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Germino:Il 1° studio sul Partito totalitario fascista.

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Dom Set 23, 2012 1:45 pm    Oggetto:  Germino:Il 1° studio sul Partito totalitario fascista.
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Dante Lee Germino, “Il partito fascista italiano al potere - Uno studio sul governo totalitario”, Bologna, 2007, Il Mulino.

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Il primo studio sul partito fascista italiano pubblicato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale compare nel 1959: ne è autore l'americano Dante Lee Germino. Passata allora inosservata all'attenzione della storiografia italiana, poco attenta alle riflessioni delle scienze sociali, la ricerca di Germino viene nei decenni successivi riscoperta come opera fondamentale per lo studio del partito di massa nei regimi totalitari. Una riscoperta preziosa anche per la ricchezza delle fonti e dei dati che l'autore indaga ed elabora: l'ampio corpus degli Atti del Partito nazionale fascista, fonti legislative, dati statistici, stampa e pubblicistica dell'epoca. Dall'esame diretto delle fonti, che nei suoi esiti connota il volume di una notevole valenza storiografica e sociologica, emerge netta la natura del partito come «un'istituzione senza precedenti», «un ordine», «una chiesa», «un esercito»: che, affiancato dagli altri organi di massa del regime, controlla e pervade in modo tentacolare l'intero corpo sociale. Ruolo cruciale dell'apparato, centralità della classe politica proveniente dal partito nel processo decisionale dello stato, intreccio fra istruzione statale e organizzazioni giovanili del partito, perfezionamento delle tecniche di propaganda e uso sistematico del controllo totalitario sui mezzi di comunicazione di massa: questi gli elementi essenziali su cui si accentra il fuoco dell'analisi di Germino. Che, per la prima volta presentata in edizione italiana, offre al lettore di oggi spunti di riflessione vivi, e urgenti.

Dante Lee Germino (1932-2002), politologo e studioso della teoria e del pensiero politico, è stato professore allo Wellesley College e professore emerito dell'Università della Virginia. Personalità cosmopolita, anche negli interessi di ricerca, ha insegnato inoltre in diverse università dell'Europa e dell'Asia.

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Questo saggio intende analizzare un partito unico totalitario in azione. Esso cerca di descrivere le funzioni di cui il partito fascista italiano era incaricato, il modo in cui era organizzato per adempiere efficacemente ai suoi compiti e i conflitti in cui incorse, a causa delle attività svolte, con gli altri centri di potere della dittatura. […]… non cerca di ricostruire una storia dettagliata del partito, né a livello nazionale, né a livello locale, ma si concentra, piuttosto, sul ruolo generale e sulle principali funzioni del partito all'interno della dittatura. Ho basato la mia ricerca sui numerosi «ordini del giorno» stabiliti dalle diverse divisioni della segreteria nazionale del Partito nazionale fascista, sulle pubblicazioni delle organizzazioni di partito provinciali e locali, sul copioso materiale scritto da fascisti e non fascisti sul partito e sul regime, sulle voluminose memorie che gli ex leaders fascisti hanno redatto a posteriori, dopo la caduta del regime.[…] Ho cercato di non analizzare il partito in termini statici. Il partito unico totalitario era in continua evoluzione. Valutandone le attività nei diversi momenti della storia del regime, ho cercato di indicare quale stadio evolutivo il partito avesse raggiunto in ciascuna fase. Le istituzioni, d'altra parte, non si limitano a cambiare, ma si sviluppano in direzione di un fine, di una precisa configurazione. Per comprendere un fenomeno, è necessario conoscere sia le diverse fasi della sua evoluzione, sia l'aspetto che assume nello stadio di pieno sviluppo. Il partito fascista italiano cominciò come un minuscolo seme, ma divenne un albero nocivo e velenoso. Il momento della sua piena fioritura è interessante almeno quanto la storia della sua crescita. Questo studio riguarda più un partito “in esse” che un partito “in posse”. […]

I fascisti, certamente, sbagliavano nel ritenere che Mussolini avesse sempre ragione, ma è innegabile che il Duce sapesse di cosa parlava quando, nel famoso e decisivo articolo sulla dottrina fascista, dichiarò: «Un partito che governa una nazione in modo totalitario è, nella storia, un fatto nuovo. I confronti [...] sono impossibili». Mussolini aveva percepito in molte occasioni la forza del suo partito. Quando appariva con il segretario del partito sul balcone di Palazzo Venezia, a Roma, poteva prevedere con assoluta certezza ciò che sarebbe successo in seguito. Là, egli non avrebbe salutato una folla indisciplinata, ma un'enorme collettività organizzata, che avrebbe risposto all'unisono al grido rituale del segretario e alzato il braccio destro. Le parole «Salutiamo il Duce, Fondatore dell'Impero» sarebbero risuonate in quest'ampia ed antica piazza. Alla fine dell'orazione del suo capo, la folla – decine di migliaia di persone guidate dalle delegazioni del partito, le unità della milizia e i gruppi giovanili, schierati davanti al dittatore in precise formazioni – sarebbe esplosa in un delirio di adulazione e di sottomissione entusiastica. Mussolini sapeva che la sua voce, anche quando parlava a Roma, sarebbe stata trasmessa nella piazza principale di ogni città, paese e villaggio d'Italia, producendo, grazie all'accurata manipolazione del partito, pressoché lo stesso effetto. Quando, euforico ed esausto, si fosse ritirato nelle sue stanze, egli avrebbe potuto chiedersi, con soddisfazione, se fosse mai esistito, prima di lui, un dittatore capace di tenere in pugno con altrettanta fermezza un'intera nazione. Egli sapeva la risposta: sapeva di possedere qualcosa di unico nella storia, un nuovo strumento con cui conquistare e dominare le masse in modo nuovo. […] Mussolini, Starace e Farinacci prefiguravano la costruzione di una Terza Roma, un'entità politica universale basata sui principi del fascismo. Il fascismo prometteva di rimediare, incorporando l'individuo in una rigenerata “civitas” Romana, all'assenza di radici dell'atomizzata società liberai-democratica. La Nuova Roma, con la sua massiccia struttura «corporativa» – in cui ogni individuo sarebbe stato inserito e al servizio della quale ogni persona avrebbe potuto esprimere le proprie potenzialità ed estrinsecare la propria energia vitale –, avrebbe perfettamente riconciliato l'individuo e lo Stato. […] Quando, in seguito all'assassinio di Matteotti, Mussolini annunciò la propria intenzione di instaurare uno Stato pienamente totalitario, egli decise, allo stesso tempo ed una volta per tutte, di mettere fine alle azioni non autorizzate da parte di alcuni dei suoi seguaci nel partito. Il partito fu, di conseguenza, riorganizzato come un esercito. Ai fasci locali e provinciali fu sottratto il privilegio di eleggere i propri funzionari e alla segreteria nazionale del PNF fu assegnato il pieno comando, con il potere di nominare e destituire tutti i dirigenti di rango inferiore. […] Sotto Giovanni Giuriati, diventato capo del PNF nel 1930, il partito diede inizio all'aspra lotta del fascismo contro l'Azione cattolica, la più grande e più potente organizzazione di laici italiani, che rischiava di ostacolare la dittatura nella sua pretesa di ottenere il monopolio delle attività giovanili. Giuriati si dimise un anno dopo e gli successe Achille Starace, che rimase al comando quasi sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Starace lasciò la propria impronta sul partito più di qualsiasi altro dirigente di un partito unico. Sotto questo fanatico instancabile ed efficiente, il fascismo entrò nella sua fase più totalitaria. I tentacoli del partito si insinuarono in ogni dove. Le attività giovanili e propagandistiche furono ampiamente intensificate. Questo fu il periodo della riforma dei costumi e della campagna razziale, entrambe progetti prediletti del segretario. Sotto la sua direzione permanente, il partito si impegnò a regolamentare minuziosamente le abitudini e i pensieri personali dei cittadini. Alla fine degli anni Trenta, il partito aveva fatto in modo che la sua presenza fosse avvertita dovunque, al punto che persino il sottosegretario al ministero dell'Interno espresse i propri timori in merito alla «pericolosa egemonia del partito in tutti i settori della vita nazionale». Il partito unico di massa era diventato una componente essenziale del sistema fascista, inseparabile da esso; era diventato, in pratica, il vero e proprio cuore della dittatura. Considerato lo spirito totalitario che giunse a permeare il regime di Mussolini, la costante espansione e lo sviluppo monolitico del partito erano inevitabili. Nel tentativo di enfatizzare le peculiarità del partito unico di massa, molti autori hanno suggerito di indicare quest'istituzione, per distinguerla dai partiti politici delle democrazie costituzionali, con un termine differente. Come sostituti della parola «partito», sono state proposte le etichette «ordine», «chiesa» ed « esercito». È innegabile che, quando si fu pienamente sviluppato, il partito unico in Italia assomigliava, per alcuni aspetti, a tutte queste tre istituzioni. Come un ordine religioso, il partito pretendeva una fede incrollabile da parte dell'individuo – corpo, mente e spirito. Il partito doveva essere venerato come un'istituzione sacra, che sarebbe sopravvissuta ai suoi membri proprio come sopravvive una chiesa malgrado la morte dei suoi martiri. Il PNF aveva i suoi santuari, i suoi santi, i suoi inni, i suoi testi sacri, le sue preghiere, le sue cerimonie solenni e persino i suoi uffici matrimoniali. Se il PNF era in parte ordine e in parte chiesa, allo stesso modo poteva essere paragonato ad un esercito. Dotato di un proprio arsenale di armamenti e di una propria milizia, era organizzato dal vertice alla base in modo militare.[…] L'esercito può vincere le battaglie con fucili e carri armati; il campo in cui combatteva il partito era molto più vasto. L'obiettivo del PNF era più radicale: inculcare un'ideologia.
Sebbene fosse un'istituzione nuova, il partito totalitario nacque da qualcosa di più vecchio, ossia dal sistema multipartitico democratico. Nel diciannovesimo secolo, nelle democrazie occidentali, i partiti politici fiorirono numerosi, principalmente come conseguenza dell'allargamento del suffragio. In ciascuno dei tre paesi in cui si sarebbe rivelato, infine, vittorioso, il partito totalitario aveva rappresentato, inizialmente, soltanto uno dei tanti partiti esistenti. Dopo aver conquistato il potere, esso mantenne le caratteristiche essenziali di un partito. I regimi totalitari erano nati in un contesto democratico; l'idea del partito fu ripresa dal passato democratico. Konrad Heiden ha riassunto brevemente la questione:

Un dispotismo (del vecchio ordine) ignora la volontà della gente; ma questi nuovi Stati [...] prendono la volontà della gente così sul serio da crearla e darle forma essi stessi [...] A tale scopo, essi usano metodi ereditati dal contesto democratico cui devono la propria origine. Nonostante tutti gli altri partiti siano stati distrutti, il concetto di partito è rimasto.

[…] Sottolineando la possibilità di applicare il termine «partito», in ragione di molteplici aspetti comuni ad entrambe le istituzioni, tanto ai partiti totalitari quanto ai partiti democratici, non si intende negare la natura storicamente peculiare del partito unico totalitario. Il partito unico di massa non era semplicemente un strumento vecchio impiegato per scopi nuovi; lo strumento vecchio fu convertito in uno strumento nuovo. Tra i partiti totalitario e democratico esiste la stessa differenza che separa la spada dal vomere. […] Mussolini chiarì, in molti discorsi, di considerare il partito come il punto di forza del proprio regime. Nel 1929, dichiarò:

Non c'è da chiedersi se il partito debba esistere o no, perché, se non esistesse, io lo creerei e lo creerei esattamente così com'è costituito, oggi, il Partito Nazionale Fascista; numeroso, disciplinato, ardente e con una struttura rigidamente gerarchica.

Cinque anni più tardi, egli salutò il partito come «il formidabile [...] strumento che fa accedere il popolo [...] alla vita dello Stato». «Quanto più la Rivoluzione si dispiega e si espande, tanto più risulta necessaria l'esistenza del partito», affermò Mussolini. Nel 1939, egli definì il partito «il creatore della Rivoluzione, la pietra miliare del Regime, il motore dell'attività nazionale». I teorici fascisti ritenevano che un potente partito unico fosse perfettamente compatibile con lo Stato forte prescritto dall'ideologia. Il partito e lo Stato non erano contrapposti, ma uniti; entrambi costituivano «lo Stato nel senso etico-politico del termine». Il partito era l'elemento «dinamico, politico, antiburocratico» dello Stato; senza la sua vitalità, lo Stato si sarebbe atrofizzato. Una volta che la dirigenza ebbe deciso di instaurare uno Stato totalitario, il partito ottenne, ovviamente, una posizione predominante nel sistema fascista. Il regime considerava il partito letteralmente indispensabile per raggiungere i propri inediti obiettivi, in quanto il partito era l'unica istituzione dello Stato totalitario in grado di svolgere determinate mansioni essenziali. […] I membri dell'élite del partito, i puristi ideologici, erano considerati i sostenitori più fidati e meno corruttibili del dittatore. Di conseguenza, ad essi spettava il compito di esercitare «un controllo politico su tutte le organizzazioni del regime, sull'assegnazione delle cariche e delle responsabilità [...] ai fascisti. […] Il partito unico svolgeva la fondamentale funzione di inculcare l'ideologia nel popolo e di richiedergli continue conferme della sua approvazione in merito a politiche specifiche. La democrazia aveva reso le masse politicamente attive; il totalitarismo sfruttava quest'energia al servizio della propria ideologia. Tuttavia, poiché, attraverso il partito, la «capillare organizzazione del regime», lo Stato poteva raggiungere il popolo e comunicare costantemente con esso, i nuovi dispotismi si proclamavano democratici.

Più che esercitare un'autorità, [il partito] esercita un apostolato in mezzo alla gente. Attraverso la difesa e la diffusione dei principi fascisti [e] l'educazione politica e sociale del popolo [ ... ] fornisce all'autorità dello Stato il consenso volontario [ ... ] delle masse popolari.

[…] Per raggiungere il proprio obiettivo – trasformare tutti i cittadini in fascisti militanti – il partito elaborò un vasto programma d'indottrinamento, costantemente operativo. I grandi plebisciti che, fino al 1939, si tenevano ogni cinque anni, venivano impiegati dal partito per le proprie campagne d'indottrinamento più intense. Per settimane, nell'attesa delle elezioni, la propaganda del partito e le lezioni sull'ideologia fascista tappezzavano i muri, affollavano i giornali ed occupavano per ore le trasmissioni radiofoniche. Di anno in anno, le attività propagandistiche del partito si moltiplicavano. Un ciclo di Conversazioni sulla cultura Fascista veniva proposto ogni anno ai giovani delle fasce d'età più avanzate. Le Conversazioni duravano tre mesi ed erano tenute da funzionari del partito e dirigenti della gioventù. Quattro incontri riguardavano la storia della rivoluzione fascista, cinque riguardavano le istituzioni politiche ed economiche del fascismo, tre riguardavano la guerra, l'imperialismo e la politica estera italiana. I corsi attiravano, ogni anno in cui venivano svolti, diversi milioni di studenti .[…] Uno degli obiettivi principali del partito era di infondere in ciascun individuo la consapevolezza dei principi fascisti, trasformarlo da sostenitore tiepido e, forse, opportunista in partigiano, che credesse fermamente nel regime e nella verità della sua ideologia. […] Il partito unico totalitario è una creatura strana, capace di assumere, nello stesso momento, forme diverse. Paradossalmente, esso costituisce sia la guardia sia l'avanguardia della dittatura, sia la prima linea di difesa sia la prima truppa d'assalto. All'élite del partito non basta restare al potere. Il regime deve restare al potere senza compromettere le prescrizioni dell'ideologia. Così, in una delle sue forme, il PNF era la cerchia intransigente che combatteva chiunque, all'interno del regime, cercasse di «corrompere» la purezza dell'ideologia e fosse più interessato alla propria sopravvivenza che alla vittoria dei principi fascisti. I militanti del partito lottavano contro le tentazioni dell'opulenza, della pigrizia e del compromesso, che, inevitabilmente, assalgono ed assediano con prepotenza ogni uomo. Questi militanti erano gli estremisti del regime e li si potrebbe sensatamente definire più fascisti del Duce. La maggior parte dei dirigenti del partito aveva partecipato alla gloriosa marcia su Roma ed era convinta che l'originario fervore «rivoluzionario» del fascismo non dovesse andare perduto, ora che i suoi capi avevano ottenuto il controllo dello Stato. Per il partito, la Rivoluzione era un fatto permanente; nessun obiettivo doveva essere raggiunto prima di aver iniziato a perseguirne un altro. Le richieste dell'ideologia totalitaria erano sconfinate: bisognava imporre una nuova disciplina alle masse, effettuare nuove conquiste imperialistiche, esercitare sempre maggior pressione su ogni singolo membro della classe dirigente perché ne fosse garantita la devozione alla causa. Nelle parole di un autore fascista:

Il partito aveva il compito permanente di infondere [...] nelle generazioni presenti lo spirito dell'imperialismo e dell'espansione. L'Italia non può considerarsi «arrivata» «Chi si ferma è perduto»: questo è il motto del partito.

[…] Oltre a servire il regime nel presente, il partito unico era un elemento necessario, in una dittatura totalitaria, perché era l'unica istituzione che guardasse al futuro. Un tratto distintivo delle dittature totalitarie è che esse sono ossessionate dal desiderio di rendere immortale il proprio regime. Uno dei principali compiti del partito era di selezionare i soggetti più promettenti della nuova generazione e di fornire a questo gruppo elitario una formazione particolarmente accurata. In questo modo, si sarebbe formata la classe dirigente di domani. Il partito era il mezzo attraverso il quale l'autorità della vecchia guardia passava in nuove mani. In Italia, come nella Germania nazista e nell'Unione Sovietica, fu creato un complesso sistema di scuole volte a formare i dirigenti del partito, a partire dalle province e fino ad arrivare alla scuola nazionale di Roma, per garantire che la futura classe dominante sarebbe stata educata secondo i principi dell'ideologia fascista. Il partito concepiva la trasmissione degli incarichi dirigenziali come una sorta di successione apostolica, che avrebbe collegato il regime presente ad un numero infinito di future generazioni fasciste. Il partito era certo che il tempo non avrebbe estinto la fiamma della verità e che la dittatura sarebbe sopravvissuta per molto tempo alla morte del suo fondatore. […]Solo il partito ha la passione ideologica necessaria per formare i successori del regime e per incitarli all'azione continua, in nome degli obiettivi ancora da realizzare. Solo il partito ha la struttura attraverso la quale la dittatura può impossessarsi dei corpi e delle menti dei suoi sudditi. […] Se il potente partito unico non fosse esistito, è improbabile che Mussolini, dopo la vittoria in Etiopia, sarebbe riuscito a scavalcare l'opposizione del gruppo moderato all'adozione delle politiche totalitarie. Egli poté creare un'Italia totalitaria solo grazie alla complicità di un forte partito militarista; senza il partito, il Duce non avrebbe mai potuto realizzare quest'obiettivo. Il partito dimostrò di essere, nell'arsenale di una possibile dittatura totalitaria, un'arma indispensabile.

(estratto parziale da D.L. Germino, op. cit. pp. 35/37-39-42-54-56/60-62-63-65/67-71-72-78/80-82)

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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