Indice del forum

Associazione Culturale Apartitica-"IlCovo"
Studio Del Fascismo Mussoliniano
Menu
Indice del forumHome
FAQFAQ
Lista degli utentiLista degli utenti
Gruppi utentiGruppi utenti
CalendarioCalendario
RegistratiRegistrati
Pannello UtentePannello Utente
LoginLogin

Quick Search

Advanced Search

Links
Biblioteca Fascista del Covo
Canale YouTube del Covo
IlCovo su Twitter

Who's Online
[ Amministratore ]
[ Moderatore ]

Utenti registrati: Nessuno

Google Search
Google

http://www.phpbb.com http://www.phpbb.com
FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI

 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Dom Gen 13, 2013 1:22 pm    Oggetto:  FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI
Descrizione:
Rispondi citando

Ecco un altro MACIGNO, posto sulle millantate interpretazioni "personali", che è l'interpretazione UFFICIALE data dal Partito Fascista riguardo il tema in oggetto.

Il titolo è del Saggio di A. Carlini, "FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI ", 1934, Istituto Nazionale Fascista di Cultura.
Nel libello il Carlini (che è Gentiliano, come lui stesso si definisce nell'opera), espone con metodo pedagogico-socratico il pensiero di Mussolini riguardo la Filosofia e la Religione NEL FASCISMO. E' un' eccellente testimonianza di metodo pedagogico-critico, che si svolge partendo dalla "domanda" (quale posizione ha il fascismo nei confronti del tema in oggetto?), e arrivando alla formulazione di una ipotesi, per poi, alla fine, formulare la TESI. Immancabile il fondamento dottrinario di questa Opera, che in appendice va a fare ciò che abbiamo fatto già qui in abbondanza: riferirsi alle Idee Fondamentali della Dottrina Fascista, pubblicata poco prima.

A questo volume seguirà un'edizione ampliata, datata 1942, che riporta l'interessantissima formulazione dei principi della Scuola di Mistica Fascista, pubblicati da noi qui:
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!


Noi ora pubblicheremo un ampio estratto del volume, limitandoci a focalizzare la sostanza del tema.

Partiamo dunque dall'indice dell'Opera:

Indice

-FILOSOFIA E RELIGIONE NEL PENSIERO DI MUSSOLINI

-APPENDICE:
    I. Scritti giovanili
    II. Il senso d'interíorità
    III. Positivismo, idealismo e spiritualismo
    IV. Il Preludio a Machiavelli
    V. Il senso dello Stato
    VI. Il problema del Cattolicismo

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Lun Gen 14, 2013 11:05 am, modificato 3 volte in totale
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Dom Gen 13, 2013 1:26 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Ci proponiamo di mettere in rilievo, in rapidi cenni, un aspetto non ancora studiato della personalità del nostro Duce: il suo pensiero filosofico e religioso, quale si può desumere dai suoi scritti. In verità, i biografi di lui, indagando il periodo della formazione della sua personalità, non hanno trascurato questo lato: discepolo del Nietzsche è stato definito anche recentemente; egli stesso ha riconosciuto nel Pareto un altro suo maestro; e tutti sanno che nell°elenco bisognerebbe mettere Renan, Sorel, e molti altri, ai quali, anche se non vanno tra i filosofi nel più stretto significato della parola, non si può negare il merito di avere influito, più o meno efficacemente, anche sul movimento del pensiero speculativo nell'ultimo Ottocento o ai primi di questo secolo: nel periodo, appunto, della formazione mentale e spirituale di Mussolini. E come non aggiungere qui il nome di Marx, e di Prudhon, e di Stirner, e non ricordare la letteratura che fu comune, in quel tempo, a tutti coloro che guidavano il movimento socialista e s'ispiravano alle opere, allora divulgatissime, degli apostoli della rivoluzione? Tempo, quello, di rivoluzioni sociali, alimentate anche da un pensiero filosofico e religioso che lavorava nel loro seno nascostamente. Positivismo e anticlericalismo tingevano, allora, l'atmosfera, abbuiando più che chiarendo; ma nel buio, nel tramonto delle idee che avevano governato per tanti secoli la storia, balenavano qua e là lampi di nuove idee e forze spirituali. Era una continuazione e uno sviluppo, in fine, della rivoluzione francese: continuazione e sviluppo, che è nel fondo ancora del pensiero e della vita contemporanea, nonostante le critiche e revisioni ai cui è stata sottoposta. Ma noi non di questo vogliamo occuparci: se ci mettessimo in quest’ordine di ricerche storiche, potremmo, sì, avere la soddisfazione di veder sorgere e ingrandire la personalità e mentalità di Mussolini lungo una linea di coincidenza con il movimento della storia, si che il "fenomeno"di lui verrebbe illustrato e spiegato, dal lato almeno delle idee, del tutto naturalmente. Si potrebbe, ad esempio, per la parte filosofica, rifarsi al bergsonismo, al pragmatismo, all'influsso esercitato su tutti i campi della cultura dal nuovo pensiero idealistico italiano, e inquadrare lì dentro anche il pensiero di Mussolini. E per la parte riguardante il problema religioso, similmente: citare tutti i documenti che alla fine del secolo scorso e nel primo decennio di questo accennavano già ad una considerazione più rispettosa, più intelligente,dei valori spirituali contenuti nella fede religiosa; e ricordare la rinascita improvvisa di sentimenti, che parevano sepolti e obliati, in quel grandioso esame di coscienza dei popoli che fu la guerra mondiale. E via via.
Ma per questa via noi non vogliamo metterci, perché essa ci condurrebbe, si, a spiegare il "fenomeno Mussolini" ma il "fenomeno", appunto, il "fenomeno storico", non quello che c'è di proprio suo, nel suo pensiero, in sé e per sé, indipendentemente dagli influssi subiti.
Invece, noi proprio a questo vogliamo guardare.
Noi ci poniamo, dunque, questa domanda: c'è, in Mussolini, un germe dli pensiero che da un punto di vista filosofico, anche nel più rigoroso significato del termine, abbia qualche importanza per originalità e capacità di ulteriori sviluppi?
E c'è in lui, nel suo atteggiamento verso la questione religiosa, qualcosa di nuovo, che accenni ad una possibilità di rinnovamento di idee e sentimenti, anche in questo campo di secolari, anzi millenario, lotte e discussioni?

La nostra intenzione è di essere, per quanto è possibile, obiettivi, e di tenerci dentro all'argomento, non sconfinando in altri campi: di trattare la questione, come si dice, tecnicamente. Non eviteremo neppure la pedanteria delle citazioni, dove saranno necessarie. E cominciamo, secondo la vecchia buona norma scolastica, dal dubbio. Non può ben risolvere le questioni, disse Aristotele, se non chi, prima, ha dubitato, veduto il pro e il contro. Il dubbio "metodico " , in questo senso, è, come si vede, ben più antico di Cartesio.

Il "contro" è buono ognuno ad addurlo: Mussolini è un politico, non è un teoretico, un elaboratore di concetti, un costruttore di un sistema di idee da inserire in quella storia peculiare dove si parla di Talete, di Platone e di Aristotele, di Cartesio, di Kant e di Hegel. Senza un tal carattere teoretico, che fa della filosofia una scienza, la quale, come ogni altra scienza, ha il suo vero significato in una storia sua propria, nella storia della ilosofia stessa, senza un tal carattere e valore del pensiero, non si può parlare di filosofia. ll temperamento mussoliniano è, anzi, all'antitesi di ogni atteggiamento speculativo: tutto volto alla realtà concreta della vita, della storia, dei fatti, per dirigerli e dominarli. Di metafisica, di costruzioni astratte, di schemi e ideologie (a questo volgarmente vien ridotto il lavoro del filosofo), nessuna traccia nel suo pensiero, nessun appiglio nel suo temperamento. Egli ha detto una volta, sia pure per buon umore, ma tradendo, in fondo, una sua convinzione, che "i filosofi risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne uno solo nella realtà della vita". La filosofia gli sa di "scuola", di dottrine e dottrinari, con relative cattedre e ristrettezze mentali e d’animo. Onde ha sempre consigliato i giovani di rapidamente assimilare", ma " di espellere non meno rapidamente" la cultura universitaria. L’intelligenza è buona cosa, ma deve essere adoperata "per fare la critica del socialismo, del liberalismo, della democrazia": per illuminare le menti,dal punto di vista fascista, sui problemi della vita contemporanea. Se no, se l'intelligenza fosse impiegata a criticare "tutto cio che di criticabile vi è in un movimento così complesso come il movimento fascista, allora io vi dichiaro schiettamente che preferisco al cattedratico impotente lo squadrista che agisce" (Discorso all'Augusteo, 21 giugno 1925). In conchiusione: il suo interesse è puramente pratico; anche se stima e promuove la cultura, compresa in questa la filosofia, anzi a cominciare da essa, lo scopo è sempre per le conseguenze e ripercussioni politiche, non mai per il valore del pensiero in sé e per sé. Similmente si deve dire per il problema religioso. Mussolini è un laico, un purissimo laico. Della religione comprende e sente il lato umano e storico in generale; non ha mai lasciato trapelare un interesse a questioni dogmatiche, anzi s'è guardato accuratamente dall'entrarvi anche quando l'occasione gli veniva offerta naturalmente. È vero che con lui il nome di Dio risuonò, forse per la prima volta, solenne e ammonitore, nella fredda e grigia aula del Parlamento. È vero che si deve a lui la distruzione in Italia della Massoneria, e la Conciliazione col Vaticano. Ma queste imprese non furono da lui eseguite, e di fatto giustificate, con ragioni che non fossero essenzialmente politiche e sociali. E se pure si ha da concedere qualche valore religioso alla invocazione di Dio, essa non va più in là di una fede in un principio del tutto indeterminato, troppo più vicino al vago principio, di una fede di stile mazziniano, che a quello ben definito, preciso e impegnativo, del Cristianesimo, anzi del Cattolicismo. Senza dire che, anche per la parte, diciamo così, pratica, nessun uomo sembra più alieno dall'atteggiamento ascetico e mistico proprio delle anime veramente e profondamente religiose, che o si ritirano dal mondo, o nel mondo vogliono vivere solo per onorare ed amare Dio. Qui "il seguace di Nietzsche " si rivela senz'alcuna ombra di dubbio e di possibili cavilli: la morale del Fascismo da lui fondato è tutta un'esaltazione di principii fondamentalmente pagani, come già molti hanno messo in rilievo.

Tutte queste cose sono state dette, oppure è facile dirle: queste, ed altre somiglianti. Se non che, proprio perché sono facili a dire, e sono state dette facilmente, sorge in ognuno spontaneo il sospetto della loro superficialità, e quindi, poiché la superficialità è sempre falsa, della loro non verità.

Il discorso vale, in primo luogo, per quella concezione puramente teoretica della filosofia, come di una scienza avulsa dalla vita: oggi anche ogni mediocre studioso di filosofia sa che se pur c'è mai stata una tale aridità (non, certo, nei veri filosofi, nei maestri), tutta la speculazione contemporanea è diretta contro di essa. Chi definisse la filosofia come lo sforzo supremo d'impadronirsi delle ragioni della vita, definirebbe quel che è il segreto del filosofo moderno, il tormento profondo del suo pensiero e della sua vita stessa. Segreto e tormento, del resto, che non è una prerogativa di colui che noi chiamiamo "filosofo"; ma è prerogativa e gloria dell'umanità pensante, di cui la storia della filosofia è soltanto la documentazione, ed i singoli grandi filofisofi sono soltanto gli esemplari più cospicui. E sono per questo, anche, i più grandi educatori del genere umano. È negli scolari e passivi ripetitori che la filosofia, svuotata della vita che l'animò, diventa sistema, dottrina, astrazione, metafisicheria: e contro di essa, allora, ben vengano - ché son salutari - i motteggi ed i sarcasmi. Alle altre scienze si può perdonare se si astraggono dalla vita (come, se no, far della fisica e della matematica?): alla filosofia, no. E non astrarsi dalla vita, non basta: ché, questo, è il lato soltanto negativo. Bisogna viverci dentro, prima di filosofarci su (primum vivere), o, piuttosto (ché il prima e il dopo son modi di dire volgare), bisogna vivere e pensare insieme, con intensità di vita e insieme con profondità di pensiero. Ma la vita, si dirà, non è soltanto quella politica, né al pensiero si offrono soltanto i problemi del socialismo e del liberalismo. E noi risponderemo raccomandando di non perdere il buon senso, e quindi di neanche supporre che l'abbia perduto Mussolini. Il quale deve essere persuaso più degli altri che fa la miglior politica colui che non ne fa affatto: che bada a far l'ingegnere, se ingegnere; il professore, se professore; il poeta, se poeta; il manovale, se manovale: ciascuno, a far bene il suo dovere, nella famiglia e nella società, nella sua arte o vocazione o mestiere per cui è nato. E sarebbe grottesco fargli dire che tutti gli uomini di pensiero abbiano come unico argomento da svolgere la critica del socialismo e del liberalismo, L'apologia del Fascismo. Immaginate se la già enorme (e, naturalmente, mediocre per la maggior parte) letteratura sul Fascismo dovesse accrescersi di quotidiane monotone trattazioni in piccoli o grossi tomi, per opera di tutti coloro che hanno qualche barlume d'intelligenza e tengono una cattedra all°Università o nel movimento della pubblica cultura! Non è questo, certamente, il senso del discorso su accennato. E' quest’altro, invece: che nessun uomo di pensiero, che si senta italiano, può disinteressarsi dei problemi che sta vivendo e agitando il Fascismo nel mondo; cosi come nessuno scienziato, e sia pure un cultore del calcolo infinitesimale, può disinteressarsi dei problemi che riguardano la vita e il valore dell°uomo. Tantomeno, poi, il filosofo. Dal quale, tuttavia, non sarebbe corretto di esigere che, per questa maggiore vicinanza ai problemi della vita politica e morale, si trasformasse in scrittore, esclusivamente, di questioni economiche e sociali, In Italia c'è un gruppo di giovani dalle menti educate alla filosofia che fa questo, e lo fa bene. Ma, come nell'universo materiale in ogni punto s'incentra la realtà del tutto, tanto più questa considerazione vale per l'universo spirituale: i problemi della filosofia hanno tutti un'intima connessione con la vita ed una immancabile risonanza nell'azione, ma non tutti l'hanno in modo manifesto ed immediato. Anzi, spesso, quanto meno un tal rapporto è immediato ed evidente, tanto più è intimo e profondo. Il filosofo trova soltanto alla fine, dopo un lungo giro di pensieri che sembrano ì più lontani dalle questioni della vita quotidiana, soltanto alla fine trova una via soddisfacente alla soluzione di queste. Ne è prova ed esempio anche la filosofia bergsoniana arrivata soltanto ora alla questione sociale, morale e religiosa, dopo di essersi lungamente indugiata in problemi che parevano del tutto alieni. I problemi della filosofia si illuminano e ravvivano l`un l'altro, e nessuno ha luce e vita per sé. Essi si debbono, come si dice con termine tecnico, mediare fra loro. Prenderne uno, esclusivamente, separato dagli altri, è precludersi la via a ìntenderlo veramente. Questa, forse, è anche la ragione della insoddisfazione che ci resta delle molte teorie avanzate, pur da uomini d“ingegno e di dottrina, sullo Stato fascista e sui problemi da esso suscitati. La superiorità di Mussolini, invece, non soltanto come uomo politico, ma anche come pensatore, è la consapevolezza della risonanza che hanno nello Stato tutti i problemi della vita spirituale. Noi, ripetiamo, vogliamo essere obiettivi, tecnici. Rimosse le volgari obiezioni, concediamo senza fatica che nella specificazione delle varie forme dell'attività umana ( non entriamo in discussione sul valore di queste distinzioni), filosofo, propriamente, è colui che più degli altri persiste nell'atteggianiento critico-teoretico del pensiero e della riflessione sui problemi della vita e della storia umana. Noi, quindi, non abbiamo nessuna difficoltà a presentare la nostra tesi nei termini più modesti: l'interesse predominante dello spirito mussoliniano è, senza dubbio, pratico-politico; ma in lui è vivissima la consapevole esigenza anche del valore del pensiero in sé e per sé, della considerazione della vita sub specie aeternitatis, propria della filosofia e della religione . Ma spingiamo la nostra tesi anche un po' più in là: l'esperienza della vita e del mondo storico, da lui vissuta con potente e originale personalità, dà anche al suo pensiero una nota di originalità potente, della quale è possibile uno sviluppo in sede puramente teoretica. Queste due parti della tesi sono, tuttavia, da dimostrare. Per la prima, si potrebbe addurre l'interesse confessato per la filosofia, per la storia della filosofia e delle questioni religiose, sin dalla prima giovinezza, quando leggeva "La morale dei positivisti" dell'Ardigò e la "Storia della filosofia" del Fiorentino, e più tardi, quando scrisse per suo conto una storia della filosofia, un libro su Giovanni Huss, un abbozzo su le origini del Cristianesimo. Ma, poiché i documenti ci mancano quasi del tutto, non giova insisterci. Le prove, invece, abbondano nei suoi scritti più maturi. Quante volte ha ripetuto che il Fascismo "non è soltanto azione, è anche pensiero"; e che, pur rinunciando a formule e schemi, il Fascismo "pena la morte, peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di dottrine", le quali "non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che vincolino per l'eternità, ma devono costituire una norma orientatrice" ! E nella lettera a M. Bianchi, del 27 agosto 1921 (si noti, nel periodo più intenso dell'azione rivoluzionaria), augurava che sorgesse presto una "filosofia del fascismo", e aggiungeva: "Attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire, rendere sempre più cosciente l'azione. I soldati che si battono con cognizione di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazziniano: Pensiero e Azione". L'anno seguente (" Gerarchia", n. 3) forse gli sembrò che una tale filosofia ci fosse già nel movimento idealistico italiano: "Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto. Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio ritorna, s'intende affermare che i valori dello spirito ritornano". In pieno Parlamento, infatti, egli aveva fatto una specie di clamorosa professione di idealismo: "Voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato positivista, mai, nemmeno quando ero nel vostro partito. Non solo per noi non esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient'altro esiste: né voi, né quest'aula, né le cose e gli oggetti che passano nella cinematografia fantastica dell’universo, il quale esiste in quanto io lo penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. È l'anima, signori, che è ritornata" (Discorsi dal banco di deputato, pag. 118: questo è del 1° dicembre 1921). L'accenno al problema gnoseologico, alla centralità del pensiero conoscitivo nel problema della realtà del mondo, non è il punto che più interressa qui; l'adesione all'idealismo è data soprattutto, io credo, per lo spiritualismo implicito in esso. Questo è un punto che ancor oggi presenta le maggiori difficoltà. Ad alcuni sembra (secondo chi scrive, giustamente) che il carattere gnoseologico predominante nell’idealismo, mentre non arriva a dar ragione di quella che è la realtà oggetto dell'esperienza comune e dell'indagine scientifica, nello stesso tempo impoverisca e disperda in schemi logici (la dialettica) l'intimità della vita spirituale e il senso del mistero, del Trascendente, in essa implicato. Di queste difficoltà Mussolini non sembra inconsapevole, come dimostra il discorso tenuto il 31 ottobre 1926 al Congresso degli scienziati. "Qualche volta mi sono posto dinanzi al fatto scienza, per vedere la mia posizione personale, la posizione del mio spirito di fronte a questo fatto: prima di tutto per definirlo. La mia definizione non dico che sia quella esatta, e potete anche respingerla, se la trovate inesatta, oppure insufficiente: credo che sia l'indagine e il controllo dei fenomeni che cadono sotto la nostra sensibilità e sotto quella degli strumenti che noi possiamo adoperare... Dove può arrivare la scienza? Molto in là. Il secolo diciannovesimo ha fatto fare un balzo enorme alla scienza... Non c'è dubbio che la scienza tende al massimo fine; non c'è dubbio che la scienza, dopo avere studiato il mondo dei fenomeni, cerca affannosamente di spiegarne il perché. Il mio sommesso avviso è questo: non ritengo che la scienza possa arrivare a spiegare il perché, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete chiusa. Lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio. Quindi, a mio avviso, non può esistere un conflitto fra scienza e fede. Queste sono polemiche di venti o trent’anni fa. La filosofia ha il suo campo, quello dello spirito. Vi è una zona riservata alla meditazione dei supremi fini della vita. Quindi, la scienza parte dall'esperienza, ma sbocca fatalmente nella filosofia e, a mio awiso, solo la filosofia può illuminare la scienza".
Il problema è troppo grave e complesso per discuterne qui tanto più che, come s'è detto, res sub judice adhuc est. Ma i termini di esso sono ben quelli posti da Mussolini: il mondo della conoscenza e della scienza è quello dell'esperienza sensibile (così come il mondo della vita sociale e politica è quello del sentimento e della volontà); il problema dello spirito (nel quale, del resto, sboccano alla fine tutti gli altri problemi) è il problema proprio della filosofia: problema filosofico che è insieme un problema religioso. Si comprende, quindi, il tono diverso del discorso tenuto il 26 maggio 1929 al Congresso dei filosofi: rivendicato il merito del Fascismo per i valori dello spirito e della cultura; e riaffermata la sua convinzione sull'importanza della filosofia che, se fatta in mezzo alla vita contemporanea, "serve ad animare gli orientamenti pratici dell'azione quotidiana", riconosce che c'è un lamento generale, in Italia e fuori, perché l'arte e la filosofia sembrano in un periodo di decadenza: "Siamo in un periodo di transizione, siamo in un periodo nel quale, per necessità contingenti, siamo affaticati da problemi di ordine empirico materiale... D'altra parte, io penso che la grande fioritura dello spirito non sia lontana: io credo che fra qualche tempo avremo una grande filosofia, una grande poesia, una grande arte. I materiali per questo si stanno elaborando proprio mentre noi parliamo". Quali sono questi materiali che si stanno elaborando, e da cui dovrà sorgere una nuova grande filosofia, secondo il pensiero e le speranze di Mussolini? Comincia di qui la parte più difficoltosa del nostro argomento, perché, mancando accenni più espliciti, dobbiamo servirci più d'intuizioni che di dimostrazioni. Ci soccorre, tuttavia, una tale abbondanza di documenti che permette di arguire, con suficiente approssimazione, quale sia la sua intenzione. Anzitutto è chiaro che una parte almeno di quei materiali deve essere costituita da quanto di meglio possono ofrire i principali indirizzi del pensiero filosofico contemporaneo. E però la mente corre, in primo luogo, a quelle correnti di pensiero che anche in ltalia ebbero grande divulgazione al principio del secolo, e alle quali anche Mussolini, in via diretta o indiretta, deve qualcosa per la formazione della sua mentalità: vogliam dire il contingentismo, il bergsonismo e il pragmatismo. Abbiamo citato dianzi la sua affermazione di non essere stato mai positivista, ma, nello stesso tempo, abbiamo usato la maggior cautela per non presentarlo, quindi, senz'altro, come un idealista. Questo binomio, o dilemma che dir si voglia, vale meglio per la generazione, cresciuta subito dopo, esclusivamente dentro l'atmosfera dell°idealismo italiano. Mussolini s'è formato, in un primo tempo, dentro il clima mentale europeo; e però non è stato mai positivista perché ha compreso subito la vitalità e fecondità di quella critica del positivismo che veniva eseguita, pur dentro di esso, dagli indirizzi di pensiero ora, ricordati. I risultati principali di quella critica furono questi: la realtà del mondo, non più veduta negli schemi intellettualistici del determinismo scientifico e del pesante grossolano positivismo, a sfondo materialistico, ma ravvivata dal senso della novità e della creazione, per cui il fenomeno si presenta sempre come qualcosa di singolare; il primato dell'intuizione che meglio di tutte le analisi concettuali coglie l'initimità delle cose e quella vita della coscienza in noi che, sola, ci guida a intendere lo slancio vitale che pervade il mondo della natura; il primato, quindi, anche dell'azione, come pensiero volitivo che realizza in concreto il mondo inserendovi l'evento e il fatto talora decisivo. Non è il luogo, questo, per mettere in rilievo (e d'altronde appartiene alla cultura filosofica corrente) quanta vivacità e freschezza di idee fossero contenute in tale movimento di pensiero, che contribuì come nessun altro mai nella storia della filosofia a dileguare dalle menti secolari abitudini scolastiche, a render più agile e penetrante l'ntelligenza, a dar vita nuova alla cultura, a far sentire la superiorità dell'azione su un pensiero astrattamente speculativo. Ma neppure è il caso di indugiarci a mostrare i difetti e le deficienze di quel movimento di pensiero che, pur criticando il positivismo, restava preso nell'orbita dei suoi problemi e del naturalismo in essi dominante. Il contingentismo ha avuto la sua migliore applicazione nella nuova scienza fisica, che segna il tramonto della vecchia concezione del determinismo materialistico. Ma fuori di lì non poté e non può andare: quando, già nei fondatori, si provò a ricavare qualche conseguenza d'ordine metafisico, di quelle "verità eterne" che reggono, non i fenomeni fisici, ma la vita dell'uomo, riuscì ben misera cosa. Ma lo stesso si deve dire del bergsonismo, e molto più del pragmatismo. Quell'intuizionismo conchiudeva in una svalutazione, non solo della scienza, governata esclusivamente da motivi pratici, ma della stessa vita cosciente, ridotta a un "fluire" evanescente, a cui soltanto la mirabile arte dello scrittore prestava tesori di suggestioni. E che dire di quel vuoto ed effimero pragmatismo, a cui qualcuno ancor oggi tenta di fare buon viso? L'azione per l'azione è come l'arte per l'arte: una frivolezza. L’azione, svuotata del suo contenuto ideale e del pensiero che la illumina e guida, diventa il principio di un volgare e inconchiudente praticismo. Veniamo all'idealismo italiano. Qui siamo in un ambiente del tutto diverso, e in casa nostra, per cui, non soltanto la grandezza della costruzione (che ha posto, d'un tratto, l'Italia in prima linea nel movimento del pensiero filosofico contemporaneo) ma anche carità di patria ci persuade a utilizzare quanto più materiale si può. A noi sembra, infatti, che la mentalità mussoliniana abbia assorbito, e fatto propria sostanza, ciò che ha di più veramente originale e duraturo quest'idealismo: l'acuto senso storico dei problemi e la concezione spirituale della vita . Anche qui, anzi qui a maggior ragione, dobbiamo resistere alla tentazione di allungare il nostro studio con citazioni di pensieri e di atteggiamenti mussoliniani, che balzano alla memoria in folla. I suoi scritti e discorsi, e quegli atteggiamenti rivelatori del suo orientamento mentale così nelle grandi questioni internazionali come nel più modesto travaglio intorno ai dati della statistica, sono ben vivi e presenti al pensiero e al cuore di ogni italiano, anche se la riflessione comune inclini a trasvolare sui particolari per coglierne e sentirne l'animazione del tutto. Piuttosto, fermiamoci un momento per determinare i limiti entro i quali quei principii dell”idealismo trovano un'eco nella mentalità mussoliniana. La questione (ripetiamo ancora una volta) è oltremodo difficoltosa, perché si tratta di cosa non ancora da lui dichiarata e definita: si che si corre il rischio di sembrare che si voglia sostituirsi a lui nell'interpretazione del suo pensiero, ovvero (peggio che mai) sovrapporgli vedute nostre personali. Noi faremo del nostro meglio per evitare entrambi gli inconvenienti. Osiamo, dunque, fissare questi punti, a nostro avviso,di fondamentale divergenza del pensiero mussoliniano da quello idealistico. In primo luogo, la sua lontananza dalla concezione idealistica in quanto questa è ispirata ad un assoluto storicismo che erige metafisicamente la Storia al significato e valore dell'Assoluto. Questa metafisica, che si risolve in un panteismo storico, non è, ci sembra, nella convinzione di Mussolini. Il quale, giustamente, per quanto riponga tutta la dignità dell'uomo e della storia nel valore spirituale, ha troppo preciso e sicuro il senso della finitezza dell'umano: del limite che, mentre potenzia il pensiero e l'azione dell'uomo, ne delinea insieme esattamente i confini. ln altri termini, egli ha una concezione più veramente storica della Storia. Ma, appunto per questo, egli si trova ad ugual distanza da quella specie di umanismo teologico che in alcuni idealisti è rimasto come residuo dell'hegelismo. È un idealismo, questo, di carattere fondamentalmente razionalistico. In questo punto, Mussolini, se non c'inganniamo, tradisce il carattere schiettamente cattolico della sua mentalità: se un Dio ci ha da essere, se c'è, meglio che sia quello religioso del Cristianesimo, del Cattolicismo. Qui si passa, quindi, ad una considerazione apparentemente opposta alla precedente: L'idealismo è troppo umanistico : il suo razionalismo affievolisce e smorza nell’uomo l'impulso alla lotta e al sacrificio,l'anelito del futuro, il senso pericoloso della vita, l'audacia dell'iniziativa e il gusto dell'eroico. Nell'uno come nell'altro caso l'uomo è agito dalla Storia, dallo Spirito Universale, da una «dialettica» che per "deificarlo" istrada ogni sua azione e pensiero lungo una legge impersonale che ha la rigidezza del fato, e lo spersonalizza. All'immanentismo, storico o razionalistico, manca una parola magica: la fede. Se la usa, ne storpia il significato. Pronunziare questa parola, tuttavia, è presentare il problema più arduo e assillante per l'attuale coscienza contemporanea. Mussolini lo sente, lo dichiara. Ci è venuto, a questo problema, lentamente: "Nella gioventù io non credevo affatto: avevo inutilmente invocato il nome di Dio" (Ludwig, Colloqui, pag. 224). Nel 1922, invece, già afferma: "Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose, può suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio" ( Il Popolo d'Italia, 19 gennaio)."Non si può compiere nulla di grande se non si è in stato di amorosa passione, in stato di misticismo religioso" (Discorso alla Sciesa di Milano, 5 ottobre 1922).
Fede dell'uomo in se stesso? E fede del fascista nell'idea stessa del Fascismo? Certamente, anche questo. Può - gli domanda Ludwig (pag. 224 di Colloqui) - un discepolo di Machiavelli e di Nietzsche aver fede? Mussolini gli risponde: "In se stesso: ciò sarebbe già qualcosa". E in “Gerarchia” (Viatico per il 1926): " ll Fascismo vince e vincerà finché conserverà quest'anima ferocemente unitaria e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplina. Fede, dunque, non relativa, ma assoluta". Ma l'assolutezza di questa fede nell'ldea esclude la fede propriamente religiosa, in Dio, o, piuttosto, la presuppone? La fede in se stesso, che direbbesi meglio "fiducia", se non ha da essere mero calcolo delle proprie forze, non potrebbe essere alimentata da una forza superiore, ossia da una fede schiettamente religiosa? Al filosofo idealista questo sembra un problema insolubile: o si ha fede nelle proprie forze, egli dice, e si può procedere all'azione; ovvero nelle proprie forze non si ha fede, e allora nasce la sfiducia e l'inattività. Il dilemma, come sono tutti i ragionamenti fatti a fil di logica, è troppo semplice: lo spirito umano è molto più sottile e complicato di ogni dialettica e di ogni logica astratta. Vediamo se dal pensiero di Mussolini possiamo ricavare qualche luce. Qualche volta egli ha accennato a un processo interiore come a fonte comune così della politica come dell'arte. Alla prima mostra del Novecento italiano (15 febbraio 1926) disse: " Ieri sera, dopo avere attentamente esaminata la Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché voi ne facciate oggetto di meditazioni necessarie. Primo, quale rapporto intercede tra la politica e l'arte? Quale tra il politico e l'artista? È possibile di stabilire una gerarchia fra queste due manifestazioni dello spirito umano? Che la politica sia un'arte, non v'è dubbio. Non è, certo, una scienza. Nemmeno mero empirismo. È, quindi, un'arte. Anche perché nella politica c'è molto intuito. La creazione politica, come quella artistica, è una elaborazione lenta e una divinazione subitanea. A un certo momento l'artista crea coll'ispirazione, il politico con la decisione. Entrambi lavorano con la materia e con lo spirito. Entrambi inseguono un ideale che li pungola e li trascende".Egli prosegue domandandosi se la guerra e il Fascismo abbiano lasciato tracce nell'arte: "Il volgare direbbe di no perché, salvo il quadro "A noi", non c'è nulla che ricordi e - ohimé! - fotografi gli avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in varia misura spettatori o protagonisti. Eppure- il segno degli eventi c'è. Basta saperlo trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella immediatamente precedente in Italia. Ha un suo inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina interiore". Questa "disciplina interiore" è, dunque, un punto di coincidenza della politica e dell'arte, e risulta da "un'elaborazione lenta e una divinazione subitanea". La politica, l'azione, non è "mero empirismo". Parlando del Luzzatti, disse: "Egli aveva navigato per tutti i mari e negli oceani dello scibile umano, senza cadere nelle secche dello scetticismo e della negazione, perché egli credeva fermamente, e la fede è una sicura bussola per ogni viaggio ideale".Di quale fede si parla qui? Di una fede, non v'è dubbio, schiettamente religiosa. Nella Vita di Arnaldo si dice: " Il giornalista diventa scrittore quando si interiorizza, quando comincia a vedere le cose non più sotto l'aspetto cinematico della contingenza, ma in quello della trascendenza; quando piega il capo per riflettere su i problemi originari; quando, come nel caso di Arnaldo, portato da un atroce dolore sulla cima, si sente come liberato dagl'impacci che lo legavano alla pianura e respira oramai nell'atmosfera delle cose infinite ed eterne. Il giornalismo del quotidiano finisce e comincia la poesia. Poesia dell'amore e della morte; della speranza e della rassegnazione; della vita terrena e del di là seducente e consolatore" (pag. 61). La precedente "disciplina interiore" consiste, dunque, in questo "liberarsi" da ogni esteriorità, vivere " nell'atmosfera delle cose infinite ed eterne", cercarsi alla radice del proprio essere sino al punto in cui all'" aspetto cinematico della contingenza" subentra "quello della trascendernza " Lì la poesia s'incontra con la Religione. L'immagine più divulgata di Mussolini, anche all’estero, è quella di una potente e fiera e intransigente volontà: egli è un "dominatore". Chi non ricorda il motto: "agli amici tutto il bene, ai nemici tutto il male possibile "? I Colloqui del Ludwig hanno ancor più divulgato il senso suo della " solitudine interiore" , e il suo acuto pessimismo intorno agli uomini fatto di compassione e di disprezzo . Questo è l'uomo e il mondo guardato da un lato. Ma Mussolini ne conosce anche un altro: eccolo. "Egli (Arnaldo) fu un buono: il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo conciliarsi con la più grande forza d’animo, col più ferreo compimento del proprio dovere. Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere scettica, ma deve essere credente. Rimanere buoni tutta la vita: questo dà la misura della vera grandezza di un'anima! Rimanere buoni, malgrado tutto. Il buono non si domanda mai se valga la pena: egli pensa che vale sempre la pena. Soccorrere un disgraziato, anche se immeritevole; asciugare una lacrima, anche se impura; dare un sollievo alla miseria, una speranza alla tristezza, una consolazione alla morte: tutto ciò significa non considerarsi estranei all'umanità, ma parteci -carne e ossa - di essa: significa tessere la trama della simpatia, con fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e li rendono migliori" (Vita di A., pag. 111-112). Siamo, dunque, passati d'un tratto, da Nietzsche a Tolstoi? L'apparenza può essere questa, la realtà è tutt’altra. ll principio nietzschiano s'è venuto trasformando nell'animo e nella mente di Mussolini in un principio d'interiorità spirituale, che liberando l'uomo da ogni interesse mondano lo innalza per questo stesso sul mondo e gli dà la forza di dominarlo; ma, nello stesso tempo, raccogliendolo nella solitudine di se stesso, gli fa scoprire la sorgente eterna d'ogni valore spirituale, la quale è, infine, anche, la fonte segreta della sua forza e azione nel mondo .Ciò ch'è grande nell'uomo, diceva Zarathustra, è l'esser egli un ponte, non già una mèta. Questa nota "super-umanistica", come superamento del "mero umanismo", è ben rimasta in Mussolini. Così come lo spirito di spregiudicatezza mentale,l'antifilisteismo, antidemocratismo, l'avversione alla " vita comoda" e l’istinto "guerriero ". Ma egli non può più essere persuaso di quel baccanale dell'Io in cui si risolve l'anticristianesimo del Superuomo e il suo disprezzo per ogni tradizione morale e religiosa dell'umanità. Il Titanismo, anche senza i fulmini più di nessun Giove, si abbatte e distrugge da se stesso. Per lo spirito eroico non basta la coscienza di possedere in sé il principio creatore della realtà: ci vuole anche la coscienza di un principio superiore che dia valore permanente alla sua azione. Quel dilemma, dunque, posto dal filosofo idealista è falso. Il che non fa meraviglia. Può la filosofia, ossia il pensiero critico, esaurire le ragioni della vita e della fede? Se tale esaurimento riuscisse alla filosofia e alla riflessione, scomparirebbe, sì, la fede, ma con essa scomparirebbe anche la vita. È misticismo, questo? Sì, è misticismo. Fa paura la parola? Fa paura al filosofo illuminista, non ha fatto paura ad un filosofo come Bergson. C'è misticismo e misticismo, del resto: anzi, innumerevoli misticismi. C’è quello Buddistico e c'è quello del Nietzsche (ch'è, anch'esso, un misticismo, per quanto opposto all'altro). C'è un misticismo pagano e un misticismo cristiano: il Bergson ha trovato in questo secondo la fonte autentica della moralità e della religiosità. C'è un misticismo protestante e c'è un misticismo cattolico: questo secondo è il meno mistico di tutti. Come la pensa Mussolini in questo punto? Lasciamo a lui la parola. "Egli (Arnaldo) era un credente, ma non -come egli disse nell'ultima conferenza alla Scuola di Mistica fascista - credente in un Dio generico che si chiama talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza: ma in Dio nostro Signore, Creatore del Cielo e della Terra, e nel suo Figliolo che un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù, e perdonerà, speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra vita terrena» (Vita di A. pag. 114). Questa, la fede di Arnaldo. Quella di Benito segue poco dopo: "Tutto quello che fu fatto non potrà essere cancellato, mentre il mio spirito, oramai liberato dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale e universale di Dio" (pag. 117) Noi non abbiamo nessun interesse (e neanche competenza) a entrare qui in questioni teologiche. Ci basta di aver dimostrato il nostro assunto: che il problema filosofico e quello religioso sono tra i problemi più vivi nel pensiero e nell'animo di Mussolini. E crediamo di aver raggiunta una sufficiente prova sia della prima e sia della seconda parte della nostra tesi. Ma, forse, la prova per la prima parte sembrerà raggiunta meglio che per la seconda. Quali germi di pensiero nuovo e originale - si domanderà - e fecondo di possibili sviluppi, sono contenuti in questo - diciam pure così - spiritualismo fascista? La risposta non può esser dubbia: lo spiritualismo mussoliniano è orientato verso un principio di pura interiorità, in cui trovano la loro coincidenza i problemi insieme della filosofia e della religione, dell'arte e della vita sociale-politica, della scienza e della storia umana Arrivati a questo punto, ognuno concederà che, a rigor di termini, avremmo il diritto di fermarci. Il diritto, e forse anche il dovere: ché, quando il filosofo si avventura in campi estranei alla sua scienza, corre sempre il rischio di sbandarsi. È, bensì vero che la filosofia pervade tutta la vita, tutti i campi della realtà; ma, così considerando le cose, il filosofo si trova riportato al livello di ogni uomo, e non sempre, allora, egli può competere con gli altri per ampiezza e ricchezza di vita e di esperienza. Ma lasciamo andare la questione dei diritti e dei doveri. Sta di fatto che questo saggio, per quanto voglia esser modesto, non può terminare qui: non si può trattare del pensiero di Mussolini senza almeno un cenno al suo capolavoro. ll capolavoro di Mussolini è lo Stato fascista, il quale è, bensì, un'opera di creazione politica, ma è tutto permeato di pensiero e di convincimenti, che rivelano, a chi ben consideri, quello stesso atteggiamento filosofico e religioso che noi abbiamo cercato di ricostruire dianzi sulla base dei suoi scritti e delle sue dichiarazioni. Noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di aggiungere, si potrebbe dire, la prova sperimentale della tesi esposta precedentemente.

In corrispondenza con tale tesi, dunque, noi dovremmo far vedere, in primo luogo, che non può comprendere lo Stato fascista chi si pone da un punto di vista filosofico e religioso diverso da quello del suo creatore; e in secondo luogo, passando al lato positivo, che in tale creazione politica agiscono quegli stessi motivi originali di interiorità e senso della trascendenza che noi abbiamo indicati prima come posizione peculiare del suo atteggiamento mentale e spirituale in rispetto a tutti i problemi della realtà e della vita. Come premessa comune a entrambi i lati del problema che qui si presenta, bisogna far attenzione a questo fatto: che noi ora passiamo a considerare l' “uomo " non più nella sua intimità e interiorità, in quella solitudine in cui soltanto Dio gli fa compagnia; ma nella vita sociale e politica, dove la sua vita è condizionata dalla vita comune e dal mondo storicamente determinato in cui egli si trova a inserire la sua azione di ogni giorno, La sua intimità e interiorità egli la deve vivere in questo mondo; la sua personalità egli la deve costruire come individualità che ha un significato e un valore essenzialmente sociale; egli ha qui per giudice, non più Dio direttamente, ma il mondo della storia e della civiltà umana. L'uomo del senso comune, ch'è spesso anche l’uomo del buon senso, può trovare motivo di diffidare, anzi di sorridere, di ogni spiritualismo che non tenga conto di una tale condizionalità: che parli di un’interiorità che si consuma dentro se stessa senza prodursi nel mondo; quasi che il filosofo e il mistico potessero mai realizzare una spiritualità pura, incorporea Invece, lo spirito umano ha bisogno del corpo per realizzarsi, la vita è attaccata a interessi materiali: bisogna far i conti con la materia per realizzarsi spiritualmente. Non per questo la questione economica non è una questione spirituale anch'essa: l'animale non ha nessuna questione economica da risolvere (già, l'animale non ha problemi di nessuna specie). È per l’uomo che il mangiare, il bere, il vestire panni e le altre necessità della vita, si presentano, non come cose a cui pensa la natura o il caso, ma come risultato della sua libera attività, del suo lavoro e ingegno; è per l’uomo, in quanto la società gli rende possibile la sua vita, che il lavoro è, oltre un diritto, un dovere: un dovere sociale. Ma, d'altra parte, è pure ovvio che la spiritualità della questione economica esprime soltanto la condizione umana di quella spiritualità più profonda che l'uomo trova nella sua pura interiorità; e che scambiare la questione economica con la questione morale, come fece il socialismo, è scambiare la condizione con il condizionato, i mezzi con il fine. Chiediamo scusa se la premessa sembrerà un po' troppo lunga; ma essa era necessaria per spiegare nel modo più breve la nostra insoddisfazione per tutte le teorie fin qui addotte sullo Stato fascista. Preghiamo, con piena sincerità, il lettore di non sospettare che si abbia noi la pretesa di possedere il segreto di quella teoria. Teniamo estremamente, anzi, a dichiarare che innanzi all'Opera di Mussolini ci sentiamo disorientati. Solo vorremmo che anche gli altri confessassero questo disorientamento. Intorno allo Stato fascista si è scritto oramai una biblioteca, fra l'ltalia e l’estero. È naturale che gli scritti migliori siano quelli degli Italiani, tra i quali sono uomini di prim’ordine per cultura, e per intelligenza. E tuttavia avviene qui quel che avviene nei commenti di ogni capolavoro, poniamo della Divina Commedia: c'è qualcosa che, dopo tutte le indagini e i chiarimenti, sfugge. Nella poesia e nell`arte si può dar la colpa alla critica che non arriva mai a tradurre in concetti l'intuizione sentimentale. Qui, nell'opera politica di Mussolini, a noi sembra che la colpa sia dei teorici che restano al di sotto del punto centrale in cui lavora il suo genio creatore fra problemi di azione e di pensiero che costituiscono la sua personalità vivente. Facciamo almeno qualche cenno più esplicito. La letteratura su accennata può dividersi in opere di economisti, di giuristi, di politici, di filosofi. I discorsi fatti in generale sono, necessariamente, sempre un po' vaghi. Ma, noi qui abbiamo un interesse ben determinato, e non abbiamo nessun dovere di allontanarci da esso per entrare nella discussione dei particolari. A cominciare, quindi, dai filosofi, dichiariamo che una filosofia capace di penetrare in ciò che ha di più singolare lo Stato fascista non esiste ancora. I filosofi che ne hanno fin qui parlato (e alludiamo non soltanto agli italiani, ma anche agli stranieri), s'indugiano ancora in posizioni che Mussolini, anzi la storia guardata dal punto di vista fascista, s'è lasciato dietro le spalle.

Ad esempio: c'è chi è ricorso allo Hegel per dimostrare ch'egli è il vero precursore della nuova civiltà del mondo inaugurata dal Fascismo. Non c'è bisogno di molta dottrina per far osservare che nel secolo intercorso fra lo Hegel e il Fascismo sono avvenute queste cose fondamentali: la critica fatta allo spiritualismo idealistico-teologico dello Hegel da parte del marxismo da una parte, e del liberalismo dall'altra; e poi la critica, che già corre per il mondo, del Fascismo contro entrambi questi. Il marxismo ebbe tutte le ragioni di richiamare quello spiritualismo astratto alla base materiale-economica per intendere il concreto mondo storico e agire in esso. Il liberalismo ebbe altrettanta ragione di non volerne sapere di quel teologismo, perché quel che a lui premeva era la libertà dell'uomo, e però dell'individuo vero e reale. Oggi il Fascismo ha superato, per parlare lo stesso linguaggio hegeliano, non soltanto l'astrattezza ed erroneità dello hegelismo, ma anche l'angustia mentale (ch'era una astrattezza ed erroneità opposta) comune al marxismo e al liberalismo. Come ritornare, dopo questo, a Hegel? Precursore? Ma, allora, ricominciamo da Platone e da Aristotele! Quanto inchiostro versato in questi anni per dimostrare che non c'è libertà senza autorità; che l'individuo s'identifica con lo Stato; che economia, etica e politica sono la stessa cosa; che la sovranità dello Stato è un Assoluto che non può ammettere altro Assoluto fuori di sé, ed altrettali filosofemi caratteristici della filosoffia hegeliana! La quale risolveva dialetticamente tutti i problemi del mondo e della storia in un processo logico del pensiero che alla fine si poneva come l'Assoluto metafisico, come il vero Dio, e vanificava, così, quelli che sono i concreti problemi del mondo storico e dell’uomo. Noi non intendiamo, con questo, di dire che tanto inchiostro sia stato versato inutilmente. Tutt'altro! È stato del tutto opportuno, per rinfrescare la memoria delle persone colte e per dirozzare la mente degli ignari su quelle che sono le premesse del pensiero contemporaneo e della civiltà moderna. Intendiamo di dire, invece, che quelle argomentazioni sono fuori fuoco: non colgono il Fascismo nel suo punto vitale. Per cogliere questo sono preferibili le poche meravigliose pagine, che veramente dànno il nuovo" senso dello Stato", contenute nel discorso del Duce all'Assemblea quinquennale del Regime, il 10 marzo 1929 : Lo Stato come organismo giuridico, come la nazione stessa organizzata politicamente, come la sostanza etica di un popolo, e altrettali definizioni, colgono la propria natura dello Stato fascista? Filosofi, giuristi, politici si affaticano insieme a cercar di adattare le vecchie definizioni al corpo della realtà nuova. C'è un concetto che ritorna frequentemente in tutte le definizioni: quello della personalità dello Stato, come di una personalità superiore che assorbe, o deve assorbire, quella inferiore degli individui che lo compongono. Ma basta poca riflessione per accorgersi che quello Stato è una formula, una realtà anonima, una personalità che e tale soltanto nel senso in cui si parla di "persona" in giurisprudenza quando si vuol dire di un ente o istituto che ha un riconoscimento dalla legge ed è "soggetto" di diritti. Ossia, è una personalità che è il massimo della impersonalità. La personalità, invece, dello Stato fascista consiste in questo: che c'è un Capo, una personalità e volontà in carne e ossa, che governa e dirige tutta la complessa vita statale. Lo Stato come Costituzione, come organismo politico-giuridico con tutti i suoi attributi e le sue forme di sovranità, resta come un presupposto che il Fascismo non ha nessuna intenzione di negare, perché, appunto, lo presuppone come un dato acquisito dalla coscienza giuridica e politica moderna. Se no, si tornerebbe al tipo delle Signorie, della coincidenza immediata di Stato e Principe (già notata da Mussolini nel suo Preludio al Machiavelli). Ma, come Aristotele diceva già sin da allora, che l'ordine e la forza di un esercito li fa sopratutto il buon comandante, così il Fascismo pensa che per uno Stato forte e capace di contar qualcosa nella determinazione della storia mondiale, quel che più conta è la volontà e capacità di chi siede al governo, dirige e determina la via da seguire. In quella Volontà si debbono organizzare tutti i voleri, in quella personalità debbono prender corpo tutte le gerarchie, classi e categorie dello Stato, tutte le attività della Nazione. Gerarchie, classi e categorie, le quali collegano il Capo con il resto del corpo politico, sì che, per il tramite di esse, la personalità dello Stato, espressa in sommo grado dal Capo, arrivi via via sino al popolo ed alla massa altrimenti amorfa e sbandata. È questione, dunque, di libertà e di autorità? Certamente! Ma non in quei termini astratti, non in una dialettica che per dimostrare troppo non dimostra niente, o può dimostrare ugualmente bene l'opposto. Mussolini non s'è mai indugiato in tali esercitazioni: dichiarando che " la libertà è un mezzo, non un fine" ha risolto la questione perentoriamente. Questo è autoritarismo, dispotismo, ecc., ha esclamato e tentato di dimostrare un filosofo liberale, a cui hanno fatto eco altri filosofi e politici stranieri. Strano! Quel filosofo passa la sua vita nella meditazione della Storia, e non s'è ancora accorto che la Storia la fa non l'individuo isolato con la sua astratta libertà, ma l'individuo in quanto volontà e libertà organizzata in quell'organistmo spirituale che è lo Stato. Sono gli Stati che decidono del mondo storico-sociale, non gl'individui come tali: così come sono gli eserciti che determinano la vittoria, non i soldati singolarmente presi " Stato etico", si dice: e questo, si aggiunge, almeno questo, è pure un concetto di marca schiettamente Hegeliana. Per cui, dall'altra parte, si protesta: eccoci tornati, col Fascismo, alla "morale di Stato", alla "morale governativa": quale aberrazione filosofica e morale! Se non che, anche qui, non si può raccomandare abbastanza di non perdersi in queste discussioni, e di attingere direttamente alla fonte delle parole e del pensiero di Mussolini. Prendiamo un passo: "Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato Fascista, perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta e del disprezzo. Lo Stato Fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è Cattolico, ma è Fascista, anzi sopratutto, esclusivamente, essenzialmente Fascista. Il Cattolicismo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola".

Vediamo di non cambiargli le carte in tavola. Contro una Chiesa che, movendo dal principio di esclusivo monopolio nella direzione delle coscienze, tende a tener per sé, come si dice nel linguaggio scolastico (del tempo in cui si faceva questione fra Papa e Imperatore per il governo del mondo), tutto "lo spirituale", e a lasciare allo Stato la sola cura dei beni materiali: contro tale Chiesa Mussolini adduce, di pieno diritto, la rivolta della sua coscienza, del suo senso di Capo di uno Stato moderno, che sa di governare degli uomini liberi e non già un gregge, di guidare un popolo verso un ideale di civiltà e non già di essere un semplice amministratore di beni, ed afferma il carattere spirituale dello Stato e il fondamento morale che sostiene la sua autorità di Capo. Ma da questo al concetto che risolve il problema morale nel problema dello Stato, c'è un molto rispettabile intervallo, anzi un abisso, che a noi non risulta in alcun modo che Mussolini abbia mai tentato di varcare. Stato unitario, totalitario: tutto nello Stato, per lo Stato, nulla fuori e, sopratutto, nulla contro di esso. E può essere diversamente data la nuova concezione fascista? Come in guerra tutte le forze materiali e spirituali della Nazione vengono organizzate, senza residuo, per la vittoria delle armi; così in pace lo Stato fascista ha bisogno di tutte le forze, fisiche, morali e intellettuali, dei suoi cittadini per vincere quella più grande battaglia che determina il posto di uno Stato nel mondo e il corso della storia stessa Quindi nulla, di quanto l’individuo può dare, sfugge all'interesse dello Stato fascista: la sua cultura, la sua educazione, la sua coscienza morale, la stessa sua coscienza religiosa. Ma questo non implica un "assorbimento" dell'individuo nel senso che lo Stato ne succhi e svuoti la personalità! Tutt'altro: lo Stato fascista ha ogni interesse, anzi, a potenziare la personalità fisica e morale dell'individuo, a sollecitarne la libera iniziativa, a trar profitto dalla sua vocazione e dalle sue inclinazioni, e, ove occorra, anche dalle sue ambizioni e dalle legittime aspirazioni al benessere e agli agi materiali. Non, dunque, che sia erronea la cosiddetta identificazione dell'individuo con lo Stato; ma, presentata in quella dialettica astratta, non dice nulla di positivo, e può condurre, ripetiamo, anche a dire il contrario . Così, per la questione economica. Stato corporativo, sì, certo: è un caposaldo dello Stato fascista, che qui si lascia di nuovo dietro le spalle il socialismo e il liberalismo insieme. Ma se, da questo si vuol dedurre che l'originalità e importanza dello Stato fascista sia tutta in questo punto, nell'aver immessa una "coscienza statale" nel giuoco degli interessi materiali che governano l'economia di un Paese, c'è l’evidente pericolo di fare del Fascismo un'antitesi, sì, del comunismo e bolscevismo, ma sullo stesso piano. Insomma: economia, etica, politica sono, bensì, legate indissolubilmente nello Stato fascista, ma non per questo l'una è la stessa cosa dell’altra. E veniamo, infine, alla tanto dibattuta questione religiosa. Stato confessionale? No, certo: si è detto e ripetuto. Allora, Stato superconfessionale ? Si, certo, nell'ovvio senso in cui, negandosi che sia confessionale, si vuole pure affermare la sua religiosità. La religiosità, si ha una grande premura di aggiungere e ripetere a sazietà, "immanente". Non ha detto il Duce: "tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato"? Ma la conseguenza, al solito, è tratta troppo facilmente, con una argomentazione che, per voler esser troppo profonda, resta alla superficie della questione e del pensiero di Mussolini. Il quale non ha mai sognato di fare della religione una questione meramente politica. Dal dire che lo Stato fascista ha estremo interesse a coltivare la coscienza religiosa della Nazione; a dire che, quindi, è lo Stato stesso che crea quella coscienza e ne è l'arbitro, ci corre quel solito intervallo o abisso che Mussolini non consta abbia tentato di abolire. Ancora una volta! Noi non abbiamo nessuna nostra filosofia da esibire, e non pretendiamo a nessun brevetto di scopritori o interpreti del pensiero mussoliniano. Ci limitiamo a esibire dei "materiali" e dei "punti di vista", quali possono essere rigorosamente documentati da fatti e da scritti. E però domandiamo: quella teoria " immanentistica " è in accordo con ciò che consta del pensiero e dell'azione mussoliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti in precedenza, e però rispondiamo: non consta, anzi consta il contrario. Diciamo meglio e di più: quel che consta è un'impostazione del problema politico-religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di sviluppi nell'avvenire della coscienza politico-religiosa, non soltanto degli Italiani, ma dell'uomo semplicemente, in universale. C’è un fatto: che lo Stato ha affermato la sua assoluta sovranità nel mondo dello spirito storicamente considerato; e contemporaneamente la Chiesa ha rinunciato a entrare più nelle questioni interne allo Stato e nelle competizioni, di qualsiasi specie, fra gli Stati. Nelle due sfere si sono, per la prima volta dacché esistono, delineati e definiti esattamente, per lo meno in via di diritto, i rispettivi confini. Con questa reciproca delimitazione hanno posto, insieme, il loro preciso rapporto: quindi né assoggettamento della sovranità dell'uno all'altra, né separazione nel senso che l'uno non voglia saper nulla dell'altra. Lo Stato fascista, proprio perché è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini bergsoniani, ci sono due fonti, o si dica due punti di vista, della vita morale e religiosa dell'uomo, a seconda che questa si consideri nella realtà sociale-politica della storia, ovvero in quella interiorità dell'uomo e della personalità che è la sua spiritualità pura. Abbiamo spiegato a sufficienza, dianzi, che questi due punti di vista non si escludono, anzi sono vitalmente e indissolubilmente legati. Lo Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi fini: per la spiritualità ch'è alla base del Cristianesimo, e per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principii di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all'autorità, che sono alla base della concezione politica del Fascismo. Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo accordo della coscienza religiosa con la coscienza politica degli Italiani, che pone termine a un dissidio rimasto, secondo l'espressione di Mussolini stesso, come una spina confitta nel profondo dell'anima nazionale. Ma la Chiesa non ha da guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un programma da realizzare anche più vasto e profondo: liberata dagl'interessi politici, accostarsi sempre di più alle coscienze nella pura interiorità, parlare ad esse un linguaggio più intelligibile e persuasivo, rinnovare nelle menti e nei cuori i motivi di quella fede che fece la sua grandezza in altri tempi, anzi in ogni tempo. Solo per questa via alla conciliazione fra essa e lo Stato potrà seguire l'altra fra essa e il pensiero moderno.

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


Ultima modifica di RomaInvictaAeterna il Mer Gen 16, 2013 9:45 am, modificato 3 volte in totale
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Dom Gen 13, 2013 1:28 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

APPENDICE

POSITIVISMO, IDEALISMO E SPIRITUALISMO*

(*Tra parentesi quadre il commento del Carlini)

"Che cosa ci pongono di fronte gli avversari? Niente: delle miserie. Sono ancora in arretrato di 50 anni in fatto di filosofi.a Stanno postillando tutte le fantasie dei positivisti: fantasie, dico, poiché come non vi è un uomo più pericoloso del pacifista, così non vi è un ideologo più pericoloso del positivista. Tutto il processo di rinnovazione spirituale delle nuove generazioni è a loro ignoto" (Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci). L'idealismo è il termine generale più acconcio a comprendere il movimento della filosofia contemporanea sorto contro il positivismo che aveva dominato la cultura europea nel periodo precedente a quello a cui Mussolini accenna. In quanto antipositivista, il pensiero mussoliniano si può ben definire idealista. Che i fatti non si intendano senza l'attività del pensiero, e che la realtà non si domini senza un principio spirituale, è verità messa in gran luce dall'idealismo contemporaneo, svoltosi poi in svariate direzioni. La varietà di queste direzioni dipende, da una parte, dalla diversa valutazione del positivismo criticato; e dall'altra, dalla diversità di significato del principio spirituale ispiratore. Per la prima parte, la critica più avveduta ha cercato di salvare, nel positivismo, esigenza di concretezza, il senso della realtà dell'esperienza umana (conoscitiva e pratica): l'idealismo è andato d'accordo, qui, col positivismo nella tendenza contro la metafisica e la logica astratta. Per la seconda, l'atteggiamento generale dell'idealismo è stato per una rivalutazione dei principii religiosi, di cui l'illuminismo aveva fatto troppo buon mercato: senza di essi, infatti, neppure s'intende il valore morale della vita e il dovere del sacrifcio per gl'ideali che fanno grande l'uomo. Ma, poi, non sempre l'idealismo ha salvato abbastanza, da un lato, il senso di concretezza del mondo dell'esperienza; dall'altro, il senso veramente religioso della vita spirituale. L'idealismo assoluto, in modo particolare, viene oggi criticato da entrambi i lati, ed è questa la ragione per cui gli si oppongono, da una parte, correnti di pensiero più vicine ai problemi dell'esperienza e della scienza, e dall'altra lo schietto spiritualismo. Questi problemi, interni all'idealismo, sono presenti, sia pure germinalmente, anche nel pensiero di Mussolini,sopratutto nelle pagine in cui espone le Idee fondamentali della Dottrina del Fascismo, che ora passiamo ad esaminare.

"Come ogni salda concezione politica, il Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha, quindi, una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero".

Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. "Non c'è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica, o si raccoglie in una visione o in una fede".

[Si noti, nel primo passo, il rap;porto posto fra la contingenza o realtà della storia, in cui vive l'uomo, e il valore universale del pensiero che la illumina. Ivi si accenna anche all'altro problema del rapporto fra il pensiero e l'azione: o, come meglio si vede nel secondo passo, tra filosofia e fede religiosa. Il pensiero filosofico si svolge, di necessità, in un sistema concettuale; nella fede il pensiero è soltanto intuizione, e diventa, così, principio di vita e di azione].

"Così il Fascismo non s'intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo per il Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla super?cie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del Fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio; una vita in cui l'individuo, attraverso la negazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo".

[Il modo spiritualistico di concepire e sentire la vita, è qui esposto con tutta chiarezza nelle sue ragioni morali. Non implicherà esso un principio anche di fede religiosa? Come, infatti, richiedere all'individuo l'abnegazione di sé e la rinuncia ai suoi interessi, alla vita stessa, senza una fede trascendente?]

"Dunque, concezione spiritualistica, sorta anch'essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il Fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle di?icoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta, pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in se stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per ficarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per l'umanità. Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme (arte, religione, scienza), e l'importanza grandissima dell'educazione. Questa concezione positiva della vita è, evidentemente, una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita, perciò, quale la concepisce il fascista, è seria, austera, religiosa. Il Fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una volontà obiettiva, che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre ad essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero".

[Innegabilmente, questo spiritualismo è d'ispirazione schiettamente religiosa. Ma -e questo è un punto di capitale importanza per l' intelligenza della religiosità- immanente allo spiritualismo caratteristico della dottrina fascista non vuole che il senso religioso della vita svigorisca, o neghi addirittura, l'attività dell'uomo e la sua fede nella propria volontà. Fascismo è, anzi, spirito d'iniziativa, audacia, senso eroico della vita. Dottrine negative di quest'attivismo, si dice nel passo ora riferito, sono tutte quelle che pongono il centro della vita fuori dell'uomo. Tali, aggiungiamo noi, tutte le forme di panteismo. Il Cristianesimo non è panteismo: e però -salvo in alcune interpretazioni e manifestazioni secondarie - non nega la volontà e l'attività, e può, anzi, rinvigorire il senso morale della vita col dare un valore assoluto anche al dovere di sacrificare la vita stessa per un ideale puramente umano come quello della Patria. Non si scordi che è proprio del Cristianesimo il concetto della vita come milizia. Il cristiano, infatti, pone, bensi, il suo Dio oltre di sé, trascendente, ma non fuori di sé: lo trova nella più profonda interiorità della sua stessa vita spirituale. Queste considerazioni, da noi aggiunte, non paiono in contrasto con il motivo ispiratore del passo riferito. La loro conformità, anzi, a esso sarà anche più chiara, se si tiene presente che Fascismo, non solo non è soltanto "un sistema di governo", ma non è neppure soltanto "un sistema di pensiero ": è anche, come s'è veduto innanzi, una fede]

" ll Fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre", nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l'uomo è nulla".

[L'uomo non può vivere la sua vita di azione, e realizzare in sé i più alti valori umani, fuori della società, ossia fuori del mondo storico in cui la sua vita si trova, di fatto, inserita. Questo è, evidentemente, il significato della proposizione: "Fuori della storia l'uomo è nulla".Il problema dell'immortalità dell'anima è, qui, fuori causa. E sarebbe, reputiamo, fraintendere il pensiero di Mussolini interpretare queste parole come l'affermazione di un panteismo storico, o di uno storicismo assoluto, che risolvesse tutto l'uomo, senza residuo, nel mondo della storia]

"Perciò il Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo secolo XVIII: ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la felicità sulla terra, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci starebbe una sistemazione de?nitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il Fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica: praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé, e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto".

[Parole d'oro: ricche di senso realistico, del senso positivo della storia e dei problemi, sempre concreti e determinati, che l'uomo d'azione si trova innanzi].

" Antindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare: il Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev' essere l' attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo, il Fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacchè, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso, il Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo".

[Già a pag. 37, abbiamo chiarito in quale significato, a nostro avviso, va intesa l'eticità dello Stato fascista, e la sua totalitarietà. Non si tratta, dicemmo, di un assorbimento e svuotamento della personalità spirituale dell'individuo! Si tratta, invece, del contributo che l'individuo, col suo lavoro e con la sua cultura, può e deve dare ai fini della vita nazionale, alla potenza materiale e spirituale dello Stato. Sarebbe, dunque, anche qui, un fraintendere il pensiero di Mussolini l'allargare il significato dell'affermazione: "nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato", sino a fargli dire che nello Stato si risolve tutta, senza residuo, la vita spirituale, e che nulla esiste fuori dello Stato. L'esistenza di Dio, per lo meno, fa eccezione.]

Lo scritto prosegue con altre riflessioni: sul socialismo, sul sindacalismo, sulla democrazia, ecc. Prendiamo nota di aIcuni punti soltanto, che giovano all'intelligenza della peculiarità dello Stato fascista, da noi precedente mente accennata, e su la quale torneremo fra poco.
Il Fascismo, si dice, è "un'idea che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di UNO, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola...: moltitudine unificata da un'idea, ch'è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità"
Nel sentimento nazionale, infatti, si esprime la coscienza e volontà di tutti come una stessa coscienza e una volontà sola. Ma questa medesimezza e unità è ben lontana dal trovare la sua vera e concreta espressione se non interviene lo Stato. Nel sentimento nazionale essa resta - e potrebbe restare per secoli - allo stato potenziale. È lo Stato che traduce il sentimento nazionale dalla potenza all'atto. È lo Stato che lo attua. E lo attua come volontà ch'è personalità: personalità effettiva, attuale, concreta, del Capo del governo, la cui volontà prende corpo, per mezzo della disciplina, nei gerarchi (1), e giù giù sino alla massa popolare. Soltanto in questo modo, a noi sembra, si può parlare della personalità dello Stato: riferendosi allo Stato fascista. Una conferma di questo modo di vedere è data da quanto segue nello scritto di Mussolini, dove dice che "non è la nazione a generare lo Stato, anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza". Il diritto di una nazione -si aggiunge - "a questa esistenza, ossia all'indipendenza, deriva da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri".
Stato fascista è Stato educatore. Esso "non si può limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo". E non è semplicemente un meccanismo giuridico, o economico: sia pure come corporativismo. Lo Stato fascista " è forma e norma interiore, e disciplina di tutta la persona: penetra la volontà come l'intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell'umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo le si annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore, dell'artista come dello scienziato. Il Fascismo, insomma, non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata"

IL PROBLEMA DEL CATTOLICISMO

Nella conchiusione del nostro scritto precedente abbiamo accennato all’idea (potremmo dire, l’augurio) che la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa, avvenuta per opera di Mussolini, segni il principio, non soltanto di una nuova concezione, veramente religiosa, dello Stato moderno in generale, ma anche di un possibile rinnovamento della Chiesa Cattolica nel senso di una più generale conciliazione fra essa e il pensiero moderno.
Ma, poiché l'autore di questo scritto può, giustamente, essere in sospetto per la sua provenienza dalla filosofia neoidealistica italiana, che non è ortodossa, è bene, penso, che il lettore senta anche la parola di persona proveniente, in questo punto, dal campo opposto.
Ecco, dunque, il Barnes, del quale abbiamo già avuto occasione di citare il volume “Gli aspetti universali del Fascismo”, con prefazione di Mussolini, il quale assicura che “ il Barnes è preparato al suo compito: conosce il Fascismo nella sua elaborazione dottrinale e nelle sue realizzazioni pratiche “ ( pag. 8 ). Egli non è un filosofo di professione; ma, poiché di una filosofia non poteva far a meno per il suo argomento, professa di aderire alla filosofia che oggi combatte l’idealismo per un ritorno all’ incomparabile dottrina di S. Tommaso: “Io penso che il neoscolasticismo sia, preso nella sua totalità, la più vitale scuola filosofica dell’Europa odierna, e quella che più di ogni altra sia capace di assimilare quanto di veramente importante vi sia nella altre scuole, contribuendo, così, allo sviluppo del progresso filosofico “ (pag. 25). E per essere più sicuro di interpretare bene questa dottrina, si è rivolto a un professore di teologia dogmatica della Pontificia Università Gregoriana di Roma, il quale lesse il suo manoscritto e lo aiutò, “a rendere il testo più accurato nella sua parte filosofica”. Si può, dunque, stare tranquilli.
Si noti che il libro del Barnes è stato pubblicato prima della Conciliazione: il che fa onore alla sua perspicacia, come ora diremo.
Che dice, dunque, il libro del Barnes? “Esso è stato, in parte, scritto con lo scopo di dimostrare che il Fascismo non è incompatibile con gl’insegnamenti della Chiesa cattolica, e sopratutto che i principii fondamentali della Chiesa, nei riguardi della natura e finalità di uno Stato, sono interamente e veramente consoni a quelli che ha abbracciato quel gruppo di fascisti che rappresenta, di fatto, la corrente principale di questo movimento. Questa è, secondo me, l’idea centrale, il fulcro del movimento fascista: l’assoluto disdegno di ogni materialismo, di ogni teoria naturalistica dello Stato, siano esse del tipo professato da Maurras o da Marx o da Hegel, da Rousseau e dagli altri innumerevoli filosofi pullulati non appena la cultura cessò di avere le sue radici nel pensiero cristiano... lo non esagero. Questa è, secondo me, l’origine della Rivoluzione fascista, che può essere generalmente definita una furiosa rivolta contro le varie forme di materialismo che dall’epoca della Rinascenza pagana hanno chiaramente dominato la nostra civiltà” (pag. 14. e segg.).
Che il Fascismo, nella sua dottrina, sia contro il materialismo, e però sia su una linea di spiritualismo, non saremoo, certamente, noi a porre in dubbio: ci sono troppe esplicite dichiarazioni, su questo, di Mussolini stesso. Ma che dalla Rinascenza a oggi la filosofia moderna non sia altro che materialismo, è, questo, un paradosso che non ha bisogno di confutazione: si presenta da sé come un errore evidente. E sarebbe troppo facile (e perciò vi rinunciamo) ritorcere l’accusa proprio contro la dottrina scolastica, o neoscolastica, dimostrando che, se ce n’è una che sostenga la “teoria naturalistica dello Stato”, è quella.
Noi non abbiamo nessun interesse, qui, a metterci in discussione col Barnes per la sua filosofia. Anzi, l’interesse maggiore per noi è proprio il fatto che siamo agli antipodi nel modo di pensare, e tuttavia (e questo è un fatto che ha estremo interesse per tutti) concordiamo nelle conchiusioni.
Dopo, dunque, aver constatata la consonanza dei principii fondamentali della Chiesa cattolica con i principii fondamentali del Fascismo, il Barnes soggiunge: Non si deve, per questo, ritenere il Fascismo legato necessariamente all’ortodossia [Cattolica, ndr]. Questo oramai è per me chiaro e vi sono molti italiani, fascisti, che rigetterebbero energicamente una simile affermazione. Con loro, l’intera e forte scuola dei neoidealisti e Gentile ripudierebbero questa teoria. Se io avessi posto questa distinzione avrei meglio chiarito la portata universale del Fascismo. Nonostante ciò, io sostengo la mia tesi principale: io rimango convinto che il Fascismo, non solo sarà il mezzo per conciliare il disaccordo tra Chiesa e Stato in Italia; ma farà sì che, sotto il suo sforzo, sia possibile alla Chiesa assimilare la cultura moderna. Io ritengo che le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi della Chiesa. Sono d’opinione che il risorgere dell’ortodossia col Fascismo, affermerà vittoriosa questa tendenza. La Chiesa dovrà allora convincersi di non esser più una rocca chiusa, e, nell'assimilare la cultura moderna, dovrà perdere ogni sua diffidenza verso di questa e riassumere, ancora una volta, le direttive della cultura umana moderna" (pag. 17 e segg).
Alla buon’ora! Dunque,le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi della Chiesa, perché costringerà la Chiesa cattolica a rinnovarsi, a mutare il suo atteggiamento verso la cultura moderna. Possiamo, allora, accettare anche questa conchiusione del Barnes: “Riassumendo, io sostengo che il Fascismo è il principio di una nuova sintesi politica e culturale, in cui, prendendo a paragone un’elissi, la tradizione romana dell’autorità sia politica che ecclesiastica rappresenterà i due fuochi. Questa è una profezia, e solo il tempo potrà dimostrare se io abbia o no ragione” (ivi).
Come la pensa il nostro Duce in proposito? Non è troppo azzardato, noi crediamo, di supporre che egli la pensi, per l’appunto, così, o in un modo vicino a questo. Lo si può arguire anche dal fatto che - per quanto egli distingua fra credenti e praticanti “partecipare al culto è affare personale “ ( Colloqui, pag. 173) - pure non esclude che un fascista possa essere cattolico nel senso più ortodosso. Disse di Michele Bianchi: “Voglio anche ricordare il modo della sua fine. L’uomo che aveva strenuamente combattuto per un decennio sotto i duri simboli delle verghe e della scure, volle cattolicamente morire nel conforto dei riti e delle speranze, della millenaria religione del popolo italiano”(1930). E di Arnaldo: ”Egli era un cattolico convinto e praticante, ma altrettanto convinto e fermissimo Milite della Rivoluzione e difensore dei legittimi diritti dello Stato" ( Vita, Pag. 58 ). Il problema, infatti, non è un problema che si possa risolvere su la carta: è un problema di fede, oltreché di pensiero; e va vissuto dall’individuo nella sua pura interiorità, prima ancora che dibattuto fra i due maggiori istituti storici quali lo Stato e la Chiesa.

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Italo Fiero




Registrato: 28/10/11 14:36
Messaggi: 47

MessaggioInviato: Lun Gen 14, 2013 1:33 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Scritto illuminante.
_________________
"Fecisti patriam diversis gentibus unam"
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Mer Gen 16, 2013 9:38 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Italo Fiero ha scritto:
Scritto illuminante.


Sì. Lo scritto è "illuminante".

Ma si mette sulla stessa strada tracciata da quelli che lo hanno preceduto. Ovvero tutti gli scritti dottrinari, a partire dalla Dottrina ufficiale del Fascismo, dalla quale questo scritto (come hai potuto constatare) è partito.

La chiarezza di queste analisi è quasi disarmante! E la tenace coerenza con TUTTI gli altri scritti, di tutti gli altri autori fascisti UFFICIALI (vedi Panunzio, inserito recentemente sul forum), è cristallina!

Tra l'altro è da sottolineare la semplice, ma allo stesso tempo lapidaria, considerazione del gentiliano Carlini: la COMPLEMENTARIETA' di Fascisti che hanno FORMAZIONI FILOSOFICHE DIFFERENTI, ma che sono accomunati dalla stessa VISIONE FASCISTA Spiritualistica (è il caso del Carlini stesso e del Barnes).

Cosa che abbiamo DIMOSTRATO alla luce della Dottrina Fascista a profusione! Cosa che invece è stata NEGATA pretestuosamente dagli ANTIFASCISTI travestiti da Fascisti che abbiamo avuto la disgrazia di incontrare anche noi!

Quindi: testo illuminante, sicuramente. Non meno di tutti gli altri. E non "necessario" a comprendere gli altri.

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Italo Fiero




Registrato: 28/10/11 14:36
Messaggi: 47

MessaggioInviato: Mer Gen 16, 2013 11:24 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Citazione:
Sì. Lo scritto è "illuminante".

Ma si mette sulla stessa strada tracciata da quelli che lo hanno preceduto. Ovvero tutti gli scritti dottrinari, a partire dalla Dottrina ufficiale del Fascismo, dalla quale questo scritto (come hai potuto constatare) è partito.

La chiarezza di queste analisi è quasi disarmante! E la tenace coerenza con TUTTI gli altri scritti, di tutti gli altri autori fascisti UFFICIALI (vedi Panunzio, inserito recentemente sul forum), è cristallina!

Tra l'altro è da sottolineare la semplice, ma allo stesso tempo lapidaria, considerazione del gentiliano Carlini: la COMPLEMENTARIETA' di Fascisti che hanno FORMAZIONI FILOSOFICHE DIFFERENTI, ma che sono accomunati dalla stessa VISIONE FASCISTA Spiritualistica (è il caso del Carlini stesso e del Barnes).

Cosa che abbiamo DIMOSTRATO alla luce della Dottrina Fascista a profusione! Cosa che invece è stata NEGATA pretestuosamente dagli ANTIFASCISTI travestiti da Fascisti che abbiamo avuto la disgrazia di incontrare anche noi!

Quindi: testo illuminante, sicuramente. Non meno di tutti gli altri. E non "necessario" a comprendere gli altri.


Vero, anche se essendo semplice come scritto, risulta più facile la comprensione, in quanto non tutti (io per primo) hanno le dovute conoscenze per apprendere in pieno tutte le nozioni Fasciste.
Non in quanto complesse in se, ma per la grande apertura mentale che bisogna possedere per capirle in maniera "totalitaria"Very Happy !!

_________________
"Fecisti patriam diversis gentibus unam"
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ore
Pagina 1 di 1

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum





Associazione Culturale Apartitica- 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2006