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Origini e dottrina del Fascismo: un'Idea UNICA!
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:36 pm    Oggetto:  Origini e dottrina del Fascismo: un'Idea UNICA!
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Camerati!
Sento il bisogno di sintetizzare le Origini e la Dottrina del Fascismo. Questo perché il Fascismo troppo spesso è “accettato” nelle varie forme che l’”ufficialità” gli affibbia. Ma nessuno si cura di verificare quale sia la SUA propria identità. Il fatto stesso che dalla “ufficialità” escano frotte di identità, dovrebbe far riflettere. Se ci pensate bene, queste identità vanno a soddisfare le singole concezioni di tutte le tendenze! C’è un fascismo reazionario, capitalista, violento che soddisfa gli avversari. C’è un fascismo antisocialista che soddisfa tutti quelli che sono antisocialisti, indipendentemente se questi ultimi siano liberali, monarchici, filoamericani, ecc,ecc,ecc. Per questo fascismo la componente antisocialista è l’unica componente “ideologica”, è ovvio! Quindi, dovunque c’è un “antisocialismo” c’è un fascismo! Qui la soddisfazione di “questi” fascisti fa il paio con quella degli avversari che trovano la conferma della “reazione”!
C’è un fascismo, invece, che è socialista! Tale fascismo soddisfa quelli che lo vogliono come un socialismo soffocato dal governo ventennale! C’è un fascismo monarchico! Tale fascismo è un partito Sabaudo! C’è un fascismo Repubblicano dicannovista e un fascismo repubblicano quarantatreista ! Quest’ultimo indicato dai “fascisti socialisti”!
C’è infine un fascismo razzista, nazistoide e celtico che mette insieme i radicalisti di destra di tutte le risme.
Insomma c’è un bordello!
In questo caos primordiale, nessuno (a livello dirigenziale, s’intende) che si sia dato pena di tracciare una linea netta sull’identità e sulla ideologia fascista! Ovvio che la confusione ha sempre fatto comodo ai nostri avversari, che ci sguazzano tutt’ora dentro; ma i nostri dirigenti? Che hanno fatto? NIENTE! NIENTE DI NIENTE! Voi ricordate scuole politiche nei partiti fascisti (o pseudo tali) post bellici? Voi ricordate una scuola formativa, una cultura di base fornita dal MSI ai militanti e futuri dirigenti? Voi ricordate biblioteche ideologiche e politiche all’interno delle sezioni del MSI che non siano quelle imposte dal radicalismo di destra moderno? Mi chiedo: può un fascista del MSI pestare il filosofo e l’ideologo, Giovanni Gentile, PADRE del fascismo assieme a Mussolini a favore di Giulio Evola ???????????????
Bene da questo è nato un vero bordello ideologico. Un miscuglio, un brodo primordiale identitario da far venire i capelli bianchi e la pelle d’oca!
Una disgregazione di cui godono come pochi i nostri avversari! Certo perché al nostro stesso interno siamo divisi e in lotta! Perché ogni fascismo vuole avere la patente di “VERO” fascismo!

In questa discussione inserirò, in sintesi (per ovvie ragioni) le origini e la dottrina del fascismo. Mostrerò la coerenza AGGHIACCIANTE di un’ideologia che si poggia su saldi principi e non su un rozzo pragmatismo.
L’idea fascista si poggia su basi solide e lontane nel tempo. Tali basi si sviluppano dal sindacalismo rivoluzionario Soreliano al socialismo revisionista e idealista (quindi non più socialismo inteso come marxismo ma socialismo inteso come dottrina politica sociale) di Peguy!
Da queste basi, in Italia, il Sorelismo subisce un’ulteriore revisione ad opera di quelli che lo hanno sposato. Mussolini in primis, Panunzio, Olivetti, e via di seguito. Il sindacalismo rivoluzionario soreliano diventa SINDACALISMO NAZIONALE!
Corridoni ne è un esponente e Mussolini lo elabora in mezzo alle bombe e alle trincee! Con la sua voce: “Il Popolo D’Italia”!

Inizierò coll’inserire articoli ideologici del Popolo D’Italia! Il giornalismo, nelle costruzioni ideologiche, è determinante. I giornali, le riviste, sono sempre stati la voce delle idee. Tutti i più grandi movimenti ideologici si sono sviluppati attorno ad un Giornale. Anche in campo letterario abbiamo esempi del genere. Prendiamo la rivista “Sturm und drang”, attorno alla quale nacque il Romanticismo; oppure “Le Decadent”, che diede voce al decadentismo europeo o “le symboliste”.

Chiarita l’importanza ideologica del giornalismo Mussoliniano, l’inserimento avrà un carattere cronologico crescente. Tutti i documenti, presi come sintesi di un pensiero articolato in moltitudini di fatti e teorie, mostrano la coerenza e la logica impressionante del fascismo prima movimento e poi regime e forma di governo!
Questo smentisce le migliaia di identità che si appioppano al nostro disgraziato ideale, che è disgraziato sol perché è stato lasciato in eredità a chi non lo ha difeso e valorizzato!

Iniziamo col primo documento. ATTENZIONE ALLA DATA!

"
IL POPOLO D'ITALIA
DOPO-GUERRA
ANDATE INCONTRO AL LAVORO CHE TORNERA DALLE TRINCEE -9 novembre 1918

Il periodo del dopo-guerra è virtualmente incominciato. La grande vittoria riportata dall'esercito italiano ha fatto precipitare la situazione generale. La guerra può avere ancora qualche sussulto, qualche episodio; può esigere ancora un po' di sangue, ma nessuno può ormai più dubitare che la sua fine non sia vicina, forse anche inmùnente. La pace è «scoppiata», nel senso ch'essa è giunta con una rapidità non prevista. Quattro mesi di vittorie che sono venuti dopo quattro anni di una resistenza magnifica (la qual cosa non bisogna dimenticare), ci hanno concesso di raggiungere la vittoria totale. Siamo al dopo-guerra. Siamo dinanzi ai problemi interni ed esterni del dopoguerra. Non è qui il caso di prospettarli tutti. Ci limitiamo a prendere sonimariamente in esame, nei limiti di uno scritto o di una serie di scritti di giornali, quelli che riguardano il lavoro e le classi lavoratrici.
E’ su questo giornale, ed in tempi che appaiono già lontani, che io ho lanciato e illustrato questa necessità: bisogna dare un contenuto sociale interno alla guerra.
La guerra, io pensavo già nel 1917, non può esaurirsi nel raggiungimento di obiettivi nazionali, obiettivi sacrosanti e riguardo ai quali la mia intransigenza è nota, tanto da farmi tacciare di... imperialista. La guerra deve avere anche un contenuto sociale all'interno. Deve condurre a una elevazione materiale e morale delle masse, a un rinnovamento profondo di tutta la nostra vita nazionale. Per questo il progetto della «terra ai contadini» fu appoggiato su queste colonne. Per questo tutto ciò che, migliorando le condizioni delle masse, aumenta la potenzialità produttiva della nazione e quindi la capacità di espansione e di vittoria nella gara pacifica di domani fra le nazioni del mondo, è difeso e sarà difeso da noi, con assoluto disinteresse, perché noi - e sarebbe forse superfluo ripeterlo - non cerchiamo voti, né stipendi e nemmeno popolarità. La sua formula del 1917 che si riassumeva nel grido: date un contenuto sociale alla guerra!, l'ho ripresa in questi ultimi tempi, con una serie di scritti, da quello del maggio alle ultime «divagazioni», nei quali ho cercato di presentare un sistema di idee, che io chiamerei in sintesi: sindacalismo nazionale. Se nel 1917 mi sembrava urgente di dare un contenuto sociale alla guerra, oggi io lancio questo grido: Andate incontro al lavoro Quando io dico «lavoro» non penso soltanto agli operai che sono rimasti a lavorare nelle officine; ma penso soprattutto ai combattenti, ai lavoratori che per quattro anni hanno combattuto e sofferto; ai lavoratori che donando alla nazione - collo sforzo e il sacrificio anonimo e immenso delle loro masse - la grande sognata vittoria, hanno innalzato il nome d'Italia nella storia e nel mondo. Io penso soprattutto all'esercito dei lavoratori che sono in grigio-verde e che ritorneranno fra poco ai loro focolari.
Bisogna andare incontro a questi meravigliosi proletari delle trincee. Gli archi di trionfo, gli inni, i fiori, tutto ciò va benissimo. Ma non basta. Sotto l'arco di trionfo ci si passa una volta sola e non più. Dimesso il grigio-verde, questi proletari tornerano ad indossare la blusa. E dovranno allora trovare l'Italia tale e quale l'avevano lasciata? Quando io dico che bisogna andare incontro ai combattenti, quelli che stanno in alto mi devono comprendere. Mi rivolgo personalmente a voi, on. Orlando,e a voi on. Nitti; a voi ministri socialisti riformisti Bissolati e Berenini,e a voi tutti deputati del Fascio di Difesa Nazionale. A voi tutti ricordo, in quest'ora, che le promesse devono essere mantenute. E con gesto che non riveli la tirchieria. Con spontaneità. Con larghezza. Con sollecitudine. I proletari che ritorneranno dalle trincee alle officine e ai campi, non sono più quelli di prima. Sono più «grandi». Hanno la coscienza più o meno oscura, di essere stati partecipi di un cataclisma favoloso che non ha precedenti nella storia. Ogni soldato ha una accresciuta dignità di uomo; sente che un'epoca è morta e che un'altra è incominciata. Voi non potete nemmeno tentare di rimettere questi uomini nel quadro politico, economico, spirituale di ieri, perché essi, ingranditi dalla guerra e dalla vittoria, sono portati, naturalmente, a superarlo o a spezzarlo. Ricordo di aver detto altra volta: o uomini del Governo non abbiate paura di essere o parere troppo audaci! Io non posso e non voglio scendere ai dettagli: mi basta oggi segnare le linee generali, per determinare lo stato d'animo necessario onde elaborare le soluzioni concrete. Io dico che nell'immediato dopo-guerra il lavoro umano, nella nazione italiana, deve perdere gli attributi che lo accompagnarono sin qui, nel corso dei secoli: la fatica e la miseria. Perché la nazione prosperi e grandeggi nel mondo, perché la sua figura morale splenda luminosa nella costellazione universale, è necessario che le masse lavoratrici e produttrici non siano dannate a un regime pre-umano, se non anti-umano. Per eliminare dal lavoro l'attributo della fatica e rendere il lavoro stesso un esercizio dei muscoli, una gioia dello spirito, e per rendere possibile l'elevazione dello spirito in masse sempre più vaste di uomini, il che è essenziale ai fini della specie umana, bisogna ridurre la giornata di lavoro. Perché lo Stato italiano, inoltrandosi decisamente sulla via delle innovazioni radicali, non stabilisce che col primo gennaio 1919, la giornata di lavoro per tutte le aziende pubbliche e private sia limitata a nove ore? E che cosa impedisce di stabilire che detta giornata col l' gennaio del 1920 sia ridotta a otto ore soltanto? Lo Stato non è già «intervenuto» in ciò che riguarda il lavoro delle donne e dei fanciulli, il lavoro notturno, gli infortuni, ecc.? Perché la così detta legislazione sociale non andrebbe più in là? Quali e dove sono gli ostacoli? Il postulato delle otto ore di lavoro è maturo. Sta nella pienezza dei tempi. La nazione italiana deve andare incontro ai combattenti, cioè ai proletari, che ritorneranno con questa parola: d'ora innanzi, voi lavorerete da uomini, non più da schiavi. Tolto così al lavoro l'attributo della fatica, bisognerà togliere l'altro, quello della miseria. Qui possono e debbono entrare in gioco tre forze; lo Stato, gli industriali, i sindacati operai. Io credo che il sistema dei minimi di paga possa trovare un'applicazione immediata o quasi nel dopoguerra. Insomma si tratta di creare e «azionare» una convergenza di forze economiche per cui al massimo di potenzialità produttiva, corrisponda il massimo benessere per le masse lavoratrici. Va da sé, che questo aumentato benessere si ripercuoterà sulla potenzialità produttiva. Bisogna convincersi che le due forze economiche, produttori borghesi e produttori proletari, si condizionano a vicenda, con una rigidità matematica. Una borghesia insufficiente, retriva, paurosa ha la sua antitesi necessaria in un proletariato incolto, abbrutito, povero. Sino a ieri proletario e povero erano la stessa cosa, d'ora innanzi proletario e produttore saranno la stessa cosa. Naturalmente il produttore proletario è intimamente legato per un periodo storico che appare ancora assai lungo, malgrado gli esperimenti disastrosi di quello che Kautsky ha chiamato socialismo asiatico - al produttore borghese, per l'oggi e per il domani. Il conflitto può nascere fra le due forze, circa la ripartizione degli utili, ma l'interesse comune delle due forze è che questi utili ci siano, il che si ottiene soltanto quando all'iniziativa, all'audacia, del produttore borghese si uniscano la disciplina, la diligenza, il senso di responsabilità del produttore operaio.
I favorevoli alla tesi qui sostenuta della soppressione nel lavoro umano degli attributi della fatica e della miseria, sono moltissimi e in tutti i campi. Le gloriose mirabili gesta dei nostri soldati devono avere questo domani «sociale». Non è stato detto le mille volte anche da giornali notoriamente conservatori che questa più che guerra era una rivoluzione? Certo; era ed è una rivoluzione, per tutto ciò che ha demolito e creato nel campo politico internazionale, ma come impedire - ora - le ripercussioni «sociali» di questa rivoluzione iniziata e ultimata dalla guerra vittoriosa? Bisogna sentirle. Bisogna anticiparle. Bisogna d'ora innanzi contare gli anni dall'anno della vittoria e allora nessuna audacia sembrerà impossibile o assurda. Governanti e classi dirigenti d'Italia! A-ndate incontro al lavoro che ritorna trionfalmente dalle insanguinate trincee. Innalzatelo! E innalzerete la Nazione! "


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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:37 pm    Oggetto:  
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Mussolini, in questo articolo, fa riferimento ad un altro di un anno prima. Ha tracciato l’orientamento ideologico del fascismo: SINDACALISMO NAZIONALE! Ma cos’è?
Il sindacalismo nazionale si sviluppa dal sindacalismo rivoluzionario. Molti elementi comuni hanno determinato collaborazione tra le due ideologie, ma il fascismo fa propria quella nazional-sindacalista e le dà forma completa.
Il sindacalismo nazionale, come quello rivoluzionario, ambiva ad una società fondata sul “produttivismo”, ovvero quella dottrina economica originale che mirava alla partecipazione, nella gestione delle aziende, da parte di tutti gli elementi della produzione. Essa mirava dunque alla formazione di una sola categoria, quella dei produttori, tale da sconfiggere i “parassiti” (quelli che non producono) e da garantire il massimo della produzione col conseguente massimo benessere, propugnando la collaborazione tra le categorie sociali. Dal punto di vista politico, si proponeva di inserire il sindacato nella partecipazione della vita nazionale. Questo senza pregiudiziali.
Il valore della proprietà privata e dell’iniziativa privata è qui riconosciuto ma dogmaticamente diretto verso il benessere generale della produzione e della nazione.
Il parlamento deve essere sostituito da un Consiglio nazionale del Lavoro e deve garantire la Produzione e la partecipazione.
Fin qui il sindacalismo nazionale e quello rivoluzionario si assomigliano. Dove si differenziano, tanto da diventare due movimenti in contrasto, è nella concezione dello stato e della lotta di classe.
Mettiamo a confronto due personaggi, esponenti l’uno del sindacalismo nazionale l’altro di quello rivoluzionario: Benito Mussolini e Alceste De Ambris (quello della Carta del Carnaro).
Il primo supera il concetto di rivoluzione di “classe” e sintetizza quello di rivoluzione etica e nazionale. Il secondo, rimanendo fedele al sorelismo applicato (sintetizzato nel libro “Riflessioni sulla violenza”), concepisce la rivoluzione come fattibile solo sotto la direzione della Classe Proletaria, anche se orientata alla ricostruzione produttivistica (con la collaborazione tra le classi) e nazionale. Il ruolo centrale del proletariato e il mezzo della lotta di classe diretta da questo, dividono i due. Inoltre De Ambris crede all’utilità della lotta di classe come metodo continuo per riportare la nazione alla giustizia social - nazionale.
La divisione tra i due diventa netta quando i fascisti attaccano i socialisti in quanto portatori dell’idea di classe, con relative spedizioni punitive.
Inoltre il fascismo si diversifica dal sorelismo deambrisiano anche per il modo di intendere la rivoluzione e la violenza. Per De Ambris metodo irrinunciabile, per Mussolini subordinata all’etica!
Al sindacalismo nazionale mussoliniano aderiranno Olivetti, Panunzio. Essi indicheranno Mussolini come sindacalista dinamico ed etico.
Altro fatto determinante è la concezione dello stato. Per Mussolini deve coordinare e armonizzare la produzione, per De Ambris deve solo essere espressione Giuridica e Politica del Popolo. Ancor peggio quando Mussolini sintetizzerà l’idea di Stato Etico.

Andiamo ora a leggere il discorso della fondazione dei Fasci di Combattimento:

"BENITO MUSSOLINI
Discorso per la fondazione dei Fasci di Combattimento
(Milano,23 marzo 1919)


Quello che ha detto l'amico Capodivacca, mi dispensa dal fare un lungo discorso. Noi non abbiamo bisogno di metterci programmaticamente sul terreno della rivoluzione perché, in senso storico, ci siamo dal 1915. Non è necessario prospettare un programma troppo analitico, ma possiamo affermare che il bolscevismo non ci spaventerebbe se ci dimostrasse che esso garantisce la grandezza di un popolo e che il suo regime sia migliore degli altri.
E’ ormai dimostrato irrefutabilmente che il Bolscevismo ha rovinato la vita economica della Russia. Laggiú, l'attività economica, dall'agricoltura all'industria, è totalmente paralizzata. Regna la carestia e la fame. Non solo, ma il bolscevismo è un fenomeno tipicamente russo. Le nostre civiltà occidentali, a cominciare da quella tedesca, sono refrattarie. Noi dichiariamo guerra al socialismo, non perché socialista, ma perché è stato contrario alla nazione. Su quello che è il socialismo, il suo programma e la sua tattica, ciascuno può discutere, ma il Partito Socialista Ufficiale Italiano è stato nettamente reazionario, assolutamente conservatore, e se fosse trionfata la sua tesi non vi sarebbe oggi per noi possibilità di vita nel mondo. Non è il Partito Socialista quello che può mettersi alla testa di una azione di rinnovamento e di ricostruzione. Siamo noi, che facendo il processo alla vita politica di questi ultimi anni dobbiamo inchiodare alla sua responsabilità il Partito Socialista Ufficiale.
E’ fatale che le maggioranze sieno statiche, mentre le minoranze sono dinamiche. Noi vogliamo essere una minoranza attiva, vogliamo scindere il Partito Socialista Ufficiale dal proletariato, ma se la borghesia crede di trovare in noi dei parafulmini, si inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro. Già al tempo dell'armistizio io scrissi che bisognava andare incontro al lavoro che ritornava dalle trincee, perché sarebbe odioso e bolscevico negare il riconoscimento dei diritti di chi ha fatto la guerra. Bisogna perciò accettare i postulati delle classi lavoratrici: vogliono le otto ore? Domani i minatori e gli operai che lavorano di notte imporranno le sei ore? Le pensioni per l'invalidità e la vecchiaia? Il controllo sulle industrie? Noi appoggeremo queste richieste, anche perché vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva delle aziende, anche per convincere gli operai che non è facile mandare avanti un'industria e un commercio.
Questi sono i nostri postulati, nostri per le ragioni che ho detto innanzi e perché nella storia ci sono cicli fatali per cui tutto si rinnova, tutto si trasforma. Se la dottrina sindacalista ritiene che dalle masse si possano trarre gli uomini direttivi necessari e capaci di assumere la direzione del lavoro, noi non potremo metterci di traverso, specie se questo movimento tenga conto di due realtà: la realtà della produzione e quella della nazione.
Per quello che riguarda la democrazia economica noi ci mettiamo sul terreno del sindacalismo nazionale e contro l'ingerenza dello Stato quando questo voglia assassinare il processo di creazione della ricchezza. Combatteremo il retrogradismo tecnico e spirituale. Ci sono industriali che non si rinnovano dal punto di vista tecnico e dal punto di vista morale. Se essi non troveranno la virtú di trasformarsi, saranno travolti, ma noi dobbiamo dire alla classe operaia che altro è demolire, altro è costruire, che la distruzione può essere opera di un'ora, mentre la creazione è opera di anni o di secoli.
Democrazia economica, questa è la nostra divisa. E veniamo alla democrazia politica.
Io ho l'impressione che il regime attuale in Italia abbia aperto la successione. C'è una crisi che balza agli occhi di tutti. Abbiamo sentito tutti durante la guerra l'insufficienza della gente che ci governa e sappiamo che si è vinto per le sole virtú del popolo italiano, non già per l'intelligenza e la capacità dei dirigenti.

Aperta la successione del regime, noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre. Se il regime sarà superato, saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Perciò creiamo i Fasci: questi organi di creazione e agitazione capaci di scendere in piazza a gridare: «Siamo noi che abbiamo diritto alla successione perché fummo noi che spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria! ».
Dal punto di vista politico abbiamo nel nostro programma delle riforme: il Senato deve essere abolito. Mentre traccio questo atto di decesso devo però aggiungere che il Senato in questi ultimi tempi si è dimostrato di molto superiore alla Camera.
Noi vogliamo dunque che quell’organismo feudale sia abolito; chiediamo il suffragio universale, per uomini e donne; lo scrutinio di lista a base regionale; la rappresentanza proporzionale. Dalle nuove elezioni uscirà un'assemblea nazionale alla quale noi chiederemo che decida sulla forma di governo dello Stato italiano.

Essa dirà: repubblica o monarchia, e noi che siamo stati sempre tendenzialmente repubblicani, diciamo fin da questo momento: repubblica! Noi non andremo a rimuovere i protocolli e a frugare negli archivi, non faremo il processo retrospettivo e storico alla monarchia. L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare; vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi; poiché io, come cittadino, posso votare secondo le mie idee, come professionista devo poter votare secondo le mie qualità professionali.
Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta di costituire dei Consigli di categorie che integrino la rappresentanza sinceramente politica.
Ma non possiamo fermarci su dettagli. Fra tutti i problemi, quello che oggi interessa di piú è di creare la classe dirigente e di munirla dei poteri necessari.
E’ inutile porre delle questioni piú o meno urgenti se non si creano i dirigenti capaci di risolverle.
Esaminando il nostro programma vi si potranno trovare delle analogie con altri programmi; vi si troveranno postulati comuni ai socialisti ufficiali, ma non per questo essi saranno identici nello spirito perché noi ci mettiamo sul terreno della guerra e della vittoria ed è mettendoci su questo terreno che noi possiamo avere tutte le audacie. Io vorrei che oggi i socialisti facessero l'esperimento del potere, perché è facile promettere il paradiso, difficile realizzarlo. Nessun Governo domani potrebbe smobilitare tutti i soldati in pochi giorni o aumentare la quantità dei viveri, perché non ce ne sono. Ma noi non possiamo permettere questo esperimento perché i socialisti ufficiali vorrebbero portare in Italia una contraffazione del fenomeno russo al quale tutte le menti pensanti del socialismo sono contrarie, da Branting e Thomas a Bernstein, perché il fenomeno bolscevico non abolisce le classi, ma è una dittatura esercitata ferocemente. Noi siamo decisamente contro tutte le forme di dittatura, da quella della sciabola a quella del tricorno, da quella del denaro a quella del numero; noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà e dell'intelligenza.
Vorrei perciò che l'assemblea approvasse un ordine del giorno nel quale accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico.
Posta questa bussola al nostro viaggio, la nostra attività dovrà darci subito la creazione dei Fasci di combattimento. Domani indirizzeremo la loro azione simultaneamente in tutti i centri d'Italia. Non siamo degli statici; siamo dei dinamici e vogliamo prendere il nostro posto che deve essere sempre all'avanguardia."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:38 pm    Oggetto:  
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C’è grande realismo e antipregiudizialismo in questo discorso. Componenti ideologiche del fascismo. I richiami al produttivismo e al sindacalismo nazionale sono chiari. Chiaro anche il disimpegno con le forme politiche e le istituzioni, subordinate agli interessi morali e materiali della nazione.
Più approfondito è il programma dei Fasci, dove si trova TEORIZZATO il principio antipregiudizialista e gli si dà una motivazione ideologica definitiva:

"Orientamenti teorici.
Postulati pratici dei Fasci di Combattimento
(I920)

Politica Interna

Preambolo

Mentre le demagogie si esauriscono nella impotenza distruttiva della corsa al piú rosso, il movimento fascista va affermandosi con fioritura spontanea in ogni parte d'Italia. Gli spiriti sono stufi dell'aspettazione messianica e arcistufi del ballo di Sanvito della rivolta che non arriva mai alla soglia della rivoluzione. Le tesi astratte, i dogmi immutabili, le promesse paradisiache ripugnano alle generazioni contemporanee che vogliono costruire e ricostruire e sono quindi assetate di realtà. Né meno ripugnano gli ordinamenti statici dei vecchi partiti, colle loro tesi che si accettano una volta per sempre - quasi fosse possibile la monogamia delle idee! colle relative scomuniche agli eretici e la cadaverica fissità dell'ortodossia.


I capisaldi del fascismo.

La caratteristica principale dell'azione fascista, che costituisce la miglior condizione morale per l'intesa fra i vari elementi che compongono i Fasci Italiani di Combattimento, è offerta dalla seguente dichiarazione pregiudiziale approvata unanimemente dalla Adunata Nazionale tenuta in Milano nei giorni 24 e 25 maggio 1920.
«I Fasci di Combattimento non vogliono - nell'attuale periodo storico - essere un nuovo partito;perciò non si sentono legati a nessuna specifica formula dottrinaria e a nessun dogma tradizionale; perciò si rifiutano di schematizzare e di ridurre, nei limiti angusti ed artificiosi di un programma intangibile, tutte le mutevoli e multiformi correnti del pensiero e le indicazioni e le esperienze che l'opera del tempo e la realtà delle cose suggerisce ed impone».
Le linee generali dell'opera immediata che i Fasci di Combattimento si propongono di condurre sono tracciate da questi principali capisaldi: La difesa dell'ultima guerra nazionale. - La valorizzazione della vittoria. - La resistenza e l'opposizione alle degenerazioni teoriche e pratiche del socialismo politicante.
Si noti: non opposizione al socialismo in sé e per sé - dottrina e movimento discutibile - ma opposizione alle sue degenerazioni teoriche e pratiche, che si riassumono nella parola: Bolscevismo.

Il problema del regime politico attuale.

Per i Fasci di Combattimento «la questione del regime è subordinata agli interessi morali e materiali presenti e futuri della Nazione, intesa nella sua realtà e nel suo divenire storico; per questo essi non hanno pregiudiziali pro o contro le attuali istituzioni».
Ciò non autorizza alcuno a considerare i Fasci monarchici, né dinastici. Se per tutelate gli interessi della nazione, e garantirne l'avvenire, si appalesa necessario un cambiamento di regime, i fascisti si appronteranno a questa eventualità, ma ciò non in base a immortali principi, ma in base a valutazioni concrete di fatto.
Non tutti i regimi sono adatti per tutti i popoli. Non tutte le teste sono adatte per il berretto frigio. A un dato popolo si confà un dato regime. Un regime può svuotarsi di tutto il suo contenuto antiquato e democratizzarsi come in Inghilterra. Ci possono invece essere e ci sono delle repubbliche ferocemente aristocratiche: come la Russia dei cosiddetti soviets. Oggi i fascisti non si ritengono affatto legati alle sorti delle attuali istituzioni politiche monarchiche, come domani non si riterrebbero legati ad eventuali istituzioni repubblicane, se la repubblica si appalesasse prematura o incapace di garantire maggiore benessere e maggiore libertà alla nazione.


Revisioni di valori. Borghesia parassitaria.

Il Fascismo scende dalle nuvole e poggia sul terreno della realtà formidabilmente complessa. Questa realtà, che smentisce in pieno il facilonismo dogmatico dei socialisti, non ci mostra una borghesia, ma dieci borghesie; non un proletariato, ma cento proletariato. I fascisti distinguono in quel complesso di uomini e di istituti che si chiamano «globalmente» borghesia, gli elementi parassitari dagli elementi produttori. Questa distinzione è essenziale e si impone anche ai socialisti come appare dal recente discorso Turati.
Per le considerazioni inspirate all'affermazione di tutte le energie nazionali ed alla valorizzazione della vittoria «i Fasci di Combattimento esprimono il loro disgusto verso gli uomini e gli organismi della borghesia politica rivelatasi insufficiente di fronte ai problemi della politica interna ed a quelli della politica estera, refrattaria ad ogni rinnovamento profondo ed ostile ad ogni riconoscimento spontaneo dei diritti popolari, e disposta soltanto alle concessioni ed alle rinunce che il calcolo parlamentare suggerisce».
Questa dichiarazione si riferisce particolarmente al disastroso esperimento nittiano.

Borghesia produttrice.

D'altra parte i Fasci riconoscono il valore grandissimo di quella «borghesia del lavoro» che attraverso tutti i campi dell'attività umana (da quelli dell'industria a quelli dell'agricoltura, da quelli della scienza a quelli delle libere professioni), costituisce l'elemento prezioso ed indispensabile per lo sviluppo del progresso e per il trionfo delle fortune nazionali in qualunque regime.
Tanto è vero che in Russia, dopo aver massacrato «fisicamente» i cosiddetti borghesi, Lenin si è trovato costretto a richiamare i superstiti per affidare ai loro cervelli e alle loro competenze tecniche, funzioni direttive di primo ordine in ogni campo dell'attività umana.


«Produttivismo».

I Fasci di Combattimento, di fronte ai progetti teologici di ricostruzione a basi di economia pregiudizialmente collettivistica, si pongono sul terreno della realtà che non consente un tipo unico di economia e si dichiarano tendenzialmente favorevoli a quelle forme - siano esse individualistiche, collettivistiche o di qualche altro tipo - che garantiscano il massimo di produzione e il massimo di benessere.
Noi non diciamo che si debba sempre e dovunque e in ogni caso rispettare il principio di proprietà privata; né diciamo che si debba sempre e dovunque e in ogni caso, istituire la proprietà collettiva. Non abbiamo preferenze in base a certe pregiudiziali programmatiche che possono invecchiate e decadere: per noi proprietà privata o socializzazione, sono terminologie vuote di senso: in certi casi è soltanto col. mantenere la proprietà privata che si può ottenere il massimo di produzione; in certi altri casi, il massimo di produzione si ottiene attraverso forme varie di proprietà o di economia collettiva.
La economia di una nazione non è una camicia che si rovescia di un colpo. Poiché oggi non abbiamo un tipo unico di economia, ma parecchi tipi che coesistono assieme; cosí domani, logicamente, non vi sarà un tipo unico di economia, ma diversi tipi che coesisteranno assieme. Pretendere di tendere l'economia di una nazione a un tipo unico è pretendere l'assurdo. Accanto all'affittanza collettiva e alla sodalizzazione del latifondo, può aversi la piccola proprietà o lo spezzettamento del latifondo stesso. Nell'industria, accanto al capitalismo trustificato, esiste l'impresa artigiana o cooperativa.


In tema di movimento operaio.

«I Fasci manifestano la loro simpatia ed il proposito di aiutare ogni iniziativa di quei gruppi di minoranza del proletariato che sanno armonizzare la difesa della classe coll'interesse della Nazione. E nei riguardi della tattica sindacale consigliano il proletariato di servirsi, senza predilezioni particolari e senza esclusivismi aprioristici, di tutte le forme di lotta e di conquista che assicurino lo sviluppo della collettività ed il benessere dei singoli produttori».
Noi non siamo a priori per la lotta di classe né per la cooperazione di classe. L'una e l'altra tattica devono essere impiegate a seconda delle circostanze.
La cooperazione di classe s'impone quando si tratta di produrre; la lotta di classe o di gruppi è inevitabile quando si tratta di dividere. Ma la lotta di classe non può spingerci fino ad assassinare la produzione.

Postulati a favore delle classi lavoratrici.

I Fascisti non sono e non possono essere contrari alle masse laboriose, né alle loro giuste rivendicazioni. Sono contrari invece alla infatuazione che ha preso certi gruppi operai: sono contrari alle speculazioni demagogiche che i partiti politici fanno sulla pelle degli operai.
i Fascisti chiedono:

a) la sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore;
b) una legislazione sociale aggiornata alle necessità dei tempi nuovi, specie per ciò che riguarda gli infortuni, l'invalidità e la vecchiaia dei lavoratori sia agricoli, che industriali;
c) una rappresentanza dei lavoratori nel funzionamento dell'industria limitato nei riguardi del personale;
d) l'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente), della gestione di industrie o servizi pubblici;
e) la formazione dei Consigli nazionali tecnici del lavoro, costituiti dai rappresentanti dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti, del lavoro intellettuale, dell'igiene sociale, delle comunicazioni ' ecc., eletti dalle collettività professionali di mestiere con poteri legislativi;
f) la sistemazione tecnica e morale dei grandi servizi pubblici, sottratti alla tardigrada burocrazia di Stato che li manda in rovina.
Non c'è bisogno di sottolineare l'importanza degli ultimi due postulati, coi quali i Fascisti accettano le tesi piú radicali e innovatrici del sindacalismo operaio.





Postulati di carattere immediato.

A )Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze, da pagarsi in un termine di tempo assai breve;
b il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi;
c) la revisione di tutti i contratti di forniture di guerra, ed il sequestro dei sopra profitti di guerra lasciati improduttivi;
d) tassazione onerosa delle eredità;
e) tutti quei provvedimenti fiscali che si rendano necessari per accelerare il
risanamento dei bilanci statali.

Per il problema militare.

I Fasci di Combattimento chiedono la istituzione di una milizia nazionale con brevi periodi di istruzione e con compiti difensivi; l'accoglimento immediato di tutte le rivendicazioni avanzate dalle associazioni di ex-combattenti e di mutilati contro i quali deve affermarsi in modo indubbio e tangibile la gratitudine della Patria.


Anche per il problema terriero i Fascisti non hanno apriorismi. Tendenzialmente essi sono favorevoli alla realizzazione della formula «la terra a chi la lavora! » nella fiducia che la faccia produrre di piú.
Per il problema scolastico, giudiziario, marinaro, ecc. i Fascisti accettano tutte le soluzioni che facciano progredire spiritualmente e materialmente la Nazione.


Politica Estera.

Il «Fascismo» gode fama di essere «imperialista». Quest'accusa fa il paio coll'altra del «reazionarismo». Il «Fascismo» è anti-rinunciatario quando «rinunciare» significa umiliarsi e diminuirsi. A paragrafi:
1. Il Fascismo non crede alla vitalità e ai principi che inspirano la cosiddetta Società delle Nazioni. In questa Società le nazioni non sono affatto su un piede di eguaglianza. t una specie di santa alleanza delle nazioni plutocratiche del gruppo franco-anglo-sassone per garantirsi - malgrado inevitabili urti d'interesse - lo sfruttamento della massima parte del mondo.
2. Il Fascismo non crede alle Internazionali rosse che muoiono, si riproducono, si moltiplicano, tornano a morire. Si tratta di costruzioni artificiali e formalistiche, che raccolgono piccole minoranze, in confronto alle masse di popolazioni che vivendo, movendosi e progredendo o regredendo, finiscono per determinare quegli spostamenti d'interessi, davanti ai quali vanno a pezzi le costruzioni internazionalistiche di prima, seconda, terza maniera.
3. Il Fascismo non crede alla immediata possibilità del disarmo universale.
4. Il Fascismo pensa che l'Italia debba fare, nell'attuale periodo storico, una
politica europea di equilibrio e di conciliazione fra le diverse Potenze.
Da queste premesse generali consegue che i Fasci Italiani di Combattimento chiedono:
a) che il Trattato di Versailles sia riveduto e modificato in quelle parti che si appalesano inapplicabili o la cui applicazione può essere fonte di odi formidabili e fornite di nuove guerre;
b) l'applicazione effettiva del Patto di Londra e l'annessione di Fiume aH'Italia e la tutela degli italiani residenti nelle terre non comprese nel Patto di Londra;

c) lo svincolamento graduale dell'Italia dal gruppo delle nazioni plutocratiche occidentali, attraverso lo sviluppo delle nostre forze produttive interne;
d) il Ravvicinamento alle nazioni nemiche - Austria, Germania, Bulgaria, Turchia, Ungheria - ma con atteggiamento di dignità, e tenendo fermo alle necessità supreme dei nostri confini settentrionali e orientali;
e) creazione e intensificazione di relazioni amichevoli con tutti i popoli dell'Oriente, non esclusi quelle governata dal Soviety e del Sud-Oriente Europeo;
f) rivendicazioni, nei riguardi coloniali, dei diritti e delle necessità della nazione.


Tattica e mezzi d'azione.

Per la tattica da adottare in difesa del programma sopra enunciato, i Fasci Italiani di Combattimento mantengono il contatto e l'accordo, caso per caso, con tutti quei gruppi o partiti che si battono sullo stesso terreno di opposizione anti-demagogica, anti-burocratica, anti-plutocratica e di creazione di tutte le forze ricostruttrici del Paese.

I Fasci non sono legalitari ad ogni costo, né illegalitari a priori. In tempi normali, mezzi legali; in tempi anormali, mezzi adatti alle circostanze. Non predicano la violenza per la violenza, ma respingono ogni violenza passando al contrattacco.

Anche in materia elettorale i Fasci non hanno pregiudiziali astensionistiche o elezionistiche: la loro partecipazione alle lotte elettorali è dettata da ragioni contingenti, non da motivi trascendenti.


Chi può diventare fascísta.

Tutti coloro - uomini e donne - che accettano le idee su esposte, possono iscriversi ai Fasci Italiani di Combattimento. Non è necessario di essere stato combattente. Sono accettati anche quelli che per ragioni legittime non poterono partecipare alla guerra. è relativamente facile diventare fascisti, è piuttosto difficile rimanere. Occorre, per essere fascisti, essere completamente spregiudicati, occorre sapersi muovere elasticamente nella realtà; adattandosi a11a Realtà e adattando la realtà ai nostri sforzi; occorre sentirsi nel sangue l'aristocrazia delle minoranze, che non cercano popolarità, leggera prima, pesantissima poi; che vanno contro corrente, che non hanno paura dei nomi e disprezzano i luoghi comuni.
Il «Fascismo» è movimento; non è stasi. E battaglia continua, non attesa infeconda. Il «Fascismo», dicemmo già che non vuole «durare» oltre il tempo strettamente necessario ad assolvere il compito prefissosi.
Rileggendo questo programma chi potrà in buona fede dirci «reazionari», soltanto perché ci opponiamo alle tragicommedie di un partito sedicente rivoluzionario, perché ci opporremo a una dittatura di nuovi politicanti - dittatura non «dei» proletari, ma «sui» proletari - perché consideriamo la rivoluzione come un'elaborazione di nuove forze e di nuovi valori dal profondo, non già come un disfrenamento d'istinti e di egoismi precipitanti nega disintegrazione sociale, nella miseria o nel caos.

Ma piú che le nostre parole, sono i fatti che da due anni a questa parte, danno matematicamente ragione ai Fascisti. L'ora del Fascismo è venuta!"
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:39 pm    Oggetto:  
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Chi non avesse chiaro come il fascismo intendeva il problema delle pregiudiziali politiche non ha chiaro il realismo fascista. Il Fascismo ha degli obiettivi che non subordina alle forme politiche. Se queste forme politiche consentono il raggiungimento degli obiettivi e si confanno agli interessi materiali e morali dell’Italia, bene; altrimenti si preparerà il terreno per abbattere l’ostacolo.

"
IL POPOLO D'ITALIA
INTERVENTO CHIRURGICO-25 maggio 1921

Dovrebbe verificarsi questo caso straordinario: un movimento politico -,e non soltanto di pestaggio - si proclama, attraverso decine di adunate nazionali e regionali, «tendenzialmente repubblicano» e contrario a tutte le pregiudiziali, non esclusa quella monarchica; poi, quando si tratta di manifestare nella forma più corretta, meno clamorosa, la sua «tendenzialità», ci sono deputati fascisti e fascisti dell'ultima ora i quali arretrano davanti a questo gesto come se si trattasse della più spaventevole delle catastrofi. E’ ridicolo e assurdo. Crediamo che in nessuno dei núlle gagliardetti che simboleggiano la passione fascista ci sia la croce sabauda. Non ci risulta che il fascismo abbia mai partecipato alle celebrazioni, putacaso, dei genetliaci reali. Il fascismo è, in fatto di regime, al disopra della monarchia e della repubblica. Considera queste speciali forme di istituzioni politiche non già «sotto la specie dell'eternità», ma dal punto di vista delle contingenze storiche. Per i pregiudiziaioli della monarchia, questo è il regime perfetto, buono per tutti i popoli e per tutti i tempi; per i pregiudiziaioli della repubblica, che cadono nello stesso errore assolutista dei monarchia, il regime perfetto è quello della repubblica.
La storia di ieri e di oggi ci mostra la fragilità di queste concezioni. Ecco perché i fascisti respingono la pregiudiziale monarchica e quella repubblicana e si riservano la più vasta latitudine di atteggiamenti.
Se il fascismo è monarchico, non è più fascismo; se il fascismo è repubblicano non è più fascismo. Repubblicani e monarchici vadano nei loro partiti. Per la stessa ragione per cui il fascismo non ha preso parte a manifestazioni repubblicane, non deve prendere parte a manifestazioni monarchiche o dinastiche. è tempo di chiarire certe posizioni; è tempo di definirsi: il fascismo non è una specie di attaccapanni, al quale ognuno appende i propri indumenti. L'astensione dalla seduta reale è un atto di correttezza e anche di saggezza politica. Chi gli attribuisce moventi misteriosi, è un prodigioso imbecille. Chi, da questo atteggiamento fascista, vuole arguire che il fascismo sposa la causa repubblicana, rivela la più lamentevole incomprensione politica.
Non intendiamo sostituirci al Partito Repubblicano, ma non intendiamo nemmeno di genufletterci dinanzi al trono. Questo i fascisti lo faranno dopo che avranno dichiarato di accettare la pregiudiziale monarchia, dopo che saranno diventati «partito monarchico», unico sistema, forse, per dare vita e vitalità rigogliosa a un Partito Repubblicano. Noi abbiamo il vago dubbio che il re stesso - in fondo in fondo apprezzi più il nostro atteggiamento di uomini liberi, che non il plauso dei suoi cortigiani di vecchia e di nuova maniera. Nessuno dei quali sarebbe disposto a morire per lui, come nessuno ha avuto il coraggio di affrontare - a prezzo di sangue - l'idra bolscevica.
Ma io, e qui parlo in prima persona, ho voluto fare intenzionalmente la nota affermazione, perché volevo gettare un sasso o iniziare addirittura una sassaiola contro parecchi ranocchi, più o meno verdi e crocidanti, che ho visto affiorare laddove il magnifico fiume della giovinezza fascista minaccia di stagnare nel morto padule della conservazione e dell'egoismo. E’ tempo d'affondare i coltelli prima che il «lardo» della soddisfazione beata e beota minacci di paralizzare quella che fu la magnifica caratteristica del nostro movimento. Come nel dicembre del 1919 accadde al Pus, così – fatalmente! - è accaduto a noi. Nel fascismo si sono nascoste delle «insite viltà» di gente che aveva paura degli altri e paura di noi; si sono insinuati nel fascismo egoismi rapaci e refrattari a ogni spirito di conciliazione nazionale e anche non mancano coloro che del prestigio della violenza fascista si sono serviti per i loro miserabili calcoli personali o che la violenza intesa come mezzo hanno tramutato in violenza fine a se stessa. Malgrado centinaia di articoli e decine di discorsi, alcuni dei quali memorabili, c'era gente che continuava a dipingerci come quello che non siamo e non siamo mai stati; gente che sotto l'etichetta di fascista contrabbandava i liquidi più equivoci e utilizzava, ai fini non della conservazione della civiltà nazionale, ma del proprio tornaconto personale il generosissimo sangue versato dalla gioventù fascista in tante piazze d'Italia. E allora io mi sono detto che bisognava strappare con un gesto clamoroso almeno qualcuna delle troppe maschere che amici inintelligenti o nemici in malafede avevano, in vari tempi, appiccicato al gagliardo giovane volto del fascismo italiano.
È forse la prima volta che in Italia il capo di un movimento esercita, come faccio io in questo momento, il diritto di critica in modo così acerbo e, si potrebbe aggiungere, così spietato. Gli è che noi, prima di dire la verità agli altri, la. diciamo a noi stessi. In questo coraggio è il sigillo della nostra aristocrazia. In ciò è il vero segno «distintivo» del movimento fascista: il coraggio di guardare in sé, e quello non minore di infischiarcene del successo. Se il movimento fascista non avesse ancora ragioni formidabili di vitalità, noi ci risparmieremmo questo discorso; ma il movimento è forte, grandeggiante, luminoso. Bisogna liberarlo dalle scorie, dai profittatori dell'ultima ora, dalle farfalle che sono accorse attorno alla nostra fiamma, da tutti coloro che fiutano l'aria del successo e vanno e vengono a seconda dei casi. Il fascismo, che fu concepito come una milizia, deve rispettare la linea della sua coerenza spirituale. Esso non è la guardia di Stia Maestà Vittorio di Savoia, o di Sua Maestà il Proletariato, o di Sua Maestà la Cassaforte; esso - ripetiamolo ancora un volta!- non è la guardia di caste o di classi, ma della nazione, intesa nel suo complesso politico, economico, morale e nel suo divenire, Questo era ed è il fascismo. Tutto il resto è mistificazione o inganno. Fascisti della vigilia, fascisti dell'azione, difendete il fascismo! "
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:39 pm    Oggetto:  
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Da notare le date. Mi sembra tutto molto coerente ed ideologicamente definito. Chi dice che, storicamente, il fascismo sia stato nel movimento repubblicano e nel regime reazionario e monarchico prende una grossa cantonata e snatura l’ideologia .

Anche per quanto riguarda il Partito (essendo una forma politica)il fascismo è antipregiudizialista. Così come detto nella Dottrina del ’33. I fascisti non miravano necessariamente al potere. L’articolo che ho inserito per primo ne è una testimonianza (fra tante). Se la loro azione determinava i cambiamenti da loro auspicati se ne sarebbero andati! Armi e bagagli!
Considerato che l’Italia non cambiava, anzi peggiorava, il fascismo aspira al governo e si organizza in Partito.

Ma troviamo contraddizioni nel programma del '21? ASSOLUTAMENTE NO!
Eccolo nella parte più importante:

"Programma del Partito Nazionale Fascista

(1921)


Fondamenti

Il Fascismo è costituito in Partito politico per rinsaldare la sua disciplina e per individuare il suo «credo».
La Nazione non è la semplice somma degli individui viventi né lo strumento dei partiti pei loro fini, ma un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti; è la sintesi suprema di tutti i valori materiali e immateriali della stirpe.

Lo Stato è l'incarnazione giuridica della Nazione. Gli Istituti politici sono forme efficaci in quanto i valori nazionali vi trovino espressione e tutela.
I valori autonomi dell’individuo e quelli comuni a piú individui, espressi in persone collettive organizzate (famiglie, comuni, corporazioni, ecc.), vanno promossi, sviluppati e difesi, sempre nell'ambito della Nazione a cui sono subordinati.
Il Partito Nazionale Fascista afferma che nell'attuale momento storico la forma di organizzazione sociale dominante nel mondo è la Società Nazionale e che legge essenziale della vita nel mondo non è la unificazione delle varie Società in una sola immensa Società: «L'Umanità», come crede la dottrina internazionalistica, ma la feconda e, augurabile, pacifica concorrenza tra le varie Società Nazionali.


Lo Stato

Lo Stato deve investire di capacità e di responsabilità le Associazioni conferendo anche alle corporazioni professionali ed economiche diritto di elettorato al corpo dei Consigli Tecnici Nazionali.
Per conseguenza debbono essere limitati i poteri e le funzioni attualmente attribuiti al Parlamento. Di competenza del Parlamento i problemi che riguardano l'individuo come cittadino dello Stato e lo Stato come organo di realizzazione e di tutela dei supremi interessi nazionali; di competenza dei Consigli Tecnici Nazionali i problemi che si riferiscono alle varie forme di attività degli individui nella loro qualità di produttori.
Lo Stato è sovrano: e tale sovranità non può né deve essere intaccata o sminuita dalla Chiesa alla quale si deve garantire la piú ampia libertà nell'esercizio del suo ministerio spirituale.
Il Partito Nazionale Fascista subordina il proprio atteggiamento, di fronte alle forme delle singole Istituzioni politiche, agli interessi morali e materiali della Nazione intesa nella sua realtà e nel suo divenire storico.


Le corporazioni

Il Fascismo non può contestare il fatto storico dello sviluppo delle corporazioni, ma vuol coordinare tale sviluppo ai fini nazionali.
Le corporazioni vanno promosse secondo due obbiettivi fondamentali: e cioè come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo della produzione.
Le corporazioni non debbono tendere ad annegare l'individuo nella collettività livellando arbitrariamente le capacità e le forze dei singoli, ma anzi a valorizzarle e a svilupparle.
Il Partito Nazionale Fascista si propone di agitare i seguenti postulati a favore delle classi lavoratrici e impiegatizie':

1) La promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i salariati la giornata «legale» media di otto ore, colle eventuali deroghe consigliare dalle necessità agricole o industriali.
2) Una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne, specie per ciò che riguarda gli infortuni, la invalidità e la vecchiaia dei lavoratori sia agricoli che industriali o impiegatizi, sempre che non inceppi la produzione.
3) Una rappresentanza dei lavoratori nel funzionamento di ogni industria, limitatamente per ciò che riguarda il personale.
4) L'affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici ad organizzazioni sindacali che ne siano moralmente degne e tecnicamente preparate.
5) La diffusione della piccola proprietà in quelle zone e per quelle coltivazioni che produttivamente lo consentano.

Capisaldi di politica interna

Il Partito Nazionale Fascista intende elevare a piena dignità i costumi politici cosí che la morale pubblica e quella privata cessino di trovarsi in antitesi nella vita della Nazione.
Esso aspira ah'onore supremo del Governo del Paese; a ristaurare il concetto etico che i Governi debbono amministrate la cosa pubblica non già nell'interesse dei partiti e delle clientele ma nel supremo interesse della Nazione.
Va restaurato il prestigio dello Stato Nazionale e cioè dello Stato che non assista indifferente allo scatenarsi e al prepotere delle forze che attentino o comunque minaccino di indebolire materialmente e spiritualmente la compagine, ma sia geloso custode e difensore e propagatore della tradizione nazionale, del sentimento nazionale, della volontà nazionale.
La libertà del cittadino trova un duplice limite: nella libertà delle altre persone giuridiche e nel diritto sovrano della Nazione a vivere e svilupparsi.
Lo Stato deve favorire lo sviluppo della Nazione, non monopolizzando, ma promuovendo ogni opera intesa al progresso etico, intellettuale, religioso, artistico, giuridico, sociale, economico, fisiologico della collettività nazionale(...)
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:41 pm    Oggetto:  
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Dunque il fascismo mira al governo. Senza pregiudiziali sulle forme e sulle istituzioni.
L’ideologia antipregiudizialista, realista, è approfondita poi dallo stesso Gentile che la riassume nella teoria dello “Stato in fieri”, ovvero la forma dello Stato è subordinata al Popolo che lo incarna. Ma poi la vedremo meglio.

Altro nodo da sciogliere. Il fascismo è stato anticlericale prima e clericale poi? E’ stato pragmatico e privo di idee precise ?
Leggiamo questi due articoli del Popolo d’Italia e traiamo conclusioni.

"
IL POPOLO D'ITALIA
DEVIAZIONI - 11 settembre 1921

Se gli incidenti che si sono verificati in diverse città d'Italia tra fascisti e cattolici al ritorno di questi ultimi dalle cerimonie di Roma sono dovuti a cause ambientali od incidentali, non meritano note di commento, perché non rivestono caratteri di eccessiva gravità; ma se, viceversa, tali incidenti rappresentano una specie di nuova direttiva dell'attività fascista, bisogna subito mettere le carte in tavola ed impedire che il fascismo - anche il fascismo! - sia exploité dalla massoneria, dalla democrazia e generi affini.
Giova notare che gli organi dirigenti del fascismo sono stati estranei completamente a queste manifestazioni che sono scoppiate qua e là all'improvviso. Ragione di più per dire una parola che orienti gli spiriti e i muscoli nel futuro. Il fascismo non fa dell'anticlericalismo nel senso demagogico che questa parola ha assunto in Francia e particolarmente in Italia. Meno ancora il fascismo è antireligioso. La religione nel fascismo è veramente un «affare privato», cioè un'attività individuale dello spirito. Lotte di religione in Italia non ci furono mai. Nel fascismo, come del resto in tutti gli altri movimenti, non si chiedono professioni di fede atea o deista. Ognuno è libero di credere o non credere in Dio. Ognuno è libero di rappresentarsi come vuole il suo Dio. La, religione fenomeno collettivo è un fatto storico, psicologico e morale della più alta importanza. La religione dominante in Italia è il cattolicismo. I fascisti non possono e non debbono fare dell'anticattolicismo; non possono e non debbono scatenare accanto ai vecchi, nuovi motivi di divisione e di odio, che potrebbero avere ripercussioni fatali sulla compagine della nazione. I fascisti, i quali - lo sappiano o no, se ne rendano conto o no - sono imbevuti di dottrine spiritualistiche, devono lasciare ai formiconi del razionalismo e dell'anticlericalismo la fatica grottesca e inane di combattere le manifestazioni religiose e di bandire Dio dall'universo. Noi siamo andati oltre queste posizioni filosofiche di trent'anni fa, quando imperava la pseudo-filosofia del positivismo.
Posto dunque che il fascismo non può essere anticlericale alla vecchia maniera, e che dev'essere rispettoso nei confronti delle manifestazioni religiose, bisogna avere il coraggio civile di riconoscere che i giovani cattolici convenuti a Roma avevano perfettamente il diritto di gridare «viva il papa!», poiché non si può pretendere che dei cattolici gridino «viva Domizio Torrigiani!». Quello che non si può tollerare, né si deve, è l'altro grido di «viva il papa-re!». Chi lo grida si mette al bando della patria italiana. Dichiara implicitamente guerra all'Italia e non può lagnarsi se viene trattato come si trattano i nemici in guerra. Se i cattolici hanno gridato «viva il papa-re!», si sono messi dalla parte del torto e sono meritevoli delle violenze fasciste. Non sappiamo se questo grido sia stato isolato o collettivo. L'inno di Mameli cantato dai congressisti all'altare della Patria, è certamente un gesto di lealismo, perché non bisogna dimenticare che su quell'altare sta, sia pure orrendamente monumentato, il re «usurpatore». Comunque, molto meglio sarebbe stato se nessuno avesse levato il grido incriminato. La coscienza nazionale non può transigere. La breccia di Porta Pia è anche un fatto compiuto, un avvenimento storico grandioso e incancellabile: è il punto d'arrivo di un secolo di battaglie, di sacrifici, di cospirazioni, di martiri. Noi non scendiamo in campo contro i popolari e i cattolici, purché costoro non riportino in discussione un argomento storicamente e moralmente liquidato. Popolari e cattolici devono guardarsi dall'esagerare. Rappresentano una parte notevole della nazione, ma non tutta la nazione. Inoltre non tutti i cattolici sono popolari e non tutti i popolari sono cattolici. Può riuscire, dunque, facile di isolare e combattere il partito. Specialmente nel caso in cui, sotto la veste troppo sovente demagogicamente rossa del programma, spuntasse il vecchio proposito temporalista.
Il giorno in cui apparisse manifesto che il popolarismo non è che una truccatura del «temporalismo» e che il «lealismo» non è che la bandiera per la vecchia merce di contrabbando, quel giorno il Partito Popolare soccomberebbe sotto il peso della vasta e giustificata insurrezione del popolo italiano. I fascisti, pur non facendo professione di anticlericalismo, si troverebbero quel giorno ancora una volta all'avanguardia. "


"
IL POPOLO D'ITALIA
NOI E IL PARTITO POPOLARE-27 luglio 1922


Gli ultimi avvenimenti di carattere non soltanto parlamentare hanno posto nettamente sul tappeto il problema dei nostri rapporti col Partito Popolare Italiano. Giova a tal uopo precisare le nostre posizioni mentali e pratiche. Fu detto e ripetuto a sazietà che il fascismo non è un movimento antireligioso. Esso non si propone di bandire, come pretendevano orgogliosamente e stupidamente insieme, talune parole materialistiche, «Dio dal cielo e le religioni dalla terra». Il fascismo non considera la religione come una invenzione dei preti o un trucco dei potenti a scopo di dominazione sulla povera gente. Tali idiote spiegazioni del fenomeno religioso appartengono all'epoca del più degradante anticlericalismo.
Non antireligioso in genere, il fascismo non è anticristiano o anticattolico in particolare. Il fascismo vede nel cattolicismo lo sfogo gigantesco e riuscito di adattare ad un popolo come il nostro una religione nata in Oriente fra uomini di altra razza e di altra mentalità. Il cattolicismo è la sintesi fra la Giudea e Roma, fra Cristo e Quirino. E’ la religione praticata da secoli e secoli dall'enorme maggioranza delle popolazioni italiane. Universale, perché creato sull'armatura di un impero universale, il cattolicismo fa di Roma uno dei centri più potenti della vita dello spirito religioso nel mondo. Come si vede, la posizione del fascismo di fronte al cattolicismo è ben diversa da quell'anticlericalismo in voga nell'Italia mediocre dell'anteguerra.
Eppure, ciò malgrado, il Partito Popolare Italiano, che si vanta di essere cristiano e cattolico, fa combutta coi socialisti e coi democratici atei e massoni ed assume atteggiamenti di ostilità contro il fascismo. Il Partito Popolare, che poteva mantenersi amico e neutrale, si è invece appalesato nemico acerrimo e subdolo del fascismo. E’ naturale che il fascismo raccolga il guanto di sfida. L'antifascismo del Partito Popolare non è che un aspetto della concorrenza di bottega fra Partito Popolare e Pus e bassamente demagogico.
Il Partito Popolare ha un'ala sinistra, che potrebbe militare benissimo nelle file del Pus ed un'ala destra, che si fa rimorchiare. L'antifascismo è destinato a dividere il Partito Popolare. L'episodio Boncompagni è un sintomo rivelatore. Il Partito Popolare è infatti il Partito ambiguo per eccellenza. Per reclutare le sue masse elettorali si è certamente giovato delle parrocchie, di un fattore religioso quindi; per mantenere queste masse si abbandona ad un mimetismo teorico e pratico delle dottrine e dei metodi del socialismo. Il Partito Popolare è religioso e profano ad un tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo. Don Sturzo, si dice, celebra ancora la messa, cioè il sacrificio, la rinunzia, l'accettazione di questa valle di lacrime e Miglioli pratica la lotta di classe come il più esasperato dei socialisti. Come si concilia il cristiano «amore dei prossimo» con la predicazione dell'odio contro talune categorie di uomini? Il materialismo senza scrupoli, veramente «mammonico» del Partito Popolare è documentato dalle cronache parlamentari del dopoguerra. La disinvoltura del Partito Popolare è già stata bollata da uno dei maggiorenti della sezione milanese, il quale ha definito il Partito Popolare come la «vedova allegra della politica italiana»: definizione scarnificante, ma esattissima.
Il Partito dei Cristiano-Cattolici si è rivelato come un Partito di grassatori che dell'anima e dei suoi futuri destini altamente si infischiano, mentre pensano a riempire il sacco e a svaligiare la nazione. Nell'azione disordinata, ricattatoria e arruffona del Partito Popolare manca una qualsiasi linea di dignità e di nobiltà. Quando si pensi che il leader di questo Gruppo è il trentino De Gasperi, che fu suddito sempre fedele di Francesco Giuseppe, che fu redattore della «Reichpost», il foglio più ignobilmente italofobo di Vienna, un De Gasperi le cui polemiche contro l'irredentismo di Battisti nessuno a Trento ha ancora dimenticato; quando si pensi, dicevo, che De Gasperi viene presentato come la espressione più alta del Trentino redento, si ha subito quanto occorre per definire il patriottismo e la dignità del Partito Popolare.
Coi suoi ultimi gesti parlamentari, coi suoi «veti» ridicoli, coi suoi non meno ridicoli tentativi di combinare un ministero di estrema sinistra, il Partito Popolare ha smorzato le ultime superstiti illusioni: siamo dinanzi ad un Partito infetto di socialismo, quindi anticattolico, quindi anticristiano. Il Partito Popolare dichiara guerra al fascismo e guerra avrà. I modi di questa guerra dipendono dalle circostanze locali; gli sviluppi ulteriori di questa guerra non sono prevedibili, ma non ci sarebbe da stupirsi se la lotta contro l'insopportabile tirannia dei pescicani del Partito Popolare sboccasse in una insurrezione anticlericale, molto meno vacua delle campagne anticlericali di altri tempi.
Nelle alte sfere del Vaticano v'è chi si domanda se la nascita e l'origine del Partito Popolare non si risolveranno in un danno enorme per la Chiesa. Prodotti certo di queste sempre più acute apprensioni sono i comunicati coi quali la Santa Sede dichiara di non avere nulla di comune con l'azione del Partito Popolare. Sta bene. Ma, alla fine, qualcuno potrebbe domandare se questa distinzione fra popolari e cattolici non sia troppo comoda. Il Vaticano non ha giurisdizione sui popolari in quanto Partito? E sia! Ma la deve avere però sui popolari in quanto si professano cristiani e cattolici. Qui è il ponte dell'asino! Qui si appalesa la falsità intima di una situazione per cui il popolare, come partitante, fa il comodaccio suo o il comodo di don Sturzo, e, come credente, deve obbedire alla suprema ed unica autorità della Chiesa: il papa.
Ci sono, insomma, due papi in Italia: il primo, don Sturzo, ha la cura della carne; il secondo, Pio XI, ha la cura delle anime. Non sarebbe, per caso, don Sturzo l'antipapa ed uno strumento di satana? Da mille sintomi appare ormai evidente che grosse tempeste sorgeranno all'orizzonte della Chiesa se il Partito Popolare continuerà a incanaglirsi nella sua politica materialistica, tirannica e anticristiana. "
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:42 pm    Oggetto:  
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Chi si può meravigliare della Conciliazione ? Essendo un movimento antimaterialista, il fascismo non può snobbare la Religione! Parlo di religione in genere. E per noi il Cattolicesimo in particolare.
Occorre soffermarsi, ad onor del vero, a quei paragrafetti dei documetni precedenti (che si riferiscono principalmente alla costituzione dei Fasci), dove in "postulati di carattere immediato", quindi pratico, si paventa la chiusura di mense religiose a carico dello stato e il sequestro di beni di congregazioni religiose... "che costituiscono privilegio di pochi".
Come conciliare questo con la posizione rispettosa e filoreligiosa (ripeto, non filocattolica ma FILORELIGIOSA) dal fascismo qui espressa?
Si deve obbedire al pragmatismo formale del fascismo.
Mussolini, che è stato sicuramente ateo, antireligioso ed anticlericale, non ha mai fatto assurgere questa posizione a dogma del suo movimento o partito. Basti pensare che tra gli ideologi del Primissimo fascsimo risultano non solo cattolici (è il caso di Bottai) ma anche ebrei come Angelo Oliviero Olivetti, che era della scuola del sindacalismo nazionale!
Il forte contenuto sociale della esperienza fascista ha fatto paventare per l'immediato soluzioni che però devono essere viste solo come tali: ipotesi di intervento immediato e pratico. In relazione al principio, questo si dogmatico, di redistribuzione della ricchezza e della elevazione dei ceti meno abbienti. In questo senso, si nota nei documenti una varietà di ipotesi di intervento, senza mai però cozzare col principio di fondo che si rifà alla giustizia corporativa.
Nonostante si vogliano colpire economicamente gruppi religiosi, non si postula la guerra alla religione. E poi, si sistemerà il "tiro" riguardo il vero obiettivo, a più ampio raggio, che è identificato nella rieducazione economico-sociale con l'obbedienza al principio corporativo e quindi la trasversale e pacifica convivenza delle categorie sociali, politiche e religiose nel bene della collettività.

Il sindacalismo nazionale fascista non era ignoto nel ventennio e non ne erano ignoti i fini. Leggiamo un contributo di Oddone Fantini, sindacalista chiamato da Mussolini per scrivere una sintesi ideologica.
Eccolo:

"Da pag. 360 a pag. 487
DALLA TRINCEA ALLA CARTA DEL LAVORO
"Si guardi alla Carta del Lavoro come il
navigante guarda alla bussola" Mussolini
In questo capitolo si intende mettere in evidenza, sia pure in pochissime pagine:

1° come e perchè la guerra abbia costituito o accelerato una rivoluzione nel campo del lavoro;
2° quale sia stato il pensiero dominante di Benito Mussolini nei riguardi del lavoro e dei problemi maturati attraverso la guerra e quale sia stata l'opera eminentemente politica del Fascismo, nel campo sindacale e in quello della legislazione sociale.
Nel termine «trincea» noi dobbiamo intendere e ricordare non solo la « dura guerra » ma il protagonista della guerra : il popolo. Il popolo che si è battuto come un eroe, che ha sofferto come un santo ; il popolo che ha misurato la sua forza e, artefice delle sorti della Nazione, ha intesa con una propria personalità la sua missione ed ha proteso il suo spirito verso una nuova Italia e un nuovo domani ; popolo di lavoratori costituito dalle forze più sane e più vive del Paese, cresciute al lavoro e al culto della famiglia, alimentate, per istinto della stirpe, da un forte sentimento del dovere e da mirabili virtù di resistenza e d'ardimento, guidate da valorosi e ammirevoli capi e trascinate da pochi animosi compagni sorti dalle file del giornalismo e del sindacalismo rivoluzionario.

Nuovi capi e nuove idee dovevano maturare, e maturarono, in quel clima storico speciale della guerra, la coscienza rivoluzionaria delle masse del lavoro : problema politico dominante dell'anteguerra.
Qualcuno ha tacciato di funzione parassitaria quella degli organizzatori dei vecchi movimenti Sindacali. Ciò non è pienamente esatto. La funzione dell'organizzatore, quando risponda alle esigenze della categoria contemperate con quelle della Nazione, e quando chi la svolge sia moralmente e tecnicamente preparato, assume un'alta importanza. È vero invece che vecchi organizzatori consideravano questa funzione unicamente come un mezzo di guadagno e un'arma elettoralistica e svolgevano troppo spesso un'attività demagogica contrastante fors'anche con la loro stessa visione dei problemi da trattare e sopra tutto con I'interesse collettivo nazionale : azione quindi dannosa all'economia e perciò antinazionale. Era ciò che le masse - una volta meglio illuminate - dovevano avvertire.

Le classi borghesi d'altra parte, si mostravano inerti, venivano trascinate verso un domani di cui esse fors'anche avvertivano i pericoli : pericoli economici e nazionali, spirituali e materiali.
Le stesse categorie intellettuali e di professionisti venivano trasportate dagli eventi talvolta lusingate da motivi sentimentali, altre volto costrette da convinzioni economiche disagiate. Quelle così dette padronali - termine ormai eliminato dal Fascismo - pensarono a un certo punto a organizzarsi e far fronte a questa lotta, ma ciascuna per proprio conto e con una visione esclusivamente unilaterale dei problemi e una stessa mentalità di resistenza alla parte opposta.
Lo Stato a sua volta - Stato liberale - era impotente se non indifferente.
Il Governo alla mercè del più forte fu spesso dominato dalle parti.

La lotta di classe era la norma costante dei rapporti fra produttori e lavoratori, fra classi padronali e classi lavoratrici, fra Stato stesso e i suoi impiegati, fra aziende statali e i loro dipendenti.
Non si vuole con ciò negare che ragioni potessero esistere da una parte o dall'altra ; non si vuole neppure disconoscere il miglioramento che l'organizzazione operaia aveva apportato ai suoi associati.
Quanto progresso dalle condizioni dei lavoratori dipinte, e senza esagerazioni, da Marx e da Engels nelle loro inchieste, confermate da economisti e filosofi del tempo !
Ma se possiamo giustificare l'opera che apportò necessari miglioramenti - invocati però da uomini di scienza e di cuore di ogni fede politica - Mazzini insegni - noi possiamo e dobbiamo altresì lamentare che su questi miglioramenti potesse una categoria di politicanti, per il proprio tornaconto o la propria ambizione, creare stati di animo e stati di cose dannosi all'ordine economico e sociale della nazione così come si erano venuti determinando attraverso a scioperi e disordini nei pubblici servizi e nelle imprese private. Gli è che il Governo liberale come poteva essere talvolta trascinato verso il bene ugualmente veniva passivamente o quasi (complice più o meno involontario) trasportato verso il male.

Scrive in proposito giustamente E. M. Olivetti in un suo libro sul sindacalismo nazionale : a La borghesia era uscita da una rivoluzione in gran parte scettica, atea, tutt'al più razionalista. Essa valse a distruggere nel popolo le vecchie fedi senza crearne una nuova. Era imbevuta di universalismo, di massonismo, di democrazia, tutt'al più di vaghe utopie ereditare dall'enciclopedismo francese che non poteva costituire il motivo ideale della vita dei popoli. Altre correnti distruttive ben presto si sovrapposero a fare del secolo scorso forse il più triste e il più piatto nella vita del pensiero umano. Il sensismo di Locke e l'utilitarismo di Bentham furono aride filosofie confinanti con il meccanismo del Lamettrie e dell'estremo enciclopedismo. L'evoluzionismo darwiniano inteso in assoluto senza alcun senso etico, quasi legge fatale dell'universo, non pure degli organismi viventi, ma anche della Società, condusse ad estreme conseguenze perniciose.

« Il proletariato a sua volta fu imbevuto di tali dottrine ed anzi più avidamente le assorbì quando esse incominciarono ad essere abbondante dalle menti più elevate e dagli spiriti più eletti. Possiamo asserire che il proletariato adottò in pieno le concezioni già superate in scienza ed in filosofia creandosene un dogma, una arida dottrina imparaticcia, terra terra, senza luce ideale e senza conforto spirituale. Dalla modesta ipotesi darwiniana derivò il sociologismo empirico di Erberto Spencer che fu ancora il meno male, ed il meccanismo fisiologico del Vogt, del Moleschott, del Buchner, fino all'estrema follia del monismo di Ernesto Haeckel. Da codesta filosofia al materialismo storico fu breve il passo il determinismo economico fu considerato come una legge assoluta ed indeprecabile ; il socialismo fu proclamato scientifico ed anzi come vera e propria scienza. Il suo fatale trionfo come una legge naturale ed una necessità della Storia. Federico Engels nel suo polemico « AntiDuhring » accampò con precisione il socialismo scientifico contro il socialismo utopistico dei secoli precedenti e specialmente degli scrittori francesi del periodo che va dalla rivoluzione dell' 89 a quella del 1848.... In Italia la prima predicazione del socialismo fu veramente evangelica ed idealistica e presentò casi memorabili di disinteresse e di sacrificio personale. Il veleno internazionalistico non l'aveva ancora intossicato. Recente era la tradizione della predicazione Mazziniana e dei primi tentativi di un socialismo nazionale altamente patriottico come quello di Carlo Pisacane.

«Ad ogni modo, così, come fu, il socialismo compié in un certo periodo una vera predicazione morale traendo le plebi dalla loro oscurità alla luce del mondo, ridando ai derelitti un senso di personalità e di umanità, parlando in nome non di una necessità darwiniana, ma di motivi idealistici di giustizia sociale, sicchè la sua opera può dirsi per un certo periodo utile, finchè non venne del tutto avvelenato dal prevalere di una dottrina straniera, da un materialismo storico alla tedesca, dall'internazionalismo pure d'invenzione teutonica, successivamente dal politicantismo e dal materialismo edonistico che fu la immediata conseguenza di quello storico ed economico ». Inconvenienti questi, continuo io, che erano stati avvertiti e lamentati, fino dai suoi tempi, da Giuseppe Mazzini il quale voleva creare con la formula «libertà e associazione» un movimento sindacale nazionale e collaborazionista contro l'invadente movimento straniero internazionalistico basato sulla lotta di classe e fondato unicamente su diritti là dove Egli additava i doveri dell'uomo e affermava oltre una vita materiale, una vita spirituale e una Società nazionale.

In Italia il movimento associazionista si iniziò infatti presso a poco quando, nel 1842, Giuseppe Mazzini, fondando la « Giovane Italia », volle che una sezione di essa fosse destinata al movimento operaio invitando gli operai a riunirsi in associazioni come già stava avvenendo in Inghilterra, in Francia, in Germania ed altrove. Ma, dove altri dicevano comunismo e socialismo, Mazzini parlava di associazione nazionale, di realizzazioni materiali come mezzo, e di realizzazioni spirituali come fine, onde Egli ripeteva : « Voi siete uomini e come tali avete facoltà non solamente fisiche ma intellettuali e morali che è vostro dovere di sviluppare ».

Se noi pensiamo a questa predicazione possiamo affermare che esiste un movimento associazionista prettamente italiano, veramente latino che soltanto Mussolini, attratto dal pensiero di Sorel e di Pareto, unendo la volontà e l'azione con il genio politico, dopo avere temprato dal 1910 la sua aspirazione sindacalista, riusciva a realizzare nello Stato Fascista.
Questo sindacalismo nazionale fatto di educazione al dovere, di collaborazione tra tutte le forze produttive, si era venuto affermando e sviluppando prima della guerra ad opera di organizzatori, economisti e filosofi provenienti da tutti i partiti i quali avevano sentita l'influenza del pensiero di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Mazzini e di Giorgio Sorel e dei nostri più recenti scrittori e studiosi.
E da questo sindacalismo rivoluzionario, eroico, interventista, italiano - nelle origini, nelle tradizioni e nei propositi - doveva emergere la figura eroica di Filippo Corridoni : l'organizzatore che poté trascinare migliaia di operai per le vie di Milano al canto dell' Inno di Mameli e dopo avere affermata la necessità del nostro intervento contro il pacifismo e l'incomprensione del socialismo imborghesito, andò a battersi eroicamente, con altri interventisti sindacalisti, per la causa nazionale e per la vera redenzione del popolo italiano.

Sull' interventismo e sulla morte di Filippo Corridoni scrisse Mussolini sul Popolo d'Italia nel 1917:
« Ciò che v' è di eccezionale, di meraviglioso, nell'interventismo italiano, è il suo carattere popolare. Movimento di folle anonimo, non di partiti organizzati.
« E l'eresia che, per un miracolo nuovo, afferra le masse meno ortodosse del neutralismo conservatore, sovversivo, viene schiantata d'assalto.
« Nel Maggio del 1915 il popolo si riconcilia con la Patria e comprende, per una intuizione sicura, il valore grande di quel tesoro che aveva misconosciuto e disprezzato.
« Il popolo, che era stato da cinquant'anni un assente, rientra e s'inserisce nel corpo vivo della storia d'Italia.
«Gli uomini che danno la voce a questo movimento, sono dei fuorusciti, degli insofferenti, degli inquieti, ma sopratutto degli idealisti e dei disinteressati.
« L' interventismo porta alle origini questo sigillo di nobiltà.
« Che cosa chiedevano questi interventisti ? Forse la guerra per profittarne ? No ; domandavano di combattere e si preparavano a morire. Affrontavano comunque l'ignoto.
« In questa guerra che deve decidere le sorti dell'umanità per almeno un secolo ; in questa guerra eminentemente rivoluzionaria, non nel senso politicante della parola, ma per il fatto che tutto è in giuoco, che tutto è in pericolo e molto andrà sommerso, e molto sarà rinnovato, il posto di Filippo Corridoni non poteva essere fra i negatori solitari e infecondi in nome delle ideologie di ieri, o fra i pusillanimi che sono contrari alla guerra, perchè la guerra interrompe o turba le loro abitudini o documenta la loro infinita vigliaccheria ».

E recentemente ha scritto Sergio Panunzio che «la morte del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni significava la morte dell'idea di classe del sindacato classista, del sindacalismo economico classista, e il trionfo dell'idea nazionale, dei sindacati nazionali, del sistema nazionale di tutte le classi e di tutti i ceti produttori» e che « la guerra accelerava e scioglieva con la veemenza del suo urto una crisi già pronta e matura».

Mentre il popolo si batteva, e destava per il suo valore l'ammirazione del mondo e i vecchi partiti, che non avevano capito le ragioni della guerra e dell'intervento e non potevano sentire né capire né tanto meno apprezzare le mirabili prove che dava il popolo italiano combattente, si attardavano a parlare di pace o di inutile strage, queste pattuglie ardimentose, dell'autentico volontarismo, dell'audace interventismo, del generoso ed eroico sindacalismo affermavano, insegnavano, e maturavano nell'anima dei combattenti l'idea dell'amore alla Patria, del sacrificio, dell'eroismo e segnavano nella guerra l'inizio di quella rivoluzione che poi il fascismo, per l'intuito meraviglioso del suo Capo, doveva interamente attuare.
Perchè la guerra mondiale non può essere riguardata soltanto come l'epilogo di una lotta egemonica di natura economica ma, sopratutto, come una rivoluzione che, dopo avere scavato in ogni campo un profondo abisso col passato, presentò problemi nuovi all'avvenire. Scriveva l'economista Walter Rathenau nella sua pregevole opera L'Economia nuova :
« Che cosa è l'avvenimento che ci attornia d'incendi? Noi la chiamiamo guerra, perchè esso ha la forma della guerra dei popoli, perchè le nazioni contrarie lottano visibilmente e manifestamente per terra, per acqua, per aria, nel fuoco. I nostri posteri lo riconosceranno ; quello che noi viviamo è la rivoluzione del mondo, l'eruzione vulcanica degli strati inferiori infiammati e prepotenti del firmamento umano ».

Dalla vita materialista, addormentata e grigia il popolo era passato alla trincea dove un nuovo mondo si era dischiuso alla sua anima martellata da tutte le prove, da tutte le ansie, da tutte le visioni, sicchè giustamente fu detto che la guerra faceva uomini adulti i giovanetti diciannovenni, e creava una corrente rivoluzionaria negli spiriti più forti, più audaci, più generosi e più aperti alle grandi e nuove prove.
La guerra aveva abbattuto tutto ciò che significava egoismo, materialismo, politicantismo e con essa si era affermata una generazione che sapeva far dono della vita, che non chiedeva ma generosamente offriva, che ritrovava in sè le virtù della stirpe.
Tutto ciò che sapeva di pacifismo, di internazionalismo, di umanitarismo, di opportunismo e viltà doveva inesorabilmente cadere condannato dalla nuova vita e dall'ambiente creato dalla guerra ; così il socialismo, al pari della democrazia liberale, dopo la vittoria delle armi doveva cedere il passo alle nuove idee, mentre una nuova coscienza dei loro bisogni, dei loro compiti, dei loro destini, si era maturata nelle masse dei combattenti che male potevano adattarsi ai vecchi costumi politici e, forti dei sacrifici compiuti e della vittoria raggiunta, non potevano tornare alla vita mediocre dell' Italia antebellica : politicante e affaristica.
Ma nell'immediato dopo guerra vi fu dapertutto - ove più ove meno - un triste periodo di disorientamento del quale approfittarono speculando sulle miserie e sui dolori della guerra gl'imboscati, i neutralisti e i negatori della Patria, per diminuire o addirittura negare i valori e le glorie della guerra, per vilipendere il tricolore e il sacrificio dei morti o dei superstiti, per riaccendere più che mai l'odio delle classi lavoratrici contro il capitale, per innalzare degli indegni, degli inetti, dei vili a capo delle organizzazioni del lavoro della cosa pubblica, per provocare e moltiplicare gli scioperi sempre più politici che economici (pensate a 30.569.188 giornate di sciopero nel solo 1921), per incamminare, con false promesse, il popolo vittorioso intimamente onesto e sano, verso la sua immancabile rovina, verso il mito bolscevico.
Se nonchè vi fu un Uomo, Benito Mussolini, il quale, armato di passione, di genio, di volontà, in nome di tutte le glorie del passato, in nome del sacrificio dei morti e dei superstiti, in nome dei destini della Patria e dei reali bisogni della Nazione, sollevando un grido passato alla storia chiamò a raccolta il popolo contro quei falsi pastori, contro quelle false dottrine, e anche contro quei Governi liberali incapaci di interpretare e di difendere i diritti dell' Italia di Vittorio Veneto, impotenti, nonchè a reagire, a dominare gli eventi. E il popolo italiano - buono e operoso - ascoltò la nuova voce, credette al nuovo Capo obbedì al nuovo comando.

Questo Uomo aveva scritto nel Popolo d'Italia nel 1919:

"È da tre anni che noi gridiamo agli uomini del Governo : Signori, andate incontro spontaneamente, generosamente a quelli che ritorneranno dalle trincee! Non abbiate paura di parere troppo audaci ! Siate grandi nelle vostre parole e sopratutto nei vostri fatti, perché l'ora, i bisogni, le speranze, le fedi sono grandi !
« È da tre anni che noi andiamo proclamando la necessità di dare un contenuto "sociale interno" alla guerra, non solo per ricompensare le masse che hanno difeso la Nazione, ma per legarle anche nell'avvenire alla Nazione e alla sua prosperità.
« La smobilitazione è incominciata. Quindici classi sono state congedate.
« Tornano i reduci, tornano alla spicciolata. Non hanno nemmeno la soddisfazione estetica e spirituale di vedersi ricevuti trionfalmente come meriterebbero i soldati che hanno letteralmente demolito "uno dei più potenti eserciti del mondo".
«Le "tradotte" rovesciano nelle nostre città il loro carico umano. Il soldato si sveste e torna cittadino.
Ecco, le dolenti note incominciano. Il soldato che torna, con la soddisfazione intima di aver compiuto il proprio dovere, il che gli permette di guardare dall'alto coloro che questo dovere obliarono, cerca lavoro e lavoro non c'è. Danaro per vivere non ne ha e difficilmente ne trova. In ogni caso è infinitamente triste che degli uomini che spianarono il fucile contro l'austriaco e il tedesco, siano costretti a tendere la mano per il soccorso che può alleviare i bisogni immediati, ma non risolve il problema. È infinitamente triste che degli uomini che furono pronti a morire, non trovino, oggi che la Patria è salva, il necessario per vivere !
« Il cittadino che torna dalla trincea sa che vi è un' Italia da ricostruire ».

In quello stesso anno scriveva Mussolini affermando la necessità di un'intesa fra capitale e lavoro e, criticando il congresso della C. G. del lavoro tenuto a Bologna, rivendicava d'avere scritto in data 9 novembre 1918 : « Io dico che nell'immediato dopo guerra il lavoro umano della nazione italiana deve perdere gli attributi che lo accompagnarono fin qui nel corso dei secoli : la fatica e la miseria. Perchè la Nazione prosperi e grandeggi nel mondo, perchè la sua figura morale splenda luminosa nella costellazione universale, è necessario che le masse lavoratrici e produttrici non siano dannate ad un regime pre-umano se non anti-umano ».

E il 23 marzo 1919, data della fondazione dei Fasci di combattimento, Mussolini scriveve ancora sul Popolo d' Italia:
« Tenendoci fermi sul terreno dell'interventismo, - nè potrebbe essere altrimenti, essendo stato l'interventismo il fatto culminante nella storia della Nazione, - noi rivendichiamo il diritto e proclamiamo il dovere di trasformare, se sarà inevitabile anche con metodi rivoluzionari, la vita italiana.
« Noi prendiamo le mosse da quel Maggio che fu spiritualmente e divinamente rivoluzionario perchè risvegliò una situazione di vergogna all'intorno e decise le sorti della guerra mondiale. Quello fu il primo episodio della Rivoluzione. Fu l'inizio. La Rivoluzione è continuata, sotto il nome di guerra, per quaranta mesi.
NON É FINITA - ESSA CONTINUA. - Noi vogliamo l'elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (non soltanto di quelli che si chiamano proletari) e la grandezza del nostro popolo nel mondo ».

Intanto fin dal 1918 Mussolini aveva dato appoggio all'Unione italiana del lavoro, sorta nella primavera del 1918, della quale facevano parte con Edmondo Rossoni, che aveva affermato « LA PATRIA NON SI NEGA, MA SI CONQUISTA», altri valorosi affermatori e costruttori del sindacalismo italiano.
Nel 1921 il movimento sindacale fascista affermandosi a Ferrara, si separava dall'Unione italiana del lavoro e si propagava e sviluppava in altre parti d'Italia.
Mussolini, che aveva manifestata chiaramente la sua anima sindacalista fin dal 1910 e poi nel 1914 nella sua rivista Utopia e fin d'allora aveva promesso alle masse dei lavoratori la loro redenzione, convocava nel 1922 a Bologna le forze del lavoro aderenti al partito Fascista e in quel Convegno venivano approvati una mozione, presentata da Michele Bianchi, e un ordine del giorno, di cui diamo il testo:

« Il convegno sindacale di Bologna del 24 gennaio 1922, afferma la necessità di costituire in corporazioni nazionali, facenti capo ad un organismo centrale dominante l'Unione federale italiana delle corporazioni, tutti quei sindacati il cui programma e la cui attività si informano sostanzialmente al programma e agli Statuti del P. N. F., e fissa i seguenti capisaldi:
1° il lavoro costituisce il sovrano titolo che legittima la piena e utile cittadinanza dell'uomo nel consesso sociale;
2° il lavoro è la risultante degli sforzi svolti armonicamente a creare, a perfezionare, ad accrescere quanto forma benessere materiale, morale, spirituale dell'uomo ;
3° sono da considerarsi lavoratori tutti indistantamente coloro che, comunque, impiegano o dedicano l'attività ai fini su accennati e pertanto la organizzazione sindacale prima con le opportune suddistinzioni e varietà di aggruppamenti deve proporsi l'accoglierli senza demagogici ostracismi ;
4° la Nazione - intesa come sintesi superiore di tutti i valori materiali e spirituali della stirpe - sopra gli individui, lo categorie e le classi. Gli individui, le categorie e le classi sono strumenti di cui la Nazione si serve per il raggiungimento della sua maggiore grandezza. Gli interessi e gl'individui delle categorie e delle classi acquistano titolo di legittimità a patto che siano contenuti nel quadro del superiore interesse nazionale ;
5° l'organizzazione sindacale, e cioè lo strumento di difesa e di conquista del lavoro contro tutte le forze di parassitismo, deve tendere a sviluppare negli organizzati il senso della consapevole inserzione dell'attività sindacale, della complicata rete delle relazioni sociali, diffondendo la cognizione che oltre la classe vi sono una Patria e una Società. Le corporazioni sindacali facenti capo alla Unione Federale italiana delle Corporazioni sono le Corporazioni nazionali del lavoro industriale, del lavoro agricolo, del commercio, delle classi medie e intellettuali, della gente di mare.
« Il Congresso Nazionale Sindacale di Bologna dichiara costituita la Confederazione Generale dei Sindacati Nazionali che raccoglierà nel suo seno tutte le attività professionali, intellettuali, manuali e tecniche che identificano il diritto della loro elevazione morale ed economica (risultato di volontà e di capacità e non di astratte rivendicazioni) con il dovere imprescindibile dei cittadini verso la Nazione ».

Veniva poi approvato questo altro ordine del giorno:
« I rappresentanti dei Sindacati Fascisti e simpatizzanti, nel loro primo Convegno Nazionale di Bologna, deliberano di istituire e di solennizzare, nel giorno 21 Aprile - Natale di Roma, la festa del lavoro italiano ».

A questo proposito Mussolini scriveva sul Popolo d'Italia:
« La proposta di scegliere quale giornata del Lavoro il 21 Aprile partì da chi traccia queste linee e fu accolta dovunque con entusiasmo.
« I fascisti intuirono la significazione profonda di questa data. Celebrare il Natale di Roma significava celebrare il nostro tipo di civiltà, significava esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l'avvenire. Roma e l' Italia sono infatti due termini inscindibili. Nelle epoche grigio o tristi della nostra storia, Roma è il faro dei naviganti e degli aspettanti. Dal 1921, dall'anno in cui la coscienza nazionale si sveglia e da Nola a Torino, il fremito unitario prorompe nell'insurrezione, Roma appare come la meta suprema, Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, è il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro Mito.
« Noi sogniamo l' Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma, risorge nel "Fascismo " : Romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : " Civis romanus sum ".
« Bisogna, ora, che la storia di domani, quella che noi vogliamo assiduamente creare, non sia il contrasto o la parodia della storia di ieri. I romani non erano soltanto dei combattenti ma dei costruttori formidabili che potevano sfidare, come hanno sfidato, il Tempo.
« L' Italia è stata romana, per la prima volta, dopo quindici secoli, nella guerra e nella vittoria : dev'essere ora romana nella pace : e questa romanità rinnovata e rinnovantesi ha questi nomi : Disciplina e Lavoro. Con questi pensieri, i fascisti italiani ricordano oggi il giorno in cui duemilasettecentocinquantasette anni fa - secondo la leggenda - fu tracciato il primo solco della città quadrata, destinata dopo pochi secoli a dominare il Mondo ».

***

Dopo il Convegno di Bologna nel 1922 il movimento sindacale fascista si trasferiva da Ferrara a Bologna.
Intanto D'Annunzio, nel 1920, aveva offerto a Fiume un esperimento di costituzione sindacale tipicamente corporativa e italiana. In altro capitolo, sull' impresa di Fiume, sarà fatto cenno alla «Carta di Libertà del Carnaro » con cui Gabriele D'Annunzio aveva inteso di fissare gli ordinamenti del nuovo Libero Stato.
Tale atto - promulgato l'8 settembre 1920 - offre un esempio di ordinamento sindacale. Si legge all'art. 3°
« La reggenza italiana del Carnaro è un Governo schietto di popolo " res populi " - che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più larghe e le più varie forme della autonomia quale fu intesa ed esercitata nei quattro secoli gloriosi del nostro periodo comunale ».

Sopra ogni altro diritto la reggenza innalzava quelli dei produttori i quali venivano ripartiti in dieci corporazioni.
Nell'agosto del 1922 a Milano il Poeta, scagliandosi contro i materialisti e i denigratori della Vittoria, affermava con un suo mirabile discorso :
« C' è oggi un' Italia che vuol vivere del ventre, che vuol disconoscere la Vittoria, che vuole rinnegare i suoi Morti, che vuole corrompere la giovinezza, che vuole imbestiarsi, che vuole pascersi nel chiuso. Ma c' è anche un' Italia che guarda in alto, che mira lontano, che riprende l'arte romana di assodare le vie e di moltiplicarle e di prolungarle verso tutti gli orizzonti remoti e verso tutte le mete ideali. C' è anche un' Italia che ricorda, che riconosce, che afferma, che lavora, che opera, che aspetta, che patisce e del suo patimento fa il suo coraggio, che ardisce e del suo ardimento fa il suo dovere.
«Oggi non v'è salute fuori della Nazione, non v'è salute contro la Nazione, IL LAVORO E' STERILE SE NON CONCORRE ALLA POTENZA DELLA NAZIONE. Ogni volere, ogni sforzo, ogni tentativo è sterile se non sia subordinato alla legge della Nazione».

Frattanto il movimento sindacale fascista pur contro alla resistenza e agli scioperi inscenati dalle organizzazioni rosse e contro l'incomprensione del Governo, andava conquistando le masse dei lavoratori e dei datori di lavoro, e Mussolini andava sempre più precisando e spiegando i fini e i compiti del sindacalismo fascista. Così infatti Egli scriveva nel settembre del 1922:
« Il Sindacalismo fascista si differenzia dal sindacalismo rosso per molte ragioni. Non è dogmatico. Non è teologico, non persegue finalità remote, non intende cioè di sposare in anticipo un dato tipo di economia o di società. Il Sindacalismo fascista si propone di organizzare nel modo più razionale e redditizio la produzione agricola e industriale.
« Aumentando la produzione, aumenta la massa dei beni disponibili per il consumo : aumenta il benessere collettivo. Quando il bottino c' è, niente di più naturale che sorga una rivalità di interessi fra gli elementi che lo hanno creato, ma prima sarebbe esiziale. Il processo produttivo esige la più stretta collaborazione fra datori di lavoro e lavoratori.
« Il Sindacalibmo fascista è selettivo : non cerca le masse, ma non è così idiota da respingerle quando vengano spontaneamente a lui. Il Sindacalismo fascista non lusinga il proletariato, non lo ricopre di tutte le virtù, di tutte le santità, come fanno i socialisti, sempre pronti a bruciare incensi di fronte alle masse lavoratrici. Il Sindacalismo fascista non esclude che in un lontano domani i sindacati dei produttori possano essere le cellule essenziali di un nuovo tipo di economia, ma nega che il proletariato sia in grado oggi di creare il suo tipo di civiltà.
Il Sindacalismo fascista non è catastrofico, non crede, cioè, che il capitalismo europeo sia incapace di uscire dalla crisi attuale. Comunque, se l'Europa non è salvata dalle classi capitalistiche, non lo sarà certamente dalle classi operaie e meno ancora dai diversi partiti del socialismo ».

E venendo al tema dell'internazionalismo scriveva:

« È inutile, cari signori, di ribalbettare il catechismo internazionalistico. Le vostre sono ciarle ventose, mentre la razza è un fatto, duro come il granito.
« In ogni caso l'internazionalismo è un privilegio più o meno simpatico delle classi alte, non già delle vaste masse operaie, le quali, oltre i confini del loro villaggio, non si trovano più, non respirano più perchè sono disperatamente attaccate alla loro zolla di terra e quando il destino o la miseria le proietta lontano, oltre i monti, al di là degli oceani, è sempre la voce potente e misteriosa del paesello abbandonato, quella che canta nelle loro anime primitive, con ritmi e accenti di inguaribile nostalgia ! In piena New-York sorge Mulburry Street dagli usi e costumi immutabilmente napoletani.
« L' internazionalismo è una merce di lusso, buona per le aristocrazie delle arti, della banca, dell'industria o dell'imbecillità snobistica insomma, per i borghesi del capitalismo e per quelli del socialismo ; ma, nel basso, l'internazionalismo è una favola assurda ; le masse profonde non superano nè possono superare ed è somma fortuna che non possano superare, il dato insopprimibile della razza e della nazione. " Va' al to paes ! " ecco la formula che riassume l'internazionalismo operaio.
« La dottrina socialista dell' internazionale operaia è campata in aria o incisa soltanto nelle tavole : nella vita non esiste. Mettete ad uno stesso tavolo - vedi conferenza di Washington - rappresentanti operai di diversi paesi e riudrete il baccano incomprensibile di una nuova Babele ; mettete a contatto forzato masse operaie di razze diverse e avrete la cronaca dell'Alta Slesia o del Bacino di Teschen o di Trieste ».

* * *
Era maturata intanto la rivoluzione che portò nell'ottobre 1922 le camicie nere alla marcia su Roma e l'Italia ebbe finalmente il Governo atteso dai combattenti e dai militi della rivoluzione e Benito Mussolini, Presidente del Consiglio dei Ministri, chiamava a collaborare col suo Governo insieme con altri Uomini valorosi della guerra e della rivoluzione, i Capi vittoriosi dell'Esercito e della marina : Diaz e Tahon de Revel.
Fra i nuovi molteplici problemi della vita politica nazionale, il fascismo, divenuto così anche di nome, come ormai lo ora divenuto di fatto, padrone dei destini dell' Italia, dovette pensare non solo a ristabilire, l'ordine sociale, a restaurare le finanze, a disciplinare la burocrazia, a mutare i costumi politici e amministrativi ma anche a inquadrare le masse dei lavoratori e datori di lavoro e a risolvere i problemi del lavoro e della produzione che sono fondamentali nella vita di ogni paese.

Così si venne creando e formando una nuova organizzazione sindacale e corporativa integrata da una mirabile legislazione sociale tanto più degna di ammirazione se noi la consideriamo non solo rispetto alle nostre limitate condizioni economiche ma in rapporto alla sua recentissima formazione.
E intanto che questo ordinamento si preparava e le leggi fasciste si maturavano, Benito Mussolini continuava, scendendo fra i produttori e gli operai, a spiegare le ragioni del nuovo ordine sindacale e sociale penetrando così sempre più e sempre meglio nella coscienza delle masse lavoratrici.

Recatosi fra gli operai di Dalmine nell'ottobre 1924, ebbe a dire loro « Ritengo che tutti i fattori della produzione sono necessari : necessario è il capitale, necessario è l'elemento tecnico, necessaria è la maestranza. L'accordo di questi tre elementi dà la pace sociale, la pace sociale dà la continuità del lavoro ; la continuità di lavoro dà il benessere singolo e collettivo. Fuori di questi termini, ve lo dico con assoluta schiettezza, non vi può essere che rovina e miseria.
« Voi siete legati al progresso tecnico e materiale del vostro stabilimento.
«Ricordatevi che in me avete un amico. Un amico severo però, non un amico lusingatore, non un amico che voglia farvi più grandi di quelli che non siete. E se vi dico che avete in me un amico ve lo dico con assoluta sincerità ; io sono un amico che conosce i vostri diritti, ma che vi dice anche che i vostri diritti devono avere la corresponsione del dovere compiuto. Giuseppe Mazzini non disgiungeva diritti da doveri, li considerava come termini di un binomio assoluto ; il diritto è la risultante del dovere compiuto.
«Compite il vostro dovere e voi avrete il diritto di rivendicare la tutela dei vostri interessi dalla Nazione fascista oggi e domani ».

E aggiungeva in un discorso a Parma il 23 ottobre 1925,
a proposito di rivoluzione e di sindacalismo:

«Rivoluzione è quando il Governo inserisce le forze sindacali nello Stato e dà a queste forze sindacali, che il vecchio demo-liberalismo ignorava, il loro posto nella vita ».

E ai lavoratori di Monte Amiata dopo una Sua visita nel 1925:

« I datori di lavoro non debbono volere che la massa dei loro dipendenti viva in condizione di disagio e di povertà. Non è nel loro interesse nè è nell'interesse della Nazione. D'altra parte i lavoratori non debbono chiedere all'industria ciò che l'industria non può sopportare....
« .... Prima di tutto voi siete degli italiani e io dichiaro che prima amo gl' italiani e poi conservo un po' di simpatia per tutti gli altri popoli della terra. In secondo luogo. siete dei lavoratori, cioè gente che produce, siete bravi. La popolazione lavoratrice italiana può dirsi all'avanguardia per probità, per onestà, per laboriosità, per diligenza, per intelligenza. Non c'è quindi nessuna ragione perchè il fascismo non debba andare fraternamente incontro al popolo che lavora. Gli va incontro il Partito ed anche il Governo. La vostra presenza, il vostro entusiasmo mi dimostrano che non siete tocchi da dubbi assurdi. Voi sentite che il Fascismo è solidissimo e che il Governo è piantato come una quercia nella roccia.
« .... Di questa mia rapida esposizione, voi o lavoratori del Monte Amiata vi ricorderete tre cose :
1) che il sindacalismo fascista è molto migliore, molto più utile a voi e alle vostre famiglie del sindacalismo rosso che con la pratica della lotta di classe diventava norma di azione quotidiana, scavava un abisso inseparabile tra cittadini e cittadini, tra figli della stessa terra ;
2) che il Governo è solido e che non demorde a nessun costo ;
3) che il Fascismo vuol fare una politica di pace con dignità, con fierezza, con senso di disciplina ».

* * *
Ormai nella mente di Mussolini, che aveva sognata e voluta una società di sindacati organizzati e disciplinati nello Stato, doveva essersi maturata l'idea di assommare, in un documento fondamentale per la vita economica, Sindacale e sociale della Nazione, questi principi da Lui più volte affermati nel volgere della sua vita tormentosa di uomo politico, di studioso, di Capo. E il documento fu dato all' Italia Fascista - dopo che già nel 1926 era stata creata la legge sulla disciplina e sul riconoscimento giuridico delle associazioni sindacali ed era stato creato il Ministero delle Corporazioni - nell'anno 1927 proprio nella ricorrenza della data ormai sacra al lavoro italiano : il 21 Aprile.

ODDONE FANTINI
PUBBLICAZIONE NAZIONALE UFFICIALE,
(con l'assenso del capo del governo), 1928"


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E arriviamo alla Dottrina del ’33. Troveremo contraddizioni? Ma neanche per sogno!
Sintesi del pensiero fascista, antipregiudizialista, nazional-sindacale. Che fa il paio con lo scritto gentiliano tanto da non poter essere separati.
Ecco:

"Benito Mussolini
LA DOTTRINA DEL FASCISMO 1933-XI

IDEE FONDAMENTALI

I

Come ogni salda concezione politica, il fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo bisogna conoscere la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in una fede, ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo.


II

Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui lindividuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo.

III

Dunque concezione spiritualistica, sorta anche essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in sé stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per l'umanità. Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme - arte, religione, scienza - e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche il valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e crea il mondo umano (economico, politico, morale, intellettuale).

IV

Questa concezione positiva della vita è evidentemente una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna la vita comoda.

V

Il fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero.


VI

Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia 1'uomo è nulla. Perciò il fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la felicità sulla terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del `700, e quindi respinge tutte le concezioni che per ... un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica; praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto.


VII

Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica. E' contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.

VIII

Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello Stato.


IX

Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, eticamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, nè regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un'idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.


X

Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto.


XI

La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e vive in quanto si sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo Stato non solo è autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali, ma è anche potenza che fa valere la sua volontà all'esterno, facendola riconoscere e rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità in tutte le determinazioni necessarie del suo svolgimento. E perciò organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Cosi può adeguarsi alla natura dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce barriere, e che si realizza provando la propria infinità.

XII

Lo Stato fascista, forma più alta e potente della personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell'uomo. Non si può quindi limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera delle presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, e disciplina di tutta la persona; penetra la volontà come l'intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell'umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore, dell'artista come dello scienziato: anima dell'anima.


XIII

Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità, della forza e della giustizia.


DOTTRINA POLITICA E SOCIALE

I

Quando, nell'ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia io convocai a Milano i superstiti interventisti-intervenuti, che mi avevano seguito sin dalla costituzione dei Fasci d'azione rivoluzionaria - avvenuta nel gennaio del 1915 -, non c'era nessuno specifico piano dottrinale nel mio spirito. Di una sola dottrina io recavo l'esperienza vissuta: quella del socialismo dal 1903-04 sino all'inverno del 1914: circa un decennio. Esperienza di gregario e di capo, ma non esperienza dottrinale. La mia dottrina, anche in quel periodo, era stata la dottrina dell'azione. Una dottrina univoca, universalmente accettata, del socialismo non esisteva più sin dal 1905, quando cominciò in Germania il movimento revisionista facente capo al Bernstein e per contro si formò, nell'altalena delle tendenze, un movimento di sinistra rivoluzionario, che in Italia non uscì mai dal campo delle frasi, mentre, nel socialismo russo, fu il preludio del bolscevismo. Riformismo, rivoluzionarismo, centrismo, di questa terminologia anche gli echi sono spenti, mentre nel grande fiume del fascismo troverete i filoni che si dipartirono dal Sorel, dal Lagardelle del Mouvement Socialiste, dal Péguy, e dalla coorte dei sindacalisti italiani, che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota di novità nell'ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le Pagine libere di Olivetti, La Lupa di Orano, il Divenire sociale di Enrico Leone. Nel 1919, finita la guerra, il socialismo era già morto come dottrina: esisteva solo come rancore, aveva ancora una sola possibilità, specialmente in Italia, la rappresaglia contro coloro che avevano voluto la guerra e che dovevano espiarla. Il Popolo d’Italia recava nel sottotitolo quotidiano dei combattenti e dei produttori. La parola produttori era già l'espressione di un indirizzo mentale. Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento. Il nome che io diedi all'organizzazione, ne fissava i caratteri. Eppure chi rilegga, nei fogli oramai gualciti dell'epoca, il resoconto dell'adunata costitutiva dei Fasci italiani di combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di anticipazioni, di accenni, che, liberati dall'inevitabile ganga delle contingenze, dovevano poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in una serie di posizioni dottrinali, che facevano del fascismo una dottrina politica a sé stante, in confronto di tutte le altre e passate e contemporanee.
“Se la borghesia”, dicevo allora, “crede di trovare in noi dei parafulmini si inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro... Vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva, anche per convincerle che non è facile mandare avanti una industria o un commercio... Combatteremo il retroguardismo tecnico e spirituale... Aperta la successione del regime noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre; se il regime sarà superato saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria. L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare, vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi... Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna alle corporazioni. Non importa!... Vorrei perciò che l'assemblea accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico... “
Non è singolare che sin dalla prima giornata di Piazza San Sepolcro risuoni la parola corporazione che doveva, nel corso della Rivoluzione, significare una delle creazioni legislative e sociali alla base del regime?


II

Gli anni che precedettero la marcia su Roma, furono anni durante i quali le necessità dell'azione non tollerarono indagini o complete elaborazioni dottrinali. Si battagliava nelle città e nei villaggi. Si discuteva, ma - quel ch'è più sacro e importante - si moriva. Si sapeva morire. La dottrina - bell'e formata, con divisione di capitoli e paragrafi e contorno di elucubrazioni - poteva mancare; ma c'era a sostituirla qualche cosa di più decisivo: la fede. Purtuttavia, a chi rimemori sulla scorta dei libri, degli articoli, dei voti dei congressi, dei discorsi maggiori e minori, chi sappia indagare e scegliere, troverà che i fondamenti della dottrina furono gettati mentre infuriava la battaglia. È precisamente in quegli anni, che anche il pensiero fascista si arma, si raffina, procede verso una sua organizzazione. I problemi dell'individuo e dello Stato; i problemi dell'autorità e della libertà; i problemi politici e sociali e quelli più specificatamente nazionali; la lotta contro le dottrine liberali, democratiche, socialistiche, massoniche, popolaresche fu condotta contemporaneamente alle spedizioni punitive. Ma poiché mancò il sistema si negò dagli avversari in malafede al fascismo ogni capacità di dottrina, mentre la dottrina veniva sorgendo, sia pure tumultuosamente dapprima sotto l'aspetto di una negazione violenta e dogmatica come accade di tutte le idee che esordiscono, poi sotto l’aspetto positivo di una costruzione che trovava, successivamente negli anni 1926, `27 e `28, la sua realizzazione nelle leggi e negli istituti del regime. Il fascismo è oggi nettamente individuato non solo come regime ma come dottrina. Questa parola va interpretata nel senso che oggi il fascismo esercitando la sua critica su se stesso e sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di riferimento - e quindi di direzione - dinnanzi a tutti i problemi che angustiano, nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo.


III

Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l'avvenire e lo sviluppo dell'umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà - di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l'uomo di fronte a se stesso, nell'alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo cosi come estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possano avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito anti-pacifista, il fascismo lo trasporta anche nella vita degli individui. L'orgoglioso motto squadrista me ne frego, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l'educazione al combattimento, l'accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano. Così il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio; comprende la vita come dovere, elevazione, conquista: la vita che deve essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri.

IV

La politica demografica del regime è la conseguenza di queste premesse. Anche il fascista ama infatti il suo prossimo, ma questo prossimo non è per lui un concetto vago e inafferrabile: l'amore per il prossimo non impedisce le necessarie educatrici severità, e ancora meno le differenziazioni e le distanze. Il fascismo respinge gli abbracciamenti universali e, pur vivendo nella comunità dei popoli civili, li guarda vigilante e diffidente negli occhi, li segue nei loro stati d'animo e nella trasformazione dei loro interessi né si lascia ingannare da apparenze mutevoli e fallaci.


V

Una siffatta concezione della vita porta il fascismo a essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base del socialismo cosiddetto scientifico o marxiano: la dottrina del materialismo storico secondo il quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta d'interessi fra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione. Che le vicende dell'economia - scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche - abbiano una loro importanza, nessuno nega; ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo: il fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell'eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino - agisce. Negato il materialismo storico, per cui gli uomini non sarebbero che comparse della storia, che appaiono e scompaiono alla superficie dei flutti, mentre nel profondo si agitano e lavorano le vere forze direttrici, è negata anche la lotta di classe, immutabile e irreparabile, che di questa concezione economicistica della storia è la naturale figliazione, e soprattutto è negato che la lotta di classe sia l'agente preponderante delle trasformazioni sociali. Colpito il socialismo in questi due capisaldi della sua dottrina, di esso non resta allora che l'aspirazione sentimentale - antica come l'umanità - a una convivenza sociale nella quale siano alleviate le sofferenze e i dolori della più umile gente. Ma qui il fascismo respinge il concetto di felicità economica, che si realizzerebbe socialisticamente e quasi automaticamente a un dato momento dell'evoluzione dell'economia, con l'assicurare a tutti il massimo di benessere. Il fascismo nega il concetto materialistico di felicità come possibile e lo abbandona agli economisti della prima metà del `700; nega cioè l'equazione benessere=felicità che convertirebbe gli uomini in animali di una cosa sola pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla pura e semplice vita vegetativa.


VI

Dopo il socialismo, il fascismo batte in breccia tutto il complesso delle ideologie democratiche e le respinge, sia nelle loro premesse teoriche, sia nelle loro applicazioni o strumentazioni pratiche. Il fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Questo spiega perché il fascismo, pur avendo prima del 1922 - per ragioni di contingenza - assunto un atteggiamento di tendenzialità repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su Roma, convinto che la questione delle forme politiche di uno Stato non è, oggi, preminente e che studiando nel campionario delle monarchie passate e presenti, delle repubbliche passate e presenti, risulta che monarchia e repubblica non sono da giudicare sotto la specie dell'eternità, ma rappresentano forme nelle quali si estrinseca l'evoluzione politica, la storia, la tradizione, la psicologia di un determinato paese. Ora il fascismo supera l'antitesi monarchia-repubblica sulla quale si attardò il democraticismo, caricando la prima di tutte le insufficienze, e apologizzando l'ultima come regime di perfezione. Ora s’è visto che ci sono repubbliche intimamente reazionarie o assolutistiche, e monarchie che accolgono le più ardite esperienze politiche e sociali.


VII

La ragione, la scienza - diceva Renan, che ebbe delle illuminazioni prefasciste, in una delle sue Meditazioni filosofiche - sono dei prodotti dell'umanità, ma volere la ragione direttamente per il popolo e attraverso il popolo è una chimera. Non è necessario per l'esistenza della ragione che tutto il mondo la conosca. In ogni caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe attraverso la bassa democrazia, che sembra dover condurre all'estinzione di ogni cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che la società esiste solo per il benessere e la libertà degli individui che la compongono non sembra essere conforme ai piani della natura, piani nei quali la specie sola è presa in considerazione e l'individuo sembra sacrificato. E da fortemente temere che l'ultima parola della democrazia così intesa (mi affretto a dire che si può intendere anche diversamente) non sia uno stato sociale nel quale una massa degenerata non avrebbe altra preoccupazione che godere i piaceri ignobili dell'uomo volgare. Fin qui Renan. Il fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito dell'irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il fascismo poté da chi scrive essere definito una democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria.

VIII

Di fronte alle dottrine liberali, il fascismo e in atteggiamento di assoluta opposizione, e nel campo della politica e in quello dell'economia. Non bisogna esagerare - a scopi semplicemente di polemica attuale - l'importanza del liberalismo nel secolo scorso, e fare di quella che fu una delle numerose dottrine sbocciate in quel secolo, una religione dell'umanità per tutti i tempi presenti e futuri. Il liberalismo non fiorì che per un quindicennio. Nacque nel 1830 come reazione alla Santa Alleanza che voleva respingere l'Europa al pre-'89, ed ebbe il suo anno di splendore nel 1848 quando anche Pio IX fu liberale. Subito dopo cominci la decadenza. Se il `48 fu un anno di luce e di poesia, il `49 fu un anno di tenebre e di tragedia. La repubblica di Roma fu uccisa da un'altra repubblica, quella di Francia. Nello stesso anno, Marx lanciava il vangelo della religione del socialismo, col famoso Manifesto dei comunisti. Nel 1851 Napoleone III fa il suo illiberale colpo di Stato e regna sulla Francia fino al 1870, quando fu rovesciato da un moto di popolo, ma in seguito a una disfatta militare fra le più grandi che conti la storia. Il vittorioso è Bismarck, il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione della libertà e di quali profeti si servisse. E sintomatico che un popolo di alta civiltà, come il popolo tedesco, abbia ignorato in pieno, per tutto il sec. XIX, la religione della libertà. Non c'è che una parentesi. Rappresentata da quello che è stato chiamato il ridicolo parlamento di Francoforte, che dur una stagione. La Germania ha raggiunto la sua unità nazionale al di fuori del liberalismo, contro il liberalismo, dottrina che sembra estranea all'anima tedesca, anima essenzialmente monarchica, mentre il liberalismo è l'anticamera storica e logica dell'anarchia. Le tappe dell'unità tedesca sono le tre guerre del `64, `66, `70, guidate da liberali come Moltke e Bismarck. Quanto all'unità italiana, il liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore all'apporto dato da Mazzini e da Garibaldi che liberali non furono. Senza l'intervento dell'illiberale Napoleone, non avremmo avuto la Lombardia, e senza l'aiuto dell'illiberale Bismarck a Sadowa e a Sedan, molto probabilmente non avremmo avuto, nel `66, la Venezia; e nel 1870 non saremmo entrati a Roma. Dal 1870 al 1915, corre il periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo accusano il crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo nella letteratura, dall'attivismo nella pratica. Attivismo: cioè nazionalismo, futurismo, fascismo. Il secolo liberale dopo aver accumulato un'infinità di nodi gordiani, cerca di scioglierli con l'ecatombe della guerra mondiale. Mai nessuna religione impose così immane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue? Ora il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi deserti perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell'economia, il suo indifferentismo nella politica e nella morale condurrebbe, come ha condotto, a sicura rovina gli Stati. Si spiega con ci che tutte le esperienze politiche del mondo contemporaneo sono antiliberali ed è supremamente ridicolo volerle perci classificare fuori della storia; come se la storia fosse una bandita di caccia riservata al liberalismo e ai suoi professori, come se il liberalismo fosse la parola definitiva e non più superabile della civiltà.


IX

Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l'anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L'assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Cosi furono i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro. Il concetto di autorità fascista non ha niente a che vedere con lo stato di polizia. Un partito che governa totalitariamente una nazione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferimenti e confronti. Il fascismo dalle macerie delle dottrine liberali, socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti acquisiti della storia, respinge tutto il resto, cioè il concetto di una dottrina buona per tutti i tempi e per tutti i popoli. Ammesso che il sec. XIX sia stato il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia, non è detto che anche il sec. XX debba essere il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Le dottrine politiche passano, i popoli restano. Si può pensare che questo sia il secolo dell'autorità, un secolo fascista; se il XIX fu il secolo dell'individuo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo collettivo e quindi il secolo dello Stato. Che una nuova dottrina possa utilizzare gli elementi ancora vitali di altre dottrine è perfettamente logico. Nessuna dottrina nacque tutta nuova, lucente, mai vista. Nessuna dottrina può vantare una originalità assoluta. Essa è legata, non fosse che storicamente, alle altre dottrine che furono, alle altre dottrine che saranno. Così il socialismo scientifico di Marx è legato al socialismo utopistico dei Fourier, degli Owen, dei Saint-Simon; cosi il liberalismo dell'800 si riattacca a tutto il movimento illuministico del `700. Così le dottrine democratiche sono legate all'Enciclopedia. Ogni dottrina tende a indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la trasforma, l'adatta alle nuove necessità o la supera. La dottrina, quindi dev'essere essa stessa non un'esercitazione di parole, ma un atto di vita. In ci le venature pragmatistiche del fascismo, la sua volontà di potenza, il suo volere essere, la sua posizione di fronte al fatto violenza e al suo valore.

X

Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono pensabili in quanto siano nello Stato. Lo Stato liberale non dirige il giuoco e lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si limita a registrare i risultati; lo Stato fascista ha una sua consapevolezza, una sua volontà, per questo si chiama uno Stato etico. Nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del regime io dicevo: Per il fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini; non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. E' lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all'unità; armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo accrebbero di territorio e i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto.


XI

Dal 1929 a oggi, l'evoluzione economica politica universale ha ancora rafforzato queste posizioni dottrinali. Chi giganteggia è lo Stato. Chi può risolvere le drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo Stato. Quella che si chiama crisi, non si pu risolvere se non dallo Stato, entro lo Stato. Dove sono le ombre dei Jules Simon, che agli albori del liberalismo proclamavano che lo Stato deve lavorare a rendersi inutile e a preparare le sue dimissioni? Dei Mac Culloch, che nella seconda metà del secolo scorso affermavano che lo Stato deve astenersi dal troppo governare? E che cosa direbbe mai dinnanzi ai continui, sollecitati, inevitabili interventi dello Stato nelle vicende economiche, l'inglese Bentham, secondo il quale l'industria avrebbe dovuto chiedere allo Stato soltanto di essere lasciata in pace, o il tedesco Humboldt, secondo il quale lo Stato ozioso doveva essere considerato il migliore? Vero è che la seconda ondata degli economisti liberali fa meno estremista della prima e già lo stesso Smith apriva - sia pure cautamente - la porta agli interventi dello Stato nell'economia. Se chi dice liberalismo dice individuo, chi dice fascismo dice Stato. Ma lo Stato fascista è unico ed è una creazione originale. Non è reazionario, ma rivoluzionario, in quanto anticipa le soluzioni di determinati problemi universali quali sono posti altrove nel campo politico dal frazionamento dei partiti, dal prepotere del parlamentarismo, dall'irresponsabilità delle assemblee, nel campo economico dalle funzioni sindacali sempre più numerose e potenti sia nel settore operaio come in quello industriale, dai loro conflitti e dalle loro intese; nel campo morale dalla necessità dell'ordine, della disciplina, dell'obbedienza a quelli che sono i dettami morali della patria. Il fascismo vuole lo Stato forte, organico e al tempo stesso poggiato su una larga base popolare. Lo Stato fascista ha rivendicato a sé anche il campo dell'economia e, attraverso le istituzioni corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello Stato arriva sino alle estreme propaggini, e nello Stato circolano, inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione. Uno Stato che poggia su milioni d'individui che lo riconoscono, lo sentono, sono pronti a servirlo, non è lo Stato tirannico del signore medievale. Non ha niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l'89. L'individuo nello Stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, cosi come in un reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo Stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agli individui margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l'individuo, ma soltanto lo Stato.




XII

Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere e a quella particolare religione positiva che è il cattolicismo italiano. Lo Stato non ha una teologia, ma ha una morale. Nello Stato fascista la religione viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene, quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato fascista non crea un suo Dio così come volle fare a un certo momento, nei deliri estremi della Convenzione, Robespierre; né cerca vanamente di cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio cosi come visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo.


XIII

Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d'imperio. La tradizione romana è qui un'idea di forza. Nella dottrina del fascismo l'impero non è soltanto un'espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale o morale. Si può pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio. Per il fascismo la tendenza all'impero, cioè all'espansione delle nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli che muoiono sono rinunciatari. Il fascismo è la dottrina più adeguata a rappresentare le tendenze, gli stati d'animo di un popolo come l'italiano che risorge dopo molti secoli di abbandono o di servitù straniera. Ma l'impero chiede disciplina coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio; questo spiega molti aspetti dell'azione pratica del regime e l'indirizzo di molte forze dello Stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX, e opporsi agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e sociali: non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine. Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il fascismo ha oramai nel mondo l'universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano."


Inserisco un approfondimento sul tema "violenza" e "forza".
Il fascismo non ne fa un ideale (come il sorelismo) ma un mezzo da subordinare all'etica, alla cavalleria.
Nel libro commissionato da Mussolini e scritto da Augusto Turati (segretario del partito) "Diario della Volontà" si leggono approfondimenti nei concetti già sintetizzati altrove. Questo libro era destinato alle "leve" fasciste (quindi a noi) ed era impostato in modo semplice e diretto, col modo della Domanda e della Risposta.

Ecco un estratto:

"Come il fascista deve allora trattare il non fascista?
Vi sono dei cittadini non iscritti al partito, ma onesti, lavoratori, disciplinati. Essi vanno rispettati.
Vi sono degli altri che sordamente si adoperano ai danni del Fascismo: combatterli senza quartiere è un dovere.

Anche con la violenza?
Anche con la violenza, se questa è necessaria: ma poichè il Fascismo è forte e nessun pericolo lo minaccia, la violenza non è necessaria.

E se sarà necessaria?
Quando sarà necessaria essa non dovrà essere lasciata all'arbitrio di ognuno.
In ogni circostanza poi non dovrà andare mai disgiunta dal senso di cavalleria e di generosità; dovrà essere sempre guidata da un'idea e mai da un basso calcolo.
Ma è morale la violenza?
Quando è una dolorosa necessità, quando è una necessità chirurgica, la violenza è morale, più morale del compromesso e della transazione.

Quali violenze sono da riprovare?
Le violenze spicciole, le violenze brute, non intelligenti, quelle che hanno carattere di vendetta personale e non di difesa nazionale, soprattutto quelle di dieci contro uno.

È da augurarsi però di non doverla mai usare?
Certo. La violenza può essere necessità durissima di certe determinate ore storiche, ma ogni fascista deve portare nel cuore il sogno dell'Italia pacifica, concorde, laboriosa, in cui tutti si sentano figli della stessa Patria.

Allora la Camicia Nera non è simbolo di violenza?
No. La Camicia Nera è simbolo di ardente devozione alla Patria, di spirito di sacrificio, di coraggio e di forza, ma non di violenza: essa perciò non può essere indossata se non da coloro che nel petto albergano una fede pura."
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E Gentile chiarisce:

"Origini e Dottrina del Fascismo-

4. Idealismo, nazionalismo, sindacalismo.

Ma negli ultimi anni del secolo xix e nei primi tre lustri del seguente i giovani si trovarono avvolti e come trasportati da uno spirito nuovo, che fu di reazione vivace alle idee dominanti nella politica, nella letteratura, nella scienza, nella filosofia e nella cultura nell'ultimo quarto di secolo. L'Italia parve stanca, nauseata della vita prosaica, borghese, materialistica, che negli ultimi tempi aveva vissuta; bramosa di tornare alle origini, alle idee, alle alte ispirazioni e alle grandi forze morali, che l'avevano fatta nascere. Rosmini e Gioberti erano generalmente dimenticati, oggetti di culto di pochi adenti; i loro libri sparsi sui muriccioli e per botteghe dei rigattieri. I loro nomi appena bisbigliati dagli studiosi che avessero qualche pretesa di stare al corrente. Ed essi tornarono in onore; e intorno alle loro dottrine, di cui si ricominciò a vedere e sentire il grande valore permanente, sorse tutta una letteratura. Di Mazzini lo stesso Governo del Re decretò un'edizione nazionale. La sua vita e i suoi scritti si tornarono a studiare non pure come temi di alto interesse storico, ma anche come fonti di insegnamenti non piú trascurabili. Vico, il gran Vico, il filosofo della piú alta tradizione speculativa nazionale, il propugnatore formidabile della filosofia idealistica e spiritualistica anticartesiana e antirazionalistica, rimesso in seggio, studiato appassionatamente insieme cogli altri filosofi nostri, in cui gl'italiani possono sentire e ricostruire una loro coscienza autonoma ed esaltatrice della propria personalità di nazione. Gli scrittori piú recenti (Spaventa, De Sanctis), che non avevano potuto rom ere in vita la spessa resistenza degli spiriti ottusi alle esigenze idealistiche e alla intima intelligenza della vita e dell'arte, tornati in onore, ristampati, letti, studiati universalmente.
Il positivismo battuto in breccia ne' maggiori e ne' minori rappresentanti; perseguitato, cacciato e satireggiato in tutte le forme. 1 metodi materialistici di studio della letteratura e dell'arte combattuti, volti in discredito. Riaperte le porte della cultura italiana alle nuove idee che anche oltr'Alpi sottentravano al positivismo e al naturalismo. La stessa vecchia coscienza cattolica perciò scossa, ridesta e ravvivata dal movimento modernista, che nato nei paesi di piú viva cultura ecclesiastica trovò ardenti fautori nei giovani sacerdoti, che partecipando agli studi critici di storia del cristianesimo e agli studi filosofici da cui il movimento aveva tratto origine, fecero sentire al clero italiano il bisogno di una cultura piú moderna e profonda, e suscitarono controversie e lotte religiose efficacissime a riportare alla luce problemi rimasti lungo tempo nell'ombra per gl'italiani. E cattolici ortodossi, cattolici modernisti e acattolici li videro con nuovi occhi e piú desta sensibilità.
Nel rinnovato spirito filosofico e critico lo stesso socialismo non parve piú dottrina già fatta e da prendere nei dogmi in cui s'era formulato: ma dottrina, come ogni altra, da studiarsi nel suo formarsi e nella sua struttura. E studiosi italiani diedero in ciò l'esempio e la guida ai francesi, già aderenti dogmaticamente al marxismo. E gli uni con gli altri ne scorsero le debolezze e gli errori. E quando da questa critica il Sorel pervenne al superamento di quella teorica materialistica propria della socialdemocrazia degli epigoni tedeschi di Marx, e bandí il sindacalismo, i giovani socialisti italiani si volsero a lui, e nel sindacalismo trovarono due cose: I la fine della stolta e bugiarda collaborazione (a cui i socialisti italiani, tradendo insieme Stato e proletariato, s'adattavano) del socialismo allo Stato liberale attraverso il regime parlamentare democratico; II una fede in una realtà morale, puramente ideale (o mitica, come si disse), per cui convenisse vivere e morire, e sacrificarsi usando anche la violenza ogni volta che questa sia necessaria per infrangere un ordinamento giuridico e crearne uno nuovo. Antiparlamentarismo e fede morale, che rinnovavano la coscienza degli operai nei sindacati, e facevano della teoria socialista dei doveri una mazziniana concezione della vita come dovere ed apostolato.
Altra idea di grande portata suggerita ai giovani italiani dalla cultura francese e quindi largamente penetrata in Italia, segnatamente nelle classi intellettuali, e di grande efficacia nel riformarne profondamente la mentalità politica: il nazionalismo. Men letterario in Italia e piú politico perché piú vicino a una corrente politica che in Italia aveva avuto una importanza grandissima, e la tradizione non era spenta: al partito appunto della vecchia Destra, al quale il nazionalismo italiano si ricollegava, accentuando bensí l'idea di Nazione e di Patria in forma, come vedremo, nuova e non in tutto accettabile dal punto di vista di quel vecchio partito, ma per questa nuova via tornante anch'esso al concetto che la Destra aveva tenuto fermo: dello Stato come presupposto del valore e del diritto dei cittadini. Comunque, il nazionalismo fu una nuova fede accesa nell'anima italiana, che per merito di esso non ritenne piú la Patria quella parola retorica irrisa dai socialisti; e trovò il coraggio di reagire e resistere alla loro tracotanza, sembrata già irresistibile ai liberali di varia gradazione democratica. Ma ebbe il nazionalismo un altro merito: quello di levar la voce apertamente e fieramente contro la Massoneria; alla quale, tolti i cattolici, direttamente interessati all'opposizione, tutta si era prosternata pavida la borghesia italiana. E le battaglie antimassoniche sono tra i maggiori titoli d'onore dei nazionalisti italiani.
Massoneria, socialismo parlamentare, píú o meno riformista e democratico, divennero bersaglio comune a sindacalisti, nazionalisti, idealisti: stretti in un comune ideale di cultura e in un comune concetto della vita. Tornati insieme concordemente, consapevoli o no, alla concezione mazziniana, religiosa, idealistica. Divisi su tanti articoli dei loro speciali programmi, erano uniti e compatti nel concetto fondamentale e nel proposito di agitare nella coscienza dei giovani un sentimento gagliardo contro la presente cultura e politica italiana, e un fervido desiderio di rinnovamento. I primi tre lustri del secolo sono nei giornali, nelle riviste, nelle collezioni delle nuove case editrici, nei gruppi giovanili che si formano, nelle lotte che si combattono dentro le vecchie formazioni, un fermentare, un pullulare continuo di nuovi gernú, di forze nuove, che si volgono al passato remoto da revocare alla vita, e all'avvenire da suscitare. Sono novatori che si richiamano alla tradizione. Sono polemisti, spesso violenti, che propugnano un sistema di ordine e di restaurazione delle forze ideali, a cui tutti si devono assoggettare nella disciplina della legge. Sembrano retrivi ai radicali, ai liberaloni della democrazia massoneggiante, ai riformisti del socialismo; e sono gli araldi del futuro.
L'Italia ufficiale, legale, parlamentare è contro di loro. Ha il suo duce in un uomo di sicuro intuito della comune psicologia, esperto dei vizi e del valore di tutto il meccanismo politico e amministrativo in cui quest'Italia antimazziniana e antidealista ha trovato la sua forma e il suo assetto; scettico o indifferente alle grandi parole, semplificatore di tutte le grosse questioni, e semplicista nelle sue soluzioni: ironico, incapace d'entusiasmo e di alte affermazioni, per sé e pel suo paese, che, a suo modo, crede di servire fedelmente; uomo positivo, pratico, accorto materialista nel linguaggio mazziniano. Nei due nomi di Mazzini e di Giolitti si può vedere tipicamente riassunta e rappresentata l'antitesi interna all'Italia dell'anteguerra: la crisi che la guerra doveva risolvere, liberando l'Italia dal dualismo che la lacerava e paralizzava, per darle un'anima sola, e quindi la possibilità di muoversi e vivere.


5. La prostrazione del dopoguerra e il ritorno di Giolitti.

L'effetto della guerra non parve da principio quello che s'è detto. Parve che la cessazione dello stato di guerra, sottraendo il popolo italiano ai freni e ai vincoli della disciplina bellica, e restituendolo alla libertà del regime ordinario, e quindi alla facoltà di manifestare intero e schietto il suo animo e di servirsi del meccanismo delle libertà parlamentari e popolari per far pesare sull'ordinamento politico e giuridico la propria volontà, parve, dico, segnare l'inizio di un generale disfacimento dello Stato e delle forze morali che di ogni Stato sono il sostegno. La massa popolare parve dar ragione a quelli che alla vigilia la guerra non avevano voluta, e avevan fatto tutto il possibile per impedirla. Parve che realmente lo sforzo che alla Nazione s'era voluto imporre, fosse stato di gran lunga superiore ai limiti delle sue forze; ed irragionevole, arbitraria e dissennata la pretesa di coloro che avevano spinto questo popolo giovane, privo di tradizioni militari, povero, non fuso e unito ancora in salda compagine nazionale, a quella prova durissima. 1 socialisti intonarono inni di vittoria e di trionfo, come chi finalmente vedesse avverate le sue previsioni e dimostrata dai f atti la verità dei propri giudizi. Gli alleati ci voltavano le spalle, dimenticavano o disconoscevano i nostri sacrifizi e il valore del contributo da noi portato alla vittoria. Nessuno disposto a renderci giustizia; e i nostri governanti e rappresentanti, incapaci di farcela rendere. E gl'italiani che perversamente si compiacevano del successo contrario alle speranze con cui la guerra era stata voluta, non si dolevano - com'era nella logica dei loro sentimenti - del malvolere straniero, anzi lo giustificavano, appellandosi, per lo piú, a quelle ideologie democratiche, a cui troppo s'era stati indulgenti durante la guerra, specialmente dacché fu necessario l'intervento degli Stati Uniti, e quindi il consenso di un ideologo della peggiore specie, come il Wilson.
La nostra vittoria si mutava in una sconfitta; e tendeva a diffondersi nel popolo italiano lo stato d'animo proprio dei vinti: odio alla guerra e ai responsabili di essa, perfino all'esercito che ne era stato lo strumento; odio al sistema che la guerra aveva reso possibile, impedendo al Parlamento (a qual Parlamento!) di opporvici. E vi si trovò infatti un Ministro di S. M. che proponesse alla Camera l'abrogazione di quella disposizione dell'articolo 5 dello Statuto, che della dichiarazione di guerra fa un'attribuzione del Capo dello Stato. Nello sfrenarsi delle passioni antinazionali piú materialistiche si diffuse per tutto il paese insieme con un malcontento acre una volontà anarchica di dissoluzione di ogni autorità. I gangli della vita economica parvero colpiti mortalmente. Gli scioperi si succedevano agli scioperi. La stessa burocrazia si schierò contro lo Stato. I servizi pubblici arrestati o disordinati. La sfiducia nell'azione del Governo e nella forza della legge cresceva ogni giorno. Era per l'aria un senso di rivoluzione, che la debole classe dirigente non credeva potersi evitare se non cedendo lentamente terreno e procedendo d'intesa coi capi del movimento socialista.
Minaccioso, terribile incombeva lo spettro del Bolscevismo. Giolitti, l'esecrato Giolitti della vigilia della guerra, «l'uomo di Dronero», che durante la guerra a poco a poco era riuscito a farsi dimenticare dagl'Italiani, od era ricordato soltanto come l'esponente di un'Italia morta con la guerra, risuscitò, invocato come un salvatore. Sotto di lui, tuttavia, sollevazione di tutti gl'impiegati dello Stato e occupazione delle fabbriche da parte degli operai: colpito al cuore l'organismo economico amministrativo dello Stato. E quelli che lo colpivano trattati con diplomazia, che era la piú aperta confessione della debolezza dello Stato. Giolitti, dunque, per effetto della guerra, trionfava da capo sopra Mazzini?


6.Mussolini e i fasci di combattimento.

Ma già sotto lo stesso Giolitti le cose a un tratto mutarono aspetto, e contro lo Stato giolittiano ne sorse un altro. Combattenti autentici, quelli che la guerra avevano voluta e combattuta consapevolmente, quelli che sui campi di battaglia avevano creduto nella santità del sacrifizio, in cui piú di mezzo milione di vite umane erano immolate per un'idea, quelli che avevano sentito quale immane delitto tutto ciò sarebbe stato se tanto sangue un giorno potesse dirsi davvero (come altri malvagiamente prevedeva) versato invano, e che avevano perciò con giubilo salutato la vittoria consacratrice del sacrifizio nel cuore, degl'Italiani e nella storia; i gloriosi mutilati che avevano visto la morte piú da vicino, e piú degli altri superstiti sentivano l'eredità dei diritti con cui le tante e tante migliaia di morti guardavano ai vivi, e attendevano, attendevano soprattutto da questi, l'Italia per cui s'era domandata loro la vita, e per cui esse l'avevano data; i mazziniani insomma, che della guerra erano gli artefici, e che alla guerra erano andati, innanzi a tutti, guidando spiritualmente e animando della propria fede la gioventú italiana, trovarono una voce potente che espresse nettamente, altamente, energicamente la loro fede non vinta dai disinganni e dalla comune viltà. Trovarono un uomo che parlava per tutti, imponendo la sua parola al tumulto e facendosi ascoltare dai giovani, che il prezioso retaggio della guerra non volevano disperdere; un uomo, la cui voce conosceva la via dei cuori e ridestava e invitava alla riscossa le pure ardenti passioni delle vegliate e insanguinate trincee e delle mischie vittoriose. Videro splendere da lungi alta, diritta una volontà fiammeggiante: Benito Mussolini.
Benito Mussolini dal socialismo italiano nel '15 era uscito per rendersi piú fedele interprete del Popolo d'Italia, a cui egli, già direttore dell'Avanti!, volle intitolato un suo nuovo giornale; e per sostenere la necessità della guerra, di cui egli poteva dirsi ed era veramente uno dei responsabili principali. E come dentro al socialismo aveva combattuto la Massoneria e, inspirandosi al sindacalismo soreliano, aveva opposto alla corruzione parlamentaristica del riformismo i postulati idealistici della,rivoluzione e della violenza; cosí continuava dall'esterno la sua battaglia contro gli antichi camerati, difendendo le ragioni della guerra, rivendicando la saldezza infrangibile, non pur morale ma anche economica, degli organismi nazionali contro le bugiarde ubbie internazionalistiche; e quindi la santità della Patria, anche per le classi operaie. Mazziniano di quella tempra schietta che il mazzinianismo trovò nella sua Romagna, egli aveva già superato, prima per istinto e poi per riflessione, attraverso una giovinezza travagliata e pensosa, ricca di esperienze e di meditazioni, nutrita della piú recente cultura italiana, tutta la ideologia socialista. E a questa grande Italia vagheggiata e amata appassionatamente nella guerra insieme con tutti i giovani cresciuti alle nuove idee del secolo e nella nuova fede nell'ideale contro le velleità demagogiche e anarcoidi dei socialisti che predicavano rivoluzione senza né la forza né la volontà di farla né anche nelle piú propizie occasioni, sentiva già, piú di tutti, la necessità di assicurare la prima condizione di esistenza: la forma dello Stato, che sia Stato, con una legge che sia rispettata, con un'autorità che li faccia rispettare, con un valore che possa fargli riconoscere una tale autorità. Senza di che una Nazione che ha potuto sostenere una guerra ardua sotto ogni rispetto, lunga, sanguinosissima, vincendo continuamente se stessa nella tenacità degli sforzi e dei sacrifizi e nella costanza della fiducia sempre rinascente a dispetto di deficienze, delusioni e rovesci tremendi, e conquistando per propria virtù la vittoria, può esser gettata nel disordine e nell'abbrutimento da un pugno di uomini senza fede, estetizzanti della politica, teste verniciate di cultura luccicante da giornalisti, cuori aridi e vuoti, come un Treves, un Turati e simili. Quandoil 23 marzo del ‘19, a Milano, sede del Popolo d'Italia e centro della propaganda di Benito Mussolini, si fondò attorno a lui e per sua volontà il primo Fascio di combattimento, il moto disgregativo e negativo del dopoguerra era virtualmente fermato. I Fasci chiamavano a raccolta gl'Italiani che, malgrado i disinganni e i dolori della pace, mantenevano fede nella guerra; e per far valere la vittoria, che era la prova del valore della guerra, intendevano ridare all'Italia il dominio di sé, attraverso la restaurazione della disciplina e il riordinamento delle forze sociali e politiche dentro lo Stato. Non era un'associazione di credenti, ma un partito d'azione; il quale aveva bisogno non di programmi particolareggiati, ma di una idea, che segnasse una mèta, e quindi una strada; e questa insegnasse a percorrere con quella risoluta volontà che non conosce ostacoli, perché è pronta a rovesciare quanti ne incontri.
Volontà rivoluzionaria? Sí, perché costruttiva d'un nuovo Stato.

7. La data della riscossa.

Ventitre marzo 1919: data della riscossa; quando da Milano si levò il grido che risvegliò l'animo dei combattenti che la guerra avevano voluta e fatta, e ne avevano sentito il valore, e alla loro idea serbavano fede, malgrado le delusioni della pace non gloriosa né giusta, malgrado lo spettacolo vile del popolo ignaro trascinato dalla protervia degli scettici. I quali avevano negato nel giorno della vigilia, avevano negato nelle giornate lunghe, scure, angosciose della prova, e negavano con maligno sorriso anche dopo la vittoria che non fruttava e non rendeva. E la strage si predicava sempre piú inutile; chi l'aveva voluta, deplorato, spregiato, perseguitato; gli stessi artefici della vittoria, invisi e derisi. L'anima nazionale prostrata. La coscienza della santità della Patria, della volontà che la regge, della legge che la compone e salda in persona viva, smarrita. Le passioni men nobili dell'uomo sfrenate e sconvolte. Una rivoluzione senza idee né energia, covante nell'inerzia, come germe malefico che mini di dentro il corpo di un vivente, Una rivoluzione senza la potenza delle rivoluzioni, senza l'anima che distrugge per creare. Rivoluzione negativa. Si disse bolscevica: ma era peggio che bolscevica. Contro di essa, insorsero i combattenti richiamati dalla voce possente che nel 'I5 aveva espresso la loro fede e l'aveva poi sempre alimentata. E si strinsero in Fasci, che subitamente si moltiplicarono per tutta Italia.
E i Fasci fecero la rivoluzione: una rivoluzione però che aveva un'idea, una volontà, un Capo. Era cominciata con la guerra, dichiarata in un modo che già aveva ferito a morte il Parlamento, facendo crollare gli ostacoli legati al prevalere dell'effettivo e profondo volere nazionale: del popolo aspirante a dignità e potenza di Nazione.
Questa rivoluzione fu ripresa e sospinta gagliardamente alla mèta. La illegalità per un quadriennio (1919-1922) fu la forma necessaria alla manifestazione di questo volere nazionale; fino al 28 ottobre I922, quando il vecchio Stato fu spazzato via dall'impeto veemente della nuova fede giovanile, e i Fasci furono la nuova Italia.
Da quel giorno si ricostruisce, poiché quella voce possente ormai ha svegliati tutti gli Italiani, e tutti li anima e guida all'ardua fatica.

8. Lo squadrismo.

Il quadriennio 1919-1922 è caratterizzato, nello sviluppo della rivoluzione fascista, dallo spiegarsi dello squadrismo. Le squadre d'azione sono la forza di uno Stato virtuale che tende a realizzarsi, e per realizzare un regime superiore trasgrediscono la legge regolatrice del regime che si vuol rovesciare perché impari all'essenza dello Stato nazionale a cui si ispira. La marcia su Roma del 28 ottobre 1922non è l'inizio, ma lo sbocco di questo moto rivoluzionario, che a quella data, con la costituzione conseguente del ministero Mussolini, entra nell'alveo della legalità. Nel quale il Fascismo come idea direttiva dello Stato si sviluppa, creando via via gli organi necessari alla sua attuazione e alla compenetrazione di tutto l'ordinamento economico, giuridico e politico, che lo Stato contiene e garantisce.
Dopo il 28 ottobre I922 il Fascismo non ha piú di fronte a sé lo Stato da abbattere: è già lo Stato, e non persegue se non le fazioni interne, che si oppongono e resistono allo sviluppo del principio fascista che anima lo Stato nuovo. Non è piú la rivoluzione contro lo Stato, ma lo Stato contro i residui e detriti interni che ostacolano il suo svolgimento e la sua organizzazione. Il periodo delle violenze e delle illegalità è chiuso, quantunque lo squadrismo continui per alcun tempo a dare qua e là qualche guizzo, malgrado la ferrea disciplina con cui il Duce del Fascismo e già Capo del Governo si sforza di adeguare la realtà alla logica che regola lo sviluppo della sua idea e del partito in cui egli l'ha incarnata. Il Fascismo è già in possesso di tutti i mezzi per la ricostruzione: e trasformata l'arma illegale dello squadrismo nella legale Milizia volontaria, che mantenga in efficienza lo spirito guerriero della Rivoluzione finché essa non abbia esaurito il suo programma, ordinato il partito in una gerarchia rigida e perfettamente rispondente ai disegni del suo Duce, e quindi fattone un docile strumento della stessa azione governativa, si accinge con grande animo alla prova. L'Italia giolittiana, finalmente, è superata, almeno sul terreno della politica militare. Tra Giolitti e la nuova Italia - questa Italia dei combattenti, dei fascisti, dei mazzinianamente credenti - scorre e gorgoglia, come ben fu detto da un oratore immaginoso della Camera, un torrente di sangue. Questo torrente sbarra il passo a chi volesse tornare indietro. La crisi è vinta; la guerra comincia a fruttificare.

9. Carattere totalitario della dottrina fascista.

La storia della crisi spirituale e politica italiana e della sua soluzione ci ha introdotti nel concetto del Fascismo. Della cui opera, come azione di governo, legislativa e amministrativa, non è questo il luogo di discorrere, volendosi qui piuttosto lumeggiare lo spirito che esso ha portato in questa azione, con cui da un quinquennio viene trasformando profondamente leggi, ordini e istituzioni; e chiarire per tal modo l'essenza del Fascismo.
E il già detto ci pone innanzi tutta la complessità del movimento, per intendere il quale niente è infatti piú istruttivo del riscontro del Mazzini da cui abbiamo preso le mosse. La sua concezione è sí una concezione politica; ma di quella politica integrale, la quale non si distingue cosí dalla morale, dalla religione e da ogni concezione della vita, da potersi fissare come per sé stante, divisa ed astratta da questi altri interessi fondamentali dello spirito umano. In Mazzini l'uomo politico è quello che è in quanto ha una dottrina morale, religiosa, filosofica. Andate a dividere nel suo credo e nella sua propaganda quello che ha mero significato politico da quello che è piuttosto il suo credo religioso, o la sua intuizione ed esigenza etica o convincimento metafisico, e non vi riesce piú di rendervi conto della -grande importanza storica di quel credo e di quella propaganda, e delle ragioni per cui Mazzini attrasse a sé col suo fascino tante anime e turbò i sonni di tanti uomini di Stato e di polizia. L'analisi che non presupponga sempre l'unità, non conduce alla chiarificazione ma alla distruzione delle idee che hanno storicamente esercitato una grande efficacia. Segno che gli uomini non vanno presi a fette, ma come unità indivisibili.
Primo punto dunque da fissare nella definizione del Fascismo: carattere totalitario della sua dottrina, la quale non concerne soltanto l'ordinamento e l'indirizzo politico della nazione, ma tutta la sua volontà, il suo pensiero e il suo sentimento.


10. Pensiero e azione.

Secondo punto. La dottrina fascista non è una filosofia nel comune senso della parola, e tanto meno una religione. Non è neppure una spiegata e definitiva dottrina politica, che si articoli in una serie di formule. La verità, il significato del Fascismo non si misura nelle tesi speciali che esso a volta a volta assume, teoricamente o praticamente. Come s'è detto, ai suoi inizi non è sorto con un programma preciso e determinato. Spesso, avendo tentato di fissare un segno da raggiungere, un concetto da realizzare, una via da percorrere, non ha esitato, alla prova, a cambiare rotta e respingere come inadeguato o ripugnante al proprio principio quel segno o quel concetto. Non ha voluto mai impegnarsi preoccupando l'avvenire. Ha spesso annunziate riforme, il cui annunzio era politicamente opportuno, ma alla cui esecuzione non ha creduto perciò di restare obbligato. Le risoluzioni vere del Duce sono sempre quelle che sono insieme formulate e attuate. Perciò egli si vanta di essere «tempista» e di risolversi ad agire nel momento giusto in cui l'azione trova mature tutte le condizioni e ragioni che la rendano possibile e opportuna. Egli è che nel Fascismo si trae al piú rigoroso significato la verità mazziniana pensiero e azione, immedesimando cosí i due termini da farli coincidere perfettamente, e non attribuire piú nessun valore a nessun pensiero che non sia già tradotto od espresso in azione. Quindi tutte le forme della polemica antintellettualistica, che è uno dei motivi piú spesso ricorrenti sulla bocca dei fascisti. Polemica, devo pur insistere su questo tasto, eminentemente mazziniana, poiché intellettualismo è divorzio del pensiero dall'azione, della scienza dalla vita, del cervello dal cuore, della teoria dalla pratica: è l'atteggiamento del retore e dello scettico, del mezzo uomo che si trincera dietro la massima che altro è il dire altro il fare; dell'utopista costruttore di sistemi, che non dovranno affrontare il cimento della realtà; del poeta, dello scienziato, del filosofo, che si chiudono nella fantasia e nell'intelligenza e non hanno occhi per guardarsi intorno e vedere la terra su cui camminano e in cui hanno pure gl'interessi fondamentali di quella loro umanità, che alimenta la loro fantasia e la loro intelligenza; di tutti i rappresentanti di quella vecchia Italia, che fu il bersaglio della rovente predicazione mazziniana.
Antintellettualismo non vuol dire, come crede il piú ignorante fascista, gongolante di gioia quante volte si crede autorizzato dal Duce a infischiarsi della scienza e della filosofia, non vuol dire che davvero si neghi ogni valore al pensiero e a quelle forme superiori della cultura in cui il pensiero si potenzia. La realtà spirituale è sintesi, la cui unità si manifesta e vale come pensiero che è azione. Ma all'unità conclusiva di questa sintesi concorrono, e devono concorrere, e saper di concorrere, molti elementi; senza i quali la sintesi sarebbe vuota, e lavorerebbe nel vuoto. E tra questi elementi sono tutte le forme dell'attività dello spirito, le quali perciò hanno tutte quello stesso valore che è proprio della sintesi, a cui sono essenziali. Con la trigonometria non si sbaragliano gli eserciti minaccianti i confini della Patria; ma senza trigonometria non si regolano i tiri delle artigliere. La polemica si rivolge contro gli uomini che esauriscono la loro vita spirituale dentro l'esercizio di attività intellettuali astratte e remote da quella realtà, in cui ogni uomo deve sentire piantata la propria esistenza; e quindi contro certi atteggiamenti che in cotesti uomini assume l'esercizio dell'attività spirituale; contro certe conclusioni, che si assumono come definitive laddove in realtà sono via a conclusioni superiori, piú concrete, piú umane. Ma l'avversario che mira prima di tutto a colpire, è quella forma mentale, morale, storicamente tipica della classe colta italiana, che si disse, per secoli, del letterato. Che non era soltanto lo scrittore e cultore di letteratura, ma ogni scrittore, anche di scienza, anche di filosofia; pur che si occupasse di studi liberali, ossia disinteressati e non professionali; un accademico, un erudito, un dotto, dalla dottrina consigliato a non far politica, a non trattare affari, e ridotto perciò a non contare nel mondo pratico. Il letterato, che fu il prodotto bastardo del nostro Risorgimento; e che il Fascismo mette giustamente in mala voce come cattivo cittadino, e ne vuole estirpare la mala pianta dal suolo itabano.
Siffatto antintellettualismo non è ostilità alla cultura, ma alla cattiva cultura. Alla cultura che non educa e non fa l'uomo, anzi lo disfà, e lo impedantisce e ne fa un don Ferrante o un esteta dell'intellettualità: che è come dire un egoista, o un uomo moralmente e perciò politicamente indifferente: superiore alla mischia, anche quando nella mischia è la sua Patria, anche quando sono in pericolo interessi che dovrebbero trionfare quantunque il loro trionfo segni la vittoria d'un gruppo o di una moltitudine e la sconfitta d'un altro gruppo o di un'altra moltitudine. Giacché gli uomini solo dividendosi progrediscono: e il progresso si conquista con la lotta e con la vittoria degli uni sugli altri: e guai a chi non parteggi per nessuno, e non impegni nella lotta anche se stesso, e si -tragga in disparte e concepisca il suo dovere come quello di spettatore, che aspetti la soluzione e s'avvantaggi, a guerra finita, del guadagno del vincitore. L'intellettualista vede l'apice della sapienza nel sollevarsi a quello stato di apatia, in cui s'intende il pro e il contro di tutto, e muore perciò nell'animo ogni passione, e dalla strada, dove si combatte, si soffre e si muore, si sale alla finestra, a guardare restando al sicuro. Suave mari magno ecc. Ma questo è l'ideale dell'epicureo. E contro questo epicureismo sta tutta la storia dell'umanità, faticosa, cosparsa di triboli; che è pure la storia feconda di tutto ciò che ci è caro, e di cui viviamo, e per cui viviamo.
Per questa sua ripugnanza all'intellettualismo il Fascismo non ama indugiarsi nel disegno di astratte teorie; non perché non ammetta teorie, ma perché non spetta ad esso, come forza riformatrice e promotrice della cultura e della vita italiana, costruirne. D'altra parte, quando si dice che esso non è un sistema o una dottrina, non si deve credere che sia una astratta tendenza, o una cieca prassi, o un metodo indefinibile e istintivo. Giacché, se per sistema o filosofia s'intende, - come si vuole intendere ogni volta che si desideri qualche cosa di vivo, - un principio di carattere universale nell'atto del suo svolgimento, un principio capace di manifestare a grado a grado, e quasi ogni giorno dopo l'altro, la propria fecondità e la portata delle conseguenze e applicazioni di cui è capace, allora il Fascismo è un perfetto sistema, col suo saldissimo principio e con una rigorosa logica di sviluppo; e dal suo Duce fino ai suoi piú umili gregari, quanti sentono in sé la verità e la vitalità del principio stesso, lavorano tutto dí al suo sviluppo, ora procedendo sicuri per la strada diritta alla mèta, ora facendo e disfacendo, procedendo e tornando da capo, poiché il tentativo fatto non s'accorda al principio e rappresenta una deviazione dalla logica dello sviluppo.
In questo senso, cioè come sistema aperto e dinamicamente capace di svolgimento, una filosofia c'è in ogni grande pensiero, sia la sostanza d'una rivoluzione politica o sociale, sia una riforma religiosa, sia un movimento morale o critico-letterario. In questo senso è filosofo Mazzini come Manzoni, Pascal come Goethe, Leopardi come Byron o Shelley; nessuno dei quali appartiene in proprio alla storia della filosofia, ma ciascuno aderisce a una filosofia o a una corrente filosofica, e ripugna a tutte quelle che ne divergono o vi contraddicono. Se cosí non fosse, non ci sarebbe modo d'individuare e valutare il Fasdsmo. Si potrà preferire che lo si definisca un metodo, piuttosto che un sistema, poiché comunemente per sistema s'intende una dottrina svolta e chiusa in un giro di teorie fissate in proposizioni o teoremi, ai quali nulla si possa aggiungere, nulla togliere. Nel qual senso, che è quello che è implicito in ogni dottrina filosofica o religiosa, intorno a cui sorge la scuola e la setta, gli adepti e gli eretici, nulla di piú alieno del Fascismo da ogni pretesa sistematica o filosofica.

11. Il centro del sistema.

Terzo punto. Il sistema fascista non è un sistema, ma ha nella politica e nell'interesse politico il suo centro di gravità. Nato come concezione dello Stato, indirizzato a risolvere i problemi politici esasperati in Italia dallo sfrenarsi delle passioni delle masse inconsapevoli nel dopoguerra, il Fascismo sta in campo come metodo politico. Ma nell'atto di affrontare e risolvere i problemi politici, esso è portato dalla sua stessa natura, e cioè dal suo stesso metodo, a proporsi problemi di cultura: morali, religiosi, filosofici; a svolgere insomma e dimostrare il carattere totalitario che gli è proprio. Donde nasce la pratica opportunità di mettere in primo piano la forma politica del principio, che col suo sviluppo costituisce il contenuto del Fascismo; salvo a indicarne le origini ideali in una piú profonda intuizione della vita, da cui il principio politico scaturisce.
Con queste avvertenze si può abbozzare in rapidissima sintesi la dottrina politica del Fascismo, come quella che non esaurisce il contenuto del Fascismo, ma ne costituisce la parte o meglio la forma preminente e generalmente piú interessante.


12. La dottrina dello Stato.

La politica fascista si aggira tutta intorno al concetto dello Stato nazionale. Concetto che ha punti di contatto con la dottrina nazionalistica: tanti da aver reso praticamente possibile la fusione del partito nazionalista col fascista in un unico programma; ma ha pure suoi caratteri propri. E questi non si potrebbero trascurare senza lasciarsi sfuggire ciò che vi ha di piú peculiare e caratteristico nella sua fisionomia. I paragoni non sono mai molto simpatici; e tanto meno può riuscir simpatico oggi quello che ho accennato; e che, malgrado tutto, mi permetto di riprendere per la luce che ne può derivare sull'essenza del fascismo.
Entrambe le dottrine mettono lo Stato a fondamento d'ogni valore e diritto degli individui che ne fanno parte. Lo Stato, per l'una come per l'altra, non è un risultato, ma un principio. Ma laddove pel nazionalismo il rapporto posto tra Stato e individuo dal liberalismo individualistico e dallo stesso socialismo si rovescia; e, concepito lo Stato come un principio, l'individuo diventa un risultato, qualche cosa che ha nello Stato il suo antecedente che lo limita e lo determina sopprimendone la libertà, o condannandolo sopra un terreno, nel quale egli nasce, deve vivere e deve morire; per il fascismo invece Stato e individuo s'immedesimano, o meglio sono termini inseparabili d'una sintesi necessaria.
Il nazionalismo infatti fonda lo Stato sul concetto di Nazione: entità che trascende la volontà e la personalità dell'individuo, perché concepita come obbiettivamente esistente, indipendentemente dalla coscienza dei singoli; esistente anche se questi non lavorino a farla esistere, a crearla. La Nazione dei nazionalisti è insomma qualche cosa che esiste non per virtú dello spirito, ma per dato e fatto della natura: sia che gli elementi, che la fanno essere, dipendano, come il territorio e la stirpe, dalla stessa natura, sia che debbano pure considerarsi un prodotto umano: come la lingua, la storia. Poiché anche questi elementi umani in tanto concorrono alla formazione dell'individualità nazionale in quanto sono già in essere, e l'individuo se li trova innanzi, esistenti prima di lui, fin da quando egli inizia l'esercizio e lo sviluppo delle sue attività morali: sullo stesso piano perciò del territorio e della stirpe. Naturalismo, che è un difetto della concezione tendenzialmente spiritualistica del nazionalismo, e conferisce a questa dottrina quel che di duro, illiberale, retrivo, crudamente conservatore, che era l'elemento meno simpatico che - prima del fascismo, con cui piú tardi doveva assimilarsi ed amalgamarsi, - gli faceva incontrare diffidenze e ripugnanze pur tra gli uomini politici simpatizzanti, per le loro tendenze politiche, con la maggior parte dei postulati nazionalisti: mentre favoriva certi atteggiamenti mistico-religiosi che erano uno dei motivi piú efficaci della entusiastica adesione che alle idealità nazionalistiche portavano i giovani e gl'intellettuali non educati alla riflessione politica.
Naturalismo, di cui un riflesso speciale e cospicuo poteva vedersi nel lealismo monarchico dei nazionalisti. Per i quali la Monarchia era un presupposto, in quanto lo Stato italiano era nato con la sua Monarchia e in virtú di questa, e in quanto la base storica, che costituisce oggi la piattaforma della nazionalità italiana realizzatasi in atto nel Regno d'Italia comprende la Monarchia, la cui storia s'intreccia intimamente ed inscindibilmente con la storia del popolo. Ci sono le Alpi e gli Appennini, c'è la Sicilia e la Dalmazia, c'è l'impresa dei Mille e c'è la casa di Savoia. Sottraete uno di questi elementi; e non avete piú la Nazione. Aderire a questa, come si deve, è aderire a quegli elementi; sentirli come inseparabili dalla propria personalità di italiano. Non è la coscienza che, riconoscendo e sentendo il vincolo o rapporto, lo crea e gli conferisce il valore morale e obbligatorio che gli spetta; ma è lo stesso vincolo o rapporto che preesiste, e determina la coscienza, che deve aderirvi, e quasi subirlo.
Quando invece il fascismo cercava la sua via, e sentiva vivamente il fastidio e l'insoddisfazione acuta dell'attuale stato politico della nazione italiana, e non riusciva a capacitarsi come la Monarchia non potesse energicamente reagire per rimettere con un colpo vigoroso la nazione sulla via segnata dai sacrifizi generosi della guerra e dalle fortune della vittoria onorevolmente conseguita, e non vedeva perciò quali radici la stessa Monarchia potesse avere e conservare nella coscienza di quella che fu detta l'Italia di Vittorio Veneto, il fascismo non esitò a confessare francamente una tendenza repubblicana. Ma questa confessione, piú tardi, soprattutto quando Vittorio Emanuele non volle lo stato d'assedio propostogli dall'ultimo Ministero del vecchio regime contro la rivoluzione fascista, e preferí risolvere la crisi tra la vecchia e la nuova Italia, come nel 19I5, consegnando il potere a quest'ultima, risolutamente contravvenendo alle consuete norme del parlamentarismo colpevole della crisi tremenda, non impedí al Mussolini di giurare fedeltà al Re e romperla definitivamente, sinceramente, logicamente con le tendenze repubblicane. Il che significa che, a differenza del nazionalismo, il fascismo vede nella Monarchia non il passato da rispettare come ogni fatto compiuto, massime se ne ripeta un benefizio, ma il presente vivo nell'animo, l'avvenire a cui l'animo si volge come al proprio ideale, che si vagheggia conforme alle nostre aspirazioni, ai nostri bisogni, alla nostra natura.
La Monarchia, come tutte le determinazioni dello Stato, come lo Stato, non è avanti a noi, né fuori di noi. Lo Stato è dentro noi stessi, matura, vive e deve vivere e crescere e grandeggiare ed elevarsi sempre in dignità e coscienza di sé e degli alti suoi doveri e dei grandi fini a cui è chiamato, nella nostra volontà, nel nostro pensiero, nella nostra passione. Si sviluppa l'individuo, e si sviluppa lo Stato; si consolida il carattere del singolo, e dentro di esso si consolida la struttura e la forza e l'efficienza dello Stato. E le sue marine, le sue coste, i suoi monti acquistano piú coesione e compattezza, come fossero idee e sentimenti; poiché tutto in natura si può dividere e disgregare se a noi piaccia, o almeno non dispiaccia; e tutto è unito e indivisibile se noi ne sentiamo necessaria l'unità. E la storia passata con le sue memorie e tradizioni, con i suoi vanti e i suoi titoli di gloria, si ricostruisce e si accampa per la nostra interessata e fervida rievocazione dentro l'anima nostra, che la fa sua e la regge e difende con la sua adesione e la sua coscienza vigilante. E la lingua dei padri si guasta ed appropria e si rivive, apprendendola studiosamente e riassaporandola nel vivo della sua virtú espressiva. E tutto che pareva già in essere, e quasi un legato ereditario, si trasfigura in una nostra personale conquista e in una creazione continua, che svanirebbe appena ce ne distraessimo noi che ne siamo gli autori.


13- Stato fascista come Stato democratico.

Lo Stato fascista, dunque, a differenza di quello nazionalista, è una creazione tutta spirituale. Ed è Stato nazionale, perché la stessa azione, dal punto di vista del fascismo, si realizza nello spirito, e non è un presupposto. La Nazione non è mai fatta; e cosí pure lo Stato, che è la stessa Nazione nella concretezza della sua forma politica. Lo Stato è sempre in fieri. E’ nelle nostre mani, tutto. Quindi la nostra grandissima responsabilità.
Ma questo Stato che si attua nella stessa coscienza e volontà dell'individuo, e non è una forza che si imponga dall'alto, non può avere con la massa del popolo lo stesso rapporto che era supposto dal nazionalismo. Il quale, facendo coincidere lo Stato con la Nazione, e di questa facendo una entità già esistente, che non bisogna creare ma soltanto conoscere, aveva bisogno di una classe dirigente, a carattere soprattutto intellettuale, la quale sentisse questa entità, che doveva prima essere conosciuta, intesa, apprezzata, esaltata. Del resto l'autorità dello Stato non era un prodotto, ma un presupposto. Non poteva dipendere dal popolo; anzi il popolo dipendeva dallo Stato e dall'autorità che doveva riconoscere come condizione d'essere di quella vita, fuori,della quale prima o poi si sarebbe accorto pure da sé di non poter vivere. Lo Stato nazionalista era perciò uno Stato aristocratico, che aveva bisogno di costituirsi nella forza conferitagli dalla sua origine, per quindi farsi valere sulla massa. Lo Stato fascista invece è Stato popolare, e in tal senso Stato democratico per eccellenza. Il rapporto tra lo Stato e non questo o quel cittadino, ma ogni cittadino che abbia diritto di dirsi tale, è cosí intimo, come s'è visto, che lo Stato esiste in quanto e per quanto lo fa esistere il cittadino. Quindi la sua formazione è formazione della coscienza dei singoli, e cioè della massa, nella cui potenza la sua potenza consiste. Quindi la necessità del Partito e di tutte le istituzioni di propaganda e di educazione secondo gl'ideali politici e morali del Fascismo, che il Fascismo mette in opera per ottenere che il pensiero e la volontà di uno che è Duce diventino il pensiero e la volontà della massa. Quindi il problema enorme, in cui esso si sente impegnato, di stringere nei quadri del partito e delle istituzioni da questo create tutto il popolo, a cominciare dagli anni piú teneri. Problema formidabile, la cui soluzione crea infinite difficoltà, sia per la quasi impossibilità di adeguare alle esigenze di un partito di élite e di avanguardia morale le grandi masse, che solo lentamente, attraverso secoli, si educano e riformano; sia per i dualismi tra l'azione governativa e l'azione di partito a grande stento evitabili, malgrado ogni sforzo e unità di disciplina, quando un'organizzazione di partito si allarghi a proporzioni quasi uguali a quella dello Stato; sia per i pericoli che corre,ogni potere d'iniziativa e di progresso, quando tutti gl'individui siano chiusi nelle maglie di un meccanismo che, per quanto avvivato da un unico spirito al centro, non può non lasciar illanguidire e morire ogni libertà di movimento e di autonomia a mano a mano che dal centro si va alla periferia.


14. Lo Stato corporativo.

Da questo carattere dello Stato fascista deriva pure la grande riforma sociale e costituzionale che il Fascismo vien realizzando, istituendo il regime sindacale corporativo e avviandosi a sostituire al regime dello Stato liberale quello dello Stato corporativo. Esso infatti ha accettato dal sindacalismo l'idea della funzione educativa e moralizzatrice dei sindacati; ma, dovendo superare l'antitesi di Stato e sindacato, codesta funzione ha dovuto sforzarsi di attribuire a un sistema di sindacati che componendosi armonicamente in corporazioni potessero assoggettarsi a una disciplina statale, ed esprimere quindi dal proprio seno lo stesso organismo dello Stato. Il quale, dovendo raggiungere l'individuo, per attuarsi nella sua volontà, non lo cerca come quell'astratto individuo politico che il vecchio liberalismo supponeva atomo indifferente; ma lo cerca come solo può trovarlo, come esso infatti è, come una forza produttiva specializzata: che dalla sua stessa specialità è tratto ad accomunarsi con tutti gli altri individui della stessa categoria, appartenenti allo stesso organismo economico unitario, che è dato dalla Nazione, Il sindacato, aderente quanto piú è possibile alla realtà concreta defl'individuo, fa valere l'individuo qual è realmente, sia per la coscienza di sé che egli deve acquistare gradualmente, sia pel diritto che gli spetterà in conseguenza di esercitare, rispetto alla gestione degl'interessi generali della Nazione, che dal complesso armonico dei sindacati risulta.
Questa grande riforma è in corso. Vi sboccano il nazionalismo, il sindacálismo, e lo stesso liberalismo che aveva nella dottrina largamente criticato le vecchie forme rappresentative dello Stato liberale, e reclamato un sistema di rappresentanza organica, corrispondente alla reale struttura in cui i cittadini dello Stato sono inquadrati e da cui traggono i motivi fondamentali della loro psicologia e l'alimento costante della loro personalità.
Lo Stato corporativo mira ad approssimarsi a quella immanenza dello Stato nell'individuo, che è la condizione della forza, e cioè dell'essenza dello Stato, e della libertà degli individui; e ne costituisce quel valore etico e religioso che il Fascismo ha sentito profondamente e proclamato per bocca del Duce in ogni occasione, teoricamente e praticamente, nel modo piú solenne.


15. Libertà, etica e religione.

Una volta il Duce del fascismo si propose e discusse il tema: Forza o consenso?, giungendo alla conclusione che i due termini sono inseparabili, e l'uno richiama l'altro e non può stare senza l'altro. Il che importa che l'autorità dello Stato e la libertà dei cittadini è un circolo infrangibile; in cui l'autorità presuppone la libertà e viceversa. Giacché la libertà è solo nello Stato, e lo Stato è autorità; ma lo Stato non è un'astrazione, un ente disceso dal cielo e campato in aria, sopra la testa dei cittadini; è tutt'uno invece con la personalità del singolo, che deve perciò promuovere, cercare, riconoscere, sapendo che c'è in quanto si fa essere.
Il Fascismo non si oppone al liberalismo come il sistema della autorità al sistema della libertà: ma come il sistema della vera e concreta libertà al sistema della libertà astratta e falsa. Giacché il liberalismo comincia dallo spezzare il circolo sopra accennato e contrapporre l'individuo allo Stato e la libertà all'autorità; e vuole perciò una libertà a sé, che fronteggi lo Stato; vuole cioè una libertà che sia limite dello Stato, rassegnandosi ad uno Stato (male inevitabile) @te della libertà. Astrattezze e spropositi che erano stati pur fatti oggetto di critica in seno allo stess o líberalismo, non essendo mancati nel secolo xix liberali di grande valore a preconizzare la necessità dello Stato forte, nello stesso interesse della libertà. Ma è merito del fascismo quello di essersi messo coraggiosamente e vigorosamente contro il corrente pregiudizio liberale, e aver detto nettamente che di quella libertà non si avvantaggiano né i popoli né gli individui. Per altro, in quanto lo Stato corporativo tende ad attuare in modo piú intimo e sostanziale l'unità o il circolo dell'autorità e libertà mediante un sistema di rappresentanza piú sincero e rispondente alla realtà, il nuovo Stato è piú liberale dell'antico.
Ma in cotesto circolo, non realizzabile se non nella sfera della coscienza individuale quale essa storicamente si sviluppa nell'associazione delle forze produttive e nella tradizione storica delle conquiste intellettuali e morali, lo Stato non potrebbe attingere la concretezza a cui aspira e di cui ha bisogno, se in detta sfera non investisse tutta la coscienza come forza sovrana non circoscritta da nessun limite o condizione. Lo Stato, altrimenti, egli stesso, nell'interno dello spirito, resterebbe campato in aria. Nello spirito vale e vive soltanto ciò che prende tutto lo spirito, e non vi lascia margine. L'autorità dello Stato perciò non viene a patti, non transige, non divide il suo campo con altri princípii, morali o religiosi, che possano interferire nella coscienza. Essa ha vigore ed è vera autorità se, dentro la coscienza, è incondizionata, infinita. La coscienza che attua la realtà dello Stato è la coscienza nella sua totalità, con tutti gli elementi da cui risulta. Moralità e religione, elementi essenziali ad ogni coscienza, non possono perciò mancare in essa, ma non possono non essere subordinati alla autorità e legge dello Stato, fusi in esse, assorbiti. L'uomo, che, nel profondo della sua volontà, è volontà dello Stato nella sintesi dei due termini di autorità e libertà, ciascuno dei quali agisce sull'altro e ne determina lo sviluppo, è l'uomo che in questa volontà risolve pure via via i suoi problemi religiosi e morali. Lo Stato, privato di queste determinazioni e di questi valori, tornerebbe ad essere un che di meccanico; come tale, spogliato di quel valore a cui esso politicamente pretende. Aut Caesar, aut nihil.

Di qui il carattere squisitamente politico dei rapporti tra lo Stato fascista e la Chiesa. Lo Stato fascista italiano, aderente, come vuol essere per le ragioni esposte, alla massa degli Italiani, o non è religioso, o è cattolico. Religioso non può non essere, perché l'assolutezza che esso conferisce al proprio valore e alla propria autorità non s'intende senza relazione a un Assoluto divino. Religione che abbia una base anzi una radice e un senso per la massa del popolo italiano, e in cui possa innestarsi questo sentimento religioso dell'assolutezza della volontà della Patria, non ce n'è che una: salvo che non si volesse stupidamente, in questo caso, non sviluppare quello che è nella coscienza, ma introdurvi ad arbitrio quel che non c'è. E cattolici non si è se non vivendo nella Chiesa e sotto la sua disciplina. Dunque, necessità politica, riconoscimento politico, ai fini della realizzazione dello stesso Stato. La politica ecclesiastica dello Stato italiano deve risolvere il problema di mantenere intatta e assoluta la sua sovranità, anche di fronte alla Chiesa, senza urtare la coscienza cattolica degl'Italiani, né quindi la Chiesa, a cui questa coscienza è subordinata,
Problema, anche questo, arduo, giacché la concezione trascendente su cui si regge il sistema della Chiesa cattolica contraddice al carattere immanentistico della concezione politica del Fascismo: che, ripeto, lungi dall'essere quella negazione del liberalismo e della democrazia che si dice, e che per motivi polemici i suoi stessi capi han ragione spesso di ripetere, è veramente, o aspira ad essere, la piú perfetta forma del liberalismo e della democrazia, in conformità alla dottrina mazziniana, al cui spirito esso è tornato.

Questa almeno la via. Via lunga, aspra, erta. Il popolo italiano vi si è incamminato con una fede, con una passione, che si è impossessata dell'anima della folla, e di cui non c'era esempio nella sua storia. Cammina, stretto a una disciplina che non aveva mai conosciuta, senza esitare, senza discutere, con gli occhi all'Uomo dalla tempra eroica, dalle doti straordinarie e mirabili dei grandi guidatori di popoli. Egli va innanzi, sicuro, avvolto in un'aura di mito, quasi uomo segnato da Dio, instancabile e infallibile, strumento adoprato dalla Provvidenza per creare una nuova civiltà.
Di questa civiltà ognun vede ciò che ha valore contingente e proprio all'Italia, e ciò che ha valore permanente ed universale."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:46 pm    Oggetto:  
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E’ chiaro il riferimento mussoliniano-gentiliano a un personaggio del nostro Risorgimento: Giuseppe Mazzini.
I fascisti vedevano nel suo associazionismo, nel suo sindacalismo (Fantini insegni), prefigurazione dei concetti fascisti sindacali e nazionali.
Indubbiamente il concetto sociale e idealista mazziniano è molto coerente col fascismo. Infatti i suoi scritti politici anticipano la soluzione produttivistica con lungimiranza come antidoto al liberalismo e al socialismo marxista.

Che dire della RSI?
Nulla di strano! Non c’è nessuna innovazione rispetto alle idee fasciste nazional-sindacali. Semmai c’è un passo innanzi rispetto al ventennio, che ne ha dato le basi.
Proprio la concezione fascista di rivoluzione, non deambrisiana, non leninista, è al centro dei fatti del ventennio. Cambiare, non distruggere! Evolvere, non annientare! Tanti discorsi e tanti fatti (leggi e quant’altro) dimostrano che la rivoluzione etica era in pieno corso nel ventennio. Lungi dall’essere compiuta!!
I passi in ambito sociale e nazionale erano tutti diretti verso questo compimento, come Mussolini insegna. E a sostenere il suo insegnamento ci sono i fatti!

"PER RISOLVERE LA CRISI

IL DISCORSO DELLO STATO CORPORATIVO
( 15 NOVEMBRE 1933 - Il Popolo d'Italia , n. 271 )

(Articolo sulla stampa, dopo il discorso pronunciato
il giorno prima al Consiglio Nazionale delle Corporazioni)

Ricorderete che il 16 ottobre dell'anno 1932, innanzi alle migliaia di gerarchi venuti a Roma per il decennale, io domandai: "Questa crisi che ci attanaglia da quattro anni - adesso siamo entrati nel quinta da un mese - è una crisi "nel" sistema o "del" sistema?"
Domanda grave , domanda alla quale non si poteva rispondere immediatamente. Per rispondere è necessario riflettere, riflettere lungamente e documentarsi.
Oggi rispondo: la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è diventate una crisi del sistema. Non è più un trauma, è una malattia costituzionale.
Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberalismo economico che lo ha illustrato ed apologizzato.
Io voglio tracciarvi a grandi linee quella che è stata la storia del capitalismo nel secolo scorso, che potrebbe essere definito il secolo del capitalismo. Ma prima di tutto, che cosa è il capitalismo? Non bisogna fare una confusione tra capitalismo e borghesia. La borghesia é un'altra cosa. La borghesia é come un modo di essere, che può essere grande e piccolo, eroico e filisteo.
Il capitalismo viceversa é un modo di produzione specifico, é un modo di produzione industriale.
Giunto alla sua più perfetta espressione, il capitalismo é un modo di produzione di massa per un consumo di massa, finanziato in massa attraverso l'emissione di capitale anonimo nazionale e internazionale: Il capitalismo è quindi industriale, e non ha avuto nel campo agricolo manifestazioni di grande portata.
Io distinguerei nella storia del capitalismo tre periodi: il periodo dinamico, il periodo statico, il periodo della decadenza.

Il periodo dinamico è quello che va dal 1830 al 1870. Coincide con la introduzione del telaio meccanico e con l'apparire della locomotiva: Sorge la fabbrica. La fabbrica è la tipica manifestazione del capitalismo industriale, é l'epoca dei grandi margini, e quindi la legge della libera concorrenza e la lotta di tutti contro tutti può giocare in pieno. Ci sono dei caduti e dei morti che poi la Croce Rossa raccoglierà: Anche in questo periodo ci sono delle crisi, ma sono crisi cicliche, non lunghe, non universali.

Il capitalismo ha ancora tale vitalità e tale forza di recupero che le fa superare brillantemente. E' l'epoca della quale Luigi Filippo grida "Arricchitevi!". L'urbanesimo si sviluppa. Berlino, che faceva centomila abitanti all'inizio del secolo, raggiunge il milione; Parigi, da cinquecentomila all'epoca della Rivoluzione, va anch'essa verso il milione. Così dicasi di Londra e delle città d'oltre Atlantico. La selezione in questo primo periodo di vita del capitalismo è veramente operante. Ci sono anche delle guerre. Queste guerre non possono essere paragonate alla guerra mondiale che noi abbiamo vissuta: Sono guerre brevi: Quella italiana del 1848-49 dura quattro mesi il primo anno, quattro giorni il secondo; quella del 1859 dura poche settimane. Altrettanto dicasi di quella del 1866. Nè più lunghe sono le guerre prussiane. Quella del 1864 contro l'Austria, che è la conseguenza della prima, dura pochi giorni e si conclude a Sodowa. Anche quella del 1870, che ha le tragiche giornate di Sedan, non dura più di due stagioni.
Queste guerre, oserei dire, eccitano in un certo senso l'economia delle nazioni, tanto è vero che appena otto anni dopo, nel 1878, la Francia è già nuovamente in piedi e può organizzare l'Esposizione universale, avvenimento che fece riflettere Bismarck.
Quello che accadde in America, non lo chiameremo eroico. Questa è parola che dobbiamo riservare alle vicende di ordine esclusivamente militare; ma è certo che la conquista del far West è dura a fascinosa ed ha avuto i suoi rischi ed i suoi caduti, come una grande conquista. Questo periodo dinamico del capitalismo dovrebbe essere compreso fra l'apparire della macchina a vapore e il taglio dell'Istmo di Suez. Sono quarant'anni. Durante questi quarant'anni lo Stato osserva, è assente e i teorici del liberalismo dicono: voi, Stato, avete un solo dovere, di far sì che la vostra esistenza non sia nemmeno avvertita nel settore dell'economia. Meglio governerete, quanto meno vi occuperete dei problemi di ordine economico.
L'economia quindi in tutte le sue manifestazioni è delimitata solo dal Codice Penale e dal Codice del Commercio.

Ma dopo il 1870 questo periodo cambia. Non più la lotta per la vita, la libera concorrenza, la selezione del più forte. Si avvertono i primi sintomi della stanchezza e della deviazione del mondo capitalistico. S'inizia l'era dei cartelli, dei sindacati, dei consorzi, del trust.
Certamente io non mi indugerò perché voi possiate avvertire la differenza che passa fra questi quattro istituti.

Le differenze non sono rilevanti, o quasi.
Sono le differenze che passano fra imposte e le tasse. Gli economisti non le hanno ancora definite. Ma il contribuente che va allo sportello trova che è completamente inutile discutere, perché o tassa o imposta egli deve pagare. Non è vero, come ha detto un economista italiano dell'economia liberale, che l'economia "trustizzata", cartellata, sindacata, sia il risultato della guerra. No, perché il primo cartello carbonifero in Germania, sorto a Dortmund, è del 1879.


Nel 1905, dieci anni prima che la guerra mondiale scoppiasse, in Germania si contavano sessantadue cartelli metallurgici. C'era un cartello della potassa nel 1904, un cartello dello zucchero nel 1903, dieci cartelli c'erano nell'industria vetraria. Nel complesso, in quell'epoca, dai cinquecento ai settecento cartelli si dividevano in Germania il governo dell'industria e del commercio.

In Francia nel 1877 si costituisce l'Ufficio Industriale di Longwy, che si occupava della metallurgia, nel 1888 quello del petrolio, nel 1881 tutte le compagnie di assicurazioni si erano già coalizzate. Il cartello del ferro, in Austria, è del 1873; accanto ai cartelli nazionali si sviluppano quelli internazionali. Il sindacato delle fabbriche di bottiglie è del 1907. Quello delle fabbriche di vetri e specchi, che raccoglie francesi, inglesi, austriaci e italiani, è del 1909.

I fabbricanti di rotaie ferroviarie si erano internazionalmente incartellati nel 1904. Il sindacato dello zinco nasce nel 1899. Vi risparmio una lettura noiosa di tutti i sindacati chimici, tessili, di navigazione, altri che si sono formati in questo periodo storico.
Il cartello del nitrato tra inglesi e cileni è del 1901. Qui ho tutto l'elenco dei trust nazionali e internazionali, che vi risparmio. Si può dire che non c'è settore della vita economica dei paesi di Europa e di America dove queste forze che caratterizzano il capitalismo non si siano formate.
Ma quale è la conseguenza? La fine della libera concorrenza.

Essendosi ristretti i margini, l'impresa capitalistica trova che piuttosto che lottare è meglio accordarsi, allearsi, fondersi per dividersi i mercati, e ripartirsi i profitti.
La stessa legge della domanda e dell'offerta non è più à un dogma perché attraverso i cartelli ed i trust si può agire sulla domanda e sull'offerta; finalmente questa economia capitalistica coalizzata, "trustizzata", si rivolge allo Stato. Che cosa gli chiede? La protezione doganale.

Il liberismo, che non è un aspetto più vasto della dottrina del liberalismo economico, il liberismo viene colpito a morte. Difatti la nazione che per prima ha elevato delle barriere quasi insormontabili, è stata l'America. Oggi l'Inghilterra stessa, da alcuni anni a questa parte, ha rinnegato tutto quello che ormai sembrava tradizionale nella sua vita politica, economica e morale: e si è data ad un protezionismo sempre più forte.

Viene la guerra. Dopo la guerra e in conseguenza della guerra, l'impresa capitalistica si inflaziona. L'ordine di grandezza dell'impresa passa dal milione al miliardo. Le cosiddette costruzioni verticali, a vederle lontano, danno l'idea del mostruoso e del babelico.
Le stesse dimensioni dell'impresa superano la possibilità dell'uomo. Prima era lo spirito che aveva dominato la materia, ora è la materia che piega e soggioga lo spirito.
Quella che era fisiologia diventa patologia, tutto diventa abnorme. Due personaggi - poichè in tutte le vicende balzano all'orizzonte gli uomini rappresentativi- due personaggi possono essere identificati come i rappresentanti di questa situazione: Kreuger, il fiammiferaio svedese, e Insull, l'affarista americano:

Con quella verità brutale che è nel nostro costume di fascisti, aggiungiamo che anche in Italia ci sono state manifestazioni del genere: però nel complesso, non sono arrivate a quelle cime.

Giunto a questa fase il supercapitalismo trae la sua ispirazione e la sua giustificazione da questa utopia: l'utopia dei consumi illimitati.

L'ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara.
Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli stessi gusti al cinematografo, che tutti infine desiderassero una cosiddetta macchina utilitaria.
Questo non è un capriccio, ma è nella logica delle cose, perché solo in questo modo il supercapitalismo può fare i suoi piani.

Quando è che l'impresa capitalistica cessa di essere un fatto economico? quando le sue dimensioni la conducono ad essere un fatto sociale. E' questo il momento preciso nel quale l'impresa capitalistica, quando si trova in difficoltà, si getta di piombo nelle braccia dello Stato.
E' in questo momento in cui nasce e si rende sempre più necessario l'intervento dello Stato.
E coloro che lo ignoravano lo ricercano affannosamente.Siamo a questo punto: che se in tutte le nazioni d'Europa lo Stato si addormentasse per ventiquattro ore, basterebbe tale parentesi per determinare un disastro.
Ormai non c'é campo economico dove lo Stato non debba intervenire. Se noi volessimo cedere per pura ipotesi a questo capitalismo dell'ultima ora, noi arriveremo de plano al capitalismo di Stato, che non è altro che il socialismo di Stato rovesciato. Arriveremmo in un modo o nell'altro alla funzionarizzazione della economia nazionale.

Questa è la crisi del sistema capitalistico presa nel suo significato universale.

Ma per noi vi è una crisi specifica che ci riguarda particolarmente nella nostra qualità di italiani e di europei. C'è una crisi europea, tipicamente europea.
L'Europa non è più il continente che dirige la civiltà umana. Questa è la constatazione drammatica che gli uomini che hanno il dovere di pensare debbono a fare a se stessi e agli altri. C'è stato un tempo in cui l'Europa dominava politicamente, spiritualmente, economicamente il mondo.

Lo dominava politicamente attraverso le sue istituzioni politiche. Spiritualmente attraverso tutto ciò che l'Europa ha prodotto col suo spirito attraverso i secoli. Economicamente perché era l'unico continente fortemente industrializzato. Ma oltre Atlantico si è sviluppata la grande impresa industriale e capitalistica. Nell'Estremo Oriente è il Giappone che, dopo aver preso contatto con l'Europa attraverso la guerra del 1905, avanza a grandi tappe verso l'Occidente.

Qui il problema è politico.
Parliamo di politica; perchè anche questa assemblea è squisitamente politica. L'Europa può ancora tentare di riprendere il timone della civiltà universale, se trova un minimum di unità politica: Occorre seguire quelle che sono state le nostre costanti direttive. Questa intesa politica dell'Europa non può avvenire se prima non si sono riparate delle grandi ingiustizie.
Siamo giunti ad un punto estremamente grave di questa situazione; la Società delle nazioni ha perduto tutto quello che le poteva dare un significato politico ed una portata storica.

Intanto quello stesso che l'aveva inventata non c'è entrato.
Sono assenti la Russia, gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania. Questa Società delle nazioni è partita da uno di quei principî che, enunciati, sono bellissimi: ma considerati poi, anatomizzati, sezionati, si rivelano assurdi. Quali altri atti diplomatici esistono che possono rimettere in contatto gli Stati?
Locarno? Locarno è un'altra cosa. Locarno non ha niente a che vedere con il disarmo; di lì non si può passare. Si è fatto in questi tempi un grande silenzio intorno al Patto a quattro. Nessuno ne parla, ma tutti ci pensano. E' appunto per questo che noi non intendiamo di riprendere iniziative o di precipitare i tempi di una situazione che dovrà logicamente e fatalmente maturare.

Domandiamoci ora: l'Italia è una nazione capitalistica?
Vi siete mai posta questa domanda? Se per capitalismo si intende quell'insieme di usi, di costumi, di progressi tecnici ormai comuni a tutte le nazioni, si può dire che anche l'Italia è capitalista.
Ma se noi andiamo più addentro le cose ed esaminiamo la un punto di vista statistico, cioè della massa delle diverse categorie economiche delle popolazioni, noi abbiamo allora i dati del problema che ci permettono di dire che l'Italia non è una nazione capitalistica nel senso ormai corrente di questa parola:
Gli agricoltori conducenti terreno proprio alla data del 21 aprile 1931 sono 2.943.000, gli affittuari sono 858.000:
I mezzadri e i coloni sono 1.631.000, gli altri agricoltori salariati, braccianti, giornalieri di campagna, sono 2.475.000. Totale della popolazione che è legata all'agricoltura 7.900.000.
Gli industriali piccoli e grandi sono 523.000, i commercianti 841.000, gli artigiani dipendenti e padroni 724.000, gli operai salariati 4.230.000, il personale di servizio e di fatica 849.000, le forze armate dello Stato 541.000, professionisti e arti libere 553.000, impieghi pubblici e privati 905.000. Totale di questo gruppo con l'altro 17.000.000.
I possidenti e benestanti non sono molti in Italia, sono 201.000, gli studenti sono 1.945.000, le donne attendenti a casa 11.244.000.
C'é poi una cifra che si riferisce ad altre condizioni non professionali: 1.295.000, cifra che può essere interpretata in varie maniere.

Voi vedete subito da questo quadro come l'economia della nazione italiana sia varia e complessa, e non possa essere definita attraverso un solo tipo, anche perché gli industriali che figurano con la cifra imponente di 523.000 sono quasi tutti industriali che hanno aziende di piccola e media grandezza. La piccola azienda va da un minimo di cinquanta operai ad un massimo di cinquecento. Dai cinquecento ai cinquemila o seimila vi è la media industria; al di sopra si va alla grande industria; e qualche volta si sbocca nel supercapitalismo. Questo specchietto vi dimostra anche come avesse torto Carlo Marx, il quale, seguendo i suoi schemi apocalittici, pretendeva che la società umana si potesse dividere in due classi nettamente distinte fra loro ed eternamente irriconciliabili.
L'Italia a mio avviso deve rimanere una nazione ad economia mista, con una forte agricoltura, che è la base di tutto, tanto è vero che quel piccolo risveglio delle industrie che si è verificato in questi ultimi tempi è dovuto, come è opinione unanime di coloro che se ne intendono, ai raccolti discreti dell'agricoltura in questi ultimi anni; una piccola e media industria sana, una banca che non faccia speculazioni, un commercio che adempia al suo insostituibile compito, che è quello di portare rapidamente e razionalmente le merci ai consumatori.

Nella dichiarazione che io ho presentato ieri sera, era definita la corporazione così come noi la intendiamo e la vogliamo creare, e sono definiti gli obiettivi. Vi è detto che la corporazione è fatta in vista dello sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo italiano. Questi tre elementi sono condizionati fra di loro. La forza politica crea ricchezza, e la ricchezza ingagliardisce a sua volta l'azione politica.
Vorrei richiamare la vostra attenzione su quanto è detto come obiettivo: il benessere del popolo italiano. E' necessario che a un certo momento questi istituti che noi abbiamo creati siano sentiti e avvertiti direttamente dalle masse come strumenti attraverso i quali queste masse migliorano il loro livello di vita.
Bisogna che ad un certo momento l'operaio, il lavoratore della terra possa dire a se stesso e dire ai suoi: se io oggi sto effettivamente meglio, lo si deve agli istituti che la rivoluzione fascista ha creati.In tutte le società nazionali c'è la miseria inevitabile
C'è una aliquota di gente che vive ai margini della società; di essa si occupano speciali istituzioni. Viceversa quello che deve angustiare il nostro spirito è la miseria degli uomini sani e validi che cercano affannosamente e invano il lavoro.
Ma noi dobbiamo volere che gli operai italiani, i quali ci interessano nella loro qualità di italiani, di operai e di fascisti, sentano che noi non creiamo degli istituti soltanto per dare forma ai nostri schemi dottrinali, ma creiamo degli istituti che devono dare a un certo momento dei risultati positivi, concreti, pratici e tangibili.
Non mi soffermo sui compiti conciliativi che la corporazione può svolgere, e non vedo nessun inconveniente alla pratica dei compiti consultivi. Già adesso accade che tutte le volte che il Governo deve prendere dei provvedimenti di una certa importanza, chiama gli interessati. Se domani ciò diventa obbligatorio per determinate questioni, io non ci vedo alcunché di male, perché tutto ciò che accosta il cittadino allo Stato, tutto ciò che fa entrare il cittadino dentro l'ingranaggio dello Stato, è utile ai fini sociali e nazionali del fascismo.
Il nostro Stato non è uno Stato assoluto, e meno ancora assolutista, lontano dagli uomini ed armato soltanto di leggi inflessibili come le leggi devono essere.
Il nostro Stato è uno Stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita: La stessa burocrazia non è oggi, e meno ancora domani vuole essere un diaframma fra quella che è l'opera dello Stato e quelli che sono gli interessi e i bisogni effettivi e concreti del popolo italiano.
Io sono certissimo che la burocrazia italiana, che è ammirevole, la burocrazia italiana, cos' come ha fatto fin qui, domani lavorerà con le corporazioni tutte le volte che sarà necessario per la più feconda soluzione dei problemi. Ma il punto che più ha appassionato questa assemblea è quello che intende dare al Consiglio nazionale delle corporazioni dei poteri legislativi.

Taluno, precorrendo i tempi, ha già parlato della fine dell'attuale Camera dei deputati. Spieghiamoci.
L'attuale Camera dei deputati, essendo ormai terminata la legislatura, deve essere sciolta.
Secondo, non essendovi il tempo sufficiente in questi mesi per creare i nuovi istituti corporativi, la nuova Camera sarà scelta con lo stesso metodo del 1929.
Ma la Camera a un certo punto dovrà decidere il suo proprio destino. Ci sono fascisti in giro che vorranno piangere dinanzi a questa ipotesi?
Comunque sappiano che noi non asciugheremo le loro lacrime.
E' perfettamente concepibile che un Consiglio nazionale delle corporazioni sostituisca in toto la attuale Camera dei deputati. La Camera dei deputati non mi è mai piaciuta. In fondo questa camera dei deputati è ormai anacronistica anche nel suo stesso titolo: è un istituto che noi abbiamo trovato e che è estraneo alla nostra mentalità, alla nostra passione di fascisti.

La Camera presuppone un mondo che noi abbiamo demolito; presuppone pluralità dei partiti, e spesso e volentieri l'attacco alla diligenza. Dal giorno in cui noi abbiamo annullato questa pluralità, la camera dei deputati ha perduto il motivo essenziale per cui sorse.
Nella loro quasi totalità i deputati fascisti sono stati all'altezza della loro fede e bisogna pensare che il loro sangue fosse sanissimo perché non si è intristito in quegli ambienti dove tutto respira il passato.
Tutto cio avverrà prossimamente perché non abbiamo precipitazioni. Importante è stabilire il principio perchè dal principio si traggono le conseguenze fatali.

Quando nel giorno 13 gennaio 1923 si creò il Gran COnsiglio, i superficiali avrebbero potuto pensare: si è creato un istituto. No: quel giorno fu sepolto il liberalismo politico.
Quando con la Milizia, presidio armato del Partito e della rivoluzione, quando con la costituzione del Gran Consiglio, organo supremo della rivoluzione, si diè di colpo a tutto quello che era la teoria e la pratica del liberalismo, si imboccò definitivamente la strada della rivoluzione.
Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico
La corporazione gioca sul terreno economico come il Gran Consiglio e la Milizia giocarono sul terreno politico.
Il corporativismo è l'economia disciplinata, e quindi anche controllata, perché non si può pensare a una disciplina che non abbia un controllo.
Il corporativismo supera il socialismo e supera il liberalismo, crea una nuova sintesi.

E' sintomatico un fatto, un fatto sul quale forse non si è sufficientemente riflettuto: che il decadere del capitalismo coincide col decadere del socialismo!

Tutti i partiti socialisti d'Europa sono in frantumi!
Non parlo dell'Italia e della Germania, ma anche di altri paesi.
Evidentemente i due fenomeni, non dirò che fossero condizionati, da un punto di vista strettamente logico; c'era però, fra essi, una simultaneità di ordine storico.

Ecco, perché l'economia corporativa sorge nel momento storico determinato, quando cioè i due fenomeni concomitanti, capitalismo e socialismo, hanno già dato tutto quello che potevano dare.Dall'uno e dall'altro ereditiamo quello che essi avevano di vitale. Noi abbiamo respinto la teoria dell'uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce.
L'uomo economico non esiste, esiste l'uomo integrale, che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero.
Oggi noi facciamo nuovamente un passo decisivo sulla via della rivoluzione.
Giustamente ha detto il camerata Tassinari che una rivoluzione per essere grande, per dare una impronta profonda nella vita di un popolo nella storia, deve essere sociale.
Se ficcate il viso nel profondo, voi vedete che la rivoluzione francese fu eminentemente sociale, perché demolì tutto quello che era rimasto nel medioevo dai pedaggi alle corveè; sociale, perché provocò il vasto rivolgimento di tutto quello che era la distribuzione terriera della Francia, e creò quei milioni di proprietari che sono stati e sono ancora una delle forze solide e sane di quel paese.

Altrimenti tutti crederanno di aver fatto una rivoluzione. La rivoluzione è una cosa seria, non è una congiura di palazzo e non è nemmeno un mutamento di ministeri o l'ascesa di un partito che soppianti un altro partito.
E' da ridere quando si legge che nel 1876 l'arrivo della sinistra al potere fu definito una rivoluzione.
Facciamoci da ultimo questa domanda: il corporativismo può essere applicato in altri paesi? Bisogna farsi questa domanda, perché se la fanno in tutti gli altri paesi, dovunque si studia e ci si affatica a comprendere.

Non vi è dubbio che, data la crisi generale del capitalismo, delle soluzioni corporative si imporranno dovunque, ma per fare il corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario, occorrono tre condizioni.
Un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione anche la disciplina politica, e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce, in fede comune.
Non basta. Occorre, dopo il partito unico, lo stato totalitario, cioè lo Stato che assorba in sé, per trasformarla e potenziarla, tutta l'energia, tutti gli interessi, tutta la speranza di un popolo.
Non basta ancora. Terza ed ultima e più importante condizione: occorre vivere un periodo di altissima tensione ideale.

Ecco perché noi, grado a grado, daremo forza e consistenza a tutte le nostre realizzazioni, tradurremo nel fatto tutta la nostra dottrina. Come negare che questo nostro, fascista, sia un periodo di alta tensione ideale? Nessuno può negarlo. Questo è il tempo nel quale le armi furono coronate da vittoria. Si rinnovano gli istituti, si redime la terra, si fondano le città.Mussolini

15 NOVEMBRE 1933 - Il Popolo d'Italia , n. 271"

E ancora:

"
Consiglio Nazionale delle Corporazioni (Roma 22 aprile 1930).

Camerati, signori,
Prima di tracciare le linee di questo discorso ho voluto rileggere sulla Gazzetta Ufficiale il testo della legge 20 marzo 1930, n. 206, che istituisce il Consiglio nazionale delle Corporazioni. L'ho voluto rileggere per definire nella maniera più sintetica possibile l'istituto che ho il piacere e l'onore di inaugurare in questo giorno: Natale di Roma e Festa del Lavoro.
La definizione può essere questa: il Consiglio nazionale delle Corporazioni è, nell'economia italiana, quello che lo Stato Maggiore è negli Eserciti: il cervello pensante che prepara e coordina. La similitudine militare non vi dispiacerà, poiché quella che l'economia italiana deve combattere è veramente una rude, incessante guerra che richiede uno Stato Maggiore, dei quadri, delle truppe che siano, per il loro compito, all'altezza della situazione.
L'economia italiana è qui rappresentata nelle sette Sezioni specificate nell'articolo 4 della legge, che certamente ognuno di voi conosce a memoria, anche perché è stata, durante due anni, dibattutissima. Ma questo Stato Maggiore ristretto si allarga nell'assemblea generale, quando all'ordine del giorno ci siano questioni, appunto, di ordine generale.
È perfettamente logico che siano chiamati a partecipare all'assemblea generale i dirigenti del P. N. F., il quale, avendo fatto la Rivoluzione, non può essere mai straniato dagli istituti che la Rivoluzione stessa realizza in ogni campo; taluni direttori dei Ministeri interessati, utilissima innovazione per approfondire e rendere costanti i contatti tra le forze vive della Nazione e gli strumenti esecutivi delle amministrazioni dello Stato; il presidente delle Associazioni dei Mutilati e dei Combattenti, non solo per i problemi specifici interessanti quelle due categorie, ma per un riconoscimento morale dei loro sacrifici in guerra e della loro funzione in pace; e, finalmente, dieci persone che chiamerò esperti o piuttosto «periti», affermazione questa di notevole rilievo in quanto il Regime fascista non vuole esiliare la dottrina e gli uomini di pensiero o rinchiuderli nei loro studi o nei loro laboratori, ma desidera avere da essi un apporto concreto per le risoluzioni dei problemi economici, problemi che dopo le grandi guerre, dalle Puniche in poi, hanno sempre gravemente tormentato i popoli.
Le attribuzioni del Consiglio nazionale delle Corporazioni sono chiaramente e analiticamente fissate negli articoli 10 e 12. Soprattutto quest'ultimo articolo caratterizza la legge e le dà il suo particolare sapore. Senza questo articolo il Consiglio sarebbe un organo semplicemente consultivo; con questo articolo la legge immette un fattore nuovo nella vita economica e sociale italiana. I primi due paragrafi dell'art. 12 sono importanti, ma non eccezionalmente. Il paragrafo terzo, invece, è la chiave di volta di tutta la legge, che solo per quelle tre righe merita l'appellativo di rivoluzionaria. Le cautele che seguono nell'art. 12 sono la conferma che non si tratta di un salto nel vuoto, come i soliti misoneisti dell'antifascismo hanno tentato far credere, sibbene di un passo innanzi, misurato ma deciso.
Nell'art. 12 vi è tutta la corporazione, così come l'intende e la vuole lo Stato fascista. È nella corporazione che il sindacalismo fascista trova infatti la sua meta. Il sindacalismo, di ogni scuola, ha un decorso che potrebbe dirsi comune, salvo i metodi: s'incomincia con l'educazione dei singoli alla vita associativa; si continua con la stipulazione dei contratti collettivi; si attua la solidarietà assistenziale o mutualistica; si perfeziona l'abilità professionale. Ma mentre il sindacalismo socialista, per la strada della lotta di classe, sfocia sul terreno politico, avente a programma finale la soppressione della proprietà privata e dell'iniziativa individuale, il sindacalismo fascista, attraverso la collaborazione di classe, sbocca nella corporazione, che tale collaborazione deve rendere sistematica e armonica, salvaguardando la proprietà, ma elevandola a funzione sociale, rispettando l'iniziativa individuale, ma nell'ambito della vita e dell'economia della Nazione.
Il sindacalismo non può essere fine a se stesso: o si esaurisce nel socialismo politico o nella corporazione fascista. È solo nella corporazione che si realizza l'unità economica nei suoi diversi elementi: capitale, lavoro, tecnica; è solo attraverso la corporazione, cioè attraverso la collaborazione di tutte le forze convergenti a un solo fine, che la vitalità del sindacalismo è assicurata. È solo, cioè, con un aumento della produzione, e quindi della ricchezza, che il contratto collettivo può garantire condizioni sempre migliori alle categorie lavoratrici; in altri termini, sindacalismo e corporazione sono interdipendenti e si condizionano a vicenda; senza sindacalismo non è pensabile la corporazione; ma senza corporazione il sindacalismo stesso viene, dopo le prime fasi, a esaurirsi in un'azione di dettaglio, estranea al processo produttivo; spettatrice non attrice; statica e non dinamica.
È ciò che accade in tutti i Paesi dell'occidente dove il sindacalismo, non potendo arrivare alla cosiddetta socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, come in Italia alla corporazione, segna il passo, o impegna battaglie che si concludono regolarmente in disastri. Gli è che il sindacalismo giunge a un punto in cui deve o tramutarsi in qualche altra cosa o ridursi all'ordinaria amministrazione. È per quest'ordine di ragionamenti che io attribuisco la massima importanza all'art. 12 della legge: è per questo che io affermo l'originalità e la forza di questo istituto, nel quale la corporazione trova la sua espressione non soltanto economica, ma Politica e morale.
Ciò precisato, voglio aggiungere subito che non bisogna attendersi di punto in bianco eventi portentosi e miracoli, inauditi dal funzionamento, che oggi praticamente incomincia, del Consiglio nazionale delle Corporazioni. L'azione che esso deve armonizzare e, se necessario, stimolare, si svolge in un momento interessante dell'economia mondiale. Ho detto interessante, nel senso che deve richiamare l'attenzione del Governo e dei ceti dirigenti. Il fenomeno non è italiano, ma universale e quindi anche italiano. È una situazione di disagio, - più o meno acuto, - sulle cui cause è perfettamente inutile di insistere, poiché sono note a ogni mediocre osservatore della realtà economica attuale.
Mettetevi al lavoro, in questo nuovo istituto, nuovo nell'Italia e nel mondo, con alto senso di responsabilità, con visione non unilaterale ma globale dei problemi che saranno sottoposti al vostro esame, con spirito di schietta, moderna, fascistica collaborazione, e il Consiglio nazionale delle Corporazioni risponderà agli obiettivi per cui fu creato: aumentare la potenza e il benessere del popolo italiano"
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Insersco un documento che si sposa benissimo con quelli di cui sopra.
Lo prendo come simbolo.

VI PREGO DI NOTARE LA DATA E LA COERENZA CON L'IDEA!

ECCOLO:

"Corporativismo, Socializzazione o Socialismo ?

Il Corporativismo è tutto il Fascismo? Questa fu una questione fra le più dibattute durante il ventennio, variamente risolta, più volte archiviata come inutile bizantinismo e pure continuamente risorgente, poiché, in ultima analisi, sintetizzava il problema della definizione del contenuto e del programma sociale della nostra rivoluzione. Ora la stessa esigenza di chiarire questo contenuto e questo programma ci pone un problema sostanzialmente simile, ovvero: la socializzazione è socialismo ? Già a questa nuova domanda qualcuno risponde che si tratta di parole e che non giova soffermarsi su certe ricerche formali. Ma la domanda si presenta, ancora, con insistenza e con urgenza, perché non pone una questione di parole o di semplice forma, bensì un'istanza sostanziale, che bisogna soddisfare con tutto il rigore possibile. Il che necessariamente significa chiamare le cose con il loro nome e inserire i programmi al loro giusto posto nell'evoluzione delle idee e delle dottrine politiche. Noi , in quanto portatori del programma di socializzazione, siamo, dunque, socialisti? Premettiamo che non ci lasceremo impressionare dalle parole, né trascinare da pregiudiziali: non abbiamo nulla in contrario, cioè, a riconoscerci socialisti se il confronto del contenuto della nostra idea con quello delle idee socialiste ci convincerà che si tratta di contenuti identici, o simili, o in rapporto generico l'uno con l'altro. Appunto perché non facciamo questioni di parole, esse non ci preoccupano e non ci interessano, e vogliamo dalla sostanza delle idee la soluzione del nostro problema. E veniamo, dunque, al concreto: veniamo, cioè, a definire uno dei termini che vanno posti a confronto: il contenuto della nostra socializzazione.
Questo contenuto non è difficilmente individuabile essendo riducibile tutto a due principi fondamentali:
1. Riconoscimento del valore dell'iniziativa individuale; da cui deriva come corollario che normalmente l'attività produttiva continua ad essere svolta dai singoli e non viene assunta dallo Stato se non quando si ritenga che l'iniziativa individuale non sia sufficiente o che motivi di ordine politico lo consiglino (statalizzazione delle industrie appartenenti a settori - chiave), e che, sempre normalmente, la proprietà dei mezzi di produzione resta al singolo;
2. l'iniziativa non è più solo iniziativa del capitale e la proprietà dei mezzi di produzione non è più decisiva nella determinazione del processo produttivo: in questo ha parte fondamentale il lavoro, in tutte le sue forme, da quelle organizzative e direttive a quelle esecutive; ed al lavoro in quanto tale deve essere affidata la gestione dell'impresa e la disciplina della produzione; da cui poi deriva la conseguenza che il lavoro debba anche partecipare agli utili che dalla gestione dell'impresa, ed in genere della produzione, derivano.
Per chi ben guardi, in questi due principi, di così semplice enunciazione, è contenuto in nuce tutto un programma di politica economica e sociale. Ed infatti in essi vi è il riconoscimento dell'iniziativa individuale, ma vi è anche l'affermazione della necessità di un programma produttivo, di un piano, poiché la produzione non è e non può essere condotta più in base all'esclusivo arbitrio individuale ed in vista del solo utile individuale, che sono poi l'arbitrio e l'utile del capitalista; ma deve rispondere alla volontà ed all'interesse di tutti i fattori che intervengono nel processo produttivo, cioè della collettività produttrice. Per cui la partecipazione del lavoro parte dall'impresa, ma non si ferma ad essa, bensì diviene partecipazione a tutta la disciplina del processo produttivo attraverso la partecipazione attiva agli organi dello Stato a ciò destinati. E la distribuzione degli utili d'impresa non è, a sua volta, fine a se stessa, ma si dilata in un più vasto principio che si pone a base della distribuzione di tutto il complesso del reddito nazionale, con obiettivo l'accorciamento delle distanze fra redditi massimi e minimi ed il miglioramento delle condizioni di vita delle categorie più basse. Ora questo programma economico-sociale su quali princìpi filosofico-politici trova la sua base? Questo quesito va risolto, se non si vuole che ci si limiti ad una mera soluzione pratica ed empirica di problemi economico-sociali; il che non possiamo, per un assunto spiritualistico del nostro pensiero, al quale i problemi si presentano, prima che in veste economica, in veste morale e politica. Per cui il riconoscimento dell'iniziativa individuale, prima che sul piano economico, ha un significato, per noi, sul piano etico, come riconoscimento del valore della personalità e della libertà; l'affermazione che la proprietà degli strumenti di produzione non è, da sola, decisiva del processo produttivo, ma deve essere integrata dal principio della partecipazione di tutti i fattori di questo, implica e presuppone un principio di etica non materialistica che postuli l'esistenza di un valore universale della personalità e della libertà, indipendente dalla manifestazione materiale della proprietà, e per cui nessun individuo può essere considerato come mezzo, ma ognuno è esso stesso un fine, e vale non in quanto ha, ma in quanto si attua compiutamente, realizzando, con la sua azione, un suo fine superiore e collettivo; e finalmente l'ammissione di un limite all'assoluto ed egoistico prevalere dell'iniziativa individuale, implica il riconoscimento del valore della società come concreta realtà trascendente l'individuo e pure espressa da questo, e ad esso immanente, realtà autonoma non intesa come somma atomistica e materialistica di individui, ma come sintesi ideale del momento individuale in una superiore individualità avente propri fini e volontà. Dunque , un punto ci sembra chiaro: che non si possa parlare, per noi, di marxismo, né nella teoria né nella prassi. Se è vero, come abbiamo chiarito, che la nostra posizione teoretica è rigidamente spiritualistica, risulta chiaramente che non ci è possibile accettare nessuno dei fondamenti filosofici del marxismo ovvero il materialismo storico, il determinismo e la teoria della lotta di classe.Ma se la nostra socializzazione non è sul piano del marxismo ( poiché cardine dell'esperimento bolscevico è l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione ) essa non è neppure per dottrina e per metodo su quello delle sue filiazioni, più o meno revisionistiche, in quanto espressione non materialistica. Lo Stato del lavoro è nel nostro pensiero lo Stato di tutti i lavoratori, del braccio e della mente, senza distinzione, fra questi, di classe e senza alcun attributo classistico, è, insomma, lo Stato Corporativo. Tali concezioni politiche possono a buon diritto essere definite " Socialismo ", ma, parafrasando Mussolini, "Socialismo Nostro"; nel senso che, dietro la nostra dottrina sta oltre un secolo di elaborazioni ideologiche e di esperienza Socialista, con la sua radicale critica del mondo capitalistico e con la sua ricerca di un ordine nuovo,con il suo bagaglio di errori e con la sua visione unilaterale dei problemi e delle possibili soluzioni,ma anche con la sua fondamentale esigenza di giustizia e con la rivendicazione,a volte drammatica,dei diritti del lavoro. Noi non possiamo, certamente,ignorare il valore di questa lunga lotta;ma appunto per questo,la nostra dottrina e la nostra azione non possono non superare quegli elementi del socialismo che alla nostra più matura esperienza ed alla nostra più acuta indagine appaiono insufficienti e insoddisfacenti. Nello stesso modo superiamo le nostre esperienze inadeguate di ieri,appunto,con la socializzazione che deve dare al corporativismo quella forza realizzatrice che ad esso è mancata nella sua prima attuazione.
Per questo dobbiamo e possiamo dire che la nostra socializzazione, costituisce la ripresa, il perfezionamento ed il compimento del pensiero e della prassi corporativa.

<<In questa economia,i lavoratori diventano,con pari diritti e pari doveri,collaboratori nell'impresa allo stesso titolo dei fornitori di capitali o dei dirigenti tecnici. Nel tempo fascista il lavoro,nelle sue infinite manifestazioni,diventa il metro unico col quale si misura l'utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi. (MUSSOLINI, discorso all'assemblea delle corporazioni,Roma 23 Marzo 1936)>>.

Estratto parziale da: " Repubblica Sociale ", rassegna mensile di problemi politico sociali economici e giuridici n° 3 -4, 1944."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:54 pm    Oggetto:  
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Vi riporto la parte più importante del discorso citato nel 1944 dal mensile "Repubblica Sociale".

E' IMPORTANTISSIMO!

"In questa economia dagli aspetti necessariamente vari come è varia l'economia di ogni Nazione ad alto sviluppo civile, i lavoratori diventano - con pari diritti e pari doveri - collaboratori nell'impresa allo stesso titolo dei fornitori di capitali o dei dirigenti tecnici. Nel tempo fascista il lavoro, nelle sue infinite manifestazioni, diventa il metro unico col quale si misura l'utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi.

Un'economia come quella di cui vi ho tracciato le linee maestre deve poter garantire tranquillità, benessere, elevazione materiale e morale alle masse innumeri che compongono la Nazione e che hanno dimostrato, in questi tempi, il loro alto grado di coscienza nazionale e la loro totalitaria adesione al Regime. Devono raccorciarsi, e si raccorceranno, nel sistema fascista le distanze fra le diverse categorie di produttori, i quali riconosceranno le gerarchie del più alto dovere e della più dura responsabilità. Si realizzerà nell'economia fascista quella più alta giustizia sociale che dal tempo dei tempi è l'anelito delle moltitudini in lotta aspra e quotidiana con le più elementari necessità della vita.
È la seconda volta che si riunisce sul Campidoglio l'Assemblea nazionale delle Corporazioni. Qualcuno ha la legittima curiosità di domandare: che cosa accadrà di questa Assemblea? Quale è il posto ch'essa prenderà nell'economia costituzionale dello Stato italiano? A questi interrogativi fu già data una risposta, e precisamente nel mio discorso del 14 novembre 1933 A. XII, al quale annunziavo che il Consiglio Nazionale delle Corporazioni poteva benissimo sostituire e avrebbe finito per sostituire in toto la Camera dei deputati. Confermo. oggi, questo intendimento. La Camera, già promiscua nella sua composizione perché parte dei suoi membri sono anche membri di questa Assemblea, cederà il posto all'Assemblea Nazionale delle Corporazioni che si costituirà in « Camera dei Fasci e delle Corporazioni » e risulterà, in un primo tempo, dal complesso delle 22 Corporazioni.
I modi coi quali la nuova Assemblea rappresentativa e legislativa si formerà, le norme per il suo funzionamento, le sue attribuzioni, le sue prerogative, il suo carattere costituiscono problemi di ordine dottrinale e anche tecnico, che saranno esaminati dall'organo supremo del Regime: il Gran Consiglio.
Quest'Assemblea sarà assolutamente « politica », poiché quasi tutti i problemi dell'economia non si risolvono se non portandoli sul piano politico. D'altra parte le forze che si potrebbero, forse un poco arbitrariamente, chiamare extraeconomiche saranno rappresentate dal Partito e dalle associazioni riconosciute.
Ora mi domanderete quando questa profonda, ma -già matura trasformazione costituzionale si verificherà, e io vi rispondo che la data non è lontana, pur essendo legata all'epilogo vittorioso della guerra africana e agli avvenimenti della politica europea.
Con le trasformazioni economiche di cui vi ho parlato e con questa innovazione sul terreno politico e costituzionale, la Rivoluzione fascista realizza in pieno i suoi postulati fondamentali. che l'adunata di Piazza San Sepolcro, diciassette anni or sono, acclamò

(MUSSOLINI, discorso all'assemblea delle corporazioni,Roma 23 Marzo 1936)."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 4:56 pm    Oggetto:  
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Inserisco un documento molto importante per il fascismo.
E' inerente una questione molto dibattuta, strumentalizzata: il razzismo! Soprattutto quello antiebraico.

Il documento è veramente importante sia per l'autore, sia per la provenienza, sia per la data in cui è stato scritto.

E' il prologo dattiloscritto di una lezione di Meir Michaelis allo Yad-Vashem, ovvero l'Ara dove il nostro "amichetto" Fini ha sputato palate di letame una volta di più sul fascismo.
Incredibile a dirsi, Meir Michaelis, CHE E' EBREO, fa una sintesi molto pacata ed obiettiva, STORICA E NON POLITICA, anche se a tratti opinabile.

La cosa che a me ha colpito molto è che il Michaelis, attacca gli ebrei italiani e le loro tesi sul fascismo!!!!!!!!!!!!!!!
Nella persona di Sarfatti.

Gli studi storici competenti, sul fascismo e Mussolini, non sono nuovi però fra gli ebrei INTERNAZIONALI.
Rapoport, Sternhell, Michaelis stesso, Mosse, Hannah Arendt, sono solo alcuni.
Tutti autori di libri molto interessanti e, soprattutto, competenti.
E' pazzesco che GLI EBREI STESSI elaborino e ricerchino una verità che SOLO i nostrani si ostinano a rigettare!

Ecco il documento di cui parlo:

"Mussolini, il fascismo e la shoah

da una lezione di Meir Michaelis
Yad-Vashem, Gerusalemme, 10 settembre 2000

Dal Risorgimento a Mussolini

E' un luogo comune che nell'Italia moderna non vi fosse un "problema ebraico". Si noti che lo stesso Mussolini negava l'esistenza di un tale problema, non solo prima della svolta razziale, ma persino dopo.
Il dibattito sull'emancipazione iniziò in Italia solo intorno al 1830 con 40 o 50 anni di ritardo rispetto alla Francia e alla Germania. Durante l'Illuminismo e sotto il regime napoleonico la questione ebraica non fu molto discussa in Italia: nessun prominente autore italiano si era occupato dell'argomento, e la cosiddetta "prima emancipazione" del 1796-1815 fu un'imposizione straniera, opera delle truppe di occupazione. Alla caduta di Napoleone seguì una reazione violenta contro questa imposizione. Il movimento di emancipazione nella penisola ebbe il suo culmine attorno al 1847-48, dopo di che la parità di diritti per gli ebrei seguì il destino dell'espansione territoriale del Piemonte, divenendo un codicillo nella storia del Risorgimento.
Studiosi, politici e osservatori stranieri concordano sul successo senza precedenti dell'emancipazione ebraica nella penisola italiana. Recenti ricerche hanno rivelato correnti antisemite nell'Italia liberale, ma gli stessi esponenti delle associazioni ebraiche in epoca fascista riconoscevano che questo fu un fenomeno senza importanza e che Mussolini non sarebbe mai arrivato alla svolta razziale senza il ravvicinamento alla Germania nazista. Per dirla con Cecil Roth, il maggiore studioso inglese del fenomeno: "L'ebreo italiano non possedeva alcun connotato di straniero. Installatesi nel paese già da duemila anni, era un elemento altrettanto autoctono di qualsiasi altra componente del popolo italiano".
L'ostacolo all'emancipazione ebraica era la Chiesa cattolica e il Risorgimento scavalcò quell'ostacolo. I pregiudizi rimasero, ma non erano attivi nella vita politica o sociale del paese. I liberali italiani non potevano incoraggiare l'antisemitismo senza fare il gioco dei loro nemici clericali.
Il nazionalismo italiano, che sorse agli inizi del ventesimo secolo, era potenzialmente ostile agli ebrei, ma c'erano ebrei tra i suoi eroi, tra i suoi fondatori e tra i suoi dirigenti. Pur escludendo dal movimento i massoni - nel congresso dell'associazione nazionalista del 1912 - i nazionalisti mai pensarono di fare altrettanto con gli ebrei, dei quali apprezzavano, invece, gli elementi patriottici. Citiamo, ad esempio, quanto scrisse l'organo ufficiale nazionalista, L'Idea Nazionale, in data 11 novembre 1920, sull'allora maggior generale Emanuele Pugliese, che aveva salvato l'onore delle armate italiane a Valona: "Al valorosissimo generale di cui il passato di guerra, più unico che raro, dice nella serie luminosa di ricompense al valore, di promozioni per merito, di distintivi di ferite che lo onorano, tutta una vita di lotta, di dedizione continua di sé stesso alla grandezza della Patria, inviamo le nostre congratulazioni più sincere".

Mussolini

Mussolini attaccò il sionismo nella Camera dei Deputati già nel 1921, ma si affrettò ad aggiungere che questo attacco non aveva nulla a che fare con un antisemitismo "che sarebbe nuovo in quest'aula". Nella stessa occasione pagò tributo all'eroismo mostrato dagli ebrei nelle guerre italiane (fino alla fine della sua vita rimase un ammiratore di Roberto Sarfatti, figlio della sua amante e biografa Margherita, che cadde in azione nel 1917 e a cui venne conferita la medaglia d'oro alla memoria). Per quanto riguarda il presunto carattere ebraico del bolscevismo, Mussolini ci credeva nel 1919, ma cambiò idea nell'ottobre 1920 (dopo la svolta razziale cambiò nuovamente idea, questa volta per ragioni propagandistiche).
Il movimento fascista non era solo radicalmente nazionalista e quindi intollerante nei confronti di ogni manifestazione di doppia lealtà, sionismo compreso. Era un movimento con pretese "totalitarie", e quindi intollerante persino dei fiancheggiatori, che lo avevano aiutato a salire al potere. In altri termini, era incapace di coesistere con ogni altra idea o forza politica. Ma dato che il trionfo del fascismo dipendeva dall'alleanza con le forze conservatrici - la monarchia, la Santa Sede, l'apparato statale, e, non da ultimo, l'esercito - dovette nascondere le sue vere intenzioni.
La grande studiosa del totalitarismo, Hannah Arendt, ha scritto che la propaganda non può scegliere i suoi obiettivi arbitrariamente. Quando Hitler identificò gli ebrei con il diavolo, sapeva che questo era quello che il suo pubblico voleva sentirsi dire. Se Mussolini avesse fatto lo stesso in Italia, avrebbe mancato di credibilità persino nei circoli di destra e nel suo stesso movimento, fatto questo di cui egli, col suo fine fiuto politico, si rese perfettamente conto. Ma questo vale per un politico in lotta per il potere, non per un dittatore onnipotente, e nell'anno della svolta razziale Mussolini era diventato tale. Molte persone di alto livello disapprovarono la svolta razziale, il papa in pubblico, il re ed altri in privato, ma alla fine tutti si conformarono. Il sovrano, dopo aver espresso un'"infinita pietà" per gli ebrei perseguitati, giunse al punto di apporre il sigillo regale sui decreti antiebraici. Il maresciallo Balbo, dopo essersi opposto alle misure razziali in pieno Gran Consiglio e aver pubblicamente dimostrato il suo affetto per i suoi amici ebrei dopo essere ritornato a Ferrara, informò Mussolini che stava correttamente applicando la legislazione antisemita in Libia. Esempi simili potrebbero essere moltiplicati all'infinito, ma mi limiterò a citare Giovanni Preziosi, uno dei pochi antisemiti autentici in Italia, il quale, nel 1938, osservò che un cambiamento miracoloso aveva avuto luogo: tutti coloro che sino ad allora lo avevano denunciato come pazzo per le sue vedute antiebraiche, ora concordavano con lui entusiasticamente e persino pretendevano di essere loro, e non lui, i pionieri dell'antisemitismo nella penisola.

Hitler e Mussolini

Hitler non tentò mai di imporre a Mussolini il razzismo e l'antisemitismo, e nell'odierno dibattito sull'argomento gli studiosi usano questo fatto per sottolineare la piena autonomia del duce nell'optare per una tale politica. Non solo, ma alcuni arrivano persino ad affermare che si trattò di un inarrestabile sviluppo interno del fascismo. Ora non c'è dubbio che la scelta antisemita era connaturata con la logica intrinseca del fascismo. L'antisemitismo razziale non fu né un logico sviluppo del credo fascista, né una logica estensione del divieto di contaminazioni razziali in Africa. Fu tuttavia una logica conseguenza della politica dell'Asse. Si trattò insomma di un a tendenza intrinseca al fascismo nell'esatta misura in cui il Patto d'Acciaio era intrinseco alle aspirazioni imperiali del fascismo.
Gli stessi diplomatici tedeschi a Roma sottolinearono come la pretesa del duce che il suo antisemitismo fosse una mera estensione della politica razziale in Africa, altro non fosse che un tentativo di distogliere l'attenzione dall'imbarazzante origine tedesca della lotta antiebraica. (...).
La piccola minoranza ebraica non costituiva un reale ostacolo alla "svolta totalitaria" del regime, era solo un ostacolo all'alleanza "totalitaria" con il Terzo Reich. In altri termini, Mussolini colpendo l'anello più debole della resistenza all'Asse, offrì al Führer quello che un apologeta neo-fascista, Attilio Tamaro, ha chiamato "un pegno appariscente, ma poco costoso" della propria lealtà. Esso malcelava la sostanziale sudditanza alla leadership tedesca, che si palesò dopo l'avventura spagnola e soprattutto dopo l'entrata in guerra. Il duce tentò disperatamente di nascondere a se stesso e ai suoi sudditi questa triste realtà. Nel luglio 1938, dopo la pubblicazione del manifesto della razza, dichiarò: "Sappiate, ed ognuno sappia, che anche nella questione della razza noi tireremo diritto. Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo". Nel settembre dello stesso anno Mussolini si scagliò contro il papa, che lo aveva accusato pubblicamente di seguire l'esempio tedesco: "Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni o, peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà". Non sorprende che queste smentite non abbiano avuto alcun effetto sull'opinione pubblica, dato che in privato venivano ridicolizzate anche dai gerarchi e dallo stesso Mussolini.

La guerra

Dopo l'entrata in guerra, Mussolini escogitò la teoria della "guerra parallela" per rivendicare un'illusoria parità con il Führer, ma come abbiamo visto risultò impossibile mantenere questa illusione. Dopo la resa incondizionata di Badoglio e la creazione della così detta Repubblica Sociale Italiana, la parte dell'Italia governata da Mussolini divenne territorio non solo occupato ma anche conquistato.
In un regime totalitario ogni minoranza costituisce un problema, anche se non ce n'è bisogno come capro espiatorio. Dall'inizio le manifestazioni di separatismo ebraico (sionismo, opposizione al matrimonio misto) furono fonte di frizione, cosi come i legami degli ebrei con i loro fratelli in altri paesi. Questo separatismo era un problema secondario. Non solo, ma Mussolini tentò di sfruttare sia il sionismo, sia l'internazionalismo ebraico per i propri fini. Quali che fossero i suoi pregiudizi personali contro gli ebrei, essi non influirono in modo significativo le sue scelte politiche.
Il separatismo ebraico assunse una nuova dimensione nel 1933, quanto l'avvento al potere di Hitler, che venne salutato dalla stampa fascista come un trionfo dell'idea fascista oltre frontiera, fu invece denunciato da tutti gli ebrei, quelli fascistissimi compresi, come un disastro. Naturalmente allora Mussolini non potè allearsi con una Germania vinta e disarmata e in balia delle potenze occidentali. Ma già allora aveva capito di aver bisogno della Germania per il suo progettato programma di espansione territoriale e a quel punto la minoranza ebraica sarebbe diventata un autentico problema. In un regime totalitario non vi era alcun ostacolo al passaggio dalla benevolenza verso gli ebrei alla loro persecuzione. Come abbiamo visto, il re e il papa protestarono, ma fin tanto quanto Mussolini rimaneva fermamente in sella, non potevano fermarlo. Il popolo disapprovò, ma si conformò.
Il risentimento del duce contro l'alleato germanico, lo indusse a tollerare e a incoraggiare la protezione offerta dai sui subordinati agli ebrei in tutti i territori occupati dagli italiani, Francia, Yugoslavia e Grecia. Lo indusse anche a proteggere apertamente i suoi sudditi ebrei residenti in Germania e in tutti i territori sotto il dominio tedesco e a permettere il loro ritorno in Italia in contrasto con la politica ufficiale di allontanamento degli ebrei dalla penisola.Tuttavia, Mussolini, con la sua politica razziale e con la sua collaborazione con i tedeschi, è il responsabile maggiore dell'Olocausto in Italia. Scatenando la persecuzione antisemita non sollecitato da Hitler, preparò il terreno per il disastro finale.

Premesse dello sterminio

Tutte le persone di "razza" ebraica erano state registrate ed erano sotto stretta sorveglianza. La stampa aveva quotidianamente calunniato gli ebrei come nemici dell'umanità in genere e dell'Italia in particolare. Gli elenchi (costantemente aggiornati) caddero nelle mani dei tedeschi e la volente o nolente collaborazione dell'apparato fascista permise loro di farne buon uso. Il risultato, pur essendo meno terrificante che in Germania o in altri paesi sotto l'occupazione tedesca, fu comunque disastroso non solo per quanti morirono ad Auschwitz, ma anche per i sopravvissuti: l'emancipazione era stata concessa agli ebrei, in Italia e altrove, a condizione che cessassero di essere una nazione a sé e che diventassero parte integrante della nazione ospite; così la maggioranza degli ebrei italiani, sia sotto il regime liberale sia sotto quello fascista, considerava il sionismo incompatibile con la dovuta lealtà alla patria italiana. La consegna ai tedeschi fu, in questo senso, per loro un tradimento.

Dopo la caduta di Mussolini, Hitler decise di liquidare quella che lui chiamava la "cricca badogliana" e di riportare il duce al potere. Come saprete, questa decisione venne messa in pratica: il 12 settembre 1943 Mussolini venne liberato da un reparto di paracadutisti tedeschi e condotto al quartier generale di Hitler; il 15 settembre venne annunciato che egli aveva assunto di nuovo "la suprema direzione del fascismo in Italia"; il 23 settembre venne resa pubblica la composizione della nuova amministrazione fascista. Il ritorno di Mussolini avrebbe potuto salvare gli ebrei da una terribile tragedia se la costituzione della Repubblica Sociale Italiana gli avesse consentito di riacquistare una certa indipendenza. (...). Ma questo non fu l'unico disastro.
Un altro fu causato dalla distribuzione geografica degli ebrei italiani. Fin dalle espulsioni del 1492 e del 1541, la loro vita era stata confinata nella parte settentrionale del paese. L'Italia meridionale venne liberata dagli anglo-americani prima della fine del 1943 e i pochissimi ebrei rimasti nel mezzogiorno furono liberati senza subire grossi patimenti. Ma l'atteso sbarco degli alleati nel golfo di Genova (che avrebbe reso inevitabile una rapida ritirata tedesca) non ebbe luogo, col risultato che la zona d'insediamento ebraico da Roma in su rimase interamente sotto il controllo dei tedeschi fino al giugno 1944. Fu precisamente questa circostanza politica e strategica che segnò la condanna a morte di migliaia di ebrei.

La linea repubblicana

Nonostante i repubblicani sapessero che cosa accadeva agli ebrei, non ne erano mai stati informati ufficialmente dai tedeschi. La versione ufficiale tedesca era che gli ebrei venivano spediti all'est per "reinsediamento" e "lavoro coatto". Nell'ottobre 1942 Heinrich Himmler fece a Mussolini un resoconto altamente fuorviante della politica antiebraica tedesca: il capo delle SS in quest'occasione altro non fece che raccontare al duce spudorate menzogne: non una parola sulla sterminio degli ebrei in quanto tali, ma solo chiacchiere su "misure difensive" contro degli ebrei ribelli, sull'alta percentuale degli ebrei morti a causa del lavoro coatto (essendo essi razza parassitaria, non abituata a lavorare) e in fine sulla vita idilliaca degli ebrei anziani a Theresienstadt, dove era loro permesso fare quello che volevano.La cosa più ovvia da fare per gli Italiani era di prendere alla lettera la versione ufficiale tedesca e di adottare misure che avrebbero privato gli ebrei di ogni possibilità di recare danno. Questo poteva essere ottenuto privandoli della cittadinanza italiana e chiudendoli tutti in campi di concentramento. Il primo punto fu ottenuto con la pubblicazione del manifesto di Verona ("Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica"). Il secondo venne realizzato allestendo campi di internamento, il più importante dei quali fu quello di Fossoli di Carpi. A quel punto i tedeschi non avrebbero avuto alcun pretesto per interferire, perché si sarebbe trattato di un'aperta violazione della sovranità della repubblica.

La tesi di Sarfatti

Michele Sarfatti, nel suo libro Gli ebrei nell'Italia fascista (apparso nel marzo del 2000), accusa Mussolini di aver stipulato "un accordo segreto con Hitler per la consegna ai tedeschi e la conseguente deportazione (e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani". Così è come Sarfatti spiega quest'ipotesi:
"Nulla è [...] noto intorno alle effettive intenzioni della Rsi tra metà novembre e metà dicembre [1943] riguardo al destino finale degli ebrei assoggettati all'ordine di arresto del 30 novembre. Lo svolgersi dei fatti nelle settimane successive consente invece di delineare un'ipotesi che, pur rimanendo priva di una vera e propria "certificazione" documentaria, ha la caratteristica di essere l'unica coerente con tutti gli avvenimenti e con tutti i documenti noti: in un momento [...] sicuramente anteriore al 6 febbraio 1944, i governi del Terzo Reich e della Rsi pervennero a un accordo per la consegna ai tedeschi e la conseguente deportazione (e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani. Gli elementi noti sono i seguenti: a) nonostante le ampie indagini svolte, la Rsi allestì un solo "campo di concentramento speciale appositamente attrezzato", destinato ad accogliere gli ebrei dei "campi di concentramento provinciali"; si trattò del campo di Fossoli [...], che venne istituito all'inizio di dicembre e cominciò a ricevere ebrei poco prima della fine di quel mese; b) il 1° gennaio 1944 il questore di Modena riferì al capo della polizia che il locale comandante tedesco gli aveva chiesto la consegna sia degli ebrei arrestati in loco sia di quelli internati o internandi a Fossoli, precisando di voler procedere al loro "trasferimento in Germania"; [...] c) in gennaio i responsabili in Italia dell'RSHA [Dirczione Generale per la Sicurezza del Reich, appartenente alle SS] iniziarono a preparare un nuovo convoglio di deportazione, poi partito il 30 di quel mese dalle stazioni di Milano e di Verona, e vi immisero sia ebrei da loro arrestati, sia ebrei da loro prelevati a forza da alcuni dei nuovi campi provinciali italiani; d) il 22 gennaio, sollecitato da numerose autorità locali italiane, che chiedevano direttive in merito alle richieste tedesche di consegna, il capo della polizia inviò ai capi delle provincie [due telegrammi ordinando loro di cooperare coi tedeschi]".

Sarfatti quindi sottolinea che le richieste tedesche di consegnare gli ebrei furono accolte dalle autorità italiane "senza meraviglia né protesta". Conclude come segue: "[...] nessuno ha sinora reperito né un verbale di accordo tra le massime autorità dell'Rsi e del Terzo Reich, né una disposizione scritta di Mussolini o Buffarini Guidi [...], convalidante questa ricostruzione. Per altro, un'analoga assenza di documentazione è stata riscontrata anche per la decisione iniziale nazista di procedere allo sterminio sistematico degli ebrei. La decisione fascista sembra quindi essere stata un "terribile segreto" formalmente (anche se non di fatto) noto a un gruppo ristretto di autorità centrali e locali".

In realtà, non solo le azioni antiebraiche delle SS iniziarono immediatamente dopo la resa, senza la minima collaborazione degli italiani, ma anche dopo tutte le istruzioni date alle SS in Italia presuppongono la resistenza degli italiani a collaborare alla politica di genocidio. Il manifesto di Verona pur denotando la radicalizzazione dell'antisemitismo fascista, rispecchia tuttavia tutte le differenze tra italiani e tedeschi in materia. Per i fascisti gli ebrei erano nemici fino alla fine della guerra; per i nazisti erano gli eterni nemici dell'intero genere umano.La maggiore preoccupazione di Mussolini non era il destino degli ebrei, ma la difesa della sovranità italiana, come era stato durante tutti gli anni dell'alleanza italo-tedesca. L'unico modo per ottenere questo era di mettere gli ebrei in condizione di non nuocere. Probabilmente Mussolini sapeva che la presunta minaccia ebraica allo sforzo bellico era solo un pretesto, ma, come già detto, prendere i tedeschi alla lettera era l'unica possibilità rimasta.
Ancora nel febbraio 1944 Mussolini aveva negato di essere un antisemita e aveva condannato duramente la politica di genocidio di Hitler in un colloquio con il suo consulente medico nazista mandategli dallo stesso Führer. Aveva espresso prima e ripeté poi simili vedute in colloqui con l'ambasciatore tedesco Rahn, col giornalista fascista Ivanoe Fossani ed altri.
Per riassumere: vi fu responsabilità fascista per la tragedia ebraica durante l'infausta repubblichina, anzi responsabilità gravissima. Ma non vi è alcuna prova che Mussolini o i suoi luogotenenti abbiano mai approvato esplicitamente la politica tedesca di sterminio. Non solo, ma proprio durante questo periodo vi furono molti atti di salvataggio che i sopravvissuti ricordano con commossa gratitudine."


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Mer Gen 28, 2015 2:09 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 5:00 pm    Oggetto:  
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Voglio iniziare l'inserimento delle biografie e delle idee degli uomini della SCUOLA DEL SINDACALISMO NAZIONALE.

Per ovvie ragioni prenderò quelli, secondo me, più significativi. Quelli che hanno segnato importanti tappe nella formazione del nostro pensiero.

Inizio (è doveroso) col nostro amato Filippo.

Cenni Biografici.

"Nato a Pausula (oggi Corridonia), in provincia di Macerata, il 19 agosto 1887; caduto in combattimento sul Carso, alla "Trincea delle Frasche", il 23 ottobre 1915.
Nella prima giovinezza è mazziniano. Uscito dalla scuola industriale superiore di fermo, trasferitosi a Milano nel 1905, è impiegato disegnatore presso la ditta Miani-Silvestri.
Si getta subito nella lotta sociale, militando nelle schiere del Sindacalismo Rivoluzionario.
Fa sua la formula: "L'emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi". G.Sorel, E.Leone, G.Hervé sono i suoi autori.
Egli pensa che il sindacalismo operaio possa creare lo stato.
Austero, incurante di pericoli e di privazioni, sa infondere nella folla il fascino dei suoi ideali. Sostiene con stoica fermezza una lunga serie di battaglie e persecuzioni, nonché, per qualche tempo, l'esilio.
A partire dal 1907 conduce un'aspra lotta contro la Confederazione generale del lavoro, dando prova di grande ardimento in mezzo a scioperi ed agitazioni.
Nel 1908 è con Alceste De Ambris a Parma per guidare quello che "sarebbe stato ricordato come il più lungo, drammatico e imponente sciopero generale agrario del sindacalismo rivoluzionario italiano".
In mezzo a dure esperienze in Italia e all'estero, le sue concezioni sindacaliste si allargano e si modificano. Propagandista e volontarista, insieme con la rivolta delle masse operaie, Corridoni predica la rivolta della borghesia per l'avvento di d'una classe dirigente più consapevole ed atta ad affrontare una lotta decisiva.
Allo scoppiare della guerra dichiara di trovarsi di fronte all'immaturità proletaria e a moltissimi problemi da risolvere in comune con le altre classi sociali.
Fa generosa ammenda di tutte le ubbie internazionali cui aveva fino allora creduto e, richiamando le moltitudini all'idea di patria e di dovere nazionale, si schiera a fianco di Benito Mussolini per l'intervento.Benché inabile alle fatiche di guerra riesce a farsi inviare, volontario, al fronte.
Nella vittoria, vede la premessa necessaria allo sviluppo ed alla grandezza della nazione.
Destinato al 32° reggimento fanteria operante sul Carso vi giunge il 26 luglio 1915, ma poiché il reggimento si trova in quei giorni a riposo nelle retrovie, Corridoni, anelante di cimentarsi contro il nemico, vuole immediatamente raggiungere la linea di combattimento e si reca in trincea presso il 142° reggimento.
Spesso, dopo difficili missioni, torna nelle linee italiane provato dalle fatiche e dai disagi, ma sempre ripete la sua frase abituale: "Dobbiamo assolutamente vincere ad ogni costo. Il nemico deve essere schiacciato".
Nella fatale e gloriosa giornata del 23 ottobre, all'assalto della Trincea delle Frasche, Filippo Corridoni, in testa alla sua compagnia, anima i compagni che muovono lungo la collina verso le munite trincee austriache e canta gli inni della patria.
Al segnale d'attacco egli è fra i primi a saltare fuori dalla trincea di partenza ed è sempre tra i primi a giungere sulla trincea avversaria ove, in piedi, agita il berretto gridando "Vittoria! Viva l'Italia!".
Qui cade colpito a morte.
Viene decorato con medaglia d'argento, trasformata poi in medaglia d'oro con la seguente motivazione:
Corridoni Filippo, soldato del 32° reggimento fanteria, soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e con la parola, tutto se stesso diede alla Patria con entusiasmo indomabile.
Fervente interventista per la grande guerra, anelante della vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede fra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore.
In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi, e con sereno ardimento, all'attacco di difficilissima posizione, e tra i primi l'occupava.
Ritto con suprema audacia sulla conquistata trincea al grido di "Vittoria! Viva l'Italia! Incitava i compagni, che lo seguivano, a raggiungere la mèta, finchè cadeva fulminato da piombo nemico. "
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Ora viene naturale lasciare la parola a cului che l'ha avuto come caro e fedele amico di battaglia ideale: Benito Mussolini!

"Dalla classe alla Nazione"

Introduzione
(...)L'avvento bellico si presentò a Corridoni come l'occasione più grande che si potesse immaginare.
In essa vedeva la realizzazione di tutte le sue speranze.
E quando uscì dal carcere incontrò un altro uomo che, abbandonato il Socialismo, cercò, come lui, l'occasione suprema: Benito Mussolini. Nel maggio 1915 i due rivoluzionari infiammarono Milano con riunioni e comizi. Tennero discorsi insieme quasi ogni giorno fin quando Vittorio Emanuele III, respingendo le dimissioni del governo Salandra, non aprì, in pratica; la via all'intervento dell'Italia in guerra. Corridoni, insieme con molti altri sindacalisti rivoluzionari, si arruolò volontario nel 68° Fanteria. Il 27 luglio, pochi giorni prima del suo 28° compleanno, fu destinato al 32° Fanteria.Poi al 142° con cui ebbe il "battesimo di fuoco". Quindi, bruciando le tappe, arrivò velocemente all'appuntamento con la morte. Dalla visione e dalla prassi corridoniane emerge un esempio assai eloquente di com'e con quale efficacia si possa condurre un'azione politica al di fuori dei canoni tradizionali del "politico" Corridoni è, in un certo senso, una sorta di antesignano nel considerare la "società civile" preminente sulla "società politica", individuando nei corpi sociali il tessuto connettivo della Nazione: da qui la concezione dei sindacati di mestiere che non soltanto è il cardine intorno al quale ruota la teoria sindacale corridoniana, ma è pure il punto di riferimento dal quale partire nel considerare qualunque ipotesi di superamento del partitismo e delle sue degenerazioni. Pure la messa in discussione di tutte le idee date per acquisite da una cultura politica tanto manichea quanto ottusa, fa di Corridoni un "modernizzatore dell'ideologia ed un precursore di modelli politici aggregativi fondati sull'eresia, sulla trasgressione". Pacifismo ed interventismo, Socialismo e Nazione, classe e popolo, Repubblica e Sindacato, liberismo e produzione sono concetti che con l'abilità di un fabbro, Corridoni fonde dando luogo a sintesi assolutamente innovative. Avendo contribuito a "saldare" la classe e la Nazione Corridoni lo si può a buon diritto considerare un "pre fascista", nel senso cioè di avere impostato coerentemente la battaglia politica in vista di una pacificazione in chiave solidaristica, contemplante innanzi tutto l'elevazione delle componenti meno abbienti della società italiana e la loro adeguata rappresentazione politica al di fuori dei discriminanti consensi del parlamentarismo borghese. Tuttavia, se resta per fermo nel senso appena indicato il "pre fascismo" di Corridoni va pure sottolineato che qualunque tentativo di definizione o di approvazione sembra fuori luogo per l'impossibilità, almeno di ridurre inappellabilmente ed arbitrariamente dentro schemi aprioristici il pensiero di un uomo che indiscutibilmente mostrò di rifuggire catalogazioni prestabilite inventando così un modo nuovo di fare politica che, in più grande stile, doveva poi essere il modo del sindacalismo nazionale.
Ricordiamo Filippo Corridoni
Quasi diciassette lustri orsono - precisamente il 23 ottobre 1915 - alla "Trincea delle Frasche" cadeva eroicamente Filippo Corridoni, l'Arcangelo sindacalista. Durante un violento scontro, nel corso della terza battaglia dell'Isonzo, il suo corpo "scomparve nella mischia senza essere più ritrovato". Alla sua memoria fu concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Vito Rastelli scrive di lui:
" … egli non ha avuto che una meta: l'elevazione delle plebi lavoratrici italiane attraverso il sindacato di mestiere, socialmente educato e cosciente del suo compito, fino a portarle al diritto di cittadinanza nel governo della produzione economica, con tutte le relative conseguenze di una maggiore giustizia sociale e quindi anche politica e giuridica …".
Nel pensiero di Corridoni sono quasi preconizzati i postulati della socializzazione della RSI. Alceste De Ambris, che bene lo conosceva, ci riporta alcuni passi di una lettera, scritta da Corridoni, nei primi mesi di guerra.
"… ho amato le mie idee più di una madre, più di qualsiasi amante cara, più della vita. Le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente. Ché anche la povertà ho amato, come San Francesco d'Assisi e frà Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore ed il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario ….".

Commemorazione del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni (Benito Mussolini)

Leviamoci per un momento dalle bassure della vita politica parlamentare; dimentichiamo per un momento Montecitorio e i suoi ciarlatori molesti; allontaniamoci da questo spettacolo mediocre e sconfortante; andiamo altrove col nostro pensiero che non dimentica; portiamo altrove il nostro cuore, le nostre angosce segrete, le nostre speranze superbe, e inchiniamoci sulla pietra che, nella desolazione dell'altipiano di Trieste, segna il luogo dove Filippo Corridoni cadde, in un tumulto e in una invocazione di vittoria. Sembra lontano quel giorno, poiché le distanze cronologiche non hanno più il senso di questa vicenda tragica, ma non sono in realtà, secondo la vecchia misura, che passati due anni. Due anni, dalle giornate di maggio che videro nelle strade di Milano le moltitudini immense acclamare alla necessità del sacrificio più grande; due anni dalla sera della partenza dei volontari milanesi. E c'era già nell'addio di Corridoni, quasi il presagio certo dell'imminente destino: due anni oggi dalla giornata di combattimento che prende il nome della "Trincea delle Frasche" e nella quale Corridoni chiuse nel sangue la sua vita di passione. Ciò che v'è di eccezionale, di meraviglioso, nell'interventismo italiano, è il suo carattere popolare. Movimento di folle anonime, non di partiti organizzati. E l'eresia, che per un miracolo nuovo afferra le masse meno ortodosse del neutralismo conservatore, sovversivo, viene schiantata d'assalto. Nel maggio del 1915 il popolo si riconcilia con la Patria e comprende, per una intuizione sicura, il valore grande di quel tesoro che aveva misconosciuto e disprezzato. Il popolo, che era stato da cinquant'anni un assente, rientra, s'inserisce nel corpo vivo della storia d'Italia. Gli uomini che danno la voce a questo movimento, sono dei fuorusciti, degli insofferenti, degli inquieti, ma soprattutto degli idealisti e dei disinteressati.
L'interventismo porta alle origini questo sigillo di nobiltà.
Che cosa chiedevano questi interventisti? Forse la guerra per profittarne? No: domandavano di combattere; si preparavano a morire. Affrontavano comunque l'ignoto. In Filippo Corridoni l'interventismo nacque dall'impulso di difesa della latinità contro la tribù barbara dai piedi piatti, come diceva Blanqui, che ha tentato ancora una volta di scendere dalle sue pianure nebbiose verso le spiagge solatie del nostro Mediterraneo. In Filippo Corridoni l'interventismo prorompe dalla rivolta istintiva, spontanea, contro l'oppressione e l'ingiustizia a danno dei popoli deboli e inermi. Ma l'interventismo di Filippo Corridoni non si spiega soltanto con questi e altri motivi; e questi motivi ne suppongono un altro: il temperamento, l'animo di Corridoni. Egli era un nomade nella vita, un pellegrino che portava nella sua bisaccia poco pane e moltissimi sogni, e camminava così, nella sua tempestosa giovinezza, combattendo e prodigandosi, senza chiedere nulla. Qualche volta un'ombra di malinconia gli oscurava la fronte. Qualche volta la stanchezza delle piccole cose e dei piccoli uomini gli tremava nella voce. La guerra fu sua, perché era una guerra di liberazione e di difesa; ma anche perché la guerra chiede e impone la tensione, lo sforzo, il sacrificio. In questa guerra che deve decidere le sorti dell'umanità per almeno un secolo, in questa guerra, eminentemente rivoluzionaria, non nel senso politicante della parola, ma per il fatto che tutto è in giuoco, che tutto è in pericolo e molto andrà sommerso, e molto sarà rinnovato, il posto di Filippo Corridoni non poteva essere fra i negatori solitari e infecondi in nome delle ideologie di ieri, o fra i pusillanimi che sono contrari alla guerra, perché la guerra interrompe o turba le loro abitudini, o documenta la loro infinita vigliaccheria. Filippo Corridoni fu l'anima dell'interventismo popolare. Convinse, commosse, trascinò. Volle che alla predicazione seguisse l'azione, e ne partì volontario. Volle deliberatamente entrare in combattimento. Era in lui, mentre correva alla prima trincea austriaca del Carso, una disperata volontà di immolazione, e quando la trincea fu espugnata, egli balzò in piedi sul parapetto gridando nell'oblio totale di se stesso: - Vittoria! Vittoria! Viva l'Italia! - E cadde fulminato nella morte dolce che non corrompe le carni, e non fa più soffrire...
(...)
In noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. Noi l'abbiamo raccolto il sangue che i nostri amici a mille a mille hanno versato senza paura e senza rimpianto. È sangue della migliore giovinezza d'Italia: sangue latino... Oh! poeta, la nostra Patria non è più vile. Gli adolescenti vanno incontro alla morte come a splendido convito. Che importa se, accanto a questa gloria, c'è un po' di fango, e vi ruffianano dentro i più bassi e più turpi esemplari della politica?
Noi guardiamo in alto. Noi guardiamo a Filippo Corridoni.
Non lo sentimmo mai così vivo, così presente nella nostra ingrata fatica. La sua effigie ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo quelle labbra, noi strappiamo l'anima alla corruzione della materia; contendiamo all'oblio la perennità del ricordo; chiediamo alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli che meditano il tradimento. Non si getta il fardello prima di avere toccato la mèta. Non si tradiscono i morti."
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