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Cavallera:L'immagine del Fascismo in Giovanni Gentile

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Dom Mag 19, 2013 8:44 pm    Oggetto:  Cavallera:L'immagine del Fascismo in Giovanni Gentile
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Il curatore delle opere complete di Gentile ha redatto un saggio che affronta direttamente ed in modo chiaro (ritornando alle "fonti") il rapporto tra l'ideologo e la "sua" creatura politica, nonché le interpretazioni che di tale connubio sono state date. Un testo che merita sicuramente di essere letto, vista l'autorevole padronanza dell'autore riguardo agli scritti del filosofo in camicia nera. Di seguito riportiamo un significativo estratto.


Hervè A. Cavallera, “L’IMMAGINE DEL FASCISMO IN GIOVANNI GENTILE”, Lecce, 2008, Pensa Multimedia.

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Il volume è in primo luogo la ricostruzione del modo in cui Giovanni Gentile ha inteso il fascismo, spiegandone le motivazioni azioni che lo hanno condotto a sostenerlo sino alla caduta. Alla base emerge l'esigenza di una continuità ideale con il Risorgimento. che il filosofo riprende nelle pagine sul primo conflitto mondiale, e il tentativo di far rientrare la politica nell’etica, imprimendo un carattere educativo ai molteplici compiti dello Stato. Sotto tale profilo, il fascismo di Gentile vuole essere l’inveramento dell'economia nell'etica, con la necessaria attenzione al ruolo educativo di cui deve farsi carico lo Stato, in una visione della realtà che per tanti aspetti corrisponde ad esigenze già sollevate da altri pensatori meridionali. Al tempo stesso, il volume analizza gran parte delle interpretazioni storiografiche che sono state avanzate a partire dalla morte di Gentile, sì da costituire, per tale verso, anche la storia della fortuna critica del filosofo dalla sua scomparsa ai nostri giorni attraverso i contributi più significativi.


Hervé A. Cavallera è professore ordinario di Storia della Pedagogia nella Università del Salento ove ricopre la carica di Presidente dei Corsi di Laurea in Area Pedagogica. E’ componente del Comitato scientifico della "Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici" ( Università di Roma La Sapienza) e della Commissione scientifica della “Fondazione Ugo Spirito” (Roma). Tra i suoi più recenti volumi ricordiamo: Introduzione alla Storia della pedagogia (Brescia 1999).Ugo Spirito (Roma 2000).Giovanni Gentile (Roma 2000). Storia dell'idea di famiglia in Italia. Dagli inizi dell'Ottocento alla fine della monarchia (Brescia 2003). Storia dell'idea di famiglia in Italia. Dall’avvento della repubblica ai giorni nostri (Brescia 2006); Ethos, eros e Thanatos in Giovanni Gentile (Lecce 2007). E' il curatore delle “Opere Complete” di Giovanni Gentile (Le Lettere, Firenze).


Cap. II IL TEORICO DEL FASCISMO E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il rapporto tra Gentile e i fatti cruenti che sconvolgono l'Italia tra il 1943 e il 1944, anno in cui il filosofo è ucciso, è estremamente interessante non solo perché il filosofo è coinvolto in quella che si è detto una guerra di liberazione e che è per tantissimi aspetti una guerra civile, ma per il ruolo che il filosofo ha avuto prima e durante il fascismo e per lo stesso modo con cui interviene in quell'Italia lacerata, pagando con la vita l'aver deciso di non mettersi da parte o di non salire velocemente, come altri intellettuali, sul carro del vincitore. Direi che la ricostruzione della vicenda umana e intellettuale di Gentile, che non può che essere ricollegata ad impegni e a prese di posizioni precedenti, illumina in maniera chiara il senso durissimo di una contrapposizione e ne spiega alcuni elementi di fondo non solo all'interno del dibattito sulla logica del suo assassinio, ma soprattutto sull'ottica con cui egli vive e legge i mesi tremendi che non sono tuttora trascorsi indenni negli animi degli italiani. Lettura, quella di Gentile, che non è quella di un professore ingenuo di fronte alla vita politica né tanto meno di uno sciagurato prezzolato dal tiranno, ma di un intellettuale che comprende con estrema lucidità che quella che ha di fronte è una guerra civile destinata a lacerare per anni la coscienza nazionale del popolo italiano. Ricostruire inoltre il contributo di Gentile serve altresì a ripensare ancora una volta a cosa significasse il fascismo per molti di coloro che lo avevano voluto ed elaborato, aspetti non secondari per una storia, d'Italia che è ancora da scrivere sine ira et studio.

1. LA PRIMA GUERRA MONDIALE E IL FASCISMO
Il punto da tenere presente è che Gentile non solo intende e vive la I guerra mondiale come la conclusione delle guerre risorgimentali, la verifica della solidità nazionale, ma attraverso il suo esito egli perviene alla convinzione che sia possibile ricostruire, dopo gli anni del parlamentarismo, una nuova Italia intrisa da quell'eticità che si ebbe durante il Risorgimento e capace di contribuire non secondariamente alla storia del mondo (1). In Gentile vi è l'attenzione per il nuovo, per la costruzione di una nuova identità che si colleghi al passato e vada oltre, portando veramente a segno quello che è il suo progetto di Stato etico, che egli cerca di realizzare nel fascismo e attraverso il fascismo mediante la riforma della scuola e le istituzioni culturali (2). Bisognerebbe rileggere con attenzione gli scritti sul fascismo e non considerarli, come troppo superficialmente è stato, orazioni retoriche. Cosa sia per Gentile il fascismo egli lo dice nel Manifesto del 1925 quando afferma il valore politico, morale, religioso del movimento, collegandolo allo spirito della guerra da poco terminata e a tutto il Risorgimento (3). È un testo da considerare più attentamente da quanto sinora non sia stato fatto. Innanzitutto l'incipit. «Il fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre» (4). Vi è, sì, il richiamo, che appena segue, al Risorgimento, ma soprattutto c'è la volontà di collegarlo a tutta la storia della Penisola e, per il tramite di questa, all'Occidente. Ciò si attua mediante il recupero di ciò che il filosofo considera necessario e imprescindibile per la storia di un popolo, per la storia di uno Stato, per la storia della civiltà: il carattere etico. Il fascismo non può né deve essere, come nella degenerazione del liberalismo, per l'individuo contro lo Stato: «espressione tipica, dall'aspetto politico, della corruttela degli animi insofferenti di ogni superiore norma di vita umana, che vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei singoli» (5). A Gentile preme, in primo luogo, e per tale ragione aderisce al fascismo — meglio: intende rifondarlo —, che il movimento acquisisca e si faccia promotore di un carattere etico, il cui vuoto egli ha da sempre rimproverato all'Italia del tardo liberalismo, come già De Sanctis ebbe a criticare l'uomo del Guicciardini, che pure illustrò il pieno Rinascimento e il declino politico della Peni-sola. È stata l'istanza etica a legittimare la violenza e l'insurrezione squadristica, violenza che si può solo tollerare in funzione del recupero dell'eticità. Qui il filosofo riprende, non saprei quanto consapevolmente, le osservazioni di un altro pensatore a lui caro, Benedetto Spinoza, sostenitore egli pure di uno Stato forte, ma al tempo stesso pronto a giustificare in caso la ribellione al potere costituito quando questo si fosse manifestato eticamente iniquo. Nel capitolo IV del Tractatus politicus Spinoza si pone il problema se lo Stato possa esser soggetto a leggi e risponde che lo Stato deve essere soggetto alle leggi che lo configurano come Stato. Quest'ultimo viola le leggi quando consente azioni che possono provocare la sua rovina. Lo Stato deve pertanto conservare una sua autorevolezza. «Lo Stato dunque, per poter essere padrone di sé, deve mantenere vive la cause di rispetto e di timore, altrimenti cessa d'esistere (Civitas itaque, ut sui juris fit, metus, et reverentiae causas servare tenetur, alias Civitas esse desinit). Perché per coloro o per colui che tiene il potere è impossibile correre ebbro e nudo insieme a prostitute per le piazze, fare l'istrione, violare o disprezzare in pubblico quelle leggi che egli stesso ha emanate e con tutto questo conservare la propria dignità, allo stesso modo che impossibile contemporaneamente essere e non essere (ac impossibile est, simul esse, et non esse). Inoltre trucidare i sudditi, derubarli, rapire le donne e simili misfatti, trasformano il timore in indignazione e per conseguenza lo stato civile in stato di guerra (subditos deinde trucidare, spoliare, virgines rapere, et similia, metum in indignationem, et consequenter statum civilem in statum hostilitatis vertunt)» (6). L'insistere spinoziano sulla conservazione del metus e della reverentia è appunto il riconoscimento del primato etico. Così, è il recupero dell'etica e della collocazione dell'agire del singolo nell'interesse di tutti, a caratterizzare il fascismo gentiliano come religioso. Inoltre Gentile si mostra chiaramente rivolto sia al recupero della tradizione, sia all'impulso innovativo che devono convivere dialetticamente nella fedeltà alla patria, allo Stato in cui si vive, che è insieme passato e futuro. «E codesta patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la sostanza della civiltà; nel flusso e nella perennità delle tradizioni! Ed è scuola di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a ciò che è universale ed immortale, è rispetto della logica e disciplina; è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che s'instaura con la rinunzia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità irragionevole e dissipatrice» (7). Il che non è affatto passatismo, impensabile per il filosofo dell'atto puro. «Il Fascismo viene accusato di essere un movimento reazionario, antiliberale e antioperaio; ma l'accusa è falsa. Il Fascismo è spirito di progresso e di propulsione di tutte le forze nazionali. (...) Il Fascismo i cui capi — a cominciare dal Supremo — hanno tutti vissuto l'esperienza socialista, intende conciliare due termini finora sembrati irriducibilmente contrari: Stato e sindacato. Stato, come forza giuridica della nazione nella sua unità organica funzionale; sindacato, come forma giuridica dell'individuo quale attività economica, che nel diritto possa avere la sua garanzia: attività quindi specificata socialmente e appartenente ad una categoria sociale. Stato, come organizzatore di tutte le attività individuali, nel loro ordine organico e concreto. Non regresso, perciò, allo stato costituzionale, anzi sviluppo, maggiore determinazione intrinseca e realizzazione del suo principio di effettiva rappresentanza popolare nel potere legislativo» ( 8 ). Sono concetti che esprimono in modo chiaro tutto il programma che il filosofo vorrà perseguire attraverso il fascismo e che saranno fatti propri da vari suoi discepoli. Nel Manifesto c'è già il fascismo di Gentile nella sua dimensione operativa ed etica. Ebbene, carattere etico vuol dire impegno continuo, come ribadisce in Che cosa è il fascismo (1925): «innanzi a noi sta sempre un ideale da realizzare; un ideale che non ci dà tregua. Non possiamo perder tempo» (9). Non è retorica. Gentile parla ad uomini che hanno vissuto la prima guerra mondiale, che assistono alle difficoltà del dopoguerra, che sentono la necessità della ripresa; pertanto egli esprime il proprio convincimento della necessità di ridare subito nuovo impulso all'Italia, in uno spirito di rinnovamento che i giovani del tempo recepiscono. Nel Novecento Gentile è forse il filosofo che più percepisce la profonda unità che lega l'io al tutto; di qui la sua critica radicale ad ogni forma di individualismo. Direi che in lui vive una religione secolarizzata o meglio un inveramento speculativo della religione nel senso che egli intende il male come individualismo, egoismo, l'allontanamento dall'unità primigenia. Pertanto occorre agire per il tutto, famiglia, pa-tria, umanità, e contribuire col proprio sacrificio al bene di tutti. Di qui la riconsiderazione della volontà, una volontà positiva che si spiega solo nell'agire per lo Stato. «Perciò sono fermamente convinto della necessità di svegliare e sviluppare in politica un senso energico di religiosità e di moralità, e di portare, d'altra parte, un senso di misura e di determinatezza politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-religioso dell'individuo» (10). Sotto tale profilo, i saggi raccolti in Che cosa è il fascismo rappresentano effettivamente uno sforzo notevole di definire in maniera inequivocabile il movimento pervenuto al potere e, pertanto, di configurarlo all'interno dell'ottica dell'attualismo. Ciò spiega l'insistenza etica-educativa di tanti interventi del filosofo, sostenuti dalla profonda convinzione che un'azione politica corretta non può che essere intrinsecamente permeata dalla moralità, la quale consiste nel superamento dell'individualismo, nel processo di universalizzazione, ossia nella realizzazione concreta di quel processo di sparticolarizzazione che è il significato intimo del suo pensiero. In lui vive e si rende manifesta la consapevolezza di una servitù millenaria di un popolo di antichissima civiltà ma incapace di farsi Stato: «sostanzialmente e sempre fu, servitù interiore, derivante dalla falsa credenza, che altro sia il pensiero e altro l'azione, e altro il dire e altro il fare; e che all'ideale si possa perciò tributare un culto di nobili pensieri e di parole belle ma senza impegnarsi nella lotta che l'ideale realizza col sacrifizio, anche tra lagrime e sangue» (11). Il filosofo insomma, lamenta quello che più tardi sarebbe stato rimproverato a certo fascismo: la retorica. Ma nelle parole di Gentile vi è, nella prima metà degli anni Venti, la certezza di una strada intrapresa con risoluzione, che ha già condotto alla riforma della scuola e che non potrà che gene-rare altre solide innovazioni. Con tale spirito Gentile presiede la Commissione dei Quindici, poi dei Diciotto, per la riforma dello Statuto. Ivi si prospetta l'ordinamento corporativo dello Stato che in Gentile è la tesi, già di un certo liberalismo, di una «rappresentanza costituzionale organica» (12). E qualche anno dopo, in un saggio del 1928, poi ripubblicato in Origini e dottrina del fascismo (1929), Gentile torna a dire che lo Stato corporativo che si va realizzando supera l'astratto individuo del vecchio liberalismo e concepisce la persona come forza produttiva specializzata (13). Sono considerazioni molto interessanti. Appare esplicito l'interesse di Gentile sul corporativismo, aspetto che la letteratura critica non ha sempre tenuto ben in evidenza, sottolineando, sulla questione, più l'apporto degli allievi di Gentile, Ugo Spirito e Arnaldo Volpicelli. In realtà, è Gentile a prendere in mano il problema che i suoi allievi, e particolarmente il suo discepolo più brillante, Ugo Spirito (14), porteranno alle estreme conclusioni. Il che significa che Gentile vede nel corporativismo l'ordinamento nuovo dello Stato etico, e ciò non può essere diversamente in quanto, quello gentiliano, per essere uno Stato etico deve essere uno Stato meritocratico e la meritocrazia implica delle competenze, delle professionalità che in ambito politico si esprimono appunto nell'ordinamento corporativo. Del resto, è proprio questa impostazione a far calcare la mano del filosofo sia sulla concezione dell'homo faber con l'approdo all'umanesimo del lavoro di Genesi e struttura della società (1946, postumo), sia sull'esigenza di un mondo regolato da diversi princìpi, quali saranno in varie forme affermati negli anni della guerra. Gentile, verso la fine degli anni Venti, non solo ha intrapreso, pertanto, una complessa opera di promozione culturale per il tramite dell'Enciclopedia Italiana e così via, ma ha ben chiaro un percorso di rinnovamento ab imis, di rifondazione dello Stato, che sia fattivo e che esca finalmente fuori delle esortazioni e delle petizioni di principio. Gentile, insomma, non è solo un genio teoretico, ma ha un talento pratico e comprende bene che è inutile predicare l'eticità dello Stato senza poi trovare una configurazione concreta che ne consenta la realizzazione. Per questo lascia fare i suoi discepoli e cerca di mediare con la realtà politica esistente, non sempre effettivamente aperta alle innovazioni radicali. In Fascismo e cultura (1928) è già precisato il disegno dell'azione politica come azione educativa, attraverso l'istituzione di numerose organizzazioni culturali. In tale ottica Gentile è un antimachiavelli in quanto riduce la politica nell'etica e intende farlo mediante l'attuazione di una vasta rete di istituti di cultura destinati a formare davvero l'homo novus. Naturalmente in tale progetto egemonico egli si dovrà scontrare, dopo il 1929, con i neoscolastici volti a conseguire la loro egemonia (15), si dovrà misurare con tante avversità nel fascismo, ma è indubbio che per il filosofo la via da seguire è quella edificata negli anni Venti. «Se per cultura s'intende semplicemente il complesso non dico delle cognizioni, ma degli abiti mentali che si sviluppano con l'acquisto delle cognizioni e che rendono possibile l'acquisto ulteriore, più spedito e più vasto, di altre cognizioni, si converrà facilmente che è questa cultura appunto che fa l'uomo colto. Ma, a ben riflettere, questa cultura non fa soltanto l'uomo colto, bensì anche l'uomo» (16). E tuttavia, continua il filosofo, occorre precisare che la vera cultura non è la curiosità, né l'erudizione, una conoscenza astratta, presupposta e distinta dall'agire. «Se l'uomo ha da essere uomo, formato dalla sua cultura, egli non dovrà distinguere in sé tra quello che sa e quello che fa, tra il mondo teorico della sua intelligenza e quello reale del suo agire, quasi fosse possibile esercitare l'intelligenza senza impegnare la propria personalità in un certo concetto o giudizio od apprezzamento del mondo; o agire senza affermare con l'atto stesso una nostra maniera d'intendere la vita nella sua universalità» (17). Non a caso egli ha guardato sin dal 1922, cioè da prima di Genesi e struttura della società, al rapporto tra lavoro e cultura. «Il lavoratore è lavoratore, a patto d'essere uomo. A patto di sentire, oltre i legami con la vita particolare in cui egli s'inserisce in un angusto pezzo della natura, la propria vita come vita umana, che spazia fuori dell'aiuola in cui s'incatena al suo lavoro quotidiano, fuori di quei rapporti particolari che lo legano alla sua persona, o alla sua classe o in generale alla classe dei lavoratori» ( 18 ). Il filosofo prosegue affermando che occorre essere uomini interi e non specialisti. Orbene, non si può intendere l'umanesimo del lavoro teorizzato in Genesi e struttura della società se non si considera l'avvaloramento dell'uomo intero da sempre presente in Gentile ovvero il tentativo di realizzarlo nell'intera comunità nazionale, dal filosofo testimoniato negli anni Venti e Trenta attraverso l'impegno di organizzatore e di promotore culturale. Negli anni Trenta Gentile conserva un ruolo di primo piano nelle istituzioni culturali, grazie anche al suo rapporto diretto con Mussolini, ma la sua incidenza politica declina, sì da indurlo alla cautela di fronte allo svolgersi dei fatti. Non è che dubiti del fascismo perché non ha ragione di dubitare del suo fascismo; ha ragione di dubitare del comportamento di altri fascisti, è consapevole che le ragioni della politica assumono dei percorsi per lui non sempre convincenti.

2. LE RAGIONI ETICHE DELLA GUERRA
Ora, tenendo presente quanto sopra, qual è la posizione di Gentile di fronte alla II guerra mondiale? La domanda non è senza importanza anche perché il filosofo non ha esitato a prendere partito nei confronti del primo conflitto ed ha avuto un ruolo di primo piano nel regime che ha scelto la guerra. Ebbene, per cercare di chiarire la posizione di Gentile bisogna ripercorrere i suoi interventi almeno dall'anno della proclamazione dell'Impero, considerando che il filosofo non ha fatto alcuna dichiarazione a proposito dell'inizio della guerra d'Abissinia, come non ne fa a proposito dell'intervento italiano in Spagna, malgrado i ruoli istituzionali che egli ricopre, quale quello di Presidente dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura. Certo, di fronte alla proclamazione dell'Impero (1936), che molto verosimilmente segna il momento più alto della fortuna di Mussolini e del fascismo, Gentile non può tacere e lo scritto appare su «Civiltà Fascista» che è l'organo dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura. Il suo, pertanto, è un intervento doveroso e necessario che merita di essere letto con attenzione e decodificato. In primo luogo, c'è il riferimento esplicito al discorso di Mussolini allorché il filosofo annota che il mondo assiste sorpreso «alla riapparizione dell'Impero sui Colli fatali di Roma» (19), come esiste un logico plauso nei confronti del Duce, «l'Uomo che ha compiuto il prodigio di questa guerra e di questa vittoria che parve follia sperare» (20), ma c'è un'aggiunta politicamente interessante in quanto Gentile riconosce che con la proclamazione dell'Impero si dissolve effettivamente ogni interna opposizione. «Mussolini oggi non ha fondato soltanto l'impero etiopico. Egli ha fatto qualche cosa di più: ha creato una nuova Italia. Oggi innanzi a lui tutte le scorie dell'opposizione interna cadono e si disperdono; tutti i dubbi e le incertezze derivanti da osservazioni di dettaglio, o da risentimenti meschini o da pregiudizi inveterati e solo perciò difficili a vincere, si dissipano come nebbia al vento» (21). Certo Gentile sa bene che vi può ancora essere qualche "acre spirito malinconico", ma dall'impresa etiopica l'immagine dell'Italia esce politicamente rafforzata in chiave internazionale e questo è fondamentale per distruggere le ultime resistenze interne, contro le quali il filosofo si è sempre battuto. Egli afferma che la vittoria costituisce una forza propulsiva, necessaria per la concretizzazione di una nuova Italia. Quale? Gentile ricorda il percorso che inizia con la prima guerra mondiale e attraversa tutto il fascismo. È il riferimento al superamento dell'Italia «stretta e compressa tra i suoi confini» come voluto dalla pace di Versailles, verso un'Italia volta ad una maggiore «giustizia sociale compatibile con le immanenti esigenze dei fini superiori dello spirito» (22), con l'esplicito richiamo alla «Carta del lavoro» e al diritto corporativo, alla pacificazione con la Chiesa. Un percorso che sembra quello ufficiale, istituzionale. Ma occorre leggere bene e scorrere tutto il discorso di Gentile. Il primo riferimento è quello alla giustizia sociale, che il filosofo collega al sistema corporativo, e che vede garantita dallo Stato, il quale, realisticamente, secondo il pensatore, trova, come già accaduto durante la prima guerra mondiale, nella guerra la verifica della sua unità. Il che si è avuto con la guerra d'Etiopia che ha visto contro l'Italia «cinquantadue nazioni associatesi a Ginevra, in quel perfido strumento di dominio e di difesa dello statu quo (ossia del bottino appropriatosi con spirito iniquo di sopraffazione dalle nazioni più potenti vincitrici della grande guerra) che rinnovò nella Società delle Nazioni, a un secolo di distanza, in modo non meno esoso, il mito della Santa Alleanza» (23). In questo modo il filosofo spiega l'accanimento delle democrazie e del comunismo contro il fascismo, in quanto quest'ultimo esprime in sé una forza alternativa e dirompente nell'equilibrio internazionale. Una capacità dirompente anche perché il fascismo per Gentile è una realtà religiosa. Sembrerebbe che, nell'intervento, Gentile non dica nulla di nuovo: note la sua stima verso Mussolini, la concezione dello Stato etico come Stato non confessionale ecc. E indubbiamente il filosofo conferma vecchie convinzioni, anzi le ribadisce proprio nel momento in cui il cattolicesimo gli con¬tende l'egemonia culturale. Ma Gentile aggiunge qualcosa. Il fascismo è Stato etico e trova la sua ragion d'essere nella lotta alla falsa democrazia, alla falsa libertà del liberalismo, ad ogni concezione economica meccanicistica, anarchica, amorale, ad ogni concezione utilitaristica ed egoistica dell'individualismo, ricollocando invece al centro della realtà l'uomo (24). Gentile, insomma, conferma il fascismo come l'alternativa al liberalismo e al comunismo intesi come concezioni amorali e disumanizzanti e concepisce il fascismo come più vero e nuovo umanesi¬mo in quanto basato sull'avvaloramento della persona umana che si realizza all'interno di un organismo coeso che è lo Stato. In questo, il filosofo ha una visione insieme nazionale, ma altresì sociale dello Stato che afferma in uno scritto del 1937 (Dottrina politica del fascismo), poi ripubblicato con qualche aggiunta nel 1941, ove ricapitola le origini del fascismo (25). In breve, nella seconda metà degli anni Trenta il filosofo è convinto sempre di più del fascismo come alternativa al liberalismo e al comunismo e, quindi, come capace di essere il nuovo cammino della storia, il nuovo ordine. Il fatto che esso appaia vincente, che dia prova di coesione e di vittoria sembra al momento la strada percorribile per proporre il nuovo modello al mondo. Gentile non sa come di fatto tale modello potrà estendersi. Quello che sa, quello che spera, è che tale modello, in quanto rispettato, possa divenire punto di riferimento e costituire nel volgersi delle cose l'asse trainante per una società più giusta. In questa speranza e attesa, che pur conosce forti penalizzazioni interne a cui il filosofo è esposto (le polemiche col ministro De Vecchi), scoppia il secondo conflitto mondiale, che Gentile non saluta. Un silenzio insolito nel filosofo, ma che si spiega con la non prevedibilità dell'evento e soprattutto con la scarsa chiarezza della sua validità. Ora, durante la prima fase della guerra, quando i giochi sono ancora aperti, Gentile pubblica solo due interventi su «Civiltà». Il primo Roma eterna (1940), il secondo Giappone guerriero (1942). Roma eterna è uno dei rari scritti di Gentile sulla romanità, di cui ha lamentato l'abuso. Il discorso che il Gentile sviluppa è una sorta di analogia tra Roma-romanizzazione e fascismo-nuova civiltà. «Roma diventa il mondo, come Stato che è romanizzazione» (26). La grandezza di Roma fu «quella forza di dilatazione fino ai confini estremi del mondo conosciuto praticamente per rapporti che Roma ebbe via via con genti vicine e remote: quella forza che creò la potenza romana: guerre vittoriose onde a mano a mano caddero le volontà contrastanti e trionfò come legge universale la volontà umana livellatrice e unificatrice. Volontà perciò infinita e come tale veramente umana e spirituale, incivilitrice, ossia redentrice e provvidenziale. Nella sua universalità — finché essa non fu smentita — fu il sigillo della eternità di Roma imperiale, ossia dello Stato che non ha Stati di contro a sé che lo limitino e tolgano alla sua legge il carattere essenziale d'ogni legge veramente umana, la sua universale validità» (27). Nel brano vi è un passaggio significativo. L'eternità di un ideale consiste nella sua missione di civilizzazione. È il superamento di ogni nazionalismo. L'intenzione di Gentile è una unificazione mondiale, un nuovo ordine che scaturisca dallo svolgersi interno delle cose. Vi è naturalmente il riferimento a Mussolini, ma in un'ottica superiore che è quella di una concordia basata sulla libertà. La chiusa è molto aperta. «E i nuovi italiani guardano all'avvenire con la ferma speranza che sopra il Campidoglio le genti vedranno spuntare in cielo una nuova stella, indicatrice di nuove vie alla giustizia, all'amore degli uomini, alla libertà dei popoli, al pensiero» ( 28 ). Sì, c'è il riferimento al Campidoglio, ma non alla guerra in atto e l'ideale è quello della giustizia, dell'amore, della libertà, del pensiero. Un ideale super partes. Non è una posizione ambigua: è la necessità di un nuovo ordine che il filosofo reputa ancora si possa trovare attraverso l'itinerario che ha percorso il fascismo. È una posizione che Gentile esplicita in Giappone guerriero, in cui si definisce la sua visione del conflitto in corso. A suo modo di vedere, l'ingresso del Giappone in guerra non solo dà una vera configurazione mondiale al conflitto, ma chiarisce che si tratta di una guerra che implica, più di ogni altra del passato, l'affermazione di una concezione della vita. «Bisognava che, come già l'Africa e l'Australia tributarie del sistema europeo, anche l'Asia come l'America prendesse il suo posto nella lotta divampata prima in Europa tra le due opposte concezioni della vita e i due conseguenti ideali dell'ordinamento economico e politico dell'umanità. (...) Ora il conflitto è veramente mondiale come non fu quello del 1914-18. Ora infatti ciascuna delle due parti sente profondamente che la posta implica il tutto, e che si tratta di vita e di morte. Ora può dirsi a ragione che tutti gli uomini vi sono impegnati» (29). Questo di Gentile è un discorso estremamente importante, che richiama, definita la natura etica della guerra, l'impegno degli anni Dieci. Il filosofo si rende conto del significato storico del conflitto. Vede in gioco le due massime concezioni della vita. Quella fascista, quale lui l'ha concepita, e quella opposta. Ma quella opposta, verrebbe da chiedersi, in effetti non è una ma due, quella capitalista e quella comunista. Al quesito Gentile avrebbe risposto. Al momento egli svolge nel suo discorso, che qui si esamina prescindendo dalle annotazioni sul tipo di religiosità giapponese (cosa lega e distingue lo shintoismo dal buddhismo, dal confucianesimo, dal cristianesimo), una precisazione fondamentale. La guerra è stata inevitabile, ed è stata inevitabile in quanto determinante per definire quale concezione della vita debba diventare egemone. «La guerra non fu determinata da questo o da quello, perché vi si sono impegnati tutti; e tutti gli sforzi di questo o quel popolo per sottrarvisi sono vani, allorché riescano a ritardare in casi affatto eccezionali e secondari l'ora di prendere le armi. (...) Come la guerra non fu determinata da Tizio o da Caio, così è da escludere che possano volere la pace questo o quello dei condottieri; e che pertanto la fine della guerra possa essere determinata dal realizzarsi di un piano predeterminato, che sia ora il segreto di uno o più individui. Il carattere religioso della guerra riguarda così la sua origine come la sua conclusione. E con lo stesso animo, compreso di austera serietà, col quale ci spetta di aderire alla guerra, non voluta e voluta da ciascuno di noi, perché voluta da quello che è più addentro nella nostra ragione e nel nostro cuore, e che non si vede da noi stessi se non si fa un profondo esame di coscienza assistito dal massimo di buona volontà; con lo stesso animo dobbiamo aspettare fiduciosamente il giorno della pace. Il quale spunterà a un tratto come spunta il sole dell'alba divina, quando appunto esso deve tornare sull'orizzonte» (30). Gentile dice molte cose. In primo luogo che la guerra non è più conflitto di interessi tra i paesi dell'Asse e l'Inghilterra. Ad una guerra come conflitto di interessi egli non può aderire. Il fatto che egli abbia taciuto e tardato a prendere posizione fa credere che egli non solo non aspettasse la guerra, ma la considerasse come guerra di interessi. Il silenzio di Gentile all'inizio del conflitto appare indirettamente come diffidenza sulle ragioni etiche della guerra le quali soltanto possono giustificare un evento tanto sanguinoso. È molto verosimile che Gentile abbia provato tutto questo al sorgere del conflitto e non abbia condiviso la scelta di un intervento bellico affrettato accanto ad un alleato che si muoveva essenzialmente per suoi vantaggi. Mi pare molto probabile che Gentile abbia fortemente diffidato ed abbia conseguentemente taciuto. Questo però non ha messo in crisi la sua adesione al fascismo, che resta l'adesione al suo modo di intendere il fascismo, quale peraltro lo ha edificato e celebrato durante il ventennio. Rimane fascista, un fascista che dubita delle scelte fatte da altri fascisti. Poi il conflitto si allarga e assume proporzioni mai viste. Gentile si rende conto che la crescita disumana della lotta ha trasformato le mire, forse individualistiche, di alcuni capi in una guerra che esprime la lotta tra due concezioni della vita. Se questo è, la guerra ha assunto una dimensione etica e pertanto non ci si può sottrarre. Bisogna fare la propria parte. Quale sarà la sorte definitiva? Qui un'altra questione. Diventata veramente mondiale la previsione sfugge ad ogni calcolo. Il risultato non sarà un semplice riordino di interessi, ma una nuova costruzione del mondo. Gentile percepisce con estrema chiarezza, e su questo ritorna, che si deve aspettare un ordine nuovo, non un mero aggiustamento di confini. Per questo non è possibile prevedere; si diventa parte effettivamente del divenire dello Spirito del mondo. «Non già che gli uomini debbano tornare a considerarsi inconsapevoli burattini mossi da invisibili fini; perché ogni uomo, oltre gli effimeri capricci e le velleità infeconde dell'istante che passa, può trovare nel profondo del suo stesso animo questa logica irresistibile che è il suo genio, la sua possente ispirazione, la segreta molla del suo attivo, effettivo ed efficace operare» (31). Il filosofo cerca di riaffermare il suo umanesimo, ma è chiaro che anche se l'uomo sceglie di far parte del gioco, di schierarsi per una parte, lo svolgimento del conflitto è fuori delle prevedibilità dei singoli. Il filosofo già esprime una visione epica della realtà. Il futuro degli uomini sfugge agli uomini stessi che hanno messo in moto le forze, e la pace e il nuovo assetto si devono fiduciosamente aspettare mentre si combatte in ogni luogo e con ogni forza. È una visione epica della realtà in cui tutta la guerra è trasfigurata ed è l'unico modo con cui il filosofo può comprenderla, giustificarla. Non più una guerra patriottica come quelle risorgimentali, come lo stesso primo conflitto mondiale visto dalla parte italiana. Certo le patrie restano, ma la posta in palio è molto più alta. Non è più la verifica della solidità interna di un singolo Stato, ma della ragionevolezza di una concezione della vita. È una immagine tragica che legittima ciò che sta accadendo, l'unica che possa legittimare lo scontro che si è messo in atto e che al tempo stesso deve trovare nella pace a cui si dovrà prima o poi arrivare il verdetto sulla guerra stessa, ossia su ciò che ha mosso i fili della storia. La vicenda assume i toni di una tragedia greca. Una vicenda che spinge il filosofo a prendere posizione dopo tanti silenzi su avvenimenti che non ha condiviso, quale la questione razziale, ma che non hanno annullato la sua fiducia nel fascismo quale egli l'ha concepito. Gli eventi della storia diranno quanto egli abbia ragione; ora occorre agire e spiegare concretamente le ragioni di un evento che non trova la natura del suo concretarsi nelle logiche spicciole che pure lo hanno prodotto. Così Gentile non esita a spiegare che cosa unisce Italia, Germania e Giappone di fronte al «doppio pericolo del comunismo e dell'imperialismo industriale dei falsi democratici senza patria, ebrei o no. Due pericoli antitetici e pure convergenti, come è stato spesso notato, in quanto i due opposti errori dell'annullamento dell'individuo e dell'individualismo sfrenato rampollano nel medesimo ceppo: che è l'astratto concetto dell'individuo, non inteso come quella concreta unità che esso è di particolare e di universale, ma piuttosto come particolare a sé stante» (32). Direi allora che ciò che, per Gentile, accomuna il liberalismo e il comunismo, per tanti versi opposti, è la radice illuministica da cui scaturiscono: la fede nell'individualità singola, matematicamente concepita, filosoficamente astratta. L'errore che essi esprimono è l'incapacità di giungere ad una visione organicistica della vita in cui particolare e universale convivano dialetticamente, l'uno, il liberalismo, esaltando il mero individualismo, l'altro, il comunismo, esaltando il rozzo collettivismo. Ecco perché due concezioni della vita ed ecco perché la guerra non può che essere inevitabile, troppo a lungo essendo durata la compresenza di Weltanshauung differenti. La guerra come processo di chiarificazione, destinata a sovvertire l'esistente e a presentare uno scenario nuovo. Ecco. Gentile ha come il presentimento che nulla sarà come prima, che il vero risultato della guerra, proprio perché guerra etica, non ripresenterà le cose come gli uomini che l'hanno voluta, mantenuta, sostenuta, desiderano. «Novus nascitur ordo. Quale? Quale sarà appunto lo sapremo, quando vi saremo giunti. Gli "otto punti" o quanti altri se ne vogliano enumerare, sono specchietti per le allodole: anzi, per le proprie allodole. Un sano misticismo, che è poi la concezione austera che si deve aver della guerra come di tutta la vita, ci può dare la forza dell'attesa serena e fidente. Ma certo dalla guerra uscirà una nuova Asia, una nuova Europa, un nuovo mondo: che non sarà a un tratto nella sua forma definitiva; ma già si viene in atto delineando, e si presenterà, senza dubbio, come un mondo avviato sul cammino della giustizia (...) E riconoscerà il vantaggio della mutua intelligenza e della collaborazione fraterna delle razze diverse, nessuna delle quali è nata a servire, e tutte han diritto, a mano a mano che acquistano coscienza di sé e perciò si elevino al livello della civiltà dominatrice del mondo — che non è la civiltà capitalistica dell'oro e delle macchine, ma la civiltà dello spirito —, a recare all'umano comune lavoro il libero contributo della propria operosità» (33). Quale pace Gentile auspica egli lo dice: quella che assicuri la giustizia, che abbatta le barriere razziali, che tuteli l'operosità umana nel riconoscimento dei valori (la civiltà dello spirito). Ma Gentile sa pure che tale pace non corrisponde immediatamente a nessuna delle parti in lotta e che nella sua forma definitiva non si realizzerà che gradatamente. Un obiettivo a cui ancora oggi si guarda, ma l'unico obiettivo possibile all'interno dell'auspicabilità dell'umano pensare. Gentile guarda al di là delle contingenze. Egli non solo ha piena consapevolezza dei nuovi valori sociali ed umani, ma sa pure quanto sia lontana e impervia la strada che conduce ad una umanità che non sia più ferina o che lo sia il meno possibile. E per questa umanità occorre battersi, pur nelle ambiguità del presente. Ancora una volta, la sua è la voce dell'educatore. La missione del saggio di fichtiana memoria.Giappone guerriero è un intervento che non solo mostra come Gentile concepisce e spiega la guerra, ma chiarisce indirettamente come egli ha vissuto i primi anni del conflitto e come egli intende il nuovo ordine tanto auspicato. Il filosofo riprende lo slancio consueto.

3. LA CONSAPEVOLEZZA DELLA GUERRA CIVILE
Nel giugno del 1943 la posizione di Gentile di fronte alla guerra esprime forti perplessità intorno ad esiti positivi del conflitto, tuttavia egli accetta l'invito dell'allora segretario del Partito Nazionale Fascista, Carlo Scorza, a tenere un discorso in Campidoglio sul momento storico che si vive (34). Come si può ricavare dal testo del Discorso agli Italiani, Gentile accetta proprio perché si rende conto che la guerra si sta chiudendo in una disfatta ed egli vuole rendersi conto del cammino percorso e soprattutto vuole esortare a non perdersi d'animo. Direi che queste due sono sostanzialmente le ragioni che spingono Gentile a parlare e che spiegano la sua posizione durante la guerra civile: un autoesame del cammino intrapreso alla fine della prima guerra mondiale e soprattutto la preoccupazione che non vada smarrita, con la sconfitta militare del Paese, quella unità e quella coesione così faticosamente conseguite. È la preoccupazione di salvare la dignità nazionale e di indicare, in un momento così difficile, quale sia il comportamento più lineare da seguire per evitare di scivolare nel disordine. Nel suo esordio Gentile dice di rivolgersi a tutti gli Italiani che amano l'Italia, fascisti e non fascisti, pur permanendo egli fascista e convinto che ogni italiano che ami la patria non possa che essere fascista. «E ho sempre ritenuto che tesserati e non tesserati si potesse essere tutti Italiani, concordi nell'essenziale ancorché dissenzienti nelle forme alla disciplina politica. Italiani tutti, e perciò tutti virtualmente fascisti, perché sinceramente zelanti di un'Italia che conti nel mondo, degna del suo passato» (35). È una tesi ardita, non del tutto nuova per il filosofo che la sostiene da tempo con l'identificazione di fascismo con amor di patria, ma è una tesi che Gentile porta avanti, pur in una Penisola che già sente profondamente lacerata, in quanto gli preme l'unificazione nazionale. Ha davanti a sé l'immagine non lontana di un'Italia divisa e comprende bene che l'unico discorso che può attecchire, proprio perché rivolto a tutti gli italiani, deve essere un discorso che affratelli intorno al bene comune e non accentui le diversità e le divergenze. Di qui, appunto, la volontà di giustificare o meglio comprendere sia il bene sia il male di quanto nei due decenni è accaduto. «Tutte le grandi rivoluzioni hanno avuto martiri ed eroi, ma hanno pure avuto e dovevano avere tiepidi proseliti, pigri assertori, ipocriti ingenui o profittatori» (36). Quello di Gentile non è un discorso ingenuo, ma attento, volto a trarre più consenso possibile. Di qui l'affermare che, malgrado possibili errori, merito indubbio del fascismo, e di Mussolini in particolare, è il rilancio mondiale dell'Italia dopo la falsa libertà del regime parlamentare e il sacrificio dei caduti nella prima guerra mondiale. Anche qui Gentile punta su più piani. Uno di questi è l'identificazione fascismo-Mussolini, comprensibile non solo per i rapporti diretti tra il filosofo e il capo del fascismo, ma anche alla luce della presunta popolarità che Mussolini può ancora godere presso gli italiani. L'altro è appunto il giudizio negativo sul parlamentarismo prebellico a cui egli oppone il corporativismo come sistema garante di raggruppare le forze produttrici in un organismo che è lo Stato, il quale consentirà ad esse di assumere natura etica. Il corporativismo come l'ordinamento dell'avvenire, che sarà sempre più aderente alla realtà sociale ed economica. E c'è la stoccata contro la nascente intellettualità di sinistra, contro i cosiddetti fascisti di sinistra. «Chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente delle more necessarie di sviluppo di un'idea che è la correzione tempestiva dell'utopia comunista e l'affermazione più logica e perciò più vera di quello che si può attendere dal comunismo. E forse l'Europa ritroverà se stessa, la sua forza e la sua missione direttiva nel mondo, quando si sarà resa conto di questo profondo principio di vita che è nel regime corporativo» (37). Gentile ha già presente lo sbandamento di certa parte della cultura e cerca di correre ai ripari, precisando là dove esiste il vero carattere innovativo. Poi il discorso si sposta sul cammino percorso dalla nazione con l'esortazione, che sta a cuore al filosofo, di non dissolvere il patrimonio acquisito. L'Italia «deve esistere nel mondo come una realtà viva e presente e non come un semplice ricordo: deve come i monumenti più pregiati degli antichi perpetuarsi nell'amore e nella cura dei viventi, a cui spetta di conservarli. Spetta a noi di tenerla in vita e conservarne la presenza, come di quella Italia dagli stranieri imparata a conoscere nei libri e della quale non dovranno mai dire per colpa nostra che essa è soltanto nei libri, un'Italia letteraria e da riporre in archivio» ( 38 ). C'è già il timore non solo dell'invasione nemica, ma dello sfaldamento dell'unità nazionale, se non proprio della guerra civile. Ecco allora il riferimento al nemico che ha bombardato Palermo, Genova, Napoli, Messina, Cagliari, Trapani, Catania: «ha fatto scempio delle nostre città; ha incrudelito contro i domestici focolari, sopra le nostre donne, i nostri vecchi, le nostre tenere creature» (39). Di qui l'esortazione a fare di tutto il popolo un esercito e fronteggiare il nemico. Chi si mette da parte, chi si trae fuori dell'azione, chi sta in disparte è un traditore (40). Così il filosofo insiste nel dire che tutti si è responsabili della guerra, maturata attraverso il potenziamento del capitalismo e del comunismo e che bisogna allora combattere e sperare nella vittoria. Vittoria non solo del nemico esterno, ma delle interne esitazioni, delle tentazioni verso il tornaconto. Ed è tale vittoria «che dobbiamo riportare giorno per giorno, continuamente, sopra noi stessi, vincendo tutte le tentazioni allettatrici della viltà, reagendo con cuore indomabile ad ogni avversa fortuna» (41). L'invito a combattere per la Patria, per il Re, per il Duce. Il discorso di Gentile è più realistico di quanto si creda. Perché ha già presente quello a cui l'Italia sta andando incontro nella sconfitta già in atto: non solo l'invasione da parte del nemico, ma lo sbandamento della nazione, il diffondersi degli opportunismi personalistici, il paventare la lotta civile. Il filosofo comprende molto bene che l'Italia rischia di sfaldarsi in una lacerazione interna che mette a repentaglio la sua stessa sopravvivenza e per questo reputa necessario un invito alla coesione nazionale che salvi la dignità e l'unità della nazione evitando delle crepe paurose. Egli si rende conto — e in qualche modo lo dice — che il vero nemico da combattere è la guerra civile che scaturisce dal rifiorire degli opportunismi che egli ha cercato di combattere attraverso il fascismo. Per questo il suo discorso non piace né ai fascisti intransigenti né agli antifascisti intransigenti, a coloro cioè che decideranno i comportamenti reali da adottare, né tanto meno a tutti coloro che sono pronti ad applaudire il vincitore, cercando di trarne privati vantaggi. Il filosofo in tal modo, dopo essersi esposto in Campidoglio, si ritrova tremendamente solo. A luglio gli Alleati sbarcano in Sicilia e Gentile assiste tristemente al succedersi degli eventi. Il 25 luglio è a Troghi, nella villa dell'amico avvocato Casoni. A fine luglio scrive al nuovo ministro dell'Educazione Nazionale, che egli aveva avuto come collaboratore durante la sua presenza alla Minerva nel 1923-24. Da Severi riceve una lettera dura di distacco, pubblicata sui quotidiani del tempo (42). Gentile si dimette allora dalla Presidenza dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Si sente messo da parte, inviso, oggetto di attacchi da fascisti e antifascisti. L'8 settembre lo coglie impreparato, come accade per la maggior parte del popolo italiano. Il 13 novembre il ministro Biggini gli scrive dicendo che Mussolini intende vederlo. Il 17 Gentile incontra Mussolini che lo invita a stare dalla sua parte. Gentile non riesce a rifiutare, malgrado le opportunità consiglierebbero altrimenti, e viene nominato Presidente dell'Accademia d'Italia. Il 26 novembre scrive a Mussolini: «sono certo che vorrete procedere francamente ad usare l'autorità che avete per avviare la Repubblica al suo stabile assetto e verso la pacificazione degli animi» (43). Di fronte alla guerra civile che ormai sta spaccando il paese il filosofo sente l'urgenza della pacificazione nazionale. È evidente che ciò che più gli pesa è la divisione dell'Italia, che egli considera già una lotta fratricida e che rischia di disperdere l'unità. Ci si è molte volte chiesto perché Gentile si schiera con la Repubblica di Salò. Non aveva nulla da guadagnarci personalmente e molto da perdere (e avrebbe perduto la vita). In tempi recenti qualche studioso ha sottolineato possibili preoccupazioni per la sorte del figlio Federico, prigioniero dei tedeschi. Certo, questo può pesare sull'uomo Gentile, ma incidono altre preoccupazioni, malgrado gli inviti dei familiari a starsene da parte. Non può non pesargli l'idea che anche lui stia alla finestra mentre la nazione si sfascia, che abbracci la logica di quel particulare che ha sempre condannato. Gli grava pure il senso dell'onore, dell'abbandonare quel Mussolini a cui ha creduto e da cui ha ottenuto fiducia negli impegni culturali. Gentile non è un uomo da trarsi da parte e questo lo ha detto più volte e ha svolto un ruolo rilevante nella vita politica del fascismo, del suo fascismo, malgrado le incomprensioni, le delusioni e gli ostracismi. Capisce che non può mettersi da parte dopo aver tanto insistito sulla solidarietà nazionale e spiega la sua posizione, quello che sarà il suo compito: tentare una difficilissima pacificazione nazionale, obiettivo impossibile in una terra dilaniata da una guerra civile, ma che giustifica l'impegno di una vita affinché non si scivoli sempre di più nella barbarie, affinché si evitino le rappresaglie. Il filosofo sa benissimo a cosa egli si espone, ma accetta la sorte. Egli reputa la guerra civile come il male maggiore che possa capitare ad uno Stato e compito del filosofo è quello di far intendere la voce della fratellanza per il bene comune. Impresa disperata ma l'unica, in quei mesi tremendi, che possa ancora nobilitare una vita.

4. MORIRE PER UN IDEALE
Dunque Gentile si schiera perché sa che c'è una guerra civile che sovrasta e si intreccia con quella militare e sa che occorre parlare agli animi. Sa che egli personalmente è esposto alla morte, ma deve dare esempio di coerenza. D'altronde, essere filosofo significa non solo elaborare una teoria, ma viverla, e l'attualismo è un modo di vivere eticamente, ossia civilmente impegnati. Benedetto Gentile indica molto bene gli intendimenti del padre durante quel periodo: «necessità di aver fede, sino all'ultimo, nella sperata ripresa italiana, necessità della concordia degli animi, di un incontro di tutti in quanto poteva ravvicinare ogni italiano di buona fede» (44). Per questo il filosofo cerca di valorizzare l'Accademia d'Italia, riformandola, ricostituendo l'Accademia dei Lincei, acquisendo l'eredità Feltrinelli (45), e riprendendo la rivista «Nuova Antologia». Il 28 dicembre 1943, sul «Corriere della Sera» appare il suo intervento Ricostruire ove insiste sulle difficilissime condizioni del presente («a chi manca il latte, a chi la carne, a chi i grassi, a chi il sale, a chi il pane; incerto il domani; la proprietà, la famiglia, l'esistenza, ogni diritto in pericolo poiché in pericolo è la Nazione e la Patria è disfatta» 46) essendo ormai crollato il mondo nel quale gli italiani «eran vissuti come in un sogno» (47). Di qui il bisogno di far fronte comune, di ricostruire, «bisogno di concordia degli animi, rinvio di tutto quello che può dividere, cessazione delle lotte, tranne quella vitale contro i sobillatori, i traditori, venduti o in buona fede, ma sadisticamente ebbri di sterminio» ( 48 ). È un discorso importante e non affatto ambiguo, come preciserà in una lettera ad Amicucci sul «Corriere della Sera» pubblicata il 16 gennaio 1944 (49). Gentile agogna la concordia nazionale, ma non esclude, anzi rivendica la lotta ai sobillatori, ai traditori sadisticamente ebbri di sterminio. Ha, cioè, ben chiaro che la guerra che ha dinanzi è una guerra civile e contro chi decide di danneggiare la nazione per trarne vantaggi personali o di partito non vi deve essere quartiere. Pace militare certo, una pace che consenta di salvaguardare l'integrità e la dignità della Patria pure sconfitta, ma chiara ostilità nei confronti di quegli italiani che approfittano del disastro per vendette personali e per trarne guadagni a scapito del bene di tutti. Il filosofo opera su due fronti. Il primo quello di ricucire gli animi, soprattutto attraverso la cultura. Così egli scrive, assumendo la direzione della «Nuova Antologia»: «a questa cultura come strumento di fusione degli spiriti è bene appellarsi quando l'unità morale degli uomini si frantuma e pare dissolversi» (50). Il secondo fronte è esprimere con chiarezza che chi si fa da parte e chi tenta di far emergere interessi di parte è un cattivo italiano: da condannare. Si potrebbe osservare che la fusione degli spiriti nella cultura non avrebbe risolto il problema dell'unità politica e che la divisione politica non poteva che condurre alla guerra civile e alla logica di mors tua, vita mea. Osservazione realistica, anche perché poi avvalorata dai fatti, visto che è la linea di Gentile a perdere, anche se non si frantuma l'integrità complessiva del suolo dell'Italia malgrado perdite e sangue nell'Istria. Ciò che però si sfalda è il senso etico dell'unità nazionale, della continuità nazionale. E tuttavia il ragionamento realistico o a posteriori vale per quello che è, come dato. Gentile non può mettersi in disparte, deve insistere sull'unità nazionale, deve "superare" le parti. Il suo è un progetto molto più audace di quello che possa sembrare e che non può essere liquidato come mero sogno. Il filosofo tenta di conservare l'identità nazionale e diventa il filosofo, anche per questo estremamente pericoloso e quindi, per taluni, da eliminare, della ricostruzione e del consolidamento nazionale di là dalle singole parti. In tal modo riesce a dare un senso alla sua scesa in campo, un significato che non vuole limitarsi ad una sola appartenenza. L'obiettivo è il superamento della frantumazione nazionale che potrebbe estendersi ben oltre l'immediato risultato militare del conflitto. Pertanto non può essere per l'Italia divisa. In questo riconosce la natura non di guerra di liberazione, ma di guerra civile combattuta tra italiani. Questo è possibile osservando la questione sul piano etico, entro il quale ha già giustificato la prima guerra mondiale e fuori del quale è evidente che tutto assumerebbe la forma di un bellum omnium inter omnes con conseguenti violenze e rappresaglie. Lo dice esplicitamente in Questione morale, articolo apparso su «Italia e Civiltà» dell'8 gennaio 1944, ove manifesta l'«orrore della guerra civile» (51), sfiducia gli attendisti, ossia il partito dei pigri, degli egoisti e dei vili, dichiara la sua fiducia in Mussolini come bandiera dell'onore e della salvezza dell'Italia, invita a deporre e sospendere «i rancori, le passioni di parte, i dissensi astiosi sulla via da seguire» (52) facendo cessare «le lotte interne, le persecuzioni, le recriminazioni maledette, che intorbidano e dividono gli animi» (53) e «colpire inesorabilmente la pervicacia dei riottosi irriducibili, ma andare incontro agl'incerti» (54): tale, al presente, la questione morale. Il punto essenziale è, si capisce, che anche Gentile milita in una parte: quella di Salò. Sono noti gli interventi che egli ripetutamente compie per far sì che i fascisti non si macchino di nefandezze, ma è pur chiaro che egli sta da una parte. Non è nemmeno il caso di aprire il discorso se, da un punto di vista della forma del diritto, vi sia o meno legittimità di continuare la guerra contro l'alleato germanico. Non è questo che qui interessa rilevare. Quello che interessa sottolineare è che Gentile percepisce e chiarisce che la lotta in corso è una guerra civile e che da essa si può uscire solo sollevandosi sul piano etico, anche se egli sa molto bene, se non altro per i tentativi di mitigare le rappresaglie, che non ci può essere quartiere. In questo la sua posizione è chiaramente tragica poiché la soluzione è fuori della logica dei tempi, la quale invece accentua il bagno di sangue e la volontà del particulare. Per Gentile l'unico modo di uscire dalla contrapposizione è l'accettazione dei compiti, superando in essa la stessa individualità personale, schierata, rispondendo all'universale. Probabilmente l'ultimo passo è la dichiarazione che premette alla commemorazione del bicentenario vichiano, tenuta all'Accademia d'Italia, in Firenze, il 19 marzo 1944. Sono parole gravi. Dure nei confronti di coloro, re e governanti, che 1'8 settembre hanno lasciato la nazione a se stessa: «annientato l'esercito, consegnata al nemico la flotta, sfasciata la compagine nazionale, spenta nei cuori ogni fede negli stessi istituti fondamentali, fiaccata e distrutta la coscienza e la volontà della stirpe (...). Un'Italia "libera", a sentire una bugiarda ed empia leggenda; quando, in verità, non c'era più un'Italia, e le sue terre, e i suoi uomini, i suoi tesori d'arte eran preda o ludibrio degl'invasori, a cui erano state aperte le porte» (55). Parole gravi che esprimono uno stato d'animo diffuso tra coloro che si sono dati non poco da fare a innalzare le sorti della nazione, parole che risuonano molto forti tra le generazioni coetanee e più anziane del filosofo che hanno alle spalle il mito del Risorgimento, che hanno vissuto la prima guerra mondiale, e tra quei giovani che sono cresciuti nel mito della grandezza che torna sui colli fatali di Roma. Per questi uomini stringersi intorno a Mussolini è l'unica possibilità di continuare a dare un senso alla propria vita, di non negare la propria identità. Di qui il richiamo del filosofo, che sa toccare corde allora sensibili, a Mussolini e all'Italia di Vittorio Veneto: «l'Italia giovane, leale, generosa, ardita, fidente nelle proprie forze, ansiosa di giustizia per sé e per tutti» (56). E di fronte un'Italia «dilaniata da intestine discordie fratricide, devastata senza pietà con cinica furia sprezzante dei sommi valori umani (...); essa vede abbattuti e distrutti monumenti insigni della sua arte e della sua religione, innanzi ai quali s'eran piegate da secoli o da millenni le fronti pensose degli uomini colti di ogni terra e sente nella brutale minaccia e nella offesa abominevole del patrimonio sacro dell'Italia romana e cattolica il gretto spirito protestante bramoso di vendicarsi nella sua impotenza contro la maggiore religione costruttiva del mondo» (57). Sono parole sapienti e dolorose e penetranti, queste di Gentile, in cui c'è anche la consapevolezza storica della propria identità, del proprio dovere e del proprio tragico futuro, senza fingimento alcuno, ma con la serietà di chi accetta, come nei miti, la necessità di dover portare a termine la propria storia. «Oh, per quest'Italia noi ormai vecchi siamo vissuti: di essa abbiamo parlato sempre ai giovani, accertandoli ch'essa c'è stata sempre nelle menti e nei cuori; e c'è, immortale. Per essa, se occorre, vogliamo morire; perché senza di essa non sapremmo che farci dei rottami del miserabile naufragio; come già non ci regge più il cuore a cercare in quell'ombra vagolante tra le imprecazioni del popolo tradito e i sorrisi ironici o i disdegni altezzosi dello straniero il nostro Re, che fu già in cima ai nostri pensieri, perché agli occhi nostri incarnava nella sua persona la Patria, che non avremmo mai sospettato proprio da lui essere consegnata al nemico» ( 58 ). Con questo discorso Gentile, è stato detto, segna la sua condanna a morte. Ma tale chiosa è riduttiva. L'ultimo periodo citato è molto di più, vi si legge molto di più. L'amara delusione per un sovrano che ha tradito e la sua sofferta sconfessione, la conseguente scelta di posizione, sapendo cosa essa importi. Il filosofo coglie un nodo cruciale: la scelta opportunistica di Vittorio Emanuele III che salva se stesso, ma che lascia la nazione al suo destino e impone scelte diverse, laddove una politica più accorta avrebbe conservato l'unità nazionale. Di fronte ad un cedimento mal gestito, ognuno deve fare la propria parte, anche quella del martire affinché l'Italia non sembri il paese dei voltagabbana e si mostri, pagando col sangue, che chi ha creduto ha veramente creduto e non finto di credere. Ed è un tema che appare nell'ultimo scritto pubblicato in vita dal filosofo su «Civiltà Fascista» (aprile 1944), Il sofisma dei prudenti, in cui egli torna a lamentare l'insostenibilità dell'attendismo nei momenti in cui ognuno deve pur dire da quale parte si trovi. «Si è portati universalmente a sospettare che una tale prudenza può fare dei disertori, che abbandonano il loro posto di combattimento, dei disertori che si mettono al di fuori e al di sopra della lotta per vedere come questa vada a finire: in quella comoda posizione che è propria degli spettatori del dramma della vita, in cui si combatte e si muore, e si conquista, col proprio sforzo e col sacrificio anche delle cose più care, il diritto di vivere» (59). Il filosofo sa come andrà, sa che il tempo, per lui, è ormai finito, che non può e non deve tornare indietro. Di là a qualche giorno finirà, senza scorta né aiuti, assassinato da manutengoli del nuovo potere (60). Direi che la figura di Giovanni Gentile, nella sua tragica grandezza e coerenza, è significativa per definire i giorni tremendi della guerra civile, proprio lui che nell'opera, che sarebbe apparsa postuma, avrebbe individuato le ragioni del nuovo mondo, l'alba di un'altra storia ancora veramente da realizzare. Certo la sua esistenza, le sue parole, la sua morte rimangono a testimonianza drammatica di una guerra civile che non si è mai riusciti a trasformare in epopea, ma che si piange ancora e i cui esiti sarebbero durati nel tempo, anche se Gentile aveva effettivamente auspicato una riconciliazione nazionale sì da riconoscere a ciascuno il proprio, nello spirito comune della continuità della nazione.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Dom Mag 19, 2013 8:52 pm    Oggetto:  
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NOTE
1 Cfr. G. GENTILE, Guerra e fede, cit.; G. GENTILE, Dopo la vittoria, cit. 2 Per questi aspetti cfr. H. A. CAVALLERA, Riflessione e azione formativa: l'attualismo di Giovanni Gentile, Fondazione Ugo Spirito, Roma 1996. In generale su Gentile cfr. H. A. CAVALLERA, Giovanni Gentile. L'essere e il divenire, SEAM, Roma 2000 con relativa bibliografia. 3 Cfr. G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, a cura di H. A. Cavallera, Le Lettere, Firenze 1991, pp. 6-7. 4 Ivi, p. 5. 5 Ivi, p. 6. 6 B. SPINOZA, Trattato politico, trad. it., Paravia, Torino 1950, p. 102. Sul problema cfr. H. A. CAVALLERA, Del retto agire. Spinoza e l'educazione, Il Segnalibro, Torino 1996. 7 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., p. 9. 8 Ivi, pp. 9-10. 9 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. I, a cura di H. A. Cavallera, Le Lettere, Firenze 1990, p. 37. 10 Ivi, p. 116. 11 Ivi, p. 118. 12 Ivi, p. 196.
13 Ivi, pp. 406-407.
14 Su Ugo Spirito cfr. H. A. CAVALLERA, Ugo Spirito. La ricerca dell'incontrovertibile, cit.
15 Per tale aspetto cfr. H. A. CAVALLERA, La pedagogia cristiana tra le due guerre: il confronto con l'idealismo, in La pedagogia cristiana nel Novecento tra critica e progetto, La Scuola, Brescia 2000, pp. 81-131.
16 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. I, cit., p. 227.
17 Ivi, p. 234.
18 Ivi, p. 250
19 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., p. 142.
20 Ibidem.
21 Ibidem.
22 Ivi p. 144
23 Ivi p. 147
24 Cfr. ivi, p. 151.
25 Cfr. ivi, p. 166.
26 Ivi, p. 159.
27 Ivi, pp. 159-160.
28 Ivi, p. 164.
29 Ivi, p. 183.
30 Ivi, pp. 183-185.
31 Ivi, p. 184.
32 Ivi, p. 188.
33 /vi, pp. 188-189.
34 Cfr. B. GENTILE, Giovanni Gentile. Dal Discorso agli Italiani alla morte. 24 giugno 1943 - 15 aprile 1944, Sansoni, Firenze 1954, pp. 14-15. (ndr.www.ilcovo.mastertopforum.net ) 35 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., p. 190. 36 Ivi, p. 191.
37 Ivi, p. 196.
38 /vi, p. 199.
39 Ibidem.
40 Cfr. ivi, p. 202.
41 Ivi, p. 204.
42 Sulla squallida vicenda che coinvolge malamente il Severi che Gentile aveva sostenuto e protetto durante il suo ministero cfr. B. GENTILE, Giovanni Gentile, cit., pp. 20-32. Cfr., inoltre, D. COLI, Giovanni Gentile, Il Mulino, Bologna 2004. 43 B. GENTILE, Giovanni Gentile, cit., p. 41. 44 B. GENTILE, Giovanni Gentile, cit., p. 42. 45 Cfr. la documentazione da me riportata nella nota alle pp. 480-484 di Politica e cultura, vol. II, cit. 46 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., p. 209.
47 Ivi, p. 210.
48 Ivi, p. 211.
49 Ivi, pp. 216-217.
50 Ivi, p. 475.
51 Ivi, p. 213.
52 Ivi, p. 214.
53 Ibidem.
54 Ibidem.
55 Ivi, pp. 477-478.
56 Ivi, pp. 478-479.
57 Ivi, p. 479.
58 Ibidem.
59 Ivi, p. 219.
60 Sulla morte del filosofo mi sembrano ormai decisivi, sia per i mandanti politici sia per la ricostruzione della tragica cronaca, F. PERFETTI, Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico, Le Lettere, Firenze 2004; P. PAOLETTI, Il delitto Gentile esecutori e mandanti, Le Lettere, Firenze 2005.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Mag 20, 2013 9:49 am    Oggetto:  
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Veramente un'analisi di pregio. Molto ben fatta, interessante, concreta.
Una frase, mi ha colpito più di tutte. E potrebbe riassumere bene l'intento che è a fondamento del nostro stesso esistere: "Quello che interessa sottolineare è che Gentile percepisce e chiarisce che la lotta in corso è una guerra civile e che da essa si può uscire solo sollevandosi sul piano etico"

Purtroppo, il "regime" in cui siamo anche oggi è di "guerra civile". Forse la potremmo definire "fredda", anche se il "calore" non è mancato e continuamente non manca. Ma tanto è. E come questo luminoso esempio, di quest'Uomo con la U maiuscola, che possiamo solo sperare di imitare pallidamente perchè irraggiungibile, speriamo anche noi alla Concordia Nazionale. E lavoriamo ogni secondo per raggiungerla! Ricordando sempre, come Gentile ci insegna, che questa "Concordia" non è un inciucio...Chi vuole intendere intenda!

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Ven Mag 31, 2013 11:45 am    Oggetto:  
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...Giovanni GENTILE ha chiarito magistralmente con le parole ed ha dimostrato coi fatti che c'é uno solo modo per mostrare di amare l'Italia ed essere degni della sua Civiltà, in tal senso Cavallera mi pare abbia colto perfettamente l'essenza del discorso gentiliano.
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MessaggioInviato: Mar Set 03, 2013 1:25 pm    Oggetto:  
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H. A. Cavallera, “L’immagine del Fascismo in Giovanni Gentile”, op. cit. ; pp. 325 – 339

Cap.VII – IL SIGNIFICATO DELLA SCELTA POLITICA

[…]

4. LA SCELTA DELL'AZIONE POLITICA

Nel pensiero di Gentile convergono, quindi, più elementi che si fondono insieme. Il tema di una grandezza nazionale già presente nel De antiquissima Italorum sapientia del Vico e nel Platone in Italia del Cuoco, l'ansia del compimento dell'unità nazionale e soprattutto dell'eredità morale di coloro che avevano realizzato il Risorgimento nazionale e che sembrava essere ormai dimentica dalla classe politica al potere, la disistima delle concezioni intellettualistiche e naturalistiche, la stessa dimensione etico-educativa dell'attualismo. Se nella cultura meridionale vi sono pertanto tutte le motivazioni che implicano una filosofia fortemente impegnata e incidente nella prassi, nell'attualismo di Gentile, per tanti aspetti espressione di tale cultura, vi sono poi tutte le ragioni che conducono alla concezione di una politica permeata dall'etica e dal formativo. Gli articoli apparsi durante la guerra e poi raccolti in volume (Guerra e fede, 1919; Dopo la vittoria, 1920) mostrano molto bene come il filosofo si faccia il capofila di un rinnovamento civile, il quale deve innanzitutto partire da un rinnovamento della scuola, come vanno sostenendo anche i suoi allievi Giuseppe Lombardo-Radice e Ernesto Codignola 46. Quello che occorre è consentire che il progetto politico di rinnovamento possa realmente concretarsi. L'evolversi degli eventi viene incontro a Gentile. Nel 1922, appena insediatosi al governo, Mussolini lo nomina ministro della Pubblica Istruzione. Gentile ha la possibilità di realizzare la riforma da lui per anni propugnata e Mussolini lo protegge dagli attacchi degli stessi fascisti, non esitando a dichiarare la Riforma Gentile la più fascista delle riforme. Tuttavia quella del filosofo è una riforma elaborata concettualmente molto prima del fascismo ed è la prima che il nuovo governo attua. Inoltre Gentile è diventato ministro da indipendente, ma col tempo matura una precisa convinzione e aderisce al fascismo. È la nota lettera a Mussolini del 31 maggio 1923: «liberale per profonda e salda convinzione (...) mi son dovuto persuadere che il liberalismo com'io l'intendo e come lo intendevano gli uomini della gloriosa destra che guidò l'Italia del Risorgimento, il liberalismo della libertà nella legge e perciò nello Stato forte e nello Stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato in Italia dai liberali che sono più o meno apertamente contro di Lei, ma, per l'appunto, da Lei» 47. Ma cosa è il fascismo in quei primi difficili anni Venti? È stato fino ad allora una serie di rivendicazioni in cui sono confluite voci diverse provenienti dai reduci, dai militari, dagli squadristi dannunziani, dai futuristi, dai nazionalisti, dalla borghesia preoccupata dalla minaccia del pericolo rosso, dalla gente anelante al ristabilimento dell'ordine. Ora, pervenuto al potere, deve costituirsi concettualmente. Gentile percepisce l'occasione irripetibile, anche scorgendo nel movimento fascista voci non lontane dalla sua, quelle di un liberalismo apportatore di ordine, stabilità, correttezza morale ed efficacia operativa dopo gli incerti governi del dopoguerra. Il filosofo si rende conto che il fascismo per continuare a governare ha necessariamente bisogno di una dottrina ed egli è pronto a fornirla. Sostanzialmente l'ha già concettualmente elaborata, si tratta di renderla esplicita, convinto che Mussolini, con il quale ha uno schietto rapporto personale, sia disposto ad appoggiarlo come ha già fatto con la Riforma. Anzi non mancano voci di allievi che sperano che Gentile sostituisca Mussolini dopo il caso Matteotti. Significativa la lettera di Adolfo Omodeo del 5 agosto 1924: «Certo il fascismo era — lo sarà ancora? — pregnante d'infinite possibilità secondo l'animo con cui ci si metteva, e l'abilità di trarne fuori un costrutto. Ora che Mussolini è fallito è possibile ancora farne qualcosa? Se sì, perché non tenta Lei che ha tutte le doti?» 48. Casualità, necessità dei tempi? Esigenza di una rivitalizzazione nazionale dopo il lungo periodo del giolittismo e del bagno di sangue del conflitto? Percezione di un sentire comune pur nelle differenziazioni tra le diverse anime? Vero è che Gentile redige il Manifesto degli intellettuali italiani fascisti agli intellettuali di tutte la nazioni (1925) e diventa il teorico del fascismo. Quest'ultimo è da subito sentito e interpretato in chiave etico-educativa-religiosa, capace da un lato di recuperare la tradizione e dall'altro di proiettarsi nel futuro. «Il fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell'individuo ad una idea, in cui l'individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà ed ogni suo diritto; idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata ed è individuata di civiltà; tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione perciò e missione» 49. Nel Manifesto[i/] si coglie l'intento del filosofo di unificare il meglio del passato e del presente nazionale in un percorso che conduce al destino di una più grande Italia. Gli influssi della cultura meridionale sfociano ormai in una complessa articolazione di vita civile, alla quale, proprio per il carattere della realtà politica che il filosofo intende educare, i confini della stessa nazione appaiono già inadeguati. Ma quale fascismo? Si tenga presente che Gentile continua a parlare del [i]suo liberalismo, del suo fascismo, come, anche alla fine della sua vita, del suo cattolicesimo 50. Il filosofo scrive nel 1923: «Il mio liberalismo (...) non è la dottrina che nega, ma quella che afferma vigorosamente lo Stato come realtà etica. (...) Perciò io sono fermamente convinto della necessità suprema di uno Stato forte, come dovere e come diritto del cittadino, e di una disciplina ferrea, che sia scuola rigida di volontà e di caratteri politici. Perciò sono fermamente convinto della necessità di svegliare e sviluppare in politica un senso energico di religiosità e di moralità, e di portare, d'altra parte, un senso di misura e determinatezza politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-religioso dell'individuo. Questo il succo del mio liberalismo» 51. Un liberalismo che diventa fascismo. Così nel 1925: «Il fascismo di cui io parlo è il mio fascismo. L'essere infatti un movimento così largo, che stringe insieme intorno a una stessa bandiera e in una fede comune centinaia di migliaia d'italiani, ed essere per tutti un solo movimento, e quindi una stessa via, uno stesso ideale, non toglie che ognuno che vi aderisce non solo lo veda co' suoi occhi, non l'intenda con la sua intelligenza, non lo senta col suo animo. L'unità risulta da questa molteplicità» 52. Di qui la serrata critica contro l'individualismo per troppo tempo diffusosi nel costume italiano: «letteratura vuota, superficiale, senz'anima. Sonetti, canzoni a bizzeffe: ma un uomo, che canti ed esprima la sua passione, mai. Accademie, che paiono mascherate. Cultura quanta se ne vuole; ma infeconda, morta. Gli uomini senza volontà, senza carattere; la vita senza programmi, che non siano quelli del particolare individuo che pensa a sé, ma niente di più» 53. Al contrario, lo Stato fascista non deve essere agnostico, bensì etico, pensiero che si attua in un programma vivificato da un elevato sentire morale di chi concepisce religiosamente la vita. Il fascismo, pertanto, come concezione totale della vita che assume un carattere religioso 54. Il fascismo come punto d'arrivo e di svolta della storia di un'Italia redenta dal sangue versato nel conflitto mondiale.

5. LA CONCLUSIONE DELLA MODERNITÀ

L'intento di Gentile è di inverare la politica e la religione nell'attualismo. L'attualismo è l'inveramento filosofico della politica e della religione cristiana e il filosofo, che non scinde la teoria dalla prassi, reputa di poterlo fare per il tramite del fascismo, delle occasioni che Mussolini gli offre. Sotto tale profilo, la riforma della scuola non è che il primo e decisivo passo di un processo ancora più complesso che Gentile sostiene di dover e poter fare attraverso un'articolata opera di formazione culturale mediante numerose istituzioni che egli fonda, dirige, presiede, promuove: dall'Enciclopedia Italiana all'Istituto Nazionale Fascista di Cultura, alla Normale di Pisa, all'Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, all'Istituto di Studi Germanici, al Centro Nazionale di Studi Manzoniani, alla Domus Galileana ecc. È il grande progetto di un'alta educazione nazionale, in cui egli svolge un ruolo rilevante, non senza contrasti con altri elementi del fascismo e soprattutto con le forze cattoliche aspiranti, soprattutto dopo il Concordato del 1929 55, a costituire la direzione civile della nazione. Contemporaneamente, se Gentile si muove esplicitamente attraverso le istituzioni culturali, alcuni dei suoi discepoli più brillanti, Ugo Spirito 56 e Arnaldo Volpicelli, cercano di "attualizzare", per così dire, l'economia, il diritto e la politica, in un progetto che si esplicita nella rivista da loro diretta, «Nuovi studi di diritto, economia e politica» (1927-1935). Ne consegue che il tentativo compiuto dai più significativi rappresentanti dell'attualismo è quello di ricondurre le più importanti attività nazionali nell'ottica della filosofia neoidealistica, un tentativo di una profonda egemonia culturale che il filosofo effettivamente raggiunge mediante il fascino del suo pensiero, di là dalla stessa scelta politica 57. Ora, per quest'ultimo aspetto, che è quello che in questa sede interessa, Gentile capovolge la lezione di Machiavelli 58. La politica non è separata dalla morale, ma, al contrario, è e deve essere intimamente retta dalla morale. Lo Stato etico. È di estremo interesse quello che il filosofo scrive nel 1934, dopo il protrarsi delle vivaci polemiche suscitate dalla relazione di Ugo Spirito a Ferrara intorno allo Stato proprietario 59. Ivi Gentile riconsidera il tema dell'utile già sollevato da Machiavelli e fa coincidere la moralità con l'azione dello Stato volta all'attuazione dell'interesse nazionale, mentre, diversamente, molti tendono a distinguere l'azione politica, pubblica, dalla privata moralità. «Curiosa situazione, in cui l'uomo politico, per fare il suo dovere dovrebbe sdoppiarsi, e risolversi a sacrificare nelle relazioni private la sua coscienza politica, e nelle sue relazioni politiche la sua coscienza d'uomo, sempre potendo apparire agli occhi propri buono insieme e malvagio, secondo la categoria scelta a criterio di giudizio della sua condotta. La verità è che questa doppia sfera di relazioni in cui l'uomo si possa a volta a volta chiudere come individuo e come soggetto politico, non è che una immaginazione meccanicistica di chi concepisce lo Stato in astratto, come una struttura superiore affatto esterna alla personalità del cittadino; e che in realtà lo Stato, come il Machiavelli vide profondamente, non può esistere se non come prodotto dell'uomo, che è sempre il singolo uomo, ma nel fare lo Stato si rende interprete e rappresentante della comunità; e che lo Stato pertanto, lungi dall'essere una soprastruttura rispetto alla coscienza del singolo, è la sua stessa coscienza, la sua personalità, la sua volontà, la sua forza, che si realizza accomunando e unificando sentimenti, pensieri e volontà di un popolo» 60. Gentile, di conseguenza, attraverso la sua concezione dello Stato etico identifica l'azione pubblica con l'azione morale allorché essa interpreta e rappresenta la comunità. In questo caso lo Stato si manifesta come la compiuta espressione della coscienza collettiva entro la quale trovano soluzione e sistemazione i problemi e i bisogni individuali. Lo Stato etico è Stato totalitario dove il termine totalitario indica espressamente che la caratteristica dell'azione pubblica è il farsi interamente carico dei bisogni e delle richieste dei cittadini per il bene dei cittadini. Sotto tale aspetto, la posizione di Gentile porta a conclusione le esigenze sollevate con la nascita della modernità, allorché, a partire dall'Umanesimo e dal Rinascimento, l'uomo viene viepiù a collocarsi al centro della realtà e a diventare arbiter fortunae suae. Un processo estremamente complesso il cui obiettivo sostanziale è la realizzazione in questo mondo delle migliori possibilità di vita attraverso la formazione (la scuola pubblica) di cittadini responsabili, di un apparato pubblico volto all'interesse generale. Ciò ha comportato la progressiva messa da parte, anche con rivoluzioni cruente della cosiddetta aristocrazia di sangue e l'instaurarsi di sistemi politici volti a garantire il bene comune. Quello che davvero conta diventa, allora, l'interesse generale e la persona vale nella misura in cui sa esprimere la coscienza di tutti e antepone il bene comune agli interessi personali, di parte. In questo senso lo Stato gentiliano inteso come organismo etico, con il suo compito di esprimere al massimo il bene della comunità, si rivela come la conclusione delle esigenze poste alle origini della modernità. È lo Stato come assoluto benefattore. Lo Stato proposto, sostenuto da Gentile è la conclusione inevitabile di tutto un processo storico che ha anteposto il bene di tutti a quello dei gruppi, delle classi, delle lobby, e che è costretto a sacrificare il mito della maggioranza quantitativa ritenuta controllabile e suggestionabile. Si capisce che questo implica, per non degenerare, sia la formazione di una responsabile élite politica sia una elevata e diffusa coscienza civica che permei, per il tramite della scuola e degli organismi di cultura, tutta la vita nazionale. Per questo il filosofo dedica tutte le sue energie alla formazione di alti istituti di cultura, dopo aver riformato la scuola.

6. IL FILOSOFO MERIDIONALE

Gentile può volere e sostenere tutto questo proprio perché meridionale, con il vissuto di un siciliano che ha visto i guasti di una classe politica volta al proprio particulare. Certo, si potrebbe osservare che tale vissuto non è solo di un siciliano e di un meridionale, e l'osservazione in sé è corretta, ma si dovrebbe a sua volta annotare che nel filosofo, come si è rilevato, convergono tutta una serie di meditazioni e di studi. Gentile, sotto tale profilo, è il punto di arrivo di una tradizione culturale, che è propria del Meridione d'Italia. Per queste ragioni il fascismo di Gentile è il fascismo quale concepito da un meridionale, da un filosofo meridionale che ha riflettuto sulla storia della Penisola e in cui, dopo il conflitto mondiale, è viva la considerazione che si trova nel Platone in Italia (1804-06) del Cuoco: «Tu paragona la presente corruttela de' costumi coll'antiche virtù, la miseria presente colla prosperità antica, i sofismi de' giovani colla generosa sapienza de' vecchi; e vedi tu stesso qual sia il poter delle scienze sui costumi e de' costumi sulla pubblica utilità» 61. Invero è tale vissuto a infondere a tutto il suo operare una carica propulsiva che si estende dalla teoresi all'impegno civile, a quello politico. L'attualismo è una filosofia dell'azione, ma di un'azione eticamente sostenuta, tesa a dare un senso all'esistenza riconducendola, da protagonista, all'interno del processo storico in atto. In questo il filosofo riscuote le simpatie della gioventù, e mostra ancora una volta il perno educativo di tutta la sua concezione. Qui è davvero la sua capacità di fare scuola, sospingendo a egregie cose, combattendo l'inerzia e il mettersi in disparte a guardare. Per queste ragioni egli riconduce la filosofia alla pedagogia e questa a quella. Soprattutto concepisce l'azione politica come azione etica ed educativa, quale nessun altro prima di lui, almeno a partire da Machiavelli aveva sostenuto. Così nel 1928: «Lo Stato non viene ad essere più un limite alla libertà: l'uomo è libero in quanto attua la sua natura umana, realizza se stesso, svolge nel mondo il suo pensiero, attraverso il suo linguaggio, la lettura, attraverso le sue azioni, in un complesso dove niente si può fare se non secondo determinate leggi. (...) ed è in questa libertà — così differente da quella liberale e liberaloide — che sta appunto la natura altamente morale della concezione fascista» 62. Gentile, insomma, si rende conto che per aver davvero successo, per raggiungere un consenso non effimero, la politica deve assurgere alla dimensione etico-educativa. È l'impegno che egli riversa nella sua costruzione dell'immagine del fascismo e, attraverso questo, della nuova Italia che intende promuovere, combattendo l'irreligiosità e l'indifferentismo che giudica, nel 1926, l'origine di ogni decadenza. «Tutte le altre così dette cause sono i vari aspetti del fatto unico, cioè del difetto di una vigorosa concezione della vita, di una fede, di una religione radicata nei cuori, favorita e promossa dalla riflessione e dalla cultura nazionale» 63. Di qui la sua disponibilità e la sua tolleranza anche nei confronti di coloro che sono schierati dall'altra parte, tra gli antifascisti. Direi che il filosofo intende realizzare sul piano nazionale l'idea che Genovesi e Cuoco sognavano su quello meridionale e che auspicavano poter attuare per il tramite dell'educazione. Nel progetto di riorganizzazione della pubblica istruzione espresso nel Rapporto al re Gioacchino Murat (1809), Cuoco puntualizza: «senza l'istruzione, le migliori leggi restano inutili: esse potranno essere scritte; ma la sola istruzione può imprimerle nel cuore de' cittadini. La sola istruzione può far diventare volontà ciò che è dovere. La sola istruzione può renderci l'antica grandezza e l'antica gloria. La natura ci ha dati tutt'i capitali; non ci manca che l'industria, cioè il sapergli conoscere ed adoperare; e questo non può darcelo che l'istruzione» 64. È l'idea di uno Stato ben organizzato, funzionale, consapevole della propria storia, rivolto al bene dei cittadini, idea che attraversa la storia della cultura meridionale e che Gentile cerca di attuare attraverso il fascismo. La visione politica dell'attualismo è quella permeata dall'etica. A Benedetto Croce che rivendica, nella politica, l'inevitabilità dell'economico, del particolare, Gentile contrappone la morale, l'universale. Nella Filosofia della pratica (I ed. 1909) Croce ribadisce la distinzione delle due forme pratiche, l'economica e l'etica e precisa che nell'utilitarismo «non vi ha altra volizione se non quella che risponde alla mera determinazione individuale, o, come ancora si esprime, al piacere dell'individuo, intendendo per piacere non il piacere generico che accompagna nell'individuo anche la soddisfazione morale, ma l'altro, esclusivamente individuale» 65. È fin troppo facile comprendere che la scienza della politica si poggia sull'utile e non sulla morale. Ne segue che l'unica onestà che esiste nella vita politica è quella di svolgere bene il proprio compito, come scrive in Etica e politica (1931). «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze» 66. Ciò lo conduce a liquidare come astratto moralismo lo Stato etico. «Le contrastanti concezioni dello Stato egoistico e dello Stato moraleggiante e umanitario rispondono di tutto punto alle due opposte unilateralità dell'utilitarismo etico e del moralismo astratto, e anzi sono, con esse, affatto identiche» 67. E tuttavia Croce, che continua a negare il carattere etico dello Stato in quanto tale, non può non osservare il «continuo trasfondersi della morale nella politica, che pur rimane politica» come «effettuale progresso etico dell'uman genere» 68. Di qui quasi un altalenare dello stato d'animo che indugia a tratti nel pessimismo. Gentile non è per questa posizione; non è fermo alla registrazione di un processo a cui il filosofo non possa e non debba partecipare; non rimane fuori dalla mischia. Richiede e si batte per il definitivo (in senso dialettico) superamento della mala individualità nell'unità del tutto. È il momento conclusivo di una lacerante polemica con colui che era stato un caro amico. Nel 1932 Gentile è decisamente chiaro contro il liberalismo come empirismo. «Ora la libertà del singolo, s'è visto ulteriormente, a mano a mano che si è conquistato il concetto della vera individualità e della vera sostanza spirituale, è una contraddizione in termini: perché la libertà è dello spirito, il quale è assoluta universalità. Il che vuol dire non che il singolo non sia libertà, ma soltanto che libertà è solo in quanto universalità» 69. Per questo l'attualismo immedesima individuo e Stato. È la volontà di portare nella storia, nel tempo, l'esigenza di una giustizia sociale che permei davvero tutti i cittadini. Ebbene, di là da quello che è stato l'esito nei fatti del fascismo concepito da Gentile, il problema posto è decisivo. Può esserci una politica senza una concezione etico-religiosa educativa? Può essere comprensibile una politica che antepone gli interessi di una parte, sia pure quella che dovrebbe garantire la maggioranza, all'intera collettività? Gentile ha risposto di no, esponendosi alla scelta di un partito che intendeva essere il partito come il tutto, all'edificazione di una realtà politica, al rischio, pertanto, di sbagliare e pagare. Si è comunque messo in gioco. Credo che anche oggi il problema si ponga in un momento storico di grande tensione. In ogni caso Gentile, facendo dello Stato lo Stato etico, lo Stato che esprime nella sua unità, l'interesse di ogni cittadino, ha concluso il percorso della modernità, in quanto ha condotto la soggettività moderna alla sua massima espressione, fondendola nella moralità ed identificandola con l'intero organismo a cui appartiene. Sotto tale profilo, lo scacco dello Stato etico gentiliano potrebbe essere quello della sfida sollevata dalla modernità. Ma va pure rilevato che Gentile apre al futuro attraverso il riferimento presente in Genesi e struttura della società ad un nuovo ordine mondiale e non più nazionale che sarebbe scaturito dalle ceneri della guerra e avrebbe definitivamente affrontato il problema del lavoro e della giustizia sociale. Puntualizza, infatti, il filosofo che «lo Stato nella sua essenza spirituale è sempre e non è mai. (...) La sua idea sopravanza sempre il suo modo di esistere» 70. Il che non è solo un'apertura al futuro, ma l'insistere su un rinnovato impegno etico nella continua azione politica in un mondo che ormai sta cambiando: «l'attività politica dell'uomo in concreto è la stessa attività etica in quanto la volontà risolve all'infinito l'alterità della società, e riduce tutto il mondo suo delle relazioni sociali nell'infinito processo di realizzazione di sé medesima. Risolve all'infinito» 71. Siamo ormai nella postmodernità dove viene meno la distinzione di pubblico e privato. Quello che ora si vuole è un nuovo ordine che sia un ordine internazionale. «La pace internazionale suppone la pace nazionale e cittadina, e in fondo la pace dell'uomo con se stesso. La pace si determina e definisce in un sistema, che è l'ordine sociale, il cui mantenimento è il primo assunto di ogni Stato; e alla cui conservazione, a tale essenziale e fondamentale bisogna, nessuno potrà pretendere mai che basti a provvedere la polizia. La quale potrà aiutare a tal fine; ma se l'ordine regni negli animi per virtù del sentimento politico in cui lo Stato s'impianta e da cui soltanto può ricavare le sue linfe vitali» 72. Si può osservare che Gentile scrive nei giorni della guerra civile, con la violenza nelle strade, con l'esigenza di una nuova stabilità civile, ma è chiaro che il filosofo è proteso ad una visione più ampia di quella nazionale ove, attraverso l'umanesimo del lavoro, trovi finalmente esito quell'esigenza di giustizia sociale tante volte espressa dai pensatori meridionali. Probabilmente il filosofo, che va rivedendo i suoi studi, sta individuando un ulteriore percorso, ma l'improvvida mano omicida spezza l'evolversi di un pensiero chiaramente vitale.

NOTE
46 Nel X Congresso della FNISM (Federazione Insegnanti Scuola Media), maggio 1919, Ernesto Codignola sostiene che la scuola italiana ha condotto a Caporetto più che a Vittorio Veneto, suscitando vive reazioni (cfr. L. AMBROSOLI, La Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media dalle origini al 1925, La Nuova Italia, Firenze 1967, pp. 309-311). Sempre nel 1919 Lombardo-Radice e Codignola fondano il "Fascio di Educazione nazionale" a cui aderiscono numerosi studiosi di diversa provenienza culturale ma uniti dalla medesima esigenza di un rinnovamento scolastico e civile. Cfr. G. LOMBARDO-RADICE, Accanto ai maestri. Nuovi saggi di propaganda pedagogica, Paravia, Torino 1925, pp. 456-476.
47 G. GENTILE, La riforma della scuola in Italia, III ed. riv. e accr. a cura di H. A. Cavallera, Le Lettere, Firenze 1989, p. 94.
48 Carteggio Gentile-Omodeo, a cura di S. Giannantoni, Sansoni, Firenze 1974, p. 316. Cfr., sulla questione, l'Appendice III del presente volume.
49 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, a cura di H. A. Cavallera, Le Lettere, Firenze 1991, p. 6.
50 Per il rapporto con il cattolicesimo cfr. l'Introduzione (pp. 7-39) di H. A. CAVALLERA a G. GENTILE, La mia religione e altri scritti, cit. e H. A. CAVALLERA, La pedagogia cristiana tra le due guerre: il confronto con l'idealismo, in La pedagogia cristiana nel Novecento tra critica e progetto, cit., pp. 81-131.
51 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. I, cit., pp. 114-116.
52 /vi, p. 8.
53 Ivi, p. 13.
54 Ivi, pp. 36-37.
55 Cfr. G. VERUCCI, Idealisti all'Indice. Croce, Gentile e la condanna del Sant'Uffizio, Laterza, Roma-Bari 2006.
56 Su Spirito cfr. H. A. CAVALLERA, Ugo Spirito. La ricerca dell'incontrovertibile, cit.
57 Per l'influenza esercitata da Gentile sulla cultura italiana cfr. A. NEGRI, Giovanni Gentile, vol. II, Sviluppi e incidenza dell'attualismo, cit.
58 Significativo quanto egli scrive sulla distinzione tra fini e mezzi. «Nella ipotesi di questa dottrina si distingue (...) l'indistinguibile: fine e mezzi. Indistinguibile, perché l'azione, che, nella ipotesi, sarebbe il mezzo usato per raggiungere il fine, è lo stesso fine. Un'azione delittuosa con cui si tenda a creare uno Stato, non può riuscire se non a porre in essere uno Stato delittuoso, grondante lacrime e sangue, che non potrà mai aderire alla coscienza del popolo, che pur nello Stato sano e vitale dovrebbe sentire la sua volontà nell'autorità e nella potenza del suo Stato. L'azione è volontà, la quale non realizza mai altro che se stessa, e non raggiunge altro fine da quella realtà morale che essa, attuandosi, nella sua volizione, realizza. La distinzione, dunque, è assurda» (G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., p. 127).
59 La relazione di Spirito del maggio del 1932 è ora in U. SPIRITO, Il Corporativismo, Sansoni, Firenze 1970, pp. 351-367.
60 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., p. 125.
61 W. CARIDDI, Il pensiero politico e pedagogico di Vincenzo Cuoco, Milella, Lecce 1981, p. 380.
62 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. II, cit., pp. 50-51.
63 G. GENTILE, Politica e cultura, vol. I, cit., pp. 337-338.
64 W. CARIDDI, op. cit., p. 383.
65 B. CROCE, Filosofia della pratica, VI ed., cit., p. 211.
66 B. CROCE, Etica e politica, VI ed., cit., p. 168.
67 Ivi, p. 186.
68 Ivi, p. 356.
69 G. GENTILE, Frammenti di filosofia, a cura di H. A. Cavallera, cit., p. 303.
70 G. GENTILE, Genesi e struttura della società, cit., p. 107.
71 Ivi, p. 116.
72 Ivi, pp. 124-125. Non aggiunge alcunché, ma esprime il vecchio cliché M. E. MOSS, Il filosofo fascista di Mussolini. Giovanni Gentile rivisitato, trad. it., Armando, Roma 2007. Una rilettura del filosofo è A. SIGNORINI, Giovanni Gentile e la filosofia, Le Lettere, Firenze 2007. Da tenere presente G. GENTILE, Lezioni di filosofia morale del 1906/07. La libertà dello spirito. Saggio d'una introduzione alla metafisica, introduzione e edizione a cura di N. DE DOMENICO, in «Giornale di metafisica», XXVI (2004), pp. 503-546; XXVII (2005), pp. 229-265, 355-389.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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