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Robert Michels,ITALIA DI OGGI (1930)

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Mar 30, 2013 11:07 am    Oggetto:  Robert Michels,ITALIA DI OGGI (1930)
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Robert Michels, ITALIA DI OGGI - Storia della cultura politica ed economica dal 1860 al 1930,
in R. Michels “Socialismo e fascismo (1925-1934)”, Milano, 1991, Giuffré Editore, pp. 85/117.


DALLA PARTE C. L'ITALIA DOPO LA GUERRA MONDIALE

Sezione 1. L'ITALIA SOTTO IL FASCISMO

1. Cause dell'origine del fascismo.

Arrivati a questo punto, dobbiamo interromperci. Gli avvenimenti che, nel multiforme mutamento delle cose e delle figure, passano davanti ai nostri occhi, quasi abbacinandoli, e che, con il loro rumore, riempiono le nostre orecchie fino a farcele dolere, non sono ancora storia proprio a causa della loro immediatezza. Poiché storia significa distanza, riacquisita serenità, introspezione: fattori psicologici che, presi nello stretto significato della parola, mancano a chi è contemporaneo a quelli. Ed anche materialmente, scrivere la storia presuppone conoscenza di atti e di fatti la cui scoperta è concessa soltanto in un periodo successivo. Così la cronaca possiede soltanto un vantaggio, quello dell'immediatezza diretta e solo questa le da' un'autorizzazione ad esistere limitata dalla consapevolezza della sua naturale insufficienza. Dopo la Guerra Mondiale, in Italia, divenne supposizione generale il fatto che il liberalismo e la democrazia sarebbero andati in rovina, soprattutto nel campo parlamentare. Essi non meritano certo il profondo disprezzo di cui il fascismo vittorioso li ha ricoperti e di cui forse doveva colmarli per ragioni di opportunità politica. Nella sua Storia d'Italia, Croce li ha difesi con forza, anche se, giacché ogni opposizione cade in questo errore, di gran lunga oltre il dovuto e con una avversione evidente e chiara contro il fascismo. Già lo abbiamo visto: il liberalismo aveva fatto l'Italia, il parlamentarismo le aveva dato un primo afflato di legislazione sociale, la democrazia non aveva ostacolato lo sviluppo di una politica coloniale che diventava sempre più vigorosa ed aveva perfino voluto ed imposto l'entrata dell'Italia nella Guerra Mondiale. Questi erano tutti meriti che presupponevano, nei suoi organi decisionali, forza, intelligenza, resistenza, capacità di andare fino in fondo ed altre lodevoli qualità. D'altra parte, il conto passivo della democrazia era alto e, ciò che conta più di tutto, era ancora più grande nella coscienza popolare. Innanzitutto, è sul serio opportuno porsi la domanda se e fino a che punto, sotto il cosiddetto regime democratico, l'Italia sia stata poi una demo-crazia effettivamente funzionante, nel senso di un governo del popolo. A questa domanda si può rispondere negativamente e davvero a buon diritto. In occasione dei plebisciti che condussero all'Unità nazionale (1860-1870), il diritto di voto fu così ristretto che, in realtà, soltanto delle minoranze molto piccole vi furono chiamate in causa (1). Più tardi, il diritto di voto per il Parlamento rimase prima legato ad un dato censo, poi alla condizione di saper leggere e scrivere, in modo tale che, dato che l'insegnamento scolastico nel Sud era allora estremamente insufficiente, la maggioranza dei cittadini rimanesse ancora una volta esclusa da ogni attività politica (2). Soltanto in seguito alla guerra di Tripoli e come premio per il buon comportamento di operai e contadini e per conservarlo tale, alle masse italiane fu regalato il suffragio universale segreto (1913). Ma il fondamento giuridico della democrazia, che d'allora in poi infine venne concesso, non corrispondeva assolutamente al modello ed alla psicologia politica del popolo. Il culto del capo si diffuse ulteriormente e si fissò non soltanto su coloro che ne erano meritevoli, ma anche su molti tra i quali c'erano parecchi inetti. Le arti del governo provvidero al resto. I successi del più grande di questi artisti del governo, Giovanni Giolitti, si erano basati proprio sul fatto di governare dispoticamente sotto il pretesto della democrazia, non senza ricorrere ad un'ulteriore corruzione (3). A partire dal 1919, vasti ambienti popolari italiani si posero con più profonda indifferenza nei confronti dello stato liberale. L'orgoglioso vascello del Risorgimento aveva subito, negli anni, una grave falla ed imbarcava acqua pericolosamente. In questa falla, con tutto il vigore dei suoi polmoni sani, soffiò un uomo non esausto, il quale già fino ad allora, per sua stessa confessione, aveva frequentemente sollecitato, all'interno delle fila del Partito Socialista, una « politica fascista» : Benito Mussolini. Già nel 1914, Mussolini aveva tenuto a Genova una conferenza sul ruolo della forza nella politica. Egli derise soprattutto la socialdemocrazia tedesca, ripetendo una frase che l'autore di queste righe aveva pronunciato una volta nei riguardi di questo partito e che evidentemente gli era piaciuta : essa era simile ad un gigante che, nonostante le sue dimensioni, non è neppure capace di ingravidare una vergine (4). Ciò che allora si era detto dei compagni tedeschi, si riferiva, in definitiva, ai partiti di vecchio stile in genere, non importa se socialisti o borghesi. Dappertutto cifre mastodontiche, ma nessuna energia vitale, nessuna vera forza politica generatrice.Ciò di cui la politica italiana e la vita privata degli italiani mancarono anche in seguito era un fresco, vivace, creativo, dinamico ottimismo (5). Questo certamente è anche il nocciolo di ciò che più tardi doveva esserle rimproverato dai fascisti, prendendo quale esempio Giolitti. Solo Crispi, in questo caso, aveva costituito un'eccezione. Dalla guerra dei topi e delle rane in Parlamento, con i suoi incessanti discorsi e la sua demagogia venne fuori relativamente poco e, nella politica estera, l'Italia prese di tanto in tanto energiche iniziative, ma non senza indebolirsi sempre di più ed essere colpita da generali e profonde depressioni. Dopo la fine della guerra, una grande stanchezza si impadronì di nuovo dell'Italia. Fu come se per questo Paese una guerra vittoriosa e coronata da insperati incrementi territoriali fosse in sé insopportabile. Come sempre nella storia italiana, peraltro, anche questo periodo di spossatezza fu abbondantemente attraversato da momenti che potevano essere considerati in stretto rapporto con l'etica e, sotto parecchi punti di vista, quali manifestazioni di elevatezza morale. Tra le potenze belligeranti, gli italiani furono il primo popolo che cominciò a voler dimenticare gli antagonismi ed a diminuire l'odio. La guerra era appena terminata, quando una principessa italiana del ramo secondario di Genova della casa reale sposò un principe bavarese; alcuni anni dopo, una figlia del re stesso sposò addirittura un principe d'Assia. L'intesa italo-tedesca progredì rapidamente. La collera dei ceti subalterni del popolo italiano nei confronti della Germania si era placata non appena essa era stata messa a terra, l'Austria si era politicamente ridotta ad uno stato in dodicesimo e la lotta per il bottino di guerra aveva diviso i vincitori. I tedeschi, per quanto si comportassero solo relativamente in modo tranquillo ed imparziale, furono abbastanza ben trattati. Il ministro Croce aveva restituito al governo prussiano gli istituti per la ricerca scientifica che esso aveva a Roma e che erano stati posti sotto sequestro. I seminaristi tedeschi del Collegio Germanico attraversarono nuovamente la Città Santa nei loro caratteristici abiti rossi, che erano valsi loro tra il popolo il soprannome di «gamberi cotti ». Gli equipaggi dei dirigibili tedeschi, che atterrarono a Roma nel 1919, trovarono là una festosa ospitalità presso i loro camerati. Anche le società italiane di studiosi non fecero mistero del fatto che si auguravano un immediato riaccomodamento degli antichi rapporti con i loro colleghi tedeschi. Già nel 1920, un istituto di sociologia fondato a Torino non aveva esitato a nominare subito membri onorari una serie di scienziati tedeschi (dove, a questo proposito, risultò al contrario che alcuni di questi non accettavano perché non volevano sedere insieme a dei francesi e a degli inglesi). Il comitato locale di preparazione del Congresso Internazionale di Medicina di Roma aveva apertamente invitato, nel 1921, i rappresentanti della scienza medica tedesca, mentre non soltanto in Francia ed in Belgio, ma anche in Inghilterra (nonostante gli sforzi di una università inglese), si nutrivano ancora le più grandi esitazioni a fare lo stesso. Abbiamo già ricordato (6) la gioiosa accoglienza degli affamati bambini viennesi da parte della popolazione italiana e la redazione improntata a spirito pacifico dei libri di scuola per l'insegnamento che si ebbe nel dopoguerra. Così, in più di un aspetto, l'Italia ed il suo governo si resero benemeriti del ristabilimento della pace nel mondo. Soprattutto l'ammissione della Germania alla Società delle Nazioni e il riallacciamento di rapporti, se non ancora cordiali, per lo meno normali con la Russia, diventarono presto punti programmatici dell'opinione pubblica e desideri ufficiosi del governo italiano. In, tale questione, esso riuscì con relativa facilità. Il pericolo tedesco gli dava molto meno preoccupazioni di quello francese e la riscossione dei debiti italiani in Russia rappresentava ugualmente soltanto un conto molto piccolo, se lo si paragonava con le corrispondenti pretese della Francia. Così, fu poi grande e sincera la soddisfazione dell'Italia per la scelta della sua seconda città portuale in grandezza ed ex-capitale della più gloriosa repubblica del medioevo accanto a Venezia quale sede della conferenza economica del 1922, e casi pure la volontà di operare bene e di ottenere molto. Sembrò, infatti, che l'Italia avesse voluto dare il buon esempio alle altre potenze dell'Intesa, presso le quali l'avversione nei confronti dei nemici si trascinò ancora per anni. Dei filantropi americani scrivevano già libri con il titolo: The Revival of Italy (1922) (7), in cui l'Italia veniva descritta come il paese del vero amore cristiano. Nella Valle d'Aosta, soggetta al duca di Savoia a partire dall'XI secolo ed in cui si parlava un dialetto affine al francese, il valdostano, e che già dal 1860 circa si trovava in un incessante conflitto linguistico con il governo di Roma ( 8 ), poté accadere, dopo la guerra, che un gruppo, sebbene molto piccolo, potesse sollevare indisturbato il problema e rivolgersi apertamente alla conferenza di pace riunita a Versailles con la richiesta di unire il proprio piccolo paese alla Francia oppure alla Svizzera come cantone o di concedergli, come minimo, un'autonomia nell'ambito dell'Italia. L'incremento territoriale realizzato dall'Italia tra i tedeschi del Sud Tirolo riempì di tristezza parecchi italiani di fama e di rango. Si poté spesso, sentire esprimere il rammarico nei confronti di questa dura necessità, non senza l'assicurazione che la regione sarebbe stata restituita rispettivamente alla Germania e all'Austria alla prossima occasione — sotto la quale clausola era da intendersi un cambiamento di mentalità del popolo tedesco nella forma di una rinuncia al militarismo ed all'imperialismo. Si discusse apertamente sul fatto se non fosse, per il momento, opportuno esentare i sudtirolesi di lingua tedesca per lo meno dal servizio militare. A Bolzano, venne inviato come governatore un professore di pedagogia noto come filo-tedesco, il quale alla fin fine lasciò tutto come prima. Nella scuola di lingua tedesca, fu introdotta semplicemente la bagatella di due ore d'italiano alla settimana. Ma, anche questa volta, l'impressione di involontaria debolezza prevalse nuovamente su quella della desiderata forza idealistica (9). Negli anni del dopoguerra, in Italia, una causa potente dell'insoddisfazione generale era consistita nella situazione internazionale. Certo, non si potrà mai richiamare abbastanza energicamente l'attenzione sul fatto che la situazione creata per l'Italia dalla guerra non era solo di gran lunga più favorevole di quella della vinta Germania o anche della Polonia risorta, il paese d'Europa maggiormente privo di confini naturali, ma anche della Francia alleata. Quest'ultima non poteva sbarazzarsi del pericoloso avversario del suo futuro che aveva ad Est; l'Italia, invece, era riuscita ad annientare per sempre la monarchia austro-ungarica. La Jugoslavia, sorta al posto di questa, non costituiva per l'Italia un avversario alla pari (10). Ciò nonostante, l'insoddisfazione per la politica estera rose all'interno il popolo vittorioso. La volontaria rinuncia all'eredità dell'impero coloniale tedesco, l'inadempienza da parte di alcune delle potenze occidentali degli impegni assunti in segreto per le rivendicazioni coloniali dell'Italia, ma più ancora il coperto o scoperto disprezzo per il contributo italiano, alla Guerra Mondiale, come fu espresso nella stampa e nelle memorie delle restanti nazioni dell'Intesa (11), riempirono i patrioti italiani di indescrivibile amarezza. Soprattutto, la guerra non aveva mutato nella sostanza l'abituale valutazione dell'Italia come di un incomparabile museo e degli italiani come di un popolo di guide turistiche, di camerieri e di artisti. Ma proprio contro questo, però, si ribellò il giustificato orgoglio d'Italia. O, per dirla con Benito Mussolini, la nuova Italia non voleva vivere delle vestigia del suo grande passato, ma del suo lavoro (12). E questo lavoro voleva vedere riconosciuto. Ma anche l'opinione pubblica italiana aveva avuto colma la sua misura di partecipazione alla generale atmosfera di illusioni nelle faccende economiche, che aveva portato alla luce l'ipnosi di quel tempo nella sua immensa superficialità. Certo, era chiaro che l'Italia, che aveva dovuto far venire le materie prime per la sua industria bellica ed una gran parte delle merci necessarie per la guerra dai paesi alleati, era ingolfata nei debiti. Ma, in vasti ambienti, esisteva l'ipotesi che probabilmente essi non dovevano essere pagati. Di un tale comportamento — si credeva — gli alleati molto più ricchi erano tanto più debitori ai grandi sforzi italiani, in quanto l'Italia, con la sua entrata in guerra, aveva salvato la situazione politico-militare dell'Intesa. In Italia, era sconfinata soprattutto la fiducia, fondata sul nulla e totalmente ingiustificata, nella generosità economica di essa. Dopo la fine della guerra, perfino negli ambienti scientifici più seri, risuonarono voci che, richiamandosi alla fraternità d'armi dell'Inghilterra e dell'America, richiesero « un'equa ripartizione delle materie prime » (13). Inoltre, in guerra, il governo italiano era andato abbastanza lontano nel fare l'occhiolino alle idee socialiste. Proprio nel giugno 1915, il ministro della Guerra aveva proclamato la festa socialista del Primo Maggio quale giorno festivo nelle fabbriche d'armi statali. Per indurre i soldati a perseverare nella guerra, per quattro anni, nelle trincee, gli ufficiali e i propagandisti del governo dissero loro che, come risarcimento per il loro sacrificio, avrebbero ottenuto la terra, secondo la parola d'ordine: la terra ai contadini (14). Tra gli operai delle fabbriche fu efficace l'esempio dato dai russi. Lo Stato del dopoguerra (privato della sua autorità, abbandonato senza volontà alle contese dei suoi partiti, assolutamente passivo) e lo stato d'animo mutevole, abbandonato a se stesso, del popolo, favorirono tutti gli abusi. Negli anni 1920 e 1921, una metà dei carri merci andava in giro sulle ferrovie italiane con la scritta in gesso « Evviva Lenin », senza che a nessuno venisse in mente di opporsi a questa trasmissione sul servizio di stato della libera manifestazione delle proprie opinioni. Così, l'ironia della storia dell'immediato dopoguerra giocò, con le sue imparziali lotte, a favore dell'obiettivo dei bolscevichi italiani di conquistare lo stato. La beffa peggiore colpi la vile opinione pubblica del paese stesso, che parteggiava alternativamente per la borghesia nazionalista e per il comunismo internazionale. Ojetti (15) racconta una volta di una prostituta, la quale, quando dei borghesi le chiedono chi sia, solleva le gonne. Ella fa vedere allora la sua biancheria intima, che è bianco-rosso-verde; se, invece, la stessa domanda le viene posta dai comunisti, allora solleva le gonne in modo che si veda soltanto il rosso. In entrambi i casi, questo è il punto, solleva le vesti... Questa è l'Italia del dopoguerra... Ojetti definisce il periodo degli scioperi dei ferrovieri, che lo stato e la borghesia fronteggiarono in modo inetto, l'epoca in cui essere ferroviere e socialista apriva promettenti possibilità di carriera, l'epoca del bolscevismo italiano, che, contemporaneamente, doveva diventare il periodo di incubazione del fascismo. La debolezza del governo fu espressa nel modo più preoccupante dal trattamento che toccò ufficialmente ai disertori. Il Presidente del Consiglio Nitti li trattò tutti sulla stessa base di equiparazione di diritti con coloro che avevano partecipato alla guerra; essi furono amnistiati, il che significava uno schiaffo sul volto di valorosi combattenti, soprattutto di quello degli italiani residenti all'estero, che si erano arruolati volontari o avevano lasciato casa ed affari, con grandissimi sacrifici, per ubbidire all'ordine di presentarsi alla leva. In quel periodo (1919), i disertori ed i renitenti costituirono formalmente sindacati in Svizzera, che si rivolsero ai consolati con la pretesa del loro riconoscimento come rappresentanza d'interessi e fecero chiasso se non li si trattava almeno altrettanto bene quanto le associazioni di combattenti, che avevano appena incominciato a formarsi (16). Nel settembre del 1920, avvenne il più grande tentativo di una rivoluzione proletaria, pacifica, ma condotta oggettivamente sul modello sovietico, l'occupazione delle fabbriche da parte delle masse dei lavoratori, che io ho già accuratamente descritto in altra sede (17). Questo fu il primo grande esperimento bolscevico nell'Europa occidentale. Esso non riuscì e non poteva riuscire in conformità alle leggi psicologiche ed economiche. L'occupazione delle fabbriche avvenne con un modesto sacrificio di corpi e di vite. Si deve dire che il socialismo italiano si dimostrò, in questa circostanza, pacifico e niente affatto sanguinario. Ma si dimostrò, contemporaneamente, anche ingenuo ed immaturo. La direzione delle fabbriche occupate procedette secondo punti di vista non tradizionali. Presto gli operai, fatti uscire un'altra volta dalle fabbriche ad opera delle arti diplomatiche del Presidente del Consiglio Giolitti, dovettero cedere. Nonostante questo, svolsero una cerimonia simpatica, ma alquanto comica. Le figlie e le mogli dei lavoratori delle fabbriche, in segno del loro affetto, accolsero gli industriali che ritornavano nelle loro aziende con mazzi di garofani rossi e con l'osservazione che il proletariato, in seguito, avrebbe avuto una buona volta l'industria per sempre nelle sue mani. A causa di questa e di esperienze simili dei proprietari, si rafforzò allora un nuovo movimento, che presto riuscì ad impadronirsi dello Stato stesso: il fascismo. Il fascismo è sorto dalle truppe d'assalto della Guerra Mondiale (camicie nere) come il cosiddetto arditismo e lo squadrismo e, nel dopoguerra, è diventato grande in contrapposizione prima al bolscevismo italiano, che era estraneo ai valori della nazione, poi anche contro la massoneria della borghesia liberale ed alle potenze straniere amiche che, solo di malavoglia, riconoscevano il significato della nuova Italia. I fattori più immediati di vittoria per il fascismo consistettero, dunque, nell'indignazione dei patrioti, che videro in un movimento operaio rivoluzionario una minaccia per i risultati della guerra, inoltre nella disperazione dei ceti intellettuali, che avevano fortemente sofferto in guerra e che ora dovevano temere di essere soppiantati anche socialmente, nonché, in terzo luogo, nella preoccupazione degli ambienti imprenditoriali per i loro averi ed i loro beni. Indirettamente, anche l'America prese parte alla nascita ed al successo del fascismo. Come ho avuto modo di spiegare in occasione di una conferenza tenuta nell'estate del 1927 presso l'Institute of Politics di Williamstown, Massachusetts ( 18 ), per me non c'è alcun dubbio sul fatto che la politica americana abbia notevolmente contribuito alle possibilità di successo del movimento fascista in Italia. In primo luogo, qui va citato il comportamento dell'America nei confronti dell'Italia riguardo alla questione di Fiume. All'indomani dell'armistizio, l'Italia se ne stava esultante e libera. Una nuova epoca del mondo sembrava cominciare. Le terre irredente in Austria erano libere, l'incubo che era gravato sulla popolazione a partire dall'Unità d'Italia aveva fatto posto, con la disintegrazione della monarchia austriaca, ad una serena fiducia nell'avvenire. Di questo, molto era dovuto al valoroso esercito, parecchio agli alleati, moltissimo a Woodrow Wilson. Nella storia d'Italia, mai un uomo, meno che mai uno straniero, è stato così popolare presso le masse come Wilson. Quando, nel gennaio del 1919, egli fece una visita in Italia da Parigi, letteralmente tutto il popolo era ai suoi piedi. Mentre si tratteneva a Torino, tutti i sindaci di tutti i comuni, dalle Alpi fino agli Appennini, si affrettarono verso il capoluogo per vedere il liberatore e per sfilare in file compatte davanti a lui. Parecchi di questi vecchi signori morirono — era inverno — nel faticoso viaggio di ritorno, dopo aver guardato in volto il salvatore. Ma, soltanto pochi mesi più tardi, giunse dai negoziati di pace di Saint-Germain la notizia che un gruppo di potenze non voleva ammettere che l'Italia ottenesse la città italiana di Fiume e che al vertice di questa potente opposizione contro il compimento dei desideri italiani stesse il Presidente degli Stati Uniti. La notizia fece l'effetto di un fulmine a ciel sereno, anzi di un fulmine in un barile di polvere da sparo. Sembrava incredibile che proprio Wilson, il teorico del principio di nazionalità, potesse osare di negare al popolo vittorioso, quasi amico, ciò che gli apparteneva. Le conseguenze del conflitto furono enormi. Il pacifismo, che proprio nell'Italia del dopoguerra stava rifiorendo con forza, ricevette un colpo dal quale ancora oggi non si è del tutto ripreso. La mentalità guerresca divampò nuovamente. Tutta l'Italia si ricordò un'altra volta che era sola anche nell'ambito dell'Intesa. Da Chiasso a Girgenti, da Pola a Ventimiglia, ognuno fu di nuovo rapidamente pervaso da idee nazionalistiche. Gli ulteriori anelli della catena dovrebbero essere noti. Si formarono reparti di volontari e D'Annunzio occupò con essi Fiume, in contrasto con il governo irresoluto. Sotto la pressione dell'Intesa, Giolitti, che era allora il Presidente del Consiglio, fece sgomberare Fiume. Con questo, il giovane movimento fascista aveva vinto la partita. Mussolini, che aveva attaccato con violenza il governo in nome del patriottismo e della consequenzialità politica, aveva ormai il popolo dietro di sé. Da allora in poi, si trasformò definitivamente nell'esecutore del postulato della stima dell'Italia nei propri confronti. I giorni fino alla Marcia su Roma erano contati. Anche in un altro modo la politica americana rafforzò indirettamente il fascismo italiano nella maniera più efficace. Vale a dire, attraverso la chiusura delle sue porte all'immigrazione italiana. Per questo motivo, l'Italia è costretta a risolvere in altra maniera il problema della sua emigrazione, che deve essere considerato forse come il più vitale dei suoi problemi, poiché l'Italia aumenta ogni anno di mezzo milione di abitanti e lo sviluppo della colonizzazione interna, per quanto sia stato condotto energicamente, è in grado difficilmente di portare ad un completo assorbimento della popolazione eccedente. Da ciò emergono le difficoltà con la Francia, che non si possono sopravvalutare, ma neppure sottovalutare (19). Per come stavano le cose a quel tempo, l'America non può essere risparmiata, di conseguenza, dal rimprovero storico di aver chiuso egoisticamente la valvola di sfogo esistente che liberava l'Italia dalla sua naturale pressione demografica, prima che si creasse violentemente una atmosfera di catastrofe o di guerra, a causa di una delle conseguenze, profetizzate da Malthus, della miseria nata dalla sovrappopolazione (20). Ma l'America potrebbe essere responsabile non soltanto di questo spauracchio, che si può scongiurare con molta buona volontà ed energia in tutti i fattori in considerazione. La rafforzata pressione della forza-lavoro che il protezionismo americano ha prodotto in Italia (al riguardo non può esserci alcun dubbio) è uno dei principali coefficienti che imposero al governo italiano la cura di badare a tenere energicamente in pugno le masse, attraverso la riunificazione di tutte le forze nazionali in un'unica volontà. Centralismo e dittatura, nell'Italia di oggi, non sono forse soltanto ideologia, ma anche oggettiva espressione della necessità di una politica demografica.

2. L'avvento del fascismo (21).

Nell'autunno del 1922, il fascismo, nel modo illegale di un'occupazione della capitale del Paese eseguita dalle milizie organizzate del suo partito, la " Marcia su Roma " partita da Perugia, prese le redini del governo, che ancora oggi detiene. La vittoria, in Italia, del fascismo sul socialismo è dovuta all'impetuoso coraggio della gioventù che lo contraddistingue e che gli ha reso facile mettere a terra senza fatica le masse lavoratrici socialiste, non bellicose nel loro intimo e che erano state, come componenti delle categorie indispensabili di lavoratori bellici, anche dal punto di vista spaziale più lontane dalla guerra e si erano indebolite a causa dei principi anti-eroici del marxismo dialettico basato sull'evoluzione storica e a causa del sentimentalismo del socialismo etico nello spirito dei De Amicis e dei Prampolini (22). Debolezza e titubanza nella volontà di potenza, atteggiamento unilaterale nei confronti degli oggetti materiali e delle astrazioni programmatiche e, di conseguenza, commovente mancanza di comprensione di fronte ai due fondamentali problemi della nazione e delle masse, hanno poi consegnato all'impeto ed all'intransigenza le armi per la distruzione del socialismo. Il trionfo del fascismo è una vittoria della fresca irruenza giovanile sulla irresolutezza, lo scrupolo morale e l'attesa mortale. Con tutto ciò, la monarchia italiana venne tollerata dal fascismo o, se si vuole, venne presa con sé. Il fascismo era stato originariamente antimonarchico, poi era diventato agnostico. Ancora poco prima della conquista del potere, Mussolini aveva ritenuto opportuno dichiarare che egli non era teoricamente un monarchico, ma affermava di esserlo solo « in maniera contingente » (23). Se oggi il fascismo, anche se più superiore che subordinato, può essere ritenuto monarchico, i motivi che seguono potrebbero servire essenzialmente al chiarimento di questo sviluppo. In primo luogo, un elemento storico-politico, che consisteva nel fatto che Mussolini, poco a poco, riconobbe nella Chiesa, come nella monarchia, una risultanza dell'Italianità alla quale sarebbe stato temerario rinunciare (24). All'origine di questa consapevolezza ha contribuito certamente non poco il movimento nazionalista. Questo, come si è già indicato, fu fin dal principio orientato in senso monarchico (25), si noti bene, senza che i suoi esponenti entrassero personalmente in stretto rapporto con il detentore della corona; il filo-monarchismo dei nazionalisti italiani si differenzia da quello dei seguaci tedeschi degli Hohenzollern e dei Wittelsbach o da quello dei Camelots du Roi per il fatto che si è sempre accontentato di venerare la casa regnante, per cosi dire, a distanza. Nel primo periodo del movimento fascista, i nazionalisti, che portavano come segno di riconoscimento delle camicie azzurre, in molti luoghi, si opposero ostilmente alle camicie nere fasciste. Ad essi era poco simpatico il punto di vista assunto dai fascisti nei confronti del potere centrale del re, mentre nel resto erano d'accordo con essi. Il contrasto con i nazionalisti fece intuire ai fascisti che lo stesso sentimento monarchico aveva nel paese un seguito più ampio di quanto essi avessero supposto, anzi, di quanto avessero potuto obiettivamente supporre. La fusione di entrambe le tendenze, cui si giunse nel 1923, significò per il fascismo un prezioso vantaggio; non soltanto per il seguito nell'ambito delle classi borghesi più agiate, della nobiltà, del letteratume (26) (non proprio nell'industria), nonché per la cultura, nella quale la media dei nazionalisti era senza dubbio superiore a quella dei fascisti, alquanto raccogliticci (27), ma il fascismo, in questo modo, attaccò la monarchia, per cosi dire, al suo carro e si creò un sostegno, una specie di seconda trincea posteriore per tutte le evenienze, cui doveva seguirne ancora una terza, alcuni anni più tardi, dopo la conciliazione con il Vaticano. Anche la persona del re non può essere trascurata nel gioco delle forze. Vittorio Emanuele III potrebbe distinguersi caratteriologicamente, anche al di fuori della sua considerevole formazione culturale di tipo anche scientifico, per la seguente qualità: il suo colpo d'occhio aperto al dato di fatto, di volta in volta nel momento necessario. All'epoca dell'ascesa del socialismo, egli non gli aveva negato la propria simpatia; malgrado la sua predilezione per la pace ( 28 ), aveva approvato tanto la guerra di Tripoli quanto il conflitto mondiale. Per questo motivo, quando le camicie nere di Mussolini marciarono su Roma, egli, in contrasto con il consiglio dei ministri, aveva rifiutato l'imposizione dello stato d'assedio e, di conseguenza, la guerra civile. Così si era trasformato in un complice del dittatore, al quale egli, al momento opportuno, si era adattato oppure, detto forse in modo migliore, si era unito. Anzitutto, ciò non fu difficile per lui, che non aveva mai avuto piacere di un regime autocratico pronunciato ed era ritenuto un perfetto sovrano costituzionale. Perché chi è abituato a seguire le parole sovrane del Parlamento deve sottrarsi alla parola di un uomo, dietro al quale stanno milioni di uomini pronti a combattere entusiasti? Inoltre, la posizione di Vittorio Emanuele nello stato fascista non è assolutamente così sottomessa come appare all'estero. In determinate questioni, che non possono essere discusse in modo particolareggiato in questa sede, il re ha conservato, forse addirittura allargato, il suo influsso. Le nozze, avvenute nel gennaio 1930, dell'erede al trono, il principe di Piemonte, con una figlia del re del Belgio, diedero uno spettacolo, inaudito per l'Italia, di sfarzosa solennità regale, cui parteciparono tutti i ceti del popolo, in gran parte per il piacere di armonizzare filo-monarchici e fascisti, in piccola parte, forse, per una consapevole o inconsapevole preferenza da parte dei seguaci della monarchia nei confronti del fascismo. Mai, come in quei giorni, la monarchia apparve tanto il punto centrale dell'interesse della nazione. Non ancora sufficientemente chiarita, ma forte è stata la simpatia attiva della regina madre Margherita come pure quella del Duca d'Aosta. Prima di tutto, la prima regina d'Italia, figlia del Duca di Genova e di una principessa sassone, regale dalla testa ai piedi, e poi istruita, amabile, dai modi attraenti, era un'avversaria istintiva della democrazia, ma abbastanza intelligente da accorgersi che una monarchia assoluta non era più di questo mondo e propendeva, perciò, consapevolmente verso il fascismo come principio autoritario di dominio sulle masse nella sua forma moderna e come salvatore di ciò che era ancora salvabile. Simile era l'atteggiamento, del Duca d'Aosta, il più vecchio cugino del re, figlio di Amedeo, che si era fatto rispettare nella Guerra Mondiale e che, come soldato, vide nel fascismo ciò che manteneva le tradizioni militari e una solida barriera contro coloro che disprezzavano le gesta dell'esercito italiano. Oltre ai nazionalisti, il fascismo ricevette ulteriori rinforzi, prima di tutto, dai soreliani, dei quali due buoni terzi aderirono ad esso ed ai quali, in un certo senso, apparteneva lo stesso Mussolini. Essi portarono conoscenza della psicologia delle masse, formazione marxista, agnosticismo nei confronti della monarchia e del papato e, nel loro posto, amore per il proletariato e per la « rivoluzione ». Il secondo, ulteriore rinforzo venne al fascismo dai gentiliani (29). Essi portarono al fascismo sapere e capacità, slancio filosofico ed un alto livello culturale che, come movimento di lotta nato in guerra, gli erano davvero mancati. Gentile e la sua cerchia, certamente non organizzata interamente su un piano politico, assolsero anche una seconda funzione: rappresentare l'elemento di collegamento tra la politica fascista e gli ambienti dell'Università, generalmente ostili o diffidenti nei confronti di quella. I gentiliani sono l'unica grande scuola, chiusa in se stessa tra gli accademici italiani, ad essersi unita apertamente e senza riserve al fascismo. Il fatto che, in seguito, opportunisti, speculatori politici ed adulatori abituali di Stato di ogni tipo accorressero verso la schiera vittoriosa, fa parte di tutto il mondo storico della fenomenologia della realtà dei partiti, cui anche il fascismo non poté sottrarsi (30). Tanto più necessaria l'epurazione ripetuta dell'organizzazione di partito, che, però, derivava anche da un altro principio, non sufficientemente messo in evidenza, a nostro avviso: vale a dire la salvaguardia dell'originario carattere di elite, e quindi logicamente di minoranza, di questo movimento soreliano-paretiano (31), che poteva fare a meno di elementi in eccesso; se questo, a causa della legge dei grandi numeri nonché dell'opportunità di potersi vantare del consenso delle masse di fronte ai governi democratici d'Europa, veniva preferito e, malgrado tutto, vi si reintroduceva, allora bisognava adoperarsi per stabilire di nuovo il suo carattere originario (32). E oltre a questo, in sostanza: splendente gioventù, « Giovinezza », grandissimo coraggio, dinamismo e culto degli eroi. Anche dopo la conquista del potere, il fascismo lo ha esercitato solo in comune con i liberali di destra ed altri gruppi borghesi. I suoi quadri, addestrati in realtà soltanto sul piano bellico e giornalistico, non contenevano ancora in sé il materiale umano che avrebbe potuto incaricarsi della politica e del governo di un paese della grandezza e dell'importanza dell'Italia. Il fascismo aveva bisogno, dunque, di un periodo di attesa o di incubazione. Tuttavia, tanto più ora si rafforzava, tanto più cresceva in esso la volontà di fare a meno di punti d'appoggio esterni. O, tradotto nel linguaggio di un avversario (33), esso era tanto più incline « ad accettare i suoi collaboratori soltanto in una posizione subordinata, servile ». Doveva destare meraviglia l'atteggiamento di rifiuto di certi liberali di destra nei confronti del fascismo. Così, il professore siciliano di Diritto Pubblico, Gaetano Mosca (34), ad esempio, con i suoi dogmi sull'impossibilità di ogni dominio di massa, sull'esistenza di una « classe politica », sull'origine del potere statale dalla violenza ed altri principi fondamentali che occupano un posto centrale nel suo sistema, sembrò fin dall'inizio predestinato ad essere un portabandiera e un alto dignitario del fascismo. Avvenne il contrario. Le cause di questo atteggiamento potrebbero essere di natura assai complessa (35). Tra esse, potremmo annoverare il modo brusco e sfavorevole con cui il fascismo trattò i parlamentari ed il Parlamento fin dall'inizio della sua conquista del potere (36). A nostro giudizio, un importante, ulteriore punctum dissensus fu il seguente: il fascismo aveva portato al timone un nuovo strato della popolazione, estremamente diverso sul piano sociale, da cui la classe fino ad allora dominante, la borghesia intellettuale (cui era dovuta la riuscita del Risorgimento e delle cui qualità morali i liberali erano orgogliosi, riponendovi le loro speranze patriottiche), era stata molto bruscamente spinta in disparte e certo sufficientemente sans espoir de rétour. Poiché era in questo che consisteva una delle differenze fondamentali tra la democrazia dell'Europa occidentale ed il fascismo italiano: quella si basa su una lotta per il potere tra più elites raggruppate in partiti, che lo esercitano alternativamente; questo, al contrario, è stabile, legato esclusivamente alla sua cerchia di persone e duraturo. Una gran parte dell'ostilità dei vecchi politici liberali verso Mussolini ha la sua origine in questa mancanza di speranze (37). Oltre a questo, parecchi vecchi conservatori nutrivano dei dubbi sul carattere elitario del fascismo in sé. Forse incuteva loro timore anche un altro aspetto del fascismo, che spesso è rimasto nascosto fuori d'Italia, cioè quello del partito di massa con un passato socialista e con un futuro che, secondo loro, poteva sempre subordinare il destino del Paese alla piazza, nonostante il vertice dittatoriale. Altri avversari conservatori del fascismo hanno apertamente riconosciuto valore alla democrazia, cui in passato avevano applicato la loro sonda critica, nel momento del crollo di questo oggetto della loro analisi, sembrano loro di doversi opporre, malgrado tutte le necessità di riforma, ad una sua eliminazione radicale ed improvvisa. Soltanto così si possono spiegare frasi come le seguenti, con cui Mosca ha concluso il suo capolavoro nel 1922, facendolo terminare con un avvertimento contro la distruzione della democrazia.

«Di fronte alle tendenze — oggi moltiplicantisi — verso una dittatura di gruppi piccoli, volitivi, più o meno irresponsabili, ma turbolenti, di persone non esperte politicamente, è opportuno elevare una voce ammonitrice. Non è opportuno distruggere la democrazia e la rappresentanza popolare, bensì migliorarle; poiché distruggerle non vuol dire altro che evocare due pericoli, vale a dire, o essere vittime di un dispotismo burocratico, come è stato proprio dello zarismo russo, o invece della tirannide di una minoranza di demagoghi operai, quale è rappresentata dall'attuale governo sovietico, o andare infine verso un regime corporativo, che si dilani da sé. La guerra ha scosso, come tutte le altre istituzioni stori-che, anche le fondamenta della vita costituzionale, ed ha scosso la fede dei popoli nella stessa democrazia. Ciò che in precedenza aveva condotto alla cieca approvazione conduce oggi alla critica accecata dall'ira. L'abbandono del fondamento democratico equivarrebbe ad un salto nel buio» ( 38 ).

Le lotte che condussero i fascisti al potere furono dure, spietate, crudeli, molto lontane da tutto ciò che era auspicabile. In esse imperversò lo spirito delle trincee e dell'arditismo, com'era passato dalla guerra alla pace, con tutta la sua mancanza di pietà (39). Questo spirito diventò ancora più malvagio a causa dell'affollamento umano, che si rese sensibile proprio in Italia, che nonostante le perdite di guerra e l'epidemia d'influenza, è uscita dalla guerra più popolosa di come vi era entrata. Così, dalla limitatezza dei pascoli e dalla lotta per la vita, sorse un accanimento sconosciuto alle masse stesse. Infine, c'è ancora un terzo elemento da ricordare: la tendenza alla fazione, profondamente impressa nel sangue dell'italianità fin dal Medioevo e mai del tutto sopita e che divideva tradizionalmente le città in famiglie, gruppi, sette politiche, seguiti personali ostili, i quali, non tenendo conto dello Stato, si facevano tutti guerra a vicenda. Anche qui agisce di nuovo la limitatezza, questa volta in senso spaziale, che ne inasprisce le forme. Inoltre, il fascismo realizzò una frattura, che non lasciò intatto il carattere nazionale, rispetto alla embrassade générale che aveva caratterizzato l'Ottocento italiano. Prima della nascita del fascismo, le discordanze erano limitate alla scena politica vera e propria. La sacralità della famiglia rimaneva estranea alle lotte, una oasi nel deserto. Era ciò che aveva affascinato in Italia tanti stranieri provenienti dal Nord, dove le famiglie opponevano minore resistenza agli assalti della politica ed i padri ripudiavano i figli se osavano appartenere ad un partito diverso da quello paterno: la convivenza, con riguardo reciproco, di divergenti vedute. Ora, questo fascino è scomparso, almeno in parte. La cosa più triste nella guerra fratricida fu solo il fatto che sovente i migliori si trovarono contro i migliori. La gran massa schivò vigliaccamente la situazione, oppure, dopo la decisione, si unì ai nuovi dominatori o, ancora, imbronciata, strisciò furtivamente a lato nel buio, dove non poteva essere veduta.


3. Sui principi fondamentali del fascismo.

Si può dire che l'essenza del fascismo consista in una combinazione della sovranità dello Stato e del principio d'élite. Il fascismo non possiede alcuna dottrina conclusa specifica. Ma è sostenuto da molte singole tendenze spirituali. Ha preso da Machiavelli la dottrina del capo dittatoriale di impronta messianica, non legato da alcun principio ereditario (il Duce) (40); ha ricevuto da Gioberti l'idea del primato culturale e politico che spetta all'Italia (41); ancor più stretti potrebbero essere i rapporti del fascismo con Georges Sorel (42) e con Vilfredo Pareto (43), ai piedi del quale Mussolini si era seduto come suo discepolo a Losanna. Dal primo, deriva la dottrina della fecondità del mito, della violenza storica come pure il principio sindacale corporativo; da entrambi, la critica alla democrazia, che viene considerata come eternamente sterile ed intimamente falsa e la teoria dell'élite come minoranza consapevole ed energica, all'occorrenza pronta al sacrificio, cui spetta il vero potere dello Stato. Mussolini stesso ha specificato una volta (le sue esperienze nel partito socialista lo avrebbero informato al riguardo) che non esiste alcuna maggioranza attiva e che i grandi partiti si comportano solo in apparenza in modo democratico, mentre, in effetti, sono senza speranza alla mercé di una direzione demagogica. Il principio elitario, trasformato nei suoi seguaci in dominio sullo Stato, presuppone indi-rettamente il principio dell'autorità dello Stato. Sotto questo punto di vista, la dottrina fascista appartiene senza dubbio alla categoria delle teorie dei pensatori politici conservatori, quali la Germania ha prodotto, sul piano scientifico, da Haller fino a Adam Muller e da Julius Stahl fino a Othmar Spann. Inoltre, c'è ancora il niccianesimo di Benito Mussolini, determinante per vasti ambienti del fascismo odierno (egli scorge in una condotta di vita piena di pericoli un elemento necessario dell'attivismo politico (44), nonché il fondamento filosofico di Giovanni Gentile che, attraverso la cosiddetta filosofia dell'atto puro (45), si riallaccia al sintetico motto di Giuseppe Mazzini: «Pensiero ed Azione». Infine, si potrebbe ancora rimandare ad una concezione del dovere, non completa teoricamente, ma fortemente sviluppata sul piano pratico, che richiede ovunque al capo ed ai membri un grande rendimento lavorativo ed una rigorosa disciplina, e che, con più o meno abilità, ma sempre con radicale energia, cerca di abbracciare tutte le manifestazioni di vita della nazione. Il fascismo cercò, quindi, di unificare le forze nazionali. La democrazia gli sembrava pericolosa, anche perché instabile e in-quieta, rissosa e paralizzante la velocità delle decisioni. L'internazionalismo, da parte sua, gli sembrava monopolio delle nazioni del tutto deboli, che ottengono un riconoscimento soltanto dietro le proprie spalle o di quelle del tutto forti, che possono suonare con questo strumento, senza che manchi loro il fiato, mentre le altre debbono ballare alla loro musica; non comunque uno strumento delle nazioni di media potenza. Per ambedue le ragioni, il fascismo non fu ben disposto allo stesso modo nei confronti di tutti i periodi dello sviluppo storico del patriottismo italiano. Da ciò, ad esempio, la sua scarsa predilezione per il Risorgimento e la sua preferenza per l'antica Roma. Ne derivò d'un tratto una violenta gioia creativa, che, con più o meno abilità, comprendeva tutti gli aspetti della vita nazionale. Difficilmente qualcuno non ne fu toccato. Si demolì e si costruì, per molti con dolore, per i più con piacere, per tutti con interesse. Per una grande quantità di italiani, il sentimento dello Stato aveva, intanto, compiuto ugualmente un cammino che diventa meglio comprensibile se lo si paragona ai sintomi corrispondenti in Germania. Nella Germania d'anteguerra, lo Stato era adorato. Poiché esso offriva (ad eccezione della libertà politica), sul piano della puntualità, dell'ordine e della comodità, tutto ciò che i suoi membri desideravano, ci si aspettava tutto da esso, tutte le speranze erano riposte in esso, poteva permettersi tutto senza che con questo subisse una perdita della sua autorità. Tuttavia, il crollo della guerra e del dopoguerra distrusse in Germania, con le fondamenta che erano durate fino ad allora, anche la fede nella santità dello Stato. Certo, il tedesco non si trasformò in nemico dello Stato e neppure in un suo spregiatore, ma in lui si sviluppò un osservatore più obiettivo e senz'altro più scettico delle faccende statali. In Italia, i concetti si svilupparono in modo inverso; già lo abbiamo visto: l'italiano considerava lo Stato ad un livello molto basso. La sfiducia nei suoi confronti era radicata nel suo animo. Egli lo riteneva o del tutto incapace nella realizzazione delle sue funzioni oppure, per sua essenza, onnipotente sicuramente, ma perverso. Così si spiega l'espressione di allora, per metà seria, per metà scherzosa, di « governo ladro » (governo stomachevole, colpevole), un'imprecazione con cui contadini ed abitanti delle città erano soliti accompagnare per attribuirne la colpa ad esso, allo Stato, ogni avvenimento che riuscisse loro sgradevole, dalla grandine alla siccità, dall'incidente all'insuccesso nella lotteria. Sotto Mussolini, il potere divenne qualcosa di diverso. Nasceva lo Stato forte. Con l'evoluzione del fascismo dall'illegalità alla legalità, anche il suo atteggiamento nei confronti dello Stato dovette cambiare. Prima della conquista del potere, i fascisti deridevano le leggi, dal momento che il debole Stato liberale non sapeva certo farle rispettare, e cercavano di perseguire i propri scopi di propria iniziativa, secondo il diritto del più forte. Dopo la “Marcia su Roma” il potere dello Stato era sicuramente nelle loro mani, ma essi affidarono ancora, in parte volontariamente, in parte senza volere, il proseguimento della lotta politica con le organizzazioni avversarie ai loro gruppi locali, militarmente organizzati. Alla legalità dello Stato, da un lato, corrispose, di conseguenza, dall'altro una illegalità dei singoli appartenenti al partito di Stato. Nel terzo periodo, quello attuale, l'autorità statale fascista, per lo meno riguardo alla questione dell'uso della forza è diventata ormai padrona delle singole organizzazioni, sebbene il duplice fondamento del suo dominio, che, per parecchi aspetti, rafforza il suo potere, abbia conservato entrambe le gerarchie dell'apparato dello Stato e dell'organizzazione di partito. Il fascismo è l'espressione di un partito. Il fine naturale di ogni partito consiste nel fondersi insieme alla nazione, nell'incorporarla (46). Ma il partito può questo soltanto quando gli è riuscito di far capire a tutta la popolazione dello Stato la sua concezione dei doveri statali e nazionali. Il fascismo ne ha il potere ed i mezzi. Questi ultimi sono positivi e negativi. Quelli negativi consistono nella repressione spietata degli avversari politici interni, nello scioglimento di tutti i partiti. Il fascismo non è certo un movimento di classe, ma è certamente un movimento di massa. Esso ha distrutto i vecchi partiti e le forze che disturbavano la sua volontà costruttiva, libertà di stampa e parlamentarismo, e, attraverso quello che esso stesso definisce rivoluzione fascista, ha dato vita ad un nuovo Stato. E nonostante il fatto che questo fosse aborrito da molti, ha creato, d'altra parte, fede, fiducia e fedeltà allo Stato in grandi masse (47). Per le conquiste del fascismo si dovette pagare un prezzo più caro: il diritto del singolo alla libera manifestazione delle proprie opinioni nello Stato e nella società, sulla stampa e in Parlamento. Questa fu un'altra volta la conseguenza del fanatismo giovanile con cui il fascismo afferrò tutto nelle sue mani, della sua sicurezza in se stesso, che non aveva bisogno di nessuna interferenza; dopo i primi tentativi falliti di collaborazione con l'ala destra dei liberali e dei cattolici, non ne tollerò neppure una simile. Questo soltanto corrispondeva al diritto dell'élite; ciò che ai fascisti venuti fuori dalla guerra appariva tanto più chiaro in quanto il diritto al conferimento del potere sembrava loro insieme un diritto di guerra e una necessità tattica. A ciò si aggiunse ancora qualcosa di molto importante: il progetto fascista di trasformazione dell'Italia nell'organismo statale e nell'anima popolare, sembrava richiedere imperiosamente solitudine e tranquillità. Come sarebbe riuscito un piano così immenso insieme alla sopravvivenza della critica malevola, con gli intrighi nella stampa ed in Parlamento, con l'eterno va e vieni del favore popolare, dell'opinione pubblica e delle sue effimere formazioni di maggioranze? Nella costituzione e nella coscienza statale, la differenza tra l'America e l'Italia attuali è grande. Apparentemente, in questo, i due Stati sono addirittura diametralmente opposti. Per l'americano medio, uno Stato civile senza libertà di stampa non è neppure pensabile. Il fascismo in Italia è per lui, quindi, o l'oppressione anormale di un popolo libero o l'espressione normale di un popolo schiavo ( 48 ). Il fatto che tre quarti e, in parecchie città, cinque quinti della stampa americana potessero essere tranquillamente sottomessi, senza che il carattere culturale dell'America subisse la benché minima perdita, anzi il fatto che, in seguito a ciò, cambiasse notevolmente in meglio, appariva lampante ad ogni tedesco o francese che era in America. Con tutto ciò, si deve ammettere che ora la stampa americana rappresenta davvero un'estrema caricatura. E si deve ammettere inoltre che c'è da sperare che la monotonia e l'incompletezza della stampa odierna in Italia facciano presto posto alla possibilità di una più grande vivacità, tanto più che l'autorità statale dovrebbe essere abbastanza forte da tener testa ai problemi da ciò risultanti. I mezzi positivi del fascismo per la sua trasformazione dello Stato consistono, invece, nel principio della volontaria subordinazione della personalità all'interesse della totalità dello Stato (o di ciò che, secondo il giudizio umano, può essere considerato tale). Su questo punto, Mussolini e molti della sua cerchia danno con la loro onesta operosità — che nel Duce stesso cresce fino all'incredibile — il migliore esempio (49). È innegabile che, come il giovane popolo americano, anche quello, italiano, nonostante la sua elevata età culturale, sia oggi di nuovo sorretto, da un forte ottimismo. Inoltre, il principio, direttivo si basa certamente sul presupposto di quella reciprocità di ottimismo e di realismo, che gli americani esprimono nelle parole: « I am an optimist, beeause I am a realist, and as I am a realist, I am an optimist». Poiché, in effetti, un ottimismo fornito di occhi aperti è munito delle ali della dinamica (50). Questa affinità tra il tipo Yankee ed il tipo fascista non è nota a nessuno meglio che allo stesso Benito Mussolini, che, nel suo messaggio al popolo americano, ha detto: «Le due Nazioni, infatti, hanno molti punti in comune. L'Italia di oggi, come l'America, è sana, semplice e piena di fiducia in se stessa » (51). L'ottimismo del regime fascista diventa eccezionalmente chiaro dal genere dei suoi presupposti ideologici, poi anche dalla sua capacità di essere elastico, abbracciando, le necessità del momento. Dal naufragio del liberalismo il fascismo ha stretto a sé amore et ira il popolo italiano. Sotto l'energica guida di Benito Mussolini ci fornisce la prova (che è rara nella storia) di un entusiasmo collettivo che ora dura già da nove anni e al quale nessun compito sembra sufficientemente grande (52). Il vecchio Stato liberale viene preso nelle sue giunture e completamente riconnesso secondo un nuovo metodo, diretto, si potrebbe quasi dire, dal più basso, al più alto. Non una delle basi fondamentali della struttura statale rimane immutata. La costituzione, il diritto, la scuola, la casa, i principi, la burocrazia e gli organi sono soggetti, in egual misura, alla mano riorganizzatrice del nuovo architetto. In parte con un concetto del dovere statale che abbraccia tutta la vita della nazione e con un'autorità costruita sul consenso piuttosto che sulla maggioranza; molto con gli strumenti del dispotismo, tuttavia con un senso della responsabilità orientato in modo moderno, ponendo al posto della divinizzazione del monarca il dovere per la nazione, Benito Mussolini si sente capace di risolvere anche le più difficili questioni del tempo e nessun traguardo è troppo elevato per lui.

4. La strada verso la Carta del Lavoro.

Il nuovo Stato del fascismo viene trasformato in Stato corporativo. Il motivo conduttore proprio al fascismo nel campo della politica economica si è, tuttavia, sviluppato soltanto lentamente ed in modo incerto. Dal punto di vista della politica economica, il fascismo era stato innanzitutto alquanto orientato in senso liberale, il che, ad es., fu espresso dal fatto che esso, ancora all'inizio del suo dominio, parve accingersi a dare nuovamente influsso all'iniziativa privata in contrapposizione a quella statale nell'ambito delle Poste e delle Ferrovie. Per questo, anche nell'ambito della politica commerciale, parvero prima di tutto prevalere dei caratteri liberoscambistici, probabilmente per l'influenza del passato socialista, ma anche per quella della teoria economica liberista di consiglieri che gli erano politicamente vicini (Pareto, Pantaleoni), ma essi dovettero presto cedere alla forza crescente dello statalismo. Al cambiamento di indirizzo contribuì certamente anche il fatto che, in Italia, le industrie dovevano combattere duramente. Certo, la solida stabilità della lira nel primo dopoguerra aveva molto favorito le esportazioni dell'industria italiana. Poi, però, all'epoca della caduta del franco francese e, più tardi, a causa della stabilizzazione della valuta, indispensabile per il risanamento generale della vita economica (53), anche questa agevolazione per l'intero settore delle esportazioni era stata nuovamente messa in forse. Così parve che la lotta per la vita dell'industria italiana fosse diventata sempre più difficile e che, come per la politica demografica, così anche in quella economica soltanto una cosa pareva che potesse portare aiuto, vale a dire l'unione nazionale. Dallo stesso punto di vista della necessità di questa unione, emerse gradualmente anche l'ostilità nei confronti dello sciopero da parte del fascismo. Inizialmente, e certo non soltanto nel periodo della sua trasformazione dello Stato, il fascismo aveva permesso lo sciopero ai sindacati da esso fondati. Tuttavia, era accaduto addirittura che le casse del partito, che, sebbene separate da quelle dello Stato in senso tecnico, a causa del dominio del fascismo sullo Stato stesso potevano essere ritenute idealmente collegate a queste ultime, avessero finanziato grandi scioperi contro il padronato industriale. Nel frattempo, sotto la pressione della crisi economica, negli ambienti direttivi fascisti mutarono le opinioni al riguardo. Lo sciopero venne sempre più paragonato a lavoro sottratto al popolo e considerato un mezzo antidiluviano. Ai punti di vista citati, e sempre per dare validità alla necessità dell'unione nazionale, se ne aggiunse ancora un terzo, in base al quale la povera Italia, « la grande proletaria », poteva sostenere la sua lotta di classe contro le potenze ricche (54), soltanto se era unita come un solo uomo. Questa grande lotta economica mondiale doveva, dunque, superare la più piccola lotta sociale in politica interna o mantenersi in limiti davvero ristretti. Il fascismo, così come Friedrich List, ritiene lo Stato una forza produttiva e la nazione nel suo ordinamento e nella sua simmetria, come nel suo centro statale, il miglior presupposto per ogni effettivo sviluppo di benessere e di progresso. Nello
stesso tempo, esso contiene la nazione (quale Stato-nazione) nei ristretti limiti di un vincolo giuridico. Sul problema dello Stato e dell'economia, il fascismo è giunto pressappoco all'opinione seguente: lo stato negativo, detto anche stato liberale, è agnostico e «imbelle». Non può fare nulla nell'interesse comune. Per questo, è necessario un ritorno al mercantilismo, alla subordinazione dell'economia quale parte dello Stato considerato come un tutto. Ma questo stato, per insufficiente capacità finanziaria e per insufficienti presupposti psicologici, deve rinunciare a produrre in proprio, come l'antico stato mercanti-lista, con la sua creazione di aziende-modello e di industrie per l'esportazione statale, aveva un tempo fatto parzialmente. D'altra parte, però, lo Stato non può fare a meno, per suo dovere e capacità, di porre degli obiettivi all'economia privata, né può tenersi in disparte nei conflitti tra capitale e lavoro, i quali potrebbero diminuire le possibilità economiche del popolo. Nei confronti dell'economia, lo Stato moderno, ha dei doveri educativi (55).

CONTINUA....

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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5. Benito Mussolini.

Il riconoscimento del principio dell'élite fu resa più agevole al fascismo dalla circostanza che esso aveva nel Duce un vero uomo d'élite. Al vertice dell'apparato c'è, per l'appunto, una personalità di grande statura, che gli conferisce l'autorità ed il ritmo necessari (56). Per quanto non avesse avuto altra preparazione che l'esilio, il giornalismo ed il movimento di partito, Mussolini si senti subito nel suo elemento, non appena si fu impadronito del potere con balzo audace. La sua ignoranza dell'apparato amministrativo e della legislazione, come la sua mentalità che sembrava preconcetta, retaggio della sua precedente vita rivoluzionaria, in un primo tempo lo fecero apparire a molti come inadeguato a governare un popolo di quaranta milioni. Invece, la sua fede incrollabile in se stesso e nella sua missione, il suo felice temperamento, la sua forte capacità di assimilazione, il suo sano istinto, la sua non comune dote di intuizione per ciò che è possibile e raggiungibile, il suo dominio di sé, forse persino la sua vigoria non intaccata da una grande esperienza nelle questioni di governo e, per questo motivo, integra, in breve il suo genio, temperato ed esaltato dalla sua enorme volontà di lavoro, che ha saputo e sa comunicare al suo entourage ed a considerevoli settori dell'apparato burocratico a mezzo dell'esempio e, se necessario, con la coercizione, in breve la sua mancanza di riguardi verso sé e gli altri (57), come pure una straordinaria forza di suggestione sulle masse, congiunta ad un'audacia veramente rara, provarono rapidamente che i timori nutriti a tale proposito erano falsi. Sorse in tal modo la «dittatura» di Mussolini, la cui base poggia sull'entusiasmo e la fiducia che le masse dimostrano al Duce. Mussolini è il moderno modello di ciò che Max Weber intendeva sotto la categoria di capo carismatico ( 58 ): libero e formatosi allo stato brado, egli si è procurato il suo carisma senza alcuna eredità di sorta e senza una tradizione cresciuta su se stessa, ottenendolo dalla fede delle masse e dalla propria energia sviluppata in piena autonomia; una fede che per molti confina con il trascendentale. Su questo è fondata anche l'eccezionale atmosfera dei suoi discorsi: franco, sicuro di sé fino alla temerarietà, egli accentua fortemente il « sic volo, sic iubeo », senza, tuttavia, atteggiarsi a divinità, anzi talvolta con una sfumatura di autoironia, che lo fa apparire più umano, nel modo in cui può atteggiarsi solo un uomo forte (59). Il capo carismatico, seguendo la sua natura basata sul consenso, tende ad assicurarsi l'ammirazione dei suoi seguaci con tutti quei mezzi, che sono necessari alla sua stabilità. A questi mezzi appartengono, quindi, anche il coraggio e la fermezza del capo, caratteristiche mantenute intatte dalla nostalgia latente per il tipo eroico del condottiero, che è tuttora assopito nel subconscio delle masse. Nelle masse democratiche questo postulato dell'eroe può venire limitato od anche, se si vuole, sublimato dalla presenza di un'oratoria audace o solo esteticamente bella. Nelle schiere vissute in guerra, quali sono quelle da cui è composto il partito fascista, persiste, invece, il desiderio per l'eroismo del capo, nella sua antica, pre-democratica integrità. Il capo dei fascisti farà bene ed agirà politicamente bene se non eviterà con timore il pericolo ed, invece, lo guarderà negli occhi con energia. Il carattere personale di Benito Mussolini viene largamente incontro a questo postulato. Non è uno scroccone, né un parassita che ingrassa a spese della Nazione, e nemmeno una formica che consuma o accumula i frutti del suo successo in una camera silenziosa; egli è, piuttosto, un uomo impetuoso, sincero nella sua volontà di considerare la sua vita, come quella di chiunque altro, dedicata al popolo ed in più è dominato da una concezione filosofica che, nel congresso del Consiglio Nazionale Fascista dell'agosto 1924, gli fece celebrare, citando un'espressione poetica di Friedrich Nietzsche, la bellezza di una «vita pericolosa ». Di questa bellezza, tuttavia, si può dire che è pericolosa per la vita di chi la onora (60). L'atteggiamento di Mussolini verso la massa è, però, assai stranamente ed insolitamente libero e privo di precauzioni per un uomo circondato da molto amore, ma anche da parecchio odio. Nato dalla massa, nella massa sa il fatto suo. Spesso sembra sfidare il destino o ritenersi invulnerabile. Con un autentico impeto, espone la sua vita a tutte le possibilità fortunate, ma anche a tutte quelle sfortunate. Parla periodicamente, di preferenza da un balcone, a folle di migliaia di persone e davanti a facciate di palazzi con centinaia di aperture... Allora non è più ben disposto, si espone soltanto. Così lo abbiamo visto a Siena, nel marzo 1924, quando, durante il viaggio da Milano a Roma, si fermò all'improvviso ed inaspettatamente nella città toscana. Quando una mezz'ora prima si diffuse in un lampo la notizia del suo arrivo, profondi rintocchi di campane provenienti dalla Cattedrale lo accolsero come un inviato di Dio ed i cittadini delle diverse contrade indossarono i loro costumi storici, per salutare l'eroe, per così dire, anche in nome dell'antica storia della città; al momento del suo arrivo, il brulichio di gente era straordinario e l'entusiasmo era così sregolato quanto il servizio di sorveglianza della polizia o la prudenza dello stesso dittatore. La folla fece fermare la macchina e sfondò i vetri della vettura. Solo a stento Mussolini poté sfuggire alla morte per soffocamento con una rapida ripresa del viaggio. Un'altra volta, appena due settimane più tardi, ciò avvenne a Roma, sul Campidoglio, dove Mussolini aveva ricevuto, con cerimonia solenne, la cittadinanza onoraria della città. Al termine dei discorsi e dell'interminabile sfilata di corporazioni fasciste di ogni categoria e professione, dai contadini agli studenti e dagli impiegati agli operai, Mussolini scese dal Municipio e si mescolò nella piazza alla folla variopinta, che avrebbe dovuto contenere solo i possessori dei tesserini d'accesso ma che evidentemente era piena anche di molti altri elementi incontrollabili ed incontrollati. Allora accadde qualcosa di strano: dalla folla impazzita per l'entusiasmo e per fenomeni psicologici di massa di ogni genere, una folla talmente pigiata che spuntavano soltanto alcuni bastoni ed ombrelli tenuti in alto e alcune carabine dei militi fascisti, Mussolini (non si può dire diversamente) fu, come in una vertigine, trascinato per l'intera piazza due volte. Certo il movente di questo moto rotatorio si trovava in un entusiasmo da baccanti, in uno strano modo delle masse di onorare il loro capo. E tuttavia sarebbe bastato un unico, audace oppositore, psicologicamente « de-massificato », ad ammazzare a colpi di pistola, o ancor meglio, di pugnale il dittatore che era avvicinabile da chiunque ed assolutamente indifeso nella massa. A causa dei ripetuti attentati, il vino puro della concezione mussoliniana della natura del grande capo, ha dovuto essere annacquato con un'indicazione della ragion di stato che si è rivelata necessaria, cioè una più prudente riservatezza. Chissà se ci riuscirà fino in fondo? In una lunga conversazione di estremo interesse che ebbi con Benito Mussolini (il quale aveva, allora, intenzione di sostenere la tesi di laurea a Bologna), nel grande salone di ricevimento di Palazzo Chigi, a Roma, nella Pasqua del 1924, egli mi espresse drasticamente la sua convinzione, che dovetti condividere, sullo scarso valore del tipo professorale nel guidare il destino delle masse. « Il professore esita ed ha paura » mi disse. Si rigira la noce tra le dita e non sa romperla. Il vero condottiero delle masse, invece, deve essere di rapide decisioni e deve saperle prendere nelle proprie mani. Nella loro esecuzione non deve lasciarsi distogliere dal fatto che deve appoggiarle concretamente con la sua persona. Anche nella sua vita privata non deve sottrarsi alle masse. Ma a questo punto di vista se ne oppone un altro che spesso è stato apertamente rimproverato a Mussolini dai suoi più stretti seguaci. Il dittatore, dalla cui esistenza può dipendere un regime, non è più soltanto un condottiero di masse. Ciò che, sociologicamente, può spingere il leader a mettere la sua vita in gioco, è vietato al supremo dittatore di uno Stato. Egli deve muoversi con prudenza, cautelarsi ed avere cura di sé. Certo nessun dittatore è al sicuro da un assassinio premeditato. Chi non risica, non rosica... Ma il capo tradizionale, tipicamente incarnato nella figura del monarca ereditario, mette in gioco solo se stesso. Invece la morte di un capo carismatico è seguita, se non dal caos, certamente da una seria quantità di pericoli. Proprio per questo, egli deve rimanere riservato. Dopo uno degli ultimi attentati, i gerarchi del partito sono andati da Mussolini per chiarirgli che è un compito del regime, per la propria auto-conservazione, preoccuparsi di non permettere al suo capo di esporsi. Mussolini, dopo qualche esitazione iniziale, ha risposto loro significativamente che gli obbedirà per avere la possibilità di comandarli più a lungo. Negli ultimi tempi, il ritiro, che Mussolini si era imposto per alcuni anni, ha, in realtà, ceduto il passo ad un periodo di vivace attività di massa, durante il quale il Duce si è mostrato al popolo delle più diverse città italiane nel suo aspetto di oratore e di soldato.


NOTE

(1) Cfr. ROBERT MICHELS, Italien von heute. Politische und wirtschaftliche Kulturgeschichte von 1860 bis 1930, Orell Fússli Verlag, Zurich 1930, p. 25.
(2) Ibidem, p. 52 sgg.
(3) Ciò è già stato frequentemente sottolineato dai politici italiani prima della Guerra Mondiale. Cfr., ad es., ARTURO LABRIOLA, Storia di dieci anni (1899-1909), Il Viandante, Milano 1910; GAETANO SALVEMINI, Il ministro della malavita, La Voce, Firenze 1913; anche negli scritti di Guglielmo Ferrero si trovano parecchi accenni alla dittatura di Giolitti.
(4) Cfr. BENITO MUSSOLINI, Il dovere d'Italia (discorso inedito), ne «Il Carroccio (The Italian Review), rivista mensile di cultura, propaganda e difesa italiana in America », New York, (XIII), 1927, 5, p. 499.
(5) Un tale ottimismo è stato finora energicamente presente soltanto in alcuni periodi del socialismo italiano (cfr. ROBERT MICHELS, Sozialismus und Faschismus in Italien, Meyer und Jessen, Munchen 1925, I, p. 259 sgg.; Robert MICHELS, Storia critica del movimento socialista italiano, La Voce, Firenze 1926, p. 367 sgg.; GISELA MICHELSLINDNER, Geschichte der modernen Gemeindebetriebe in Italien, Duncker & Humblot, Leipzig 1909, p. 10 sgg.; GIOVANNI ZIBORDI, Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani, Laterza, Bari 1930, p. 92 sgg.).
(6) Cfr. ROBERT MICHELS, Italien von heute, cit., p. 202.
(7) Cfr. GEORGE D. HERRON, The Revival of Italy, Allen and Unwin, London 1922, p. 95.
( 8 ) La Vallée d'Aoste pour sa langue francaise. Numéro unique, publié sous les auspices du Comité pour la protection de la langue francaise dans la Vallée d'Aoste, Imprimérie Joseph Marguérettaz, Aosta 1912.
(9) Cfr. Italien von heute, cit., p. 177 sgg.
(10) Op. cit., Parte C, sez. IV, cap. 4.
(11) Op. cit., Parte C, sez. IV, cap. 2.
(12) Discorso ai giornalisti stranieri a Palazzo Chigi (riportato in «Nationalzeitung », Basilea, 7 novembre 1923).
(13) Contra, cfr. Luigi EINAUDI, Gli ideali di un economista, [Soc. Editrice “La Voce”, Firenze 1921], p. 334.
(14) Cfr. LUIGI STURZO, Italien und der Faschismus, Gilde-Verlag, Koln 1926, p. 49.
(15) Cfr. UGO OJETTI, Mio figlio ferroviere (romanzo), Treves, Milano 1922, p. 341.
(16) Cfr. ROBERT MICHELS, Le colonie italiane in Svizzera durante la guerra, Alfieri e Lacroix, Roma 1921, p. 188.
(17) Cfr. a proposito il mio libro, Sozialismus und Faschismus, cit., vol. II, p. 201 sgg.
( 18 ) Cfr. l'articolo « Birth of Fascism laid to U.S. Policy », in « The World » (New York) del 12 agosto 1927, p. 5. Allo stesso proposito, cfr. anche ALCESTE DE AMBRIS, Dopo il trionfo fascista. Le due facce di una sola medaglia, cit.
(19) Cfr. Italien von heute, Parte C, sez. III.
(20) Questa convinzione ha trovato talvolta espressione anche in Germania. In un saggio di GEORG GOTHEIN, Amerikanische Prosperitát und europaische Armut, in Europiiische Wirtschafts Union, organo ufficiale dell'Unione Doganale Europea, (1), 1927, 11, leggiamo: «E' certo ridicolo quando Mussolini cerca di aumentare ancora, per mezzo della penalizzazione fiscale degli scapoli e delle coppie sposate senza figli, il già elevato tasso di natalità dell'Italia. Un tale comportamento diventa criminale quando ha luogo per intenti di politica di potenza. Ma è ugualmente tale il neo-malthusianesimo degli americani, quando si manifesta nel blocco dell'immigrazione rivolto contro altri popoli ed esprime un contemporaneo protezionismo economico. Se ciò condurrà, poi, una buona volta, a dei violenti tentativi di soluzione da parte dei popoli interessati, sarà egoismo poco perspicace ed ingenuo» Cfr. la nostra opinione in Italien von heute, Parte C, sezione III, cap. 8.
(21) Sul fascismo, cfr., oltre ai titoli citati a pie' di pagina, per i lavori in lingua tedesca: ERWIN VON BECKERATH, Wesen und Werden des faschistìschen Staates, Springer, Berlino 1927; LUDWIG BERNARD, Das System Mussolini, Scherl, Berlin 1924; FRIEDRICH VÓCHTING, Die Romagna, Karlsruhe 1927. Inoltre, cfr. GEORGES VALOIS, Le fascisme, Paris 1926; H. NELSON GAY, Strenous Italy. Solving a perilous problem, Hounghton Mifflin Co., Boston 1927; CARLO CURCIO, L'esperienza liberale del fascismo, Morano, Napoli 1924; GIUSEPPE PREZZOLINI, Le fascisme, traduit de l'italien par Georges Bourgin, Bossard, Paris 1925; ETTORE CICCOTTI, Il fascismo e le sue fasi, Soc. Ed. «Unitas», Milano 1925; SANTI ROMANO, Lo Stato moderno e la sua crisi, in Rivista di Diritto Pubblico, 1910, 3; ALFREDO Rocco, La dottrina politica del fascismo, Roma, 1925; AUGUSTO TURATI, Ragioni ideali di vita fascista, con prefazione di Benito Mussolini, Berlutti, Roma 1926; cfr. inoltre G. SANTANGELO e C. BRACALE, Guida bibliografica del fascismo, Libreria del Littorio, Roma 1928, come pure le abbondanti indicazioni bibliografiche in SERGIO PANUNZIO, Il sentimento dello Stato, Libreria del Littorio, Roma 1929.
(22) Cfr. Italien von heute, cit., pp. 149-150 e p. 165.
(23) Cfr. BENITO MUSSOLINI, I discorsi della rivoluzione, prefazione di ITALO BALBO, «Imperia», Milano 1923, 3a edizione, p. 31 sgg.
(24) Cfr. GIOACCHINO VOLPE, Lo sviluppo storico del fascismo, Sandron, Palermo 1928, p. 17; GIOVANNI GENTILE, Origini e dottrina del fascismo, Libreria del Littorio, Roma 1929, p. 45.
(25) Cfr. Italien von heute, cit., p. 173.
(26) ALBERTO CARONCINI, L'ultimo congresso nazionalista. Impressioni di uno che non c'è stato, Sinatti, Arezzo 1913.
(27) A. PAGANO (in Idealismo e nazionalismo, Milano 1928, p. 225) pensa, con esagerazione forse più leggera, che il nazionalismo abbia portato cervello al fascismo ed il fascismo forza muscolare al nazionalismo.
( 28 ) Cfr. Italien von heute, cit., p. 866.
(29) Cfr. Italien von heute, cit., p. 222. [In questa edizione, a pp. 81].
(30) Cfr. GIOACCHINO VOLPE, Lo sviluppo storico del fascismo, cit., p. 12.
(31) Cfr. Italien von heute, cit., p. 221 sgg. [In questa edizione, a pp. 80].
(32) Cfr. ROBERT MICHELS, Corso di sociologia politica, Istituto Editoriale Scientifico, Milano 1927, p. 95.
(33) Cfr. Luigi STURZO, Italien und der Faschismus, cit., p. 85 e p. 91.
(34) Cfr. Italien von heute, cit., p. 53 sgg.
(35) Le ragioni fornite da QUINTO PIRAS (in Battaglie liberali. Profili e discorsi di B. Croce, G. Mosca e F. Ruffini, Gaddi, Novara 1926, p. 114) sono poco convincenti ed assolutamente inadeguate.
(36) Cfr., ad es., i discorsi di MUSSOLINI in La nuova politica dell'Italia. Discorsi e dichiarazioni a cura di Amedeo Giannini, cit., p. 15.
(37) Come ho cercato di dimostrare soprattutto nel mio Corso di sociologia politica, cit., p. 103 sgg.
( 38 ) Cfr. GAETANO MOSCA, Elementi di scienza politica, Bocca, Torino 1923, 2° ed., p. 494 sgg.
(39) Cfr. CURZIO SUCKERT, L'Europa vivente. Teoria storica del sindacalismo nazionale, cit., p. 111 sgg.
(40) Cfr. Niccolò MACHIAVELLI, Il Principe, in Opere istoriche e politiche di Niccolò Machiavelli, tomo IV, Stamperia delle Province Unite, Philadelphia 1818, p. 99 sgg.
(41) Cfr. Italien von heute, cit., p. 166.
(42) Su SOREL, cfr. GAETAN PIROU, Georges Sorel, 1847-1922, Rivière, Paris 1927, pp. 67; GIOVANNI GENTILE, Origini e dottrina del fascismo, cit., p. 42.
(43) Si veda al riguardo il cosiddetto testamento politico di VILFREDO PARETO (Pochi punti di un futuro ordinamento costituzionale, in La Vita Italiana, (XI), fasc. 78-79, 15 settembre-15 ottobre 1923, p. 165 sgg.), le cui linee direttive concordano, tuttavia, soltanto in parte con quelle del fascismo. Su Pareto, cfr. anche LUIGI STIRATI, Il fascismo osservato attraverso le teorie di Vilfredo Pareto, in La Vita Italiana, (XIII), fasc. CL-CLII, p. 11 sgg.
(44) Cfr. Italien von heute, cit., Parte C, sez. I, cap. 7.
(45) Cfr. GIOVANNI GENTILE, Origini e dottrina del fascismo, cit., p. 10. Cfr. anche FERDINANDO D'AMATO, I pensatori d'oggi: Giovanni Gentile, Athena, Milano 1927.
(46) Cfr. ROBERT MICHELS, Uber die Kriterien der Bildung und EntwickIung politischer Parteien, in Schmollers Jahrbuch, (LI), 1927, 4, edizione a parte, p. 22. [Si tratta della trad. tedesca di Some Reflections on the Sociological Character of Political Parties, in The American Political Science Review, (XXI), 1928, pp. 753-772, ripresa successivamente, in versione italiana, come Saggio di classificazione dei partiti politici, in Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto, (VIII), 1928, 2].
(47) Cfr. SERGIO PANUNZIO, Il sentimento dello Stato, cit., p. 72.
( 48 ) In un'opera sulla storia italiana, in genere ricca di acume, dovuta alla penna di Georges Bourgin, troviamo una frase finale che devia dall'orientamento presente nel testo: «L'avenir dira si le fascisme a visé trop haut. Mais pour le passé on ne peut se demander, à cette place, si le fascisme n'est pas le résultat, non seulement des derniers événements de la guerre et de l'après-guerre, mais de certaines tendances de l'histoire italienne tout entière: les nombreux accidente de violence de cette histoire, de Bonaparte à Garibaldi, ses multiples périodes de dictature, de Cavour à Giolitti, l'acceptation par de vastes masses, faiblement instruites, des mystiques catholique, socialiste et nationaliste vaudraient, à cet égard, de n'étre pas oubliés» (GEORGES BOURGIN, La formation de l'Unité italienne, Colin, Paris 1929, p. 216).
(49) Cfr. Italien von heute, cit., Parte C, sez. I, cap. 7.
(50) Queste idee le ho espresse in modo più particolareggiato nel mio corso romano (cfr. ROBERT MICHELS, Corso di sociologia politica, cit., p. 104).
(51) Cfr. BENITO MUSSOLINI, Messaggio al popolo nordamericano ed agli italiani d'America, pronunciato a Palazzo Chigi nel dicembre 1926.
(52) Si deve ammettere, del resto, che un entusiasmo altrettanto duraturo anima il popolo nella Russia bolscevica e determina pure il suo modo di comportarsi nell'economia e nel lavoro.
(53) Cfr. Italien von heute, cit., p. 240.
(54) Op. cit., p. 173 sgg.
(55) Qualcosa di più particolareggiato al riguardo si può trovare nella mia relazione al Congresso filosofico italiano del giugno 1929 a Roma: Il concetto di Stato nella storia delle dottrine economiche [in Atti del VII Congresso nazionale di filosofia (Roma, 26-29 maggio 1929), Bestetti e Tumminelli, Milano-Roma 1929, pp. 212-227].
(56) Gli aspetti salienti della nuova Italia che stava per affermarsi sono stati colti e valutati degnamente da alcuni scrittori francesi, tra i quali si debbono annoverare Georges Sorel e Charles Péguy (se debbo tacere dei miei lavori, che, però, appartengono in tale misura all'ambiente culturale ed ideale italiano da non poter essere catalogati nella letteratura straniera, bensì in quella italiana). Certamente, in alcuni di essi la previsione non fu, forse, sempre chiara. Sorel non sapeva bene dove l'Italia sarebbe stata condotta dalla nuova via che Benito Mussolini, l'uomo nuovo che egli, per primo, aveva riconosciuto come tale, si accingeva a percorrere, se verso la rivoluzione sociale o la dittatura nazionale. Sapeva, o almeno intuiva, ed era già molto, una sola cosa: quali fossero le forze insite nella nazione italiana che la rendevano capace di un nuovo grande esperimento (cfr. « Lettere di Georges Sorel a Robert Michels », in « Nuovi Studi di Diritto, Economia e Politica », (II), V, 1929, p. 288 sgg.). [In questa edizione, cfr. Appendice, pp. 137-146].
(57) Mussolini stesso ha detto, una volta, a ragione, in un discorso, che egli non risparmiava nessuno, ma ancor meno se stesso e che si imponeva la disciplina più dura (cfr. BENITO MUSSOLINI, La nuova politica dell'Italia, cit., vol. I, p. 188 ed anche p. 82). Cfr., inoltre, il mio Corso di sociologia politica, cit., p. 101. In un discorso agli impiegati del Ministero delle Finanze tenuto il 7 marzo 1923, Mussolini spiegava: « Mi rallegro di vedervi personalmente perché il ministro si è espresso in termini elogiativi sul conto dei funzionari superiori del Ministero delle Finanze. Mi ha detto che alcuni di voi lavorano fino a 16 ore al giorno. E’ molto ed è un luminoso esempio di attaccamento al dovere. Tuttavia, se non dovessero bastare 16 ore, allora dovete già entrare nell'ordine di idee di lavorarne 20» (BENITO MUSSOLINI, La nuova politica dell'Italia, cit., p. 82).
( 58 ) Su questo, cfr. MAX WEBER, Economia e società, Siebeck, Túbingen 1925, 2' ed., vol. 1, p. 124. 1[Nell'ed. it. (Edizioni di Comunità, Milano 19802), la pagina citata da Michels corrisponde al vol. I, p. 238].
(59) Su Benito Mussolini, cfr. GIOACCHINO VOLPE, Lo sviluppo storico del fascismo, cit., p. 11; MARGHERITA G. SARFATTI, Dux, Mondadori, Milano 1926, 2' ed., p. 326; Don Luigi STURZO, Italien und der Faschismus, cit., p. 112 sgg.; ROBERT MICHELS, Corso di sociologia politica, cit., p. 91 sgg.; ENRICO ROCCA, Mussolini da vicino, in Il Lavoro d'Italia, 14 febbraio 1928; FRANCIS HACKETT, Mussolini, in Graphic Survey, marzo 1927 (in tedesco, su Querschnitt, (VII), 1927, quad. 8, p. 572 sgg.); ARTURO LABRIOLA, La fase attuale del fascismo, in Die Gesellschaft, (V), 1928, 1, p. 36.
(60) Cfr. ROBERT MICHELS, Corso di sociologia politica, cit., p. 104.

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MessaggioInviato: Lun Apr 01, 2013 10:31 am    Oggetto:  
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Questo resoconto ha una peculiarità, rispetto alle altre analisi ideologiche sul Fascismo. E' scritto da un Professore come studio sul Fascismo (un po' il nostro ramo Smile ).
Ma quello che mi colpisce sempre, leggendo queste analisi, è la persistente unità metodologica, con tutte le analisi degli Ideologi Fascisti.
Questo dimostra ancora una volta l'unità della Cultura e della Dottrina del Fascismo, poiché risulta chiaro ad ogni analista onesto il fondamento razionale ED UNIVOCO del Fascismo.

Da tenere presente il periodo in cui fu scritto questo studio. Prima della pubblicazione ufficiale della Dottrina. Il che lo rende maggiormente autorevole, poiché vi si trova descritta la base dottrinale fascista esattamente come poi verrà formalizzata di lì a breve.

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