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Origini e dottrina del Fascismo: un'Idea UNICA!
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 2:52 pm    Oggetto:  
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Grazie a tutti per le risposte molto interessanti, in particolare quelle di Dux87 Smile
condivido in particolare il ragionamento di Dux sulle motivazioni per le quali Mussolini scelse la strada del dirigismo e della burocratizzazione imposta dall'alto per la realizzazione dello stato etico corporativo, però chissà, magari se Mussolini avesse avuto più coraggio avesse dato maggiore ascolto all'ala di sinistra (o rivoluzionaria) del fascismo che più volte negli anni trenta lo spinsero ad accelerare e a liberarsi di quel conservatorismo classista e plutocratico che ancora teneva sotto scacco l'Italia, la storia avrebbe potuto prendere forse un'altra piega... Wink


Ultima modifica di Aldebaran il Dom Ott 12, 2008 3:02 pm, modificato 1 volta in totale
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 2:55 pm    Oggetto:  
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Giovanni ha scritto:
come hanno fatto marcus e Dux87 poco fa, anche Buchignani mette in risalto che nel fascismo, al tempo del massimo consenso, le concezioni di Mussolini e della cosiddetta "ala rivoluzionaria" divergevano principalmente per una diversa modalità attuativa, ma non per i fini.
I cosiddetti "rivoluzionari" (o, come vengono definiti dall'autore "i fascisti rossi", o "i fascisti di sinistra") volevano realizzare la riforma sociale immediatamente, mentre per Mussolini (e le ragioni sono state chiaramente esposte sopra) la priorità era la riforma culturale e morale e fu per questo che rinviò più volte quella sociale.
Inutile sottolineare però che il fine per tutti era il medesimo. In quest'ottica l'accusa mossa a Mussolini di non aver voluto la realizzazione della riforma sociale non è corretto ed è ingiusto. Non dimentichiamo che pure per i cosiddetti "fascisti rossi" (termine da loro utilizzato dopo la guerra per definirsi ) Mussolini fu sempre considerato un rivoluzionario autentico che non pensò mai di usare il potere per i propri interessi, personali o di partito.


Già proprio così. Straquoto Giovanni.
Inserisco l'epilogo del libro di Buchignani:

"La prima guerra mondiale genera il fascismo rivoluzionario, la seconda lo uccide. Marte, come Crono, divora il figlio.
Nato dalla trincea e alimentatosi con la violenza squadrista, il fascismo rivoluzionario langue negli anni Venti (il <<tempo secondo>>), schiacciato dal compromesso borghese.
Espulso dalla politica, costretto alla cultura, attende inquieto un ordine del Duce: rispolverare il manganello, scatenare la <<terza ondata>> contro la borghesia <<panciafichista>>, liberare il fascismo da quella zavorra e consentirgli di essere se stesso.
Quell'ordine non arriva, ma, consolidatosi il Regime, alla fine del decennio Mussolini apre il <<terzo tempo>> e i sovversivi neri rialzano la testa: all'orizzonte si profila la <<nuova civiltà fascista>>, frutto di una rivoluzione allo stesso tempo <<imperiale>>, sociale e antropologica.
Come lo squadrismo delle origini, quella svolta rivoluzionaria non può che nascere da una guerra, essenza del fascismo e dell'antiborghesia, rivoluzione per eccellenza: scoppia la guerra d'Etiopia da cui scaturisce l'impero, ma non la rivoluzione sociale, non ancora la <<nuova civiltà>>.
Per raggiungere questi obiettivi, perchè il fascismo possa portare a compimento la sua rivoluzione, occorre un altro conflitto, di dimensioni ben più vaste: l'occasione tanto attesa sembra essere la seconda guerra mondial, interpretata anch'essa come <<guerra rivoluzionaria>> e di <<civiltà>>, capace di annientare per sempre, sul piano internazionale e su quello interno, il predominio della <<demoplutocrazia>> (...)".


"La rivoluzione in Camicia Nera", Paolo Buchignani pag. 398
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 3:00 pm    Oggetto:  
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Volevo anche dire a Dux che conosco bene la costituzione della repubblica sociale di verona, ma proprio per questo ribadisco: perchè Mussolini dovette aspettare che i giochi erano ormai chiusi per il fascismo (alla fine del 1943 l'esperienza fascista era ormai condannata a non avere un futuro) quando ebbe vent'anni di potere assoluto e, soprattutto negli ultimi dieci anni, consensi sostanzialmente plebiscitari, per realizzare la socializzazione e le cose affermate nel manifesto di Verona?
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Dvx87




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 3:42 pm    Oggetto:  
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Citazione:

Grazie a tutti per le risposte molto interessanti, in particolare quelle di Dux87 Smile
condivido in particolare il ragionamento di Dux sulle motivazioni per le quali Mussolini scelse la strada del dirigismo e della burocratizzazione imposta dall'alto per la realizzazione dello stato etico corporativo, però chissà, magari se Mussolini avesse avuto più coraggio avesse dato maggiore ascolto all'ala di sinistra (o rivoluzionaria) del fascismo che più volte negli anni trenta lo spinsero ad accelerare e a liberarsi di quel conservatorismo classista e plutocratico che ancora teneva sotto scacco l'Italia, la storia avrebbe potuto prendere forse un'altra piega... Wink

Sono d'accordo: forse, come sosteva bottai, si sarebbe potuto tentare...
Mia opinione è, comunque, che sarebbe, paradosslamente, più facile realizzare i progetti del fascismo oggi rispetto a ieri se non altro a cuasa del maggiore livello di istruzione che c'è oggi.

Citazione:

Volevo anche dire a Dux che conosco bene la costituzione della repubblica sociale di verona, ma proprio per questo ribadisco: perchè Mussolini dovette aspettare che i giochi erano ormai chiusi per il fascismo (alla fine del 1943 l'esperienza fascista era ormai condannata a non avere un futuro) quando ebbe vent'anni di potere assoluto e, soprattutto negli ultimi dieci anni, consensi sostanzialmente plebiscitari, per realizzare la socializzazione e le cose affermate nel manifesto di Verona?

Riguardo la costituzione, ti avviso solo che non si tratta della carta di Verona ma di un vero e proprio progetto costituzionale del 1944-1945.
Riguardo la prima domanda che mi poni ovvero èerchè Mussolini aspettò la fine per arrivare alla socializzazione, posso risponderti che, molto probabilmente, agì come De Ambris a Fiume. Quest'ultimo sapeva benissimo che l'avventura del Vate era destinata a chiudersi in poco tempo ma volle lasciare qualcosa di scritto ai posteri. Stessa cosa vale per Mussolini, il quale, ben cosciente del fatto che il ventennio fu una realizzazione parziale delle sue idee, volle lasciare ai posteri qualcosa di più concreto di semplici scritti, provando una applicazione di tali principi all'ultimo momento.

Riguardo la seconda domanda, ovvero perchè Mussolini non agì negli ultimi dieci anni del regime, invece, posso procedere ad ipotesi:
1) Mussolini non si fidava della classe dirigente a sua disposizione ed intendeva aspettare l'avvento di una nuova generazione.
2) Mussolini pensava di poter utilizzare il principio della "guerra rivoluzionaria" per eliminare definitvamente la vecchia classe dirigente.
3) il livello di istruzione era ancora troppo basso.
4) Mussolini stava pensando ad altro.
5) Mussolini non aveva capito di quanto consenso realmente avesse.

Personalmente ritengo siano da scartare le ultime due ma le prime tre, ritengo siano tutte buone. Forse si può anche pensare ad un misto delle prime tre.
Riguardo la prima, è abbastanza noto che Mussolini non avesse fiducia di tutti gli uomini aventi simpatie monarchiche o liberali. Infatti, progressivamente dal 1928, cominciò a sostituire i ministri non fascisti con ministri fascisti. Probabilmente sapeva molto bene che in tanti si dicevano fascisti solo per opportunismo e quindi attendesse l'arrivo di nuove leve dalle università per sostituire i vecchi dirigenti.
Riguardo il secondo punto, è plausibile ritenere che Mussolini volesse applicare la vecchia strategia che, dopo la prima guerra mondiale, l'avesse fatto salire al potere. Adattata a questo contesto, si potrebbe dire che Mussolini sia entrato in guerra perchè, con la scusa della guerra e l'accrsciuto prestigio derivato da una eventuale vittoria, avrebbe potuto dare il colpo di grazia alla vecchia generazione. I giovani avrebbero, a loro volta, potuto reclamare il loro spazio in quanto diretti partecipanti al conflitto (se poi non sai cos'è il principio della guerra rivoluzionaria posso spiegartelo io).
Anche la terza ipotesi non è da scartare: il livello di istruzione dell'operaio medio era molto basso e spesso soltanto i più giovani godevano di un certo livello di istruzione. Da qui nascerebbe lo stesso problema che ci fu ne risorgimento ovvero come fare a far votare o a coinvolgere nella vita dello stato personale sostanzialmente analfabete oppure da poco alfabetizzate?
Scarterei le ultime due ipotesi la prima perchè mi sembra irrealistico che un personaggio come Mussolini non si fosse reso conto del suo successo mentre la secondo perchè, carte alla mano, si può dimostrare che, aldilà degli impegni bellici ed internazionali, Mussolini continuò, lentamente, a procedere alla applicazione delle idee fasciste.
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 4:01 pm    Oggetto:  
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Dux, per fare una rivoluzione culturale ed etica di questa portata ci sarebbe voluto uno straordinario coraggio di osare, se no piano piano ti istituzionalizzi e ti incancrenisci e una volta che sei diventato regime e ti sei istituzionalizzato in tutti i settori della vita nazionale, la vedo dura tornare indietro e passare alla cosiddetta fase rivoluzionaria...
Io credo che se anche il fascismo avesse vinto la guerra, la vedo dura per un regime ormai così radicalmente statalizzato e burocratizzato da vent'anni di una certa gestione del potere far partire l'ultima fase, quella rivoluzionaria, anche mettendo nel conto l'avanzare di nuove leve nella società civile.
Bottai, Giani, Berto Ricci, Ugo Spirito ed altri lo avevano capito e per questo avevano fretta...
Mussolini e l'oligarchia al potere non ebbe questo coraggio, accontentandosi di riforme sociali sicuramente molto importanti, ma senza mai arrivare neanche a tentare la RIFORMA, quella che avrebbe VERAMENTE cambiato le cose irreversibilmente.

P.S. si scusami, riguardo al manifesto di verona ho sbagliato, errore mio, ma la sostanza del ragionamento non cambia Smile
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Dvx87




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 4:41 pm    Oggetto:  
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Sono d'accordo con te io infatti condivido la critica di Bottai, Giani e Berti ed anche secondo me, dopo il 1936 era il caso di avere ancora più fretta.
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 4:53 pm    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:
Sono d'accordo con te io infatti condivido la critica di Bottai, Giani e Berti ed anche secondo me, dopo il 1936 era il caso di avere ancora più fretta.

Esatto Very Happy
Io capisco i dubbi di Mussolini, ma ritengo che, proprio come dici te, dopo il 1936 i tempi erano maturi per dare maggior fiducia e più responsabilità al popolo, iniziando un processo ormai irrimandabile di emancipazione della gente dalla tutela dall'alto del partito (cioé dello stato), fatta ovviamente con tutta la prudenza e le cautele del caso, ma fatta!
In effetti anche la stessa riforma della camera dei fasci e delle corporazioni fu troppo prudente e incompleta rispetto alle finalità che aveva.
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 4:57 pm    Oggetto:  
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Aldebaran ha scritto:
Volevo anche dire a Dux che conosco bene la costituzione della repubblica sociale di verona, ma proprio per questo ribadisco: perchè Mussolini dovette aspettare che i giochi erano ormai chiusi per il fascismo (alla fine del 1943 l'esperienza fascista era ormai condannata a non avere un futuro) quando ebbe vent'anni di potere assoluto e, soprattutto negli ultimi dieci anni, consensi sostanzialmente plebiscitari, per realizzare la socializzazione e le cose affermate nel manifesto di Verona?


Considera Aldebaran che Mussolini, come ti hanno già detto, era per la rivoluzione permanente lenta e progressiva. "I balzi in avanti" stile Mao o il tutto e subito stile Lenin non erano consoni al suo realismo.
Inanzitutto lo scopo del fascismo era creare il cittadino italiano nuovo, cosa per cui nel 1940 Mussolini disse "non sono bastati 18 anni, nè basteranno 180 anni o 180 secoli" a indicare la difficoltà di realizzare una riforma etica in un popolo come il nostro. E oggi sarebbe più necessaria di allora... proprio a causa della vittoria dell'antifascismo direi.
Insieme al nuovo stato e cittadino etico si sarebbero fatte le riforme economiche e sociali, ma progressivamente perchè nessuna riforma etico-morale può realizzarsi ipso-facto.
Semplicmente nel 1943 la rottura definitiva con la monarchia e la crisi politico-militare causate dalla guerra imposero un'accelerazione della rivoluzione, da cui i 18 punti di Verona e la Socializzazione. Ma leggi socializzatrici erano già state pubblicate nel 1941-42-43, come anche dimostrato nel ns libro. Semplicemente la crisi politico militare impose un'accelerazione dei tempi. Anzi, per Mussolini la socializzazione voleva essere l'ultimo regalo del fascismo al popolo italiano prima della sconfitta.
Ma il fine ultimo del fascismo era così chiaro che alla fine avrebbe portato comunque a una "repubblica sociale".
Poi la monarchia era stato "un handicap" per il fascismo fin dalla sua presa del potere. Durante la guerra civile italiana non dichiarata tra il biennio rosso e il 1922, Pippetto comprese che delle tre fazioni in lotta (monarchico-conservatrice, socialcomunista, fascista) la sua sarebbe stata quella sicuramente perdente. E allora preferì giungere ad un accordo coi fascisti, che per i ceti conservatori davano maggiori garanzie di tutela dell'ordine pubblico e della proprietà privata dei socialcomunisti. Anche per Mussolini fu conveniente giungere ad un accordo piuttosto che rischiare ulteriori e più gravi conflitti. La natura strumentale dell'accordo (la cosiddetta diarchia) era chiara a tutti, e per questo imponeva prudenza. I fascisti chiamavano con disprezzo "finacheggiatori" quelle forze conservatrici che solo per opportunismo avevano aderito al fascismo o cercavano di infiltrarlo. Non a caso, quando tornò l'ordine, le forze che operavano sotto il mantello monarchico complottarono l'affare Matteotti, proprio quando Mussolini stava aprendo alla cgil e ai socialisti moderati turatiani. Le forze reazionarie erano terrorizzate da questa mossa, e dunque pensarono di ottenere 3 piccioni con una fava, con la morte di Matteotti (che fu ucciso CONTRO Mussolini): far cadere il governo fascista, impedire l'avvicinamento del fascismo col socialismo moderato, eliminare l'uomo che oltre alle "violenze" fasciste aveva denunciato le speculazioni economiche di lobby plutomassoniche molto vicine alla monarchia...
Chiaramente dopo l'8 settembre la rottura di questa diarchia forzata favorì e impose anche una accelerazione della rivoluzione permanente , alla luce del definitivo tradimento monarchico e delle forze conservatrici e della crisi bellica.
Chiarito questo, non c'è alcuna differenza tra il fascismo pre e post 8 settembre, come certi babbei d'area vorrebbero sostenere, al punto di definirli come esperienze politiche diverse ed inconciliabili (al solo scopo di giustificare l'esistenza di 300000 fascismi =nessun fascismo, funzionali solo alle contraddizioni dell'area-spazzatura e di chi la utilizza, cioè l'antifascismo).
Anche Corsaro Lariano sembrava in qualche modo ricadere in questo errore nelle sue discussioni con Avanguardista e Dvx87, peccato che poi sia sparito e non abbia chiarito la questione...
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 5:23 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:

Ma leggi socializzatrici erano già state pubblicate nel 1941-42-43, come anche dimostrato nel ns libro.

Questo passaggio mi interessa particolarmente; la cosa mi pare che era già stata accennata in un'altra discussione, non mi ricordo se da te o da qualcun altro. Mi potresti accennare qualcosa, tipo la cronologia di queste leggi e il loro contenuto in sintesi?
Il libro comunque è chiaro che prima o poi lo dovrò comprare Smile

Edit: un'altra cosa: in cosa consiste la figura del fiduciario di fabbrica, che il fascismo introdusse (o meglio reintrodusse) nel 1939?
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Dvx87




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 9:57 pm    Oggetto:  
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il fiduciario di fabbrica è un mediatore tra gli interessi dei vari gruppi presenti all'interno del c.d.a. Tra i suoi compiti c'è anche quella della tutela dei lavoratori. Dopo la socializzazione, in teoria, avrebbe dovuto mediare tra gli interessi degli operai, del proprietario e (se presente nella quota d'azienda) dello stato.
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Aldebaran




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MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 11:18 pm    Oggetto:  
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Grazie della risposta Dux87 Smile Sai dirmi chi è che nominava il fiduciario della fabbrica? Il partito o i lavoratori?

Cavolo, sto approfondendo alcune parti del codice civile del 1942 e devo ammettere che ci sono degli spunti di novità molto interessanti rispetto al precedente codice civile del 1865 proprio riguardo al campo che stiamo trattando; forse in effetti negli ultimissimi anni del regime qualcosa stava iniziando a muoversi...
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MessaggioInviato: Lun Ott 13, 2008 9:23 am    Oggetto:  
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Citazione:
Grazie della risposta Dux87

Comunque, per maggiore sistematicità, abbiamo inserito tutti gli approfondimenti necessari in questa stessa discussione. Le domande che hai posto sono state affrontate e le conclusioni sono tali da risposndere in modo esauriente.
E' sicuramente poco "riposante" leggere molte pagine di discussione, ma sono utili per trovare risposta alle vostre domande. Poi, si può sempre stamparle.

E per approfindire si possono sempre creare discussioni ad oc Wink

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Lun Ott 13, 2008 10:03 am    Oggetto:  
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Aldebaran ha scritto:


forse in effetti negli ultimissimi anni del regime qualcosa stava iniziando a muoversi...


Ti posso assicurare che tutto il vecchio Stato liberale italiano aveva cominciato ad essere scosso in profondità da molto tempo prima, almeno dal momento in cui il Gran Consiglio del Fascismo era diventato organo legale dello Stato stesso. Ogni singolo provvedimento in campo sociale e politico costituiva il necessario supporto per quelli successivi. E non si poteva precorrere i tempi...ad esempio, senza Carta del Lavoro, niente Corporazioni e dunque niente Camera dei Fasci e delle Corporazioni...
Ma ti ripeto che senza un partito fascista che permeava lentamente ma inesorabilmente dei suoi principi e dei suoi valori lo Stato e dunque l'intera società senza distinzioni di classe alcuna, nulla avrebbe potuto essere fatto... assolutamente nulla!
Ecco perché facendo appello alla tua buona volontà e pazienza ti invito a leggere con molta attenzione questo documento
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e naturalmente tutta la presente discussione dal principio.
Vi sono contenute molte delle possibili risposte alle tue domande.

Per ciò che riguarda i Fiduciari di Fabbrica ti allego la voce contenuta nell'antifascista Enciclopedia del fascismo edita da Einaudi:

Fiduciari di fabbrica (da Dizionario del fascismo, Einaudi , Torino 2002 e 2005, volume primo pp. 536 – 538 )

Dopo la salita al potere di Mussolini, i rapporti tra industriali e sindacato fascista furono tutt'altro che privi di contrasti. La Confindustria si oppose a due richieste avanzate con insistenza da Edmondo Rossoni, capo della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali: la cosiddetta corporazione «integrale », che doveva abbracciare in un unico organismo i datori i lavoro e i prestatori d'opera; e il conferimento al sindacato fascista del monopolio della rappresentanza dei lavoratori. Da un lato, gli imprenditori intendevano difendere la propria autonomia organizzativa, dall'altro - ottenuta la sconfitta del «sovversivismo» operaio e riguadagnato il pieno controllo sulla vita di fabbrica - non erano allettati dalla prospettiva di doversi confrontare con una controparte dominata dall'ala movimentista del fascismo. Per quanto le espressioni populiste piú vivaci potessero essere tenute a freno dai vertici del fascismo, un interlocutore sindacale controllato, ma anche espresso e sostenuto dalla principale componente politica del governo, poteva rivelarsi forte e potenzialmente pericoloso. L'organizzazione sindacale interna agli stabilimenti era ancora imperniata sulle commissioni interne, i cui membri erano stati eletti in larga maggioranza nelle liste delle federazioni aderenti alla Cgdl. Fin dal febbraio 1923 il sindacato fascista avanzò la richiesta che fossero istituiti - in sostituzione delle commissioni interne - i fiduciari aziendali, nominati dal sindacato fascista tra i propri iscritti. Gli industriali assunsero una posizione solo in apparenza flessibile: si dichiararono d'accordo con l'istituzione dei fiduciari, ma a condizione che questi fossero eletti dalle maestranze e non nominati dai sindacati. La risposta equivaleva a un rifiuto, dato lo scarso seguito ottenuto fino a quel momento dall'organizzazione fascista. I membri delle commissioni interne, collegati a federazioni ormai in disarmo, erano ritenuti meno pericolosi del sindacato fascista. La situazione era complessa. Mussolini non aveva alcuna intenzione di inimicarsi gli industriali; inoltre, puntava ancora a staccare la dirigenza riformista della Cgdl dal Partito socialista unitario. Tuttavia, una modifica degli ordinamenti sindacali era ineludibile, come pure l'attribuzione di un ruolo alle corporazioni di Rossoni. La soluzione adottata dal cosiddetto «patto di Palazzo Chigi» del 20 dicembre 1923 bocciò la prospettiva della corporazione integrale, ma istituí una commissione permanente per lo studio del monopolio sindacale; al contempo l'organizzazione fascista venne riconosciuta dalla Confindustria quale contraente preferita per la stipulazione dei contratti di lavoro. L'abolizione delle commissioni interne giunse solo con il «patto di Palazzo Vidoni» del 2 ottobre 1925, che statuí il monopolio: tutti i rapporti contrattuali dovevano intercorrere tra le organizzazioni dipendenti dalla Confindustria e dalla Confederazione delle corporazioni. La soppressione delle commissioni interne non fu accompagnata dall'istituzione dei fiduciari: le funzioni delle rappresentanze aziendali vennero provvisoriamente demandate al sindacato provinciale, che poteva esercitarle non nei confronti delle singole ditte, ma soltanto dell'organizzazione imprenditoriale corrispondente. Varato il nuovo ordinamento sindacale con la legge 3 aprile 1926 e avviato il nuovo sistema contrattuale, si arrivò - tra difficoltà e lentezze - al primo contratto nazionale di lavoro per l'industria meccanica, siglato nel 1928 e seguito ( nel marzo del '29) dagli accordi applicativi provinciali per la definizione dei minimi salariali. L'attività negoziale, a tutti i livelli, si era sviluppata con un forte centralismo confederale e sotto il diretto controllo del governo. Alle organizzazioni locali del sindacato non era rimasto altro ruolo che il controllo sull'applicazione del contratto; ma questo ruolo era difficile da svolgere in assenza di rappresentanze interne agli stabilimenti, poiché il sindacato poteva intervenire unicamente dietro richiesta dei lavoratori per avviare controversie che, ove non risolte in ambito sindacale locale, potevano essere rinviate alle istanze organizzative superiori o trasformarsi in un ricorso alla magistratura del lavoro. Da qui la decisione di Rossoni di rilanciare la richiesta dei fiduciari, con una serie di articoli comparsi su «Il Lavoro fascista» nell'agosto 1929. Ma nuovamente venne il rifiuto e la nuova condanna dei fiduciari, con la mozione del Comitato intersindacale centrale del 9 settembre 1929.I vertici del regime - che nel novembre 1928 avevano disposto lo «sbloccamento» della Confederazione rossoniana, per evitare l'eccessivo rafforzamento della burocrazia sindacale -non intendevano avallare un istituto che non soltanto rischiava di comportare l'intromissione sindacale nella gerarchia tecnica aziendale, ma che richiamava la contrapposizione degli interessi e rivelava scarso spirito di collaborazione corporativa. Il mancato riconoscimento dei fiduciari non impedí al sindacato di costruire una propria rete di militanti negli stabilimenti, chiamati «corrispondenti d'azienda». Questi potevano raccogliere il malcontento o denunciare le situazioni controverse che interessavano i compagni di lavoro, ma la loro presenza informale non garantiva sufficiente capacità d'iniziativa. Inoltre, secondo le lamentele di parte sindacale, i corrispondenti - in quanto non riconosciuti - non erano tutelati e potevano incorrere nelle ritorsioni delle direzioni aziendali, che in alcuni casi erano giunte persino al licenziamento. In generale, l'azione dei militanti fascisti aveva un peso trascurabile a fronte delle politiche aziendalistiche messe in atto in molte grandi e medie fabbriche da imprenditori decisi, una volta sconfitto il sindacalismo di classe e riportata la tranquillità negli stabilimenti, a fare da sé, a coltivare rapporti paternalistici con le proprie maestranze, a impedire l'ingresso in fabbrica all'organizzazione sindacale fascista. Da un lato, gli imprenditori mostravano un atteggiamento benevolo e collaborativo verso il governo, dall'altro cercavano di limitare al massimo l'influenza del sindacato. Nei Dopolavoro aziendali, ad esempio, si attuava un compromesso per il quale il fascismo presentava le «provvidenze» delle imprese come una realizzazione della politica sociale del regime, mentre nei fatti gli imprenditori ottenevano carta bianca nella gestione delle loro iniziative. Alla Fiat, il Dopolavoro operava attraverso una rete capillare di delegati nominati dai capireparto e dai capiufficio con il compito - oltre che di promuovere la partecipazione alle attività proposte - di riferire sulle esigenze particolari dei compagni di lavoro indirizzandoli agli uffici assistenziali aziendali competenti per problemi specifici. Questi delegati vennero chiamati «fiduciari del dopolavoro »: l'azienda si dotava cosí di uno strumento per sondare le esigenze dei lavoratori che operava in diretta concorrenza con il sindacato e tendeva a usurparne, anche nel nome, le funzioni. La situazione non mancò di suscitare polemiche tra la Fiat e i dirigenti locali del sindacato. Quest'ultimo non ebbe tuttavia l'appoggio del partito fascista che, nell'ambito dei conflitti di competenza tra burocrazie del regime, scavalcò il sindacato in campo assistenziale creando e gestendo in proprio la Scuola per assistenti sociali destinati a operare nelle aziende, secondo un accordo di collaborazione con la Confindustria siglato nel 1929. Dopo una prima fase in cui i vertici del regime fascista puntarono a limitare l'influenza e la sfera d'azione del sindacato, nella seconda metà degli anni trenta si verificò - nella distribuzione del potere tra burocrazie del regime - un rimescolamento delle carte a favore del sindacato. Una volta sperimentata la capacità di controllo dall'alto degli esiti dell'azione sindacale e di fronte alle pressanti esigenze di consenso in relazione allo sforzo di preparazione bellica, al sindacato furono fatte concessioni su alcune delle richieste da sempre avanzate: tra queste il nuovo contratto nazionale sul lavoro a cottimo, che conteneva norme piú severe per il controllo delle variazioni tariffarie (1937), e l'affidamento al sindacato della gestione degli uffici di collocamento con introduzione della chiamata numerica peri lavoratori non qualificati (1938). In tale quadro si collocò l'istituzione dei fiduciari di fabbrica, finalmente avvenuta nell'ottobre del 1939. Sin dal novembre 1934 il sindacato aveva ottenutola tutela dei lavoratori dirigenti sindacali, i quali non potevano essere licenziati o trasferiti se non per gravi motivi, estranei alle loro funzioni sindacali. La norma si applicava ai «capi gruppo », sorta di segretari provinciali di singole categorie o mestieri interni alle categorie, di regola nominati dal segretario dell'Unione provinciale dei lavoratori dell'industria e sottoposti alla sua autorità, per i quali non era previsto alcun «distacco» dal lavoro per la loro militanza all'interno del sindacato. In caso di controversie, l'organo chiamato a decidere era il Comitato intersindacale provinciale; successivamente la competenza passò, con r.d.l. del 28 aprile 1937, al Comitato di presidenza del consiglio corporativo provinciale. Infine, il riconoscimento dei fiduciari fu introdotto in seguito all'intervento del Partito nazionale fascista - con il foglio di disposizioni del 1° ottobre 1939 – sulla base del quale venne stipulato l'accordo interconfederale del 12 ottobre successivo, che estese ai fiduciari e ai corrispondenti d'azienda le tutele previste nel novembre 1934 per i lavoratori dirigenti sindacali. L'accordo del 12 ottobre fissava inoltre le modalità per l'istituzione dei fiduciari. Per ogni ufficio o stabilimento distaccato di un'impresa era previsto un fiduciario, qualunque fosse il numero degli addetti. Negli stabilimenti che avevano tra i 5o e i 100 dipendenti era previsto un corrispondente oltre al fiduciario; in quelli oltre i 100 dipendenti, al fiduciario si affiancava un corrispondente ogni 200 lavoratori o frazione di 200. La nomina dei fiduciari doveva essere comunicata dall'Unione provinciale dei lavoratori dell'industria alla corrispondente Unione industriale; in caso di richiesta di licenziamento o trasferimento, la domanda andava esaminata dal Comitato di presidenza, contro la cui decisione era ammesso il ricorso al ministero delle Corporazioni. Il sindacato lanciò in grande stile la rete delle nuove rappresentanze interne ai luoghi di lavoro. Il 18 novembre 1939 ebbero inizio contemporaneamente in tutte le province italiane corsi di cultura per fiduciari e corrispondenti, sotto il controllo di una Direzione nazionale dei corsi istituita presso la Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria. Alla chiusura del primo ciclo dei corsi, il segretario nazionale della Confederazione dei lavoratori dell'industria, Pietro Capoferri, affermò che il compito del fiduciario «non deve e non potrà considerarsi mai un elemento perturbatore del principio gerarchico interno all'azienda [...]..Il rapporto non è tra il fiduciario e l'azienda, ma tra il fiduciario e il sindacato [ ...]. Fiduciari e corrispondenti d'azienda consolidano l'istituto creato per assicurare la giustizia del lavoro ed il piú grande patrimonio cui un popolo può aspirare: la pace sociale». Volontà di espungere le valenze conflittuali del nuovo istituto; garanzia delle prerogative della gerarchia aziendale nel controllo dell'organizzazione tecnica del lavoro e della disciplina produttiva; preoccupazione che i fiduciari potessero diventare uno strumento di rapporti aziendalistici diretti tra maestranze e direzioni d'impresa: erano altrettante opportunità o altrettanti rischi che trapelavano dalle parole di Capoferri, ma che comunque non poterono essere riscontrati alla prova dei fatti. Perché l'istituzione dei fiduciari giunse tardi, quando stava ormai per instaurarsi la disciplina della mobilitazione bellica, e dunque non poté contribuire al radicamento del sindacato fascista all'interno degli stabilimenti industriali.

STEFANO MUSSO

F. Guarneri, Battaglie economiche tra le due grandi guerre, 2 voll., Garzanti, Milano 1953; M. Abrase, La lotta sindacale nell'industrializzazione in Italia. 1906-1926, Angeli, Milano 1967; P. Melograni, Gli industriali e Mussolini. Rapporti tra Confindustria e fascismo dal 1919 al 1929, longanesi, Milano 1972; F. Cordova, Le origini dei sindacati fascisti. 1918-1926, Laterza, Roma-Bari 1974; S. Musso, Norme contrattuali e soggetti delle relazioni industriali dalla fine degli anni Trenta alla caduta del fascismo, in «Movimento operaio e socialista», n. 1 -2 (1990)

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Ott 13, 2008 1:17 pm    Oggetto:  
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Grazie Marcus!!! Very Happy
Leggerò tutto Wink
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MessaggioInviato: Mar Ott 14, 2008 5:54 pm    Oggetto:  
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Ho finito di leggere la pagina che mi hai linkato Marcus Smile
Molto interessante! Credo che inizio a capirci qualcosa riguardo il concetto di identificazione stato cittadino, indipendentemente dalla sua classe sociale.
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