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Cosa deve l'Italia a Mussolini!

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Ott 31, 2012 11:05 am    Oggetto:  Cosa deve l'Italia a Mussolini!
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Missiròli, Mario. - Giornalista italiano (Bologna 1886 - Roma 1974). Redattore e corrispondente di parecchi quotidiani, dal 1918 al 1921 diresse Il Resto del Carlino, e dal 1921 al 1923 Il Secolo di Milano, finché questo non fu acquistato da un gruppo filofascista. Corrispondente romano della Stampa, sostenne le posizioni dell'Aventino e accusò Mussolini di correità nel delitto Matteotti, per cui in seguito dovette svolgere la sua attività in modo anonimo. Nel 1946 assunse la direzione del Messaggero. Passò nel 1952 alla direzione del Corriere della sera e del Corriere d'informazione, che tenne fino al 1962, tornando poi, come collaboratore, al Messaggero; è stato presidente della Federazione nazionale della stampa italiana. Ingegno versatile (che ha risentito dell'influsso tanto di Croce quanto di Oriani e di Sorel), pronto ad afferrare le mutevoli situazioni e a interpretarle secondo una sua dialettica tendente a conciliare cattolicesimo e liberalismo, Missiroli è stato per cinquant'anni, direttamente e indirettamente, un commentatore autorevole della vita politica italiana. Fra i suoi numerosi saggi storico-politici e raccolte di articoli, ricordiamo: La monarchia socialista, 1914; Polemica liberale, 1919; Opinioni, 1921, nuova ed. 1956 (il suo libro forse più felice); Date a Cesare, 1929; Studi sul fascismo, 1934; L'Italia d'oggi, 1942; Da Tunisi a Versailles, 1942.
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Sembrerebbe semplicemente il profilo di un grande giornalista, testimone dei fermenti culturali che hanno agitato il 900, divenuto per di più al termine della carriera presidente del sindacato giornalisti della repubblica antifascista, insomma il “prototipo ispiratore” migliore di Montanelli,…. ma…. spulciando un profilo biografico più dettagliato spunta che…
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(Dizionario-Biografico)/

…Missiroli, oltre ad essere stato ANCHE avversario del Fascismo e di Mussolini (col quale combatté personalmente in duello alla sciabola!), prima di divenire benemerito della repubblica antifascista era stato PURE fervente fascista, tanto da scrivere a metà degli Anni 30 un libello molto interessante, ripubblicato in versione “aggiornata” nel 1941 dal titolo inequivocabile… COSA DEVE L’ITALIA A MUSSOLINI! …di seguito ne riportiamo un cospicuo estratto che merita certamente di essere letto e portato alla pubblica attenzione!



Mario Missiroli, “COSA DEVE L’ITALIA A MUSSOLINI”, Roma, 1941, Società Editrice di Novissima; (estratto pp. 7 – 18 / 25 – 167 / 191 - 231)

AVVERTENZA

Questa pubblicazione si propone uno scopo modesto: offrire un quadro quanto più possibile compiuto e aggiornato di quella che è stata l'attività costruttiva del Fascismo dal suo avvento al potere fino ad oggi. Il compilatore si è deliberatamente astenuto da considerazioni di ordine generale, per attenersi unicamente ai fatti positivi e alle cifre che nella loro semplicità mostrano quanto sia stato vasto e profondo il rinnovamento operato da Mussolini in tutti i settori della vita nazionale. Attraverso questa documentazione si scorge quale è stata la preparazione degli anni laboriosi che hanno portato alla sfolgorante vittoria, che ha dato all'Italia un Impero; quale il metodo che ha Permesso al Duce di con-seguire una finalità sempre chiarissima e sempre presente al suo spirito, anche se poté sfuggire alla quasi totalità degli italiani, che solo all'indomani dei fatti compiuti, che infransero l'iniqua coalizione di cinquantadue Stati, intesero la ferrea logica e la rigorosa coerenza di un'opera che seppe proporzionare con miracoloso equilibrio i mezzi ai fini. La conquista dell'Impero ha illuminato di vivissima luce tutta l'opera degli anni precedenti, che ha attuato, con una puntualità che sa di prodigio, il Programma formulato nel memorabile discorso dell'Ascensione. Nella prospettiva del tempo il quadro storico assume le proporzioni e i rilievi di un capolavoro della volontà e come tutte le opere del genio trascende i suoi dati iniziali e le sue stesse procedure. Ecco perché, pur non avendo trascurato nessuno dei molteplici campi nei quali si è manifestata l'inflessibile volontà del Condottiero, il quadro è fatalmente insufficiente a dare l'ultima ragione, che è anche la più profonda, di quanto è avvenuto. Non era possibile, infatti, mediante una documentazione, sia pure il più possibile esatta, di quella rivoluzione che ha mutato il volto dell'Italia, dar ragione dell'altra rivoluzione, ad essa parallela, che ne ha trasformato l'anima, e, meno ancora, penetrare il segreto di quella personalità, che ha saputo riassumere in sé il genio della nostra gente, interpretare le esigenze della nostra storia, dar vita, anima, forma concreta alle millenarie aspirazioni del popolo italiano. Egli ebbe l'eroico coraggio di porre gli italiani di fronte a questo dilemma tragico: o la grandezza o la morte. Come egli abbia potuto risolverlo secondo il primo termine, domandando al popolo dei sacrifici che oggi appaiono assolutamente trascurabili se si pensa all'imponenza dei risultati, è un quesito che nessuna indagine statistica potrà mai risolvere. Ci muoviamo nelle zone inviolabili del genio e delle passioni originarie della razza. Si può tentare di scrutarle affidandosi all'intuizione, che indovina quello che la ragione non è sempre ben sicura di comprendere.


IL F A S C I S M O

L'Essenza del Fascismo - La Nazione - L'individuo e lo Stato - Il liberalismo - Democrazia e socialismo - I problemi sociali - I rapporti con la Chiesa - L'Impero.

Mentre democrazia e liberalismo, socialismo e comunismo possono dirsi dottrine politiche anonime, poiché le folle ignorano quasi sempre i nomi dei loro fondatori, il Fascismo non è separabile dalla persona del suo creatore: la sua stessa diffusione oltre i confini d'Italia è dovuta, più che alla dottrina, alla suggestione della figura del Duce, che colpisce le fantasie e conquista le anime. Togliere al Fascismo questo suo contenuto umano per ridurlo a fredda e astratta teoria da dottrinari e professori, significa togliergli quanto ha di vivo, attuale, concreto, e significa precludersi la via per intenderlo. La norma di vita che costituisce l'essenza del Fascismo trae la sua origine dall'esperienza della guerra. « Per noi fascisti la vita è un combattimento continuo, incessante, che noi accettiamo con grande disinvoltura, con grande coraggio, con la intrepidezza necessaria ». (Mussolini, Discorso di Villa Glori nel settimo anniversario dei Fasci, 28 marzo 1926). E ancora: « Io amo il popolo italiano, lo amo alla mia maniera: il mio è l'amore armato, non l'amore lagrimoso ed imbelle virile che affronta il compito della vita come una battaglia ». (Mussolini, Discorso di Asti, 24 settembre 1925). Concezione eroica e quindi guerriera; ma l'educazione guerriera data al popolo e alla gioventù italiana è soprattutto educazione alla disciplina, al coraggio, al sacrificio; non ha per scopo immediato ed unico la guerra, non è un arido insegnamento di pratiche militari, poiché il suo motto è « libro e moschetto », dove il libro viene prima del moschetto. Il Fascismo è essenzialmente un'esaltazione della vita, intesa come dovere e come progresso. « Il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio; comprende la vita come dovere, elevazione, conquista; la vita che deve essere alta e piena : vissuta per sé, ma soprattutto per gli altri vicini e lontani, presenti e fu-turi ». (Mussolini, La dottrina del Fascismo). La vita è dunque azione, ma non azione fine a se stessa, poiché essa ha uno scopo preciso e concreto : la nazione, considerata come comunanza di lingua, di storia, di tradizioni, di abitudini, di esperienze e di ricordi. Ma fin qui la nazione non sarebbe che un dato di fatto, non costituirebbe ancora una finalità di ordine morale. La nazione è una finalità per il Fascismo in quanto consente all'individuo di trascendere i propri interessi immediati e particolari, di collaborare ai fini universali della storia. « Il Fascismo è una concezione storica nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il grande valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l'uomo è nulla ». (Mussolini, La dottrina del Fascismo). Il Fascismo ha affermato un nuovo concetto del rapporto fra l'individuo e lo Stato, diverso da quello liberale, che mirava soprattutto a garantire la libertà degli individui, mediante il libero giuoco dei partiti. Il singolo non è più considerato come fondamento e fine della società, né la società come la somma dei singoli; ma la società è concepita come un tutto organico, con fini, volontà e contenuto propri, mentre gli individui sono riguardati parti integranti di questo tutto. Lo Stato fascista non si presenta, quindi, come uno Stato puramente giuridico, ma come uno Stato etico. « Lo Stato, così come il Fascismo lo concepisce e lo attua, è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della Nazione; e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode ed il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu dai secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione ». (Mussolini, Discorso all'Assemblea quinquennale del Regime, io marzo 1929). Stato assoluto dunque? Ritorno al pensiero dei reazionari, di De Maistre e di Metternich? Mussolini è esplicito al riguardo. « Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo non devono tuttavia far credere che il Fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l'anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L'assolutismo monarchico 'fu' e così pure ogni ecclesiolatria. Così 'furono' i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro. Il concetto di autorità fascista non ha niente a che vedere con lo stato di polizia ». (Mussolini, La dottrina del Fascismo). In quanto a fede, il Fascismo è intollerante e intransigente. Ogni fede è intollerante, non può riconoscere diritto di cittadinanza a dottrine e correnti che mettano a repentaglio la sua opera, che offendano quel valore assoluto in cui crede. Una sola dottrina nel mondo moderno fu tollerante: la dottrina liberale. Ma il liberalismo è prima di tutto un metodo e un metodo di governo. Il suo ideale sarebbe quel governo, che, lasciando libertà assoluta di movimento a tutti gl'indirizzi e a tutti i partiti, permettesse, attraverso la polemica, il libero esame e la critica, il trionfo dell'indirizzo migliore. A rigore, un tale governo non dovrebbe intervenire, con la sua autorità e la sua forza, nella lotta, ma attendere, per decidere ed operare, il risolversi della lotta stessa. Un governo siffatto è possibile, entro certi limiti, là dove tutti i cittadini sono sostanzialmente d'accordo, là dove vi è una mentalità comune uniforme, una opinione pubblica indivisa. E' possibile dove i partiti politici si differenziano su questioni di dettaglio, su particolari amministrativi, di tasse e di dogane, non là dove sono poste in discussione le basi stesse della convivenza sociale, le forme dello Stato, e la lotta politica assume il tragico carattere di una lotta di principi. Non è possibile, ad esempio, che un governo adoperi metodi liberali col comunismo, che vuol distruggere, con la violenta insurrezione, quindi con metodi non liberali, la essenza stessa dello stato liberale, il principio stesso del liberalismo. Alla base del metodo liberale sta una fede: la fede nella dialettica benefica della storia, per cui anche l'avversario, anche il male finisce per contribuire all'immancabile trionfo del bene. Fede ottimistica, che le atroci esperienze della guerra, la stessa indagine storica sulla decadenza e sulla scomparsa delle civiltà hanno grandemente scosso. Una concezione siffatta non può essere la parola d'ordine dell'azione, che ha bisogno di credere saldamente nel bene e nel male. L'ideale del liberalismo sarebbe la totale eliminazione dello Stato, una società perfetta in cui lo Stato, col rigore delle sue leggi e con la forza, sue armi divenisse superfluo. Fra questo Stato, presupposto come uno Stato di polizia, e la libertà degli individui non è possibile che opposizione. Una tale opposizione concepisce Stato e individuo come due termini astratti, mentre la realtà è l'opposto: lo Stato vive dell'individuo, è fondato sugli individui e l'individuo trova la pienezza della sua vita nello Stato. L'opposizione fra Stato ed individuo non si risolve con l'eliminazione di uno dei due termini, ma con la progressiva loro identificazione. L'antitesi aveva una ragione d'essere quando lo Stato era il patrimonio di una famiglia o di un gruppo e gli individui erano dei sudditi. Ma la storia moderna rappresenta il processo per cui questo dissidio viene superato e si manifesta appunto, come un progressivo allargamento dello Stato, che cessa di essere appannaggio di pochi e, insieme, come un rafforzamento di esso. L'autorità dello Stato, frantumando i gruppi, sottrae l'individuo all'oppressione di altri, garantisce la libertà. Ma questa garanzia non si limita, oggi, alla semplice protezione giuridica : oggi lo Stato è chiamato a soccorrere, a potenziare, a sviluppare la vita degli individui. La sua indifferenza e neutralità si risolverebbero in una solenne ingiustizia, nella perpetuazione della posizione di privilegio di ricchi e potenti a tutto danno dei deboli e diseredati. Se, invece, per liberalismo si intende il rafforzamento della personalità, il Fascismo è allora sulla via maestra : come non ripristina i privilegi di casta, caratteristici dell’« ancien regime », così non nega quei diritti elementari inerenti alla personalità umana con che si è iniziata la costruzione dello Stato moderno. Che cosa differenzia il Fascismo dalle dottrine democratiche? « Il Fascismo nega che il numero, per il semplice fatto d'esser numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fattore meccanico ed estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete ». (Mussolini, La dottrina del Fascismo). Ma ove non si ammetta che la democrazia è fatalmente legata a certe istituzioni, che si richiamano al sistema parlamentare inglese, e si voglia, invece, riconoscere che esistono formazioni storiche profondamente democratiche, che prescindono dalle forme tradizionali nelle quali si manifesta di solito la democrazia, è facile scorgere come il movimento promosso da Mussolini sia la creazione di un nuovo assetto sociale tipicamente democratico. Il Fascismo rappresenta, infatti, l'entrata del popolo italiano nello Stato italiano. Esso è la fase risolutiva del Risorgimento. Lo Stato italiano ha cessato di essere lo Stato della borghesia specialmente urbana, per divenire lo Stato di tutti gli italiani. Il Fascismo è antisocialista già per la sua stessa concezione della vita in netta antitesi col materialismo storico, secondo il quale la storia si spiegherebbe soltanto con le vicende dell'economia. « Che le vicende dell'economia — scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavori, invenzioni scientifiche — abbiano una loro importanza, nessuno nega, ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori è assurdo : il Fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell'eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico — lontano e vicino — agisce ». (Mussolini, La dottrina del Fascismo). Sarebbe, però, un grosso errore vedere nel Fascismo una reazione della proprietà privata al comunismo, la mera difesa dei grandi e dei piccoli proprietari, una estrema risorsa del vecchio capitalismo. Sotto molti riguardi, il Fascismo rappresenta, anzi, una decisa condanna non del capitale, ma del « sistema » capitalistico e plutocratico. Il suo concetto del rapporto fra Stato e proprietà è l'unico modo di conciliare l'iniziativa privata con le indeclinabili esigenze della società e della produzione odierna. Con ciò è definita anche la posizione dello Stato : esso interviene soltanto quando manchi o sia insufficiente l'iniziativa privata o quando siano in giuoco gli interessi politici dello Stato. Sul terreno delle rivendicazioni sociali, pur escludendo la lotta di classe e i suoi metodi consueti, lo sciopero e la serrata, il Fascismo riconosce la necessità e l'utilità dei sindacati operai. Anche qui, però, è intervenuta la dialettica fascista: come l'individuo e la proprietà, negati come realtà per sé stanti, e anarchiche, sono conservati e sollevati ad una superiore dignità nello Stato, così anche la lega operaia, negata come gruppo estraneo ed ostile allo Stato, è sollevata a dignità di elemento positivo della vita nazionale e riconosciuta ufficialmente dallo Stato. Il sindacato operaio, la cui istituzione è libera e che non ha carattere obbligatorio, ottiene la giuridica rappresentanza degli interessi della categoria. Lo Stato interviene nei problemi del lavoro indirettamente, in quanto riconosce alle associazioni giuridicamente costituite il diritto esclusivo di trattare in nome delle categorie. Se il sistema sindacale ha per compito l'attenuazione della questione sociale e l'eliminazione dei conflitti del lavoro, il sistema corporativo ha per scopo il potenziamento dell'economia nazionale. La corporazione riunisce i rappresentanti di tutte le categorie interessate a un dato ramo della produzione e poiché è organo dello Stato, le sue norme, ricevuta la sanzione dal Capo del Governo, hanno valore di legge. Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, che costituisce in materia economica lo stato maggiore del Governo, è la sintesi di tutte le energie e di tutti gli interessi. Aspetto originalissimo dello Stato fascista, è quello dei suoi rapporti con la Chiesa. Il Fascismo ha riaffermato il principio consacrato nell'articolo I° dello Statuto, per il quale la religione cattolica è la sola religione dello Stato. Tuttavia, se lo Stato ha assegnato alla Chiesa cattolica una situazione giuridica di particolare favore, sia per la tradizione che essa rappresenta, sia per il fatto che la grande maggioranza del popolo italiano professa la religione cattolica, lo Stato fascista non è divenuto per questo uno Stato confessionale. Le altre professioni di fede sono non semplicemente « tollerate », come era detto nello Statuto, ma ammesse e giuridicamente tutelate. Il principio della separazione fra la Chiesa e lo Stato, quale era inteso dalla vecchia dottrina liberale, aveva per presupposto l'idea della Chiesa come associazione privata e della religione come problema della coscienza individuale. Ma siffatta idea della vita religiosa era di natura protestante e urtava la coscienza del popolo italiano. Il Fascismo giunse, invece, ad una netta distinzione fra i due poteri e i compiti che sono chiamati ad assolvere. Pur proclamando che lo Stato è la più alta idealità umana in terra, il Fascismo ha nettamente affermato che al disopra dell'umano vi è il divino. Sulla base di questi principi, il Regime fascista ha potuto risolvere la Questione Romana, facendo in tal modo rientrare nei quadri della vita nazionale anche le vaste masse cattoliche che prima si mantenevano estranee od ostili. L'unità sociale e morale del popolo italiano, la ricostituzione dello Stato secondo i modi di una democrazia che non ha riscontri altrove, perché è sintesi di liberalismo e di socialismo e non è riducibile a nessuno dei due termini, sovrastando ad entrambi l'autorità dello Stato, interprete del presente e del futuro, doveva fatalmente portare la nazione italiana sulle vie della conquista imperiale. La pressione demografica, una delle maggiori d'Europa, la mancanza di colonie di popolamento, la povertà del proprio territorio, la necessità di materie prime, sono i dati di intelligenza comune e immediata, che hanno giustificato l'Impero agli occhi di tutti gli osservatori imparziali. Accanto a questi dati elementari ve ne sono altri di origine più remota e non meno profondi. Uno su tutti gli altri. Si è detto fin troppo che l'unità italiana fu opera di una minoranza eroica e di provvide coordinazioni diplomatiche; che alla sua formazione concorsero in modo decisivo partecipazioni e vittorie straniere; che il popolo nella sua maggioranza, restò estraneo alla Rivoluzione del Risorgimento. Da questo si volle dedurre l'indeclinabile dovere, da parte dell'Italia, di partecipare all'opera di incivilimento dei continenti rimasti in arretrato nel processo della storia mondiale e, prima di tutto del continente africano. L'Italia non poteva essere risorta unicamente per sé, ma anche per concorrere al progresso della civiltà universale. Solo a questa condizione la resurrezione italiana nel secolo decimonono aveva un senso. Non è senza una profonda ragione che Mussolini abbia così tenacemente insistito sul contributo che l'Italia si preparava a recare alla causa della civiltà durante l'impresa etiopica. Del resto, fino dai primi giorni del movimento fascista, Mussolini non esitò a formulare la necessità dell'Impero. « L'imperialismo è il fondamento della vita per ogni popolo che tende ad espandersi economicamente e spiritualmente. Noi vogliamo il nostro posto nel mondo perché ne abbiamo diritto ». (Mussolini, Atto di nascita del Fascismo, 23 marzo 1919). Questa necessità insopprimibile per la vita del popolo italiano coincideva coi fini remoti della civiltà. « E' destino che Roma torni ad essere la città direttrice della civiltà in tutto l'occidente d'Europa. Innalziamo la bandiera dell'Impero, del nostro imperialismo, che non deve essere confuso con quello di marca prussiana o inglese ». (Mussolini, Secondo discorso di Trieste, 8 febbraio 1921). E' sorto, così, l'Impero del Lavoro, che conferisce all'imperialismo italiano una carattere inconfondibile.

[…]

LA RICOSTRUZIONE DELLO STATO

Il discorso del 3 gennaio – La legge sul Primo Ministro – Facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche – Il Gran Consiglio – Riforma della legge di Polizia – Il diritto di associazione e la massoneria – La riforma elettorale – La Camera dei Fasci e delle Corporazioni – Gli Enti autarchici.

Il 16 novembre del 1922 Mussolini affrontava, per la prima volta, la Camera, che gli era in maggioranza ostile, pur temendolo. Non si può dire che il nuovo Capo del Governo la trattasse benevolmente. « lo affermo —egli diceva con parola non esente da durezza — che la rivoluzione ha i suoi diritti. Mi sono tuttavia imposto dei limiti; potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco per i manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di Fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto ». Nonostante il tono aspro di queste prime dichiarazioni, per un intero biennio, il '23 e il '24, non manca mai, nei discorsi di Mussolini, la parola della pacificazione e della possibile intesa, ferma sempre restando la accettazione integrale dei fatti compiuti. Discutendosi, nel luglio '23, la riforma elettorale, Mussolini non esitava a pronunziare queste parole: «Voi sapete che io sarei felice domani di avere nel mio Governo i rappresentanti diretti delle masse operaie organizzate. Vorrei averli con me, vorrei dare loro anche un dicastero delicato, perché si convincessero che l'amministrazione dello Stato è una cosa di straordinaria difficoltà e complessità, che c'è poco da improvvisare, che non bisogna fare tabula rasa come è accaduto in qualche rivoluzione, perché dopo bisogna ricostruire ». Era il momento in cui Parlamento e Paese — a giudizio del Duce — potevano riconciliarsi. Pochi mesi dopo, invece, nel gennaio del '24, all'Assemblea del Partito, Mussolini dimostrava l'impossibilità, oltre che ideale, anche tecnica, per così dire, di alleanze elettorali e politiche coi vecchi partiti, che avevano fiancheggiato il Governo nei primi tempi. Essi erano irreparabilmente divisi. Tuttavia offriva ancora una possibilità di riconciliazione. « Accoglieremo al di fuori, al disopra e contro i partiti, nelle nostre file, tutti gli uomini che sono disposti a darci la loro attiva disinteressata collaborazione, restando bene inteso che la maggioranza dev'essere riservata al nostro Partito ». Un avvenimento assolutamente imprevedibile pose fine a tutti i tentativi di concordia e di collaborazione. Dopo le elezioni del 1924, le quali avevano dato ai fascisti una maggioranza di due terzi nella Camera dei deputati, alcuni elementi irresponsabili soppressero il deputato socialista Matteotti. Parve, in quei giorni, che le antiche lotte stessero per prorompere con la violenza di un tempo. I partiti: opposizione, insieme collegati (eccettuata quella frazione del partito liberale che faceva capo all'on. Giolitti), ritirarono i propri rappresentanti dalla Camera. Fu la così detta secessione dell'Aventino. A sedare queste agitazioni intervenne personalmente lo stesso Mussolini col celebre discorso del 3 gennaio 1925, che segnò una data decisiva nell'evoluzione del Regime. Il Capo del Governo assumeva sopra di sé la responsabilità di tutta la temperie rivoluzionaria suscitata in Italia fin dal tempo dell'intervento nella grande guerra, prendeva solenne impegno di fare severa giustizia dei colpevoli, ma non ammetteva che tutto il Regime fosse messo in istato di accusa. Tramontavano, così, le estreme possibilità di collaborazione con uomini di altri partiti. Tutto il potere si concentrava, oramai, nel Partito fascista. Si iniziò, da quel momento, la riforma costituzionale dello Stato ed ecco le leggi costituzionali del Regime Fascista, di diverso contenuto, ma accomunate da un unico, identico spirito : quello del rafforzamento della sovranità dello Stato. Ecco la legge 24 giugno 1925, n. 2263 sulle attribuzioni e prerogative del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato; ecco la legge 31 gennaio 1926, n. 100 sulla facoltà del Potere esecutivo di emanare norme giuridiche; ecco la legge 9 dicembre 1928, n. 2693 sul Gran Consiglio del Fascismo. La prima di dette leggi — quella sul Primo Ministro — taglia il nodo gordiano della dipendenza del potere esecutivo dal potere legislativo, che è la caratteristica saliente degli ordinamenti liberali e democratici. Essa rovescia le vecchie posizioni costituzionali, crea la figura di un Primo Ministro responsabile verso la Corona; di un potere esecutivo, che è al centro della vita costituzionale dello Stato. Attenendosi allo Statuto, la legge dichiara che il Re esercita il potere esecutivo per mezzo del suo governo; che il governo del Re è costituito dal Primo Ministro e dai Ministri; che il Primo Ministro è Capo del Governo e che tutti quanti restano responsabili verso di lui. Ma operando sotto la direzione del Primo Ministro, i Ministri sono altresì responsabili verso di questo. Il Primo Ministro è il Capo dei Ministri e non più soltanto primus inter pares. Non si può parlare di cancellierato, allo stesso modo che non si può parlare di un presidente di consiglio secondo la tradizione degli Stati puramente parlamentari. Il cancelliere dell'Impero germanico era il ministro « unico » di un capo di Stato governante direttamente, mentre il presidente del consiglio della Repubblica francese è soltanto il mandatario della maggioranza parlamentare, che riceve una investitura formale dal Capo dello Stato. Si tratta di una concezione esclusivamente italiana, ugualmente lontana dal sistema parlamentare propriamente detto e dal sistema puramente costituzionale. La seconda legge — quella sulla « facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche » — rafforza ulteriormente, dal punto di vista funzionale, il potere esecutivo, disciplinandone costituzionalmente la potestà normativa, in contrapposto ai regimi liberali e democratici, che quella potestà o limitavano o lasciavano vivere ai margini della Costituzione. La terza — la legge sul Gran Consiglio — creò questo nuovo organo costituzionale, a cui affidò numerose quanto delicate attribuzioni consultive e deliberanti. L'articolo I° della legge lo definisce « l'organo supremo, che coordina tutte le attività del Regime, sorto dalla Rivoluzione dell'ottobre 1922 ». Esso riassume tutte le forze organizzate del Paese, dal Governo al Parlamento, alla Milizia, al Partito, ai sindacati, alle corporazioni, alle grandi istituzioni fasciste. Così, mentre la sintesi personale dello Stato si concreta nella persona del Re, capo supremo, la sintesi collegiale delle varie organizzazioni esistenti nello Stato si realizza nel Gran Consiglio. Fra gli organi fondamentali dello Stato il Gran Consiglio si pone in una posizione sua propria. Supremo consulente della Corona, le prerogative e i diritti di questa rimangono gelosamente integri. Consulente ordinario del Governo, esso adempie, rispetto al Governo, « alla duplice funzione di tramite fra esso e le altre forze organizzate della Nazione e di consulente ordinario in materia politica ». Il Gran Consiglio non sta al di sopra, ma accanto al Governo per illuminarlo su tutte le questioni e per collaborare con lui. Questa funzione di consulenza e di collaborazione non vincola affatto l'azione del Governo, perché è al Governo che spettano la decisione nei casi concreti e la responsabilità politica. Per le stesse ragioni il Gran Consiglio non è un duplicato del Consiglio dei Ministri, che rimane l'organo collegiale deliberante del Governo con sfera propria di poteri e di competenza. La funzione legislativa e la funzione ispettiva rimangono al Parlamento, nei cui confronti il Gran Consiglio assume posizione nettamente autonoma. Partecipa alla funzione legislativa, ma con poteri esclusivamente consultivi; e, d'altro canto, interloquisce su questioni, come il diritto di guerra e di pace, che sono riservate alle prerogative della Corona. Di particolare importanza la riforma della legge di Polizia. La vecchia legge del 1888, fedele ai principi del liberalismo, concepiva l'attività di polizia come limitazione di diritti soggettivi già perfetti di per se stessi e preesistenti alle norme di polizia. Nella concezione fascista, al contrario, il diritto dello Stato costituisce il solo diritto primario e l'attività di polizia è concepita non come un limite negativo della libertà individuale, ma nei confronti dei privati per il conseguimento di finalità preminenti di pubblico interesse. In armonia a tali principi e partendo dal presupposto che lo Stato ha il diritto di intervenire in tutti i rapporti della vita sociale, specie quando essi tocchino in modo immediato e diretto l'interesse pubblico, la nuova legge sottopone a disciplina di polizia tutte quelle attività che erano, in passato, lasciate alla libera iniziativa individuale e sottoposte a disciplina di polizia attenuata. Severissima è la nuova legge per la difesa della morale e del costume. Anche il diritto di associazione è stato riformato. Si è dovuto tutelare, con una riforma, il diritto dello Stato. La legge sulle associazioni — trasfusa negli articoli 214 e 218 della nuova legge di Pubblica Sicurezza — riveste una grande importanza politica e morale. Essa conferisce facoltà agli organi di polizia di richiedere gli elenchi e dei soci e delle associazioni esistenti e operanti in Italia e commina pene per coloro i quali o non obbediscano all'ingiunzione, ovvero diano notizie scientemente false. Fa poi obbligo agli impiegati dello Stato e degli Enti autarchici di non partecipare ad associazioni « operanti, anche solo in parte, in modo clandestino od occulto o i cui soci siano comunque vincolati dal segreto ».E' con questa legge che è stata abolita, di fatto, la Massoneria. La riforma della legge sulla stampa (31 dicembre 1925) culmina nell'abolizione dell'istituto del gerente responsabile. Ogni giornale deve avere un direttore responsabile. Ove il direttore sia senatore o deputato, il responsabile deve essere uno dei redattori principali ordinari del giornale. Non esiste la censura preventiva. Una garanzia per la serietà e la dignità della funzione della stampa è rappresentata dall'istituzione dell'albo professionale dei giornalisti. La riforma elettorale (2 settembre 1928, n. 1993) costituì la prima negazione del sistema parlamentare. La designazione dei candidati spettava alle Confederazioni nazionali dei sindacati, che proponevano un numero complessivo di candidati pari al doppio dei deputati da eleggere. Spettava, inoltre, agli Enti morali legalmente riconosciuti ed alle associazioni esistenti anche solo di fatto, che avessero importanza nazionale e perseguissero scopi di cultura, di educazione, di assistenza, di propaganda. Tali Enti potevano proporre un numero complessivo di candidati pari alla metà dei deputati da eleggere. A sua volta, il Gran Consiglio formava la lista dei deputati designati scegliendo liberamente nell'elenco dei candidati proposti ed anche fuori, quando ciò fosse stato necessario per comprendere nella lista persone di chiara fama o speciale competenza. Il Collegio era unico, nazionale. Se la metà più uno dei voti validamente dati era favorevole alla lista, la Corte d'Appello di Roma la dichiarava approvata. In caso contrario, si rinnovavano le elezioni con liste concorrenti. Mediante tale riforma, veniva a cadere la base elettorale sulla quale, secondo le costituzioni politiche del passato, era fondata la rappresentanza nazionale, giacché il popolo riunito in un collegio unico nazionale era bensì chiamato a votare, ma la votazione non aveva più il significato di scelta o di designazione di individui, sibbene quello di una adesione plebiscitaria all'indirizzo politico generale del Governo. Ma il Regime fascista non poteva limitarsi ad una semplice « riforma » elettorale. Era necessario conferire al Parlamento una nuova sostanza, che rispondesse in tutto alla riorganizzazione dello Stato concepita dal Duce. Questo fu attuato con la legge istitutiva della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (19 gennaio 1939, n. 129). Essa rappresenta la sintesi delle due più originali creazioni del Regime: i Fasci e le Corporazioni. Abolito il « corpo » elettorale e il relativo collegio, la nuova Assemblea non è una Camera composta di individui, ma di Enti, poiché i suoi « componenti » sono tali in quanto essi appartengono agli organi collegiali dei Fasci e delle Corporazioni e, cioè, al Consiglio nazionale del Partito e al Consiglio nazionale delle Corporazioni. Il Consiglio nazionale del Partito è formato dal Segretario del Partito, dal Direttorio nazionale, dagli Ispettori del Partito, dai Segretari federali, dai Presidenti delle Associazioni nazionali dei mutilati e invalidi di guerra e dei combattenti, nonché da una rappresentanza dei Fasci all' Estero. Il Consiglio nazionale delle Corporazioni è formato dai membri del Comitato corporativo centrale, che comprende tutti i Ministri e i Sottosegretari di Stato, dai consiglieri effettivi delle Corporazioni nominati in rappresentanza del P.N.F., dai consiglieri delle Associazioni professionali e dall'Ente nazionale fascista della Cooperazione. Fanno egualmente parte dell'Assemblea, oltre il Duce, i componenti del Gran Consiglio del Fascismo, eccettuati i senatori e gli accademici. Il componenti della Camera ammontano a circa 650 (non vi è un numero fisso prestabilito). Il titolo di « deputato » è sostituito da quello di « consigliere nazionale ». L'appartenenza alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni è subordinata all'appartenenza agli istituti ricordati. La decadenza da tali cariche comporta automaticamente la decadenza da membro della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In tal modo la Camera dei Fasci e delle Corporazioni è, come il Senato, un ente permanente e continuo nella sua costituzione, ma a cagione della temporaneità delle cariche da cui i suoi componenti traggono la loro origine, mobile, variabile e sempre aperto. Da un punto di vista tecnico, la parte più originale della riforma è quella che disciplina il modo col quale la nuova Camera esercita le sue funzioni. A differenza dei vecchi parlamenti, essa non funziona per tutte le materie nella sua interezza, ma si fraziona in organi speciali, detti Commissioni legislative, il che agevola la sua attività. All'Assemblea plenaria vengono sottoposte soltanto le materie di importanza capitale, mentre tutti gli altri disegni di legge sono deferiti all'esame esclusivo delle Commissioni, che esercitano le stesse funzioni che una volta erano affidate alla Camera nel suo complesso. Un disegno di legge approvato da una Commissione sarà come approvato dalla Camera. Tale innovazione rappresenta un rilevante progresso nella tecnica legislativa Esso mira, infatti, a concentrare l'esame dei singoli provvedimenti nelle mani dei più competenti. La nuova Camera diviene, così, lo strumento che attua la partecipazione dei Fasci e delle Corporazioni all'esercizio del potere legislativo. Il concetto di rappresentanza elettiva diventa, in tal modo, superfluo, perché tutto il popolo, politicamente ed economicamente organizzato, appartiene alla Camera, destinata a rinnovarsi con l'avvicendarsi degli uomini nei Fasci e nelle Corporazioni. La politicità della nuova Camera è nella identificazione di Stato, governo e popolo. Agli stessi principi che hanno ispirato la riforma costituzionale si uniforma la vasta riforma degli Enti autarchici. Con tale riforma il Regime si propose di inquadrare gli Enti autarchici in una salda gerarchia, armonizzando la loro attività con quella dello Stato. Scomparve, così, quel decentramento, che, richiamandosi alle autonomie locali, portava alla disgregazione dello Stato. La struttura generale del Comune restò immutata. Ma al sistema della elettività degli organi amministrativi dei Comuni fu sostituito il sistema della designazione governativa (legge 4 febbraio 1926, n. 237). Al sindaco fu sostituito il Podestà, che richiamava in vigore una antichissima istituzione italiana. Il Podestà è di nomina regia e dura in carica cinque anni. Ha i poteri del sindaco, della Giunta e del Consiglio. Nei Comuni con popolazione fino a 20.000 abitanti è in facoltà del Prefetto di nominare una Consulta municipale che assista il Podestà. Nei Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti o che siano capoluoghi di Provincia, la nomina della Consulta è obbligatoria. I consultori sono scelti su terne designate dalle associazioni sindacali riconosciute. Quando la popolazione dei Comuni superi i centomila abitanti, la nomina dei consultori è fatta dal Ministro dell'Interno; negli altri casi dal Prefetto.


SINDACATI, CORPORAZIONI CARTA DEL LAVORO

La questione sociale come problema di produzione – Il Sindacato riconosciuto - La legge 3 aprile 1926 - La Carta del Lavoro - L'iniziativa privata - Le Corporazioni – Il ciclo produttivo - Il Consiglio nazionale delle Corporazioni - Il lavoro non è una merce.

Secondo il Fascismo la questione sociale è un problema di « produzione » e non di semplice « distribuzione » di ricchezza. Alla lotta di classe sostituisce la collaborazione fra le classi; all'agnosticismo dello Stato liberale di fronte ai conflitti economici e sociali, un sistema armonico di istituti (sindacati, federazioni, confederazioni, corporazioni) nel quale il principio della supremazia dello Stato è integrato dal principio della parità fra le classi, dall'assoluta eguaglianza del capitale e del lavoro, collocati su un medesimo piano giuridico, politico ed economico. Il Fascismo non ignora il fenomeno sindacale; lo riconosce e lo disciplina. Con le legge 3 aprile 1926 esso ha regolato in modo organico i contratti collettivi di lavoro. Essa consta di due parti. La prima è dedicata al riconoscimento giuridico dei sindacati; la seconda alla magistratura del lavoro. Il sindacato, per essere riconosciuto, deve comprendere un numero minimo di datori di lavoro o di lavoratori aderenti per libero consenso e deve perseguire, oltre che scopi di natura economica, determinati scopi di assistenza, di istruzione, di educazione. Deve offrire garanzie di capacità, di moralità, di sicura fede nazionale. I sindacati si raggruppano in federazioni e queste, a loro volta, in confederazioni. Se uno è il sindacato legalmente riconosciuto, è naturale che esso rappresenti tutti i datori di lavoro o tutti i lavoratori di una data categoria e non i soli iscritti. È per questo che i contratti collettivi di lavoro, stipulati dai sindacati legalmente riconosciuti, hanno effetto rispetto a tutti i datori di lavoro, lavoratori, artisti e professionisti ai quali si riferiscono. Ma è anche per questo che ogni lavoratore o datore di lavoro è tenuto a versare il proprio contributo finanziario al sindacato anche nel caso di mancata iscrizione. Alla magistratura ordinaria, alla Corte d'Appello, è affidata la risoluzione dei conflitti fra capitale e lavoro. La sua giurisdizione è obbligatoria per tutte le controversie relative ai rapporti del lavoro, siano essi collettivi o individuali. L'obbligo di ricorrere, per qualsiasi vertenza, alla magistratura del lavoro, che giudica con criteri di equità, esclude l'autodifesa. Sono, pertanto, vietati lo sciopero e la serrata. La formazione del diritto fascista del lavoro non si esaurisce nella Legge sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi; ma si integra in un altro documento di importanza capitale: la Carta del Lavoro. La Carta del Lavoro consacra i diritti e i doveri fra la Nazione e i cittadini nel campo economico e morale. Durante tredici anni la Carta del Lavoro ha avuto soltanto un alto valore morale. Le sue Dichiarazioni, non consacrate in disposizioni di diritto positivo, erano ritenute dalla giurisprudenza come espressioni di nuovi principi generali e, come tali, rappresentavano per il magistrato elementi di interpretazione della legge sui rapporti di lavoro, nella incertezza o incompiutezza del suo contenuto. Ma con l'anno XIX la Carta del Lavoro diventò legge di natura costituzionale e premessa dei nuovi Codici. Le Dichiarazioni della Carta del Lavoro oggi costituiscono principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato e danno il criterio direttivo nell'interpretazione e nella applicazione della legge. Al pari della legge 3 aprile, la Carta del Lavoro vuole, prima di tutto, eliminare la lotta di classe e l'autodifesa dei gruppi come dei singoli sul terreno economico e sociale. Una simile finalità presuppone un principio superiore al lavoro e al capitale ed al quale entrambi debbano obbedire in ogni momento della loro esistenza. Esso trova la sua precisa formulazione nella prima dichiarazione della Carta del Lavoro. « La Nazione italiana è un organo avente fini, vita, mezzi di azione superiori, per potenza e durata, a quelli degli individui, divisi o raggruppati, che la compongono. t una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista ». Se unitaria è la produzione, unitaria deve essere egualmente la sua disciplina. Lo Stato la sorveglia e la controlla, pur lasciando all'iniziativa privata la massima autonomia. « Lo Stato corporativo — dichiara la Carta del Lavoro — considera l'iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell'interesse della Nazione. L'organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l'organizzazione dell'impresa è responsabile dell'indirizzo della produzione di fronte allo Stato ». Insieme con questa responsabilità la Carta del Lavoro attribuisce al datore di lavoro l'esclusiva direzione dell'impresa. E’ per questo che « le associazioni professionali di datori di lavoro hanno l'obbligo di promuovere in tutti i modi l'aumento e il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi ». Quando tali condizioni vengano a mancare, subentra il diritto dello Stato. « L'intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l'iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell'incoraggiamento e della gestione diretta ». Con questa proposizione il sistema si chiude. Che cosa sono le Corporazioni? Sono degli organi speciali (già previsti dall'articolo 3 della legge 3 aprile), i quali « riuniscono le organizzazioni sindacali nazionali dei vari fattori della produzione — datori di lavoro, lavoratori intellettuali e materiali — per un determinato ramo di produzione ». Quale è il carattere della Corporazione? Lo dice chiaramente l'articolo 43 del Regolamento che attua la legge 3 aprile : « La Corporazione non ha personalità giuridica; essa costituisce un organo dell'amministrazione dello Stato. Il decreto che la costituisce ne determina le attribuzioni e i poteri ». Evidente appare la differenza che corre fra Sindacati Corporazioni. Mentre i Sindacati hanno personalità giuridica con la rappresentanza separata dei datori di lavoro dei lavoratori, le Corporazioni sono organi dello Stato rappresentano l'organizzazione unitaria delle varie categorie della produzione, cioè dei datori e dei prenditori di lavoro. Non rappresentando interessi particolari delle singole categorie, le Corporazioni possono coordinarle in modo unitario tenendo sempre presenti le esigenze superiori della produzione nazionale. Il 5 febbraio 1934 una apposita legge istituiva le Corporazioni in numero di ventidue. Ma secondo quale criterio si dovevano costituire le Corporazioni? Dibattutissima fu la questione. Due criteri si presentavano come possibili; quello della costituzione delle Corporazioni per categoria e quello della costituzione di esse per prodotto e per ciclo produttivo. A prima vista può sembrare che i due criteri della « categoria » e del « prodotto » si equivalgono. Infatti, 'le « categorie » altro non sono che i datori di lavoro e i lavoratori i quali attendono ad una determinata produzione; e il frutto del loro lavoro è il « prodotto ». Quindi, o che si ponga mente al fattore uomo di una determinata produzione (la categoria), o che si parta dal punto terminale di questa produzione (il prodotto), il risultato dovrebbe essere lo stesso. Ma, in realtà, la questione è del tutto diversa, a seconda che si adotti l'uno o l'altro criterio; e quella prima impressione è forse dovuta soltanto alla imperfezione della terminologia. Qui per « prodotto » s'intende il prodotto con cui si conclude tutto un ciclo produttivo e che spesso presuppone una serie di trasformazioni di prodotti antecedenti. Per esempio il seme-bachi è un prodotto; il baco da seta è un altro prodotto, ossia una seconda tappa del ciclo produttivo; il filo di seta una terza, il tessuto una quarta, cui segue ancora una quinta fase: quella commerciale. Ora, se le Corporazioni vengono istituite per categoria, è possibile che si debba addivenire alla istituzione di tre Corporazioni per la seta : una nel campo industriale per la trattura, la torcitura e la tessitura, un'altra, della bachicoltura, nel campo agricolo; ed una terza per il commercio dei vari prodotti serici. Se, invece, si segue il criterio del prodotto, meglio, del ciclo produttivo, si istituisce un'unica Corporazione della seta, nella quale devono essere rappresentate, in modo proporzionale alla entità dei rispettivi interessi, le categorie di datori di lavoro e di lavoratori che attendono alla produzione del seme-bachi, alla bachicoltura, alla trattura ed alla torcitura della seta, alla tessitura, alla stampa, al finissaggio, alla tintoria, al commercio dei vari prodotti. La Corporazione ha la potestà di emanare delle norme giuridiche, intese a regolare i rapporti economici collettivi e la produzione unitaria in un particolare settore. Sono gli stessi interessati ad una determinata produzione che attuano questa disciplina, onde fu detto a ragione che la Corporazione significa autodisciplina delle categorie produttrici. In seno alla Corporazione il Partito tutela l'interesse generale della collettività contro possibili egoismi di gruppi particolari. La Corporazione non agisce di sua propria iniziativa, ma in seguito a proposta dei ministri competenti o su richiesta di una delle associazioni collegate, con l'assenso del Capo del Governo. Un quesito : se la Corporazione presiede alla disciplina unitaria della produzione in un particolare settore, in un particolare « ciclo produttivo », chi presiede alla disciplina unitaria di tutta quanta la produzione nazionale? A chi spetta di collegare i vari cicli produttivi, o, meglio, le varie Corporazioni, per ottenere la sintesi definitiva? Interviene, a questo punto, il Consiglio nazionale delle Corporazioni, che ha il compito di disciplinare e di coordinare gli interessi delle varie branche della produzione con criteri e obiettivi di natura essenzialmente nazionale. Il Consiglio nazionale delle Corporazioni non può essere equiparato al Parlamento. E non può nemmeno essere considerato un parlamento economico. La sua funzione è consultiva. Esso è un organo tecnico che funziona non di sua iniziativa, ma dietro richiesta del Capo del Governo o delle associazioni interessate, sempre con l'assenso del Capo del Governo, mentre il Parlamento resta un organo essenzialmente politico, che deriva i suoi poteri (virtualmente illimitati) dalla Costituzione. Il Consiglio nazionale delle Corporazioni è un organo creato dal potere legislativo, che potrebbe, domani, modificarlo o sopprimerlo, mentre il Parlamento non può essere soppresso che da se stesso o dalla Rivoluzione. Questa la struttura giuridica del nuovo ordinamento che il lavoro ha trovato nel Regime fascista. E’ evidente che tale ordinamento poteva riuscire possibile solo partendo da una nuova concezione del lavoro. Il Fascismo, infatti, considera il lavoro come un dovere, come il primo, anzi, l'unica dignità civile. Esso ha identificato il lavoratore col cittadino. Chi non lavora non ha rappresentanza sindacale. L'ordinamento corporativo ignora la rendita oziosa. Questa concezione esclude senz'altro che il lavoro possa essere considerato una merce. Non può, infatti, essere ritenuta tale l'attività che conferisce all'uomo i suoi diritti di cittadino. « Noi abbiamo respinto — dichiarò Mussolini — la teoria dell'uomo economico, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce ».


CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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BONIFICA INTEGRALE E ASSALTO AL LATIFONDO

La concezione fascista della Bonifica - La Legge Mussolini - I Consorzi - Una mole imponente di opere - Confronti col vecchio regime - Lo Stato e i privati - Il latifondo siciliano - Acqua, strade e case - Il piano finanziario - La proprietà privata.

Zone sterili, paludose e spopolate ce ne sono, soprattutto ce n'erano, sparse qua e là, in quasi ogni regione d'Italia. Ma due grandi gruppi di esse, due strisce lunghe e larghe, colpiscono particolarmente l'occhio di chi consulti una carta abbastanza particolareggiata dell'Italia fisica. La prima striscia è a nord-est, sull'Alto Adriatico, l'altra ad ovest sul Tirreno centrale. La prima forma come un grande ventaglio, che si estende per circa un milione di ettari a sinistra e a destra del Po. E' una zona ricca di splendori paesistici, di monumenti e di opere d'arte, di grandi memorie storiche. In questa regione la lotta contro la palude e la malaria è antichissima; ma nonostante gli sforzi dei differenti governi durante vari secoli, il Regno d'Italia trovò ancora vaste zone da redimere, da bonificare. Erano terreni soggiacenti al livello del mare o a quello dei corsi d'acqua che li traversavano e il cui sbocco era talora sbarrato da dune marine. La seconda grande zona di terreni sterili e paludosi, quella tirrenica, si stende dal Serchio al Sele. E’ meno compatta della prima, sopra un'estensione lineare, dall'inizio alla fine, ma maggiore. Vi possiamo distinguere la maremma toscana, la maremma romana, le zone paludose campane. Anche qui bellezze naturali diverse, ma non inferiori, patrimonio artistico grande e svariato, ricordi storici delle antiche città etrusche, delle repubbliche campane dell'alto Medioevo, dei Comuni toscani e al di sopra di tutto la grandezza immortale di Roma. Una delle più grandi e più note zone paludose, è quella delle Paludi Pontine, traversata dalla via Appia, la Regina viarum. Accanto ai caratteri idrografici comuni con la zona adriatica, quella tirrenica ne presenta di suoi particolari. Non si tratta solo delle acque piovane, che non possono regolarmente defluire per l'inferiorità di livello dei terreni rispetto al mare o per l'ostacolo delle dune marine; ma spesso si hanno anche le irruzioni delle acque, nei periodi delle grandi piogge, che dai monti sovrastanti scendono violentemente nelle brevi pianure litoranee, inondandole e impaludandole. Se a queste due grandi zone di terreni incolti e paludosi si aggiungono le molte altre isolate nelle Puglie, nella Calabria, nella Sicilia, nella Sardegna, si vede quale ampiezza prendesse in Italia il problema della bonifica. Il vecchio Stato italiano, nel considerare la bonifica dei terreni incolti e paludosi, divideva nettamente l'impresa di quest'opera grandiosa in un settore pubblico e in uno privato. Lo Stato costruiva strade, prosciugava terreni palustri, regolava torrenti, ecc., poi attendeva che i proprietari facessero il resto, cioè sistemassero i terreni, costruissero strade e stalle, promuovessero più intensive forme di agricoltura. Da questa recisa separazione di compiti e di competenze seguiva che, anche quando lo Stato eseguiva la parte sua, i privati in molti casi non facessero la loro o procedessero con estrema lentezza. Di qui la necessità di unificare l'attività pubblica e l'attività privata e di qui, ugualmente, il concetto della bonifica « integrale », in cui non vengono più separati gli scopi igienici, quelli economici e quelli sociali. Elemento di giudizio per la convenienza dell'impresa non è semplicemente il reddito dei capitali impiegati, ma l'interesse generale della nazione. Da questo punto di vista, non si può dire che al privato interessi soltanto l'incremento del reddito fondiario e allo Stato le altre utilità (igieniche, sociali, ecc.) della bonifica, perché la nazione sarà interessata anche alla misura del reddito, mentre il singolo riguarderà come proprio vantaggio il far parte di un organismo sociale più sano e più forte. La legge che definì in tutta la sua imponenza il programma della bonifica integrale è quella del 24 dicembre 1928, che prende nome da Mussolini. Essa distingue le bonifiche propriamente dette dai miglioramenti fondiari. Le bonifiche propriamente dette sono caratterizzate da un complesso di opere da eseguire coordinatamente, in base ad un piano generale, in territori classificati e delimitati dallo Stato detti « comprensori ». Da queste opere deriva una radicale trasformazione dell'ordinamento produttivo. Opere di miglioramento fondiario sono, invece, quelle che si compiono a vantaggio di uno o più fondi, indipendentemente da un piano generale di bonifica. I comprensori di bonifica sono, a loro volta, distinti in due categorie : la prima comprende quelli che hanno una eccezionale importanza specialmente ai fini della colonizzazione, la seconda tutti gli altri. In ambedue le categorie vi sono opere di competenza statale e opere di competenza privata : le prime vengono eseguite a cura e spese dello Stato, con contributi dei proprietari; le seconde a cura obbligatoria ed a spese dei proprietari, ma col sussidio finanziario dello Stato. La percentuale della spesa sostenuta dallo Stato per le opere di competenza statale è più alta nei comprensori di prima categoria che in quelli di seconda. Ve ne sono anche di quelle (come le opere di sistemazione montana) che lo Stato assume a totale suo carico. In quanto al sussidio dato da esso per le opere di competenza privata, esso è normalmente del terzo della spesa, ma può salire, in casi determinati, fino al 45 ed anche al 75 per cento. In ogni comprensorio si costituiscono uno o più Consorzi fra i proprietari. Loro compito è la manutenzione e l'esercizio delle opere di bonifica. Spetta loro egualmente di assumere le opere spettanti ai privati quando questi ne facciano richiesta e di provvedere alle spese relative nella misura e nei modi stabiliti dalla legge. Esistono attualmente circa 1700 Consorzi, interessati ad una superficie totale di circa sette milioni di ettari. Alla fine del 1934 i terreni che aspettavano le ulteriori opere di « trasformazione » agraria erano 1.200.000. I privati proprietari, riuniti in Consorzi, non si trovavano nelle condizioni finanziarie necessarie per intraprendere una così imponente mole di lavori. Il Regime ha affrontato il problema in pieno. Si è sostituito ai privati proprietari. Questo il senso e il valore di una legge del dicembre 1934. Qualora i privati proprietari non siano in grado di intraprendere le opere di « trasformazione », lo Stato, attraverso i Consorzi di bonifica, assume in proprio l'impresa. In altre parole, i proprietari cedono la proprietà ai Consorzi, i quali, dopo avere corrisposto loro la dovuta indennità e dopo avere liberato i fondi dalle passività e dagli oneri che gravano sopra di essi, eseguono i lavori richiesti dalla integralità della bonifica, costruiscono le case coloniche e procedono, da ultimo, alla vendita dei poderi ottenuti mediante l'appoderamento. La vendita, naturalmente, viene fatta a contadini che vanno a formare una nuova piccola proprietà coltivatrice. La procedura finanziaria di quest'operazione colossale è chiara e spedita. I Consorzi provvedono al finanziamento delle opere di « trasformazione » agraria mediante la garanzia dello Stato. Ma, come controgaranzia, lo Stato impone l'obbligo ai Consorzi di iscrivere ipoteca a favore dell'Erario sui terreni acquistati o espropriati. Un quesito importantissimo restava da risolvere. Su quale base si dovevano indennizzare i proprietari che cedevano i terreni? La soluzione escogitata è questa. L'indennità di acquisto e di esproprio si determina mediante la capitalizzazione del reddito netto dominicale. Ma a quale saggio? Il saggio di capitalizzazione sarà annualmente stabilito per decreto reale e dovrà essere tale da permettere che l'investimento dell'indennità in titoli di Stato assicuri al proprietario un reddito pari a quello tenuto a base della capitalizzazione, cioè un reddito uguale a quello che traeva dalla diretta conduzione dei suoi terreni. Questa grandiosa opera di bonifica è soprattutto rivolta alla redenzione dell'Agro romano, problema secolare, che né gli imperatori né i papi erano riusciti mai a risolvere. Per avere un'idea precisa dell'importanza della legge Mussolini, si deve tener presente che i territori ai quali si applica sono i seguenti : 5,7 milioni di ettari di comprensori di bonifica; 7,8 milioni di ettari di bacini montani fuori dei comprensori di bonifica; 15 milioni di ettari fuori dei comprensori e dei bacini montani, cui la legge si riferisce per le opere di miglioramento fondiario. Tutta la superficie produttiva del Regno ne è perciò investita, con evidente fondamentale riflesso sul piano autarchico. Poche cifre compendiano il cammino percorso: dal 1870 al 1922 lo Stato italiano ha eseguito 702 milioni di lire di opere pubbliche di bonifica e di sistemazione montana. Nell'Era fascista ne sono state eseguite per 6 miliardi 579 milioni. Otto decimi circa sono state compiute in base alla Legge Mussolini 1928. Dal 1870 al 1922 sono state sussidiate dallo Stato opere di competenza privata per 40 milioni di lire : al 1928 ne sono state sussidiate per 4 miliardi e 414 milioni. Riassumendo : dal 1870 ad oggi è stato eseguito un complesso di opere di bonifica e di miglioramento per miliardi 11,7. Di questi, 11 miliardi ricadono nell'Era Fascista, di cui 9,2 datano dalla Legge Mussolini. Nei 5,7 milioni di ettari di comprensori di bonifica, le opere pubbliche sono terminate sopra 2,6 milioni di ettari, mentre sono in corso nel rimanente. Alla sola coltura frumentaria sono stati riscattati 325.000 ettari. Nell'Era Fascista sono stati resi irrigabili 830 mila ettari di cui 700.000 dalla Legge Mussolini. Sono stati costruiti canali di scolo e di irrigazione per chilometri 17,522; arginature per chilometri 3,736; strade per chilometri 10,729; case coloniche 34.425; fabbricati accessori 43.962; condutture principali per acquedotti rurali chilometri 608. Le giornate lavorative dal 1922 al 1938 sono state 153.540.220, di cui 124.198.470 nell'ultimo decennio. Non è tutto. Un'indagine compiuta circa i risultati dell'attività bonificatrice, nell'ordine economico e sociale, permette di porre in luce altre conseguenze più salienti della bonifica e offre argomenti di previsione sull'importanza dei benefici che si potranno trarre col compimento del grandioso programma di bonificazione in corso. Eccone alcuni. Risulta che l'incremento della produzione lorda vendibile ha perfino raggiunto l'indice 2.438 rispetto al valore iniziale ragguagliato a 100 e che l'incremento del valore manuale, impiegato per ettaro, è salito da un minimo di 100 a 208 ad un massimo di 100 a 3.618. Il 30 giugno 1932 veniva fondata Littoria; il 5 agosto 1933 Sabaudia; il 19 dicembre 1934 Pontinia; il 25 aprile 1936 Aprilia; il 22 aprile 1938 Pomezia. Ora è la volta del latifondo siciliano, che Mussolini ha dichiarato di voler prendere d'assalto come una trincea. Che cos'è il latifondo della Sicilia? In un saggio che fece epoca, nel 1884, Teodoro Mommsen dimostrò che mentre fundus significa un appezzamento di terra costituente uno spazio chiuso e intestato a un nome solo, latus fundus fu un pezzo di terra, che superava, in estensione, l'ordinaria unità di misura del lotto dell'agricoltore proprietario. Tali grandi proprietà si trovano anche nella originaria distribuzione del suolo. Anche in questo caso, si esigono confini chiusi e, come criterio distintivo, la similis coltura. Latifondo e malaria rappresentano, da secoli, due termini inseparabili ed è per questo che anche oggi bonifica e lotta contro il latifondo procedono di conserva. Se antico è il riconoscimento dei malanni provenienti dal latifondo, antico è del pari l'intento di porvi riparo con assegnazione di terre a contadini e a coltivatori diretti o con leggi miranti a limitare la grande proprietà terriera. Frazionamenti di latifondo furono escogitati e legiferati dai Gracchi, da Silla, da Cesare; ma sotto la Repubblica e sotto l'Impero i latifondi tornarono ogni volta a ricostituirsi più vasti e infecondi. La grande proprietà ecclesiastica fu anch'essa favorevole alla costituzione del latifondo siculo. Inutilmente col dominio arabo si determinò saltuariamente la tendenza al frazionamento della proprietà, e le invasioni normanne portarono colonie di agricoltori che si impiantarono sul terreno dei vecchi latifondi ecclesiastici. Carlo I e Carlo II d'Angiò, Carlo V, Alfonso d'Aragona, tentarono di acclimatare in Sicilia famiglie allogene assegnando e ripartendo fra loro vasti latifondi. Ma quei tentativi non furono mai coronati da successo. Dalla guerra del Vespro in poi, debole e precaria essendo l'autorità statale, si accentuò il processo di assorbimento della proprietà allodiale, di usurpazione dei beni comunali e demaniali, senza che il potere centrale riuscisse mai a porvi il minimo riparo. Al latifondo feudale era subentrato il latifondo borghese e questo non si rivelò meno funesto e meno tenace dell'altro. Per valutare la vastità del problema bastano pochi dati statistici. Il censimento delle aziende agricole compiuto nel 1930 ha rivelato per la Sicilia l'esistenza di 452.419 nuclei di attività rurale su una superficie coltivata di 2 milioni e 101.194 ettari. Ma le aziende con una superficie di oltre 200 ettari occupano da sole più di un quinto di questa superficie. Sono 892 e si estendono per 452.488 ettari. Accanto alla grande proprietà dominante, la proprietà polverizzata, che si è creata soprattutto ai margini delle provincie costiere, in parte con le rimesse degli emigranti; ma questa corrosione del latifondo non ha intaccato le vaste zone dalle terre nude che si stendono nell'interno. Senonché il latifondo non è esclusivamente un problema di superficie, bensì un complesso problema di regime economico e sociale. Spezzarlo meccanicamente in piccoli poderi con riforme agrarie rivoluzionarie alquanto demagogiche, come è avvenuto dopo la guerra in Jugoslavia e in Romania, non significherebbe risolverne i tipici elementi. Lo conferma il fatto che le piccole proprietà già create negli ultimi decenni sui latifondi frantumati, non hanno favorito in alcun modo né il miglioramento della terra e delle culture, né il progresso dei contadini. Il frazionamento del latifondo va connesso a tutta una radicale trasformazione del suo regime agrario. E questa trasformazione dovrà estendersi, col tempo, per la totale redenzione agricola dell'isola, anche a tutti i giovani e vecchi eredi del latifondo già diviso e scomparso, ossia ad una superficie complessiva, che si può calcolare in un milione e mezzo di ettari. Trasformazione profonda, che comporta la soluzione di svariati, formidabili problemi che riguardano la disciplina delle acque, la costruzione di strade e di case. Soprattutto di case, perché la mancanza di case coloniche obbliga non di rado i contadini ad abitare nei centri urbani, distanti chilometri dai campi di lavoro. Si ha, così, il paradosso del contadino residente in città. Questo spiega l'assurdità della carta demografica della Sicilia. Su quattro milioni di abitanti, adunati in poco più di 25.000 chilometri quadrati, il 91 per cento vivono condensati nei 384 capoluoghi di Comune e solo il 9 per cento sono sparsi per la campagna. La redenzione del latifondo siciliano si è iniziata su una superficie di 500 mila ettari. Delle ventimila case coloniche — una per ogni unità poderale — che dovranno sorgere entro dieci anni, duemila sono state costruite entro il 28 ottobre 1940. Per valutare l'entità dell'impresa, basterà ricordare che l'Agro Pontino redento ha un'estensione di poco più che 50 mila ettari. Si prevede che la spesa complessiva potrà ascendere a due miliardi e mezzo, di cui uno resterà a carico dello Stato per l'esecuzione delle opere pubbliche (400 milioni) e per sussidi alle opere di competenza dei proprietari (600 milioni). I proprietari della zona latifondistica dovranno, entro dati termini, procedere alla trasformazione degli ordinamenti produttivi, coordinatamente alle opere pubbliche di modificazione ambientale. Date però le difficoltà tecniche e finanziarie del problema, si crea un apposito Ente per la colonizzazione del latifondo siciliano, il quale è essenzialmente destinato a facilitare l'opera trasformatrice dei proprietari. Quelli tra essi, infatti, che non hanno la capacità tecnica e finanziaria di procedere alla trasformazione, potranno affidarne la cura allo speciale Istituto, il quale, ultimata la bonifica, restituirà l'immobile, nell'estensione originaria, a quei proprietari che potranno rimborsare la spesa sostenuta per la trasformazione, dedotti i contributi dello Stato. Quei proprietari, invece, che non fossero in grado di rimborsare in tutto od in parte la spesa, soddisferanno il loro debito, cedendo all'Istituto una parte del terreno trasformato di valore corrispondente. Se, nonostante la collaborazione dell'Ente, vi saranno proprietari non disposti ad ottemperare agli obblighi della trasformazione, il nuovo Istituto avrà il potere di espropriare i terreni degli inadempienti per introdurvi direttamente i nuovi ordinamenti produttivi. E poiché in tal modo, una certa quota dei terreni da trasformare passerà in proprietà dell'Istituto, sia per effetto dell'espropriazione, sia, specialmente, per la prevista cessione in pagamento da parte dei proprietari incapaci di rimborsare l'intera spesa di trasformazione, verrà a costituirsi un patrimonio terriero di cui l'Istituto si servirà per creare delle piccole proprietà da assegnare a diretti coltivatori. Questo il piano grandioso concepito dal Duce, che presiede personalmente alla sua esecuzione. Esso attua fino all'ultimo la consegna che Egli affidò al popolo italiano : « riscattare la terra e con la terra gli uomini e con gli uomini la razza ».

L' A U T A R C H I A

Autonomia politica e autonomia economica nel pensiero del Duce - La battaglia del grano e l'autarchia alimentare - Lo sviluppo industriale - L'investimento di capitali - L'autarchia come politica proletaria.

Cosa si deve intendere per autarchia? La mobilitazione del capitale, del lavoro, della tecnica, allo scopo di rendere la Nazione indipendente, nella massima misura possibile, dalle importazioni straniere. Come proclamò il Duce nel memorabile discorso del Campidoglio, « l'autonomia politica, cioè la possibilità di una politica estera indipendente, non si può concepire senza una correlativa capacità di autonomia economica ». Dopo di che non c'è italiano, che non debba avere sempre presente il monito lanciato dal Duce nella riunione della Commissione Suprema dell'Autarchia nel novembre 1939, quarto anniversario delle sanzioni. « Adesso ognuno può vedere quanto fossero ridicole certe discussioni sulle convenienze economiche di tale o tal'altra iniziativa; quanto fosse piuttosto accademica la questione dei costi interni ed esteri, ora che le materie prime dall'Estero hanno raggiunto prezzi astronomici o sono irreperibili, e volutamente irreperibili, per cui molto sarebbero stati convenienti i nostri costi interni, anche se elevati. Adesso soprattutto ognuno — anche il cervello più opaco — può constatare che la divisione fra economia di guerra ed economia di pace è semplicemente assurda». E’ intuitivo che la prima, fondamentale conquista autarchica deve attuarsi nel settore alimentare. Donde la battaglia del grano, iniziata dal Duce nel 1925. Bisogna riportarsi al passato, agli anni oscuri del dopoguerra, allorché i raccolti granari segnavano 38 milioni di quintali nel 1920; 52 nel 21; 43 nel 22 (con una resa media nazionale di quintali 9,6), allorché, per soddisfare il consumo, occorreva importare quasi metà del frumento prodotto nel Regno (oltre 21 milioni di quintali nel '24; oltre 22 nel '25), per misurare nella sua interezza la portata storica dell'avvenimento. Poteva o non poteva l'Italia produrre il pane necessario per alimentare i suoi figli? La servitù economica che dal 1870 si era andata creando verso l'estero doveva diventare servitù politica? Il nodo gordiano fu risolutamente tagliato dal Duce, con quel comunicato Stefani dell'11 giugno 1925. « Il disagio dei cambi deriva per la parte maggiore dalle ingenti quantità di grano che abbiamo dovuto importare nell'anno che corre. L'avviare il problema del grano verso la sua soluzione corrisponderà a togliere la causa principale dell'attuale svalutazione della lira ».
I fatti non tardarono a seguire le parole e tutta una politica di rivalutazione dell'agricoltura fu prontamente instaurata e tempestivamente adattata per raggiungere lo scopo al quale si mirava : produrre di più, importare di meno, per giungere a non importare affatto. Le tappe della battaglia del grano sono altrettante vittorie. Nel quinquennio 1920-24 la produzione media annua fu di 48 milioni di quintali; nel 1925-29 di 62; nel 1930-34 di 68; nel 1935-39 di 76. Nel triennio 1937-39 di 80. I progressi compiuti nell'ultimo ventennio sono davvero eloquenti : un aumento di 14 milioni di quintali nel secondo quinquennio rispetto al primo; di 6 nel terzo di fronte al secondo; di 8 nel quarto in confronto del terzo. Nell'ultimo triennio un aumento di altri 4 milioni. E poiché è da escludere che la maggiore produzione globale sia stata ottenuta sopra un'area apprezzabilmente più estesa, se non per tenere conto delle esigenze della rotazione, anche in questo è stato rispettato l'alto comandamento : « non essere necessario aumentare la superficie del grano; essere, invece, necessario aumentare il rendimento medio di grano per ettaro ». La produzione media unitaria è, infatti, passata nei periodi quinquennali sopra indicati, prima da q.li 10,4 a 12,8; poi a 13,9, per toccare, infine, i 14,9. E gli ultimi tre anni ci hanno dato la media di 16. Contemporaneamente, la produzione del granturco passava da una media di 26 milioni di quintali a 30 e il risone da una media di 6 a 7. La battaglia del grano non avrebbe dato tutti i suoi risultati, se non fosse intervenuta la politica degli « ammassi », che si può riassumere nella formula seguente: molti produttori, ma un solo venditore all'ingrosso per tutti i produttori. Tale innovazione, di importanza capitale, consente l'uniformità dei prezzi e sottrae gli agricoltori alle insidie della speculazione. Nel passato avveniva che gli agricoltori, sotto la spinta della necessità, cedevano i loro prodotti, appena raccolti, a dei terzi, che li ammassavano per conto loro, diventandone i padroni assoluti e, quindi, in grado di dettare la legge del mercato. Ora non più. Oggi lo Stato interviene, mediante prestiti, in soccorso di quegli agricoltori, che abbisognano di danaro liquido nell'imminenza del raccolto o subito dopo il raccolto : prestiti che hanno tutto il carattere di « anticipazioni » sui ricavi del prodotto che sarà a suo tempo venduto. Non esiste più il giuoco della domanda e dell'offerta, che impoveriva i produttori e arricchiva gli incettatori di grano. All'epoca del raccolto, il Comitato permanente del grano, presieduto dal Duce, fissa il prezzo del grano, che è sempre equamente remunerativo. La battaglia autarchica nel settore alimentare ha dato risultati decisivi. Durante il 1938 sono stati importati 20 milioni e 593 mila tonnellate di prodotti. Di questi, gli alimentari non raggiungono che 827 mila tonnellate, pari, quindi, al 4 per cento su tutte le importazioni dall'Estero. Questi dati si comprendono in tutta la loro importanza, se riferiti ai singoli abitanti. Mentre, infatti, nel 1928 le importazioni alimentari per abitante erano di chilogrammi 109, nel 1938 hanno assommato a kg. 19. Né è da credere che su tale diminuzione abbia influito soltanto la battaglia del grano, poiché, se si esclude il frumento dal precedente calcolo, risulta che le altre importazioni alimentari sono diminuite, nello stesso periodo considerato, da kg. 41 a 12. Imponenti i risultati dell'autarchia nel campo industriale. Dal 1934 al 1938 l'industria elettrica ha aumentata la propria produzione del 27 per cento. L'industria estrattiva ha aumentato la produzione di lignite del 225 e quella di litantrace del 160 per cento. La produzione della bauxite, che era già che più che raddoppiata dal 1931 al 1934, segna nel successivo quadriennio un incremento del 192 per cento, soddisfacendo, così, non solo il con umo interno, ma rendendo possibile una larga esportazione. La produzione dei minerali di ferro è aumentata del cento per cento; quella dei minerali di piombo si è raddoppiata, per cui mentre nel 1934 la metallurgia del piombo impiegava ancora il 50 per cento di minerale importato, oggi tale percentuale è appena del 20 per cento. Non inferiore è stato lo sviluppo del settore dei minerali non metallici. La produzione complessiva del caolino e delle caoliniche è più che triplicata; quella delle sabbie silicee e quella dei materiali refrattari sono enormemente aumentate e sono pure aumentate in misura sensibile le produzioni della dolomia, del quarzo e della magnesite. L'incremento dell'estrazione dei minerali metallici è stato seguito da vicino da quello della loro metallurgia. La produzione dell'alluminio ha segnato dal 1934 al 1938 un aumento del 95 per cento. La produzione dello zinco ha presentato un aumento del 41 per cento, riuscendo a coprire il fabbisogno nazionale e favorendo una notevole esportazione. La produzione di piombo ha registrato un aumento del 4 per cento e quella del mercurio del 421 per cento. La produzione dei coloranti organici sintetici è risultata nel 1938 superiore del 60 per cento a quella del 1934; quella dell'acido solforico del 41. Sensibilissimi aumenti hanno avuto le produzioni dell'ammoniaca sintetica (21), del cloro liquido (39), dell'ipoclorito di sodio (50), della potassa caustica (111), del carbonato potassico (159), del nitrato potassico (73), dell'acido acetico (70), di amidi di mais (39), del riso (167), frumento (13). Nel campo dei derivati della distillazione del carbon fossile, notevole incremento ha avuto la produzione del coke metallurgico, che dal 1934 al 1938 è aumentata del 22 per cento e quella del benzolo, che, nello stesso periodo, è cresciuta del 145. La produzione di benzina ha segnato, nel 1938, un aumento del 218 rispetto al 1934; quella del petrolio raffinato del 281; quella di olio per motori del 580; quella di bitume e coke di petrolio del 182; quella, infine, degli olii lubrificanti e residui combustibili, del 437. La produzione di cellulosa per carta è cresciuta del 395 per cento. Nelle industrie tessili notevoli progressi ha presentato la surrogazione, facilitata dall'enorme sviluppo della produzione delle fibre artificiali, salita nel complesso dei vari tipi (raion, fibre tagliate vegetali, lanital, ecc.) di circa il 148 per cento. L'industria cotoniera, che nelle filature impiegava nel 1934 il 91 per cento di cotone naturale e 1'8 per cento di cascami di cotone ed altre fibre, ha diminuito la percentuale del cotone al 73 per cento, portando quella delle altre fibre al 27. Nelle tessiture la proporzione dei filati di cotone impiegati nella confezione dei manufatti, che nel 1934 era dell'89 per cento, è scesa al 63. Trasformazioni di pari portata si sono avute nelle varie lavorazioni dell'industria laniera. Mentre nel 1934 la materia prima lavorata dalle filature laniere era costituita per il solo 52 per cento da lana rigenerata ed altre fibre, la percentuale di questa è passata, ora, a rappresentare il 70 per cento. L'industria della juta, tributaria interamente dell'Estero della propria materia prima, ha provveduto a integrarne il consumo con fibre nazionali, mescolando la juta con stoppa di canapa in una misura che sale al 50 per cento. Il volume complessivo della produzione industriale nel 1937 è risultato superiore a quello del 1936 del 13 per cento; a quello del 1935 del 6; a quello del 1934 del 24. Una obiezione mossa al programma autarchico si riferiva, come è noto, ai costi di produzione. Si temeva una depressione generale dell'economia, un suo impoverimento, determinato dalla necessità di porre su nuove basi il sistema produttivo. Ma la realtà ha smentito queste previsioni. Basta consultare le statistiche delle società italiane per azioni. Nel biennio 1933-34 le società per azioni toccavano il numero di 10.952 con un capitale versato di 41.195 milioni. Utili netti : 440 milioni; utile percentuale 1,07. Nel biennio 1934-35 il numero delle società saliva a 12.015 con un capitale di 40.209 milioni. Utili netti 1.290 milioni; utile percentuale 3,21. Nel biennio 1935-36 le società aumentavano a 13.053 con un capitale di 40.193 milioni. Utili netti 1.947; utile percentuale 4,85. Nel biennio 1936-37 si aveva un ulteriore incremento del numero delle società: 14.098 con un capitale di 41.200 milioni. Utili netti 2.583 milioni; utile percentuale 6,27. Da questi dati risulta che il capitale versato si aggira sempre intorno ai 40 milioni, mentre gli utili netti passano da 440 milioni a 2 miliardi e 583 milioni e gli utili in percentuale da 1,7 per cento al 6,27 per cento. Dal che si deduce che il capitale azionario è rimasto invariato, mentre il suo reddito si è sestuplicato. L'autarchia si risolve, infine, in una grande politica proletaria. Essa è il rimedio sovrano contro la disoccupazione. Come si sono regolati gli Stati di fronte a questo doloroso fenomeno? Nei paesi ricchi si preferì consolidare la disoccupazione. Si mantenne artificialmente chiuso il
mercato del lavoro nazionale, si impedì la revisione salariale, si assicurò il tenore di vita che risultava estremamente più elevato di quello similare e di parità di rendimento in vigore in altri Paesi e alla disoccupazione « consolidata » si provvide mediante il prelievo fatto sulle rimunerazioni assicurate ai sovraoccupati. Ma chi pagava le spese di queste alte rimunerazioni? Le pagavano gli altri paesi, i paesi poveri, i popoli tributari di quelle nazioni ricche, che detenevano il monopolio delle principali materie prime. E quando questo monopolio tendeva a sfuggire, si manovrava la moneta. Questa manovra mirava a due obiettivi che si coordinavano a vicenda : a determinare una lieve riduzione, di fatto, nei salari reali degli operai nazionali ed a predisporre un nuovo campo di espansione alla produzione interna sui mercati mondiali, in modo da ricostituire le basi concrete di quel predominio. Nessun dubbio che, almeno in un primo tempo, si verificò una svendita del lavoro nazionale rispetto alle quotazioni esistenti prima della manovra. Ma si trattava di un semplice ripiegamento temporaneo da posizioni troppo avanzate, necessario per un prossimo balzo in avanti.
Tale la linea di condotta dei paesi ricchi. Ma i paesi poveri? A questi restava un solo rimedio : redistribuire le capacità del lavoro nazionale mediante la produzione, entro i confini, di molti prodotti importati, fino allora, dall'estero. Questo il significato etico e sociale dell'autarchia.


LA FINANZA FASCISTA

La nuova concezione dell'imposta - Il risanamento del bilancio - Quota novanta - La riforma della finanza locale - Fini e metodi dell'intervento dello Stato - La conversione del Consolidato - La finanza e l'autarchia Prezzi e tariffe - Finanza e giustizia sociale.

L'aspetto più originale della finanza fascista è la mobilitazione di tutte le forze produttive della nazione mediante i tributi fiscali. Il prelievo effettuato sul reddito nazionale non è più una semplice sottrazione di potere di acquisto, che viene tolto ai privati per attribuirlo alla Tesoreria e destinarlo a fini di pubblico interesse; ma è un prelievo che accompagna e stimola lo sforzo produttivo dei singoli e non toglie ad essi nessuna ricchezza, che non sia stata, a sua volta, creata mercé il tempestivo intervento dello Stato. Fra la formazione del reddito, lo sforzo lavorativo e il prelievo fiscale si attua un'armonica, continua e logica coordinazione, che annulla la concezione statica del « gravame » come peso o carico. Vi si sostituisce la realtà in movimento, che identifica il prelievo con la ricchezza da esso creata. Da questa concezione emerge che la finanza fascista non è soltanto il mezzo tecnico onde si fronteggia il fabbisogno della Tesoreria, ma è anche un poderoso strumento di giustizia sociale. Il nuovo mercantilismo, di cui tanto si parla, si rea-lizza mercé l'intima coordinazione dei molteplici interventi statali nel mercato nazionale. L'azione svolta dal Fascismo si può suddividere in cinque periodi. Il primo periodo, che è quello eroico, va dall'ottobre 1922 al luglio 1925. Il secondo periodo, che è quello della sistemazione dei risultati finanziari e monetari già predisposti nella precedente fase, va fino al luglio 1928. Il terzo periodo riguarda la preparazione finanziaria alla crisi mondiale e va fino all'agosto 1932. Il quarto periodo, che avvia la crisi alla sua liquidazione finanziaria e fiscale, va fino al gennaio 1935. Il quinto periodo orienta la finanza italiana sul piano imperiale. Nel primo periodo la gestione finanziaria realizza la giustizia sociale, finalità suprema della Rivoluzione, mediante l'accelerazione e la disciplina delle forze individuali, operanti sul mercato tuttora largamente organizzato secondo i modi della concorrenza. Si pongono in essere tutte le forze di accumulazione che dovranno consentire, nella seconda fase, una vasta manovra monetaria, finanziaria, economica, che è il presupposto della futura azione dello Stato. Il grande risanamento operato dal Fascismo durante questa fase è dato da queste cifre : disavanzo esercizio 1921-22 (anteriore all'avvento al potere del Fascismo) : milioni 15.760; disavanzo esercizio 1922-23 gestito per nove mesi dal Regime: milioni 3.028; avanzo esercizio 1924-25; milioni 417. In circa trenta mesi di governo vi fu, dunque, un miglioramento di circa 16 miliardi annui nella gestione del bilancio statale italiano. Il secondo periodo è la realizzazione concreta delle possibilità di intervento economico, rese virtuali dalla considerevole massa di potenza di spesa che la Tesoreria aveva accumulato mediante la ricostruzione finanziaria conseguita nel primo periodo della gestione. Bisogna rilevare, a questo proposito, che l'avanzo considerevole, di circa 2,5 miliardi di lire, conseguito nell'esercizio 1925-26 non fu destinato a rimborso del debito pubblico come la finanza tradizionale avrebbe consigliato; ma venne attribuito, nella sua maggior parte, al potenziamento di attività economiche nazionali, mediante spese produttive autonome o integranti l'attività economica privata. Questa diversione dalle tradizioni, praticata in un atto di importanza notevole come quello indicato, pone in evidenza la diversa concezione e le differenti finalità sociali, che la finanza fascista persegue rispetto alla gestione liberalistica della Tesoreria. In questo periodo va ricordata, per il suo grande significato morale e sociale, la riforma monetaria e la rivalutazione della lira. Da quota di lire 120-125 circa per sterlina, quale era la valutazione media del corso del cambio italiano nel 1925, il Duce predispose le forze spirituali e tecnico-economiche, interne ed estere, le quali, senza scosse oppure gravi perturbazioni economiche, portarono, con moto accelerato, la quota a lire 92.35 fissata definitivamente con la legge del 21 dicembre 1927. La rivalutazione della potenza di acquisto interna e internazionale della valuta italiana, fu di circa il 30 per cento, il che significò : potenziamento della capacità di acquisto dei salari; aumento dei consumi delle classi meno abbienti; risanamento finanziario ed economico delle aziende, imposto attraverso una rigida revisione delle loro impostazioni di carattere finanziario e tecnico. Il terzo periodo è contrassegnato dalle esigenze relative alla preparazione finanziaria alla crisi mondiale. Gli errori del capitalismo internazionalista, accumulati e aggravati dalle ingiustizie create dalla guerra mondiale, avevano creato una superstruttura creditizia, che doveva crollare col sistema di cui era l'espressione. La crisi del capitalismo, che sembrava, fino allora, una malattia nel sistema, si era risolta, invece, in una assoluta grave crisi del sistema : il quale doveva essere travolto e trasformato. Nell'attesa che tale profondo mutamento si effettuasse, la finanza fascista provvide a creare le strutture fiscali e finanziarie necessarie al governo delle nuove forze dominanti la storia del mondo. Fu predisposta la riforma della finanza locale; fu iniziata una vasta politica di lavori pubblici; fu creata la struttura tecnico-economica necessaria al finanziamento di essi; fu elaborata e attuata la grande legge sulla bonifica integrale che riporta l'uomo alla terra e provvede alla redenzione della razza, alla pacificazione sociale mediante la creazione di un gran numero di piccole aziende familiari attribuite in proprietà ai coltivatori diretti. Durante questo periodo, che fu contrassegnato da una totale assenza della Tesoreria dal mercato finanziario, in quanto il debito pubblico rimase praticamente invariato sulla cifra dei 90 miliardi, il bilancio dello Stato provvide con le sole sue forze ordinarie e ricorrenti a fronteggiare le spese pubbliche; il che significò l'obbligo e l'esempio, imposto ad ogni azienda privata, ad ogni bilancio individuale, di pareggiare i propri conti soltanto con mezzi ordinari, evitando l'indebitamento, che era stato una delle cause più gravi della crisi risolutiva del capitalismo. Il quarto periodo è caratterizzato dalla creazione delle attrezzature finanziarie, economiche e tecniche necessarie alla nuova gestione della pubblica finanza, definitivamente orientata verso l'intervento diretto e responsabile dello Stato. Fu fondato l'Istituto per la Ricostruzione industriale come organo tecnico per la gestione di varie aziende, già finanziate dalle banche private, e che la crisi creditizia aveva accollato all'Erario. Fu organizzata la finanza dell'ordinamento corporativo mediante il potenziamento della iniziativa individuale sotto il controllo e la guida dello Stato. Fu organizzato, collateralmente, il più vasto ed efficiente controllo del tenore di vita dell'operaio, allo scopo di assicurare ad ogni lavoratore un livello di consumi ed uno statuto salariale adeguato alla propria famiglia e al suo sostentamento, con rispetto e tutela del grado di civiltà raggiunto dalla nazione italiana. La grande operazione finanziaria compiuta in questa fase della finanza fascista, fu la conversione del consolidato 5% per oltre 63 miliardi di lire in capitale, in rendita redimibile 3,50%, allo scopo di predisporre la graduale riduzione del debito pubblico, mediante rimborso del capitale e limitazione conseguente delle spese per la sua gestione. Il criterio logico dominante in quel periodo della congiuntura mondiale, tuttora soggiogato dalla crisi mondiale, era che il risanamento finanziario ed economico del Paese fosse condizionato dalla gestione, rigida e controllata, della Tesoreria conseguita mediante una continua e severa compressione delle spese pubbliche, prime, fra queste, quelle per il debito statale. Il quinto periodo, tuttora in fase di svolgimento, è rappresentato dalla preparazione e dallo sfruttamento di tutta l'economia e la finanza italiana, sul piano dell'Impero e della funzione oceanica assunta dalla Nazione. Non soltanto fu finanziata, senza apprezzabile sacrificio, la più grande impresa coloniale che la storia ricordi; ma fu predisposto un piano finanziario imponente per la messa in valore di tutte le capacità produttive della Nazione e delle terre imperiali. L'autarchia economica imposta all'Italia dalle iniquità perpetrate nella distribuzione delle materie prime essenziali, controllate e monopolizzate dai paesi ricchi, ha richiesto notevoli disponibilità finanziarie, che la finanza fascista ha predisposto. Il riarmo, la prosecuzione delle grandi opere pubbliche e tutto il vasto e complesso programma, in corso di sviluppo, per la più vasta e più integrale utilizzazione del lavoro del popolo italiano, hanno trovato nella finanza fascista il loro alimento continuo, dinamico ed espansivo. Come s'è già detto, l'ordinamento fiscale fascista è fondato sulle stesse forze creative della ricchezza nazionale, sulla capacità produttiva del popolo, sul lavoro, che è l'unica, vera, perenne sorgente di ricchezza e di prosperità individuale e nazionale. Per la sua realizzazione esso non si fonda soltanto sui sistemi tradizionali del prelievo: imposte, tasse, dazi, monopoli fiscali, ecc., ma si vale soprattutto delle possibilità che la struttura economica nazionale, controllata e accentrata, consente. I prezzi del mercato italiano non sono più l'espressione di una valutazione economica concorrenziale : partecipano largamente della natura della « tariffa ». Sono, cioè, prezzi politici, che presuppongono una concreta e precisa valutazione fiscale di ogni prodotto. Ogni produzione, ogni consumo assume significato eminentemente fiscale e finanziario. Mediante tale procedura si redistribuisce automaticamente il reddito e il rimerito di ogni sforzo produttivo in maniera diversa da quella che avrebbe una pretesa libera concorrenza. Mediante questo sistema si semplifica notevolmente il problema tecnico della redistribuzione sociale del reddito nazionale, in quanto essa viene assicurata fino dalle prime fasi del processo economico. Non richiede un intervento, successivo e ulteriore, dello Stato per togliere a chi abbia troppo ricevuto e dare a chi abbia ricevuto troppo poco. Attraverso i prezzi politici, insieme con tutte le altre forme di intervento tecnico, si tutela il tenore di vita del popolo; si promuove la produzione di quanto è indispensabile alla vita economica nazionale; si accorciano le distanze sociali che siano espressione soltanto della ricchezza e non del merito personale.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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LA POLITICA DEI LAVORI PUBBLICI

Il carbone bianco - Gli impianti idroelettrici - Case e case per il popolo - Migliaia di nuove scuole - Gli acquedotti Ricostruzione delle zone terremotate - La Roma fascista I Fori imperiali - Il Foro Mussolini - Via dell'Impero Via dei Trionfi - Il Lido di Roma - La montagna di Roma - Isolamento del Mausoleo di Augusto.

L'Italia, che ha una così estrema povertà di combustibili, possiede, invece, nei monti che la cingono o ne costituiscono la dorsale, un complesso imponente, di quello che è stato chiamato il carbone bianco. Nel 1922 l'industria elettrica era notevolmente sviluppata, gli impianti in funzione erano portati ad una produzione annua di energia di oltre 4 miliardi di chilowattora. Oggi la consistenza degli impianti è così imponente, che l'Italia, sotto questo riguardo, è in primissima linea fra le nazioni europee. Alla fine del 1938 erano in funzione 1331 impianti e la potenza in essi installata si calcolava in oltre 6 milioni di chilowatt. La produzione annua di energia fu nel 1938 di oltre quindici miliardi di chilowattora (cioè circa quattro volte la produzione del 1922) di cui per illuminazione 12%, per trazione 10%, forza motrice in genere 50%, industrie chimiche e metallurgiche 28% circa. I serbatoi d'accumulazione hanno una funzione importantissima specialmente nel Mezzogiorno. Per numero e grandiosità sono un vanto peculiare del nostro paese; sono oggi 168 con una capacità di circa 1.800 milioni di metri cubi. Oltre cento sono stati costruiti finora e 18 sono in costruzione. Il maggior numero delle dighe sono a gravità, in calcestruzzo, ma ve ne sono anche ad archi e pilastri, in muratura di pietrame, in terra. Fra le più ardite e potenti opere del genere sono le due dighe della Sardegna, quella di Oschiri sul Coghinas alta 58 m. con la capacità utile di 242 milioni di metri cubi e quella sul Tirso alta 63 m. con quasi 400 milioni di metri cubi di capacità utile. In questo campo delle costruzioni idroelettriche si è realizzato un complesso di opere, che, fatti i debiti confronti, del suo rapido sviluppo e per la sua importanza oramai non trova forse l'eguale nel mondo. Il valore di questo complesso può valutarsi a circa 25 miliardi. L'Italia, che a buon diritto può considerarsi la culla dell'idraulica fluviale e che da secoli ha compiuto ammirabili sistemazioni di corsi d'acqua, mutando addirittura la fisionomia di intere regioni (si pensi alle opere degli Etruschi, e a quelle compiute dai Romani con la Cascata delle Marmore), ha ripreso anche in questo campo le gloriose tradizioni. Complessivamente in tutto il territorio nazionale, escluse le opere classificate come di bonifica, sono state eseguite difese frontali e pennelli per km. 1.604.764; eseguite o rinnovate arginature per 5.656.109 km., capaci di difendere un territorio superiore a un decimo di tutta la superficie del Regno con una spesa di un miliardo e 748.507.31,7 di lire. L'attività statale nel campo dell'urbanistica e della edilizia riguarda principalmente i piani regolatori urbani, la costruzione di edifici pubblici, l'edilizia scolastica e quella popolare. La mole degli edifici costruiti per impulso o a spese dello Stato è imponente e la spesa direttamente sostenuta dal bilancio del Ministero dei Lavori Pubblici tocca la cifra di oltre un miliardo. Profondamente innovatrice, è stata l'azione del Fascismo nel campo dell'edilizia popolare. A cura dei Comuni sono stati costruiti 4.135 alloggi di tipo economico e popolare per 147 milioni. I vari Istituti per le case popolari ne hanno costruito 104.106 in 8.335 edifici, con una spesa di L. 2.560.234.652 (in parte con contributi statali). Le Cooperative private hanno costruito 2.290 edifici, con 12.300 alloggi per un costo di lire 1 miliardo 560 milioni contribuendo lo Stato con 35 Milioni annui per interessi; le Cooperative ferrovieri 5.470 alloggi in 1.850 edifici, per 548 milioni di lire, e l'Istituto Nazionale per le case degli impiegati dello Stato 639 edifici, con circa 10.311 alloggi di tipo economico e una spesa di L. 749.989.382. Complessivamente sono stati costruiti 13.114 edifici, con 136.322 appartamenti; 32.216 di tipo economico, 104.106 di tipo popolare. La spesa relativa raggiunge la cifra di cinque miliardi e cinquecento milioni, cui lo Stato ha partecipato per oltre 129 milioni. Per quanto si riferisce alle scuole, non occorre ricordare come in molte parti d'Italia gli edifici adibiti a tale uso fossero assolutamente inadeguati alle più elementari esigenze. Nel 1923 fu fatta una accurata indagine in proposito, e per circa 83 mila classi, si avevano 45 mila aule adatte, 32 mila disadatte e quasi 5 mila mancanti. Il male era particolarmente grave nel Mezzogiorno e nelle Isole. Il Fascismo intervenne energicamente. Dal 1922 al 1939 sono state costruite 30.693 aule nuove, impegnandovi una spesa di un miliardo e novecento milioni. Contemporaneamente è stato eseguito un programma di opere igieniche e sanitarie per due miliardi e novecento milioni. Un problema che i vecchi regimi avevano trascurato o tentato di risolvere con mezzi del tutto inadeguati, era quello degli acquedotti. Mussolini non tollerò indugi. Dal 1922 al 1940 si sono costruiti acquedotti che assicurano l'acqua potabile a 3.290 centri, dissetando ben 16 milioni di abitanti. Un cenno si deve fare delle opere pubbliche dirette alla riparazione delle devastazioni di guerra nelle provincie che furono teatro delle operazioni militari. Complessivamente, nel decennio 1922-32 le spese per ricostruzioni nelle zone di guerra ammontano ad oltre 3 miliardi, di cui un miliardo e novecento milioni per opere pubbliche e culturali, e il resto per risarcimento ai privati. Un'altra vastissima opera è stata compiuta dal Fascismo per cancellare i disastrosi effetti delle gravi calamità abbattutesi su alcune provincie negli ultimi venticinque anni. Essa ha comportato una spesa di due miliardi e settecento milioni. Ma è soprattutto in Roma che il Fascismo ha impresso l'orma del suo genio ricostruttore. Alla Commissione che doveva studiare il nuovo Piano Regolatore aveva già detto Mussolini : « I problemi di questa Roma del ventesimo secolo mi piace dividerli in due categorie : i problemi della necessità e quelli della grandezza. I primi sgorgano dallo sviluppo di Roma e si racchiudono nel binomio case e comunicazioni. I problemi della grandezza sono di altra specie : bisogna liberare dalle deturpazioni mediocri tutta la Roma antica e medioevale; bisogna creare la monumentale Roma del ventesimo secolo. Roma non può e non deve essere una città moderna nel senso banale della parola: deve essere una città degna della sua gloria, e questa gloria deve rinnovare incessantemente, per tramandarla come retaggio dell'età nostra alle generazioni che verranno ». Le spese per il risanamento edilizio della Capitale sono e saranno produttive anche dal punto di vista demografico. Roma è una delle poche grandi città del mondo che conservino una forte eccedenza delle nascite sui morti e l'unica grande Capitale dove i matrimoni e le nascite, principalmente per la mole dei lavori richiesti da quel geniale risanamento, non segnino una depressione, ma un aumento. Fra tutte le realizzazioni del Fascismo nel campo delle manifestazioni architettoniche moderne e dei lavori pubblici a carattere nazionale, risalta il Foro Mussolini, che è un modello unico nel suo genere. Esso fu costruito negli anni 1928-32. Nella costruzione solida e insieme improntata a nobile festività, sembra simboleggiare l'energia dell'Era nuova che si innesta saldamente nel suolo di Roma antica. Oltre la semplice e imponente massa dell'Accademia di Educazione fisica, mirabile è lo Stadio con dieci ordini di gradinate, coronato da 92 statue marmoree di atleti. Il blocco monolitico dell'obelisco Mussolini alto 36 metri completa il Foro e ne esprime lo spirito. Tutta la zona circostante dovrà essere sistemata in seguito con altre costruzioni a scopo sportivo, e con uno Stadio per le grandi masse di spettatori. L'idea di questo Foro, di grandezza romana, di ispirazione moderna, risponde ai criteri espressi da Mussolini agli architetti : bisogna creare, non essere gli sfruttatori di un vecchio patrimonio; bisogna creare l'arte nuova. « Lo stile che è la caratteristica eterna e luminosa della stirpe, non soltanto darà agli uomini le norme per edificare le città future, ma le varie e giuste leggi necessarie alla civile armonia ». Un volume occorrerebbe per elencare anche soltanto sommariamente le opere compiute a Roma. Nel suo discorso del Campidoglio nel 1926 il Duce tracciò il programma della rinnovazione: « Roma dovrà apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo, vasta, ordinata, potente come fu ai tempi di Augusto. Voi libererete il tronco della vecchia quercia da tutto ciò che ancora l'aduggia; farete largo intorno all'Augusteo, al Teatro Marcello, al Campidoglio, al Pantheon; tutto ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza dovrà scomparire; libererete dalle costruzioni parassitarie profane i templi maestosi della Roma cristiana; i monumenti millenari della nostra storia debbono giganteggiare nella necessaria solitudine; darete case, scuole, bagni e giardini, campi sportivi al popolo fascista che lavora ». Particolari cure sono state dedicate alla sistemazione della zona archeologica, che include le vestigia dell'Urbe Imperiale. La magnifica Via dell'Impero da Piazza Venezia (divenuta, col restaurato Palazzo Venezia, sede del Capo del Governo, il cuore della Capitale moderna) con lo scoprimento dei Fori Imperiali è stata realizzata dal 1924 al 1932 ed è costata 71 milioni. A chi oggi la percorra, riesce quasi impossibile ricordare le innumerevoli viuzze, che aduggiavano l'area dove oggi sorge una delle più belle, e certamente la più suggestiva strada del mondo. In mezzo ai più imponenti resti della Roma antica, pulsa la vita intensa della Capitale moderna, che si innesta vigorosa sul tronco antico. La Via dei Trionfi continua, oltre il Colosseo, la Via dell'Impero e si unisce alla preesistente Passeggiata Archeologica, in un vasto piazzale, dove immettono anche il magnifico Viale Aventino, dalla larghezza di 40 metri, e la Via del Circo Massimo. Questa via, lunga 800 metri e larga 30, non è un rettifilo, ma mette in valore prospettive panoramiche bellissime, correndo in curva e in pendio fra il Palatino e l'Aventino, lasciando libera l'area del Circo Massimo, scoperta e sistemata. L'isolamento del Campidoglio con la liberazione del Teatro Marcello completa questa mirabile cintura della parte monumentale dell'Urbe imperiale. Queste vie di una grandiosità senza pari, sono anche il collegamento fra la Via dei Colli e la Via del Mare. Infatti l'allargamento della Via Appia Nuova ha dotato Roma di un comodissimo accesso ai ridenti Castelli sui Colli Albani e amene strade turistiche salgono a Monte Cavo, scendono sull'altro versante a Velletri, allacciandosi poi ad una magnifica strada che corre lungo il litorale. In continuazione dei Lungotevere, da Porta San Paolo si apre la via di Ostia, superbo rettifilo che conduce al Lido di Roma ed è fra le più perfette vie automobilistiche esistenti. Il costo di una così imponente mole di lavori? I dati ufficiali attestano che dal 1922 al giugno 1939 si sono spesi 840 milioni di lire per la rinnovazione e manutenzione delle strade. Per l'esecuzione del piano regolatore ne sono stati spesi 315. Quindi, fra piano regolatore propriamente detto e sistemazioni stradali, Roma ha erogato l'imponente somma di un miliardo e cento cinquanta milioni. Per le opere di carattere archeologico e restauro di monumenti, la spesa è stata di oltre 52 milioni. Vi è poi il complesso numero d'opere pubbliche riguardanti pubblici servizi, esclusi gli edifici scolastici, per le quali opere sono stati spesi 360 milioni. Per la costruzione di edifici scolastici, nel periodo in esame sono stati erogati 403 milioni. Nel complesso, quindi, a Roma, nel periodo 1922-39 per opere pubbliche, polizia locale e igienica, istruzione e patrimonio artistico e monumentale, sono stati erogati oltre due miliardi di lire. Ma Roma sta per avere non soltanto il suo Lido e i suoi Colli, ma anche la sua montagna nella non lontana Sabina. Nel 1932 in un giorno di gennaio tempestoso, il Duce recatosi a Rieti volle salire il Terminillo, ed entusiasta della località e ammirato del paesaggio, disse che il Terminillo sarebbe divenuta la montagna di Roma. Pochi giorni dopo erano iniziati i lavori : strada, acquedotto, elettrodotto, piano regolatore della montagna. La grande strada oggi è compiuta e giunge a quota 1.751, donde si inizia la nuova strada di alta montagna, che si sviluppa per ben 17 chilometri. Il Terminillo, la cui cima giunge a m. 2.213, è ora, sia d'estate che di inverno, la mèta ideale del turismo di Roma, poiché per giungere da Roma alle sue falde occorre poco più che un'ora di automobile, in immediata vicinanza della città di Rieti. Nel termine di questi cenni su quello che il Fascismo ha fatto per Roma, ricorderemo che alla vigilia della celebrazione dell'anno XIII il Duce ha dato il primo colpo di piccone alle demolizioni per l'isolamento del Mausoleo di Augusto. È un'opera iniziata, ma poiché il Fascismo mantiene le sue promesse, sarà presto completata. Dove fino a ieri erano vecchie case, vicoli stretti e antigienici che soffocavano la mole, si creano moderne costruzioni architettoniche, si risana una zona del centro, si risolvono problemi della viabilità.


STRADE E COMUNICAZIONI

Le Ferrovie - Il personale - La nuova disciplina – Un servizio perfetto Incremento della rete - Il pareggio Poste e Telegrafi Un'azienda in avanzo - L'aviazione civile - I Telefoni - Indici di civiltà - Settemila chilometri di nuove strade - Le autostrade - La Marina mercantile I porti.

Vi è un campo nel quale la politica del Regime ha ottenuto dei risultati che nessuno osa mettere in dubbio ed è quello delle grandi opere pubbliche con le quali esso sta trasformando il volto dell'Italia. Nel promuovere la rinascita economica del Paese il Fascismo non poteva non preoccuparsi di dare sviluppo a quello che può considerarsi come il sistema arterioso del Paese : le comunicazioni. Prima fra tutte le Ferrovie. Quando il Fascismo salì al potere, trovò una situazione estremamente critica, sia dal punto di vista dell'esercizio, del tutto disorganizzato, che delle costruzioni, completamente arenate. L'azienda ferroviaria sembrava avviata allo sfacelo. Le continue turbolenze del personale con l'epidemia di scioperi generali e parziali, e una errata applicazione del principio delle otto ore avevano da un lato disorganizzato il servizio, dall'altro fatto salire gli effettivi del personale fino alla cifra di 241.000 agenti. Senza che si potesse in alcun modo pensare a nuovi impianti o a riparazioni radicali ed organiche del materiale, che era in condizioni deplorevoli, soprattutto per il logorio del tempo di guerra, si aveva un disavanzo di 1 miliardo e 431 milioni. L'energica epurazione del personale operata dal Fascismo, ricondusse in breve la necessaria disciplina, e poi si ebbe il risanamento finanziario e il riordinamento amministrativo dell'azienda. Il numero degli agenti è passato da 241.000 a 135.000, cifra inferiore all'anteguerra. Per ogni chilometro di linea si ha oggi una media di otto agenti, di fronte a 15 nel 1922 e 11 nel 1914. Il « deficit » dell'azienda, da circa un miliardo e mezzo nel 1921-1922 con costante progressivo miglioramento si ridusse a 1032 milioni nel 1922-1923 e a 412 nel 1923-1924, finché si giunse all'avanzo, salito nel 1925-1926 fino a 378 milioni. Poi è sopraggiunta la contrazione del traffico mondiale, e all'avanzo, ridottosi a 10 milioni nel 1931, è subentrato nel 1932 il « deficit », contro il quale l'amministrazione, dopo sette anni di energica lotta, ha riconquistato il pareggio. Nonostante queste difficoltà, l'Azienda ha seguìto direttive di assoluta continuità circa i nuovi lavori e impianti. Lo sviluppo complessivo delle Ferrovie dello Stato misura oggi km. 23.221. La rete, già nata in condizioni difficili, a causa delle condizioni naturali del terreno e degli errori degli uomini, ha richiesto notevoli perfezionamenti. In questi diciotto anni sono state aperte all'esercizio nuove ferrovie dello Stato e dell'industria privata per 3.506 chilometri. Nel 1924 si completò la Bologna-Verona; nel 1927 si è aperta all'esercizio l'intera direttissima Roma-Napoli, importantissima anche dal lato turistico, per la quale oggi si può compiere il percorso in 2 ore e 50 minuti, di fronte alle 4 e 15 minuti della vecchia linea. Nel 1928 è stata aperta all'esercizio la linea internazionale Cuneo Ventimiglia, e il 22 aprile del 1934 la direttissima Bologna-Firenze che costituisce una delle più ardite costruzioni ferroviarie del mondo, a causa della galleria di valico dell'Appennino lunga circa 18 chilometri e mezzo, che è la più lunga che esista, a doppio binario e che tanto ha abbreviato le comunicazioni con l'Italia Centrale e Meridionale. Per essa sono stati erogati 1 miliardo e 122 milioni, di cui 984 dal Governo Fascista. Grandiosi i lavori nel campo delle opere d'arte in muratura e in cemento armato per aumentare la potenzialità delle stazioni in armonia col decoro e con le esigenze estetiche delle città. Supera tutte la nuova stazione di Milano per la mole delle opere compiute, la complessità dei problemi risolti, la magnificenza edilizia : 400 chilometri di binari, 80 mila metri quadrati di pensiline e tettoie. Solo la grande stazione viaggiatori dispone di 24 binari e di una superficie, coperta da tettoie, di 66 mila metri quadrati. Questa sarà a sua volta superata dalla nuova stazione di Roma, attualmente in costruzione. La trazione elettrica è stata moltiplicata : le linee sono state portate da 700 a 4.798 chilometri. Non è una semplice curiosità rilevare i più significativi progressi ottenuti nella velocità dei treni in confronto del 1922. Da Torino a Genova oggi si va in 2 ore anziché in 3; da Genova a Roma in 6 ore e mezza anziché in 10; da Milano a Roma (via Bologna) in 8 ore e mezza anziché in 12; da Milano a Genova in 2 ore anziché in 3; da Ventimiglia a Genova in 3 ore anziché in 4; da Milano a Venezia in 3 ore anziché in 4 e mezza; dal Brennero a Bologna in 6 ore anziché in 9; da Venezia a Bologna in 2 ore anziché in 3; da Napoli a Reggio Calabria in io ore e mezza anziché in 13. La prima prova dell'elettrotreno ci ha portato da Bologna a Firenze in 47 minuti e da Bologna a Napoli in 5 ore e 36 minuti. La rete delle Ferrovie dello Stato, esercitata come azienda autonoma, è integrata da servizi di trasporto dati in concessione a privati. A tali servizi il Fascismo ha conferito un cospicuo incremento. La rete esercìta dall'industria privata è passata da 3.830 chilometri (1922) a 6.271, di cui 1.880 a trazione elettrica; i servizi automobilistici extra-urbani da 40.470 chilometri a 123.477; i servizi urbani (tramviari, filoviari e automobilistici) da 1.444 chilometri a 5.188. Una creazione dovuta esclusivamente al Fascismo è l'aviazione civile. Essa risale al 1926. Le due linee aeree, che collegano Roma con Salerno e Torino con Trieste, si prolungano con la Roma-Genova e con la Trieste-Zara. Si attuano, poi, la Venezia-Vienna e la Brindisi¬-Atene-Istanbul: indizi di un orientamento per l'espansione verso settori di alto interesse : il centro europeo e il vicino Oriente. Negli anni successivi, i servizi per Monaco, per Berlino, per Francoforte, per Amsterdam, per Brusselle, danno vita a sempre nuovi collegamenti con l'Europa Centrale; essi si integrano, verso occidente, con le linee per Parigi e per Londra, e, a levante, con quelle per Varsavia, Budapest, Belgrado, Bucarest, Sofia. Nel vicino oriente, Atene, Salonicco, Rodi, Caifa, Alessandria, il Cairo, sono le tappe graduali di più larghi sviluppi. Marsiglia, Barcellona, Tetuan, Melilla, Cadice, segnano d'altra parte, nel Mediterraneo occidentale, le fasi successive di attività che preludono anch'esse a sviluppi ulteriori. Se e fino a qual punto i programmi studiati ed attuati rispondano a criteri di utilità, oltreché di prestigio politico, può rilevarsi dalle cifre che segnano i progressi della nostra aviazione civile. Alla fine del 1926, lo sviluppo della rete aerea era di 3.844 km.; al 30 giugno 1939 essa ascendeva a 44.788 km., mentre la lunghezza complessiva delle linee segnava 55.863 km. Alle 3.524 ore di volo del 1926, su un percorso di circa 520.000 km., si contrappongono, nel solo primo semestre del 1939, quasi 31 mila ore, con oltre sette milioni e mezzo di chilometri. I 3.991 passeggeri del 1926 sono nello stesso semestre, 80.465. E’ evidente che il conseguimento di questi risultati non sarebbe stato possibile senza notevoli aiuti finanziari da parte dello Stato, che hanno avuto incrementi adeguati agli sviluppi delle attività aeronautiche. Nell'esercizio finanziario 1922-23 erano impegnate sul bilancio dell'aeronautica civile L. 2.750.000; nell'esercizio 1938-39 l'impegno è stato nell'ordine di 111 milioni, cui si aggiungono 27.500.000 stanziati nei bilanci e 11.125.000 erogati da altri enti pubblici. Ma è confortante il rilevare come a questo sforzo della pubblica finanza corrispondano graduali miglioramenti nel rendimento economico dei servizi aerei, determinando indici sempre più favorevoli nel rapporto fra gli introiti commerciali realizzati dalle Società assuntrici e l'insieme dei loro profitti. In uno studio riferito al 1933 tale indice era indicato, per l'Italia, nel 9% circa: val quanto dire che, su 100 lire di profitto, soltanto 9 costituivano introito commerciale, gravando l'impresa, per tutto il resto, sullo Stato. Nell'esercizio 1935-36 questo rapporto migliora sensibilmente: il 21% circa dei profitti sono costituiti da introiti commerciali. Nell'esercizio 1937-38, ultimo dei quali si posseggano dati riferibili all'insieme delle Società italiane, i profitti commerciali rappresentano il 42% e le sovvenzioni, quindi, il 58%. L'aviazione civile italiana, che ha superato difficili prove su itinerari di ogni natura, su larghi bracci di mare come sulle catene alpine, sulle anse tortuose dei fiumi come sulle distese desertiche, può oggi guardare ai 6.264 chilometri della linea dell'Impero ed ai 10 mila e 500 della linea per l'America del Sud come ad opere destinate ad essere seguite da altre non meno imponenti. Insieme con la riorganizzazione delle Ferrovie e, in genere, di tutte le comunicazioni interne, poco dopo l'avvento del Governo Fascista anche l'Amministrazione postale e telegrafica è stata del tutto trasformata, e costituita in gestione autonoma che fa capo al Ministero delle Comunicazioni. Non è chi non sperimenti ogni giorno il miglioramento dei servizi. Al miglioramento ha efficacemente contribuito l'attività svolta nel campo edilizio, per cui quasi in tutti i capoluoghi di provincia sono sorti ampi, igienici e decorosi edifici, dove i servizi hanno trovato conveniente sistemazione. Ereditato dal Fascismo con un disavanzo di 338 milioni, il bilancio dell'Amministrazione Autonoma è costantemente in avanzo, e gli avanzi sommano a un miliardo e cinquecento milioni per la Direzione Generale Poste e Telegrafi, e a quasi 250 milioni per l'Azienda di Stato per i telefoni, ciò che ha permesso riduzione di tariffe, miglioramenti dei servizi, costruzioni edilizie per gli uffici e il personale. Nel 1925 le centrali automatiche avevano una potenzialità di 45 mila numeri con 31 mila abbonati : oggi la potenzialità dei numeri supera di molto il mezzo milione, e gli abbonati i 400 mila: 1'83% sono automatici. Nel 1925 esistevano solo 47 linee internazionali, e 1.757 interurbane. Oggi le internazionali sono 154 (in gran parte in cavo), quelle interurbane 6.375. Lo sviluppo sulla rete interurbana statale e sociale supera i 400.000 km. coppia. Per i servizi di detta rete funzionano 16.462 uffici interurbani e circa 3000 posti telefonici pubblici. I cavi internazionali Milano-Chiasso, Udine-Tarvisio e Torino-Modena hanno posto l'Italia in comunicazione telefonica e radiotelefonica con quasi tutti i paesi del mondo, mentre prima del 1925 si poteva parlare con soli sei paesi. Se grandi sono state le benemerenze del Regime nel campo delle comunicazioni ferroviarie, è difficile valutare degnamente quelle acquistate nel campo della viabilità ordinaria. Qui c'era, si può dire, tutto da fare o da rifare. L'Azienda autonoma della strada è stata creata col compito di assumere la gestione tecnica delle più importanti strade classificate statali. Le strade statali nel complesso sono 137, a cominciare dalle antiche vie consolari che partono da Roma ed hanno uno sviluppo di circa 21 mila chilometri in esercizio. Solo il 2 per cento di questa rete (463 km.) erano pavimentate nel 1922 in modo da non richiedere ulteriori sistemazioni. Oggi le pavimentazioni si estendono su un percorso che supera i 12.000 chilometri. Se innovatrice è stata l'opera del Regime nel campo delle sistemazioni stradali, mirabile è stata l'attività dedicata all'apertura di vie del tutto nuove. Le nuove costruzioni di vie statali hanno avuto uno sviluppo complessivo di km. 783 e con esse si sono compiute le due grandi arterie litoranee, la tirrenica e la jonica. La Sardegna, la Calabria, la Sicilia, gli Abruzzi sono le regioni dove maggiormente si è svolta questa attività, che ha risolto spesso problemi secolari connessi con la deficiente viabilità. E poiché si è parlato delle strade, potrà interessare il ricordare che i ponti nuovi costruiti sono oltre 400, fra, cui importantissimi il ponte sul Tagliamento a Dignano lungo quasi un chilometro, con 35 arcate di calcestruzzo; il cavalcavia di Mestre lungo oltre un chilometro, costituito da 53 travate di cemento armato; il ponte sul Po fra Revere e Ostiglia lungo m. 510, costituito da 7 travate in ferro con pile e spalle in muratura. Ma l'opera più importante del genere, costruita con rapidità eccezionale in meno di due anni, è il ponte che congiunge Venezia con la terraferma. Esso corre quasi attiguo al ponte ferroviario, ed è costituito da 228 arcate di oltre 10 m. di luce, per una lunghezza di 4000 m. e una larghezza di 20. Il ponte è intercalato da cinque vasti piazzali. Non si può terminare questa sommaria enumerazione senza ricordare le autostrade. Primeggia su tutte quella Genova-Serravalle Scrivia. Essa è stata concepita dal Duce per realizzare fra il porto di Genova e la Valle Padana una breve e comoda comunicazione che risponda al prevedibile sviluppo del traffico. Essa ha origine presso il Porto di Genova e, attraversando con gallerie l'Appennino, si allaccia alle esistenti statali per Milano e Torino. Misura un percorso di 50 chilometri con 11 gallerie e 30 ponti e viadotti e su di essa possono transitare in senso opposto due colonne di camions, con in più uno spazio centrale per i veicoli minori : gli attraversamenti avvengono mediante sopra e sottopassaggi. Una meraviglia di ardimento tecnico e di praticità. E' costata 210 milioni. Seguono la Milano-Laghi, che allaccia la città di Milano coi laghi di Como e Varese (km. 86; L. 70.000.000); la Milano-Bergamo (km. 48; L. 56.000.000); la Napoli-Pompei (km. 21; L. 36.000.000); la Bergamo-Brescia (km. 45; L. 54.000.000); la Firenze-Mare (km. 83; lire 120.000.000); la Milano-Torino (km. 125; L. 145 milioni); la Padova-Venezia (km. 26; L. 29.000.000); la Roma-Ostia. Nel 1918 la marina usciva dalla guerra con meno di 900 mila tonnellate, in confronto del milione e seicento-sessanta mila del 1914. In conseguenza di acquisti fatti all'Estero e del naviglio della Venezia Giulia, nel 1922 si avevano circa 2 milioni e settecentomila tonnellate, ma in gran parte si trattava di naviglio poco omogeneo, logoro, di scarsa efficienza. Nel 1922 le navi in disarmo oltrepassavano le 800 mila tonnellate, mentre si sospendeva nei cantieri ogni impostazione di naviglio nuovo. Il Fascismo cominciò con l'imporre l'ordine e la disciplina : cessarono, così, anche quasi di colpo due vecchie piaghe della nostra marina mercantile : la diserzione e il contrabbando. L'ordinamento sindacale ha permesso di comporre dignitosamente le vertenze fra capitale e lavoro marittimo, e insieme l'attuazione di provvedimenti assistenziali d'ogni genere. I nuovi provvedimenti legislativi attuati sulle nuove costruzioni navali, che sostituivano la legislazione di guerra ancora sostanzialmente in vigore nel 1922, diedero nuovo impulso ai cantieri. Dai 2 milioni e settecentomila tonnellate del 1922 si è passati a 3 milioni e 433.869 tonnellate. Le grandi navi veloci, raddoppiate come numero e quadruplicate come tonnellaggio, raggiungono la stazza lorda complessiva di oltre 400 mila tonnellate. E va ricordato che nel 1931 dal 12 al 16 agosto, il piroscafo « Rex » ha conquistato l'ambito nastro azzurro traversando l'Atlantico in quattro giorni, 13 ore e 50 minuti alla media di miglia 28,92. Un completo riordinamento si è avuto anche nei servizi marittimi sovvenzionati. Oggi le nostre linee si irradiano per tutto il mondo, con una intensa rete di servizi che compete con la concorrenza estera : basti accennare alle linee dell'Africa, a quella dell'Estremo Oriente, alla linea delle Indie Olandesi, le quali avranno tutte un sicuro avvenire. Specialmente apprezzate sono le nostre comunicazioni con l'Egitto, l'Estremo Oriente, il Sud Pacifico, ma anche le linee indispensabili fra l'Italia, le isole, le colonie e l'Impero, rispondono ai più moderni criteri di esercizio. La trasformazione della Marina mercantile doveva naturalmente conciliarsi con l'efficienza dei porti. Il Fascismo ha riordinato amministrativamente e tecnicamente i porti (primo fra tutti il Consorzio autonomo del porto di Genova) secondo le particolari esigenze locali. Il progresso tecnico si è soprattutto esplicato con opere numerose e imponenti, in alcuni casi ciclopiche. Particolarmente trasformati appaiono i porti di Napoli (ove si è costruito un grandioso bacino di carenaggio), di Livorno, di Bari, di Venezia, di Genova, di Palermo. Per tali opere dall'ottobre 1927 sono stati spesi oltre due miliardi di lire.


LA POLITICA DEMOGRAFICA

Il numero è potenza - Il discorso dell'Ascensione - L'opera Maternità e Infanzia - Una deliberazione del Gran Consiglio - La lotta contro l'urbanesimo - I premi di nuzialità e natalità - I prestiti familiari - L'alimentazione del popolo italiano - Le colonie estive - La difesa della razza.

La politica demografica del Regime fu formulata da Mussolini nel celebre discorso dell'Ascensione (26 maggio 1927). Essa obbedisce a una concezione morale della vita e ad una visione dei fini nazionali, che sono fini di potenza. Inflessibile è il Regime nella lotta contro il malthusianesimo. « Massimo di natalità, minimo di mortalità ». Questa la sua formula. Inutile, quindi, replicare che alla flessione delle nascite si può opporre la riduzione della mortalità. E’ un sofisma. Se la natalità e la mortalità diminuiscono insieme, la popolazione subisce un profondo mutamento nella sua composizione : aumentando la percentuale dei vecchi e riducendosi quella dei bambini e dei giovani, la popolazione non diminuisce, ma invecchia. Sennonché l'indice della mortalità non è comprimibile all'infinito: si può protrarre la durata media della vita umana, ma fino ad un certo limite. Viceversa, l'indice della natalità può regredire indefinitamente, fino allo zero. Siamo di fronte a due variabili, delle quali l'una ha un limite determinato, mentre l'altra può concludere al proprio annullamento. Ad un certo punto la natalità continuerà a decrescere, mentre la riduzione della mortalità non potrà più compensare la flessione delle nascite. Da quel momento la popolazione non invecchierà soltanto : diminuirà. Ciò che importa, non è l'indice matematico dell'aumento della popolazione, è l'aumento effettivo di essa. Si dice: è efficace la politica demografica? Consegue, essa, i risultati che si propone? Ma la risposta è facile. Essa è un dovere e tanto basta a giustificarla. D'altra parte, se è vero, come, purtroppo, lo è, che la propaganda contro la natalità, suggerita da mille impulsi diversi e perversi, è efficace, non si vede perché non debba riuscire altrettanto efficace la propaganda contraria, che mira alla verità, alla restaurazione delle forze morali, all'equilibrio della vita. Per quale ragione ciò che è oggetto di una « scelta » individuale non dovrebbe diventare argomento di una politica? Comunque sia, sta di fatto che nessun uomo di Stato, in nessun tempo, si è mai disinteressato di tale problema e questo prova, contro ogni scetticismo, una costante intuizione della vita. Il problema demografico non esisterebbe per un uomo di governo unicamente attento all'oggi, alle comodità del presente. Vittima del goffo sofisma « siamo in troppi! », indulgerebbe allo sciopero delle culle. Ma una simile tolleranza è inconcepibile presso chi tende al futuro. Il numero aumenta la potenza vitale di un popolo e ne acuisce la coscienza, la quantità si risolve in qualità. Chi non aumenta decade, chi non va avanti retrocede, perché è impossibile comunicare agli altri la propria paralisi. Un popolo che si sente morire può opporre delle resistenze ai nuovi barbari, ma il suo destino è segnato. La superiorità della tecnica e dell'organizzazione si dimostrano a lungo andare insufficienti e vane perché non possono compensare quegli imponderabili che fanno la storia e che sono la coscienza collettiva, lo spirito nazionale, la fede, la volontà e l'anima. Ricordate il discorso dell'Ascensione : « Signori, l'Italia, per contare qualcosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai sessanta milioni di uomini! ». Mentre la scienza non riesce mai a precisare la punta estrema della parabola di un popolo, l'uomo di Stato deve operare. La politica ha un senso solo in quanto è una lotta contro la decadenza della vita. Il giorno in cui fosse accertato che un popolo è condannato ad un esaurimento senza rimedio, quale uomo di governo potrebbe regolare la propria azione sul codice della morte? Quale scienza intonare il canto funebre? « Io mi rifiuto di credere che il popolo italiano del tempo fascista, posto a scegliere fra il vivere e il morire, scelga quest'ultima via, e che fra la giovinezza che rinnova le sue ondate primaverili e la vecchiaia che declina verso gli inverni oscuri, scelga quest'ultima e offra fra qualche decennio lo spettacolo infinitamente angoscioso, anche nella semplice previsione, di una Italia invecchiata, di una Italia senza gli italiani, in altri termini, la fine della Nazione ». I fatti seguono immediatamente alla dottrina. Ecco l'insigne « Opera per la protezione della Maternità e dell'Infanzia », istituita dal Duce con la legge del 10 dicembre 1925. A mezzo di 94 Federazioni provinciali, di oltre 7300 Comitati di patronato (uno in ogni Comune); di un vero esercito di medici, assistenti sanitarie, visitatrici. vigilatrici, patronesse, patroni, l'Opera nazionale penetra in ogni casa di città e di campagna allo scopo di vigilare sulla salute, oltreché sulle condizioni sociali, educative, morali, dell'infanzia; e di prevenire ogni suo male, mediante visite consultoriali e a domicilio, frequenti e pronti provvedimenti assistenziali. Una fitta rete di istituzioni funziona dovunque : 3592 consultori ostetrici; 4347 consultori pediatrici; 167 asili-nido; 1126 dispensari di latte; 1080 refettori materni; e, soprattutto, 162 « Case della Madre e del Bambino » svolgono un lavoro assiduo, in profondità oltreché in estensione. L'attività spiegata dall'Opera nel 1938 attesta quale sia il suo ritmo. Gestanti, nutrici, bambini divezzati, fanciulli e adolescenti fino a 18 anni assistiti materialmente : 1.973.264. Gestanti, madri, fanciulli e adolescenti fino ai 18 anni assistiti moralmente: 61.694. L'azione del Regime in questo campo non conosce soste. In una seduta del 3 marzo 1937 il Gran Consiglio del Fascismo fissava le direttive della politica demografica ispirandosi alle idee ripetutamente enunciate già dal Duce e in gran parte attuate. Decideva, tra l'altro, che nei lavori e negli impieghi fosse riservata ai padri di numerosa prole un'assoluta preferenza, « poiché sulle famiglie numerose ricadono, in tempi eccezionali per la Patria, i pesi dei sacrifici e il maggior contributo di uomini »; una metodica politica del salario familiare (a pari categoria di lavoro e a pari rendimento, reddito proporzionato agli oneri di famiglia); una revisione delle provvidenze demografiche in atto per imprimere loro un carattere più efficace ad assicurare stabilmente la vita delle famiglie numerose; l'istituzione di prestiti per matrimoni e di assicurazioni dotalizie per giovani lavoratori, già previste dalla Carta del Lavoro; la costituzione di una Associazione nazionale per le famiglie numerose; la revisione delle circoscrizioni provinciali e comunali in base ai risultati del censimento del 1941, sopprimendo Comuni e Provincie, dove una popolazione invecchiata e rarefatta non ha più bisogno di pubblici istituti; la costituzione di un organo centrale di controllo e di propulsione della politica del Regime nel settore demografico. Attivissima la lotta contro l'urbanesimo, che minaccia di spopolare le campagne. A tal fine veniva promulgata, il 3 giugno 1939, un'apposita legge, che si riassume nel suo primo articolo. « Nessuno può trasferire la propria residenza in Comuni del Regno capoluoghi di Provincia o in altri Comuni con popolazione superiore a 25.000 abitanti o in Comuni di notevole importanza industriale, anche con popolazione inferiore, se non dimostri di esservi obbligato dalla carica, dall'impiego, dalla professione o di essersi assicurata una proficua occupazione stabile nel Comune di immigrazione o di essere stato indotto da altri giustificati motivi, sempre che siano assicurati preventivamente adeguati mezzi di sussistenza ». Queste direttive dànno ragione dell'azione organica intrapresa dal Regime fino dai primi tempi. Le imposte di successione colpiscono soltanto le trasmissioni dei beni in favore 'del figlio unico e fra gli sposi senza prole, men-tre sono esenti da ogni tributo quelle che si riferiscono a due o più figli. Non diversamente per le imposte, che sono notevolmente alleggerite o addirittura abolite in favore delle famiglie numerose. Nell'assegnazione delle case popolari la preferenza alle famiglie numerose è assoluta. Il celibato costituisce un titolo di inferiorità nella vita pubblica. Infatti i celibi fra i 25 e i 65 anni sono colpiti da imposte personali e progressive e sono esclusi da numerosi uffici pubblici; non possono, ad esempio, essere podestà, vice podestà, consiglieri municipali, presidenti e vice presidenti delle assemblee provinciali, consiglieri nazionali. Nelle amministrazioni dello Stato, i celibi non possono essere promossi oltre un certo grado. Severissima è la lotta contro gli aborti e gravissime le pene che colpiscono i medici e le levatrici che si prestano alle criminose pratiche contro la natalità. Al medesimo criterio si ispira la lotta contro la prostituzione abusiva e la propagazione delle malattie veneree, che il nuovo Codice penale considera come un vero e proprio reato. La difesa della famiglia è il fondamento della politica demografica, che, per essere veramente efficace, deve favorire la formazione di famiglie nuove. A questo mirano due felicissime istituzioni di data recente : i premi di nuzialità e di natalità e i prestiti familiari. Questi provvedimenti interessano una vastissima zona della popolazione : dipendenti dello Stato, operai, impiegati privati, professionisti, artisti, piccoli proprietari, piccoli commercianti. Qualunque cittadino italiano, che contragga matrimonio entro l'età stabilita (32 anni per gli ufficiali e impiegati, 30 per i salariati) potrà ottenere il premio di nuzialità qualora appartenga alla numerosa classe dei dipendenti dello Stato, o il prestito familiare, qualora non appartenga a tale classe e il suo reddito globale non superi le 12.000 lire annue. Istituiti nell'aprile 1935, i premi di nuzialità sono di 5000 lire per gli ufficiali, variano da 4000 a 2000 lire per gli impiegati; sono di 1500 lire per i salariati. A loro volta, i premi di natalità vanno da un minimo di 400 lire per il primo figlio a un massimo di 3000 per il sesto figlio. Per i parti gemini o trigemini, da un minimo di 100 lire, se si tratta del primo e secondo figlio, ad un massimo di 9000, se si tratta del sesto, settimo od ottavo figlio. Per valutare la portata del provvedimento, basta considerare che i dipendenti dello Stato, che possono usufruire dei premi di nuzialità o di quelli di natalità, o degli uni e degli altri, sono oltre 600.000 e che, per il pagamento di tali premi dal maggio 1935 a tutto il gennaio 1938, sono stati erogati 168 milioni. I prestiti familiari furono istituiti nell'estate del 1937 « per favorire la costituzione delle famiglie italiane e assicurarne lo sviluppo ». I prestiti familiari sono concessi dalle Provincie e la loro gestione è affidata all'Istituto nazionale fascista della Previdenza sociale. La concessione del prestito è subordinata alla condizione che il marito sia cittadino italiano; che entrambi i coniugi non abbiano, alla data del matrimonio, oltrepassato il 26° anno di età e che il loro reddito globale non superi, come s'è detto, le 12.000 lire annue. Il prestito varia da un minimo di 1000 lire a un massimo di 3000. E' totalmente gratuito, cioè senza alcun onere di interessi, esclude la garanzia di terzi e può essere convertito in veri e propri premi di natalità, qualora, entro termini stabiliti, al matrimonio segua la nascita della prole. Alla nascita del primo figlio vivo e vitale si condona il 10 per cento sulla somma mutuata; a quella del secondo, il 20; a quella del terzo, il 30; Alla nascita di ciascun figlio si rinvia di un anno l'ammortamento della somma residuata. Alla nascita del quarto figlio vivo e vitale, si condona il residuo 40 per cento della somma maturata. La concessione dei prestiti familiari, secondo le precise, categoriche disposizioni del Governo fascista, deve effettuarsi con la massima larghezza, a norma di una circolare ministeriale del 23 novembre 1937. « Illegittima e in ogni caso inopportuna, deve ritenersi la condizione posta da qualche Comitato provinciale che la concessione del prestito possa essere subordinata ad un minimo di proprietà o di reddito o a stabile occupazione, in modo da avere garanzia di solvibilità. Non deve essere il criterio della sicurezza del prestito e della solvibilità del debitore che deve prevalere nelle decisioni delle Amministrazioni provinciali, perché in tal caso il prestito verrebbe concesso solo agli abbienti e non a coloro che ne hanno maggiore bisogno. Il criterio della solvibilità del debitore, oltre ad essere relativo e mutevole nel tempo col mutare degli eventi, porta ad una limitazione dei prestiti e, quindi, dei matrimoni, mentre la legge ha voluto precisamente eliminare l'ostacolo finanziario che si pone alla costituzione di nuove famiglie ». I prestiti familiari concessi dal 1° luglio 1937 al 30 novembre 1939 furono 111.726 per un importo complessivo di 184 milioni. Un altro aspetto della politica demografica è costituito dai provvedimenti che tendono al progressivo miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, quali l'istituzione del salario familiare, che consiste nell'aumentare la rimunerazione dell'operaio in proporzione al numero dei figli di età inferiore ai quattordici anni e di speciali contratti agricoli, che contemplano la somministrazione del salario parte in danaro e parte in natura. Quali progressi si sono realizzati in Italia dal 1922 in poi, nel campo della alimentazione? L'esame delle statistiche dei consumi dimostra chiaramente l'aumento costante del volume dei consumi stessi e la loro sempre più razionale ed equa distribuzione. Espresso in numero di calorie, tale progresso si enuncia così: la disponibilità giornaliera per l'uomo medio, che ancora nel 1910-14 era di 2.255 calorie, è salita nel 1929-1933 a 3.506. Si è oltrepassato, così, di 206 calorie il fabbisogno quotidiano teorico determinato biologicamente dal professore Bottazzi dell'Accademia d'Italia. Oggi la cifra è salita ancora ed ha toccato la quota di 3.690 calorie. Un altro fatto incontrovertibile è questo: l'aumento del reddito individuale in virtù della legislazione sociale che ha determinato un cospicuo aumento dei consumi, ha anche determinato la loro crescente varietà. Ecco alcune cifre. Dall'immediato anteguerra al 1937 il consumo delle frutta fresche (agrumi esclusi) è passato da 4 milioni di quintali a 12 milioni. Il consumo dell'uva fresca in soli cinque anni è passato da 2 milioni e mezzo a 5 milioni di quintali. Contemporaneamente le disponibilità medie annue delle principali merci e derrate per ogni abitante sono variate, dal 1926-30 al 1937, come segue: riso da kg. 6,6 a 7,5; ortaggi freschi da 40,9 a 54,8; vino da 109,5 litri a 126,9; pesce fresco da kg. 2,9 a 4,3; formaggio da kg. 4,6 a 5,2; latte alimentare da litri 24,6 a 34,6. Questi miglioramenti quantitativi e qualitativi, per i quali può dirsi che il regime dietetico del popolo italiano sia aumentato, dal 1922 ad oggi, di circa il 15 per cento, si sono realizzati mentre il popolo italiano, nel suo complesso, passava da 38,4 a 44 milioni di abitanti. Quali i risultati di queste minute cure spese nell'arricchimento progressivo del regime alimentare in Italia? Lo dicono le statistiche della minore mortalità, soprattutto dei bambini; lo dicono le statistiche delle leve militari. Mentre nel 1881 le probabilità di morte nel primo anno di vita dei fanciulli toccavano la quota di 199,83 per mille e nel 1911 erano ancora alla quota di 154,59, nel 1937 erano scese a 110,6. Mentre tali probabilità di morte nel secondo anno di vita degli infanti erano, nel 1881, di 53 per mille, nel 1937 sono scese alla quota di 11,54 per mille; e mentre nel terzo anno di vita le probabilità di morte erano, nel 1881, di 33,48 per mille e nel 1921 di 12,64 per mille, nel 1932 erano scese a 6,94 per mille e nel 1937 sono scese ancora a 6,33. Nel quarto anno di vita le statistiche segnavano, nel 1881, una probabilità di morte del 24,34 per mille. Nel 1921 eravamo ancora alla quota di 8,28 su mille. Nel 1937 siamo discesi ad una probabilità di 4,34. Non è meno significativa la statistica dei riformati alle leve militari. Mentre al principio di questo secolo su ogni centinaio di visitati si aveva una media di 18 riformati, oggi su 100 visitati non si hanno, in media, più di 7 riformati. Questo dato va analizzato. Mentre ai primi del novecento la percentuale dei riformati per deficienza di statura era di 2,97 per cento, oggi è del 0,48; e mentre nello stesso periodo di tempo la percentuale dei riformati per deficienza del perimetro toracico era del 3,85 per cento, oggi è dell'1,84. Il miglioramento qualitativo della razza è evidente. È sempre in vista di tale obiettivo, che si moltiplicano, ogni anno, le colonie estive marine, montane e fluviali, i campeggi, ai quali accorrono, e in sempre più larga misura, anche i figli degli italiani residenti all'Estero. Dalle poche colonie del 1927, si è giunti a 4.357 colonie, con un totale di 772.000 bambini ospitati. Alla difesa della razza mirano egualmente i provvedimenti presi dal Regime in questi ultimi anni, in relazione ai principi fissati in un Manifesto redatto il 14 luglio 1938 da un gruppo di studiosi delle Università italiane sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare. Premesso che « dire che esistono le razze non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti », il Manifesto dichiara che « la popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana » e che « i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo ». I problemi razziali sono stati posti in primo piano dalla conquista dell'Impero, poiché mentre « altri popoli mandano nelle terre dei loro Imperi pochi e sceltissimi funzionari, noi manderemo in Africa Orientale Italiana e in Libia — con l'andare del tempo e per assoluta necessità di vita — milioni di uomini ». Donde la necessità di prevenire il meticciato. « Ad evitare la catastrofica piaga del meticciato, non bastano le leggi severe promulgate e applicate dal Fascismo. Occorre anche un forte sentimento, un forte orgoglio, una chiara, onnipresente coscienza di razza ». ( Informazione diplomatica, 6 agosto 1938, nota n. 18 ). Su tali principi si basa la dichiarazione sulla razza, approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nella riunione del 6 ottobre 1938. « Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero, dichiara l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività positiva diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere grandemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti ». Su tali premesse, il Gran Consiglio stabiliva il divieto di matrimonio di italiani e di italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita ed altre razze non ariane; il divieto per i dipendenti dello Stato e di Enti pubblici — personale civile e militare — di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza; il preventivo consenso del Ministero degli Interni pel matrimonio di italiani e di italiane con stranieri anche di razza ariana; il rafforzamento delle misure già deliberate contro ogni attentato al prestigio della razza nei territori dell'Impero.


LA LEGISLAZIONE SOCIALE

Gli orari di lavoro - Riposo settimanale - Il lavoro delle donne e dei fanciulli - Igiene del lavoro - Libretto del lavoro - Gli assegni familiari - Il salario reale - Il Dopo lavoro - Il Carro di Tespi - Lo sport del popolo.

La legislazione sociale del Fascismo, che trova i suoi fondamenti nella Legge 3 aprile 1926 e nella Carta dei Lavoro, ha avuto numerose applicazioni. In linea pregiudiziale, occorre segnalare l'umana preoccupazione di contenere il lavoro nei limiti fisiologici. In altri termini, si è voluto che la quantità di energia spesa nello sforzo quotidiano fosse subordinata a due condizioni. In primo luogo, che fosse in relazione all'età del soggetto; in secondo luogo, che potesse essere normalmente reintegrata con l'alimentazione e col riposo. Occorreva disciplinare il collocamento della mano d'opera. I datori di lavoro hanno l'obbligo di assumere i lavoratori disoccupati per il tramite degli Uffici di collocamento, con facoltà di scelta nell'ambito degli iscritti negli elenchi e con preferenza agli appartenenti al P.N.F., ai Sindacati e agli ex combattenti. Gli Uffici di collocamento risiedono presso i Sindacati operai. Gli orari di lavoro furono oggetto di speciali provvedimenti. Nel 1933 l'Italia fascista aderì alla Convenzione di Washington, che stabiliva la giornata di otto ore e la settimana di quarantotto. Successivamente, nell'intento di addivenire ad una più razionale distribuzione della mano d'opera, le Confederazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori dell'industria firmavano una convenzione (5 novembre 1934) che riduceva l'orario di lavoro entro il limite di quaranta ore settimanali; aboliva il lavoro straordinario; sostituiva, là dove fosse necessario e possibile, la mano d'opera femminile con quella maschile, la minorile con l'adulta; limitava nel campo impiegatizio il lavoro delle donne e dei fanciulli alle prestazioni ad essi più convenienti; sostituiva il personale appartenente alla categoria dei pensionati con disoccupati; integrava il salario dei prestatori d'opera che lavoravano ad orario ridotto o che avessero una famiglia a carico, mediante la costituzione di una Cassa nazionale di integrazione per assegni familiari. Il riposo settimanale è di ventiquattro ore consecutive, è obbligatorio e deve, ove non lo vietino ragioni di forza maggiore, essere praticato di domenica. Un'apposita legge (26 aprile 1934) disciplina il lavoro delle donne e dei fanciulli. Per « fanciulli » intende le persone di ambo i sessi che non abbiano compiuto i 15 anni e per « donne minorenni » quelle che abbiano compiuto i 15 anni, ma non ancora i 21. I fanciulli e le donne non possono essere adibiti al lavoro ove non risulti, in base a certificato medico, che sono sani e idonei al lavoro; è vietata l'occupazione dei fanciulli e delle donne minorenni in lavori pericolosi, faticosi e insalubri; sono vietati il trasporto e il sollevamento di pesi eccessivi. E' egualmente vietato, nelle aziende industriali, il lavoro di notte per tutte le donne e per i minori di 18 anni. Per quanto riguarda la durata del lavoro dei fanciulli e delle donne, la legge fissa a sei ore la durata massima senza interruzione. Severamente tutelata è l'igiene del lavoro in virtù del R. D. 14 aprile 1927. Chiunque intenda « costruire, ampliare o adattare un edificio od un locale per adibirlo a lavorazioni industriali cui debbano presumibilmente essere addetti più di cinque operai », è tenuto a darne notizia al competente Ispettorato corporativo (art. 40). La tutela morale del lavoratore trova una garanzia nel « Libretto del lavoro », istituito con la legge del- 10 gennaio 1935. In questo documento vengono indicate e specificate tutte le condizioni del prestatore d'opera, compresi il grado di istruzione, l'idoneità al lavoro, la qualifica professionale, l'attività esplicata, l'ammontare delle retribuzioni, gli infortuni subiti, le malattie professionali contratte in servizio e la durata delle assenze conseguenti. È un documento necessario per l'ammissione al lavoro e, come tale, viene depositato presso il datore di lavoro per le annotazioni prescritte dalla legge. Allorché viene a cessare la prestazione d'opera, il datore di lavoro ha l'obbligo di consegnare all'operaio il libretto aggiornato. Il lavoratore ha il diritto di prenderne visione in qualsiasi momento. E' evidente quale efficace sussidio esso possa costituire agli uffici di collocamento nella distribuzione del lavoro e come esso possa rendere, oltre che facile, spedita la destinazione degli operai secondo le loro specifiche capacità. La personalità del lavoratore viene, in tal modo, salvaguardata anche nel suo aspetto tecnico e morale, il che risponde a quel rigoroso principio sociale del Fascismo, che scorge nel lavoro un dato irriducibile della coscienza. Si è già accennato alla « Cassa nazionale di integrazione per assegni familiari ». Essa fu fondata nel dicembre del 1934, quando le Confederazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori dell'industria stabilirono, di comune accordo, di portare a 40 ore settimanali l'orario lavorativo, allo scopo di ripartire fra un maggior numero di operai le possibilità di lavoro esistenti. Si osservò, allora, e giustamente, che il provvedimento, se avvantaggiava i disoccupati, danneggiava in modo speciale i capi di famiglia aventi a carico dei figli. Fu in omaggio a tale considerazione che, contemporaneamente alla riforma, fu deciso di corrispondere ai capi di famiglia aventi a carico dei figli di età inferiore ai 14 anni, un assegno speciale, a integrazione del salario percepito per le 40 ore settimanali. Da tale beneficio restavano esclusi i capi di famiglia, sia pure con figli a carico, che fossero addetti a quelle industrie, che, per imprescindibili ragioni tecniche, praticassero un orario superiore, anche di poco, alle 40 ore settimanali. Alla formazione dei fondi della Cassa dovevano concorrere tutti gli operai dell'industria mediante un contri-buto pari all'1 per cento dell'ammontare del salario lordo e tutti i datori di lavoro mediante un secondo contributo di eguale importo. Tali contributi dovevano, invece, elevarsi al 5 per cento, sia per gli operai, sia per i datori di lavoro, in tutte quelle industrie, che, per ragioni speciali, fossero obbligate ad osservare un orario eccedente le 40 ore settimanali. Nel primo anno di attività della Cassa furono elargiti 164 milioni di assegni familiari. Nel luglio del 1936 questa istituzione ampliava considerevolmente il suo raggio d'azione. Un apposito decreto rendeva obbligatoria la concessione degli assegni familiari a tutti gli operai dell'industria che avessero a carico dei figli di età inferiore ai 14 anni e qualunque fosse la durata del lavoro settimanale. L'assegno familiare veniva fissato nella misura di lire 4 settimanali per ciascun figlio. Alla costituzione dei nuovi fondi si sarebbe provveduto, restando invariato il contributo a carico dei lavoratori, mediante un aumento del contributo richiesto ai datori di lavoro e mediante il concorso dello Stato. Successivamente (1939), in virtù di un accordo fra la Confederazione fascista degli industriali e la Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria, gli assegni familiari venivano estesi, oltre che ai capi famiglia operai e impiegati aventi, rispettivamente, a carico dei figli al disotto dei 14 e 18 anni, anche ai coniugati senza prole ed a quelli, fra i coniugati, che avessero perduto il diritto all'assegno per avere i figli superato il limite di età sopraccennato. Contemporaneamente, venivano ammessi al beneficio dell'integrazione salariale anche i non ammogliati aventi i genitori a carico. Veniva, infine, soppressa la quota di contributo a carico dei lavoratori, la qual cosa accentuava il carattere di retribuzione familiare degli assegni. La spesa annua totale si aggira sui 350 milioni di lire. Non è chi non veda la grande importanza dell'innovazione, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista etico-sociale. Dal punto di vista economico, numerose categorie di lavoratori venivano a beneficiare dell'assegno familiare: quelle che erano state escluse in esecuzione della rigida clausola delle 40 ore e quelle che sfuggivano all'inquadramento confederale per la natura pubblicistica della impresa. Dal punto di vista etico-sociale si affermava sempre più vigorosamente il criterio del salario familiare : principio altissimo e fecondo di salutari conseguenze. Ancora una volta prevaleva, sull'individuo, la famiglia, nucleo fondamentale della società e dello Stato. Va, infine, notato che questa innovazione eserciterà una benefica ripercussione sulla posizione della donna, della madre, che, in molti casi, potrà essere dispensata, in tutto o in parte, dal lavoro e maggiormente dedicarsi alle cure della famiglia. La qual cosa gioverà anche a determinare un migliore equilibrio nel mercato del lavoro. Le condizioni dell'operaio italiano, dopo un quindicennio di Regime fascista, sono grandemente migliorate sotto ogni punto di vista. Innanzitutto, il suo salario medio è adeguato al costo della vita. Ma accanto al salario apparente, esiste un salario effettivo, che lo supera in misura sensibile. Il salario rappresenta la possibilità di acquisto di determinati beni. Questi beni sono distribuiti su una scala vasta e varia. Si va dal pane quotidiano alla casa decorosa; dalla possibilità di educare i figli, alla gioia di donare ad essi un giocattolo; dalla certezza del presente, alla serena e garantita sicurezza dell'avvenire; dalla consapevolezza di poter fare fronte agli imprevisti della vita, alla prospettiva di una assistita vecchiaia; dalla possibilità del quotidiano svago dopo le ore dello spossante lavoro, alla sicurezza che la prole non sarà esposta alle vicende aleatorie della personale mercede. Ora ad una folla di queste necessità primordiali ed elementari della massa lavoratrice fa fronte la Stato fascista. Per cui, in pratica, il salario apparente del lavoratore italiano è potenzialmente aumentato. Di quanto esattamente? Il calcolo non è facile; ma è certo che il salario apparente dell'operaio italiano deve essere notevolmente aumentato se lo si vuole identificare con quello reale. Alla formazione del salario reale concorrono numerose prestazioni in natura e facilitazioni di ogni genere nei diversi servizi sociali. Fra queste facilitazioni alcune sono dei genuini capolavori di genialità e di praticità. Il Dopolavoro, ad esempio, rappresenta una delle più belle, originali e feconde creazioni del Fascismo. Esso fu fondato da Mussolini nel maggio 1925. L'enunciazione del programma che esso doveva attuare fu semplice e chiara. Secondo Mussolini esso doveva « promuovere la costituzione, il coordinamento e la propulsione di istituii atti ad elevare fisicamente, intellettualmente e moralmente i lavoratori intellettuali e manuali. nelle ore libere ». A queste attività il lavoratore italiano è chiamato a partecipare soltanto attraverso la convinzione che esse gli giovino. Nessuna imposizione, nessuna pressione vengono esercitate. Non gli si chiede né la tessera del Partito, né la tessera del Sindacato, né alcun'altra tessera. L'educazione fisica viene svolta dall'O.N.D. attraverso i giuochi e gli sports popolari (volata, tamburello, palla a volo, tiro alla fune, bocce e canottaggio a sedile fisso) e attraverso l'escursionismo e gli sports invernali (sci, adunate in montagna, slitte, ecc.). Lo sport dopolavoristico non ha carattere agonistico. E' contenuto in limiti accessibili a tutte le costituzioni fisiche e a tutte le età. L'educazione artistica viene svolta attraverso le filodrammatiche, le società bandistiche, concertistiche e corali, la radio, le conferenze e, infine, il Carro di Tespi, grandioso e modernissimo teatro viaggiante su autocarri, pari, per attrezzatura, ai maggiori teatri stabili, che può, in poche ore, allestire spettacoli lirici e drammatici all'aperto in qualsiasi località. L'educazione propriamente detta è affidata a corsi di coltura generale e al perfezionamento professionale. L'assistenza è suddivisa in igienico-sanitaria (ambulatori, ospedali, convalescenziari, colonie marine e montane, campeggi) e sociale (disbrigo di pratiche legali e notarili, richiesta di documenti) e comprende la Previdenza sociale (assicurazione gratuita per gl'infortuni nei quali il dopolavorista possa incorrere durante le manifestazioni sportive). Non bisogna dimenticare i treni popolari, che dal giugno all'ottobre, dal sabato al lunedì, consentono, con spesa minima, di visitare qualsiasi regione della Penisola. I gitanti di un anno superano sempre gli ottocento mila. Gli iscritti al Dopolavoro sono passati da 280.534 a 3.511.850. Le manifestazioni varie da 1.563 a 1.466.274.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Ven Nov 02, 2012 4:21 pm    Oggetto:  
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ASSISTENZA E PREVIDENZA

La Carta del Lavoro in azione - L'invalidità e la vecchiaia dei lavoratori - La riversibilità delle Pensioni – I rimedi alla disoccupazione - La lotta contro la tubercolosi - Gli infortuni sul lavoro - Le Casse mutue per malattia - L'assicurazione maternità - l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni - Le Polizze popolari.

La previdenza e l'assistenza ai lavoratori sono due capisaldi della Carta del Lavoro, che in quattro Dichiarazioni (26, 27, 28, 29) ne precisa i fini e le modalità. Il Fascismo ha attuato nella maggior misura questi imperativi della solidarietà sociale. All'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale sono affidate l'assicurazione obbligatoria per l'invalidità e la vecchiaia, l'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi, l'assicurazione obbligatoria per la maternità, la previdenza per la gente di mare. Si ha un'idea complessiva dell'attività spiegata dall'Istituto quando si considerano le riserve della previdenza sociale. Nel 1922 esse ammontavano a un miliardo e 415 milioni. All'inizio del 1939 erano salite a 12 miliardi e 400 milioni. Dal 1929 al 1938 l'Istituto ha ero-gato oltre sei miliardi di lire per prestazioni. La legge riguardante l'invalidità e la vecchiaia dei lavoratori fu riformata nel 1939, in occasione del ventennale del Fascismo. « Intendo — dichiarò il Duce — che la celebrazione del primo ventennale del Fascismo coincida con un forte passo innanzi sulla strada della legislazione sociale, acconciatrice delle distanze ». L'assicurazione si estende a tutti coloro che lavorano alle dipendenze di altri, esclusi gli impiegati il cui sti-pendio mensile superi le 1500 lire. Essa comprende, quindi, i lavoratori salariati senza limite di guadagno e i piccoli impiegati appartenenti all'industria, al commercio, ai servizi pubblici, all'agricoltura (esclusi i mezzadri e i piccoli affittuari) e ai servizi domestici. Per volere del Duce il limite di età per le pensioni fu abbassato da 65 a 6o anni per gli uomini (per alcune categorie a 55), da 6o a 55 per le donne. Il fondo pensioni, al quale concorre in certa misura lo Stato, è formato da contributi settimanali, che sono versati dai datori di lavoro e che, per metà, sono a carico degli assicurati. Tali contributi sono in relazione alla retribuzione complessiva percepita dall'operaio durante la settimana, qualunque sia il numero dei giorni di effettivo lavoro. In caso di morte dell'assicurato, la pensione si riversa sui superstiti. La pensione per la vedova è fissata in ragione della metà di quella liquidata o liquidabile all'assicurato. Per ciascuno degli orfani di età inferiore ai 15 anni (di età inferiore ai 18 anni per gli orfani degli impiegati) la pensione è pari al 10 per cento della pensione riversibile se concorra nel diritto a pensione anche il genitore superstite; è pari al 20 per cento per ciascuno degli orfani quando la riversibilità operi soltanto a favore degli orfani. In ogni caso, con o senza il concorso del genitore superstite nel diritto a pensione, la pensione ai superstiti non potrà essere inferiore alla metà della pensione liquidata o liquidabile all'assicurato. Contrariamente a quanto è stabilito nelle legislazioni straniere, la pensione alla vedova non è condizionata né al requisito di una data età raggiunta, né al requisito della incapacità al lavoro. L'assicurazione per l'invalidità e vecchiaia e per i superstiti acquista, così, uno stretto carattere di assicurazione di famiglia. Per quanto riguarda l'invalidità, si riconosce il diritto alla pensione quando si abbia una limitazione della capacità generica al lavoro tale, da ridurre di almeno due terzi il guadagno dell'assicurato in confronto a quello percepito da un lavoratore normale nelle stesse condizioni di lavoro. Dal 1922 a tutto il 1938 l'Istituto fascista della Previdenza sociale ha liquidato 750 mila pensioni per un complessivo importo annuo di 600 milioni di lire. Ne sono attualmente in corso di pagamento circa 550 mila per un importo annuo di 500 milioni e per un valore capitale di 3 miliardi e 750 milioni. Di fronte al problema della disoccupazione involontaria, il Fascismo ha scelto direttive di marcia molto più savie di quelle prescelte dalla generalità degli altri paesi. Ha contenuto in limiti modesti il sussidio di disoccupazione. Con ciò ha voluto impedire che potesse venire, in pratica, un comodo surrogato del salario. Il sussidio non è stato considerato come una prestazione principale. E' stato ritenuto una prestazione accessoria. Secondo il Fascismo, la lotta contro la disoccupazione non può essere combattuta efficacemente mercé i sussidi. Deve, piuttosto, essere combattuta mercé l'azione combinata di una saggia politica di lavori pubblici e di una oculata educazione professionale. All'una e all'altra deve venire in aiuto un'opportuna disciplina dell'emigrazione interna. La politica dei lavori in Regime fascista è stata imperniata sul così detto « accantonamento dei lavori pubblici ». Tale accantonamento presuppone una classifica di lavori che lo Stato e gli Enti locali intendono eseguire, in indifferibili e differibili. I secondi sono stati, di regola, rimandati ai periodi in cui l'andamento della disoccupazione si prevedeva come più grave. Simile politica di accantonamento ha offerto su quella dei sussidi elevati, notevoli vantaggi. Una parte del denaro che si sarebbe dovuto erogare in sussidi, è stata spesa in lavori, cioè in salari. Si è ottenuto, così, un duplice benefico effetto. In primo luogo si è assorbita una imponente parte della mano d'opera disoccupata. In secondo luogo, si è impedito un tracollo delle mercedi, attraverso l'aumento della domanda di lavoro. Nel campo agricolo, la disoccupazione, che non beneficia dell'assicurazione obbligatoria, è stata efficacemente combattuta mediante una severa distribuzione della mano d'opera, che impone alla proprietà fondiaria di assumere dei lavoratori in proporzione all'estensione dei terreni. Un altro dei capisaldi della lotta contro la disoccupazione in Regime fascista è stato il proposito di assottigliare, per quanto possibile, la quantità della mano d'opera non qualificata. Questa mano d'opera è la più duramente colpita dalla crisi della disoccupazione. Il Regime ne ha ridotto il contingente, sviluppando, con ogni sforzo, la educazione e il tirocinio professionali. Le indennità giornaliere ai disoccupati vanno da un minimo di lire 4 a un massimo di lire 12 per gli impiegati e da un minimo di lire 2,50 a un massimo di lire 7 per gli operai. Tali indennità sono maggiorate in rela-zione al numero dei figli. Dal 1922 a tutto il 1938 sono stati erogati, per assegni di disoccupazione, un miliardo e 600 milioni di lire. Ma è nella lotta contro la tubercolosi che il Fascismo ha attuato più grandiosamente i suoi principi totalitari. La Carta del Lavoro, nella Dichiarazione XXVII, aveva nettamente enunciato il programma, disponendo « l'assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all'assicurazione generale contro tutte le malattie ». Il problema si presentava come uno dei più gravi. V'era l'aspetto profilattico, l'aspetto organizzativo, l'a-spetto finanziario. Il Regime l'ha affrontato risolutamente e con metodo. Ha deciso, prima di tutto, l'assicurazione obbligatoria. Sono, di fatto, assicurati circa otto milioni di lavoratori dell'industria, dell'agricoltura, del commercio e delle altre categorie professionali; ma l'assicurazione avrebbe ,mancato al suo scopo se non avesse incluso, nella sua sfera d'azione anche i familiari degli assicurati. Raggiunge, quindi, i quindici milioni il numero delle persone tutelate contro la tubercolosi dall'ordinamento assicurativo. Sono da aggiungere 400 mila famiglie mezzadrili e coloniche — con un complesso di tre milioni di componenti — i maestri delle scuole elementari e i direttori didattici. Il diritto alle prestazioni — le quali comprendono, oltre il ricovero in case di cura, la concessione di una indennità, che varia da un minimo di lire 6 a un massimo di lire 12 per gli impiegati; da un minimo di lire 4 a un massimo di lire 8 per gli operai, mentre è invariata la misura di lire 4 pei contadini — era condizionato al versamento di almeno 24 contributi settimanali nel biennio anteriore alla domanda di assistenza. Nel 1939 il Duce soppresse questa condizione. Le prestazioni per la tubercolosi, come per la disoccupazione, sono ora concesse anche se faccia difetto l'effettivo versamento dei contributi. Volle, il Duce, che tali assicurazioni assumessero i caratteri di assicurazioni di diritto. Una vasto programma di attrezzatura sanatoriale, che consente di ricoverare oltre ventimila malati, è stato già attuato. Sono già in funzione 66 ospedali sanatoriali con un complesso di 19.336 letti. Dal 1929 a tutto il 1938 sono stati erogati, per l'assistenza agli ammalati, un miliardo e 400 milioni di lire. In tutto, compresi i 900 milioni circa, impiegati per la costruzione e l'arredamento delle istituzioni sanatoriali, due miliardi e 300 milioni. I risultati della crociata antitubercolare sono segnati dalla costante diminuzione dei morti per tubercolosi. Prima dell'avvento del Fascismo si avevano 60 mila morti all'anno per tubercolosi e più di mezzo milione di malati: una perdita economica valutata a circa un miliardo di lire ogni anno. Il Fascismo ha capovolto questa dolorosa situazione. I 63 mila morti del 1917; i 59 mila del 1925; i 57 mila del 1926; i 51 mila del 1928; si sono ridotti a 50 mila nel 1929; a 40 mila nel 1932; a 35 mila nel 1937. Nell'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, il Fascismo ha capovolto il tradizionale concetto del risar-cimento, riguardato unicamente come riparazione del danno individuale. Secondo la sua concezione, il risarcimento è uno dei momenti, e nemmeno il più saliente, dell'intiero processo riparatore dell'unità lavorativa, innestata nel grande quadro delle forze produttive della Nazione. Esso ha chiuso un trentennio di sterili discussioni ed ha nettamente riconosciuto l'« identità sostanziale » di una causa lesiva concentrata (infortunio) e di una causa lesiva diluita nel tempo (malattia professionale). Ha pertanto ammesso la necessità di risarcire anche l'usura e il deperimento lenti, dovuti, al pari della lesione istantanea, a particolari influenze lesive del ciclo produttivo. Con la legge del 1915 essa era limitata ad alcune categorie di lavoratori. Durante la guerra europea fu estesa agli operai adibiti nei così detti stabilimenti « ausiliari ». Un decreto legge del 21 aprile 1919 la rendeva generale e obbligatoria, un altro decreto del 13 dicembre 1923 la disciplinava. Infine la legge del 1935 sostituiva l'indennizzo in capitale nei casi di inabilità permanente o di morte con un indennizzo in rendita, che teneva conto anche della composizione della famiglia dell'operaio ed elevava il limite minimo dell'inabilità permanente. La gestione dell'assicurazione è affidata all'Istituto Nazionale Fascista per gli Infortuni sul Lavoro. Il sistema di capitalizzazione adottato ha permesso la formazione di imponenti riserve. Le sole riserve investite si possono calcolare non inferiori a tre miliardi e mezzo. Una cospicua parte di queste riserve è reimpiegata in investimenti di pubblica utilità. Simili investimenti sono, ad esempio, costruzioni ferroviarie, lavori di bonifica, impianti idroelettrici, mutui a Province, Comuni, Enti agrari ed edilizi. In sostanza si è attuata una felice redistribuzione di ricchezza. Una ricchezza raccolta a gocce attraverso una miriade di esigui contributi, è stata riversata a rivoli. Gli infortuni denunciati nel 1938 furono 479.435 e le indennità pagate complessivamente nello stesso anno toc-carono la cifra di 134.311.000 lire. Fin dal suo sorgere il Fascismo pose al primo piano il problema della mutualità per le malattie. La Carta del Lavoro, nella Dichiarazione XXVIII stabilisce che « nei contratti collettivi di lavoro sarà decisa, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di Casse mutue per malattia, con contributo dei datori di lavoro e dei prestatori d'opera, da amministrarsi da rappresentanti degli uni e degli altri, sotto la vigilanza degli organi corporativi ». Le Casse mutue hanno principalmente tre scopi ben definiti: 1) garantire all'iscritto, in caso di malattia, l'assistenza medica, chirurgica, farmaceutica e ospitaliera (alla donna anche l'assistenza ostetrica in caso di parto); 2) provvedere al ricovero in cliniche o in case di salute degli iscritti, per cui sia riconosciuto il bisogno; 3) corrispondere all'iscritto un sussidio di malattia, decorrente normalmente dal terzo o dal quarto giorno di degenza, per una durata massima determinata (90 o 100 giorni), in misura pari alla metà o ai due terzi del salario percepito dall'operaio. I lavoratori iscritti alle Casse mutue nel settore industriale superano i tre milioni e i loro familiari assommano a cinque milioni. Ma è nell'agricoltura che si è manifestata la più intensa attività assistenziale. Alla fine del 1939 i lavoratori agricoli e i loro famigliari iscritti alle Casse mutue toccavano la cifra di oltre sette milioni. I contributi riscossi superano i 109 milioni contro i 50 dell'anno precedente. Nel 1939 oltre 89 milioni sono stati erogati in assistenza. Nel luglio 1936 l'assicurazione obbligatoria di maternità, già in vigore per le lavoratrici dell'industria e del commercio, veniva estesa a tutte le categorie addette ai lavori agricoli, comprese fra i 55 e i 50 anni di età. Per effetto di tale estensione l'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, cui è affidata la speciale gestione assicurativa, corrisponde in caso di parto, per ogni donna assicurata, un assegno di lire 100, più una complementare assistenza igienico-sanitaria. Agli oneri assicurativi si provvede con un contributo annuo di lire 5 a carico dei datori di lavoro e di lire 2 a carico dell'assicurata con la integrazione di un concorso da parte dello Stato nel pagamento degli assegni. L'assicurazione comprende oltre 600 mila lavoratrici rurali e presta la sua assistenza per circa 6o mila parti all'anno. Una parola sul Patronato nazionale per l'assistenza sociale, chiamato ad attuare la Dichiarazione XXVIII della Carta del Lavoro. « E' compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentati nelle pratiche amministrative e giudiziarie relative all'assicurazione infortuni ed alle assicurazioni sociali ». Nel 1938 il Patronato ha assistito 357 mila lavoratori. Le vertenze giudiziarie sono state notevolmente ridotte per quello spirito conciliativo, che informa l'Ente e gli Istituti assicuratori. Conclusione: nel 1939 l'assistenza sociale ha comportato una spesa di due miliardi e 435 milioni. Imponente è stato l'incremento del risparmio assicurativo affidato all'Istituto Nazionale delle Assicurazioni. Quando il Duce impugnò le redini dello Stato, l'I.N.A. vide sorgere la possibilità di esplicare la sua funzione, non più circoscritta, non più intesa soltanto a superare le imprese private, ma volta a spaziare nel vasto campo sociale. Seguì subito lo svecchiamento delle condizioni di polizza, l'aggiornamento delle tariffe, la creazione di nuove forme assicurative sempre più aderenti alle necessità di vita delle singole categorie dei lavoratori. La previdenza assicurativa, che fino allora aveva costituito un privilegio per i benestanti, diventava, sotto l'incitamento animatore del Duce, patrimonio di tutto il popolo. Il Duce, che già aveva classificato la previdenza « la forza di un popolo civile », affermò, in seguito, che ogni famiglia italiana doveva possedere almeno una polizza d'assicurazione. E l'Istituto, accogliendo subito la consegna, intensificò con passione il suo lavoro, per il raggiungimento di tal fine, specialmente diffondendo con intensa propaganda le « assicurazioni popolari ». Il progresso è stato enorme e lo comprova il rapporto di poche cifre, riflettenti il periodo dal 1912 al 1922 e quello dal 1923 al 1939. Il numero dei contratti in vigore alla fine del 1922 era di 459.973; alla fine del 1939 era di 3.000.000. I capitali assicurati a tutto il 1922 ammontavano a 4 miliardi e 150 milioni; alla fine del 1939 a 20 miliardi. L'attività patrimoniale alla fine del 1922 era di 811 milioni e 501 mila lire; alla fine del 1939 di 6 miliardi e 500 mila lire. Questi raffronti spiegano come l'Istituto, conscio della sua potenza finanziaria, abbia potuto deliberare, fin dal 1930, di chiamare i suoi assicurati a partecipare gratuitamente agli utili annuali dell'Azienda, il che, allo stato attuale delle cose, si traduce in una vera e propria riduzione dei premi nella misura del 6 per cento.


LA RIFORMA DEL CODICE PENALE E LA DIMINUZIONE DELLA CRIMINALITÀ

La scuola classica e le esigenze della scuola positiva - Sintesi dei due sistemi - Le misure di sicurezza - Colonie e case di lavoro - La pena di morte - L'usura - L'infermità mentale - Rapida diminuzione della criminalità - Suoi caratteri e sue cause - La delinquenza minorile - Sua costante riduzione - La profilassi sociale.

La vasta e organica opera rivolta alla tutela della società e della razza non poteva non ripercuotersi sulla legislazione penale. E' solo col Fascismo che si attua quella riforma del Codice penale, che la scienza e l'esperienza reclamavano da più di trent'anni. Il nuovo Codice penale italiano contempera i principi della scuola classica con le esigenze della scuola positiva. La scuola classica, ispirandosi a presupposti di ordine metafisico, considerava prima di tutto il reo; la scuola positiva, il delitto come fenomeno sociale. Di qui la diversa concezione della pena. Mentre, per la scuola classica, la pena doveva, prima di tutto, restaurare nella coscienza del colpevole un equilibrio violato e determinare la sua redenzione; per la scuola positiva la pena doveva, prima di tutto, riparare a un danno sociale, ponendo il colpevole di un delitto in condizione di non nuocere più. Il nuovo codice si mantiene egualmente lontano dai due estremi. Fermo il principio che l'uomo ha capacità di determinarsi per motivi coscienti, principio dal quale discende quello della responsabilità penale delle azioni umane, ha tenuto conto dei motivi che possono influire sulla volontà, rifiutando di considerare questa come indipendente da ogni legge causale. Da ciò un'azione repressiva, ma anche preventiva della legge penale, per quanto la lotta preventiva contro il pericolo della delinquenza sia attuata, in gran parte, con la legislazione sociale, le opere assistenziali, di educazione e rieducazione e con provvedimenti amministrativi di polizia. Le misure di sicurezza introdotte nel Codice penale a scopo preventivo sono mezzi di lotta contro le cause, sia pure individuali, dei reati e si distinguono dai provvedimenti amministrativi di Pubblica Sicurezza in quanto si applicano soltanto dopo che un reato è stato commesso e al solo fine di stabilire la recidiva o l'abitudine al delitto. Tali misure vengono applicate dal magistrato con tutte le garanzie del procedimento giudiziario. Il Codice prevede due tipi di misure di sicurezza : quelle personali (detentive e non detentive) e quelle patrimoniali. Le misure di sicurezza detentive sono l'assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro; il ricovero in una casa di custodia o in un manicomio giudiziario. Le non detentive sono la libertà vigilata, il divieto di soggiorno in un Comune o in una Provincia, il divieto di frequentare spacci di bevande alcoliche e, per lo straniero, l'espulsione dal territorio dello Stato. Alle colonie o in Case di lavoro sono inviati i delinquenti abituali o professionali e quelli per tendenza. Ciò impone al magistrato una indagine acuta e scrupolosissima della personalità dell'imputato, delle sue tendenze morali, della sua pericolosità, della sua capacità di emenda, della sua possibilità di rieducazione. Le misure di sicurezza patrimoniali sono il versamento di una cauzione in danaro a garanzia della buona condotta e la confisca delle cose che costituiscono il prezzo del reato. Il sistema delle misure di sicurezza, sostitutive o integrative della pena, si ispira al concetto di una più valida difesa sociale e presuppone una applicazione della legge meno astratta, ma meglio adeguata alla personalità del reo. Innovazioni notevoli contenute nel nuovo Codice sono : il ripristino della pena di morte, che si esegue mediante fucilazione, e che può aver luogo solo quando le prove siano evidenti e la responsabilità del colpevole rigorosamente accertata; l'abolizione della segregazione cellulare continua considerata un inutile inasprimento della pena, che conduce fatalmente alla distruzione delle forze fisiche e mentali del condannato; l'eliminazione della distinzione fra detenzione e reclusione e la facoltà, data al giudice, di proporzionare le pene pecuniarie alla potenzialità economica del colpevole. Il nuovo Codice punisce con rigore estremo, e molto maggiore della legge precedente, i delitti contro lo Stato, specie lo spionaggio; rafforza la difesa dell'integrità della stirpe con gravi pene per l'aborto procurato e quella della famiglia con rigorose disposizioni per l'abbandono e la mancata assistenza famigliare, considerati, ora, dei veri e propri delitti. L'usura, che, col passato Codice, restava impunita, è ora colpita da una disposizione precisa della legge penale. Per quanto si riferisce al concorso personale nel reato, il nuovo Codice elimina la distinzione fra correità e complicità nelle sue due forme tradizionali di necessaria e non necessaria ed elimina pure la figura della complicità corrispettiva, statuendo che ogni forma di collaborazione al delitto è punita nello stesso modo. Concetto rigoroso, che trova il suo correttivo nella disposizione dell'art. 114 che consente al magistrato una riduzione di pena nei casi di concorso di minima importanza. Le pene in genere comminate dal nuovo Codice sono più severe ed è stato abolito il cosiddetto cumulo giuridico per il quale le pene comminate per diversi reati compiuti dalla stessa persona venivano conglobate in una pena unica di molto inferiore alla somma aritmetica delle singole pene. Secondo il nuovo Codice le pene vanno sommate con inasprimento notevole del sistema punitivo. Nel caso di due condanne all'ergastolo, la pena si trasforma in quella capitale. Il nuovo Codice regola la materia dell'infermità mentale col maggior rigore penale e scientifico. Non solo le passioni umane non possono essere considerate equivalenti ad infermità mentale, ma in ogni caso di riduzione o di eliminazione di responsabilità mentale, il colpevole deve essere rinchiuso, per un tempo determinato, in una casa di cura o in un manicomio giudiziario. Per i casi gravi di omicidio l'assegnazione al manicomio non può essere inferiore ai dieci anni. Rigoroso il Codice verso i reati contro la proprietà, specie i furti, e contro la persona. Mitigata, invece, la sanzione nei reati di falso. Per quanto si riferisce alle lesioni personali, il Codice elimina il concetto della preterintenzione, che rimane esclusivamente nel caso dell'omicidio, quando sia evidente che chi uccide aveva soltanto l'intenzione di ferire. L'efficacia dei nuovi codici e, in genere, della politica risanatrice e preventiva del Fascismo, è dimostrata dalla confortante diminuzione della delinquenza. Nel 1933, dopo soli tre anni dell'applicazione del nuovo Codice, i delitti accertati erano 529.059. L'anno precedente avevano toccato la cifra di 616.267. La diminuzione ve-rificatasi in un solo anno era, dunque, di 87.208. Queste cifre meglio si apprezzano col compararle. Per evitare un'eccessiva analisi esaminiamo la frequenza del fenomeno in medie triennali. Nel 1924-1926, si hanno 684.568 delitti; nel 1927-1929 se ne hanno 611.511; nel 1930-1932, se ne hanno 587.273; nel 1933-1935 se ne hanno 535.030; nel 1936-38 se ne hanno 586.850. La linea è manifestamente discendente. Se ne ha una riprova prendendo in esame la curva di questi ultimi dieci anni. Nel 1926 si ebbero 1748 delitti per ogni centomila abitanti; nel 1927 essi discesero a 1575; nel 1928 a 1555; nel 1929 a 1455; nel 1930 a 1435; nel 1931 a 1360; nel 1932 a 1487; nel 1933 a 1271; nel 1934 a 1265; nel 1935 a 1254; nel 1936 a 1276; nel 1937 a 1436; nel 1938 a 1262. Particolarmente istruttivo riesce l'esame di questi dati statistici per categorie generali di delitti. Le due principali sono quelle dei delitti contro la persona e dei delitti contro la proprietà. Entrambe presentano una diminuzione proporzionale alle cifre globali sopra riferite. Le lesioni personali sono discese da 81.860 nel 1932 a 65.456 nel 1933; a 62.547 nel 1937; a 52.590 nel 1938. Gli omicidi, consumati o tentati, che nel 1932 toccarono la cifra di 1834, sono discesi, nel 1933 a 1616; nel 1937 a 697; nel 1938 a 607. Di fronte ai 226.671 furti dell'anno 1932, nell'anno 1933 se ne sono accertati 210.038; nell'anno 1937 la cifra è salita a 281.678, per discendere, nel 1938, a 250.749. Egualmente, di fronte ai 2352 delitti di rapina, di estorsione e di sequestro di persona commessi nel 1932, nel 1933 se ne sono accertati 1.942; nel 1937 la cifra è discesa a 1.937; nel 1938 a 1.784. Un movimento discendente è stato del pari registrato per altre categorie di delitti. Per esempio : i delitti contro il patrimonio mediante frode, da 52.538 sono scesi nel 1938 a 17.885; quelli contro l'onore, da 34.145 a 25.902; quelli di violenza, resistenza ed oltraggio da 13.316 a 8.499; quelli contro l'amministrazione della giustizia, da 14.193 a 10.131; quelli contro l'ordine pubblico, da 1.217 a 554; quelli contro la moralità e il buon costume, da 9.887 a 7.68o; quelli contro la libertà individuale, da 14.701 a 12.907. La maggior parte delle manifestazioni criminose va, dunque, scemando di intensità. Il fatto è notevole, giacché la generalità del fenomeno non si può spiegare che con la generalità della causa. Quando una categoria o poche categorie di delitti accennano alla diminuzione, mentre altre restano stazionarie o mostrano tendenza ad aumentare, lo studioso non si lascia ingannare e comprende subito che si tratta di un fatto contingente e particolare. Si è ancora lontani dal risanamento o dal miglioramento delle condizioni morali del popolo. Quando, invece, tutta la quota della delinquenza ribassa, allora bisogna abbandonare la ricerca della causa nello speciale settore e condurla nel campo generale della vita sociale. La nuova legislazione penale, i mezzi pre-ventivi e di profilassi sociale, le istituzioni del Regime, i Fasci di combattimento, la Milizia nazionale, il Dopolavoro, le formazioni giovanili, ecc., possono considerarsi le cause concorrenti della vita che va moralmente elevandosi. Infatti l'Italia può ritenersi, oramai, quasi immune dalla delinquenza socialmente più pericolosa, vale a dire dai delinquenti abituali, professionali, per tendenza. I condannati dichiarati delinquenti abituali nel 1932 furono 1.483; nel 1933 scesero a 1.199; nel 1934 a 893, nel 1935 a 828. I condannati dichiarati professionali nel 1932 furono 111; nel 1933 scesero a 68; nel 1934 a 72; nel 1935 a 54. I condannati dichiarati delinquenti per tendenza nel 1932 furono 143; nel 1933 scesero a 34; nel 1934 a 42; nel 1935 a 40. Un ulteriore argomento, e decisivo, offre l'esame della delinquenza minorile. Nel 1931 furono condannati per delitti 12.652 minori. Tale cifra scendeva, nel 1932, a 7.150 e nel 1938 a 2.266. Sono cifre davanti alle quali non c'è che da inchinarsi. Queste note sarebbero incomplete, se non si ricordasse che è in corso di attuazione un vasto piano edilizio, che in dieci anni rinnoverà completamente gli stabilimenti carcerari secondo le norme più moderne dell'igiene e della rieducazione dei condannati.


LA POLITICA RELIGIOSA E LA CONCILIAZIONE

La questione romana prima, durante e dopo la guerra mondiale - Un discorso di Mussolini alla Camera nel 1921 La pregiudiziale della Chiesa - I Patti Lateranensi – Il Trattato - La Città del Vaticano - Sua neutralità e inviolabilità - Riconoscimento da parte del Pontefice di Roma capitale - La Convenzione finanziaria – Il Concordato Il matrimonio - L'Azione cattolica e suoi limiti - « La discussione in materia religiosa è pienamente libera » - La educazione dei giovani compito dello Stato - L'insegnamento religioso.

Nato in opposizione aperta e radicale al socialismo e al suo materialismo; rivendicando come valori supremi i valori nazionali, la loro efficienza e il loro predominio sovrano e intransigente; il Fascismo e lo Stato da esso organizzato non avrebbero potuto, senza una fatale incoerenza, limitarsi ad un lavoro di risanamento e di rafforzamento economico del paese. Lo Stato Fascista era tratto d'istinto a superare tutte le vecchie divisioni della compagine nazionale e ad amalgamare in una sola massa compatta tutti gli strati e tutte le correnti della popolazione. Primo conflitto da placare e da risolvere la vecchia « questione romana ». Il Papato non aveva mai cessato di protestare contro l'occupazione italiana di Roma. La rivendicazione del potere temporale era stata, anzi, per un trentennio, il motivo obbligato e il presupposto della diplomazia pontificia. Se la intransigenza papale era sembrata attenuarsi con l'avvento al pontificato di Pio X, sembrava, d'altra parte, che i rinfocolati nazionalismi dovessero spingere vieppiù il Papato a chiedere una autonomia assoluta, che non sembrava potesse aversi senza un territorio proprio, per quanto minimo. Lo scoppiare del conflitto europeo fece pensare ad alcuni che il Papato ne avrebbe approfittato per cercare dai nemici dell'Italia la soluzione della questione romana. Ma non fu così. La Santa Sede capì che solo dall'Italia poteva sperare una qualsiasi sistemazione dei suoi rapporti con lo Stato Italiano. La rituale protesta contro l'abolizione del potere temporale, che risaliva a Pio IX e che Leone XIII aveva ribadito impegnando tutti i propri successori, trovò nell'enciclica Ad beatissimi, del novembre 1914, espressioni particolarmente moderate; e se nell'allocuzione concistoriale del 6 dicembre 1915 Benedetto XV lamentò che la condizione del Romano Pontefice non fosse tale « da consentirgli l'uso di quella piena libertà » che gli era pienamente necessaria per il governo della Chiesa e dichiarò che ciò era apparso ancor più manifesto in occasione della guerra e degli inconvenienti da essa cagionati; riconobbe, peraltro, che non aveva fatto difetto, a coloro che governavano l'Italia, « la buona intenzione di eliminare gli inconvenienti » e tacque del potere temporale. Come aveva proclamato pochi mesi prima il cardinale Gasparri e precisamente il 28 giugno 1915, quando l'Italia era entrata da poco più di un mese nella guerra europea, la Santa Sede aspettava la sistemazione della sua situazione in Italia, « non dalle armi straniere, ma dal senso di giustizia del popolo italiano, nel suo verace interesse ». Nel 1916 i cattolici entravano nel Ministero di coalizione nazionale ed anche questo contribuiva non poco, mentre i sacerdoti, con rango militare, prestavano una meritoria opera al fronte, a determinare l'orientamento dei cattolici in senso sempre più decisamente nazionale. Nel suo primo discorso alla Camera, nel giugno del 1921, l'on. Mussolini prendeva nettamente posizione in proposito : « Affermo qui che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicismo. Se, come diceva Mommsen, non si resta a Roma senza una idea universale, io penso e affermo che l'unica idea universale che oggi esista a Roma, è quella che s'irradia dal Vaticano. Sono molto inquieto quando vedo che si formano delle Chiese nazionali, perché penso che sono milioni e milioni di uomini che non guardano più all'Italia e a Roma. Ragione per cui io avanzo queste ipotesi : penso, anzi, che se il Vaticano rinunzia definitivamente ai suoi sogni temporalistici — e credo che sia già su questa strada — l'Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicismo nel mondo, l'aumento dei quattrocento milioni di uomini che in tutte le parti della terra guardano a Roma, è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani ». Queste parole non erano pronunziate a caso e rispondevano all'azione che il Fascismo veniva svolgendo nel Paese nei riguardi della religione e del clero. Nonostante l'opposizione del partito popolare, il Fascismo, come partito prima, come governo dopo, non modificò per nulla la sua linea di condotta verso la religione e verso la Chiesa. Richiamandosi alla propria storia e alla propria dogmatica, la Santa Sede aveva sempre dichiarato che qualsiasi ordinamento destinato a garantire la sua indipen-denza e la sua libertà non poteva derivare unicamente dallo Stato, poiché essa non riconosceva a nessuno il diritto di regolare la sua stessa esistenza. Qualsiasi legge, intesa a regolare i suoi rapporti con lo Stato italiano, doveva essere liberamente discussa e pacificamente concordata. Da respingersi, pertanto, tutti quei disegni, fossero pure i migliori, fossero pure i più perfetti, che non obbedissero a quel presupposto dal quale la Santa Sede non poteva assolutamente derogare. Per questo motivo la Santa Sede aveva sempre dichiarato inaccettabile la legge delle Guarentigie. Non occorre dimostrare come tale pregiudiziale fosse addirittura insuperabile per il vecchio Stato italiano, nel quale avevano confluito due correnti antichiesastiche : quella democratica giacobina e quella liberale di tradizione hegeliana, scomparso il Cavour fautore della formula « libera Chiesa in libero Stato ». Per Mussolini tale problema non esisteva nemmeno. Che lo Stato fascista si proclami Stato cattolico è un dato acquisito, che nessuno contesta. Esso ha troppo vivo il senso della vita e della storia per ignorare il valore inestimabile della religione e per giudicare indifferente il fatto che la quasi totalità degli italiani è costituita da cattolici, per i quali la religione dei padri è un dato insopprimibile della coscienza e del costume. E se questo spiega e giustifica la posizione di sommo riguardo ed anche di privilegio che esso ha conferito alla Chiesa, al culto e ai suoi ministri, non costituisce affatto, nell'ordine teoretico, il motivo predominante della Conciliazione. Alla Conciliazione esso è pervenuto non per considerazioni di ordine pratico, ma in virtù della sua stessa ideologia. Lo Stato fascista non ha rinnegato la posizione liberale-democratica in vista della conciliazione con la Santa Sede; al contrario esso è stato portato alla Conciliazione in virtù della sua stessa ideologia, di un'ideologia assolutamente autonoma, che aveva dissipato gli antichi residui giacobini. Dopo laboriosissime discussioni e trattative, durate circa un biennio, l'11 febbraio 1929 si addiveniva alla stipulazione dei così detti Patti Lateranensi. Gli accordi fra l'Italia e la Santa Sede furono concretati in un Trattato di natura politica, in una Convenzione finanziaria, e in un Concordato. Il Trattato politico regola i rapporti fra l'Italia e la Santa Sede, organo centrale e, perciò, supernazionale della Chiesa Cattolica. Il Concordato disciplina i rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa italiana, frazione della Chiesa universale. La Convenzione finanziaria mira a indennizzare, sia pure in parte, la Sede Apostolica dei danni subiti per la perdita del patrimonio di San Pietro, costituito dagli antichi Stati pontificia e da beni degli Enti ecclesiastici. Il Trattato politico si compone di un preambolo e di ventisette articoli. Esso riafferma il principio consacrato dall'art. 1 dello Statuto, per il quale la religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato (art. 1). Riconosce, quindi, la piena proprietà e la esclusiva podestà e giurisdizione sovrana della Santa Sede sul Vaticano come è attualmente costituito (art. 2). A tale fine crea la « Città del Vaticano » e dichiara che in questa città non potrà esplicarsi alcuna ingerenza da parte del Governo italiano e che non vi sarà altra autorità che quella della Santa Sede (art. 4). La Piazza di San Pietro, pur facendo parte del territorio della « Città del Vaticano », continuerà ad essere normalmente aperta al pubblico e soggetta al potere di polizia delle autorità italiane. I confini della « Città del Vaticano » sono indicati in una pianta allegata al Trattato (art. 3). Il Trattato precisa le persone che sono soggette alla sovranità della Santa Sede, e cioè, quelle aventi stabile residenza nella « Città del Vaticano ». Tale residenza non si perde per il semplice fatto di una temporanea dimora altrove non accompagnata dalla perdita della abitazione nella Città stessa o da altre circostanze comprovanti l'abbandono di detta residenza (art. 9). Vengono altresì stabilite le franchigie di cui godranno, pur non risiedendo in detta Città, i dignitari della Chiesa, le persone appartenenti alla Corte pontificia e i funzionari di ruolo dichiarati dalla Santa Sede indispensabili. Tutti costoro saranno sempre, e in ogni caso, esenti da servizio militare, dalla giuria e da ogni prestazione di carattere personale (art. 10). Vengono pure stabilite le immunità territoriali delle Basiliche patriarcali e di alcuni edifici situati fuori della « Città del Vaticano », nei quali la Santa Sede ha collocato o collocherà le proprie Congregazioni, nonché gli uffici o servizi necessari al funzionamento della sua am-ministrazione (art. 15). L'Italia riconosce alla Santa Sede il diritto di legazione attivo e passivo, secondo le regole generali del diritto internazionale. L'una e l'altra s'impegnano a stabilire normali rapporti diplomatici mediante l'accreditamento di un ambasciatore italiano presso la Santa Sede e di un nunzio pontificio presso l'Italia, il quale sarà il decano del corpo diplomatico, a termini del diritto consuetudinario riconosciuto dal Congresso di Vienna con atto 9 giugno 1815 (art. 12). Viene, inoltre, stabilito che i tesori d'arte e di scienza esistenti nella « Città del Vaticano » e nel palazzo lateranense continueranno a rimanere visibili agli studiosi e ai visitatori ( art. 18 ). Un'altra clausola del Trattato precisa che, a richiesta della Santa Sede, e per delegazione che potrà essere data, nei singoli casi in modo permanente, l'Italia provvederà nel suo territorio alla punizione dei delitti che venissero commessi nella « Città del Vaticano » (art. 22). Del pari la Santa Sede consegnerà allo Stato italiano le persone che si fossero rifugiate nella « Città del Vaticano », imputate di atti commessi nel territorio italiano, che siano ritenuti delittuosi dalla legge di ambedue gli Stati (art. 22). Un'ulteriore clausola precisa che la Santa Sede « dichiara che vuole rimanere estranea alle competizioni temporali fra gli altri Stati e ai Congressi internazionali indetti per tale oggetto, a meno che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace e riservandosi, in ogni caso, di far valere la sua potestà morale e spirituale. In conseguenza di ciò, il territorio della Città del Vaticano sarà sempre e in ogni caso considerato territorio neutrale e inviolabile ». Segue una dichiarazione finale per cui : « La Santa Sede ritiene che con gli accordi, i quali sono sottoscritti, le viene assicurato adeguatamente quanto le occorre per prevedere con la dovuta libertà e indipendenza al governo pastorale della Diocesi di Roma e della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo; dichiara definitivamente e irrevo-cabilmente composta, e, quindi, eliminata la questione romana, e riconosce il Regno d'Italia sotto la dinastia di Casa Savoia con Roma capitale dello Stato italiano. Alla sua volta l'Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano sotto la sovranità del Sommo Pontefice. È abrogata la legge 13 maggio 1871, n. 214, e qualunque altra disposizione contraria al presente Trattato ». Il Concordato si compone di 45 articoli. Esso contiene, anzitutto, una dichiarazione per cui l'Italia, ai sensi dell'art. 1 del Trattato, assicura al potere spirituale il libero e pubblico esercizio del culto, nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica, in conformità alle norme del Concordato. In considerazione, poi, del carattere sacro di Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice e centro del mondo cattolico, il Governo italiano assume l'obbligo di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto con questo carattere. In altra clausola è prescritto che, nelle domeniche e feste di precetto, nelle chiese in cui ufficia un Capitolo, il celebrante la Messa conventuale canterà, secondo le norme della sua liturgia, una preghiera per la prosperità del Re d'Italia e dello Stato italiano. Seguono alcuni importanti articoli coi quali si riforma la legislazione ecclesiastica italiana in armonia col Trattato, riconoscendosi, fra l'altro, la personalità giuridica delle Congregazioni religiose e la libera gestione dei beni della Chiesa; salve le disposizioni delle leggi civili concernenti gli acquisti dei corpi morali. Di particolare significato è l'articolo che concerne il matrimonio. « Lo Stato italiano, volendo ridonare all'istituto del matrimonio, che è la base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili ». Le pubblicazioni del matrimonio religioso saranno effettuate, oltre che nella chiesa parrocchiale, anche nella Casa comunale. Subito dopo la celebrazione, il parroco spiegherà ai coniugi gli effetti civili del matrimonio, dando lettura degli articoli del Codice civile riguardanti i diritti e i doveri dei coniugi e redigerà l'atto di quale, entro cinque giorni, trasmetterà copia integrale al Comune, affinché venga trascritto nei registri dello Stato Civile. Le cause concernenti la nullità del matrimonio e la dispensa del matrimonio « rato e non consumato » sono ri-servate alla competenza dei tribunali e dei dicasteri ecclesiastici. I provvedimenti e le sentenze relative quando siano divenuti definitivi, saranno portati al Supremo Tribunale della Segnatura, il quale controllerà se siano state rispettate le norme del diritto canonico relative alla competenza del giudice, alla citazione e alla legittima rappresentanza o contumacia delle parti. I provvedimenti e le sentenze definitive coi relativi decreti del Supremo Tribunale della Segnatura saranno trasmessi alla Corte d'Appello dello Stato, competente per territorio, la quale, con ordinanze emesse in Camera di Consiglio, li renderà esecutivi agli effetti civili e ordinerà che siano annotati nei registri dello Stato Civile a margine dell'atto di matrimonio. Quanto alle cause di separazione personale, la Santa Sede consente che siano giudicate dall'autorità giudiziaria civile. Secondo altre disposizioni, l'Italia ammette che l'insegnamento religioso, ora impartito nelle scuole pubbliche elementari, abbia un ulteriore sviluppo nelle scuole medie, secondo programmi di stabilirsi d'accordo fra la Santa Sede e lo Stato. Notevole la clausola secondo la quale lo Stato riconosce le organizzazioni dipendenti dall'Azione cattolica italiana, in quanto esse, come la Santa Sede ha disposto, svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto la immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e attuazione dei principi cattolici. Verso la fine del Concordato è stabilito che se in avvenire sorgesse qualche difficoltà sulla interpretazione del medesimo, la Santa Sede e l'Italia procederanno di comune intelligenza a un'amichevole soluzione. Secondo la Convenzione finanziaria l'Italia si obbliga a versare, e la Santa Sede dichiara di accettare, a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l'Italia e in dipendenza degli avvenimenti del 1870, la somma di 750 milioni di lire ed a consegnare tanto Consolidato italiano al cinque per cento al portatore del valore nominale di lire un miliardo : somma che, in valore, è, nel suo complesso, di molto inferiore a quella che a tutt'oggi lo Stato avrebbe dovuto sborsare alla Santa Sede, solo in esecuzione all'impegno assunto con la legge 13 maggio 1871. Questo, nelle sue linee schematiche, il contenuto sostanziale degli storici documenti. Abbiamo detto che Mussolini era stato indotto al grande passo da considerazioni strettamente « nazionali », dalla necessità, cioè, di fondere in un tutto compatto la massa dei cittadini italiani. Questo spiega come e perchè Mussolini abbia proclamato durante e dopo le trattative per la Conciliazione, l'autonomia morale dello Stato, il suo irriducibile carattere etico ed abbia rivendicato allo Stato, contro ogni equivoco e contro ogni possibilità di compromesso, il diritto, anzi, il dovere, di presiedere all'educazione delle nuove generazioni. « Un altro regime — dichiarò il Duce il 13 maggio 1929 alla Camera dei deputati, discutendosi i Patti Lateranensi — un altro regime che non sia il nostro, un regime demo-liberale, può ritenere utile rinunciare all'educazione delle giovani generazioni. Noi no. In questo campo siamo intrattabili. Nostro deve essere l'insegnamento. Questi fanciulli debbono essere educati nella nostra fede religiosa; ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo bisogno di dare a questi giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista : soprattutto abbiamo bisogno di trasmettere la nostra fede, le nostre speranze ». Similmente venivano chiarite le altre posizioni. Mediante il Trattato, che assicurava alla Santa Sede l'indipendenza « visibile », cioè, la sovranità su un minuscolo territorio, lo Stato italiano non infirmava in nessun modo la propria integrità. « Non abbiamo risuscitato il potere temporale dei Papi; lo abbiamo sepolto. Col Trattato dell' 11 febbraio 1929 nessun territorio passa alla Città del Vaticano all'infuori di quello che essa già possiede e che nessuna forza al mondo e nessuna rivoluzione le avrebbe tolto. Non si abbassa la bandiera tricolore, perchè là non fu mai issata ». E quale sovranità si deve intendere quando si parla della sovranità della Santa Sede? Si deve credere alla coesistenza di due sovranità? Affatto. « Un conto è la Città del Vaticano, un conto è il Regno d'Italia, che è lo Stato italiano. Bisogna persuadersi che fra lo Stato italiano e la Città del Vaticano c'è una distanza che si può valutare a migliaia di chilometri, anche se per avventura bastano cinque minuti per andare a vedere questo Stato e dieci per percorrerne i confini. Vi sono quindi due sovranità ben distinte, ben differenziate, perfettamente e reciprocamente riconosciute. Ma, nello Stato, la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera. Non è sovrana per la contraddizione che nol consente; non è nemmeno libera, perché nelle sue istituzioni e nei suoi uomini è sottoposta alle leggi generali dello Stato ed è anche sottoposta alle clausole speciali del Concordato. Ragione per cui la situazione può essere così definita: Stato sovrano nel Regno d'Italia, Chiesa cattolica con certe preminenze lealmente e volontariamente riconosciute; libera ammissione degli altri culti ». In cambio del Trattato e del Concordato, la Santa Sede rinunziava definitivamente a qualsiasi ipoteca, sia pure morale, su Roma. Contropartita della creazione della Città del Vaticano era « il riconoscimento esplicito e solenne del Regno d'Italia sotto la Monarchia di Casa Savoia, con Roma capitale dello Stato italiano ». In secondo luogo, essa accettava la libera ammissione degli altri culti, che cessavano di essere semplicemente « tollerati ». E il matrimonio religioso aveva effetti civili qualunque fosse l'altare, qualunque fosse il sacerdote, davanti ai quali fosse stato celebrato : cattolici, israeliti, protestanti, godevano di una identica parità, di un medesimo diritto. La libertà religiosa trovava la sua piena sanzione nell'articolo 5 della legge sull'esercizio dei Culti ammessi: « La discussione in materia religiosa è pienamente libera ». Si è molto discusso in Italia sulla natura dell'insegnamento religioso nelle scuole dello Stato. L'esperienza ha dimostrato come anche in questo campo la sovranità dello Stato sia rimasta intatta. Mussolini ha tenuto fede alla relazione con la quale raccomandava ai Deputati l'approvazione dei Patti Lateranensi. « Nessun potere di vigilanza dell'autorità ecclesiastica è ammesso, anche limitatamente, sull'insegnamento religioso. Soltanto si prescrive che gli insegnanti debbono essere muniti di un certificato di idoneità, da lasciarsi dal vescovo, e che per l'insegnamento religioso siano adottati libri di testo approvati dall'autorità ecclesiastica. Ingerenza ben limitata e perfettamente ragionevole perchè solo l'autorità ecclesiastica può, con la necessaria competenza in materia religiosa, giudicare della idoneità dei maestri e dei libri di testo destinati all'insegnamento religioso ». Niente altro. Contemporaneamente scompariva, in Italia, qualsiasi residuo dell'antico partito popolare. La stessa « Azione Cattolica », ammessa dall'art. 43 del Concordato, in quanto svolge la sua attività « al di fuori di ogni partito politico e sotto la immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa », riformava, poco dopo, i propri statuti e la sua stessa organizzazione, per assumere un carattere sempre più decisamente religioso e sempre più alieno dall'attività politica propriamente detta. Ad assicurare sempre meglio tale carattere, rinunziava alle stesse organizzazioni sportive e in virtù di tale rinunzia le istituzioni del Regime Fascista venivano a trovarsi in una situazione di assoluto monopolio.


SCUOLA E CULTURA

La Carta della scuola - Il nuovo umanesimo - Il lavoro nella scuola - Il tirocinio scolastico - L'Università - L'Accademia d'Italia - Il Consiglio nazionale delle Ricerche L'Istituto nazionale di Cultura fascista.

Nel dicembre del 1925, parlando al Congresso della Corporazione della scuola, il Duce definiva in questi termini i compiti della scuola fascista : « Il Governo esige che la scuola si ispiri alle idealità del Fascismo, esige che la scuola non sia, non dico ostile, ma nemmeno estranea al Fascismo o agnostica di fronte al Fascismo; esige che tutta la scuola in tutti i suoi gradi e in tutti i suoi insegnamenti educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a rinnovarsi nel Fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla Rivoluzione fascista ». E ancora : « Intendo che la scuola, tutta la scuola, sia soprattutto educativa, formativa e morale ». Queste direttive hanno trovato la loro piena formulazione nella Carta della scuola del 1939, che sarà gradualmente attuata. Scopo della Carta della scuola, la creazione di una scuola « popolare », che sia — come scrisse il ministro Bottai nella sua relazione — « veramente di tutti e che risponda veramente alle necessità di tutti, cioè alle necessità dello Stato ». La sua volontà : avviare a soluzione il problema di un « umanesimo moderno », fondato sul principio che « esser uomo significa servire gli uomini ». Non gli uomini in astratto, ma gli uomini in concreto, come li è venuti plasmando il corso della storia europea e italiana nei secoli dell'età moderna. Di qui l'impossibilità che la scuola continui a ignorare o a escludere dal suo seno le due grandi forze che hanno fatto del mondo moderno quello che è : la scienza e il lavoro. La vecchia scuola commise questo funesto errore. Di qui il progressivo venir meno della linfa vitale nelle sue fibre. L'umanesimo cui dichiarava d'ispirarsi era staccato dalla vita, ridotto a semplice fenomeno letterario; onde la continua ribellione della vita contro di essa. Il nuovo umanesimo cui la nuova scuola dichiara d'ispirarsi non vuol essere l'umanesimo del letterato puro, ma l'umanesimo dell'uomo immerso nel suo tempo, conscio delle forze che vi agiscono e lo travagliano, deciso a dominarle per non esserne dominato, e che perciò vuole conoscerle da vicino e dal di dentro. Di qui il profilo speciale della nuova scuola come la « Carta della scuola » lo disegna. L'« appartenenza alla scuola » estesa dai 6 ai 21 anni è considerato come servizio obbligatorio, cioè come dovere e prestazione civile, alla pari della milizia e del lavoro, cui prelude e che essa prepara. La « famiglia », considerata non più nemica naturale della scuola, ma collaboratrice di essa, interessata al suo buon funzionamento, chiamata in misura sempre maggiore a parteciparvi. Il « lavoro », il lavoro delle mani, e non un qualsiasi lavoro didattico, ma un lavoro produttivo, reso parte integrante dell'attività scolastica dalla quarta elementare fino ai gradi più alti. Il divorzio troppo a lungo durato fra studio e lavoro, deve cessare. L'alunno deve venire il più presto possibile a contatto, attivamente, e non passivamente, sul serio e non per gioco, con la più gran forza del mondo moderno, il lavoro. Anima e corpo, cervello e muscolo debbono potere svilupparsi di pari passo, armonicamente agendo e reagendo l'uno sull'altro. Il fanciullo agiato deve poter conoscere per esperienza e pratica personale il lavoro cui il suo compagno meno fortunato chiederà nella vita il suo sostentamento. Colui che un giorno maneggerà la penna deve da fanciullo aver imparato a manovrare, sul serio e non per gioco, la pialla o la vanga. Così la disuguaglianza delle funzioni sociali e delle fortune non degenererà mai in rigida separazione di caste. Non ci può esser posto nella società moderna per classi « inferiori » e classi « superiori » per irrevocabile destino. Il giorno in cui la società moderna scivolasse verso un regime castale sarebbe quello della fine della formidabile energia che le ha permesso in pochi secoli di cambiare la faccia del mondo. E’ perciò col più gran compiacimento che notiamo che a quanto affermano concordemente le relazioni delle autorità competenti, la applicazione del lavoro nella scuola ottiene la più fervida ed appassionata collaborazione degli alunni. Il « latino » riconosciuto e riconfermato nella sua insostituibile funzione di forza plasmatrice dello spirito, discriminatrice delle sue reali possibilità, collaudatrice del suo genuino merito. La « scuola unica » posta come necessario preludio della scuola selezionata, affinché sia dato tempo e modo al temperamento, alla vocazione, alla natura dell'alunno di affermarsi, e perciò all'alunno possibilità di scegliere. La scelta del corso di studi e quindi della carriera deve essere l'alunno a farla, non il destino a imporgliela, destino che spesso non era che vanità familiare. Nei limiti delle umane possibilità, chi sceglie il corso di studi e la carriera dev'esser l'alunno e non altri per lui, affinché nell'avvenire gli sia risparmiato almeno l'intollerabile supplizio della professione detestata. Anche qui, la libertà dello spirito deve sostituirsi al destino. Questi i principi informatori della « Carta della, scuola ». Ed è bene che il pubblico li abbia sempre presenti alla mente affinché sempre più e meglio collabori alla loro attuazione. Molto si è fatto, molto rimane ancora da fare. La « Carta » stessa prevede che la sua attuazione sarà lunga e lenta, esigerà sforzi e fatiche, revisioni e correzioni. Essa, del resto, non è una legge che codifichi istituzioni fissate tutte in una volta e una volta per tutte, è piuttosto una volontà che prescrive una direzione, e non solo non esclude, ma suppone un continuo lavoro di aggiornamento, revisione e perfezionamento cui tutti sono chiamati a collaborare : autorità, professori, studiosi, famiglie e gli stessi alunni. Più ancora che una legge, la Carta della scuola va considerata una « matrice di leggi ». Come si presenterà la carriera scolastica dei giovani, quando il nuovo ordinamento sarà pienamente attuato? Dai quattro ai sei anni, il fanciullo frequenta la « scuola materna » che ha ordinamento biennale. Quindi accede alla « scuola elementare » che ha un ordinamento triennale (prima, seconda e terza classe elementare); la quarta e la quinta attuali costituiranno, senza notevoli cambiamenti, il biennio della « scuola del lavoro ». Compiuto questo periodo, il ragazzo si troverà, all'età all'incirca di dieci anni, dinanzi a tre strade. Alcuni potranno accedere alle « scuole artigiane » triennali per essere avviati ai mestieri; altri accederanno alle « scuole professionali » triennali dalle quali potranno poi passare alle « scuole tecniche » biennali, che preparano agli impieghi minori ed al lavoro specializzato delle aziende industriali, commerciali e agrarie. Coloro, infine, che intendono continuare gli studi, accederanno alla « scuola media » triennale, nella quale sono unificati il ginnasio medio inferiore, l'istituto tecnico inferiore e l'istituto magistrale inferiore. Nell'ambito di ogni corso le promozioni si svolgono o col giudizio di sufficienza o con gli esami ordinati in due sessioni. Alla fine del corso, cioè per passare dal secondo anno della scuola del lavoro al primo anno della scuola media, è obbligatorio l'esame di licenza. Tutti gli esami sono integrati dalla prova di lavoro. Il giovinetto che ha compiuto il triennio della scuola media unica, ove superi l'esame di ammissione, accede alla scuola superiore e in questo caso gli si aprono più strade : i) il liceo classico, quinquennale; 2) il liceo scien-tifico, pure quinquennale; 3) l'istituto magistrale, pure quinquennale; 4) l'istituto tecnico commerciale, pure quinquennale; 5) l'istituto per periti agrari, periti industriali, geometri e nautici, quadriennali. E’ qui, dunque, che avviene la scelta : si differisce, in altri termini, di tre anni, una decisione che ha grande importanza nella vita del giovane e che pure veniva ora imposta in una età nella quale non erano ancora delineate le sue attitudini e le sue tendenze. Al termine di ciascuno dei corsi superiori, ogni giovane deve sostenere l'esame di Stato davanti ad una Commissione, della quale fanno parte gli stessi insegnanti della scuola, con l'aggiunta di due delegati del Ministero. Chi ha superato l'esame di Stato ha aperto davanti a sé l'accesso all'ordine universitario; ma, come è ovvio, ogni tipo di scuola superiore non apre che l'ingresso a quelle Facoltà che hanno affinità col corso di studi del proprio ordinamento; così, ad esempio, un perito agrario potrà iscriversi alla Facoltà di agraria e non a quella di giurisprudenza; i licenziati del liceo scientifico possono iscriversi alla Facoltà di ingegneria senza sostenere alcun esame, ma per accedere alla Facoltà di giurisprudenza devono sostenere un esame integrativo e non possono, in alcun caso, iscriversi alle Facoltà di lettere o di magistero. Dalla Facoltà di magistero sono esclusi tutti coloro che non abbiano specificatamente seguito il corso dell'istituto magistrale. Una novità dell'ordinamento è il numero non indifferente di esami di integrazione necessari per entrare nelle Università. È, questo, un elemento che accentua il carattere selettivo del nuovo sistema, che assegna alle Università (oggi troppo affollate e di troppo agevole accesso) il compito di preparare elementi effettivamente idonei ai compiti direttivi della vita nazionale. Per quanto riguarda l'istruzione superiore, una larga autonomia permette alle università di darsi gli ordinamenti meglio rispondenti alle esigenze locali ed alle particolari tradizioni, di istituire anche delle scuole rivolte a fini speciali e di perfezionamento. Questa autonomia presuppone la fedeltà del corpo insegnante al Regime : donde il giuramento dei professori universitari. Istituita il 7 gennaio 1926, l'Accademia d'Italia ha lo scopo di promuovere e coordinare il movimento intellettuale nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti; di conservarne il carattere nazionale secondo il genio e la tradizione, di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini. Ha personalità giuridica e autonomia ammini-strativa sotto la tutela dello Stato. Il suo carattere fu definito dal Duce il giorno stesso della sua inaugurazione, avvenuta il 28 ottobre 1929. « Nessuna delle accademie attualmente esistenti in Italia compie le funzioni assegnate all'Accademia d'Italia. O sono accademie limitate nello spazio, o ristrette nella materia. Talune di esse sono celebri, e quasi tutte, anche le minori, sono rispettabili, ma nessuna ha il carattere di universalità dell'Accademia d'Italia. Questa nasce dopo due avvenimenti destinati a operare formidabilmente nella vita e nello spirito di un popolo : la guerra vittoriosa e la Rivoluzione fascista. Nasce, mentre sembra esasperarsi nel macchinismo o nella sete di ricchezza, il ritmo della civiltà contemporanea; nasce quasi a sfida contro lo scetticismo di coloro i quali da molti, sia pure gravi, sintomi prevedono un'eclissi dello spirito che sembra ormai rivolto soltanto a conquiste di ordine materiale ». L'Accademia, che successivamente ha assorbito l'antica Accademia dei Lincei, è divisa in quattro classi : scienze morali e storiche; scienze fisiche, matematiche e naturali; lettere; arti. Ogni classe si compone di quindici accademici che sono, così, complessivamente sessanta. La loro nomina è vitalizia. Il Consiglio nazionale delle Ricerche (28 novembre 1923) ha una duplice funzione: provvede all'adempimento degli scopi previsti dallo statuto del Consiglio internazionale delle Ricerche con sede in Bruxelles, in seno al quale rappresenta l'Italia, e coordina le attività nazionali nei vari rami della scienza e delle sue applicazioni anche nell'interesse dell'economia generale del paese. L’Istituto nazionale di Cultura fascista non vuole essere e non è una università popolare; non vuole sostituirsi e non si sostituisce alla università regia; non vuole diffondere nel popolo nozioni scientifiche; non guarda alla cultura « quantitativamente » intesa, alla cultura nazionale, cioè, in quanto estesa al popolo e per il popolo; ma guarda alla « qualità » della cultura, alle idee idonee a formare e a sviluppare la coscienza umana. L'Istituto nazionale di Cultura fascista vuol formare i nuovi italiani : i problemi cui attende non sono i problemi delle singole coscienze, ma i problemi della coscienza nazionale, cioè della coscienza collettiva.

CONTINUA....

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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TEATRO CINEMATOGRAFO RADIO E TURISMO

Repertorio Nazionale ed Estero - Sabato teatrale - Spettacoli all'aperto - Spettacoli lirici - Estate musicale italiana - Produzione e premi cinematografici - Impianti e stazioni radiofoniche - Lo sviluppo del turismo

L'intervento diretto e metodico del Regime in favore del Teatro risale all'aprile del 1935, quando fu attribuita al Ministero per la Stampa e la Propaganda (che assunse, in seguito, il nome di Ministero della Cultura Popolare) la competenza su tutta l'attività musicale e teatrale. Si trattava di valorizzare convenientemente il repertorio italiano, coordinare le compagnie drammatiche, disciplinare la gestione dei teatri nell'interesse degli autori, degli attori e del pubblico, senza, per questo, abbandonarsi ad un angusto nazionalismo che avrebbe potuto nuocere all'educazione artistica del popolo e senza menomare in alcun modo quell'iniziativa privata, che è uno dei fondamenti dell'ordinamento corporativo. I risultati conseguiti sono quanto mai confortanti e dimostrano come siano stati equamente armonizzati gli interessi più diversi. La valorizzazione del repertorio nazionale ha portato all'inversione del rapporto fra commedie italiane e commedie straniere. Le commedie italiane hanno gradatamente acquistato una netta prevalenza, sia come numero che come quantità. di rappresentazioni, mostrandosi, tuttavia, sufficiente la percentuale concessa al repertorio straniero, che deve far conoscere in Italia quanto di meglio si fa all'Estero in questo campo dell'attività artistica. Anche gli incassi del teatro di prosa sono notevolmente aumentati, essendo passati da 15.426.802 di lire nel 1934-35 a 26.387.389 di lire nel 1938-39. Nell'intento di avvicinare il popolo al teatro fu istituito il « Sabato Teatrale », che ha permesso di offrire alle moltitudini lavoratrici spettacoli di prim'ordine a prezzi minimi. Tali spettacoli si svolgono attualmente in oltre 30 città e in 50 teatri. Il numero delle rappresentazioni è stato nel 1939 di 240 (170 rappresentazioni di prosa, 45 di lirica e 25 operette e riviste) con l'intervento di oltre 300.000 spettatori. Fu dato anche un particolare impulso agli spettacoli all'aperto, promossi e incoraggiati dal Ministero della Cultura Popolare. Memorabili le rappresentazioni classiche del teatro greco di Siracusa, davanti a 35.000 spettatori e le grandiose esecuzioni di opere liriche nell'Arena di Verona, cui assistettero oltre 150.000 persone; gli spettacoli goldoniani a Venezia ed altri spettacoli classici a Taormina, Pesto, Pompei, Ostia, Gubbio, Fiesole, Pola, Vicenza. Più complessi i problemi del teatro lirico, a incominciare da quello edilizio. Gran parte dei teatri non presentavano più le condizioni idonee per gli spettacoli moderni e molti centri mancavano addirittura di locali convenienti. Il Regime ha provveduto concedendo un largo credito ai Comuni per il rinnovamento dei teatri esistenti o per la costruzione di nuovi. Adeguate sovvenzioni hanno singolarmente elevato il tono degli spettacoli lirici. Nel 1935-36 furono sovvenzionate 83 stagioni liriche in Italia; nel 1939 il numero delle stagioni sovvenzionate è salito a 128, con 863 allestimenti di opere. Gli incassi, che nel 1936 avevano raggiunto 24 milioni di lire, hanno superato nel 1939 i 36. La percentuale di opere di autori italiani incluse nei cartelloni delle stagioni liriche ha raggiunto il 55 per cento, superando quella degli anni precedenti. Anche nel campo del concerto l'intervento del Ministero della Cultura Popolare è notevolmente aumentato : le Società di concerti sovvenzionate, che nel 1935-¬1936 erano 26 e le manifestazioni all'Estero, che erano 64, sono rispettivamente salite, nel 1939, a 93 ed a 257. Nell'estate del 1939 si sono avute 55 stagioni liriche all'aperto e 17 stagioni concertistiche: costituenti l’« Estate Musicale Italiana ». Gli spettatori intervenuti alle manifestazioni musicali hanno raggiunto la cifra di 3.235.256 e gli incassi quella di 56.523.900 di lire. Il bilancio degli spettacoli dell'anno 1939 si può così riassumere in confronto con quello del 1936. Giorni di spettacoli 1.296.716 contro 982.045. biglietti venduti 445.813.585 contro 336.458.357; incasso lordo L. 856 milioni 30.335 contro L. 626.800.642; spesa per abitante L. 19,55 contro 14,77. Nel teatro furono dati 33.826 spettacoli italiani contro 3.823 francesi; per la lirica furono eseguite 2.342 opere italiane contro 98 francesi; 1.350 operette italiane contro 759 tedesche; 4.052 riviste italiane contro 70 tedesche. Non meno organica l'azione intesa a ridare al cinematografo l'antico splendore. Tutto era da rifare in questo campo. La Direzione Generale presso il Ministero della Cultura Popolare si è assunto il compito di rimediare a dodici anni di gravissima crisi mediante metodi rigorosi. L'azione fu svolta secondo un piano preordinato nei diversi settori in cui si divide la complessissima industria cinematografica. In un primo tempo si trattò di « bonificare » il terreno estirpando le piante inutili e nocive: furono severamente vagliate tutte le iniziative cinematografiche italiane ed eliminate quelle che, o per carattere troppo speculativo o per deficienza di solidità finanziaria, potevano turbare il regolare ritmo della produzione. In seguito, al fine di assicurare al prodotto nazionale un equo collocamento sul mercato interno, si autorizzò l'Istituto « Luce » ad assumere partecipazioni in imprese industriali e commerciali cinematografiche : il che permise di fondare l'Ente Nazionale Industrie Cinematografiche, che oggi controlla uno dei maggiori circuiti di noleggio d'Italia e garantisce l'esito dei più importanti filmi italiani. Assicurata la solidità del prodotto e garantitogli un equo compenso, si provvide a favorire lo sviluppo mediante l'istituzione di premi alla produzione. Tali premi corrispondono al 12% dell'introito lordo verificatosi negli spettacoli nei quali sia proiettato durante tre anni un film nazionale, di metraggio non inferiore a 1500 metri. In aggiunta a questi premi e qualora l'introito superi L. 2.500.000, il Ministero della Cultura Popolare corrisponde al produttore un ulteriore premio progressivo del 15% dell'introito di oltre 2.500.000 fino a 4 milioni; del 20% oltre i 4 milioni fino a 5 milioni; del 25% oltre i 5 milioni fino a 6 milioni. Il Ministero può, inoltre, concedere speciali premi ai produttori di filmi nazionali, i quali, a suo giudizio, si distinguano per particolari pregi artistici o morali. Un altro premio è stabilito per i produttori, i quali noleggino o vendano filmi nazionali all'Estero, in ragione del 10% del controvalore in lire della valuta estera. Un'altra disposizione stabilisce, infine, che quattro buoni di esenzione dalla tassa di doppiaggio di filmi stranieri, per un valore di 200 mila lire, sono dovuti per ogni film nazionale prodotto. Ad assicurare alla produzione, così riorganizzata e finanziata, un nucleo produttivo tecnicamente perfetto e modernamente attrezzato, il Ministero ha vivamente appoggiato la creazione dei nuovi stabilimenti « Cines » sorti al Quadraro e che sono il più importante gruppo di teatri di posa esistente in Europa. Gli stabilimenti del Quadraro occupano un'area di 600.000 mq. di cui 120.000 ricoperti dai teatri ed edifici annessi e 1.80.000 a disposizione di ogni produttore e dotati di tutti i necessari servizi. Oltre ai teatri vanno ricordati gli edifici per la sincronizzazione, per il montaggio, per i trucchi, le officine e gli stabilimenti per le scene; una sala di proiezione modello atta a fissare in forma certa il valore ottico e fonico del film prodotto. La centrale elettrica ha una forza di 3.200 HP; una speciale struttura di pareti espressamente studiata garantisce la perfetta riproduzione dei suoni. Nell'intento di preparare gli esperti per la cinematografia di domani, il Ministero ha creato il « Centro sperimentale di Cinematografia ,» organizzazione imitata da altre Nazioni e che offre ai giovani la possibilità di addentrarsi nei segreti di questa difficile arte. In primissimo piano fra le attività culturali che la Direzione Generale per la Cinematografia segue con vigile attenzione, è da porre la grande Mostra internazionale d'Arte cinematografica, che si svolge annualmente a Venezia e che suscita l'interessamento di tutta la stampa mondiale. Un'organizzazione che in breve tempo ha assunto un incremento notevolissimo è quella della Radio. Le radiodiffusioni si distinguono in due diversi rami: quelle destinate all'interno e all'Impero e quelle destinate all'Estero. Organo concessionario è l'Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, che in quindici anni ha saputo conquistarsi un posto eminente nel mondo. Nel Congresso dell'Unione Radiofonica Internazionale tenutosi a Parigi nel 1935 fu riconosciuto che i programmi artistici della Radio italiana erano indiscutibilmente superiori a quelli di tutti gli altri paesi. Le radiodiffusioni per l'Italia si compiono a mezzo di tre principali gruppi di stazioni, ciascuno dei quali collega diversi impianti. La rete radiofonica nazionale conta 28 impianti trasmittenti con una potenza complessiva di 500 Kw. per le sole onde medie. Le radiodiffusioni all'Estero si effettuano a onde corte per tutte le distanze, con l'integrazione di alcune onde medie per le regioni dell'Europa e del Mediterraneo. I programmi destinati all'Europa centrale e occidentale sono appoggiati principalmente sulle stazioni di Roma I, Roma II e Milano; quelli per l'Europa meridionale sulla stazione di Bari e gli altri sull'impianto veramente ammirevole di Roma, Prato Smeraldo. Questa stazione trasmittente, utilizzando nel modo migliore secondo le ore del giorno i cinque impianti emittenti di 100 e di 50 Kw., che la compongono e le dieci varietà d'onde di cui dispone, può raggiungere i vari continenti nelle varie stagioni, scegliendo opportunamente l'onda più conveniente alle diverse condizioni atmosferiche. Un impianto di aerei direzionali fa poi convergere l'energia irradiata verso l'America del Nord e del Sud, l'Africa e l'Estremo Oriente. A questo impianto imponente verranno ad aggiungersi altri impianti ed altre lunghezze d'onde. Un impianto a onde medie di 50 Kw. funziona dal 1938 a Tripoli; altri impianti di grande potenza saranno presto inaugurati ad Addis Abeba e a Tirana. Roma ha già un impianto di televisione un altro sarà creato a Milano. Sono migliaia e migliaia le lettere che pervengono dall'Estero alla Radio italiana. A tutte i vari annunciatori rispondono regolarmente, fornendo informazioni e chiarimenti, inviando pubblicazioni sul Fascismo, sui problemi sindacali e corporativi. Anche per il Turismo le direttive furono impartite dal Duce. « Desidero che l'Italia sia visitata dal maggior numero possibile di turisti stranieri, che troveranno un paese bellissimo, un popolo ordinato e schiettamente ospitale ». Non mancava, prima dell'avvento del Fascismo, una organizzazione turistica, diretta a promuovere il movimento dei forestieri, ma la sua azione non era organica e difettava di mezzi. A colmare le deficienze fu istituita, alla fine del 1934, una Direzione Generale per il Turismo, presso l'allora Ministero per la Stampa e la Propaganda. Primo compito della nuova Direzione generale fu quello di rafforzare e rendere solida e completa l'organizzazione periferica degli uffici per la pronta attuazione delle direttive impartite dal centro. Si poté, così, procedere con metodo unitario. Fu, inoltre, riorganizzato l'Ente Nazionale per le Industrie Turistiche, provvedendolo, in pari tempo, di mezzi adeguati, nonché conferendogli i poteri e l'autorità necessari per lo sviluppo della sua vastissima attività. Apprestati gli strumenti, furono concretati i programmi rivolti ad una bene intesa pubblicità. Nessun mezzo fu trascurato, dalle inserzioni nei giornali e nelle riviste di tutto il mondo, agli opuscoli, in varie lingue, sulle bellezze e sugli aspetti caratteristici del nostro paese, all'accurata propaganda radiofonica. In un secondo tempo furono notevolmente aumentati gli uffici dell'E.N.I.T. e le sue delegazioni, sparsi, oramai, in tutto il mondo e creati quegli Enti provinciali del turismo, che attuano le direttive centrali in armonia con le esigenze locali. Si è ottenuta, così, la massima unità insieme con la massima varietà delle iniziative. Fu disciplinata, mediante un'opportuna riforma, l'imposta di soggiorno, in modo da evitare le evasioni al tributo e da renderla, in pari tempo, poco gravosa ai forestieri; si sono migliorate le comunicazioni ferroviarie e automobilistiche, conciliando la rapidità e il buon prezzo; si sono, infine, concesse riduzioni e agevolazioni di ogni genere nel costo dei viaggi, sia per i singoli, sia per le famiglie, sia per le associazioni e le comitive. Di particolare importanza è l'istituzione degli assegni turistici per gli stranieri, che offrono un notevole beneficio sul cambio. Pure degna di rilievo è l'istituzione dei buoni d'albergo e dei buoni di benzina, che consentono economie notevoli offrendo al tempo stesso vantaggi di praticità e comodità. Per universale riconoscimento l'Italia è il paese dove i viaggi riescono più economici e, al tempo stesso, più comodi e più spediti per la puntualità degli orari, per lo zelo incomparabile della Milizia ferroviaria. Un aspetto di primaria importanza era costituito dall'industria alberghiera. Pronta, decisa e risoluta si è manifestata anche in questo settore l'azione della Direzione generale per il Turismo. Mediante opportuni decreti furono disciplinate e protette la vendita e la locazione degli edifici destinati ad uso albergo. Lo Stato concesse perfino un suo contributo per alleviare gli oneri gravanti sulle aziende alberghiere, ma, contemporaneamente, regolò la classificazione degli alberghi in diverse categorie e controllò rigorosamente i prezzi, in modo da evitare abusi o spiacevoli sorprese ai forestieri. Oggi è dovunque obbligatoria la denunzia dei prezzi degli alberghi, che sono pubblicati dall'E.N.I.T. in un Annuario ufficiale e non sono permesse eccezioni a nessun titolo e per nessun motivo. Qualsiasi reclamo indirizzato alla Direzione Generale del Turismo è oggetto di pronto e severo esame e immediatamente e largamente riparato qualora risulti fondato.

LA RINASCITA DELLO SPORT

La concezione mussoliniana dello sport - I precedenti – Il C.O.N.I. - Gare e premi - L'Italia alle Olimpiadi - Il primato dell'aviazione - Le Federazioni - L'incremento dei tesserati - Il monito del Duce.

L'indirizzo e i fini dello sport nell'Italia fascista sono stati chiaramente indicati dal Duce. « Non sarà mai possibile avere un'intelligenza perfettamente limpida e uno spirito aperto ad una comprensione intera della vita ove non vi sia armonia fra spirito e forze fisiche ».E' quindi bandito lo sport di lusso, quello voluttuario e fine a se stesso, perchè scopo fondamentale dello sport fascista è l'integrità fisica, morale e militare della nazione. Di qui il suo carattere popolare con marcate finalità demografiche e razziali. Questo, naturalmente, non esclude che fra le moltitudini che si addestrano in ogni sorta di esercizi non si operi una permanente selezione, che mette in evidenza gli uomini capaci di tenere alto il prestigio dell'Italia nelle competizioni internazionali. Il Fascismo non ha trascurato l'aspetto morale dello sport, la sua influenza nella formazione del carattere. Significative le parole rivolte dal Duce agli atleti vittoriosi il 28 ottobre 1934 sulla Via dei Trionfi : « Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. Ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli, e soprattutto al vostro spirito, è affidato in quel momento l'onore e il prestigio della nazione ».
Va ricordato che nel secolo scorso, l'Italia non restò del tutto estranea al movimento rinnovatore, che aveva come esponenti lo Jahn in Germania, il Ling in Svezia, l'Arnold in Inghilterra. Il Club Alpino, anteriore a quelli di Francia e di Germania, è del 1863; la Federazione ginnastica del 1869; il Tiro a segno del 1882; il Jockey Club del 1881; la Società delle corse ad ostacoli del 1883; l'Unione velocipedistica del 1885; la Federazione di canottaggio del 1888 e quella di nuoto del 1889. Ininterrotta e sempre splendida la tradizione della scherma. Se è vero che non mancavano, all'avvento del Fascismo, una tradizione sportiva e una esperienza didattica (degna di essere ricordata la Scuola di Educazione fisica militare della Farnesina) è altrettanto vero che contavano un numero assai limitato di fedeli e di cultori. Il popolo restava quasi del tutto estraneo alla pratica sportiva che altrove trovava tanti incoraggiamenti e tanti impulsi, mentre le scuole funzionavano unicamente per la preparazione degli insegnanti di educazione fisica e di ginnastica. La rinascita dello sport in Italia si deve a Mussolini, che fino dai primi tempi del suo governo ne avvertì la eccezionale importanza fisica e morale. Fu per volontà sua che si dette incremento ad ogni tipo di attività sportiva, e gli impianti adatti si moltiplicarono in ogni regione d'Italia. Fermo nel concetto che dovesse assumere un carattere eminentemente popolare, il Duce conferì allo sport una sua definitiva organizzazione, inquadrando al tempo stesso tutta la gioventù italiana in quelle geniali istituzioni che sono la « Gioventù Italiana del Littorio », i Guf e il Dopolavoro. Per mezzo di esse nessun figlio del popolo resta escluso dallo sport. Sorgeva il problema dei quadri. Come trovare gli insegnanti necessari all'educazione di una così vasta popolazione sportiva? A questo si provvide mediante la creazione di due speciali accademie di educazione fisica, l'una maschile a Roma, l'altra femminile a Orvieto. L'educazione sportiva delle moltitudini popolari non ha distratto il Regime dalla preparazione agonistica della gioventù. Fu appunto nell'intento di metterla in grado di affrontare degnamente le gare internazionali, che nel 1926 il Duce decise il riordinamento del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (C.O.N.I.), cui veniva affidata la direzione generale della vita sportiva del Paese. Al C.O.N.I. aderiscono 26 Federazioni sportive forti di settecentomila tesserati. L'assistenza che il C.O.N.I. presta a ciascuna delle 26 Federazioni sportive ha non soltanto valore morale e tecnico, ma anche finanziario ed è elargita attraverso opportune provvidenze, ivi compresa la divisione fra tutte le Federazioni che ne abbiano bisogno, dei cespiti di cui il C.O.N.I. annualmente dispone. Non tutte le Federazioni sono sovvenzionate finanziariamente, ma tutte sono assistite da quelle provvidenze di carattere morale e tecnico che il Regime ha ideato per l'ascesa e il consolidamento dello sport fascista. Prima fra tutte la istituzione delle « medaglie al valore atletico » e delle « stelle al merito sportivo », con le quali sono premiati annualmente dal Duce gli atleti che abbiano conquistati primati e campionati nazionali e internazionali e i dirigenti che più si siano distinti nel potenziare l'attività della propria Federazione. Attualmente si hanno, in Italia, quattro grandi settori sportivi, distinti ma collegati : la « Gioventù Italiana del Littorio » per l'assistenza fisica e morale della gioventù, cui è affidata anche la educazione fisica degli studenti delle scuole elementari e medie; l'Opera Nazionale Dopolavoro col compito di rendere popolare l'attività sportiva fra le moltitudini operaie e contadine; i « Guf » (Gruppi Universitari Fascisti), che svolgono un'attività sportiva nell'ambito delle scuole superiori; e infine il C.O.N.I., cui compete di dare le linee generali di quell'unità di indirizzo sportivo alla quale debbono uniformarsi le attività delle altre organizzazioni. Il C.O.N.I. ha di mira la spe-cializzazione e la selezione quali sgorgano spontaneamente dalla massa. Ciascuno di questi settori sportivi promuove per proprio conto gare e concorsi, con premi e riconoscimenti, sia individuali che collettivi. Fra questi principalissimo è il Premio del Littorio, che si assegna annualmente alla Federazione sportiva che più si sia distinta nel complesso delle sue affermazioni nazionali e internazionali. Degni di particolare menzione i due grandiosi saggi annuali della « Gioventù Italiana del Littorio » e dell'Opera Nazionale Dopolavoro, che si svolgono a Roma alla presenza del Duce, e i Littoriali dello Sport nei quali culmina l'attività sportiva dei Guf. Un decennio di questa educazione fisica e di questo impulso sportivo ha ridotto al minimo la percentuale dei rivedibili dinanzi ai Consigli di Leva, ed ha quasi del tutto eliminato gli « scartati ». Sono quasi scomparsi, in Italia, gli inabili alla guerra. Il progresso dello sport in Italia si deduce anche dalla sua partecipazione alle Olimpiadi. Ad Atene (1896) essa figurava con 4 campioni; a Parigi (1900) con 2; a S. Louis (1904) assente; a Londra (1908) con 120; a Stoccolma (1912) con 120; ad Anversa (1920) con 220; a Parigi (1924) con 325; ad Amsterdam (1928) con 316; a Los Angeles (1932) con 115; a Berlino (1936) con 224. Gli atleti italiani conquistavano un titolo olimpionico a Parigi; due a Londra; tre a Stoccolma; undici ad Anversa; sette a Parigi; sette ad Amsterdam; dodici a Los Angeles; otto a Berlino. A Los Angeles l'Italia si classificava al secondo posto fra tutte le nazioni del mondo e prima fra quelle d'Europa. A Berlino terza fra le nazioni del mondo e seconda fra quelle d'Europa. Tale classifica non segna un regresso rispetto a quella di Los Angeles, dato che colà parteciparono una trentina di nazioni con circa 1500 atleti, mentre a Berlino si ebbe un concorso di 52 nazioni con un contingente complessivo di circa 6000 atleti. La selezione che assicura, alla nostra partecipazione olimpica, continuità e potenza, fiorisce da un ingente nu¬mero di aderenti alle singole Federazioni che raggiunge gli effettivi di un esercito. Eppure essi non sono che i quadri della grande moltitudine dei praticanti gli sports in seno alla « Gioventù Italiana del Littorio », ai « Guf » e all'Opera Nazionale Dopolavoro. Moltitudine che si eleva a milioni, moltitudine preparata fisicamente e spiritualmente a tutti i cimenti perché consapevole della profonda verità delle parole del Duce : « Le prodezze sportive accrescono il prestigio della nazione, abituano gli uomini alla lotta leale in campo aperto attraverso la quale si misura non soltanto la prestanza fisica, ma il vigore morale dei popoli ».

LE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI

La Gioventù Italiana del Littorio - Le categorie e il numero degli iscritti - L'istruzione premilitare - L'educazione fisica - L'attività assistenziale - La donna fascista I Gruppi Universitari Fascisti - I Littoriali.

La « Gioventù Italiana del Littorio » è la grande scuola delle nuove generazioni. Essa ha per motto : credere, obbedire, combattere. I suoi compiti sono così fissati nell'articolo 5 del suo statuto : preparazione spirituale, sportiva e premilitare; insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole elementari e medie, secondo i programmi da essa predisposti di concerto col Ministro dell'Educazione nazionale; istituzione e funzionamento di corsi, scuole, collegi, accademie, aventi attinenza con le finalità della Gioventù italiana del Littorio; assistenza svolta essenzialmente attraverso i campi, le colonie climatiche, il patronato scolastico, o con altri mezzi disposti dal Segretario del Partito nazionale fascista, Ministro Segretario di Stato, Comandante generale; organizzazione di viaggi e crociere. La Gioventù italiana del Littorio ha inoltre la facoltà di istituire e di promuovere l'istituzione di borse di studio e di provvedere alla loro assegnazione. Alla Gioventù italiana del Littorio spetta la vigilanza e il controllo su tutte le colonie climatiche e istituzioni affini, da chiunque fondate o gestite. Per la fondazione di nuove colonie e istituzioni affini è necessaria l'autorizzazione del Segretario del Partito nazionale fascista, Ministro Segretario di Stato, Comandante generale. Le categorie della Gioventù italiana del Littorio, nelle quali dai 6 ai 21 anni vengono inquadrati i giovani di ambo i sessi, sono : Giovani fascisti, dai 17 ai 21; Avanguardisti moschettieri, dai 15 ai 17, Avanguardisti, dai 13 ai 15; Balilla moschettieri, dagli 11 ai 13; Balilla, dagli 8 agli 11; Giovani fasciste, dal 17° anno sino all'età in cui passano ai Fasci femminili; Giovani italiane, dai 14 ai 17; Piccole italiane, dagli 8 ai 14; Figli della lupa (maschi e femmine) fino agli 8 anni. Al centro, l'organizzazione è retta dal Segretario del P. N. F. che ne è per legge il Comandante generale. I giovani fascisti sono inquadrati in gruppi di battaglioni, compagnie, plotoni e squadre. Gli avanguardisti e i balilla, in legioni, coorti, centurie, manipoli e squadre. La situazione numerica degli iscritti alla fine del 1939 presentava un complesso di 7.891.547 organizzati e, cioè, 5.376.532 maschi e 2.515.015 femmine. Se la Gioventù italiana del Littorio può tendere con tutto lo slancio della sua operosità verso l'avvenire, a preparare folte e ben temprate schiere di cittadini soldati, è anzitutto perchè essa trae forza di ideali e fede di opere dalla tradizione del Fascismo. Essa è anzitutto scuola di eroismo, inteso senza accenti retorici, ma come accettazione disciplinata ed entusiastica del dovere, come offerta silenziosa e assidua della propria opera per il bene della Patria. Il concetto informatore dell'educazione che viene impartita dalla G.I.L. è l'inscindibile unità di pensiero e di azione. Non si può parlare di educazione integrale ed efficace, se quella morale, quella spirituale e quella guerriera sono considerate come momenti distinti e successivi e non come tre aspetti di uno stesso ideale educativo; se non sono impartite a seconda dell'età e a seconda delle categorie; se non hanno come obiettivo la fermezza morale, il vigore intellettuale e fisico; se l'educazione fisica non mira anche a fortificare lo spirito e la volontà. Tutti i giovani del Littorio, fin dai primi anni, sono addestrati militarmente. Col passaggio ai ranghi supe-riori, l'istruzione militare si specifica e si definisce tecnicamente. All'età delle armi, il giovane fascista, che la G.I.L. ha educato, istruito, addestrato, entra nell'Esercito come un soldato già preparato e con lo spirito disciplinato. Mediante la legge 11 aprile 1938, alla G.I.L. è stato affidato il compito di provvedere sia all'istruzione premilitare generale, sia a quella specializzata dei giovani fascisti. Dal 1938 anche l'istruzione premilitare è stata affidata al Comando generale della G.I.L., che provvede ad impartire ai giovani, oltre l'istruzione premilitare generale, quella specializzata, nelle sue branche : terrestre, marinara ed aeronautica. Il numero dei giovani fascisti delle classi 1917-18-19, che hanno frequentato i corsi premilitari specializzati, ha raggiunto la cifra di 108.499. Questo intenso lavoro di addestramento premilitare culmina nei grandi campi, che ogni anno la G.I.L. organizza a Roma. Particolare menzione merita il campo « Roma », svoltosi a Centocelle nell'aprile-maggio 1938, con la partecipazione di 52.000 giovani fascisti e avanguardisti, la cui perfetta manovra ha meritato alla G.I.L. l'ambito elogio del Duce. Oltre i corsi e i campi, hanno un carattere premilitare anche i collegi navali della G.I.L. di Venezia e di Brindisi, il collegio aeronautico della G.I.L. di Forlì e la scuola marinara della G.I.L. di Sabaudia. Mentre i primi due preparano i giovani che vogliono frequentare la R. Accademia navale, il terzo è, analogamente, un istituto propedeutico di quella aeronautica. La scuola marinara provvede all'istruzione di ottime maestranze marittime. Spetta alla G.I.L., in virtù del decreto 20 novembre 1937, il compito di provvedere all'educazione fisica di tutta la gioventù. Tale educazione è intesa come una vera e propria « cultura fisica », che deve armonicamente educare il corpo e lo spirito per formare, insieme con la cultura generale e militare, il cittadino soldato. L'agonismo, lasciato specialmente ai giovani fascisti, non è praticato se non in misura molto limitata, e con le opportune cautele, dagli organizzati più giovani. Se l'educazione fisica deve contribuire a portare i giovani al loro pieno e più felice sviluppo somatico, essa deve attuarsi razionalmente, con un metodo graduale, tenendo conto di vari elementi fra i quali, in primo luogo, è l'età di chi è addestrato, considerata sotto gli aspetti fisico, fisiologico e psicologico. Nel 1939 oltre sei milioni di alunni delle scuole elementari hanno partecipato agli esercizi fisici sotto la di-rezione e la sorveglianza di circa 100.000 fra insegnanti e coadiutori, con l'utilizzazione di oltre 24.000 locali distribuiti in 6.262 Comuni. L'educazione religiosa è affidata ai cappellani, che tengono periodiche conferenze ai giovani iscritti. Biblioteche, che ogni giorno aumentano di numero e si arricchiscono di volumi, fanno circolare fra gli organizzati centinaia di migliaia di libri di sana lettura. Nel 1939 i Comandi disponevano già di 2.378 biblioteche, fornite di ben 346.621 volumi. La « leva fascista », rito solenne che consacra annualmente il passaggio alle categorie superiori di varie centinaia di migliaia di organizzati, viene effettuata il 16 ottobre, giorno di inizio dell'anno scolastico. Questa coincidenza, voluta dal Duce, ha un chiaro e concreto riferimento alla Carta della scuola, che, affermando l'obbligatorietà del servizio nella G.I.L., ne rileva l'alta funzione educativa. La « festa ginnastica nazionale », alla quale partecipa dai vari campi e stadi d'Italia gran parte della gioventù di tutte le scuole, ha luogo annualmente l'ultima domenica di maggio. I comandi, che dirigono l'esecuzione degli « esercizi obbligatori », vengono trasmessi per radio dallo Stadio olimpico dove è radunata la gioventù di Roma. E' questo il saggio nel quale è dato di vedere schiere di giovani e giovanissimi d'ambo i sessi eseguire i comandi con disciplina e preparazione perfette. Attraverso la G.I.L. il Regime vigila, individua le necessità e provvede ai bisogni che si manifestano nel campo giovanile, e la sua azione, trascendendo lo scopo limitato di un'assistenza individuale ed esclusivamente economica, ha di mira soprattutto l'instaurazione della solidarietà civile e l'avviamento al senso di una più alta giustizia sociale. Un istituto assicurativo originale è la Cassa mutua di assistenza « Arnaldo Mussolini », alle cui cure acquistano diritto tutti gli organizzati col solo versamento della quota annuale per la tessera della G.I.L., che è di sei lire e comprende il contributo mutualistico. La Cassa non soltanto provvede a liquidare indennità o sussidi agli organizzati, infortunati o altrimenti bisognosi di cure, ma assiste, rieduca al lavoro e pratica la protesi a coloro che abbiano avuta compromessa la loro capacità lavorativa in seguito a mutilazioni o lesioni, riportate anche fuori servizio. La G.I.L. si preoccupa, inoltre, di educare i giovani alla mutualità, alla prevenzione degli infortuni e di formare in loro il senso della responsabilità mediante corsi vari di lezioni. Nel campo sanitario la G.I.L. cura intensamente la educazione igienica dei fanciulli e agisce profilatticamente istruendoli sui modi di prevenire le malattie. Ben 20.000 sanitari della G.I.L. sono impiegati in questa opera, che oltre a curare la salute individuale degli organizzati, ha per fine l'efficienza morale e fisica del popolo italiano e la conservazione della sua integrità razziale. Fa parte dell'attività assistenziale della G.I.L. anche la « Befana fascista », forma popolarissima di provvidenza, che nel nome del Duce giunge ogni anno a milioni di bimbi delle famiglie più bisognose. Il « dono del Duce » è un pacco che contiene capi di vestiario, giocattoli e dolci e viene consegnato dai comandanti della G.I.L. ai bimbi il giorno dell'Epifania. Organizzate su vastissima scala dalla G.I.L., le Colonie climatiche provvedono annualmente a mantenere al mare e ai monti centinaia di migliaia di bimbi e di adolescenti bisognosi di cure. Il numero delle Colonie istituite negli ultimi anni supera le 4.000 e i bimbi e adolescenti ospitati raggiungono la cifra imponente di ottocentomila. Un'istituzione che ha lo scopo specifico di assistere gli alunni nella scuola e dopo l'orario scolastico è quella dei Patronati, tramite i quali i Comandi federali della G.I.L. di Fascio forniscono gratuitamente gli scolari meno abbienti di libri, quaderni ed altri oggetti necessari all'assolvimento dei doveri scolastici, erogano sussidi in denaro agli organizzati bisognosi e gestiscono asili e scuole materne. A lato di queste forme di assistenza dev'essere infine particolarmente ricordata quella della refezione scolastica, il cui scopo è quello di offrire giornalmente agli alunni poveri una minestra bene confezionata. La G.I.L. non trascura le manifestazioni artistiche, si fa, anzi, promotrice di rappresentazioni filodrammatiche, di corsi vocali e strumentali. I cinema della G.I.L. organizzano spettacoli ispirati a sani criteri educativi, mentre corsi di cultura politica sono tenuti annualmente. Il numero degli spettacoli è stato, nel 1939, di 13.166 e quello delle lezioni di cultura politica è salito da 28.646 nel 1929 ad oltre 135.000. La sensibilità artistica e la preparazione spirituale dei giovani sono vagliate annualmente in una grande prova, che comprende anche esercizi sportivi e militari — i Ludi juveniles — che ha la sua conclusione nazionale a Roma. L'attività della G.I.L. nel campo femminile parte dal presupposto della famiglia. Si vuole preparare la madre e la sposa : la madre che sappia educare la prole, la sposa che sappia assistere con abnegazione e spirito di sacrificio il padre dei propri figli. A questo mirano i « corsi di preparazione alla vita domestica » e i « corsi di puericultura », i « corsi di preparazione coloniale ». Le insegnanti per le organizzazioni femminili si formano all'Accademia di Orvieto. Alla formazione di una categoria dirigente, preparata materialmente e spiritualmente al delicato compito di assistere, inquadrare ed educare milioni di giovani, la G.I.L. provvede con le sue Accademie e coi suoi Collegi, coi suoi corsi per insegnanti della scuola elementare e media, per capi squadra, capi centuria e cadetti. L'Accademia della G.I.L., inaugurata nel 1928, provvede alla formazione degli ufficiali addetti alle organizzazioni giovanili e degli insegnanti di educazione fisica per le scuole medie. Essa ha rango e ordinamento di istituto superiore e sede al Foro Mussolini. I corsi durano un triennio, oltre l'anno di tirocinio. Dal 1929 l'Accademia ha diplomato oltre milleduecento giovani. Un settore particolarmente delicato e importante della vita giovanile è quello degli studenti universitari, destinato ad esprimere dalle sue schiere le categorie dirigenti dello Stato. Fino dal marzo 1920 furono fondati i primi Gruppi Universitari Fascisti. Al compito politico di queste prime formazioni universitarie furono aggiunti, dopo l'avvento del Fascismo al potere, compiti assistenziali, tendenti a studiare e a risolvere i problemi relativi a questa particolare categoria. In ogni città sede di Università o di Istituto Superiore e in ogni capoluogo di provincia esiste un Gruppo Universitario Fascista. Nei centri che contino un minimo di 25 studenti universitari sono costituiti nuclei universitari. I gruppi sono 96, i nuclei 250 con un totale di circa 80 mila iscritti. Segretario dei G.U.F. è il Segretario del Partito Nazionale Fascista, che nomina un Vice-segretario. L'attività assistenziale dei G.U.F. consiste particolarmente nel facilitare agli iscritti la loro permanenza nelle città universitarie mediante l'istituzione e l'orga-nizzazione di « Case dello Studente », fornite di camere, di dormitori, di refettori, di sale di lettura e biblioteche. Va ricordata l'« Opera Universitaria », che concede sussidi ai più meritevoli, che si trovino in difficoltà materiali. Nel campo culturale, i G.U.F. organizzano corsi di preparazione coloniale, completati da viaggi di istruzione nelle terre italiane d'oltremare. Una sezione cinematografica è costituita in collaborazione col Ministero della Cultura Popolare. Di notevole importanza è la partecipazione degli studenti allo studio dei problemi corporativi, organizzata sotto gli auspici del Ministero delle Corporazioni. La Confederazione fascista dei Professionisti e degli Artisti nomina un rappresentante dei G.U.F. nei vari sindacati periferici, mentre a studenti sono confidate le sezioni giovanili dell'Istituto Nazionale di Cultura Fascista. Nel campo sportivo, i G.U.F. svolgono un'intensa attività, tendente all'educazione fisica piuttosto che alla formazione di campioni. Le varie attività dei G.U.F. sono riassunte in grandi competizioni annuali, alle quali possono partecipare anche i giovani fascisti non iscritti alle Università. Esse consistono in discussioni su vari temi proposti, per quanto riguarda le arti figurative; in gare e concorsi per quanto si riferisce agli sports e al lavoro. In queste competizioni periodiche, chiamate « Littoriali della Cultura, delle Arti, dello Sport e del Lavoro » i giovani possono mostrare le loro particolari attitudini e tendenze, dando da un lato forma concreta alle immagini e ai concetti suscitati in loro dallo studio; dall'altro provando la loro preparazione fisica e la loro capacità al lavoro. I Littoriali si dividono in due tempi. Nel primo tempo si svolgono le prove eliminatorie dette prelittoriali, alle quali partecipano gli iscritti alle diverse facoltà universitarie e alle varie categorie della G.I.L. Nel secondo tempo, i giovani che sono giudicati migliori partecipano alle competizioni finali, che si svolgono a Roma o in altra città designata. Al termine di queste ultime competizioni sono proclamati i « Littori » delle varie categorie, i quali ricevono uno speciale attestato e un premio in denaro e possono anche avere particolari facilitazioni nella carriera prescelta.


CONTINUA....

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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LA RICONQUISTA E LA COLONIZZAZIONE DELLA LIBIA

Le operazioni militari per la riconquista - L'unificazione della Libia - Il Governatore unico - Organizzazione amministrativa e legislativa - Una mozione del Gran Consiglio - La Prefettura libica - La politica sociale e religiosa - La colonizzazione demografica - Come il colono diventa proprietario - La colonizzazione musulmana Produzione agricola e industriale - Il movimento turistico - Le opere pubbliche.

Si comprende come il Governo fascista, preoccupato di rinvigorire l'efficienza internazionale dell'Italia, cercasse di imprimere la propria impronta anche in quelle sue Colonie, dove regnava ancora la confusione e un'inquietudine malsicura. Innanzi tutto in Tripolitania. Dopo le debolezze e le indecisioni che avevano determinato numerosi e dolorosi eventi a danno dell'Italia, la risurrezione di questa terra africana era cominciata con l'assunzione del conte Volpi all'alto ufficio di governatore della Libia. Fu così che venne decisa la riconquista di Misurata Marina. A quest'occupazione seguirono altre importanti operazioni militari fino alla ripresa del Gebel, delle zone di Giado e Cabao, di Jefren, del Garian. Il 1923 cominciava sotto buoni auspici. Mentre dalla parte dei ribelli si accentuavano la demoralizzazione e lo smarrimento, le truppe italiane procedevano all'occupazione della Msellata, di Tarhuna, di Sliten, di Misurata, di Beni Ulid. Nel febbraio 1924, per strappare ai fuorusciti, che si erano rifugiati nel sud-occidentale, le ultime possibilità di resistenza e per controllare il confine tunisino e algerino, si procedeva alla occupazione di Sinauen, di Derg, di Gadames. Sorse poi la necessità di spingere l'azione nel cuore della Ghibla, e Mizda fu occupata il 15 giugno 1924. Il 23 novembre successivo, le truppe italiane entravano a Sirte. Nel giugno 1925 fu chiamato a reggere le sorti della Colonia il generale Emilio De Bono. Negli anni 1925-26-27 il Governo fu essenzialmente occupato nella organizzazione civile del territorio sottomesso. Nei primi del 1928, dopo accurata preparazione, furono riprese le armi per compiere il ricongiungimento dei territori tripolini e cirenaico e furono, così, rioccupate tutta la Sirtica, le oasi di Socna, Homs, Huddan e Zella, finché nel luglio 1928 l'occupazione italiana a sud di Mizda fu spinta a Gheriat-Scerghia. Al quadrumviro De Bono successe, nel gennaio 1929, il maresciallo Badoglio, che lanciò subito un proclama ispirato a principii di pace e di clemenza. Ma le bande dei ribelli non seppero accogliere la parola del perdono, sicché fu ancora necessario ricorrere all'azione repressiva, iniziando le operazioni per liberare il Fezzan invaso dai resti delle organizzazioni avversarie. In soli tre mesi tutto il territorio veniva rioccupato dall'Italia. Sarebbe fuor d'opera, a proposito dell'altra vasta colonia nord-africana, la Cirenaica, ricordare la negligenza dei precedenti governi. Nel gennaio 1923 giungeva a Bengasi il primo governatore nominato da Mussolini, il generale Bongiovanni. Questi seguì la via tracciata dal Capo. Dopo rapidi per quanto inutili tentativi per richiamare la Senussia ai patti, il nuovo governatore iniziò il primo ciclo di operazioni che portarono alla conquista di Agedabia, roccaforte del Senusso. Una azione militare di grande importanza e che risvegliò vastissima eco nel mondo islamico fu la conquista di Kufra. Essa è legata alla sanguinosa ribellione senussita, che dopo ventun mesi di aspre vicende, veniva domata. Compiutasi in tal modo la pacificazione dell'intera colonia, il Regime fascista provvide con rapidità e secondo piani ben determinati, a riorganizzare politicamente ed amministrativamente tutto il territorio. Con R. decreto 29 gennaio 1929, n. 99, la Tripolitania e la Cirenaica — che in base all'art. 1 della legge organica del 1927 erano costituite in due separati governi — furono unite sotto un unico Governatore. Primo Governatore unico fu il maresciallo Badoglio. Il Governatore ebbe poteri di carattere politico, amministrativo, di polizia, legislativi, giudiziari, finanziari, tributari e militari. In armonia con la nuova legislazione italiana fu provveduto, con speciali adattamenti alle necessità coloniali, all'ordinamento della Polizia, all'ordinamento giudiziario e carcerario, all'ordinamento fondiario, militare, finanziario e tributario, scolastico e archeologico. Tutta la legislazione libica è stata, più che migliorata e completata, rinnovata ad opera del Governo fascista, improntandola al principio generale della legislazione patria : interpretare e realizzare l'autorità dello Stato e con tale autorità difendere gli interessi materiali e morali dei popoli governati. Infine si provvedeva nel 1938 ad un definitivo assetto amministrativo della Libia, in base alla seguente mozione approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nella quinta riunione della sessione d'ottobre dell'anno XVI: « Il Gran Consiglio del Fascismo, considerato che sedici anni di azione fascista hanno completamente trasformato le condizioni spirituali, politiche, economiche della Libia, ove le provincie costiere, per la raggiunta efficienza produttiva e per il sempre più intenso popolamento italiano, sono ormai divenute parte integrante del territorio nazionale, ricordando le continue prove di fedeltà delle popolazioni musulmane, culminate nella volontaria partecipazione alla conquista dell'Impero, proclama che le quattro provincie della Libia entrano a far parte del territorio nazionale e decide che un provvedimento legislativo intervenga a definire il nuovo Statuto delle popolazioni libiche, Statuto che sarà esaminato in una prossima sessione del Gran Consiglio ». La Colonia non è più considerata come un terreno di puro sfruttamento, ma come un paese abitato da genti di diverse civiltà, che devono essere avviate verso forme più elevate di vita e che, compiuta la loro evoluzione, sono ammesse nel seno della Nazione con parità di diritti e di doveri. Aboliti nel 1927 gli Statuti libici, che male rispondevano alle necessità della Colonia, fu mantenuta la « cittadinanza libica », diversa dalla sudditanza coloniale esistente per gli indigeni dell'Eritrea e della Somalia. I privilegi inerenti a tale cittadinanza sono stati ora accresciuti, con la concessione ai più meritevoli di una « cittadinanza speciale », vera e propria piccola cittadinanza italiana. L'ordinamento organico della Libia, approvato con R. D. L. 5 dicembre 1934, n. 2012, stabilisce che « la Libia si divide in quattro Commissariati provinciali ed in un territorio militare del Sud ». Nel 1937 ai Commissariati provinciali è stato attribuito titolo e rango di Prefettura, mentre il territorio militare del Sud è stato denominato più esattamente Sahara Italiano. Malgrado la analogia del nome, l'ordinamento giuridico delle Prefetture libiche è diverso da quello vigente nel Regno. Il Prefetto del Regno è la più alta autorità dello Stato nella Provincia, rappresentante diretto del potere esecutivo. Il Prefetto libico invece, pur essendo la più alta autorità nell'àmbito della sua circoscrizione, rappresenta il Governatore generale : il suo potere non gli è quindi delegato direttamente dalla più alta autorità dello Stato, ma è per così dire subdelegato. Tutta la struttura delle prefetture libiche è del resto influenzata dalla presenza di un organo superiore, il Governatore Generale, il quale assomma in sé la pienezza dei poteri politici ed amministrativi. Il territorio delle Prefetture libiche è diviso in Circondari, residenze, distretti; a capo del Circondario è posto un commissario circondariale; della Residenza un residente; del Distretto un agente distrettuale. Organo consultivo del Prefetto è il Consiglio Amministrativo provinciale, costituito dal Presidente del Tribunale, da un giudice di Sezione, dai Capi degli Uffici della Prefettura; dall'Ufficiale del R. Esercito più elevato in grado, avente comando di truppa nel territorio della circoscrizione, dal rappresentante del Partito Nazionale Fascista. I funzionari preposti ai servizi tecnici della Prefettura possono essere chiamati a partecipare alle adunanze con voto consultivo, quando si discutano materie di loro competenza. L'ordinamento delle quattro Prefetture libiche è ispirato ai principii del diritto amministrativo del Regno, temperato in ossequio alle particolari esigenze della Colonia, che richiedono nei funzionari preposti alle più alte cariche amministrative, poteri più vasti e più elastici di quelli concessi nel Regno per funzionari dello stesso ordine. La politica sociale e religiosa del Regime fascista nei riguardi delle popolazioni mussulmane in genere, e in particolare di quelle libiche, è diretta a favorirne l'ordinato sviluppo e a saldare definitivamente il loro attaccamento a Roma. Questa politica consente all'Italia di proclamarsi a buon diritto « Potenza mussulmana », senza abdicare, ai suoi compiti e ai suoi doveri di grande potenza dell'Europa cristiana. Compiuta la pacificazione della Libia, il Governo italiano non solo consentì ai suoi nuovi sudditi piena libertà di religione, ma divenne valido e sicuro protettore della religione mussulmana, cui appartiene la quasi totalità della popolazione libica. Fu mantenuta l'autorità dei « cadì » nei tribunali sciaraitici per l'esercizio della giustizia nei suoi elementi fondamentali: statuto personale e diritto successorio. Tutte le antiche scuole coraniche sono state mantenute a fianco delle scuole italo-arabe; a Tripoli è stata istituita una scuola superiore di diritto e cultura islamica, dalla quale usciranno i nuovi « cadì » della Libia. Sono state restaurate le vecchie moschee e costruite nuove moschee anche nelle più lontane oasi del deserto : mantenute e ricostruite le confraternite mussulmane. La politica islamica dell'Italia fascista ha avuto la sua maggiore affermazione con la consegna al Duce della « Spada dell'Islam », avvenuta durante il suo viaggio libico del 1937. In tale occasione il Duce percorse la nuova strada litoranea della Libia, una delle più grandiose opere compiute dal Regime fascista. Costruita a tempo di primato, nel 1935-36, questa strada ha una lunghezza totale di 1822 km., dei quali 800 in zone desertiche o predesertiche. Essa congiunge, attraverso la Tripolitania e la Cirenaica, il confine tunisino della Colonia al confine egiziano e rappresenta la migliore soluzione che si potesse dare ai problemi di carattere militare, politico-amministrativo, commerciale e turistico, restati fino allora insoluti per la mancanza di comunicazioni dirette lungo la costa libica. Il costo di questo lavoro, per il quale enormi difficoltà d'ogni genere furono superate, è stato di 103 milioni di lire. È importante ricordare che questa spesa fu interamente sopportata dalle finanze della Colonia, senza alcun aggravio per le finanze dello Stato. Ben 130 cantonieri, alloggiati in 65 case doppie, ne assicurano la manutenzione. In fondo alla grande depressione del golfo della Sirtica, un imponente Arco, alto 30 metri, commemora, con lapidi, statue e bassorilievi, il sacrificio dei cartaginesi fratelli Fileni, che in quel punto furono sepolti e la potenza del nuovo Impero di Roma. Per quanto riguarda il potenziamento economico della Libia, i problemi ad essa relativi sono direttamente col-legati con quel geniale piano di colonizzazione di masse, voluto dal Duce, che ebbe in Italo Balbo, governatore della Libia, un così fervido esecutore. La colonizzazione demografica intensiva è stata concretata mediante l'indemaniamento delle terre incolte : un primo nucleo di 416.000 ettari è stato indemaniato nel 1937; un secondo nucleo di 167.000 ettari nel 1938-1939: complessivamente sono passati al demanio 583.000 ettari. Su queste terre, in due successivi periodi, sono state installate, finora, 3.550 famiglie rurali italiane, con un complesso di 31.000 unità, distribuite in poderi provvisti di case coloniche, per una superficie di 113.760 ettari, costituenti a loro volta 24 comprensori. Ognuno di questi fa capo ad un villaggio o borgata rurale. Il lavoro di approntamento dei comprensori richiese l'impiego di circa 10.000 operai nazionali e 33.000 indigeni. Il 28 ottobre dell'anno XVII, 1.800 case coloniche erano pronte a ricevere il primo scaglione di famiglie, reclutate nelle provincie del Regno di maggiore densità demografica e più soggette alla disoccupazione agricola. Il 28 ottobre dell'anno successivo altre 1.470 case coloniche erano pronte a ricevere il secondo scaglione. La modernità e l'originalità della colonizzazione intrapresa dal Fascismo in Libia consistono in uno speciale contratto, che assicura ai coloni là proprietà dei poderi. A questo fine è intervenuto l'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale mediante un fondo di 85 milioni di lire. Il contratto di conduzione poderale considera il lavoratore come proprietario virtuale del fondo fin dal primo momento. L'articolo 1 del contratto stabilisce, infatti: « Il presente contratto ha per scopo la trasformazione fondiaria e agraria del lotto e il suo successivo passaggio in proprietà del colono. Per il periodo di 5 anni sarà provveduto alla trasformazione fondiaria ed agraria con capitali anticipati dall'Istituto e col lavoro di tutti i membri della famiglia colonica ». Questo diritto di proprietà agisce pieno ed integro solo ad avvaloramento ultimato, ma ciò non toglie che esso esista fin dal primo momento, tanto è vero che il colono non potrebbe essere allontanato dal suo podere se non per motivi gravi imputabili a sua colpa o per cause di forza maggiore. E' naturale che per i primi 5 anni, durante i quali si effettuano le piantagioni e si predispongono le altre colture, il podere frutti poco o nulla; allora l'Istituto interviene ancora, concedendo alla famiglia colonica una sovvenzione mensile in denaro, proporzionata ai componenti maggiorenni, da servire soltanto per l'acquisto di alimenti e di altri oggetti necessari, e rientrante fra gli anticipi di capitali. Questi anticipi di capitali, costituiscono un debito, che il colono si obbliga ad estinguere in 25 anni. Esiste per ogni podere un libretto di conduzione poderale ove vengono registrati in una parte i debiti del colono verso l'Istituto, e nell'altra i crediti dello stesso colono, che diminuiscono e col tempo estinguono detti debiti. Così, nella parte del dare (debiti del colono) del libretto in parola, vengono annotati i valori del fondo, della casa con gli accessori, del pozzo e delle scorte vive e morte in dotazione del podere, nonché le sovvenzioni mensili di cui il colono beneficerà nei primi cinque anni cioè, in altri termini, tutti i capitali che l'Istituto direttamente o indirettamente impiega nel podere. Di contro, e precisamente nell'avere di detto libretto (crediti del colono), vengono annotati, a partire dal quinto anno, i ricavati dei prodotti del fondo, detratto il fabbisogno della famiglia del colono. A questo punto bisogna notare che, fra le partite a credito del colono, figurano anche i contributi che lo Stato corrisponderà per una percentuale di circa il 30% sui vari costi di bonifica e che l'Istituto, non avendo alcuno scopo di lucro, accredita integralmente ai coloni. Il debito del colono viene, così, estinto alla fine dei venticinque anni (che decorrono da quando il fondo comincia a dare i suoi frutti) mediante versamenti annuali, crescenti di anno in anno con la progressiva maggiore valorizzazione del podere. Mediante questa semplice forma di ammortamento il colono può seguire attraverso le annate agrarie, rendendosene perfettamente conto, il processo graduale di decurtazione del proprio debito, mentre diviene sempre più piena ed effettiva la proprietà del podere. Non è stata dimenticata la colonizzazione musulmana. Nell'intento di favorirla, il Governo generale della Libia ha adottato una serie di provvedimenti intesi a garantire alle popolazioni mussulmane un proficuo e razionale esercizio dell'attività pastorale che rappresenta la base economica della loro esistenza ed a favorire il sorgere di una piccola proprietà coltivatrice mussulmana. A questo scopo sono stati creati finora sei villaggi nella Libia occidentale e quattro nella Libia orientale. In virtù di questo piano organico di colonizzazione, la produzione granaria della Libia, che nel 1937 era di circa 150.000 quintali, è salita nel 1938 a più di 350.000 quintali. La produzione vinicola da hl. 42.232 nel 1937 è passata a hl. 80.000 nel 1939, e quella olearia ha dato nel 1937 quintali 25.653 e nel 1938 quintali 30.924. In continuo sviluppo è la coltura degli agrumi e del cotone. L'attività forestale ha portato nel biennio 1938-39 al rimboschimento di 1.471,74 ettari. Vari rami dell'industria sono largamente rappresentati in Libia. Le distillerie, gli stabilimenti per estrazione di olii dalle carni, le raffinerie di olii vegetali comprendono oggi 90 stabilimenti. I mulini provvedono a tutto il fabbisogno di farina della Libia; gli oleifici hanno assorbito tutta la produzione locale e, oltre ad aver fornito la materia prima necessaria ai saponifici locali, hanno esportato nel Regno 6.000 quintali di olio, destinato alle industrie italiane. Le distillerie di alcole raggiungono una produzione annua di 2.970,14 ettanidri. Nel campo della pesca del tonno si è avuta nel 1939 una produzione di 916.120 quintali. La pesca delle spugne ha raggiunto nel 1939 kg. 98.433. L'industria estrattiva dei sali di potassa ha già prodotto 2.100 tonnellate e la società concessionaria si è impegnata a fornire un minimo di 25.000 tonn. annue. Il movimento turistico, in continuo sviluppo, ha raggiunto nella stagione 1938-39, ben 20.000 visitatori in crociere e comitive e 45.034 viaggiatori isolati, di cui 16.578 stranieri. Esso è particolarmente intenso nel periodo dell'annuale Fiera di Tripoli. Le opere pubbliche hanno assunto un ritmo sempre più intenso, soprattutto per la mole dei lavori richiesti dalla colonizzazione demografica intensiva. Nel 1938-39 sono stati eseguiti 380 chilometri di strade massicciate attraverso i comprensori. Di particolare importanza quella di accesso all'approdo di Ras el Hilal, costruita con le stesse caratteristiche della Litoranea Libica. Anche la vastissima rete di piste a fondo naturale è stata migliorata ed aumentata. Fra gli acquedotti, sono notevoli quello del Gebel Cirenaico, con uno sviluppo di 198 km. e della portata di 5.000 mc. giornalieri; quelli di Breviglieri e Marconi. Tripoli dispone oggi di 18.000 mc. giornalieri di acqua e la rete idrica di Bengasi è largamente sufficiente ai bisogni locali. Il porto di Tripoli è attualmente in grado di ricevere i maggiori transatlantici. Lavori di ampliamento sono stati compiuti nel porto di Bengasi; pontili di attracco sono stati costituiti a Ras Silal e a Ras el Aali, per l'imbarco dei sali potassici. Lo sviluppo edilizio ha portato un rapido aumento del numero delle imprese edili e delle maestranze nazionali impiegate; edifici pubblici, scuole, ospedali, sono sorti in relazione alle sempre crescenti necessità sociali della Colonia, mentre sono stati approntati i piani regolatori non solo dei principali centri urbani, ma anche di molti centri minori.

L ' I M P E R O

La conquista dell'Impero - Azione diplomatica e bellica Le adunate del 2 ottobre e del 9 maggio - L'organizzazione dei servizi - L'Opera Nazionale Combattenti e la colonizzazione - Le comunicazioni - Le strade - Le ferrovie - Traffici marittimi e linee aeree - I servizi radiotelegrafici e radiotelefonici - L'edificazione delle città L'istruzione - L'igiene - Industria e commercio – Politica sociale e demografica - Politica religiosa.

La situazione politica delle Colonie dell'Africa Orientale si era mantenuta fino al 1933 relativamente tranquilla. Risolti amichevolmente piccoli incidenti di frontiera nell'Eritrea e nella Somalia settentrionale, nell'aprile del '34 era stato ratificato l'accordo anglo-italiano di Firenze del 1927, concernente la definizione dei confini fra il Kenia e la Somalia italiana. Ma nel dicembre dello stesso anno, l'incidente di Ual Ual, durante il quale gli abissini attaccarono un posto italiano, rivelò uno stato di cose insostenibile e rese urgente la soluzione del problema della convivenza dell'Italia con un vicino, le cui intenzioni ostili non erano più un mistero per nessuno. La questione fu portata alla Società delle Nazioni. Una Commissione arbitrale di quattro membri, subito nominata, non riusciva a nessun pratico risultato. Fu allora decisa la nomina di un quinto membro nella persona del signor Nicola Politis, ministro di Grecia a Parigi. Il 3 settembre si aveva la decisione della Commissione arbitrale. Essa dichiarava : « Nessuna responsabilità potrebbe essere imputata, pel fatto preciso di Ual Ual, al Governo italiano o ai suoi agenti sui luoghi; le asserzioni formulate contro essi dal Governo etiopico si trovano specialmente contraddette dalle molteplici precauzioni da essi prese per prevenire ogni incidente in occasione dell'affluenza a Ual-Ual di truppe regolari e irregolari etiopiche, e così pure dalla mancanza, da parte loro, di qualsiasi interesse a provocare lo scontro del 5 dicembre ». Aggiungeva la nota che se il Governo etiopico non aveva neppure esso interesse a provocare questo scontro, tuttavia le sue autorità locali avevano potuto « con il loro contegno e specialmente con la concentrazione e il mantenimento, dopo la partenza della Commissione anglo-etiopica, di numerose truppe in prossimità della linea italiana di Ual-Ual, lasciare l'impressione che avevano delle intenzioni aggressive, ciò che sembrerebbe rendere plausibile la versione italiana ». Ma le proposte, in seguito formulate dalla stessa Commissione, furono dichiarate inaccettabili dall'Italia, in quanto esse non salvaguardavano in alcun modo gli interessi italiani in Africa Orientale e il prestigio dell'Italia come grande Potenza. Il 2 ottobre Mussolini ordinava l'adunata generale delle forze del Regime e dal balcone di Palazzo Venezia annunciava: « Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio. Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari. Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra ». Avendo intanto il Negus annunciato la mobilitazione generale del suo esercito, le truppe italiane occupavano il 5 ottobre Adigrat, il 6 prendevano Adua, vendicando così l'infausta giornata del 10 marzo 1896. Contemporaneamente Ginevra, dichiarando che l'Italia aveva fatto ricorso alla guerra in violazione dell'art. 12 del Patto, si pronunciava per l'applicazione dell'articolo 16 sulle sanzioni, attraverso una procedura arbitrale e illegale. Ne seguì una lunga serie di trattative diplomatiche e di misure tendenti, da un lato a risolvere il conflitto, dall'altro ad applicare le sanzioni economiche all'Italia. Nel tempo stesso le truppe italiane, sotto il comando del generale De Bono, riconquistavano e pacificavano il Tigrai, proclamando l'abolizione della schiavitù in tutte le regioni occupate. Il governo etiopico respingeva, infine, un'ultima proposta per una soluzione del conflitto, elaborata dal Presidente del Governo francese Laval e dal ministro degli Esteri britannico Hoare, onde all'Italia non restava che continuare nella resistenza alle sanzioni e nella guerra. Alla resistenza si provvide mediante una severa disciplina dei consumi, la raccolta dell'oro e dei metalli. La guerra, iniziatasi il 3 ottobre 1935 con il passaggio del Mareb, si concluse, sotto la guida prima del generale De Bono, poi del maresciallo Badoglio e del generale Graziani, con l'occupazione di Addis-Abeba, avvenuta il 5 maggio 1936. Nello stesso giorno il Duce convocava una nuova adunata generale, l'adunata della Vittoria, e dal Palazzo Venezia annunciava agli italiani di tutto il mondo che la guerra era finita, che l'Etiopia diventava italiana. « Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre armate vittoriose; italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull'arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che, trionfa sulla schiavitù millenaria. Con le popolazioni dell'Etiopia la pace è già un fatto compiuto. Le molteplici razze dell'ex Impero del Leone di Giuda hanno dimostrato per chiarissimi segni di voler vivere e lavorare tranquillamente all'ombra del tricolore d'Italia ». Il 9 maggio, in una seconda adunata di tutto il popolo italiano, Mussolini proclamava davanti al mondo in ascolto che l'Italia aveva finalmente il suo Impero. « Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché l'Italia vuole la pace per sé e per tutti, e si decide alla guerra soltanto quando vi è, forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia. E' nella tradizione di Roma, che dopo aver vinto associava i popoli al suo destino ». Dopo queste magnanime parole, il Duce annunziava la legge che « chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro, come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro ». La legge, elaborata ed acclamata poco prima dal Gran Consiglio, stabiliva che i territori e le genti che appartenevano all'Impero di Etiopia venivano posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d'Italia e che il titolo di Imperatore d'Etiopia veniva assunto per sé e per i suoi successori dal Re d'Italia. « Il popolo italiano ha creato col suo sangue l'Impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema levate in alto, legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma ». Due giorni prima il Re aveva consegnato al Duce le insegne di cavaliere di Gran Croce dell'Ordine militare di Savoia con la seguente motivazione : « Ministro delle Forze Armate preparò, condusse, vinse la più grande guerra coloniale che la storia ricordi; guerra che egli — Capo del Governo del Re — intuì e volle per il prestigio, la vita, la grandezza della Patria Fascista ». Non era ancora chiusa la prima fase della nostra occupazione, che già gli organi centrali e periferici provvedevano all'organizzazione dei servizi ai quali era affidata l'opera colonizzatrice dei territori conquistati. Tali servizi furono fin dall'inizio i seguenti: servizio agrario, metereologico, forestale, del Catasto e tecnico-erariale, veterinario e zooprofilattico. All'Opera Nazionale Combattenti — benemerita istituzione che già aveva attuato vasti piani di bonifica dell'Agro Pontino — fu concesso di iniziare per prima l'opera di colonizzazione: essa ha già avviato la costruzione delle aziende di Olettà e di Riscoftù nel Governatorato di Addis-Abeba, di un'ampiezza iniziale di 5.000 a 6.000 ettari, con case coloniche disposte in gruppi di otto, per rendere più agevole l'appoggio e l'assistenza reciproca dei vari nuclei familiari. L'ordinamento culturale di vario tipo è connesso allo sviluppo zootecnico, orientato verso la produzione delle carni e della lana. Con analoghi principii iniziarono poco dopo la loro attività gli Enti Romagna d'Etiopia, Puglia d'Etiopia e Veneto d'Etiopia, ad ognuno dei quali era stata assegnata una vasta zona ricca di possibilità agrologiche ed economiche. Nello spazio di cinque o sei anni, migliaia di famiglie coloniche italiane saranno stabilite nel territorio prescelto. Nell'Impero del lavoro il contadino ha il primo posto e il Governo fascista segue con la più vigile e commossa attenzione l'esperimento delle famiglie di lavoratori, che si portano nelle terre dell'Etiopia. Ma questo non lo rimuove dal concetto fondamentale, che deve presiedere alla colonizzazione dell'Impero e, cioè, evitare in Africa Orientale la colonizzazione di Stato. Grave errore commetterebbe chi pensasse di fare della colonizzazione di masse operata in Libia, l'esempio sperimentale della colonizzazione nelle terre dell'Impero. Nell'Africa settentrionale italiana l'intervento dello Stato è reso necessario dalle condizioni stesse della natura, mentre nell'Africa Orientale le ubertose terre in nostro dominio, privilegiate dall'acqua e dal clima, attendono solo la buona volontà dell'iniziativa privata, che non ha bisogno di altro sussidio per prosperare. Lo Stato deve limitarsi a creare l'attrezzatura civile necessaria, a dare ogni aiuto indiretto (promuovendo specialmente ogni forma di credito agrario), nonché a costituire gli Enti necessari per la piccola colonizzazione rurale. Il Governo garantisce l'acquisto dei prodotti a un determinato prezzo : sono stati seminati finora complessivamente diecimila ettari nella regione di Ambò e seimila in quella di Dessié, oltre l'importante appezzamento dei dintorni di Addis-Abeba. Si prevede di poter ottenere, per ora, una produzione globale di circa settecentomila quintali di grano. Anche la coltivazione del cotone offre vaste possibilità di sviluppo; la disciplina di questo ramo è affidata all'Ente per il Cotone dell'Africa Italiana. A quest'opera di colonizzazione è strettamente collegato il problema delle comunicazioni, per il quale il Governo fascista ha realizzato, in breve volgere di tempo, uno sforzo considerevole. Le impervie terre dell'Impero sono state dotate di una moderna rete stradale. In meno di due anni sono stati ultimati circa tremila chilometri di strade, costruite secondo i dettami della tecnica moderna, asfaltate, bitumate, provviste di perfette opere d'arte. Sarà presto compiuta la strada dei Laghi, che per Dolo, Neghelli, lo Sciala, lo Zuai e il Margherita, congiungerà Mogadiscio con l'Eritrea centrale, il Mar Rosso con l'oceano Indiano. Sul percorso complessivo delle strade già terminate, si contano 8.534 ponti, fra grandi e piccoli; cifra imponente, se si considera che l'Abissinia negussita disponeva solo di una decina di ponti, alcuni dei quali costruiti dai portoghesi. L'importanza della nuova rete stradale risalta ancor meglio se si tenga presente che i 1.155 km. di ferrovie, divisi nei tre tronchi Massaua-Agordat, Mogadiscio-Villaggio Duca degli Abruzzi, Addis Abeba-Confine della Somalia francese, erano assolutamente inadeguati al fabbisogno del paese. E' quindi necessario servirsi in larga misura degli autotrasporti, che raggiungono attualmente la cifra di 35.000, compresi 15.000 autoveicoli veicoli militari. Il movimento sulle varia strade è stato complessivamente di oltre 60.000 autoveicoli nel periodo settembre 1938-giugno 1939. Altro indice del rapido sviluppo dell'Impero è dato dai traffici marittimi, che fanno capo ai suoi porti principali. Nel 1938 il movimento della navigazione nei porti dell'Eritrea (Massaua, Thiò e Assab) era salito a 4.095 navi, per 3.960.827 tonnellate di stazza netta, con 891.303 tonnellate di merce e 119.860 passeggeri. Nei vari porti della Somalia, 1.451 navi, per 1.981.210 tonnellate di stazza netta, con 161.611 tonnellate di merce e 13.268 passeggeri. Mentre Massaua è oramai all'altezza delle sue funzioni di primo porto dell'Impero, procedono i lavori di esecuzione del porto di Assab, destinato a divenire lo sbocco diretto dello Scioa e dell'ovest etiopico. Altri progetti e lavori di sistemazione riguardano i porti della Somalia. Cinque linee regolari di navigazione congiungono l'Italia con l'Impero; altre linee dirette in India, Estremo Oriente, Australia, Sud Africa fanno scalo nei vari porti. Sei linee aeree fanno servizio postale e trasportano passeggeri e merci nei centri più importanti dell'Eritrea, dell'Etiopia e della Somalia. Il collegamento rapido della capitale dell'Impero con le sedi di Governo e la metropoli è assicurato da potenti stazioni radiotelegrafiche, radiotelefoniche e da linee telegrafiche e telefoniche. Compiuta l'organizzazione delle comunicazioni, si è provveduto alla sistemazione delle città, per le quali sono stati studiati speciali piani regolatori. Si è seguita la norma generale di stabilire una netta demarcazione fra i quartieri europei e gli indigeni e di dividere i quartieri europei in tre zone, destinate rispettivamente agli uffici di governo, alle abitazioni civili e alle abitazioni per operai, impiegati e negozianti. Alla istruzione primaria e secondaria della gioventù italiana residente in Africa Orientale provvedono gli Istituti d'insegnamento dislocati nei capoluoghi di governo e nei centri più importanti. L'insegnamento è assicurato da maestri e professori del ruolo metropolitano. Anche per gli indigeni sono state create numerose scuole elementari a carattere prevalentemente professionale. In complesso, oltre 100 scuole sono già state istituite e funzionano normalmente. Un Ispettorato di Sanità provvede ad assicurare il mantenimento dell'igiene pubblica: ospedali civili e militari, per gli italiani e per gli indigeni, numerosi dispensari e ambulatori, istituti di igiene e di profilassi, laboratori di malariologia e di parassitologia costituiscono una importante organizzazione sanitaria, completata dall'istituzione di cliniche ostetriche e ginecologiche, oculistiche, odontoiatriche ed infine da alcuni moderni lebbrosari per gli indigeni affetti da tale morbo. Nel campo industriale sono stati costituiti, per io sfruttamento delle ricchezze naturali etiopiche, 17 enti, con la norma delle società Anonime e il nome di compagnie, per un capitale complessivo di 145 milioni di lire. Funzionano pure, circa 900 aziende industriali private, attive nelle seguenti categorie: meccanica, del legno, chimica, acqua gassata, molitoria e pastifici, cinematografa, abbigliamento, grafica, conciaria, alimentare, dolciaria, tessile, edile-stradale, autotrasporti, materiale da costruzione. Tutte queste attività economiche dell'Impero sono controllate dal Governo, nello stesso interesse dei privati, per mezzo degli istituti dell'ordinamento corporativo coloniale, che trovano la massima espressione nelle consulte coloniali corporative. Alle Consulte, nel periodo che ha seguito la proclamazione dell'Impero, è stato demandato l'esame delle domande intese a ottenere l'autorizzazione all'esercizio di attività economiche. Regolarizzato in tal modo il primo afflusso di Enti e di privati, questa materia è stata devoluta in massima parte alla competenza dei singoli Governi coloniali. All'esame delle Consulte sono restate le indagini sulle domande di maggior rilievo, nonché lo studio dei problemi più vitali per la valorizzazione dell'Impero. Le Consulte, organizzate in un primo tempo per grandi settori economici — industria, agricoltura, comunicazioni e credito — sono state poi ripartite per ciclo di produzione, in analogia alla struttura delle Corporazioni nazionali. La politica sociale e demografica dell'Italia nelle terre dell'Impero è basata sul principio di una netta demarcazione sociale. Opportune disposizioni favoriscono il trasferimento in A.O.I. di famiglie di lavoratori italiani, mentre sono state estese ai nuovi territori le organizzazioni dopolavoristiche. Si è nel tempo stesso provveduto ad elevare il tenore di vita degli indigeni, assicurando loro un'equa remunerazione commisurata alle esigenze locali. Gli operai metropolitani sono assicurati contro gli infortuni sul lavoro, l'invalidità e la vecchiaia : i casi di morte per malattie tropicali sono equiparati a quelli derivanti da infortuni. Per quanto riguarda la massa degli schiavi liberati, in alcune zone essi sono stati accolti come mano d'opera rimunerata nei lavori agricoli e stradali; in altre continuano a prestar servizio presso i loro antichi padroni, dai quali sono debitamente pagati. Sono stati, inoltre, costituiti interi villaggi di ex-schiavi: cinque in Eritrea, per le regioni settentrionali; per le regioni meridionali, oltre quelli già sorti ad iniziativa della Missione della Consolata, una gran villaggio è stato creato nel territorio della Residenza di Soddu, intitolata a Bòttego, e che riunisce già più di seicento individui. A tutte le popolazioni dell'Impero sono stati restituiti i capi e i giudici tradizionali. Ciò ha avuto grande importanza nei riguardi delle popolazioni mussulmane, che possono così seguire il loro culto sotto l'egida delle leggi italiane. Alla religione copta e alle sue gerarchie ecclesiastiche l'Italia ha dato il suo appoggio, conservando alle chiese e ai conventi le tradizionali rendite. La Chiesa etiopica ha raggiunto la sua secolare aspirazione di poter nominare il proprio capo e consacrare i propri vescovi in piena autonomia. La Chiesa cattolica continua a svolgere nell'Impero la sua alta opera di civiltà. Questa politica religiosa del Governo assicura all'Italia la simpatia delle popolazioni ed una grande forza morale.

L' A L B A N I A

Un'antica tradizione - L'Albania indipendente - Un sovrano intrigante e concussore - L'unione dell'Albania con l'Italia - Lo statuto albanese - Opere di civiltà.

C'è una piccola terra, sull'opposta sponda adriatica, che da secoli confonde la propria storia con quella dell'Italia ed è l'Albania. Già nel 229 a. C. Roma occupava quel lembo di terra, conosciuto allora sotto il nome di Illiria e vi portava la sua civiltà, i cui segni sono tuttora visibili a Scutari, Valona, Durazzo. Con la caduta dell'Impero romano, l'Albania passò a Bisanzio. La parte meridionale aderiva allo scisma d'Oriente, mentre la settentrionale stringeva legami con le Repubbliche marinare italiane, che si insediavano in alcuni centri. Di fronte alla pressione turca, le genti albanesi chiesero protezione alla Serenissima. All'invasione turca si oppose Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, che si era coperto di gloria anche in Italia combattendo a fianco di Ferdinando di Napoli contro Giovanni d'Angiò ed aveva vittoriosamente servito Pio II nella crociata contro i turchi nella memorabile battaglia di Ocrida. Dopo una serie di battaglie eroiche, lo Skanderbeg riuscì a liberare il suo popolo, che ricadeva sotto la dominazione dei turchi all'indomani della sua morte, avvenuta nel 1467. Si aprì, allora, un .periodo di persecuzioni, durante le quali innumerevoli patrioti albanesi trovarono rifugio e ospitalità in Italia, che una lunga tradizione di amicizia, di cultura e di scambi, legava al loro paese. Nel 1502 l'Albania si offriva a Carlo Emanuele di Savoia e nel, 1606 al Duca di Parma. Tentativi vani, giacché solo col trattato di Santo Stefano l'Albania poteva acquistare una larvata indipendenza, subito perduta nel 1878 al Congresso di Berlino, dove Disraeli restò insensibile ai generosi appelli della Lega albanese. Fu con la guerra balcanica del 1912-13, terminata con la disfatta della Turchia, che l'indipendenza albanese riuscì ad imporsi. Contro i tentativi di spartizione incoraggiati dalla Francia e dalla Russia, il 28 novembre del 1912 i delegati delle regioni e delle tribù albanesi proclamavano a Valona l'indipendenza della loro patria e costituivano un governo provvisorio con a capo Ismail Kemal bey. Le resistenze franco-russe venivano energicamente controbattute dall'intervento dell'Italia (assecondata dall'Austria), che nel dicembre successivo riusciva a far riconoscere dalla Conferenza degli ambasciatori a Londra l'autonomia e la liberazione di quel piccolo popolo, che dopo quattro secoli di lotte ineguali ritornava padrone di sé e del suo destino. Un anno dopo, ritornando sui propri passi, il governo di Vienna meditava un intervento armato in Albania col pretesto d'imporre al Montenegro le decisioni della Conferenza di Londra. In quell'occasione il ministro Di San Giuliano non esitò a dichiarare che qualora l'Austria « avesse agito da sola e si fosse posta in qualche parte dell'Albania, si sarebbe potuto arrivare alla guerra fra l'Austria e l'Italia ». Nel luglio 1913 l'Albania veniva costituita in Principato autonomo. Ma la guerra mondiale ne metteva ancora una volta in pericolo l'indipendenza. Infatti il 4 ottobre 1914 la Grecia occupava Santi Quaranta e l'Austria la parte settentrionale, mentre l'Italia, per tutelare i suoi interessi, si insediava a Valona e a Saseno. Nel 1915 il nostro Esercito ricacciava i greci, nel 1916 fermava l'avanzata austro-tedesca alla Voiussa, e il 3 giugno 1917 il generale Ferrero, comandante il corpo di spedizione, proclamava l'indipendenza dell'Albania sotto la protezione dell'Italia. Ciò nonostante, all'indomani dell'armistizio, la Francia e l'Inghilterra meditarono una riduzione territoriale dell'Albania a beneficio degli Stati confinanti. Alla Conferenza di Parigi la proposta di mutilazione dell'Albania, caldeggiata da Clemenceau e da Lloyd George, fu nettamente respinta da Wilson, che ne volle mantenuta l'integrità nei confini del 1913. Il 4 ottobre 1921 lo Stato albanese era riconosciuto dalla Società delle Nazioni e nel luglio 1926 venivano firmati i protocolli che ne fissavano le frontiere con le nazioni confinanti. Di oltre 40 mila chilometri quadrati di territorio albanese, circa 28 mila restavano compresi nelle frontiere stabilite : oltre un milione di albanesi si trovava, così, escluso dalla madrepatria. Nel gennaio 1925 veniva proclamata la repubblica sotto la presidenza di Ahmed bey Zogu. Al 1° settembre 1928 il Parlamento albanese approvava la trasformazione della repubblica in regno, affidando la corona ad Ahmed bey Zogu, che assunse il nome di Zog I. Le relazioni fra il nuovo Stato e l'Italia-venivano fissate nel trattato firmato a Tirana il 27 novembre 1926, il cui articolo i dichiarava: « L'Italia e l'Albania riconoscono che qualsiasi perturbazione diretta contro
Lo statu quo politico, giuridico e territoriale dell'Albania è contraria al loro reciproco interesse politico ». Questo trattato trovava il suo naturale complemento nel trattato di alleanza difensiva firmato un anno dopo, il 22 novembre 1927, a Tirana. Il regno di Zogu deluse tutte le aspettative. Non furono curate né l'amministrazione né la giustizia. Le stesse somme ingenti approntate od elargite dall'Italia per lo sviluppo dell'Albania venivano manomesse. Assoluta-mente intollerabile si mostrò l'azione di Zogu nel campo internazionale. Col pretesto dell'irredentismo albanese, essa minacciava di turbare seriamente le relazioni fra l'Italia e la Jugoslavia. Nonostante i consigli di moderazione del Governo di Roma e mentre era allo studio un nuovo patto, destinato a rafforzare l'alleanza fra i due paesi, Zogu non esitò a promuovere delle dimostrazioni antitaliane. Contemporaneamente, uomini di governo e notabili albanesi, fedeli all'amicizia con l'Italia, si videro costretti ad invocare l'intervento del nostro Esercito per liberare la loro patria da un sovrano rapace e oppressore. Così furono rotti gli indugi. Il 7 aprile 1939 le truppe italiane mettono piede sull'altra sponda dell'Adriatico. Il giorno dopo sono a Tirana con il Ministro degli Esteri, conte Galeazzo Ciano, che ha preparato e condotto l'impresa con una immediata comprensione dei bisogni albanesi. Il 12 l'Assemblea costituente albanese decide di offrire al Re d'Italia la Corona dei Re di Albania in forma di unione personale. Il 14 il Consiglio dei Ministri d'Italia sanziona il nuovo titolo. Il 15 il Gran Consiglio del Fascismo approva in una sua adunata l'unione. Il giorno dopo il Re d'Italia riceve da una speciale missione albanese la Corona di Albania. Il 23 è fondato a Tirana il Partito Fascista Albanese. Il 29 il Consiglio dei Ministri albanese decide l'unione delle forze militari nazionali con quelle italiane. Rapidamente l'unione fra le due Nazioni, già presente negli spiriti e in tanta tradizione della storia, è compiuta negli istituti e nelle opere. Quella che doveva essere la fiera resistenza, sul mare e sui monti, di Zog, si riduce a una breve scaramuccia di qualche banda lanciata a simulare una difesa per coprire la precipitosa fuga del re. Le truppe italiane arrivano in pochi giorni agli estremi confini interni dell'Albania, accolte soltanto da canti e bandiere. All'unione delle forze armate italiane e albanesi seguono presto altre forme di comunione nazionale. Si unificano i servizi diplomatici. Quarantasei funzionari albanesi entrano nell'Amministrazione italiana per collaborare con i rappresentanti italiani nei centri dove più vivi sono gli interessi albanesi. Si inizia la collaborazione delle attività statali che si svolgono oggi in Albania con ministri e funzionari albanesi e consiglieri italiani. Si organizzano i tribunali, che si riempiono di nuovo spirito occidentale, pur rispettando le antiche leggi nazionali, nutrite da secolari tradizioni locali. Si fondano le scuole, inesistenti nei cinquecento anni del dominio turco, quasi assenti nel governo di Zog. Si costruiscono ospedali e ambulatori e si creano centri sanitari rurali per salvare, nel suo tragico abbandono, la gente albanese flagellata dalla malaria. Entra finalmente fra questa gagliarda gente albanese, preservata nei suoi antichi costumi dall'isolamento della montagna, la civiltà redentrice dell'Europa. Il lavoro è remunerato e protetto contro gli esosi parassitismi depredatori del regime feudale sopravvissuto all'oscuro tempo dei turchi. Tredici giorni dopo lo sbarco italiano, il 20 aprile, un accordo firmato a Tirana, riconosce agli Albanesi residenti in Italia e agli Italiani residenti in Albania la parità dei diritti politici e civili. L'albanese che va in Italia è considerato cittadino italiano. Può partecipare ai pubblici impieghi, servire nell'esercito, entrare nel governo italiano. Invano le democrazie imperiali potrebbero rivelare qualche cosa di simile sui territori dei loro imperi, sulle terre dei mandati pur maturi per l'indipendenza. Un anno dopo viene inaugurato a Tirana il Consiglio Supremo Corporativo Fascista Albanese che, come la Camera Italiana dei Fasci e delle Corporazioni, si compone del Consiglio Centrale del Partito Fascista Albanese e del Consiglio Centrale dell'Economia Corporativa Albanese. In poco più di un anno, il Paese appariva già trasformato. Là dove per tanto tempo avevano regnato l'arbitrio politico e il disordine si sono instaurati i princìpi e i metodi della giustizia e della buona economia. La libertà religiosa si accompagna alla sicurezza della proprietà e degli averi, l'imparzialità della legge, eguale per tutti, alla tutela del lavoro. Chiunque si sente sicuro, chiunque sa di poter fare affidamento su un potere saldissimo, unicamente sollecito del bene della collettività. In Albania, più che da rifare, c'era tutto da fare: dalla polizia all'agricoltura, dall'igiene all'assistenza sociale, dal regolamento degli scambi alle scuole, dalla messa in valore delle risorse naturali, alle strade, alle comunicazioni. Solo 3.000 chilometri quadrati, dei 28.000, che rappresentano la superficie del territorio, erano coltivati dal contadino albanese. Il vasto programma di lavori approvato dal Duce e che ha trovato immediata esecu-zione, mostra con quale animo l'Italia fascista si è accinta a questa imponente opera di civiltà, che deve assicurare all'Albania il meritato benessere. Nel vasto programma di lavoro concepito da Roma, primeggiano le bonifiche. Duecentomila ettari di terre paludose, abbandonate e desolate, saranno, in dieci anni, con una spesa preventivata in un miliardo e duecento milioni, aperti al lavoro benefico e redentore. Per la sola bonifica nella piana di Durazzo, su un'estensione di diecimila ettari, sono preventivate seicento case coloniche e altrettanti poderi. Contemporaneamente, secondo un razionale piano di lavoro, saranno costruite nuove strade, o riparate, su una rete di oltre duemila chilometri e per un importo di ottocento milioni. Alle strade si accompagneranno le ferrovie. Incredibile a dirsi, l'Albania era il solo paese europeo sprovvisto di strade ferrate. L'avvenire dell'Albania, ricca di notevoli risorse naturali, specie minerarie, si annunzia sicuro, perché l'Italia fascista intende collaborare al progresso economico e sociale del Paese rispettandone tutti i diritti e tutti gli interessi, come dimostrano i criteri ai quali si è ispirata l'unione doganale e, più ancora, quegli accordi politici, che assicurano agli albanesi residenti in Italia ed agli italiani residenti in Albania un'assoluta parità politica e civile. L'unione dell'Albania all'Italia era nella logica delle cose : suggerita dalla geografia, raccomandata dalla storia. Un'augusta tradizione, che risale ai tempi di Roma, l'indicava. Non è senza significato che l'Albania si sia affacciata alla civiltà attraverso la Via Egnatia, che nasceva a Roma, arrivava a Brindisi, valicava il mare, approdava a Durazzo, percorreva l'Albania e i Balcani e finiva a Bisanzio. Attorno alla Via Egnatia nacque e prosperò l'Albania romana. Cesare e Augusto ebbero una predilezione per la regione, che fu sempre considerata una parte integrante dell'Italia. La tradizione di Roma fu raccolta e continuata da Venezia, che ne fece un punto saldo della sua espansione e la protesse contro le manomissioni di vicini rapaci. « L'Esperia e l'Epiro — l'odierna Albania — terre vicine e cognate, avranno un destino solo e ciò sia a cura dei nostri nipoti ». E' il vaticinio che Virgilio, il poeta della gente nostra, mette in bocca ad Enea. Il vaticinio doveva avverarsi e si è avverato per virtù dell'Italia fascista, immutabilmente fedele alla tradizione di Roma.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Mille anni di storia - Poeti e santi - Viaggiatori e condottieri - Artisti e riformatori - Nobiltà italiana nell'Argentina e nel Brasile - Gli esuli del Risorgimento - I lavoratori italiani - La parola d'ordine di Mussolini - I Fasci italiani all'Estero - « Una nazione fuori della Nazione » -I comandamenti del Duce - Le legioni degli italiani all'Estero nella guerra italo-etiopica - La Dante Alighieri.

Sono più di mille anni che gli italiani lasciano delle orme in tutto il mondo. Guerrieri di terra e di mare, uomini di Stato e di Chiesa, artisti, scrittori « onorandi molti, miserandi quasi tutti », come scrisse Cesare Balbo, fecondarono di loro opere e di lor sangue le terre straniere. I due Strozzi che servirono la Francia in terra e in mare, Emanuele Filiberto, Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola, il Marchese di Marignano, Alfonso e Ottavio Piccolomini, il Marsigli, il Trivulzio detto il grande, Eugenio di Savoia, il Montecuccoli, nei tempi più recenti Garibaldi e Francesco Anzani provarono che le virtù militari non si erano mai spente presso gli italiani. Accanto ai condottieri i soldati, gli anonimi combattenti. Fu detto giustamente che nessun popolo combatté mai tanto per gli altri e così poco per sé. Chi non ricorda i versi memorabili di Leopardi? E quando, per l'avversità delle fortune e delle cose, il genio nazionale non poté risplendere in patria, si affermò altrove e dovunque. I tre padri della nostra letteratura, Dante, Petrarca e Boccaccio; santi grandissimi quali Sant'Anselmo, San Tomaso e San Bonaventura, insegnarono la poesia e la filosofia quando gli altri popoli uscivano appena dall'infanzia; mentre i mercanti italiani, genericamente noti col nome di Lombardi, diffondevano in tutta Europa l'industria e il commercio. La mancanza dell'unità politica parve stimolare il senso dell'universale. Marco Polo, Colombo, Vespucci, Caboto, esplorano la terra, i Cassini il Cielo, Telesio e Campanella l'anima; Mazzarino, l'abruzzese salito ai maggiori fastigi della potenza, soggioga la volontà degli uomini e domina le corti, mentre una folla di artisti, dal Cellini al Tiziano, dal Primaticcio a Giovanni da Udine, si fanno apostoli e portatori di una bellezza inimitabile. Il secolo decimosesto, che vide l'Europa sconvolta nelle intime fibre della coscienza dalla rivoluzione religiosa, vide anche degli italiani peregrinare per tutte le contrade recando con sé una fede originale ed una volontà di abnegazione, cui dovevano rendere un identico omaggio amici e avversari. Lelio e Fausto Socino, il marchese Caracciolo, Curione, Pascali, Stancaro, Blandrate, Ochino, Diodati, Vergerio sembrano riscattare col sacrificio personale le insufficienze collettive. Passano due secoli durante i quali gli italiani recano in tutta Europa i segni dell'arte, la scienza nuova, la tecnica di tutti i mestieri. Nell'Ottocento, travolto dalla bufera napoleonica, lo spirito italiano si riprende e si eleva alla piena coscienza della propria storia. L'universalità diviene la premessa della stessa nazionalità. Dovunque si afferma una sola volontà e si alza una medesima voce: liberare l'Italia. E dovunque gli italiani si ritrovano nel nome della patria : in Europa, in America, in Africa. A Parigi, a Londra, a Lugano, in Algeria, a Nuova York, a San Paolo, a Rio de Janeiro, a Buenos Ayres, a Lima, si agitano, si muovono e lasciano una traccia. Memorie antiche e ricordi recenti ne confortano l'azione. E' invocando l'inestimabile contributo degli italiani alla civiltà che Mazzini inizia l'apostolato che nemmeno la morte interromperà; è identificandosi con tutti gli ideali del tempo, è combattendo per la libertà dell'Uruguay e del Brasile non potendo ancora combattere per quella dell'Italia, che Garibaldi trova in ogni terra adesioni e simpatie. L'unità nazionale si perpetua nella tradizione artistica e letteraria mentre gli esuli riprendono il pensiero di Dante e di Machiavelli e ricostruiscono una patria ideale. E non soltanto ideale, perché le necessità politiche e morali del Risorgimento trovano nell'eroismo dei soldati di Lamarmora caduti sui campi della Crimea per la causa europea la riprova e il suggello della storia. Se è vero che l'italianità del mondo trovò un'incomparabile celebrazione nei nomi illustri e grandissimi, che furono come l'indice del valore nazionale, è altrettanto vero che una moltitudine di lavoratori, di operai e di contadini, mostrò quali fossero le virtù originarie del popolo italiano. Al loro lavoro, al loro risparmio, alla loro virtù, la Madrepatria dovette per lunghi anni l'equilibrio economico; alla fedeltà dei figli che ritornavano d'oltre oceano la redenzione di qualche esausta terra italiana. Ma non tutti potevano ritornare. I più, ed erano milioni, restavano laggiù, a lavorare, ma non per sé. Laggiù, dove altri italiani, in tempi non remoti, avevano levato il grido della libertà al seguito degli Alberti, dei Castelli, dei Belgrano o combattuto nella Pampa coi Serri, coi Grassi, coi Chiarione per la salute della Repubblica Argentina. Ai loro occhi apparivano i grandiosi edifici che sono il decoro di Buenos Ayres, i campi opulenti di Mendoza e S. Juan, il porto di Bahia Blanca, meraviglie dell'ingegneria e del lavoro degli italiani. Ad altri, disseminati nelle fazende brasiliane, riusciva singolarmente amaro il confronto fra il passato e il presente. Non più i nomi illustri degli italiani che un secolo prima avevano fondato famiglie gloriose, i Cavalcanti, gli Acciaiuoli, i Doria, i Caracciolo, i Sanfelice, il Gandolfo, gli Origlio; non più la nobiltà di Maria Cristina di Napoli, soave sposa di Don Pedro. Dov'erano le tracce del conte Sanfelice, di cui parlava ancora la leggenda, di Tito Livio Zambeccari, il compagno fedele di Ciro Menotti, votatosi alla causa di quella terra ospitale? Di dove erano partiti i legionari che nel Quarantotto, l'anno dei miracoli, avevano seguito Garibaldi, impaziente di rinnovare ai Morazzone le gesta di Montevideo? E quale era stato l'estremo anelito degli italiani sepolti nella solitudine di Ribera e di India Muerta? Dovunque la terra parlava agli emigrati della Patria. Non erano stati gli italiani di Valparaiso a donare a Garibaldi la bandiera dei Mille, agitata, segnacolo di libertà, da Nino Bixio? Tutto pareva ricordare l'Italia: la storia e le cose. Solo l'Italia pareva dimenticare. E fosse pure stata soltanto un'apparenza. La verità dolorosa, la verità che a noi oggi pare incredibile è che l'Italia non ricordava questi suoi figli che ne perpetuavano altrove il genio e la virtù. Un'immensa riserva morale andava estinguendosi perché l'oblio dei governi pareva più forte di ogni memoria. Si deve a Mussolini, si deve alla Rivoluzione fascista se gli italiani disseminati nel mondo ritrovarono la coscienza e l'orgoglio di Nazione. All'indomani del suo avvento al potere, egli abolì la parola « emigrante ». Volle che si parlasse sempre e unicamente di « italiani all'estero ». Nell'aprile 1923, visitando la scuola Carlo Tenca di Milano, egli pronunziava queste alte parole : « Dichiaro qui che il Governo fascista intende di tutelare l'emigrazione italiana. Esso non può disinteressarsi di coloro che varcano i monti e vanno di là dell'Oceano; non può disinteressarsi, perché sono uomini, lavoratori e sopra tutto italiani. E dovunque è un italiano là è il tricolore, là è la Patria, là è la difesa del Governo per questi italiani ». Solo Mussolini ricordò che gli italiani all'estero avevano dato sedici medaglie d'oro durante la grande guerra; solo Mussolini osò questa superba affermazione discutendosi al Parlamento dei rapporti internazionali : « chi vuole il lavoro italiano deve meritarlo ». L'Italia fascista apparve a tutti i nostri connazionali residenti all'estero la patria vera, la patria sognata e attesa, quella che non dimentica e ci assiste in ogni momento della nostra esistenza. Intorno ai Fasci si radunarono le comunità italiane, che ebbero per prime la rivelazione della infrangibile identità della Patria col Fascismo. E questo non sarebbe ancora bastato se i milioni di italiani dimoranti all'estero non avessero sentito che per la prima volta, in Italia, il Governo era tenuto da un uomo del popolo, che veniva dal lavoro, che amava definirsi « contadino », figlio di contadini; che era stato « emigrante », perseguitato politico, esule, combattente e che nella trincea aveva giurato di fare l'Italia grande. Quale nuova anima la temperie fascista dell'Italia abbia suscitato e riscaldato nelle comunità disseminate nel mondo è largamente testimoniato e' documentato. Si contano a parecchie decine i caduti in terra straniera per il Fascismo. Sono stati i pionieri e i martiri della resurrezione nazionale oltre i monti e oltre i mari. Questa resurrezione è prospera e rigogliosa. Al primo gennaio del 1939 si contavano all'estero 254 Case d'Italia; 268 Dopolavoro; 30 campi sportivi; 108 scuole elementari e materne con 28 mila iscritti; 150 scuole elementari sussidiate con 30 mila iscritti; 41 scuole medie con 7.500 iscritti; 46 lettorati e 1.500 corsi liberi di lingua italiana. Assidua e mirabile è l'opera assistenziale, ben diversa dalle magre beneficenze di un tempo. Essa trova un complemento ed una poesia tutti gli anni quando, nei mesi estivi, 15.000 figli di italiani all'estero partono per l'Italia da tutte le contrade del mondo per disseminarsi nelle colonie marine e montane, o in quei campeggi, che lasciano nelle giovani anime indimenticabili ricordi. Questa mole di organizzazioni e di istituti, di assistenze e di provvidenze, è affidata alla Direzione generale degli Italiani all'estero, creata da Mussolini in sostituzione dell'antico Commissariato dell'emigrazione. Sotto l'egida del Littorio gli otto milioni di italiani sparsi per il mondo costituiscono, finalmente ed effettivamente, come voleva Mussolini, « una nazione fuori della Nazione ». I comandamenti dettati dal Duce, come guida quotidiana e perentoria ai fascisti all'estero, sono entrati nell'anima degli italiani al di là dei monti e dei mari e rappresentano la norma e l'ideale costante delle loro azioni. Questa mirabile precettistica di fede e di italianità si riassume in otto paragrafi:
1. I fascisti che sono all'estero devono essere ossequienti alle leggi del Paese che li ospita. Devono dare esempio quotidiano di questo ossequio alle leggi, e dare, se necessario, tale esempio agli stessi cittadini.
2. Non partecipare a quella che è la politica interna dei Paesi dove i fascisti sono ospitati.
3. Non suscitare dissidi nelle colonie, ma piuttosto sanarli, all'ombra del Littorio.
4. Dare esempio di probità pubblica e privata.
5. Rispettare i rappresentanti dell'Italia all'estero e obbedire alle loro direttive e istruzioni.
6. Difendere l'italianità nel passato e nel presente.
7. Fare opera di assistenza fra gli Italiani che si trovano in stato di bisogno.
8. Essere disciplinati all'estero come io esigo ed impongo che gli Italiani siano disciplinati all'interno.
L'efficacia dell'opera metodicamente svolta dal Fascismo presso gli Italiani all'estero si rivelò nell'imminenza della guerra italo-etiopica. E’ difficile calcolare quale sia stato il contributo finanziario degli Italiani all'estero — sia attraverso la raccolta dell'oro che con altri mezzi — alla campagna etiopica; più facile è elencare qualche dato sulla loro partecipazione materiale. Oltre diecimila sono state le domande di arruolamento volontario di italiani residenti o nati all'estero: di esse soltanto 5000 furono accettate. Si formarono due legioni di Camicie Nere una delle quali, la 221a, composta di 2500 uomini, lasciò l'Italia il 23 novembre 1935 sul piroscafo Piemonte, diretta a Mogadiscio al comando del ministro Piero Parini. Sbarcata il 10 dicembre e attendata fra le dune sabbiose che precedono la boscaglia somala, la 221a Legione vi trascorse quattro mesi di intenso addestramento. Nel contempo, gli Italiani degli Stati Uniti provvedevano a donarle i mezzi di trasporto necessari a portarsi sui luoghi del combattimento e cioè oltre 100 camions, due auto-ambulanze, un ospedaletto da campo. Organizzata, frattanto, una seconda Legione, la 321a anche questa si portava a Mogadiscio, al comando del console Gangemi. La 221a, terminato il periodo di addestramento e venuto il momento di sferrare l'azione decisiva del fronte Sud, formò una colonna celere di 1200 uomini che partecipò, nella colonna Frusci, come reparto d'avanguardia, a quasi tutti i combattimenti della campagna e alla presa delle posizioni fortificate di Birgot, Hamanlei, Sassabaneh, Dagabur, Giggica, Harrar, occupando, alla fine e assumendone il governo civile e il presidio militare, la città di Dire Dauà, sulla linea Addis Abeba-Gibuti. Piero Parini, comandante della Legione, ne è stato il primo governatore civile. Dopo un breve periodo di governo di tale città — nella quale la 221a Legione istituì scuole, ospedali, officine e fondò un quotidiano, Il Corriere Sudetiopico, destinato a diventare un organo di diffusione fra le popolazioni islamiche dell'Etiopia — essa venne chiamata ad Addis Abeba, dove venne adibita sia a servizi civili che in operazioni di guerra contro i ribelli e i predoni. Anche la 321a Legione ebbe l'onore del combattimento. Lasciata Mogadiscio poco dopo la fine della campagna sul fronte Sud, essa si portò a Dire Daua e, quindi, ad Addis Abeba, e venne occupata nelle operazioni di rastrellamento lungo la linea ferroviaria. Antecedentemente, una compagnia di tale Legione aveva preso parte all'occupazione di Moyale presso la frontiera del Kenia. Questa sparsa italianità si trovò, così, riunita nella fondazione dell'Impero accanto alla Madrepatria. Imperium sine fine dedi. La difesa della lingua italiana oltre i confini, presupposto fondamentale della nostra cultura e della nostra espansione spirituale nel mondo, trovò nella Dante Alighieri un efficace strumento di azione quotidiana. In un messaggio inviatole nel gennaio 1924 il Duce ne tratteggiava la storia e ne indicava le nuove mete. « Il nome e l'opera della Dante hanno un posto luminoso nella storia dell'Italia moderna. Negli anni più tristi di questa storia, la Dante è il simbolo di una fede intatta tenacemente custodita e difesa; negli anni più tristi e più combattuti il simbolo di una resistenza incrollabile. « La Dante ha il vanto e l'orgoglio di essere stata sempre dove era la buona causa, e se ora la guardiamo lontano, da quando essa nasce per volontà di pochi uomini che cercano di affermare sulla divisione civile e sul disordine spirituale un superiore compito nazionale, essa appare come un primo esempio e una delle prime forze di quel movimento di rinnovazione che doveva dare all'Italia la ferma coscienza di sé e del suo avvenire. « Nella difesa della lingua, la Dante ha difeso la tradizione italiana, nella difesa della tradizione italiana, la Dante ha difeso la causa dell'unità: l'unità del territorio nazionale, per la quale essa ha combattuto fino all'estremo mirabili battaglie, e l'unità morale di tutti gli italiani dispersi per il mondo. « Noi oggi la consideriamo come una delle nostre istituzioni più care e più gloriose; ma se oggi il suo lavoro è meno solitario di quello che fosse ieri, il suo compito è più vasto. L'Italia che costruisce con animo di ferro le fondamenta della sua fortuna, imperiosamente domanda che i suoi figli guardino più lontano e moltiplichino il loro sforzo, sempre e ovunque ». Lavoro meno solitario, compito più vasto di quanto non fossero nel passato. Così è avvenuto. Nel 1927 la Dante annoverava, in tutto, 84.448 soci e 153.000 aderenti scolastici. Oggi essa conta 14.500 soci vitalizi; 46.632 soci ordinari all'interno; 25.000 all'estero; 280.852 soci studenti medi e universitari; 697.097 soci studenti delle scuole primarie. I comitati all'interno sono 338; quelli all'estero 200; i sottocomitati studenteschi 120. Le case della Dante si iniziarono nel 1921 con l'istituzione di una Casa a Jersey City negli Stati Uniti. Da allora questi centri di coltura e di italianità si sono diffusi dovunque, a Yahù nel Brasile, Casilda nell'Argentina, Rosario di S. Fè, Asunción, Curisiba, Riberào Preto, Bello-Horizonte, Porto Alegre, Lima, Tunisi, Biserta. Questo gruppo di edifici che sono focolai di italianità ospitalmente aperti a tutti i fedeli della Patria e nei quali il sodalizio ha istituito scuole con centinaia di allievi e biblioteche con migliaia di volumi, rappresentano, come valore materiale, un complesso di circa 25 milioni e costituiscono il maggior vanto patriottico di quelle operose collettività, che generosamente hanno risposto all'appello della Dante. Per opera della Dante la coltura media trova un centro nell'Istituto medio italo-brasiliano di San Paolo del Brasile, mentre quella superiore si afferma vittoriosamente attraverso i corsi promossi nell'isola di Rodi nello storico edificio cavalleresco la « Castellania », convenientemente restaurato. In Europa, in Asia, in Africa, le scuole della Dante richiamano studenti e pubblico vario. Nel 1939 i corsi di lingua italiana furono 520, con la presenza di oltre 20 mila uditori. Le manifestazioni letterarie e musicali in Europa e nel bacino del Mediterraneo nel 1939 furono circa 800. Una delle opere più meritorie della Dante all'estero è indubbiamente il Museo dei patrioti italiani allo Spielberg, fondato nell'ottobre 1925. Sulla collina dello Spielberg sorse pure, nel 1925, un monumento ricordante i cinque italiani morti colà in prigionia ed ogni anno centinaia di visitatori si recano in devoto pellegrinaggio sul colle legato perennemente alla storia del nostro Risorgimento.

FINE

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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