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Risorgimento come Mito Ideale Romano

 
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RomaInvictaAeterna
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MessaggioInviato: Sab Lug 13, 2013 6:14 pm    Oggetto:  Risorgimento come Mito Ideale Romano
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Al contrario di ciò che comunemente si intende per "Risorgimento", argomento e fatto storico che viene sempre legato a interessi di parte, e per ciò stesso immerso nella confusione più totale, la luce più chiara su questo tema viene fornita (tanto per cambiare) da una SPLENDIDA voce curata dalla Enciclopedia Italiana nell'anno 1936 - XIV E.F.
In questa voce si comprende in modo SUBLIME il sostrato Culturale e Politico che ha formato il MITO del Risorgimento, e perchè il Fascismo di Benito Mussolini se ne proclamasse (e nei fatti fosse) vero realizzatore!
Il Risorgimento, dunque, viene SLEGATO dalle contingenze di luogo e di tempo, e viene ricondotto ad una IDEA. Di esso sono fautori dei veri e propri IDEOLOGI, una Minoranza rivoluzionaria affiancata spesso da comparse, fiancheggiatori o meri esecutori di ordini. Al Risorgimento si fa risalire non tanto l'indipendentismo in sè. Quanto l'IDEA della Civiltà Romana. Si comprende così in modo più evidente il motivo stesso delle Analisi Storico-Politiche di Giovanni Gentile, la logica di sviluppo a cui Egli collega il Fascismo,e il fondamento nella Cultura e nella Storia Italiana di quella che alla fin fine si può definire unicamente "Idea della Civiltà Romana" che prende forma nei vari secoli della nostra storia.

Buona lettura, ne vale davvero la pena:


RISORGIMENTO. - La parola e il concetto. - La parola Risorgimento per designare un periodo della storia italiana fu usata la prima volta dal padre Saverio Bettinelli nell'opera Il Risorgimento d'Italia dopo il Mille (1775), ma nell'accezione di ciò che oggi siamo soliti chiamare Rinascimento, e in tale accezione continuarono a servirsi del vocabolo alcuni scrittori italiani dell'Ottocento, principalmente F. Fiorentino nel suo notissimo manuale di Storia della filosofia e in altre sue opere.
Più vicino al nostro significato di Risorgimento è, senza dubbio, l'"imminente risorgimento" di cui parla il conte Benvenuto Robbio di San Raffaele nella prefazione al suo Secolo d'Augusto (Milano 1769), ma egli intendeva presagire soltanto un imminente risorgimento letterario d'Italia, che era stata due volte "maestra di tutte le nazioni ringentilite d'Europa" e che lo sarebbe stato una terza, mercé l'iniziativa delle accademie subalpine della Filopatria e della Sampaolina. Non si può trovare, però, in tutti quegli studiosi, che costituivano le due accademie, in nuce il concetto del Risorgimento piemontese e italiano, come altri ha pensato, perché solo estrinsecamente i Santarosa, i Balbo, i Vidua, i Gioberti possono essere loro allacciati; nella sostanza, invece, essi si sentirono figli non di Galeani Napione o di Denina, né tanto meno del buon conte di San Raffaele, ma di un altro piemontese, di un piemontese non conformista, di Vittorio Alfieri. Per il Galeani Napione, per il Denina, per il San Raffaele l'Italia era un fatto; per l'Alfieri una profezia.
Vittorio Alfieri, dunque, diede per il primo forma vigorosa al Risorgimento, che è nella sua essenza un mito etico-politico-nazionale, consistente nell'attesa fiduciosa in un giorno in cui l'Italia "inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente" sarebbe risorta "virtuosa, magnanima, libera e una". Nella storia d'Italia e nell'energia naturale dell'uomo singolo italiano, l'Alfieri trovò le basi della speranza: "Ma tra quante schiave contrade nell'Europa rimiro, nessuna al nuovo cospetto delle lettere potrebbe più facilmente, a parer mio, assumere un nuovo aspetto politico, che la nostra Italia. Non so se l'esservi io nato di ciò mi lusinga; ma ragionando coi fatti, codesta penisoletta è pur quella che da prima conquistava quasi tutto il rimanente del mondo ancora conosciuto, e che, conquistando, libera nondimeno ad un tempo rimanea, esempio unico nelle storie. Ed era pure la stessa Italia, quella che, più secoli dopo, tutto il rimanente d'Europa illuminava colle lettere e scienze, ricovrate, a dir vero, di Grecia, ma ben altrimenti oltre i monti trasmesse da quelle che d'oltremare ricevute si fossero. Ed è pur dessa, che il rimanente d'Europa reingentiliva dappoi con tutte le divine belle arti, più assai riprocreate da lei, che imitate. Ed è, pur quella in fine, che stanca, vecchia, battuta, avvilita, e di tutta l'altre superiorità dispogliata, tante altre nazioni ancor governava, e atterriva per tanti anni, colla sola astuzia ed ingegno tributarie rendendole. Questi quattro modi con cui l'Italia signoreggiava tutte le altre regioni, abbracciano tutte le umane facoltà e virtù; e fanno indubitabile vivissima prova, che fra i suoi abitatori vi è stata in ogni tempo una assai maggior copia di quei bollenti animi, che, spinti da impulsi naturali, la gloria cercavano nelle altissime imprese; e che diversa, secondo i diversi tempi, ma sempre pur somma riuscivano a procacciarsela. Che più? la moderna Italia, nell'apice della sua viltà e nullità, mi manifesta e dimostra ancora (e il deggio pur dire?) agli enormi e sublimi delitti che tutto dì vi si van commettendo, ch'ella, anche adesso, più che ogni altra contrada d'Europa, abbonda di caldi e ferocissimi spiriti, a cui nulla manca per fare alte cose, che il campo e i mezzi". Risorgeva così e diveniva dottrina morale il concetto machiavelliano della virtù: "La virtù è quella tal cosa più ch'altra cui il molto laudarla, lo insegnarla, amarla, sperarla, e volerla, la fanno pur essere: e che null'altra la rende impossibile, quanto l'obbrobriosamente reputarla impossibile". Il primo effetto dell'insegnamento dell'Alfieri fu la trasformazione del vecchio letterato italiano e dello scrittore riformatore del Settecento a servizio del principe nell'intellettuale uomo libero del Risorgimento. Non solo, infatti, egli bollava il Metastasio, ma anche coloro che fiancheggiavano il principe nella lotta contro la Chiesa, non perché la Chiesa era la Chiesa, ma perché era indifesa: "Viltà è questa - tonava - viltà inescusabile". Con l'Alfieri, insomma, siamo condotti di colpo nell'anima stessa del Risorgimento. "Ciascuna volta - scriveva nel 1858 il De Sanctis - che l'Italia sorge a libertà, saluta con riverente entusiasmo Alfieri, e si riconosce in lui. Nel 99 il primo fatto dei repubblicani di Napoli fu di batter le mani ad Alfieri in teatro. Nella prima ebbrezza del 1848 ciascuno diceva tra sé: Ecco l'Italia futura d'Alfieri". Dai Napoletani ai Lombardi, da Mazzini a Guerrazzi, da Santarosa a Gioberti e a D'Azeglio, tutti riconoscono in Alfieri il padre della nuova Italia.
Con l'Alfieri si afferma il primo presupposto d'una nazionalità: la volontà di essere uno stato-nazione. Col Foscolo tale volontà subisce la prova dei fatti nel modo più drammatico: l'atto egoisticamente volpino del dominatore straniero, in cui si era avuto tanta fiducia, a Campoformio, e la rivolta delle plebi italiane contro i patrioti. Seguace del Machiavelli, il Foscolo sente l'ineluttabilità della legge della forza, ma continua a lottare senza speranza, per l'onore. Il Risorgimento resta per lui un cibo destinato agli eletti. "Quanto alla plebe, non accade parlarne; e in qualunque governo le basta un aratro o il modo d'aver del pane, un sacerdote, e un carnefice; e si dee lasciare in pace; perché, per quanto santa sia la ragione che la sommove, ogni suo moto finisce in rapine, in sangue, in delitti; e com'ella si è avveduta della sua forza, è difficile renderla debole". Ma i patrioti lombardi e napoletani, che venivano dalla politica pura e non dalla letteratura, non lo seguirono in tale dottrina e cominciarono a versare alle moltitudini, scrive assai bene il Cattaneo, "ciò che Foscolo riputava gelosamente serbato agli eletti del gregge umano". Il Cuoco accolse tutto l'insegnamento che si poteva cogliere dalla rivolta delle plebi italiane e predicò come dovere morale l'opera di colmare l'abisso tra popolo e minoranze intellettuali. E un altro grande contributo portò il Cuoco al concetto di Risorgimento: il culto del Vico. Se Alfieri insegnò agl'Italiani ad agire in grande, Vico insegnò loro a pensare in grande; se con l'Alfieri l'Italia s'individuò come volontà di essere stato tra gli stati europei, col Vico acquistò coscienza di avere una propria personalità nella cultura europea. Dalla fusione delle dottrine di questi due grandi nacque la nuova Italia, pensante e operante con una sua particolare fisionomia nel seno dell'Europa.
Tanto nell'Alfieri quanto nel Cuoco, l'elemento nazionalistico predominò su ogni velleità universalistica: era il momento in cui l'Italia, come già l'Inghilterra col Burke e come poi la Germania col Fichte, sentiva la necessità di serrare tutte le sue forze per resistere alla dominazione francese, tanto più pericolosa in quanto che non era solo di natura politica ma di natura spirituale. Verso il tramonto dell'era napoleonica, l'Italia si accorse di non essere più sola, abbandonata a sé stessa: due svizzeri, Madame de Staël e il Sismondi, le svelarono un nuovo mondo, il mondo delle nazioni, tutto in rivolta contro il dominatore, mentre le società segrete, come la Carboneria in contatto con Bentinck, cominciavano a operare di conserva con forze internazionali. L'Italia sperò allora nell'Europa ufficiale e fu delusa al Congresso di Vienna, ma, poiché Metternich, creando una solidarietà fra i troni, postulava per antitesi una solidarietà tra i popoli, lungi dallo spezzarsi, l'internazionalismo italiano si consolidò e diede alla causa rivoluzionaria europea uomini come il toscano Filippo Buonarroti, che serviva d'intermediario tra settarî italiani e francesi, e Gioacchino a Prato, trentino, che manteneva i contatti tra settarî italiani e tedeschi. La fiaccola dell'apostolato del Risorgimento passò addirittura nelle mani d'un generoso straniero, Sismondo dei Sismondi, che credeva discendere dai vecchi Sismondi di Pisa. Era il riconoscimento implicito, tanto più significativo quanto più spontaneo, da parte della nuova Europa dell'Italia. L'Europa aveva abbandonato l'astratto cosmopolitismo settecentesco, che persisteva solo in alcune correnti estreme della democrazia francese, e, per opera del Guizot e del Ranke, aveva acquistato coscienza di sé come d'una società storica in continuo divenire, che si articolava nelle varie individualità nazionali, ognuna delle quali dveva la sua missione e poteva, perfino, dare il tono alle altre, se avesse preso l'iniziativa, a suo rischio e pericolo, del grande movimento ideale d'un'epoca.
Deluse ancora nelle rivoluzioni del 1820-21 e del 1831 le speranze d'Italia nelle potenze liberali (Francia, Inghilterra) e nell'iniziativa rivoluzionaria francese del 1830, sfuggita alla Francia borghese di Luigi Filippo ogni missione europea rivoluzionaria o cattolica, Mazzini sognò che l'Italia potesse prenderne il posto e dare il suo nome alla nuova vita etico ptilitica europea. Nella dottrina del Mazzini dell'iniziativa si fondono armonicamente le idee dell'Alfieri, del Foscolo e del Cuoco con l'esperienza europea della Restaurazione. Il Risorgimento italiano sarà l'inizio del risorgimento delle nazioni europee. Più generoso del popolo francese, il popolo italiano darà agli altri popoli la libertà e si contenterà d'un semplice primato d'onore, che meriterà col sangue versato per la causa degli altri. Mentre Mazzini strappava alla Francia l'iniziativa rivoluzionaria, Gioberti le strappava l'iniziativa cattolica. Non la Francia ma l'Italia doveva essere la figlia primogenita della Chiesa, la promotrice di ogni rinnovamento nel suo seno. Tanto Mazzini quanto Gioberti collocarono, quindi, il Risorgimento tra i grandi miti ottocenteschi di rigenerazione morale dell'umanità, in quel clima generale di attesa palingenesiaca d'una nuova era, d'una nuova mistica unità, che De Maistre aveva iniziato e che Marx doveva chiudere.
Intanto Balbo scioglieva il concetto alfieriano del nuovo letterato, dell'uomo libero, nel concetto generale di civiltà, intesa come circolo di cultura e vita morale, e perveniva a dare al Risorgimento la sua peculiare fisionomia morale nella storia d'Italia con la critica al Rinascimento, fondata appunto sulla contrapposizione della civiltà alla cultura. Il Rinascimento fu un'epoca di cultura, curò solo gli aspetti teoretici dello spirito, l'arte, la filosofia, la scienza, e gli agi, i comodi, gl'interessi particolari dell'individuo, ma non creò quei valori morali, che presuppongono il sacrificio dell'individuo a un'idea, a una fede, non fu un'epoca di grande civiltà. E così il Balbo si ricongiungeva per altra via alla nuova etica europea, che col Guizot aveva trasformato il concetto individualistico e intellettualistico della civilisation settecentesca anglo-francese nel concetto del circolo di cultura e vita morale. Questo insegnamento trovò negli esuli i suoi più convinti assertori, negli esuli che qualunque cosa facessero o dicessero avevano sempre "la patria in cor", come cantava il Berchet. Dante, l'"alma sdegnosa", divenne un modello di vita. Il culto del proprio particulare dei vecchi italiani del Rinascimento venne bollato come peccaminoso. Guicciardini e Botero nel passato, Vincenzo Monti nel presente, furono i principali capri espiatorî della nuova etica.
Col Cattaneo, col Cavour, col Petitti, col Balbo stesso d'un elemento nuovo si arricchì il Risorgimento. Fin dal Settecento il Genovesi e altri avevano augurato l'unità economica della penisola come fonte d'infinito benessere materiale. Con gli economisti lombardi e piemontesi l'attesa d'una unità economica della penisola s'inserisce in vasti piani d'economia europea. Nel Cavour alcuni motivi vigorosi del concetto individualistico anglo-francese di civilisation appaiono assai netti, ma sono temperati dall'ethos particolare del Risorgimento. Il Risorgimento cessa di essere l'aurora dell'emancipazione di tutte le nazionalità. Dinnanzi alle illusioni della democrazia subalpina, il Cavour proclama che le diverse nazioni sono già troppo formate, perché una sola potesse dare il tono alle altre; in fasi di sviluppo troppo diverse perché potessero consociarsi. Pur servendosi del principio di nazionalità e dei moti nazionali dell'Ungheria e della Romania, Cavour abbandona a Garibaldi il programma rivoluzionario nazionalitario di Mazzini, ma conserva la speranza che la nuova Italia agendo indirettamente sul papato possa contribuire al rinnovamento religioso europeo. L'ultimo discorso del Cavour, quello sulla questione romana, è un atto di fede nella missione incivilitrice italiana. Con le gesta garibaldine per il trionfo del principio di nazionalità, l'età eroica del Risorgimento si compie, l'entusiasmo morale si spegne, i grandi ideali si esauriscono.
Il Risorgimento si trasformò allora da idea-forza, da mito eticopolitico, in mito retorico. S'iniziò l'età delle morti celebri, dei necrologi, delle commemorazioni, dei discorsi, dei monumenti, dei musei, mentre gli epigoni della scuola storica piemontese e moderata fissavano la storia dei vincitori, e gli agitatori romagnoli, i repubblicani, i vecchi cattolici liberali, i clericali, i borbonici, affidavano alla storia la vendetta dei vinti.
Tra la storia retorica e la storia passionale due belle figure di studiosi, Vittorio Fiorini e Alessandro Luzio, affermarono la storia pura e il Risorgimento si andò configurando in un corpo letterario, in un concetto scientifico. Nel 1888 Vittorio Fiorini pubblicò il Catalogo illustrato dei libri, documenti e oggetti esposti dalle provincie d'Emilia e Romagna nel tempo del Risorgimento italiano. Proprio tra i Romagnoli, che avevano vissuto nel modo più passionale il Risorgimento, il Fiorini, con sereno coraggio scientifico, osava porre, come base solida d'una storia di quel periodo, non sentimenti e risentimenti, ma un repertorio utile e compiuto di nomi, date, fatti, immagini. Nel 1897 al Catalogo seguì l'iniziativa d'una Biblioteca storica del Risorgimento, con l'intento di pubblicare documenti e monografie critiche originali. Intanto A. Luzio compiva a Vienna le sue ricerche critiche sull'Austria in Lombardia.
La storia pura finì col lasciarsi troppo dominare dal documento, che è emanazione dell'individuo, e, quindi, in un certo senso passionalità; la storia pura si fermava troppo agli uomini singoli e trascurava le idee, le classi politiche e sociali, gli stati regionali italiani e l'Europa. Sorsero altre tendenze. Era l'epoca in cui Benedetto Croce criticava i concetti delle scienze naturali e i generi letterarî, Gaetano Salvemini insorgeva contro i nomi collettivi astratti di comune, rinascimento, rivoluzione francese, e Gioacchino Volpe, dietro quei nomi, quegli schemi, sentiva la storia nel suo infinito, sconfinato mareggiare. Il Risorgimento fu ridotto allora a un puro nome e dissolto prima nella storia politica del secolo XIX, poi nella più vasta storia iniziata dal tramonto del secolo XVII, mentre gli elementi più avanzati risalivano fino al Cinquecento nella ricerca in Italia degl'ideali d'indipendenza, e, quindi, di Risorgimento, o fino alla Riforma per la lontana genesi degli ideali di libertà. Il concetto di Risorgimento si scioglieva senza residui nel concetto di storia dell'età moderna e contemporanea.
Il dopoguerra, lungi dal provocare una dissoluzione completa del mito di Risorgimento, come il nominalismo storiografico prevedeva (Croce, 1916), segnò una seconda vita di quel mito. Si era ad una svolta decisiva della storia d'Italia e la polemica sul Risorgimento divenne uno degli aspetti dell'esame di coscienza degl'Italiani contemporanei. Da alcuni si eresse il Risorgimento alla dignità d'un tabu, che non si poteva toccare neanche per andare avanti, da altri si gridò al fallimento del Risorgimento; alcuni non videro del Risorgimento, in un senso o in un altro, che i limiti, altri ne accentuarono con energia passionale solo un aspetto. Il Risorgimento operava non più come storiografia, ma, a pezzi o a bocconi, come storia. Il culto dell'Oriani, cui si rifacevano gli uomini delle più diverse tendenze politiche, segnò il punto culminante di questa fase della fortuna del Risorgimento.
Ne è derivato che il concetto tradizionale del Risorgimento ha subito modificazioni profonde: poiché o si considera la storia del Risorgimento come storia di potenza (Staatsgeschichte) e s'incentra nella storia sabauda moderna, che ha origine da Vittorio Amedeo II (e si potrebbe risalire anche a Emanuele Filiberto), o come storia di libertà e si parte dalla Riforma o dal movimento sociniano. Nell'uno e nell'altro caso i confini tradizionali iniziali del Risorgimento sono spezzati: si ripresenta quindi il problema, già da noi accennato come risultato della storiografia idealista ed economico-giuridica, se si debba o no sciogliere senza esitare la storia del Risorgimento nella storia dell'età moderna e contemporanea d' Italia.
E ciò mentre il vocabolo Risorgimento come concetto storico trionfa nel linguaggio storiografico internazionale. La curiosità straniera di conoscere le origini prossime dell'Italia, il Risorgimento, l'età in cui l'Italia ha assunto una netta fisionomia nella società europea, è cresciuta. Le principali riviste storiche straniere (Revue Historique; The Journal of Modern History) contengono magnifiche rassegne sul Risorgimento; la produzione straniera sull'argomento va aumentando. Il nome Risorgimento gode ormai nella parola italiana d'una fama internazionale e alcuni fatti o uomini di esso sono divenuti tipici: Serbia, Piemonte della Iugoslavia; Pašić, Cavour serbo, Beneš, Cavour cèco. A questa diffusione, crediamo, ha contribuito grandemente la storiografia francese, che ha seguito passo passo il movimento italiano, non sempre con intelligente comprensione, sempre con molto interesse. Noi siamo del parere che occorra restaurare il concetto tradizionale del Risorgimento come concetto storico. I concetti storici non sono puri nomi, mere convenzioni, ma miti, realtà spirituali, di cui ciascuna età ha avuto una coscienza, che è la vera oggettività della storia. Di fronte ai fraintendimenti della dottrina della con temporaneità della storia, necessario rinnovare il rispetto religioso per le idee storiche, che avevano il Vico e il Ranke: è lì il fuoco vivo della nostra disciplina. Si tratta di riconvertire al concetto tradizionale di Risorgimento non la coscienza storica volgare e straniera, per le quali il Risorgimento è ancora quello dell'Alfieri e del Cavour, ma gli storici di mestiere.
Questa tesi potrebbe essere tacciata di soverchio ideologismo, se non si tenessero presenti le seguenti considerazioni. L'esperienza storiografica contemporanea ha dimostrato che il Risorgimento non si può spiegare che con criterî d'indole essenzialmente morale. I più combattivi rappresentanti del cosiddetto indirizzo di storia economico-giuridica dinnanzi ad esso hanno dovuto dichiarare il fallimento dei loro metodi e ricorrere a concetti direttivi di diversa natura. Ricchi di una più scaltrita esperienza, dobbiamo tornare al Risorgimento per intendere il Risorgimento e porre come canone d'interpretazione di quel periodo la dottrina italiana della nazionalità. "Moltiplicate quanto volete i punti di contatto materiale ed esteriore in mezzo ad un'aggregazione di uomini: questi non formeranno mai una nazione senza la unità morale di un pensiero comune, di un'idea predominante che fa una società quel ch'essa è, perché in essa vien realizzata. L'invisibile possanza di siffatto principio di azione è come la face di Prometeo, che sveglia a vita propria ed indipendente l'argilla, onde creasi un popolo; essa è il Penso dunque esisto dei filosofi, applicato alle nazionalità". Così scriveva nel 1851 il Mencini e così potremmo ripetere noi: per chi non avrà compreso Alfieri e Foscolo, i patriotti lombardi e i patriotti napoletani, Santarosa e Guglielmo Pepe, Mazzini e Gioberti, Cavour e Garibaldi, il Risorgimento sarà sempre un palinsesto che non si sa decifrare. Ma quando si afferma che la storia del Risorgimento nasce col sorgere e finisce col dissolversi del mito del Risorgimento, non si vuol ridurre naturalmente la storia di quel periodo alla storia di quel mito, ma si vuol fissare la spina dorsale di un'epoca storica. S'intende che in tanto il messaggio di Alfieri venne accolto dagl'Italiani in quanto esso venne lanciato nell'atto stesso in cui lo stato regionale italiano attraversava una profonda crisi morale, economica, politica, militare, diplomatica. Crisi morale, poiché la coscienza politica regionale, dopo avere realizzato in pieno accordo col principe le sue esigenze di libertà civile, incontrava un'insormontabile difficoltà, salvo che in Toscana, a fissare con costituzioni nuovi limiti al potere esecutivo da sostituire a quelli invecchiati che si mandavano in frantumi. Crisi economica, poiché l'economia regionale tendeva sempre più a spezzare le barriere che la racchiudevano. Crisi sociale, poiché si faceva sempre più netto lo stacco tra medio ceto o avanguardie intellettuali del medio ceto e le masse. Crisi politica, poiché la monarchia assoluta non si decideva ad autolimitarsi. Crisi militare connessa a crisi diplomatica, poiché a coloro che si proponevano i problemi della difesa militare appariva chiaro che lo stato regionale non sarebbe bastato a reggere alle prove d'una grande guerra europea e, quindi, la necessità di leghe italiane, che congiungessero i vantaggi dei piccoli stati con quelli dei grossi corpi politici, come pensavano il Galeani Napione e il Filangieri. In questo clima il messaggio di Alfieri fermentò.
Un altro dubbio è da dissipare: quello che un Risorgimento così inteso possa turbare la continuità della storia d'Italia: preoccupazione insussistente perché la parola stessa postula la credenza in un organismo morale, la nazione, che ha un'infinita possibilità di rinnovarsi. La storia d'Italia è, come assai bene ha scritto G. Bourgin, la storia d'un peuple qui se réalise, celle d'une création phisique et morale continue. Senza spezzare la continuità storica, occorre dare ad ogni età il suo peculiare rilievo, il suo sapore. Nel caso contrario tutto si perderebbe nell'unità indifferenziata d'una storia nazionale.
Una riprova della nostra tesi è data dalla critica a quelle, alle quali si contrappone. La teorica dominante sulle origini del nostro Risorgimento, quella che lo riallaccia al dispotismo illuminato, non ne serra in effetti il problema. Se nel dispotismo illuminato s'insiste sull'opera d'accentramento del principe per la creazione dello stato moderno si deve risalire all'epoca delle signorie e dei principati per comprenderne tutto il processo, ma per il Risorgimento in senso stretto conta conoscere non tanto questo processo quanto il momento in cui lo stato regionale non soddisfa più completamente la coscienza politica italiana. Così pure se nel dispotismo illuminato si bada al risorgere d'una coscienza politica, d'un interesse per la cosa pubblica in strati sempre più larghi di cittadini, occorre risalire al Seicento, ma anche in tal campo il fenomeno di questo risorgimento è ristretto nei limiti dello stato regionale e, infatti, spuntano allora le nazioni napoletana, toscana, lombarda, piemontese. Per la genesi del Risorgimento bisogna isolare e porre in rilievo l'istante in cui il regionalismo comincia ad apparire una forma inadeguata al nuovo sentimento politico. Concludendo, occorre, senza dubbio, che lo studioso del Risorgimento conosca bene la storia del dispotismo illuminato, ma se egli vuole spiegare, come deve spiegare, il Risorgimento, deve badare alla crisi della coscienza politica dei nostri stati regionali, non distrarsi nell'indagine del loro sviluppo.
Se la storia si considera come storia di stati-potenze, se lo stato regionale italiano più seriamente dotato degli attributi dello statopotenza era il regno di Sardegna, se dal regno di Sardegna è sorto, senza soluzione di continuità, il regno d' Italia, la storia del Risorgimento deve cominciare il giorno in cui la monarchia sabauda, resistendo eroicamente al colosso francese, ha affermato la sua piena efficienza militare e quindi diplomatica (battaglia di Torino). Questa tesi, peraltro assai suggestiva, urta contro due difficoltà. Vittorio Amedeo II, che insieme col principe Eugenio vinse la battaglia di Torino, si può intendere completamente solo immerso nella storia moderna degli stati sabaudi, di cui Emanuele Filiberto pose le basi. Fu Emanuele Filiberto che trasformò la funzione di stato cuscinetto, data allo stato sabaudo dal trattato di Cateau-Cambrésis, nella volontà di crescere d'una potenza militare di secondo ordine tipica, che vuol giovarsi delle gelosie dei grandi per vivere ed espandersi. Ad Emanuele Filiberto si deve militarmente la creazione dell'esercito sabaudo e la meravigliosa concezione di quella cintura fortificata, al centro della quale era come ridotto Torino, concezione che, perfezionata da Vittorio Amedeo II e da Carlo Emanuele III, permise al piccolo Piemonte di fiaccare i gagliardi sforzi d'un Luigi XIV e d'un Luigi XV. Se dopo il trattato di Cherasco lo stato sabaudo divenne un satellite della Francia, non bisogna dimenticare che il desiderio di scuotere il suo duro giogo fu vivo nello stato sabaudo, ebbe i suoi martiri nel padre Monod e in Filippo San Martino d'Agliè e costituì le secret, direbbe uno storico francese, di Carlo Emanuele II. Una seconda difficoltà è che una caratteristica essenziale del Risorgimento fu quella dell'armonica compenetrazione tra le forze regolari della monarchia sabauda e le forze irregolari della rivoluzione nazionale italiana, grazie all'efficace e intelligente mediazione della classe politica piemontese. Secondo noi il Risorgimento comincia appunto quando la classe politica piemontese crea il mito del Risorgimento nazionale, forte della sua lunga esperienza delle lotte internazionali e della sua interna morale gagliardia. Si aggiunga ancora che proprio all'epoca dell'Alfieri. Napoleone rovesciò con la sua strategia la concezione difensiva d'Emanuele Filiberto, il gioco diplomatico che poggiava su di essa e la possibilità che uno stato militare di secondo ordine potesse prosperare a poco a poco. Da allora i Piemontesi, che, da unico stato militare che sapesse farsi rispettare, si videro abbassati alle condizioni di provincia francese, i Piemontesi, che da conquistatori videro addensarsi su loro le cupide brame della repubblica francese, cisalpina, ligure, i Piemontesi compresero che i tempi del lento sicuro sviluppo erano finiti, che ad un'altra crisi europea non avrebbero potuto resistere, che bisognava farsi grandi o perire.
Così pure è da criticare la tesi diplomatico-europea, che fissa al trattato di Utrecht l'inizio del Risorgimento. Senza dubbio nel Settecento la diplomazia europea, che aveva risolto il problema germanico coi trattati di Westfalia e il problema baltico col trattato di Oliva, si concentra sul problema italiano. Ma i modi di risolvere il problema italiano sono vecchi. La funzione data ai Savoia di mantenere l'equilibrio in Italia tra le due grandi potenze continentali, serbando indipendente la regione strategicamente allora più importante della penisola, era un cavallo di ritorno, perché non faceva altro che rendere efficiente un sistema inaugurato a Cateau-Cambrésis. La creazione d'un regno indipendente del Mezzogiorno corona una serie di sforzi francesi del Seicento. L'espansione austriaca, sotto veste imperiale, ripiglia i disegni di Carlo V. Il modo di risolvere il problema italiano in modo totalitario con una lega o una federazione di principi è molto più vicino ai progetti del Cinque-Seicento, che a quelli dell'Ottocento: tra gli uni e gli altri non è passata invano l'opera tendenzialmente uniformatrice degli istituti regionali compiuta dai principi riformatori e dai francesi. Per intendere alcuni concetti diplomatici del Settecento - libertà d'Italia, neutralità d'Italia - dobbiamo risalire ad epoche anteriori. Ma, allora, avrebbero ragione gli storici francesi, che fanno ancora risalire alla rivoluzione francese il nostro Risorgimento? Ciò che distingue la nostra tesi da quella francese, rappresentata ancora dal Bourgin, è il valore che noi diamo all'epoca del dispotismo illuminato e al principio della lotta delle nazioni come necessario indispensabile generatore delle nazioni. Senza le riforme del Settecento, senza l'insoddisfazione dei nostri elementi regionali più intelligenti verso lo stato regionale, senza lo stacco che l'opera riformatrice aveva posto in Italia tra minoranze sovvertitrici di vecchi ordini statali e masse meccanicamente attaccȧte a quegli istituti, la rivoluzione francese non si sarebbe potuta inserire tra le lotte politiche e sociali italiane e non avrebbe trovato il germe fertile, il terreno fecondo. D'altro canto le grandi lotte settecentesche tra Francia e Inghilterra avevano insegnato agl'Italiani la fecondità delle lotte nazionali. L'opera politica dell'occupazione francese, non solo secondatrice degli sforzi locali come erano state l'occupazione spagnola e austriaca, ma violentemente sovvertitrice, presentò l'occasione agognata dall'Alfieri perché l'Italia si rivelasse a sé stessa. Tutto ci riconduce insomma all'antitesi logico-scientifica: o sciogliere il Risorgimento nel concetto di storia moderna e contemporanea o concepirlo nei suoi limiti tradizionali da Alfieri a Cavour e a Garibaldi.
Studî e aspetti di storia del Risorgimento. - Base sicura d'una storia del Risorgimento debbono essere i testi e i documenti sincroni. L'indirizzo scientifico nella storia del Risorgimento si è iniziato, come si è visto, con il culto del documento, e il documento deve essere sempre il fondamento di ogni seria ricerca storica, ma il documento non deve essere amato in sé e per sé, deve essere subordinato alla critica. È principalmente merito di N. Rodolico l'avere sempre insistito su questa necessità nella sua un tempo assai frequente attività recensionale.
Fondato essenzialmente su valori morali, il Risorgimento è innanzi tutto storia d'individui, e, quindi, la biografia è il genere storiografico dominante nei suoi studî, e la biografia in cui possano armonicamente conciliarsi etica e biografia. Ciò costituisce il fascino dei profili e dei bozzetti sul nostro Risorgimento di A. Luzio, B. Croce, F. Ruffini, ma ne segna anche il limite. Finché si tratta di patrioti italiani tutto va benissimo, ma quando si tratta di diplomatici o di reazionari, se essi non siano dei retti caratteri morali o dei combattenti d'un ideale, bensì puri maestri dell'arte diplomatica, quali Metternich, Talleyrand, Castlereagh, Bismarck, la storiografia italiana (Croce, L. Salvatorelli) non mostra quella larga comprensione umana, che costituisce il pregio singolare della scuola storica diplomatica francese (A. Sorel, A. Vandal). L'aver tolto l'individuo dall'empiricità, in cui lo considerava la storiografia pura, e l'averlo immesso nel pieno della cultura regionale, nazionale, europea, è stato il merito principale della scuola idealista, che ha saputo dare il suo pieno valore alle indagini degli storici di mestiere. La formazione della classe dirigente napoletana (M. Schipa, Croce, F. Nicolini, N. Cortese, A. Simioni), toscana (G. Gentile, A. Anzilotti), piemontese (Gentile, P. Gobetti, Anzilotti), lombarda (Rota, Morandi, Valsecchi), siciliana (Gentile, R. De Mattei, E. Pontieri) è stata intimamente collegata con la storia degli stati regionali italiani ed è stato colto assai bene il processo di scioglimento della cultura regionale nella cultura nazionale. Il circolo tra cultura europea e cultura nazionale ha trovato interpreti intelligenti in B. Croce, A. Omodeo, G. Prato. Manca ancora, però, un bel lavoro sulla vita etico-politica degli esuli, sul tipo di quello che F. Baldensperger ha dedicato agli emigrati francesi del tempo della Rivoluzione: la storia dell'Italia fuori dell'Italia.
All'idealismo ancora, e più all'esperienza etico-religiosa prodotta in Italia dallo studio sul cristianesimo primitivo, si deve se dal Gentile, dall'Omodeo e dal Salvatorelli è stato posto in rilievo l'aspetto escatologico del Risorgimento, che ne costituisce, come si è visto, l'intima essenza. Manca ancora un buon lavoro su Roma nella memoria e nell'immaginazione del Risorgimento. Il mito di Roma è indissolubilmente legato in Mazzini, in Gioberti, in Cavour con l'attesa dell'imminente risorgimento non solo nazionale ma etico-religioso dell'umanità. Riguardo al Gioberti il Gentile si stacca dall'Omodeo e dal Salvatorelli; egli valorizza storicamente il mito neoguelfo, che l'Omodeo e il Salvatorelli ripudiano come insincerità morale, rifiutandosi persino di ammetterne l'importanza storica. I rapporti tra il neoguelfismo o cattolicismo liberale italiano e il giansenismo francese sono stati indagati (Ruffini) e quelli tra esso e il cattolicismo europeo si vanno indagando (Omodeo) con squisita sensibilità etico-religiosa, ma un lavoro complessivo sul movimento religioso italiano nel sec. XIX manca, né è facile farlo. La religiosità italiana non è una religiosità brillante alla luce del sole e delle stelle come quella francese; è una religiosità tutta intima, timida, celata nei privati conversari, negli epistolarî privati (Manzoni, Lambruschini, Ricasoli), onde le benemerenze di coloro che, come A. Gambaro, curano la ricerca e la pubblicazione degli epistolarî religiosi. Più felice del neoguelfismo ê stato il giansenismo, scoperto dal Rota, studiato nelle sue profonde scaturigini teologicomorali (Ruffini, A.C. Jemolo), indagato nella sua varia diffusione regionale - in Lombardia (Rota), in Piemonte (Rumni, Gorino), in Liguria (Nurra), in Toscana (Rodolico), a Napoli (Croce) -, colto nelle sue analogie suggestive col movimento riformatore politico-sociale (Anzilotti). Dalla religiosità degli uomini d'eccezione, si è tentato scendere alla religiosità popolare e il Croce ha scritto alcune gustose pagine sulla vita religiosa a Napoli nel Settecento. Particolare rilievo si è dato allo studio dei rapporti Stato-Chiesa, posti in relazione tanto col pensiero politico-giuridico (F. Scaduto, Ruffini) e con la coscienza etico-religiosa (Gentile), quanto con le esigenze politiche contingenti del nuovo stato italiano (M. Falco). Il Falco ha reso assai bene i contrasti tra la scuola liberale cavourriana e il giurisdizionalismo liberale, erede del vecchio giurisdizionalismo regionale italiano. Attraverso una polemica vigorosa si è giunti, con Francesco Ruffini, a fissare quale fosse la caratteristica giurisdizionale del nuovo stato italiano prima dei patti lateranensi. L'affermazione dello stato etico fatta da B. Spaventa in polemica con i gesuiti e posta in rilievo dal Gentile, provocò la serrata requisitoria contro il fallimento etico-religioso del Risorgimento di M. Missiroli, che aprì in Italia quel culto dell'Oriani come base d'una polemica sul Risorgimento, di cui abbiamo fatto cenno. Fallimento del Risorgimento? Se si volesse misurare alla stregua rigorosa dell'ideale il risultato dei grandi movimenti spirituali europei, il Risorgimento è fallito non meno che il Medioevo, che non riuscì a realizzare il suo sogno teocratico o sacro imperiale; non meno che il Rinascimento, che si lasciò assorbire dalla Controriforma, ecc. Queste affermazioni di fallimento non hanno valore storiografico, ma pratico, in quanto sulle deficienze del passato costruiscono i sogni dell'avvenire. A parte tale naturale contingente deviazione, gli studî sui rapporti Stato-Chiesa sono assai bene avviati in Italia.
La forte accentuazione dell'aspetto etico-politico si riflette anche negli studî di storia strettamente politica del Risorgimento. Il De Sanctis caratterizzò in modo vigoroso le due opposte mentalità del liberalismo e della democrazia; E. Solmi ha tentato di ridurre il conflitto tra le due mentalità a un conflitto tra due metodi, ma col Croce si è ritornati, approfondendola, all'interpretazione del De Sanctis. Il Salvemini tentò dare un'autonomia alla storia politica, introducendovi i concetti, elaborati dal Pareto, di classe politica e di circolazione delle élites, ma il suo esperimento non ebbe seguaci. La storiografia politica italiana è restata una storiografia essenzialmente di tendenza politica, nella quale peraltro ciò che v'è di vitale non è tanto l'esperienza delle cose presenti, come nella vecchia storiografia di partito franco-inglese, quanto ciò che le deriva dalla filosofia e dalle scienze sociali. La storia tecnica dei partiti, come organizzazione, genesi e sviluppo d'ideali, evoluzione dell'esperienza politica, in Italia manca. Uomini, classi politiche, partiti rivelano la varia composizione delle classi sociali. La formazione della borghesia professionista, agraria, commerciale italiana risale al Seicento, alla politica antifeudale spagnola, medicea, sabauda: il Croce, il Cortese, lo Schipa per Napoli, il Rota e il Morandi per la Lombardia, il Prato per il Piemonte hanno gettato sulla questione sprazzi suggestivi di luce. E anche al Seicento risalgono quelle lotte giurisdizionali, che hanno tanto contribuito dal punto di vista economico e morale alla formazione della borghesia italiana. L'abisso che separò tale borghesia dalle plebi e che permette d'individuarla in pieno è la crisi prodotta dalla rivoluzinne francese in Italia, che ha avuto due interpreti intelligenti e accorati nel Prato per il Piemonte e nel Rodolico per Napoli. Ma il Prato e il Rodolico si sono troppo fermati al disfattismo della borghesia e al presunto patriottismo delle plebi e non hanno visto come quel disfattismo fosse ben tosto rinnegato e che l'anelito a colmare il fossato tra borghesia e popolo divenne una delle speranze del Risorgimento e costituisce il segreto della storia dell'Italia contemporanea. G. Fortunato e la sua scuola hanno studiato il successivo progredire della borghesia nel Mezzogiorno attraverso l'acquisto dei beni ecclesiastici, feudali e demaniali e i nuovi turbamenti sociali, che ne derivarono. Come nella Sicilia ottocentesca si formasse una borghesia, ci permette di vedere un lavoro di S. Nicastro su una città sicula, Mazara, ma fatto in modo da poter studiare la storia effettuale di tutta l'isola.
Quando si dice che la storia del Risorgimento è una storia essenzialmente etico-politica non s'intende affatto negare l'utilità dello studio degli altri aspetti di quella storia. "Gli ideali del Mazzini", scrive uno storico americano, "erano una luce nel cielo", e sarebbero rimasti tali se non fossero stati materiati di realtà economica. Lasciando stare che perché trionfi anche una determinata forma di economia politica occorre che si trasformi in ideale e che diventi passione, sta di fatto che se si esamina la grande polemica tra gli economisti lumbardi (Cattaneo) e gli economisti piemontesi (Cavour, Petitti) sull'inserzione dell'economia nazionale nell'economia europea, si vede che la vittoria nel Risorgimento non toccò alla regione che sentiva nella sua purezza l'economia, ma a quella che subordinava l'economia alla politica. In ogni modo nessuna prevenzione hanno gli storici di mestiere per gli studî di storia non politica del Risorgimento. Il Prato è stato levato a cielo, saccheggiato, additato a modello, stimato, amato dagli storici, perché aveva un concetto esatto della storia economica come circolo tra vita economica e pensiero degli economisti, in cui il rapporto tra idea e fatto era posto come rapporto sostanzialmente di realtà e di coscienza della realtà, dal quale esulava ogni determinismo. Per la dottrina deterministica, che non gli perveniva dal marxismo dialettico, ma dal naturalismo storico di G. Fortunato, l'opera fondamentale di R. Ciasca sull'Origine del programma per l'opinione pubblica nazionale italiana, ha incontrato forti opposizioni e il Rodolico si spinse fino a proclamare il fallimento dell'indirizzo economico-giuridico dinnanzi al Risorgimento. Ma se noi risalissimo al maestro del Ciasca, al Fortunato, ritroveremmo la riabilitazione dell'ideale postulata dall'eccesso stesso del naturalismo pessimistico. Posto che il Mezzogiorno è per sua natura misero e che, quindi, ha avuto una storia di miserie e d'avvilimenti, gli uomini che per il Mezzogiorno agirono e sognarono apparivano al Fortunato come dei sublimi folli, ribelli alla storia, alla natura, al destino. Lo spietato agronomo, geologo ed economista si trasformava nel poeta dei martiri del 1799.
Classi politiche, classi sociali, struttura economica italiana si erano formati nel quadro dei vecchi stati regionali. Gli studî sul Risorgimento, cogliendo lo stato regionale al suo culmine, hanno permesso di comprendere la sua opera per il trionfo dello stato moderno, e ne sta derivando la riabilitazione del principato territoriale in Italia, che i polemisti del Risorgimento avevano denigrato, sia per il suo municipalismo, sia perché aveva posto fine alla libera età dei comuni. I lavori del Rota, del Morandi e del Sandonà sull'amministrazione austriaca in Lombardia, del Prato e dell'Einaudi sul Piemonte settecentesco, dell'Anzilotti sulla Toscana, del Croce su Napoli hanno mostrato come si sia maturata la tendenza all'unità entro i quadri dei vecchi ordinamenti politico-economici. Occorre, però, che gli storici italiani superino due idiosincrasie cronologiche: la repulsione verso l'età napoleonica e verso la Restaurazione. Sull'età napoleonica i migliori lavori sono quelli stranieri, sia che pongano in piena luce l'opera d'organizzazione statale che essa compì (A. Pingaud, J. Rambaud, Madelin), sia che lancino contro tale opera la più serrata requisitoria (E. Tarlé). Per la Restaurazione, salvo che per l'Austria in Lombardia, si prova ancora della ripugnanza a studiare l'opera dei Luigi Medici, dei Ferdinando II, dei Prospero Balbo, dei Carlo Alberto, dei Fossombroni, dei Neipperg, dei Consalvi, come la prosecuzione dell'opera dei riformatori del Settecento e di Napoleone nella costruzione dello stato moderno. Ciò è dovuto alla trista fama che la Restaurazione come persecutrice dei patrioti ha lasciato nella coscienza italiana, ma occorre velare questi ricordi. Particolarmente notevoli per lo studio del processo di disintegrazione dei vecchi stati italiani furono le secessioni provocate nel loro seno dalla politica d'accentramento, come i problemi della Savoia e di Genova negli stati sabaudi e quello siciliano nelle Due Sicilie. Il problema della Savoia è stato trattato dagli studiosi di quella regione, ma non è stato ancora approfondito dagli storici italiani. Il problema di Genova, invece, e la sua funzione propulsiva e disintegrativa insieme negli stati sabaudi ha trovato valenti illustratori in C. Bornate, A. Codignola e V. Vitale. La questione siciliana, infine, è stata oggetto di accurate indagini da parte del Pontieri, che l'ha colta alle origini, del Cortese e del Paladino. Nessun lavoro notevole possediamo, invece, sul tramonto del dominio temporale dei papi. La trasformazione dello stato pontificio, operata dal Consalvi, le aspirazioni ideali dei sudditi di quello stato, il carattere dell'intervento delle potenze nei tentativi di rimodernarlo, attendono ancora il loro storico e occorre ancora far capo al vecchio ma sempre penetrante saggio del Ranke sul Consalvi e alla pubblicistica del Risorgimento, che vanta sull'argomento opere di polso come quella del Galeotti.
Lo sfaldamento degli stati regionali italiani si compie dal di dentro con la crisi di crescenza delle forze militari e dal di fuori con gli attacchi delle forze rivoluzionarie. Come e perché l'ufficialità piemontese fosse avviata verso una soluzione nazionale del problema militare, come e perché l'ufficialità napoletana prendesse così viva parte ai moti del 1820 e defezionasse dalla causa borbonica nel 1860 non hanno ancora formato oggetto d'indagini sistematiche. Sul Foscolo, sul Balbo, sul Pisacane mancano dei buoni saggi storici tra politici e militari, come hanno i Tedeschi per lo Scharnhorst, il Gneisenau, il Clausewitz. Così pure dal punto di vista storico sarebbe assai interessante lo studio delle istituzioni militari napoletane e piemontesi, delle quali ultime il Brancaccio ha raccolto gli elementi. Insomma una storia etico-militare è ancora da fondare in Italia. G. Volpe cerca diffonderne il gusto e l'interesse con la sua collana La guerra e la milizia negli scrittori militari italiani d'ogni tempo. La storia delle guerre del Risorgimento, invece, è stata trattata in modo esauriente nelle pubblicazioni del Corpo di stato maggiore e conta per alcuni momenti opere classiche come quelle del Pollio su Custoza e del Guerrini su Lissa.
I vecchi storici rivoluzionarî italiani contrapponevano il loro mondo al mondo moderato diplomatico e militare, come la morale che si contrapponeva alla forza. Ma, in realtà, nei moderati vi sono elementi di civiltà che temperano e subordinano gli elementi di forza, e nei rivoluzionarî in quanto non intendevano essere profeti disarmati, era implicita la postulazione d'una particolare forza. Occorrerebbe studiare le organizzazioni rivoluzionarie italiane, come sono state studiate quelle della rivoluzione francese.
Le basi della storia diplomatica del Risorgimento furono poste dalla scuola storica piemontese (F. Sclopis, D. Carutti, N. Bianchi), ma gl'iniziatori dell'odierno risveglio in tale campo sono stati G. Volpe, P. Silva e A. Solmi. Il Volpe e il Silva hanno approfondito specialmente il problema del Mediterraneo nella diplomazia contemporanea; il Solmi ha trovato le origini diplomatiche del Risorgimento nella guerra di successione spagnola. Il Volpe eccelle nel ricostruire a grandi tratti le tradizioni diplomatiche dei popoli europei; il Silva predilige l'analisi del giuoco diplomatico nei singoli drammatici momenti della storia; il Solmi pone i problemi diplomatici con l'ordine e la limpida chiarezza del giurista. Ma due deficienze ha ancora la storiografia diplomatica italiana. Manca di psicologia e manca del senso profondo dei grandi problemi di politica internazionale. È ciò che appare dal volume del Capasso sulla Grande Alleanza del 1814-15, che pure ha il merito di avere portatD in Italia al fuoco delle discussioni le grandi opere dello Srbik e del Waliszewski, del Webster e del Temperley, del Gooch e del granduca Nicola Michailovič. Più che un bilancio da compiere, v'è un programma da stendere di studî di storia diplomiatica. Ciò che ha contribuito a far sorgere le grandi scuole di storia diplomatica piemontese, inglese e francese è stato il circolo di cultura e diplomazia. Stretti furono i legami tra il Cavour e gli storici della diplomazia piemontese, stretti quelli tra il Quai d'Orsay e A. Sorel, stretti sono, infine, anche quelli tra il Foreign Office e il Webster e il Temperley. I documenti di storia diplomatica del Risorgimento non sono presso il Ministero degli affari esteri italiano, ma la pubblicazione o lo studio di documenti diplomatici di epoche a noi più vicine potrebbe affinare nei nostri storici il senso dell'attualità di certi problemi. Così pure mancano in Italia studî sistematici comparati in archivî italiani ed esteri, il che è uno dei pregi singolari delle storiografie straniere. Invano si cercherebbe, salvo per il problema del Mediterraneo, qualche studio italiano sul problema della neutralità d'Italia, della libertà d'Italia, dell'Europa, dell'organizzazione internazionale nel passato, della formazione del sistema delle grandi potenze, del principio dell'equilibrio, di quello di legittimità, di quello perfino di nazionalità. Lo stesso problema delle origini diplomatiche del Risorgimento posto nel Settecento, va sottoposto come si è visto, a cauzione e a riserve. Quanto alla crisi risolutiva del Risorgimento o s'insiste troppo sull'aspetto diplomatico o troppo sull'iniziativa rivoluzionaria: in realtà v'è tra i due aspetti completa reciprocità. In quanto che postulava un nuovo assetto territoriale dell'Europa, il movimento delle nazionalità non poteva prescindere dalla diplomazia, ma il grado d'urgenza del compimento di ciascuna nazionalità era nell'agitazione rivoluzionaria continua, oltre che nelle felici combinazioni diplomatiche. E così se i Cavour, i Bismarck, i Pašić, i Beneš sono stati i costruttori degli stati nazionali, i Mazzini e gli altri agitatori vi hanno avuta anche la loro parte.
Tutti questi sparsi motivi non sono stati ancora fusi in una grande opera complessiva. Il volume dell'Omodeo è certo assai più d'un manuale, ma è ancora meno d'una storia organicamente pensata e condotta in tutte le sue parti. Le opere del Rosi, del Raulich e dello Spellanzon sono una buona sistemazione dei migliori risultati delle ricerche erudite. L'opera di E. Masi ha pregi non comuni di giudizio equilibrato. Delle opere straniere la migliore resta quella di A. Bolton King, ma un buon ristretto è quello recente di G. Bourgin.

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