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Perfetti:Il Fascismo secondo Giovanni Gentile.

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Apr 03, 2006 9:45 am    Oggetto:  Perfetti:Il Fascismo secondo Giovanni Gentile.
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Il presente saggio anticipa una parte della prefazione al volume che raccoglie í Discorsi parlamentari di Giovanni Gentile in corso di pubblicazione presso Il Mulino nella Collana dei discorsi parlamentari a cura dell'Archivio Storico del Senato della Repubblica


Il fascismo di Gentile
di Francesco Perfetti

Il pensiero gentiliano sullo Stato etico come sviluppo coerente della linea speculativa degli hegeliani napoletani. Il fascismo come esito, sul terreno politico, dell'idealismo attualistico. L'interpretazione della storia italiana e il tentativo di recuperare la continuità tra Risorgimento e fascismo. ll legame Gentile Mussolini. Una lunga "damnatio memoriae".

Gentile andò precisando il suo fascismo senza, peraltro, che il processo speculativo portasse a brusche fratture con le premesse del suo pensiero filosofico. In realtà, anzi, esso si sviluppò in consonanza con la concezione dello Stato come Stato etico a tal punto che non appare affatto arbitrario porre il problema teorico del rapporto attualismo-fascismo e, ancor più, riconoscere nel fascismo un esito, se non proprio l'esito, sul terreno politico, dell'idealismo attualista, visto come sviluppo coerente della linea speculativa degli hegeliani napoletani'. E molte iniziative culturali di Gentile, o a lui riconducibili, nacquero, probabilmente, oltre che per sollecitazioni politiche contingenti, anche dalla convinzione di una intrinseca necessità dello Stato etico di farsi Stato educatore: così, per esempio, potrebbe dirsi per la trasformazione nel marzo 1925 della testata “La Nuova Politica Liberale” in «Educazione Politica»; così, per la redazione e la diffusione del Manifesto degli intellettuali fascisti nell'aprile di quello stesso anno; così, per la creazione dell'Accademia d'Italia; così, ancora, per l'avvio della grande impresa editoriale dell'Enciclopedia italiana e via dicendo. Le linee essenziali del fascismo di Gentile sono sistematizzate in tre lavori - Che cosa è il fascismo (1925), Fascismo e cultura (1928), Origini e dottrina del fascismo (1934) - che raccolgono scritti che andò elaborando in occasioni diverse e che confermano nel complesso una forte coerenza teorica. Si potrebbe, anzi, osservare, sulla scia delle considerazioni di Del Noce, (in particolare il lungo capitolo intitolato L'incontro con Mussolini in A. Del Noce, Giovanni Gentile, Bologna, il Mulino, 1990, pp. 283-417.) che il suo pensiero politico fosse già del tutto formato, sino agli ultimi particolari, già nell'immediato dopoguerra, nel 1919, addirittura prima della nascita del fascismo. In questa ottica, il problema di Gentile fascista non sarebbe stato quello di "far coincidere la sua filosofia con un movimento politico che aveva avuto successo" - come era apparso a Croce e ad altri amici o ex amici di Gentile, dopo la sua formale adesione al partito - quanto piuttosto quello della raggiunta consapevolezza che "la storia, attraverso un movimento nuovo che nessuno aveva previsto" aveva apportato una “conferma alla sua filosofia” . Il fascismo, in sostanza, pur non essendo figlio di una precisa concezione filosofica, aveva finito, di fatto, sul terreno culturale e politico, per rivendicare una sorta di identità tra quello che per Gentile era il "liberalismo autentico" - ovvero una posizione per la quale "lo Stato è liberale se promuove lo sviluppo della libertà considerandolo come ideale da attuare e non come naturale diritto da garantire" - e l'eticità dello Stato, con la conseguenza che in esso si ritrovava "il contenuto sostanziale della Destra storica, nella rinnovata e più profonda forma che aveva assunto nella filosofia di Gentile". Nella prima parte del volumetto Origini e dottrina del fascismo, scritta nell'aprile 1927, Gentile ripercorreva le fasi della storia nazionale italiana Partendo dal Risorgimento, dandone una lettura elitaria e al tempo stesso culturale: esso era stato opera di quei pochi che, "in quanto coscienza e volontà di un'epoca", avevano in mano la storia, erano in grado di individuare le forze a disposizione e farle diventare materia della loro volontà. Esso aveva avuto "carattere di idealità" nel senso di "un pensiero che precede l'azione, la suscita e vi trova il suo compimento": era stato una rivoluzione idealistica se per idealismo si intendeva la "fede nella necessità dell'avvento d'una realtà ideale" quale era stata predicata da Mazzini e aveva trovato corrispondenza in Gioberti e in altri grandi protagonisti di quella stagione storica'. Alla base della coscienza patriottica nazionale del Risorgimento c'era stata una "concezione religiosa idealistica della vita" che aveva "dominato e retto lo spirito italiano fino all'esaurimento di quel moto storico`, avvenuto con la caduta della Destra storica. La rivoluzione parlamentare del 1876 aveva aperto le porte del potere agli uomini della Sinistra - che concepivano "il popolo come l'insieme dei cittadini che lo compongono e del singolo facevano perciò il centro e la fonte dei diritti e delle iniziative, che un regime di libertà era tenuto a rispettare e garantire" - e aveva messo da parte gli uomini della Destra, i quali erano convinti che di libertà non si potesse parlare "se non nello Stato"; che non fosse possibile "libertà seria" con un "contenuto importante" se non "dentro il saldo organismo di uno Stato" la cui sovranità fosse il fondamento dell'attività e del gioco degli interessi dei singoli; che le libertà individuali dovessero conciliarsi con "la sicurezza e l'autorità dello Stato"; che, insomma "l'interesse generale" dovesse essere sempre anteposto a "qualunque interesse particolare". Lo Stato si era indebolito sotto la pressione delle forze materialiste, impersonate dal liberalismo individualista e dal socialismo, uniti “nel negare una realtà superiore a quella vita materiale che ha la sua misura nel mero individuo”. Era la messa in soffitta, per così dire, di Mazzini. E tutta l'antitesi interna all'Italia del postrisorgimento e dell'anteguerra, la crisi che la guerra avrebbe risolto, poteva essere riassunta e rappresentata nei nomi di Mazzini e di Giolitti. Dopo la prostrazione del dopoguerra, che aveva dato persino l'impressione che la vittoria si tramutasse in sconfitta e dopo il ritorno di Giolitti - che una volta "esecrato" e "ricordato soltanto come l'esponente di un'Italia morta con la guerra" era ora risuscitato e "invocato come un salvatore" - si era avuta la reazione di Mussolini e dei fasci di combattimento. Il quadriennio 1919-1922 aveva visto lo squadrismo, che altro non era se non "la forza di uno Stato virtuale" tendente a realizzarsi, sicché dopo il 28 ottobre, il fascismo, non era più "la rivoluzione contro lo Stato, ma lo Stato" in lotta contro "i residui e detriti interni" che ne ostacolavano lo svolgimento e l'organizzazione". Ricostruita così "la storia della crisi spirituale e politica italiana e della sua soluzione", Gentile tentava, chiamando in causa ancora una volta l'unità mazziniana di pensiero e di azione, di definire il concetto di fascismo, movimento complesso portatore di una concezione integrale della politica. All'uopo fissava tre punti: in primo luogo, il "carattere totalitario" della dottrina, che non riguardava "soltanto l'ordinamento e l'indirizzo politico della nazione, ma tutta la sua volontà, il suo pensiero, il suo sentimento "; in secondo luogo, il fatto che tale dottrina, impregnata di antintellettualismo, non era "una filosofia nel comune senso della parola, e tanto meno una religione - ; in terzo luogo, il fatto che il sistema fascista, pur non essendo "un sistema speculativo", aveva "nella politica e nell'interesse politico il suo centro di gravità". E la politica fascista ruotava tutta attorno al concetto di Stato nazionale, che, però, a differenza di quello nazionalista, era "una creazione tutta spirituale" e perciò stesso sempre in fieri, basata su un rapporto "intimo" con il cittadino, "non questo o quel cittadino, ma ogni cittadino che abbia diritto a dirsi tale". Così lo Stato diventava anche corporativo, in quanto, "dovendo raggiungere l'individuo, per attuarsi nella sua volontà", andava a cercarlo "come solo può trovarlo, come esso infatti è, forza produttiva specializzata". Forza e consenso, per dirla con Mussolini, ovvero autorità e libertà, per dirla con Gentile, erano termini inseparabili:
[...] l'autorità dello Stato e la libertà dei cittadini è un circolo infrangibile; in cui l'autorità presuppone la libertà e viceversa. Giacché la libertà è solo nello Stato, e lo Stato è autorità; ma lo Stato non è un'astrazione, un ente disceso dal cielo e campato in aria, sopra la testa dei cittadini; è tutt'uno invece con la personalità del singolo, che deve perciò riconoscere e promuovere, sapendo che c'è in quanto si fa essere"[..].
Questo Stato, destinato a realizzarsi in interiore homine, non poteva dividere il "campo con altri principi, morali o religiosi" che interferissero "nella coscienza": donde "il carattere squisitamente politico dei rapporti tra lo Stato fascista e la Chiesa". Nella seconda parte di Origini e dottrina del fascismo - aggiunta nell'edizione del 1934, comprendente interventi oratori o giornalistici, e certo la parte speculativamente più debole - Gentile, anche alla luce dell'evoluzione istituzionale del regime, affrontava i problemi connessi alle svolte legislative (per esempio, la costituzionalizzazione del Gran Consiglio nel 1928) o alla Conciliazione del 1929 contro la quale aveva combattuto una dura battaglia , ( La battaglia perduta di Gentile contro il Concordato è ricostruita in S. ROMANO, Giovanni Gentile, Bompiani, Milano, 1984, pp. 223-232 e in G. Turi, Giovanni Gentile, Firenze, Giunti, 1995, pp. 393-407. Un anno, o giù di lì, dopo la firma dei Patti Lateranensi, in un discorso tenuto il 9 marzo 1930 nell'Aula Magna dell'Università fascista di Bologna, alla presenza del prefetto, Gentile torno sulla "questione religiosa" ribadendo ancora una volta, e con forza, l'autonomia dello Stato etico e la sua missione come Stato educatore: "[...] Lo Stato è la forma dello spirito nella sua universalità. La cultura dello Stato è perciò la cultura dell'individuo, ché dall'individuo lo Stato non può, né deve staccarsi. Così inteso lo Stato si svela come stato morale o etico: essendo esso la stessa personalità umana organizzata negli istituti giuridici. E’ da dire che lo Stato è morale per questa sua sostanziata identità colla cultura. È stato detto recentemente che lo Stato è sì morale ma in quanto partecipa della divina moralità della rivelazione attraverso i canali dell'insegnamento ecclesiastico. Occorre tener presente che altro è un marchio esteriore, altro un principio. Se lo Stato non avesse la moralità in sé come principio non sarebbe in grado di riconoscerlo fuori di sé e perciò di attuarlo. Se lo Stato partecipa della vita morale si è dunque perché è di sua natura morale. [...] Lo Stato, che è il grande focolare dell'umanità, non può non sentire la propria missione che è, per l'appunto, di essere educatore. Ma proprio perché tale, esso non può né deve avere ideale di cultura diverso da quello dei cittadini. Ove questo avvenga lo Stato conculca la personalità umana, rinnega e tradisce la propria missione". vedi G. GENTILE, Stato e cultura, in G. Gentile, Politica e cultura, II, cit., pp. 60-61. II discorso di Gentile provocò dure reazioni negli ambienti cattolici e dalla stessa Santa Sede. La polemica con il mondo cattolico si fece più aspra un mese dopo con il discorso in Senato, il 12 aprile 1930, sui problemi attuali della politica scolastica.) o, ancora, cercava di risolvere, con un artificio dialettico, la contrapposizione fra il concetto di partito e il concetto di Stato. Origini e dottrina del fascismo è pressoché contemporaneo - vale la pena di sottolinearlo, sia pure solo per incidens - a L'Italia in cammino di Gioacchino Volpe e alla Storia d'Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce,cioè alle due opere più importanti che, da visuali opposte, fornivano una interpretazione del Risorgimento e ne davano una collocazione nel più ampio quadro della storia nazionale, affrontando sia pure soltanto implicitamente, il problema del rapporto di continuità o frattura con il fascismo. Naturalmente il lavoro di Gentile, sotto il profilo storiografico, non è comparabile con le due opere, ma come queste sono, oltre che lavori storiografici, pure documenti eloquenti sulla personalità e sui convincimenti politici dei due studiosi, così Origini e dottrina del fascismo costituisce non soltanto una riflessione interpretativa, discutibile quanto si vuole, di un momento di storia italiana, ma anche e soprattutto un documento significativo sul pensiero di Gentile. In proposito, Del Noce afferma che Origini e dottrina del fascismo è "un documento della maggiore importanza, così per definire il fascismo sia di Gentile che di Mussolini come per mostrare la fragilità del fascio e la possibilità di dissociazione delle forze che lo componevano", al punto che ci "si può vedere in filigrana, non certo come previsione, ma come possibilità, il 25 luglio e la necessità morale della futura adesione di Gentile al fascismo della Repubblica Sociale". Gentile aveva delineato un modello di Stato ideale, nel quale il fascismo si sarebbe dovuto riconoscere e al quale si sarebbe dovuto uniformare, un modello, come si è visto, che recuperava la continuità con il Risorgimento, tanto a livello di istituzioni quanto a livello di "religiosità" laica o di eticità. Ma, proprio nel 1927, nello stesso anno di stesura di Origini e dottrina del fascismo, Alfredo Rocco - il giurista il cui nome era legato a quella "trasformazione dello Stato" che si stava gradualmente realizzando attraverso grandi riforme legislative - aveva suggerito una concezione dello Stato fascista come "Stato sovrano e superiore agli individui, ai gruppi, alle classi", Stato che avrebbe coordinato, inquadrato e utilizzato tutte le forze esistenti nel paese "indirizzandole ai fini superiori della vita nazionale". ( Per un acuto profilo di Rocco ottimo il bel lavoro di P. UNGARI, Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo, Brescia, Morcelliana, 1963. Inoltre A. Rocco, La trasformazione dello Stato, in A. Rocco, Scritti e discorsi politici, III, La formazione dello Stato fascista (1925-1934), Milano, Giuffrè, 1938, p. 787 ).Aveva, in altre parole, elaborato un modello che presentava il fascismo come una modalità di restaurazione della sovranità dello Stato messa a dura prova dal prevalere del "principio di disgregazione" cui si ispiravano tutte le dottrine liberali, democratiche e socialiste; un modello che trovava il suo esito in uno Stato assolutista e autoritario caratterizzato dall'inquadramento delle masse con i mezzi messi a disposizione dalla società contemporanea; un modello, ancora, che non soltanto si differenziava dal concetto di Stato etico di Gentile, ma che si allontanava pure da altre teorizzazioni, all'epoca e negli anni immediatamente successivi largamente diffuse, da quelle tecnocratiche di Giuseppe Bottai fino a quelle pansindacaliste di taluni studiosi provenienti dall'ambiente del vecchio sindacalismo rivoluzionario. Indipendentemente dal fatto che la costruzione dello Stato fascista abbia proceduto lungo le direttrici indicate da Rocco, la lettura delle Origini e dottrina del fascismo consente, come ha osservato Del Noce, di rispondere ad alcuni problemi storiografici e, in particolare, smentisce "L'interpretazione conservatrice-reazionaria" dal momento che "risulta innegabile come il fascismo abbia avuto di mira la mobilitazione delle masse, non il loro contenimento o la loro repressione (il tratto cioè che definisce le posizioni conservatrici reazionarie) " e come, alla fin fine, esso appartenga "a quel ciclo delle rivoluzioni che comincia con il 1789 e deve essere spiegato in relazione alle contraddizioni a cui ha dato origine”. Inoltre, a monte di tutto ciò,spiega Del Noce, il discorso di Gentile offre la possibilità di qualche considerazione sul problema della continuità-discontinuità nella storia italiana:
[...] bisogna pur dire che se si parla di "continuità" e di "frattura" il fascismo gentiliano esprime la frattura con l'Italia giolittiana, o è il punto d'arrivo culturale di quella rottura fra le due Italie di cui si parlava nel primo quindicennio del Novecento. [...] Sotto questo profilo Gentile è insieme il maggiore teorico della rottura con l'Italia giolittiana e della maggiore continuità col Risorgimento. E ora ben certo che Mussolini aveva bisogno per il suo fascismo, pur nell'accezione più rivoluzionaria ed eversiva rispetto all'ordine internazionale, della continuità col Risorgimento e non poteva trovarla che attraverso Mazzini; e non poteva perciò rompere con Gentile, anche quando la sua lettura filosofica diventò Spengler, e aveva forse anche più gusto per il mito cesareo che per il mito mazziniano
[ ...].
Né d'altra parte l'attualismo, quale almeno era stato pensato da Gentile, poteva scindersi da Mussolini; e non valgono gli esempi degli allievi diventati antifascisti, De Ruggiero, Lombardo-Radice, Omodeo, Calogero. Qui però il problema diventa grosso: l'attualismo [...] non è suscettibile di sviluppo. Non si presta a una composizione con altra filosofia nella forma di una più alta sintesi, ma rende propriamente impossibile l'accostarsi ad altre filosofie del Novecento, senza renderle irriconoscibili [...] Viceversa l'attualismo non può essere accolto che recependolo in forme di una cultura precedente, che viene pensata raggiungere piena forza attraverso il suo innesto. Così il primo De Ruggiero ravvisò nel pieno immanentismo la filosofia del liberalismo (e ruppe con Gentile in nome del liberalismo). Così Lombardo-Radice vide nella critica del pedagogismo la maturità piena della democrazia. Così Omodeo, alla maniera dei discepoli di Hegel studiosi del cristianesimo, vi vide la rottura completa con l'ortodossia ecclesiastica [...].
Il legame Gentile-Mussolini, attualismo-fascismo trova una conferma nel fatto stesso che il filosofo fu in realtà l'autore di quella Dottrina del fascismo, pur firmata da Mussolini, che costituisce la seconda parte della voce Fascismo della Enciclopedia Italiana: una voce nella quale lo Stato veniva idealmente anteposto alla nazione e nella quale faceva la sua comparsa il mito del duce, sotto forma di preminenza dell'Uno come volontà universale. ( Commentando questo punto Del Noce ha osservato: "L'antecedenza ideale dello Stato alla nazione ha il significato della preminenza della personalità dell'Uno ,cioè del Duce, come volontà universale; ed è importante che questa volontà non si trovi accompagnata da altri termini oltre a quelli di potenza e di espansione; dato che ciò coincide con il rifiuto di una qualsiasi antecedenza di diritti di persona e di nazione a questa volontà universale. E’ stato detto molto giustamente che l'elemento differenziale tra il fascismo e i totalitarismi cosiddetti “autentici”, lo staliniano e l'hitleriano, sta nel diverso rapporto tra i partiti e lo stato. Caratteristica della Russia sovietica e della Germania hitleriana è stata infatti la completa subordinazione dello stato al partito; nel regime fascista è accaduto l'inverso. Questa differenza ha certamente coinciso con una maggiore debolezza; il che però non deve portare a concludere, come ha fatto la Arendt, che il regime fascista anziché regime totalitario sia stato solo una comune dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica, o, secondo la proposta del Fisichella, debba essere piuttosto classificato tra i `regimi autoritari di mobilitazione; dato che il termine 'totalitarismo fu prestissimo usato dal fascismo, come è dimostrato dall'esempio di Gentile. Ma soprattutto non deve essere interpretata nel senso di un carattere più conservatore o più conciliante che lo stato fascista avrebbe con lo stato precedente. È importante dirlo perché coloro, ed erano molti negli anni venti, che distinguevano tra mussolinismo e fascismo [...] vedendo in Mussolini un “restauratore dell'ordine” capace di tenere a freno quel carattere avventuristico e al limite eversivo che albergava in certo fascismo, annettevano, sbagliando completamente, un carattere conservatore alla subordinazione voluta da Mussolini del partito allo stato per l'abitudine di pensare allo stesso come a un'entità al di sopra di individui, classi, partiti. Nella Dottrina si parla invece di una volontà universale e unificante che non può essere realizzata che in un Uno. [...] Quel che caratterizzava dunque il fascismo rispetto alle altre forme così totalitarie come autoritarie, era il mito del duce che si manifestava nel rapporto con la massa come immedesimazione con la sua persona. In questa personalizzazione sta il carattere differenziale del Mussolini dittatore così da Stalin come da Hitler. L'autorità di Stalin derivava dall'essere successore di Marx e di Lenin, il custode dell'ortodossia del marx-leninismo [...]; quanto a Hitler, dice bene De Felice, seguendo Mosse ", che si sforzava di "spersonalizzare la sua figura dal punto di vista carismatico" per integrarla nel rituale e trasformarla addirittura in rituale . Vedere A. Del Noce, Giovanni Gentile, cit., pp. 332-334). Ma è anche vero che tale mito era diventato funzionale alle trasformazioni istituzionali che erano state avviate e portate avanti a partire dalla metà degli anni Venti, dall'epoca cioè della emanazione delle leggi sulle attribuzioni e prerogative del capo del governo e sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche. In sostanza il processo di trasformazione dello Stato era avvenuto gettando le fondamenta di una nuova forma di governo - ben diversa dalle più note e antiche forme di governo parlamentare, costituzionale, presidenziale, di cancellierato - fondata soprattutto sulla funzione di preminenza, direzione, coordinamento, propulsione riservata al capo del governo in ogni campo dell'attività statale e sulla superiorità riconosciuta al potere di governo in tutta l'organizzazione dello Stato. Tale funzione del capo del governo andò sempre più accentuandosi e il suo carattere "personale" è confermato dalla graduale trasformazione della qualifica di Duce o Duce del fascismo, da politica in giuridica e dal suo collegamento con quella di capo del governo: il termine Duce, in un primo tempo usato in atti del partito o in documenti del Gran Consiglio, passò poi, gradualmente, nelle fonti giuridiche, assumendo, oltre che rilevanza, anche un vero e proprio significato giuridico, volendo questa qualifica indicare non più soltanto il capo del partito, ma il capo del regime e dello Stato. Il che, per inciso, mostra come la figura del capo, aureolata nel fascismo da una dimensione carismatica, avesse assunto, nel passaggio a istituzione permanente, la portata di un elemento in qualche modo qualificante dello Stato nuovo. Quando Gentile, nel 1932, scrisse le pagine della Dottrina per conto di Mussolini, la sua fortuna politica all'interno del fascismo era già in quella fase calante, il cui inizio, a detta di Ugo Spirito andrebbe fatto risalire al 1929, anno della Conciliazione, dal momento che, a suo parere, "con i Patti Lateranensi l'attualismo veniva negato in forma perentoria e a tempo indeterminato" e, di conseguenza, "il rapporto tra attualismo e fascismo cambiava di carattere in modo essenziale" e l'Italia "si trasformava da Stato laico in Stato confessionale" ( In una serie dì articoli pubblicati nel 1974 Spirito radicalizzò la sua critica ai Patti Lateranensi arrivando a definirli "antifascisti" in quanto essi "rinnegavano, infatti, la linea politica seguita fino allora, e rinnegavano la stessa concezione dello Stato rivendicata per tanti anni, come un ideale da perseguire con coscienza rivoluzionaria". Con i Patti Lateranensi si effettuava un salto che "era manifestamente contro tutte le teorie e tutta la prassi fascista e determinava una soluzione di continuità senza alcuna giustificazione" ,vedere U. Spirito, I Patti Lateranensi, ora in U. Spirito, La fine del comunismo, Roma, Volpe editore, 1973, pp. 119-129). In realtà, i motivi del sempre minore peso di Gentile nella vita politica italiana e del suo crescente isolamento durante gli anni trenta - pur senza nulla togliere all'importanza della "battaglia perduta" da Gentile sul Concordato e delle sue conseguenze sulla riforma scolastica - sono più profondi. In primo luogo, riguardano l'intrinseca contraddittorietà della sua filosofia, che "vuol essere negazione di ogni definitività", ma che si presenta, sistematizzata, come "una posizione al di là della quale non si può andare" tanto che "la contraddizione tra l'attivismo e il conservatorismo che più colpì i giovani di allora deve essere vista in relazione a questa contraddizione filosofica prima". In secondo luogo, riguardano il fatto che la tesi gentiliana sulla continuità fra Risorgimento e fascismo, sia pure nel significato particolare che egli aveva dato, era andata sempre più indebolendosi fino a perdersi, come dimostravano i fermenti intellettuali dei giovani degli anni trenta, che, sempre più, attraverso le loro riviste, parlavano di "fascismo internazionale", di "Stato nuovo", di rivoluzione da realizzare. Gli anni trenta, insomma,nota Del Noce, furono caratterizzati dalla dissociazione quasi generale fra i termini di Risorgimento e di fascismo:
[…] Presso i giovani fascisti di sinistra, nella mente dei quali il fascismo diventava espressione della Rivoluzione del Novecento contro tutto il secolo precedente, ben poco perciò diceva la tesi gentiliana del fascismo "vero liberalismo", e pressoché nulla la congiunzione tra risorgimento e fascismo attraverso Mazzini.[…].
L'isolamento di Gentile negli anni trenta - un isolamento non solo politico ma anche affettivo per la crisi della sua "scuola" e per il distacco di alcuni dei suoi allievi - fu compensato per un verso dalla stima che Mussolini continuò a manifestargli in più occasioni e, per un altro verso, dalle soddisfazioni che gli comportavano l'impegno in grandi iniziative culturali - dalla direzione della Enciclopedia Italiana alla guida di altre istituzioni come l'Istituto fascista di cultura, l'Istituto italo-germanico, l'Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, la Scuola Superiore Normale - nonché dall'insegnamento universitario e dalla intensa attività editoriale, oltre che, naturalmente, dai compiti istituzionali di senatore del Regno. Ma fu anche, questo isolamento, reso più amaro dalle polemiche e dalle accuse che vennero da ambienti filosofici e culturali avversi all'idealismo e da quei settori del fascismo che lo accusavano di essere un liberale mascherato. Tuttavia -per quanto soprattutto a partire dall'ultimo scorcio degli anni trenta e durante gli anni di guerra egli si fosse ormai allontanato dall'impegno politico e per quanto si sentisse estraneo a certe scelte del regime, a cominciare dalla politica razziale, che confliggeva con l'antinaturalismo del suo pensiero e che egli cercò di contrastare offrendo sostegno e protezione a non pochi intellettuali ebrei - quando, nel momento in cui l'andamento della conflitto stava volgendo al peggio, Carlo Scorza, nuovo segretario del Pnf, lo invitò a parlare in Campidoglio, egli non volle esimersi e il 24 giugno 1943 pronunciò quel Discorso agli italiani che lo riportò alla ribalta dell'attenzione politica e che provocò sconcerto e amarezza in amici e allievi e dure polemiche da parte di avversari. Peraltro, da quel discorso, emergeva il fatto che per lui il problema vero e importante non era più l'esito della guerra, quanto piuttosto la continuità storica della nazione italiana anche all'indomani di una prevedibile sconfitta. La sua adesione alla Repubblica sociale italiana, comunque motivata - certamente un qualche peso in tale scelta lo ebbe la polemica con Leonardo Severi - fu anche la conseguenza della sua stessa filosofia ovvero, per meglio dire, dello stretto nesso pensiero-azione che caratterizzava l'attualismo e, al tempo stesso, fu l'esito della sua concezione del rapporto tra fascismo, il suo fascismo, e la storia d'Italia''. Sotto questo profilo, l'assassinio di Gentile, a opera di militanti comunisti fiorentini aderenti ai Gap, il 15 aprile 1944, al di là della barbarie dell'atto, finì per assumere il valore emblematico della fine del predominio dell'idealismo nella cultura politica italiana''. L'identificazione di Gentile con il fascismo, resa ancora più forte ed emotivamente percepibile a causa del suo impegno nella Repubblica sociale e della sua tragica morte, oltre che l'identificazione, a torto o a ragione poco importa, dell'attualismo con il fascismo hanno finito per condannare il filosofo e il suo stesso pensiero a una sorta di damnatio memoriae. La polemica storiografica sul fascismo, per molto tempo comprensibilmente condizionata dalla passione politica, si è incentrata sull'idea del fascismo come anticultura o come negazione della cultura: il che ha comportato, nella migliore delle ipotesi, il tentativo di operare una netta separazione fra il Gentile uomo pratico e il Gentile filosofo, laddove, invece, non sembra affatto separabile l'un aspetto dall'altro. Semmai, appare assai più convincente il discorso impostato da Giacomo Noventa e, poi, sviluppato da Augusto Del Noce, che vede nel fascismo non tanto un errore contro la cultura quanto piuttosto “un errore della cultura''. In questa ottica, tutti i tentativi, anche recenti, di sostenere l'estraneità assoluta dell'attualismo rispetto al fascismo e gli sforzi per liberare la figura stessa di Gentile dal peso ingombrante del fascismo, trasformandolo nella migliore delle ipotesi in un conservatore o un liberale ingenuo e "tradito" dagli avvenimenti, sono destinati, a ben vedere, a scontrarsi contro la realtà dei fatti e contro la stessa natura di un pensiero che finiva per postulare l'identità di filosofia e di politica. E tutto ciò, indipendentemente dal giudizio che di tale pensiero si voglìa o si possa dare nonché dalle responsabilità che ad esso possano essere imputate per la giustificazione teorica non solo del fascismo ma del totalitarismo in ogni sua forma. L'attualismo è l'esito ultimo, e coerente, di una linea filosofica oltre la quale non si può andare e alla quale nulla si può contrapporre se non una linea completamente alternativa che garantisca e supporti i valori della società aperta.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


Ultima modifica di Marcus il Mar Nov 19, 2013 1:33 pm, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: Dom Apr 23, 2006 3:26 pm    Oggetto:  
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Rileggevo questo post che già a suo tempo ebbi modo di commentare. Sebbene il brano sia molto apprezzabile, secondo me imposta il discorso nella maniera errata e da questo discendono le conclusioni a cui arriva.
Imposta il discorso sulla identità tra pensiero di Hegel e di Gentile, cosa errata dal punto di vista filosofico e storico, ergo lo Stato che ha in mente Gentile non può essere quello vaticinato da Hegel...
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MessaggioInviato: Lun Mag 23, 2011 1:22 pm    Oggetto:  
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...un'altro appunto che secondo me andrebbe fatto al discorso di Perfetti é che risulta politicamente fuorviante e storicamente inesatto ascrivere la posizione politica espressa dai testi di Gentile, a maggior ragione quando esso fa riferimento a Gioberti per non parlare poi di Mazzini, come erede o peggio affine alla Destra Storica. Lo Stato Etico corporativo mussoliniano-gentiliano è un fatto nuovo che quasi nulla ha in comune con le tradizioni politiche espresse dai precedenti governi dell'Italia monarchico sabauda. Casomai risulta evidente ancora una volta la volontà di imbrigliare per forza il fascismo all'interno di schematismi superati che non riscono a spiegarne la vera natura rivoluzionaria del suo progetto ideologico-sociale.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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