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ROBESPIERRE, Politico e mistico.

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Ott 15, 2012 8:34 pm    Oggetto:  ROBESPIERRE, Politico e mistico.
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Il seguente scritto costituisce un estratto dal saggio del 1987 di Henri Guillemin, “Robespierre politico e mistico” pubblicato in Italia da Garzanti nel 1999

 

... ormai considerato un classico della storiografia francese, è dedicato a un grande e controverso protagonista della storia moderna: Robespierre, il rivoluzionario più intransigente, l'artefice del Terrore. Il punto di forza di questa biografia, basata sulla rigorosa ricostruzione dei discorsi, degli scritti e dei gesti di una carriera – che si identifica col cammino stesso della Rivoluzione – è l'originale interpretazione della figura di Robespierre. Il freddo uomo politico, nemico di ogni compromesso, dialettico avversario dell'Illuminismo ateo e materialista, era in realtà animato da un'ardente fede religiosa, quasi mistica. In questa luce, la sua lotta per la giustizia sociale, e persino la festa dell'Essere Supremo (istituita l'8 giugno 1794) acquistano un nuovo, radicale significato.

Henri Guillemin (1903-1992), direttore degli studi francesi all'Università del Cairo (1936-1938), poi professore ordinario di letteratura francese all'Università di Bordeaux, è stato consigliere culturale all'Ambasciata francese a Berna e professore straordinario all'Università di Ginevra.

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… Settembre 1792. La Repubblica francese adesso è nata. Niente più re; niente più suffragio censitario. Robespierre è ridiventato deputato. Il suo primo intervento in campo religioso è del 19 ottobre 1792. Quel giorno Dartigoyte protesta contro il cumulo di entrate del quale beneficiano i vescovi che, nel loro dipartimento, sono stati scelti per rappresentare il popolo e che così ottengono una doppia rendita: gli emolumenti di vescovo e una indennità «parlamentare». Robespierre approva Dartigoyte. Ma Manuel, che è passato dalla Comune alla Convenzione, è ancora più drastico del suo collega, un «brissottino» come lui. Dice di essere sorpreso non perché i vescovi sono pagati, bensì perché vi sono ancora dei vescovi, riconosciuti come tali dallo Stato. Manuel desidera che venga abolita la Costituzione civile del clero e che la Chiesa non abbia più un'esistenza legale; «favorire il clero», dice Manuel, «significa lavorare contro la Repubblica». Robespierre non è affatto d'accordo e pur senza salire alla tribuna prende le distanze da Manuel dal quale è «lontano», dichiara, «dal condividere le prevenzioni contro gli ecclesiastici». Caritat, marchese di Condorcet, che forse ha legittimamente riferito a se stesso l'allusione di Robespierre a certi denigratori dei curati, ma servitori ben compensati dei despoti (Condorcet era stato uno degli «amministratori del Tesoro reale», con uno stipendio di 20.000 lire), Caritat-Condorcet dunque traccia di Robespierre, nel numero del 9 novembre della sua «Chronique de Paris», giornale molto «girondino» cui collabora Rabaut Saint-Etienne (Rabaut è «pastore» press'a poco come Raynal era «abate»), un ritratto corrosivo; Robespierre vi è dipinto come il «capo di una setta»; come un «predicatore» che «sale sui banchi e parla di Dio e della Provvidenza»; di qui il successo che incontra presso «donnicciole e deboli di mente». E la frase finale riassumeva così il giudizio negativo di Condorcet: Robespierre «è un prete e non sarà mai altro che un prete». Quasi a fornire alle menti che non sono «deboli» un nuovo motivo per detestarlo, il 5 dicembre Maximilien fa distruggere dai giacobini il busto di Helvétius che ornava la sala delle loro sedute. Robespierre non vedeva alcun motivo di onorare in tal modo un ricchissimo ex appaltatore d'imposte; ma il busto di Helvétius era lì prima di tutto a causa della sua grande opera, intitolata precisamente De l'Esprit, che costituiva la base principale del materialismo filosofico. Robespierre invece vedeva in lui «uno dei più crudeli persecutori di J.J. Rousseau». La sua conclusione era netta: a giudicare dai riflessi controrivoluzionari dell'abate Raynal, suo alleato, «se Helvétius fosse vissuto ai giorni nostri, non crediate che avrebbe abbracciato la causa della verità: avrebbe accresciuto il numero di quei begli spiriti intriganti che oggi affliggono la patria». Deduzione tanto meno contestabile in quanto Diderot, ammiratore di Helvétius, aveva di suo pugno dichiarato nell'Encyclopédie (articolo «Rappresentanti») che solamente i proprietari dovevano aver diritto alla parola per la gestione degli affari nazionali; sistema che imbavagliava i poveri e che Robespierre aveva instancabilmente combattuto sin dal primo anno della Rivoluzione. Ben presto è guerra aperta tra Robespierre e i persecutori dei «cristicoli» (la parola pare essere stata coniata da Voltaire). Cambon piace molto a Michelet, il quale non nasconde affatto il motivo principale della sua ammirazione, della sua gratitudine per lui: «Credeva, non senza ragione, che i preti, anche giurati, fossero sempre preti» e che il clero, giurato o non giurato, costituisse nel suo complesso l'«ostacolo principale» alla Rivoluzione concepita come doveva esserlo. Il 29 ottobre 1792, dopo la filippica di Louvet contro Robespierre, la Convenzione aveva visto, con una certa sorpresa, Cambon, «che non si conteneva più e si lanciava sino a metà della sala», interpellare Robespierre col pugno alzato, folle di odio: «Miserabile! Ecco il decreto di morte del dittatore!». Per farla finita con il culto, Cambon propose nel novembre 1792 che lo Stato cessasse di mantenere gli ecclesiastici. Il 14 aprile 1790 si era promesso di assicurare la loro sussistenza in compenso del sequestro di tutti i beni della Chiesa effettuato nel novembre 1789; Cambon intende revocare questa promessa: niente più denaro per i preti; faranno ciò che vorranno, ciò che potranno. Robespierre si oppone categoricamente alla mozione del finanziere. Lo fa con ampio respiro nell'ottavo numero (prima serie) delle sue «Lettere aperte», il 7 dicembre 1792. Ciò che propone Cambon, dice, è prima di tutto «una violazione della fede pubblica» e un «sinistro presagio per tutti i creditori dello Stato». Misuriamo inoltre le conseguenze, inevitabili, della proposta di Cambon, se mai fosse accettata dalla Convenzione: «Vedreste i cittadini più ricchi cogliere questa occasione per riunire ciò che resta dei partigiani del realismo sotto lo stendardo del culto, del quale pagherebbero le spese». Robespierre conosce Cambon, e conosce il numero, l'influenza e la forza dei voltairiani nell'Assemblea. Perciò sta attento alle parole che usa, come già lo abbiamo visto fare il 21 giugno 1791; parla della «fiaccola della filosofia»; dice che quei preziosi bagliori hanno già «quasi distrutto l'impero della Superstizione» e «dissipato i temibili o ridicoli fantasmi» che un tempo si pretendeva «ordinare di adorare in nome del cielo». É assolutamente vero che Robespierre non è di obbedienza cattolica, ma è sincero quando raccomanda la prudenza nella propaganda anticlericale che, d'altronde, non deve essere antireligiosa. La persecuzione preconizzata da Cambon consegnerebbe «nuove armi» nelle mani «della malevolenza e del fanatismo». «Volete creare una nuova generazione di preti refrattari?». E Robespierre distingue tra il clero stesso e quella che chiama «l'idea di religione». Per lui è importante che a questa «idea» non si attenti. E d'altronde, «nessuna potenza ha il diritto di sopprimere il culto costituito sino a che il popolo non se ne sia esso stesso disingannato». Si rispetti la libertà di coscienza. Se si esamina con attenzione la costruzione del suo ragionamento, ci si accorge che dopo le dichiarazioni destinate a placare i Condorcet e i Cambon («Io detesto quanto chiunque altro il potere dei preti; è una catena in più data all'umanità»), Robespierre difende ed esalta i «dogmi imponenti» dei quali i preti sono, nonostante rutto, i testimoni; dogmi «incisi», dice, «negli animi», a tal punto che «se la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo fosse fatta a pezzi dalla tirannia, la ritroveremmo ancora» contenuta per l'essenziale nella fede in Dio. Chi, inoltre, oserebbe disprezzare il valore della consolazione che la fede arreca agli «sfortunati», cioè a coloro che sono colpiti dalle disgrazie e dai lutti? «Costringere costoro a rinunciare al ministero dei preti è la più funesta di tutte le ipotesi». Parlando così Robespierre distrugge, d'un sol colpo, l'effetto conciliativo che cercava di ottenere con il consenso parziale dato agli «spiriti forti», e getta olio sul fuoco dell'avversione nutrita contro di lui da quei «buoni operai della vigna» salutati da un Voltaire che fa la parodia del Vangelo: ieri i d'Alembert, i Diderot, i Grimm, i d'Holbach e i La Mettrie, oggi gli Isnard, i Condorcet, i Guadet, e i Rabaut. E’ ingenuo, da parte di Robespierre, credere di poter dire impunemente: «il mio Dio». Queste due parole accostate sono sufficienti a farlo considerare un nemico, un uomo da abbattere da parte dei seguaci dell'Encyclopédie. Ha un bell'asserire che quel Dio caro al suo cuore è «colui che crea tutti gli uomini per l'uguaglianza e per la felicità», colui che «protegge l'oppresso», colui il cui culto si identifica col culto «della giustizia»; opinioni del genere lo collocano definitivamente, per un Vadier o un Cambon, fra coloro dei quali la Rivoluzione deve disfarsi a qualsiasi costo. Il «Patriote» di Brissot aveva vivacemente applaudito il 14 novembre 1792 alla proposta di Cambon che se accettata (come desideravano la maggior parte dei lettori) avrebbe risparmiato allo Stato una spesa non solo «esorbitante» ma — la parola è nuova — «antifilosofica»; e il 10 Chabot complimentava Cambon per la sua felice iniziativa. «Bisogna insegnare al popolo», dichiarava ai Giacobini questo ex monaco spretato, «a fare a meno dei preti». L'indomani, 17 novembre, Brissot si esprime una volta di più nel suo «Patriote» a favore dell'anticristianesimo, al quale Jacob Dupont, altro spretato, ha appena dato un bel contributo con la sua apologia dell'ateismo alla tribuna della Convenzione. Il commento di Brissot non è privo di interesse. Brissot è particolarmente riconoscente a Dupont per aver «scalzato» questo «impero dei preti che i nostri anarchici vogliono rafforzare». Anarchia? Eh sì; l'artificio è di moda presso i girondini; si tratta dei «livellatori» alla Robespierre, e noi abbiamo qui la prova che, nelle classi inferiori di Parigi, la propaganda antireligiosa trova scarse adesioni; in effetti sembra prosperare solo nell'ambiente borghese. Il foglio di Prudhomme, «Les Révolutions de Paris», trova clienti solo tra le persone benestanti; avvicinandosi il Natale, vi si esprime il disgusto per la festa che si prepara nelle chiese, con quegli «inni in onore di un bastardo e di una donna adultera». La messa di mezzanotte, per Prudhomme, è una «cosa scandalosa, un attentato ai buoni costumi». Robespierre, il 20 dicembre, fa respingere il «piano di educazione» presentato da Romme secondo i suggerimenti di Condorcet. Maximilien riteneva questo progetto totalmente sprovvisto di «concezioni morali e filosofiche» (vale a dire poco conforme alle “réveries” di Jean-Jacques) e Brissot, irritato, stigmatizza l'opposizione «maratico-religiosa» di questo giacobino indegno, arruffianato con la plebaglia. Si apre l'anno 1793; il 2 gennaio Gensonné, uno dei tre «girondini autentici» (intendo dire deputati del dipartimento della Gironda, come Vergniaud e Guadet), che detesta Robespierre al tempo stesso come fautore della sovversione sociale e come complice subdolo del «fanatismo», cioè del pensiero cristiano, Gensonné fa proprio, contro Maximilien, il peggiore insulto formulato da Gorsas sotto la Legislativa: «La Libertà ha anche i suoi tartufi; li si riconosce dall'odio che portano per i lumi e per la filosofia». Verso il 5 febbraio, nel quinto fascicolo delle “Lettres” di Robespierre ai suoi committenti (seconda serie), l'Incorruttibile riprende le sue osservazioni del giugno 1791 e del dicembre 1792 e parla con simpatia delle regioni «dove i pregiudizi superstiziosi e l'impero dei preti sono quasi maturi», in altre parole indeboliti al punto che la vittoria della Ragione è prossima; ma ben presto è evidente che questa osservazione è solo una premessa che introduce il seguito, fin troppo prevedibile del discorso di Robespierre. Robespierre vorrebbe (ci tiene molto) che ci si astenesse dal «richiamare l'attenzione pubblica sulle cose religiose»; deplora che si lasci «credere agli stranieri che non adottano talune massime filosofiche in tutta la loro estensione [allusione piena di tatto all'ateismo persecutore] che la loro causa è legata a quella della Libertà», ed esprime il suo disagio, la sua apprensione, al pensiero che «talune proposte esagerate, anche per il popolo, e quanto meno premature, fatte a questa tribuna» possano risultare controproducenti e procurare «ai nostri nemici i mezzi di nuocerci». Maximilien si ingegna per farsi capire senza dire troppo, e si permette anche una volgarità, l'uso di un termine estraneo al suo linguaggio abituale, ma che, evidentemente, deve parergli opportuno per coprire le sue intenzioni in un affare tanto delicato; il nomignolo di “calotins” per indicare i cattolici. Si può essere sicuri che quando Maximilien prende ostentatamente le distanze dai cattolici, lo fa sempre per meglio proteggerli. Quel giorno (3 aprile 1792), contro Dumouriez e i suoi amici girondini, Robespierre auspica la formazione di un esercito composto esclusivamente da «sanculotti», provenienti dai «sobborghi»; ma chiarisce subito di non pensare affatto ad «affilare le nostre sciabole per uccidere calotins»; «sono nemici troppo spregevoli, e i fanatici non chiederebbero di meglio di questa persecuzione per avere un pretesto di lamentarsi». Ma Condorcet non si lascia ingannare da questi virtuosismi di Robespierre volti a difendere, in realtà, i credenti; e il 7 marzo, nella sua «Chronique de Paris» attacca e mette in ridicolo nuovamente questo personaggio la cui celebrità si basa su un equivoco, un pover'uomo che serve da perfetta illustrazione a una verità della quale non mancano gli esempi: che «nessuna istruzione può supplire alla debolezza della mente». Su questa pietosa insufficienza di Robespierre, «il popolo comincia ad aprire gli occhi», e il tristo individuo, «non riuscendo a ottenere», lo si è già dimostrato, la fiducia dei repubblicani onesti, «cerca di meritarsi [è questo un tema abituale dei "brissottini"] la protezione dei briganti». Condorcet, è chiaro, intende dire la gente da nulla, i proletari, i poveri invidiosi che la Gironda guarda con costante terrore. Il barone Cloots proclama alla tribuna della Convenzione che la fede attesta una «debolezza» intellettuale dalla quale ha la fortuna di essere esente, e che «l'anima è un fantasma tanto ridicolo quanto il fantasma chiamato Dio». A un certo punto si pone il problema del preambolo da premettere alla nuova Costituzione. Robespierre propone di includervi un omaggio all'«Essere supremo». Il suggerimento è osteggiato tanto da Gensonné che da Vergniaud che (Maximilien ricorderà l'incidente in floreale) si «accalorano» reclamando dalla rappresentanza nazionale che sia esclusa dal documento fondamentale, nel quale si dichiarerà l'esistenza della Repubblica, qualsiasi allusione alla «divinità». Respingono come assurda e vana, indegna dell'età dei Lumi, questa proposta retrograda «e Prudhomme è del loro stesso parere». Poiché Robespierre era stato seguito dall'Assemblea, «Les Révolutions de Paris» concludono che, sotto la sua pressione, «i nostri legislatori hanno fatto un passo di gambero». Vadier, che ritroveremo in piena azione contro Robespierre nel messidoro e termidoro 1794, il 18 maggio 1793 spiega ai convenzionali: «Non avrete la tranquillità se non quando non vi saranno più preti nel territorio della Repubblica». Nello stesso mese Camille Desmoulins, che non è da meno quando si tratta di esaltare la gloria postuma di Voltaire, chiede [nella sua Histoire des brissotins] che sia prontamente distrutta «la crosta della superstizione, questa scabbia dello spirito umano». L'improvvisa e formidabile offensiva anticristiana incomincia nell'autunno del 1793. Per un gruppo fortemente compatto è venuta l'ora e l'occasione di compiere ciò che, per un Mirabeau, per un Isnard e molti altri, costituiva il significato stesso e la ragion d'essere del movimento del 1789. Ascoltiamo la comunicazione fatta al Comitato di Salute Pubblica (CSP) da Fouché e da Collot d'Herbois (a Lione lavoravano assieme), in data 16 novembre: «La Rivoluzione, che è il trionfo dei Lumi [ecc...]». Come si vede non si potrebbe essere più chiari di così. Robespierre non è stato accontentato nei confronti dei preti «non giurati». Sapeva, lo abbiamo detto, che molti di loro avevano trovato nella condanna romana della Costituzione civile del clero il pretesto che attendevano per dichiararsi controrivoluzionari. Alle severe misure governative nei loro confronti Robespierre non si era mai opposto; il 20 ottobre 1792 denunciava ai Giacobini le «calunnie» destinate ad «armare la superstizione contro la libertà»; il 10 febbraio 1793, dalla stessa tribuna, afferma di «fare la guerra» al tempo stesso «ai tiranni a ai preti». Il 10 luglio 1793 non interviene (segno di approvazione) quando la Convenzione decide di deportare ogni vescovo «costituzionale» che pretendesse di opporsi al matrimonio di un prete nella sua diocesi. Ma Robespierre non è favorevole al progetto Romme-Fabre d'Eglantine per un nuovo calendario. Annota su un taccuino segreto questa indicazione, che rivela la sua ostilità: «Aggiornamento infinito» del decreto in preparazione. Ma si vede sopraffatto da ogni parte e si accorge che sarebbe battuto in anticipo se tentasse di opporsi. Altra nota del taccuino segreto: «cassare il decreto della municipalità che proibisce la messa e i vespri». Quale municipalità? Probabilmente quella di Mennecy, della quale abbiamo parlato, e con cui Barère si è complimentato il 6 novembre. Anche in questo caso Robespierre non osa agire come vorrebbe. Tuttavia è lui stesso a redigere, il 27 ottobre, la risposta del CSP alla lettera trionfante del rappresentante Dumont sull'annientamento della Superstizione in atto nel Nord. E qui Robespierre si vale della sua argomentazione abituale: bisogna guardarsi da qualsiasi misura che possa offrire ai controrivoluzionari il «pretesto» di «accendere la guerra civile»; non bisogna «offrir loro l'occasione di dire che si impedisce la libertà dei culti» e che «si fa la guerra alla religione stessa». Dumont è avvertito che non deve prendersela «col titolo di prete in quanto tale». Davanti alle spettacolari spretizzazioni del 7 novembre Maximilien ha dovuto tacere stringendo i denti. Ciò che Cloots e Léonard Bourdon hanno ottenuto da Gobel — con quali mezzi? — egli sa che certi rappresentanti in missione come Dumont o Javogues lo ottengono su vasta scala con la paura. Già il 7 dicembre 1792 nella «Lettera» aperta apparsa quel giorno, aveva parlato con ripugnanza di quei «corrotti» che qua e là, con un basso spirito di piaggeria, «rinunciano per cupidigia a un errore che tengono per verità». Non ama Gobel; forse dispone di informazioni che a noi mancano, ma è evidente che non ne ha nessuna stima, e lo indicherà per nome il 12 dicembre, come uno «di quei preti che si lamentano per la riduzione dei loro emolumenti» e che ora si vedono «all'improvviso cambiare linguaggio e veste». Diffida degli spretati, degli «ambiziosi», dice, sempre uguali a se stessi «sotto la nuova pelle della quale si sono rivestiti»; infatti hanno scambiato le loro funzioni ecclesiastiche con quelle di municipali, amministratori e persino «presidenti di società popolari». Lo dirà chiaro e netto all'indomani di quella grottesca sceneggiata recitata nella sala della rappresentanza nazionale dai sezionari de «l'Unité». Per Robespierre, allora, il vaso è colmo. Non è privo di coraggio il gesto che egli compie il 21 settembre ai Giacobini; poiché, il 9 di quello stesso mese di novembre, questi hanno portato Cloots alla presidenza. All'audacia dell'atto si unisce, nella scelta dei termini, una prudenza necessaria al successo del suo sforzo. Come il 27 ottobre per sconsigliare a Dumont i metodi violenti del proselitismo «filosofico», gli aveva raccomandato di tenere da conto «la massa globale e ignorante», così in un testo particolarmente notevole, databile con certezza all'autunno 1793, Robespierre si spaccia per un membro di quella avanguardia intellettuale che grazie alla pratica della riflessione ha «superato tutti i pregiudizi»; ma che la nostra passione per la verità, dice, non ci renda ciechi a questa evidenza, della quale bisogna assolutamente tener conto, «che vi sono dei superstiziosi in buona fede». Questa parte della nazione, «rimasta indietro, richiede incoraggiamenti per avanzare a sua volta; spaventarla, significa volere che arretri ancor più. Sono come malati che bisogna preparare alla guarigione rassicurandoli, mentre li si renderebbe fanatici con una cura forzata». E in queste righe, raramente citate, Robespierre formulava un'opinione che non aveva più niente a che vedere con le precauzioni, un po' eccessive, che prendeva per venire incontro ai violenti al fine di ammansirli. È un assioma, per lui fondamentale: «Penetratevi di questa verità: non si comanda alle coscienze». Nel complesso si è dimostrato severo, il 21 novembre, nei confronti dei preti: per quanto vi siano delle «eccezioni, io mi ostino a credere che siano rare». Per quanto riguarda gli atei militanti non nasconde affatto la propria disapprovazione e tiene a sottolineare fortemente che, così facendo, essi imitano il comportamento delle classi alte, sotto l'Ancien Régime. Sì, che lo si sappia, che se ne prenda coscienza, l'ateismo è aristocratico, mentre la fede in Dio è «tutta popolare». «Con il pretesto di distruggere la superstizione», alcuni vogliono fare dell'ateismo stesso «una sorta di religione» alla rovescia. E’ inaccettabile. «La Convenzione aborrisce un tale disegno». Duro e deciso, Robespierre prende posizione contro coloro che pretendono «di turbare la libertà dei culti in nome della libertà e di attaccare il fanatismo con un fanatismo nuovo». Ricorda ai giacobini che, da questa stessa tribuna dalla quale egli parla, «l'imprudente Guadet», poco tempo fa, lo accusò del crimine di aver glorificato la «Provvidenza». Egli non se ne vergogna; si è distaccato dal cattolicesimo, è invece «più attaccato che mai all'idea di un grande Essere che veglia sull'innocenza oppressa»: e cita — forse con un mezzo sorriso acidulo all'indirizzo dei voltairiani che lo ascoltano — l'alessandrino divenuto banale di Voltaire: «Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo». Robespierre abbandona qui il metodo obliquo del quale lo abbiamo visto servirsi ampiamente per proteggere gli «attardati» contro l'aggressione dei «persecutori». Quella povera gente crede in Dio? Ha ragione. Quel «sentimento è inciso in tutti i cuori». Lungi dall'essere un'illusione dovuta alla stupidità dirà — o, come diceva Cloots, alla «debolezza» mentale — la fede non è altro che un «istinto sacro». E «guardatevi dal ferirlo», dice Maximilien, nelle anime rette, nelle anime semplici. «Incomprensibile» per la nostra intelligenza limitata, che tale resterà sempre in rapporto all'infinito, ma percepibile da una conoscenza intuitiva, da una conoscenza per contatto che fa parte della nostra natura e ci costituisce in quanto uomini, l'Essere supremo ha per tutti, e principalmente per chi vuol costruire uno Stato giusto, l'insostituibile vantaggio di essere «un sostegno della virtù». Gli «omaggi» alla sua «potenza» sono «altrettanti anatemi contro l'ingiustizia». Da ciò la conclusione che già abbiamo citato (cap. II della 4 parte): «Proscrivere il culto? La Convenzione non ha mai fatto questo passo temerario né mai lo farà». Michelet non se ne dà pace. Dunque, incurante del prezioso decreto ottenuto il 15 novembre da Cambon, che sanciva in pratica la confisca dei templi e delle canoniche, Robespierre, all'improvviso, impone la libertà di culto. Ora, ritiene Michelet, «la libertà dei cattolici» sotto una Repubblica, è «la libertà del nemico». Ciò che faceva, ciò che esigeva Robespierre «cos'altro era se non liberare la controrivoluzione e vincolare la Rivoluzione?». «La vita del cattolicesimo è la morte della Repubblica. La vita della Repubblica è la morte del cattolicesimo. La libertà dei cattolici in un governo repubblicano è unicamente e semplicemente la libertà di cospirazione». Secondo Michelet, gli ascoltatori giacobini di Robespierre, il 21 novembre, avevano dovuto — avrebbero dovuto — sentirsi sbalorditi, disorientati. «Credevano che il loro capo fosse della Montagna, e lo videro schierato con la destra». E' vero che avrebbero potuto risparmiarsi questa sorpresa. Sarebbe bastato loro tirare la conseguenza logica dei comportamenti scelti da Robespierre: «incipriato» e «vestito alla moda dell'Ancien Régime», somigliava a un ci-devant; «questo aspetto non mentiva». Robespierre ha tradito e sfidato la Ragione. Con la sua libertà di culto, Robespierre riconduceva la Francia «nella palude dell'equivoco, del falso, della non-Ragione». Il 28 novembre Maximilien ritorna, ai Giacobini, su un argomento nel quale la posizione da lui assunta ha suscitato — lo riconosce francamente — aspri commenti. Lungi dall'attenuare il suo linguaggio del 21, lo irrigidisce ancora. «Poiché mi sono opposto al torrente di stravaganze [sic] escogitate dai nostri nemici per risvegliare il fanatismo [l'argomento è sempre efficace; il 21 Robespierre ha affermato senza esitazione che i peggiori incitamenti all'odio anticattolico venivano da individui "prezzolati dalle corti straniere" per turbare l'ordine pubblico e complicare la vita nazionale], si è preteso concludere che io ero a favore dei preti». Ciò significa conoscerlo male; e per quanto non abbia temuto di sostenere che «può esistere un prete onesto» — cosa che pensa ancora —, gli pare utile, per allontanare i sospetti, manifestare quanto meno un anticlericalismo senza debolezze; egli comprende «la giusta indignazione che l'ipocrita perfidia dei preti [il 21 si riferiva ad alcuni rinunzianti, ma oggi non sta tanto a distinguere] ha acceso in tutti i cuori patrioti». Preliminare che ha lo scopo di introdurre una precisazione alla quale Robespierre attribuisce un valore enorme. Egli intende opporsi frontalmente a quanti vorrebbero far credere che «un popolo religioso non può essere repubblicano». Non ammette che si «insulti» con «farse ridicole» ciò che il popolo «venera». «Non tollereremo», dichiara (ed è l'uomo di governo che parla), «che si innalzi lo stendardo della persecuzione contro alcun culto»; e sfiorando un soggetto pericoloso, un territorio i cui confini sono costantemente vigilati da attente sentinelle, deplora quella «sorta di mania filosofica» e «di ambizioni di bello spirito» della quale il povero Manuel (ghigliottinato pochi giorni prima) dava un esempio grottesco. Robespierre non ha parole sufficienti per condannare «questa guerra strana e improvvisa» che gli intriganti hanno dichiarato «al culto in vigore e a tutti i culti». Si rifiuta di «confondere il culto con l'aristocrazia e il patriottismo con la persecuzione del culto». Il 5 dicembre, incaricato dal CSP di redigere la risposta al manifesto pubblicato da Pitt contro la Francia rivoluzionaria, Robespierre non indietreggia davanti all'aspetto di provocazione che può rivestire nei confronti degli atei, numerosi fra i convenzionali, il richiamo ai termini stessi che figurano nel testo fondamentale della Repubblica: è «sotto gli auspici del Grande Essere» che sono stati esplicitamente posti «gli immutabili principi di ogni società». L'attacco aperto del 28 alle «stravaganze» antireligiose sarà da lui riportato il 5 dicembre, e con le stesse parole: alle «follie» della superstizione egli paragona, per respingerle con lo stesso vigore, «le stravaganze del Filosofismo» che, si direbbe, hanno il solo risultato di «armare» contro la Repubblica «l'uomo che non è un nemico della libertà, ma che è attaccato a un culto e che coltiva opinioni religiose». Misura attentamente le parole accennando con calcolata tristezza a quelle zone «dove la filosofia [lenta a trionfare] illumina meno il popolo»; ma l'indomani, il 6 dicembre, Robespierre farà votare dall'Assemblea un decreto solenne, conforme alla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo: «La Convenzione nazionale proibisce qualsiasi violenza, o minaccia, contraria alla libertà dei culti». Il 12, poiché vuole farla finita con Cloots, insiste — con qualche eccesso irritante — sulla propria completa adesione, superiore a ogni dubbio, alla liberazione spirituale che deve compiersi; e si spinge sino a dichiarare che a suo parere «il movimento contro il culto» avrebbe potuto «divenire eccellente [sic]» se fosse stato ben condotto, e «maturato» «dal tempo e dalla ragione». Come c'era da aspettarsi, questa concessione teorica era fatta solo per meglio denunciare le «grandi sventure» provocate dal comportamento contrario, impaziente e brutale: subito dopo questo riconoscimento formale dedicato ai suoi avversari, infatti egli si scaglia contro l'abiura di Gobel che definisce, senza peli sulla lingua, una «mascherata filosofica». Sempre ai Giacobini, il 16 dicembre Robespierre respinge una mozione di Bourdon de l'Oise, in cui si richiede che tutti i preti sino a quel momento iscritti alla Società ne vengano esclusi su due piedi. E Maximilien si serve di questo incidente per rinnovare la sua condanna della «guerra al culto», che ha provocato, dice, «innumerevoli danni alla classe del popolo ancora poco istruita, della quale non ha rispettato abbastanza i pregiudizi e la debolezza». Alla sorda irritazione che, senza dubbio alcuno, provoca in una parte dell'uditorio, il linguaggio enfatico del quale Robespierre fa grande uso e che gli serve invariabilmente da preambolo per qualche nuova sconfessione del «filosofismo» in azione, si aggiunge il disagio suscitato dagli elogi che egli si decide a tributare — perché? — ai cittadini esemplari «membri di quello che si chiamava [avant'ieri] il basso clero», che hanno dato prova del loro attaccamento alla Rivoluzione «con un seguito ininterrotto di sacrifici». Il «Mercure Universel» non omette, nel suo resoconto di questa seduta del 16 dicembre, una frase, non rilevata dal «Moniteur» ma certamente inclusa nell'elenco, sempre aggiornato, dei fatti e dei gesti che indicano fin troppo chiaramente Robespierre come un nemico di quella «conclusione» nella quale la Rivoluzione troverà il suo pieno significato. Il 16 non ha forse fustigato «coloro che si servono del mantello della filosofia per sferrare alla libertà colpi segreti»? Ancora il 25 dicembre, alla Convenzione, Robespierre dichiara di vedere «molte affinità» tra «i fanatici coperti di scapolari e i fanatici che predicano l'ateismo» e, se ostenta di maledire «le follie della superstizione» naturalmente è per biasimare, nel contempo, «gli eccessi falsamente filosofici». Il 22 dicembre Robespierre appone la propria firma su un decreto verosimilmente proposto da lui stesso: «Il CSP, volendo scongiurare le manovre controrivoluzionarie messe in atto per turbare la tranquillità pubblica provocando dispute religiose, e volendo far rispettare il decreto emesso il 16 frimaio [6 dicembre], proibisce al Teatro dell'Opera e a tutti gli altri di rappresentare il lavoro intitolato: “Le Tombeau de l'imposture” [ ... ] e tutti gli altri che tendano al medesimo scopo». L'autore del Tombeau de d'imposture era Léonard Bourdon; quando il 10 termidoro, verso le due e mezzo del mattino, indicherà il suo bersaglio alla pistola del giovane gendarme *****, Léonard Boudon avrà un conto personale da regolare con Robespierre. Un progetto di discorso, trovato dai termidoriani tra le carte di Maximilien, che sembra proprio risalire alla metà di gennaio 1794, contiene dure critiche contro«una filosofia venale e prostituita alla tirannide che, dimenticando i troni per rovesciare gli altari [ ... ] metteva la morale in contraddizione con se stessa, confondeva la causa del culto con quella dei despoti, i cattolici con i cospiratori, [così anche più avanti: «il crimine di cospirazione contro lo Stato si riduceva al delitto di andare a messa»] e voleva costringere il popolo a vedere nella Rivoluzione non il trionfo della virtù, ma quello dell'ateismo».



Al punto in cui siamo giunti con le nostre ricerche, dobbiamo finalmente affrontare il problema di fondo che riguarda Robespierre: di quali elementi era costituito, in realtà, il suo pensiero religioso, e che ruolo hanno avuto, nei suoi comportamenti e nella sua azione (che lo condurrà, ne è consapevole, alla morte) le certezze, diciamo, «metafisiche» che costituiscono la sostanza della sua identità? Mathiez, che ha così ben lavorato e che ha dato un contributo così grande alla scoperta della verità e ai progressi della nostra conoscenza su ciò che fu la Rivoluzione francese, commette tuttavia un grosso errore quando afferma, in tono di sicurezza, che Robespierre ed Hébert «si propongono lo stesso scopo, la scristianizzazione, ma vi tendono con modi diversi». Lo stesso autore d'altra parte sostiene che, se Robespierre «condannava l'ateismo», era «meno per motivi filosofici che per considerazioni patriottiche». Egli è evidentemente persuaso che l'«Essere supremo», per Robespierre, sia qualcosa di simile a un'astrazione di pubblica utilità, e niente più. A Gustave Laurent, che nel 1961 curò il tomo V delle “Oeuvres” di Robespierre, edite dalla Società degli studi robespierristi, dedicato alle “Lettres de Maximilien Robespierre à ses commetants”, dobbiamo una nota, introdotta a commento della quinta Lettre della seconda serie (apparsa verso il 5 febbraio 1793), giustamente ritenuta da lui necessaria per combattere certi erronei luoghi comuni ancora molto diffusi circa le convinzioni di Robespierre in materia di religione. L'atteggiamento di Maximilien a questo proposito, osservava Gustave Laurent, «non era dettato solo dalla politica». Aulard differiva da Mathìez su questo come su molti altri punti. L'estrema avversione che Aulard nutriva per Robespierre si basava per una parte (notevole) proprio sull'indulgenza eccessiva che gli attribuiva nei confronti della «Superstizione»; vedeva in lui una vergognosa connivenza segreta con i “calotins”. Aulard giunse a scrivere che Maximilien, nel suo implacabile odio per il «libero pensiero», aveva trovato, per distruggerlo, questo mezzo di un'efficacia radicale: «uccidere i liberi pensatori» (di qui l'invio al patibolo di Cloots, Chaumette e Gobel); e riassumeva in due parole la sua visione del troppo famoso Incorruttibile: «un mistico assassino». Mistico, Robespierre? È vero che aveva «una mistica» nell'accezione che Peguy dava a questa parola, nella sua contrapposizione celebre e un po' semplicista (Semplicistica perché, se in un uomo di Stato la «mistica» non si traduce concretamente in «politica», non è che falsa apparenza, assenza o inconsistenza.) tra «mistica» e «politica». Nel caso di Robespierre bisogna accogliere questo termine in tutta la sua ricchezza e in tutta la sua profondità. Una frase di J.-P. Domecq, nel suo troppo breve saggio del 1984, rivela che il suo sguardo è andato dritto al cuore del problema: Robespierre, dice, voleva «rimettere il sacro al centro dello Stato». Michelet, così mal disposto nei confronti di Robespierre; Michelet che moltiplicò contro di lui gli attacchi velenosi (Lo definisce «Triste bastardo» di J. J. Rousseau, «prete» nato, dedito a un gergo religioso nel quale sciorinava «banalità morali che somigliavano molto a un sermone»; Robespierre fu, insomma, «il cattivo genio della Rivoluzione» [M., I, 865-866] ). e che nel 1869 dedicò a questo nemico privilegiato tutto un saggio intitolato “Le Tyran”; Michelet dimentica a un tratto per una volta i suoi insulti — l'accusa di «ipocrisia» così spesso ripetuta — quando arriva, nel suo racconto, alla Festa dell'«Essere supremo»; per un momento cambia tono e riconosce che, quel giorno, «l'appello a Dio» da parte di Robespierre, «per quanto inaudita e falsa fosse la sua natura», era «spontaneo, sincero»; e Michelet aggiunge un'osservazione inattesa, che dobbiamo citare subito e che esamineremo più avanti: «La stravagante idea di Robespierre era che la Francia aveva perduto Dio e che lui glielo avrebbe reso». Nell'introduzione alla sua “Histoire socialiste de la Révolution francaise”, Jaurès scrive queste poche righe che, già da sole, la dicono lunga sul suo modo di vedere il mondo: «L'uomo, forza pensante, aspira alla vita piena del pensiero, alla comunicazione ardente dello spirito e del misterioso universo». Si poteva attendere da lui, con ragionevole sicurezza, che comprendesse Robespierre nella sua intima essenza, con discernimento superiore a quelli dei Mathiez e dei Soboul, vittime (quali che siano state le loro simpatie per quest'uomo) dei loro preconcetti. Robespierre, scrive Jaurès, «aveva il senso religioso e appassionato della vita»: «L'opera rivoluzionaria [ ... ], per quanto completo se ne potesse sperare il trionfo, gli appariva molto povera e molto superficiale; guastata per metà in anticipo» dalla debolezza umana, dalla corruzione, dai «vizi»; «gli pareva che l'azione cristiana fosse talvolta penetrata nelle anime a profondità tali che l'azione rivoluzionaria non sarebbe stata in grado di raggiungere». (I commentatori stessi di Jaurès hanno troppo spesso dimenticato questa dichiarazione di suo pugno, per niente sorprendente per chi conosce ciò che egli chiama, senza mistero, il suo «pensiero riposto»: «Ben lungi dal pensare che l'umanità debba tendere come a un ideale alla separazione dello spirituale e del temporale, è la loro fusione, al contrario, che deve desiderare» [Cfr. Jaurès, La Costituente, 534]; ciò che combacia perfettamente col pensiero di Robespierre.) Impaziente com'era di difendere un Robespierre sospettato da Aulard di contaminazioni clericali, Mathiez sfidava il suo collega «a scoprire in tutta l'opera di Robespierre una sola frase, una sola parola tale da far pensare che Robespierre credeva a un qualsiasi dogma del cristianesimo». Avventurandosi così Mathiez, aveva evidentemente perso il ricordo della risposta a Cambon pubblicata da Maximilien nella sua ottava Lettre (prima serie) del 7 dicembre 1792, dove vi è un chiaro riferimento ai «dogmi imponenti», alla «dottrina sublime» insegnati un tempo dal «figlio di Maria». Robespierre non adotterà mai la terminologia del «Père Duchesne» o di Camillo Desmoulins, pronti all'occasione a parlare del «sanculotto Gesù»; non aveva alcuna inclinazione per simili volgarità capziose. E una seconda volta, nella stessa Lettre del dicembre 1792, si riferisce al «figlio di Maria», ai suoi «anatemi contro la spietata opulenza», alle «consolazioni» da lui arrecate «alla miseria e alla disperazione stessa» . Come ha potuto Mathiez trascurare la serena audacia con la quale, di fronte a una Costituente in cui (Michelet lo aveva detto con chiarezza) «i voltairiani» erano in maggioranza, Robespierre il 16 giugno 1790 invocò Gesù Cristo, «il Dio benefico che si è mostrato agli uomini sotto l'aspetto della povertà»?

CONTINUA…

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Lun Ott 15, 2012 8:45 pm    Oggetto:  
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Ho già detto, ma non ritengo superfluo ripeterlo e insistere, al fine di dissipare ogni confusione, di eliminare ogni controsenso: Robespierre non lavora a vantaggio del cattolicesimo. Quando parla di «pregiudizi» da combattere e auspica che il popolo sia più «istruito», non lo fa solo per stornare da sé le critiche. Ammettiamo che, per motivi tattici, alzi un po' la voce. Ma non può essere messo in dubbio che, per lui — come per Pascal — «appoggiare la pietà sino alla superstizione, significa distruggerla» e nel cristianesimo si verificò ben presto, purtroppo, un'invasione autoritaria di coloro che Pascal (ancora lui) chiama quegli esseri «grossolani» che furono «i giudici della nuova fede». Niente è peggio di una fede pietrificata nelle sue forme, a detrimento del senso che si è perduto; e Robespierre ce l'ha con i preti (ben presto glielo sentiranno dire con un impeto che non avrà niente di simulato) perché hanno sfigurato Dio, l'hanno reso irriconoscibile e odioso. Pensa inoltre — come Isaia — che non sono i «sacrifici» e le «orazioni» che Dio attende da noi, ma lo sforzo verso «la giustizia» e la difesa dell'«oppresso». («Cosa m'importa dei vostri innumerevoli sacrifici, dice Geova [ ... ] ho orrore dell'incenso [ ... ] odio i vostri pellegrinaggi [ ... ] mi rattristano [ ... ]. Smettetela con il male [ ... ] siate giusti, soccorrete l'oppresso» [cfr. Isaia, 1, 11-17]. ) La volontà di percepire e salvare a ogni costo l'essenza, intima del cristianesimo attraverso una religione malata, «come il fonditore rispetta l'oro in una moneta alterata», questa passione nobile che un Lamartine, pieno di illusioni attribuiva a Vergniaud, in verità non si applica affatto ai girondini bensì, e incontestabilmente, all' “Incorruttibile”. E Jaurès, che scrive nel momento in cui il «modernismo» influenza il pensiero religioso, crede di poter attribuire a Robespierre il progetto di «una sorta di adattamento modernista del cristianesimo». Come si inganna, l'ottimo Mathiez, quando dichiara che, dell'«idea di Dio», Robespierre «prendeva in considerazione solo l'utilità sociale!». Il «deismo» di Robespierre non ha niente a che vedere con quello che Pascal respingeva duramente, giudicandolo «quasi altrettanto lontano dalla religione cristiana che l'ateismo». Scrivendo queste parole Pascal pensava, sembra, a Montaigne, forse anche a Descartes. Ma il Dio di Maximilien non rassomiglia affatto a «quello dei philosophes e degli eruditi». Non è un Dio lontano né impersonale né tanto meno è, alla maniera di Voltaire, un prezioso fantasma a uso degli imbecilli. Se Robespierre lo designa di preferenza come l'«Essere supremo», è forse — il suggerimento, valido, è di Michelet — perché «la parola appartiene a Rousseau», ma è anche perché in questa locuzione egli vede — forse a torto — un mezzo di rianimare un linguaggio spento, di ridare la vita a una religione irrigidita e meccanizzata, un invito essenziale del quale i suoi contemporanei non percepiscono più il richiamo. Il «Dio dei philosophes e degli eruditi» Pascal lo rifiuta perché «non è sensibile al cuore». Ora, è proprio a questa conoscenza del cuore che Robespierre attribuisce un valore decisivo. Egli crede la realtà divina insita in noi, crede che essa sia un «istinto sacro» nella razza umana. Il suo Dio è così poco nominale, teorico, astratto, che si rivolge a lui («questa causa è la tua causa»), che gli parla dal fondo della sua «anima», che trae la sua forza da questa presenza. Siamo lontani, infinitamente lontani, da coloro che hanno preso (o prendono ancora) Maximilien per un freddo retore. Prestiamo attenzione ai ricordi di Elisabeth Lebas (nata Duplay) che lo ha conosciuto da vicino, per tre anni, e che non dice: «Gli avvenne di...» ma scrive positivamente: «Quante volte mi ha rimproverata perché gli pareva che io non credessi [in Dio] con il suo stesso fervore!»; «sarai infelice» le diceva, se ti priverai di questa verità; «è la sola consolazione sulla terra». Che credito possiamo dare a una testimonianza tedesca, pubblicata a Berlino nel 1794, la cui diffusione in Francia fu forse proibita fin dall'inizio? Questo viaggiatore, che si è informato, che sa che Robespierre vive presso Duplay e «mangia alla tavola del suo ospite», aggiunge un particolare il quale Maximilien non avrebbe desiderato la divulgazione: «E' sempre lui [Robespierre] che dice la preghiera prima del pasto». Se la notizia è veritiera, ci spieghiamo meglio il «gesuitismo» ridicolizzato da Danton. Nell'idea di Robespierre l'ateismo è una disgrazia per l'uomo, una malvagità da parte di coloro che lo sostengono e lo diffondono. Una volta ancora, molto probabilmente senza rendersene conto, Maximilien si associa a Pascal quando quest'ultimo si chiede se è rendere un servizio al nostro prossimo ridurre «la nostra anima» a una «apparenza» e quando afferma «Non vi è indizio più chiaro di una cattiva disposizione di cuore che il non augurarsi la verità delle promesse eterne», e quando vede Dio suscitare l'avversione di «coloro dei quali disturba la cupidigia». Per Robespierre come per Pascal, quando si tratta dell'esistenza di Dio, del senso della vita, del nostro destino, si può dire che ne va «di noi stessi e del nostro tutto». E a mio giudizio non sarebbe stato necessario insistere molto con Robespierre perché, interrogato da uomo a uomo e gli occhi negli occhi, e posto dinanzi a una scelta obbligata tra un ateo e un prete, egli ammettesse che tra questi due uomini, entrambi invisi, avrebbe giudicato senz'altro il prete, con tutte le sue sozzure e i suoi errori, infinitamente meno nocivo dell'ateo. Analogamente l'irriducibile anticlericale che era Victor Hugo a sessant'anni confidava a Stapfer, nel 1867, che avrebbe voluto recarsi a Parigi, per un solo giorno e un solo momento, solo per il tempo necessario a votare, in “quai Conti”, per sbarrare a Taine l'accesso all'Accademia, foss'anche appoggiando contro di lui Dupanloup, sì, il funesto vescovo, meno disastroso, in fin dei conti, dell'altro, il laico, col suo materialismo determinista. La fede di Robespierre si accompagna a una volontà. Ciò che vuole — e lo diceva in una lettera a Baumetz nel 1790 — non è diverso da ciò che annunciava l'apostolo Pietro nella sua seconda epistola ( III, 18 ): «Una terra nuova nella quale regnerà la giustizia». E se è certamente vero che Mao Tse Tung aveva sognato per il suo paese una umanità trasfigurata (un suo testo giunge a parlare di una «rigenerazione»), Robespierre, anche lui, si è posto come obiettivo un regime nel quale le istituzioni non sarebbero state nulla senza un cambiamento fondamentale nei comportamenti umani. L'osservazione di J.-P. Domecq, che in Robespierre «l'etica comanda alla politica», può essere sostenuta con venti prove, a cominciare da questo aforisma: «Niente è utile quanto ciò che è giusto»; oppure «ciò che è immorale è impolitico». Quella parola «virtù», ( Il 5 febbraio 1794, alla tribuna della Convenzione, Robespierre dice che «la virtù» è «la forza dell'anima» che ci fa «preferire l'interesse pubblico a tutti i nostri interessi privati» [R.O., x, 153] e, il 7 maggio, dichiara: «il patriota non è altro che l'uomo probo e magnanimo» [id., 462]. ) che Maximilien ama e ripete e che Danton traduce con una pesante canzonatura, lui stesso l'ha chiaramente definita: il senso civico, «l'amore per la patria, la devozione magnanima all'interesse generale»; «l'anima della Repubblica è la virtù». Siamo qui al centro del programma che Robespierre, uomo d'azione, si è prefisso. Saint-Just è consapevole di aderire al più intimo pensiero di Robespierre quando interpreta la Repubblica, nel suo discorso del 15 aprile 1794, innanzitutto come un mutamento dei cuori: «Il passaggio dal male al bene, dalla corruzione alla probità»; «perché la Repubblica si rafforzi», dirà (che immaturo, non è vero, che ingenuo questo riformatore di ventisette anni appena uscito dall'adolesenza), «bisogna essere tanto buoni quanto un tempo eravamo cattivi». E allorché, lo stesso giorno, Saint-Just dichiara che «occorre dedicarsi a formare una coscienza pubblica», non ignora di esprimere il desiderio più riposto del suo maestro e amico: «La Repubblica è proclamata piuttosto che istituita. Il nostro patto sociale è ancora da fare». Il 5 febbraio 1794, Robespierre presenta all'Assemblea un rapporto il cui titolo rivela pienamente l'intenzione: «Sui principi di morale politica che devono guidare la Convenzione nazionale nell'amministrazione interna della Repubblica». Pensa che sia questo il momento, o mai più. Bisogna approfittare dell'onnipotenza di un potere eccezionale, il «governo rivoluzionario», per orientare definitivamente la Rivoluzione nella direzione che lui ha sempre voluto imprimerle. La situazione interna non è sfavorevole; il ribollio degli intrighi pare attenuarsi. Robespierre è perfettamente cosciente di avere dinanzi a sé, nell'Assemblea, una quantità di persone a disagio — è il meno che si possa dire — di fronte alle sue preoccupazioni religiose. Ha elaborato un progetto che darebbe alla Repubblica, come lui la concepisce, tutto il suo significato e tutta la sua grandezza; ma forse è opportuno ritardare ancora qualche settimana l'esposizione pubblica di questo grande disegno. D'altronde Maximilien sarà costretto a segnare il passo da gravissime crisi politiche, dalle fazioni «ultra» e «citra», che prima bisognerà rovesciare con i mezzi più radicali. Il 5 febbraio 1794 Robespierre si prova a disegnare un'immagine tentatrice della società da lui sognata, la «terra nuova», respirabile, felice, che potrebbe essere la Francia in cui Dio (se ne riparlerà fra poco, il più presto possibile; per il momento meglio sorvolare), il vero Dio vivente sia stato ritrovato, riconosciuto, amato e servito. Quando si sa dove affonda le radici, e soprattutto quale fallimento le è riservato, è patetica questa serie di «vogliamo» infilata da un Robespierre pieno di speranza: «Vogliamo un ordine di cose nel quale le passioni basse e crudeli siano vincolate, le passioni benefiche e generose risvegliate dalle leggi [...]. Vogliamo sostituire la morale all'egoismo, la probità all'onore, i principi agli usi, il dovere alle convenienze, il disprezzo del vizio al disprezzo della sventura, la fierezza all'insolenza, la grandezza d'animo alla vanità [ ... ], le persone buone alle buone compagnie»; vogliamo «compiere i destini dell'umanità». Come sarebbe bello se, grazie a lui, per tutto il paese si infiammassero le buone volontà! Sentirsi portato in alto da un'ondata di speranza, un'ondata plebea! Egli vuole sempre convincersi che «il popolo», se non è pervertito da corruttori, tende spontaneamente verso il bene, verso ciò che è giusto. Ricorda quanto sia deplorevole «la guerra dichiarata alla divinità», stupida e colpevole «diversione mentre le nostre frontiere continuano a essere minacciate». Intima l'alt a quegli insensati che, «dimenticando gli austriaci per fare la guerra ai devoti», anziché «riconquistare le nostre fortezze», vogliono «prendere d'assalto le chiese e dare la scalata al cielo». Questo passo del suo rapporto non è quello, siamone certi, al quale Robespierre tiene di più. La scristianizzazione è un fatto momentaneo, episodico, controllato d'altronde, nella sua forma estrema — fatta eccezione per incidenti locali — in provincia. La grande questione, per Maximilien, è lo sforzo per costruire quel mondo rigenerato che egli sarebbe pronto, se non temesse i sarcasmi, a chiamare come fa probabilmente nell'intimità dei Duplay, «il regno di Dio»; quella Repubblica dei «cuori puri» della quale lo abbiamo sentito, proprio in questi termini, auspicare l'avvento. Il 6 aprile Couthon, in perfetto accordo, senza dubbio alcuno, con Robespierre, che è anzi forse il vero autore del progetto, annuncia che alcune “feste decadarie” avranno luogo in onore dell'«Essere supremo». Così, correggendo l'abolizione della domenica, Robespierre desidera che ogni dieci giorni la nazione sia invitata a mantenere il contatto con un Dio padre, fonte e scopo della creazione. Ma chiede troppo. Questa celebrazione religiosa non mancherà di esasperare tutti coloro per i quali la sola menzione della «divinità» è un cedimento alla superstizione. Maximilien rinuncia. Couthon non rinnoverà più il suo tentativo del 6 aprile. In omaggio alla verità dobbiamo osservare a questo punto che Robespierre, per quanto «credente», non ha nulla dell'inquisitore né del persecutore intollerante a sua volta. Il 28 settembre 1793, ai Giacobini, lo si era sentito prendere la difesa di un ateo dichiarato, un rozzo patriota soprannominato «Pas-de-bon-Dieu» che, proposto per lo stato maggiore dell'«esercito rivoluzionario», rischiava di esserne eliminato a causa dei suoi atteggiamenti antireligiosi; e Robespierre aveva tolto l'ostacolo. Allorché, il 13 aprile, Gobel e Chaumette vanno insieme al patibolo, taluni diranno che questo accoppiamento è stato voluto da Robespierre a mo d'avvertimento agli atei sulla sorte che ormai li attende. Ora, lo stesso Michelet riconosce che, tra i capi di accusa figurava, per l'uno e per l'altro, il reato di aver voluto «cancellare ogni idea di divinità», Robespierre non c'entrava per niente: «maldestra adulazione», dice Michelet (o forse più probabilmente perfidia), da parte di Fouquier Tinville e del presidente Dumas. Dunque, niente eccessi. Nessun obliquo ripristino di quello che i malevoli chiameranno un surrogato di messa. Robespierre, su questo punto, preferisce premere discretamente sulla Comune — che ormai gli è interamente devota — perché chiuda gli occhi sul mancato rispetto del decimo giorno festivo da parte di molti negozianti, che ritornano alla chetichella al riposo domenicale. Il 24 giugno, tuttavia, questa chiusura non fu più ammessa se non per mezza giornata; ma «in realtà», scriverà Michelet, «i bottegai non chiusero se non la domenica e i cattolici ebbero partita vinta». Il 7 maggio 1794 (18 floreale anno II), Robespierre si decide a passare il Rubicone, a rischiare la decisione cruciale della sua vita, verso la quale tendeva — non aveva mai cessato di tendere — tutto il suo lavoro al servizio di una Rivoluzione che per lui non ha alcun significato se non sfocia in una rinascita delle «anime». «Sui rapporti delle idee religiose e morali con i principi repubblicani»; è questo il titolo coraggiosamente scelto da Robespierre per la sua esposizione, nella quale in effetti «si esporrà» come non mai, lasciando da parte le allusioni brevi o le frasi felpate per dire tutto ciò che pensa di una scuola «filosofica» i cui discepoli, numerosi attorno a lui, prenderanno le sue parole come altrettante bestemmie. Aulard si indigna per questo attentato, del quale Mathiez, al contrario, si rallegra: «Toccare Voltaire, quale empietà! Confessiamo che Robespierre ha commesso questa empietà e congratuliamoci con lui per averla commessa, per rispetto alla Storia». Maximilien dichiara, per cominciare, che «sottoporrà alla vostra meditazione [alla meditazione del popolo] verità profonde che influiscono sulla felicità degli uomini». Segue questa affermazione-constatazione, nella quale riaffiora il pensiero di Jean-Jacques e del suo primo «Discorso»: «I popoli dell'Europa hanno fatto progressi stupefacenti in quelle che si chiamano le arti e le scienze, e sembrano ignorare le prime nozioni elementari della morale pubblica». Ora, dice Robespierre, «lo scopo di tutte le istituzioni sociali è quello di dirigere gli uomini verso la giustizia; l'unico fondamento della società civile è la morale». Coloro dei quali è stato necessario liberare la nazione, perché la portavano alla rovina, furono, successivamente, «Brissot e i girondini, che volevano armare i ricchi contro il popolo», la «fazione di Hébert» il cui sistema era quello di «carezzare» la folla per ridurla all'oppressione, e Danton «il più pericoloso dei nemici della patria», perché, sotto le apparenze che sapeva rivestire, era in realtà il più riuscito esemplare di quei filibustieri per i quali «la Rivoluzione è un commercio, il popolo uno strumento, la patria una preda». Sono le persone di questo genere che hanno «cercato di spegnere tutti i sentimenti generosi della nazione con il loro esempio oltreché con i loro precetti». Robespierre conduce con rigore la sua dimostrazione. Arriva agli scristianizzatori, a coloro che «addussero l'odio della superstizione» per imporci «l'ateismo»; ed ecco, sulle sue labbra, dopo l'evidente eco di Jean-Jacques, il linguaggio letterale di Pascal: Maximilien chiede quale «vantaggio» procurano all'uomo quei «focosi apostoli del nulla», che si sforzano di convincerlo «che la sua anima è solo un alito leggero destinato a spegnersi alle soglie della tomba», mentre l'uomo ha bisogno, soprattutto, «di quelle certezze che ingrandiscono il suo essere». Ed ecco l'attacco da molto tempo previsto dei Gensonné e dei Condorcet, un attacco ormai diretto e frontale. Alcune «sette», dichiara Robespierre, hanno cercato di distruggere ciò che l'umanità possiede di più prezioso, di più vitale nel proprio interno. «La più potente» di queste deleterie consorterie «fu quella dei cosiddetti Enciclopedisti». Maximilien ha molti motivi per prenderla di mira e denunciarla; innegabili e solide ragioni politiche, prima di tutto. Le aveva già accennate, diciotto mesi prima, a proposito di Helvètius; e il comportamento dell'abate Raynal era la migliore illustrazione dello scarso appoggio che poteva trovare, o anche sperare, una rivoluzione sociale da parte di questo clan nefasto: la «setta» enciclopedica, dice Robespierre, «restò sempre al di sotto dei diritti del popolo»; «i suoi corifei declamavano talvolta contro il dispotismo, ed erano pensionati dai despoti; talvolta scrivevano libri contro la Corte e talaltra delle dediche al re, dei discorsi per i cortigiani, dei madrigali per le cortigiane». Li si è visti «combattere la Rivoluzione dal momento in cui hanno temuto che questa innalzasse il popolo sopra tutte le vanità particolari». Ma la loro azione malefica era infinitamente più grave sul piano morale: essi propagarono «con molto zelo il materialismo che prevaleva fra i grandi e fra i begli spiriti» — come quell'«accademico Condorcet, gran geometra, così si diceva, a giudizio dei letterati e gran letterato a giudizio dei geometri», che sostenne il partito dei brissottini-girondini. La frase che segue è un'enunciazione molto esatta della lezione data ai suoi contemporanei dal “Candide” di Voltaire che, erigendo «l'egoismo a sistema, considera la società umana come una guerra d'astuzia, il successo come la misura del giusto e dell'ingiusto, la probità come un affare di gusto e di buona creanza, il mondo come patrimonio dei furfanti ingegnosi». È naturale dunque che Rousseau, per l' «elevazione [stessa] del suo animo», abbia meritato «l'odio e la persecuzione» di tutti questi «sofisti intriganti che usurpano il nome di filosofi». Un contrappunto indispensabile è, nel suo discorso, una severità che non ha alcun bisogno di fingere contro i preti, dei quali lo si accusa (l'ha detto pubblicamente, il 28 novembre) di favorire gli interessi, mentre è un avversario irriducibile dell'«impero» sugli spiriti che si era un tempo assicurata la Chiesa grazie alla protezione — ipocrita — dei sovrani. Dimenticando un po' troppo, in questo passo, i Grégoire e i Dolivier e il gran numero dei curati di campagna dei quali lui stesso ha salutato la devozione alla causa del popolo, vuole, per il momento, ricordarsi solo dello spettacolo ripugnante e sacrilego offerto da certi prelati, indifferenti al Vangelo quanto lo furono ieri i Bernis e i Rohan, quanto lo è oggi un Talleyrand. In questi preti, coadiuvati sotto la monarchia da mille «abati di corte» (o di alcove), Maximilien vede i primi responsabili del declino della fede in Francia, poiché essi hanno tradito quel Dio che avevano la missione di far conoscere. «Niente è così simile all'ateismo come la religione che hanno coltivato»; «a furia di sfigurare l'Essere supremo, l'hanno annientato [nei cuori altrui] quanto nel proprio» e sono «divenuti per la morale ciò che i ciarlatani sono per la medicina». Hanno «relegato Dio nel cielo» e non l'hanno «chiamato sulla terra» solo per reclamare per se stessi ricchezze, onori, potenza. «Hanno detto ai re: Siete le immagini di Dio»; «lo scettro e il turibolo hanno cospirato per disonorare il cielo e usurpare la terra». Non bisogna permettere che il «filosofismo» da una parte e i preti indegni dall'altra accechino il popolo per quanto riguarda le cose divine: questa è la preoccupazione quasi angosciata di Robespierre. La «felicità» dell'uomo — lo ha detto sin dal principio — dipende da questa apertura del suo pensiero che gli rivelerà, al tempo stesso, la sua «dignità» e il suo «destino». «Se l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima non fossero che dei sogni, sarebbero ancora la più bella di tutte le immagi-nazioni dello spirito umano». Ma non si tratta di sogni né di illusioni consolatorie. Quella «conoscenza del cuore» della quale parlava Pascal, lui la conosce, ne vive. L'incomparabile valore umano, per Maximilien, della fede in Dio, è che essa è indissolubilmente mista (se non vuol cadere nel vaniloquio e nell'ipocrisia) a una esigenza di giustizia». L'uomo che crede in Dio, se è leale, lavora a far sì «che il suo regno si realizzi». E primo compito del credente è la distruzione dell'iniquità.
Maximilien vive nella certezza che quell'avvenire non ha alcuna possibilità di prendere forma se i cittadini non si uniscono, in una completa adesione, all'«Essere supremo» — al «Grande Essere», all'«Essere degli Esseri» —, qualunque sia il nome che il nostro idioma, sempre insufficiente, dà a questa totalità vivente della quale non avremmo nemmeno l'idea se non ne sentissimo, in fondo a noi stessi, il contatto. Di qui il decreto che Robespierre fece sottoporre alla rappresentanza nazionale il 18 floreale anno II: «Il popolo francese riconosce l'esistenza dell'Essere supremo e dell'immortalità dell'anima». Questo è l'articolo I. Ed ecco l'articolo II: il solo culto che si convenga all'«Essere supremo» e che risponda alla sua volontà, è «la pratica dei doveri dell'uomo». I decadì, in numero di trentasei (tre al mese dodici mesi), saranno consacrati a feste delle quali l'articolo VII fornisce l'elenco, candidamente offerto alla derisione dei «begli spiriti» e in cui figurano, alla rinfusa, gli omaggi alla «Verità», alla «Giustizia», al «Coraggio», alla «Bontà», al «Disinteresse», all'«Amore» (senza dimenticare, accanto alla «Felicità», l'«Infelicità») e perfino alla «Fede coniugale» e — quanto è comico questo Robespierre! — al «Pudore». Articolo XV: «Il 20 pratile prossimo sarà celebrata una festa nazionale in onore dell'Essere supremo». Giornata unica, della quale Robespierre non sembra prevedere il rinnovarsi, ma che annuncia tuttavia la temeraria instaurazione, alla quale Jaurès non potrà aderire, di una metafisica di Stato. La festa religiosa alla quale Robespierre attribuisce personalmente un così gran valore viene organizzata sotto la direzione di David. Non sono ammissibili improvvisazioni, data la mole di lavoro che richiede: tra l'altro, l'erezione di due gigantesche statue simboliche, una delle quali, raffigurante l'Ateismo, dovrà essere infiammabile e ridursi in cenere nel corso della cerimonia perché dalle sue rovine emerga vittoriosa la Saggezza. Al Campo di Marte arrivano a migliaia le carrette piene di terra, che viene ammassata e rinsaldata al fine di formare una collina ampia e stabile, e persino piantumata di alberi, dove non solo starà l'intera Assemblea (per quanto mutilata dagli arresti e dalle esecuzioni, conta ugualmente più di cinquecento membri), ma si terranno dei cori e una rappresentazione allegorica. Il 15 maggio, ai Giacobini, si verifica un incidente: giunge notizia che il rappresentante Lequinio si sarebbe comportato, in occasione della sua missione nella Charente, come uno «scristianizzatore spietato»; questo Lequinio non ha, del resto, tessuto l'elogio dell'ateismo in un'opera intitolata “Les Prejugés détruits”? Ma l'interessato si è già riabilitato con un elogio estatico del discorso pronunciato alcuni giorni prima da Robespierre. Nella stessa seduta, dopo aver ammesso di scorgere «una verità» (sic) nel consiglio dato da Rousseau di «bandire» dalla Repubblica «coloro che non credono alla divinità», Robespierre aveva subito aggiunto che non conveniva «mettere in pratica» questa raccomandazione. A suo parere ciò significherebbe «ispirare troppe paure» a troppa gente; a «una moltitudine», dice anzi, il che prova come non pecchi di ottimismo per quanto riguarda la consistenza del gruppo avversario, la cui ostilità egli si appresta a fomentare. Ma è ormai tempo di trattare della giornata del 20 pratile (8 giugno 1794 e festa della Pentecoste secondo l'antico calendario) per cercare di determinarne il significato reale. Non giurerei che la coincidenza con l'antica festività religiosa sia fortuita. Senza mai confessarlo — se non, forse, ai Duplay —, Robespierre può benissimo aver scelto di proposito il 20 pratile (8 giugno) per stabilire una continuità segreta tra la commemorazione cristiana della discesa dello Spirito sugli apostoli, la settima domenica dopo Pasqua, e l'omaggio che vuole rendere a Dio a nome della Francia, nel giorno più luminoso della sua carriera. Si potevano temere cadute nel grottesco nella teatralità della cerimonia. E il grottesco fu toccato, o almeno rasentato, allorché, nel giardino delle Tuileries, ebbe luogo la solenne cremazione di un Ateismo di cartapesta, tra le cui macerie apparve una Saggezza un po' malconcia e nera come il carbone. Il contrattempo però non compromise l'atmosfera di quella giornata che fu qualcosa di singolare e persino di sconvolgente per molti, credo, come lo fu per il piccolo Nodier, un ragazzino di quattordici anni, nella cui memoria quelle ore dell'8 giugno 1794 rimasero indimenticabili. Vi fu realmente, a Parigi, una gioia diffusa, una sorta di ebbrezza. Correvano voci insistenti di una prossima «amnistia»: si diceva che il Terrore era finito, che la ghigliottina non sarebbe più apparsa (in effetti quel giorno non vi è alcuna esecuzione). «La trasparenza del firmamento» — un tempo splendido, un sole radioso — accresceva l'euforia quasi generale. «Il popolo vede in ciò un miracolo», scriverà Nodier. La Comune, indubbiamente, non ha risparmiato consigli, pressioni, agevolazioni. Sentiamo ancora Nodier: «Non vi era una sola finestra della città che non fosse pavesata; non un solo battello [sulla Senna] che non fosse ornato da banderuole; anche le case più piccole erano decorate con tendaggio festoni». Dappertutto — è sempre Nodier che racconta — «le grida di una folla meravigliata, alla quale si è restituito Dio». Bisogna aver visto tutto questo per crederlo e per comprendere che era tutto molto bello». Rivedo anche il quadretto che Renan ha abbozzato nei suoi “Souvenirs d'enfance et de jeunesse”: un vecchio originale di nome Tréguier, soprannominato «bonhomme-sy-stème» non parlava con nessuno; non andava mai in chiesa, ma «poiché Dio era per lui la ragione delle cose, non sopportava che lo si negasse». Quando mori, «il sindaco gli fece fare funerali decenti» e si trovò a casa sua, in un cassetto, «accuratamente involto, un mazzo di fiori secchi legati con un nastro tricolore»; su questo nastro di carta il defunto aveva scritto: «Mazzolino che portai alla festa dell'Essere supremo, 20 pratile anno II». Quest'uomo, che ricorda il convenzionale senza nome dei “Miserabili”, aveva conservato in sé, come Nodier, il ricordo incancellabile di quella «Festa di Dio» voluta da Robespierre e tale che Parigi non aveva mai visto nulla dì simile. Cerchiamo di immaginare in qualche modo quale potesse essere il clima della città, percorsa all'improvviso da un'autentica ventata di «allegria», come dirà Robespierre l'8 termidoro; qualcosa come una felicità ritrovata nello splendore della primavera, tra il rimbombo dei colpi di cannone ritmati, e il concerto delle campane che suonavano a festa in tutte le chiese. Ogni deputato era stato munito di un mazzo di fiori tricolore (una rosa, una margherita, un fiordaliso). Robespierre, che dal giorno 4 ricopriva la carica di presidente dell'Assemblea, apriva il corteo, in uniforme da parata, con tre fiori fissati sul petto e con un enorme mazzo in mano, dono dei Duplay (Eleonora, forse, o sua madre). Nodier lo rivede che cammina «rialzando fieramente la faccia pallida». Di solito, dicono, ha un volto teso, contratto. L'8 giugno, trasfigurato, sorride, come se fosse finalmente soddisfatto, come dirà Nodier, in preda a un «entusiasmo». Vilatte, che doveva tutto a Maximilien e che dopo il 9 termidoro lo ricopri di infamie, ha lasciato una testimonianza analoga su Robespierre in quelle giornate: «La gioia brillava per la prima volta sul suo volto». Si può presumere che fosse stato sottoposto a Robespierre il testo dell'Inno all'Essere supremo — il cui autore non fu, ormai è certo, M. J. Chénier; ne è stata eliminata ogni colorazione politica, ma vi figurano «i figli d'Israele», vale a dire, attraverso loro, il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» come pure Lutero e Calvino, discepoli del «Dio di Gesù Cristo». Robespierre prende la parola due volte. Poiché ha votato alle fiamme una statua allegorica dell'ateismo, si rallegra — anticipazione nella quale la speranza vorrebbe essere certezza — di aver visto «rientrare nel nulla questo mostro» che, secondo lui, «il genio dei re ha vomitato sulla Francia». Accusa parallelamente «i preti» — senza distinzione — di un duplice crimine: essi hanno «aggiogato gli uomini, come vili animali», al «carro» dei despoti e offerto un esempio sinistro di tutto ciò che è male: «bassezza, orgoglio, perfidia, dissolutezza e menzogna». Che il popolo francese, in piedi, e pronto a quelle grandi azioni che renderanno all'umanità la sua natura sostanziale, «innalzi i suoi voti» verso Colui che gli ha dato «la missione di intraprenderle e la forza per eseguirle». Robespierre crede a una «missione» della quale «l’Essere supremo» ha incaricato la Francia e sì rivolge a Dio per confermare l'articolo II del decreto votato il 18 floreale: «Noi non dobbiamo rivolgerti preghiere ingiuste», ingiuste in quanto volte a sollecitare benefici particolari; la nostra preghiera, è la nostra acquiescenza verso di te, l'impegno della nostra volontà al servizio della tua. Era la prima volta che un governante parlava di Dio al popolo con uno scopo diverso da quello di ingannarlo per asservirlo meglio. «Uomo», dice Robespierre rivolto verso la folla che lo ascolta e di cui vorrebbe così intensamente toccare la sensibilità più profonda e più nobile, «uomo, pensa che, se lo vuoi, puoi [sin da quaggiù] legare la tua vita passeggera a Dio stesso». Abbi «fiducia», cuore fedele. Nel più profondo di te, nel silenzio, e costantemente, tu puoi «abbandonarti» a Dio, al calore, alla tenerezza del suo «seno paterno». Gli insulti, le minacce proferite contro di lui al Campo di Marte, hanno offuscato per un momento l'estasi che lo ha rapito all'inizio della giornata. E' a conoscenza dell'opuscolo che Merlin de Thionville scrive, e che farà circolare solo con estrema prudenza finché Robespierre rimarrà in vita? Vi si può leggere questa spiegazione molto semplice della famosa festa dell'8 giugno: Robespierre ha «resuscitato l'Eterno» — «resuscitato», poiché Dio è morto, proprio morto per sempre — «solo perché l'Eterno è invisibile e perché facendo levare gli occhi di tutti verso il cielo li allontana dalla terra, dove voleva che si sentisse solo la sua voce». Sulla natura e l'intensità del suo pensiero religioso non vi sono altre indicazioni, (all'infuori dell'ostinatezza a parlare continuamente della «Provvidenza» come nel discorso ai Giacobini del l' luglio [R.O., X, 514]. ) fino al discorso da lui pronunciato alla Convenzione, alla vigilia della sua morte. Il 26 luglio, quando sa — da Saint-Just — sino a che punto Billaud-Varenne e Collot d'Herbois desiderano che, nei dibattiti dell'Assemblea, non si parli più né dell'anima né di Dio, soggetti indesiderabili, temi stupidi e superati, Robespierre ritorna deliberatamente sul suo decreto dell'8 floreale, per gloriarsene e definirlo come «una rivoluzione in se stesso», poiché colpiva in una sola volta due nemici mortali della Repubblica: «il dispotismo sacerdotale» e «l'ateismo». Afferma quasi confessando di avere perso la partita, la grande partita in cui era impegnato — che dopo il suo tentativo dell'8 giugno a favore del senso della vita, e del nostro destino, «non si è smesso di gettare il ridicolo su tutto quanto attiene a queste idee». Sono i più forti – è una realtà — i corrotti alleati agli apostoli del nulla. Ciò in cui crede, Robespierre lo griderà sino a quando lo si imbavaglierà; ciò che è, resterà sino a quando lo si ucciderà. Tu sei qui, Fouché, e mi rivolgo a te, così come all'ombra di Chaumette, che la pensava come te: «No Fouché, no Chaumette», non è vero ciò che avete fatto incidere all'ingresso dei cimiteri: «la morte è un sonno eterno». Errore! «La morte è l'inizio dell'immortalità». Fouché e il suo gruppo assaporano in silenzio la vittoria che ormai hanno in tasca e lasciano declamare nel vuoto l'inesauribile oratore, il cui destino è già segnato. Robespierre non dovrà tardare molto per verificare di persona l'inanità delle sue fandonie.

(estratto da H. Guillemin, “Robespierre politico e mistico”, Milano, 1999, Garzanti, pp. 365 -393)

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MessaggioInviato: Mar Ott 16, 2012 9:51 am    Oggetto:  
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Questo libro lo trovo molto interessante.
Sia come metodo espositivo, che come puntuale indagine storico-biografica su Massimiliano. Questa parte specifica è molto interessante, perchè focalizza alcuni principi, alcune intuizioni diremmo, che poi potremo ritrovare in alcuni altri pensatori e politici di spicco già sviluppate o superate da nuovi valori posti in continuità con la nostra civiltà europeo-mediterranea.

Se posso dare una mia opinione, io vedo nella vita politica di Massimiliano 2 fasi: la fase razionalista (legata al partie philosophique) e la fase "Volontaristico-virtuosa".

La seconda fase, una fase di maturità politica maggiore, è quella che poi coerentemente lo ha portato a rimetterci la vita.

Infatti Massimiliano, durante l'esperienza "rivoluzionaria", matura una visione politica radicalmente diversa sia dai suoi primordi, sia dal partie philosophique e dal materialismo che genericamente muoveva la forze politiche, anche diverse tra loro, in quel periodo.

Certamente questa differenziazione non arriva a superare la visione "Rousseauiana" della politica. Ma sicuramente, potremmo dire, la sviluppa.

Massimiliano è un radicalista. Non ammette mezze misure, politicamente. Questo lo configura come un "disinteressato", poichè vuole davvero una "rivoluzione", ovvero un "rifacimento" della Nazione, in quel momento, nella direzione della Giustizia. O per lo meno in ciò che lui riteneva lo fosse.

Nella prima fase, quella relativistico-razionalista, la Giustizia era nell'individuo. Nella seconda fase no. Nella seconda fase Massimiliano comprende che la Giustizia deve necessariamente tener conto dell'Equità nella Collettività e della partecipazione allo Stato-Nazione.

Sebbene mosso, nei primi tempi, da consideraizoni di tipo tattico nei riguardi di coloro che i "rivoluzionari" definivano "nemici", cercando di mediare con le altre componenti rivoluzionarie per evitare disgregazioni e guerre civili, più avanti maturerà una idea di coesione sociale che intuitivamente ricorda alcuni principi Gentiliani!
La sua dedizione "mistica" alla missione di Giustizia e il suo ripensamento rispetto ai valori Religiosi da cui promana inevitabilmente la VIRTU', sicuramente lo mettono in rotta con il partie philosophique, e dunque con la "rivoluzione" così come si era svolta e come era nata.

Certamente il suo "Ente supremo", di cui l'uomo avrebbe in sè la "potenza" e l'identità, lo configura come un "deista più evoluto", quindi siamo ancora nell'ambito filosofico del razionalismo. Ma la maturazione politica di Massimiliano, certamente lo avrebbe portato, se avesse potuto, a posizioni molto simili a quelle di Gentile.
Poichè la Virtù è il motore dell'Animo dell'uomo. Ed essa discende da una Autorità, che egli giustamente definiva "SUPERIORE", "SUPREMA". Per quanto ancora razionale .

Sì, perchè la visione compiuta di questo principio non può che essere il riconoscimento della realtà Trascendente per quello che è: distinta e allo stesso tempo "vicina" all'Uomo. Per questo la distinzione dei Poteri dello Stato, che li armonizza in una Unitarietà ...Corporativa. E per questo lo Stato, essendo distinto dalla Divinità e non volendo definirsi "dio", in ogni caso si definisce "Religioso" in quanto riconosce Dio, un Dio Trascendente e personale, distinto seppur vicino, da cui promana la virtù stessa con cui lo Stato Governa (virtù fascista), per ciò stesso lo Stato ha una "Autorità spirituale"..."in relazione ad un Assoluto Divino" (Cfr. Mussolini).

Per questo il Fascismo si definisce "Spiritualista" e definisce compiutamente la sua idea di civiltà come l'unica possibile in senso assoluto e non relativo. Perchè riprende e sviluppa la Civiltà latina andando avanti senza cesure e tagli.

Cosa che ai vari movimenti politici, specialmente moderni e contemporanei, è mancata poichè spinti principalmente dalle questioni materiali...E cosa che Massimiliano aveva cominciato a capire bene..

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MessaggioInviato: Mar Ott 16, 2012 11:38 am    Oggetto:  
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...ritengo che nel caso di Massimiliano, più che di attraversamento di due fasi distinte di pensiero, sarebbe invece il caso di parlare di pragmatismo politico. Da quel che descrive Guillemin, Robespierre crede sempre nella RIVOLUZIONE come instaurazione di una REPUBBLICA DELLA VIRTU', cioè abitata da CITTADINI fedeli alle consegne dettate dall' ESSERE SUPREMO, a sua volta fonte stessa della VIRTU' cui deve tendere la cittadinanza tutta. Solamente che egli non è attorniato da seguace entusiasti verso una simile visione politica, dunque egli attende e si adopera come può perché possa pervenire a suo modo al conseguimento dei suoi fini in un contesto politico frammentato ed assai problematico. Resta il fatto che certe sue intuizioni le ritroveremo in Mazzini, non a caso in gioventù simpatizzante giacobino, ed evidentemente sviluppate nel discorso politico inerente lo Stato Etico fatto da Giovanni Gentile, confermando il fatto che la Rivoluzione Francese fu un coacervo di istanze politiche spesso in contraddizione tra loro, suscettibile di sviluppi istituzionali assai diversi da quello parlamentare-borghese.
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MessaggioInviato: Mer Ott 17, 2012 10:21 am    Oggetto:  
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Citazione:
...ritengo che nel caso di Massimiliano, più che di attraversamento di due fasi distinte di pensiero, sarebbe invece il caso di parlare di pragmatismo politico


E' una lettura possibile. E' comunque certo che ci sia un "primo tempo", che possiamo definire in vari modi, dove Egli sposa "formalmente" le tesi del movimento razionalistico. Un accenno:

Citazione:
.. parla della «fiaccola della filosofia»; dice che quei preziosi bagliori hanno già «quasi distrutto l'impero della Superstizione» e «dissipato i temibili o ridicoli fantasmi» che un tempo si pretendeva «ordinare di adorare in nome del cielo». É assolutamente vero che Robespierre non è di obbedienza cattolica, ma è sincero quando raccomanda la prudenza nella propaganda anticlericale che, d'altronde, non deve essere antireligiosa. La persecuzione preconizzata da Cambon consegnerebbe «nuove armi» nelle mani «della malevolenza e del fanatismo». «Volete creare una nuova generazione di preti refrattari?». E Robespierre distingue tra il clero stesso e quella che chiama «l'idea di religione». Per lui è importante che a questa «idea» non si attenti. E d'altronde, «nessuna potenza ha il diritto di sopprimere il culto costituito sino a che il popolo non se ne sia esso stesso disingannato»


In questo brano si evince che effettivamente esiste un pragmatismo politico nelle mosse di Massimiliano. In realtà qui sembrerebbe un pragmatismo nella "moderazione". Che avrebbe il fine armonizzatore, peraltro giusto.

La linea dell'autore, però, sembra privilegiare il pragmatismo nella direzione dell'antimaterialismo. Cioè, pur essendo Massimiliano GIA' antimaterialista, ha condiviso il materialismo per "superarlo".

Come ripeto, è possibile.

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MessaggioInviato: Mer Ott 17, 2012 11:35 am    Oggetto:  
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Citazione:
confermando il fatto che la Rivoluzione Francese fu un coacervo di istanze politiche spesso in contraddizione tra loro, suscettibile di sviluppi istituzionali assai diversi da quello parlamentare-borghese.



...per chiarire meglio, la vicenda di Massimiliano rende evidente, direi inoppugnabile, che la Rivoluzione Francese era efficacemente rappresentata a livello culturale dal cosiddetto partie philosophique, con le sue concezioni filosofico-politiche razionalistico-materialiste. Chi si discostava da queste concezioni, maturando quindi una diversificazione rispetto al concetto-base (razionalistico), ci rimetteva la pelle! Come nel caso di Massimiliano.

Questo conferma potentemente che la "parte culturalmente egemone" della Rivoluzione Francese, fu anche quella che l'ha maggiormente connotata quale "rivoluzione borghese"! Come avemmo già modo di dire in passato, le diversità politiche interne alla Convenzione, erano tutte concordi rispetto al fondamento materialista. Le possibili e sicuramente presenti alternative politiche che emergevano all'interno della stessa Convenzione (Robespierre ed una parte dei giacobini ad esempio) avevano di fatto due possibilità: il silenzio o la morte.

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