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Origini e dottrina del Fascismo: un'Idea UNICA!
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 5:03 pm    Oggetto:  
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Altro personaggio illustre della scuola sindacalista: Angelo Oliviero Olivetti.

Autore del "Manifesto del Sinacalsmo Nazionale", Collaboratore de "Il Popolo D'Italia", muore nel 1933 di malattia.

Inserisco l'introduzione al libro "Critica del Sindacalismo", scritto da Ernesto Rossi. C'è la sintesi dell'idea nazional-sindacalista Olivettiana:

"Nella dottrina sindacalista si può distinguere:
1) una metodologia politica consigliata agli operai per impadronirsi del potere con l'azione diretta delle loro leghe - boicottaggio, sabotaggio, sciopero, - invece che attraverso il meccanismo elettorale delle democrazie "borghesi "; 2) un programma di organizzazione economica basata sulla gestione delle industrie da parte delle leghe operaie, che dovrebbe sostituire l'attuale organizzazione capitalistica (1).
La metodologia non è legata in modo indissolubile al programma: potrebbe valere anche per instaurare un regime diverso da quello sindacalista - ad esempio un comunismo pianificato dal centro - ed il programma economico sindacalista potrebbe essere attuato anche indipendentemente dall'azione diretta delle leghe operaie -ad esempio con la dittatura di un partito rivoluzionario.
A noi qui interessa solo il sindacalismo come. programma economico. Il sindacalismo come metodo per la lotta politica è un campo in cui giornalisti e declamatori demagogici hanno potuto sfogarsi a loro piacere. Per scrivere su tale argomento non c'è bisogno di alcuna preparazione speciale, né di una particolare capacità di analisi. Si capisce quindi che su di esso ci siano intere biblioteche. Sul sindacalismo come problema economico invece la letteratura è scarsissima. I propagandisti preferiscono non soffermarsi sui problemi tecnici che discendono dall'ipotesi di una società di produttori che gestiscano autonomamente le diverse aziende e i diversi rami di industria. Si contentano di ripetere lo "slogan" - le miniere ai minatori, le ferrovie ai ferrovieri, le fabbriche alle maestranze delle fabbriche - affermando che le attuali organizzazioni sindacali formate dagli operai nei paesi industriali per la difesa dei loro interessi di categoria, costituiscono le "cellule della società di domani". Alle critiche rispondono che bisogna aver fede nella Rivoluzione. La Rivoluzione saprà superare tutte le difficoltà, comprese quelle che nascono dalle contraddizioni logiche insite nel sistema. "Oggi - essi dicono - non è possibile tracciare neppure le linee maestre del nuovo ordine. La Rivoluzione si costruirà la sua strada man mano che andrà avanti". Con questa comoda scappatoia se la cavano a buon mercato.
II
Ma bisogna riconoscere che, comunque vago sia il programma sindacalista e qualunque sia il suo valore logico, è ad esso che oggi vanno le maggiori simpatie delle classi operaie e di coloro che ritengono necessaria una riforma radicale della società, per eliminare i redditi non guadagnati col lavoro personale per migliorare le condizioni economiche e morali dei lavoratori manuali portando tutti i cittadini ad una maggiore uguaglianza nel tenore di vita, e per rimediare ai più gravi inconvenienti che nella società capitalistica nascono dalla ricerca del profitto privato, quando l'interesse individuale contrasta con quello collettivo.
La prospettiva di un regime comunistico integrale - cioè di un monopolio assoluto da parte dello stato di tutti gli strumenti di produzione - soddisfa ben pochi. La stessa esperienza sovietica è valsa a far intendere che il capitalismo di stato non rappresenta un'alternativa favorevole rispetto al capitalismo privato, neppure per le classi operaie. Con esso gli operai cambiano il padrone capitalista con il padrone burocrate che non è meno esigente, né ammette una loro partecipazione maggiore alla direzione delle industrie; i redditi degli operai non sono più decurtati della parte che, in caso di successo, andava all'imprenditore, ma sono ridotti della somma degli stipendi fissi della massa degli impiegati necessari al suo posto per riempire moduli statistici, fare relazioni, e preparare tutte le altre "scartoffie" che le lontane autorità dirigenti richiedono, onde essere informate su tutti i particolari della vita dell'azienda ed assicurarsi che gli ordini siano eseguiti; al "caos" della - produzione da parte di innumerevoli imprenditori indipendenti - ognuno inconsapevole dell'attività svolta contemporaneamente dagli altri - con i correlativi malanni di crisi, disoccupazione, sperperi di tutti i generi, sostituisce un ordine in rapporto ad un unico piano centrale, che tende ad armonizzare tra loro tutti gli sforzi, ma che riporta al lavoro forzato, senza possibilità di cambiare di luogo e di occupazione e - mancando il riferimento ad un mercato degli strumenti di produzione - manca di ogni criterio razionale per la più efficiente ripartizione delle risorse disponibili; elimina i redditi derivanti dalla proprietà degli strumenti di produzione, e quindi il potere della plutocrazia, ma elimina anche ogni centro autonomo di vita che possa criticare ed opporsi alle classi governanti, nelle cui mani accentra un potere, che inevitabilmente si trasforma in tirannide.
Consapevoli con maggiore o minore chiarezza di queste conseguenze del regime comunistico, si schierano contro di esso non solo gli anarchici di tutte le tendenze, ma anche molti socialisti delle varie scuole. E gli uni e gli altri dalla loro opposizione al regime capitalistico - caratterizzato dalla protezione giuridica della proprietà privata degli strumenti della produzione - sono in genere condotti ad aderire all'ideale, comunque riveduto con varianti gildiste, cooperativistiche, corporativistiche, di una società organizzata sindacalisticamente.
"Le idee piccolo borghesi, di cui Marx credeva di aver trionfato - scrive il Mises (2) -sono molto diffuse anche nei ranghi dei socialisti marxisti. La grande massa non desidera il socialismo genuino. L'operaio desidera essere detentore degli strumenti di produzione che sono impiegati nella sua particolare impresa. Il movimento sociale intorno a noi dimostra ogni giorno che questo, e nient'altro, è ciò che l'operaio desidera. A differenza del socialismo, che è il risultato di studi a tavolino, l'idea sindacalistica nasce direttamente dalla mente dell'uomo comune, che è sempre ostile al reddito non guadagnato se va a qualchedun altro".
III
Non è difficile intendere perché il programma sindacalista riscuota tante simpatie. Esso promette di far cessare lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, senza instaurare un regime burocratico accentrato, soffocatore di ogni iniziativa individuale, anzi creando le condizioni più favorevoli allo sviluppo della personalità di tutti gli uomini, qualunque sia la loro posizione sociale. Presentandosi come lo strumento mediatore della giustizia con la libertà, il sindacalismo soddisfa così le due aspirazioni più vivamente sentite e più largamente diffuse nella società dei nostri tempi.
Vediamo infatti quello che esso promette.
Come abbiamo detto, la sua idea centrale è che gli strumenti della produzione - terra, miniere, macchine, stabilimenti industriali, ecc. - dovrebbero appartenere alle diverse categorie di lavoratori che li impiegano nel processo produttivo. E' evidente che questi strumenti non dovrebbero appartenere pro rata ai singoli lavoratori che si trovano occupati in un certo momento nell'una o nell'altra industria: altrimenti la buona o la cattiva fortuna, lo spirito di risparmio e quello di dissipazione, le compre-vendite ed i prestiti, le eredità e le donazioni, col trascorrere del tempo, ricostituirebbero una classe borghese che vivrebbe ancora sui redditi della proprietà alle spalle del proletariato. La proprietà degli strumenti di produzione dovrebbe invece essere dei vari sindacati operai, ognuno dei quali si presenterebbe come una persona giuridica e comprenderebbe tutti i lavoratori occupati in un ramo di industria. Ogni sindacato si amministrerebbe per proprio conto, stabilendo il piano della produzione, nominando i dirigenti delle aziende, e ripartendo gli utili conseguiti, con un procedimento analogo a quello che oggi seguono i trusts nell'interesse dei soci capitalisti. Ogni sindacato comprerebbe dagli altri le materie prime ed ausiliarie di cui avesse bisogno, e venderebbe poi ai consumatori (individui e sindacati) i suoi prodotti, compiendo queste operazioni ai prezzi che si stabilirebbero sul mercato in conseguenza della domanda e dell'offerta.
In una società cosi organizzata tutte le forze produttive verrebbero automaticamente distribuite in modo da dare un rendimento massimo, corrispondente alla maggiore soddisfazione dei desideri dei consumatori, avendo i sindacati la stessa convenienza che hanno oggi gli imprenditori privati, a ridurre al minimo il costo unitario di produzione e a vendere i prodotti a chi offre il prezzo più alto. I consumatori con le loro domande dei beni di consumo dirigerebbero ancora tutta l'attività produttiva secondo i loro mutevoli gusti, in rapporto ai redditi che otterrebbero come lavoratori. Il sistema avrebbe quindi un'elasticità, una capacità dl adattamento alle mutevoli condizioni della tecnica, della popolazione e dei suoi gusti che manca al regime comunistico, costretto necessariamente nei rigidi ordinamenti burocratici, e negli uniformi regolamenti che la classe governante deve imporre dal centro per la esecuzione dei piani da essa ritenuti migliori. I capitalisti non potrebbero più appropriarsi di una parte della ricchezza che non concorrono a produrre con la loro fatica, valendosi del monopolio che oggi il regime borghese garantisce loro giuridicamente sugli strumenti della produzione. Al lavoro sarebbe data una dignità che non può avere finché viene compiuto come passiva esecuzione di ordini di un padrone o di un burocrate, senza alcun interessamento personale e senza alcuna conoscenza dei fini che con esso si intende raggiungere.
La gioia del lavoro non sarebbe più un sogno di utopisti ben intenzionati. I lavoratori si sentirebbero continuamente responsabili del processo produttivo al quale partecipano, e, vedendo responsabilità sanzionata dagli utili e dalle perdite del loro sindacato, sarebbero stimolati dal loro tornaconto ad amministrare nel modo più oculato possibile le loro aziende ed a lavorare con la migliore volontà. La scomparsa della plutocrazia corruttrice e delle masse di miserabili facilmente corrotti ed indifferenti al bene pubblico, l'aumentato senso di responsabilità e di dignità dei cittadini, in quanto produttori inquadrati nei diversi sindacati, renderebbe possibile una forma più perfetta di democrazia economica, migliorando quel controllo degli interessati sulla classe governante, che rimane pur sempre un diritto privo di contenuto reale col capitalismo privato del regime borghese e col capitalismo di stato del regime comunista.
Gli economisti in generale hanno considerato troppo incoerente questo programma sindacalista perchè mettesse il conto di sottoporlo ad una critica particolare. Mentre hanno preso in attento esame l'ordinamento comunistico quale tipo possibile di organizzazione economica, quando hanno avuto occasione di accennare al sindacalismo si sono quasi sempre limitati ad esprimere in poche parole il loro giudizio, affermandone l'assurdità come cosa da tutti ormai ammessa e risaputa (3).
Nel presente studio noi riprenderemo e svilupperemo tali accenni e, alla luce della moderna teoria del valore, cercheremo di impostare nel modo più chiaro i principali problemi correlativi all'ipotesi di un regie sindacalista, per stabilire quali sarebbero le conseguenze pratiche della sua attuazione, assumendo che rappresenti una terza soluzione possibile, oltre a quella liberale del capitalismo privato e da quella comunistica del capitalismo di stato.
La grande diffusione dell'ideologia sindacalista sembra giustifichi oggi un tale esame.
E' vero che la gran massa di coloro che prendono parte alla lotta, politica, per motivo non di ambizione personale, seguono solo impulsi sentimentali e sono disposti ad accettare come realtà qualsiasi ,miraggio faccia apparire nelle nuvole la Città celeste, cara al loro cuore. Ma ci sono anche individui che cercano di proporsi un insieme di obbiettivi non contradditori e di scegliere ragionevolmente i mezzi più idonei, dopo uno spassionato esame delle varie alternative possibili. E non è detto che nei momenti critici questi ultimi, anche se costituiscono una esigua. minoranza, abbiano sempre un peso minore dei molti nel determinare l'indirizzo generale della politica."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 5:04 pm    Oggetto:  
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Inserisco un Cenno Biografico riguardante Charles Peguy, liberamente tratto dal sito del CentroPeguy.

Questo personaggio non è molto conosciuto (forse quasi per niente). In realtà è molto importante la sua ideologia, che è sindacalista ed etica. E' nominato da Mussolini nella Dottrina Politica e Sociale quando riassume i filoni che hanno formato il Fascismo!

Io mi riconosco molto nella sua etica. E' il mio riferimento filosofico dopo Mussolini e Gentile. Lo ammiro molto.

Biografia:

"Charles Peguy nasce il 7 gennaio 1873 a Orleans, citta' allora circondata dalla campagna. Nella campagna vive la gente semplice, quel "popolo" al quale Peguy sempre si vantera' di appartenere. Il padre, Desire', falegname, muore pochi mesi dopo la nascita del figlio in seguito alle ferite riportate nella guerra contro i prussiani. La madre impara il mestiere di impagliatrice di sedie, e da lei la nonna. Charles cresce cosi' nel rispetto del lavoro ben fatto, e presto aiuta la madre: taglia gli steli di paglia e batte la segale con il maglio. Dalla madre viene iniziato al mestiere; dalla nonna, analfabeta narratrice di storie, impara la lingua francese.
A 7 anni va a scuola. Il primo maestro, monsieur Fautras, e' un uomo "dolce, grave, un po' triste". Charles e' un allievo studioso e attento, e nel 1884 ottiene la licenza elementare. Theophile Naudy, direttore dell'istituto magistrale, decide che Charles deve proseguire gli studi. Con una borsa di studio municipale, il giovane va al liceo inferiore, e vi riesce bene. Nel 1891, con un'altra borsa di studio, passa al liceo Lakanal di Parigi; si presenta al concorso per l'ammissione all'universita', ma viene bocciato, e allora decide di fare il servizio militare.
Nell'agosto 1894 Peguy e' ammesso all'universita' (Scuola normale superiore); ottobre: licenza in lettere; agosto 1895: baccalaureato in scienze. Intanto fa incontri importanti, conosce il socialista Herr, il filosofo Bergson. Ma dopo due anni Peguy lascia l'universita' e rientra ad Orleans senza laurearsi: ha un'opera da compiere, letteraria e sociale, e si sente gia' sufficientemente preparato. Comincia a scrivere "Giovanna d'Arco", che tra documentazione e stesure gli prendera' 3 anni di lavoro. Il 15 luglio 1896 muore l'amico prediletto Marcel Baudouin; Peguy decide di mettersi al fianco di sua madre e della sorella, Charlotte, che sposera' nell'ottobre 1897. Da lei avra' quattro figli: Marcel (1898), Charlotte (1901), Pierre (1903) e Charles-Pierre (1915, nato dopo la sua morte). Nel dicembre 1897 il dramma "Giovanna d'Arco" viene pubblicato. Ne vende una sola copia, la critica lo ignora.

Cio' che anima il socialista Peguy e' il desiderio e la volonta' di una salvezza radicale, integrale ed estesa a tutti. La figura paradigmatica di questo socialismo attento alla realta' e insieme escatologico e' Giovanna d'Arco: in lei il bisogno di salvezza e' altrettanto assoluto che nel giovane studente rivoluzionario. Nel novembre del 1900 Peguy fissa il duplice aspetto del suo socialismo: "Noi siamo tra coloro cui non riesce per nulla di separare la rivoluzione sociale dalla rivoluzione morale, nel duplice senso che da un lato noi non crediamo che si possa realizzare profondamente, sinceramente, seriamente la rivoluzione morale dell'umanita' senza operare l'intera trasformazione del suo ambiente sociale, e all'inverso noi crediamo che ogni rivoluzione esteriore sarebbe vana se non comportasse il dissodamento e il profondo rivolgimento delle coscienze". Peguy si crede socialista, ma non e' un politico, e' un mistico, e abbandonera' il partito non appena ne vedra' il volto del politicante . Cosi' e' forte la delusione e lo sdegno provati dal giovane militante quando s'accorge che i partiti e gli uomini a fianco dei quali impegna tutte le sue energie per la realizzazione della "Repubblica socialista" vogliono si' trasformare gli altri, ma non se stessi, accettano di mettere a fuoco le vecchie strutture borghesi di oppressione, ma non le nuove strutture socialiste di oppressione. Il 1 maggio 1898 a Parigi e' socio fondatore della "Libreria socialista Bellais", in cui investe la piccola dote della moglie, ma in pochi mesi tutto finisce. Solo con la fondazione dei "Cahiers" Peguy riesce a trovare la sua strada editoriale, portata avanti per 13 anni, senza denaro, quasi da solo, fino all'ultimo giorno di vita: Peguy scrive, spazza, riceve, impacchetta, corregge, ascolta, discute... Sono i "Cahiers de la quinzaine", che escono, appunto, ogni 15 giorni, il primo il 5 gennaio 1900 per un totale di 229 numeri. E' un'iniziativa culturale all'insegna socialista e dreyfusista all'inizio, sostenuta dai soli abbonati, e il prezzo dell'abbonamento e' lasciato al giudizio del lettore (cosi' ci saranno oltre 800 "abbonati" gratuiti). Sottoposti a un implacabile boicottaggio, i "Cahiers" sopravvivono per quindici anni grazie a una rete di amicizie fedeli ma ristrette.
E approda alla fede, dopo essersi staccato dal socialismo ufficiale e da quei vecchi amici che, a parer suo, hanno abbandonato il comune ideale. Non e' una "conversione" nel senso proprio del termine: "Io non sono un convertito. Sono sempre stato cattolico", confida a Rene Johannet. E' del settembre 1908 la famosa frase detta all'amico Lotte dal fondo dell'abbattimento, malato, a letto: "Non ti ho detto tutto. Ho ritrovato la fede, sono cattolico". E Peguy torna a Giovanna d'Arco, sente il bisogno di riscrivere la sua prima opera, con parole nuove: pagina dopo pagina, si dilata a dismisura, dal "Dramma" nasce il "Mistero": "Il mistero della carita' di Giovanna d'Arco", pubblicato nei "Cahiers" il 16 gennaio 1909, cade rapidamente nel silenzio del pubblico. Dopo un breve istante di successo, il sipario torna a calare sulle opere di un uomo che i cattolici respingono allo stesso modo di quanto hanno fatto i socialisti. Cosi' gli altri due Misteri: "Il Portico del mistero della seconda virtu'" (22 ottobre 1911) e "Il mistero dei Santi Innocenti" (24 marzo 1912). I libri non si vendono, gli abbonati calano. Peguy attraversa un periodo veramente oscuro e difficile. E' di questi stessi anni (1910-12) la sofferenza dell'amore per una giovane donna, sorella di un collaboratore; ma sapra' restare fedele a se stesso e alla sua famiglia.Gli amici di un tempo lo lasciano, i cattolici non lo riconoscono come tale perche' resta lontano dai sacramenti in quanto sposato civilmente e senza aver fatto battezzare i figli (la moglie aveva opposto il suo rifiuto, ma dopo la sua morte arrivera' alla fede). E' dunque un cattolico singolare: risolve i suoi problemi affidandosi a Dio, getta i suoi tre figli nelle braccia di Maria. Quando il figlio minore si ammala, fa voto di andare in pellegrinaggio a Chartres se il bambino si salva. Pierre guarisce, e in estate (giugno 1912) Peguy si mette in cammino: 144 km in tre giorni, fino alla cattedrale di Chartres.
L'accettazione e l'acquietamento non sono tuttavia immediati ne' definitivi. Altre ricadute si determinano. Nondimeno, come scrive all'amico Peslouan, egli deve "riconoscere che la sua scala di valori e' stata completamente rovesciata" nel corso del 1912. Egli sa ormai, come scrive ad Alain-Fournier nell'agosto 1913, poco dopo il ritorno da un secondo pellegrinaggio a Chartres, che "bisogna essere piu' che pazienti, bisogna abbandonarsi". Nel dicembre 1913 esce un altro testo colossale: il poema "Eve", 7644 versi. L'opera sconcerta il pubblico per l'ampiezza e i temi, e incontra solo il silenzio.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Peguy si offre volontario e va a morire sul fronte. Combatte semplicemente, eroicamente. Lunghe marce di ripiegamento, da percorrere con passo di soldato, di pellegrino. Il 5 settembre 1914, il primo giorno della battaglia della Marna, a Villeroy il tenente Charles Peguy della 276a fanteria 19a compagnia, all'attacco in mezzo ai suoi uomini, cade colpito in fronte."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 5:06 pm    Oggetto:  
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inserisco la dottrina dello "Stato Etico". Sintesi Gentiliana, rispecchia e approfondisce il concetto Fascista di Stato. Il brano è tratto dal libro "Genesi e struttura della società", terminato nel 1943 dal filosofo. E' stato pubblicato postumo. Perchè?
Perchè quegli assassini dei partigiani hanno deciso di mandare Gentile all'altro mondo! CRIMINALI SCHIFOSI!


"1. - CONCETTO DELLO STATO
Il volere come volere comune e universale è Stato. Per intendere il quale, secondo la sua essenza, non bisogna fermarsi ad alcuno de' suoi aspetti empirici.
2. - NAZIONE E STATO
La nazione non è data dal suolo, né dalla vita comune e conseguente comunanza di tradizioni, di costumi, linguaggio, religione, ecc. Tutto ciò è la materia della nazione. La quale non sarà tale se non avrà la coscienza di questa materia e non l'assumerà nella sua coscienza come il contenuto costitutivo della propria essenza spirituale; e quindi non ne farà oggetto della propria volontà. La quale volontà, nella sua concreta attualità, è lo Stato: già costituito o da costituirsi; e veramente in ogni caso da costituire (conservare è un continuo costituire, un creare continuo). Volontà.
Errore della dottrina delle nazionalità, che avrebbero diritto a unità e autonomia statale. Non è la nazionalità che crea lo Stato; ma lo Stato crea (suggella e fa essere) la nazionalità. Che conquistando la propria unità e indipendenza celebra la sua volontà politica, realizzatrice dello Stato.
3. - DIRITTO
La volontà dello Stato è diritto (pubblico o privato, secondo che regola i rapporti tra Stato e cittadini, o tra cittadini e cittadini). In ogni caso attua la sua volontà come volontà del cittadino in quanto volontà universale. Non c'è diritto senza Stato, e ogni individuo che afferma un suo diritto si appella sempre a un volere universale a cui ogni arbitrio deve cedere, appunto perché arbitrio.
Diritto positivo? Solo in quanto positivo il diritto si fa valere, ed è volere effettivamente universale che ha ragione degli arbitrii. Ma questa positività non è carattere distintivo della sfera strettamente giuridica dello Stato. Anche la morale è positiva in quanto il dovere esiste come sempre determinato, singolo, concreto dovere: volontà in atto.
C'è una positività del diritto che distingue questa dalla legge morale. Ed è quella positività che traluce anche nel concetto etimologico di «Stato»: che non è quello che si attua ora, ma quello che si è attuato, e sta. E deve stare, con la sua autorità riconosciuta (meglio se scesa dal cielo, immediata, ereditaria) con le sue leggi certe, con la sua forza che le rende esecutive e ne impedisce la violazione. Lo Stato c'è già (almeno così pare). C'è l'impero della legge, l'ordine pubblico, complesso di fatti che siano effetto dell'esserci lo Stato. A cominciare dal Governo, che è il motore attivo di tutta la macchina, già costruita e in essere.
C'è lo Stato; e c'è la sua volontà; la sua legge. Nella quale il cittadino, dalla nascita alla morte, trova il suo limite, presupposto della sua esistenza, condizione della sua libertà. La volontà dello Stato, con cui egli deve fare i conti, è volontà non in atto, ma già posta, già voluta, già manifestata in maniera chiara, esplicita, certa. E questa manifestazione della volontà statale deve precedere i casi che essa regola.
Sicché il volere per cui la legge deve valere non può osservarla (volerla) se non l'ha innanzi come già voluta; e in tal senso positiva. E allora la morale sarebbe il volere attuale; ma il diritto, in quanto tale, il volere già voluto. (Quello che è stato voluto e perciò si vuole: legge di fatto, come è in natura la legge che vi si trova operante prima e indipendentemente dal nostro apprenderla ed entrare comunque in rapporto con essa).
Ma questo diritto (come lo Stato che lo pone) è momento astratto della vita etica. È logo astratto. Risponde a una posizione ideale del volere, che volendosi si fa voluto: oggetto innanzi al quale non può fermarsi. La sintesi reale è unità di volere e voluto, incorporarsi del volere nel voluto e spiritualizzarsi del voluto nell'atto del volere.
Così la positività del diritto è superata nell'atto concreto del volere che nega il diritto e agisce moralmente come libertà assoluta. Il limite non è negato se non in quanto si conserva: è riconosciuto, cioè posto, e quindi è autolimite, che non toglie nulla alla libertà, anzi ne prova l'energia.
Superata la positività del diritto, il diritto stesso è risoluto nella morale.
4. - GOVERNO E GOVERNATI
La stessa positività del diritto ritorna nell'opposizione fra Governo e governati, che male dal volgo viene scambiata con la dualità di Stato e cittadini. Il Governo (assoluto o rappresentativo) fa la legge e la tutela; e i governati presuppongono, per essere governati, l'azione del Governo. E in astratto è così. Ma come il diritto positivo è negato nell'attualità dell'azione etica, così ogni opposizione di Governo e governati cade nel consenso di costoro, senza del quale il Governo non si regge.
Questo consenso sarà spontaneo, o sarà coatto. E la moralità dello Stato, in cui il Governo esercita la sua autorità, richiede un massimo di spontaneità e un minimo di coazione; senza che l'una possa mai star da sé, scompagnata dall'altra. E i popoli si agitano inquieti tra i due poli opposti del minimo di coazione con massima spontaneità e il massimo di coazione con minima spontaneità: tra democrazia e assolutismo, poiché è molto difficile quella giusta contemperanza degli opposti principii, in cui consiste la loro sintesi dialettica.
5. - AUTORITÀ E LIBERTÀ
Oggi è gran parlare di governi autoritari e governi liberali, tornando sempre a opporre astrattamente autorità e libertà, Governo e individui; rappresentati questi come atomi, ciascuno a sé stante e derivante da sé tutti i diritti e tutti i doveri che abbiano un significato per lui; e quello inteso come potere semplicemente limitativo e coordinatore delle libere attività dei singoli. E non si vuol aprire gli occhi e vedere che la questione dei congegni opportuni onde si contemperino insieme i due opposti principii non si risolve alla luce di principii eterni, ma con criteri storici fondati su considerazioni di opportunità secondo il variare delle contingenze storiche. Si tratta di dosature, in cui può vedere di più l'intuizione dell'uomo di Stato, che non il teorico della scienza politica.
Quel che il filosofo dovrà sempre ammonire è che l'autorità non deve recidere la libertà, né la libertà pretendere di fare a meno dell'autorità. Perché nessuno dei due termini può stare senza l'altro; e la necessità della loro sintesi deriva dalla profonda natura sintetica dell'atto spirituale.
6. - IL LIBERALISMO
Chi conosce la storia del liberalismo sa bene che esso ha origini storiche circostanziate e contingenti e uno sviluppo storico aderente allo sviluppo della società borghese e industriale europea dalla fine del 600 in qua: ossia che esso non è propriamente una dottrina filosofica dell'uomo considerato — come lo considera sempre la filosofia — sub specie æterni, ma la soluzione di un determinato problema storico. Il quale, comunque, è risoluto e sorpassato. E coincide con la formazione di quello che si dice lo Stato moderno, che passa per due forme differenti, variamente rappresentate in modo più o meno distinto e significativo nei vari paesi d'Europa, ma così strettamente connesse che la seconda non s'intende senza la prima di cui è lo svolgimento necessario.
Queste due forme muovono dalla negazione dello Stato feudale del medio evo, e chi oggi, esaltando il sistema liberale, ne cerca gli incunaboli nei parlamenti medievali, dimostra in verità di non possedere un chiaro concetto di quel che sia storicamente la ragione e l'essenza dello Stato liberale. Giacché lo Stato feudale è quello dell'autorità che scende dall'alto, per diritto divino, per grazia di Dio, come qualche cosa di natura, un che di immediato. La feudalità e i parlamenti in cui essa si organizza variamente, non toccano questa essenza dell'autorità in cui si concretano il potere e il valore dello Stato. La quale invece è negata con lo stato delle Signorie, prodotto dell'umanesimo italiano: quando la forza, o virtù che si dica, dell'uomo operante secondo la logica del Principato crea storicamente lo Stato, che né Pontefici né imperatori instaurano, nulla di trascendente l'umano volere pone in essere, ma deriva appunto dall'atto di questo volere, anzi è questo atto. E la Signoria è una trasformazione del Comune, che è sì, esso, la culla dello Stato liberale. Ma la Signoria rispetto al Comune ha un vantaggio essenziale: essa introduce l'unità del potere e risolve l'atomismo degl'individui e delle classi nella personalità dello Stato, che vuole attuarsi compiutamente come autocoscienza. Dalle Signorie l'assolutismo dei monarchi nazionali, che conquistano, detengono e difendono il dominio, e possono dire: l'Etat c’est moi. E politici e filosofi s'inchinano al monarca illuminato, in cui vedono l'interesse e il pensiero dei cittadini, eguagliati sotto il potere supremo in comunanza di diritti e di doveri, fatto persona, autocoscienza. E se tutti i cittadini potessero essere veramente uguali, come quella filosofia li presuppone, e cioè indifferenti, quell'assolutismo sarebbe l'ideale dello Stato. Il quale regge infatti finché nella sfera della società civile che il monarca dirige e governa, non si viene sensibilmente rompendo cotesta indifferenza, col costituirsi di interessi di individui e di gruppi sociali che col lavoro, l'iniziativa, l'ingegno, l'operosità, ecc., vengono assommando a sé cospicue energie sociali della cui plusvalenza e prevalenza a poco a poco diventa impossibile non tener conto. Sorge la borghesia. Di fronte alle classi privilegiate (clero e nobiltà, naturali alleati del dispotismo che, pur essendo un prodotto storico, si pone di fronte al cittadino come un immediato e un limite da riconoscere meccanicamente) sorge questa nuova classe che scalzerà le altre e vorrà esser tutto: la classe degli uomini senza passato e senza investitura, figli di sé stessi, e forti della forza che essi stessi vengono di fatto dimostrando col lavoro e ogni altra sorta di attività personale, nell'industria creatrice dei beni di cui tutti han bisogno per vivere. Questa classe raccoglie in verità tutti gli uomini che siano degni di questo nome nello Stato moderno, in cui l'uomo (il principe) vale tanto quanto sa e può, e perciò quanto è capace di produrre e metter di suo nel mondo.
Questa classe, la borghesia, con la sua effettiva produttività, mentre si differenzia dalle vecchie classi e si differenzia in sé stessa per la necessaria varietà del lavoro e degli interessi che esso crea — non è più riducibile al principio del Principato, ma concorre con questo nella creazione degl'interessi che lo Stato contiene e tutela. Vi concorre in vario modo, e in misura sempre maggiore a mano a mano che l'industria con lo sviluppo del lavoro (del pensiero) si svolge, e aumenta sempre più il proprio valore. La rivoluzione francese, come già la inglese e l'americana, è l'affermarsi del terzo Stato, ossia della borghesia, che a un certo punto del suo sviluppo si sveglia, sente che il Principe di contro a essa è puro arbitrio, e gli sorge di fronte per limitarlo alla funzione di organo esecutore della propria volontà. Che d'ora innanzi si presumerà possa manifestarsi attraverso la rappresentanza nazionale. Ed ecco il liberalismo.
Ma c'è bisogno di ricordare che nel secolo passato lo sviluppo della grande industria doveva evocare dietro al terzo, il quarto stato, poiché l'industria aveva creato il capitalismo, e il lavoro dei capitalisti o detentori delle ricchezze conquistate col lavoro diventava un'astrazione senza il lavoro dei lavoratori? Anche una volta il popolo minuto insorse contro il popolo grasso. Sorse il socialismo e il comunismo; e lo Stato liberale, lo Stato della borghesia cominciò a essere scrollato come Stato incapace a garantire la libertà della maggioranza dei cittadini, che è costituita dalla massa dei lavoratori. Lo Stato liberale entrò in crisi, da quando cominciò a staccarsi dalla realtà sociale-economica, per la cui organizzazione politica era nato. I rappresentanti non rappresentarono più nello Stato l'effettiva volontà del cittadino. Il quale si estraniò dal congegno di questo Stato falso, vuotato del suo proprio contenuto, e cominciò a corroderlo in doppio modo:
1)) partecipando al giuoco della rappresentanza sentita come una forma vuota e fallace e destinata perciò a cadere, piegando con la violenza del numero le forme parlamentari al tradimento della loro originaria funzione statale (metodo negativo che ha ne' vari Stati corrotto il sistema parlamentare, disgregando le forze vitali dello Stato che i liberali originari avevano creduto di salvaguardare e rafforzare con la stessa libertà;
2)) appartandosi nei sindacati, per creare in questi il loro vero Stato, aderente veramente al loro interesse e capace perciò di tutelarli.
Il problema dello Stato oggi non è più quello di assicurare il riconoscimento del valore politico del terzo Stato — che fu il cómpito dello Stato liberale — ma di garantire al lavoratore e ai suoi sindacati il valore politico, che essi reclamano e che non possono ottenere finché la molteplicità dei sindacati non si componga nell'unità dello Stato. Perché l'uomo politicamente è Stato; ed è uno Stato o nulla. Laddove i sindacati come raggruppamento di individui secondo le differenti categorie in cui gli individui economicamente, come forze produttive, vengono a distribuirsi, sono al pari degl'individui molti: ciascuno diverso da tutti gli altri, e ciascuno perciò chiuso in sé stesso e non disposto a riconoscere se non il proprio esclusivo interesse. Che è la forza, com'è il difetto del sindacato. Nel quale l'individuo ritrova quella immediatezza che trova in sé stesso: niente che astragga dal suo proprio interesse, niente di generico che gli possa parere imposto dall'alto o dall'esterno. Qualche cosa come la sua stessa famiglia per chi la famiglia senta come l'ampliamento e la concretezza della sua stessa persona in breve cerchia dove tutto gli è noto, tutto domestico e intimo, e suo ogni dolore come ogni gioia, e la vita di cui si parla e per cui si ha interesse è la sua stessa vita. E come la famiglia infatti il sindacato è stato esaltato quale efficacissima scuola dell'operaio, che vi impara naturalmente a uscire dal suo primitivo egoismo, ad apprezzare e sentire come suo un interesse comune, e a trovare, per tal modo, la norma della propria condotta in un ideale superiore all'istinto di natura.
Ma il sindacato è il sindacato, e la sua struttura omogenea importa per la divisione del lavoro altri sindacati. Ci sono, e non possono non esserci altri sindacati. E una volta sorti i sindacati contro i datori di lavoro, i lavoratori si troveranno di fronte le unioni di questi datori di lavoro. Un atomismo sociale in flagrante contrasto con le necessarie correlazioni che intercorrono tra ogni sindacato e tutti gli altri. Il sindacato perciò è un atomo, come apparisce alle sue unità, e non è un atomo, perché è superato dal suo naturale nesso cogli altri. Supera e deve superare il particolarismo che è il suo astratto universalismo sociale. Ogni sindacato è una fetta d'uomo, e l'uomo non può essere che uomo intero; e il suo Stato perciò non è sindacato, ma superamento e risoluzione dei sindacati nell'unità fondamentale dell'uomo che si articola in tutte le sue categorie sindacali; e che non è un risultato, ma il principio e la condizione della molteplicità dei sindacati.
Sicché lo Stato è sì sindacato allo stesso titolo per cui è individuo: ma individuo consapevole della propria reale complessa universalità la cui attuosa volontà è lo Stato. Così il sindacato è lo stesso Stato quando si eleva dagli angusti suoi limiti di categoria sociale alla piena unità del volere univerale che anima e promuove tutte le categorie.
L'errore del vecchio liberalismo che torna sempre variamente camuffandosi a girare pel mondo come l'ultimo figurino della politica estera, è l'errore stesso del sindacalismo: la concezione atomistica della società, intesa come l'accidentale coacervo e incontro di individui, che sono astratti individui, o di sindacati, che male presumono di esistere e male pretendono di esistere perché sono astratti. Come li può concepire soltanto chi alla società guarda materialisticamente, e la vede come moltitudine che convive e deve unificarsi non essendo per sé altro che negazione della unità. Individui esterni l'uno all'altro, partecipi al bellum omnium contra omnes; sindacati esterni del pari reciprocamente e incapaci perciò di attingere quella unità, di cui la loro natura è la negazione.
A vincere perciò questo astratto sindacalismo non può essere il liberalismo ugualmente astratto degli individualisti; quella sorta di massiccio materialismo, che fu sempre combattuto da uno che di libertà se ne intendeva, il Mazzini. Il quale voleva sì la libertà, come la vuole ogni uomo consapevole della sua natura; ma sapeva che la libertà non è attributo dell'individuo astratto, ma di quello che è ogni individuo in concreto, il popolo: è libero italiano in quanto libero è il popolo italiano e non può che essere schiavo se schiavo è il suo popolo. Quindi prima unità e indipendenza di esso; che non è un popolo se è diviso e ignora o è inetto ad attuare la coscienza della propria unità; e non è un popolo neppure se è soggetto allo straniero. Dunque, libero è soltanto l'individuo nel libero Stato. O meglio, libero è l'individuo che è Stato libero, poiché lo Stato, realmente, non è tra gli individui, ma nell'individuo, in quella unità di particolare e universale che è l'individuo (1).
7. - ETICA E POLITICA
È una delle distinzioni su cui la recente filosofia italiana più ha voluto insistere, salvo a trascurarla strada facendo per fare intervenire il criterio etico nella politica.
La base della distinzione è sempre nell'astratta considerazione de' vari momenti che si possono infatti distinguere nella vita dello spirito. Volere semplice, economico, pura forza, — e operare morale? Ma la forza del volere, in quanto forza che si chiama diritto (dura lex sed lex) è il volere voluto, che si pone come limite della libertà. Questo limite è necessario, e non può mancare. È il momento del diritto, dello Stato come autorità, che è volere potente, innanzi a cui deve cedere l'arbitrio.
Lo Stato è lo stesso individuo nella sua universalità. Impossibile quindi che non gli competa la stessa moralità dell'individuo, quando nell'individuo lo Stato non sia un presupposto — limite della sua libertà — ma la stessa attualità concreta del suo volere. La distinzione regge nel terreno empirico finché si distingua e opponga l'individuo allo Stato. Allora si può pensare una moralità individuale non congruente con la legge dello Stato. Ma, comunque, lo Stato come volere ha una legge universale, un imperativo categorico, che non può essere altro che moralità. E le incongruenze non possono riguardare altro che la diversità dei problemi da risolvere, sempre diversi anche nell'ambito della cosiddetta moralità individuale.
8. - STATO ETICO
Da questo concetto dello Stato deriva la sua immanente eticità. Della quale vuole spogliarlo chi? Chi ha interesse a osteggiarlo: l'opposizione che ne fa bersaglio a' suoi colpi, comincia naturalmente dal farne una res, scevra di valore, immeritevole perciò di qualsiasi rispetto. Ma chi nega l'eticità dello Stato, s'affretta ad apprestargli con la sinistra quel che gli ha strappato con la destra. Perché lo Stato di cui si disconosce il valore etico è... quello degli altri. Al quale giova sostituirne un altro che, ben inteso e ben trattato, potrà esser sì rivestito del valore che la concezione morale e religiosa della vita può conferirgli facendone uno strumento delle sue finalità superiori. Senza avvertire che una cosa (strumento) non potrà mai acquisire alcun valore; e che perciò, su questa via, non c'è altra possibile via d'uscita che la teocrazia. La quale foggia o postula uno Stato, che coincidendo con la stessa divina volontà ricade nel concetto del contestato Stato etico.
Ma se la teocrazia non è parola vuota, non c'è ragione di adombrarsene. Perché nessun dubbio che il volere dello Stato è un volere divino, sia che s'intenda nell'immediatezza della sua attività, sia che più pienamente si assuma come l'attualità concreta del volere. C'è sempre Dio: il Dio del vecchio e del nuovo Testamento.
La ribellione morale che provoca lo Stato etico è la riconferma della sua eticità. Perché una forza amorale non potrebbe mai dar luogo ad apprezzamento etico. La ribellione nasce ogni volta che dello Stato si senta la forza, e non si riconosca il valore (positivo). Ma in questo caso gli si attribuisce bensì un valore, ancorché negativo; come al peccatore che si vuol ravveduto, pentito, redento; e si considera perciò capace di ciò.
La prova flagrante dell'eticità dello Stato è nella coscienza dell'uomo di Stato.
I luoghi comuni delle divergenze tra morale e politica rientrano nella casistica della dottrina morale.
9. - MORALISMO
Nessuna più efficace riprova dell'eticità dello Stato che il moralismo, di buona o cattiva lega, ingenuo o retorico, con cui s'industriano di venir toccando e tentando di risanare le piaghe morali della convivenza politica gli avversari della dottrina dello Stato etico. I quali dopo avere logicamente spogliato lo Stato e la politica, in cui esso si attua, d'ogni attributo morale, inorridiscono della umanità che essi si sono artificialmente foggiata in mente: umanità senza umanità, poiché la moralità è certamente la caratteristica più essenziale dello spirito umano.
Uno Stato per sua natura anetico non è perciò immorale; ma è peggio che immorale. Io direi che sia inumano, se è vero, come s'è avvertito, che nessuna forma di attività umana è concepibile che non sia per sé stessa subordinata alla legge morale. Peggio che immorale. Perché l'immorale è destinato a redimersi e ricrearsi nella moralità; laddove l'amorale è per definizione escluso da ogni possibilità di moralizzarsi.
E può l'uomo tollerare che nell'ambito del suo operare qualche cosa si sottragga all'impero di quella legge morale che è la creatrice della sola vita possibile all'uomo? Anche gli animali domestici che l'uomo s'è indotto ad ammettere nel circolo della sua vita quotidiana, egli li assoggetta a una rudimentale regola di condotta, a un'elementare distinzione di lecito e illecito, che in tutti i modi cerca loro di inculcare fino al punto di poter confidare che essi, comunque, se la siano appropriata e l'osserveranno. Così innanzi alla feroce forza che fa nomarsi dritto, innanzi a questo Briareo dalle cento braccia, che mette le mani per tutto e fa e disfà l'opera degl'individui che sono in concreto la realtà morale, pura forza immane e ignara di ogni norma di giustizia, ecco scattare il naturale bisogno dell'anima umana di proclamare e difendere la moralità, ossia la salvezza dello spirito. Cotesta forza andrà bensì riconosciuta e conservata, ma in quanto utile ai fini dello spirito che essa ignora, e che perciò la trascendono. Lo spirito, moralità, è libertà. Ebbene lo Stato, che per sé stesso ignora questa libertà, la quale lo trascende come qualcosa di affatto superiore e incommensurabile, deve con le sue istituzioni favorire e promuovere l'esercizio di questa libertà. Deve? Ma dunque ha un dovere morale? È anch'esso etico come ogni singolo individuo che ha i suoi doveri verso la libertà e che noi distinguiamo nel seno dello Stato? Sarà come un animale da addomesticare; giacché che altro è addomesticare un animale se non ammetterlo, come si diceva, nella nostra società, nella nostra famiglia, e quindi contraddire in pratica a quella natura sub-umana e però antisociale che gli si è attribuita senza troppo pensarci su?
Lo Stato sordo alla legge morale appunto perciò si finisce con volerlo assoggettare a una guida superiore, quasi a un'artificiale moralizzazione e umanizzazione. E dall'arbitrarietà dell'assunto, scaturisce una sorta di zelo impaziente, di violenta frettolosità di strafare. Per la quale in questi filosofi della politica non è più la moralità che si fa innanzi con la sua schietta ed eloquente semplicità, ma un moralismo passionato e oratorio che si riversa sulla storia e la sommerge in un indistinto movimento di luci e di ombre soprannuotanti al reale processo storico, in cui si viene realizzando lo Stato: col risultato di ridurre il grande problema dello Stato, che è il problema della storia universale, al piccolo problema borghese del dare e dell'avere di questo o quello Stato, di questo o quel partito dominante, di questo o quell'uomo di Stato di fronte all'ideale morale. Tanto più cresce l'ansia morale quanto più questa è stata negata là dove è la sua sede. L'ansia, l'affanno... e la retorica traggono motivo dalla disperazione di mai più abbracciarsi col vivo della vita morale."
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 6:02 pm    Oggetto:  
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Inserito il - 22/08/2004 : 11:58:15
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La presente raccolta di scritti e discorsi gentiliani è tratta dall’opera “Politica e Cultura”,essi rappresentano in maniera esemplare ed esauriente il pensiero di Giovanni Gentile in merito all’essenza vera ed originale del Fascismo mussoliniano,chiarendo magistralmente il significato di termini centrali in tutta la sua trattazione,quali Totalitarismo e STATO ETICO CORPORATIVO,ovvero concetti fondamentali nella comprensione reale della rivoluzione fascista,ma anche delle differenze tra quest’ultima ed il nazionalismo,il liberalismo,la democrazia o il socialismo marxista,dei rapporti tra Stato e Chiesa, etc. etc. una summa generale insomma di ciò che chi si ritiene un fascista,ma anche chi voglia solo approfondire la conoscenza di tale fenomeno politico, non può non conoscere.




CHE COSA È IL FASCISMO


Signori, Devo confessarvi che non prendo a parlare senza una certa preoccupazione. Venivo a Firenze per tenere una lezione al Circolo di cultura fascista, dove si legge, si studia, si discute tra fascisti desiderosi di riflettere e chiarire le proprie idee; e avevo perciò in mente un discorso adatto a quel luogo e a quell’uditorio. Invece, con mia grande sorpresa, mi tocca di parlare a migliaia di ascoltatori variamente preparati e disposti, in quest'aula solenne e magnifica di memorie e di glorie, dove non si potrebbe venire a tenere una "lezione" senza dar prova di troppo cattivo gusto, né certo si possono tollerare parole che non riecheggino l'alto suono della storia e non preconizzino una fede generosa della patria. Per fortuna, l'argomento stesso del mio discorso è di quelli che suscitano passioni ardenti e universali che destano e alimentano in tutti l'interesse provocando l’adesione o la polemica e mettendo in moto l'animo e la mente verso i problemi essenziali del proprio paese e della stessa vita in generale. E insieme con la qualità dell'argomento, la vostra accoglienza cordiale mi anima a parlarvi sinceramente, schiettamente, di quelle cose che intorno al fascismo ho a lungo meditate e sento vivamente nel profondo del cuore, nella speranza di riuscire anche qui a essere inteso da tutti, o almeno a non essere frainteso. Dov'è sincerità, ivi pure è buona disposizione a comprendere oltre quel che si dice e si può dire, scorgendo il punto giusto dei motivi che ispirano chi parla. Comprendere in buona fede: ciò che non sempre accade di ottenere. Del resto, quello che io devo chiedere a voi, avrei pur dovuto chiederlo alla breve cerchia degli amici che avrei trovati nel Circolo di cultura. Anche parlando del fascismo a fascisti io, come ogni altro fascista, avrei avuto bisogno di fare un'avvertenza preliminare. E dire: badate, il fascismo di cui io parlo è il mio fascismo. L'essere infatti un movimento così largo, che stringe insieme intorno a una stessa bandiera e in una fede comune centinaia di migliaia d'italiani, ed essere per tutti un solo movimento, e quindi una stessa via, uno stesso ideale, non toglie che ognuno che vi aderisce non lo veda coi suoi occhi, non l'intenda con la sua intelligenza, non lo senta col suo animo. L'unità risulta da questa molteplicità, da questa infinità di temperamenti e psicologie e sistemi di cultura e concezioni della vita. La forza del fascismo deriva da questa ricchissima inesauribile fonte d'ispirazioni e connessi bisogni ed energie spirituali. Ed esso si essiccherebbe e inaridirebbe nella monotonia meccanica delle formule vuote se potesse definirsi e restringersi negli articoli di un credo determinato. Del resto, il nostro grande Gioberti in quel suo libro frammentario ma sparso di pensieri geniali, con cui mirava a indurre la Chiesa Cattolica a quelle riforme che a lui parevano indispensabili per rinnovare e ravvivare il millenario meraviglioso istituto, anche del Cattolicesimo che è il tipo delle religioni costituite con caratteri rigidamente obbiettivi, diceva giustamente che ogni cattolico ha il suo. - Ma il Papa, si poteva obbiettare, non è di questa opinione. - Ebbene, il Gioberti replicava, è quello appunto che io dico. - E non era sofisma. Perché per quanti sforzi si faccia di rinunziare alla propria personalità e aderire a un credo comune, questo credo non sarà accettato mai se in qualche modo non si sarà inteso; e intendere non si può, a cominciare dalle stesse parole in cui le idee sono espresse, se non servendosi della cultura e dei sentimenti e delle tendenze e insomma di tutto il complesso degli elementi, in cui si organizza e concreta la nostra personalità. Intorno al fascismo, come intorno a qualche cosa di ben determinato e individuato, che tutti egualmente sanno che cosa sia, siamo tutti raccolti a lavorare e lottare quanti siamo italiani del nostro tempo: pro o contro, non importa. Anche gli avversari sono stati costretti dalla stessa intensità del movimento fascista a prender posizione verso di esso. Ognuno ne avrà un'idea chiara od oscura, e più e meno oscura: ma tutti, esaltandolo o condannandolo, parlano egualmente del fascismo; tutti, volenti o nolenti, vano innanzi al problema che è l'argomento di questo discorso: che cosa è il fascismo? Ma i fascisti certamente concepiscono il fascismo in modo molto diverso dagli avversari; e per la stessa ragione, quantunque la diversità sia incomparabilmente minore da fascista a fascista quel concetto varia; e la soluzione del problema centrale, a cui tutti lavorano, riesce sensibilmente diversa. Dissimulare o nascondere queste differenze, come ogni ipocrisia o menzogna, sarebbe indizio di scarsa fede e di ottusa intelligenza della vita che è propria d'ogni grande movimento spirituale. Giacché la vita è sempre svolgimento e perciò cangiamento continuo incessante: quindi unità, ma anche varietà, e conflitto interno di elementi discordi, dal quale la vita è promossa a nuove forme. E dove è calma d'acqua stagnante, l'aria s'ammorba e la vita si spegne. Il che può suonar male all'orecchio di chi grossolanamente rappresenta la disciplina d'un partito o la saldezza d'una scuola come l'abbrutimento degli uomini che aderiscano a quello o a questa. Ma né i bruti né gli uomini abbrutiti hanno fatto mai storia. E tutto ciò che è grande nel mondo degli uomini programma politico o dottrina filosofica, è stato sempre a quel modo stesso in cui mi rappresento il fascismo: una struttura fondamentale, un nucleo, che è un'idea viva, e quindi una direzione di pensiero, un'ispirazione e una tendenza, in cui gli spiriti si incontrano e s'affiatano e partecipano a una stessa vita tanto più vigorosa e possente quanto maggiore il numero di quelli che vi concorrono; e intorno a quel nucleo, per germinazione spontanea dei tanti semi di pensiero che nella storia si vengono ad ora ad ora maturando, un fiorire svariato di riflessioni e sistemi,che sono nuovi organi onde l'organismo centrale s'irrobustisce accogliendo e appropriandosi dall'atmosfera, in cui esso vegeta e vive, sempre nuove energie. In quel nucleo è l'unità e la fede. Lì è l'essenziale, la radice della vita e della forza. Io vengo al fascismo dagli studi, dalla storia, dalla filosofia. Altri dall'arte. Altri dallo squadrismo della lotta politica quotidiana. Altri dalla polemica del giornalismo. Altri dall'arte del giuoco parlamentare. Altri da altre origini. Ognuno con la sua anima, con la sua cultura, le sue abitudini, la sua vita, la sua personalità. Ma tutti giungono allo stesso punto, e s'incontrano tutti sulla medesima via: che è la via in cui oggi il fascismo viene combattendo la sua bella battaglia in Italia e nel mondo per dare una sua forma allo Stato, e attraverso lo Stato a tutto lo spirito. Tutti: anche quelli che come me vissero sempre nella scuola e negli studi e meditarono, fuori della politica militante di tutti i giorni, i problemi nazionali attraverso la storia e la filosofia. Giacché c'è filosofia e filosofia, o Signori. E quella antica, famosa e venuta in proverbio, del filosofo che guardava il cielo e non vedeva la terra su cui camminava e perciò cascò dentro la fossa, quella filosofia, di cui da Aristofane in poi gli uomini di senno hanno fatto la satira e riso di cuore, fuori della vita ed estranea alla lotta in cui la vita consiste, senza occhi agl'interessi che alimentano questa lotta e per cui tutti gli uomini vivono, gioiscono e sperano, o soffrono e si tormentano, e sanno che la vita è fatica, sforzo, sacrificio di sé, abnegazione, passione e brama inesausta della mèta sempre da raggiungere e non raggiunta mai; questa filosofia è morta ormai da un pezzo. La nostra filosofia è sì pensiero, ma perché la vita è pensiero; è riflessione sulla vita, ma perché la vera vita è riflessione su se stessa, attività luminosa, la quale si spiega per la via che è sua, perché essa consapevolmente se la fa, sapendo dove va e in che modo può giungervi. Tutta la vita umana per noi, fin dalle sue più umili forme, è filosofia. E quella che oggi sarà filosofia degna del nostro tempo non potrà essere una vita impoverita o snaturata e quasi svanita nel pallido riflesso d'un pensiero astratto; anzi sarà la vita stessa più intensa, più energica, quasi potenziata ed esasperata dalla coscienza vigilante delle proprie leggi. Lasciate, dunque, che io cerchi di rispondere a modo mio alla domanda, che ci siamo proposta, che cosa sia il fascismo. E cerchiamo di avvicinarci insieme a quello che si potrebbe dire, come ho accennato, il nucleo vivo ed unico del fascismo, a cui tutti guardiamo e che tutti abbiamo comunque interesse di vedere esattamente.

Le due Italie.

E per cominciare, v'invito a considerare se non si possa dire che dalla storia ci vengano incontro come due distinte e differenti immagini dell'Italia, che noi vi cerchiamo. Tutti, in verità, la cerchiamo. La storia non è un passato che interessi soltanto gli eruditi: essa è presente, viva negli animi di tutti. Quanti sono italiani, lo sentono: sentono di appartenere a questa Italia,che non è soltanto l'azzurro del suo cielo, dei suoi colli e delle sue marine, né la desolata o alpestre terra che s'alterna ai suoi piani ubertosi e ai suoi ridenti giardini. Chiudiamo gli occhi, facciamo astrazione dagli orizzonti dei suoi paesaggi così vari di bellezza e di luce: e l'Italia ci resta nell'animo, anzi si ingrandisce e giganteggia nella gloria di quel che essa è nella mente e nei cuori di tutti gli uomini civili, che le rendano giustizia o almeno la riconoscano come la nazione dell'intelligenza e della millenaria cultura non mai tramontata e dell'arte e dei pensatori solitari e della travagliata vita civile tra le difficoltà interne, di una nazionale lenta nel suo processo laborioso di organizzazione e unificazione e tra le esteriori potenze lottanti nel più vasto processo organizzativo dell'Europa moderna. Tutti, vedendo più o meno, e più o meno penetrando e intendendo e sentendo,hanno in sé, senza potersene distaccare, questa Italia storica, viva,ma di una vita che si prolunga e s'affonda con le sue radici nei secoli,e già è l'Italia, con i caratteri nazionali che si faranno sempre più evidenti, intorno al Mille, quando pullulano dall'Impero disfatto i Comuni con l'impeto delle loro libertà e delle loro arti,e preparano quel Rinascimento, che sarà la più geniale creazione dello spirito italiano, splendido faro agli uomini d’ogni parte del mondo, che gli italiani stessi del Rinascimento raddoppiarono, cercanti il porto della nuova scienza, della nuova arte, del nuovo pensiero, della nuova fede, e insomma dell’età moderna. Questa Italia, che tutti rechiamo nel cuore, e che forma infatti la sostanza del nostro essere e del nostro carattere nel mondo, se la guardiamo oggi intensamente, con lo sguardo fatto più acuto dalla nostra odierna passione di una più alta e forte vita nazionale, da questa passione che ci cova dentro dopo le prove della grande guerra, da quando provammo l'angoscia della sconfitta e l'orgoglio della vittoria, noi questa Italia la vediamo ora presentarcisi in un aspetto, e ora in un altro molto diverso. Noi vediamo due Italie innanzi a noi: una vecchia e una nuova: l'Italia dei secoli, che è la nostra gloria ma è anche una triste eredità, che ci grava le spalle e ci pesa sull'anima: ed è pure, diciamolo francamente, la vergogna, di cui noi vogliamo lavarci, di cui dobbiamo fare ammenda. Ed è appunto quella grande Italia, che ha così gran posto, come dicevo, nella storia del mondo. La sola Italia, si può dire, che sia conosciuta e studiata e indagata da tutti i popoli civili, e la cui storia non sia una storia particolare, ma un'epoca della storia universale: il Rinascimento. Nel quale è tanta luce, sì, e sono tanti titoli di vanto nazionale per gl'italiani: ma è pur tanta ombra. Giacché il Rinascimento è pur l'età dell'individualismo, che trasse la nazione italiana attraverso i sogni splendidi della poesia e dell'arte all'indifferenza, allo scetticismo, all'imbelle neghittosità degli uomini che nulla hanno da difendere intorno a sé, nella famiglia, nella patria, nel mondo dove si riversa e si impianta ogni umana personalità conscia del proprio valore e della propria dignità, perché in nulla credono che trascenda il libero e lieto giuoco della propria fantasia creatrice. Donde la frivolezza d'un costume che viene decadendo e corrompendosi a mano a mano che si smarrisce il sentimento attivo della nazionalità e gli animi s'infiacchiscono; una letteratura in cui canti carnevaleschi e bizzarrie burlesche d'ogni sorta si mescolano a una commedia che trae dalla novellistica beffarda, faceta e cinica la sua materia e il suo spirito; una commedia che non è perciò mai vera arte, la quale anche sotto il riso faccia sentire il pianto, ossia la serietà dello spirito che sa la miseria dei difetti, onde gli conviene liberarsi a fatica per ascendere a quell'ideale, in cui solo può vivere; e le accademie si trasformano in radunanze di ingegni colti ma oziosi, in cui la dissertazione decade a cicalata; i nomi, una volta coniati nel metallo antico dell'ingenuo ma serio e profondo umanismo, gareggiano in argutezze e stranezze d'invenzioni, allusioni e analogie ridevoli; la religione diventa forma esteriore ed esanime, la filosofia è perseguitata con la tortura ed i roghi, e la scienza illanguidisce nell'esercitazione intellettualistica, capace d'accendere le passioni dei letterati (come anche gli scienziati si chiamavano), ma inetta a scuotere gli animi e gettarvi dentro il pungolo di quei problemi, in cui l'uomo s'arma di tutte le sue forze per muovere incontro al mistero ed al destino. Letteratura vuota, superficiale, senz'anima. Sonetti, canzoni a bizzeffe: ma un’uomo, che canti ed esprima la sua passione, mai. Accademie paiono mascherate. Cultura quanta se ne vuole; ma infeconda morta. Gli uomini senza volontà, senza carattere; la vita senza programmi, che non siano quelli del particolare individuo che pensa a sé, ma niente di più. L'Italia perciò degli stranieri,e non degli italiani. Gl'italiani senza fede, e perciò assenti. Non è questa la vecchia Italia della decadenza?

I residui della vecchia Italia.

Quell'Italia, per noi, è morta; e ce n'è un'altra, grazie al cielo. E si può dire in certo senso, come chiarirò or ora, che la prima sia morta da duecento anni. Ma non è così morta, che noi a volta non ce la troviamo innanzi anche oggi, in quest'anno di grazia millenovecentoventicinque. C'è ancora troppa gente in Italia che non crede a nulla e ride di tutto, e sospira per l’arcadia e le altre accademie; e se la piglia astiosamente con chi gli turbi la digestione. Vi ricordate della tremenda vigilia italiana della grande guerra, quando i pochi che credevano trascinarono i molti che alzavano le spalle ripetendo la vecchia ingiuria straniera che gl'italiani non si battono? quando i giovani si sentivano fremere nel petto un oscuro istinto e vi si abbandonavano sicuri, ciecamente confidando nel fato nazionale, nelle forze della stirpe, nella necessità di una grande prova cruenta che comunque cementasse la recente unità nazionale, più pensata che creduta o più creduta che sperimentata e realizzata, e temprasse nelle lotte, a cui ogni libero popolo dev'essere pronto sempre, la fibra degl'italiani? e gli uomini maturi, i savi sorridevano e calcolavano, e inorridivano al pensiero di sacrifici inutili come dicevano, e tremavano dei pericoli, che in virtù di calcoli non sono stati mai affrontati, e che non si affrontano da chi non sia animato da una indimostrabile fede? Oggi quel pavido miope e scettico neutralismo è sinonimo, per moltissimi almeno degl'italiani, di inettitudine a italianamente sentire i problemi italiani; non è vero? Ma quella specie di temperamento spirituale vecchio stile, che non osa perché non crede, rifugge dall'ardimento perché non vede vantaggio nel sacrificio, misura la fortuna nazionale dal benessere individuale, e ama perciò sempre camminare sul sodo, non compromettersi, non riscaldarsi mai, e cede ai poeti, alle donne o tutt'al più ai filosofi l'ideale, e mette volentieri da parte ogni questione che possa mettere in pericolo la concordia e il quieto vivere, e si compiace di scherzare su tutto e su tutti, e gettare sempre l'acqua fredda della prosa sugli entusiasmi della poesia, e raccomanda la moderazione a ogni costo, e ostenta un sacro orrore per le polemiche e le violenze, e inculca nel prossimo tutte le massime dell'egoismo, e riflette, studia, capisce, e la sa lunga come la quintessenza dell'accorgimento e della sapienza; questo non è ancora per troppi il non plus ultra della finezza tutta propria degl'italiani? Ci sono i massoni, i quali, si sa, hanno piantato il chiodo della famosa laicità, che non è per la religione né contro la religione; ma, anche non massoni, quanti italiani non preferiscono oggi tacere di cose religiose, e hanno ritegno e pudore di scoprire e difendere i propri convincimenti, quando ne hanno? Tutto ciò è la vecchia Italia, l'Italia dell'individualismo, l'Italia del Rinascimento; quando anche il martirio dei filosofi era infecondo perché non onorato, e inonorato perché conforme alla logica delle loro stesse dottrine, tutte individualisticamente rinchiuse in un mondo senza rapporti con quella vita, in cui era la concreta realtà e in cui si urtava perciò necessariamente, e vi s'incontrava quindi il martirio. L'uomo allora non sentiva la sua personalità innestata nel mondo sociale a cui ciascuno appartiene, in cui soltanto può vivere con i suoi interessi umani, con la sua famiglia, con la sua fede di uomo morale che ha dei doveri, un programma da realizzare, una verità da professare. Giacché niente vive nel segreto dell'animo nostro che non ci tragga ad uscire di dentro, a predicare quello che è la nostra verità, a comunicarla altrui, a potenziarla di tutte le energie che vi possono concorrere per la collaborazione, per la convivenza, per l'accomunamento della nostra vita morale. Ogni fede accomuna gli uomini.

L'italiano del Rinascimento fino a Galilei.


L'uomo del Rinascimento, o Signori, poté sì grandeggiare nell'arte, perché l'arte è sogno che astrae dalla realtà, in cui pure gli altri uomini e il mondo a cui è legata la nostra vita e con cui facciamo tutt'uno, e spazia nel libero mondo della fantasia dove l'individuo è creatore e signore assoluto delle proprie creature. Grandezza di artisti, che è il suo difetto; poiché in questa libera vita che ci scioglie da ogni legame, si perde il duro sentimento di quella che può dirsi la realtà storica, dov'è la nostra famiglia, che ha tanti bisogni, che, sono pure bisogni nostri poiché a noi tocca di soddisfarli e moralmente non possiamo farne a meno; e ci sono tutti gli altri uomini, con cui la stessa necessità di soddisfare i nostri bisogni ci stringe in un indissolubile vincolo, con doveri comuni in un sociale organismo a cui la persona è avvinta e a cui sono pure legate tutte le nostre fortune e per la cui salvezza ci conviene pertanto fare ogni sforzo ed esporre perfino la vita. E però questi nostri poeti ed artisti e pensatori, uomini colti e raffinati, non sentirono la patria. E gli italiani poterono essere ammirati e insieme disprezzati; e le loro città poterono essere conquistate col gesso; e fu possibile ad esempio una disfida di Barletta, perché agl'italiani non mancò il valore personale e anche nell'arte di addestrare e condurre gli eserciti si seppe eccellere, e famosi furono molti dei nostri capitani:ma un esercito italiano non si ebbe mai, non ci fu mai una battaglia che si potesse dir vinta dagli italiani. L'arte stessa infine doveva decadere. Perché neanche l’arte può vivere fuori di quel mondo morale, che diciamo ideale:quel mondo ché l'uomo attua con lo sforzo del suo spirito, ponendosi al disopra della vita che egli sarebbe portato a vivere naturalmente insieme con tutti gli altri viventi; e lo attua perché comincia a vagheggiarlo come quella migliore realtà, che non esiste ma che egli può far esistere e deve: tanto più, quanto più alto ne è il valore. Ora tutti i valori nessuno li scorge ed apprezza ed idoleggia come qualcosa che appartenga al chiuso segreto della sua coscienza; bensì sempre come qualcosa di universale, a cui tutti aspirano, e che è certamente patrimonio di tutti. L'arte stessa perciò diventa giuoco; e spetta alla letteratura italiana quel genere che nel Cinquecento ebbe tanta fortuna: la poesia bernesca. E fin dal Quattrocento arte e cultura poterono ritenersi "vanità": quelle vanità, a cui si ribella l'anima eroica di Savonarola, che pagò qui in piazza con la vita la sua ripugnanza allo spirito frivolo e scettico del Rinascimento. Troppo egli pigliava la vita sul serio, quando di tutti gli uomini rappresentativi dello spirito italiano nessuno la pigliava davvero sul serio. Troppo egli voleva dall'uomo, quando l'uomo mancava. E mancò per secoli, l'uomo, mentre dilagava l'accademia. Di cui, ripeto, non riusciamo ancora a guarire. Non è un accademico, un letterato, anche il grande Galilei? Al cui genio innovatore, al cui pensiero rigorosamente scientifico noi c'inchiniamo. Ma quando ne studiamo la vita trepida e guardinga, quando ne leggiamo quelle lettere così ossequiose, quando lo vediamo, egli, il più grande italiano tra i coetanei, prosternarsi innanzi ai signori che gli danno lo stipendio e l'agio di studiare, o destreggiarsi ed infingersi ai piedi degli Inquisitori purché lo lascino meditare e scrivere e coltivare la sua gloria letteraria, e mai un accenno o un gesto sdegnoso a quei diritti, che in lui si conculcavano, mai una fiera rivendicazione della propria dignità di pensatore e di uomo, mai una qualsiasi allusione alla tristezza dei tempi e della patria, mai un generoso sentimento per i grandi pensatori perseguitati, morti o viventi, al cui pensiero il suo tuttavia si annodava, allora non possiamo non sentire che anche in questo grande italiano qualche cosa di ciò che è essenziale mancava: e l'uomo era inferiore allo scienziato. E anch'egli indulge alla frivolezza dei cosiddetti poeti contemporanei; e scherza e ride in capitoli berneschi contro i suoi avversari scientifici. Neanche in lui c'è una fede.

Vico e il suo tempo.


Tra Galilei e Vico quale abisso! A distanza di meno di un secolo ecco spuntare uno spirito nuovo. Paragonato a Galilei, che pure ammira, ed a tutto il Rinascimento, al quale per tanti rispetti si riconnette anche lui, Giambattista Vico pare che appartenga a un altro popolo, a un'altra storia. Vuole essere anche lui un letterato ed è gelosissimo della sua gloria letteraria; ma non sa concepire altro fine agli studi che "coltivare una specie di divinità nell'animo nostro". Il suo pensiero, la sua vita, tutto l'uomo è assorto in una visione religiosa della storia, che è il nuovo mondo scoperto dalla sua filosofia. Filosofo oscuro, strano agli occhi dei più, scrittore di libri che egli stesso oscuramente sentiva portare una rivoluzione in tutto ciò che si era sempre pensato, e iniziare un'epoca nuova nello spirito umano, ma che nessuno gli voleva stampare, e quando egli li stampava con grave sacrificio suo e della sua numerosa famiglia, nessuno capiva, e coloro tra i suoi stessi amici e colleghi, a cui egli li regalava, non gliene facevano cenno, e scantonavano quando s'imbattevano nell'autore, per non essere costretti a parlargliene. Poi per lungo tempo ammirato bensì, talvolta per i lati meno importanti del suo pensiero, ma incompreso: solitario, come torre altissima in un deserto. Intorno a lui nessuno spirito fraterno, che collabori e intenda e illustri qualche parte almeno del suo sistema. Ed egli non ride mai. Quando tenta il riso, la satira gli si trasforma in invettiva, e si sente la grande amarezza dell'animo turbato da meschini avversari inintelligenti dell'alta sua visione del divino, a cui nessun uomo si volse mai ridendo. Con Vico risorge la coscienza religiosa italiana, si comincia a sentire che la vita va presa sul serio: si comincia a udire una voce che, quando verrà ascoltata, scenderà profondamente negli animi, e li porrà di fronte a problemi che non sentivano più da secoli in Italia.

Alfieri.


Vico è già secolo XVIII, benché si possa dire che egli sia contro tutto il secolo XVIII: il secolo dell'astratto razionalismo, dell'illuminismo, del materialismo, dell'individualismo. Nella seconda metà dello stesso secolo ecco un altro grande spirito solitario e d'eccezione: un altro precursore o profeta (come egli stesso si definisce) di un'Italia opposta a quella del Rinascimento: Vittorio Alfieri. Un altro italiano che non ride: e scrive satire e commedie, ma non meno fiere delle sue tragedie; e ha il culto anche lui delle "lettere", ma per risolvere questo problema, che è il suo problema e il problema dell'Italia della fine del Settecento e dell'alba del secolo seguente: il problema dell'uomo. Egli sente che non può essere letterato chi non è uomo, un carattere, una volontà. Volere, essere se stesso, perciò affermarsi fieramente, accamparsi nel mondo con la propria coscienza, nella gelosa tutela e difesa di se medesimo, con un proprio pensiero, anche oscuro, e un proprio programma, anche modesto: porsi come una persona libera e padrona di sé, nel proprio essere particolare, ma anche nella propria coscienza di cittadino, di italiano, e così di uomo che sia veramente uomo: questo il problema letterario di Alfieri, che è anche il problema morale di tutti gli uomini, e il problema degl'italiani che cominciano a riscuotersi dalla torpida soggezione spirituale agli stranieri, a sentirsi italiani, e ad avvertire quel che ad essi occorre per non restare al disotto delle altre nazioni: non restarvi moralmente, per non restarvi politicamente. L'influenza della personalità e dell'insegnamento dell'Alfieri sulla generazione successiva, che è poi la generazione del '21, è grandissima.

Cuoco e il risveglio della coscienza nazionale.


Ma già nei primi del secolo XIX, a Milano, centro della nuova vita italiana, sotto l'impulso che la Rivoluzione e Napoleone hanno dato alla coscienza nazionale, c'è uno scrittore, fino a pochi anni fa non conosciuto e non apprezzato in misura adeguata alla sua importanza storica: uno scrittore, che non riuscì in nessuna opera a dare forma matura ed intera al suo pensiero, ma con un saggio storico mirabile di acume politico, di profondità filosofica e di senso storico dell'anima italiana, con una specie di romanzo storico, artisticamente sbagliato ma ricco di pensieri eloquentemente espressi, e soprattutto con un'attività giornalistica di copiosa vena, di alta ispirazione e di grande efficacia, riuscì a piantare nel cervello e nel cuore degl'italiani suoi contemporanei - a cominciare dai sommi, Foscolo e Manzoni - il concetto e il sentimento di una nuova Italia. La quale già albeggiava all'orizzonte, ma si poteva promuovere con una nuova educazione morale, politica, militare, e insieme filosofica e letteraria. Un'Italia consapevole del passato glorioso, non per insuperbirne vanitosamente, ma per trarne argomento e nuove speranze, e a virili propositi di risorgimento a dignità di nazione. Vincenzo Cuoco, storico, pensatore, scrittore, riprende il pensiero del Vico, ne schiarisce e volgarizza alcuni concetti fondamentali, illumina con essi la mente dei contemporanei, ne fa strumento di un nuovo ideale morale e politico del popolo italiano; e accende una grande fiaccola a capo della via, su cui s'incamminerà nel secolo nuovo il popolo vaticinato dall'Alfieri. Dopo di lui il problema soprattutto morale dell'astigiano si fa politico: e diventa il segreto del nostro Risorgimento. Rifare la tempra, la coscienza, il carattere degli italiani; i quali non potranno mai ottenere quello che non avranno meritato e conquistato da sé. Gl'italiani, che con Napoleone avevano imparato a combattere, cominciano a sentire come si possa dare anche la vita per vivere; almeno per vivere quella vita che è necessaria all'uomo che la pigli sul serio. Risorge il sentimento religioso. I nostri patrioti, in un modo o nell'altro, concepiscono religiosamente la vita.

Mazzini.


Signori, il tipo del patriottismo italiano, che ci ha dato una patria; quegli a cui noi ci rivolgeremo sempre con animo reverente e grato, perché egli fu il profeta più alto e più vero del Risorgimento, l'Ezechiele della nuova Italia, che per lui finalmente è risorta tra le nazioni, ed è in piedi ormai, e sa e afferma che c'è anche lei nel mondo, con i suoi doveri ma anche coi suoi diritti, e non cadrà, non giacerà più, poiché la vecchia Italia di cui abbiamo parlato, se non è ancora tutta morta, deve morire: fu Giuseppe Mazzini. Egli insegnò agl'italiani come si ama, e come si acquista una patria; insegnò che cos'è la vita in cui la patria si può amare e acquistare, e quali sono perciò i doveri degli uomini. Orbene, egli (come un suo zibaldone giovanile ci ha testé rivelato) lesse, trascrisse e meditò gli articoli più italianamente ammonitori di Vincenzo Cuoco, senza neanche saperne fautore. E forma con lui una catena. La quale unisce tutti gli artefici del nazionale Risorgimento, poiché tutti risentirono direttamente o indirettamente l'influsso del suo spirito o lavorarono sopra una base che egli con l'ardore della sua fede e col fervore della sua instancabile operosità creò, dando un principio, un orientamento e un concreto programma ai cospiratori pullulanti per tutta Italia prima di lui. E giunge fino a noi, e stringe e conclude in un'idea e in una fede tutta la storia di questa Italia nuova che si compie a Vittorio Veneto, sfolgorando e annientando il suo antico avversario. Ora, il vangelo mazziniano sopravvive alla meraviglia del Risorgimento, poiché è la fede dell'Italia che ne è sorta; di quella giovane Italia che il Mazzini evocò. E il vangelo fascista, è la fede della gioventù del 1919, del '22, d'oggi: della gioventù ideale di quest'Italia, che è fatta e deve essere ancora fatta; e rimane perciò giovane anche nel cuore dei canuti, che sentano la verità della fede che fu preconizzata da Giuseppe Mazzini. Sono pochi gli articoli di questa fede; e perché pochi, e sparsi, non avvolti nelle maglie d'un laborioso e solido sistema filosofico, da prender tutto o tutto lasciare, poterono essere afferrati facilmente e compresi da moltitudini di spiriti ben disposti. E s'appresero a migliaia di cuori giovanili e vi misero radici, e germogliarono e fruttificarono, sicché molti giovani poterono poi staccarsi da Mazzini per quelle cose accessorie, che tante volte gli uomini s'intestardiscono a considerare essenziali; e poterono dimenticare d'essere stati una volta mazziniani; ma ne riportarono il cuore rifatto e il petto fortificato.

Il concetto Mazziniano della Libertà.


Il primo articolo era ed è: combattere il materialismo. Il Mazzini, senza essere un filosofo di professione, come un Rosmini o un Gioberti, combatté tutta la vita tenacemente, fieramente, efficacissimamente il materialismo. Era infatti la prima radice di tutte le debolezze e magagne di cui si dovevano liberare gli italiani per sentire veramente la patria e fare quindi un'Italia. La patria è legge e religione, che richiede l'assoggettamento del particolare a un interesse generale e perenne, a una idealità superiore a tutto ciò che c'è stato e c'è, negl'individui passati e presenti, e che per ogni singolo individuo è tutto quel che esista o abbia valore. Ma per il materialista non c'è altro che l'individuo particolare, coi suoi istinti, col suo attaccamento alla sua vita particolare, come a bene supremo e assoluto, col suo bisogno di godere; di godere lui stesso, e gli altri in quanto il loro godimento rientri nel suo e lo aumenti: il particolare, di cui parlava il vecchio Guicciardini, l'uomo "savio" del Rinascimento, l'italiano vecchio stampo. E il Mazzini sentì che questo materialismo è indegno dell'uomo che pensa; sentì che nessun uomo veramente può vivere vita degna di chiamarsi umana ispirandosi al materialismo, che fu per lui sinonimo d'individualismo. In verità, o Signori, anche torcendo gli occhi per vile desiderio del proprio comodo dagli alti ideali della patria, del dovere, dei vincoli morali di fratellanza che avvincono a una stessa vita tutti gli uomini, chi è che possa anche chiudersi pigramente nell’angusto ambito dei suoi pensieri e della sua egoistica vita di passione gretta e misantropa senza pensare, per lo meno, e confidare a se medesimo i propri pensieri? E si può pensare, senza tenere per ferma la verità di quel che si sta pensando? E ci può essere per alcuno verità così soggettiva che non valga se non per lui che se ne contenta, senza che gli dia diritto di affermarla e proclamarla quando che sia, come quella verità in cui chiunque debba consentire, almeno se la guardi dal suo stesso punto di vista? E si può dire parola, anche nel silenzio dell'animo nostro, la quale, se pronunziata, non abbia o sia per avere mai significato per altri? O non sentiamo tutti piuttosto il contrario? Il pensiero prorompe irresistibilmente e s'afferma e s'espande e propaga; perché noi lo pensiamo, ma come pensiero di tutti, che unisce infatti nella verità uomini di luoghi e tempi lontani. E la parola non ci suona dentro senza tendere da sé a pronunziarsi e suscitare intorno sempre più vasta onda di moto spirituale, di cui essa sia l'espressione o forma vivente. E quella stessa parola che ci resta chiusa nel segreto del cuore è un anello di una catena: è parte di un discorso da tempo iniziato e che sarà proseguito, e fu espresso da altri e sarà, se non altro lasciando una traccia (al pari di tutte le parole che facciamo sonare all'orecchio altrui) nell'animo nostro, dove non si cancellerà più ancorché si dimentichi, e riecheggerà in altre parole e azioni, con cui ci rivolgeremo agli altri uomini. Così sempre la parola ci lega insieme, come cosa nostra e non nostra: nostra e degli altri. Degli altri che ci sono e ci saranno; e degli altri che ci sono stati; poiché la parola ha una storia, è nazionale, ossia di tanti che non parlano se non per la nostra lingua. Dunque? L'individuo particolare è un prodotto dell'immaginazione, mediante la quale ognuno di noi si rappresenta se stesso come uno dei tanti, nella folla, circoscritto dentro gli estremi limiti della nascita e della morte e nel breve confine della sua persona fisica. Laddove quel che è ognuno di noi, egli lo sente bene dentro se stesso in quanto ha un diritto da affermare, un sentimento da esprimere, un ricordo da rammentare, una parola da dire, un'immagine luminosa da gettare nel canto, nel suono, nel colore e insomma in una forma eterna: e in generale una fede, una qualunque fede, alta o umile, a cui afferrarsi per palpitare nel ritmo incessante della vita spirituale, da cui è impossibile, per giuochi d'immaginazione, estraniarsi mai totalmente. Anche al tempo del Mazzini c'erano i liberali che mettono l'individuo a capo di tutti; i liberali che noi abbiamo ancora tra i piedi, e ricalcitrano e si oppongono al movimento irresistibile della storia. E il liberalismo levava al tempo del Mazzini una fiammante bandiera, quella bandiera della libertà che anche Mazzini adorava, e per cui anch'egli combatteva. E la libertà era allora, politicamente, bisogno della nazione verso gli stranieri e bisogno dei cittadini verso lo Stato; era la questione principale. Ma già Mazzini diceva che la vera libertà non è quella del liberalismo individualistico, che non conosce nazione al disopra degli individui, e non intende perciò la missione che spetta ai popoli, né il sacrificio a cui sono tenuti i singoli. E contro questo liberalismo egli lanciava l'accusa dell'esecrato, cieco ed assurdo materialismo.

il concetto di Nazione.


Libertà, sì, diciamo oggi anche noi, ma nello Stato. E lo Stato è nazione; quella nazione che pare qualche cosa che ci limiti e ci assoggetti a sé, e ci faccia sentire e pensare e parlare e prima di tutto essere a un certo modo: italiani in Italia, figli dei nostri genitori e della nostra storia, che ci sta alle spalle e ci mette un cuore in petto, e in bocca una favella, a quel modo stesso che la natura, in generale, con le sue leggi, ci fa nascere con una certa forma e figura e destina a una certa vita ben definita e fondamentalmente irriformabile. Pare, ma è altro. Un altro degli articoli della fede mazziniana, altra gloria immortale del Mazzini, è questo concetto: che una nazione non è un'esistenza naturale, ma una realtà morale. Nessuno la trova perciò dalla nascita, ognuno deve lavorare a crearla. Un popolo è nazione non in quanto ha una storia, che sia il suo passato materialmente accertato, ma in quanto sente la sua storia, e se l'appropria con viva coscienza come la sua medesima personalità; quella personalità, alla cui edificazione gli tocca di lavorare giorno per giorno, sempre; che perciò non può dir mai di possedere già, o che esista come in natura esiste il sole o il monte o il mare; ma è piuttosto prodotto di volontà attiva che s'indirizza costantemente al proprio ideale; e perciò si dice libera. Un popolo è nazione se conquista la sua libertà, apprezzandone il valore e affrontando tutti i dolori che può richiedere tale conquista e raduna la sue membra sparse in un corpo solo, e si redime, e fonda uno Stato autonomo, e non presume ma crea il proprio essere con l'assistenza di Dio che si rivela ed opera nella sua stessa coscienza. Questo l'alto concetto mazziniano della nazione, che poté infatti riscuotere il sentimento nazionale degl'italiani, e porre il nostro problema nazionale come problema di educazione e di rivoluzione: di quella rivoluzione, senza la quale neanche Cavour sarebbe stato in grado di fare l'Italia. Questa la nazione, per cui gl'italiani non potranno non sentirsi sempre affiliati della Giovine Italia mazziniana e oggi si dicono fascisti. La nazione sì, veramente, non è geografia e non è storia: è programma, è missione. E perciò è sacrificio. E non è, né sarà mai un fatto compiuto. Non sarà mai quel grande museo che era l'Italia una volta per gl'italiani, che lo custodivano e lo sfruttavano, e per gli stranieri che venivano a visitarlo, gettando un po' di monete in mano ai custodi. Sì, musei, gallerie, monumenti d'antica grandezza e splendore: ma a patto di sentircene degni, a patto di volerne essere degni, e non cacciar farfalle sotto l'arco di Tito né sedere smemorati a feste e commemorazioni accademiche in Campidoglio; a patto di stare fieramente a difesa delle memorie con opere che riprendano le tradizioni più vetuste e il passato nobilitino nel presente e nell'avvenire. E le memorie siano patrimonio da difendere non con l'erudizione, ma col nuovo lavoro, e con tutte le arti della pace e della guerra, che quel patrimonio conservino rinnovandolo e accrescendolo. Ed ai monumenti aggiungiamone anche dei nuovi, se vi piace. Innalziamoli sulle nostre piazze a ringagliardire la tempra, ad onorare i vivi più dei morti nella consacrazione delle memorie recenti, più gloriose veramente di quante ne abbia la storia italiana, e per elevare nell’ammonimento di ricordi generosi la nostra coscienza di liberi cittadini di una grande nazione. Poiché, ove s'intenda così la nazione, anche la libertà più che un diritto è un dovere: un'alta conquista, che non si ottiene se non attraverso l'abnegazione del cittadino pronto a dare tutto alla sua patria senza nulla chiedere.

Ritorno del Fascismo allo spirito del Risorgimento.


Anche questo concetto della nazione, sul quale oggi noi insistiamo, non è un'invenzione fascista. E l'anima di quella nuova Italia, che a poco a poco deve aver ragione della vecchia. Il fascismo, col suo vigoroso sentimento dello slancio nazionale che trasse gl'italiani al fuoco della grande guerra e fece loro sostenere vittoriosamente la tragica prova, con la sua energica reazione ai materialisti di ieri che tentavano annientare il valore di quella prova e prostrare l'anima dei cittadini nello scoraggiamento disperato della stanchezza e dell'ansia di un benessere tanto più impazientemente bramato quanto più difficile ad ottenersi; il fascismo agita innanzi agli occhi del popolo la grandezza e la bellezza del sacrificio compiuto come il suo più grande patrimonio per l'avvenire. E così ha scosso un'altra volta con mano possente la coscienza degl'italiani affinché si ricordassero d'esser figli d'Italia e si ricordassero delle condizioni, che resero possibile questa Italia, fin dal suo primo Risorgimento; delle condizioni che diedero ai nostri padri il modo di vergognarsi dell'antico servaggio, uscire dall'inerzia, liberarsi dal vecchio abito della retorica e della letteratura, cominciare a parlare seriamente di libertà. Il fascismo è ritornato allo spirito del Risorgimento con quel maggior vigore che poteva derivare dalla coscienza nuova della grande prova compiuta con tanto onore dal popolo italiano e dalla certezza della sua capacità di battersi e di vincere e contare insomma nella storia del mondo. Vi è ritornato con un impeto insofferente di ogni fiacchezza e di ogni viltà, in un ardore irrefrenabile di ridestare la nazione dal recente e certo momentaneo oscuramento e assopimento della sua coscienza, perché il frutto dell'immenso sacrificio non andasse disperso, perché il posto finalmente meritato e già quasi raggiunto di grande potenza, ossia di nazione che ha una sua volontà, non si perdesse affatto di vista, anzi diventasse oggetto di questa volontà, per essere conquistato e mantenuto saldamente.

La violenza fascista.

In questo ardore impetuoso il fascismo, quando lo ha creduto necessario, è ricorso alla violenza. Della qual cosa gli uomini della vecchia Italia a un certo punto hanno mostrato di scandalizzarsi. A un certo punto; perché in un primo tempo quella violenza servì a qualche cosa anche per essi: quando lo Stato pareva andare in sfacelo, e non era più in grado di garantire l'ordine pubblico. Il che, com'è naturale, presentava qualche inconveniente anche per chi fosse disposto a lasciar disperdere e calpestare gli stessi valori morali della guerra, ed a continuare a sorridere della religione mazziniana della nazione, purché l'individuo avesse dai poteri pubblici la sicurezza della vita, dal lavoro al pensiero, per tutta la serie delle libertà naturali; in altri termini, purché ogni galantuomo che pensasse a sé e alla sua famiglia fosse lasciato vivere, una buona volta, dopo tutte le privazioni e le corvées della guerra! E per quel primo tempo anche i manganelli degli squadristi parvero una grazia di Dio. Ma, una volta riordinato lo Stato, riacquistata la sicurezza della vita normale, dimenticate - è tanto facile dimenticare le noie passate! - le cause che resero necessaria quella violenza, non bastò che il Capo del Governo fascista dichiarasse che ormai il manganello andava riposto in soffitta, e che c'era ormai lo Stato, uscito dal fascismo, a promuoverne e difenderne gl'ideali; non bastò che lo squadrismo diventasse una milizia regolare, quantunque volontaria, dello Stato; non bastò protestare ogni giorno che tutto il fascismo non voleva più essere una forza fuori dello Stato: il manganello, nella sua brutalità materiale, divenne il simbolo della violenta anima fascista fuori da ogni legge. E con malvagia perfidia si sfruttò ogni delitto, ogni sopruso, ogni prepotenza che si perpetrasse da delinquenti di parte fascista (poiché un partito che tende a investire e permeare, e così a educare le masse, e conta più centinaia di adepti, non è meraviglia che comprenda nel suo seno anche dei delinquenti, dei profittatori, dei prepotenti, sul cui conto esso possa ingannarsi, e che riesca a conoscere ahimè troppo tardi e con suo proprio danno) per colpire moralmente questo fascismo che ormai diventava un'ira di Dio. Ed ecco una predicazione di francescana dolcezza e carità del prossimo, che non s'era mai sentita in Italia. Ecco un quaccherismo di cui gli italiani non avevano avuto esempio. Ecco la solita questione morale, con cui in Italia s'è cercato sempre di scrollare i governi forti, che avessero una certa consapevolezza di quel che sia lo Stato, che se non è forte, non è Stato. Non voglio insistere su questo punto. La vecchia Italia questa volta deve aver pazienza e nella questione morale aspettare il giudizio della storia. Il fascismo non si confonde cogli uomini che, qua o là, oggi o domani, possono rappresentarlo: è un'idea, un movimento spirituale, che trae la forza da se medesimo, dalla propria verità, dalla propria rispondenza a bisogni profondi, storici e nazionali. E quello che oggi ognuno può notare è questo fatto curioso: che gli avversari sapendo che il fascismo è un'idea, non se la pigliano con questo o quel fascista, ma con tutti i fascisti, senza distinzione. O almeno con quelli che si fanno avanti e lottano per il fascismo. Contro di essi questi predicatori di francescana carità - che ora si dicono liberali! - scaraventano dalla mattina alla sera bòtte da orbi: ridicolo, invettive, accuse fantastiche, diffamazioni, calunnie che sanno di esser tali. Una violenza di linguaggio e un cinismo calcolato dei mezzi di combattimento da degradarne un brigante. E nessuno di costoro se ne fa scrupolo: neanche i letterati e filosofi che pullulano, per ovvie ragioni, nell'antifascismo, come pullularono sempre nella vecchia Italia contro cui il fascismo è insorto. Dire a un galantuomo: tu sei una bestia, o un profittatore o un violento, un appaltatore di delitti o un istigatore di malefatte, questo per i nostri liberali innocentissimi non è violenza. Purché, stampata, la violenza non è violenza. Tanta è la magia del sincerissimo culto per la libertà di stampa. Ora, o Signori, diciamolo chiaro ancora una volta per tutti gli uomini di buona volontà. C'è violenza e violenza; e nessun fascista mai, degno di marciare sotto un gagliardetto, le ha mai scambiate. E chi le avesse scambiate, non è degno di stare con noi; e sarà espulso, quando sarà scoperto. C'è la violenza del privato, che è arbitrio, anarchia, disgregazione sociale; e se il fascismo non è una parola vuota di senso - ciò che neanche gli avversari pretenderanno - nessun nemico codesta violenza ha trovato mai più risoluto, più schietto, più formidabile del fascismo. Ma c'è un'altra violenza, che è voluta da Dio e da tutti gli uomini che credono in Dio e nell'ordine e nella legge che Dio certamente vuole nel mondo: la violenza per cui tra la legge e il delinquente non c'è parità; e non è possibile ammettere che questi liberamente si persuada ad accettare o meglio a chiedere quella pena, che pure, come giustamente osservò un grande filosofo, è un suo diritto. La volontà della legge annulla la volontà del delinquente: cioè è una santa violenza. E gli uomini, a cominciare da Gesù, ad atti di violenza ricorsero, sempre che ritennero fermamente che essi rappresentassero la legge, o un interesse superiore ed universale. Nella Chiesa Cattolica non solo i domenicani, ma anche i seguaci di San Francesco. Nello Stato sempre tutte le forze armate. Quando lo Stato fu in crisi, sempre gli uomini della rivoluzione che è l'instaurazione di un nuovo Stato. Il fascismo è una rivoluzione? La sua idea è certamente rivoluzionaria. A negargli il carattere rivoluzionario sono coloro che parlano con un enorme sproposito dei modi pacifici, e vogliono forse dire incruenti, della marcia su Roma, ma sono tutti i giorni impegnati a deplorare e a denunziare urbi et orbi la violenza sanguinaria e irriducibile del fascismo.

La ricorrente barbarie di Vico.

Noi abbiamo ricordato tra gl'iniziatori memorandi della nuova Italia il grande filosofo napoletano Giambattista Vico. Ebbene, sorrideranno forse i nostri profondi contraddittori a sentire che il buon filosofo cattolico della Scienza nuova è tra i maestri spirituali del fascismo. Ma io li rimando allo studio della "morale eroica" del Vico propria nell'età in cui, sotto il terrore degli dèi, i primi uomini abbandonano per pudore la venere vaga e con la forza e le violente passioni conformi ai disegni della Provvidenza fondano le famiglie e quindi la società e lo Stato; li rimando alla sua dottrina della ricorrente barbarie onde in eterno (e perciò non soltanto in epoche determinate, ma sempre che occorra e per quanto occorra) si torna alla forza violenta per riordinare e far risorgere gli Stati degenerati e corrotti dalla libertà propria delle nazioni più civili dove la ragione tutta spiegata abbia via via prodotto un regime di assoluta eguaglianza civile. Quante volte il fascismo non è stato accusato con inintelligente malevolenza di barbarie? Ebbene sì: intendete il significato giusto di questa barbarie, e noi ce ne vanteremo, come di sane energie frantumatrici di idoli fallaci e funesti, e restauratrici della salute della nazione nella potenza dello Stato consapevole dei suoi sovrani diritti, che sono i suoi doveri. La nostra barbarie sdegnerà la falsa cultura intellettualistica traviatrice e falsificatrice, prona e indulgente alle velleità individualistiche e agli egoismi anarcoidi, come sdegnerà la falsa pietà e la ipocrita fratellanza e perfino le regole del galateo che divezzino dalla rude e sana franchezza e avvezzino al reciproco inganno e a tutte le intollerabili tolleranze; ma accenderemo nell'anima italiana una sete inestinguibile del sapere che è fatica e riforma interiore dell'uomo e conquista di mezzi morali e materiali per una vita sempre più alta, sempre più feconda, al particolare e alla nazione, anzi all'umanità e al mondo, che è nostro, o Signori, poiché in esso viviamo e di esso; ed educheremo i nostri figli, i giovani che ci stanno intorno vibranti d'entusiasmo, a sentire che la vita non è piacere, ma dovere, e che si ama il prossimo non procurandogli e agevolandogli il quieto vivere anzi aiutandolo e allenandolo al lavoro, al sacrificio. Così i genitori amano davvero i figliuoli: non carezze e moine, ma premura operosa vigile austera e preveggente, affinché ognuno sia pronto e pari alle necessità della vita, alle leggi del mondo, al dovere.

Dottrina fascista dello Stato.


Dalla nostra mazziniana coscienza della santità della nazione, come realtà che si attua nello Stato, noi traiamo i motivi di quell'esaltazione che siamo soliti fare dello Stato. Esaltazione, che pare una nuova retorica agli scettici vecchio stile, che ci guardano, ammiccano, sorridono, tra lo scemo e il furbesco: e ripetono mormorando: statolatria! È la solita fissazione del liberalismo, che il Mazzini diceva individualistico e materialistico! Mi torna in questo momento al pensiero quel che diceva nel 1882 un valentuomo, che fu anche lui un liberale, ma un liberale di buona lega, uno di quelli che credevano davvero nella libertà, e l'amavano seriamente. Noi siamo a questo, diceva egli lamentando i disordini del parlamentarismo e le prepotenze dei radicali contro lo Stato da essi ridotto strumento dei loro capricci e delle volubili pretese delle folle o delle cricche; noi siamo a questo, che dello Stato in Italia s'è smarrito perfino il ricordo della sua etimologia. - Lo Stato, rispetto almeno all'arbitrio individuale, deve stare: deve reggere, come qualcosa di fermo, saldo, incrollabile. Legge e forza: legge che si faccia valere e non ceda ogni volta che al singolo non piaccia o non torni a favore di questa o quella categoria. E perché sia questa forza, deve essere potenza, interna ed esterna: capace di realizzare la propria volontà. Volontà razionale, o ragionevole, come tutte quelle che possono non rimanere allo stadio di semplice velleità, ma tradursi in atto e trionfare; ma volontà che non ne può ammettere altre che la limitino. Quindi, volontà sovrana, assoluta. La volontà legittima dei cittadini è quella che coincide con la volontà dello Stato che si organizza e si manifesta per mezzo dei suoi organi centrali. Rispetto alle relazioni esterne ed internazionali, la guerra, in ultima istanza, sperimenta e garantisce la sovranità dello Stato singolo nel sistema della storia, a cui tutti gli Stati concorrono. E lo Stato dimostra nella guerra la propria potenza, che è come dire la propria autonomia.

Stato etico.


Questo Stato che vuole, anzi è la sola volontà concreta, - poiché tutte le altre si possono dire volontà solo astrattamente, in quanto si prescinde dai rapporti indissolubili onde ogni individuo è legato alla società e ne respira quasi l'atmosfera come lingua, costume, pensiero, e interessi, aspirazioni - questo Stato, dico, non sarebbe volontà, se non fosse una persona. Giacché per volere bisogna avere coscienza di quel che si vuole, dei fini e dei mezzi; e per aver una tale coscienza, bisogna prima di tutto aver coscienza di sé, distinguersi dagli altri, affermarsi nella propria autonomia, come centro di attività consapevole; insomma, essere persona. Ma chi dice persona, dice attività morale; dice una attività che vuole quel che deve volere, secondo un ideale. E lo Stato che è coscienza nazionale e volontà di questa coscienza, attinge da questa coscienza l'ideale a cui esso mira e indirizza tutta la sua attività. Perciò lo Stato non può non essere una sostanza etica. Consentitemi questa terminologia filosofica. Il significato è trasparente, se ognuno di voi si appella alla propria coscienza e vi sente la santità della Patria che comanda, con ordine che non si può discutere, di essere servita senza esitazioni, senza eccezioni, fino alla morte. Lo Stato ha per noi un valore morale assoluto, come la persona in funzione della quale tutte le altre hanno un valore, che coincidendo con quello dello Stato è pur esso assoluto. Ponete mente: la vita umana è sacra. Perché? L'uomo è spirito, e come tale ha un valore assoluto. Le cose sono strumenti, gli uomini fini. Eppure la vita del cittadino, quando le leggi della Patria lo richiedano, deve essere sacrificata. Senza queste verità evidenti e perciò piantate nel cuore di tutti gli uomini civili, non c'è vita sociale, non vita umana. Stato etico? I liberali adombrano. Non si rendono chiaro conto di questo concetto; e perciò levano le più alte proteste, e si appellano a tradizioni, i cui principi sono la negazione d'ogni realtà morale, quantunque derivino da una preoccupazione di ordine morale; e precipitano in quel materialismo, che fu proprio del secolo in cui la dottrina liberale classica venne formulata. I liberali oppongono che la moralità è attributo dell'individualità concreta, che è la sola vera volontà, la sola personalità nel senso proprio della parola; e lo Stato non è se non il limite esterno delle libere personalità individuali, le cui attività deve conciliare impedendo che l'una si realizzi a danno delle altre. Questo concetto negativo e vuoto dello Stato, il fascismo respinge risolutamente; non già perché presuma di porre uno Stato al disopra dell'individuo; ma perché, secondo l'insegnamento già ricordato di Mazzini, non è possibile concepire l'individuo in un astratto atomismo che lo Stato poi dovrebbe comporre in una sintesi impossibile. Noi pensiamo che lo Stato sia la stessa personalità dell'individuo, spogliata dalle differenze accidentali, sottratta alla preoccupazione astratta degl'interessi particolari, non veduti e non valutati nel sistema generale in cui è la loro realtà e la possibilità della loro effettiva garanzia; personalità ricondotta e concentrata nella loro coscienza più profonda: dove l'individuo sente come suo l'interesse generale, e vuole perciò come volontà generale. Questa profonda coscienza che ognuno di noi realizza e deve realizzare dentro di sé come coscienza nazionale nel suo dinamismo, con la sua forma giuridica, nella sua attività politica, questa base stessa della nostra individualità, questo è lo Stato. E concepirlo al di fuori della vita morale, è privare l'individuo stesso della sostanza della sua moralità. Lo Stato etico del fascista non è più, s'intende, lo Stato agnostico del vecchio liberalismo. La sua eticità è spiritualità: personalità che è consapevolezza; sistema che è volontà. E sistema vuol dire pensiero, programma. Vuol dire storia d'un popolo raccolta nel fuoco vivo di una coscienza attuale e attiva. Vuol dire concetto di quel che si è, si può e si deve essere: vuol dire missione e proposito, in generale e in particolare, remoto e prossimo, mediato e immediato, tutto determinato. Lo Stato è la grande volontà della nazione; e perciò la grande intelligenza. Nulla ignora; e non si ritiene estraneo a nulla di ciò che tocca l'interesse del cittadino, che è il suo interesse: né economicamente, né moralmente. Nihil humani a se alienum putat. Lo Stato non è né una grande facciata, né un vuoto edificio: è l'uomo stesso; la casa costruita e abitata e avvivata dalla gioia e dal dolore del lavoro e di tutta la vita dello spirito umano.

Contro l'accusa di statolatria.

E’ statolatria? E’ la religione dello spirito, che non sia precipitato nell'abietta cecità del materialismo. E’ la fiaccola agitata dal giovanile pugno fascista per accendere un vasto incendio spirituale in questa Italia che si è riscossa, ripeto, e combatte per la propria redenzione. Ma non si potrà redimere se non restaura nel suo interno le forze morali, non si abitua a concepire religiosamente tutta la vita, non si addestra nella semplicità virile del cittadino pronto sempre; senza esitanza, a servire l'ideale, a lavorare, a vivere ed a morire per la Patria, posta in cima ai suoi pensieri, veneranda, santa; e non ama la milizia e la scuola che fanno potenti i popoli, e il lavoro come fonte d'ogni prosperità nazionale e privata, palestra di volontà e di carattere.

Fascismo e classi lavoratrici.


E il fascismo, ribelle nella maniera più intransigente ai miti e alle menzogne del socialismo internazionalista dei senza patria e senza doveri, esasperatore del sentimento del diritto e quindi dell'individualità in nome di un astratto e vuoto ideale di fratellanza umana, il fascismo, che questo Stato forte etico concepisce non come plumbea cappa soffocatrice d'ogni germe che fermenti nella vita spontanea della nazione, anzi come la forma suprema e l’unità cosciente e possente di tutte le forze nazionali nel loro maggiore sviluppo successivo, non torna a cacciare dalla scena politica il proletariato che vi fu introdotto ed esaltato dal socialismo. Lo Stato etico deve scaturire dalla stessa realtà e perciò aderirvi; e da questa aderenza derivare la sua forza e la sua potenza. Perciò oggi il fascismo si travaglia a riorganizzare sopra un fondamento nazionale e in perfetto accordo col suo concetto morale dello Stato le masse lavoratrici; e vagheggia una forma di ordinamento che, sottraendo lo Stato alla menzogna convenzionale del vecchio Parlamento dei politicanti di professione, vi componga in assetto tanto più durevole e solido quanto più dinamico tutte le forze sociali, economiche ed intellettuali, onde si generano le sane e schiette correnti politiche del paese. Non entrerò in particolari, che potranno essere corollari della dottrina fascista, ma non sono il fascismo. Non sono i corollari che danno significato storico al nostro movimento. La sua importanza è nell'idea, nello spirito animatore; quello contro il quale, ne siamo certi, portae inferi non praevalebunt.

Il Fascismo è religione.


Signori, il fascismo è un partito, una dottrina politica. Ma il fascismo, - e questa è la sua forza, lo sappiano quelli che ancora non se ne sono capacitati; questo è il suo gran merito, e il segreto del prestigio che esercita su tutti gli animi che non sono vittima del chiacchierio maligno e interminabile di certi giornali - in tanto è un partito, una dottrina politica, in quanto prima di tutto è una concezione totale della vita. Non si può essere fascisti in politica e non fascisti, come ricordavo testè alla Sezione del fascio, in scuola, non fascisti nella propria famiglia, non fascisti nella propria officina. Come il cattolico, se è cattolico, investe del suo sentimento religioso tutta la propria vita, e, parli ed operi, o taccia e pensi e mediti nella propria coscienza, o accolga e nutra dei sentimenti, se veramente è cattolico, e ha senso religioso, si ricorderà sempre del più alto monito della sua mente, per operare e pensare e pregare e meditare e sentire da cattolico; così il fascista, vada in Parlamento, o se ne stia nel Fascio, scriva sui giornali o li legga, provveda alla sua vita privata o conversi con gli altri, guardi all'avvenire o ricordi il suo passato e il passato del suo popolo, deve sempre ricordarsi di essere fascista! Così si adempie quella che veramente si può dire la caratteristica del fascismo, di prendere sul serio la vita. La vita è fatica, è sforzo, è sacrificio, è duro lavoro; una vita in cui sappiamo bene che non c'è da divertirsi, non si ha il tempo di divertirsi. Innanzi a noi sta sempre un ideale da realizzare; un ideale che non ci dà tregua. Non possiamo perder tempo. Anche dormendo, dobbiamo rispondere dei talenti che ci sono stati affidati. Dobbiamo farli fruttare, non per noi che non siamo niente, ma per il nostro paese, per la Patria, per questa Italia che ci riempie il cuore con le sue memorie e con le sue aspirazioni, con le sue gioie e con i suoi travagli, che ci rampogna per i secoli che i nostri padri perdettero, ma che ci riconforta con i recenti ricordi, quando lo sforzo italiano apparve un miracolo; quando l'Italia tutta si raccolse in un pensiero, in un sentimento, in un desiderio di sacrificio. E furono appunto i giovani, fu la giovine Italia del Profeta, che fu pronta, corse al sacrificio, e morì per la Patria. Morì per l'ideale per cui soltanto gli uómini possono vivere, per cui gli uomini possono sentire la serietà della vita. E pensando a questi ricordi recenti in cui si concentrano tutte le memorie della nostra stirpe, in cui e da cui prendono le mosse tutte le speranze del nostro avvenire, noi che abbiamo coscienza di italiani, coscienza fascista, noi sentiamo di non potere i nostri seicentomila morti non vederli sempre innanzi a noi, risorti ad ammonirci che la vita deve essere presa sul serio, che non c'è tempo da perdere, che l'Italia deve essere fatta grande come essi la videro nel loro ultimo sogno, come grande deve essere e sarà se anche noi per essa ci sacrificheremo, giorno per giorno, sempre.

Conferenza tenuta a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, l’8 marzo 1925 e pubblicato nel volume Che cosa è il fascismo, Vallecchi, Firenze, 1925
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 6:04 pm    Oggetto:  
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LA FILOSOFIA DEL FASCISMO


Il Fascismo, come ogni vasto movimento spirituale, ha una sua filosofia. Ma chi cercasse un volume dov'essa potesse trovarsi esposta tutta o in parte, non lo troverebbe, e chi la va rintracciando in proposizioni staccate e occasionali, che, desunte da scritti vari e diversi del Capo del movimento o di suoi autorevoli seguaci, possano parere suscettibili di comporsi a sistema, corre il rischio di farsi una filosofia a propria immagine e somiglianza, ma senza verità e senza vita. La filosofia di Mussolini, il suo pensiero, non è tanto in quello che ha detto ma in quello che ha fatto (e si sa che le idee d'un uomo sono dimostrate molto meglio dalle sue azioni che dalle sue parole). Ma è sopra tutto da considerare che azioni e parole hanno un significato in quanto espressioni di uno spirito che è quello che è perché ha un carattere, una nota fondamentale, un'ispirazione, e insomma un principio; dal quale bisogna partire per intendere le singole azioni e parole, e il perché d'ognuna di esse e sentire dove batte l'accento quando l'uomo parla e vedere qual è il suo fine quando opera. Mussolini è un genio politico. Tutta la sua filosofia è perciò nella dottrina politica (pensiero e azioni); dove per altro non c'è idea che non investa tutta la vita dello spirito e non abbia la logica energia di un concetto del mondo e dell'uomo nel mondo. Concetto che in nuce è tutta una vera e propria filosofia. E qui la sua originalità, la sua forza e potenza storica. Al concetto fascista dello Stato deve pertanto guardare chi voglia rendersi conto della filosofia del Fascismo, ossia del suo orientamento generale e del suo modo d'intendere la vita, e intendere insomma l’essenza della fede fascista.

2.

Lo Stato fascista è nato: 1°, dalla critica sindacalista-soreliana del parlamentarismo e della democrazia socialista; 2°, dalla esperienza della dissoluzione, a cui erano venute la compagine e l'autorità dello Stato per effetto delle irriducibili lotte delle forze parlamentari e dei partiti in cui queste si assommavano; 3°, dalla esperienza della guerra. La critica che il nuovo sindacalismo, frutto della mordente svalutazione che il marxismo aveva fatto di tutte le artificiose strutture politiche non generate dalla profonda realtà economica della società e non aderenti alle strutture fondamentali della organizzazione produttiva e degli effettivi interessi dei gruppi sociali, andava svolgendo, veniva svuotando lo Stato parlamentare del suo contenuto. Dimostrava infatti il distacco, anzi il contrasto insolubile tra Nazione e Stato, tra i cittadini, in cui pur si concreta storicamente, sotto ogni rispetto, la vita dello Stato, e i poteri che in regime parlamentare presumono di unire e unificare tutti i cittadini in una coscienza e in una volontà politica od universale. Critica nota, la quale investe principalmente il concetto di rappresentanza, mettendone a nudo il carattere convenzionale e illusorio. Codesta critica veniva come illustrata e comprovata dalla quotidiana esperienza del discredito sempre maggiore in cui cadevano le istituzioni parlamentari, ormai spogliate di quel prestigio, senza di cui non è possibile esercitare efficace azione morale sopra il popolo; del disagio sempre maggiore in cui il gioco dei partiti nel Parlamento metteva il Governo in cui si accentra e quindi si attua e si spiega l'autorità dello Stato; la debolezza da cui Governo e Parlamento si vedevano colpiti ogni giorno più, talvolta in una forma che sembrava paralisi. Donde la crescente baldanza delle forze disgregatrici ribelli alla potestà dello Stato, sprezzanti o almeno incuranti delle sue leggi, noncuranti degli interessi generali, disciplinate più che dall'azione del potere sovrano, dalla coscienza e dagl'Interessi delle categorie particolari (lavoratori, impiegati, maestri, professori, ecc.), organizzate in leghe di resistenza contro lo Stato, accampate perciò in atteggiamento di diffidenza e sospetto, anzi, talvolta, di ostilità aperta contro questo Stato, da cui tutti gli interessi legittimi avrebbero dovuto tuttavia attingere garanzia e tutela. Esaltato e coltivato con ardore lo spirito di organizzazione, ma non per dare un più solido contenuto allo Stato, anzi per opporgli una massa più compatta di interessi. A questa esperienza eloquente e suggestiva nel 1915 se ne aggiunse una anche più significativa ed evidente: la guerra. Preceduta, in Italia, da un periodo di fiere discordie dell'opinione pubblica, in cui si specchiava un'anima nazionale dilaniata da opposte concezioni della vita, della storia e dell'avvenire della Nazione; un'anima che alla prova si dimostrava non ancora educata politicamente alla coscienza sicura dei propri destini, in cui ogni nazione è portata a proiettare e formare innanzi a sé, come proprio ideale e legge, la sua propria personalità. Guerra dunque preceduta da torbidi dibattiti e contrasti tra interventisti e neutralisti, e dichiarata poi contro l'effettiva volontà della Camera, ancorché pavidamente dissimulata sotto la forte pressione della corrente interventista prevalsa nel paese. Fallimento clamoroso della convenzionale menzogna della rappresentanza della volontà popolare, e condanna quindi di quella Camera alla vita ingloriosa (che si doveva protrarre per tutta la durata della guerra) della falsa situazione a cui la storia e la sua volontà l'avevano inchiodata. Tagliata fuori la Camera dalla Nazione nel. momento in cui questa ritrovava se stessa, una sola coscienza, un volere, un animo solo, pronta ad affrontare una grande prova: uno di quegli sforzi eroici in cui gl'individui sentono lo Stato come la loro più profonda essenza; come un ideale per cui conviene vivere e conviene anche morire; un ideale che è misura di tutti i valori della vita, e fuori del quale l'uomo può anche godere, ma smarrisce la coscienza del proprio valore e del suo più proprio essere: quell'essere per cui egli parla una lingua, e ha memorie sacre in comune con gli altri, e ha del pari speranze che rappresentano per lui le ragioni del vivere: un sole che brilla alto nel cielo e lo riscalda e lo mantiene ma con tutti gli altri, che con lui nacquero nella stessa parte del mondo, e con lui sono perciò associati e avvinti a una stessa storia. Mai da secoli l'Italia s'era sentita così Italia; mai, dopo il suo Risorgimento, negli undici lustri della sua nuova vita, era stata scossa come ora da un fremito di questa sostanziale unità di spirito che fa di una Nazione uno Stato, consapevole del ceppo unico da cui essa trae tutta la sua linfa vitale. Con la guerra dunque risorgeva negli animi lo Stato, la Patria veneranda, non più parola retorica o astratta nozione teorica, ma legge e vita dell'anima; e il Parlamento dei rappresentanti del popolo italiano era superato, lasciato da parte, morto o mal vivo. E tutta la guerra fu opera dell'Italia giovane, che non si lasciava più irretire dalle vecchie ideologie libertarie e voltava sdegnosa le spalle alla Camera degli avvocati e degli avventurieri della medaglietta, dei cultori dell'alchimia dei gruppi e gruppetti, dei furbi maestri di abili combinazioni, trabocchetti formidabili e mine sotterranee con cui si amareggiava la vita dei Gabinetti. Fu la guerra della giovane Italia che dagli anni estremi del secolo prima era venuta imparando talune verità molto importanti: che cioè la vita non è quel miserabile gioco di destrezza, di furberia e di tornaconto individuale a cui avevano finito col ridurla gli uomini politici del liberalismo democratico radicale e socialistoide: è cosa seria, come una religione, come l'aveva predicato ai suoi bei dì Mazzini, il profeta maggiore del Risorgimento: vita che non ci appartiene come diritto da esercitare e sfruttare, anzi come dovere da adempiere, missione da realizzare, e da realizzare, poiché è una missione, anche attraverso il sacrificio di sé, poiché l'individuo non ha un valore per sé, stretto da una solidarietà spirituale infrangibile alla sua azione e all'umanità; o, come un filosofo direbbe, è quello che è soltanto per l'universalità dello spirito che attua. La guerra, sentita, vissuta dai giovani, la guerra che come scuola e formazione dello spirito sarebbe stata vinta anche se fosse stata perduta, ma che riuscì anche più edificante perché vittoriosa, fu agl'italiani la rivelazione della loro nuova Italia e dello Stato in cui essa prende corpo ed esiste.

3.

Fu la rivelazione dell'essenza idealistica dello Stato, come della Nazione, della società, della patria, trovata in fondo al proprio animo, dov'è la scaturigine segreta di quel che l'individuo può nella propria coscienza vedere come il reale contenuto della propria personalità. Dico "essenza idealistica", quantunque non manchi tra i fascisti ben pensanti chi si adombra a sentir parlare di idealismo. Ma bisogna pure intendersi. Bisogna riconoscere che lo Stato, così come d'un tratto l'esperienza della guerra lo rivelò alla matura riflessione degli italiani pensosi della Patria, non è qualche cosa che sia posto in essere dagli individui materialisticamente esistenti ognuno per sé, come essi si rappresentano nello spazio. Dove ogni uomo è fuori di tutti gli altri e di tutte le cose che lo circondano e che sono tutte escluse dall'ambito di esso: dove insomma tutto è particolare e differenziato in guisa che dove è questo non è quello e l'essere è non-essere dell'altro. Questo individualismo atomistico era stato additato in Italia da Mazzini, e condannato come pretto materialismo. E a ragione; perché si può anche ripugnare alla concezione materialistica del mondo e professarsi col massimo della buona fede spiritualisti; e si parlerà di spazio ideale, da distinguersi da quello empirico (il solo che ci sia!) in cui sono collocati tutti gli esseri materiali; ma, a ben riflettere, sarà facile scorgere che questo postulato spazio ideale è una semplice metafora e che il limite comunque affermato tra essere ed essere annulla la libertà che è essenziale allo spirito e fa precipitare il presunto spirito in una ferrea materialità. E insomma bisogna persuadersi che la realtà da cui l'individuo umano attinge i caratteri costitutivi della sua umana natura, per cui pensa, sente e vuole, ed ha una sua personalità, non è quel particolare per cui alla superficie si differenzia da tutti gli altri, ma è un che di universale che non si vede con gli occhi, non è oggetto di esperienza, anzi è condizione di questa, al fondo del suo essere. Egli, per esempio, parla e può parlare in quanto pronunzia certe parole che sono sue particolari, dette da lui in un certo momento, in un certo luogo, con un certo accento personale, unico inconfondibile; eppure queste parole egli può pronunziarle,anche se nessuno le ascolti, in quanto fanno parte d'una lingua che non è sua particolare, ma della gente a cui egli appartiene, e a cui infatti egli può parlare facendosi intendere; e quantunque si rinnovi di continuo sulla bocca del poeta, e in generale dell'uomo, in una perpetua creazione originale, essa reca sempre in sé una virtù espansiva per cui potrà essere e sarà accolta, prima o poi, da ogni anima ben disposta. Senza questo valore universale, l'individuo non parlerebbe, non potrebbe esprimersi: resterebbe, come un sasso, chiuso in se medesimo, assolutamente muto, in quella condizione alla quale egli si sottrae già, anche prima di aprir bocca, quando nel suo interno bisbiglia in silenzio le parole, che potrà quindi ridire altrui ad alta voce, ma che, anche custodite nel petto, hanno già schiuso la crisalide dello spirito al gran volo della vita infinita. Linguaggio e ragione, senso del divino e del bello, buona volontà e legge, dove che spiri l'interiore umanità spirituale, è un valore universale, a cui s'aderge e s'adegua l'attività dell'uomo, per recare in atto la sua umanità. Alla quale peraltro non è dato all'uomo stesso ricalcitrare ed opporsi, mettendosi in modo assoluto fuori della legge; poiché egli esiste e vive dentro quest'atmosfera, e ogni suo respiro è ritmo di una realtà universale alla cui realizzazione egli, volente o nolente, con maggiore o minore consapevolezza, concorre. Questa immanenza e radicale medesimezza dei valori universali della vita umana alla coscienza e alla volontà di ogni individuo, questa è l'idea lampeggiata alla mente geniale di Benito Mussolini in mezzo allo spettacolo della più fiorente e promettente giovinezza morente per la Patria; di quella giovinezza che egli, sdegnando ormai la scempia compagnia degli antichi compagni di fede, socialisti di nome, ma individualisti di fatto, e pacifisti e neutralisti, aveva con impeto e ardore d'apostolo chiamata alla riscossa, alla guerra, per un'Italia che fosse presente, fiera della sua forza e del suo compito, in una competizione come quella che avrebbe deciso delle sorti dell'Europa e del mondo.

4.

Sui campi di battaglia, nelle ore lente della vegliata trincea, presso al tragico bivio della vita e della morte, l'antico socialista, al cui orecchio giungeva tuttavia il fastidioso cicaleccio turbolento e brutalmente inconsapevole della Camera lontana, vide sorgere innanzi a sé, gigante, l'immagine della Patria; la vide nel fulgore della sua luce gloriosa, e la comprese con l'intelletto che dà l'amore. Vide che la Patria è viva e reale nello Stato, unità consapevole della Nazione: vide che questa unità non è il risultato, quasi l'effetto di una volontaria concordanza e fusione di anime, intelligenze, volontà individuali, anzi è piuttosto il principio di tutta quella vita spirituale che circola per le anime, intelligenze e volontà dei singoli individui, facendone non i cittadini di una ideale società astratta, ma le membra inscindibili di quell'organismo vivente che è lo Stato nelle sue storiche determinazioni, in un territorio, con un passato che è una tradizione e però un contenuto dell'attuale coscienza del popolo, e quindi un atteggiamento, un ideale, un programma. Il liberalismo tramontava insieme con le utopie e le ubbie internazionalistiche. Queste erano cadute negli animi per lo scatenarsi stesso della guerra, in cui ogni nazione era stata naturalmente indotta dalle leggi ferree della vita a fondersi nel crogiuolo di un interesse unico e però di un volere unico stritolatore di ogni singolare velleità di individui o di classi sociali risultanti dalla composizione artificiale delle energie individuali, strappate al nesso vivo e vitale dell'economia nazionale. Le classi perciò erano precipitate nella Nazione ossia nell'unità dello Stato. Ma questo, a sua volta, s'era dimostrato in atto non lo Stato del vecchio concetto liberale, del vecchio diritto di natura, che nell'individuo, unica sostanza spirituale ed etica, faceva leva da secoli per limitare e sgretolare il dispotismo, che dopo il Comune medievale era stata la prima forma dello Stato moderno, ed era stata l'arma come dei singoli e delle classi (nobili e borghesia) che tentavano arginare il potere dei principi, così della Chiesa, che delle teorie giusnaturalistiche e contrattualistiche si serviva per mettere in mora l'autorità dello Stato sempre che questa, a sua volta, tenesse ad affermare la propria autonomia ed assolutezza affrancandosi da ogni ingerenza ecclesiastica. Fino alla rivoluzione francese e al costituzionalismo liberale del secolo XIX, c'è una grande parola, a cui tutti s'appellano e di cui tutti, o quasi tutti, abusano: libertà. Una parola a cui in certi momenti è potuto parere che il Fascismo fosse venuto a togliere ogni significato: laddove è vero il contrario; perché la libertà del giusnaturalismo, del contrattualismo, del liberalismo classico è libertà che si pretende attribuire in proprio all'individuo singolo, laddove questo come è in realtà, è la negazione della libertà. Perché chi dice individuo astraendo dallo Stato, dice soggetto limitato di operare, ossia di volere e di pensare, e però opposto alla legge, alla quale non si vede più, o invano si presume di vedere, come possa l'individuo stesso razionalmente conformarsi e sottomettersi, destinato com'è, per il suo limite, ad essere negato, e cioè oppresso, schiacciato, annientato dalla forza della legge, se questa ha una forza per valere e reggere la volontà individuale. Chi dice libertà dice attributo d'un soggetto che per la universalità del suo valore non ha limiti, condizioni, e non ha leggi dì fronte a sé che ne compromettano comunque l'autonomia. La libertà era pertanto una pretesa illegittima e vana; era un tesoro cercato dove non poteva mai trovarsi. E però non cercato effettivamente, e scambiato con un nome vano. La libertà dell'individualismo, comunque inteso, è un tentativo folle di abbassare violentemente questa divina prerogativa dell'uomo dal mondo dello spirito a quello della materia, dov'essa non può non essere soffocata. Se libertà si vuole, essa non potrà chiedersi e ottenersi se non per l'uomo che è uomo: per l'uomo cioè che opera perché pensa e pensa perché parla; e possiede un linguaggio, una ragione, un costume, una legge, che lo trae quasi dalla vagina delle membra sua; per l'uomo che non è quel particolare essere quale ci appare con la sua fisica personalità nel mondo dello spazio, così limitato e stretto dentro angusti confini, ma è persona morale, natura infinita ed eterna: quella natura che dimostra di essere, quando crea, parlando, gli eterni fantasmi dell'arte in un mondo senza né spazio né tempo, dove gli spiriti d'ogni regione e d'ogni tempo si raccolgono infatti e sono fratelli, cor cordium; quella che dimostra di essere ragionando con argomenti in cui tutti sono pronti ad accordarsi e devono, almeno de iure, essere d'un pensiero; quella che dimostra di essere adempiendo una legge della condotta, vestita di morale splendore, oggetto di ammirazione e plauso universale. O l'uomo intravede e sente in sé questa dignità della sua natura, che gl'infonde nel cuore la fiducia sicura di potersi egli, con le sue forze medesime, far onore, per dir così innanzi agli uomini e a Dio, o gli tocca smettere l'orgogliosa pretesa della libertà. L'uomo libero è bensì individualità, originalità, è lui. Ma è lui, con la sua originalità in quanto quel che egli è, pensiero 0 azione, non resta chiuso in lui, ad aver significato solo per lui, ma s'irradia quasi dal suo cuore e dal suo cervello, si spande intorno, luce che riscalda e illumina tutti i cuori e tutti i cervelli. Tutti, di mano in mano, dai più vicini ai più lontani, dalla famiglia allo Stato: dove l'universalità dello spirito trova una forma positiva concreta, poiché nello Stato la legge è legge, positiva, con una validità che è farsi valere, forza, effettiva potenza.

5.

Lo Stato perciò in questa più profonda concezione dell'uomo, a cui il fascista aderisce, è l'attuazione dell'interiore umanità dell'uomo, la forma in cui questo comincia a sentire realizzata la sua universalità. Lo Stato col suo potere sovrano è lo stesso uomo, la stessa coscienza individuale o personalità, che riflettendo sulla propria natura e capacità e scendendo perciò alla radice di quella fede che egli ha in se medesimo quando ha il coraggio di parlare e di agire, l'uomo trova dotata di quella virtù espansiva per cui egli può cercare e trovare se stesso uscendo da sé, nei figli, nei concittadini, nella terra che lo raccolse infante e lo nutrì, e in cui egli vive chez sol, in un mondo che ha una forma determinata, per la sua potenza che tutti nel mondo riconoscono e che ad ogni modo sa farsi riconoscere. Lo Stato del fascista è lo Stato la cui esistenza, il cui fondamento, il cui principio di realizzazione è, non al di sopra e al di fuori, ma dentro la stessa anima del cittadino: forma concreta, attiva, positiva del suo effettivo e attuale volere.

6.

Questa unità dell'individuo e dello Stato è un principio che in coloro i quali non hanno familiarità coi concetti e prendono perciò le cose all'ingrosso (filosofi materiali come il avrebbe detti Platone) suscita apprensione ed allarmi. - Lo Stato è nel volere dell'individuo? Dunque non c'è se non l'individuo, e l'individuo è tutto. Dunque, anarchismo, almeno inconsapevole e potenziale. - L'individuo ha il suo volere legittimo nel volere dello Stato? Dunque, panteismo e statolatria; ossia autoritarismo dispotico e annientamento della personalità: morte della libertà. - Che sono, bisogna dirlo, i sospetti e le accuse che incontra il Fascismo, sopra tutto tra gli stranieri, che non conoscono da vicino il Fascismo, ne ignorano la genesi e le tendenze, e non hanno modo di rendersi conto del movimento nazionale larghissimo che nella persona di Mussolini ha trovato il suo eroe, la sua voce, la sua volontà. Per chi abbia familiarità con i concetti, e sia perciò preparato a intendere i caratteri differenziali di una dottrina politica, gioverà avvertire che questa unità di Stato e di cittadino è un concetto tutt'altro che arbitrario, quasi un'invenzione. Tale unità è il concetto adeguato all'essenza dello Stato; è l'essenza medesima dello Stato; che non fu mai altro che una siffatta coincidenza del volere del singolo, membro di una reale società politica, e del volere dello Stato che a tale società conferisce attualità. Non c'è Stato, comunque battezzato, che possa vivere, finché viva, d'altro che di consenso. Il consenso tra governati e governanti sarà più o meno spontaneo; ma finché i governanti governino, un consenso ci sarà sempre; e la vita effettuale dello Stato si commisurerà sempre al grado del consenso che riesce a stabilirsi tra i due termini. E allora in che consiste la differenza tra individualismo e Fascismo? Si tratta di tendenze opposte di concetti e conseguenti metodi e sistemi di condotta politica: uno dei quali, orientato verso il particolare, tende a scalzare lo Stato e distruggere il centro vitale dell'organismo sociale; l'altro, orientato verso l'universale e l'unità, essiccherebbe nell'individualità la sorgente della libera originalità con cui si svolge la vita dello spirito, se non si contemperasse, come nel Fascismo energicamente si contempera, con l'appello costante e sistematico all'uomo vivo, al cittadino artefice della fortuna, del benessere, della grandezza della sua patria e della potenza dello Stato attraverso l'educazione di tutti, informata tutta unitariamente al concetto di questo ideale patriottico che solo la dedizione assoluta dell'individuo può tradurre in realtà seria e vivente, attraverso una costituzione che ravvivi e valorizzi l'iniziativa e la responsabilità del singolo di fronte agl'interessi propri e agl'interessi comuni. Questo problema del contemperamento dei due termini nella dialettica della vita sociale, come della vita dello spirito in genere, è il problema stesso dell'unità del principio in cui i due termini coesistono in costante reciprocità d'azione. Questo problema è il problema centrale della politica del Fascismo. Quelli che si rappresentano questo movimento che ha scosso e potenziato tutte le energie vive della nazione italiana e ne ha fatto una delle maggiori potenze del mondo, una delle forze più efficacemente operanti nella storia universale, amata o odiata, ma presente oggimai nel gran dramma in cui cozzano i maggiori interessi materiali e morali dell'Europa, e perciò d'ogni continente, come movimento antiliberale e contrario allo spirito animatore di tutta la storia moderna, non conoscono né il Fascismo né la libertà, e si foggiano nella fantasia una immagine artificiale e fallace del mondo moderno. Noi fascisti non siamo gufi odiatori di questo sole, che splende a illuminare di luce sempre più viva lo spirito umano da che esso ebbe scrollato i preconcetti medievali e fatto sentire all'uomo tutta la responsabilità che spetta a lui come artefice del proprio destino e perciò del mondo in cui il suo destino si compie. E nella lotta che il Fascismo ha ingaggiato contro il vecchio mondo e in cui persisterà certamente, sicuro della finale vittoria, non ha pensato mai rigettare quel tesoro che è la conquista maggiore della civiltà, la libertà (ossia quel tanto di libertà che il reale processo storico della civiltà ci ha fatto conseguire). E se ha combattuto la democrazia sbracata e decrepita dei radicali e degl'individualisti d'ogni risma, non ha mancato di avvertire che esso crede di essere la vera democrazia: la democrazia del popolo reale, dei suoi reali interessi e dei suoi reali diritti, non inventati, non sofisticati e adulterati da una rappresentanza fittizia di portavoce estranei a tali interessi,mestieranti di una politica personale, personalistica, meschina, corruttrice della vera vita politica della Nazione. Il Fascismo vuole la libertà, la libertà che sola è autentica libertà; vuole la democrazia, ma la vera democrazia; quella dei cittadini che sanno di essere cittadini prima che uomini particolari; cittadini che portano la Patria nel petto e sanno che la loro vita è nella salvezza di essa; cittadini che sono soldati, pronti ad obbedire alla voce che esprime la volontà della Patria; pronti a sacrificare a questa ogni agio piccolo o grande della persona particolare, anche la vita.

7.

Belle parole? Ma queste parole le hanno nel cuore uomini che sono stati soldati e martiri della loro fede di dedizione assoluta all'ideale: uomini che hanno pagato e pagano di persona. Quanti? La realtà, e quindi il valore, di un'idea storica, non si misura dal numero degli adepti che la servirono, bensì dalla sincerità, dalla genialità, dalla energia spirituale, luminosa e creatrice, dei pochi che vi hanno creduto e dell'uno che quella fede ha bandita, e ha avuto la virtù di trascinare moltitudini dietro di sé. La storia non è fatta né dagli eroi, né dalle masse, ma dagli eroi che accolgono in cuore il fremito segreto e l'impeto potente delle masse, e dalle masse perciò soltanto quando trovino in un uomo la coscienza della loro anima oscura. Il mondo morale è bensì quello della moltitudine; ma della moltitudine governata e messa in moto da un'idea, le cui precise fattezze non si svelano se non a pochi, all'élite, che dà forma e vita alla storia. Multi votati, pauli vero electi. Il fascista sente peraltro e afferma che la realtà umana non è stasi o forma attuabile una volta per sempre. La sua politica è la politica della vita, del moto, del divenire: di uno Stato che è sempre e non è mai, in un equilibrio instabile che è svolgimento; lotta di elementi contrastanti, che nella lotta prevalgono or l'uno or l'altro, e realizzano perciò solo all'infinito l'ideale che è la legge e il motivo della lotta. Le cornacchie di Ginevra (se ancora ne restano dopo tante lezioni di realismo politico) e di ogni città o nazione idillicamente vagheggianti e adoranti i falsi idoli della pace e della fraternità dalla nascita, se ne stiano pure a gracchiare allo scandalo della cinica sincerità dell'italiano nuovo stile; il fascista sente ed afferma che la vita non è inerzia, ma movimento, non è nella pace cara a chi sta bene e perciò non si muove, ma nella guerra, sacra in ogni tempo a chi non s'abbandoni neghittoso all'istinto, ma senta in cuore la giustizia che è ancora da attuare e veda le lacrime che l'uomo deve asciugare; e insomma concepisca la sua vita come milizia in servizio d'un ideale non certo di egoistica sopraffazione sugli altri, ma di un mondo in cui tutte le legittime aspirazioni siano soddisfatte. Ideale di singoli, ideale di nazioni: ideale umano. Ideale dell'uomo che non crederà mai esaurito il suo compito, e guarderà al domani con l'ansia di un mondo, che non resterà semplice sogno se egli vorrà, seriamente, che sia realtà.Fatica d'ogni giorno; sforzo incessante di un'anima ognora vigile e fissa allo scopo da raggiungere, sempre raggiunto e non raggiunto mai.


8.

In questa virile concezione della vita è il principio di quella teoria fascista che definisce lo Stato come un organismo etico: cioè come una coscienza e una volontà in atto, nella quale sbocca e si attua in pieno la coscienza e la volontà dell'individuo, nella sua essenza morale e religiosa. Chi si fa il segno della croce a sentir parlare di carattere etico e perciò totalitario dello Stato fascista che nella sua attività consapevole risolve per intero ogni forma di attività umana da quella economica a quella religiosa, e stacca lo Stato dal valore morale a cui pur tutti vogliono che esso acceda e si adegui, e lo Stato considera come un che di meramente temporale, o, meglio dicasi, materiale, costui si rende colpevole della condanna inflitta allo Stato, ossia ad ogni cittadino portatore della statale volontà, di amoralità assoluta; come vi è condannato ogni bruto, ogni cosa, che per non avere in sé principio di moralità, non potrà mai riceverne dall'esterno. Lo Stato fascista è stato etico, perché schietta, compiuta e concreta volontà umana che non può non essere etica. Ed è Stato religioso: che non vuol dire confessionale, neanche se con trattati e concordati lo Stato sia legato a una Chiesa determinata, com'è legato lo Stato italiano. La limitazione che tali trattati e concordati possono importare rispetto alla libertà dello Stato (che nello Stato moderno, ossia nella coscienza moderna non può non essere libertà assoluta) è un'autolimitazione, come quella che lo spirito umano fa sempre per determinarsi in una forma concreta e quindi realizzarsi; un'autolimitazione simile a quella per cui l'italiano non abdica alla sua libertà perché, per parlare, parla una lingua, che è quella lingua, in quanto ha una grammatica con le sue regole, alle quali il parlante si assoggetta. Il Fascismo ha sentito nella realtà storica della Nazione, che esser religioso equivale a esser cattolico; e per attuare uno Stato combaciante con la personalità dell'italiano ha voluto perciò andare incontro alla Chiesa cattolica, porre fine all'antico dissidio, pacificare negli animi patria e religione, mantenendo non pertanto intatta e intangibile la sua autonomia anche di fronte alla Chiesa. E fieramente perciò rivendica il proprio diritto all'educazione delle nuove generazioni, che come cura di anime, la Chiesa tende a riservare a se stessa quasi materia di sua speciale spettanza.

9.

Ma il carattere totalitario, etico e perciò liberale dello Stato fascista resterebbe un'esigenza od affermazione teorica se questo Stato non risolvesse in sé, o, come oggi si ama dire in Italia, non inquadrasse, secondo le sue obbiettive categorie e specificazioni che sono economiche in quanto sono pure indirizzi e orientamenti spirituali e morali, la massa del popolo. La riforma costituzionale dello Stato che il Regime fascista mise allo studio nel '24, che il 30 aprile del '27 fu proposta ne' suoi postulati fondamentali nella Carta del lavoro, si venne sviluppando senza frettolose improvvisazioni con le leggi 20 marzo 1930 e 5 febbraio 1934 sul Consiglio Nazionale delle Corporazioni e sulla costituzione e funzioni delle Corporazioni, e con quella sulla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Della quale trasformazione dello Stato basti accennare il concetto centrale a cui tutta è ispirata. È il concetto dell'unità non amorfa ed astratta, ma organica e però determinata, specifica, e concreta della Nazione che è Stato; in cui è la volontà universale non sia forma vuota, che s'imponga al suo contenuto, ma la forma stessa connaturata al contenuto, ossia all'individuo nella pienezza delle determinazioni attuali della sua personalità. Personalità produttiva; ma non giustapposta indifferentemente alle molte unità produttive coesistenti e consociate in quella che Hegel chiamava l'atomistica della società civile o economica che si dica. Il Fascismo concepisce questa produzione nel sistema organico delle sue specificazioni e dei suoi mutui rapporti, dove l'individuo vede e deve vedere la propria opera connessa con quella di tutti gli altri; non più quindi semplice attività economica, ma attività altresì morale e politica perché determinata secondo un sistema di rapporti che promanano dall'interesse superindividuale della nazione, a cui tutti gl'individui interessi dell'uomo economico sono subordinati, e in cui perciò tutti gli antagonismi di individui o di classi sono composti e unificati. E l'economia diventa politica non soltanto a parole; e schiettamente si attua il principio che del resto ha sempre operato, a malgrado di ogni supposto teorico, dell'intervento dello Stato nel regolamento dei rapporti economici. Fare coincidere l'organizzazione politica con la specificazione economica della Nazione, immettere l'individuo reale e vivo nel sistema dello Stato e dargli modo di spiegare attraverso l'azione di questo il processo reale della sua libera attività così come essa germoglia dai suoi bisogni, dai suoi interessi e insieme dalla sua coscienza politica (fascisticamente politica), è il più poderoso e il più significativo sforzo della Rivoluzione fascista per fare della libertà, che fu sempre in passato un ideale remoto dalla vita, una realtà concreta e viva.


In Italia d'oggi, Edizione de "Il Libro Italiano nel mondo", Roma, 1941.
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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 6:14 pm    Oggetto:  
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Gli eroi di Mussolini. Niccolò Giani e la Scuola di mistica fascista
Autore Grandi Aldo
Prezzo di copertina € 8,00
Dati 238 p., brossura
Anno 2004
Editore Rizzoli
Collana Bur saggi

LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA
di
Antonello Patrizi.


I primi giorni di aprile del 1930 Niccolò Giani fonda a Milano, insieme ad un gruppo di giovani in prevalenza universitari, la Scuola di Mistica Fascista; "Nella gran massa dei nostri colleghi - scriveva Giani - la nostra rivoluzione era considerata soprattutto nelle sue realizzazioni concrete, il lato profondamente spirituale del fascismo sfuggiva del tutto o quasi. Di fronte a tale materializzazione della nostra rivoluzione noi reagimmo(1).La Scuola (che prese il nome da Sandro Italico Mussolini figlio di Arnaldo Mussolini prematuramente scomparso) si proponeva di "diffondere mediante conferenze e pubblicazioni, i principi informatori della Mistica Fascista e la loro concreta attuazione"(2). "Non cercate altrove - scriveva Giani che diresse la Scuola fino al 1941 - guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno"(3).L’attività dei giovani mistici si incentrava su delle pubbliche riunioni libere a tutti "poiché - affermavano - il Fascismo è apostolato, cui tutti debbono potersi accostare con cuore sincero per sentirne la bellezza ed essere presi dell’altezza della missione che la provvidenza ha affidato al Duce"(4). Ispiratore del gruppo dei giovani della mistica fu Arnaldo Mussolini(5) che con il discorso Coscienza e dovere, pronunciato per l’ inaugurazione dell’ attivita’ del terzo anno della Scuola, fornì ai "mistici" quello che essi considerarono il loro manifesto etico-politico, "lo spirito che vi anima - aveva affermato Arnaldo Mussolini - è in giusta relazione al correre del tempo che non conosce dighe, nè ha dei limiti critici; mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive trasformata e ricreata nel vostro programma di giovani fascisti rinnovatori. [...] Il problema dei giovani per noi è un problema di formazione salda del carattere e per voi giovani si accoglie nell’unità indissolubile di questo binomio: coscienza e dovere. [...] Il domani deve essere migliore dell’ oggi. Voi, in una parola, dovete essere migliori di noi. Non mi spiace quando vedo in voi dei giudici severi intransigenti di cose e persone. [...] Le questioni di stile anche nei minimi particolari devono avere per voi un’importanza singolare, essenziale. Ogni giovane fascista deve sentire la fierezza della sua gioventù unita al senso dei propri limiti [...] qualunque manchi di stile, sarà sempre fuori dello spirito e fuori dal costume fascista. Le miserie non sono degne del ventesimo secolo. Non sono degne del Fascismo. Non sono degne di voi"(6).Il culto del Duce, quale fondatore e massimo interprete del fascismo e della sua missione storica, fu posto al centro dell’attività della Scuola di Mistica Fascista. "Ogni vera rivoluzione mondiale - scriveva Giani - ha la sua mistica, che è la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. La scuola, è sorta appunto per enucleare dal pensiero e dall’azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini"(7). Nello studio di Mussolini vero e proprio "vangelo del fascismo" i giovani della mistica trovavano tutte le risposte, "solo la Sua parola può dare la risposta esatta e perfetta ai nostri dubbi, può placare le nostre ansie, può diradare le nostre foschie. Ecco perchè i Suoi discorsi e i Suoi atti devono essere il nostro viatico quotidiano, il nostro breviario di ogni giorno, la pronta risposta ad ogni nostra segreta pena. Ecco perchè noi giovani dobbiamo averlo sempre vicino e studiarlo con amore, conoscerlo senza lacune, approfondirlo senza soste. [...] Dubbi e pessimismo, incertezze e indecisioni sono scomparsi quando abbiamo aperto la pagina giusta e abbiamo letto il pensiero preciso del capo. Questa gioia e questa fortuna devono essere di tutti: questo noi vogliamo e per questo dobbiamo arrivare all’ esposizione organica di tutto il Suo Pensiero e di tutta la Sua Azione"(Cool.La fede era considerata dai "mistici" uno dei valori principali della militanza politica, Giani "fu soprattutto un fedele ed un intransigente. Taluni potrebbero chiamarlo un fanatico [...]. Il suo spirito si ribellava a qualunque forma di compromesso; sul terreno della fede non ammetteva patteggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata; dall’altra parte c’è il brutto, il male, la meschinità"(9). I giovani della mistica si sentivano appartenenti ad un ordine religioso, nella consegna data alla Scuola Mussolini aveva infatti detto loro: "La mistica è più del partito un ordine. Chi vi partecipa deve essere dotato di una grande fede. Il fascismo deve avere i suoi missionari, cioè degli uomini che sappiano convincere alla fede intransigente. È la fede che muove - letteralmente - le montagne. Questa può essere la vostra parola d’ ordine"(10). Frequenti furono i richiami della Scuola alla necessità di contrastare in ogni sua forma lo spirito borghese: "insorgiamo - scriveva Giani - con tutte le nostre forze contro coloro che vorrebbero inchiodare la Rivoluzione riducendola a vigile e disciplinato guardiano delle loro piccole o grandi ma pur sempre miserevoli fortune, dimenticando che il Fascismo lo si serve e di esso non ci si serve [...]. All’indice i timorosi, i rimorchiati, tutti coloro che nella rivoluzione hanno visto e continuano a vedere solo il carabiniere che deve garantire la loro modesta tranquillità casalinga"(11).Era secondo Daniele Marchesini "un atteggiamento insofferente di tutto quanto non fosse fanaticamente ortodosso e si opponesse alla realizzazione di un fascismo rivoluzionario. Era [...] polemica condotta con sincerità, onestà e buona fede contro il ‘carrierismo’ e il ‘pescicanismo’, contro un vertice sclerotizzato nella burocratica mentalità delle mezze maniche"(12). I giovani della mistica dovevano formare gli uomini nuovi, gli italiani di Mussolini, "solo quando un valore - scriveva Giani - o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo stile, soltanto lo stile è il rilevatore della compiutezza degli uomini nuovi e lo stile distingue realmente il fascista "(13). La mistica doveva rappresentare non una "nozione di cultura", ma un modo di vivere fascista "non vuole dare della cultura, nè dottrinarismo, ma essa è e vuole rimanere maestra di vita: che tutto torna agli uomini, ha detto Mussolini"(14)."Siamo dei mistici - affermava Giani al convegno nazionale indetto dalla Scuola nel 1940 sul tema ‘Perché siamo dei mistici’ - perché siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini partigiani per eccellenza e quindi per il classico borghese anche assurdi [...] del resto nell’impossibile e nell’assurdo non credono solo gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la volontà, niente è assurdo. [...] La storia è e sarà sempre un assurdo: l’assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia: cioè la mistica. Fascismo uguale Spirito, uguale a Mistica, uguale a Combattimento, uguale a Vittoria, perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte"(15).La guerra che scoppiò rappresentò per i giovani della Scuola il banco di prova della loro preparazione, "una rivoluzione - aveva scritto F. Mezzasoma vicedirettore della Scuola - che voglia durare e perpetuarsi nei secoli ha bisogno di collaudare al fuoco della guerra l’ idea dalla quale è sorta e per cui combatte"(16). Nella primavera del 1943 saranno 16 i caduti (cinque le Medaglie d’oro) della Scuola.Niccolò Giani cadde in Albania il 14 marzo 1941. Alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compito di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa di pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l’ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: ‘avanti Bolzano, viva l’Italia’, veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e amor patrio"(17). La sua morte fu coerente ad un ideale di vita intesa come sacrificio ed eroismo, era l’insegnamento di Arnaldo che ritornava "Essere sempre entusiasti, giovani, pieno lo spirito di gioia, lieti di combattere e lieti di morire, per dare a questo mondo che ci circonda la forma dei nostri sogni e dei nostri ideali"(1Cool.

NOTE:
(1) Libro e moschetto, 20 marzo 1930.
(2) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano 1976.
(3) N. Giani, Aver coraggio, Dottrina fascista, settembre 1937.
(4) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord. N. Giani, 509017, fasc. SMF, programma della Scuola per l’ anno XI.
(5) Cfr. M.Ingrassia, L’idea di Fascismo in Arnaldo Mussolini, ISSPE, Palermo 1998.
(6) A. Mussolini, Coscienza e dovere, in Il Popolo d’ Italia, 1 dicembre 1931.
(7) Generazioni di Mussolini sul piano dell’ impero, estratto dalla rivista Tempo di Mussolini, n. 2 1937.
(Cool idem.
(9) F. Mezzasoma, Niccolò Giani discepolo di Arnaldo, in Dottrina fascista, luglio 1941.
(10) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, cit.
(11) N. Giani, Aver coraggio, cit.
(12) D. Marchesini, Un episodio della politica culturale del regime: la Scuola Mistica Fascista, in Rivista di Storia Contemporanea, n. 1 1974.
(13) N. Giani, La mistica come dottrina del fascismo, in Dottrina fascista, aprile 1938.
(14) Idem.
(15) N. Giani, Perché siamo dei mistici, in Dottrina fascista, gennaio-marzo 1940.
(16) F. Mezzasoma, Il cittadino della nuova Italia, in Dottrina fascista, febbraio-marzo 1942.
(17) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord., N. Giani, busta 985, fasc. 509017/2, segreteria politica del PNF.
(1Cool A. Mussolini - F. Belfiori - L. Gagliardi, Arnaldo: la rivoluzione restauratrice, Settimo Sigillo, Roma 1985.
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C'E' DIFFERENZA, E ABISSALE, TRA LA DESTRA RADICALE E IL FASCISMO!

Vi spiego il motivo di questa frase, alla luce di quanto letto sopra.

Dovete sapere che molti gruppi della destra radicale, considerano come modello l'hitlerismo, o il tradizionalismo di destra estremo.
Questo conduce a due fatti:

1) molti gruppi considerano Mussolini e la sua Idea come un semplice tentativo, troppo blando e inconcludente, di dare un modello di vita "nuovo". Secondo questi gruppi il vero "modello di vita" è quello fornito dal nazismo! Essi non necessariamente approfondiscono l'Ideologia nazista, ma sposano i "principi" cardine: RAZZA PURA, DICIPLINA FERREA (QUASI MANIACALE), INQUADRAMENTO GERARCHICO, VIOLENZA "RIGENERATRICE".
NON DI RADO QUESTI GRUPPI ENTRANO IN POLEMICA CONTRO IL FASCISMO E MUSSOLINI! E QUESTA SAREBBE LA PIU' GRANDE CONFERMA PER NOI! MA NON L'ABBIAMO MAI USATA!
Tali polemiche spaziano. Si va dalle accuse di "povertà" ideologica, alle accuse di "rozzo pragmatismo" (VEDI VULGATA ANTIFASCISTA. TRIBVNVS QUANTO HAI RAGIONE: NOI ABBIAMO I "FASCISTI"..."ANTIFASCISTI"!!!!!). Indi si insinua, per giustificare l'insuccesso, la colpevole e egoistica connivenza con le forze più disparate: tra cui la massoneria!
OVVIO CHE SI DIMENTICA CHE PROPRIO LA LOTTA CONTRO QUESTE FORZE E LA LORO VITTORIA (A CAUSA DI ARMI PIU' POTENTI E RADICATE) HA DETERMINATO LA NOSTRA SCONFITTA!
Il sito citato da Shiden-kai, lo conosco! Fa parte di quel "ventaglio" di voci di DESTRA RADICALE! E il nome ne è conferma!

2) molti altri gruppi, appartenenti alla frangia tradizionalista di destra, "accusano" per lo stesso motivo il fascismo e Mussolini. Lo ritengono un movimento con "buoni propositi" ma infettato da un pragmatismo che l'ha fatto sterzare a sinistra in un dato momento e lo ha reso connivente con le forze di cui sopra!!!!!
Anzi, sovente le accuse vanno più in la. Molti di costoro vedono nel fallimento del fascismo proprio l'accettazione di quelle idee che doveva combattere! ERGO LA MASSONERIA!
Per molti è proprio un CHIODO FISSO!!! STA CACCHIO DI MASSONERIA!
MA LO VOGLIONO CAPIRE O NO CHE PRORPIO PER LA LOTTA CONTRO LA MASSONERIA ABBIAMO SUBITO LA SCONFITTA?
Addirittura su determinati FORUM (non vi dico quali..), ci sono personaggi che portano questa critica alle estreme propaggini, ACCUSANDO IL FASCISMO DI ESSERE DIVENTATO (VISTO IL DOMINIO MASSONICO) ESSO STESSO MASSONICO!
ALCUNI HANNO ADDIRITTURA MESSO A SOSTEGNO DI QUESTA IPOTESI IL FATTO CHE IL MASSIMO ORGANO DEL FASCISMO, IL GRAN CONSIGLIO, AVEVA LA STESSA STRUTTURA E LO STESSO NOME DEI CONSIGLI MASSONICI!!!!!!!! MA VI RENDETE CONTO?? IL GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO, VISTO CHE SI CHIAMA COSI', PUO' ESSERE UN ENTE MASSONICO????? STIAMO PARLANDO DI QUELLO CHE HA SANCITO LA MESSA AL BANDO DELLA MASSONERIA!!!!
Di solito queste elucubrazioni sono sostenute da estremisti RELIGIOSI.

In conclusione: STATE LONTANO DALLE "RICOSTRUZIONI" FATTE DAI MOVIMENTI DI DESTRA, SOPRATTUTTO RADICALE! Il fascismo è un movimento originale, ANTIMASSONICO, che ha subito sì una sconfitta ma in quanto ha LOTTATO C O N T R O le forze plutocratiche e massoniche!!!!!

E questo non lo dico io!
Ci sono documenti e fatti a provarlo!
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"GENTILE GIOVANNI
La mia religione


I.
Il discorso che intendo fare è molto delicato, perché facilmente si presta a equivoci mentre tocca tutti gli interessi della vita umana. E io perciò mi sforzerò di essere franco ed esplicito, usando la massima schiettezza, sgombrando risolutamente dall'animo ogni considerazione estranea all'argomento, nella speranza che chi mi ascolta creda alla mia schiettezza e sia disposto a prendere le mie parole per quel che esse suonano, senza cercare se dietro di esse possa esserci altro ch'io non dica. Voglio anche avvertire che il mio modo di filosofare mi ha abituato all'assoluta sincerità di chi si confessa con se stesso e mi ha piantato nell'animo questa convinzione, che il filosofo, il vero filosofo, non può parlare a' suoi simili se non appunto quello stesso linguaggio che egli usa nel segreto della sua più gelosa coscienza. E aggiungere, che oggi più che mai, nel presente momento in cui ogni Italiano degno di questo nome sente nel cuore la tremenda responsabilità della sua vita passata e presente e deve, rientrando in se stesso, sentirsi al cospetto di Dio, oggi mi vergognerei più che mai di intrattenere il mio uditorio con la retorica di una qualunque discettazione accademica, o con la virtuosità degli arzigogoli suggeriti dalla stantia perizia di teologi e filosofanti. Oggi più che mai è tempo di far seriamente.
Così, per cominciare, fo la mia aperta professione di fede, che, per chi conosce i miei scritti, non riuscirà forse nuova. L'ho fatta, per lo meno, nel 1926; ma da allora ha giovato molto poco, perché molti l'accolsero con quel fare diffidente di chi teme “Danaos et dona ferentes”, nulla sospettando che la mia natura, se cede qualche volta al bizzarro gusto di dire, piuttosto crudamente, quel che può fare più o meno dispiacere a chi ascolta ma che io mi sento in dovere di manifestare in omaggio alla verità e all'azione salutare che essa esercita sempre, rifugge a tutto potere da ogni parola che possa riuscir gradita altrui ma contrasti col mio modo di sentire e di pensare.
Ripeto dunque la mia professione di fede, piaccia o dispiaccia a chi mi sta a sentire: io sono cristiano. Sono cristiano perché credo nella religione dello spirito. Ma voglio subito aggiungere, a scanso di equivoci: io sono cattolico. E non da oggi; sia anche questo ben chiaro. Cattolico a rigore, sono dal giugno del 1875, ossia da quando sono al mondo. E sono perciò desolato di non potervi annunziare anch'io una crisi, una tempesta dell'anima, una subita conversione, un colpo di fulmine. Sto, prosaicamente, percorrendo fin dal giorno della mia nascita la via di Damasco. Vengo, da allora, pensando e approfondendo ogni giorno le mie idee (“nulla dies sine linea”); e se si vuol parlare di conversioni, posso dire che la mia conversione è la storia d'ogni giorno, di sempre.
— Ma — mi sento interrompere — avevate protestato di non volere equivoci; ed ecco ci date dentro, e vi ci siete ficcato fino agli occhi. Cattolico voi non potete dirvi se non dando alla parola un significato diverso da quello che essa ha per la stessa Chiesa cattolica, che sola ha l'autorità di definirne il significato. Tant'è vero che la Chiesa condanna i vostri scritti; e voi avete polemizzato tante volte contro dottrine e detti e manifestazioni varie della Chiesa. È dunque questa la maniera di evitare sul serio gli equivoci? —
Mi permetto di ricordare che ci fu qualche anno che parroci e predicatori implorarono tutte le grazie divine sul mio capo. Avevo rimesso il Crocefisso nelle scuole, e furono tanti i plausi e gli encomi che, francamente, mi parve di essermi avviato a una solenne canonizzazione. Era stata politica da parte mia, ossia opportunismo o arte di governo? Ma la stessa opinione era stata da me proclamata tra avversi clamori in un congresso d'insegnanti che si tenne a Napoli nel 1907: e ribadita più tardi nettamente quando la politica scolastica del Regime fascista, esagerando e però sostanzialmente alterando il pensiero del 1923, volle esteso l'insegnamento religioso alle scuole medie affidandolo a ecclesiastici: che era un contraddire alla mia tesi del 1907, alla quale io rimasi fermo. E se io fossi nel vero, l'effetto, cioè la prova che questo insegnamento fa nelle scuole medie, “nol nasconde”. Da allora gli osanna si sono voltati in “crucifige”. E il mio nome, anche per questa parte, è passato alla leggenda. Di che, se debbo dir tutta la verità, non mi rammarico; perché le leggende, con quel che contengono di misterioso, sono problemi che fanno pensare, discutere e cercare, e insomma muovono gli spiriti. Che è ciò che interessa a chi scrive per esercitare una sua azione, anche piccola, sugli altri.
Questo non vuol dire per altro che mio mi compiaccia tanto della leggenda da volerla artificialmente mantenere nel chiaroscuro dell'essere e non essere. Mettiamo dunque da parte la leggenda; e vediamo di spiegarci con la maggiore chiarezza possibile. Se domandate a me quale sia la mia religione, io vi dico in tutta sincerità che io mi sento, e perciò credo di essere non solo cristiano, ma cattolico.
II.
Perché cristiano, l'ho detto. La religione cristiana è la religione dello spirito, per la quale Dio è spirito; ma è spirito in quanto l'uomo è spirito; e Dio e uomo nella realtà dello spirito sono due e sono uno: sicché l'uomo è veramente uomo soltanto nella sua unità con Dio: pensiero divino e divina volontà. E Dio da parte sua è il vero Dio in quanto è tutt'uno con l'uomo, che lo compie nella sua essenza: Dio incarnato, fatto uomo e crocefisso. Perché cattolico? Perché religione è chiesa; come ogni attività spirituale (scientifica, filosofica, artistica, pratica) è universale, propria di un soggetto che si espande all'infinito: comunità illimitata, nella quale il mio Dio è Dio se è Dio di tutti. L'errore della Riforma, come videro bene i nostri pensatori del Rinascimento, fu quello di aver voluto fare della religione un affare privato di quel fantastico individuo, che non è uomo, spirito, ma un semplice fantoccio d'uomo collocato nella spazialità e temporalità della natura. Tant'è vero che ogni cristiano, che voglia essere puro cristiano, è portato per la natura stessa dello spirito a fare proseliti, a far setta, a creare una chiesa: e cioè ognuno è cattolico a modo suo. Cattolico, s'intende, di una chiesa che come ogni società abbia un ordinamento e un'autorità che lo faccia valere: diciamo pure un papa. Un papa, un'autorità che approvi o condanni; e un sistema da cui il suo operare tragga norma e valore.
— Ma questo così definito puramente e semplicemente — si dirà — non è il cattolicismo storico; il cattolicismo della Chiesa cattolica: sarà il cattolicismo vostro. —
Vecchia obbiezione, con cui han dovuto in ogni tempo fare i conti tutti i grandi cattolici, i quali, per esser grandi con l'originalità che è l'impronta della grandezza, sono stati sempre, volenti ma anche nolenti, riformatori; e nei loro tentativi di riforma hanno urtato nella struttura disciplinare e ideale della Chiesa, nel positivo dell'elemento in cui operavano e nelle forze conservative che dal positivo non potevano non sprigionarsi e reagire. Storia di tutti i tempi; la storia di tutto ciò che è il vivo della Chiesa cattolica. E quale è stata sempre la riposta dei riformatori? Quella che più efficacemente di tutti diede uno dei più grandi riformatori che la Chiesa abbia avuto in Italia: il Gioberti. Il quale nella sua Riforma Cattolica (§ 101) ragionando della «poligonia del Cattolicismo» che «deve avere un lato obbiettivo che risponda a ogni qualità subbiettiva», per cui «vi sono tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani» formanti una Chiesa sola: la “Chiesa non solo presente e passata, ma futura, abbracciante non solo tutti i cervelli reali”, ma i possibili, prevede infatti l'obbiezione che il papa, i vescovi, ecc. non intendono il Cattolicismo a questo modo. E risponde con queste parole che giovane io lessi come parole illuminatrici, e mi sono rimaste poi sempre nella memoria: «Coloro [dice Gioberti] che mi fanno questa obbiezione, non m'intendono. Rispondo che, se [Papa e vescovi] lo intendessero a mio modo, non avrei ragione, ma torto».
Scetticismo? protagorismo? No. Gioberti non era un sofista; e se peccò forse in qualche parte del suo filosofare, il suo peccato non fu certo quello dello scetticismo. La sua poligonia del vero non è un lato solo del poligono: è verità, che sta al di sopra di ogni verità particolare, e così di ogni cattolicismo e ne garantisce il valore assoluto. Come nessuno mi contesterà il diritto di professarmi idealista perché il mio idealismo è il mio idealismo, e non l'idealismo di tutti (che non è mai esistito e non esisterà mai), così avrò pure il diritto di professarmi cattolico, di un cattolicismo che sarà bensì e non potrà non essere altro che il mio cattolicismo. E come, poniamo, a chi s'impuntasse a sostenere che bisogna distinguere tra idealismo vero e preteso idealismo, arbitrario e falso, e pretendesse, a esempio, che il vero idealismo è quello classico di Platone e propriamente contenuto ne' suoi Dialoghi, si avrebbe bon diritto di osservare che anche in questo idealismo autentico c'è un'infinita poligonia, perché i Dialoghi platonici vanno pur letti per saperne il contenuto, interpretati, e quindi discussi all'infinito; così potrà dirsi che il vero cattolicismo è quello che storicamente si configura in un sistema di istituti e di dommi, ma è anche vero che istituti e dommi non sono obbiettivamente esistenti e operanti fuori della mente e dell'animo del credente; essi in interiore homine sono accettati e intesi com'è possibile a ciascuno intenderli, colla propria testa, liberamente. Si distingua all'infinito tra natura e grazia: ma resterà sempre nell'umana natura un margine che è libertà; un margine per cui l'uomo potrà essere redento dalla grazia e un asino no; e tanto meno un sasso. Perciò poi istituti e dommi e tutta la Chiesa effettiva hanno una storia, che sarà sempre umana, quantunque assistita da una superiore ispirazione divina; anzi appunto perché mossa da una siffatta ispirazione. I dommi della Chiesa sono e non possono essere altro che i miei dommi; e, in generale, la Chiesa alla quale mi ascrivo non può essere altro che la mia Chiesa: e ubbidienza o ribellione, conformismo o non conformismo, hanno un significato soltanto in rapporto, non alla mia Chiesa, ma a una Chiesa che non è la vera Chiesa (almeno per me, a cui si chiede ubbidienza e conformismo); in rapporto cioè a una Chiesa dalla quale è impossibile che sia vietato ogni appello a quella Chiesa ideale. Poiché a questa Chiesa ideale si guarda sempre anche quando crediamo di sottometterci alla Chiesa positiva come a quella che della ideale ci sembra legittima rappresentante.
La Chiesa storicamente con i suoi organi centrali per difendere la sua disciplina e la sua unità e quindi la sua esistenza, s'è sforzata in ogni tempo di reprimere e annientare questo soggettivismo ripullulante in eterno dal profondo degli spiriti che essa voleva contenere nel suo ambito. E non poteva fare diversamente. Ciò che vuol dire che ha fatto bene, poiché la Chiesa è necessaria — è, si dice, istituzione divina —; e non può esistere se non a patto di restare una Chiesa, unica. Ma ciò non vuol dire che non siano stati pur necessari i dissensi, e le ribellioni e le lotte, senza di che la Chiesa sarebbe stagnata in una morta gora, privata di quello spirito che le dà vita, e perciò svolgimento, e quindi effettiva potenza, che è vitalità. E il divino afflato dello spirito religioso è appunto quello che finisce col farci scorgere l'anima a noi fraternamente stretta nell'aspirazione sublime alla verità anche attraverso quello sguardo torvo con cui pare il nemico ci fissi. Donde il perdono e l'amore del prossimo, che ci fa sentire davvero, che “siam fratelli, siam stretti a un patto”. Che è il più grande insegnamento del cristianesimo. Il quale, bisogna riconoscerlo, non si è mai spento né inaridito attraverso le vicende della Chiesa romana; anzi con le grandi correnti teologiche in cui ha cercato di esprimersi per acquistare la piena coscienza di sé e con cui ha promosso la creazione di tutto il sistema cattolico, ha consentito una formulazione dommatica che solo alle menti superficiali e ignare della vita dello spirito, dotte magari d'ogni scienza terrena e cioè naturale o naturalistica, ma ignare e digiune d'ogni senso di quella umanità che spazia nel divino, può esser sembrata ostile alla ragione e alla scienza e inconciliabile perciò con le esigenze critiche del pensiero umano, quasi superstizione destinata a esser fugata dalla luce del sapere. Ciò che la Chiesa cattolica vuole insegnare è degno, in tutti i suoi dommi, di essere accolto da ogni alto spirito cristiano, consapevole della rivoluzione operata nel pensiero e nella vita dell'uomo dall'Evangelo come scoperta della vita dello spirito. Purché ogni parola che vuol essere parola di verità si lasci discendere nel cuore d'ogni uomo con quella divina virtù che la fa intendere a ciascuno nel suo proprio linguaggio, che è il suo modo di sentire e di pensare:
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L'Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l'udì.
Confido pertanto mi si voglia consentire che anche io oda lo spirito in mio sermone: quello stesso sermone che appresi infante da' miei genitori, e che da' più teneri anni ho continuato a parlare ancorché venisse maturando — come è proprio di tutto ciò che è vivo nell'anima nostra — col proceder dell'età e l'insistere assiduo della riflessione. Non si sa che le stesse parole hanno un suono sempre diverso sulle labbra dello stesso uomo dall'infanzia alla vecchiezza? e sono cioè parole diverse, con diverso significato? Così ora rileggo quelle pagine che via via sono venuto scrivendo (ahimè quante!); e non trovo sillaba da cancellare, quantunque talune forme polemiche non riescano più di mio gusto e maggiormente senta la convenienza di smorzare certi toni dommatizzanti. Oh certo, non credo di aver tradito il primo insegnamento religioso che mi venne impartito da mia madre (la cui voce ancora e sempre dentro mi suona) sebbene Ella forse ora mi troverebbe molto cambiato. Cambiato, s'intende, di dentro, come son cambiato di fuori. Ché tanti anni non potevano passare senza lasciar traccia.
III.
Al principio di questo secolo quando io insegnavo a Palermo c'era colà un eccellente seminario, molto curato da quell'arcivescovo, il cardinale Lualdi, persona di fine intelligenza e di animo elevato; e c'era all'Università una scuola di filosofia, a cui accorrevano schiere numerose di chierici. E in aria era odor di battaglia; gli animi erano inquieti; e per le vie gruppi di giovani e professori s'accaloravano in discussioni molto animate. Inquietum cor meum. E la gioventù cercava ansiosamente una fede.
Molto inquieto il cuore d'un bravo seminarista che, non sapendo più durare al tormento dei dubbi ond'era assalito su non pochi articoli di fede, chiese conforto all'arcivescovo, facendogli in lagrime ampia e ingenua confessione della penosa crisi che attraversava, e implorando da lui una risposta alle domande più assillanti che lo assediavano. E l'intelligente prelato non lo sgridò, né ebbe parole di rampogna che potessero più oltre turbare quell'agitata coscienza o sonare comunque condanna o richiesta di difficili consensi. Preferì il linguaggio dell'affetto paterno domandandogli: — Ma dimmi, figliuolo, credi tu in Dio? — E avendogli il giovane risposto subito di sì: — Ebbene, soggiunse, questo basta. Fatti animo e confida che Egli ti darà il resto, che ti aiuterà a vincere ogni dubbio e riacquistare la pace perduta. —
L'aneddoto fu a me riferito con gioia da don Onofrio Trippodo, l'amico indimenticabile di quegli anni palermitani, ai quali ora il pensiero torna con un senso di accorata nostalgia: insegnante nel seminario, ma frequentatore dell'Università e in continua comunione qui coi giovani e coi maestri. Assiduo lettore degli scrittori modernisti del tempo, in corrispondenza col Laberthonnière e credo anche col professor Blondel; sinceramente aperto a quel soffio vivificante del pensiero cattolico e ai filosofi moderni ai quali il modernismo s'ispirava; ma così savio e moderato e soprattutto così assorto nel divino, con una fiamma di fede che gli campeggiava negli occhi, da guadagnarsi il rispetto e l'amore delle stesse autorità ecclesiastiche. Buono e santo Trippodo, confidente quotidiano di tutti i miei pensieri, maestro di religione ai miei figli, che ardore nella tua anima, come vibrava nelle tue parole e in tutta la tua persona! quale potere di amore e di accensione di vita nel tuo lieto e letificante sorriso! quale interiore appello nel suono della tua voce, che m'interrogava senza posa ma anche senza indiscrezione, e pungeva a pensare! a pensare con te, a pensare senza preconcetti e senza vane ubbie, con confidenza, con sincerità, con desiderio infinito di luce e di verità. Oh la tua voce ancora non s'è spenta dentro al mio cuore; e nel riudirla mi domando se sono sempre degno di te. Tu conoscevi e riconoscevi il mio cristianesimo e il mio cattolicismo e mi rincoravi contro i giudici malevoli o corrivi; poiché la tua affettuosa stima, la tua fraterna compagnia nella via che insieme si faceva coi giovani che ci venivano intorno, mi metteva nel cuore tanta fede e tanta certezza.
Dopo la mia partenza da Palermo lo vollero professore di Storia del Cristianesimo all'Università. E insegnò una decina d'anni a una folla di scolari con la gioia dell'anima che si espande tra 'l prossimo nella più alta forma del pensiero rivolto a Dio. Ma quando morì nel '32, non aveva nulla pubblicato de' suoi pensieri; e ritengo non abbia lasciato quasi nulla di scritto. Come Socrate, preferiva i discorsi parlati, agli scritti: preferiva cioè gli uomini ai libri; quantunque molti libri e riviste comprasse o si procurasse per ogni via e ne leggesse sempre appassionatamente: ma più amava conversare, interrogare, scrutinare come l'antico ateniese, e accendere alla sua altre anime, e vivere nella viva dialettica degli spiriti.
Ma le sue parole, ancorché non scritte, restano e sono immortali; vivono in quanti ebbero consuetudine con lui e ne propagano lo spirito: buon seme che rinnova in perpetuo la vita, meglio dei libri.
Come fu contento il Trippodo delle poche sagge parole improntate d'amore dette al giovane smarrito e trepidante dall'arcivescovo! E in verità la fede in Dio è la sostanza della religione: la quale, come tutto ciò che ha valore spirituale, non è nulla di definito e conchiuso, un sistema, un complesso di idee o fatti rivelati; quel che si dice un dato. È un germe che matura, germoglia e si sviluppa negli animi ben disposti e inclini alla meditazione e aperti all'amore. E i dommi o sono generati dalla fede fecondata dall'amore, e allora sono cose vive e vitali; o sono gettati lì come formule vuote: parole esanimi, facce di farisei, sepolcri imbiancati.
IV.
D'accordo dunque che la religione più religiosa sia la cristiana; che questa come ogni altra religione non possa non essere chiesa, e cattolica (universale). D'accordo pure che la Chiesa, come vita positiva della religione, sia storia, e perciò dommi. D'accordo che i dommi definiscono la verità o contenuto della religione, in quanto negativi piuttosto che positivi: negazione o condanna degli errori, da cui la verità deve essere distinta e preservata, piuttosto che determinazione positiva dell'essenza del Divino. Il quale si pone come tale innanzi all'umana intelligenza in quanto nella sua totalità e infinità piega l'intelligenza al riconoscimento della propria nullità e conseguente incapacità di conoscere se stessa e liberamente quel Dio che è tutto. Dio ignoto, perciò, e inconoscibile.
Inconoscibile, ma a patto che si veda, si senta, necessario, presente, ineliminabile. Qualche cosa d'immediato, con cui lo spirito umano non può mettersi in relazione, se non immergendovisi e immedesimandovisi. Non conoscendolo, ma sentendolo come si sente ogni sensibile: esistente, presente immediatamente nello stesso senziente. Il quale, per altro, non può neppure accorgersi di se medesimo nel suo sentire, se non si eleva al di sopra del suo semplice sentire, e pensa. E solo pensando, può dire che nel sentire non c'è conoscenza: c'è qualche cosa che non si può sapere che cosa sia, inconoscibile, innominabile. Lingua mortale non può dire nulla di esso. Quindi la negatività dei dommi; quindi il carattere limitativo dell'autorità preposta al mantenimento dei dommi, come alla loro formulazione. Quindi la natura del rapporto tra l'individuo, che è membro della Chiesa, con l'autorità a cui esso deve sottomettersi perché la Chiesa si regga nella concretezza dei suoi dommi: rapporto di limitazione della fede individuale, della personalità religiosa che ha in una personalità diversa e superiore la propria norma e la propria disciplina, come limite della propria libertà.
Ma c'è bisogno ancora di illustrare la dialettica di codesto rapporto tra autorità e libertà? Occorre ancora mettere in chiaro che non c'è autorità che non sia liberamente riconosciuta? ossia che l'autorità è sì un limite della libertà, ma un limite interno e non esterno, come si crede a guardarne soltanto la superficie? un limite che la libera attività del credente pone da sé a se medesima per realizzare la propria libertà? Potrà la natura di questo rapporto dialettico, che realizza così l'autorità come la libertà, sfuggire tanto a chi tiene a rivendicare la sua libertà quanto a chi pretende di affermare più rigidamente ed energicamente la sua autorità; questo in pratica è un caso frequente; ma ribellioni e coazioni si risolvono in realtà nella storia della religione, che è dialettica e dramma perpetuo, onde nella lotta degli opposti principii si sviluppa e ringagliardisce di continuo la fede della società religiosa, e cioè degli individui che vivono la loro vita interiore nella solidarietà degli spiriti, che è la realtà dello spirito. Libertà e autorità non si compongono in una lineare precisa e immodificabile diagonale delle forze antagonistiche, se non all'infinito. La realtà concreta e storica è anche qui equilibrio instabile, è tendenza eterna a un ideale, che è destinato a restare sempre ideale per poter adempiere alla sua funzione di forza motrice finale della vita umana. È, in una parola, dialettica; in cui il momento del contrasto, dell'alterità, e diciamo pure della trascendenza, non sarà mai superato una volta per sempre. E l'uomo sentirà sempre più o meno il limite, a cui vorrà affrancarsi; ma non potrà affrancarsene senza che da sé non ponga nuovi limiti, e non torni perciò a vedersi fronteggiato da un ostacolo in cui s'infranga la sua libertà.
In tale dialettica è dunque vana ogni pretesa di assoluta libertà e di autorità illimitata. E i pastori della Chiesa illuminati da quel lume che scaldando i cuori apre gli occhi e l'intelligenza e fa perciò rifuggire dai vani tentativi della violenza sterile e provocatrice, sanno che l'autorità si esercita più con l'amore che con la forza; e alla severa e cupa intolleranza di un Bellarmino preferiscono come di gran lunga più efficace e più cristiano l'amore tutto umano e ilare di un Filippo Neri, indulgente e premuroso, nella convinzione che il peccato altrui è anche peccato nostro e che il santo è santo se non si chiude egoisticamente e orgogliosamente nella sua santità, ma scende col suo amore fino al debole, e lo sorregge e lo solleva con sé nell'ardua fatica del bene. Il grande deve farsi piccolo: “sinite parvulos venire ad me”. Così si educa da che mondo è mondo: così s'instaura la sola autorità che non sia parvenza e vano nome, ma effettivo e potente dominio dello spirito. L'amore unisce il grande al piccolo che deve farsi grande. E l'amore, d'altro lato, non l'odio, deve ispirare l'inferiore verso il superiore che, storicamente costituito come termine del rapporto di cui egli è altro termine, non è il nostro nemico se non al primo aspetto, e deve esser conosciuto; e perciò dobbiamo andargli incontro con simpatia e con fiducia, certi che egli è uomo come noi, e una parte di ragione ci deve essere anche dalla sua, e a noi spetta di rendercene conto, porgendogli attento orecchio e rispettandolo. “Magna debetur puero reverentia”; ma quanta non se ne deve al vecchio, che è nostro maestro perché è più e meglio di noi quello che siamo noi, ricco di maggiore esperienza, esperto di tanti dolori che noi non abbiamo ancora sofferto: di quei dolori che fanno capire la vita?
V.
Ma ci può essere religione dello spirito senza amore e solidarietà? E che è spirito se non amore, e perciò solidarietà o quell'universalità che è unità di tutti? Il cristianesimo è impregnato da questo concetto dell'unità, non del cosmo o della natura, ma dello spirito. Che non è realtà molteplice. Perché la molteplicità con la negatività reciproca de' suoi elementi è meccanismo, o materia comunque si battezzi. Quando infatti si comincia a riconoscere la nostra realtà spirituale che è la sola per noi conoscibile poiché la monade non ha finestre, tutta la realtà è spirito, come si sperimenta attraverso lo sviluppo della nostra stessa realtà interiore. Ci sono cose innanzi a noi: ma, interrogate, esse ci rispondono. Si animano alla fantasia del poeta e del bimbo che ingenuamente si abbandona al mondo delle cose contemplate coi vivi occhi dell'amore. Ci rispondono esse a partecipano al nostro sentire e a tutto il mondo sorgente dall'intimo della nostra natura. Piangono le cose stesse con noi talvolta (sunt lacrymæ rerum); ma quando risorgono nella luce della stagione novella, ecco:
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
come dice esattissimamente il Poeta. E poi, oltre le cose, ci sono i nostri simili, gli altri uomini. Simili dapprima nell'aspetto; ma solo che li guardiamo con simpatia, ecco il loro sorriso a manifestarci ben altra profonda somiglianza. Dal volto traluce l'anima. E già il volto ci risponde con un linguaggio, che è la forma del nostro segreto pensiero. Qui veramente siamo nel nostro mondo: lo spirito. L'oggetto in cui si affisa il nostro sentire e pensare, più si sente e si pensa e più ci parla e s'intende; e a mano a mano la sua parola suona al nostro orecchio come la parola che ci sgorga dal petto: la stessa parola, la stessa anima. Nell'oggetto che è lo stesso soggetto (cioè il nostro più intimo essere) non può a noi non svelarsi quello che noi siamo: spirito. Uno spirito; due, ma due spiriti perché sono uno spirito solo. Che non è metafora se non per chi scambi l'uomo, che vale ed è libero, e soffre e gioisce e vive e s'afferma con la sua umanità attuosa, con quella sua materiale apparenza con cui ci si rappresenta dall'esterno nella prima esperienza sensibile: in cui «Don Bartolo pare una statua».
Questo spirito uno, a sentirlo dentro con la sua infinità, che nel ritmo della nostra vita spirituale trascende sempre ogni concreta determinazione del suo esistere; questo spirito è e non è noi; e perciò ci corregge e ci trae in su, poiché esso è tutto ma nulla propriamente che sia lì, esistente, né in noi né fuori di noi. Questo divino essere la cui immediata presenza nel fondo della nostra coscienza costituisce l'ineffabile sentimento umano di Dio, suprema certezza in cui è la radice di ogni certezza; questo divino essere ci annienta e ci esalta, ci fa piegar le ginocchia e chinare la fronte nella polvere ma c'infonde la forza di alzare gli occhi al cielo, e ci fa sentire nel cuore quella superiore grazia, quella possente ispirazione onde l'uomo trasumana a ora a ora nell'eterno. Ebbene, questo essere donde può sorgere in noi se non dal moto stesso dell'animo, che, come Io o coscienza di sé, si volge a se stesso; e vede se stesso come altro, oggetto; l'oggetto che gli sta innanzi come Tutto e che come tale esclude e stermina il suo opposto, cioè lui stesso, il soggetto, e si pone come l'Assoluto, oltre e fuori del quale nulla è più pensabile?
Qui l'origine e l'essenza della religione. Ma a questo momento iniziale e negativo la religione non s'arresta. L'oggetto è posto e sorge innanzi all'uomo perché l'uomo si realizzi nel suo intimo essere di autocoscienza, non perché si annichili. E perciò la coscienza dell'oggetto esce dalla sua originaria immediatezza; e questo oggetto, come ogni oggetto, agli occhi del soggetto si anima e parla; e l'uomo può parlare a lui; e più, per così dire, lo tratta, cioè egli si sforza di realizzarsi come autocoscienza, più è forza che l'oggetto gli si appalesi come l'altro se stesso; non l'altro, ma lui stesso. Così avviene nella più ingenua conoscenza della natura, che ne è la conoscenza più semplice; così nel costituirsi dell'umana solidarietà nella storia spirituale della sociale convivenza. Dio si umanizza; e l'uomo nel dialogo e nella società con Dio (spirito, persona), si accerta che egli come uomo non è nulla di immediato, ma pensa vuole ama e insomma si realizza eternamente nella vivente attualità della sintesi di divino e umano. In un Dio che non fosse spirito e persona l'uomo non si riconoscerebbe; e attraverso la sua oggettività chiusa e refrattaria a ogni umana compenetrazione non potrebbe egli attuare quell'autocoscienza, in cui pur consiste. Dire uomo perciò è dire Dio; e dire Dio è dire uomo; quell'uomo che ogni figlio d'Eva è sempre e non è mai: quell'ideale che egli trova in se stesso come colui che ha libertà, ossia possibilità di muoversi nell'infinito, e perciò pensare secondo verità e agire osservando il proprio dovere e partecipare pertanto al mondo degli eterni valori; ma lo trova, quest'ideale, in sé come termine che infinitamente trascende quel che egli si trova a essere ogni volta che torni a considerare quel che è, quel che ha detto, fatto, pensato.
Già l'uomo sa che ciò che egli è per sua essenza (essere che pensa e ragiona, ed è libero) non lo è immediatamente e a un tratto. Codesto è il suo dovere: quello che spetta a lui di attuare; e perciò sa che di ciò che riesce a essere ha merito o demerito. Perciò non rischia di scambiare sé con Dio. La loro immedesimazione immediata sarebbe la fine d'entrambi, e l'uomo assisterebbe con terrore allo spegnersi di quella gran luce in cui è la sua vita e al venir meno dentro al suo cuore di quel pungolo che lo spinge sempre più in alto. Se la dualità una volta si componesse e risolvesse in un'identità e unità definitiva, l'uomo si fermerebbe, il suo pensiero si arresterebbe. Ma ciò è impossibile, perché aver coscienza di sé è superare, trascendere se stesso. Andare più su di quel che già si è. E innanzi a noi c'è sempre il monte da salire, e se noi ci abbandoniamo per pigrizia, che è incoscienza, alla soddisfazione della dilettosa piaggia a piè del monte, ecco l'interna rampogna: qual negligenza, quale stare è questo? Stare, ristare è impossibile. Correre al monte è il monito di Catone perché è, prima di tutto, il bisogno intimo della nostra natura.
VI.
Voglio sperare che tra i miei ascoltatori nessuno voglia accusarmi che la mia religione umanizzi Dio, o divinizzi l'uomo e finisca col ridurre a uno i due termini essenziali del rapporto. E tanto meno che voglia attribuirmi la matta pretesa dell'uomo creatore di Dio, come amano sentenziare i pavidi adoratori dei feticci; ché, purtroppo, ce ne sono anche nel seno della Chiesa cattolica, che salgono sui pulpiti e fanno inorridire le anime timorate con le storie inverosimili dell'attualismo. Codeste paure ed equivoci derivano dal separare poco cristianamente ciò che Dio ha congiunto: Dio stesso e l'uomo, facendone i due termini opposti di una via rettilinea, in cui non si potranno mai incontrare senza un miracolo che atterri l'intelligenza. Come se l'intelligenza non fosse necessaria anche per la religione a compimento del sentire, per riconoscerlo, pensarlo e confermarlo.
L'uomo e Dio sono certamente distinti; ma non sono separati se non come termini astratti dalla vivente realtà che è sintesi. Sintesi di Dio che si fa uomo, e uomo che la grazia adegua a Dio, facendo della sua la divina volontà (“fiat voluntas tua!”). Senza l'unità che è la ragione di questa sintesi, non c'è cristianesimo, non c'è religione dello spirito; che, per dir tutto con una formula, è dualità ma dualità che è unità. Il divorzio o antagonismo, che si pretende salvare, è peggio che paganesimo; perché anche il pagano credeva, e perciò confidava, sperando una riconciliazione del naturale e del sovrannaturale, dell'uomo con Dio.
L'uomo che scopre in sé Dio, e in certo modo quindi lo crea, non è l'uomo naturale, ma l'uomo che è spirito, entrato già nel regno dello spirito, ond'è uomo ma è anche Dio. Il quale pertanto viene a essere creato non dall'uomo, anzi piuttosto da se medesimo. E il Dio che si umanizza è il Cristo; e chi, mercé sua, partecipa della sua divina natura. Di che è possibile che si scandalizzino i cristiani intelligenti? Io credo che il cristianesimo richieda intelligenza; richieda, come tutto ciò che è umano, spirito che ravvivi le parole, non parole che uccidano lo spirito. E io vorrei si rispettasse un'esperienza che parla a gran voce attraverso tutti i secoli e sotto tutti i cieli. La quale attesta che l'intelligenza si può bandire e negare, ma con un'intelligenza superiore; e dimostra che nessuna psicologia è più acuta e scaltrita, nessuna analisi della vita spirituale più penetrante e più attenta di quella onde i mistici pervengono a quella loro esasperata conclusione, che la luce è nelle tenebre e che, insomma, per veder meglio bisogna cavarsi gli occhi. Né vale opporre che quel che conta nei mistici è non la via, ma la mèta; perché questa mèta è raggiungibile soltanto per quella via; che è esercizio d'intelligenza e imperterrita fiducia nelle sue forze. È teologia, ancorché negativa: cioè, filosofia. L'intelligenza si potrà usar bene, o si potrà usar male; ma chi può parlare di abuso, se non la stessa intelligenza? Contro la quale ogni polemica non potrà mai essere che ingratitudine nera, o scempia semplicità di spirito.
Anch'io, sì, ho sempre parlato di ignoto e di mistero, come dominio della fede religiosa; e affermato che la religione incomincia dove s'arresta il processo critico della ragione che indaga e scopre la verità. A definirlo, Dio è l'astratto oggetto; il quale, astratto che sia dal soggetto, è il Tutto, accanto al quale non rimane più posto al soggetto. Dio tutto, e l'uomo niente: è il motto del mistico, lo spirito più logicamente religioso. Ma ogni logica più rigorosa precipita nell'assurdo. E io ho pur detto tante volte che anche il mistico, malgrado il suo fiero proposito di annichilirsi, adora Dio. S'inginocchia, si umilia, ma eleva gli altari, edifica i templi e li arricchisce con le fantasie ridenti dell'arte, in cui si riversa e trionfa, a vantaggio della stessa misticità del credente, l'esuberante dovizia della sua misconosciuta soggettività. E però ho avvertito che in concreto l'atto dello spirito non sarà mai né pura arte né pura religione, e che la sola religione che ci sia in atto è quella che si celebra nell'effettiva vita dello spirito, dove tutto il suo vigore si spiega nella sintesi del pensiero. Perciò la religione si alimenta e coltiva nell'intelligenza, fuori della quale svapora e svanisce in un fantasma inafferrabile. L'esclusione reciproca degli opposti è tendenza a un limite, il cui raggiungimento sarebbe la caduta di entrambi gli opposti.
La religione cresce, si espande, si consolida e vive, dentro la filosofia, che elabora incessantemente il contenuto immediato della religione e lo immette nella vita della storia.
Giacché la religione stricto iure non ha storia. La storia la contamina col suo svolgimento, che la sottrae all'immediatezza in cui il sentimento religioso si pone gelosamente come rigida verità, la cui alterazione è falsificazione, opera umana e non di Dio. Che è il motivo del sospetto in cui fin dalle sue origini la storiografia della religione fu tenuta, come sorgente e fomite di dottrine eterodosse ed eretiche. Ma, volere o no, la religione non può non passare attraverso il fuoco del pensiero per tema di bruciarsi le ali che la sorreggano nel suo volo a Dio. Nel fuoco del pensiero acquista essa il calore della vita e la forza onde tutto si assicura nella vita dello spirito, la forza del pensiero; sottratta alla quale la verità è lo schiavo di cui parla Platone, che, non legato alla sua catena, c'è finché c'è, ma può da un momento all'altro fuggire e dileguarsi.
VII.
E qui il mio discorso può finire. Finire, se non altro, per discrezione. Ma somiglia, in verità, al «Palazzo non finito», che c'è qui a Firenze in via del Proconsolo. Non finito, ma pur bello; e dentro ci stanno tante cose. So bene che tante cose sarebbero ancora da chiarire, tanti dubbi da eliminare, tanti problemi da risolvere. Ma io non pretendo — già s'intende da tutto il mio modo di ragionare — che i miei ascoltatori possano per merito mio salire su fino alla cima del monte, illuminata dal sole; né pretendo di averla toccata io la vetta, privilegiato mortale, investito perciò di una missione particolare. Né luce, né pace, né estasi, né beatitudine di santi, santificati perché morti. A me arride la luce della vetta, ma della vetta da conquistare. E non posso promettere né a me né altrui altro che la fatica dell'ascesa: il problema che si risolve per rinascere, l'inquietudine del cuore che non posa e cerca sempre perché ha sempre da cercare. Nella ricerca la vita; e se nel separarmi da voi non posso presumere di lasciarvi appieno soddisfatti, benedetta, lasciatemi dire, l'inquietudine che vi ho data! Il mio scopo è raggiunto."
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L'argomento "Evola" è molto moooolto interessante.
E si ricollega direttamente alla polemica fascismo-destra radicale che sostengo.

Per capire le varie "anime" della destra radicale possiamo analizzare il profilo di Evola e la sua ideologia. Questa ci permetterà di fare un collegamento diretto con l'ideologia nazista, in quanto le due concezioni si fondano sul medesimo credo.
Sì, avete letto bene: CREDO! Già, perchè questo tipo di ideologia più che tale è una RELIGIONE.

Anzitutto andiamo a tracciare un sommario profilo di Evola. Poi faremo un rapido excursus sulla sua concezione, poi ci collegheremo al nazismo, approfondendo discorsi interessantissimi...ma spesso ignorati da molti. Così si potrà mettere fine anche alla polemica della "simbologia" che dovrebbe rappresentare i fascisti attuali.

Iniziamo.

Evola
Cenni Biografici (dal sito "fondazione Evola").

<<Nell'introduzione alle Enneadi Porfirio scrisse di Plotino: "Della sua origine dei suoi parenti, della sua patria non amava parlare: né mai permise che pittore o scultore gli facesse il ritratto, quasi si vergognasse di avere un corpo".

Di Julius Evola si potrebbe dire la stessa cosa: degli anni dell'infanzia e dell'adolescenza infatti sappiamo poco o nulla, e poco o nulla conosciamo, attraverso di lui, di episodi, esperienze o solo aneddoti della sua vita. Nel Cammino del Cinabro, un libro considerato la guida attraverso i suoi libri e le sue idee, e che possiamo tranquillamente definire la sua autobiografia spirituale, Evola non si abbandona mai all'onda dei ricordi: si ha così l'impressione che nulla nella sua vita sia stato lasciato in sospeso e che soprattutto lui stesso considerasse la sua persona semplicemente come il veicolo, lo strumento, il canale di trasmissione dell'idea tradizionale e della sua etica che ammonisce non esser importante chi agisce ma l'azione compiuta.

Julius Evola nasce a Roma il 19 maggio del 1898 da una famiglia siciliana di antiche origini nobili, le prime notizie, scarne, che lo riguardano le apprendiamo dal Cammino del Cinabro: "Nella prima adolescenza si sviluppò in me un interesse naturale e vivo per le esperienze del pensiero e dell'arte. Da giovinetto, subito dopo il periodo di romanzi d'avventure, mi ero messo in mente di compilare, insieme ad un amico. una storia della filosofia, a base di sunti. D'altra parte. se mi ero già sentito attratto da scrittori come Wilde e D'Annunzio, presto il mio interesse si estese, da essi. a tutta la letteratura e l'arte più recenti. Passavo intere giornate in biblioteca, in un regime serrato e libero di letture. In particolare, per me ebbe importanza l'incontro con pensatori come Nietzsche, Michelstaedter e Weininger".

Parallelamente era catturato dalla cultura più anticonformista di quel tempo: Marinetti e il futurismo, Papini e Lacerba, Tzara e il dadaismo. Evola fu in contatto anche epistolare con Tzara e lui stesso s'impegnò nel dadaismo dipingendo alcuni quadri che gli hanno fruttato la qualifica di maggiore e più interessante esponente del dadaismo italiano. Sono dipinti questi le cui geometrie metafisiche sprigionano un'aurea come quelle di alcune poesie, scritte anch'esse in quegli anni. Una dedicata all'alba recita così: "A levante ora il cielo si diluisce I ha dissonanze in roseo I mentre giungono lentamente impolverati suoni flautati".

Evola sentiva fortissimo l'impulso alla trascendenza: "quasi il desiderio di una liberazione o evasione non esente da sfaldamenti mistici", ma allo stesso tempo la disposizione intima di kshatriya, di guerriero, gli portava un impulso per l'azione. Nel 1917 partecipa diciannovenne al primo conflitto mondiale come ufficiale di artiglieria. Evola non è un nazionalista, è attratto anzi dagli Stati imperiali contro cui deve combattere. Viene assegnato a posizioni montane di prima linea vicino ad Asiago dove cominciano, forse, le sue meditazioni delle vette, il suo amore per l'alpinismo e la montagna come esperienza interiore.

Evola, che non viene impegnato in azioni militari di rilievo, finita la guerra rientra a Roma: gli anni che seguono saranno per lui quelli di una crisi esistenziale drammatica e decisiva. Scrive nel Cammino: "Col compiersi del mio sviluppo, si acutizzarono in me l'insofferenza per la vita normale alla quale ero tornato, il senso dell'inconsistenza e della vanità degli scopi che normalmente impegnano le attività umane. In modo confuso ma intenso, si manifestava il congenito impulso alla trascendenza".

Evola sente il bisogno di raggiungere una percezione più profonda e reale della realtà oltre quella, limitata, dei cinque sensi fisici: comincia a far uso di sostanze stupefacenti per placare in qualche modo la sua fame di assoluto. Ciò però non risolve nulla, anzi aggrava la situazione tanto che giunge ad un punto morto: ha 23 anni, l'età in cui si suicidarono Weininger e Michelstaedter. Decide di farla finita anche lui, di chiudere la partita con la vita.

Ma accade qualcosa: “Questa soluzione”, scrive Evola, “fu evitata grazie a qualcosa di simile ad una illuminazione, che io ebbi nel leggere un testo del buddhismo delle origini”. Così recitava il testo del Buddha: "Chi prende l'estinzione come estinzione, e presa l'estinzione come estinzione pensa all'estinzione, pensa sull'estinzione, pensa 'mia è l'estinzione' e si rallegra dell'estinzione, costui, io dico, non conosce l'estinzione". "Fu per me una luce improvvisa". scrive Evola. "in quel momento deve essersi prodotto in me un mutamento, e il sorgere di una fermezza capace di resistere a qualsiasi crisi”.

Evola non rinnegherà mai certe esperienze, ma terrà a specificare che non divenne schiavo delle droghe e che successivamente non ne senti più il bisogno né la mancanza. Intanto, si conclude una fase. Già nel 1921 infatti, Evola smette del tutto la pittura, e dopo il 1922 cessa anche di scrivere poesie.

Comincia il periodo filosofico: già nel 1917, in trincea, aveva iniziato a scrivere Teoria e Fenomenologia dell'individuo assoluto, un'opera che conclude nel 1924 e che viene pubblicata in due volumi, dall'editore Bocca, nel 1927 e nel 1930. In questi due libri Evola associa il suo interesse per la filosofia a quello per le dottrine riguardanti il sovrarazionale, il sacro e la Gnosi. L'obiettivo era tentare il superamento della dualità io/non-io: il soggetto che percepisce il mondo deve sentire che quell'io che ha evocato il mondo è lui stesso, che i confini del suo essere sono più estesi di quelli di cui è cosciente nella esperienza di veglia, deve comprendere che il mondo è una "ipnosi cristallizzata alla quale", scrive Adriano Romualdi che fu suo discepolo e suo esegeta, "si sfugge svegliandosi dal mondo dei sensi con una disciplina della mente".

Nelle teorizzazioni di Evola c'era l'influenza della sapienza tantrica che divulga con L'uomo come potenza edito da Atanòr nel 1926. Com'è, noto i Tantra negano ogni dualismo tra dio e natura, tra uomo e mondo: questo mondo che ci circonda è la divinità stessa e la stessa divinità non è differente dall'io definitivamente liberato: la realtà è celata dal "velo di Maya" che la ispessisce, ma una volta rimosso il velo l'occhio percepirebbe che l'intero universo non è che un'espressione del proprio Sé.

Questi sono gli anni in cui Evola comincia a frequentare i circoli dello spiritualismo romano: entra in contato con kremmerziani, antroposofi teosofi, ma sono anche gli anni delle avventure galanti sullo sfondo di una Roma notturna. Su questo argomento Evola ha sempre tenuto un certo riserbo, ma di una vicenda in particolare sappiamo dal romanzo Amo dunque sono (1927) della scrittrice Sibilla Aleramo con la quale Evola ebbe un tempestoso rapporto sentimentale.

Del 1924-26 sono le collaborazioni a riviste come Ultra, Bilychnis. lgnis, Atanor. Del 1927-29 è l'esperienza del "Gruppo di UR" di cui Evola è il coordinatore dando vita ad una serie di fascicoli, un'antologia dei quali uscirà per Bocca nel 1955-6 in tre volumi col titolo: Introduzione alla Magia quale Scienza dell'Io. Qui magia è appunto "scienza dell'Io", apertura verso stati di percezione più sottili, tecnica di risveglio interiore.

Intanto in Italia aveva preso forma il fascismo. Evola era già intervenuto nel dominio della politica collaborando nel 1924-5 a Il mondo e a Lo Stato democratico, testate dichiaratamente antifasciste ma disposte ad ospitare le sue riflessioni ispirate ad un antifascismo antidemocratico. Eppure il suo interessamento a questa sfera non gli aveva mai creato condizionamenti, né lui si era proposto di esercitarli. Nel 1928, invece, con Imperialismo pagano (Atanòr) Evola, dopo una violentissima critica al cristianesimo, si rivolge esplicitamente al fascismo invitandolo a tagliar corto con i cattolici. Il libro gli vale una serie infinita di problemi. Evola stesso, nella sua maturità, giudicherà quest'opera estremistica, un pamphlet giovanile.

Tra il 1927 e il 1929, ha un carteggio con Giovanni Gentile. L'argomento è la collaborazione di Evola all'Enciclopedia Treccani per la voce sull'ermetismo, lettere in cui Evola trova l'occasione per segnalare al Gentile alcune delle sue posizioni anche in materia filosofica e di critica della civiltà. L'epistolario oltre a dimostrare il riconoscimento della competenza di Evola in materia dì scienze occulte da parte del Gentile, denota l'intenzione di Evola di aprire un dialogo con la cultura ufficiale del regime.

Dal 1925 al 1933 ha un rapporto epistolare anche con Benedetto Croce. Evola ha accennato al rapporto con Croce nel Cammino del Cinabro, ma è grazie alle ricerche di Stefano Arcella che oggi se ne conosce il contenuto. Il motivo specifico del carteggio è quello di pubblicare presso Laterza le opere filosofiche: Teoria e fenomenologia, Nelle lettere Evola nconosce al Croce "quel vasto, oggettivo senso di comprensione, che lo distingue così nettamente dal settarismo e dal dogmatismo oggi così diffuso in Italia". Croce spenderà per queste opere un sincero apprezzamento, giudicandole “ben inquadrate filosoficamente”. Con Teoria e Fenomenologia il periodo filosofico di Evola è concluso.

Nel 1930, insieme ad altri amici, tra cui Emilio Servadio, padre della psicanalisi italiana, Evola dà vita a La Torre: "Fu un nuovo tentativo di sortita nel dominio politico culturale. Abbandonando le tesi estremiste e poco meditate di Imperialismo pagano, riferendomi invece al concetto di Tradizione", scrive Evola, "volli vedere fino a che punto con esso si potesse agire sull'ambiente italiano, fuor dal campo ristretto di studi specializzati". Nell'editoriale del primo numero si propugna una rivolta radicale contro la civiltà moderna con queste parole: "La nostra parola d'ordine, su tutti i piani, è il diritto sovrano di ciò che fu privilegio ascetico, eroico e aristocratico rispetto a tutto ciò che è pratico, condizionato, temporale... è la ferma protesta contro l'onnipervadenza insolente della tirannide economica e sociale, e contro il naufragio di ogni punto di vista superiore in quello più meschinamente umano".

Ma Evola non aveva una buona fama presso varie autorità del regime, Imperialismo pagano non viene gradito e meno ancora piace ora l'intransigenza della Torre, la sua indisponibilità assoluta a piegarsi ai conformismi e ai tatticismi della politica. Sempre nel primo numero, in un articoletto intitolato Carta d'identità, si legge: "La nostra rivista è sorta per difendere dei principi che per noi sarebbero assolutamente gli stessi, sia che ci trovassimo in un regime fascista, sia che ci trovassimo in un regime comunista, anarchico o democratico. In sé questi principi sono superiori al piano politico; ma applicati al piano politico, essi possono solo dar luogo ad un ordine di differenziazioni qualitative, quindi di gerarchia, quindi anche di autorità e di Imperium nel senso più ampio". E veniva aggiunto a mo' di chiusa: "Nella misura in cui il fascismo segua e difenda tali principi, in questa stessa misura noi possiamo considerarci fascisti. E questo è tutto".

Ciò che fece saltare i nervi al peggiore fascismo fu una rubrica interna della Torre: L'arco e la clava. Dopo alcuni attacchi, "... si scatenarono le reazioni più violente e brutali, tanto più che ad esser presi particolarmente di mira... erano degli autentici gangsters, uomini privi di ogni qualificazione ai quali peI semplice fatto di essere stati degli squadristi o di ostentare un ottuso fanatismo era stato accordato di fungere da arroganti rappresentanti del pensiero e della 'cultori' fascista, col risultato di offrire uno spettacolo pietoso”.

Per un certo periodo, a seguito di queste polemiche, Evola deve girare per Roma con una personale guardia del corpo. Viene prima diffidato dal continuare a pubblicare la rivista poi, siccome della diffida non tiene alcun conto, la polizia politica proibisce a tutte le tipografie di stampare la Torre. Finisce così l'avventura della Torre che uscì per dieci numeri fino al 15 giugno del 1930.

In un clima di conformismo e di adulazione al Duce La Torre era stata una meteora accesa in un mondo culturale abbastanza grigio, anche perché, nelle pagine della rivista era contenuto il nucleo originario dei libri che Evola pubblicò subito dopo presso Laterza e Bocca, libri che indagavano il inondo dei simboli primordiali e dell'esoterismo: La Tradizione ermetica del 1931, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo del 1932, il mistero del Graal del 1937.

Il primo e il terzo libro delineano la via occidentale alla gnosi: l'alchimia e la ricerca del Graal, la religione segreta dell'imperialismo ghibellino. Il secondo, Maschera e volto, è un'opera volta ad indagare criticamente le correnti pseudo-spirituali di allora e di oggi: lo spiritismo, il superomismo, il satanismo, certi misticismi. Ma vi è anche lo studio e l'apprezzamento di autori come Meyrink e il Kremmerz, e qualche giudizio, forse un po' troppo sbrigativo su Steiner, un pensatore cui Evola è stato sotto certi aspetti concernenti le scienze spirituali, debitore.

Dopo l'esperienza de La Torre Evola comprende che per poter agire con una certa libertà occorre essere ben protetti dentro qualche base della cittadella fascista. Le basi sono il mensile La Vita Italiana di Giovanni Preziosi e il quotidiano Il Regime Fascista di Farinacci, un uomo oggi universalmente esecrato ma del quale Evola scrive parole di stima: "Chi era con lui poteva esser sicuro di non esser tradito, di esser difeso sino all'ultimo, se la sua causa era giusta".

Su questa testata Evola reincarna praticamente la battaglia della Torre ora con la sua pagina speciale "Diorama Filosofico" alla quale collaboravano autori di grande prestigio come Guénon, Dodsworth, Benn e Paul Valery, tutti accomunati da una visione del mondo aristocratica, antiborghese, antimoderna e tradizionale. Evola dal canto suo attacca il sentimentalismo, la retorica del fascismo piccolo borghese, demolisce il razzismo biologico, lo scientismo, l'umanitarismo in nome di un elitarismo ascetico, sapienziale e cavalleresco.

Nel 1934 appare l'opera fondamentale e principale di Julius Evola: Rivolta contro il mondo moderno. In Rivolta Evola traccia un affresco grandioso della morfologia della storia che vien letta con lo schema ciclico tradizionale delle quattro età (oro, argento, bronzo, ferro, nella tradizione occidentale; satva, treta, dvapara, kali yuga, in quella indù), comune ad Oriente ed Occidente.

Il libro si divide in due parti: la prima tratta di "una dottrina delle categorie dello spirito tradizionale: la regalità, la legge, lo stato, l'Impero, il rito e il patriziato, l'iniziazione, le caste e la cavalleria, lo spazio, il tempo, la terra e poi il sesso, la guerra, l'ascesi e l'azione". La seconda parte contiene "un'interpretazione della storia su base tradizionale partendo dal mito". Il libro si fonda sulla dialettica tra mondo moderno e mondo della Tradizione: il mondo moderno poggia sui criteri dell'utile e del tempo, il mondo della Tradizione sui valori del sacro e dell'eternità. Quello attuale è il tempo del ferro, il kali yuga, in cui l'ordine cede al caos, il sacro alla materia, l'uomo all'animale, ove dilaga la demonia delle masse e del sesso, dell'oro e della tecnica scatenata; un'epoca senza pietà, senza luce, senza amore.

Il poeta tedesco Gottfried Benn dirà di Rivolta contro il mondo moderno: "Chi lo legge si sentirà trasformato".

Nel 1938 in Italia alcuni si improvvisano razzisti e danno vita al Manifesto della razza dove viene riproposto confusamente il razzismo nazista, una rozza dottrina deterministica che non vede nulla al di là del corpo. Ad Evola il razzismo ripugna: per lui teoria dell'eredità eugenetica e vitalismo naturalistico sono abiezioni moderne. Ma d'altro canto non crede alla promiscuità comunistica ove ogni differenziazione scompare in una totalità animale. Per questo dal 1937 al 1941 studia il problema del razzismo, al quale si era già applicato all'inizio degli Anni Trenta. Scrive due libri Il mito del sangue nel 1937 e Sintesi di dottrina della razza nel 1941, editi da Hoepli.

Per Evola è lo spirito che informa di sé il corpo: “Il concetto della razza dipende dall'immagine che si ha dell'uomo... Come salda base della mia formulazione presi la concezione tradizionale che nell'uomo riconosce un essere composto da tre elementi: il corpo, l'anima e lo spirito. Una teoria completa della razza doveva perciò considerare tutti tre questi elementi”.

Evola in questo lungo dopoguerra si è visto etichettare indelebilmente come razzista, che oggi è più di un'accusa, è un anatema, mentre personaggi come Guido Piovene e Luigi Chiarini negli Anni Trenta feroci antisemiti nel dopoguerra si sono ammantati di rispettabilità antifascista. Sta di fatto che Evola, per le sue posizioni in merito alla razza, fu osteggiato da ambienti ufficiali tedeschi, come oggi rivelano i documenti segreti del ministero degli interni del Reich e della Anenherbe, la sezione ideologica delle SS.

In questo periodo Evola compie alcuni viaggi, soprattutto in Germania, dove tiene un numero considerevole di conferenze. Del 1938 è l'incontro in Romania con Cornelio Codreanu, del quale Evola, in un articolo che ne ricordava la figura, scrive parole di grande stima.

Intanto dal 1940 l'Italia è in guerra, all'inizio della compagna contro l'URSS Evola chiede di partire volontario. Ma la risposta giunge quando ormai l'Armir è in ritirata, motivo del ritardo: Evola non è tesserato al partito fascista!

L'8 settembre sorprende Evola in Germania. È tra i pochi, con Preziosi, il figlio Vittorio e qualche altro, ad accogliere Mussolini, liberato da Skorzeny al Gran Sasso, al Quartier Generale di Hitler. Aderisce alla RSI, lui monarchico, aristocratico e reazionario aderisce ad una repubblica sociale. Una contraddizione? Evola non sposa i punti di Verona, ma lo spirito legionario di chi, pure ormai militarmente sconfitto, rimane fedele ad un'idea scegliendo di battersi su posizioni perdute.

Nel 1943, in un'Italia sconvolta dalla guerra esce per Laterza La dottrina del risveglio, saggio sull'ascesi buddhista. Scrive Evola nella sua autobiografia: “Il carattere aristocratico del buddhismo, la presenza in esso della forza virile e guerriera (è un ruggito di leone che designa l'annuncio del Buddha) sono stati i tratti che io ho messo in rilievo nell'esposizione ditale dottrina". D'altronde abbiamo visto come Evola avesse un debito con la dottrina del principe Siddharta: il libro è anche un gesto di gratitudine.

Negli ultimi anni della guerra Evola è prima in Germania poi a Vienna, in questa città, probabilmente nell'aprile del 1945 si trova coinvolto in un bombardamento mentre passeggia per strada. Evola viene sbalzato da uno spostamento d'aria: una lesione al midollo spinale gli provoca una paralisi agli arti inferiori che purtroppo, malgrado tentativi chirurgici e sottili, risulterà definitiva. Può sembrare strano, e di fatto ad una logica comune lo è, che Evola passeggiasse per le vie di Vienna durante un bombardamento ma, spiega nel Cammino, "il fatto non fu privo di relazione con la norma, da me già da tempo seguita, di non schivare, anzi di cercare i pericoli nel senso di un tacito interrogare la sorte". E poi commenta così la sua paralisi, quasi che fosse quella di un altro: “Nulla cambiava, tutto si riduceva ad un impedimento puramente fisico che, a parte dei fastidi pratici e certe limitazioni della vita profana, poco mi toccava, la mia attività spirituale e intellettuale non essendone in alcun modo pregiudicata o modificata".

Poi con distaccata ironia aggiunge - è il 1961: "Per intanto, mi sono adeguato con calma alla situazione, pensando umoristicamente talvolta, che forse si tratta di dèi che han fatto pesare un po' troppo la mano, nel mio scherzare con loro

Non era nuovo a questo contegno. Pio Filippani-Ronconi, in un ricordo di Evola scrive: "Amo raffigurarmi la solitudine di Evola con l'immagine del suo soggiorno viennese durante la guerra: quando, durante i più terrificanti bombardamenti aerei, il silenzio fra le esplosioni era punteggiato dal ticchettio della sua macchina da scrivere, sulla quale, indifferentemente allo squasso circostante, continuava placidamente a lavorare".

Dopo l'esplosione Evola si risveglia in ospedale, si guarda intorno e chiede che fine abbia fatto il suo monocolo.

Nel 1948, grazie alla Croce Rossa Internazionale. viene trasferito a Bologna. Nel 1951 rientra nella sua casa di Roma. Sono cinque anni di vero e proprio calvario passati in letti d'ospedale con assistenza precaria e cibo al limite del commestibile. Evola considera tutto ciò come una prova di autosuperamento. Del passato non rimpiangeva nulla, o quasi. Gianfranco de Turris che dal 1968 sino alla morte gli è stato assiduamente vicino, ha scritto che gli mancavano soprattutto Vienna e la montagna, il mondo dell'aristocrazia e la solitudine delle vette.

Evola si guarda intorno e vede un panorama di rovine, non solo materiali. Non ha più alcuna speranza negli uomini; invece viene a sapere che esistono dei gruppi giovanili che non si sono lasciati trascinare nel crollo generale e che leggono i suoi libri. Per questi giovani nel 1950 scrive Orientamento dove sviluppa in undici punti le direttrici di un'azione Politico-culturale. "Non senza relazione con ciò", scrive Evola, “mi trovai coinvolto in una comica vicenda”. Si riferisce al processo contro i FAR dei quali viene indicato, e arrestato come ispiratore.

"Naturalmente e ancora la voce di Evola, "la cosa finì in un nulla, quasi tutti gli imputati vennero assolti". A difendere gratuitamente Evola c'è un avvocato antifascista Francesco Carnelutti. Personalmente tiene anche una brillante autodifesa poi pubblicata, dove oltre a chiarire la sua posizione (aveva Scritto un paio di articoli su Imiperium. la rivista dei neofascisti ed era all'oscuro delle azioni illegali di questi che furono comunque tanto inutili quanto innocue), mette in chiaro la sua visione del mondo, anche per ribattere alle accuse di apologia del fascismo. Scrive Evola ricordando quel fatto:

"Dissi che attribuirmi idee fasciste era un assurdo. non in quanto erano fasciste, ma solo in quanto, rappresentavano, nel fascismo, la riapparizione di principi della grande tradizione Politica europea di Destra in genere, io potevo aver difeso e potevo continuare a difendere certe concezioni in fatto di dottrina dello Stato. Si era liberi di fare il processo a tali concezioni. Ma in tal caso si do vano far sedere sullo stesso banco degli accusati Platone, un Metternich, n Bismarck, il Dante del De Monarchia e via dicendo".

Ne 1953 Evola dà alle stampe Gli uomini e le rovine che è l'estensione degli un ci punti di Orientamenti. Il libro è l'ultimo tentativo di promuovere la formazione di uno schieramento di vera Destra. Lo Stato che delinea Evola è lo Stato organico che ha come base “i valori della qualità, della giusta diseguaglianza e della personalità... ad ognuno il suo e ad ognuno il suo diritto, conformemente alla sua dignità naturale".

Nulla a che vedere con lo Stato totalitario e poco a che vedere, purtroppo, anche col fascismo.

Ne 1963 Evola scrive per la casa editrice Volpe un libretto intitolato: Il Fascismo visto dalla Destra. Contro ogni esaltazione, come contro ogni partigiana denigrazione, Evola enuclea, dal punto di vista dell'idea tradizionale, ciò che di positivo e di negativo risultava nel fenomeno fascista: dà atto al fascismo di aver sollevato gli antichi simboli dell'ascia e dell'aquila, di aver teorizzato un uomo nuovo, di aver agitato il mito dell'ordine e della gerarchia, ma lamenta che tutto sia rimasto a livello di propaganda sia per i tempi, inadatti, sia per la qualità umana che compose i quadri del fascismo, la quale in gran parte, in questo dopoguerra ha composto con la stessa ottusità quelli dell'antifascismo. Il fascismo, in definitiva per Evola, è stato un tentativo generoso ,ma va inquadrato nella fenomenologia delle ideologie moderne.

Nel 1958 intanto era uscito anche Metafisica del sesso un libro tra i più suggestivi di Evola dove viene messa in luce la forza basale. magica e potentissima del sesso, l'ultima, in un mondo ormai desacralizzato, assieme all'esperienza de! l'innamoramento, a rivestire un carattere sacro ove possa balenare un lampo di trascendenza, una rottura di livello della coscienza ordinaria dell'uomo e della donna.

Nel 1961, parallelo a Gli uomini e le rovine, era uscito Cavalcare la tigre, il breviario di chi deve vivere in un mondo che non è il suo forte della propria invulnerabilità. Evola si rivolge a quel tipo di “uomo differenziato” che pur non sentendo di appartenere interiormente a questo mondo, non ha nessuna intenzione di cedere ad esso né psicologicamente né esistenzialmente. "Occorre far sì che ciò su cui non si può nulla, nulla possa su di noi", occorre "cavalcare la tigre" perché la tigre non può colpire chi la cavalca. Bisogna aprirsi senza perdersi, concedersi soltanto ciò di cui si è sicuri di poter fare anche a meno. La differenza tra l'anarchico tout court e l'anarchico di Destra, è che il primo vuol essere libero da tutto tranne dalle sue bassezze e dai suoi vizi, il secondo non riconosce al mondo attuale nessuna legittimità e nessuna legge, ma cerca la libertà in se stesso, il dominio su di sé. l'autarchia; chi cavalca la tigre, non è amico della tigre.

Nella sua abitazione romana di Corso Vittorio Emanuele, Evola vive in affitto e sopravvive con una pensione d'invalido di guerra. Traduce libri, scrive articoli per diverse testate, riceve amici e curiosi. Così lo descrive Adriano Romualdi in un libro del 1968, in occasione del suo settantesimo compleanno: "Chi si recasse da Evola per incontrarvi un ispirato, un profeta, o per udire sentenze ed enigmatici motti, rimarrebbe deluso. Del pari, chi fosse cupido di atteggiamenti preziosi, ricercati o, comunque, remoti dall'ordinario. Vi troverebbe soltanto un signore dai capelli non ancora bianchi, dalla figura - nonostante la forzata immobilità - ancora imponente, il tratto distinto ed affabile, il volto curioso, intelligente, attento. Più che un santone un aristocratico e, quasi. per una certa finezza di modi ancien régime, una figura di filosofo e viaggiatore settecentesco. Eppure", continua Romualdi, con un po' di osservazione potrebbe notare che quell'espressione attenta è la spia di una perpetua vigilanza, di una personalità che 'veglia su se stessa con continua disciplina, “natura intellettuale priva di sonno”.

Nel 1968, mentre il suo pensiero viene contrapposto nelle università a quello di Marcuse, Evola viene colpito da uno scompenso cardiaco acuto. Lo stesso malore si ripeterà nel 1970. In questa occasione viene fatto ricoverare dal suo medico e personale e amico. Evola, in ospedale, infastidito dalle suore che lo assistono, minaccia di denunciarlo per sequestro di persona.

Anche se il corpo è stanco lo spirito di Evola è forte e combattivo: continua a scrivere, a rilasciare interviste, a ironizzare se qualcuno lo va a trovare con la ragazza, lui s'infila il monocolo e inscena un corteggiamento, oppure a chi in un'intervista gli chiede molto serioso, dove potrebbe rivolgersi chi sia interessato alle scienze occulte lui risponde: "Se si tratta di giovani donne, anche qui, a casa mia".

Scherza su di sé e gli altri, è sereno.

La salute però peggiora costantemente, perde le forze, il corpo s'indebolisce, ha difficoltà respiratorie ed epatiche. Comincia a contrarre banali infezioni, mangia poco e malvolentieri.

Verso la fine di maggio del 1974 si sente sempre più debole, e sempre più consapevole che il vestito fisico non lo regge più. Pierre Pascal, che va a rendere l'ultimo omaggio al Maestro così lo ricorda negli estremi giorni di vita: "Gli dissi il desiderio supremo di Henry de Montherlant: essere ridotto in ceneri dal fuoco, affinché fossero disperse ha brezza leggera del Foro, tra i Rostri e il Tempio di Vesta. Allora quest'uomo, che era davanti a me, disteso, con le belle mani incrociate sul petto mi mo orò dolcemente e quasi impercettibilmente: “Io vorrei... ho disposto... che le mie fossero lanciate dall'alto di una montagna”.

Martedì 11 giugno, nel primo pomeriggio Evola, sentendo vicina la morte si fa condurre al tavolo dì lavoro di fronte alla finestra che dà sul Gianicolo; sono le quindici quando spira reclinando il capo. Nel suo testamento aveva stabilito che il corpo venisse cremato, che non vi fossero cerimonie cattoliche né annunci.

Le ceneri, secondo quanto scritto nelle sue ultime volontà, vengono consegnate alla guida Eugenio David suo compagno di scalate tanti anni addietro. Un parente del David e una schiera di seguaci seppelliscono una parte delle ceneri del Maestro in un crepaccio del Monte Rosa, le altre vengono lanciate al vento.>>
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MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 2:54 pm    Oggetto:  
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Dunque.
Da questo breve profilo possiamo comunque iniziare ad abbozzare una traccia dell'ideologia evoliana.

Evola è un tradizionalista di destra radicale.
Durante il fascismo NON ADERISCE ALL'IDEA FASCISTA, MA LA REPUTA UN BUON PROPOSITO (CONDIVIDENDO SOLO ALCUNE DELLE CARATTERISTICHE IDEOLOGICHE DEL FASCISMO: DISCIPLINA, GERARCHIA, IDENTITA') LA CUI VALIDITA' PUO' SUSSISTERE SOLO CORREGGENDOSI! DIVENTANDO IMMAGINE DELLA SUA CONCEZIONE!

La stessa posizione sarà dell'Evola post-bellico. Egli stesso non si definirà mai fascista..in più di un caso si distanzierà dal fascismo ribadendo che lo si può accettare solo per quel tanto di caratteristiche che si oppongono allo sfacelo del dopo-guerra. Quelle caratteristiche che lui, DA SOLE E IN MODO RADICALE, reputa mezzo per "Rivoltarsi contro il mondo moderno"!

Già questo senso di rifiuto della modernità lo mette in antitesi col fascismo, che rispetta sì la tradizione ma la mette a base del cammino verso il futuro senza farne l'unica componente di un'Idea.
Senza pretendere di tornare indietro! Cosa invece sostenuta da Evola.

Egli dice, quando viene inquisito:

"Dissi che attribuirmi idee fasciste era un assurdo, non in quanto erano fasciste, ma solo in quanto, rappresentavano, nel fascismo, la riapparizione di principi della grande tradizione Politica europea di Destra in genere, io potevo aver difeso e potevo continuare a difendere certe concezioni in fatto di dottrina dello Stato. Si era liberi di fare il processo a tali concezioni. Ma in tal caso si do vano far sedere sullo stesso banco degli accusati Platone, un Metternich, n Bismarck, il Dante del De Monarchia e via dicendo".

Mi sembra una chiara presa di posizione. Netta. Che si ricollega a quello che ho accennato sopra.

Durante il regime fascista, le sue Teorie "sipritiste" (più che spiritualiste) sono fortemente rigettate. Sono incompatibili col pensiero fascista. L'esperienza della Torre (che lo ha costretto a girare con una Guardia del corpo....) non si esaurisce con la chiusura della Rivista.
Va da gente come Preziosi (guarda caso va da personaggi invisi al fascismo) per perorare la sua causa:
"La nostra rivista è sorta per difendere dei principi che per noi sarebbero assolutamente gli stessi, sia che ci trovassimo in un regime fascista, sia che ci trovassimo in un regime comunista, anarchico o democratico. In sé questi principi sono superiori al piano politico; ma applicati al piano politico, essi possono solo dar luogo ad un ordine di differenziazioni qualitative, quindi di gerarchia, quindi anche di autorità e di Imperium nel senso più ampio. Nella misura in cui il fascismo segua e difenda tali principi, in questa stessa misura noi possiamo considerarci fascisti. E questo è tutto".

Beh...Non mi sembra proprio sia un atto di fede fascista! Anzi! E' una attestazione di non voler sposare altre idee al di fuori della sua e che non si confanno alla sua!

Nella RSI, Evola non da un appoggio ufficiale. Non prende incarichi di nessun tipo, nè pubblici nè privati.
Condivide UNICAMENTE il principio cavalleresco della "lotta per Onore".
Quindi OSTEGGIA DICHIARATAMENTE le ulteriori conquiste Corporative del fascismo, poste in essere dal Manifesto di Verona e le successive leggi..

Nel dopo-guerra, i gruppi pseudo-nostalgici lo inseriscono come "riferimento culturale" fascista. Ma il suo concetto politico è più che chiaro. Non si sente legato a nessuna ideologia ed è felice di "essere letto" dai giovani nella misura in cui questi possono essere fatti SUOI PROSELITI. Inoltre la sua volontà di "correggere" il fascismo e farlo diventare quello che ha sempre voluto (un SUO movimento) non si è mai sopita.
Lui, veramente, voleva costituire un NEO-fascismo che più che una idea politica doveva "evolversi" e trasformarsi in una RELIGIONE della TRADIZIONE.

La sintesi di Evola, già da questi piccoli riferimenti, appare chiaramente in netta ANTITESI COL FASCISMO.

Non dobbiamo dimenticare che lo "spiritismo" di Evola si appalesa nelle sue teorie esoteriche, occulte.

I suoi "maestri" o "formatori" (diretti o non) sono, fra gli altri :
Guénon, Steiner.

Di questi farò cenno del loro profilo, per avere un'idea.

Altra questione importante: la teoria del "razzismo spirituale".

Evola è stato definito razzista dai non-evoliani, antirazzista dagli evoliani.

Non sono corrette nè l'una nè l'altra tesi.
La sua concezione sulla Razza è chiara. La Razza è al centro della sua concezione; anzi la Razza-Guida, la Razza-elite.

Il "suo" razzismo è però impostato su una concezione metafisica...Ma più che spirituale, esoterica. Evola condivide le teorie della "dotrina segreta" della Teosofia e della Teozoologia che vi dirò in seguito meglio. Anche se il suo pensiero "evolve" questi concetti, non si discosta dalla sua base.

Infatti lui crdeva nel "proselitismo" verso l' "elite".
Ma i tratti RAZZIALI di questa elite, per lui dovevano esistere. Anche se discendevano dalla sfera metafisica e se questa era preminente rispetto a quella fisica pura.

Inoltre la fondazione-evola dimostra di avere le stesse caratteristiche della vulgata.

Riassume le leggi razziali in una copia del nazismo.
Questo è un falso storico.
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MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 3:59 pm    Oggetto:  
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Inserisco un breve riassunto, che contiene però fatti molto molto importanti che poi approfondirò.

Eccolo:

IL NAZISMO: COME NACQUE

(di Giuseppe Vatinno)
IL NAZISMO "MAGICO" (1)

(Nella immagine la svastica (Hakenkreuz) destrogira emblema del Partito Nazionalsocialista Tedesco)

LA SOCIETA’ DI THULE

E’ di qualche interesse sapere che il Partito Nazionalsocialista tedesco ebbe una sua incubatrice naturale in una società segreta di tipo esoterico che si chiamava Thule-Gesellschaft e che fu fondata dal barone Rudolf von Sebottendorff (che in realtà si chiamava Rudolf Glauer).

Ma leggiamo direttamente dalla penna di W. Maser che nel libro Hitlers Mein Kampf ricostruisce la storia iniziale del movimento nazista in Germania.

“…Nell’Agosto 1918 fu fondata la “Società di Thule”, raggruppamento antisemita di estrema destra, su iniziativa del barone Rudolph von Sebottendorff…Harrer era stato incaricato dalla Thule-Gesellschaft di partecipare alla riunione organizzata il 2 ottobre 1918 da Drexler.
Il 5 gennaio 1919 Anton Drexler (ndr: fabbro nelle ferrovie di Stato tedesche) e il conduttore di locomotive Michael Lotter fondarono il Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP)…Drexler e Harrer, un operaio ed un giornalista, diretti da un’organizzazione borghese relativamente piccola ma potente, rappresentarono le organizzazioni di estrema destra fino all’apparizione di Hitler…
A partire dalla fine del luglio 1921 non vi fu più al Partito Nazionalsocialista dei lavoratori Tedeschi (NSDAP, tale fu il nome del DAP dopo la primavera del 1920) che un solo capo con l’autorità di direttore: Adolf Hitler”.

La Thule-Gesellschaft era in realtà la “mano nascosta” del cosiddetto Germanorden cioè l’Ordine dei Germani (il barone Rudolf von Sebottendorff era il responsabile per la “provincia” bavarese).
Il " barone" (in realtà il tItolo deriva da una tardiva adozione e mai fu riconosciuto in Germania) aveva viaggiato molto nel vicino oriente ed aveva avuto stretti contatti con l’organizzazione turca della Mezzaluna Rossa (ed aveva pubblicato un curioso libro “Pratiche operative dell'antica massoneria turca”, in cui insegnava ad utilizzare dei passi rituali e la pronuncia di particolari sillabe per compiere una trasformazione iniziatica) e disponeva di ingenti possibilità finanziarie.
Dal novembre 1918 la Thule-Gesellschaft divenne il centro di numerose attività di stampo razzista e nazionalista.

Dopo il giugno 1918 il quotidiano Munchener Beobachter divenuto poi il Volkischer Beobachter durante il nazismo fu comprato dal barone e dalla società di Thule.
La svastica (dal sanscrito svastika, da svasti “felicità”) o la “croce gammata” (cioè composta da quattro gamma incrociate) che fu il simbolo del nazionalsocialismo deriva direttamente dal simbolo dall’Ordine dei Germani (che però era una croce uncinata), come il saluto “Sieg Heil!” (“Salute alla vittoria!”) deriva direttamente dalla Società di Thule.
A questo proposito giova ricordare che la “croce uncinata” destrogira (Hakenkreutz) apparve nel 1919 come simbolo araldico della Thule-Geselschaft e secondo von Sebottendorff indicava il percorso ascendente del sole dal solstizio d’inverno a quello d’estate.

Il simbolo della svastica compare in numerose culture arcaiche (con molte probabilità è legato al dinamismo dei cicli stagionali); ne abbiamo traccia già intorno al 2000 a.C. nella cultura preariana di Mohenjo-daro (la cosiddetta “civiltà dell’Indo”); una svastica compare a volte sul cuore dei Budda giapponesi (in particolare del periodo Kamakura); presso le culture della Germania del Nord si usavano amuleti a svastica che rappresentavano il martello del dio del tuono, Thor.

Nel 1919 Friederich Krohn appartenente sia a Thule che al NSDAP aveva proposto una croce gammata sinistrogira ma il 20 maggio del 1920 questa proposta fu modificata per diretto volere di Hitler che riassunse la croce destrogira, simile a quella di Thule (che però aveva i bracci curvi essendo una vera “croce uncinata”).

L’alveo culturale dello sviluppo del Germanorden fu la Germania del Sud e –specificatamente- quella Baviera che fu poi anche la culla del nazionalsocialismo.
Uno dei simboli della Thule era quella del dio barbaro Wotan.
Thule, nella mitologia nordica, è un “antico regno delle nevi”, forse lo stesso artico (ma probabilmente, l’origine è anche da raccordarsi alla località di Thale dove fu svolta il 2 maggio 1914 una grande adunanza del Germanorden).

Appare abbastanza chiara quindi l’influenza della Thule sul Partito Nazionalsocialista; a riprova di ciò basti pensare che quello che sarebbe divenuto il numero due del partito – Rudolph Hess- era “membro attivo” (mitglied) della Thule-Gesellschaft ed iniziato quindi del Germanorden.
Già dal 1924, quando Hitler era prigioniero nella fortezza di Lansberg per il fallito colpo di Stato di Monaco, Hess fu il collaboratore più stretto del Furhrer.

L’esoterismo e l’occultismo furono praticati e studiati profondamente da Hess e da altri capi nazisti (ad esempio Himmler, esperto di mistica coranica e capo delle SS che volle sul modello dei Templari) con il preciso intento di sviluppare una società “mistico - politica”; l’astrologia fu tenuta in grandissima considerazione per la scelta dei giorni in cui attuare operazioni belliche e politiche; si pensi anche che i colori ufficiali del vessillo nazista, il nero, il rosso ed il bianco sono i colori “sacri” dell’alchimia.

Von Sebbottendorff continuò a coltivare il suo grande interesse per il mondo islamico in generale e per la Turchia in particolare (“entrambi minacciati dal Bolscevismo”); inoltre diceva che bisognava seguire gli insegnamenti dei Rosacroce degli alchimisti e dei mistici arabi; egli stesso fu astrologo e dedito a studi di magia.
La sua idea di fondo era quella di produrre una sorta di “Islam germanico” di stampo razzista (e che avesse in soldati – dervisci i loro guerrieri) che si opponesse all’illuminismo tollerante e umanista nato dalla Rivoluzione Francese.
Il nome di Thule era stato designato fin dall’antichità classica a definire quelle terre dell’ “Oceano settentrionale” ritenendo che la più lontana detta appunto “Ultima Thule” (nome dato da Virgilio nelle “Georgiche”) fosse identificabile con l’Islanda (il primo a riferirne fu Pitea di Massalia, un navigatore del IV secolo a.C. nella sua opera “Dell’Oceano” e subito il nome va a simboleggiare il “limes nordico” per eccellenza e comunque una “finis terrae”).

L’etimologia potrebbe provenire o dal mitico re del Paese Thulus oppure –secondo i greci- potrebbe provenire da Tholos (foschia, nebbia) o Tele (lontano).
Un’interpretazione del termine celtico Thual richiamerebbe il “nord”.
Plinio dice che Thule è “la terra più lontana e che essa non ha notti durante il solstizio d’estate, mentre le tenebre vi perdurano durante tutto l’inverno”.
L’esoterismo individua invece nella “Thule Iperborea” il “Polo della Luce” e la mitica sede del “Re del Mondo” difesa da una “cavalleria mistica”.
Come si può facilmente osservare da quanto sopra riportato il nazionalsocialismo fu profondamente intriso ed imbevuto fin nei suoi più riposti gangli di esoterismo e di mistica esoterica.
Conclusione giustificata da un’analisi attenta dei fatti ma anche dall’evidente ricorso ad un massiccio simbolismo di cui la svastica è solamente l’emblema più noto.

In questo, il nazismo, si caratterizzò sicuramente dal fascismo italiana ed –in genere- da altre espressioni della destra nazionalista europea quasi a proporre realmente un modello “terreno” della civiltà ideale di stampo messianico in cui il popolo vedeva nella figura del Führer Adolf Hitler il vessillifero di un “nuovo ordine mondiale”



-IL NAZISMO "MAGICO"


RUDOLPH HESS TRA OCCULTISMO E POLITICA

"[...]Ho avuto la fortuna di vivere molti anni della mia vita a fianco di uno degli uomini più grandi che il mio popolo abbia mai espresso nel corso della sua storia millenaria. [...]
Sono felice ed orgoglioso di aver fatto il mio dovere come tedesco, come nazionalsocialista,
come fedele al Führer. Non rimpiango niente. Se dovessi ricominciare, agirei nello stesso modo: anche sapendo che alla fine della mia vita mi aspetta il rogo.
Poco mi importa di ciò che possono farmi gli uomini. Comparirò davanti all'Onnipotente. E' a lui che debbo rendere conto, e so che mi assolverà".
Rudolph Hess - Dichiarazione al processo di Norimberga 31 agosto 1946

E’ ormai da qualche anno che la storiografia ufficiale si è cominciata ad occupare degli evidenti aspetti occultistici che sono stati alla base della formazione e dello sviluppo del nazionalsocialismo in Germania.
Come infatti abbiamo visto nel precedente articolo, lo stesso Partito Nazionalsocialista tedesco ebbe il suo precursore in una società segreta di tipo iniziatico (fondata dal barone Rudolf von Sebottendorff) che si chiamava Thule-Gesellschaft (nata il 12 Agosto 1919).
Già nella denominazione Thule si fa esplicito riferimento alla mitica terra degli iperborei legata a tradizioni della magia polare artica.

Per capire esattamente –anche dal punto di vista storico- le radici occultistiche del nazismo occorre inquadrare il clima tipico che si era andato sviluppando in quegli anni in Europa.
Dopo la “nascita” ufficiale dello spiritismo o spiritualismo che si fa coincidere con il cosiddetto "caso delle sorelle Fox" negli Stati Uniti (nel 1848 ad Hydesville) si assistette in poco tempo ad una vera e propria epidemia di occultismo che forse si può interpretare come una sorta di reazione naturale all’illuminismo settecentesco prima e al positivismo scientista dell’ottocento poi.
I tavolini cominciarono a “ballare” –ci sia consentita questa espressione- in tutto il mondo ma principalmente in Europa.
Parallelamente allo sviluppo dello spiritismo si assistette anche al formarsi e al successivo proliferare di sette occulte a carattere iniziatico.

Ad esempio questo fu il caso della Golden Dawn (Alba dorata) in Inghilterra e della Società Teosofica della Helena Petrovna Blavatsky negli Stati Uniti, poi in India ed in Europa.
Il tutto in un ambiente culturale –quello europeo appunto- in cui l’occultismo di stampo rinascimentale non era mai morto (si pensi alla confraternita dei Rosa Croce ad esempio) nonostante i colpi portati da Scienza ed Illuminismo. Questo senza contare naturalmente che le forme della cosiddetta “magia naturale” assai sviluppate nelle aree rurali a bassa scolarizzazione erano (e sono) sempre assai attive.

Ecco dunque che nella Germania che usciva sconfitta ed umiliata dal primo conflitto mondiale si presentano quelle condizioni culturali irrinunciabili allo sviluppo dell’occultismo di massa.
Tali condizioni sono quelle di una grande incertezza e sfiducia nella vita. La mancanza di alternative spinge spesso il popolo verso credenze irrazionali (a corroborare tale tesi serva il notare l’enorme sviluppo dell’occultismo di massa nell’ex Unione Sovietica dopo la caduta dell’ ”idea guida” del socialismo).
Alla ricerca dell’occultismo nelle masse si nota contemporaneamente la presenza di un esoterismo delle classi della borghesia e dell’aristocrazia.
E’ questo il climax che vede la nascita in Germania di Thule prima e del nazionalsocialismo poi.

I vertici nazisti originari furono tutti degli occultisti e lo stesso Adolf Hitler fu molto legato ad alcune scienze occulte (l’astrologia principalmente) ma anche a regimi “salutisti” (il Führer non beveva alcol e mangiava molto parcamente; inoltre fece la prima vera campagna antifumo della storia).
Hitler fu membro di Thule ma fu anche un politico pragmatico.
Il vero uomo legato all’occultismo magico fu invece il numero due del Partito (ed il numero tre alla successione dello stato dopo lo stesso Hitler e Göring ) Rudolph Hess.
Nato ad Alessandria d’Egitto il 26 aprile 1894 da un commerciante tedesco assorbì le influenze della mistica islamica (principalmente il sufismo) fin da giovanetto.
Arruolatosi nella aeronautica tedesca si comporterà eroicamente durante il primo conflitto mondiale per poi affiliarsi a Thule dove conobbe Adolf Hitler.

Il suo interesse per l’occulto lo portò ad intessere numerose relazioni con membri delle sette inglesi che sfociarono in un atto storico politico di enorme rilevanza cioè nella “missione” solitaria del 10 maggio 1941 che portò Hess in Scozia per trattare (pare) una pace separata con l’Inghilterra con il Duca di Hamilton.
La missione fallì principalmente per la profonda avversione che il Primo Ministro Britannico Winston Churchill nutriva per la Germania Nazista (e per i suoi capi occultisti).
Cosicché la storia di Hess (o del suo sosia?) si dipanerà attraverso una apparente pazzia fino alla morte per uno strano suicidio il 12 Agosto 1987 - a 93 anni- avvenuta nel carcere speciale di Spandau nel giorno dell’anniversario di quella Società di Thule che era stata la naturale incubatrice dell’aquila nazista.


Giuseppe Vatinno

Bibliografia
Alleau R. Le origini occulte del nazismo, Edizioni Mediterranee, Roma 1989
Galli G. Hitler e il nazismo magico, Superbur, Milano 1999
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MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:02 pm    Oggetto:  
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Interessante eh?

Il riferimento alla "Società Thule" è per molti sconosciuto.
LA COSA DETERMINANTE ED IMPORTANTISSIMA (E SCONVOLGENTE) E' PERO' CHE LA "SOCIETA' THULE" E' IL NAZISMO!
IL NAZISMO E' UN "PRODOTTO" DELLA "SOCIETA' THULE"! INCREDIBILE EH?
NELLA SOCIETA' THULE TORVERETE TUTTA LA "TEORIA" NAZISTA! TUTTA! HITLER, SCRIVENDO MEIN KAMPF, CON QUEL TANTO DI PRAGMATISMO POLITICO NECESSARIO, METTEVA IN PRATICA LA THULE!
NON SI E' INVENTATO NULLA!

La "Religione" della Thule (perchè di questo si tratta) è quella del nazismo.
Nella Thule troviamo le teorie Teosofiche, Teozoologiche, esoteriche, che abbiamo visto anche in Evola, sia pur con tratti particolari ed "evoluti".

Ecco il legame tra le due concezioni.

Adesso mi viene voglia di farvi curiosare in questa "concezione". Che sarà mai?

Vediamo la Genesi:


"La Teosofia

Immagine:

24,75 KB

Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891) nacque in Ucraina col nome Von Hahn Rottenstern. Fin da bambina manifestò poteri sensoriali, fu affetta da sonnambulismo e allucinazioni. Nel XIX secolo era molto "in voga" intraprendere viaggi in Tibet, e così fece pure Madame Blavatsky, che da adulta era una nota telepatica e psichica.Questo suo viaggio è documentato dal libro "Dottrina Segreta", dove descrive di come sia venuta a contatto con antiche testi occulti in un antico monastero tibetano, che la portarono alla conoscenza dell'universo e del corso futuro della storia.Il testo afferma che l'Uomo inizialmente era Puro Spirito senza un corpo, ma un giorno decadde nel Caos e nell'Oscurità.Madame Blavatsky affermò di essere stata iniziata alle pratiche magiche e all'uso di simboli esoterici che insegnano come far risorgere dalla Razza Umana dalla bassezza odierna alla pura forma spirituale iniziale.Diceva di essere anche in contatto telepatico con i Maestri Nascosti, che le raccontarono la storia occulta dell'essere umano.Blavatsky affermava inoltre che il simbolo esoterico più potente era lo Svastica, conosciuto in Tibet come "Principio di Fuoco e Creazione", ma che lei indicò come il simbolo della Razza Ariana, ovvero il nome della Nuova Razza che si genererà attraverso i suoi insegnamenti."


La Teozoologia

Jorg Lanz Von Liebenfels (1874-1954) fu descritto come il Padre del Nazional-Socialismo. Egli combinò gli insegnamenti di Von List (Importante membro del Germanenorder, teorizzò l'idea dello Stato Ariano, abitato da una Razza Superiore germanica) con i suoi interessi di eugenetica, e creò una nuova dottrina che chiamò "Teozoologia". Alla luce di ciò, Von Liebenfels proclamò l'esistenza delle 7 Radici Razziali che si susseguirono sulla terra:
La Prima razza a svilupparsi sulla terra fu la Razza Astrale, degli esseri umani di puro spirito, la forma di esistenza più perfetta del Creato.
La Seconda fu la Razza Iperborea, che viveva in un continente ormai scomparso nell'Oceano Nordico.
La Terza razza fu quella dei Lemuri, che scomparve a causa del mescolamento con gli animali.
La Quarta Razza fu quella degli Atlantidi, che possedevano poteri psichici e vivevano in grandi città. Furono distrutti da un'innondazione.
La Quinta razza era conosciuta come "Razza della Speranza", coloro che fondarono la cultura greca.
Dalla quinta razza si svilupparono poi altri due "ceppi": gli Ariani (che però persero i poteri psichici degli Atlantidi) e quella delle "bestie", di cui non si specifica un nome preciso. Per ricreare una Razza Ariana riportandola al fulgore dell'era Atlantica, bisognava purificare il sangue degli individui attraverso rigorose leggi razziali, e bisognava abolire il Cristianesimo, che aveva distrutto l'Antico Culto Ariano. Insomma, Von Liebenfels affermava che i veri Ariani erano i tedeschi. E all'opposto vi erano gli Ebrei, una razza aliena (!!!) nemica degli Ariani.

Ostara

Nel 1905, Von Liebenfels iniziò le pubblicazioni di Ostara, una rivista che parlava di occultismo e arianesimo, riprendendo il nome dall'antica dea germanica della Bellezza, associata alla stagione primaverile. In Ostara Von Liebenfels sottolineò il suo sogno di purificazione tedesca attraverso l'eugenetica e l'incremento delle "nascite pure" favorendo gli accoppiamenti tra donne e uomini ariani, raccomandando la poligamia. La soluzione per le razze inferiori e i malati mentali (così come handicappati e malati in genere..) erano o l'eliminazione o la deportazione in Madagascar. Si parlò anche delle Crociate,e dell'azione deterrente che ebbero contro i propositi di contaminazione delle razze inferiori dell'est verso i popoli dell'ovest. Il Sacro Graal si tramutò poi nella rappresentazione dei poteri psichici degli Ariani, e la Ricerca del Graal fu paragonata alla ricerca della Purezza. La Democrazia e il Capitalismo venivano visti come infezioni della società dovuta agli Ebrei. Nel 1907 Lanz formò una società devota alla crociata antisemita, chiamata "L'Ordine dei Nuovi Templari", collocandola in Austria. Il proposito dell'associazione era salvare gli ariani dalle impurità razziali e sterminare le razze inferiori a questo scopo, per una visione di un mondo migliore, dominato da Armonia, Arte, Antichi Culti e Scienza dove gli Ariani possono occupare tutti i luoghi della Terra."
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C'è un fatto molto importante! LA SIMBOLOGIA ! VI DO UN ANTICIPO:
INDOVINATE UN PO' LO SWASTIKA DESTRO-GIRO DI QUALE SOCIETA' ERA IL SIMBOLO E A QUALE PARTITO L'HA DATO????????
...3
...2
...1

TEMPO SCADUTO!

MA LA THULE...NATURALMENTE! CAPITE? IL SIMBOLO DEL NAZISMO E' QUELLO DELLA THULE!

Ecco:

La "Thule Gesellschaft"



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Dietro la facciata della dissoluzione tedesca dopo la Prima Guerra Mondiale si celava un movimento Ultranazionalista pronta alla cospirazione... La "Società Thule" fu creata da Rudolf Glauer (1875-1945) a Monaco nel 1919. Glauer in seguito cambiò nome, a favore di un più altisonante "Barone Heinrich Von Sebottendorf". Thule era il nome di un'isola leggendaria situata nel nord (gli Iperborei della Teozoologia...), il centro di una civiltà di alto livello. Nonostante la sua scomparsa, però, rimase la "conoscenza segreta", di cui erano custodi esseri antichi estremamente intelligenti ( i "Maestri" della Teosofia...). L'iniziato poteva, attraverso antichi rituali entrare in contatto con queste creature e raggiungere una forza ed energia soprannaturale, con cui possono creare questa nuova razza di superuomini. Era un movimento antisemita, che sentiva molto fortemente gli insegnamenti di Von List. Al discorso innaugurativo Von Sebottendorf disse "Thule combatterà finchè lo Svastika risorgerà vittoriosa dall'oscurità ghiacciata!" Il 30 Aprile la Thule dichiarò la Rivoluzione. Monaco fu travolta da ultranazionalisti, e alcuni portavano sugli elmetti il simbolo dello Svastica. La rivoluzione fu un successo e aumentarono i sostenitori del movimento. Si formarono nuove sedi, e una di queste era a Berlino. I membri erano di classi altolocate (figuravano molti giudici, avvocati, aristocratici...), e per accedere nella Società bisognava dimostrare di aver un certo patrimonio razziale, l'accesso era infatti permesso solo a individui biondi con occhi azzurri o castani e pella chiara. A Berlino, nella selezione dei soci veniva data importanza anche alla forma del cranio. Nel gennaio del 1919 Anton Drexler iniziò a organizzare il Partito dei lavoratori in un nuovo gruppo politico. La Thule si mostrò favorevole, e venne alla luce il Partito dei Lavoratori Tedeschi. Un certo Adolf Hitler fu mandato a monitorare questo nuovo partito, di cui divenne un membro attivo e dopo quattro mesi dal suo arrivo, il partito fu rinominato "Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi". Nel Maggio del 1920 lo Svastica divenne il simbolo del nazismo. "
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MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:06 pm    Oggetto:  
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E ADESSO....IL CULMINE!
UN VELOCE STUDIO SULLA SIMBOLOGIA RUNICA USATA DALLA "CULTURA" NAZISTA!

TROVERETE MOLTE "RUNE" USATE O VENERATE DA QUELLI CHE VOGLIONO LA CROCE CELTICA (PARLEREMO ANCHE DI QUESTA)!

"Himmler E Il Potere Delle Rune

Himmler, il capo delle SS, dedicò tutta la sua attività all'educazione "mistica" dei suoi uomini. Il suo più grande sogno era quello di creare una Società Segreta interamente di suo pugno, senza ispirarsi ad altre associazioni. Le sue basi dovevano essere l'etica prussiana combinata con l'antico Ordine Cavalleresco. Himmler credeva di essere la reincarnazione di Enrico I, il Re dei Sassoni che combattè e conquistò le tribù slave dell'est. Il suo obiettivo era continuarne la missione attraverso le SS, e governare il nuovo Impero Ariano. Si interessò a lungo di "dottrine esoteriche", e fu molto affascinato dall'uso e dai significati delle Rune. E' proprio dall'unione di due Sieg (Rune della vittoria, che hanno la forma di un fulmine) che Himmler creò il simbolo delle SS. Alle SS fu dedicato un nuovo culto, che affondava le radici negli ordini dei Cavalieri e dei Templari, circondati da simbologie runiche o precristiane. I rituali erano praticati nel castello di Wewelsberg, in Westfalia, e presieduti da 13 membri che costituivano il Gran Concilio dei Cavalieri, che era guidato dal Gran Maestro Heinrich Himmler."

(inserirò i simboli...restate con me)
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MessaggioInviato: Gio Dic 02, 2004 4:10 pm    Oggetto:  
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Il Significato Delle Rune Usate Dal Nazismo-


La HakenKreuz, meglio conosciuto come Swastika, è stato da sempre un simbolo collegato alla fortuna, tant'è che in una cartolina benaugurante del 1907 veniva descritto (erroneamente) come formato da quattro L, che stavano per "Love, Life, Luck and Light". Lo Swastika comunque è noto nella religione nordica per essere un simbolo legato al Sole, ma è anche il simbolo che rappresenta Thor, il Dio del Fulmine.


Il Sonnenrad rafforza il concetto suddetto come swastika assimilato alla "Ruota del Sole", un antico simbolo nordico che rappresentava proprio l'astro.Questo simbolo fu adottato dalla V SS Panzer Division "Wiking".


Il DrachenAuge "Occhio del Drago" è un simbolo originatesi da uno svastika, quindi ha un significato comune.Fu usata in Africa nell'Africaner Weerstargsbeweginng.


Sieg è il simbolo della "Vittoria". Questa Runa fu adottata in coppia come simbolo delle SS.


Ger è il simbolo dello "Spirito Comune".

Il Wolfsangel o "artiglio del Lupo" sembra essere un antico talismano che preservava dagli attacchi dei lupi.All'opposto però, sembra essere anche il simbolo che indica il "Lupo Mannaro", o più genericamente "Il Lupo".... Fu adottato dalla II SS Panzer Division "Das Reich".


Questa è una variante del Wolfangel, adottato dalle SS Olandesi


Opfer rappresenta "L'Autosacrificio" e fu usata per la commemorazione dei membri Nazisti uccisi durante il Putsch del 1923.


Eif rappresenta lo "Zelo e l'Entusiasmo". Fu adottato come ornamento per degli speciali aiutanti selezionati di Hitler


Algiz simboleggia la "Protezione" fu adottata dalla Società SS Lebensborn, luoghi destinati all'accoglimento delle madri non sposate dei figli delle SS


L'Algiz rovesciata fu usata come simbolo di "morte"(Toten-rune), fu usata nelle tombe delle SS, insieme con Algiz (Leben-rune) per indicare la data di nascita e di morte.


Tiwaz è la runa che rappresenta il Dio Germanico Tyr, Dio della "guerra". Era buon auspicio per i guerrieri infatti, incidere Tiwaz sulla lama della loro spada e invocare due volte il nome di Tyr.


Gli Heilszeichen o "simboli di Prosperità" appaiono incisi sull'SS Totenkopfring (Anello col Teschio), che Himmler donava alle SS selezionate.


Hagal è il simbolo della "Fede".


Othala è il simbolo della "Famiglia" e di coloro uniti da razza e sangue. Fu adottata dall'Ufficio SS Razza e Successione, così come dal VII SS Freiwilligen Gebirgs Division "Prinz Eugen".
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