Indice del forum

Associazione Culturale Apartitica-"IlCovo"
Studio Del Fascismo Mussoliniano
Menu
Indice del forumHome
FAQFAQ
Lista degli utentiLista degli utenti
Gruppi utentiGruppi utenti
CalendarioCalendario
RegistratiRegistrati
Pannello UtentePannello Utente
LoginLogin

Quick Search

Advanced Search

Links
Biblioteca Fascista del Covo
Canale YouTube del Covo
IlCovo su Twitter

Who's Online
[ Amministratore ]
[ Moderatore ]

Utenti registrati: Nessuno

Google Search
Google

http://www.phpbb.com http://www.phpbb.com
Origini e dottrina del Fascismo: un'Idea UNICA!
Vai a pagina Precedente  1, 2, 3, 4, 5  Successivo
 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:10 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Passiamo ora al Significato della Croce Celtica!
Così capiremo che simbolo è..cosa rappresenta disegnata nel modo che sappiamo...

Vediamo cosa genericamente si intende per Croce...

"Simbologia della croce

La croce è un simbolo molto antico, sicuramente pre-cristiano, al quale sono associati vari significati, di vita e di morte, in gran parte connessi all’uso della croce, in varie forme, come strumento per le esecuzioni capitali e naturalmente, in seguito, alla morte di Cristo sulla croce.

La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone”; i Greci la chiamarono stauròs, “palo”; gli Ebrei 'es “albero”. Questi nomi indicano l'origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati.

La croce, contraddistinta dal numero quattro, era già nella antichità:
o simbolo dell'unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra)
o simbolo per indicare la vita (l’asse orizzontale: il suolo o l’orizzonte sul quale vive l’uomo, l’asse verticale: il percorso terreno dalla nascita alla morte del corpo, crescita basso-alto o ascesi dell'anima al cielo)

Il numero quattro era d’altra parte il numero simbolico della natura: 4 stagioni, 4 punti cardinali, 4 elementi (aria, acqua, fuoco, terra), 4 flagelli (cavalieri dell’Apocalisse), 4 venti principali per i naviganti.
Era rappresentata in varie forme:
o ansata o egiziana;
o commissa o greca a T (lettera Tau dell’alfabeto greco);
o immissa o capitata o aperta o latina (la croce comune);
o a forma di X [lettera Chi dell’alfabeto greco] o croce di Lorena;
o gammata o uncinata G (che alludeva a una diversa forma di esecuzione, il condannato appeso od impiccato).

Dopo il supplizio di Cristo sulla croce si sono aggiunti altri significati religiosi e simbolici:
o la croce come Albero della Vita:
- l’asse verticale indica la terra connessa con il cielo
- nel senso inverso, l’asse verticale è conficcato nella terra, e quindi simboleggia le radici della vita nella terra
- l’asse orizzontale simboleggia la scala che consente di salire al cielo e quindi al Regno di Dio
o la figura di Cristo crocifisso con le braccia orizzontali simboleggia l’abbraccio del figlio di Dio alla umanità, cioè l’abbraccio della Redenzione di cui si è fatto strumento, facendosi uomo.

La croce è stata anche unita al simbolo del cerchio, che ricorda il movimento rotatorio e quindi la vita, nei simboli della croce runica, o celtica, e nella svastica.

La croce runica (da runa, lettera dell’alfabeto arcaico delle popolazioni germaniche), chiamata anche celtica, unisce i due simboli sovrapposti, una croce a 4 bracci uguali ed un cerchio.
La croce uncinata o svastica unisce quattro croci gammate riportando i quattro assi della croce ad un simbolo circolare, con orientamento verso destra (o oriente) ovvero verso occidente.
Quella con orientamento verso occidente era diffusa tra le popolazioni indo-europee in India ed utilizzata fino in Giappone già in epoche antiche, e rappresentava presumibilmente il moto apparente del sole. Quella con disposizione verso oriente è stata considerata un simbolo antico ariano (con buona probabilitò, erroneamente) e presa come simbolo da movimenti politici tedeschi negli anni ’20 del XX secolo, per diventare poi il simbolo principale del III Reich.

I simboli misti erano adottati da sette eretiche di origine orientale, legate alla credenza della circolarità della vita come eterno ritorno (sette dei monotoni o anulari). La credenza dell’eterno ritorno, o più cicli di vite, o reincarnazione, è tipica delle religioni buddiste e tibetane (vedi “Il libro Tibetano dei morti”, citato di frequente nell'opera di Franco Battiato).


L’unione dei due simboli è infatti una contraddizione e quindi una eresia per la religione cristiana e in generale per le religioni monoteiste (islamica ed ebrea), che vedono la vita terrena come passaggio senza ritorno (se non nella catarsi del Giudizio universale, alla fine dei tempi).
I simboli circolari e quindi la croce runica e la svastica innestano quindi probabilmente sulla tradizione cristiana credenze preesistenti di origine pagana, orientali e nordiche, legate alla compenetrazione continua dell’uomo con la natura e con il tempo."
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:11 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

"LA RUOTA SOLARE: Il suo significato è legato ai quattro elementi e quindi ai quattro punti cardinali: essendo formata da una distorsione della runa Rad, essa rappresenta il continuo movimento racchiuso nel cerchio cosmico e quindi, l’equilibrio cosmico e la vita stessa. E’ chiamata anche CROCE CELTICA e la ritroviamo spesso nelle chiese Irlandesi e Inglesi. Dopo l’avvento del Cristianesimo, la sua originaria forma a cerchio venne allungata nella parte inferiore, cambiandone, in parte, il significato. ( C ) "

Fonte
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:12 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Quindi la Croce Celtica Cristiana NON E' quella usata dai noti gruppi politici.
Essa dovrebbe avere i bracci diversi, quello verticale allungato e al centro o la figura di Cristo o il suo MonoGramma.....


FATTA NEL MODO CHE CONOSCIAMO E' UN SIMBOLO PAGANO BARBARO (NEL SENSO DEI POPOLI CHE I ROMANI CHIAMAVANO BARBARI) DERIVATO DALLA RUNA RAD!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:14 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Come promesso, camerati, vorrei portare alla vostra attenzione dei fatti molto importanti.

Il fascismo è universalmente visto (dal femminismo comunista) come un movimento misogino, maschilista.
In realtà, quello che fa del fascismo un movimento maschilista, secondo la vulgata, è solo la VALORIZZAZIONE DELLA FAMIGLIA E DEL RUOLO DELLA DONNA COME MADRE!

QUESTO NON SIGNIFICA CHE IL FASCISMO NON RICONOSCESSE ALLE DONNE CAPACITA', INTELLETTO E CREATIVITA'. COME TUTTI.
NON SIGNIFICA CHE LE DONNE ERANO CONSIDERATE DAL FASCISMO COME INADATTE AL LAVORO, ALLE "CREAZIONI" AD ESEMPIO.

A SMENTIRE TUTTO QUESTO CI SONO I FATTI. AD ESEMPIO IL RUOLO FONDAMENTALE CHE LE DONNE AVEVANO DURANTE IL VENTENNIO NELL'ASSISTENZA, NELLA TUTELA, NELLE ISTITUZIONI DEL REGIME E DEL PARTITO. DURANTE LA GURRA D'ETIOPIA, ECC.

INOLTRE, VA RICORDATO CHE LE PRIME LEGGI PER LA TUTELA FISICA DELLE DONNE, SONO DEL VENTENNIO! LA GINNASTICA E LA SALUTE DEL CORPO SONO SOLO UN ESEMPIO.

Ma il fatto più ignoto è il seguente.

Il governo fascista, prevedeva l'inserimento delle donne (ovviamente con le dovute proporzioni e la dovuta gradualità e oggettività) negli organismi e nella vita propriamente politica!!!!!!!!!!!

Nei primi anni di Governo, Mussolini varò una legge che sanciva il diritto al voto amministrativo alle donne!!!!!!!!! Detto oggi sembra una cretinata. Ma voi sapete di quale Italia stiamo parlando? SIAMO NEI PRIMI ANNI VENTI!

La riforma decadde all'avvento dei Podestà, ma merita di essere valutata.

Inoltre le donne erano tutelate anche dal punto di vista lavorativo e operaio.
Inserisco un brano di Paolo Deotto, molto interessante:

"(...)Poiché la materia da prendere in esame è ampia e complessa ci conviene procedere per capitoli, esaminando prima la legislazione a tutela della famiglia e della maternità, per poi passare alle iniziative di assistenza e beneficenza; vedremo poi la legislazione più propriamente previdenziale (tutela del lavoratore) ed infine ci soffermeremo su una istituzione che per la sua complessità e per i suoi aspetti più propriamente politici merita un esame particolare: l'Opera Nazionale Dopolavoro.

Il R.D. 24-12-34 num. 2316 istituiva l'ONMI - Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia. L' ONMI, organizzata territorialmente in Federazioni Provinciali e in Comitati di Patronato comunali, aveva per compiti "provvedere alla protezione e assistenza delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate, dei bambini, lattanti e divezzi fino al 5° anno di età, appartenenti a famiglie che non possono prestar loro tutte le necessarie cure per un razionale allevamento, dei fanciulli di qualsiasi età appartenenti a famiglie bisognose, e dei minorenni fisicamente o psichicamente anormali, oppure materialmente e moralmente abbandonati, traviati e delinquenti, fino al compimento del 18° anno...
Favorire la diffusione delle norme e dei metodi scientifici di igiene prenatale e infantile nelle famiglie... organizzare, in concorso con gli altri enti interessati, l'opera di profilassi antitubercolare nell'infanzia e la lotta contro le altre malattie infettive... vigilare sull'applicazione delle disposizioni legislative e regolamentari in vigore per la protezione della maternità e dell'infanzia, promuovendo anche, ove opportuno per il miglioramento fisico e morale dei fanciulli e degli adolescenti, la riforma di tali disposizioni..." Inoltre l'ONMI era investita del potere di vigilanza e controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private di assistenza per madri e fanciulli, provvedendo anche, ove necessario, a sovvenzionare istituzioni private meritevoli ma con scarse risorse patrimoniali.

Le norme più importanti sulla cui applicazione l'ONMI doveva vigilare erano quelle concernenti la tutela della maternità delle lavoratrici (RDL 22-3-34 num. 654), l'assistenza e tutela degli illegittimi abbandonati (RDL 8-5-27 num. 798 - RD 29-12-27 num. 2822), la mutualità scolastica (L. 3-1-29 num. 17) e la tutela del lavoro della donna e del fanciullo (L. 26-4-34 num. 653). Cercheremo di estrapolare, da questa notevole quantità di atti legislativi, le disposizioni più significative. In particolare veniva sancito il diritto alla conservazione del posto di lavoro per le lavoratrici madri e il periodo di "licenza" ante parto e successivo. Venivano altresì previsti i permessi obbligatori per allattamento e l'obbligo per le aziende con più di 50 operaie di adibire un locale a camera per allattamento. Tutte le lavoratrici dipendenti (con la sola esclusione di quelle la cui retribuzione superava le lire 800 mensili) erano di diritto assicurate per "l'evento maternità" presso l'Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (togliete, per ovvie ragioni storiche, la parola "fascista", e otterrete "INPS"), che versava alla madre un assegno di lit. 300, di cui la prima metà andava pagata entro la prima settimana di puerperio e l'altra metà al termine del periodo di riposo. Scopo di questa indennità era la compensazione parziale della perdita economica che la lavoratrice subiva, essendo il datore di lavoro tenuto a pagare l'intero stipendio per il primo mese di permesso per gravidanza e parto, mentre per i due mesi successivi previsti dalla legge la retribuzione era dimezzata.

In caso di aborto (ovviamente solo naturale) la lavoratrice riceveva dall' INFPS la somma di lit. 100. Altre disposizioni importanti erano quelle riguardanti la promozione, nelle scuole elementari, della conoscenza delle norme di igiene e l'assistenza agli scolari gracili e predisposti a malattie, anche tramite il loro invio in luoghi di cura. Infine bisogna segnalare la complessa normativa che tutelava il lavoro nelle donne e nei fanciulli, inibendo ad essi alcune mansioni particolarmente gravose o pericolose e subordinando la possibilità di assumere minori all'adempimento degli obblighi scolastici (che doveva risultare dal libretto di lavoro), nonché stabilendo, per alcune categorie d'aziende, l'obbligo di periodici controlli medici. L'orario di lavoro per alcune mansioni faticose o insalubri doveva sempre risultare inferiore a quello consentito per i lavoratori adulti, ed essere interrotto da periodi di riposo intermedio. Per terminare questa panoramica sulle norme a tutela della famiglia e della maternità dobbiamo ricordare le agevolazioni fiscali per le famiglie numerose (L. 14-6-28 num. 812), la concessione dei premi di natalità e di nuzialità ai dipendenti pubblici, l'estensione degli assegni familiari (erogati dall' INFPS) ai dipendenti di aziende private e l'istituzione dei prestiti di nuzialità e di natalità, che vale la pena esaminare un attimo da vicino."

NON MI SEMBRA CHE LE DONNE LAVORATRICI FOSSERO BISTRATTATE COME INETTE O IMPEDITE NELLE LORO MANSIONI!
RIPETO, OVVIO CHE TUTTO VA RAPPORTATO ANCHE AI TEMPI E ALLE NECESSITA' OGGETTIVE...
MA PROPRIO ALLA LUCE DI QUESTE SI PUO' DIRE CHE IL VENTENNIO MISE IN NETTO RISALTO LA DONNA IN TUTTE LE SUE REALTA'!

Inserisco un resoconto di De Felice che mette in risalto anche un altro fatto sconosciuto: MUSSOLINI VOLEVA INSERIRE NELLA CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI.....CONSIGLIERI DONNE!!!!!!!!!!

Ecco a voi:

(Mussolini il Duce - Lo stato totalitario)

"maggio 1936 - giugno 1940
30. Il «giallo» dell'articolo 5 della legge sulla Camera dei fasci e delle corporazioni

Prima di concludere il discorso è però necessario soffermarci un momento su quello che abbiamo definito un piccolo «giallo». Il testo del disegno di legge approvato, dal Gran Consiglio fu, salvo piccoli aspetti del tutto formali, quello approvato dal Consiglio dei ministri e poi (a parte l’aggiunta all’art. 15 della quale abbiamo parlato) dal Parlamento. Eppure sia nel testo del disegno di legge preparato per il Parlamento sia nella relazione che doveva accompagnarlo (in pratica, lo si è detto, quella di Salmi al Gran Consiglio leggermente sfrondata) figura un’aggiunta, alla fine dell’art. 5, estremamente importante e che, da un «appunto» per il Duce» del Gabinetto della Presidenza del Consiglio datato 30 novembre, risulta voluta da Mussolini. L’aggiunta stabiliva che anche le donne potevano essere consiglieri nazionali. Della cosa non vi è traccia in nessun documento sottoposto al Gran Consiglio o al Consiglio dei ministri. Ovviamente, il «giallo» non è costituito dal fatto che Mussolini abbia fatto aggiungere il comma senza averlo fatto approvare in precedenza dal Gran Consiglio e dal Consiglio dei ministri. Il «duce», quando una cosa gli stava veramente a cuore, non si fermava certo di fronte a «ostacoli» del genere. Il «giallo» sta piuttosto nel fatto che l’aggiunta non figura né nel testo del disegno di legge né in quello della relazione che lo accompagnava presi in esame dalla Camera e – ufficialmente – presentati ad essa il 29 novembre, il giorno prima cioè che venisse steso l’«appunto» di cui abbiamo parlato e lo stesso in cui, stando ad un altro « appunto per il Duce», il Gabinetto della Presidenza si rivolgeva a Mussolini per sapere se, «in occasione della prossima riapertura della Camera Fascista», egli voleva presentare il disegno di legge personalmente o se esso doveva essere inviato alla presidenza della Camera «nei modi consueti». Poiché il 1° dicembre il presidente della Camera, dando notizia dell’avvenuta presentazione, nominò una commissione speciale per esaminare il disegno di legge e riferire su di esso all’assemblea e poiché i due testi furono distribuiti ai deputati solo dopo la loro stampa, alla vigilia cioè del loro esame da parte della commissione speciale, non rimane che concludere che l’aggiunta fu depennata nei pochissimi giorni che intercorsero tra la trasmissione alla Camera e l’esame del disegno di legge da parte della commissione speciale. E, infatti, questo è quanto risulta anche dalla documentazione conservata nell’archivio della Camera180: la soppressione fu operata – il 3 dicembre – dal ministro Guardasigilli in sede di correzione delle bozze di stampa dei due testi per la loro distribuzione ai deputati. Qui sta il vero « giallo». Pensare che Solmi – che, oltre tutto, era stato informato telefonicamente dalla Segreteria del «duce» della intenzione di Mussolini di procedere all’aggiunta e aveva dato il suo parere favorevole – abbia proceduto di sua iniziativa alla soppressione è impossibile. La decisione fu certamente di Mussolini. Ma come spiegarla? Cosa poté indurre Mussolini a rinunciare all’ultimo momento ad una cosa alla quale, indubbiamente, doveva tenere? In mancanza di qualsiasi elemento atto a illuminare un po’ la vicenda, non possiamo fare che delle ipotesi. E queste ci pare possano essere solo due: o che in Gran Consiglio (che si riunì proprio nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre), dove certo non mancavano i contrari ad una simile «rivoluzione», qualcuno, informato della cosa, si fosse opposto e che Mussolini non avesse ritenuto opportuna una «prova di forza» su una questione che poteva stargli a cuore, ma non sino al punto da far valere la sua autorità; o, più probabilmente, che all’ultimo momento Solmi si fosse reso conto che quella piccola aggiunta poteva provocare una nuova grossa crisi col re e Mussolini, informatone, avesse deciso di non farne niente. Che Vittorio Emanuele sarebbe stato contrario all’aggiunta è pressoché sicuro, sia per il suo misoneismo sia per le conseguenze che prima o poi l’ammissione delle donne alla Camera avrebbe avuto per il Senato. Ma la crisi sarebbe stata anche più grave e tale che Mussolini non avrebbe potuto giustificarsi in alcun modo soprattutto per un fatto: il re aveva autorizzato la presentazione al Parlamento del disegno di legge l’11 novembre, a San Rossore, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri e dunque senza l’aggiunta riguardante le donne. Presentare un testo diverso sarebbe stata pertanto una scorrettezza che avrebbe offerto al sovrano un’arma preziosissima. Mussolini aveva potuto dimenticarsene (e psicologicamente la cosa è assai significativa), ma, una volta fattagliela notare, non poteva certo sottovalutarne il rischio.

31. Il fascismo e la questione femminile

Per quanto apparentemente insignificante, la vicenda merita qualche considerazione, sia perché la sua conclusione ci lascia intravvedere gli effettivi margini di potere che il «duce» in quel momento aveva o, comunque, non riteneva opportuno superare, sia perché essa – se non la si riesce a spiegare – potrebbe risultare non solo incomprensibile, ma in contraddizione con un aspetto tipico della posizione di Mussolini, la sua ostilità ad una partecipazione delle donne alla vita pubblica in generale e a quella dell’Italia fascista in particolare.
Il primo fascismo, quello sansepolcrista, non aveva nutrito pregiudiziali antifemministe e aveva rivendicato anzi alle donne l’elettorato politico e amministrativo attivo e passivo. Nelle sue file militava anche un certo numero di donne, in parte provenienti dal partito socialista o da altre formazioni della sinistra (M. Sarfatti, G. Brebbia, R. Teruzzi, ecc.), dal futurismo e dal radicalismo piccolo borghese, in parte attivizzate dal fiumanesimo o direttamente dal fascismo stesso. Almeno sei donne erano intervenute il 23 marzo 1919 alla fondazione dei Fasci di combattimento. Altre vi erano successivamente affluite, dando vita persino ad alcuni gruppi femminili fascisti, tanto che agli inizi del 1922 il partito aveva pubblicato uno schema di statuto per essi. Col 1921-22 per altro – parallelamente all’affluire nel fascismo di elementi socialmente e culturalmente sempre più differenziati, per molti dei quali l’inferiorità della donna era un dato di fatto fuori discussione e che giudicavano negativamente il ruolo che le donne erano venute assumendo durante la guerra nella società italiana e in particolare nel mondo del lavoro, e alla crescente necessità per Mussolini di tenere conto di tutta una serie di atteggiamenti psicologici e politici sia di massa, sia delle altre forze politiche, sia della Chiesa – la posizione del fascismo di fronte al problema femminile e, dunque, anche al voto femminile si era venuta facendo via via più cauta e restrittiva. Ciò nonostante, ancora per un certo tempo (sino al 1923) una parte del femminismo borghese continuò a considerare «forze sorelle» il fascismo e il femminismo. In questa valutazione vi era indubbiamente una buona dose di ingenuità e di incomprensione di cosa il fascismo si avviava ad essere e del peso che su di esso avevano assunto e continuamente assumevano i fascisti dell’ultima ora e i «fiancheggiatori». A giustificarla, almeno in parte, vi erano però alcuni fatti positivi. E, in particolare, vi era l’atteggiamento di Mussolini e di alcuni settori del fascismo rispetto al voto femminile181.
La possibilità per le donne di ottenere il voto politico era praticamente già tramontata prima della «marcia su Roma». Dopo l’andata del fascismo al governo si apri però la possibilità per le donne o, più precisamente, per una parte di esse di ottenere almeno quello amministrativo. A dischiuderla fu un disegno di legge governativo presentato nel 1923 (e che comunemente è collegato al nome dell’on. Acerbo, che alla Camera ebbe l’incarico di sostenerlo) e difeso personalmente da Mussolini contro larghi settori del PNF e della maggioranza, al punto da ripresentarlo l’anno seguente dato che – non essendo stato ancora- approvato al momento dello scioglimento della Camera – era decaduto. Il disegno di legge, finalmente approvato nella seconda metà del 1923, conferiva il diritto elettorale solo alle donne che avessero compiuto gli studi elementari inferiori o pagassero una data imposta, esercitassero la patria potestà o la tutela, avessero certe benemerenze civili o fossero madri o vedove di caduti in guerra. In pratica non entrò mai in vigore (a meno di non considerare alcuni casi di donne nominate membri onorari di consigli comunali), poiché poco dopo la sua approvazione il governo fascista pose fine all’elettività dei consigli comunali e provinciali. Ciò non toglie che esso abbia per noi notevole interesse.
La sua presentazione e la sua decisa difesa da parte di Mussolini e di Acerbo alla Camera e altrove contro critiche di autorevoli membri della maggioranza (D. Lupi, N. Terzaghi, G. Caradonna, ecc.) rispondevano certamente ad un calcolo politico ben preciso. Per un verso, miravano a presentare il fascismo in una luce moderna e progressiva e a cattivargli le simpatie delle varie associazioni italiane e soprattutto internazionali pro suffragio femminile (nel maggio 1923, tenendosi a Roma il nono congresso dell’Alleanza internazionale pro suffragio femminile, Mussolini ebbe cura di intervenirvi e pronunciarvi un discorso piuttosto aperto, anche se la questione del voto politico vi era posta in una prospettiva di tempi lunghi182) per un altro verso, con esse Mussolini, oltre a venire incontro alle richieste delle donne fasciste e a premiare il loro «senso del limite», la loro sensibilità politica nel non aver drammatizzato il problema183, metteva, per così dire, le mani avanti onde evitare il rischio che le femministe moderate rivolgessero le loro simpatie verso il partito popolare, che per la concessione del voto, politico e amministrativo, alle donne si era battuto sin dalla sua costituzione. Dire questo però non basta. Oltre a queste motivazioni ve ne furono anche altre, le stesse, sostanzialmente, che nel 1938 dovettero spingere Mussolini a pensare di ammettere le donne alla Camera dei fasci e delle corporazioni.

32. Il problema dell'ammissione delle donne alla Camera dei fasci e delle corporazioni

(...) Detto questo, bisogna però anche dire che egli si rendeva pure bene conto che durante la guerra le donne avevano fatto grandi sacrifici (e che ancora di più ne avrebbero dovuti fare in una prossima), mostrandosi oltre tutto pienamente all’altezza della situazione, e che – piacesse o no – il capitalismo, lo sviluppo moderno tendevano ad accrescerne il ruolo nella società. Su questi due nodi egli impostò tra l’altro gran parte del suo discorso del 15 maggio 1925 alla Camera. E non a caso; ché, se la concessione del voto amministrativo alle donne aveva per lui quelle motivazioni immediatamente politiche delle quali abbiamo detto, ad essa non era però neppure estranea la sua volontà di compiere un atto che suonasse pubblico riconoscimento dei sacrifici e delle benemerenze delle donne negli anni della guerra: lo dimostrano l’inclusione tra le aventi diritto al voto delle madri e delle mogli dei caduti in guerra e il rilievo ad essa dato185.
Nel 1938 a spingere Mussolini a voler ammettere alla Camera dei fasci e delle corporazioni le donne dovette essere un complesso di ragionamenti e di stati d’animo simili. Sul piano più immediatamente politico la sua decisione poteva avere come motivazione la volontà di precostituirsi uno strumento che gli offrisse il pretesto per por mano, quando avesse voluto, ad una vera e propria riforma anche del Senato. Su un piano più generale la sua decisione (per lui, oltre tutto, priva di rischi, poiché per la stragrande maggioranza delle donne e per l’assetto del regime essa sarebbe stata senza conseguenze) tendeva invece – e sinceramente diremmo – a costituire un riconoscimento, una sorta di «encomio solenne» alle donne italiane per i loro sacrifici, per le loro rinunzie, per il loro atteggiamento di fronte al fascismo, in particolare negli ultimi anni. Un riconoscimento «tangibile», che desse concretezza a quello che, nel giugno dell’anno prima, egli aveva loro fatto in occasione della inaugurazione a Roma della mostra delle colonie estive e dell’assistenza all’infanzia:

durante questi quindici anni, duri e magnifici -- aveva detto dopo aver loro ricordato i particolari doveri delle donne italiane e fasciste: essere le «custodi dei focolari» e le madri delle «generazioni dei soldati, dei pionieri, necessarie per difendere l’impero»186 –, le donne italiane hanno dato prove infinite del loro coraggio, della loro abnegazione: sono state l’anima della resistenza contro l’obbrobrioso assedio ginevrino, hanno dato gli anelli alla patria, hanno accolto i sacrifici necessari per attingere la vittoria con quella fierezza e quel contenuto dolore che è nelle tradizioni delle eroiche madri italiane;

e che aveva ripetuto – un po’ più burocraticamente, mancandogli la folla che l’altra volta lo acclamava – pochi mesi prima, elogiando «l’alto spirito fascista che anima la donna italiana»187.

dalla reazione antisanzionista alla fervida collaborazione sul terreno autarchico, alle molteplici e vaste attività capillari svolte nei diversi settori sociali, essa, con l’apporto costante delta sua intelligente e operosa comprensione, si dimostra elemento insostituibile ai fini della solidarietà nazionale proclamata dal fascismo e fedele collaboratrice del regime."
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:19 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Inserisco un interessantissimo trattato di Bottai, AVALLATO DA MUSSOLINI (nel quale Bottai riprende concetti e frasi di Mussolini), inerente la posizione del Fascismo nei riguardi dell'evento della Rivoluzione francese e dei suoi principi.

Noterete quello che vado dicendo, sgolandomi.

Le RAGIONI della Rivoluzione Francese sono comprensibili. Non i metodi e le formulazioni. La risposta SBAGLIATA (giusnaturalismo, razionalismo, materialismo), ad un presupposto GIUSTO. Un Principio Giusto (Popolo e Nazione), con una attuazione ed un metodo SBAGLIATO!

Il Fascismo e lo Stato Etico Corporativo, avocano a sè il diritto di definire il VERO Stato Moderno. Stato Moderno che GIUSTAMENTE nasce debellando l'assolutismo feudale ,antipopolare e antinazionale, eliminato dalla Rivoluzione Francese (ecco le ragioni GIUSTE)... ma sostuito da una realtà basata su metodi SBAGLIATI!!!

"GIUSEPPE BOTTAI
Corporativismo e princípi dell'ottantanove

Le teorizzazioni dello Stato Corporativo e del corporativismo, le indagini sul processo storico di cui il corporativismo è l'attuale espressione, le sistemazioni dottrinali di istituti e di concetti, non sono - mi sia concesso di ripeterlo ancora una volta - superfetazioni e inutili perdite di tempo, come pretendono alcuni i quali si ritengano interpreti di un'asserita realtà, s pratica, materiale, corposa, in confronto della quale le discussioni dottrinali arebbero quasi vaneggiamento di perdigiorno. Chiunque abbia una certa consuetudine di vita spirituale è in grado di fare - ed ha già fatto - giustizia sommaria di una tale ingenua e grossolana opinione, che è figlia legittima di menti superficiali e incapaci di elevarsi a una considerazione, veramente realistica e aderente, della realtà storica.

Ma voglio dire di piú. L'elaborazione dottrinale del corporativismo, se non come esegesi o sistemazione degli istituti giuridici del nostro ordinamento corporativo, certo come teorizzazione del principio politico e della concezione dello Stato che nell'ordinamento si attuano, è stata l'occasione di un'elaborazione dottrinale del Fascismo. Di un'elaborazione, difatti, che, abbandonate le prime formule ideali, piú intuitive che logiche, piú asserite che dimostrate alla luce della storia - e sia pure partendo da esse - ha appunto dato a noi stessi e al mondo, che guardava incuriosito la nostra Rivoluzione, le dimostrazioni e le sistemazioni minute e precise dei nostri presupposti ideali, delle nostre ragioni storiche, della nostra costruzione.politica e giuridica.

Poiché «lo Stato Fascista è Stato Corporativo o non è Fascista»; -Poiché l'ordinamento corporativo è l'organizzazione costituzionale dello Stato Fascista, poiché il principio corporativo è il principio politico dello Stato Fascista; l'elaborazione dottrinale del corporativismo è, naturalmente, l'elaborazione dottrinale del Fascismo.

Ma, insomma, bisognerà decidersi una volta a riconoscere quest'opera compiuta dagli studiosi del corporativismo, e invece di ricompensarli con sorrisi ironici e con infastidita sopportazione, riconoscere che proprio e soltanto mercè l'opera che essi hanno compiuta, la Rivoluzione ha dato la propria giustificazione dottrinale, cioè ha delineato di fronte a tutti la propria figurazione e significazione dottrinale.
Sono stati gli studiosi corporativisti ad affrontare i problemi del movimento operaio, del socialismo, della crisi dello Stato moderno, della democrazia, della vita economica e produttiva, del marxismo, dell'interesse nazionale, dell'espansionismo, degli aspetti concreti dello sviluppo demografico, del potenziamento di tutta la vita nazionale; ad affrontare cioè i problemi del pensiero fascista ,forse piú spinosi, nel campo dottrinale e nel campo dell'azione politica.
Ma gli studiosi corporativisti, che sono ormai gli studiosi politici del Fascismo - e io vedo le scuole di studi corporativi appunto come fucine per la chiarificazione e la diffusione del pensiero fascista -, come sono stati utili alla Rivoluzione perché hanno affrontato e divulgato una minuta considerazione teorica dei principi politici e sociali del Fascismo, compiendo preliminarmente una seria critica, sul terreno dottrinale, delle concezioni prima prevalenti e in nome delle quali si voleva respingere il pensiero fascista dalla dottrina; cosí devono e possono cominciare a sottoporre a critica e a formulazione piú precisa anche qualcuna delle affermazioni fatte da noi nei primi tempi, che, per avventura, risultasse ora, alla luce del nostro stesso pensiero tutto dispiegato consapevole, bisognosa di approfondimento e di chiarificazione.
Voglio sperare che questo proponimento di autocritica non sia per sembrare a nessuno un pervertimento dell'intelligenza, quasi un sadismo culturale o per lo meno una fredda pedanteria di intellettuali. Non si tratta, non dico di distruggere, ma nemmeno di mettere in dubbio quelli che sono i problemi fondamentali della nostra costruzione ideale.
Si tratta, soltanto, di un assestamento o di un approfondimento, si tratta di quell'acquisto di consapevolezza, che è un'inevitabile esigenza spirituale. Chi abbia amore e consuetudine alla vita dello spirito conosce quest'ansia di ricerca e di penetrazione, questo anelito inesauribile alla verità, che spinge e spinge a cercare, ad approfondire, a perfezionare, e si pone gli ostacoli e li supera, e vede da un problema uscire una soluzione e dalla soluzione sbocciare un altro problema, e sente il pensare come un dovere da attuare, come la conquista e l'affermazione della nostra umana spiritualità.
Uno dei fondamentali problemi, di vivo e vasto interesse, è senza dubbio quello della posizione della nostra Rivoluzione di fronte alla Rivoluzione francese. Problema molto discusso nei primi tempi della Rivoluzione, con appassionate, violente o ironiche, affermazioni generali e generiche. Si è detto e ripetuto che la Rivoluzione fascista è la negazione, l'antitesi della Rivoluzione francese; si è irriso agli immortali principi e alle infatuazioni dei diritti dell'uomo.
Noi avevamo serie e fondate ragioni per attaccare tutta l'impalcatura ideologica del liberalismo e della democrazia, anzitutto perché il nostro pensiero è precisamente il superamento dialettico di essa, e poi anche perché essa veniva sbandierata dai nostri nemici, non tanto come una ragione ideale, quanto come un mezzo della lotta politica, giacché essendo l'ideologia democratica ancora dominante generalmente, farei apparire nemici di essa doveva servire a coalizzare tutti i benpensanti contro di noi.
E noi con giovanile e guerriera baldanza abbiamo assunto, senza preoccuparci, la parte degli iconoclasti, senza preoccuparci del fatto che a superamento dialettico, che nel nostro pensiero si affermava, potesse apparire un'ingenua, empirica, materiale negazione, derivante da un misconoscimento dei valori ideali, espressi dalla Rivoluzione francese. Specialmente fuori d'Italia, questo equivoco è stato sfruttato al massimo, al fine di farci passare per retrivi e tardigradi, no ' n ancora giunti allo stadio spirituale e storico della Rivoluzione francese e dello Stato moderno.
Una specie di disistima internazionale ci ha colpiti, e si crede comunemente e si afferma, con sprezzante ironia, che né un uomo inglese, né un uomo francese potrebbero essere sottoposti a un regime, come il nostro, che misconosca le conquiste dello spirito moderno, consacrate dallo Stato moderno.
Nonostante tutti gli equivoci in buona o in mala fede, la Rivoluzione fascista ha vinto e ha potuto mostrare con la realtà dei fatti, con gli ordinamenti giuridicamente istituiti, quale fosse il suo intimo contenuto ideale. Ma non è senza una certa eleganza spirituale che noi ora, dopo aver vinto, dichiariamo quale sia il nostro vero pensiero sulla Rivoluzione francese.

I problemi presentatici dalle nostre concezioni critiche e costruttive hanno portato alla nostra attenzione quelli delle basi ideali dello Stato moderno, nelle quali si riflettono i principi della Rivoluzione francese. E noi abbiamo dovuto vagliare seriamente tali problemi; domandandoci spesso se qualcuno di quei tali principi fosse sempre vivo nello spirito contemporaneo o fosse esaurito, se avesse già dato tutti i frutti storici che poteva, consumando tutta l'energia spirituale di cui era pieno, o se fosse ancora in sviluppo, ancora luce di vita e lievito di storia.
Ci siamo cosí trovati piú d'una volta dinanzi al problema complessivo ed essenziale: il nucleo ideale della Rivoluzione francese è già dispiegato e realizzato nella storia, è consumato ed esaurito oppure è vivo e fertile? Quanto si è costruito finora negli Stati moderni è davvero l'attuazione di quel nucleo ideale, ovvero questo attende ancora la sua completa realizzazione? Quel che si è affermato e si è fatto in nome dei principi della Rivoluzione francese ha davvero interpretato questi principi, o vi è stata una deviazione o un arresto, che debba essere superato, dopo una rinnovata valutazione che di quel grande avvenimento oggi si può fare? E i principi fascisti corporativi sono proprio una semplice negazione e una definitiva condanna degli immortali principi? Per noi, niente, di questi principi, è ormai piú vero?
Io oso credere che le nostre posizioni a questo proposito vadano attentamente riguardate, e, se occorre, rettificate. Tanto piú lo credo, in quanto una serena considerazione del problema mi ha convinto che da un simile attento esame i nostri principi escono riconfermati completamente, ma piú in alto e piú luminosi, perché appariscono completamente saldati alla storia moderna, e assumono chiaramente quel valore universale, del quale ha parlato recentemente il Duce, e per il quale non si potrà piú dire fuori d'Italia che il Fascismo pretende porsi fuori della storia moderna e dell'Europa moderna.
Se noi rileggiamo i 17 articoli della «Dichiarazione dei diritti dell'uomo», non possiamo fare a meno di scorgervi, sotto una forma ingenua o magniloquente, una sostanza di innegabile valore, aderente allo spirito dell'uomo moderno. Basta pensare, per un momento, che cosa sentiremmo, ciascuno di noi, se dovessimo vivere in una situazione, che fosse la negazione di questi principi.
La nostra coscienza non può concepire una condizione, che non sia di autonomia e di criticismo nel campo spirituale, e di definizione e delimitazione giuridica di rapporti, nella vita della comunità statale.
Vedremo, subito, in che senso noi possiamo ora considerare ingenua la formulazione di questi principi, in che senso noi possiamo considerarli inattuali; ma è certo che non possiamo negare il valore della sostanza in essi racchiusa.
Nessuno di noi potrebbe misconoscere il valore che nella storia umana assume l'affermazione dell'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, la quale, soltanto come espressione della volontà generale, può, consentendo e proibendo, regolare il comportamento dei cittadini. E fondamentale importanza per la storia umana ha, anche, l'affermazione che la sovranità risiede nella Nazione; quella delle garanzie relative alle leggi penali; quella della libertà di opinione e della comunicazione dei pensieri e delle opinioni, (libertà per il cui abuso la dichiarazione undicesima prevede la punizione della legge) quella del diritto della società di controllare l'esplicazione delle funzioni dei pubblici ufficiali; quella del rispetto, in genere, della personalità e dei beni di ogni cittadino.
Per misurare il valore di queste affermazioni bisogna pensare che esse sono la negazione del privilegio, forma giuridica che vigeva da secoli e che aveva accompagnato dal Medio Evo la vita sociale. Il privilegio delle franchigie, delle immunità, del dominio territoriale, era, in origine, quasi il corrispettivo di una funzione pubblica esercitata dalla nobiltà, di una funzione di governo esplicantesi in pro della comunità, come direzione politica, come difesa militare, e simili. Ma mentre i privilegi della nobiltà, insieme con quelli dei comuni e delle corporazioni, costituiscono una rete che impaccia lo sviluppo della vita sociale, la politica della monarchia assoluta accentratrice e livellatrice, che spoglia la nobiltà delle sue attribuzioni, rende ingiustificabili e insopportabili i privilegi stessi.
Questo venir meno alla giustificazione dei privilegi della nobiltà, che li rendeva insopportabili a chi doveva subirli, confluisce colla necessità per la borghesia della soppressione della rete di vincoli e argini che pure le erano stati concessi come privilegi e che l'avevano rafforzata e potenziata, ma che ora erano un ostacolo allo sviluppo che urgeva. Ognuno sente il valore della propria personalità, che si riflette sui propri beni, e ne rivendica l'autonomia e l'indipendenza.
La bandiera della libertà e della lotta contro i privilegi è innalzata dalle classi borghesi. In Francia s'inizia l'attacco al regime feudale della proprietà fondiaria, che immiserisce l'agricoltura, e contro il quale i fisiocratici bandiscono la loro teoria antivincolistica. In Inghilterra, la rivoluzione industriale fa cadere rapidamente le regolamentazioni dell'industria, le restrizioni. La rivoluzione sopprime le corporazioni. Le classi borghesi beneficiano dell'instaurazione dell'uguaglianza e della libertà.
Tutto ciò, però, non giustifica l'interpretazione secondo la quale i principi della Rivoluzione francese sarebbero soltanto il riflesso ideologico dei bisogni concreti delle classi borghesi. Questa aderenza degli aspetti della situazione storica della borghesia alle costruzioni teoriche del tempo è molto significativa ai fini della comprensione deh'aderenza, sempre osservabile nella storia, delle teorizzazioni all'indole, alla mentalità, al carattere del tempo in cui vengono formulate; ma non può giustificare una concezione deterministica, che si crederebbe acuta e astuta, ma sarebbe invece insufficiente.
In realtà, tanto la mentalità della borghesia, che mette in discussione la propria situazione sociale e pretende autonomia e potere, e non soffre piú una posizione subordinata nella vita politica e una posizione impacciata da regole costrittive e limitatrici nella vita economica, quanto le concezioni teoriche le quali vogliono lasciare a ciascuno la possibilità di giudicare il proprio interesse e di regolarsi autonomamente, rispecchiano strettamente il carattere decisamente criticista del pensiero del tempo, che vuole tutto riesaminare e non riconosce autorità che non sia lo stesso pensiero autonomo e porta il centro e la ragione della vita sociale nell'individuo.
Comunque, questa corrispondenza degli ideali principi a bisogni concreti di una categoria sociale, non toglie niente al valore ideale dei principi stessi. Sempre, nella storia, che è storia degli uomini, i principi sono affermati da uomini e fatalmente, per l'unità viva e concreta della vita umana sociale, i principi diventano anche interessi di chi li bandisce ed afferma. Nel caso della Rivoluzione francese, quando di essa si colga il vero valore, che non sta negli episodi insurrezionali e nelle stragi e nemmeno nell'enfasi dei suoi banditori, i principi affermati sono di un cosí profondo significato e di una cosí vasta portata da non poter essere diminuiti nella loro universalità, per il fatto che essi abbiano accompagnato l'ascensione sociale e politica di una categoria di cittadini. E, del resto, questa universalità è apparsa viva e operante in tutta la storia moderna indipendentemente dalla borghesia. La quale in nome degli stessi principi, anche se in opposizione ai suoi interessi, ha veduto ascendere e affermarsi nuove categorie di cittadini, le categorie del quarto Stato.
I principi della Rivoluzione francese - ho detto - hanno avuto una formulazione che noi non possiamo accettare. E difatti in questa formulazione è l'origine e la causa dell'aspetto, che noi consideriamo errato anche se storicamente necessario e inevitabile, preso nella storia moderna dal principio bandito dalla Rivoluzione dell'89.
La formulazione della «Dichiarazione dei diritti dell'uomo» rispecchia, insieme, le ragioni storiche della Rivoluzione e le concezioni del giusnaturalismo allora imperanti nella dottrina e nella cultura.
Le libertà rivendicate dalle coscienze del tempo e consacrate nella «Dichiarazione dei diritti» rivelano un movente e una ragione polemica di contrapposizione, di ribellione, di affrancamento dalla tirannia, che lo Stato esercitava allora sugli individui. La libertà di pensiero, che si rivendica, vuole garantire l'inviolabilità del nuovo spirito, formatosi in contrapposizione all'ordinamento sociale e alle concezioni fino allora vigenti. Di fronte a quee'ordinamento e a quelle concezioni, l'individuo si richiama alla propria natura che respinge una costituzione sociale non piú sentita, anzi contrastante con la sua nuova vita. E in questa natura crede di vedere l'origine e la base dei diritti che rivendica. La natura è assunta come una realtà assoluta, originaria, inviolabile; il diritto naturale diventa la leva, che scardina e frantuma l'ordinamento feudale del privilegio e l'ordinamento assolutistico.
Il diritto naturale, la libertà naturale, richiamati dalla «Dichiarazione dei diritti», vogliono affermare che i diritti dell'individuo sono indipendenti dallo Stato, non derivano dallo Stato; il quale non li pone in essere, ma li riconosce soltanto. L'art. i della Dichiarazione dice infatti: «Gli uomini nascono e vivono liberi ed uguali nei diritti»; e l'art. 2: «Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza ah'oppressione ».
Si afferma, dunque, la priorità del cittadino di fronte allo Stato; si affermano diritti del cittadino anteriori, idealmente e storicamente, allo Stato. Le libertà rivendicate dai principi dell'89 sono libertà dallo Stato, hanno - e noi ne comprendiamo la ragione ~ un valore polemico e negativo nei confronti dello Stato assoluto.

Il pensiero scientifico del secolo diciannovesimo ha poi fatto ragione di questa concezione astratta e nazionalista dell'individuo e del diritto, chiarendo come non sia concepibile un individuo prima dello Stato e un diritto senza un'organizzazione sociale, cioè senza un ordinamento giuridico, cioè senza uno Stato.

Ma intanto dilagavano nell'Europa e nel mondo i principi dell'89, determinando un periodo di storia fra i piú vivi e importanti dell'umanità, ma anche dando a quel periodo, nel tono della politica e degli ordinamenti costituzionali, lo stesso colore, facendo concepire a tutti quella libertà che tiene conto soltanto dei cittadini e non anche dello Stato, facendo, anzi, concepire la libertà dei cittadini come un'ostilità verso lo Stato, una gelosa difesa e affermazione dell'indipendenza dallo Stato. t il colore di tutti gli ordinamenti costituzionali moderni, modellati sulle primissime costituzioni statuite sotto la diretta influenza della «Dichiarazione dei diritti», e strappate dai popoli ai monarchi appunto per la diffusione dei principi dell'89. E ne è conseguito il feticismo per le carte costituzionali, che ancora recentemente ha costituito un elemento di resistenza per le statuizioni che il Fascismo ha voluto fare in nome del suo spirito; il feticismo per le guarentigie della libertà, per la divisione dei poteri. Istituzioni tutte giustificate, allora, quando si dovevano porre limiti materiali e difficoltà pratiche al prepotere e all'arbitrio dell'autorità, ma che erano superflue, quando poi erano diventate coscienza giuridica universalmente sentita e costume politico che nessuno piú avrebbe ostacolato, diventati presupposto comune di tutti i partiti.
Tutte le organizzazioni politiche, tutti gli ordinamenti statali di tipo liberale hanno questo vizio d'origine: di presupporre allo Stato l'individuo, e di considerare l'ordine giuridico non come la forma in cui si- realizza la vita dell'uomo sociale, la forma nella quale l'individuo celebra la sua essenza di uomo sociale, ma come il sistema dei limiti che difendono il cittadino dallo Stato. t perciò che lo Stato liberale è andato degenerando in una atomistica astratta democrazia, astratta perché poggiante su astratti individui; è perciò che, non ostante l'arricchimento e il complicarsi della vita sociale, sempre piú piena e complessa, lo Stato restava immobile e lontano, per non invadere la vita dei singoli.

Ma il semplicismo delle concezioni dell'89, come non impedì affatto che queste concezioni si affermassero nella vita storica e costituissero il lievito di tanta storia, pur avendo provocato un'organizzazione politica e giuridica fatalmente destinata ad essere corretta e richiamata ai principi, cosí non deve farci misconoscere le intuizioni ben diversamente fondate e realistiche che venivano alla luce sotto quella formulazione ingenua e scientificamente inadeguata.
Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la Rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell'umanità, perché è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l'afferma dinanzi al mondo. Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore, e si vuole rendere ragione criticamente di tutto e vuole costruire da sé la propria storia, non poteva tardare ad abbattere le vecchie impalcature e ordinare la società secondo i nuovi valori.
La Rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano. La retorica libertaria, i feticismi democratici, le bravate giacobine, le fissazioni liberali, le noiose prediche e le infantili dichiarazioni di fede agli immortali principi, che hanno aduggiato la storia moderna, ci hanno fatto ridere; ma in sede di storia e di critica, senza retorica ma anche senza inutili furori iconoclasti o propositi di ritorsioni o di dispetti, noi possiamo riconoscere il grande valore ideale che nella storia moderna ha la Rivoluzione francese.
Riconoscerlo per domandare poi subito allo Stato liberale come ha amministrato questo patrimonio ideale, come ha attuato il principio del quale si attribuiva la potenza distruttrice. Noi sappiamo già che lo Stato liberale ha lasciato disperdere il vigore costruttivo della concezione fondamentale della Rivoluzione, secondo la quale il cittadino è padrone del proprio destino e costruisce la propria vita sociale, cioè la propria organizzazione statale.
Evidentemente lo Stato liberale-democratico della storia moderna ha rappresentato uno stadio per il quale doveva necessariamente passare la concezione politico-giuridica della Rivoluzione. Ma noi possiamo affermare che codesto Stato liberale-democratico è una deviazione, non è ancora l'attuazione di questa concezione; è una deviazione causata dal modo in cui sono apparsi e hanno valso nella storia i principi nuovi, dall'impronta giusnaturalistica astratta che essi hanno avuta.
Ma quella che è stata detta la «conquista» della coscienza moderna, è davvero una conquista, se consiste nella costruzione che l'individuo fa nella propria coscienza ponendo in essere lo Stato. Il significato storico della Rivoluzione francese è proprio la costituzione dello Stato che larghi strati di cittadini sentivano nella propria coscienza. La libertà che i rivoluzionari rivendicavano non voleva essere un mero punto d'arrivo nel quale fermarsi per godere una nullistica facoltà di agire a proprio piacere, ma proprio la conquista della possibflità di darsi una forma, di darsi una legge, di farsi il proprio Stato, di farsi Stato. E il profondo significato della Rivoluzione è proprio questo: l'individuo vuole diventare Stato, afferma la propria capacità a costituirsi come Stato.
Ma questo non significa, certo, accamparsi ai margini di un ente isolato e impotente, secondo l'aspetto che il liberalismo dà al suo Stato, ma significa anzi per l'individuo darsi tutto per quest'opera, realizzarsi nella forma statale, identificarsi con lo Stato, esistere nello Stato, con lo Stato, per lo Stato.
Il liberalísmo è, dunque, uno stadio forse necessario e inevitabile, ma certo non può essere lo stadio d'arrivo, di completa realizzazione dei principi dell'89.
La strada che lo spirito moderno ha iniziata affermando questi principi deve essere percorsa fino in fondo, per attuare tutto il loro vigore e realizzare tutto il loro significato. L'individuo è padrone della sua storia e autore dello Stato, e deve coincidere completamente con esso: non piú sottoposto ad un potere eteronomo, non piú soggetto passivo di uno stato estraneo e perciò despota, deve, una volta costituito il proprio Stato, realizzarsi tutto in esso e coincidere come con la sua forma.

La conclusione e la soluzione esauriente dei principi dell'89 è dunque uno Stato in cui si realizzi davvero e completamente tutta la vita del cittadino, in cui il cittadino trovi e componga davvero la sua personalità morale, in cui trovi una regolamentazione effettiva e totale della sua vita. Lo Stato liberale è una forma vuota che non serve al cittadino. Questo ha affermato, invece, come proiezione della sua coscienza autonoma e padrona di sé, uno Stato che sia la sua forma sostanziale, uno Stato che sia lo strumento e la mèta, al tempo stesso, della sua vita storica.
Ma questo è lo Stato che il Fascismo ha concepito e attuato; lo Stato Corporativo, che è, dunque, davvero, lo sbocco fatale della storia moderna, la forma che, sola, possa racchiudere la vita moderna.
Non sembri paradossale o sforzata la conclusione a cui un sereno esame della storia moderna ci conduce. Lo Stato Corporativo, lo abbiamo dichiarato piú volte, è la sola soluzione dei problemi della vita contemporanea, e la forma verso cui anela la sostanza sociale del mondo moderno: esso deve, dunque, fatalmente essere l'erede e l'assuntore di tutta la storia moderna che nel suo tono politico e negli ordinamenti giuridici è una conseguenza della Rivoluzione francese."
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Aldebaran




Registrato: 17/09/08 22:44
Messaggi: 85

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 11:17 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Scusate, vorrei capire una cosa.
Questo è il programma dei fasci di combattimento del 1919:
Italiani! Ecco il programma di un movimento genuinamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico; fortemente innovatore antipregiudiziaiolo. Per il problema politico noi vogliamo:



a) suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.

b) Il minimo di età per gli elettori abbassato a 18 anni; quello per i deputati abbassato a 25 anni.

c) L'abolizione del Senato.

d) La convocazione di una assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.

e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell'industria, dei trasporti, dell'igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.

f) L'elezione popolare di una magistratura indipendente dal potere esecutivo.



PER IL PROBLEMA SOCIALE, NOI VOGLIAMO:

a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.

b) Minimi di paga.

c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria

d) L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie e servizi pubblici.

e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.

f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.



PER IL PROBLEMA MILITARE, NOI VOGLIAMO:

a) L'istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione a compito esclusivamente difensivo e il disarmo generale.

b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.

c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione italiana nel mondo.



PER IL PROBLEMA FINANZIARIO, NOI VOGLIAMO:

a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.

b) Il sequestro (confisca) di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.

c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell'85% per cento dei profitti di guerra.

d) La gestione cooperativa della produzione agricola e la concessione della terra ai contadini.

(«II popolo d'Italia», 6 giugno 1919)

Ora quello che voglio chiedervi è questo; come mai un programma così eccellente, straordinariamente progressista e di autentica rivoluzione morale, sociale, economica e culturale rimase sostanzialmente lettera morta nei 20 anni abbondanti di dittatura fascista (e in gran parte anche nella RSI)? Non ne capisco le ragioni, Mussolini negli anni trenta ormai aveva un sufficiente controllo dei gangli dello stato e dei poteri forti del paese che gli avrebbe permesso di attuare questo straordinario programma, ma non lo fece MAI. Perché? Confused
Da questa mia perplessità si possono probabilmente spiegare le perplessità e le insoddisfazioni di tutta la cosiddetta "sinistra fascista" (Giani, berto Ricci, Ugo Spirito, ecc) e di Bottai per l'istituzionalizzazione e l'incancrenirsi del regime nel ventennio.

P.S. Ho trovato in rete anche queste altre cose molto interessanti:

"Nell'adunata del 23 marzo, Mussolini si dichiarava pronto a sostenere energicamente le rivendicazioni materiali e morali delle associazioni dei combattenti, si opponeva all'imperialismo degli altri popoli a danno dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a danno degli altri popoli, accettando i postulati della Società delle Nazioni, che presupponevano l'integrazione di ciascuna nazione, integrazione che per l'Italia comprendeva Fiume e la Dalmazia, e impegnando i fascisti a sabotare le candidature dei neutralisti di tutti i partiti.
Vennero formulate altre proposte, tra le quali: la Costituente Nazionale, quale sezione italiana della Costituente Internazionale dei Popoli (formula presa dall'Unione Nazionale del Lavoro); una Repubblica Italiana con autonomia comunale e regionale; il suffragio universale uguale per ambo i sessi e il referendum popolare con diritto di veto e di iniziativa; l'abolizione del Senato, dei titoli di casta, della polizia politica, della coscrizione obbligatoria, la libertà di pensiero e di coscienza, di religione, di associazione, di stampa, di propaganda; la funzione dello Stato limitata alla direzione nazionale civile e politica; lo scioglimento delle società anonime; la soppressione di ogni speculazione borsistica e bancaria; il censimento e il prelevamento delle ricchezze; la confisca dei redditi improduttivi; il pagamento dei debiti del vecchio stato da parte degli abbienti; la giornata lavorativa di otto ore; la partecipazione dei lavoratori agli utili; la terra ai contadini; l'affidamento della gestione dei servizi pubblici a sindacati di tecnici e di lavoratori; il disarmo generale e il divieto di fabbricare armi da guerra, l'abolizione della diplomazia segreta, una politica internazionale ispirata all'indipendenza e solidarietà dei popoli."
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 12:27 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Perchè la Rivoluzione fascista è una Rivoluzione Permanente, Graduale, che si realizza dopo un lungo processo di costruzione. In realtà la critica che muovi è preconcetta, perchè basata su ciò che la democraticissima repubblica antifascista ha inculcato da 60 anni a questa parte. Questo preconcetto vuole un "fascismo delle origini" soffocato dal Governo ventennale e poi riscattatosi durante la breve stagione rivoluzionaria della RSI. La realtà è completamente diversa.
Posto in atto che l'obiettivo della Rivoluzione era quello di addivenire alla realizzazione PIENA E INTEGRALE dello Stato Etico Corporativo, chiariamo subito che il processo, lungo e graduale, era stato brillantemente suddiviso da Mussolini in "tempi". "Tempo secondo" si intitolò un editoriale di Mussolini sulla rivista "Gerarchia" poco dopo la marcia su Roma (1 gennaio 1923).
Affermò che "la Rivoluzione fascista è entrata nel suo secondo tempo. Nel primo le forze nuove si sono sostituite alle vecchie nel possesso della macchina statale (...). La rivoluzione fascista non demolisce tutta intiera e tutta in una volta quella delicata e complessa macchina che è l'amministrazione di un grande Stato: procede per gradi, per pezzi (...). La rivoluzione fascista può prendere a suo motto: nulla dies sine linea".
Come puoi leggere in queste poche righe estratte dall'articolo mussoliniano, il Duce agiva con coscienza lucida, ferma e decisa.
Se avesse distrutto d'un colpo la macchina statale sarebbe accaduto ciò che era successo in Russia: INVOLUZIONE!
Di contro il Fascismo intendeva addivenire al suo Modello solo dopo un lungo e graduale processo di costruzione e trasformazione (si chiama "Rivoluzione continua o permanente").
Lo stesso Giuseppe Bottai, che citi, affermò a chiare lettere: "NOI NON SIAMO AL POTERE PERCHE' ABBIAMO FATTA LA RIVOLUZIONE, NOI SIAMO AL POTERE PERCHE' DOBBIAMO FARE LA RIVOLUZIONE".
Un esempio: la Camera dei Fasci e delle Corporazioni non fu creata che nel 1939! Dopo 17 anni dalla marcia su Roma. Quindi il programma non rimase "lettera morta" ma era ancora in fase di applicazione quando eventi militari esterni determinarono il crollo del Regime.
Poi, è logico che vi fossero dei fascisti insoddisfatti o "perplessi". I fascisti rivoluzionari infatti desideravano compiere la Rivoluzione immediatamente, ma ciò non era fattibile. Bisognava agire secondo tempi e modi programmati, onde imprimere una trasformazione che poggiasse su solide basi politiche e istituzionali, e non di facciata.
Ti consiglio di leggere quì:

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!


Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!


Ultima modifica di AquilaLatina il Dom Ott 12, 2008 12:38 pm, modificato 1 volta in totale
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 12:36 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Tra l'altro voglio aggiungere che, se leggessi attentamente il programma di San Sepolcro, noteresti che buona parte di quanto scritto è stato pienamente realizzato dal Regime.
Dalle 8 ore di lavoro all'affidamento alle organizzazioni proletarie della gestione delle industrie e delle imprese (sia trasformando gli operai in "produttori", quindi co-partecipi della Gestione, sia con la legge della Socializzazione).
Concludo con un estratto di un articolo pubblicato su "Il Giornale di Roma", che trovi in uno dei link che ti ho invitato a leggere.

"Dalla Russia ci viene un esempio d'una rivoluzione che cammina a ritroso. La rivoluzione russa sta subendo un processo di involuzione. Ha cominciato con una distruzione totale, e deve ricostruire, giorno per giorno, ciò che ha distrutto. All'affermazione integrale succede una graduale autonegazione. La rivoluzione-catapulta si trasforma in rivoluzione-gambero.
Il Fascismo, che ha, tra gli altri, il merito di sostanziare in sé esperienze del passato e di svilupparle secondo un piano logico, non poteva mettere la sua rivoluzione sul punto di subire il medesimo scacco. Così, mentre il suo svolgimento è stato misurato per tempi e inquadrato nei duri limiti delle circostanze, ha subito imbrigliata la sua rivoluzione per regolarne il passo".
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Aldebaran




Registrato: 17/09/08 22:44
Messaggi: 85

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 12:50 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Mah, a me pare che le corporazioni del ventennio tutto siano, meno che l'espressione di un'autentica partecipazione dei lavoratori ai processi produttivi e gestionali dell'impresa e dell'economia nazionale.
Mi sono andato a leggere in rete tutte le leggi del corporativismo fascista del ventennio che ho trovato (quella del 1926, quella del 1930, quella del 1931, quella del 1934 etc.) e ho sempre avuto la riconferma che tutte le cariche che contavano veramente dei rappresentanti dei lavoratori e dei produttori erano nominati dal governo, cioè dal partito fascista, quindi erano in sostanza dei burocrati di partito.
A questo punto mi dovete spiegare dove stava il potere decisionale e la forza contrattuale del mondo dei lavoratori rispetto ai padroni, che fossero questi gli industriali o la nomenklatura fascista.

P.S. Bottai più volte, soprattutto negli ultimi anni del ventennio, si lamentò del fatto che il progetto corporativo era sostanzialmente fallito perché mai realizzato nel suo autentico significato.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 43
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2588
Località: Palermo

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 1:28 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Torno a ripetere che se non si comprende qual'é il punto di vista della visione ideologica fascista in merito al corporativismo non si potrà riuscire a comprenderne il valore quale mezzo nella realizzazione di una visione etico spirituale dell'Uomo e della società. E' importante porre in risalto in primis la valenza mistico-etica del concetto di Stato presente nel fascismo, senza la quale ovviamente qualsiasi costruzione politico-sociale rischia comunque di tradursi in una perenne lotta economica fra rispettivi egoismi di casta o categoria, cosa che non é ipotizzabile nello Stato fascista. La questione era ben chiara allo stesso Mussolini, altrimenti non si spiegherebbe perché la nuova camera, varata soltanto nel 1939 dopo anni di nuove riforme sociali e politiche, fosse appunto dei Fasci e delle Corporazioni, e non fosse assolutamente elettiva ma vi si accedesse in automatico facendo carriera all'interno delle rispettive sezioni, quelle provenienti dal mondo del lavoro e quelle provenienti dal Partito. E quì un particolare non dovrebbe mai essere dimenticato, ovvero come il Partito sempre più pervasivamente permeasse dei propri valori la vita del nuovo Stato e dunque di tutti gli italiani tramite le sue organizzazioni, da quelle padronali a quelle dei lavoratori di tutte le categorie a quelle ricreative etc. etc., considerando poi come esso stesso andasse configurandosi sempre più, coerentemente con la svolta totalitaria intrapresa nella seconda metà degli Anni trenta, come "ordine di credenti e combattenti", allora si potrà avere forse una visione più realistica del processo politico messo in moto dal fascismo, invero appena all'inizio dellla sua dura missione. Per avere una visione storica di insieme di tale particolare determinante ti consiglio di leggere attentamente tale documento, sul quale poi naturalmente potremo discutere.

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Aldebaran




Registrato: 17/09/08 22:44
Messaggi: 85

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 1:50 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Marcus ha scritto:
Torno a ripetere che se non si comprende qual'é il punto di vista della visione ideologica fascista in merito al corporativismo non si potrà riuscire a comprenderne il valore quale mezzo nella realizzazione di una visione etico spirituale dell'Uomo e della società. E' importante porre in risalto in primis la valenza mistico-etica del concetto di Stato presente nel fascismo, senza la quale ovviamente qualsiasi costruzione politico-sociale rischia comunque di tradursi in una perenne lotta economica fra rispettivi egoismi di casta o categoria, cosa che non é ipotizzabile nello Stato fascista. La questione era ben chiara allo stesso Mussolini, altrimenti non si spiegherebbe perché la nuova camera, varata soltanto nel 1939 dopo anni di nuove riforme sociali e politiche, fosse appunto dei Fasci e delle Corporazioni, e non fosse assolutamente elettiva ma vi si accedesse in automatico facendo carriera all'interno delle rispettive sezioni, quelle provenienti dal mondo del lavoro e quelle provenienti dal Partito. E quì un particolare non dovrebbe mai essere dimenticato, ovvero come il Partito sempre più pervasivamente permeasse dei propri valori la vita del nuovo Stato e dunque di tutti gli italiani tramite le sue organizzazioni, da quelle padronali a quelle dei lavoratori di tutte le categorie a quelle ricreative etc. etc., considerando poi come esso stesso andasse configurandosi sempre più, coerentemente con la svolta totalitaria intrapresa nella seconda metà degli Anni trenta, come "ordine di credenti e combattenti", allora si potrà avere forse una visione più realistica del processo politico messo in moto dal fascismo, invero appena all'inizio dellla sua dura missione. Per avere una visione storica di insieme di tale particolare determinante ti consiglio di leggere attentamente tale documento, sul quale poi naturalmente potremo discutere.

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!

Sono daccordo con te, ma è proprio questo che contesto; io in un rapporto di dialettica con il mio datore di lavoro voglio essere un cervello pensante e non agire in base all'indottrinamento di partito o dipendere dalla volontà e dalle strategie del partito, come è stato nel ventennio.
Quello che volevo far notare nel mio primo intervento è che il fascismo di san sepolcro non sosteneva quello che poi si è realizzato nei vent'anni di regime fascista, cioè la presenza totalitaria e totalizzante del partito che diventa stato all'interno di tutti i gangli della vita della nazione italiana, ma l'esatto contrario, tutto qui.
Lo stato a mio giudizio non deve essere una struttura totalizzante di carattere mistico etico, ma uno strumento al servizio del cittadino diretta emanazione del cittadino e che quindi vive in funzione del cittadino; lo stato mistico-etico è l'esatto opposto di questo.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Dvx87




Registrato: 04/04/06 07:04
Messaggi: 2336

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 2:14 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Al di la delle motivizioni ideologiche, ben presentate da avanguardista, ovvero il fatto che gli stessi fascisti vedano la rivoluzione come un qualcosa di progressivo nel tempo, cercherò, a livello politologico, di farti capire cosa accadde in quel periodo.

L'intento di Mussolini era quello di riformare il socialismo secondo le dottrine corporative. Egli cercò, inizalmente appoggi, negli stessi luoghi e nelle stesse persone dove trovò appoggi quando era socialista. Lo scontro con il PSI era, però impari, in quanto quest'ultimo aveva mezzi di divulgazione decisamente superiori.
Così mussolini cercò e trovò appoggio tra i contadini (qui per contadini si intendono coloro che possedevano piccole proprietà terriere a conduzione familiare).
Furono questi contadini a finanziare il fascismo: l'incontro tra cultura contadina e ideologia fascista portò a una prima modificazione di atteggiamenti (non di ideologia) ovverò la rivoluzione avrebbe dovuto essere attuate in modo diverso dalla via insurrezionale (i contadini sono notoramente diffidenti alle insurrezioni ideologiche). L'ideologia fascista poteva tranquillamente scegliere di propagandare il suo messaggio ai contadini perchè, non essendo il fascismo classista, il messaggio rivoluzionario rimane aperto a chiunque.

a questo punto i socialisti si erano ormai appiattiti su posizioni leniniste e Mussolini sapeva benissimo che era necessario contendere a loro la piazza. Le piazze, nel periodo del biennio rosso, erano controllate manu militari dai socialisti e mussolini decise di contedere questo primato ai socialisti: nacque lo squadrismo.
Le squadre fasciste fecero comodo a personaggi ben più altolocati dei contadini e così il fascismo guadagnò finanziatori tra la borghesia. Querst'ultima, tuttavia, intendeva utilizzare il fascismo per i suoi fini (riportare l'ordine) per poi spazzarlo via poichè ne temeva la matrice rivoluzionaria comunque sempre presente.

Nonstante tutto ciò e nonostente le alleanza politiche del '22, Mussolini non finì mai di intrattenere rapporti con qui socialisti disponibili al dialogo: dopo gli schiaccianti successi ottenuti, Mussolini cerò di trattare con i socialisti per un accordo di governo che gli avrebbe garantito, oltre che un consenso plebiscitario, anche di eliminare i partiti "conservatori" e magari pure i savoia di cui aveva poca stima.
Talle accordo, sebbene nell'aria, finì per saltare a causa del caso Matteotti.
Mussolini si è sempre proclamato innocente ma, ad ogni modo, le conseguenze di quel delitto inasprirono i rapporti con i socialisti che non furono più disponibili al dialogo. Stretto tra du fuochi (i socialisti ostili ed i conservatori che volevano libersrsi di lui), Mussolini dichiarò la dittatura e si impadronì del potere.

La dittautura fu qualcosa di improvvisato e costrinse mussolini ad agire nel seguente modo: cercare di costruire uno stato etico corporativo nel contesto di uno stato autoritario.
Quindi, per farla breve, in italia si cercò di fare una "rivoluzione dall'alto" di tipo graduale. La gradualità è dovuta sia ad elementi ideologici che pratici: per pratici intendo il fatto che uno stato autoritario ha degli equilibri e che il capo deve sapersi destreggiare all'interno di questi equlibri.
Mussolini guadagnò progressivamente potere nel corso degli anni '30 e potè permettersi di osare sempre di più: vediamo così comparire il fiduciario di fabbrica (primo passo verso la socializzazione) e poi la camera delle corporazioni al posto della camera dei deputati.
Altra cosa da segnalare è la scarsa fiducia di mussolini nei confronti della classe dirigente con cui aveva a che fare: egli era convinto che i giovani sarebbero stati il futuro del regime e che la rivoluzione fascista avrebbe potuto completarsi solo nel futuro. Ecco perchè l'istruzione aveva una importanza fondamentale: da lì sarebbe sorta la nuova classe dirigente.
Quaindi la risposta alla tua domanda è che il programma del 1919 venne realizzato solo parzialmente perchè mussolini stava procedendo alla graduale applicazione di quel programma. Tale realizzazione avrebbe potuto completarsi solo ne futuro: ricordati sempre che non stiamo parlando solo di riforme economiche e istituzionali ma, sopratutto, di un cambiamento a livello di pensiero e di società (quindi per forza di cose graduale e lento).
Mussolini aveva un ampio consenso alla fine degli anni '30 ma non credeva di essere ancora arrivato al punto di poter applicare integralmente il corporativismo sia perchè gli mancava una classe dirigente adatta sia perchè il livello di istruzione medio era ancora basso. Cominciò a fare i primi passi concreti ma tutto rimase, fondamentalmente, controllato dall'alto.
Riguardo la repubblica sociale, ti invito a leggere questo progetto costituzionale molto illuminante.
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Dvx87




Registrato: 04/04/06 07:04
Messaggi: 2336

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 2:29 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Aldebaran ha scritto:
Marcus ha scritto:
Torno a ripetere che se non si comprende qual'é il punto di vista della visione ideologica fascista in merito al corporativismo non si potrà riuscire a comprenderne il valore quale mezzo nella realizzazione di una visione etico spirituale dell'Uomo e della società. E' importante porre in risalto in primis la valenza mistico-etica del concetto di Stato presente nel fascismo, senza la quale ovviamente qualsiasi costruzione politico-sociale rischia comunque di tradursi in una perenne lotta economica fra rispettivi egoismi di casta o categoria, cosa che non é ipotizzabile nello Stato fascista. La questione era ben chiara allo stesso Mussolini, altrimenti non si spiegherebbe perché la nuova camera, varata soltanto nel 1939 dopo anni di nuove riforme sociali e politiche, fosse appunto dei Fasci e delle Corporazioni, e non fosse assolutamente elettiva ma vi si accedesse in automatico facendo carriera all'interno delle rispettive sezioni, quelle provenienti dal mondo del lavoro e quelle provenienti dal Partito. E quì un particolare non dovrebbe mai essere dimenticato, ovvero come il Partito sempre più pervasivamente permeasse dei propri valori la vita del nuovo Stato e dunque di tutti gli italiani tramite le sue organizzazioni, da quelle padronali a quelle dei lavoratori di tutte le categorie a quelle ricreative etc. etc., considerando poi come esso stesso andasse configurandosi sempre più, coerentemente con la svolta totalitaria intrapresa nella seconda metà degli Anni trenta, come "ordine di credenti e combattenti", allora si potrà avere forse una visione più realistica del processo politico messo in moto dal fascismo, invero appena all'inizio dellla sua dura missione. Per avere una visione storica di insieme di tale particolare determinante ti consiglio di leggere attentamente tale documento, sul quale poi naturalmente potremo discutere.

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!

Sono daccordo con te, ma è proprio questo che contesto; io in un rapporto di dialettica con il mio datore di lavoro voglio essere un cervello pensante e non agire in base all'indottrinamento di partito o dipendere dalla volontà e dalle strategie del partito, come è stato nel ventennio.
Quello che volevo far notare nel mio primo intervento è che il fascismo di san sepolcro non sosteneva quello che poi si è realizzato nei vent'anni di regime fascista, cioè la presenza totalitaria e totalizzante del partito che diventa stato all'interno di tutti i gangli della vita della nazione italiana, ma l'esatto contrario, tutto qui.
Lo stato a mio giudizio non deve essere una struttura totalizzante di carattere mistico etico, ma uno strumento al servizio del cittadino diretta emanazione del cittadino e che quindi vive in funzione del cittadino; lo stato mistico-etico è l'esatto opposto di questo.


Scusa ma noto solo ora la tua risposta visto che ci ho messo parecchio a scrivere l'altra.
Sono sostanzialmente d'accordo con te riguardo il carattere tendenzialmente burocratico del regime ma penso anche che il progetto del 1919 fosse difficalmente applicabile in maniera diretta nella società degli anni 20 e 30. Quel progetto richiede, oltre che un alto livello di istruzione, anche una certa coscienza sociale completamente assente in quel periodo. Forse è per questo che si scelse la via dirigistica per realizzare, nel futuro, uno stato corporativo integrale.

Ti consiglio comunque di leggere il libro "Identità Fascista" magari li si capisce meglio...
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Giovanni




Registrato: 30/06/08 08:52
Messaggi: 649
Località: Como

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 2:31 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

come hanno fatto marcus e Dux87 poco fa, anche Buchignani mette in risalto che nel fascismo, al tempo del massimo consenso, le concezioni di Mussolini e della cosiddetta "ala rivoluzionaria" divergevano principalmente per una diversa modalità attuativa, ma non per i fini.
I cosiddetti "rivoluzionari" (o, come vengono definiti dall'autore "i fascisti rossi", o "i fascisti di sinistra") volevano realizzare la riforma sociale immediatamente, mentre per Mussolini (e le ragioni sono state chiaramente esposte sopra) la priorità era la riforma culturale e morale e fu per questo che rinviò più volte quella sociale.
Inutile sottolineare però che il fine per tutti era il medesimo. In quest'ottica l'accusa mossa a Mussolini di non aver voluto la realizzazione della riforma sociale non è corretto ed è ingiusto. Non dimentichiamo che pure per i cosiddetti "fascisti rossi" (termine da loro utilizzato dopo la guerra per definirsi ) Mussolini fu sempre considerato un rivoluzionario autentico che non pensò mai di usare il potere per i propri interessi, personali o di partito.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Dom Ott 12, 2008 2:41 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Sottoscrivo gli interventi di Marcus e Dvx87.

Citazione:
Lo stato a mio giudizio non deve essere una struttura totalizzante di carattere mistico etico, ma uno strumento al servizio del cittadino diretta emanazione del cittadino e che quindi vive in funzione del cittadino; lo stato mistico-etico è l'esatto opposto di questo.


Lo Stato non è un "instrumentum regni" o un mezzo contrattualistico come vogliono i giusnaturalisti. Lo Stato Etico Fascista è Totalitario perchè il Popolo si identifica con lo Stato e trova la sua piena e integrale total-unitaria realizzazione e libertà solo all'interno dello Stato.
<<Il Popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo Spirito del Popolo, nel concetto fascista il Popolo è Stato e lo Stato è Popolo>> disse Mussolini. Lo Stato è il principio Unificante senza il quale ci sarebbe la polverizzazione individualistica della società (vedasi società democratiche o presunte tali).

Citazione:
P.S. Bottai più volte, soprattutto negli ultimi anni del ventennio, si lamentò del fatto che il progetto corporativo era sostanzialmente fallito perché mai realizzato nel suo autentico significato.


Bottai non si lamentò del fatto che il Corporativismo fosse fallito (perchè non è mai fallito) ma della sua mancata applicazione. Il che è diverso.
Tra l'altro Bottai scrisse nel dopoguerra che il Fascismo fu "fallimento d'uomini non di principi", ribadendo che la giustezza dell'Idea, a prescindere dalla sua realizzazione perfetta, parziale o mancata.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ore
Vai a pagina Precedente  1, 2, 3, 4, 5  Successivo
Pagina 3 di 5

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum





Associazione Culturale Apartitica- 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2006