi', quelli cioé più attenti al contenimento dell'inflazione che allo stimolo della crescita, continuano ad arrivare segnali contrari ad un taglio. "Le aspettative del mercato sull'evoluzione dei tassi di interesse sottovalutano in questo momento il rischio inflazione", ha detto oggi Axel Weber, membro tedesco del consiglio direttivo della Bce. E il collega olandese Nout Wellink è giunto a dargli manforte: "Pensavamo che un tasso di cambio a 1,45 dollari sarebbe stato un ostacolo davvero forte per l'economia Europea - ha detto - invece si è dimostrato che non è così". Parole di segno opposto a quelle del vice-presidente di COnfindustria Alberto Bombassei, secondo cui la Bce "deve essere più vicina al mondo delle imprese".

PETROLIO: ALLE STELLE, RISCHIO STANGATA 920 EURO FAMIGLIA
(di Marina Perna)


Mai così caro nella storia: i prezzi dell'oro nero continuano a schizzare verso l'alto e mettono a segno un nuovo record, sopra quota 102 dollari al barile. Un livello mai toccato prima nella storia, neanche ai tempi dei grandi shock petroliferi degli anni 70-80 che costrinsero gli italiani alla bicicletta. E scatta l'allarme rosso sul fronte dei prezzi. Con i consumatori che iniziano a fare le prime stime sull'impatto delle nuove fiammate petrolifere, stimando una stangata da 920 euro all'anno per ogni famiglia, già alle prese con i recenti aumenti della luce e del gas e con il costo della benzina e del gasolio ai massimi storici. Federconsumatori e Adusbef profilano un impatto di quasi 500 euro a famiglia per le ricadute dirette dal caro-barile. E altri 420 per gli effetti indiretti, legati cioé alle conseguenze delle impennate dei prezzi del petrolio su tutti gli altri beni: l'aumento dell'oro nero rischia infatti di innescare un effetto volano che dai prezzi alla produzione, passando per i trasporti, arriva fino a quelli dei generi di largo consumo. Causando una rincorsa del caro vita che già il mese scorso si è attestato ai massimi dal 2001, al 2,9%. I consumatori parlano, ad esempio, di "un'effetto inflattivo al 3,1%". A mitigare la stangata c'é comunque il supereuro che ha spinto oggi all'angolo la moneta americana, ai minimi di oltre 1,51 dollari per un euro.

Un effetto che attenua l'impatto: se i livelli di cambio fossero rimasti, ad esempio, ai livelli di un anno fa il costo del barile avrebbe un impatto di 10 euro in più mentre un litro di gasolio costerebbe 7 centesimi in più ed uno di benzina sarebbe 6 centesimi più caro. Un aiuto, anche se piccolo, quello che arriva dalla forza del cambio che ha consentito all'Italia di risparmiare negli ultimi conti petroliferi 3 miliardi di euro: 26 miliardi la bolletta 2007 contro i 29 miliardi che si sarebbero raggiunti senza l'effetto cambio. L'emergenza caro-greggio continua a dominare i mercati e preoccupare le economie mondiali - con nuovi allarmi arrivati oggi da autorevoli fonti della Fed e della Bce - e non sembra destinato a rientrare. Almeno nel breve periodo, secondo le stime di alcune banche d'affari che nei giorni scorsi sono arrivate anche a lanciare previsioni per nuovi aumenti, fino a 120-150 dollari al barile.

Colpa anche della 'speculazione' che da tempo domina i mercati petroliferi, ricorda il presidente dei petrolieri italiani Pasquale De Vita, stimando nel "20% l'impatto di questa componente sul costo del barile". I fondamentali - l'equilibrio tra domanda e offerta mondiale di greggio - non mostrano infatti segnali di preoccupazioni, fanno notare esperti di settore. Come dimostrano anche i dati arrivati oggi dall'altra parte dell'oceano: nonostante un aumento delle scorte americane, le quotazioni dell'oro nero sulla piazza di New York sono rimaste sui loro massimi, sopra 100,59 dollari in una giornata che ha visto i futures con consegna ad aprile superare per la prima volta nella storia i 102 euro (a 102,0Cool e mettere a segno così il massimo mai toccato prima. Bruciando cioé anche quel record di tutti i tempi segnato nell'aprile del 1980 quando il barile segnò quota 77 dollari che attualizzati ai corsi odierni (tenendo conto cioé dell'inflazione) corrispondo a 101,7 dollari al barile.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Ven Feb 29, 2008 4:59 pm    Oggetto:  
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ECONOMIA InviaStampaL'ANALISI
Dodici tappe verso la crisi più grave
di NOURIEL ROUBINI

SUL FATTO che gli Stati Uniti siano ormai entrati in recessione non sussistono più dubbi; resta da vedere soltanto se la recessione sarà breve e leggera (due trimestri fino alla metà dell'anno) o più lunga, più profonda e più dolorosa. Ma i rischi ora appaiono quelli di una recessione profonda e di una crisi finanziaria sistemica grave. Anzi, per comprendere le recenti mosse della Banca Centrale degli Stati Uniti - una riduzione molto aggressiva del tasso di rifinanziamento - occorre rendersi conto della possibilità sempre maggiore che si vada verso una evoluzione catastrofica della finanza e dell'economia - un circolo vizioso dove una profonda recessione aggrava le perdite finanziarie e dove, a loro volta, le perdite finanziarie ingenti e in aumento e il tracollo del settore finanziario rendono la recessione ancora più grave.

Una tale crisi sistemica finanziaria potrebbe svolgersi secondo uno scenario che prevede dodici fasi:

1. A questo punto è chiaro che questa è la peggiore recessione del settore immobiliare dalla grande depressione e che i prezzi delle case negli Stati Uniti crolleranno tra il 20 e il 30 per cento rispetto al picco della bolla. Ciò implicherà anche che un altissimo numero di famiglie, tra i 10 e i 20 milioni, si ritroverà proprietario di case il cui valore sarà inferiore a quello del mutuo ipotecario e che si troverà quindi costretto a cederle, incrementando massicciamente le perdite delle banche che hanno concesso il credito.
Inoltre, ben presto potrebbero essere costrette a dichiarare bancarotta anche alcune delle grandi società immobiliari del settore residenziale.

2. Le perdite procurate al sistema finanziario dal crollo catastrofico del settore dei mutui ad alto rischio, una cifra che, si stima, potrebbe sfiorare i 300 miliardi di dollari, stanno intaccando ora anche i mutui a basso e a bassissimo rischio, in quanto le avventate pratiche utilizzate per concedere i mutui subprime sono le stesse impiegate nell'intero spettro del settore dei mutui. Si tratta quindi di una crisi e di un crollo generalizzati del settore dei mutui, e non soltanto di quello ad alto rischio. Le perdite riguardanti questi vari tipi di mutui saliranno drammaticamente con la caduta dei prezzi delle case e con la discesa a spirale dell'economia verso una grave recessione. a queste perdite occorre aggiungere quelle catastrofiche ammontanti a centinaia di miliardi di dollari non iscritti a bilancio causate dagli strumenti di investimento strutturati come i Siv e i Conduits, che le banche sono state costrette a iscrivere a bilancio a seguito dell'inventario degli Abcp, i titoli di debito a breve termine con asset a garanzia. A causa della cartolarizzazione, questa spazzatura è tracimata dalle banche ai mercati del capitale e ai loro investitori, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, incrementando, piuttosto che riducendo, il rischio sistemico e rendendo globale la crisi del credito.

3. La recessione porterà - come sta già facendo - a un notevole aumento del numero di prestiti al consumatore di altre tipologie non onorati: carte di credito, prestiti per l'acquisto di auto e per lo studio. Negli Stati Uniti i prestiti ad alto rischio concessi tramite carte di credito e quelli per l'acquisto di automobili ammontano a centinaia di miliardi di dollari.. Ne consegue che anche queste perdite dovranno essere aggiunte alle perdite finanziarie delle banche e delle altre istituzioni finanziarie, il che, a sua volta, aggraverà ancor di più la stretta creditizia.

4. Il mercato dei prestiti per l'acquisto di immobili commerciali potrebbe ritrovarsi presto in una situazione catastrofica analoga a quella dei mutui subprime, giacché le pratiche per la cessione di prestiti nel settore immobiliare commerciale sono state altrettanto avventate di quelle del settore immobiliare residenziale. La crisi immobiliare residenziale non può che condurre, con un lieve ritardo, allo scoppio della bolla del settore della costruzione di immobili non residenziali, in quanto nessuno vorrà più costruire uffici, negozi o centri commerciali in città fantasma.

5. Se da una parte resta incerta l'entità delle perdite che le società di assicurazioni mono-ramo specializzate subiranno a causa delle assicurazioni concesse ai titoli con sottostanti i mutui residenziali, alle obbligazioni garantite da junk bond (i Cdo) e ad altri prodotti finanziari garantiti da asset tossici; dall'altra, ora è chiaro che queste perdite sono molto più ingenti del pacchetto di salvataggio di 10 o 15 miliardi di dollari che le autorità stanno tentando di raffazzonare. L'abbassamento del rating di queste assicurazioni mono-ramo è necessario e sarà inevitabile - anche se le agenzie di rating stanno seguendo strategie dilatorie - e si tradurrà in altri circa 140 miliardi di dollari di perdite derivanti dai portafogli di titoli con asset a garanzia che delle istituzioni finanziarie, che hanno già subito massicce perdite, dovranno iscrivere a bilancio. Questo porterà a ulteriori perdite nel portafoglio delle obbligazioni emesse dalle municipalità..

6. Non è da escludere che alcune importanti banche regionali o addirittura nazionali molto esposte ai mutui ipotecari, sia residenziali sia commerciali, siano costrette a dichiarare bancarotta. Se ciò accadesse, alle 200 o più e istituzioni creditizie che hanno concesso prestiti ad alto rischio, andrebbero ad aggiungersi alcune grandi banche, contribuendo ad aggravare la seria stretta creditizia.

7. Le banche vedranno lievitare le proprie perdite, perché i prestiti concessi sulla base di leve finanziarie per centinaia di miliardi di dollari, saranno iscritti nei bilanci con valori molto inferiori al valore nominale (attualmente circa 80 centesimi su un dollaro, ma presto molto meno). Sono stati questi prestiti a leva finanziaria a finanziare, a loro volta, gli acquisti di aziende con leva finanziaria (gli Lbo), molti dei quali ora stanno saltando.

8. Una volta che questa grave recessione sarà in corso, si verificherà una massiccia ondata di fallimenti di società. Tipicamente, in un anno, il tasso di fallimenti di compagnie è del 3,8 per cento circa; nel 2006 e nel 2007, questo tasso è sceso a un quasi trascurabile 0,6 per cento. Tipicamente, negli Stati Uniti, in un anno di recessione, questo tasso balza a più del 10 per cento, potendo arrivare a un 15 per cento. I tassi di fallimento molto bassi degli ultimi due anni si spiegano con l'eccesso di liquidità, le agevolate condizioni del credito e gli spread molto bassi. Ma, d'allora, il riprezzamento del rischio è stato massiccio. Occorre inoltre notare che se, in media, in termini di profittabilità e di indebitamento, le aziende statunitensi ed europee si trovano in condizioni migliori rispetto al 2001, molte società a bassa profittabilità hanno accumulato debiti con junk bond che presto dovranno essere rifinanziati con spread molto più larghi. Il tasso di fallimento di aziende potrebbe salire fortemente dunque durante la recessione del 2008. Una volta che i fallimenti e lo spread del credito saranno aumentati, nel settore degli Cds, i credit-default swaps ovvero gli strumenti derivati che hanno fornito protezione contro eventuali dissesti delle società, si verificheranno massicce perdite. Si valuta che le perdite potrebbero aggirarsi tra i 20 miliardi e i 250 miliardi di dollari, ma probabilmente la cifra si avvicinerà di più a quest'ultima stima.

9. Anche il "sistema finanziario ombra" (cioè composto da istituzioni non bancarie) si ritroverà presto nei guai. Questo sistema finanziario ombra è formato da istituzioni che, come le banche, ottengono prestiti a breve termine e in forme liquide, mentre concedono prestiti o investono a lungo termine in asset molto meno liquidi. Questo sistema include i Siv (i veicoli di investimento strutturati), i conduit (veicoli finanziari extra-bilancio), i fondi monetari, le assicurazioni mono-ramo, le banche di investimento, gli hedge fund e altri istituti finanziari non bancari. queste istituzioni sono tutte soggette al rischio di mercato, rischio del credito (dati i loro investimenti rischiosi) e, in particolare, al rischio di mancanza di liquidità legato al rinnovo delle scadenze debitorie, in quanto le loro passività a breve termine possono essere inventariate facilmente, mentre i loro asset sono a lungo termine e illiquidi. Diversamente dalle banche, queste entità non hanno accesso diretto o indiretto al sostegno delle banche centrali, neanche come fonte di finanziamento in extremis, in quanto non sono istituzioni depositarie. Così, di fronte a situazioni di difficoltà o di mancanza di liquidità, sono soggette al fallimento perché non sono in grado di procrastinare o rifinanziare le loro passività a breve termine. L'approfondirsi di questi problemi nell'economia e nei mercati finanziari, così come una inadeguata gestione del rischio, porteranno diversi di questi istituti a dover gettare la spugna..

10. I mercati azionari negli Stati Uniti e all'estero cominceranno a conteggiare nel prezzo delle azioni una recessione statunitense grave, invece di una lieve, e un deciso rallentamento dell'economia globale. La ripresa delle borse di fine gennaio sembra essere svanita, perché gli investitori hanno iniziato a rendersi conto che la crisi economica è più grave di quanto prospettato, che le assicurazioni mono-ramo non saranno facilmente salvate, che le perdite finanziarie continueranno a lievitare e che, in una recessione, si contrarranno drasticamente i guadagni delle aziende, e non soltanto quelle del settore finanziario. Alcuni hedge fund con quote di investimenti azionari alte falliranno nel 2008. Per quanto riguarda gli investimenti a maggioranza azionaria, la possibile ondata di richieste di integrazioni dei depositi in garanzia porterebbe a una ulteriore massiccia vendita di titoli azionari, dando il via a un effetto a cascata che dai mercati azionari degli Stati Uniti si trasmetterebbe a quelli globali. I mercati azionari statunitensi e del mondo entrerebbero quindi in un periodo persistente di mercato ribassista, dove la caduta dello Standard & Poor 500 potrebbe toccare il 28 per cento, come accade tipicamente negli Stati Uniti nei periodi recessivi.

11. La stretta creditizia che colpisce la maggior parte dei mercati del credito e dei mercati dei derivati del credito porterà a un prosciugarsi della liquidità in diversi mercati finanziari, tra i quali anche gli altrimenti molto liquidi mercati dei derivati. Ciò sfocerà in un'altra ondata di stretta creditizia nei mercati interbancari, innescata dal rischio che pongono le controparti, dalla mancanza di fiducia, dal costo della liquidità e dal rischio del credito e, di conseguenza, cresceranno una serie di tassi interbancari. Anche l'allentamento della stretta di liquidità, ottenuto con decise mosse delle banche centrali di dicembre e gennaio, perderà efficacia perché le preoccupazioni sul credito continueranno a mantenere larghi gli spread interbancari, nonostante ulteriori iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali.

12. Ciò risulterà in un circolo vizioso di perdite, contrazione del capitale, contrazione del credito, liquidazioni forzate e svendite massicce di asset a prezzi inferiori ai fondamentali, portando a un ciclo di perdite e di ulteriore contrazione del credito sempre più lungo. Le perdite in conto capitale daranno luogo a ulteriori richieste di integrazione dei depositi di garanzia e a una iscrizione nei bilanci di asset e passività rimaste fino a quel momento fuori bilancio nel sistema finanziario ombra. L'evento che innescherà la successiva fase di questo fenomeno a cascata sarà l'abbassamento del rating delle assicurazioni mono-ramo e il conseguente veloce crollo dei mercati azionari, che, a loro volta, porteranno a ulteriori richieste di integrazione dei depositi e di iscrizioni a bilancio degli asset e delle passività rimaste fino a quel momento fuori bilancio.

La ricapitalizzazione delle banche da parte dei fondi sovrani d'investimento, che assomma finora a circa 80 miliardi di dollari, non sarà in grado di contrastare queste iscrizioni a bilancio di asset e passività rimasti fuori dai bilanci. Quest'inclusione nei bilanci delle voci rimaste fino a quel momento fuori, vale a dire, la trascrizione di queste voci dal sistema bancario ombra a quello ufficiale, causerà una nuova contrazione del credito, perché le perdite in aumento peseranno rispetto alla ricapitalizzazione delle banche da parte dei fondi sovrani con un margine molto più largo.
Questa spirale contagiosa e a cascata della iscrizione a bilancio di voci precedentemente tenute fuori, della contrazione del credito, della brusca caduta del prezzo degli asset e dell'allargamento degli spread creditizi si trasmetterà poi a quasi tutti i settori del sistema finanziario. La massiccia stretta creditizia renderà dunque la contrazione dell'economia ancora più grave cagionando ulteriori perdite finanziarie. Le perdite totali nel sistema finanziario potrebbero superare i 1.000 miliardi, acuendo, prolungando e aggravando la recessione economica. Con il diffondersi delle perdite e della stretta creditizia al resto del mondo, si arriverà a una recessione economica quasi globale. Gli Stati Uniti e i mercati finanziari globali vivranno la loro più gravi crisi degli ultimi 25 anni.
(traduzione di Guiomar Parada)

(28 febbraio 2008)
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MessaggioInviato: Dom Mar 02, 2008 4:40 pm    Oggetto:  
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Il presidente della Fed Bernanke ha affermato che "alcune banche rischiano il fallimento". L'affermazione peggiore che può fare il governatore di una banca centrale. Lui non sta lì apposta ad impedire questi eventi??? Anche nel sistema liberistico più puro. La BOE non ha abbandonato la Mary Poppins Northern Rock (altro che roccia del nord! Una roccia colata a picco!) "alla mano invisibile del mercato"... In Europa (dove va tutto bene no?) siamo a: Mary Poppins, Societè Generale, e DIVERSE BANCHE regionali tedesche salvate dalla BundesBank (avevano investito nei subprime e derivati vari... i germanici non hanno bolla immobiliare). In Amerika già sono fallite diverse banche specializzate nei mutui (comprate, cioè salvate, da altre banche). Chi salverà i salvatori? Perchè (come ampiamente preventivato e preventivabile) non solo i subprime, ma anche gli alt A, cioè i mutui di debitori solvibili, stanno saltando...

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MessaggioInviato: Gio Mar 06, 2008 9:00 pm    Oggetto:  
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Bernanke alla banche: condonare i mutui
Maurizio Blondet 06 marzo 2008


STATI UNITI: I pignoramenti di case gravate da mutui che i proprietari non riescono più a pagare toccheranno quest’anno i due milioni.

Una tragedia per due milioni di famiglie buttate sul marciapiede; ma un dramma anche per le banche prestatrici, che si troveranno con due milioni di immobili da vendere su un mercato che sta crollando (i prezzi delle case esistenti sono scesi in USA per la prima volta dalla Grande Depressione), e probabilmente resteranno invendute.

Per questo Ben Bernanke, parlando ad una riunione di uomini d’affari a Orlando in Florida, ha invitato i prestatori a condonare ai debitori una parte del capitale.
«Questo può essere il mezzo relativamente più efficace per scongiurare insolvenze e pignoramenti», ha detto, che rinegoziare i tassi d’interesse (1).

Ogni rata di mutuo, come si sa, è composta di due parti: una parte è la restituzione del capitale, un’altra gli interessi.
Il segretario al Tesoro USA Hank Paulson ha finora esortato i banchieri a rinegoziare gli interessi (a tasso variabile, nodo scorsoio per i debitori), prolungano la durata del mutuo.

Ben Bernanke l’ha scavalcato in «socialità», con una proposta rivoluzionaria per un banchiere centrale: condonare parte del capitale significa, anzitutto, ammettere che non è più tempo di lasciar agire la mano invisibile del mercato, ossia la legge della domanda-offerta; significa anche che le banche devono riconoscere che una casa che hanno ipotecato per un valore 100, oggi - dopo il collasso della bolla immobiliare subprime - vale 80 o 60.
E che il debitore ha il diritto morale di pagare il mutuo su 80 (o 60), non su 100.

Il che è la pura verità, nel senso che rispecchia la realtà di fatto.
A preoccupare Bernanke sono appunto i milioni di debitori il cui mutuo supera il valore, agli attuali prezzi di mercato, della casa su cui il mutuo grava.

Questi disgraziati hanno un perverso incentivo a non pagare, rendersi insolventi (stanno pagando troppo un attivo svalutato), e persino a farsi pignorare la casa, che ormai è un nodo scorsoio di ratei crescenti.

Gli effetti a catena sull’economia generale di 2 milioni di immobili buttati su un mercato che non compra, e venduti all’incanto in piena crisi, sarebbero spaventosi sull’intera economia; i prezzi degli immobili, già calanti, precipiterebbero nell’abisso, volatilizzando trilioni di dollari di «valore»; l’attività edilizia sarebbe paralizzata per anni; le banche e in generale i prestatori ne soffrirebbero per la diminuzione generale dei «valori» su cui hanno concesso mutui e prestiti.
Un avvitamento in un circolo vizioso dalle conseguenze esplosive sulla società intera.

Giustamente Bernanke ha detto che «un più ampio uso dei condoni di capitale sarebbe nell’interesse sia dei creditori che dei debitori», specie se - ha aggiunto – «con una valutazione condivisa».
I banchieri e i debitori dovrebbero accordarsi sul valore attuale e minore del bene immobile.

Dal punto di vista dell’ideologia liberista, la proposta di Bernanke è un’inaudita eresia (2).
Il capitalismo iper-speculativo si è già sollevato contro come un sol uomo: chi ha comprato a man bassa le varie obbligazioni «garantite da mutuo», ora teme che il valore di quelle obbligazioni, già precipitato obbligando le banche a confessare miliardi di dollari di perdite di crediti, cali a zero e sottozero.

I creditori non hanno mai accettato di riconoscere la svalutazione della quota-capitale, perché è su quel «valore» che essi costruiscono i loro trucchi finanziari, e devono continuare a far credere che quel valore sia solido e fisso; preferiscono concedere rinegoziazioni sulla quota-interessi.

Le proposte del segretario al tesoro Hank Paulson risponde appunto alle preoccupazioni della finanza speculativa e virtuale.

L’idea di Bernanke invece - e questo è rivoluzionario - intende rispondere alle preoccupazioni delle famiglie reali che abitano nelle case reali: lasciarli abitare in quelle case svalutate - e svalutate in modo che le rate del mutuo diventino miti e pagabili - è sempre meglio che aver due milioni di senzatetto.
Inoltre, i «valori» del «capitale» a cui le banche tengono tanto, sono già svalutati nella realtà.

Le banche stesse praticano la riduzione del capitale quando, alle prese con crediti difficili da esigere, li vendono ad agenzie di recupero al 40% del «valore», avendo comunque realizzato un guadagno netto una volta detratte le loro spese.

Perché dunque non fare alle famiglie debitrici lo sconto che fanno alle agenzie di recupero-crediti?
Certo per la speculazione questa svalutazione degli immobili reali sarebbe «napalm sul fuoco», come ha detto Julian Mans, gestore del fondo First Pacific Advisory (che ha minacciato: «Se il capitale collaterale è diminuito, io chiederò interessi altissimi per comprare debito da mutui»).
Ma per l’economia reale, sarebbe una guarigione.

Ribassati i valori degli immobili a termini più realistici, per esempio l’industria edilizia - parte notevole del PIL di ogni Paese - potrebbe riprendere a costruire, attività che ora è bloccata; le banche stesse, imbarcate le loro perdite, potrebbero passare oltre, in un’economia che riprende e non quella di oggi, paralizzata da montagne di debiti inconfessabili.

Basta ricordare che il rifiuto di svalutare e condonare i debiti, con le banche che si tenevano crediti ormai inesigibili scritti a valori irreali sui loro libri contabili, è stata la causa della decennale recessione-deflazione giapponese.

L’idea di Bernanke segnala la fine del capitalismo senza freni, e l’inizio dell’intervento pubblico nella finanza.
Ogni tanto, gli usurai hanno bisogno che lo Stato indìca un giubileo: per il loro stesso bene.





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1) John Brinsley, «Bernanke Call for Mortgage Forgiveness Puts Pressure on Paulson», Bloomberg, 5 marzo 2008.
2) James Politi, «Bernanke asks banks to ease loan terms» financial Times, 5 marzo 2008.
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MessaggioInviato: Ven Mar 07, 2008 8:14 pm    Oggetto:  
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Leggete questo, ma soprattutto i commenti dei naviganti, che sono la parte migliore...

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MessaggioInviato: Mar Mar 11, 2008 10:31 pm    Oggetto:  
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Anche questo merita...:

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MessaggioInviato: Gio Mar 13, 2008 4:32 pm    Oggetto:  
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L’Irlanda distrutta dall’euro

Maurizio Blondet 13 marzo 2008

Per anni l’Irlanda è stata l’allievo modello del liberismo terminale. Ne ha applicato con entusiasmo tutte le ricette (liberalizzazioni, flat tax, mercato del lavoro libero) e la sua rinnovata «competitività» è stata premiata con un boom economico straordinario. Il boom è finito, ed è cominciato il disastro.

I prezzi delle case sono scesi del 7% l’anno scorso, e continuano a precipitare. La disoccupazione è in aumento. Le banche sono piene di debiti. E si rivela che il boom era, in realtà, soltanto una enorme bolla immobiliare. Ma non è colpa degli irlandesi. La colpa è dell’euro, o più precisamente del tasso primario imposto dalla BCE uguale per tutte le economie dell’eurozona.

Ci sono stati anni in cui, per dare fiato alla Germania in recessione, la BCE ha mantenuto il tasso d’interesse al 2%: buono per la Germania, anzi ancora troppo alto, ma «troppo basso» per l’Irlanda. Il denaro facile ha lanciato le banche irlandesi in una corsa ad indebitare i concittadini. Con mutui e prestiti personali. Il credito si espandeva da un anno all’altro anche del 30%.

Col denaro così abbondante e a basso costo, gli imprenditori hanno costruito a man bassa: l’edilizia ha raggiunto il 15% del reddito nazionale, ed è la maggiore industria del Paese, con 280 mila addetti - molto per un paese di 4,2 milioni di anime. Molte banche hanno offerto mutui al 100% sul valore dell’immobile; il 55% sono a tasso variabile. Quanto ai debiti delle famiglie, hanno raggiunto il 190% del reddito disponibile della famiglie stesse, la percentuale più inaudita del mondo sviluppato.

Dopo il collasso cominciato in America, le banche irlandesi si trovano paurosamente esposte nell’immobiliare a prezzi precipitosamente calanti, con sempre più debitori insolventi, - e come non bastasse, i tassi della Banca Centrale Europea sono saliti al 4,5% (1). Decisamente troppo per una piccola economia in recessione, e in pieno «credit crunch» mondiale. Il tasso EU ha creato la bolla e la distorsione dell’economia irlandese quando era troppo basso, ed ora la strangola definitivamente perché è troppo alto.

«Il mercato degli immobili è morto, quello delle auto nuove è ghiacciato, la perdita di lavoro è a livelli record, gli esportatori sono devastati dall’euro forte, i prezzi dei carburanti balzano in su, i pignoramenti crescono»: così ha sunteggiato la situazione il giornale Irish Independent. E lo Stato è impotente a scongiurare che la recessione si trasformi in depressione.

«Non possiamo fare niente di quello che uno Stato farebbe in una simile situazione di recessione da scoppio di bolla finanziaria», spiega Morgan Kelly, economista alla University College Dublin: «Non possiamo abbassare i tassi d’interesse, non possiamo svalutare, non possiamo applicare stimolo fiscale, e tutto perché siamo nell’eurozona».

Tutte queste prerogative sono state demandate alla BCE: è Trichet che varia i tassi, che sopravvaluta l’euro, che vieta l’allentamento fiscale, anzi raccomanda «rigore» (cioè più tasse) per non sforare il debito pubblico. Come tutti noi, anche l’Irlanda ha ceduto al sovranità monetaria al banchiere-robot. Il quale fornisce a tutti, per così dire, una T-shirt della stessa taglia: dove la Germania sta stretta, e dove l’Irlanda affoga (come Italia, Spagna e Grecia: ma quando un Paese è piccolo, il colpo è più duro e coinvolge immediatamente tutti i settori economici).

«Abbiamo una recessione interna che coincide e si aggiunge alla recessione globale», dice Kelly: e nell’impossibilità di ogni manovra, «è la salute del sistema bancario a determinare quanto sarà grave la recessione. E francamente, la salute non è buona». Sono strapiene di mutui al 100 per 100 su case svalutate, e i cui abitanti non riescono a pagare i ratei variabili verso l’alto.

Le banche irlandesi, rivela la Banca dei Regolamenti Internazionali, hanno accresciuto enormemente l’emissione di obbligazioni di vario genere: da 10 miliardi di dollari a 35 miliardi in un quadrimestre, cifra enorme per un paese di 4 milioni di persone. Perché emettere bond in un mercato dove nessuno è disposto a comprarli? Semplice: le banche irlandesi emettono queste obbligazioni per consegnarle allo sportello della BCE, ed ottenere in cambio liquidità. Non possono fare altro, avendo le istituzioni finanziarie e le famiglie accumulato 123 miliardi di dollari di passivi in mercati esteri, quello americano e quello inglese anzitutto, dove gli scambi sono congelati dal terrore e dai crack.

Secondo il professor Kelly, lo Stato finirà per operare un gigantesco salvataggio delle banche a spese dei contribuenti. «Il precedente c’è, è quello che hanno fatto gli scandinavi negli anni ‘90 nazionalizzando le banche», dice. Difatti la Svezia ha nazionalizzato le sue più grosse banche, risanandole e poi rimettendole sul mercato. Ma c’è un piccolo dettaglio: per far questo, la Svezia dovette uscire dal serpente monetario europeo (il sistema di cambi fissi che portò all’euro), e riprendersi il controllo delle leve monetarie, la sovranità finanziaria. L’Irlanda dovrà uscire dall’euro? Sarà il primo Paese ad uscirne?

Nessuno osa proporre questo, e nemmeno pensare a cosa accadrebbe a un piccolo Paese indebitatissimo fuori della moneta comune, ai tassi che richiederebbero gli investitori per comprare i suoi BOT. E tutti guardano con spavento al momento in cui gli irlandesi saranno chiamati a pronunciarsi sulla cosiddetta costituzione europea, ribattezzata Trattato di Lisbona. E’ il solo Paese che terrà un referendum su questo (a tutti gli altri questa possibilità è stata negata). Cosa deciderà il popolo?

La spaccatura dell’eurozona, sottoposta a tensioni intollerabili, può cominciare da lì e non dalla Spagna o dall’Italia. Il brutto è che le Banche Centrali non si preoccuperanno troppo di salvare un paesino di 4 milioni di abitanti, quando saranno impegnate ad affrontare - con mezzi ridicoli - la crisi più titanica che già si profila. E’ quella dei derivati.

Warren Buffet, il più intelligente finanziarie americano, già nel 2003 segnalava questa bolla torreggiante su tutte le altre bolle: «La quantità proliferante di derivati a lungo termine e il massiccio crescere di cambiali non coperte (uncollateralized receivables) che portano con sé sono armi finanziarie di distruzione di massa». Nel 2003, i derivati in essere avevano un valore «nozionale» di 100 trilioni di dollari (un trilione è un milione di milioni); oggi sono una montagna con nozionale di 516 trilioni.

Il loro valore sui «mercati» oggi è un’incognita totale, e per lo più questi strumenti finanziari creativi non hanno mai avuto alcun mercato, essendo contratti privati fra due banche o due aziende o due finanziarie. Per di più, non hanno dietro nulla di reale a sostenere le transazioni, qualcosa di simile alle riserve bancarie o ai margini degli agenti di Borsa. Sono superfetazioni fantastiche basate su piramidi di crediti sottostanti, serviti per anni a creare denaro dal nulla del nulla, al di fuori delle Banche Centrali e dei circuiti finanziari di «mercato».

Ora una piramide è crollata - i mutui subprime - e l’implosione a catena è cominciata. Quando toccherà i derivati, non vale consolarsi pensando che quel loro preteso valore di 516 trilioni di dollari è un «nozionale» puramente teorico, che nessuno potrà perdere tanto. Inutile rileggersi il rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali che nel 2007 ha valutato in 11 trilioni «la misura approssimativa del rischio finanziario trasferito nei mercati dei derivati».

Vale la pena di fare un confronto: il prodotto interno lordo USA ammonta a 15 trilioni. Tutti i beni immobili del pianeta, case e terreni, grattacieli porti e autostrade e ferrovie, valgono 75 trilioni. Anche una percentuale di crack nei derivati, col nozionale a 516 trilioni, basta a risucchiare l’intera economia americana, o una fetta dei valori immobiliari del mondo. Le Banche Centrali hanno lasciato crescere il mostro - in nome del dogma liberista-privatista, senza controllo e senza regole - ed ora non sanno letteralmente che cosa fare. Le loro iniezioni di liquidità al ritmo apparentemente stratosferico di 200 miliardi di dollari sono risibili, al confronto dei trilioni di buchi che i derivati possono creare.

In questo vuoto di soluzioni, vale la pena di citare una proposta del vice-segretario al Tesoro sotto Ronal Reagan, Paul Craig Roberts, che non saprei giudicare. Secondo Craig Roberts, bisogna sospendere la regola che obbliga le istituzioni finanziarie a scrivere sui libri contabili i loro mutui subprime ai valori di mercato correnti (mark to market). «E’ questo che crea problema nei bilanci delle banche», dice (2). Le obbligazioni composte da mutui subprime sono nei guai «prima che ci fosse un mercato per essi, dato che erano vendute direttamente dalle istituzioni che li emettevano agli investitori», o non quotati o fluttuanti in alcuna Borsa.

«Ora che sono malfamati e il loro valore è sconosciuto, nessuno li vuol comprare. E’ la loro non liquidabilità che ne abbassa il valore». E il valore precipitante di questi subprime sta trascinando le banche e i fondi speculativi all’insolvenza, per di più obbligandole, per fare cassa, a vendere «attivi liquidi sani», ossia le azioni solide, su mercati borsistici, così accelerandone il declino e infettando del male anche le aree sane dell’economia.

La proposta di Craig Roberts è di cambiare la regola, e consentire alle istituzioni speculative di mantenere questi «strumenti inguaiati» nei loro bilanci al loro valore di carico, o al 90% del loro valore (fittizio) iniziale, per guadagnare tempo e sperare nella formazione di un mercato per questa carta. «Sospendere l’obbligo del mark to market allevierebbe la pressione dalla Borsa, e renderebbe non necessario per la Federal Reserve di abbassare ancora i tassi d’interesse per pompare liquidità nell’economia attraverso un sistema bancario che è danneggiato. Tassi d’interesse ancora più bassi peggiorano la crisi accelerando il declino del dollaro; ora che l’inflazione cresce, altra liquidità peggiora la crisi economica».

Il fatto è che, dice l’economista, «non esiste un problema generale di scarsa liquidità; i problemi di liquidità riguardano solo questi strumenti finanziari mal concepiti». Non mi pare gli si possa dar torto. Il punto è che una tale proposta significa salvare, dare sussidi, ai responsabili della messa in commercio delle obbligazioni composte con mutui di insolventi, una «cattiva idea» ispirata da «avidità e frode», per cui «qualcuno deve pagare». Certamente, annuisce Craig Robert: «Ma ora paga la società in generale e l’economia».

E giustamente, l’economista getta la responsabilità sulla Federal Reserve di Alan Greenspan, che con la sua politica «irresponsabile» di bassi tassi, ha prodotto il boom edilizio, senza il quale i mutui subprime non sarebbero stati pensati. Siccome i prezzi degli immobili aumentavano, anche i prestiti altamente rischiosi sembravano «buoni». Ma la vera causa di tutto, aggiunge, è stata l’abolizione della legge Glass-Steagal nel 1999.

Questo Glass-Steagal Act fu emanato nel 1933 proprio come risposta alla crisi del ‘29: esso vietò alle banche commerciali la speculazione azionaria, separando le due funzioni in due tipi di banche diversi (commerciali e d’investimento). Questa legge impediva che le speculazioni andate a male distruggessero il capitale delle banche, con la sequenza a catena dei fallimenti bancari e delle corse agli sportelli dei depositanti. Quella legge fu abolita nel ‘99 (sotto Clinton) da un Congresso posseduto dalla «ideologia del libero mercato», secondo cui «la libertà di mercato è sempre superiore alla regolamentazione pubblica». Ecco i risultati. Che dire?

Pare che Ben Bernanke stia facendo qualcosa di simile alla proposta di Craig Roberts: la sua ultima iniezione di liquidità di 200 miliardi di dollari consiste nel pagare con Buoni del Tesoro le cartacce (mutui subprime e obbligazioni composte da ipoteche) che le banche disperate portano all’incasso. Evidentemente, queste cartacce vengono valutate dalla FED a un valore fittizio di carico. Se basterà, o se sia troppo poco e troppo tardi, se la peste finanziaria non si sia già troppo estesa all’economia reale, lo dirà il domani prossimo.


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MessaggioInviato: Gio Mar 13, 2008 4:34 pm    Oggetto:  
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Tremonti: ''Un accordo globale per scongiurare la crisi''

L'ex ministro dell'Economia a Ign: ''C'è bisogno di una nuova Bretton Woods. Bisogna governare la globalizzazione con nuovi strumenti se non vogliamo essere travolti''. Poi attacca la politica ''demenziale'' di Prodi: ''Hanno aperto il vaso di Pandora e scatenato forze che neanche loro riescono più a controllare''

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Roma, 10 mar. (Ign) - Un nuovo accordo globale come quello del 1944 a Bretton Woods, un tentativo di architettura di governo mondiale per governare la globalizazione dopo un decennio in cui ''l’economia ha fatto la politica''. È questa la ricetta di Giulio Tremonti (nella foto) per fare fronte alla crisi economica che sta arrivando in Europa.

Nel suo ultimo libro 'La paura e la speranza' (ed. Mondadori), scritto nell'autunno del 2007, ''prima della campagna elettorale e prima - tiene a sottolineare Tremonti in un colloquio con Ign, testata on line del gruppo Adnkronos - dell’evidenza della crisi economico-finanziaria in atto, a partire dall’America, nel mondo'', l'ex ministro dell'Economia punta il dito contro alcuni aspetti della globalizazzione che avrebbero prodotto una crisi strutturale del sitema.

Il vicepresidente di Forza Italia critica soprattutto ''un eccesso di mercatismo che - spiega - è la caricatura del liberalismo. Il liberalismo è un’ideologia nella quale mi riconosco pienamente, che non riduce tutta l’esistenza, tutta la vita nell’economia. Nessun liberale vero ha mai detto - ricorda - che l’economia è tutto, fa tutto, sa tutto. Ma è vero che negli ultimi 10 anni, cadute le altre ideologie, si è affermata questa ideologia economicistica e cioè il mercatismo. Il mercato provvede a tutto e lo fa, ovviamente, sempre in positivo, mai in negativo. In realtà non è mai stato così, non è così e non sarà così. La vita è qualcosa di più complesso più ricco del mercato''.

Dunque secondo Tremonti ''non abbiamo più una soluzione esclusiva nei valori secondi che sono quelli dell’economia'', ma dobbiamo cercare ''una soluzione per uscire dalla crisi nei valori primi che sono i valori dell’etica, della politica, dei grandi principi, della tradizione, della famiglia dei valori nell’insieme''.

La responsabilità di questa crisi è da rintracciarsi, secondo Giulio Tremonti, in ''una struttura complessiva che è partita dal mondo della cultura e delle idee, che ha fatto il motore ideologico di tutto questo processo''. ''Chi ha costruito le sue fortune culturali su una ideologia come quella mercatista - sottolinea il numero due del partito di Silvio Berlusconi - scopre che arriva la crisi proprio dal profondo dell’economia, dall’America, dalla struttura finanziaria dell’economia''. E chi della crisi ''non ha capito nulla, la rifiuta, non l’ha prevista, ancora adesso non riesce a capire e a definire i meccanismi di innesco e poi comunque rischia di finire sotto le macerie di quella costruzione ideologica che sta venendo giù, che tipo di reazione ha? Ha una reazione di difesa proprietaria e identitaria e quindi lancia l’interdetto contro chi dice cose diverse''.

''Per esempio -sottolinea Tremonti- il mio libro non è mica sul protezionismo. A me fa un po’ ridere il ministro Bonino che dice ‘io sono contro i dazi’ quando giustamente sta avviando la procedura dei dazi a difesa dei compressori italiani. Ma ripeto - sottolinea l'ex ministro dell'Economia - il libro non è mica scritto guardando dal buco della serratura dei dazi, né basato sulle quote attraverso cui questa casta culturale sta cercando di difendersi. Non è contro il liberalismo o contro la globalizzazione, ma contro aspetti che stanno manifestando la loro criticità.

E la soluzione non si trova negando la realtà, spezzando il termometro pensando che il male sia nella febbre. La febbre è un sintomo, non è la malattia in sé, si trova pensando a strumenti diversi: per esempio, nel libro la proposta forte è quella di una nuova Bretton Woods, cioè a dire un nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio. Questo è esattamente l’opposto dell’anti globalizzazione, è l’opposto di una catena di errori che porterebbe a una crisi e che io vorrei evitare con strumenti di governo della globalizzazione. Nel 1944 nel New Hampshire i responsabili della politica e dell’economia del mondo si accordano in ordine ad alcuni capitolati che hanno retto per mezzo secolo. Ecco, io questo credo che dobbiamo fare, capire che la crisi non è banale ma è fondamentale, non è congiunturale ma strutturale e gestirla con strumenti di quel tipo''.

Del resto ''una crisi di questa dimensione e di questa struttura - sottolinea Tremonti - non la gestisci con i vecchi strumenti''. Sarebbe come voler curare tutti i mali con la penicillina: ''Nel 45 debellava tutto. Adesso è un antibiotico a uso specifico molto limitato. Altri strumenti curativi vengono applicati. Allora se si guarda agli strumenti applicati adesso, si vede la manovra sui saggi di interesse, la manovra fiscale in America, la riduzione delle tasse: non credo che abbiano grandi effetti sulla crisi in atto. Le iniezioni di liquidità non sono una cura radicale, sono un modo forse anche controproducente per tenere in piedi soggetti ammalati. Ora io credo - insiste Tremonti - che servano strumenti nuovi. È cambiato il paradigma, è cambiato lo scenario. È fondamentale capire l’intensità della crisi e cambiare il paradigma proprio per evitarla: Bretton Woods''.

Quindi l'esponente azzurro attacca la politica perseguita da Romano Prodi attribuendo, tra gli altri, anche al presidente del Consiglio uscente la responsabilità politica della crisi in atto. ''Io mi limito a dire questo: un cambiamento come quello che si è prodotto è un cambiamento che nel corso della storia avrebbe occupato lo spazio di decenni e decenni. Un processo che non puoi fermare. Ma la scelta politica di aprire di colpo il mondo è una scelta che io considero demenziale. Nel '94 a Marrakech decidono di aprire il mondo, nel 2001, l'11 dicembre 2001 Prodi va come Commissione europea in Cina ed è protagonista del grande ingresso della Cina nel Wto. Per me fa una follia. Non l’apertura del mondo ai commerci ma un’apertura così inopinatamente accelerata. Un allargamento di questo tipo lo fai in decenni non lo fai in 5 anni''.

''Nel '57 quando fu fatto il grande trattato sul commercio europeo - ricorda Tremonti - furono applicate verso l’Asia dazi e quote. E l'Europa li ha continuati a tenere per decenni e decenni. Progressivamente li ha ridotti. Quella è stata una politica saggia. Non la politica fatta dai pazzi che hanno governato, anzi sgovernato la globalizzazione in un determinato arco di tempo breve che va dal 1994 al 2001. Troppo breve, è stata una follia, hanno aperto il vaso di Pandora e scatenato forze che neanche loro riescono più a controllare. Quindi, ripeto, il mondo non poteva che fare il suo corso, la globalizzazione non poteva essere fermata ma è stata una pazzia quella di accelerarla di colpo. Adesso ne vediamo i risultati che non sono solo positivi ma anche negativi. Non solo per l’Occidente
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MessaggioInviato: Ven Mar 14, 2008 5:02 pm    Oggetto:  
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Gli esperti: «grave segnale per il sistema bancario». Giù le borse
Crolla Bear Stearns, panico a Wall Street
La banca ha ammesso una gravissima crisi di liquidità. L'aiuto di Fed e Jp Morgan potrebbe non bastare


La sede di Bear Stearns a New York (Afp)
NEW YORK - Panico a Wall Street per il titolo della banca Bear Stearns, che perde il 50%, dimezzando il valore in Borsa. La situazione è precipitata dopo che negli ultimi giorni erano circolate voci di possibili difficoltà per l'istituto. I vertici del gruppo erano intervenuti per fornire rassicurazioni, ma venerdì il presidente e amministratore delegato, Alan Schwartz, ha ammesso che «la situazione finanziaria si è gravemente deteriorata».

IL SALVATAGGIO - Bear Stearns ha chiesto l'aiuto di JpMorgan e della Federal Reserve, che hanno deciso di fornirle finanziamenti «non recourse back-to-back» con scadenza 28 giorni, cioè denaro che il prestatore perde in caso di insolvenza di chi lo riceve. Non vi sono garanzie, ha aggiunto Schwartz, che il salvataggio permetterà all'azienda di continuare a operare regolarmente; per questo motivo, Jp Morgan sta «lavorando a stretto contatto con Bear Stearns per trovare finanziamenti permanenti o altre alternative per il gruppo». Che si tratti di una situazione di portata eccezionale è confermato da un altro dettaglio: e cioè che la stessa Jp Morgan si è affrettata ad assicurare i propri azionisti che il salvagente lanciato non dovrebbe aver alcun impatto significativo sulla propria situazione finanziaria.

GRAVI PROBLEMI DI SOLVIBILITA' - Secondo Carl Lantz di Credit Suisse il finanziamento concesso dimostra come «Bear Stearns non abbia il denaro sufficiente per andare avanti e a livello generale non si tratta di una notizia confortante per l'intero settore bancario». «Con l'operazione odierna Bear Stearns ha di fatto ammesso di non avere mezzi finanziari. Insomma, la banca ha gravi problemi di solvibilità».

IL SEGRETARIO AL TESORO – L'intervento della Fed è stato predisposto di concerto con il Tesoro americano e la Sec, l’equivalente Usa della Consob, l’autorità dei mercati finanziari. Il segretario al Tesoro americano, Henry Paulson (ex ad, tra l’altro di un altro colosso bancario, Goldman Sachs), si è detto fiducioso circa il salvataggio e convinto che le misure intraprese «minimizzeranno» i danni. «Come affermiamo da tempo, ci sono sfide di fronte ai nostri mercati finanziari e continuiamo ad affrontarle», ha detto Paulson.

BUSH: CRESCITA TORNERÀ – Ha espresso fiducia nell’operato dei vertici della Fed e del presidente dell’istituto, Ben Bernanke, anche il presidente americano George W. Bush: «Bernanke sta facendo un ottimo lavoro in circostanze molto difficili. Siamo ovviamente in un momento difficile ma l'economia riprenderà quota – ha detto Bush - perché i fondamentali sono solidi e perché insieme al Congresso abbiamo adottato importanti politiche di stimolo».

I TITOLI FINANZIARI- I problemi di liquidità di Bear Stearns hanno innescato una pioggia di vendite sulle principali banche europee e statunitensi, con l'intero settore in netto ribasso. A New York, come detto, la capitalizzazione di Bear Stearns si è dimezzata sulla scia dell'allarme. Cede invece il 5% Citigroup, piombata sulla soglia dei 20 dollari, ma vanno male anche Jp Morgan (-3,38%), Bank of America (-3,45%), per non parlare delle società di assicurazione bond (Ambac perde oltre il 4%) e delle agenzie semi-governative (Freddie Mac segna -2,77%). Doccia fredda anche sulle banche europee, anche quelle poco esposte ai mutui subprime. A Parigi Bnp Paribas cede il 3,35%, mentre Societe Generale lascia sul terreno oltre il 3%. Deutsche Bank, principale istituto tedesco e banca d'investimento in prima linea sul fronte del reddito fisso, perde il 2,46% a 69,50 euro. A Londra, invece, tiene bene Hsbc (perde solo lo 0,96%) mentre Barclays è in calo del 3,16%. In Svizzera perde oltre il 6% Ubs, mentre in Italia Unicredit, stamani in rialzo, peggiora le perdite di ieri con un ribasso del 2,96% a 4,43 euro, mentre regge bene lo scossone Intesa Sanpaolo (invariata a 4,41 euro).

BORSE IN ROSSO - L'effetto Bearn Stearns si è fatto sentire anche sugli indici di Borsa: il Dow Jones alle 15.30 italiane cede l'1,26%, il Nasdaq perde l'1,35% e lo Standard & Poor's registra un -1,6%. Giù anche gli indici europei, che hanno invertito la rotta intrapresa prima dell'apertura di Wall Street.: Londra -1,03% , Parigi -0,96% , Francoforte -0,55%, Madrid -0,25%, Milano -0,72%, Amsterdam -0,29%, Stoccolma -0,75% , Zurigo - 1,62%.
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MessaggioInviato: Mar Mar 18, 2008 7:35 pm    Oggetto:  
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IL CRACK FINANZIARIO AMERICANO CI COINVOLGERA’ ?
DI DEBORA BILLI
Crisis

Risposta breve, sintetica e abbastanza ragionevole: Si.
E' troppo grosso, ramificato, significativo per l'economia americana da non creare contraccolpi anche dalla nostra parte di mondo.
Stiamo parlando del colossale sconquasso che si sta verificando (per ora) oltre oceano, curiosamente proprio mentre è cominciato il processo per la nota vicenda Parmalat.
Dopo alcuni mesi di smentite sempre più flebili e segnali di debolezza misti ad ammssioni di nuove perdite sempre più consistenti, la Bear Stearns, la quinta banca d'investimento americana ha gettato la spugna, ammettendo, da un momento all'altro la propria totale incapacità a far fronte ai propri debiti, causa mancanza di liquidità irrecuperabile.

Il motivo è sempre lo stesso: la spaventosa voragine che si è aperta nella liquidità a disposizione delle banche con la crisi del mercato immobiliare americano e, sopratutto, con quella dei mutui che ormai sta coinvolgendo gradualmente anche quelli sostanzialmente "regolari" e non solo i cosidetti "subprime".
Immediatamente la Federal Reserve si è mossa al salvataggio e, facendo leva su una legge del 1932, mai prima applicata, che permette di prestare denaro a breve termine senza garanzia, ha finanziato quella che molto rapidamente è diventata una vera e propria acquisizione della Bear & Stearns, da parte del quarto gruppo Americano, la JP Morgan. Le dimensioni del disastro si comprendono dalle cifre.
La Bear Stearns valeva 160 dollari ad azione l'anno scorso (circa 20 miliardi di dollari) 80 dollari due settimane fa, 70 dollari due giorni ( lavorativi) fa, 30 dollari Venerdi e 4 dollari e spiccioli oggi. La JP Morgan ha offerto 2 dollari ad azione, ovvero 200 milioni di dollari per tutta la Bear Stearns. Una cifra del tutto ridicola. Da confrontare con i miliardi di euro pagati recentemente dal Monte dei Paschi dei Siena per l'aquisizione dell'Antonveneta, non esattamente una banca di rilevanza mondiale.
Purtroppo non è sola: la Chase Manhattan Bank, il secondo gruppo americano, ha perso il 20% in due sedute, la Bank of America, il terzo, ha perso il 20 % in due settimane, e consistenti perdite hanno subito anche Citicorp/Citibank, Wells Fargo e Bank-one.
Un salvataggio cosi eclatante e di emergenza, non si era mai verificato, né era mai stata utilizzata questa legge, non casualmente creata dopo il crack del 29.
E' difficile rimanere freddi di fornte alla magnitudine di questi eventi e quasi impossibile non pronosticare l'allargamento all'intero sistema dei mutui americano e quindi, alla fine, all'intero sistema bancario e di investimenti.
Noi di crisi ne avevamo parlato mesi fa, addirittura a Settembre, ma siamo stupiti dalla subitaneità dell'accaduto e dalla sua magnitudo. Quello che a Settembre sembrava (quasi) allarmismo, ovvero un lento propagarsi del'infezione con un climax intorno a maggio giugno di quest'anno, seguito poi da una fase di miglioramento graduale, corrisponde ora ad una posizione anche troppo ottimista, visto che è stata fatta propria da Bush.
Tra gli addetti ai lavori serpeggia un sentimento, nemmeno tanto nascosto, di panico. Al solito i mezzi di comunicazione fanno il loro dovere solo a metà, dando l'informazione di base ma senza spiegare magnitudine, portata e conseguenze nella vita quotidiana.
Molti commentatori cominciano, sottovoce, a mormorare date remote per vedere la fine della crisi dei mutui, addirittura il 2010 ed oltre.
Da questo punto di vista possiamo stare tranquilli... si fa per dire: il sistema non reggerà tanto tempo allo stress.
Cosa fare?
Prepararsi: delle varie crisi, come ampiamente annunciato, quella finanziaria sarà la prima. Se avete un mutuo, convertitelo a tasso fisso e procurate di non avere clausole che consentano la ricontrattazione del mutuo se i beni messi a garanzia (l'immobile, di solito) perdono valore.
Se volete acquistare la casa: attendete; i prezzi stanno già calando e subiranno una batosta strepitosa in tempi non lunghi: ricordatevi che un affitto, anche in zone di pregio, corrisponde di solito a meno del 5 annuale % del valore dell'immobile. I prezzi REALI sono già calati di circa il 10% in molte zone d'Italia e il calo continua e si estende.
A buon intenditor...
Da ultimo è interessante osservare il crollo improvviso del prezzo del barile, (sempre oltre i 106 dollari, in ogni caso) probabilmente dovuto sia ad una crisi di liquidità (non ci sono, letteralmente, i soldi per investire nei futures petroliferi) sia dalle attese recessioniste, che sottintendono una compressione dei consumi a livello globale.
In un quadro cosi tetro questa è, forse, l'unica notizia positiva.
Finchè dura: perchè in realtà non vi sono, allo stato, evidenti surplus produttivi.

Debora Billi
Fonte: crisis.blogosfere.it/
Link: crisis.blogosfere.it/2008/03/il-crack-finanziario-americano-ci-coinvolg...
18.03.08
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MessaggioInviato: Mer Mar 19, 2008 8:47 pm    Oggetto:  
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Il Signore senza anelli
di Eugenio Benetazzo – 19 marzo 2008

Ecco come sta finendo quest'epoca: con il padre di famiglia che porta al banco dei pegni gli anelli di fidanzamento, le fedi nuziali della mamma e gli orecchini della nonna. Pur di racimolare qualcosa, ora si è disposti a tutto. Si vendono i gioielli di famiglia per pagare le rate del mutuo, le bollette di casa e la borsa della spesa. Un comportamento che testimonia il capolinea di un viaggio iniziato circa 3/4 anni fa: un viaggio intrapreso quando i tassi di interesse toccavano il loro minimo storico, un viaggio che aveva illuso molti facilitoni che consumare ed acquistare a debito era possibile e conveniente, addirittura facile.

Non mi dilungo più di tanto, i miei due bestsellers, Duri e Puri assieme a Best Before, hanno con largo anticipo profetizzato quanto si sta verificando in questo periodo storico (trovate anche i redazionali precedenti su
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).
I recenti crash di prestigiose banche d'affari stanno dimostrando quanto sia marcio il sistema.
Northern Rock, Nomura, UBS, CitiBank, Fannie Mac, Societé Generale, Bear Stearns, Lehman Brothers. E chi sarà il prossimo ? Ma credete veramente che il nostro paese ne sia indenne ? Falliranno anche banche italiane, basta solo aspettare: alla faccia di tutti quegli analisti comprati, che se ne uscivano e se ne escono tutt'ora con affermazioni del tipo: non vi preoccupate perchè l'Europa è immune da tutto questo. Già, come se fosse possibile non essere contagiati dal più grande bubbone finanziario di tutti i tempi. Debiti sfrenati, perizie gonfiate, mutui farlocchi, derivati dinamite e per finire bilanci cabriolet.

Molti risparmiatori e correntisti avranno presto un'amara sorpresa: cucù il denaro non c'è più!
Il rischio di polverizzazione dei conti correnti è alle porte, avrei anche il nome di tre istituti di credito italiani in pole position per affiancarsi alla lista delle morti bancarie negli USA. Mi piacerebbe farne il nome, ma è troppo rischioso. Il consiglio che vi posso dare è quello di estinguere al più presto il proprio appoggio bancario aperto presso il tal gruppo bancario di turno e migrare verso qualche piccola cassa rurale o banca di credito cooperativo. Non fidatevi delle grandi dimensioni: le recenti cronache finanziarie dimostrano che sono proprio le grandi realtà ad essere in grave crisi, a causa del ricorso al profitto indiscriminato ed al dividendo civetta.

Cercatevi una piccola realtà bancaria con poche filiali e senza manie di grandezza. Pregate in ogni caso che questo basti. L'effetto domino potrebbe travolgere chiunque ed arrivare ovunque in ogni caso. Chi sta per acquistare un suv, ci rinunci e consideri l'idea di comprarsi un kilo di oro fisico. Sarà una delle poche certezze che vi rimangono. Sempre per restare in tema di certezze farlocche presto scoppierà anche la seconda crisi per il sistema bancario, quella dei crediti iscritti in bilancio come poste esigibili, quando nella realtà ormai sono imprenditorialmente inesigibili. Ricordate che rispetto all'Inghilterra ed agli Stati Uniti, la situazione di noi europei è tutt'altro che rassicurante: infatti ogni paese dell'Unione è privo di una banca nazionale che possa intervenire e trasformarsi in prestatore di ultima istanza.

Dubito che in caso si verifichi una Northern Rock in Italia, la Banca Centrale Europea possa prestare denaro a fondo perduto proprio come fece la Banca Centrale d'Inghilterra con la Northern Rock.
Le redini del sistema finanziario globale sono sfuggite di mano: immaginabile conseguenza collaterale della globalizzazione. Il diabolico volano sperequativo che ha spudoratamente arricchito pochi soggetti (solitamente gruppi multinazionali) a scapito della classe medio borghese, adesso sta presentando il conto: la perdita dei posti di lavoro a tempo indeterminato ha generato una nuova classe sociale che può continuare a vivere solo ricorrendo al debito.
Debiti per tutto: per la casa, per l'auto, per i vestiti, per le vacanze e per la busta della spesa.

Soluzioni non ne esistono. Purtroppo. Dimostrazione palese sono proprio i continui interventi delle Banche Centrali, seguiti dai relativi commenti ridicoli a non preoccuparsi. Nemmeno i burattinai (ammesso che siano tali) sanno come intervenire per curare il malato moribondo.
Nel frattempo molti di voi perderanno la casa, il lavoro, la dignità e la speranza di vita per se ed i propri figli, oltre ai quei quattro soldi che si trovavano giacenti e dormienti sui conti correnti.
Temo che questa volta non si accetteranno e subiranno passivamente le spiacevoli conseguenze delle prossime ed imminenti tempeste finanziarie (come ad esempio il fallimento della propria banca o la perdita dei propri risparmi). La rabbia sarà tale che sprigionerà in sentimenti ed impulsi di linciaggio e vendetta, stile quelli visti in Argentina otto anni fa.
Qualcuno potrà sorridere a queste mie affermazioni o chiavi di lettura, proprio come sorrise e mi derise quando diciotto mesi fa parlai di un nuovo 1929 alle porte. Mai come prima, in quest’epoca, ognuno di voi sarà veramente artefice del proprio destino.

Eugenio Benetazzo
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MessaggioInviato: Gio Mar 20, 2008 11:05 pm    Oggetto:  
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CARLYLE, IL FONDO D’INVESTIMENTO PIÙ GRANDE DEL MONDO, STA PER CROLLARE (22 MLD $ DI DEBITI) - ALLE FORTUNE ITALIANE HANNO CONTRIBUITO CHICCO TESTA E LETIZIA MORATTI – MENO PROPIZIO MARCO DE BENEDETTI…

Il fallimento è ormai imminente. Il colosso americano Carlyle - il gruppo privato d’investimento più grande del mondo, alle cui fortune italiane hanno contribuito personalità come Chicco Testa, Letizia Moratti e Marco De Benedetti - sta per crollare sotto il peso di una valanga di debiti.
Le voci si rincorrevano ormai da giorni. Ieri è arrivata la conferma: Carlyle Capital, la divisione che si occupa della gestione dei fondi private equity, ha annunciato di non aver potuto rimborsare i 21,7 miliardi di dollari di prestiti ricevuti dalle banche e di prevedere quindi una perdita degli asset rimasti nel suo portafoglio. Il titolo, quotato alla borsa di Amsterdam, ha così perso il 93% del suo valore, trascinando al ribasso i finanziari su tutte le piazze mondiali.
Quasi impossibile calcolare le conseguenze di una simile bancarotta: negli anni migliori, prima dell’attentato alle Torri gemelle di New York, il gruppo vantava 13 miliardi di dollari d’attivo in gestione, 16 miliardi di profitti annui e partecipazioni in 164 società con oltre 70mila dipendenti.
Anche il gruzzolo investito in Europa era di tutto rispetto: oltre due miliardi di dollari, suddivisi in tre fondi di private equity ed affidati alle cure di un consiglio d’amministrazione pieno di vip. Il che, nel mondo della finanza, significa persone con le giuste entrature politiche: ex segretari di stato Usa come James Baker, ex segretari alla Difesa come Frank Carlucci, ex premier britannici come John Major.
Una regola valida anche per i rappresentanti italiani, ben inseriti nei palazzi romani e nei salotti dell’alta borghesia nazionale, nonostante le credenziali meno appariscenti dei colleghi anglosassoni. Chicco Testa, per dire, è stato un militante della sezione milanese del Pci intitolata a Carlo Marx (quella in via Orti) prima di diventare deputato Pds, presidente di Legambiente, Enel, Acea, e quindi referente del gigante Carlyle, che grazie al manager incassò l’investimento di maggior successo mai realizzato in Italia.
Era il 2003: la finanziaria statunitense comprò il 70% di Fiat Avio con Finmeccanica, con il via libera del Tesoro e della Difesa, e sbaragliò la concorrenza dei francesi di Snecma. Il tutto senza nemmeno spendere granché, 600 milioni di euro (più un miliardo finanziato con indebitamento scaricato sulla società acquisita) per un’azienda aerospaziale che fattura quasi il triplo e genera ogni anno 200 milioni di utili. Forse come contropartita, Finmeccanica è poi riuscita a ottenere commesse dall’amministrazione di George W. Bush per la fornitura di elicotteri.
Parte del merito va riconosciuta anche a Letizia Moratti, oggi sindaco di Milano, che siedeva nel board londinese di Carlyle negli anni precedenti a Testa: la signora, già presidente Rai e poi ministro dell’Istruzione, portò la finanziaria Usa ad investire in due aziende leader come la Riello di Verona (bruciatori) e la Tecnoforge di Piacenza (raccordi per oleodotti). Mancò l’affare Marconi Mobile (comunicazioni militari, poi fagocitate da Finmeccanica), ma i buoni rapporti da lei costruiti con la politica avrebbero presto dato i loro frutti.
La strategia del colosso finanziario statunitense si è dimostrata infallibile anche nella prima cartolarizzazione decisa cinque anni fa da Giulio Tremonti: il fondo Usa comprò immobili dal Tesoro per 230 milioni di euro, con uno sconto del 32% sul prezzo di partenza, e gli americani ricambiarono prendendo pochi mesi dopo l’intero patrimonio immobiliare del Sanpaolo-Imi (con la consulenza dei legali Clifford Chance, partner dello studio Tremonti).
Meno fortunata, invece, l’esperienza di Marco De Benedetti, figlio dell’ingegner Carlo ed ex amministratore delegato Tim: nel maggio 2007 ha cercato di chiudere per Carlyle l’acquisto della maison di moda Valentino, ma è stato sconfitto dal fondo anglosassone Permira. I tempi ormai erano cambiati, la crisi di oggi era alle porte.
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