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Giornata del Ricordo: ricordiamo la barbarie slava

 
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MessaggioInviato: Ven Feb 13, 2015 1:21 am    Oggetto:  Giornata del Ricordo: ricordiamo la barbarie slava
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Simbolo del potere di Venezia e della latinità nel Mediterraneo orientale, i Leoni di S. Marco, così come la Lupa o l'Aquila di Roma, sono stati un simbolo del potere Statale per eccellenza.
Un potere che, come simbolo materiale, tante volte è stato distrutto per fini simbolici. I Leoni di Venezia, sempre inseriti nelle murature delle fortificazioni o scolpiti nella facciata del Palazzo pubblico, rappresentavano sia per i coloni veneti che per i locali, le istituzioni dello Stato veneto, il Doge stesso, l’amministrazione della giustizia e la difesa degli interessi di Venezia, che si estendevano in tutto l’Adriatico e in moltissime località del Mediterraneo orientale. Sono stati prodotti a partire dall'anno mille, all'incirca, i più antichi, fino al '700 gli ultimi, quando l'indipendenza di Venezia venne troncata da Napoleone. La maggior parte comunque sono databili tra il 1300 e il 1600. Alcuni di essi, al di là dell'indubbio valore storico e culturale, sono anche dei veri capolavori artistici.
Ma come emblema di potere temporale, tante volte i Leoni Marciani sono stati distrutti, come dicevo a fini simbolici e politici. Una prima distruzione di Leoni avvenne, ad esempio, durante l'invasione della Lega di Cambrai, nelle guerre d'Italia del '500. Ma allora naturalmente i distruttori - comprensibilmente - non vedevano il valore storico/artistico che attribuiamo noi oggi a questi manufatti; ne vedevano appunto soltanto il valore simbolico.
Una seconda grande moria di Leoni si ebbe durante l'occupazione francese; ma a parte qualcuno fracassato dalla soldataglia, la maggior parte, quando possibile, vennero semplicemente rimossi: ai francesi bastava rimuovere il simbolo, non distruggerlo, e affidarono il compito a scalpellini locali che chiaramente fecero, nei limiti del possibile, quanto di meglio per salvare l'antico simbolo della loro città, anche se molti vennero distrutti. Tanto è vero che molti di questi Leoni vennero poi riposizionati durante il più tollerante dominio austriaco.
Da allora, finito il potere temporale del Leone di S. Marco, nessuno si è più interessato alla sua distruzione.
Solo dopo la guerra '15-18 tornò - fuori dei confini della nuova Italia - una frenesia distruttrice verso i Leoni: questa volta visti come simbolo morale, spirituale e culturale, di Latinità, di Romanità e di Italianità, da una minoranza o maggioranza (a seconda della località) di sciovinisti slavi.
Sciovinismo aggravato dal più noncurante disprezzo per il valore artistico di tali manufatti, che arricchivano anche la cittadinanza di cultura non italiana.
L'apice della follia iconoclasta avvenne nei primi giorni di dicembre del 1932, quando alcuni nazionalisti jugoslavi distrussero otto leoni di San Marco della città di Traù, retaggio delle antiche radici latine e venete della città. Fra questi vi era il celebre cosiddetto Leone Andante, bassorilievo di Niccolò Fiorentino e Andrea Alessi risalente al 1471, che campeggiava all’interno della Loggia Pubblica; capolavoro del Rinascimento italiano che venne fatto saltare in aria con l'esplosivo.
Venne scolpito da Niccolò Fiorentino (1418 – 1506), artista nato a Firenze e, secondo studi storico-artistici, fratello di Dello e Sansone Delli, e con essi operante in Toscana, nel sud Italia, in Spagna e per finire, all’apice della sua maturità, in Dalmazia. Il Leone di Traù è probabilmente l’ultima sua importante opera testimoniata, alla cui realizzazione collaborò in loco un artista autoctono, l’Alessi (1425 – 1505), originario di Alessio, in Albania, e operante tra Zara e Spalato, Venezia, Ancona e le Tremiti.

Il senatore Corrado Ricci , direttore generale delle antichità e delle belle arti, pronunciò un discorso misurato e severo a proposito dei fatti di Traù, al quale rispose Mussolini nel famoso discorso al Senato del Regno del 14 dicembre 1932:

“Signori senatori, la parola eloquente e commossa del senatore Corrado Ricci ha, io credo, interpretato il sentimento che vibra nei nostri cuori. Tutto quello che è accaduto a Traù, a Veglia e in varie località della Jugoslavia, deve essere considerato come il sintomo rivelatore di uno stato d’animo, che continua a manifestare, in vari modi, ma costantemente, la sua ostilità all’Italia.

A Traù sono stati distrutti i leoni della Serenissima, e il vandalismo ha provocato un moto di sdegno in tutti i Paesi civili. A Veglia sono state consumate violenze, anche mortali, contro Italiani; in altre molte località della Jugoslavia si sono verificate, in questi ultimi tempi, vessazioni deplorevoli contro italiani residenti in Jugoslavia o recantisi oltre i confini per attivare quei traffici con l’Italia, che costituiscono oggi una essenziale risorsa dello Stato vicino.

Tutto ciò non accade per impulso irresponsabile di individui o gruppi, ma risponde ad un piano preciso. Ove sono dunque da rintracciare i responsabili organizzatori di questi episodi, gli artefici di questa campagna? Confermo quanto ha detto il senatore Corrado Ricci: che gli intellettuali della Croazia hanno pubblicamente disapprovato le distruzioni di Traù. Anche durante la guerra gli elementi croati non toccarono mai i leoni di Venezia, né gli altri monumenti della eredità di Roma.

Durante quattro secoli la Dalmazia fu difesa, incivilita da Venezia, e quando, al declinare del XVIII secolo, la Serenissima ebbe esaurito il ciclo della sua magnifica storia, gli abitanti della Dalmazia custodirono, sotto gli altari maggiori delle loro Chiese, i gloriosi vessilli di San Marco.

Io voglio supporre che quanti sono in Jugoslavia, i quali hanno assimilato la civiltà dell’Occidente, la civiltà di Roma, debbano avere sofferto per la vandalica rabbia, come di fronte a una mortificazione dello spirito, come di fronte ad un delitto perpetrato contro i monumenti di quella civiltà romana e veneziana che il dalmata Tommasèo, in pagine immortali, esaltò.

Gli autentici responsabili sono da individuare in taluni elementi che guidano la classe politica dominante dello Stato vicino e per i quali la propaganda di odio e di calunnia contro l’Italia costituisce un tentativo per stabilire una qualsiasi coesione all’interno e per agitare un diversivo per l’estero.

Ma non meno gravi responsabilità ricadono sopra altri elementi, che chiamerò europei, i quali, veramente, sperano di turbare il nostro sangue freddo, collaudato ormai da molte e talora durissime prove, scatenando una clamorosa campagna di stampa, in cui il grottesco dell’ipotesi si associa perfettamente alla stupidità delle conclusioni. È di ieri la notizia pubblicata da un grande giornale straniero, il quale annunciava, ancora una volta, propositi di aggressione da parte dell’Italia contro la Jugoslavia e ne fissava anche la data.

Tutto questo risponde a torbidi obiettivi; tutto ciò è organizzato sotto la maschera, sotto quei falsi pacifismi, che ho sempre denunciato come i veri pericoli per la pace.


Gli episodi che hanno culminato nelle distruzioni di Traù e nella uccisione di Veglia, sono stati oggetto di proteste diplomatiche del nostro Ministro a Belgrado; ma, accanto alle proteste ufficiali, lo scatto dell’animosa gioventù fascista, l’emozione di tutto il popolo italiano e, infine, la parola che parte da questa alta Assemblea, hanno il loro profondo significato, sul quale è richiamata l’attenzione dell’Europa.
I leoni di Traù sono stati distrutti; ma ecco che, distrutti, sono, come non mai, divenuti simbolo vivo e testimonianza certa. Solo uomini arretrati ed incolti possono illudersi che, demolendo le pietre, si cancelli la storia”.[/u]
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Per l'annessione della Dalmazia all'Italia (maggio 1941) venne ideato un francobollo celebrativo purtroppo poi non mandato in stampa, che vedete sotto in fondo, raffigurante il Leone di Traù distrutto nel 1932, con nel cartiglio il motto (Marco, Salmo XXXVI) “Iniusti punientur et semen impiorum peribit” (ossia “L’ingiusto sarà punito e la stirpe degli empi perirà”).

Una copia del Leone di Traù venne fatta fare a cura del PNF e posta, insieme ad altre sculture antiche, all'interno di Palazzo Littorio - sede centrale del partito, oggi ritornato Palazzo Vidoni ossia sede della "funzione pappatoria" ehm, pardon "pubblica"!
Naturalmente nella descrizione della stessa si omette di parlare di Traù e di copia a cura del PNF, della vicenda... sia mai! Ma forse è proprio che non lo sanno.
Leggete, pagg. 19-20:

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Allego foto di Leone salvato da sicura distruzione dalle nostre truppe durante la guerra con la Jugoslavia nel 1941. Anche se forse sarà sopravvissuto per poco, perchè, come potete immaginare, il periodo peggiore per i Leoni è stato il 1943-46... orgia distruttiva attuata insieme a ben altra orgia di sangue.



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