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"Guerra in camicia nera" dello scrittore G. Berto

 
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MessaggioInviato: Lun Apr 06, 2015 10:44 pm    Oggetto:  "Guerra in camicia nera" dello scrittore G. Berto
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Giuseppe Berto fu uno scrittore e sceneggiatore di cinema molto in voga negli anni '60.
Soprattutto ebbe un gran successo il suo romanzo autobiografico "Il male oscuro", che trattava della depressione, malattia che affliggeva lo scrittore e che, almeno in parte, derivava dall'ostracismo che la critica e il mondo letterario dell'epoca ostentava contro di lui.
La principale colpa dello scrittore era quella di non aver mai rinnegato il suo passato patriottico di volontario in Abissinia prima, e nella 2a GM poi. Così come di non aver mai rinnegato la sua appartenenza in quest'ultimo conflitto alle CCNN, seppure per un caso fortuito (la MVSN era il "ripiego" dei volontari scartati dall'esercito, un caso emblematico in questo senso è l'Eroe Carmelo Borg Pisani, anche se poi praticamente - ma non sempre - questi volontari erano di sentimenti fascisti o giù di lì).
Questo suo passato viene raccontato da Berto nelle memorie/diario "Guerra in camicia nera", un resoconto del passato militare di Berto nel 6° btg CCNN in AS, scritto in maniera brillante, schietta, e senza fronzoli, tanto meno retorici. Per molti versi illuminante, anche se ovviamente tracciati in un più ampio contesto, dei rapporti della MVSN con l'esercito, e delle particolari caratteristiche morali che ne caratterizzavano gli uomini, pur nella loro totale "italianità". Interessanti anche i commoventi accenni alla patriottica comunità degli italiani di Tunisia, accorsa alle armi o al soccorso delle nostre FFAA nella dura ritirata d'Africa, il cui destino si intreccia coi sentimenti dell'autore per la giovane figlia di una patriottica famiglia di italiani viventi in Tunisia da 4 generazioni.

Una breve biografia dell'autore:

Giuseppe Berto nacque a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, il 27 dicembre 1914, secondo di cinque figli. Il padre, un carabiniere in pensione, e la madre, che gestiva un negozio di abbigliamento e cappelli, lo avviarono agli studi classici prima nel Collegio dei Salesiani e poi al Liceo statale di Treviso. Dopo la maturità si arruolò nell'esercito, contemporaneamente si iscrisse alla Facoltà di Lettere all'Università di Padova, dove, in verità, non trasse grandi profitti dagli studi universitari, nonostante i suoi Maestri fossero personaggi come Concetto Marchesi e Manara Valgimigli. Partecipò alla guerra di Abissinia, nel 1935, combattendo come sottotenente in un battaglione di truppe coloniali guadagnandosi un paio di medaglie al Valore Militare e qualche ferita ("con tutte quelle guerre che c'erano in giro sognavo solo di morire per la patria sui campi di battaglia. Non è colpa mia, è un dato anagrafico"). Tornato in patria, nel 1939, riprese gli studi e si laureò abbastanza in fretta, anche per la benevolenza di certi esaminatori che gradivano il fatto che si presentasse agli esami in divisa, ostentando le decorazioni al Valore Militare. Dopo la laurea insegnò prima Latino e Storia in un Istituto Magistrale, poi Italiano e Storia in un Istituto Tecnico per Geometri, ma ben presto lasciò l'insegnamento e si arruolò nel VI Battaglione Camicie Nere della Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale, inviato a combattere in Africa Settentrionale. In Africa nel ‘43, venne fatto prigioniero dalle forze alleate e rinchiuso in un "fascist camp", nel Texas. Ebbe compagni di prigionia Dante Troisi*, Gaetano Tumiati e Alberto Burri, che lo incoraggiarono a scrivere, nella rivista "Argomenti", "un bel pezzo di prosa ritmica, dannunziana da cima a fondo, dove esaltava la vicenda delle stagioni al suo paese". Qui redige le pagine di alcuni testi, tra le quali quelle del racconto lungo edito nel ‘48 "Le opere di Dio", che preludono al vero e proprio romanzo d’esordio "Il cielo è rosso" (1947), vicende di guerra narrate senza abiurare il passato fascista, seguito quattro anni dopo da "Il brigante". Lascia quindi l’insegnamento per dedicarsi interamente alla scrittura. L’emarginazione del diverso da parte di intellettuali di "politicamente corretta" fede alla lunga lo porta in depressione. Ma Berto gridava: "Sono stato fascista come tanti altri.... Sono un isolato. Non sono fascista, ma non sono nemmeno antifascista. Sono venuto qui per difendere il mio diritto di non essere perseguitato come fascista soltanto perché non voglio dichiararmi antifascista". Prima però riesce a collaborare alla sceneggiatura di "Anna" portata sul grande schermo da Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Raf Vallone e diretta da Alberto Lattuada nel 1952. Testimonianza di questo periodo furono i volumi “Guerra in camicia nera” (1955) e “Un po' di successo” (1963) ma il lavoro che meglio espresse le sue capacità fu senza dubbio il capolavoro "Il male oscuro" (1964). Il romanzo non è altro che la storia della sua crisi interiore e psicologica narrata in prima persona dallo scrittore e acuita dalla morte del padre. Il romanzo è un lungo monologo quasi del tutto privo di punteggiatura dove sono evidenti i modelli narrativi di Svevo (Senilità) e Gadda (La cognizione del dolore, da cui è tratto il titolo) ma soprattutto di Joyce e del suo "flusso di coscienza". Con "Il male oscuro" vince i premi Viareggio e Campiello; successivamente, firma il romanzo per ragazzi "La fantarca" (1965), l’amaro "La cosa buffa" (1966), il celeberrimo "Anonimo veneziano" (1971), l’ironico "Oh, Serafina!" (1973) e la raccolta - uscita postuma - "Dialoghi col cane" (1986). Da segnalare, pure, il pamphlet provocatoriamente conservatore "Modesta proposta per prevenire" (1971). Muore a Roma nel 1978 ed è sepolto a Ricadi in Calabria.

In un'intervista, durante un soggiorno italiano, Ernest Hemingway dichiarò di apprezzare moltissimo il lavoro di Berto. La cosa mandò su tutte le furie scrittori e critici d'Italia e rese la vita difficile allo scrittore veneto. Berto era sicuramente un antiletterato poco incline a compromessi, affermazioni di comodo, adesioni a questo o quel gruppo. Nella Roma intellettuale della dolce vita che vive nei caffè di Via Veneto, Berto preferisce frequentare Piazza del Popolo, il salottone borghese della Capitale. Sembra una sciocchezza, ma in quel momento chiamarsi fuori dal coro era un crimine.

*Dante Troisi, magistrato, nel 1955, in un libro (Diario di un giudice) sfoga la sua crisi di coscienza di fronte a una missione che il sistema ha ridotto a mestiere, routine, macchina burocratica che non dà giustizia, ma ingiustizia. Moro, allora guardasigilli, lo trascina davanti alla Corte disciplinare presso la Cassazione (il Csm, non c'era ancora) per aver "leso l'onore e il prestigio della magistratura" con le sue aperte dichiarazioni. Alessandro Galante Garrone (ex partigiano) recensisce il suo libro sulla Stampa, poi si offre coraggiosamente di difenderlo ma mon gli schiva l'ammonimento, poi la censura.
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