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Gregor:Panunzio;Sindacalismo e fondamento razionale Fascismo

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Ott 27, 2012 7:26 pm    Oggetto:  Gregor:Panunzio;Sindacalismo e fondamento razionale Fascismo
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Anthony James Gregor, “Sergio Panunzio, il sindacalismo ed il fondamento razionale del fascismo”, Roma, 1978, Volpe, pp. 10 – 76


Il sistema ideologico del giovane Panunzio

Sergio Panunzio nacque il 20 luglio del 1886 a Molfetta, in un'epoca in cui l'Italia stava provando tutti i difficili mutamenti conseguenti alla sua recente riunificazione ed alle prime fasi del suo sviluppo economico. Fin da giovanissimo, Panunzio si interessò delle attività del movimento socialista. Ancora adolescente, agli inizi del nuovo secolo, Panunzio entrò a far parte del gruppo più radicale del movimento: quello dei sindacalisti rivoluzionari. Fin dal 1903, Panunzio collaborò attivamente ad Avanguardia Socialista, pubblicato a Milano. Nel 1908 pubblicò la sua prima esposizione sistematica delle idee sindacaliste in una tesi di laurea per la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Napoli: Una nuova aristocrazia sociale: i sindacati. Fin da giovane, così, Sergio Panunzio si rivelava uno dei più promettenti esponenti intellettuali del sindacalismo socialista. Il sindacalismo, per parte sua, era nato dalla crisi che aveva travagliato il socialismo dopo la morte di Federico Engels. Immediatamente dopo questa, infatti, Eduard Bernstein intraprese una critica approfondita delle formulazioni dei fondatori del socialismo moderno 6. Quasi contemporaneamente, F.S. Merlino pubblicava in Italia Pro e contro il socialismo, mentre in Francia usciva La crise scientifique et philosophique du marxisme contemporain , di Thomas Masaryk, sulla Revue Internationale de Sociologie 7. Le critiche contenute in queste opere erano svariate, di ampia portata e tali da causare una totale revisione dell'intero contenuto del marxismo 8. Da queste polemiche prese vita il sindacalismo. Originario della Francia, principalmente quale conseguenza degli scritti di Georges Sorel, il sindacalismo si diffuse rapidamente in Italia, dove doveva influenzare in maniera notevole lo sviluppo del socialismo italiano durante il primo decennio del nostro secolo 9. Già dal 1897, Sorel aveva cominciato ad attaccare l’« ortodossia » del marxismo della Seconda Internazionale 10. Nel 1898 pubblicò L'Avenir socialiste des Syndacats, col quale preannunciava l'avvento del sindacalismo francese. Nel 1903 l'Avenir venne pubblicato in Italia da Avanguardia Socialista e nel 1904 i sindacalisti italiani, ispirati da Sorel, ebbero una parte fondamentale nell'organizzazione di uno sciopero generale in varie parti della penisola. Proprio in questo periodo, nel periodo cioè in cui Sergio Panunzio era già diventato attivo collaboratore della rivista, sulle pagine di Avanguardia Socialista comparvero i primi articoli scritti da un giovane giornalista: Benito Mussolini. Come Panunzio, anche Mussolini venne attirato dall'insieme di idee che avevano trovato espressione nel sindacalismo. Fu questo l'inizio di una lunga e intellettualmente importante relazione tra Mussolini ed il sindacalismo, da cui dovevano scaturire le dottrine del primo fascismo 11. Renzo De Felice ha sottolineato l'importanza di questi contatti per la maturazione politica ed intellettuale di Mussolini 12, ed è sufficientemente accertato che molte delle idee fatte proprie da Mussolini in questo periodo restarono in lui per tutta la vita.
I sindacalisti annoveravano nelle loro fila molti agguerriti e capaci studiosi e, di conseguenza, il movimento venne espresso in modo vario, poiché ciascuno scrittore sviluppava secondo il proprio modo ed il proprio stile i temi comuni a tutti. Ai nostri fini, i più importanti temi comuni caratterizzanti il sindacalismo erano quelli che davano importanza alla funzione dei fattori umani soggettivi, quali la volontà, la sicurezza di sé, la determinazione, nel complesso di fattori che causano gli eventi politici e storici. Sindacalisti come Enrico Leone ed Arturo Labriola attaccavano regolarmente il « determinismo » del marxismo « ortodosso », l'idea, cioè, che i mutamenti sociali fossero, in un certo senso, il necessario sottoprodotto dell'« inevitabile » sviluppo economico. I sindacalisti sostenevano che comunque si intenda lo sviluppo economico, questo deve in qualche modo tradursi, in aspirazioni, intenzioni, scopi umani, e che questi ultimi fattori costituiscono importanti fattori sociali e politici. La seconda metà del secolo diciannovesimo aveva infatti visto il rapido sviluppo della nuova scienza della psicologia individuale e collettiva. Non soltanto in Germania si era sviluppata la psicometria ed in Austria la psicoanalisi, ma in Francia ed in Italia la psicologia sociale si era venuta a trovare al centro dell'attenzione da quando Carlo Cattaneo, nel 1853, aveva presentato al Reale Istituto Lombardo una memoria intitolata « Psicologia delle menti associate ». Dopo di allora, studiosi socialisti come Enrico Ferri e Alfredo Niceforo contribuirono allo sviluppo di questa scienza e, all'inizio del nuovo secolo, la Psycologie des foules di Gustavo Le Bon, La folla criminale e la Psicologia delle sette di Scipio Sighele, la Lois de l'imitation e la Logique sociale di Gabriel Tarde facevano ormai parte del patrimonio intellettuale comune in quel periodo. I sindacalisti, consapevoli della mancanza di una rivoluzionaria « teoria marxista della psicologia collettiva », tentarono di trarre dal materiale a disposizione un'organica teoria in questo senso. Nel 1903 A.O. Olivetti pubblicò il saggio Il problema della folla, un anno dopo la pubblicazione del trattato di Paolo Orano, La psicologia sociale 13. I sindacalisti tentavano di indagare sui processi psicologici che governano la mobilitazione delle masse; ammettevano che il proletariato europeo dava mostra di essere « conservatore », « riformista », persino timido al cospetto delle esigenze della rivoluzione sociale, e quindi cercavano non soltanto una spiegazione di tale cattiva disposizione a compiere la rivoluzione, ma anche la strategia e la tattica con cui vincerla. Essi capivano che la rivoluzione richiedeva la mobilitazione delle masse. Le opere degli psicologi e dei sociologi del loro tempo li convinsero del fatto che le masse potessero essere mosse soltanto facendo appello a sentimenti comuni a tutti ed irresistibili. Pensavano che questi sentimenti, catalizzati dai problemi reali che derivano dalle circostanze economiche, sociali, politiche e storiche, fornissero la forza motrice immediata per la azione politica collettiva, necessaria ad importanti mutamenti sociali. Inoltre impararono che il ricorso a questi sentimenti diffusi poteva venir fatto mediante l'impiego di « miti sociali e politici », espressioni di linguaggio e giri di frase studiati apposta per rendere la « sostanza » dei temi sociali, economici e politici fondamentali di ciascun periodo. I sindacalisti ammettevano che la formulazione, l'articolazione e l'uso effettivo di tali « miti » richiedevano l'intervento di dirigenti particolarmente dotati. Una volta mobilitate, inoltre, le masse richiedevano un'organizzazione efficiente ed una guida continua. I problemi della direzione e delle capacità organizzative, estremamente rare, costrinsero i sindacalisti ad assumere atteggiamenti sempre più elitisti, così che alla fine del primo decennio del secolo avevano adottato un socialismo elitista ed « aristocratico », per differenziarsi dai socialisti « ortodossi » i quali sostenevano che la rivoluzione, la mobilitazione di massa e l’organizzazione efficiente potevano essere «spontanee» , «democratiche» e sostanzialmente «parlamentari» 14. Queste convinzioni erano condivise non soltanto dai sindacalisti in generale, ma in particolare anche da Mussolini 15 e da Sergio Panunzio.
Panunzio, nella sua prima esposizione sistematica delle idee sindacaliste, considerava il sindacalismo come abbiam visto « una nuova aristocrazia sociale ». Egli era convinto che mentre la « massa » popolare poteva costituire il combustibile necessario per la rivoluzione, per infiammare la massa stessa era necessaria un'« élite d'avanguardia »16. Come molti altri importanti teorici sindacalisti (e tra gli altri Mussolini), Panunzio riconobbe che « la sociologia ha dimostrato che i fenomeni politici sono in ultima analisi dei fenomeni psicologici » 17. Tra gli interessi vitali immediati e concreti degli individui e dei gruppi di individui e l'effettivo comportamento politico e sociale, deve necessariamente intervenire il meccanismo psicologico. Tutti gli scritti sociologici e di psicologia sociale, del resto, rafforzavano questa interpretazione. Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Georges Sorel e Roberto Michels avevano detto le stesse cose. E le loro opere ebbero una chiara e documentata influenza sullo sviluppo delle idee sindacaliste in generale e di quelle di Panunzio in particolare. Secondo Panunzio, l'élite sindacalista rivoluzionaria aveva la responsabilità della mobilitazione delle masse verso le loro responsabilità storiche. Il mezzo col quale poteva essere attuata questa mobilitazione era l'invocazione al sentimento mediante l'uso di « miti sociali e politici »; sentimento che, una volta invocato, può venire diffuso nell'intera popolazione mediante la suggestione di massa 18. La conseguenza ultima e voluta, di una simile azione dovrebbe essere la formazione di una predisposizione « religiosa ed eroica » tra le masse, una volontà collettiva di rivoluzione 19. E' abbastanza chiaro che per Panunzio il fondamento del comportamento individuale e collettivo deve essere ricercato nelle necessità e negli interessi individuali e collettivi di ogni dato periodo. Queste necessità e questi interessi si esprimono nei sentimenti individuali e collettivi che possono perciò essere mobilitati a fini politici e sociali 20. In sostanza, come i sindacalisti in generale, e Mussolini in particolare, riteneva la propria analisi assolutamente compatibile, o addirittura complementare, col « materialismo storico » marxista 21, e la propria concezione della mobilitazione di massa, tramite il richiamo al sentimento con l'uso di « simboli » e « miti », un necessario complemento dell'interpretazione « ortodossa ». Come Sorel, Labriola, Orario ed Olivetti, Panunzio considerava il proprio sindacalismo una versione più « moderna », più «idealista », e quindi più « pragmatica » ed efficace dell'interpretazione marxista della storia.
Ciò che distingueva le idee di Panunzio in questo primo periodo da quelle dei suoi pari, si riferiva soprattutto alla sua concezione della natura, delle origini, della funzione e della forza del diritto nel comportamento collettivo; ed i suoi primi trattati furono dedicati al porre in rilievo l'importanza dell'autorità e della legge nella vita sociale 22. Panunzio sosteneva che la perennità e la generale diffusione della legge formale ed informale era una proprietà necessaria della vita collettiva, della vita vissuta in associazione. Egli concepiva la vita umana come una vita associata, una vita vissuta in comunità organizzate, e riteneva l'associazione « naturale » e « spontanea » tra gli uomini 23. Gli uomini vivono per loro natura una vita sociale, comunitaria. Il fatto che gli uomini fossero sostanzialmente animali sociali era una convinzione che Panunzio condivideva con i più importanti sociologi del suo tempo. Nelle pagine di Panunzio si ritrovano facili riferimenti alle opere di Ludwig Gumplowicz, Icilio Vanni, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca. Comune a tutti questi scrittori era una convinzione condivisa anche da Panunzio: che l'uomo, cioè, fosse una creatura sociale, una creatura che può essere compresa soltanto in un contesto sociale. Data questa concezione, Panunzio sosteneva che la vita umana, vissuta in comune, condizionata da necessità ed interessi comuni, faceva sorgere una lealtà di gruppo ed un sentimento di gruppo che divenivano la base di conseguenti convenzioni legali, le quali a loro volta governavano i rapporti tra gli associati 24. Secondo l'opinione di Panunzio, qualsiasi comunità associata sviluppa convenzioni formali ed informali che rendono possibile la vita sociale e valide le azioni collettive. Tali convenzioni costituiscono il fondamento dell'autorità. Ciascuna associazione è validamente tenuta insieme da questa autorità e da queste convenzioni. E qualsiasi associazione vitale socializza ed educa i propri componenti per mezzo dell'uso del « mito » e di formule politiche verso le responsabilità che sono conseguenza di tali convenzioni e sono sanzionate da tale autorità 25. L'interpretazione di Panunzio della vita sociale si fondava ovviamente su due concetti critici: 1) il concetto secondo cui tutta la vita umana è vita sociale associata ed organizzata; 2) il fatto che l'organizzazione è favorita e mantenuta soltanto dall'esistenza costante di rapporti governati da leggi tra gli associati. Queste due concezioni costituivano l'asse centrale di tutta la sua filosofia sociale e politica. Una volta capito questo, è possibile ricostruire con notevole fedeltà le prime idee sindacaliste di Panunzio.
Panunzio sosteneva che fino a quando la vita sociale era rimasta semplice e « spontanea », le comunità umane erano organizzate intorno ad interessi collettivi semplici. Ciascuna di queste comunità era animata da un sentimento collettivo che si traduceva in legge, la quale, a sua volta, costituiva la base dell'autorità autonoma e di istituzioni efficienti. Ma una volta che le comunità umane divennero complesse, sia per conquista, sia per diversificazione interna e suddivisione dei compiti, prese corpo la possibilità che qualche gruppo, o qualche insieme di gruppi o sottogruppi potesse effettivamente dominare gli altri. In simili condizioni, occorre impiegare « simboli » e « miti » per sfruttare la suggestionabilità e la passività del resto della popolazione ed assuefarla al dominio degli elementi egoistici. Da quello che era stato un insieme di gruppi sostanzialmente autonomi, può derivare la conquista, ed il mantenimento, del potere da parte di un determinato gruppo. Da ciò potrebbe derivare un sistema oppressivo sorretto dall'autorità politica piuttosto che dalla cooperazione spontanea e naturale 26. Panunzio sosteneva che il suo mondo, cioè l'Italia agli inizi del secolo, era governato proprio da tali gruppi politicamente dominanti, i quali rappresentavano sostanzialmente gli interessi capitalisti. Il sistema parlamentare vigente nella penisola era, secondo lui, una forma di oppressione resa efficace dal predominio dei « miti democratici » e dei « simboli nazionali ». Questi miti e questi simboli, organizzati in modo tale da sostenere l'autorità dell'« onnipotente Stato moderno » erano strumenti che servivano a catturare la fedeltà dei lavoratori staccandoli dalla fedeltà naturale e spontanea verso quelle associazioni, i sindacati, che erano sorti dal terreno del moderno sviluppo industriale. Per queste ragioni Panunzio si opponeva strenuamente alla democrazia parlamentare. Date le sue idee sulla vita sociale e la potenzialità di oppressione esistente nel sistema vigente, egli riteneva che la democrazia parlamentare e del compromesso facesse perdere ai lavoratori italiani la consapevolezza dei loro veri interessi. Il sistema parlamentare, fondato sul negoziato e sul compromesso, forniva agli abili e ben strutturati parlamentari borghesi la possibilità di fuorviare la classe operaia rivoluzionaria. Nel corso della sua esposizione, Panunzio citava quasi ogni brano degli scritti allora esistenti che trattavano del carattere antidemocratico ed antioperaio della democrazia parlamentare. In questo senso, egli rifletteva i sentimenti di Sorel e dei più importanti sindacalisti del suo tempo, sentimenti condivisi anche da Mussolini. Egli anticipava anche gli scritti di un altro sindacalista rivoluzionario che, come lui, fu antiparlamentare e che sarebbe alla fine passato nelle file del fascismo: Roberto Michels 27. In contrapposizione al sistema parlamentare, il giovane Panunzio mirava alla restaurazione di quella che egli considerava la « naturale » autonomia di gruppo, con l'effettivo autogoverno dei sindacati dei lavoratori, nati da poco, i quali erano i precursori di un nuovo sistema sociale. Egli prevedeva che i sindacati della classe operaia avrebbero costituito le componenti spontanee e organizzate indipendentemente di un nuovo ordine sociale decentralizzato, retto da convenzioni legali collettive che avrebbero riflesso il sentimento vero e reale degli interessi sentiti da parte della classe operaia. Egli prevedeva il declino dello Stato organizzato politicamente e la sua sostituzione mediante la rivoluzione violenta; lo Stato nazionale si sarebbe dissolto in combinazioni volontarie di sindacati organizzati spontaneamente, la cui associazione non sarebbe stata conseguenza di leggi imposte, ma il riflesso di necessità reali, concrete e complesse dell'industria moderna 28. Da questo insieme di idee sorgeva un certo numero di conseguenze. Dal momento che lo Stato moderno rappresentava una costrizione destinata a rendere passivi ed inefficaci i sentimenti rivoluzionari della classe operaia provocati dall'industria moderna, gli organi dello Stato, quali l'Esercito e la Polizia, erano considerati sostanzialmente oppressivi e da combattersi. Inoltre, il territorio su cui lo Stato esercitava la propria autorità, la nazione, veniva ritenuto soltanto un artificio geografico che non aveva alcun significato per la classe operaia rivoluzionaria. Di conseguenza, il giovane Panunzio esprimeva una serie di idee politiche che erano chiaramente sindacaliste. Erano idee che si ritrovavano nei testi tipici del sindacalismo dell'epoca e, senza notevoli eccezioni, negli scritti contemporanei di Mussolini. Insieme a queste idee e temporaneamente riferita ad esse vi era l'ammissione del fatto che la penisola italiana soffriva di uno sviluppo economico ritardato. E' curioso il fatto che il riconoscimento di questo fatto non intaccasse le convinzioni marxiste di Panunzio. Il marxismo classico, come veniva inteso dal socialismo organizzato all'inizio del secolo, era una teoria rivoluzionaria valida per società che avessero attuato i « fini borghesi » di esteso e profondo sviluppo industriale. Nel Manifesto del Partito Comunista, la massima parte delle tesi si fondavano sulla convinzione che da borghesia imprenditoriale avesse, a quell'epoca, ampiamente realizzato i fini dell'industrializzazione e che, nel far ciò, avesse ridotto la « grande maggioranza » delle popolazioni a lei soggette allo stato di « proletari ». In sostanza, il marxismo classico era una teoria rivoluzionaria adatta ad ambienti postindustriali, a società industrialmente mature. I socialisti italiani capivano chiaramente che la società della penisola era ben lontana dall'essere industrialmente matura. Tutti loro parlavano della necessità di giungere al socialismo attraverso il capitalismo. Tutti loro prevedevano l'ulteriore sviluppo dell'industria moderna nella penisola quale condizione preliminare per il socialismo. I sindacalisti, tra tutte le correnti socialiste, erano forse i più consapevoli di questo stato di cose. Essi riconoscevano la funzione fondamentale esercitata dalla produzione nel mondo moderno. I sindacalisti parlavano della necessità di inculcare un'« etica della produzione » tra le classi operaie, recentemente strappate alla terra. Panunzio, da parte sua, parlava apertamente della necessità di industrializzazione dell'Italia, di incanalare l'impulso creativo che ancora caratterizzava il nascente capitalismo della penisola verso un massiccio sviluppo economico. Una delle sue obiezioni al riformismo socialista derivava, infatti, dalla sua convinzione che la strategia riformista fosse motivata da una preoccupazione di « distribuzione » più che di « produzione ». Panunzio sosteneva che i riformisti italiani si accontentavano di imporre sempre maggiori gravami fiscali sulle industrie della penisola in fase di crescita senza accorgersi che così facendo frenavano il processo storico che avrebbe dato vita alla base economica necessaria per un socialismo effettivo. « Il sindacalismo », sosteneva Panunzio, « rappresenta la politica economica di produzione, il riformismo rappresenta la politica antieconomica di consumo » 29. Già all'epoca della guerra di Libia, dunque, il giovane Panunzio aveva messo insieme un sistema d'idee che era antiindividualista, fondato come era sulla convinzione che i veri componenti della storia umana fossero gli uomini organizzati in associazioni governate da leggi; giurisdizionale, in quanto riteneva le comunità umane regolate e rese veramente umane dal dominio e dalla continuità della legge formale ed informale e della sua autorità; elitista, nel senso che ritenevano che gli uomini in associazione fossero guidati da individui scelti dalla loro comunità, capaci di impiegare mito e simboli per sostenere un governo efficiente ed autoritario; e, infine, libertario, in quanto riteneva che i sentimenti che mito e simboli informano fossero spontanei e naturali e derivassero da necessità reali e concrete e non immaginarie. Date queste idee di fondo, Panunzio era antistatalista, antinazionale, antimilitarista ed antiparlamentare. Consapevole delle condizioni storiche ed economiche che caratterizzavano l'ambiente della sua patria, ne sentiva la necessità dello sviluppo economico e dell'ammodernamento. A questo stadio del suo sviluppo intellettuale e politico, il giovane Panunzio riteneva che i sindacati fossero l'oggetto primario della fedeltà dei lavoratori. I sindacati erano istituzioni nate dal sentimento collettivo, sentimento che rappresentava le necessità sentite delle classi produttive dell'industria moderna. Lo Stato politicamente organizzato era considerato un anacronismo, uno strumento dell'oppressione borghese, il cui più importante sostegno era costituito dall'esercito. Lo Stato borghese, sfruttando il proprio monopolio degli strumenti di coercizione, esercitava la propria autorità su un'area geografica che era il prodotto di una convergenza di casualità storiche, politiche e militari. La Nazione-Stato che ne derivava costituiva un ostacolo agli interessi internazionali complessi, concreti e reciprocamente compatibili della classe lavoratrice industriale. In questo periodo, Panunzio reclamava la dissoluzione della Nazione-Stato e prevedeva un sistema mondiale in cui l'associazione volontaria dei sindacati dei lavoratori giungesse finalmente a costituire un tutto unico e senza frizioni. Panunzio, inoltre, riteneva il sistema statale di quel periodo particolarmente dispersivo e contrario al libero sviluppo dell'arretrata economia italiana. Come molti altri sindacalisti, anche il giovane Panunzio era un liberale in campo economico e tentava perciò di ridurre le dimensioni e il peso degli interventi statali nello sviluppo dell'industria e del commercio 30. Esistono buoni motivi per credere che queste ultime posizioni fossero ben fondate, all'inizio del secolo. Le prove fornite dal secolo decimonono stavano a dimostrare che i controlli economici avevano ritardato, in Francia, lo sviluppo industriale della Nazione. Nella situazione di quel periodo, il decentramento dell'economia si imponeva da sé 31. Comunque sia, molti sindacalisti pur essendo rivoluzionari, erano liberali in campo economico (seguaci di quello che Enrico Leone definiva il « liberalismo integrale ») 32.
Forte di questo insieme di idee, il giovane Panunzio affrontò i travagliati anni intercorsi tra la guerra di Libia e lo scoppio della Grande Guerra. In questi anni, il sindacalismo, prodotto esso stesso della crisi del socialismo, attraversò un periodo di crisi propria. Con la guerra di Libia, molti sindacalisti rivoluzionari, per svariati motivi, riscoprirono la Nazione, la loro « Nazione proletaria », considerandola oggetto di lealtà rivoluzionaria 33. In occasione della guerra italiana nel Mediterraneo, Arturo Labriola, Paolo Orano e A.O. Olivetti scelsero immediatamente di sostenere la « guerra di giustizia proletaria » della loro Nazione. Roberto Michels, « sindacalista proletario », scoprì il fondamento razionale della « guerra proletaria ed antiplutocratica » condotta dall'Italia contro i turchi 34. Esistono moltissimi motivi per questo andamento delle cose. Tra il 1908 e la guerra di Libia, il sindacalismo, in quanto movimento di mobilitazione di masse, aveva perduto molto del suo slancio iniziale. I suoi promotori vennero prima sospesi e quindi espulsi dal Partito Socialista. Nel 1911, l'efficienza del sindacalismo e le sue capacità di proselitismo erano fortemente diminuite 35. Ed oltre a ciò, lo scoppio della guerra contro la Turchia costrinse i sindacalisti ad ammettere che il sentimento nazionale aveva capacità di generare l'entusiasmo altruistico e la predisposizione al sacrificio tra larghi strati della popolazione, necessaria per la rivoluzione, maggiori di qualsiasi semplice richiamo ad interessi economici individuali e collettivi. Da sindacalisti, gli intellettuali del movimento non potettero ignorare l'evidenza dei fatti. Panunzio stesso aveva sostenuto che per i sindacalisti il metro ultimo della teoria era la concordanza di quest'ultima con i fatti 36. Per Roberto Michels, i fatti parlavano eloquentemente. Il sentimento nazionale, per essere un mito di mobilitazione tanto efficace, doveva esprimere qualche necessità profondamente sentita da larghi strati della popolazione della penisola. In L'Imperialismo italiano, Michels tentò di individuare quelle necessità, demografiche, economiche, sociali e morali che costituivano la fonte dei sentimenti che rendevano il mito vincolante. Nel 1912, fu chiaro che i sindacalisti erano entrati in crisi. Durante questo periodo critico, Panunzio, sia per ragioni personali, sia per ragioni familiari, abbandonò gran parte della propria attività politica e si dedicò a un intenso studio, per laurearsi in filosofia, all'Università di Napoli, nel 1911 37. Tuttavia, sebbene politicamente inattivo, il giovane Panunzio fu costretto dagli avvenimenti a risolvere la propria, personale crisi teorica e morale. Nel 1914, la situazione europea trascinò l'Italia sempre più vicina al conflitto che avrebbe devastato il continente per più di quattro lunghi anni. Gli avvenimenti che si accompagnarono alla prima guerra mondiale costrinsero il giovane Panunzio a intraprendere un ripensamento delle proprie idee. Sotto l'influsso degli avvenimenti, il giovane Panunzio si dedicò a un ripensamento critico del sindacalismo proletario che, sino ad allora, aveva costituito la sostanza della sua vita intellettuale e morale. Verso la fine della guerra, nel 1918, Panunzio era riuscito a portare a compimento questo ripensamento ed aveva compiuto il fatidico passaggio verso ciò che sarebbe divenuto il fascismo.


Gli anni di transizione


Molti rivoluzionari italiani, non ultimo tra i quali Benito Mussolini, seguirono lo stesso cammino intellettuale e politico tracciato dal giovane Panunzio in quegli anni tragici. A.O. Olivetti, Paolo Orano, Ottavio Dinale e Massimo Rocca furono soltanto alcuni tra i molti rivoluzionari che in questo periodo compirono lo stesso passaggio dal sindacalismo marxista al fascismo. Mussolini, le cui simpatie sindacaliste sono ormai ben documentate, subì lo stesso processo di sviluppo che si nota nella maturazione intellettuale e politica di Panunzio. Le differenze tra i due processi derivano in massima parte dal fatto che Mussolini era sostanzialmente un attivista politico e che la sua maturazione politica può essere ricostruita soltanto mettendo insieme prove frammentarie e tracce letterarie che hanno carattere sostanzialmente giornalistico. Panunzio, invece, era innanzi tutto un intellettuale e ci ha lasciato un'imponente eredità di opere che ci permettono di ricostruire, con notevole accuratezza, i processi che caratterizzarono questo intero periodo di transizione.
Questo periodo fu caratterizzato da alcuni importanti cambiamenti. Non soltanto si ebbe un cambiamento nelle particolari idee politiche e sociali di Panunzio, ma nella maniera in cui le esponeva e articolava. Nelle sue prime opere, precedenti alla Grande Guerra, Panunzio mostrava di preoccuparsi della legge e dell'autorità e dell'influenza delle idee nella formazione degli avvenimenti politici e sociali. Quando, in questo primo periodo, Panunzio parlava di « idealismo », intendeva generalmente porre l'accento sull'influenza della volontà, delle convinzioni e delle aspirazioni degli uomini sul corso della storia. In sostanza, l'« idealismo » di questo primo periodo si riduceva all'interesse verso quelle che noi oggi chiameremmo le variabili psicologiche che influenzano i comportamenti umani individuali e collettivi. Dopo il lungo studio della filosofia, però, si nota nelle opere di Panunzio una sempre maggior importanza attribuita a ciò che egli stesso definiva «idealismo morale » 38. Il suo interesse non si rivolgeva più esclusivamente all' analisi causale dell'influenza delle idee sui comportamenti, ma piuttosto alla questione normativa della « giustezza » e della « moralità » di un insieme di idee, contrapposto ad un altro insieme. Come vedremo, da allora in poi, egli distinse sempre tra il giudizio pratico sui mezzi per raggiungere determinati fini ed il valore intrinseco di questi stessi fini . In questo senso, Panunzio aveva lasciato alle proprie spalle il « positivismo » dei marxisti « ortodossi ». Egli aveva accettato, in sostanza, i rilievi critici mossi al marxismo degli inizi del secolo dai neoidealisti tedeschi e italiani. Fin da quando Marx aveva sostenuto che « i comunisti non predicano affatto una morale » e che le idee degli uomini, particolarmente quelle di carattere morale, sono « riflessi » e « astrazioni » di « determinate condizioni di vita » 39, i critici neoidealisti avevano sostenuto che i giudizi morali non possono essere concepiti come semplici « riflessi » o « astrazioni » delle « condizioni di vita » senza negare all'uomo un carattere essenziale della propria condizione umana ed alla storia gran parte del suo significato 40. Se l'uomo è qualitativamente differente dagli animali, si diceva, la differenza deriva in massima parte dal suo carattere razionale e con capacità di decisione. L'uomo è capace di operare scelte. La moralità riguarda soprattutto la decisione. Ma se la scelta e la decisione sono considerati nulla più di « riflessi » o « astrazioni » di condizioni materiali, le scelte degli uomini non possono più essere distinte da quelle delle bestie. Gli uomini penserebbero di ragionare, scegliere e decidere, mentre invece i loro comportamenti sono determinati da cause esterne, così come quelli degli animali. I sindacalisti come Sorel e Michels, si schierarono ben presto contro assurdità « ortodosse » che rendevano gli uomini semplici meccanismi riflessi di forze « storiche » e « materiali » 41. I neoidealisti, come Bernstein, Croce e Gentile, sostenevano inoltre che le tesi deterministiche della « ortodossia » erano non soltanto assurde, ma anche moralmente criticabili. Nel 1911, molti dei più accesi sindacalisti erano già disposti ad ammettere il valore delle tesi neoidealiste. Nel 1913, Paolo Orano, che aveva lungamente difeso un'interpretazione « positivista » della vita sociale, scrisse La rinascita dell'anima, una difesa di una forma di neoidealismo etico. Lo stesso sviluppo si riscontra nelle opere di Panunzio. All'epoca dello scoppio della Grande Guerra, le sue idee subivano chiaramente la influenza dell'idealismo. Vi comparivano regolarmente riferimenti alle opere di Kant, Croce e Gentile. Panunzio distingueva tra filosofia ed interpretazione empirica. Cominciò a trattare della distinzione tra giurisprudenza, la filosofia della legge, e legge positiva. Cominciò a sottolineare regolarmente la differenza tra giustizia e ingiustizia della legge e i giudizi sulla legalità e legittimità delle azioni. Ammise che la filosofia della legge riguardava i princìpi primi della legge, la loro moralità, mentre la legge positiva riguarda l'applicazione della legge costituzionale. Dopo il 1911, la distinzione tra fini morali che devono essere perseguiti nell'azione individuale e collettiva, e mezzi strumentali per giungere a questi fini occupa una posizione preminente nel suo pensiero.

Nella primavera del 1914, Panunzio scrisse un articolo per la rivista teorica di Mussolini Utopia, nel quale queste distinzioni vengono dichiarate fondamentali per il socialismo rivoluzionario. Nel saggio, Panunzio sosteneva che l'essenza del socialismo era un impegno morale verso un futuro sistema sociale che incarnava una « superiore realtà etica », che la vera essenza del socialismo era « idealista », che i rivoluzionari agivano, e dovevano agire, sotto l'impulso di un'aspirazione morale, senza la quale qualsiasi iniziativa è senza scopo
42. Da questo momento in poi, l'analisi di Panunzio del comportamento umano comprese: 1) una valutazione empirica delle esigenze concrete dell'uomo; 2) l'ammissione che le esigenze trovano espressione nel sentimento individuale e collettivo; 3) che il sentimento può essere racchiuso in simboli e formule politiche appropriate e, infine, 4) che lo scontro fra differenti appelli politici può essere in ultima analisi risolto mediante il ricorso ad argomenti morali responsabili. E' sufficientemente chiaro il fatto che, per Panunzio, le decisioni riguardanti gli argomenti morali riguardavano un numero relativamente limitato di protagonisti della politica, coloro che Panunzio definiva l'« aristocrazia intellettuale », mentre la grande maggioranza degli uomini veniva mossa da miti e motti. Tuttavia, gli argomenti morali divennero la componente fondamentale della polemica ideologica. Per questi motivi, la crisi che derivò dallo scoppio della prima guerra mondiale trovò Panunzio dedito alla sua iniziativa a favore di una lunga discussione morale. Lo scoppio della guerra, ed il comportamento collettivo della popolazione, provocato dalla guerra stessa, aveva rivelato a Panunzio un fatto ineluttabile: che il principio di nazionalità muoveva ancora la grande maggioranza degli uomini verso l'azione politica 43. Con lo scoppio della guerra, Panunzio capì chiaramente che l'identità nazionale soddisfaceva alcune esigenze basilari degli uomini. Capì altrettanto chiaramente che queste esigenze trovavano espressione nel sentimento di nazionalità. Inoltre, gli uomini rispondevano ai simboli ed agli appelli del nazionalismo. Il giovane Panunzio, preso nel giro del fermento intellettuale e morale dell'entrata dell'Italia nella guerra che aveva sconvolto il continente, si sentì chiamato ad intraprendere una critica morale degli avvenimenti che avevano coinvolto tutti. Ne derivarono due ponderosi volumi: Il concetto della guerra giusta e Principio e diritto di nazionalità. Il primo costituiva un trattato di filosofia morale ed esprimeva ottimamente il suo « idealismo morale ». Il secondo rivelava quanto fosse diventato importante il concetto di « nazionalità » per lo stesso Panunzio, che per anni lo aveva trascurato considerandolo una « invenzione borghese ». Fondamentale per la discussione condotta ne Il concetto ritroviamo il richiamo ad uno scopo morale generale che governa il comportamento umano: l'attuazione di sé. Panunzio sosteneva che soltanto l'attuazione della potenzialità degli uomini può offrire significato alle tragedie della storia umana. Il suo richiamo alla attuazione di sé venne reso esplicito in termini di « autoctisi » gentiliana 44. Ne Il concetto, Panunzio non soltanto si richiamò all'idealismo di Kant, Hegel e Spaventa, ma citò specificamente le opere di Giovanni Gentile. In tal modo, Panunzio documentò l'inizio di una lunga interazione con il pensatore che alla fine sarebbe divenuto il « filosofo del fascismo ». Già nel 1904, il giovane Mussolini aveva scritto che « la nostra morale dice all'uomo: comportati secondo coscienza e sii uomo » 45. Quarant'anni dopo, Giovanni Gentile scrisse, nella sua ultima opera: « scrutando il contenuto della legge morale... ne raccolsi il più rigoroso concetto nel monito: Sii uomo » 46. L'imperativo morale che governa la condotta umana era, sia per Mussolini sia per Gentile, l'attuazione di sé, la piena realizza-zione dell'uomo. Panunzio accettò chiaramente in pieno questa forma di « umanesimo assoluto » nella sua esposizione dell'« idealismo morale » 47. All'epoca in cui scrisse Il concetto, Panunzio stava ancora tentando di costringere il marxismo in una concezione da lui stesso definita « idealistica » ed « umanistica » 48. Ci si doveva aspettare che il tentativo fallisse, ma il fatto stesso che il tentativo fosse stato compiuto dimostra chiaramente che quel periodo fu un periodo di transizione nello sviluppo del pensiero di Panunzio. Più importante, per quel che ci riguarda, è il modo in cui Panunzio applicò il proprio principio di « umanesimo assoluto », l'impegno nei confronti dell'attuazione di sé dell'uomo, ai problemi cui si trovava di fronte l'Italia dell'epoca sua. Panunzio si preoccupava dell'intervento dell'Italia nella guerra che aveva sconvolto il continente. Se i suoi principii morali dovevano servire a qualche scopo, avrebbero dovuto aiutarlo a giungere a capire gli avvenimenti che avevano travolto lui ed il socialismo rivoluzionario in cui egli credeva. Panunzio fu uno di quei socialisti rivoluzionari che, fin dall'inizio, optarono per l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale. Nell'autunno del 1914, aveva scritto per Utopia di Mussolini un articolo in cui definiva di carattere « rivoluzionario » la guerra da poco scoppiata. Nel settembre, riprese lo stesso tema nelle pagine dell'Avanti! 49. La guerra, sosteneva, avrebbe avuto carattere « rivoluzionario ». Ed inoltre, Panunzio sosteneva che la guerra era « giusta », che serviva gli interessi ultimi dell'uomo. Quest'ultimo argomento è, ai nostri fini, più interessante e più importante, perché si riferisce alla convinzione di Panunzio secondo la quale la nazionalità è fondamentale per l'attuazione di sé dell'uomo. Panunzio scrisse Principio e diritto di nazionalità nell'autunno del 1917, mentre la guerra infuriava in Europa. Il libro venne scritto senza una specifica intenzione politica, ma conteneva chiaramente gli elementi di una discussione che doveva diventare fondamentale per la filosofia politica e sociale di Panunzio. Nel Principio, Panunzio ammise l'importanza politica e sociale del sentimento di nazionalità 51. Questa ammissione implicava chiaramente, data l'analisi panunziana della psicologia individuale e collettiva, che le origini del sentimento di nazionalità poggiano su esigenze umane fondamentali. Panunzio sosteneva che una nazione è un'associazione organica e naturale di uomini che hanno in comune territorio, origini, costumi, lingua e cultura 52. Data questa interpretazione, la nazione diviene fondamentale per la personalità umana individuale. L'identità nazionale fornisce agli uomini le radici, un posto, un patrimonio culturale ricco di capacità linguistiche, le arti, simboli di associazione, credenze religiose, le scienze ed ogni altro attributo che distingue l'uomo dalle bestie. Nel 1917, Panunzio era pronto a sostenere che più di qualsiasi altra associazione, naturale o artificiale, la nazione fornisce gli elementi essenziali dell'umanità dell'uomo. La nazione è, in senso fondamentale, un'« entità etica », il vero fondamento della personalità umana. Di conseguenza, difendere la nazione vuol dire difendere gli elementi essenziali del proprio io. Favorire gli interessi della nazione vuol dire favorire la propria attuazione di sé. Panunzio risolse la crisi che la prima guerra mondiale aveva provocato in lui giungendo a comprendere tutti i risvolti del comportamento individuale e collettivo di cui era stato testimone. Aveva visto un gran numero di uomini rispondere ai simboli ed ai richiami dell'identità nazionale. Avevano dato la risposta « altruista », « eroica » e « guerriera » che il sindacalismo attendeva dalla classe lavoratrice. I sindacalisti si erano aspettati comportamenti simili dalla classe lavoratrice perché ritenevano il sindacato una associazione fondamentale nella vita dell'uomo moderno. Quando si vide che gli uomini rispondevano all'appello nazionale, molti sindacalisti ammisero la possibilità che forse non il sindacato, ma la nazione, era la comunità fondamentale e « carismatica » da loro sognata. Gli uomini avevano risposto agli appelli dell'identità nazionale perché questi simboli e miti rispondevano a sentimenti profondamente sentiti. Questi sentimenti scaturivano dalle più fondamentali esigenze umane: la necessità di un'identità di gruppo; la necessità di appartenere ad un'associazione rispettata dalle altre; la necessità di riconoscersi in un luogo, una cultura, una storia, una lingua proprie... Per la fine della prima guerra mondiale, molti sindacalisti, e Panunzio tra loro, avevano radunato argomenti che avrebbero continuato a difendere per tutto il resto della loro vita. In sostanza, durante questo periodo Panunzio mise insieme gli elementi principali del fondamento razionale del Fascismo. Si dichiarò esplicitamente favorevole ad una forma di nazionalismo neoidealistico. Ciò significava che Panunzio accettava una interpretazione della politica rivoluzionaria la quale rendeva l'attuazione di sé dell'uomo l'imperativo categorico che ne governa le scelte morali 53. Gli ideali che pervadono l'azione politica sono sostanzialmente morali e, di conseguenza, fondamentalmente diversi da semplici considerazioni di fatto 54. Ciò non voleva dire, per Panunzio, che i fatti non avessero importanza per le preoccupazioni morali, ma egli insisteva sulla distinzione tra la conferma dei fatti, tra l'essere e l'aspirazione al dover essere 55. Data questa analisi, Panunzio non si accontentò di limitarsi ad accennare al fatto che molti italiani avevano risposto al mito della nazione per giustificare il nazionalismo politico. Egli ne tentò una difesa morale. Panunzio considerava « virtù » e « coraggio morale » ciò che i socialisti italiani definivano « tradimenti » e « isteria ». Già nel suo Sindacalismo e Medio Evo, Panunzio ammetteva che qualsiasi interpretazione di fatti è sottoposta a un « punto di vista », a una prospettiva morale 56. Le sue prime argomentazioni non erano ben formulate, ma i primi germi della distinzione tra interessi morali e pratici era evidente. Durante la crisi della prima guerra mondiale, Panunzio ammise che la risposta individuale e collettiva agli appelli nazionali di cui era stato testimone non richiedeva conferma pratica, ma analisi etica. La difesa definitiva che Panunzio ne fece fu da lui espressa in termini di umanesimo neoidealista il quale faceva dell'attuazione di sé, dello sviluppo morale e spirituale l'unico imperativo naturale per gli esseri umani. In questo contesto veniva offerta al nazionalismo la difesa definitiva. Nello sviluppare la sua discussione generale, Panunzio trattò alcuni argomenti particolari che sarebbero in seguito ricomparsi nel fondamento razionale del fascismo. Uno di questi argomenti particolari è particolarmente interessante perché spesso i commentatori hanno dato un'interpretazione distorta e caricaturale delle sue intenzioni e della sua sostanza. Panunzio, come abbiamo visto, tracciò una precisa linea di demarcazione tra interessi morali e pratici. Una delle più importanti differenze deriva dal riconoscimento del fatto che nessun semplice racconto di fatti può muovere gli uomini all'azione politica. L'azione scaturisce soltanto da un impulso morale57. Nessuna rassegna di fatti, non importa quanto complicata e precisa sia, può mai generare il sentimento e la volontà necessaria per muovere gli uomini all'azione. Qualsiasi azione è innescata dal sentimento e sostenuta dalla volontà. La condizione necessaria per la nascita di questo sentimento e di questa volontà è l'interesse morale. L'interesse morale era dunque fondamentale per l'« attivismo » ed il « volontarismo » di Panunzio. La volontà interviene quando gli uomini scorgono nell'azione uno scopo morale, e l'azione deve necessariamente seguire quando interviene realmente la volontà. L'interesse morale che deve provocare l'azione e ispirare la volontà è a sua volta governato da principi che Panunzio isolò in quella che definì la « legge naturale razionale » 58. Per Panunzio ciò voleva dire che gli uomini sono mossi, e la loro volontà è ispirata, da uno scopo morale razionale. Panunzio considerava l'attuazione di sé il fine che si imponeva razionalmente, la mèta verso la quale devono tendere tutti i mezzi. Soltanto uno scopo di questo genere può riunire intorno a sé il sentimento, e la volontà di agire, necessari per il suo compimento. L'attuazione di sé, una volta scelta, richiede a sua volta un'attenta valutazione dei fatti che sono lo strumento della sua realizzazione 59. Date queste premesse, siamo ancora una volta in grado di ricostruire con notevole precisione i pensieri di Panunzio. Dato lo scopo individuale e collettivo dell'uomo, cioè la sua attuazione di sé, possiamo comprendere il suo sentimento e dirigere la sua volontà. I sentimenti riflettono necessità. L'uomo ha la necessità di attuare se stesso. Il sentimento di socialità è un'espressione di questa necessità. L'uomo è un animale sociale perché può trovare il proprio compimento soltanto in comunità. L'uomo, sia in senso morale, sia in senso pratico, è un animale intrinsecamente sociale 60. La socialità si articola, e trova evidente espressione, nelle associazioni spontanee e naturali: la famiglia, il sindacato economico, la nazione. Queste associazioni derivano da necessità sentite. Nella sua gioventù, Panunzio era convinto che le associazioni economiche, i sindacati, cioè, sorti spontaneamente in tutta Europa, costituissero la comunità primaria ed esclusiva dell'uomo moderno. Gli uomini potevano trovare il proprio compimento soltanto nell'impegno totale nei confronti delle loro comunità economiche e produttive. Di fronte ai fatti tragici ed ineluttabili collegati alla prima guerra mondiale, questa convinzione fu da lui sensibilmente riveduta. Per Panunzio divenne evidente che il sindacato economico non poteva soddisfare tutte le complesse necessità degli esseri umani. Esisteva un'associazione più ampia ed ancor più complessa che costituiva la base materiale della attuazione di sé dell'uomo: la nazione. La nazione era la portatrice di quel vasto patrimonio di sostanza spirituale che rende l'uomo moderno ciò che è. Secondo Panunzio, la guerra aveva rivelato che la nazione, e non il sindacato, era l'oggetto primario della fedeltà degli uomini, il fondamento degli interessi vitali collettivi dell'uomo, il veicolo materiale e spirituale della sua attuazione di sé. Senza la lingua, l'arte, la musica, la scienza, la tecnica, la filosofia, la storia, ed il potenziale economico di cui la nazione è portatrice, l'individuo non avrebbe sostanza umana. Durante questo periodo di transizione, per Panunzio divenne evidente il fatto di aver considerato i sindacati troppo ricchi, troppo complessi, troppo onnicomprensivi... Di aver affidato ai sindacati troppi obblighi morali, pedagogici e imprenditoriali. La guerra aveva rivelato che la nazione, e la nazione soltanto era l'associazione naturale e storica, sufficientemente complessa, e sufficientemente integrata, che poteva svolgere tutte le funzioni che egli aveva assegnato, soltanto pochi anni prima, ai sindacati « proletari ». Nel 1918, Panunzio aveva riorganizzato il proprio sistema di idee. E definì questo nuovo sistema « sindacalismo nazionale », per distinguerlo da quel sindacalismo che era stato trasformato durante la crisi intellettuale e politica che era piombata sull'Italia con lo scoppio della prima guerra mondiale. All'incirca contemporaneamente, Benito Mussolini si ritrovava in un insieme di convinzioni simili che anch'egli definì « sindacalismo nazionale » 61. Il fatto è che le transizioni che si possono ritrovare nel pensiero di Panunzio erano tutt'altro che idiosincratiche. Transizioni simili si ritrovano anche nello sviluppo del pensiero di numerosi rivoluzionari. Soltanto la morte, ad esempio, avvenuta all'inizio della guerra, interruppe simili mutamenti nelle convinzioni sindacaliste di Filippo Corridoni 62. Gli elementi del « sindacalismo nazionale », tuttavia, sono preconizzati nel suo testamento politico 63. Egualmente le opere di Roberto Michels rivelano gli stessi caratteri. In sostanza, lo sviluppo intellettuale e politico di Panunzio rappresenta quello di numerosi sindacalisti rivoluzionari. I suoi scritti sono tra i migliori, in quanto la transizione può essere chiaramente seguita e gli argomenti da lui sviluppati sono espliciti. All' epoca in cui scrisse La Lega delle Nazioni, nel 1918, le linee maestre del suo fascismo erano evidenti. Per la fine della guerra 64 il « sindacalismo proletario e classista » di Panunzio aveva ceduto il posto ad un sindacalismo che trovava la propria istituzione centrale, l'istituzione intorno alla quale e nella quale si riunivano tutte le istituzioni secondarie, nello Stato-Nazione. Per Panunzio, se la nazione era diventata l'associazione naturale complessa necessaria per l'attuazione individuale e collettiva dell'uomo, lo Stato veniva inteso come la sua espressione giuridica. Tutte le associazioni formali ed informali che lo costituivano trovavano la propria espressione nell'ambito dello Stato. Prima della guerra, Panunzio aveva considerato il « sindacato proletario » l'istituzione primaria attraverso la quale si sarebbe espressa la società futura. Il sindacato di classe sarebbe stato l'ambiente in cui si sarebbe sviluppata l'educazione intellettuale, politica, economica e morale dell'uomo. Ciascun sindacato gerarchicamente organizzato e governato da leggi sarebbe entrato a far parte di una federazione di sindacati ugualmente gerarchicamente organizzata e governata da leggi 65. Per la fine della guerra, la « nazione » aveva assunto tutte le funzioni complesse, integrative e gerarchiche che Panunzio aveva in precedenza assegnato alla « federazione di sindacati ». I costituenti fondamentali della Nazione rimanevano le associazioni, i sindacati, e le istituzioni che erano derivate dalle esigenze del mondo contemporaneo. Ma tutte queste associazioni avevano la loro posizione subordinata nell'ambito dello Stato. Le « funzioni morali ed educative » che Panunzio aveva assegnato ai sindacati nel suo schema prebellico, restavano, ma servivano a sostenere, rafforzare e rendere più diffuso il sentimento di nazionalità. Lo Stato, considerato, prima della guerra, da Panunzio, « artificiale » e semplice imposizione, era divenuto una realtà « naturale », « spontanea » e « morale ». Il sindacalismo proletario era stato trasformato sotto la spinta degli avvenimenti e delle valutazioni morali che Panunzio aveva, in quell'epoca, fatte proprie. Nel 1918, Panunzio considerava le proprie idee prebelliche « limitate », « parziali » e « inorganiche » 66. A quel tempo sosteneva che il « sindacalismo nazionale » era la miglior risposta che potesse venir data alle realtà morali ed empiriche poste in luce dalla guerra. La guerra aveva fatto scoprire la nazione quale oggetto di lealtà carismatica, portatrice delle responsabilità morali, pedagogiche, sociali ed economiche. Per poter far fronte efficacemente a tutte queste responsabilità, tutte le classi e tutte le categorie di cittadini dovevano integrarsi in un complesso di rapporti giuridici. Mentre il sindacalismo « puro » aveva sostenuto che le associazioni godono di autonomia e che la con-federazione regionale deve essere volontaria, il sindacalismo « integrale » o « nazionale » sosteneva che il fine nazionale richiedeva l'egemonia giuridica e organizzativa dello Stato. Le idee antistatali ed antihegeliane della gioventù di Panunzio avevano ceduto il posto alle convinzioni stataliste ed hegeliane del « sindacalismo nazionale integrale ». Pur essendo mutata la sostanza politica immediata delle sue idee, le convinzioni fondamentali delle idee politiche e sociali di Panunzio rimasero invariate durante tutta la sua gioventù ed il suo passaggio al fascismo. Gli uomini venivano da lui considerati, in senso fondamentale e critico, animali di gruppo, e sociali. Tutto ciò che Panunzio aveva imparato da Ludwig Gumplowicz, da Gustave Le Bon, da Vilfredo Pareto e da Gaetano Mosca aveva profondamente radicato in lui questa convinzione. Quel che era cambiato erano le sue opinioni riguardo a quali associazioni fossero fondamentali per l'attuazione dell'uomo. Gli uomini sono predisposti alla socialità. Il tempo e le situazioni che condizionano le associazioni in cui questa socialità si manifesta possono essere determinati soltanto da un'attenta indagine dei fatti; e nel 1918 i fatti avevano rivelato, per Panunzio, che l'identità nazionale costituiva la più fondamentale espressione moderna della socialità dell'uomo. Per Panunzio, la forza del sentimento nazionale era prova sufficiente di questo fatto. La guerra aveva posto in luce l'identità di interessi che legava lavoratori e imprenditori italiani. Le affinità che li univano erano culturali, geografiche, linguistiche, morali, religiose, artistiche, storiche, economiche e sociali. Dovunque i socialisti avevano ottenuto successi, ciò era stato perché essi, coscientemente o inconsciamente, avevano risposto al sentimento nazionale, quel sentimento che era la manifestazione evidente delle diffuse e fondamentali necessità collettive ed individuali. « Gli interessi nazionali o comuni », sosteneva Panunzio, « essendosi dimostrati indiscutibilmente superiori a quelli particolari di classi, di ceti, di categorie, e, anzi, gli interessi particolari, riuscendo a comporsi ad unità nel complesso sociale comune, che è la Nazione, ne deduciamo la superiorità del nesso politico-nazionale su quello puramente economico-sindacale, e ancora, la necessità, per quest'ultimo, se vuole avere vita e realtà di esistenza e di sviluppo, non solo di non opporsi, ma di incorporarsi organicamente, saldandovisi, col nesso nazionale: e ne deduciamo che, togliendo il vincolo nazionale comune, e lavorando alla sua dissoluzione, o, ad ogni modo, prescindendo da esso, come si vorrebbe dal Sindacalismo assoluto, si giunge, difilato, alla totale risoluzione e polverizzazione di ogni sociale organizzazione e quindi anche alla dissoluzione degli stessi... sindacati e gruppi d'interessi economici » 67. Panunzio giunse ad affermare che i loro interessi morali come uomini potevano risolvere le differenze di classe e di categoria tra gli italiani, ma anche che le esigenze dello sviluppo economico della penisola parlavano a favore di un sistema politico ed economico integrato e accentrato. Se il decentramento era apparso la soluzione migliore agli inizi del secolo, la guerra aveva però rivelato che la complessità delle economie moderne richiedeva un ente centrale ed autorevole per la ricerca, il controllo e la distribuzione delle risorse. Sebbene fosse sembrato che il maggior rigoglio dello sviluppo economico del secolo decimonono si fosse avuto in un sistema politico decentrato, tutte le indicazioni fornite dalla produzione di guerra stavano a dimostrare che lo sviluppo moderno richiedeva la sovrintendenza di uno Stato accentrato e potente. Panunzio rimaneva un produttivista: ciò che aveva abbandonato era soltanto il suo sindacalismo esclusivamente proletario ed il suo liberalismo economico. Panunzio pensava non soltanto che il sindacalismo nazionale servisse gli interessi collettivi fondamentali della Nazione, ma sosteneva anche che gli interessi immediati e particolari dei sindacati operai potessero essere meglio assicurati da una economia in espansione. Se il sindacalismo doveva sopravvivere, se doveva servire gli interessi immediati del lavoro, si sarebbe dovuto integrare nella Nazione e nello Stato sovrano che ne costituiva l'espressione giuridica. Nel 1918, un anno prima della fondazione del movimento fascista alla riunione di Piazza San Sepolcro, Panunzio aveva già proposto gli elementi essenziali del sistema ideologico del primo fascismo. Quando nel luglio 1919, Benito Mussolini tracciò i primi impegni programmatici del fascismo, li definì sindacalismo « integrale » e « nazionale » 68. Se il primo fascismo fu idealista, collettivista, volontarista, attivista, elitista, nazionalista, produttivista ed antiparlamentare, questo fascismo trovò la sua più coerente espressione nelle opere contemporanee e precedenti di Sergio Panunzio. Se le cose stanno così, come in effetti stanno, risulta evidente non soltanto che Panunzio fu uno dei suoi artefici, ma anche che il fascismo comparve già in possesso di idee intellettuali, politiche e sociali solide quanto quelle di qualsiasi suo avversario. Non è vero, infatti, che il primo fascismo fosse soltanto un « attivismo » vuoto e senza idee. Per Panunzio, secondo la tradizione del pragmatismo e dell'idealismo, convinzioni morali implicano necessariamente azione. Qualsiasi convinzione morale, che non sia una semplice velleità, implica un'azione corrispondente. Ma la convinzione morale viene sostenuta da un principio morale ragionato. L'imperativo morale che informava l'azione politica era, per Panunzio, come lo era per Mussolini e per Gentile, l'attuazione di sé dell'uomo. Il fatto che la Nazione rappresentasse il più efficace veicolo per l'attuazione di sé in quel periodo, era una realtà resa evidente, secondo Panunzio, dalla sociologia, dalla storia e dalla realtà economica. Per la fine del 1918, le strategie morali e intellettuali che stavano alla base del fascismo di Panunzio erano divenute chiare. Egli aveva sostenuto pubblicamente le proprie tesi. Nel 1919 divenne un pubblicista del fascismo. All'epoca dell'organizzazione del fascismo in movimento politico, la transizione intellettuale di Panunzio era ormai completata. Da allora in poi egli dedicò tutte le proprie energie alla derivazione delle conseguenze tattiche ed organizzative del suo impegno fascista.

CONTINUA…

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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Il fondamento razionale del fascismo

Con la fine del primo conflitto mondiale, Panunzio divenne uno dei più importanti portavoce intellettuali del nascente fascismo. Dopo il 1919 le energie del Panunzio furono quasi esclusivamente dedicate all'articolazione di ciò che egli riteneva dovesse essere il fondamento razionale del fascismo rivoluzionario. Non esiste una sola sua opera, pubblicata in quel periodo, che possa essere considerata « distaccata ». Tutto ciò che scriveva era studiato, direttamente o indirettamente, per recare un contributo al sistema di idee che egli pensava animasse le prime organizzazioni fasciste. Al proposito, la sua posizione era chiara. Panunzio negava che gli intellettuali potessero dar vita ad analisi « neutrali », ad analisi prive di implicazioni politiche 69.
Panunzio aveva sostenuto, anni prima, in lavori scritti quando era ancora un sostenitore del sindacalismo « proletario » 70, che tutti gli scienziati sociali, senza eccezione, sono mossi da interessi sentimentali, morali e politici. Se non fossero sensibili a questo tipo di considerazioni, gli scienziati sociali non avrebbero motivo di dedicare le proprie energie allo studio delle questioni sociali. Ma questi interessi fanno qualcosa di più del fornire la forza motrice per l'indagine scientifica; forniscono anche il punto di vista fondamentale per la comprensione di fatti presumibilmente « neutrali ». Ciascuno studioso fa proprio un « punto di vista » che dà forma alla sua interpretazione e articolazione dei fatti. Ciascuna elencazione di fatti è, in parte, organizzata secondo il punto di vista di chi la compie. Si può, e in un certo importante senso, si deve distinguere tra le componenti sentimentali, politiche e morali e quelle di fatto di ciascuna trattazione, ma non sarebbe realistico immaginare che ogni trattazione debba essere null'altro di più di un'elencazione di fatti « obiettivi » e « neutrali ». I fatti richiamano l'interesse soltanto quando sono rafforzati da elementi sentimentali, politici e morali. Riconoscere questa realtà vuol dire evitare di essere ingannati dalla pretesa che ogni singola narrazione possa essere « assolutamente » ed « obiettivamente » vera. Dopo il 1914, Panunzio definì la propria posizione morale, e di conseguenza politica, con notevole perspicacia ed ammirevole candore. Egli si unì agli interventisti che si erano radunati intorno a Benito Mussolini. Essendo uno dei più preparati tra loro, Panunzio si assunse la responsabilità di difendere le loro tesi. Il suo volume Il concetto della guerra giusta fu una difesa ragionata dell'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, pubblicato nel 1917. Principio e diritto di nazionalità, scritto all'incirca alla stessa epoca, si occupava dell'analisi del principio di nazionalità, un principio che era divenuto sempre più importante nel sistema di idee degli interventisti che avrebbero costituito, alla fine, i quadri dirigenti del fascismo. Diritto, forza e violenza, anche se non pubblicato fino al 1921, venne da lui scritto circa nello stesso periodo. In questo lavoro, Panunzio difendeva la rivoluzione violenta. Infine, come parte del suo trattato sulla Lega delle Nazioni, Panunzio si schierò a favore di un « sindacalismo nazionale ».
I temi contenuti in queste opere, scritte prima dell'organizzazione del primo fascismo, furono temi che vennero ripresi o sviluppati da Mussolini nei suoi scritti dello stesso periodo, periodo in cui quest'ultimo si tenne in stretto contatto con Panunzio. Esistono ben pochi dubbi sul fatto che i ragionamenti di Panunzio contribuirono a formare i pensieri dello stesso Mussolini. Spesso espressioni che si trovano nella prosa di Panunzio riappaiono negli scritti e nei discorsi di Mussolini. Il rapporto intellettuale tra Mussolini e Panunzio durante questo periodo sembra essere stato intenso e reciprocamente fortificante. Sergio Panunzio contribuì alla formulazione del fondamento razionale del fascismo prima ancora che esistesse un fascismo organizzato. Tutti quei temi che sarebbero rimasti basilari per l'ideologia fascista durante tutto il ventennio, fecero la loro esplicita comparsa nelle opere di Panunzio del periodo compreso tra il 1914 e il 1921. Erano temi che, da allora in poi, rimasero costanti nelle sue opere. Il primo insieme di questi temi riguardava la teoria della rivoluzione di Panunzio, dalla quale in seguito doveva svilupparsi la sua teoria della dittatura. Il secondo insieme di temi fondamentali fu dedicato al sindacalismo nazionale, dal quale si sarebbero evolute le sue concezioni sul sindacalismo statale e, in seguito, i suoi concetti di Stato sindacalista e corporativo. Infine, tutte queste considerazioni erano elementi di ciò che Panunzio definiva la propria teoria generale dello Stato. Tutte queste componenti compaiono nelle opere di Panunzio prima dell'avvento del fascismo al potere, ed alcune prima della fondazione ufficiale del movimento fascista nel 1919. Ai fini della ricostruzione storica, il fatto che gli elementi del fondamento razionale del fascismo si possano ritrovare con tanto anticipo è meno interessante del fatto che quasi tutti questi temi erano già abbozzati nei primissimi scritti di Panunzio. In realtà, Panunzio aveva ragione quando sosteneva che «... nel mio pensiero, attentamente e spassionatamente esaminato, non c'è contraddizione, ma sviluppo e precisazione, e che gli elementi logici della mia attuale posizione di pensiero sindacalistico, che s'inizia dal 1905, si possono nettamente trovare fin nel mio sindacalismo di quindici anni fa ». 71 Ci fu sviluppo e mutamento nel pensiero di Panunzio durante il decennio intercorso tra la pubblicazione del suo primo lavoro e la fine della prima guerra mondiale, ma ci fu anche coerenza e persistenza di temi. Molti dei temi che attrassero la sua attenzione nella primissima gioventù ricompaiono regolarmente nella successiva difesa che egli fece della dottrina fascista. Dopo il 1918, i temi centrali che possono essere isolati nelle opere di Panunzio sono i temi centrali del fascismo. Queste considerazioni suggeriscono che ci si può meglio avvicinare all'opera della maturità di Panunzio in termini di argomenti che ne costituiscono il nocciolo principale. Un tal metodo non soltanto potrebbe fornire una sommaria esposizione del fondamento razionale del fascismo dato da Panunzio, ma anche alcune indicazioni circa la continuità che caratterizza il suo pensiero, dal momento che molti dei successivi temi fascisti possono essere ritrovati fin nelle sue primissime pubblicazioni.
Speriamo, da quel che segue, di poter giungere a risultati almeno in parte interessanti, e precisamente al fatto che: 1) il pensiero di Panunzio si dimostrerà, in senso importante, coerente e conseguente dalla primissima giovinezza fino alla morte, avvenuta nel 1944; 2) Panunzio fu uno dei più impor-tanti ed efficaci ideologi del fascismo; 3) il fascismo, prima di giungere al potere con la Marcia su Roma, possedeva già tutti gli elementi del suo fondamento razionale maturo; e, finalmente che: 4) questo fondamento razionale rimase costante durante tutto il regime.

La teoria della rivoluzione. Come abbiam visto, Panunzio ha sempre avuto un certo numero di idee riguardanti la vita associata. Dalle sue prime opere, fino a quelle scritte nella piena maturità, ha sempre sostenuto che l'uomo, in quanto animale sociale, vive una vita che prende forma soltanto nell'ambito di un insieme di modelli di sviluppo condivisi con altri uomini. Egli respinse sempre il concetto individualistico secondo cui ogni uomo costituisce un'unità separata ed autonoma. Gli uomini sono esseri che vivono in associazione ed il comportamento di ogni uomo è governato da costumi, convenzioni, tradizioni, codici e speranze comuni. In sostanza, i comportamenti dell'uomo sono modellati da norme formali o informali. Tali norme rendono possibile la vita comunitaria e forniscono agli individui tutti i benefici spirituali che sono possibili soltanto nella società. Dal momento che gli uomini raggiungono la loro piena condizione di uomini soltanto nella comunità, tali norme, tali comportamenti modellati, hanno un'implicita sanzione morale. Date queste idee, molte cose divengono evidenti. Già nel 1907, Panunzio non accettava la concezione individualista del-l'uomo. Riconosceva la necessità morale e pratica di norme, convenzioni, codici e leggi che governano l'esistenza dell'uomo. Nel 1910, Panunzio identificava queste concezioni con il neo-idealismo che aveva cominciato a pervadere l'ambiente intellettuale italiano. Nel La persistenza del diritto, citava le opere di Benedetto Croce a sostegno dei propri ragionamenti circa l'importanza fondamentale, morale e psicologica, del comportamento governato da norme 72. Perciò, pur considerandosi egli ancora un « marxista » e in un certo senso un « positivista », l'influenza dell'idealismo etico che si ritrova nel neoidealismo italiano è già evidente in lui 73. Ai nostri fini, è interessante notare che all'incirca nello stesso periodo il giovane Mussolini sosteneva sostanzialmente le stesse tesi. Il giovane Mussolini, nel suo La filosofia della forza, proponeva la stessa valutazione delle condizioni che governano la vita dell'uomo. Mussolini rifiutava il concetto individualista che rende gli uomini « atomi » senza rapporti sociali innati. Nel suo giudizio gli uomini erano sostanzialmente animali di gruppo che vivono in associazioni governate da norme 74. Mussolini sosteneva che, indipendentemente da come si fossero costituite le associazioni, per conquista, per la preoccupazione della sopravvivenza collettiva, o per semplici sentimenti di affinità di gruppo, il comportamento degli uomini è governato da regole collettive di condotta 75. I « princìpi di solidarietà » legano inestricabilmente gli uomini fra loro e forniscono la base della vita morale e materiale. Inoltre, risulta evidente da tutto ciò che Mussolini scrisse da giovane, che, pur subendo egli in questo primo periodo l'influenza del positivismo di Roberto Ardigò, tuttavia mostrava di preoccuparsi di una « vera moralità », servita dalla « socialità dell'uomo ».76
[b]Queste idee dottrinarie erano condivise da molti sindacalisti rivoluzionari, particolarmente da quelli che alla fine sarebbero entrati nelle file del fascismo.77 In tutti costoro, il « positivismo » del primissimo periodo si trasformò gradualmente nell'« idealismo etico » del periodo immediatamente precedente lo scoppio della prima guerra mondiale.
Questa trasformazione può essere documentata tanto negli scritti di Mussolini, quanto in quelli di Olivetti, Orano e Panunzio.
Il contributo specifico di Panunzio a questo processo ideologico fu la sua particolare teoria della rivoluzione, un insieme di opinioni ragionate ed essenzialmente normative, che avrebbero fornito gran parte della sostanza etica delle idee rivoluzionarie del fascismo. Mentre elementi dei punti di vista di Panunzio si possono ritrovare negli scritti e nei discorsi di Mussolini durante gli anni del primo conflitto mondiale e quelli immediatamente successivi, Panunzio è unico tra gli intellettuali che si radunarono intorno al movimento fascista, in quanto propose una difesa esauriente e normativa del ricorso alla violenza durante l'azione rivoluzionaria. In questo caso, l'esposizione aveva cominciato a prender forma già dal 1907. Panunzio rimase impressionato dalla distinzione, tracciata da Georges Sorel, tra le rispettive funzioni della « forza » e della « violenza » nella vita sociale. Ponendo la distinzione, Sorel aveva sostenuto che la « forza » è la coercizione usata dalla legge vigente per il mantenimento del sistema politico al potere. La « violenza », invece, era la coercizione usata dalle forze del cambiamento radicale e sostanziale. Sorel tracciò la distinzione per porre in risalto la differenza tra la forza conservatrice e « borghese » e la violenza creatrice « proletaria ».78 Nei suoi primissimi scritti Panunzio si rifaceva a questa distinzione quasi con le stesse parole, e con lo stesso scopo, di Sorel. Ma nel 1917, Panunzio si serviva della distinzione per difendere l'intervento dell'Italia nella guerra che aveva sconvolto il continente. In Il concetto della guerra giusta, Panunzio afferma che la « forza » è quell'insieme di coercizioni usate per mantenere lo statu quo giuridico nazionale ed internazionale, mentre la « violenza » è la coercizione usata per introdurre vasti mutamenti sociali e internazionali. 79 La distinzione proposta originariamente da Sorel venne in tal modo estesa, così da riguardare anche casi di guerra internazionale oltre che di rivoluzione politica e sociale. Sta di fatto che, da allora in poi, Panunzio considerò la rivoluzione come « guerra interna », come un caso particolare della « guerra » in generale. 80 Panunzio sosteneva che sia la guerra sia la rivoluzione erano casi di conflitto tra forze sociali organizzate, che nel primo caso comportava la lotta in campo internazionale, nel secondo in campo nazionale. Ma in tutti e due i casi i princìpi normativi erano gli stessi. In tutti e due i casi ci si trova di fronte al tentativo, da parte di forze sociali nuove, emergenti, di rottura dei confini delle imposizioni giuridiche vigenti. Panunzio concepiva lo statuto, la legge codificata, sia nazionale sia internazionale, come un esempio di norme standardizzate di comportamento sostenute da sanzioni formali. La legge rappresenta il consolidamento di comportamenti sociali tradizionali. Una volta codificate e unificate, e sostenute da sanzioni formali, le convenzioni ed i costumi sociali diventano legge. Una volta entrata in vigore, la legge favorisce la persistenza di modelli prestabiliti di comportamento tra gli individui e i gruppi. La tradizione, l'apatia e il dominio della forza al potere possono sostenere un sistema di leggi per molto tempo dopo che questo ha cessato di soddisfare le necessità sentite dalla comunità. Ciò è particolarmente vero quando compaiono nuove forze sociali, economiche, politiche e intellettuali. Queste forze si ritrovano progressivamente emarginate dalla legge vigente e dalle sanzioni che la sostengono. I rapporti politici e sociali in vigore, sostenuti dalla legge, possono spesso subire mutamenti soltanto marginali, a causa del monopolio della forza mantenuto dal « potere ». Quando le leggi cessano di soddisfare le più elementari esigenze delle nuove forze che fanno la loro comparsa nel mondo, forse l'unico rimedio è la violenza. Il mutamento politico e sociale può minacciare i privilegi di quegli elementi sociali ed internazionali che detengono il monopolio della forza. Nelle congiunture critiche della storia, soltanto la violenza può prevalere sulla forza. Perciò Panunzio, pur sostenendo apertamente la necessità e la maestà della legge, era disposto ad ammettere che la legge codificata può agire da ostacolo per l'attuazione della giustizia e lo sviluppo dell'uomo. La legge è una necessità per il mantenimento della vita sociale, ma la legge deve subire mutamenti di fronte a diverse situazioni sociali, economiche, politiche e storiche. Mentre la vita sociale, la vita comunitaria internazionale e nazionale degli uomini, richiede il riconoscimento del principio di obbedienza alla legge, la legge positiva deve essere sempre sottoposta a modifiche per meglio servire i fini della vita sociale. Panunzio sosteneva che la sociologia del suo tempo, l'opera di Gumplowicz, Mosca e Pareto, aveva fatto capire anche al meno sensibile ed intelligente degli uomini che la legge positiva nazionale e internazionale è notevolmente resistente ai cambiamenti. In tempi di congiuntura critica la violenza è l'unico rimedio all'ingiustizia, all'incapacità della legge positiva di servire efficacemente le esigenze di sopravvivenza e di sviluppo dell'uomo. In Il concetto della guerra giusta, Panunzio sosteneva che queste situazioni critiche scaturiscono nel mondo moderno dal contatto tra nazioni « abbienti » e nazioni « non abbienti ». Le nazioni privilegiate, quelle nazioni il cui sviluppo politico ed industriale ha concesso lo stato di « Grandi Potenze », si sono dimostrate contrarie a prendere in considerazione, spassionatamente, la possibilità che le nazioni sottosviluppate abbiano il diritto ad una più equa redistribuzione delle risorse mondiali e dei benefici del benessere. 81 Per Panunzio, il primo conflitto mondiale forniva all'Italia, nazione « povera » e « sottosviluppata », l'occasione di infrangere le catene di un sistema internazionale divenuto chiaramente ingiusto. L'Italia aveva raggiunto l'unità nazionale nella seconda metà del secolo decimonono. Rappresentava una forza nuova che non riusciva ad inserirsi nella situazione internazionale esistente. Secondo Panunzio, nessun tentativo di soluzione, al di fuori della violenza, avrebbe potuto modificare lo status quo internazionale. La violenza, in questo caso, serviva gli interessi rivoluzionari della giustizia e l'imperativo di sviluppo degli uomini. La legge vigente, e le forze impegnate nella sua conservazione, erano divenute chiaramente ingiuste. Le esigenze umane, le esigenze della popolazione italiana, affollata in una penisola depauperata e umiliata da secoli di dominazione straniera, avevano generato un sentimento di massa che infiammava la richiesta dell'ingresso della Nazione nella prima guerra mondiale, per tentare di ottenere giustizia. Lo stesso tipo di ragionamento era alla base dell'analisi fatta da Panunzio della rivoluzione, considerata come esempio di « guerra interna ». 82 In Diritto, forza e violenza, pubblicato nel 1921, cioè nel periodo della lotta civile che sconvolse l'Italia dopo la prima guerra mondiale, Panunzio sostenne la causa della rivoluzione violenta. La logica era chiaramente la stessa di quella usata in Il concetto della guerra giusta. Le leggi vigenti, le istituzioni che queste leggi servivano e le forze che difendevano entrambe, erano i prodotti di un precedente periodo dello sviluppo dell'Italia. Le leggi e le istituzioni italiane erano l'espressione formale di sentimenti nati da esigenze che avevano caratterizzato la Nazione nel passato. Le nuove esigenze, sviluppatesi agli inizi del secolo ventesimo, la comparsa delle associazioni sindacali dei lavoratori, il parallelo sviluppo delle associazioni di imprenditori, le manifestazioni di un diffuso sentimento nazionale che si era rivelato con la guerra di Libia, non trovavano posto negli schemi di rapporti istituzionali che avevano retto l'Italia immediatamente prima, durante e subito dopo la prima guerra mondiale. Qualsiasi tentativo di introduzione dei sostanziali mutamenti che avrebbero potuto far trovar posto a queste nuove forze veniva ostacolato da quegli interessi che erano già rappresentati dalle istituzioni e difesi dalle forze organizzate dello Stato esistente. Tutte le caratteristiche del regime politico e sociale esistente erano state studiate per impedire mutamenti sociali radicali. Il parlamentarismo rappresentava gli interessi consolidati. I nuovi interessi creati dai vasti mutamenti del secolo ventesimo riuscivano a trovar posto nelle istituzioni esistenti soltanto mediante il compromesso sulle loro più essenziali esigenze ed i più sentiti ideali. I sindacati trovavano posto nello Stato soltanto attraverso « rappresentanti » individuali che erano costretti a giungere al compromesso ed al negoziato con gli interessi preesistenti, in un modo che Panunzio riteneva essere un tradimento della fiducia delle associazioni che essi erano chiamati a rappresentare. Tutte le tesi antiparlamentari comuni nel suo ambiente rafforzarono la convinzione di Panunzio sul fatto che la politica di compromesso ed inefficiente del regime vigente riusciva soltanto a rendere il governo della penisola ingiusto, se non addirittura impossibile. Panunzio sosteneva, ad esempio, che l'Italia si trovava di fronte ad un mondo concorrenziale nel quale ogni Nazione doveva trovarsi pronta a difendere i propri interessi collettivi, e che soltanto le Nazioni unite nei fini, governate con efficienza e sostenute da un sistema economico in espansione ed efficiente potevano sperare di sopravvivere ed ottenere giustizia. 83 Nel 1921, egli affermava che « nelle lotte tra popoli e popoli vincono quei gruppi che hanno la più serrata organizzazione e coesione interna ». 84 I tempi richiedevano che i « popoli oppressi » radunassero efficacemente le proprie energie per garantire l'equità e difendere i propri diritti contro l'oppressione delle nazioni « plutocratiche ». Alla base di tale programma era un programma molto ampio di ammodernamento economico e politico, una riorganizzazione ed uno sviluppo della base industriale ed economica della vita nazionale ed una razionalizzazione ed accentramento delle infrastrutture politiche. La vita italiana doveva essere profondamente modificata, mediante l'espansione delle fonti di energia elettrica e a vapore; dovevano essere sviluppate le comunicazioni; dovevano essere rese più efficienti le istituzioni finanziarie. L'apparato governativo doveva essere reso più competente. Soltanto in tal modo « i popoli proletari ed affamati » avrebbero potuto sopravvivere in un mondo dominato dai « popoli capitalisti e dissanguatoci ». 85 Per arrivare a tutto ciò, per dar vita, cioè, ad un efficiente sistema di rappresentanza dei nuovi gruppi, per riorganizzare lo Stato in modo da riuscire a far fronte alle necessità dell'ammodernamento e dello sviluppo industriale, per mobilitare tutti gli elementi della nazione contro l'opposizione delle forze del privilegio internazionale, era necessaria la rivoluzione. Ed alle rivoluzioni si accompagna inevitabilmente la violenza. La violenza rivoluzionaria è morale quando tale violenza è la conseguenza di una valutazione razionale delle esigenze di un particolare periodo storico. La violenza può venire usata legittimamente soltanto in difesa degli imprescrittibili ed inalienabili diritti del popolo.86 Se la comunità è il fondamento della vita individuale, e la vita è governata dagli imperativi della sopravvivenza e del perfezionamento, le comunità hanno il diritto morale alla difesa ed allo sviluppo.87 Quando le leggi vigenti, e la formalizzazione delle convenzioni che nel passato hanno sostenuto e favorito la vita comunitaria, diventano un impaccio per la difesa e lo sviluppo del momento, il cambiamento diventa imperativo. Se la ragione rivela che il cambiamento richiesto non può essere attuato attraverso le leggi vigenti, la rivoluzione diviene una necessità. Al suo servizio, la violenza è giustificata. Tale violenza deve essere impiegata con determinazione razionale, in maniera tale da rendere possibile una successiva pacificazione degli animi. 88 E' giustificata soltanto la violenza strettamente necessaria a provocare i mutamenti rivoluzionari dettati dalla situazione del momento. La violenza rivoluzionaria è morale, sana, pedagogica e razionale. E' retta dalla convinzione razionale secondo cui soltanto da un tale conflitto può sorgere un sistema nuovo e migliore di leggi. Questa violenza serve agli interessi di uno Stato potenziale, un nuovo sistema statale, che rappresenterà meglio le necessità di sopravvivenza e sviluppo della comunità che è il fondamento ultimo della vita individuale.89 Qualsiasi atto di violenza deve essere informato dalla chiara percezione del fatto che viene compiuto soltanto al servizio di un nuovo sistema di leggi. Qualsiasi atto che non sia tale è un atto di terrore, un atto di delinquenza che avviene durante gli episodi di violenza. Come nel corso di una guerra giusta crimini di guerra possono venir commessi da singoli individui, così nel corso della violenza rivoluzionaria da singoli individui possono venir commessi atti di delinquenza. Tali atti di delinquenza e di terrore devono essere deplorati, sosteneva Panunzio, non soltanto perché sono di per sé immorali, ma anche perché rendono sempre più difficile la restaurazione postrivoluzionaria della legge. La rivoluzione caratterizza un periodo di transizione tra due periodi di dominio della legge. Se dopo la violenza rivoluzionaria si vuole ristabilire l'autorità legale, soltanto la violenza strettamente necessaria può essere perdonata. Il terrore e la delinquenza distaccano gli uomini l'uno dall'altro e rendono sempre più difficile la reintegrazione della comunità sotto il dominio della legge. Questa, in sostanza, era la dottrina fascista della violenza « morale » intorno alla quale ruotavano i concetti di rivoluzione; e proprio nelle opere di Sergio Panunzio questa dottrina trova la sua più coerente espressione. Tutte le volte che lo stesso Mussolini ha parlato di violenza, l'ha sempre definita « una necessità durissima di certe determinate ore storiche », al servizio di un « sogno dell'Italia pacifica, concorde, laboriosa, in cui tutti si sentono figli della stessa madre ed accomunati agli stessi destini ». Parlando ad una riunione di fascisti nel giugno 1925, egli affermava: « Credo che tutti voi siate d'accordo nel deprecare la violenza spicciola, la violenza bruta, inintelligente, che noi non possiamo coprire, ma dobbiamo colpire. La camicia nera non è la camicia di tutti i giorni e non è nemmeno un'uniforme; è una tenuta di combattimento e non può essere indossata se non da coloro che nel petto alberghino un animo puro. « Voi sapete quello che io penso della violenza. Per me essa è profondamente morale, più morale del compromesso e della transazione. Ma perché abbia in se stessa la giustificazione della sua alta moralità, è necessario che sia sempre guidata da un'idea, giammai da un basso calcolo, da un meschino interesse ». 90 Questi non erano semplicemente vaghi sentimenti comuni ai sostenitori della rivoluzione. Tutti i rivoluzionari sostengono che la violenza è necessaria per fini morali. I sentimenti di Mussolini, tuttavia, erano tenuti insieme da un complesso di ragionamenti derivati da quelli già espressi da Panunzio fin dal 1917. Ogni volta che Mussolini si diffuse su questi sentimenti, comparvero parafrasi dei ragionamenti di Panunzio. Nel giugno 1922 Mussolini, occupandosi delle conseguenze della violenza fascista, 91 sostenne che la violenza fascista era violenza diretta contro il sistema statale che si era dimostrato incapace di affrontare le difficoltà del periodo postbellico. Il fascismo, sostenne, difende la concezione dello Stato. Lo Stato, l'« incarnazione giuridica della Nazione », doveva essere inteso come una necessità della vita sociale. Ma la difesa dello Stato in linea di principio non voleva dire che il fascismo avrebbe difeso qualsiasi particolare sistema statale. E' vero: la società non può esistere senza modelli retti da norme che rendano possibili i rapporti tra gli individui ed i gruppi, ma ciascun periodo storico richiede un sistema di rapporti regolati da leggi adatto alle proprie particolari esigenze, condizionate dal tempo.
In questo senso, la violenza fascista era rivolta contro lo Stato esistente allo scopo di promuovere la nascita di un nuovo sistema statale. Il fascismo era uno Stato virtuale, uno Stato potenziale in formazione. La sua violenza era la sanzione che un giorno sarebbe divenuta la forza che avrebbe sorretto la legge. Il fascismo era « una rivoluzione che conserva, rafforza e difende l'idea dello Stato », promuovendo la nascita di un nuovo Stato più adatto alle esigenze morali e materiali del periodo. In questo inequivocabile senso, il fascismo era un esempio di « conservazione rivoluzionaria », di violenza rivoluzionaria studiata per restaurare, vivificare e rafforzare lo Stato, quel necessario sistema di rapporti governati da leggi che rende possibile e perfettibile la vita collettiva
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Panunzio continuò, per tutta la vita, a definire il fascismo rivoluzionario, nel senso che usava la violenza per rovesciare il sistema statale vigente, e conservatore nel senso che invocava la violenza al servizio degli interessi perenni e ideali dello Stato. 93 Lo Stato, considerato in astratto, rappresentava per Panunzio la « persistenza della legge », che, nei suoi primi scritti, egli aveva definito essenziale per la vita collettiva. La forza ha la funzione di sanzione formale dello Stato in concreto. La violenza rappresenta le doglie del parto dello Stato virtuale o potenziale in formazione. Lo Stato, in ciascun particolare periodo storico, rappresenta il livello di giustizia che è dialetticamente scaturito dagli interessi contrari e dalle necessità collettive. Nei momenti critici di questo processo, la violenza diviene necessaria perché la legge positiva è incapace di dar posto ai radicali mutamenti richiesti dalle esigenze radicalmente mutate. L'astenersi dalla violenza, in questi momenti, sarebbe immorale. Panunzio definì il periodo della violenza insurrezionale un periodo di transizione tra i due sistemi statali concreti e storicamente determinati. Una volta chiusa la fase rivoluzionaria, è necessario codificare e formalizzare le nuove leggi, implicite nella rivoluzione. Questo periodo è il periodo della dittatura rivoluzionaria, un periodo in cui compaiono nuove leggi ed in cui le nuove forme legali e istituzionali non sono ancora esattamente definite 94.
La dittatura rivoluzionaria è la conseguenza di una violenza rivoluzionaria che ha ottenuto il successo. La violenza rivoluzionaria è una necessità morale, razionale e progressista in un determinato insieme di situazioni internazionali, storiche, sociali ed economiche. L'organizzazione che rappresenta la forza alle spalle della dittatura e che impersona la volontà espressa dalla violenza storica è il partito rivoluzionario. Il partito rivoluzionario, da parte sua, è un fenomeno tipico del mondo moderno. E' il prodotto della disponibilità di masse mobilitabili tipica del nostro tempo. La disponibilità delle masse, la loro risposta alle fantasie ed ai simboli mitici, costituiscono le condizioni necessarie della politica rivoluzionaria attuale 95. Il partito rivoluzionario, a differenza dei partiti politici dei regimi parlamentari, è un partito di « ideali grandiosi », un partito « totalitario », un partito che è l'incarnazione di uno Stato in formazione 96. Roberto Michels ha definito il partito rivoluzionario un partito che possiede una Weltanschauung intransigente, un partito legato alla « purezza teorica » 97. Per Panunzio, questa « purezza » e questi « ideali » avevano in definitiva carattere morale e di conseguenza egli definiva il partito rivoluzionario « religioso », « missionario » ed « ecclesiastico » in potenza. Il nuovo Stato, che il partito rivoluzionario fonda e sostiene, è uno « Stato etico e totalitario », attuazione di imperativi morali intransigenti e di studi sociologici delle concrete realtà storiche e sociali del periodo rivoluzionario di crisi. Proprio questa crisi dà luogo alle condizioni che determinano la comparsa stessa del partito rivoluzionario. Per difendere l'integrità del nuovo Stato in via di formazione, il partito rivoluzionario instaura una dittatura rivoluzionaria. La dittatura si assume quindi l'obbligo di ricorrere alla forza per difendere la nuova legge che è la conseguenza della rivoluzione. Già in La persistenza del diritto Panunzio affermava che la forza è necessaria per la difesa della legge 98. Gli uomini si abituano soltanto gradualmente ad un comportamento conforme alle leggi. Anche una legge che sia moralmente impeccabile e fondamentalmente razionale richiede il ricorso alla sanzione formale fino al momento in cui l'educazione civica non permetta agli uomini di provare un rispetto spontaneo per la legge 99. Panunzio riteneva che ciò fosse particolarmente vero per la legge rivoluzionaria, anche se di nuova formulazione dopo la conclusione felice della rivoluzione 100. Un ultimo elemento dell'analisi di Panunzio del processo rivoluzionario è di particolare interesse. Panunzio sviluppa i temi della forza e della violenza, la funzione del partito rivoluzionario nella mobilitazione delle masse tramite l'appello a esigenze materiali e morali fondamentali per mezzo del mito e delle formule politiche. La rivoluzione che riesce a mobilitare le energie elementari e ad organizzarle efficacemente, produce alla fine la dittatura, che, come lo Stato, detiene il monopolio di tutti gli organi di sanzione formale per la difesa totalitaria del nuovo si¬stema legislativo e delle sue istituzioni caratteristiche. Panunzio sostiene ancora che la rivoluzione moderna, che ha carattere peculiare, dà luogo ad un'altra caratteristica che si impone alla nostra attenzione: quella che egli definisce « dittatura eroica ».

La dittatura eroica è quella forma di dittatura rivoluzionaria che si incarna in un sol uomo. A questo punto Panunzio cita il saggio di Michels sulla « guida carismatica » per dar maggior vigore alla propria analisi. Panunzio sosteneva che nelle particolari circostanze che governano la rivoluzione moderna, masse di uomini spatriati e disorientati dalle crisi che si sono abbattute sul mondo moderno, hanno la necessità psicologica di essere guidate e di trovare la guida in un gruppo scelto di uomini del moderno partito rivoluzionario o, preferibilmente, nella guida di un uomo speciale, un « eroe », un « capo carismatico » che sia l'incarnazione degli ideali della rivoluzione 101. Molti degli elementi che si trovano nella discussione di Panunzio hanno una qualità singolarmente moderna. Il suo concetto di rivoluzione come « guerra interna » è stato di recente riscoperto dagli scienziati sociali negli Stati Uniti 102. Così anche il concetto di guida « eroica » e « carismatica » ha dato vita ad una gran quantità di letteratura analitica contemporanea. Molti degli argomenti che interessavano Panunzio sono tuttora fondamentali per l'analisi e la difesa degli atteggiamenti rivoluzionari. Comunque, lo scopo di questa trattazione non è quello di convincere il lettore del fatto che l'analisi di Panunzio è di per sé interessante. Lo scopo è quello di stabilire il fatto che una simile analisi fu prodotta in ambiente fascista. Con la mia esposizione ho tentato di riassumere, nel modo più efficace possibile, gli argomenti normativi di Panunzio, e precisamente il suo « idealismo morale » rivoluzionario. Sostanzialmente, non mi sono occupato dell'analisi sociologica e politica. Lo scopo di questo scritto è quello di sottolineare brevemente gli impegni morali del fascismo così come vennero intesi da uno dei suoi più seri esponenti. Spessissimo e con estrema sicurezza viene affermato che il fascismo non possedeva argomenti morali, che il fascismo era totalmente indifferente a qualsiasi preoccupazione di ordine morale; perciò questo mio saggio è per me molto impegnativo. Panunzio tentò di fornire al fascismo un fondamento razionale normativo. La sua « teoria della rivoluzione » era studiata per. fornire gli argomenti morali a sostegno della violenza. In sostanza, indipendentemente dal fatto che qualche fascista abbia mai dato credito a tali opinioni, o che qualsiasi fascista si sia comportato in conformità di esse, esisteva un fondamento razionale normativo fascista circa la rivoluzione e la violenza che ad essa si accompagna. Non è vero che i fascisti non abbiano mai tentato di proporre tesi a favore della loro rivoluzione. Non è vero che i fascisti fossero bruti sostenitori della brutalità senza idee. Comunque si siano comportati o mal comportati i fascisti, esisteva una tesi normativa tanto valida ed intelligente quanto qualsiasi altra formulata da un partito rivoluzionario a sostegno della propria violenza rivoluzionaria 103. Il fatto che i fascisti in generale o individualmente credessero a questa tesi o agissero in conformità ad essa, è di scarsa importanza a questo punto. Non esiste alcuna prova convincente del fatto che un qualche rivoluzionario, di qualsiasi convinzione, abbia creduto realmente nel fondamento razionale proposto per difenderne i comportamenti. Quello che si può affermare con certezza a questo punto è il fatto che esistette un fondamento razionale normativo fascista per la rivoluzione e la violenza che l'accompagna e che non fu meno valido di qualsiasi altro proposto da un partito rivoluzionario nel secolo ventesimo 104 e che infine, questo fondamento razionale trova la sua più valida espressione nelle opere di Sergio Panunzio. Tutto ciò premesso, comunque, l'interesse di Panunzio non era puramente normativo. Sebbene egli fosse convinto che la giustificazione ultima del cambiamento rivoluzionario fosse morale, « ideale » o « filosofica » 105, Panunzio era tuttavia consapevole del fatto che un fondamento razionale politico richiedeva una base nella realtà concreta, empirica. Fin dalla primissima gioventù, come abbiam visto, Panunzio sosteneva che i « fatti » sono le chiavi di volta delle « teorie » e che i principi morali possono adattarsi validamente soltanto a situazioni economiche, sociali e storiche concrete. In questo senso, Panunzio fu un intellettuale « antidogmatico » ed « antiintellettualista ». Il suo sistema di idee, sebbene in senso definitivo fosse filosofico ed etico, conteneva uno svariato insieme di convinzioni riguardanti la realtà concreta, che ebbe in Panunzio un attivo protagonista. Queste ultime convinzioni influenzarono la sua interpretazione delle esigenze di ciascun successivo periodo della sua vita politica. Il suo sistema di idee, il suo fondamento razionale per il fascismo, subirono successive modificazioni. Perciò, pur rimanendo costanti i temi che caratterizzarono il suo pensiero, i suoi consigli e le sue analisi subirono regolari e, talvolta, importanti cambiamenti. Ciò risulta chiarissimo dal modo con cui si è occupato del concetto di Stato, quale elemento centrale del suo fondamento razionale per il fascismo.

La Teoria dello Stato. Molto di quel che Panunzio avrebbe detto circa lo Stato era già implicito nelle sue opere pubblicate quando egli era ancora un sostenitore del « sindacalismo proletario ». In Sindacalismo e medio evo, egli parlò di una « federazione organizzata e indipendente » di sindacati « autonomi » che avrebbero costituito il « nuovo » ordine sociale prodotto dalla rivoluzione 106. In La persistenza del diritto sosteneva che i rapporti governati da norme tra individui e persone giuridiche devono, di necessità, essere sostenuti dall'uso della sanzione pubblica, della forza 107. In sostanza, come egli stesso ammise più tardi, 108 i suoi primi scritti già contenevano un'anticipazione delle sue successive idee sullo Stato. Se i sindacati, « organizzati spontaneamente » e « federati volontariamente », erano, in ultima analisi, tenuti uniti da re¬gole giuridiche, sorrette dalla forza, l'organismo che esercitava il potere definitivo di regolamentazione e sanzione non poteva essere altro che un nuovo Stato. In seguito, quando scrisse su questo argomento, Panunzio ammise chiaramente che lo « Stato » deve essere considerato come quel potere sovrano esercitato nel nome di un aggregato organizzato di uomini. Se un qualsiasi aggregato di uomini è « organizzato », esiste implicitamente un richiamo ad un potere sovrano, ad un arbitro ultimo che rappresenti, implicitamente o esplicitamente, gli interessi generali dell'« associazione ». Se l'organizzazione è tenuta in piedi dall'uso della sanzione, indipendentemente dal fatto che la sanzione sia una pura usanza o sia codificata in leggi positive, l'esistenza stessa di questa pubblica sanzione sottintende l'esistenza dello Stato » 109. Lo « Stato », perciò, costituisce un « ideale eterno ». Lo Stato esiste dovunque gli uomini vivano in associazione. E dal momento che, secondo Panunzio, gli uomini sono animali sociali, lo Stato è esistito, in linea di principio, da quando esistono gli uomini. Lo « Stato », nella sua qualità di arbitro ultimo della legge, costituisce il governo legale che rende possibile la vita collettiva. E, come abbiamo visto, la vita collettiva, la società, è il fondamento della personalità umana 110. Panunzio concepiva la società come il fondamento materiale dello Stato.111 La società è la somma degli aggregati, istituzioni e associazioni di interessi interagenti. Lo Stato è l'organo sovrano che le dà forma. E' l'incarnazione giuridica degli svariati elementi che costituiscono il sistema sociale. « Lo Stato », sosteneva Panunzio, « è l'unità della società, la società, cioè, unificata, personificata... » 112. Lo Stato è l'arbitro sovrano dei conflitti infrasociali; è il depositario ultimo della forza autoritaria nel sistema sociale. Panunzio definiva queste concezioni statocrazia[/], il governo dello Stato. Ma non le definiva [i]statolatria, cioè culto dello Stato 113. Anche se lo Stato possiede proprietà tipiche della religione, in quanto ha scopo etico, è sorretto da un sentimento affine alla fede, un sentimento favorito dal rituale e dal mito che promuove il sacrificio e la dedizione, lo Stato non è un fine a sé stesso. « Lo Stato esiste per la società » sosteneva Panunzio, « non viceversa » 114. Lo Stato è il garante della legge, assicura modelli organici di rapporti tra individui ed associazioni che diano ordine al sistema di individui, istituzioni e associazioni che costituiscono la società e senza il quale la vita cesserebbe di avere ordine, sicurezza e qualità umane. La società, la socialità è l'essenza della vita umana. Panunzio fu convinto di ciò fin dagli anni giovanili, quando era ancora un teorico del sindacalismo proletario. Da teorico fascista, egli sostenne che la socialità, all'epoca nostra, aveva assunto una forma contingente e condizionata dai tempi: « la nazionalità ». « La nazionalità », scriveva, « non è che una forma organica, concreta, storica di socialità. La Nazione non è che una società qualificata, è una forma organica, concreta, storica di società » 115.
La società, in una o nell'altra delle sue molte forme, è esistita da quando esiste l'uomo. La nazionalità, come funzione della consanguineità, della cultura, della geografia e della storia, è la particolare forma che la socialità ha assunto nel mondo contemporaneo. Soltanto alcune società nel mondo moderno hanno raggiunto il livello della nazionalità; la gran parte rimangono semplici società, inconsapevoli del senso della nazionalità. La società è la forma necessaria della vita umana; la nazionalità ne è una delle manifestazioni contingenti 116. Il fatto che in alcuni casi un sentimento di nazionalità costituisca la base psicologica del sentimento dello Stato è una particolarità di alcuni aggregati umani. E' un fenomeno che si ritrova tra le società più sviluppate, più « civilizzate ».
Tutte le società si articolano in sottogruppi, associazioni sia naturali sia volontarie. Nel mondo moderno, il progresso dell'industria e le esigenze dell'economia moderna hanno favorito la crescita dei sindacati, associazioni fondate sugli interessi economici. In alcune società, la comparsa contemporanea o in tempi successivi del sentimento di nazionalità e della organizzazione degli uomini in sindacati di interesse particolare e limitato provocano la necessità di una sintesi delle due cose: ciò che Panunzio ben presto definì « sindacalismo nazionale ». Secondo Panunzio, furono la crisi del socialismo ed il trauma della prima guerra mondiale a palesare questa realtà agli italiani 117. La guerra rivelò le profonde necessità etiche e psicologiche che trovarono espressione nel diffuso sentimento di nazionalità. Le realtà degli anni prebellici avevano palesato, con eguale chiarezza, la predisposizione sindacalista tra gli uomini organizzati in comunità di interesse economico immediato. Soltanto una loro sintesi poteva risolvere, secondo l'opinione di Panunzio, la crisi che si era abbattuta sullo Stato. Prima della guerra, Panunzio aveva pensato che i sindacati potessero assumere tutte le funzioni dello Stato. La guerra rese chiaro che i sindacati non potevano rappresentare tutti i ricchi complessi sentimenti del popolo italiano. Con l'interventismo, Panunzio aveva scoperto i fondamenti critici e psicologici dello Stato. Lo Stato avrebbe espresso i fortissimi sentimenti nazionali riaccesi dal conflitto europeo. Il sentimento dello Stato era l'espressione giuridica e politica degli interessi comuni di fondo che univano tutti gli italiani di qualsiasi derivazione sociale, di qualsiasi credo religioso, di qualsiasi origine regionale 118. Oltre a ciò, se l'Italia voleva vincere la millenaria umiliazione, la sua inferiorità internazionale, il suo ritardo economico la sua arretratezza politica, aveva bisogno dell'accentramento dell'integrazione di tutte le funzioni nazionali e di tutti i fattori produttivi. Aveva bisogno di frugalità, disciplina, sacrificio dedizione di tutti i cittadini. Ne aveva bisogno per affrontare l'opera di ammodernamento e di concorrenza internazionale come un unico blocco, unito ed infrangibile 119. A questi fini, tutte le associazioni e istituzioni che, negli anni, erano pullulate spontaneamente nella società italiana do-vevano essere efficacemente organizzate per uno scopo comune. Soltanto lo Stato sovrano, in possesso della definitiva responsabilità giuridica sovrana poteva ottenere ciò. Una volta giunto a questa conclusione, il « sindacalismo nazionale » di Panunzio venne più correttamente definito « sindacalismo statale » e « giuridico », per meglio caratterizzare la sua posizione. Ben presto, i fascisti non definirono più le loro concezioni economiche « sindacalismo nazionale », ma, più appropriatamente, « sindacalismo di Stato » 120. I sindacati economici dovevano venir giuridicamente riconosciuti e incorporati come organi funzionali dello Stato sovrano. Durante i primi anni del regime fascista, i rapporti tra i sindacati dei produttori e tra i sindacati classisti dei lavoratori e le associazioni di datori di lavoro furono retti da contratti collettivi e sottoposti alla supervisione di una magistratura del lavoro. Nello stesso periodo, Panunzio riteneva che i « Gruppi di competenza » avrebbero costituito il primo elemento di quella che egli chiamava « Magistratura economica » (che poi il fascismo chiamò « Magistratura del lavoro »), cioè la prima precisa proposta di una vera e propria rappresentanza corporativa, completa e al di sopra delle parti sociali, che avrebbe dovuto soprintendere ai rapporti tra i diversi fattori della produzione nazionale.121 Inizialmente il termine « corporazione » era usato frequentemente tra i fascisti come un semplice sinonimo di « sindacato », oppure in alternativa lo stesso termine era usato con riferimento ad una federazione nazionale di sindacati 122 . D'altronde, originariamente il termine « sindacati » era inteso con riferimento alle associazioni di categoria, sia dei datori di lavoro che dei lavoratori. Ma non era chiaro come tali sindacati avrebbero dovuto essere in rapporto tra loro e con lo Stato per il riconoscimento dei contratti collettivi. E' comunque chiaro che Panunzio per primo comprese la necessità di un più organico e funzionale sistema di rapporti fra le parti sociali, che egli raffigurò appunto nei « Gruppi di competenza ». Egli riteneva che tali Gruppi avrebbero dovuto costituire altrettanti organi di collegamento tra i sindacati, anzi degli arbitri tra capitale e lavoro, attraverso un complesso di organismi molto competenti e al di sopra dei sindacati, concretantisi in comitati locali e nazionali aventi specifiche prerogative consultive, scientifiche e tecniche. Le loro deliberazioni avrebbero dovuto costituire le necessarie premesse ad una legislazione sociale fascista. I « Gruppi di competenza » non furono in realtà mai organizzati, e quindi mai funzionarono nel modo previsto.
Un altro tentativo volto a soddisfare le previste e specifiche funzioni corporative dello stato fascista, fu quello dedicato alla costruzione di un « corporativismo integrale » o, come Panunzio lo definiva, « corporativismo istituzionale » nel quale tutti i sindacati, quelli dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro, avrebbero dovuto essere organizzati in confederazioni unitarie. Accogliendo tutti i fattori della produzione nazionale in queste Corporazioni, riconosciute dalla legge, ci si aspettava di riuscire ad integrare efficacemente le loro funzioni. La resistenza della più potente delle associazioni dei datori di lavoro, la Confederazione dell'Industria, ne precluse il successo e vennero cercate forme differenti 123. Durante gli anni vennero compiuti alcuni tentativi per giungere alle funzioni integrative che Panunzio aveva anticipato parlando dei compiti dei Gruppi di competenza. Nel 1930 venne compiuto il tentativo di organizzazione di un efficiente Consiglio Nazionale delle Corporazioni, cui spettava il compito dell'emanazione delle « norme corporative », che dovevano essere approvate dall'Assemblea generale del Consiglio. Al tempo stesso, un Comitato Corporativo Centrale assunse le funzioni di un precedente Comitato intersindacale centrale che fino ad allora aveva tentato di regolare i rapporti tra i sindacati al di fuori dei contratti collettivi e dei Tribunali del Lavoro. Al Comitato Corporativo Centrale spettava anche il compito di ottenere l'integrazione, il coordinamento e la direzione affidati in teoria, ad altri organi costituzionali con le leggi del 1930 e del 1934. Verso la fine del regime fascista venne tentata un'altra formula. Venne compiuto il tentativo di riorganizzare le funzioni legislative del Governo in maniera tale da modificare il carattere tricamerale che il Regime era andato assumendo (il Senato, la nuova Camera e l'Assemblea Generale del Consiglio delle Corporazioni). Venne quindi proposta una Camera, unificata, dei Fasci e delle Corporazioni, nella quale gli interessi politici della Nazione sarebbero stati rappresentati dai Fasci (ed in sostanza dal Senato) e le associazioni economiche dalle Corporazioni. Dal momento che gli interessi politici non andavano esenti da risvolti economici e viceversa, si affermò che una Camera unificata avrebbe meglio rappresentato ed integrato le forze vitali della comunità nazionale 124. In Teoria generale dello Stato fascista, Panunzio si dedicò ad una minuziosa analisi delle caratteristiche giuridiche, rappresentative, integrative, legislative ed economiche della Camera cor¬porativa125. Non abbiamo lo spazio, né avrebbe valore farlo ai fini di questa introduzione, per intraprendere un'analisi accurata dello studio del Panunzio. Ai nostri fini è importante capire che Panunzio concepiva la Camera dei Fasci e delle Corporazioni come uno sviluppo dei primitivi Gruppi di competenza che, secondo lui, in precedenza avrebbero dovuto avere il compito di sintetizzare e organizzare le funzioni corporative devolute infine alla Camera fascista 126. Sarebbe fuori luogo tentare di passare in rassegna, in queste poche righe, tutti i pensieri di Panunzio sul corporativismo fascista. La quantità di materiale da lui lasciataci al proposito è incredibilmente ampia e complessa. L'unico punto che è bene qui sottolineare è che Panunzio riteneva l'esperimento fascista incompleto fintanto che i legami corporativi del nuovo Stato non avessero definitivamente ed efficacemente integrato tutti i fattori della produzione sotto la guida, la direzione e la tutela dello Stato totalitario, incarnazione della società totalitaria, una società formata da individui ed entità giuridiche, unite in una struttura statale integrale. Panunzio sostenne costantemente che il fascismo era un movimento rivoluzionario che rifletteva le diffuse e particolari necessità dell'Italia del suo tempo. Di conseguenza, il fascismo non procedeva secondo un perfetto e particolareggiato programma di « mutamento rivoluzionario ». Già nel 1907, Panunzio aveva sostenuto che le istituzioni sono il consolidamento di comportamenti collettivi. Sosteneva che le istituzioni e le aspettative formali che trovano espressione nella legge codificata seguono, e non precedono, i comportamenti che governano le associazioni che si formano spontaneamente nella società. I fasci stessi, affermava, erano la risposta spontanea della parte migliore della popolazione italiana alla crisi del periodo postbellico. Allo stesso modo, i sindacati non erano stati creati dallo Stato o da un partito politico, ma erano scaturiti dalle esigenze naturali di un sistema industriale in sviluppo. Secondo la stessa logica, gli organi corporativi, che dovevano amalgamare e coordinare i rapporti tra i sindacati, dovevano necessariamente scaturire dai rapporti reali che le esigenze della produzione moderna provocavano.127 Dal momento che i rapporti intersindacali, ed i rapporti tra il fascismo in quanto partito politico ed i sindacati in quanto rappresentanti di interessi economici, sono tanto complessi, la struttura corporativa dello Stato procede soltanto al ritmo voluto 128. L'infrastruttura del corporativismo si sviluppa dalla necessità di rapporti giuridici fra gli elementi della produzione e tra questi elementi e le forze politiche che ispirano lo Stato. Sta di fatto che i rapporti tra questi elementi trovarono espressione istituzionale in tutta una serie di organi dell'Italia fascista: nel Comitato Corporativo Centrale, nei Consigli delle Corporazioni, talvolta nei vari Ministeri dello Stato, talaltra tramite Enti parastatali quali l'Istituto Mobiliare Italiano e l'Istituto per la Ricostruzione Industriale. Nel 1939, il Fascismo aveva dato vita ad un sistema di controlli governativi su tutti i fattori interessati alla produzione nazionale tale da essere più onnipresente di qualsiasi altro sistema statale al di fuori dell'Unione Sovietica 129. Le concezioni generali di Panunzio rimasero notevolmente costanti durante tutti questi anni. Lo Stato costituiva per Panunzio non soltanto il potere sovrano ultimo, ma anche la sostanza morale della comunità. Rappresentava la sostanza morale della comunità in quanto l'autorità dello Stato poggiava in ultima analisi sui suoi obblighi morali: la creazione, cioè, di un ambiente in cui la vita individuale potesse perfezionarsi 130. Nei suoi ultimi saggi, Panunzio sottolineò che « nello Stato fascista il diritto ha il suo fondamento nella morale » 131. La legge era l'espressione mediata, concreta e contingente di interessi morali perenni e collettivi. Gli uomini si organizzano nella società. In ogni determinato periodo, la società si manifesta in associazioni e istituzioni che ne rappresentano la forma del momento. Nell'Italia del suo periodo, Panunzio ritrovava queste forme e queste associazioni nel partito rivoluzionario, che rappresenta l'incarnazione delle diffuse e fondamentali esigenze dell'intera comunità nazionale, nei sindacati in cui trovano più efficacemente espressione gli interessi immediati e settoriali, e nelle corporazioni, che uniscono, integrano e dirigono le associazioni vitali che costituiscono la complessa comunità nazionale. La società, date le necessità storiche, è integrata gerarchicamente in modo che il partito rivoluzionario fornisca l'energia per i mutamenti sociali. Questo partito favorisce lo sviluppo di istituzioni che regolino le associazioni politiche ed economiche ed i loro reciproci rapporti, nati spontaneamente nella società. Da tutto ciò deriva il « Regime », organizzazione transitoria che caratterizza il periodo tra la vecchia società e la nuova 132. Come lo « Stato borghese e parlamentare », cui occorse più di un secolo per rendere stabili le proprie caratteristiche istituzionali, così anche allo « Stato nuovo e corporativo » occorrerà un periodo di transizione durante il quale le forze sociali in evoluzione troveranno piena ed adatta espressione in adatte forme istituzionali. Queste forme potrebbero dare al popolo, organizzato in associazioni politiche ed economiche, effettiva espressione nella sintesi giuridica costituita dallo Stato moderno. E' chiaro che per Panunzio il processo era tutt'altro che completo. In uno degli ultimi saggi da lui pubblicati sull'argomento, Panunzio scrisse che l'organizzazione corporativa dello Stato nuovo e fascista era ancora imperfetta 133. Non è vero che i teorici fascisti non riuscirono a scorgere il carattere imperfetto e transitorio dello Stato corporativo che andavano costruendo. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, che stroncò l'esperimento corporativo, trovò il « nuovo Stato » ancora incompleto. Quando Sergio Panunzio morì, nel 1944, la tragedia si era abbattuta sulla penisola italiana. L'impresa cui si era dedicato Panunzio per tutta la sua vita era rimasta senza conclusione.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Sab Ott 27, 2012 8:00 pm    Oggetto:  
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La Sintesi

Sergio Panunzio ha sempre affermato che la « teoria » può soltanto seguire i processi sociali fondamentali. Una valida teoria dello Stato fascista potrebbe trovare espressione soltanto dopo la conclusione dei processi sociali che fecero della sua comparsa una necessità pratica e prevedibile. Ammesso ciò, resta ancora abbastanza, del patrimonio intellettuale lasciato da Panunzio, per tracciare l'abbozzo dello Stato fascista come egli lo intese. Per Panunzio, il nuovo Stato era il prodotto di incoercibili necessità che tentarono una soluzione spontanea nella penisola italiana. I mutamenti economici avevano favorito la crescita di associazioni che rappresentavano i particolari interessi dei vari fattori della produzione. E la produzione era la base stessa della moderna vita sociale. In gioventù, Panunzio pensava che queste associazioni, sorte spontaneamente durante il processo di produzione industriale, fossero abbastanza complesse e comprensive da assorbire tutte le energie sociali e psicologiche degli uomini. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, Panunzio riconobbe che la vita sociale efficiente e vitale richiede una comunità più ampia e più profondamente radicata nel sentimento umano di quanto non possa trovarsi in associazioni esclusivamente economiche. La vita sociale italiana poteva trovare piena espressione soltanto in una nazione economicamente matura e internazionalmente rispettata. L'identità nazionale costituiva in quel periodo, per Panunzio, il fondamento ultimo della vita collettiva per gli italiani di qualsiasi classe, categoria ed origine religiosa e regionale. Il richiamo al sentimento di nazionalità doveva fornire la base per i successi iniziali di proselitismo goduti dal movimento fascista. Italiani,
in quanto italiani, si organizzarono nei primi fasci. L'intento programmatico del movimento era quello di rendere l'Italia una « grande potenza », mediante l'organizzazione di tutte le energie verso un rapido sviluppo ed ammodernamento della penisola. Si poneva l'accento sull'espansione, l'intensificazione e la razionalizzazione della produzione. Panunzio diede molta importanza a questi temi durante tutta la sua vita intellettuale 134. Un tale programma si richiamava non soltanto al sentimento generale, ma anche a gruppi di interesse organizzati, ed il successo iniziale di proselitismo del movimento fu sostenuto dall'appoggio di elementi produttivi già consolidati. L'accento sulla produzione permise a tutti i multiformi elementi della vita economica e sociale italiana di unirsi intorno ad un programma di espansione dal quale tutti potevano pensare di trarre vantaggio. L'idea della creazione di una « più grande Italia » era psicologicamente ed economicamente allettante per grandi settori della popolazione. Si richiedeva organizzazione, mobilitazione, disciplina e disponibilità al sacrificio. Ogni interesse settoriale o particolare doveva essere organizzato al servizio della nazione 135. Se la proprietà e l'iniziativa privata venivano difese, ciò dipendeva in gran parte dal fatto che proprietà e iniziativa privata si erano dimostrate utili nel difficile processo di rapida industrializzazione e di aumento della produzione 136. Quale che fosse il fondamento razionale, filosofico ed etico della proprietà e dell'iniziativa privata, queste venivano considerate responsabilità sociali e nazionali, soggette al controllo ed alla direzione collettiva quando la situazione lo imponesse 137. L'esperienza bolscevica, cioè l'abolizione dottrinaria della proprietà privata, aveva gravemente danneggiato lo sviluppo industriale della Russia. Quest'esperienza era sufficiente per Panunzio, e per i fascisti, per respingere l'accettazione incondizionata dell'abolizione della proprietà privata. Per Panunzio, il compito impellente della costruzione di una base economica per una nazione moderna, capace di superare le difficoltà di una lunga lotta fra nazioni, popoli e continenti, che il fascismo prevedeva come inevitabile nel ventesimo secolo, richiedeva la mobilitazione e la competente organizzazione delle energie nazionali da parte di un partito unitario e totalitario. Tale partito avrebbe rappresentato gli interessi generali e fondamentali della intera comunità. Mediante il mito ed i simboli, avrebbe organizzato tutte le forze della comunità nazionale verso i fini collettivi 138. Una piccola minoranza di uomini, un'avanguardia aristocratica, avrebbe espresso le più fondamentali, anche se ancora non precise, necessità del popolo, mediante l'impiego di simboli e miti. 139 Ma l'effettiva organizzazione della forza collettiva richiede non soltanto la mobilitazione di massa in un'atmosfera che Mussolini definì di « alta tensione morale »; richiede anche l'articolazione, la disciplina e la soddisfazione di interessi locali, professionali, finanziari, di lavoro e culturali. Per Panunzio, quest'ultima opera doveva esser compiuta mediante il riconoscimento giuridico di tutti gli interessi organizzati e la risoluzione delle loro controversie nelle corporazioni. Gli interessi generali e fondamentali degli italiani, in quanto tali, trovavano espressione giuridica e istituzionale nei fasci politici, gli interessi particolari, settoriali e regionali venivano armonizzati nei sindacati e nell'organizzazione corporativa dello Stato. Il sentimento comune trovava espressione nel partito totalitario, il sentimento particolare nell'organizzazione sindacale e corporativa dello Stato. Nel 1937, l'Italia fascista era ormai divenuta una nazione industrialmente moderna; aveva fondato un impero che le « nazioni privilegiate » del mondo erano state costrette a riconoscere come pari al loro. L'Italia non era più la « nazione proletaria » del 1919. Faceva parte delle « grandi potenze » del continente. All'interno, questi furono gli « anni del consenso ». In tutto il mondo l'esperimento fascista veniva studiato come una soluzione alternativa: una rivoluzione dal carattere nazionale, sindacalista e corporativo. La catastrofe della seconda guerra mondiale travolse l'Italia prima che il sistema si fosse dato la forma istituzionale definitiva. Per Panunzio, il fascismo era scaturito dalle diffuse e fondamentali necessità del popolo italiano alla fine della prima guerra mondiale. Il fascismo aveva risposto ai sentimenti, nati da queste necessità, ed era riuscito non soltanto ad attrarre a sé masse inerti e disorientate, ma aveva fatto anche appello agli interessi reali di gruppi di interesse attivi e vitali. Il partito rivoluzionario conteneva in sé i primi germi di un nuovo sistema statale. Il tentativo di creare questo nuovo sistema aveva dato vita al « Regime », la struttura transitoria dello Stato. Questa forma transitoria aveva trovato la sua incarnazione nel « capo carismatico », in ciò che Panunzio definiva la « dittatura eroica ». Gli elementi organizzati che si erano radunati intorno ai primi fasci vennero istituzionalizzati nei sindacati e nelle corporazioni che vennero studiate per dare loro espressione disciplinata. Tutto il sistema era gerarchico ed autoritario. Il pluralismo della base sociale era strutturato in uno schema istituzionale singolarmente accentrato, con un Capo del Governo, Duce del fascismo, che ne costituiva la forza direttrice principale. L'esperimento fascista cessò con la seconda guerra mondiale, ma c'è motivo per ritenere che i problemi ai quali tentò di dare risposta restano critici come sempre. Esistono molti sistemi sociali che oggi affrontano i duri compiti della costruzione nazionale, dello sviluppo industriale e dell'ammodernamento. Molti di loro hanno tentato soluzioni gerarchiche ed autoritarie. Molti hanno scelto sistemi di guida politica nei quali il capo di un partito politico rivoluzionario è il capo « carismatico » dello Stato. Molti hanno rifiutato i sistemi pluralistici e parlamentari caratteristici delle nazioni più industrializzate del mondo occidentale. Molti hanno fatto ricorso al « partito unitario », allo Stato a partito unico, che è diventato l'arbitro ultimo e totalitario fra i vari fattori della produzione. Molti hanno rifiutato la pretesa dottrinaria dell'abolizione totale della proprietà privata. Ed in molti luoghi, il concetto di corporativismo, anche se sotto differente nome, è ricomparso 140. La questione è quella di disciplinare la nazione indirizzandola verso la frugalità, lo sforzo ed il sacrificio, allo scopo di difendere i diritti delle nazioni « proletarie » contro le imposizioni dell'« imperialismo capitalista » e dell'« oppressione ». In questi sistemi lo Stato domina tutto. Vi si parla di incentivi « morali », più che materiali, di valor militare, di valore del volontarismo, di attivismo e di violenza « liberatrice ». In molti di questi sistemi, nonostante i loro motti « internazionalisti », la nazione ed il suo Stato sono considerati l'oggetto fondamentale della lealtà collettiva. E sono tutti produttivistici, integralisti e di sviluppo, negli intenti programmatici. Sergio Panunzio tentò di fornire una risposta razionale ai problemi che hanno afflitto il secolo ventesimo. Morì nel crollo di un sistema al quale aveva dedicato il pensiero della sua maturità. In un certo senso, forse non era impreparato ad una tale conclusione. Egli riconosceva che la storia è una serie di conflitti nella quale le idee spesso soccombono alle circostanze. Ma era convinto che le idee riflettano necessità sociali e storiche. Il fatto che le idee di cui si occupò tengano ancor deste le energie degli uomini non lo avrebbe sorpreso. In una delle sue opere, Panunzio aveva scritto che « molte volte, le sconfitte materiali sono le più grandi e più fruttificatrici vittorie ideali. L'idea fa le sue vendette... » 141.

NOTE

1 Cf. A. Tondini, Cuba: Fine di un mito (Modena: Mucchi, 1.972), cap. 1 e 2.
2 Cf. A. J. Gregor, Contemporary Radicai Ideologies (New York: Random House, 1968), cap. 6.
3 Cf. R. De Felice, Intervista sul fascismo (A cura di M. A. Ledeen. Roma: Laterza, 1975), pp. 28, seg., 36 seg., 104.
4 M. N. Hagopian, The Phenomenon of Revolution (New York: Dodd Mead, 1974), p. 354.
5 Sono assai poche le opere dedicate al lavoro di Panunzio. Oltre al vecchio scritto di L. De Secly, Un teorico del Sindacalismo (Trani: Vecchi, 1925) e quello di L. Paloscia, La concezione sindacalista di Sergio Panunzio (Roma: Gismondi, 1949), troviamo ben poche opere che tentino di considerare le sue idee come un tutto coerente. Il breve interesse accordato alle sue idee da Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo (Firenze: La Nuova Italia, 1972), pp. 328-340, è, si può dire, del tutto privo di valore. Emilio Gentile, d'altra parte, nel suo Le origini dell'ideologia fascista (Roma: Laterza, 1975), compie una obiettiva penetrazione di alcune concezioni di Panunzio. Un vecchio lavoro di Herbert W. Schneider, Making the Fascist State (New York: Oxford, 1928) è anch'esso tuttora consigliabile in questo senso.
6 Nel 1900 la critica di Bernstein trova espressione nel suo Voraus-setzungen des Sozialismus, di cui si trova una buona edizione modificata e riveduta in Socialismo e socialdemocrazia (Roma : Bottega dell'antiquario, n.d.). Cf. P. Gay, The Dilemma of Democratic Socialism Eduard Bernstein's Challenge to Marx (New York: Collier, 1952).
7 Nel 1899 la critica di Masarik fu ampiamente diffusa come Philosophischen und sociologischen Grundlagen des Marxismus (Vienna: Konegen, 1899).
8 Cf. G. Sorel, Les polemiques pour l'interpretation du Marxismo: Bernstein & Kautsky (Paris: Giard & Briere, 1900).
9 Esistono molti scritti sul Sindacalismo Francese. Le opere di Louis Levino, Syndicalism in Franco (New York: Columbia, 1914) e Georges Guy-Grand, La philosophie syndicaliste (Paris: Grasset, 1911) mi sono sembrate particolarmente utili.
10 Cf. Sorel, « Sur la theorie marxiste de la valeur », Journal des economistes, 19 (Maggio, 1897), 222-31; « Die Entwicklung des Kapitali¬smus », Sozialistische Monatshefte, 1 (Ottobre, 1897), 544-47.
11 Su questo argomento cf. J. Roth, « The Roots of Italian Fascismi Sorel and Sorelismo », Journal of Modern History, l (1967) 30-45.
12 R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario (Torino: Einaudi, 1965), cap. 2.
13 A. O. Oliveto, « Il problema della folla », Nuova antologia, 38, 761 (Settembre 1, 1903), 281-291; P. Orano, Psicologia sociale (Bari: Laterza, 1902).14
14 A questo proposito cf. R. Michels, Storia critica del movimento socialista italiano (Firenze: La Voce, 1926), cap. 8.
15 Cf. A. J. Gregor, L'ideologia del fascismo (Roma: Il Borghese, 1974), cap. 3.16
16 S. Panunzio, La persistenza del diritto (Discutendo di sindacalismo e di anarchia) (Pescara: Abruzzese, 1910), pp. 175, 257.
17 Ibid., p. 20.
18 Ibid., pp. 223, 255. Per l'antiparlamentarismo di Panunzio, cf. Ibid., pp. 219-231. Per una selezione delle opinioni di Panunzio, cf. R. Melis Sindacalisti italiani (Roma: Volpe, 1964), pp. 217-320.
19 S. Panunzio, Sindacalismo e medio evo (Politica contemporanea) (Napoli: Partenopea, 1911), pp. 101-103; cf. Ibid., pp. 11 e 136.
20 Ibid., pp. 27 seg.
21 Ibid., pp. 36 seg., cf. Panunzio, Il socialismo giuridico (Genova• Moderna, 1907), Parte 2.
22 « ...Come la libertà, l'autorità si fonda sulla natura stessa dell'uomo. Un regime sociale, qual si voglia, senza un principio di comando e di autorità è un assurdo. Concepire una società umana senza diritto è una eresia ». Panunzio, La persistenza.... p. XI.
23 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, pp. 53 e 61.
24 Ibid., pp. 72; Panunzio, La persistenza..., pp. XVII, 18 seg.
25 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, p. 89, La Persistenza..., cap. 7.
26 Cf. S. Panunzio, « Socialismo, sindacalismo e sociologia », Pagine libere, 1, 3-4 (1906), La persistenza..., pp. 2-4.
27 A questo proposito, vedi l'interessante esposizione delle idee di Ostrogorski e Michels in R. Ebbighausen, Die Krise der Parteiendemokratie und die Parteiensoziologie (Berlina Duncker & Humblot, 1969). Gli intenti di Sorel sono bene esposti da P. Pastori in G. Sorel, Le illusioni della democrazia (Roma: Volpe, 1973). Il più importante lavoro di Ostrogorski è La democratie et l'organisation des partis politiques (Paris: Levy, 1903); quello di Mosca è Elementi di scienza politica (Bari: La-terza, 1953). Il più autorevole degli scritti di Pareto su questo argomento è I sistemi socialisti (Torino: UTET, 1974).
28 Cf. il suo argomento in S. Panunzio, Il sindacalismo nel passato (Lugano: Pagine libere, 1907) e Lotta per l'esistenza e associazione per la lotta (Bologna: Libertà economica, 1910).
29 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, pp. 130, seg.
30 Cf. i commenti di Panunzio sul liberalismo politico in Ibid., 125,
31 A questo proposito cf. R. T. Holt e J. E. Turner, The Political Basis of Economie Development (Princeton: Van Nostrand).
32 E. Leone, Il sindacalismo (Milano: Sandron, 1910), pp. 143-149. Cf, inoltre l'affascinante valutazione di Filippo Corridoni, Sindacalismo e repubblica (Roma: Bibliotechina sociale, 1945), Parte I, scritta nel 1915.
33 Cf. G. Volpe, Italia in cammino (Roma: Volpe, 1973), pp. 174 seg.
34 R. Michels, L'imperialismo italiano (Roma: Libraria, 1914).
35 Cf. i commenti di Corridori nella sua « Premessa », op. cit., p. 14.
36 Panunzio, La persistenza..., pp. 6, seg.
37 Cf. Paloscia, op. cit., p. 24.
38 Cf. S. Panunzio, prefazione al Il concetto della guerra giusta (Campobasso, colitti 1917)
39 K. Marx e F. Engels, The German Ideology (Moscow: Progress, 1964), pp. 36-38, 267.
40 Cf. il commento di W. Sombart, Socialism and the Social Movement (New York: Kelley, 1968, nella sesta edizione tedesca del 1909), pp. 87-97. Questo volume era conosciuto da molti sindacalisti. Mussolini vi accenna sovente nei suoi scritti di quel periodo.
41 Cf. per esempio, « Endziel », Intransigenz, Ethik », Ethische Kultur, 11, 50 (Dicembre 12, 1903), 393-395.
42 S. Panunzio, « Il lato teorico e il lato pratico del socialismo-, Utopia, 2, 7-8 (Maggio 15-31, 1914), p. 201; cf. in questo contesto di Panunzio più avanzato Diritto, forza e violenza (Bologna: Cappelli, 1921), p. 43.
43 S. Panunzio, « Il socialismo e la guerra », Utopia 2, 11-12 (Agosto 15 - Settembre 1, 1914), p. 324.

44 Panunzio, Il concetto..., p. 67; cf. p. 70, n. 2.
45 Mussolini, « L'uomo e la divinità », Opera Omnia (Firenze: La Fenice, 19, 33, 22.
46 G. Gentile, Genesi e struttura della società (Firenze: Sansoni, 1946),
p. 44.
47 Panunzio, Il concetto..., p. 69.
48 Ibid., p. 71 n. 2. Panunzio continuò ad insistere sulla possibilità di una tale « idealistica » ed « umanistica » interpretazione del marxismo fino alla pubblicazione del suo Diritto, forza e violenza, pp. 15.
49 Cf. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario (Torino: Einaudi, 1965); pp. 245-247.
50 S. Panunzio, « Principio e diritto di nazionalità », ristampato in Popolo nazione stato (Firenze: La nuova Italia, 1933), p. 101.
51 Ibid., p. 60.
52 Ibid., p. 74.
53 Cf. la sua critica in Panunzio, « La questione sindacale », in Stato nazione e sindacati (Milano: Imperia, 1924), pp. 180 seg.
54 Cf. Panunzio, Il concetto..., p. 50, n. 1.
55 Ibid., p. 62, « Il lato teorico... », op. cit., p. 201.
56 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, pp. 19, 28 pag. 28 seg.
57 Cf. Panunzio, Il concetto..., p. 53, « Il lato teorico..., op. cit., pp. 201 seg.
58 Cf. Panunzio, Il concetto..., pp. 57, n. 5, 59, 68, n. I.
59 Ibid., p. 61.
60 Cf. Panunzio, Sindacalismo e medio evo, pp. 18, 53 81, n. 1, « Principio e diritto di nazionalità », op. cit., p. 71.
61 Mussolini, «Tu Quoque, Jouhaux? » Opera, 11, 356-360.
62 La migliore onesta esposizione dei pensieri di Corridoni si può trovare in I. De Begnac, L'arcangelo sindacalista (Filippo Corridoni) (Milano: Mondadori, 1943), ma cf. V. Rastelli, Filippo Corridoni: La figura storica e la dottrina politica (Roma: « Conquiste d'Impero », 1940).
63 Cf. Corridoni, Sindacalismo e repubblica.
64 Cf. S. Panunzio, La lega delle Nazioni (Ferrara: Taddei, 1920). La parte più importante de La Lega..., fu ripubblicata come « Il sindacalismo nazionale »: nello Stato nazionale e sindacati di Panunzio nel 1924.
65 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, p. 88,
66 Panunzio, Il sindacalismo nazionale:: 1, « Stato nazionale e sindacati », pp. 94 seg.
67 Ibid., pp. 120 seg.
68 Mussolini, « Il fascismo », Opera, 13, 218-220.
69 Panunzio, Il sentimento dello Stato (Roma: Littorio, 1929), pp. 20-25.
70 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, pp. 27-29.
71 Panunzio, Stato nazionale e sindacati, p. 10.
72 Panunzio, La persistenza..., pp. XVI seg., 261.
73 In La persistenza del diritto, Panunzio, cita specificamente Roberto Ardigò, il positivista, come uno dei suoi mentori intellettuali. Cf. La persistenza..., pp. XII, XIV.
74 Il giovane Mussolini identificò queste nozioni con l'opera di Roberto Michels. Cf. Mussolini, « Fra libri e riviste », Opera, 2, 248 seg.
75 Mussolini, « La filosofia della forza », Opera, 1, 174 seg.
76 Cf. i riferimenti di Mussolini ad Ardigò in « L'uomo e la divinità », Opera, 33, 12, 15. Cf. il suo appello alla « vera moralità » e « socialità » in Ibid., pp. 22 seg.
77 P. Orano, Psicologia sociale, pubblicato nel 1902, costituisce un altro esempio calzante. In quel volume, si dichiarava un marxista e un « positivista » animato da intenti morali. L'uomo, per Orano, era un animale essenzialmente sociale che realizza le sue possibilità solamente vivendo in comunità coni suoi pari. Cf. Ibid., pp. 12, 76 seg., 30-91, e Gregor, La ideologia del fascismo, cap. 2 e 3.
78 Cf. Panunzio, La persistenza..., p. 261, n. 2, Diritto, forza e violenza, p. 14, n. 1 e 2.
79 Panunzio, Il concetto..., p. 31, particolarmente, pp. 33-35, n. 1.
80 Questo è vero specialmente nel suo successivo Diritto, forza e violenza.
81 Panunzio, Il concetto..., pp. 35, 44 seg., 75, n. 2
82 Ibid., p. 43, n. I.
83 Panunzio, « Una forza », e « La rappresentanza di classe », in Stato nazionale e sindacati, pp. 30-40.
84 Panunzio, « Contro il regionalismo », in Ibid., p. 80.
85 Ibid., pp. 82, 85-89, Diritto, forza e violenza, p. XXIX.
86 Panunzio, « La monarchia nazionale », in Stato nazionale e sindacati, p. 15.
87 Panunzio, Diritto, forza e violenza, p. XXII.
88 Ibid., pp. 55 seg., 106, 120.
89 Ibid., p. 4.
90 Mussolini, « al popolo di Cremona », Opera, 21, p. 130 e « Intransigenza assoluta », Ibid., 31, 358.
91 Mussolini, « Stato, antistato e fascismo », Ibid., 18, pp. 258-263.
92 Panunzio, Diritto, forza e violenza, pp. 62 seg., Lo stato fascista (Bologna: Cappelli, 1925), cap. 2, Il sentimento dello stato, p. 145.
93 Panunzio, Che cos'è il fascismo (Milano: Alpes, 1924), pp. 78 seg.; Teoria generale dello stato fascista (Padova: CEDAM, 1939), pp. 8-14.
94 Cf. Panunzio, « Teoria generale della dittatura », Gerarchia, 14, 4 e 5, pp. 228-236, 303-316 e Teoria generale..., Parte 5, cap. 3.
95Cf. Panunzio, Che cos'è il fascismo, p. 9.
96 Panunzio, Teoria generale..., pp. XIII, 455 seg., 471.
97 R. Michels, « Some Reflections on the Sociologica) Character of Political Parties,» American Political Science Review, 21, 4 (November, 1927), pp. 753-772.98
98 Cf. Panunzio, Teoria generale..., p. 19.
99 Panunzio, La persistenza..., cap. 3.
100 Panunzio, «Teoria generale della dittatura », op. cit., p. 310 e Teoria generale..., p. 510.
101 Panunzio, «Teoria generale della dittatura », op. cit., pp. 315 seg., cf. pp. 229-231 e Teoria generale..., pp. 54 e 517-520.
102 A questo proposito cf. A. U. Thiesen's Lenins politische Ethik per un dibattito di Lenin sulla giustificazione morale della Rivoluzione Bolscevica.
103 Cf. H. Eckstein (Ed.), Internai War: Problems and Approaches (New York: Free Press, 1964), « On the Etiology of Interna) Wars », History and Theory, 4 (1965), pp. 133-63; T. Greene, Comparative Re¬volutionary Movements (Englewood Cliffs: Prentice-Hall, 1974).
104 Cf. F. von der Mehden, Comparative Political Violente (Englewood Cliffs: Prentice-Hall, 1937), cap. 2.
105 PANUNZIO, Lo stato fascista, pp. 17, Il sentimento dello Stato, p. 79, Diritto, forza e violenza, pp. XXI seg., XXVIII, 50, 179, 184, 192, 206 seg., Stato nazionale e sindacati, pp. 180 seg., Il concetto..., pp. 50 seg., n. 1.
106 Panunzio, Sindacalismo e medio evo, p. 88.
107 Panunzio, La persistenza..., cap. 3.
108 Panunzio, Stato nazionale e sindacati, p. 10, Il diritto sindacale e corporativo (Perugia: « La Nuova Italia », 1930), pp. 24 seg.
109 Panunzio, Il sentimento dello Stato, pp. 80 seg.
110 Cf. Ibid., pp. 30 seg.
111 Panunzio, Lo stato fascista, p. 49, Il sentimento dello stato, p. 88, n. 40.
112 Panunzio, Il sentimento dello stato, pp. 34 seg., 101 seg., « Stato e sindacati », Rivista internazionale di filosofia del diritto, 3 gennaio-marzo 1923), p. 12.
113 Panunzio, Teoria generale..., pp. 63 segg.
114 Panunzio, « Stato e sindacati », op. cit., p. 14.
115 Panunzio, Stato nazionale e sindacati, p. 105.
116 Panunzio, Popolo nazione stato, pp. 9, 12, 17.
117 Panunzio, Teoria generale..., pp. 3-8, « Origini e sviluppi storici del sindacalismo fascista », in L. Lojacono, Le corporazioni fasciste (Milano: Hoepli, 1935), pp. 45-67, Lo stato fascista, pp. 33 seg.
118 Panunzio, Stato nazionale e sindacati, p. 100.
119 Ibid., pp. 85 seg.
120 Panunzio, Il sindacalismo (Torino: UTET, 1928), « Stato e sindacati », Op. cit., p. 10, n. 1, « Origini e sviluppi... », op. cit., p. 67.
121 Panunzio, « I gruppi di competenza », Stato nazionale e sindacati, pp. 168-172.
122 Cf. per esempio, G. Pighetti, Sindacalismo fascista (Milano: Imperia, 1924); Panunzio, « Origini e sviluppi... », op. cit., p. 69.
123 Ibid., p. 70.
124 Panunzio, « Contributo all'esame dei problemi relativi alla istituzione della camera dei Fasci e delle Corporazioni », in C. Arena, et al., La Camera dei Fasci e delle Corporazioni (Firenze: Sansoni, 1937), pp. 177-228.
125 Cf. Panunzio, Teoria generale..., Parte 11, cap. 2.
126 Ibid., p. 218.
127 Panunzio, « Contributo all'esame dei problemi... », op. cit., -pp. 186 seg.; cf. il dibattito di Panunzio in Spagna nazionalsindacalista (Milano: Bietti, 1942, •p, 5 seg., 118, ed in L'economia mista (Milano: Hoepli, 1936), pp. 45-47.
128 Cf. Panunzio, Teoria generale..., pp. 220 seg.
129 Cf. R. Sarti, Fascism and the Industrial Leadership in Italy 1919-1940 (Berkeley: University of California Press, 1971), pp. 116-125.
130 Panunzio cita approvandoli i commenti di Alfredo Rocco: « Il nuovo Stato fascista ha un'altra caratteristica: esso è in via di risolvere il contrasto fatale fra le necessità dell'organizzazione politica e quelle di un armonico sviluppo della personalità umana ». Citati in Il sentimento dello stato, pp. 221, n. 47.
131 Panunzio, Motivi e metodo della codificazione fascista (Milano: Giuffré, 1943), p. 178.
132 Panunzio, Il sentimento dello stato, pp. 219 seg., n. 45.
133 Panunzio, « Le corporazioni e la Camera », Lo Stato, 14, 3 (Marzo, 1943), 79-89.
134 Questo è vero fin dal tempo del suo « Un programma d'azione », scritto nel 1919; cf. L'economia mista, pp. 49-59. Gli stessi argomenti produttivistici ricorrono in tutti gli scritti di Panunzio; cf. Stato nazionale e sindacati, pp. 85 seg., 176, Che cos'è il fascismo, pp. 24 seg., 63, Lo stato fascista, p. 67, Il sentimento dello stato, p. 94, L'economia mista, pp. 58, 91 seg., Teoria generale..., p. 249.
135 Cf. Panunzio, Il diritto sindacale e corporativo, pp. 49 segg.
136 Cf. Panunzio, L'economia mista, pp. 55 seg.
137 Cf. Panunzio, Il sentimento dello stato, pp. 257, n. 65.
138 Cf. Panunzio, Che cos'è il fascismo, p. 9, 19 seg.
139 Cf. Panunzio, Spagna nazionalsindacalista, pp. 45-47.
140 A questo proposito cf. F. B. Pike e T. Stitch (Eds.), The New Corporatism (Notre Dame: University of Notte Dame, 1974); H. J. Wiarda, «Corporatism and Development in the Iberic-Latin World: Persistent Strains and New Variations », The Review of Politics 36, 1 (Gennaio, 1974), 3-33, e « Toward a Framework for the Study of Political Change in the Iberic-Latin Tradition: The Corporative Model », World Politics, 25.. 2 (gennaio, 1973), 206-235.
141 Panunzio, « Origini e sviluppi... », op. cit., p. 52.


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MessaggioInviato: Lun Ott 29, 2012 12:29 pm    Oggetto:  
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Analisi politologica puntuale, che smentisce tral'altro conclusioni come quelle di E. Gentile che identifica il fascismo, pur riconoscendogli contenuti culturali (a differenza di B. Croce), come una risposta a contingenze storico-politiche particolari e irripetibili.

Il fascismo invece emerge come una risposta al MATERIALISMO e la sua analisi critica del socialismo comincia da molto prima della Grande guerra. Va detto inoltre che senza Benito Mussolini, il capo riconosciuto di questa revisione politica, non ci sarebbe stato mai Fascismo alcuno.

Da notare anche l'evoluzione politica di Panunzio che sul versante intellettuale, perviene alla Rivoluzione Morale fascista passando per il Sindacalismo Nazionale (facendo seguito a Mussolini), il quale sindacalismo viene comunque superato nel momento in cui il PRIMATO MORALE, quindi il primato ETICO Corporativo (in embrione), è messo a fondamento della rivoluzione.

Da qui l'impossibilità di definire il fascismo semplicemente come una "forma di socialismo", per quanto "più idealista".

C'è da ribadire che noi de IlCovo non ci poniamo in semplice continuità con questa analisi politologica... ma, come abbiamo già detto, la superiamo. Perché la nostra analisi è FASCISTA, e dunque sebbene si fondi sul riscontro di queste basi culturali, le adatta ed applica in relazione a ciò che afferma chiaramente il Fascismo stesso.

Anche Gregor, sebbene analizzi in dettaglio anche le motivazioni etico morali che animavano i teorici del regime mussoliniano, infatti si limita in ultima analisi a dare del Fascismo una interpretazione attinente a un preciso fine materiale, l'ammodernamento a tappe forzate dell'Italia.

Noi invece , quali fascisti, diamo al Fascismo il senso di una rivoluzione "totale e assoluta" prima di tutto di carattere MORALE e SPIRITUALE, definendo ogni altra possibile implicazione economica e politica come utile "mezzo" ma non "fine" (
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MessaggioInviato: Mar Ott 30, 2012 1:26 pm    Oggetto:  
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...avevamo già discusso in parte della cosa, sempre a proposito di un documento del professor Gregor...
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Senza dubbio a tutt'oggi egli ha dimostrato di essere il ricercatore accademico più lungimirante nella comprensione del Fascismo, sebbene a suo tempo anche Emilio Gentile avesse fatto alcune acute e corrette osservazioni quando ne descrisse il carattere quale totalitario tendente essenzialmente ad una rivoluzione "antropologica" al fine di pervenire ad un "Uomo Nuovo"... ma ad ogni modo è bene essere chiari su di un punto. In nessuno caso si può parlare a proposito di tutti i lavori storiografici presenti nel nostro forum come di interpretazioni fasciste... se non nell'unico che è rappresentato dai nostri lavori.

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