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Ebrei FASCISTI"Arianizzati"

 
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RomaInvictaAeterna
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MessaggioInviato: Mar Gen 29, 2013 8:09 pm    Oggetto:  Ebrei FASCISTI"Arianizzati"
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…Anche noi abbiamo il nostro problema ebraico. Lo risolveremo nel profondo gioco di una legge che, per gradi, renderà possibile agli ebrei italiani, che italiani sono a maggior titolo morale di innumeri italiani che si dicono ariani, l'abbandonare alle ortiche sino all'ultimo barlume della loro formale appartenenza all'ebraismo mondiale.

(BENITO MUSSOLINI, in Y. DeBegnac, "Taccuini mussoliniani", Bologna, 1990)



E' di scottante attualità (lo è a prescindere...) il tema delle cosiddette "leggi razziali", la loro presunta "criminalità" e/o il loro fondamento persecutorio/sterminatore. Le "leggi razziali" in realtà furono STORICAMENTE, rispetto alla cittadinanza tutta, delle leggi di SEPARAZIONE POLITICA riguardanti gli ebrei NON DISCRIMINATI (in questo post vedremo cosa ciò significhi ) e di separazione strictu-sensu riguardo la popolazione delle Colonie ( comunque avviata ad un graduale processo di integrazione-acquisizione della Cittadinanza ITALIANA, come mostrava il caso della colonia Libica alla fine degli Anni 30).

Di seguito pubblichiamo alcuni estratti del libro"L' Italia fascista e la persecuzione degli ebrei", edito da Il Mulino, scritto dalla docente universitaria francese Marie-Anne Matard-Bonucci, dichiaratamente antifascista.
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Interessante l'analisi dell'autrice sulla valenza POLITICA delle leggi. Velenza ovviamente condannata senza appello, ma identificata per ciò che è. Inoltre interessante anche come la critica alle leggi, oltre la questione "morale", focalizza la questione della "lesione" della "compattezza e dell'unione" della comunità ebraica italiana. Infatti le leggi hanno consentito agli EBREI di essere e/o rimanere FASCISTI, conciliando il loro status con le esigenze del regime di "fedeltà al Fascismo", che prevedeva in questi casi un atto che si potrebbe impropriamente qualificare come di "arianizzazione", procedura IMPOSSIBILE per qualsiasi teoria razziale biologica e che ripugnerebbe ogni RAZZISTA convinto, di fatto impossibile ad esempio per il governo nazista…ma evidentemente realizzabile e praticato da quello fascista. Un atto che determina in modo palese l'assoluta valenza politica e non RAZZIALE delle leggi stesse, che invece sono state usate cinicamente dal Regime quale pretesto per alimentare una propaganda razzista, questa sì con contorni biologisti, a causa dell' isolamento politico internazionale dell'Italia fascista dopo la guerra d'Etiopia e del conseguente avvicinamento alla Germania nazista. L'Italia di Mussolini teneva dunque un doppio profilo: quello Politico, interno al Fascismo, che differenziava NETTAMENTE la politica "discriminatoria" in atto rispetto a quella Tedesca; quello propagandistico che invece si metteva su un piano similare di condanna dell'ebraismo internazionale, benché diverso rispetto al tema centrale dell'Impero e della missione imperiale dell'Italia fascista.

Leggiamo gli estratti:

...Le procedure di appartenenza razziale rappresentarono gran parte dell'attività di valutazione della Demorazza e della commissione di funzionari del ministero degli Interni. Intorno alla metà del 1942 più di 3.200 casi erano stati esaminati e oltre 4.300 procedure erano ancora in corso. (PER UN TOTALE DI CIRCA 7.500 CASI ALLA META' DEL 1942. N.d.c)

La discriminazione nella discriminazione.

In Italia gli ebrei non furono «uguali» di fronte alla persecuzione a causa dell'introduzione di una procedura di discriminazione nella discriminazione. La questione non è stata ancora molto studiata, giacché di solito le storie dell'antisemitismo fascista passano rapidamente sull'argomento: ai limiti intrinseci al carattere confidenziale di alcune fonti si aggiunge probabilmente la divaricazione tra memoria e storia, nonché la volontà di ignorare quelle disposizioni che ebbero l'effetto di dividere di fatto gli ebrei: questo silenzio è la conseguenza di una posizione storiografica che negli ultimi anni ha soprattutto cercato di mettere l'accento sulla severità delle persecuzioni. La legislazione infatti distingueva due categorie di individui di «razza ebraica», i cosiddetti «discriminati» e gli altri: la divisione era fatta in base a criteri politici e «patriottici». Potevano ottenere la categoria di «discriminati» gli ex combattenti delle guerre nazionali e le loro famiglie (la definizione giuridica vi includeva i congiunti, ascendenti e discendenti fino al secondo grado), e i fascisti di lunga data. Queste persone potevano presentare per loro e per le loro famiglie una richiesta di «discriminazione» cosiddetta ordinaria, esaminata da una commissione ad hoc. Inoltre la legge prevedeva la possibilità di discriminare per «meriti eccezionali», la cui natura non era precisata: in questo caso decideva una commissione presieduta dal sottosegretario agli Interni". Anche in questa situazione l'esito della domanda era arbitrario e strettamente dipendente dalle relazioni di cui godeva il diretto interessato. Il principio della discriminazione nella discriminazione, e in particolare la procedura per «meriti eccezionali», derivava dalla volontà di un potere che, ancora una volta, rifiutava di essere sottomesso all'onnipotenza del diritto, anche se ne era stato l'artefice. D'altra parte la legge cercava di conciliare un obiettivo politico principale — costruire un razzismo all'italiana — con alcune posizioni presenti nelle élite fasciste, che si erano espresse durante la discussione delle leggi razziali, come la concezione della nazione ereditata dal Risorgimento o la sensibilità cattolica". Per il duce le discriminazioni potevano essere interpretate come uno sforzo di «umanizzazione» delle leggi razziali, ma questo non era lo scopo fondamentale: «Le discriminazioni non contano. Bisogna sollevare il problema. Ora l'antisemitismo è inoculato nel sangue degli italiani. Continuerà da solo a circolare e a svílupparsi»
Le procedure di discriminazione resero la situazione personale degli ebrei dipendente da una moltitudine di persone, da giudici improvvisati e da censori. La legge, anche se non prevedeva una gerarchia razziale fra ebrei e meticci, creava un'altra scala di valori: molto presto la pubblica amministrazione e le organizzazioni fasciste cominciarono a considerare i «non discriminati» come dei paria fra i paria. Un'analisi della Demorazza del 1942 stimava che la discriminazione era diventata una distinzione con valore politico e morale: «provvedimento di favore che nello stesso elemento ebraico differenzia ed eleva chi possa rivendicare concrete benemerenze verso la Patria».

CATEGORIE DI EBREI DISCRIMINATI (al 28 febbraio 1942):

Beneficio Personale: 2.486
Per estensione: 4.008
Totale: 6.494



La discriminazione presupponeva un complesso iter burocratico. Per beneficiare di questa qualifica, gli interessati dovevano presentare una domanda presso il ministero degli Interni. Su scala locale il prefetto e il segretario federale si pronunciavano sulla domanda. Entrambi potevano condurre una propria inchiesta presso degli informatori secondari (segretari politici, responsabili di organizzazioni sindacali e così via) prima di pronunciarsi. Com'era prevedibile, e nonostante la complessità delle procedure, furono moltissimi a presentare domanda di discriminazione: il 1° giugno 1942 più di 8 mila pratiche erano state avviate per un totale di oltre 15 mila persone, il che equivale a dire che le domande riguardavano più di un terzo degli ebrei italiani. Fra le pratiche a titolo particolare effettivamente trattate, circa 2.400 domande furono accolte e circa 1.800 respinte. Anche le domande di discriminazione per meriti eccezionali erano molto frequenti, ma in questo caso il numero di risposte positive fu molto più basso.La procedura di discriminazione metteva in evidenza, in modo eclatante, il contributo degli ebrei alle guerre nazionali, ma anche il loro apporto non trascurabile alla causa fascista.Altri criteri (in particolare sociali) vennero probabilmente presi in considerazione, ma più per le procedure per meriti eccezionali che per le discriminazioni ordinarie. A Livorno tutte le grandi famiglie imprenditoriali – con qualche eccezione per alcuni membri di una soltanto di esse – ottennero la discriminazione: la maggior parte perché aveva i titoli richiesti e uno solo per «meriti eccezionali».La grande maggioranza dei «rifiutati» (più di un migliaio) lo era per la mancanza dei titoli richiesti. Al contrario lo statuto di ex combattente permetteva di ottenere quasi sistematicamente quello di discriminato: un centinaio di individui furono però scartati per aver «demeritato» (l'analisi della banca dati informatica costituita dall'Archivio centrale di stato mette in evidenza i risultati seguenti: su 1.137 rifiuti, 111 sono motivati per «demeriti», e 1.004 per «mancanza titoli»). L'analisi delle ragioni invocate riguardo il «demerito» è interessante sotto diversi punti di vista, in quanto si evidenzia la portata delle procedure inquisitorie avviate con la discriminazione: la ricerca dei «demeriti» faceva ricorso a informazioni di carattere politico, professionale e morale. Il demerito politico costituiva il motivo più importante di rifiuto. A volte nelle lotte politiche tra fascisti, nella competizione per un incarico o un posto di responsabilità, il passato politico riaffiorava. Tuttavia la necessità di riunificare la nazione aveva comportato un certo oblio, come anche l'esigenza di ottenere l'appoggio delle élite tradizionali presenti nell'apparato amministrativo dell'età liberale. In teoria una volta smantellati i partiti di opposizione, mandati al confino o imprigionati i loro capi, quando insomma la dittatura si fu ben consolidata, il regime fascista aveva preferito amnistiare la società italiana nel suo insieme. In altre parole, mentre i meriti del passato militante potevano essere valorizzati, come ad esempio la qualifica di fascista antemarcia (cioè aderente al Pnf prima della conquista del potere), i demeriti non erano più sanzionati. L'appartenenza al giudaismo permetteva però di tirare fuori gli scheletri dagli armadi, i ricordi di vecchie ruggini: il rifiuto della discriminazione era motivato con un passato socialista, massone, o più in generale antifascista. Per gli ebrei il passato politico «democratico» costituiva quindi un marchio indelebile. La loro persecuzione si accompagnava alla riproposizione del nemico politico. La procedura di discriminazione diede l'occasione di punire gli ebrei per comportamenti che per gli ariani potevano tutt'al più essere oggetto di biasimo o di un'esclusione dal partito (conseguenze peraltro non trascurabili in un regime di partito unico). Ma per gli ebrei le conseguenze erano molto più gravi. Apatia e indifferenza o assenza di zelo politico furono spesso i pretesti per rifiutare la discriminazione: Ettore Avigdor di Torino, membro del Pnf dal 1933, era stato richiamato all'ordine dal segretario federale per non aver «esposto» la bandiera durante le feste nazionali; Arnoldo Cassuto non aveva partecipato alle manifestazioni del regime e non aveva offerto il suo oro alla patria nel momento delle sanzioni; a un altro rimproveravano di non aver rinnovato la tessera del partito. Ovviamente la legislazione antisemita suscitò nuovi motivi di opposizione, perché gli ebrei, anche se non erano più degni di essere cittadini a tutti gli effetti, dovevano comunque fare atto di sottomissione totale al diktat fascista. Di conseguenza lamentarsi o criticare le leggi antisemite fu considerato come la prova di un atteggiamento ostile al fascismo e quindi punito, così come i tentativi di sfuggire ad alcune conseguenze delle leggi razziali (per certi ebrei residenti all'estero, il fatto di anticipare le leggi scolastiche mettendo i figli in scuole francesi fu considerato come un demerito).

(M.A. Matard-Bonucci, "L'Italia fascista e la persecuzione degli ebrei",Bologna, 2007, Il Mulino, pp. 144 - 150)

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