Indice del forum

Associazione Culturale Apartitica-"IlCovo"
Studio Del Fascismo Mussoliniano
Menu
Indice del forumHome
FAQFAQ
Lista degli utentiLista degli utenti
Gruppi utentiGruppi utenti
CalendarioCalendario
RegistratiRegistrati
Pannello UtentePannello Utente
LoginLogin

Quick Search

Advanced Search

Links
Biblioteca Fascista del Covo
Canale YouTube del Covo
IlCovo su Twitter

Who's Online
[ Amministratore ]
[ Moderatore ]

Utenti registrati: Nessuno

Google Search
Google

http://www.phpbb.com http://www.phpbb.com
Dizionario di Politica del P.N.F.
Vai a pagina Precedente  1, 2
 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:19 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

LO STATO.

(in Dizionario di Politica, Roma 1940, vol. IV, pp. 381 – 398)

I. NOME E I TIPI DELLO STATO

I. Lo stato nel pensiero contemporaneo. — Giammai, come nella volgente crisi della civiltà europea, gli argomenti della natura, del valore e della giustificazione dello stato hanno diviso le menti e i cuori degli uomini. Due idee, quella dello «stato di diritto» quella dello «stato totalitario» costituiscono oggi i due poli dello spirito. Intorno a queste due idee si combattono le lotte decisive dell'avvenire. E' pertanto indispensabile la chiarificazione preliminare dei rispettivi concetti, poiché ne dipende la corretta impostazione dell'intero problema dello stato e del problema stesso della «scienza dello stato ». Durante il sec. XIX il cosiddetto « pensiero moderno » si era atteggiato ad accettare lo stato appena quale strumento per l'attuazione del diritto dell'uomo. Non si può disconoscere che, al suo tempo, siffatto modo di sentire di pensare non abbia avuto il grande merito di umanizzare lo stato e di opporre all'arida ed equivoca «ragione di stato » un principio più alto e più, nobile di condotta politica. Però, la concezione individualista svoltasi intorno alle « Dichiarazioni dei diritti » era troppo critica e per conseguenza negativa in merito al problema dello stato. Nelle sue inevitabili deviazioni essa finì col rappresentare in ostacolo insormontabile a raggiungere una nozione realistica dello stato quale organismo nazionale e quale manifestazione di potenza. Posta sulla via di una rivendicazione assoluta del diritto dell'uomo, per logica necessità, la concezione individualista doveva arrivare, come è arrivata, all'esaltazione del numero, al culto delle utopie pacifiste e alla riduzione dello stato a un .concetto giuridico, virtualmente prima, formalmente poi, assumendo la incompatibilità dello stato stesso, quale formazione politica, con quella ragione universale che essa identifica appunto nel diritto dell'uomo. Il comunismo anarchico universale fu ed è, nell'ordine delle ideologie sociali, l'equivalente della teoria normativista dell'ebreo Kelsen, il quale tratta i problemi dello stato quali problemi della formazione e dell'applicazione dell'ordinamento giuridico e riduce lo stato alla norma giuridica. Per una tragica contraddizione però l'individualismo, sul quale si sosteneva il cosiddetto « stato moderno », venne travolto dallo scoppio stesso della guerra mondiale del 1914. Dalle prove della guerra, e soprattutto da quelle ancora più profonde che la seguirono, il fatto dello stato è riuscito esaltato fino a dimensioni non mai viste nella storia. E sull'idea dello stato quale concretazione del popolo, in una manifestazione di potenza, ecco che si fissa una concezione del mondo la quale sospinge la marcia di parecchie nazioni verso un ordine nuovo, così nella sfera costituzionale come nella sfera internazionale. Si tratta di una concezione del mondo che rifiuta l'idea di un diritto fondamentale dell'individuo perciò che questa esclude l'idea di un diritto della comunità (Wellrentter, Lo stato di diritto nazionalsocialista in Lo stato, X, 6—1909). Si tratta di una concezione del mondo la quale postula lo stato in un valore assoluto.

2. Origine e significato della parola stato. — Mentre dai più si riconosce che lo stato è l'espressione della natura sociale dell'uomo e da parecchi anzi si afferma che il relativo concetto costituisce una esigenza logica del pensiero, non vi è tuttavia accordo sul significato della parola «stato» e sul rapporto che intercede tra il concetto di stato e quello di società. Il nome stesso di « stato » è del tutto recente e deve l'origine ad una particolare accezione del fenomeno che è la causa della incertezza e della confusione delle idee in proposito. La denominazione usata dai Greci per designare il complesso della comunità organizzata fu quella dedotta dall'appellativo del popolo raccolto in ciascuna comunità. Essi discorsero di « Ateniesi » e di « Spartani », così come di « Medi » e di « Egiziani », accusando l'incapacità a distinguere tra lo stato e i suoi componenti. Più tardi nella letteratura politica greca si parlò di "polis", come i Romani parlarono di "civitas". Gli uni e gli altri dall'assetto costituzionale ricavarono la dicitura « e boulé kai o demos » e rispettivamente di "senatus populusque". Il pensiero romano soltanto ha foggiato la parola res publica, quale res populi (Cicerone, De re publica, 1,25) attestando che i Romani, come osservò il Bluntschli, «hanno posseduto più che qualunque altro popolo il genio dello stato insieme al genio del diritto». Infatti l'espressione di res publica accenna ad una considerazione spirituale dello stato, sebbene non sia riuscita ad estrinsecare l'idea della comunità politica da quella della autorità politica. Il cristianesimo, pure affermando un alto concetto morale, in una visione ontologica della vita, circa il fenomeno dello stato non seppe uscire fuori da quella formula dell'imperium che era prevalsa nella fase ultima del diritto romano e che esso utilizzò per designare una potenza temporale contrapposta al corpo mistico della Chiesa. Quando incominciò a delinearsi lo stato particolare moderno si sentì il bisogno di una apposita parola. Machiavelli introdusse per l'appunto la voce «stato», richiamandosi alla espressione classica status reipublicae, sebbene questa espressione non avesse fatto mai parte del linguaggio scientifico e altro non avesse significato se non la condizione empirica di un dato governo. Machiavelli identificò lo stato col fatto del dominio, fosse questo esercitato da un principe o da una corporazione sovrana. Per contro Bodin (Les six livres de la république) ricorse alla voce res publica, ma anch'egli per ravvisare in questa soltanto « il diritto al governo con potenza sovrana ». In definitiva, nelle lingue moderne ebbe il sopravvento la parola « stato » (francese état; spagnolo estado; inglese State; tedesco Staat); sebbene si incontrino pure le parole Commonwealth e Reich che riproducono il senso letterale della res publica e dello imperium e che attestano l'angustia concettuale della voce « stato ». Rousseau nel Contratto sociale, parlando della personne publique, scrisse che «essa, già chiamata città, prende oggi il nome di repubblica o di corpo politico, il quale è chiamato stato quando è passivo, sovranità quando è attivo, potenza di fronte ai suoi simili». Il costituzionalismo dottrinario del secolo decimonono si appagò d'introdurre nella figura e nel significato di «stato », il parlamento accanto al principe, e il nuovo indirizzo sociologico delle scienze morali accentuò la considerazione astratta dei fenomeni di socialità indipendentemente dal dato dello stato. Esso fece prevalere nel problema della esistenza collettiva le ragioni biologiche, economiche geografiche senza riferimento e spesso in opposizione al fattore politico. Oggi le rivoluzioni nazionali e popolari, nella loro opera di restaurazione dei valori, sono poste di fronte alla necessità non solo di denunciare la concezione dello « stato di diritto »; ma di sostituirla con la concezione totalitaria per cui il senso della « socialità » viene restituito allo stato in una indissolubile combinazione col senso della « policità ». La nuova impostazione tra l'altro ci impone di constatare che la parola «stato» fu elaborata esclusivamente nei rapporti con quel tipo storico della comunità politica che identificheremo col nome di « stato particolare» e nel quale prese forma il cosiddetto « stato moderno ». Ciò non pertanto, agli effetti della sistemazione delle idee è da ritenere che, in mancanza di una parola più appropriata, si possa utilizzare in i senso generico la voce stato, appunto perché essa reca in se medesima il riconoscimento della virtù del fattore politico. Peraltro, eliminata ogni confusione tra il concetto di stato e quello di governo, è pure da avvertire che la parola « stato » oggi assume in una comprensione integrale tutte le ragioni di socialità che non possono essere riferite alla nozione vaga di società e di socialità equivalente della nazione razionalista di «umanità », ma che devono essere determinate nella nozione concreta della nazione ossia della « comunità nazionale ». Se Le Fur ( Etat fédéral et conféderation d'états, p. 58 ), ha potuto affermare che oggi sarebbe perduta l'idea stessa dello stato, invece è doveroso protestare che dal punto di vista delle rivoluzioni nazionali e popolari non soltanto tale idea viene restaurata, ma viene svolta nel significato plenario, in cui entrano tutti i motivi della socialità fino alla sua identificazione con l'idea di popolo nel significato di «nazione». Finalmente nella concezione totalitaria la parola « stato » indica una entità collettiva che ha un centro di azione, degli obiettivi e delle esigenze di vita del tutto distinte da quelle dei singoli che vivono in essa e dai quali si rispecchiano tutte le esigenze e tutte le ispirazioni di una umanità nazionale. Noi vedremo, e tale è lo scopo della presente trattazione, che lo « stato » nel senso di « nazione » è una vera e propria persona morale; la quale proposizione costante nella tradizione mediterranea della civiltà europea, è addirittura incomprensibile per il cosiddetto pensiero moderno che la personalità ha professato essere attributo esclusivo del singolo, da valutarsi nel quadro di una umanità universale.

3. Società prestatali e società statali. — Per estrinsecare in modo rigoroso il concetto dello stato da quello di società occorre distinguere nella molteplicità delle forme della associazione umana quelle che sono sostenute dal senso di una effettiva o presunta consanguineità dei loro membri e che si possono indicare. quali «società parentali » e le società le quali si reggono sul fattore politico, cioè propriamente sulla forza e alle quali spetta i nome di « società politiche »; ossia di « stato » nel significato più ampio della parola. Inutile è indagare se e fino a qual punto esista una precedenza nel tempo dell'uno sull'altro tipo di società. E di certo nessun argomento serio soccorre per ritenere che il tipo stesso dello « stato » in molti casi non possa aver espresso la forma originaria di un gruppo storico. Fissiamo, piuttosto, il concetto che a siffatte formazioni organizzate, statali o prestatali che siano, compete più propriamente l'appellativo di «comunità », anziché quello « società », perché questa denominazione ha il difetto di richiamare associazioni contrattualistiche, vale a dire consensuali. Invece, trattando così della forme prestatali come delle forme statali, si vuole mettere in evidenza il carattere « necessario » di esse. Non è nemmeno pensabile la figura d'una società assolutamente inorganica, mentre poi il nome stesso di civiltà è legato etimologicamente a quello dello stato (civitas). Soltanto alle comunità politiche può riconoscersi l'attributo dell'autoconsapevolezza in una sufficienza morale per cui appaiono quali «società perfette ».

a) Comunità parentale. — Nelle forme elementari di comunità (famiglia, clan, tribù genetiche), secondo che il motivo del loro insieme è dato da una parentela effettiva o da una parentela fittizia, si ha la comunità « patriarcale » oppure la comunità « totemica ». Avvertiamo però che appartiene al novero delle ipotesi non dimostrate quella dell' « orda promiscuitaria » (Morgan; Durkheim), risultante dalla confusione sessuale o dai cosiddetti matrimoni di gruppo, atteso che l'esistenza della famiglia monogamica si è scoperta nelle popolazioni più primitive (G .Montandon, Traité d'éthnologie cyclo—culturel, 1931, pp. 56—57). « La promiscuità sembra appartenere non a epoche assolutamente primitive nell'ordine della vita, ma a periodi eccezionali di immoralità e di confusione, a epoche di decadenza piuttosto che alle origini delle stirpi » (Westermark, History of Human Marriage, p. 548). Comunque nel caso della comunità patriarcale vi è un complesso di famiglie che si reputano discendere da un comune antenato maschio e che vivono insieme sotto l'autorità del più anziano e dei suoi discendenti. Nelle comunità totemiche invece, in difetto di un nesso famigliare preciso, calcolandosi la parentela soltanto per la madre, si immagina che l'antenato comune sia il totem, vale a dire una bestia, un vegetale o anche un oggetto inanimato che avrebbe dato il suo nome alla tribù. La « magia » domina lo spirito dell'aggregato primordiale.

b) Comunità politica. — Questa esprime la comparsa dei valori propri alle manifestazioni spirituali della potenza ed è identificata dal fenomeno della individuazione del potere, quale risultato di una selezione avvenuta nel gruppo trai soggetti che sono dotati di una maggiore capacità agonistica. La comunità politica si realizza mercé la concentrazione del potere nell'interno di ciascun gruppo, che si pone in antitesi con gli altri gruppi coesistenti, in un atteggiamento polemico; vale a dire in una posizione di guerra. Secondo il Wundt il passaggio dalla comunità parentale alla comunità politica, o comunque la fondazione della comunità politica, sarebbero dominati dal senso di una potente personalità umana. Allora si concepiscono gli avvenimenti collettivi quali gesta di singoli individui. Sarebbe l'età degli dei e degli eroi. Ma insieme al senso dell'individualità, il che a quanto dire della personalità del singolo, è anche il senso della « personalità del popolo» che appare nel tipo politico. In questo tipo la funzione del gruppo nel processo del lavoro sociale è qualificata dalla circostanza che risultano accresciute le caratteristiche di eterogeneità, mentre un nuovo sentimento, che va oltre il nesso del sangue, ed è ravvisabile nella « coscienza civile », dapprima vigilata da una rigorosa religione cittadina, sostiene la compagine del gruppo medesimo. L'elemento fisico del territorio, inoltre, acquista una importanza decisiva; dacché la fissazione del gruppo umano appare definita nel tipo della comunità politica, mentre è sempre incerta e precaria nel tipo delle comunità parentale. Conviene dunque dare il nome di stato, in senso proprio, alla comunità politica anche per criterio letterale, perché in questa acquistano stabilità i fattori della esistenza collettiva, attraverso il « diritto ». Mentre nei tipi elementari l'ordinamento è rappresentato appena dal costume (norme pregiuridiche) e la sua sanzione si esprime con carattere religioso, ecco che nel tipo dello stato la fonte del diritto diventa il comando, che ben presto assume carattere di legge scritta, ed ecco che la sanzione risulta l'applicazione di una forza umana, volontà di potenza e coscienza nazionale dei fini.

4. Criteri di classificazione. — Per comprendere il fenomeno dello stato è indispensabile indagare i diversi tipi nei quali esso si presenta nello spazio e nel tempo. Jellinek aveva rilevato che, a differenza di ciò che avviene nelle scienze naturali, dove hanno maggior peso gli elementi identici, nelle scienze dello spirito prevale la ricerca delle diversità. Ciò che può farci comprendere la natura dello stato non è quello che vi è di comune nelle manifestazioni storiche e geopolitiche dello stato e che in definitiva si riduce a pochi dati schematici o a pochi « concetti puri» secondo il metodo astratto proprio della cosiddetta « Dottrina generale dello stato ». Bensì è quello che vi è di diverso e di dissimile, e per così dire di nativo e di irriproducibile in ciascuna delle diverse esperienze di organizzazione compiute dai vari popoli. La forza che muove gli stati e che li fa vivere, e che pertanto muove la storia, consiste nelle ragioni delle differenze e delle disuguaglianze che intercedono fra gli stati nei loro rapporti reciproci, così come tra gli individui nell'interno delle comunità statali. Il dramma dell' umanità non ha significato se lo si contempla attraverso gli schemi giuridici dello stato; i quali schemi del resto, come vedremo, sono ricavati dalla considerazione statica, e non dinamica dei tipi politici. Poiché lo stato è il macrocosmo vitale nel quale si incarnano tutte le disparate ragioni dell'esistenza umana, è chiaro che molteplici sono i punti di vista dai quali ci si può mettere per determinare i tipi dello stato e per redigerne il catalogo, operazione dalla quale la mente non può prescindere agli effetti della scienza. Coloro che si sono occupati del problema dello stato hanno di regola preferito il criterio della propria disciplina particolare, quando invece per identificare un tipo di stato tutti i vari aspetti della sua vitalità devono essere considerati insieme e ridotti ad una sintesi che ne riveli l'essenza spirituale. Naturalmente, estranea del tutto all'argomento è la classificazione condotta secondo il criterio giuridico delle forme di governo che i tradizionalisti vorrebbero ancora presentare come una classificazione dedotta dalla diversa partecipazione del popolo alle manifestazioni di volontà dello stato. Il concetto di governo e il concetto di stato devono essere tenuti accuratamente distinti. Nulla vi è di più improprio quanto il parlare di « stato monarchico » e di « stato repubblicano », anziché di stato a governo monarchico e di stato a governo repubblicano, ecc. Così pure le nozioni di autocrazia e di democrazia riguardano il principio politico dell' organizzazione del comando e non l'entità dello stato nella sua totalità. Precisamente l'errore ora segnalato si lega alla tendenza razionalista che nella considerazione dello stato ha voluto dare il primo, se non addirittura l'unico, rilievo all'elemento dell'ordinamento giuridico. Per contro la tendenza positivista, rappresentata dalle diverse scuole o discipline sociologiche, ha invece affermato concetti inerenti ora alla posizione geografica, ora alla struttura economica ora alla considerazione sociale degli stati. Sotto il punto di vista geografico, dal quale si è sviluppata la « geopolitica » (v.), si è parlato di « stati marittimi » e di « stati continentali »; spesso col proposito di rivendicare ai primi il merito nella iniziativa della libertà umana, sebbene non il litorale del mare ma le grandi vallate fluviali siano i primi focolai della nostra civiltà. Famoso è il tentativo di Montesquieu per stabilire un rapporto trai climi e i caratteri dei popoli, nonché quelli del loro reggimento. Della considerazione economica dello stato si hanno tratti anche antichi. Ad esempio, il criterio della alimentazione persuase alcuni scrittori greci a parlare di « lotofagi », di « ittiofagi » «di pitecofagi » ecc. Nel Medioevo, come osserva Sombart nella sua opera sul capitalismo moderno, si accennava alla « città delle aringhe », alla « città del sale», ecc. Qualche moderno trattato presenta una classificazione delle civiltà sulla base del prodotto,tipico di alimentazione e discorre di una « civiltà del riso », di una « civiltà del grano », ecc. L'« ergologia » è un ramo recentissimo della sociologia che vuol porre l'etnografia in rapporto più diretto coi fattori economici che coi fattori antropologici. Nessuno però ebbe mai ad esaltare il criterio della organizzazione economica più di Spencer con la sua distinzione fra gli « stati militari » e gli « stati industriali ». In questo contrapposto egli s'illudeva di trovare la chiave di tutta la storia. Il passaggio graduale dall'uno all'altro tipo, per virtù della legge di evoluzione, avrebbe meccanicamente risolto il problema della pace universale. Invece è stato proprio lo svolgimento dell'industrialismo a portare alla guerra totalitaria e a promuovere la concezione totalitaria dello stato. Ancora Oppenheimer (L'Etat, ed. franc. 1913) dalla distinzione fra « popoli pastori » e « popoli agricoltori» avrebbe voluto dedurre tutto il processo di formazione dello stato, rappresentato da lui nella inserzione violenta delle vaganti e bellicose tribù pastorali entro il quadro sedentario e pacifico delle collettività rurali. In tal modo si voleva fare il processo allo stato raffigurato quale effetto della violenza. Per altro la tesi non è storicamente esatta, pur non potendosi disconoscere l'influenza che sul movimento della civiltà hanno esercitato fino a ieri i popoli abitatori di quella immensa zona stepposa che attraversa il mondo antico dal deserto del Sahara alla tundra Siberiana (Grousset, L'empire des steppes, 1939). Il criterio sociale era stato indicato dal Treitschke col differenziare tra i « popoli proletari » e i « popoli aristocratici ». Esso venne portato alla sua esasperazione dalla dottrina bolscevica. Questa oppose il cosiddetto «antistato proletario » allo « stato borghese ». A un significato nettamente culturale, il quale trascende e nega anche l'antitesi bolscevica, mira invece il pensiero nazionale e popolare, dal quale la figura dello « stato totalitario » viene contrapposta a quella dello « stato di diritto » nei termini dichiarati nel primo paragrafo della seconda parte della presente trattazione. E per vero il pensiero politico e nazionale persegue lo sforzo di identificare il concetto di « civiltà mondiale » per dedurne il criterio di apprezzamento dei diversi tipi dello stato. Al riguardo esso nega le possibilità di una « civiltà cosmica» alla medesima stregua che nega il significato di una «umanità universale» e di una « società indifferenziata ». E propugna una fondamentale considerazione storica dei tipi dello stato, quali risultano dal processo della potenza, sulla base della diversa individualità morale dei singoli gruppi umani. Infatti la storia è la fondamentale disciplina descrittiva per tutte le scienze sociali e quindi anche per la scienza dello stato. Intendiamo con ciò dire che è nostro proposito soffermarci sulla considerazione del diverso tipo politico dello stato, quale può riconoscersi nelle vicende della civiltà europea sotto la triplice figura dello « stato cantonale-cittadino », dello « stato-particolare » e dello « stato-imperiale» in un continuo passaggio dall'uno all'altro modo di essere. E tale indagine intendiamo condurre avendo riguardo, in via subordinata, anche al diverso tipo giuridico che assume lo stato, secondo la classificazione data dalla scienza del diritto, che distingue fra « stato unitario », «stato federale » e « unione di stati ». Tuttavia l'elemento decisivo vuole essere ricercato soprattutto nell' animus; cioè nella diversa consapevolezza che ciascun gruppo umano ha del suo presente e del suo divenire e pertanto nel valore soggettivo che assume per un popolo il rapporto tra il problema della sua esistenza particolare e quel problema delle grandi civiltà mondiali che appaiono il risultato della collaborazione di più popoli nel quadro indefinito e indefinibile dell'umanità e che esprimono la proiezione più alta della idea imperiale. Veramente i temi delle religioni e delle civiltà mondiali hanno importanza primaria nel sistema di una realistica dottrina dello stato suscettibile di innalzarsi fino a una dottrina dell'impero.

5. I tipi politici dello stato – Quando si parla del tipo politico, o più esattamente storico-politico, dello stato, s'intende tener conto del fenomeno dello stato quale processo d forza, che risulta anzitutto dalla concentrazione del potere nell'interno di una comunità di fronte agli elementi costitutivi di essa e si rivela all' esterno della comunità medesima di fronte agli altri gruppi umani. Il problema costituzionale è indissolubile dal problema internazionale e insieme a questo viene determinato dal fatto della guerra. Senza la guerra, suprema manifestazione della forza, riesce incomprensibile il fatto stesso dello stato, cui si addice la definizione di « guerra cristallizzata » e per cui la forza diventa genio. Nessuna legge di successione può riconoscersi tra i vari tipi storici. Anzi, i rispettivi caratteri ricorrono spesso insieme nelle diverse fasi di un medesimo popolo.

a) Lo stato cantonale e cittadino. - Intendiamo genericamente per «stato cantonale» e per «stato cittadino» quel tipo di comunità, politica nel quale il senso della solidarietà specifica è ancora fortemente dominato dai motivi del sangue e della discendenza e nel quale il processo della concentrazione del potere è circoscritto nello spazio a un territorio bastevole a un gruppo umano assai limitato e ben identificato nel suo contenuto sociale. Si può pensare che lo « stato cantonale » sia il risultato immediato dello stanziamento della tribù nomade; (demos , pagus, gau); oppure che sia il minimo termine al quale può scendere il processo di disintegrazione di una comunità politica. L'ideologia del municipalismo affiora di continuo nel travaglio storico, spesso con atteggiamenti di resistenza alla concentrazione del potere o allo svolgimento dello stato. Può ritrovarsi nel fondo della stessa utopia comunista del bolscevismo. Appare la formazione cantonale, con carattere rurale, quella che è imposta dalle esigenze elementari della difesa di un piccolo ed omogeneo gruppo umano. E certamente nel sinecismo per cui nel concorso di più cantoni, come i demoi dell'Attica, si fonda l' « alta città fortificata» (acropolis : oppidum) occorre vedere un concetto militare prima ancora che un concetto economico. In tal modo dal cantone si passa alla città(polis, civitas) la quale ne è un'espressione più complessa, qualificata dalla funzione prevalente del nucleo urbano. Peraltro lo stato-città può essere anche la conseguenza di uno stanziamento effettuato oltremare da una città madre, la metropolis, come avvenne nella colonizzazione fenicia e greca. In ogni caso la vita cittadina per lo più promuove una notevole attività economica, oltre la cerchia territoriale, presentando una sua particolare vivacità. La città acquista la consapevolezza della propria sufficienza morale. Essa si svolge dal presupposto gentilizio e svolge l'istituto della « tribù amministrativa » (le fulai ateniesi, le tribus romane) inconfondibile con la tribù genetica. Quanto alle forme costituzionali, lo stato-cittadino offre tutte le varietà di ordinamento pensabili. Ancorché Rousseau abbia voluto sostenere che il quadro del « piccolo stato» sarebbe l'unico idoneo all'esperimento di una democrazia integrale, bisogna dire che in tale quadro si sono sviluppate, e in modo prevalente, anche le figura della « tirannide» e della « signoria» e che gli ordinamenti non vi acquistarono mai un valore totalitario. La scienza antica poté limitare il fenomeno dello stato ai gruppi degli uomini liberi. Ogni democrazia popolare greca fu un'oligarchia e lo stesso può dirsi del comune medioevale. Non è qui da trattare il tema del nesso riconoscibile tra il municipalismo romano e il comunalismo medioevale. Si può ritenere che il nesso ci sia, attesa l'influenza che il municipalismo romano ha esercitato su tutto lo sviluppo dei popoli europei. Naturalmente il comune cittadino del Medioevo presentò caratteri particolari in rapporto alla dipendenza in cui esso versava, nel composito sistema del sacrum imperium da un'autorità, estrinseca. Tuttavia riuscì, specie nell'Italia superiore e nelle Fiandre, a conseguire una pratica autonomia che costringe a considerarlo sotto parecchi punti di vista come un entità politica a sé stante. Nello stato cantonale e cittadino il senso della integrazione politica massimo e raggiunge quasi la coscienza di una diretta partecipazione del singolo alla difesa e ai rischi della comunità. Ma fatalmente per tale preoccupazione si smarrisce il senso di quelle più vaste affinità che risultano tra l'uno e l'altro cantone, tra l'una e l'altra città, dalla circostanza che essi appartengono non solo ad una me¬desima razza, ma addirittura ad una medesima nazionalità. Il tenore dello spirito « cittadino» è quello di un esagerato esclusivismo, di un particolarismo esasperato. Ogni feconda ambizione di potenza è ostacolata dalla angustia delle visuali. La simmachia ateniese ebbe un effimero accenno ad aprirsi alla collaborazione delle città alleate e perfino alla intesa coi barbari (Decreto di Nausinico del 378 a. C.; epigrafe I G. II-43) Ma Atene in definitiva non rinunciò alla pretesa della sua egemonia. Perfino nei confronti delle proprie dirette filiazioni l'egoismo della città—stato può riconoscersi per quello che G. De Sanctis (Storia dei greci, 1939, I) chiama « il tragico destino della espansione coloniale ellenica ». Le città greche abbandonarono le proprie colonie alla loro sorte. Queste rimasero aggrappate alle sponde del Mare Mediterraneo nel conflitto coi popoli autoctoni. E finirono per essere assorbite o respinte, nonostante la indiscutibile superiorità delle loro attitudini civili. E’ di ieri l'epilogo del colonialismo greco nell'Asia Minore, mercé lo scambio delle popolazioni effettuato col governo della Turchia di Mustafà Kemal. Anche nel periodo intermedio non si smentì il triste egoismo delle città—stato. A stento attraverso il sistema dei « patti normativi », che inducevono rapporti bilaterali isolati, tra le varie città, i più potenti comuni tentano di svolgersi nella figura di un mediocrissimo stato particolare, cui non fu dato mai di raggiungere una struttura unitaria. Soltanto dalla civitas romana fu destino che sorgesse l'urbs e che dal sistema confederativo e municipale di Roma scaturisse il programma imperiale dell'orbis, cioè della civiltà europea. E per vero Roma tradusse il concetto della città in un sistema unitario e complesso intorno ai due istituti della « federazione » e della « municipalità ». Come rileva De Francisci (Civiltà romana, 1939, p.70): «nel sistema romano era caratteristico il perdurare della individualità dei singoli gruppi accanto alla individualità superiore in cui essi erano compresi ».

b) Lo stato particolare. — Più spesso che lo stato—citta¬dino, per l'iniziativa del sinecismo, lo stato particolare—territoriale appare risultato della agglomerazione di più cantoni agricoli sotto lo scettro di qualche fortunato condottiero o gli auspici di qualche formidabile religione. Parliamo di stato particolare « territoriale » perché in tale tipo assume grande importanza il fattore geografico del territorio. Esempio inequivocabile offre la storia dell'Egitto antico, dove la costituzione dei due stati territoriali dell'Alto e del Basso Egitto, e poi la fusione di essi in una monarchia unitaria, sembra imposta dalla rigorosa unità economico politica di quella stretta vallata che costituisce l'Egitto e nella quale il regime delle acque, vitale per il paese, esige una organizzazione amministrativa uniforme per tutto il territorio. Il “nomo” egiziano meglio che un cantone rurale appare una circoscrizione ordinata dalla monarchia. Al riguardo scrive Meyer: « L'unica divisione che conosce lo stato egiziano è puramente territoriale; non è il popolo che si è diviso per gruppi, è il paese che è sezionato in distretti» (ed. franc., Histoire de l'antiquité, II, par. 176, 1913). Fino alla terza guerra punica si può dire che l'impresa di Roma si sia mantenuta nell'orbita di uno stato particolare circoscritto alla regione peninsulare di quella che oggi si chiama l'Italia. Le diverse stirpi della penisola (Italici, Iapigi, Etruschi, Italioti), confederate sulla base del foedus aequum, attestarono la loro solidarietà con Roma di fronte ad Annibale. Da quell'epoca si iniziano le tracce, anche letterarie, di una coscienza unitaria, la quale peraltro non fu una coscienza nazionale italiana nel senso moderno della parola, sebbene il nome di Italia risulti già acquisito, ma semplicemente una coscienza della « romanità» che si era svolta sotto il titolo del “nomen latinum et socii”. E’ da credere che a questo primo risultato, di un forte stato territoriale, si debba il successo ulteriore di Roma nel programma dell' Impero. Tranne nell'urto coi deboli stati particolari sorti nell'Oriente ed in Macedonia dallo smembramento dell'effimero impero di Alessandro, l'impresa romana ebbe a che fare solo con popolazioni rimaste allo stadio della civitas (Grecia) oppure del cantone rurale (Iberia, Gallia). Durante l'epoca intermedia, avvenuto l'insediamento dei popoli germanici nei confini dell'Impero di Occidente, il motivo territoriale, attraverso il diritto feudale e la corrispondente potestà signorile, diventò così assorbente che il nome di « stato » fu adoperato a designare il paese che dava il titolo al potere sugli uomini che l'abitavano. Il concetto del dominium assorbì quello dell' imperium. Con siffatto carattere si affermarono le grandi monarchie unitarie e burocratiche dell'epoca moderna, attraverso lo sfacelo del sistema cattolico imperiale. Quando si parlava del re di Francia o del re d' Inghilterra si prescindeva dal concetto della nazionalità e da quello stesso di un vincolo tra l'individuo e la comunità. Pertanto col nome di «stato patrimoniale» si designa il primo atteggiamento assunto dallo stato particolare europeo. Il concetto della nazionalità appare soltanto con le rivoluzioni individuali, ma nei termini di quel diritto individuale alla sovranità che venne esaltato dalla dottrina rivoluzionaria francese sotto la formula della nation. Si intendeva in siffatto modo di superare il dualismo tra il re e il popolo, come si era superato quello fra il potere temporale e il potere spirituale. Si voleva dare alla « sovranità » una base personale in luogo di quella territoriale sino ad allora prevalsa. E poiché l'idea del cosiddetto « stato moderno » quale « stato di diritto » nella concezione liberale del costituzionalismo dottrinario fu un derivato dell'idea della nation, occorre riconoscere che a detto tipo di stato non si addice la qualifica di « stato nazionale », nel senso in cui oggi il concetto della nazione (popolo) è assunto dalla dottrina dello stato totalitario o in quello in cui nel secolo scorso era stato inteso dalla dottrina romantica della nazionalità. Lo stato liberale del sec. XIX, «capolavoro di macchineria europea made in England » (Febvre, De l' état historique à l'état vivant, in Encyclop. franc., X, 8, I), qualunque fosse il tipo del suo governo, non si pose come l' espressione di un organismo nazionale, sebbene alcuni vogliano fare risalire il nazionalismo moderno al primo smembramento della Polonia (Laski, Grammaire de la politique, 1933, p. 125). Bensì affettò nell'ordine costituzionale di essere l'unico imparziale distributore del diritto fra i suoi membri che si presunsero autonomi, indipendenti e liberi, senza .riguardo alla loro origine, alla loro confessione, alla loro razza e si ritennero autorizzati a spostarsi a loro piacere nello spazio e ad agire incondizionatamente nel quadro di una economia mondiale, in base a un diritto privato che avrebbe dovuto essere uniformato per tutti i popoli. Nell'ordine internazionale lo stato liberale del sec. XIX pretese di presentarsi come un « onesto e pacifico stato particolare » fisso entro frontiere ben definite, rispettoso della pari sovranità degli altri stati coesistenti con esso, secondo la duplice formula della indipendenza politica e della integrità territoriale, assumendo che in ciascuno stato si dovesse riconoscere un organo a ugual titolo della umanità universale. Senonché, in nessun tempo si è mai constatata una più grave contraddizione fra la teoria e la pratica. Nei rapporti coi popoli di nazionalità affine il cosiddetto «stato moderno» non ha riconosciuto se non la legge meccanica dell'equilibrio delle forze, esplicato dal famoso « concerto delle grandi potenze ». Per contro, quando gli è stato possibile si è precipitato sulle « terre libere» degli altri continenti e ha usurpato il controllo degli stati più deboli inseguendo talvolta gli obbiettivi di una egemonia economica mondiale che venne stabilita sul monopolio delle materie prime, dei mercati del credito e si è spinta fino alla chiusura ermetica degli sbocchi. Esattamente Treitschke (La politica, ed. it. 1918, I, p. 115) rilevava che tutta l'espansione coloniale degli stati europei moderni porta nelle sue creazioni le tracce del razionalismo e del materialismo. Bisogna aggiungere che tali tracce appaiono nella sua stessa iniziativa. Ma un più attento esame richiederebbe il fenomeno dell' «imperialismo economico», praticato così largamente sotto l'etichetta dell'umanitarismo e del progresso generale dei popoli, in correlazione al tenore industriale della civiltà moderna. In sostanza il sedicente stato particolare del liberalismo ha violato il principio delle frontiere naturali ed ha intrapreso una funzione mondiale senza alcuna coscienza delle esigenze proprie ad un ordine superiore. Quasi tutti gli « stati moderni» dopo il 1878 (Congresso di Berlino) si atteggiano a centri di altrettanti imperi di carattere particolare. La loro forma, ma soprattutto il loro spirito, appaiono decisamente unitari dopo questa data. In altre parole, il preteso stato territoriale particolare moderno volle fare e vuol fare dell'imperialismo con una « gretta mentalità provinciale », incongruenza spiegabile perché tale tipo di stato ha rinnegato nel culto della massa e del denaro i valori eroici dai quali dipende la consapévolezza dell' impero quale missione di civiltà. Poté quindi Lenin additare l'imperialismo dello stato moderno quale « una tappa superiore del capitalismo »; e segnalare nella concorrenza dei grandi stati capitalistici moderni la causa di permanente guerra trai popoli dell' Europa.

c) Lo stato imperiale. — La vocazione imperiale è un fenomeno costante nella storia e non hanno potuto sottrarsi ad essa nessun popolo e nessun condottiero cui abbia arriso un barlume di gloria. In senso empirico, l'imperialismo esprime il movimento. Esso risponde alla tendenza al crescere che è propria di ogni organismo, così fisiologico come morale, e che è diretta a risolvere il problema spaziale del rapporto tra il territorio e la popolazione. L'imperialismo empirico precisamente si concreta nella imposizione da parte di uno stato del proprio potere su altri gruppi umani allo scopo di sfruttarli, o anche senz'alcuno scopo programmatico o alcun senso ragionevole. Vi è quindi genericamente dell'imperialismo così nella gesta espansiva dello stato cittadino come nelle conquiste che lo stato particolare compie al di là delle sue frontiere etniche. Il motivo delle differenze di sangue, di cultura, di religione, di lingua diventa qualificativo del processo imperiale. Nell'orbita di quello che si chiama « il mondo antico» la gesta dell' impero si era svolta nel confronto di popoli che appartenevano per lo più al medesimo gruppo primario, vale a dire alla medesima « razza », intendendo con questa parola una delle suddivisioni fondamentali della specie umana. Tuttavia gli imperi dell'antichità dettero luogo a semplici situazioni di predominio per le quali i vinti erano ridotti in asservimento quando non venivano sterminati. Perciò questi imperi non hanno lasciato tracce organiche nella storia della civiltà. Essi furono assorbiti dalle reazioni dei sottomessi o travolti dall'ondata di altri conquistatori. Soltanto Roma attinse il senso della collaborazione mondiale; la quale si svolse nel duplice sistema delle province e dei protettorati e, come si è rilevato pocanzi, si concretò nel duplice istituto della federazione e della municipalità. Tranne nei confronti di Cartagine, espressione delle divinità ctoniche, cui applicò la ferrea logica della conquista, Roma seppe sostituire il principio dell' « associazione » a quello della « dominazione ». Poté Roma, in tal modo, innalzare il fatto dell'impero a una idea religiosa e procedere alla fondazione di una specifica civiltà mondiale identificabile nella « civiltà europea ». Precisamente l'imperialismo di Roma, nella cerchia di quella civiltà europea che essa ha creato, segnò la suprema elevazione dello spirito nel suo svolgimento verso l'unità, fino a quel grado in cui la potenza si confonde coi motivi di una religione mondiale e si converte nei valori di una concezione positiva del mondo comune a più popoli. Tale e tanta fu la virtù del principio di associazione sviluppato da Roma che l'idea dell'impero sopravvisse alla caduta del suo sistema politico. Anzi, poté risorgere, attraverso una vera « rinnovazione », sotto gli auspici di un genio romano—cristiano che riuscì ad includere nel proprio ambito lo stesso mondo germanico. Il sistema imperiale cattolico del Medioevo rielaborò e difese, sotto gli auspici della « fede », l'idea civile dell'impero e confermò l'unità morale dell'Europa, nel tipo di una « civiltà occidentale » comprensiva del germanesimo, fino a che i particolarismi nazionali, in tre secoli di rivoluzione, non vennero a respingere il retaggio di Roma con una concezione negativa e della civiltà e dello stato. Disciolta la respublica christiana e affermatosi lo « stato moderno » venne meno il polo ideale della nostra civiltà. Alcuni degli stati moderni si arrogarono ancora il titolo ufficiale dell'impero, come l'Austria e la Russia, e più tardi la Germania del secondo Reich; ma a tale titolo non corrispondeva alcuna funzione generale, nemmeno nei confronti dei popoli dell'antico continente. Due tentativi di ricostruzione europea, quello di Napoleone e quello della « Santa Alleanza », fallirono di fronte alla rivolta della nazionalità e all'opposizione dell'Inghilterra; la quale venne accentuando sempre di più il proprio atteggiamento antieuropeo sotto il programma dell'universalismo mercantile. Dopo la guerra del 1914-1918, spaventoso conflitto degli imperialismi empirici, col trattato di Versaglia si creò la Società delle nazioni; ma questa fu condotta su un sedicente « piano mondiale », secondo i fini della politica britannica. Si deve ad A. Briand (Dans la voie de la paix, 1929) la prima rievocazione di una idea dell'Europa di fronte alla manifesta necessità di sottrarre i popoli dell'antico continente alla minaccia costante dell'anarchia, compito al quale risultava del tutto inidonea la Società delle nazioni. Infatti, il problema della civiltà europea oggi si presenta nella sua prima istanza quale problema di una « organizzazione regionale », per la parte della Terra nella quale vivono i nuclei originari della razza, che sono ancora i centri motori della politica del mondo.
Tale problema si presenta sotto un duplice aspetto. L'uno concerne i rapporti tra i « popoli affini »; cioè tra i popoli della medesima civiltà europea, malversati dai monopoli di qualche potenza privilegiata. L'altro riguarda i rapporti fra questi popoli e i « popoli esotici », entrati nel quadro della esistenza europea attraverso l'espansione coloniale e che ormai risultano in più o meno aperta rivolta contro l'applicazione di quella concezione negativa del mondo che si è proclamata nel programma di una pretesa « civiltà universale ». Questo si è troppo spesso esaurito nell'imposizione ai popoli sfruttati di quei discutibili valori materiali che sono la polvere da sparo, l'acquavite, le macchine, e nella distruzione di quei valori spirituali così elevati che risiedevano nella loro tradizione religiosa o artistica. E’ dunque indispensabile per i popoli europei restaurare i valori di una « idea dell'Europa »; al quale effetto non si può prescindere, come ha ammonito MUSSOLINI, dalla « verità di Roma » (Scritti e discorsi, VIII, p. 14o). Tuttavia l'idea'di Roma deve essere adeguata alle mutate condizioni della civiltà. Il principio di associazione non può essere inteso nel medesimo modo nel quale era stato inteso nel passato, così di fronte all'esuberante individualità delle odierne nazioni europee, come di fronte alla originalità culturale dei popoli di razza estranea, che non possiamo ridurre al tenore del nostro spirito, eppure dobbiamo in molti casi accomunare al nostro destino. Al riguardo l'Italia moderna sembra designata dall'indole equilibrata del suo genio, dalla sua tradizione specifica, e dalla sua stessa posizione geografica al compito supremo della sintesi, che non può essere solo il risultato di una imposizione di forza. Lo conferma la circostanza che le più significative manifestazioni di orientamento ideologico sono di provenienza italiana. Vogliamo alludere alla proposta di un « Patto a quattro », formulata nel 1933 da MUSSOLINI e alla « Carta della razza », emanata dal Gran Consiglio del Fascismo nell'ottobre del 1938. Col primo atto si è segnalata la necessità di organizzare la convivenza dei popoli europei sulla base del principio autarchico e secondo il criterio gerarchico di una direzione esercitata dalle potenze qualificate dalla loro importanza morale e materiale. Col secondo atto si è trattato l'argomento dei rapporti fra le nazionalità appartenenti a quel tipo di civiltà che si è indicata sotto la formula, non perspicua, di « razza ariana» con le genti di civiltà estranee per regolarlo secondo il concetto di una difesa del « prestigio della razza ».

6. I tipi giuridici dello stato. — Per impostare bene il problema occorre esaminare con un certo spirito critico la classificazione che i giuristi del secolo scorso hanno tracciato dei tipi dello stato per spiegare le modificazioni che si producono nella struttura delle società statali contemporanee. Al riguardo s'impone il rilievo che la classificazione giuridica corrente dei tipi dello stato è condotta alla stregua di quella figura dello stato unitario moderno che, come si è visto pocanzi, non ha mai avuto una effettiva coscienza nazionale, né tampoco quella di una ideale missione europea. Siffatto rilievo dovrebbe bastare per stabilire anzitutto come le formule e i concetti di tale classificazione giuridica non sono nemmeno applicabili al fenomeno degli « aggregati imperiali» che si disegnano sul terreno della politica contemporanea contro il sistema del formicaio nazionalitario instaurato dai trattati di Versaglia. Con ragione Jellinek osservava che il principio della sovranità riferito allo stato moderno « si opponeva a una chiara concezione dei raggruppamenti di stato e portava sempre a concludere che l'una e l'altra forma di raggruppamento fosse impossibile », avendo per risultato lo stato anarchico del vigente diritto internazionale. Per l'appunto i giuristi trattarono e trattano per lo più le forme dello stato quali « forme determinate dalla organizzazione giuridica del territorio e pertanto anche del popolo, ma in funzione sempre del territorio » (Crosa, op. cit., p. 143). Al riguardo si è detto e si dice che lo « stato unitario » si avrebbe quando il territorio dello stato non si differenzia giuridicamente in tutta la sua estensione. Per contro si avrebbe lo « stato federale » quando questo territorio si divide in circoscrizioni nelle quali si rinviene un carattere statuale, dato che risultano formati da un territorio e da un popolo organizzati in virtù di un imperium originario di tale ente e le circoscrizioni si presentano così come membri d'uno stato più ampio. Di fronte allo stato federale, figura complessa di stato, avente origine nel diritto costituzionale dei singoli stati membri, si dovrebbero riconoscere le « unioni di stati » le quali derivano da un atto di diritto internazionale. Esse non costituiscono forme di stato, ma implicano appena una limitata organizzazione permanente fra più stati per realizzare scopi comuni a ciascuno di essi. Il requisito di una organizzazione permanente differenzierebbe le « unioni di stati» dalle leghe e dalle alleanze con carattere temporaneo fra due o più stati e, in genere, dal regolamento per trattati e per convenzioni dei rapporti internazionali. Quanto alle « unioni di stati» la letteratura giuridica presenta le due sottospecie dell'«unione personale» e dell'« unione reale ». La prima si avrebbe quando due stati posseggono in comune la persona del capo dello stato, per effetto delle rispettive leggi di successione o per acclamazione da parte degli organi costituzionali di un determinato stato di colui che è già capo di un altro stato. (Esempi: l'unione personale dell'Inghilterra col Hannover fino al 1837; dell'Olanda col Lussemburgo fino al 1890; del Belgio col Congo fino al 1888). Non esatta è la definizione di « unione personale » attribuita in un primo momento al vincolo tra l'Italia e l'Albania. L'unione reale risulterebbe invece da un trattato in virtù del quale due stati concordano di avere in comune oltre che il capo dello stato anche l'amministrazione di alcuni interessi (Svezia e Norvegia fino al 1905, Austria e Ungheria fino al 1918; presentemente Danimarca e Islanda). Un posto incerto fra lo stato federale e la unione di stati tiene nella dottrina la « confederazione di stati »; che ha origine da un trattato per mezzo del quale più stati si riuniscono allo scopo di gestire in comune certi dati interessi a tutti comuni (Fedozzi, Trattato di diritto internazionale, I, Parte generale, 1938, p. 112). Esempio: la Confederazione germanica creata dal Congresso di Vienna nel 1815, cui nel 1871 succedette lo Stato Federale sotto il titolo di Impero germanico e nel 1919 la Repubblica federale tedesca. A proposito di queste due ultime forme della società politica germanica i giuristi di quel paese fecero valere a suo tempo come non si trattasse di veri e propri tipi di stato federale perché la personalità dell'insieme non assorbiva la personalità degli stati membri in modo completo. A quali concetti può dunque farsi ricorso per impostare il problema dell'unione di stati nelle presenti condizioni? Sempre più si precisa la convinzione che occorre andare « oltre allo stato »; il che vuole essere inteso nel senso che occorre andare oltre a quella figura dello stato particolare moderno che si è tratteggiata nello studio dei tipi politici e di cui si è constatata la morale insincerità. Ma così i « razionalisti» come i « positivisti» del diritto internazionale deprecano l'eventualità di un « superstato » pur non essendo d'accordo sulla direzione da prendere. Gli uni, e sono i « razionalisti », vorrebbero seguire quello del diritto individuale. Essi parlano di « spoliticizzare» la nazionalità, come già si è spoliticizzata la religione e di marciare verso l'individuo, contro ogni tentativo di «nazionalizzare lo stato», anche a costo di precipitare in definitiva nell'utopia del « diritto mondiale », stabilito non più sul concetto dello stato ma su quello dell'individuo. Altri, e sono i «positivisti », vorrebbero raggiungere un ordine supremo fra gli stati nazionali attraverso « il controllo internazionale che in definitiva risulterebbe favorevole tanto agli stati, quanto agli individui e alle nazionalità» (Le Fur, Races, nationalités, états, 1935). La tesi della « comunità internazionale — ordinamento giuridico » è stata presentata di recente, con serietà di trattazione, nel preciso intendimento di concretare il vecchio concetto di una coscienza giuridica universale, affermato già dagli scrittori del giusnaturalismo per giustificare il valore obbligatorio del diritto internazionale (S. Romano, L'ordinamento giuridico, 1916; e Corso di diritto internazionale, 1932). A tale tesi osta però invincibile l'obbiezione che in tanto si potrebbe parlare di una comunità e quindi di un ordinamento giuridico in quanto esistesse nei fatti il consenso di tutti gli stati, che sarebbero i soggetti della comunità internazionale, circa uno o più obbiettivi comuni e circa anzi un obbiettivo estrinseco a ciascuno di essi. Le condizioni permanenti di guerra che regnano in Europa dal 1914 in poi, anche nelle forme del boicottaggio nazionale, avvertono che s'insegue una chimera quando si corre dietro al concetto della «comunità internazionale». Se, con grave travisamento del carattere essenziale del diritto che è la « statalità » , si può ravvisare un ordinamento giuridico nella Chiesa dove regna un «ordine volontario », bisogna invece riconoscere che nei rapporti internazionali non vige un sistema di norme indipendenti dall'autorità degli stati. Il diritto non può essere altro che « ordine necessario » e tale ordine non è realizzabile se non in una concreta unità con mezzi politici posti al servizio di un'idea trascendente. La necessità di rivedere la dottrina dello stato, pure per quanto attiene alla scienza del diritto, si manifesta al medesimo grado nel diritto costituzionale e nel diritto internazionale. I concetti centrali dei due sistemi teorici sono infatti identici e in ugual misura nell'uno e nell'altro campo risultano travisati da quella interpretazione astratta e fittizia dello « stato di diritto» che avrebbe voluto fondare l'ordine giuridico all'infuori di ogni realistica considerazione delle condizioni di vita dei popoli e senza adeguata consapevolezza dei valori umani e del problema delle civiltà mondiali.

CONTINUA...

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:20 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

II. GLI ELEMENTI ESTRINSECI. – 7. Valore dell'analisi. — Dalla constatazione che le comunità politiche, vale a dire gli stati, risultano da un complesso di uomini organizzati sopra una determinata porzione della superficie terrestre si è dedotta la prevalente classificazione degli elementi costitutivi dello stato in: a) la popolazione, che sarebbe l'elemento personale; b) il territorio, che sarebbe l'elemento materiale; c) il nesso, che sarebbe l'elemento organizzativo.
Si è perciò definito lo stato, come « la riunione su un territorio determinato di un gruppo di uomini che obbediscono a una autorità indipendente incaricata di realizzare il bene comune del gruppo. Trattandosi dello stato proprio ad un'epoca civile bisogna aggiungere che a tale effetto l'autorità indipendente si conforma al principio del diritto di cui lo stato è il primo servitore ». Senonché in questo modo non si definisce, ma soltanto si descrive lo stato; perché gli elementi così indicati non riguardano il contenuto dello stato ma appena la forma di esso. Siffatta constatazione è decisiva per l' impostazione della dottrina giuridica dello stato nei termini della concezione totalitaria ed esprime l'applicazione caratteristica dei risultati che noi crediamo di ricavare dalla dottrina dello stato intesa come « statologia ». Le scuole giuridiche propendono a dare il primo posto in ordine di importanza al « territorio », confermando con ciò che l'analisi degli elementi dello stato è da esse condotta in rapporto al tipo dello stato particolare moderno. Discordano però fra loro circa il significato e circa il valore dell'elemento territorio, così come di ciascuno degli altri elementi, ora sostenendo che abbiano valore essenziale, ora invece volendo ridurli a semplici qualità o a semplici presupposti, se non addirittura a mere condizioni per la applicazione dell'ordinamento giuridico. Precisamente circa la popolazione, confusa quasi sempre col popolo, si è affermato che essa potrebbe essere un elemento dello stato, così come un oggetto dell'attività dello stato. Parimenti il territorio fu considerato come oggetto di un diritto della sovranità e come elemento strutturale dello stato. Quanto al nesso, si disputò e si disputa se la sua natura sia politica oppure solamente giuridica. Nel passato era prevalsa la tendenza a identificare lo stato con ciascuno di questi tre elementi e più spesso col « governo », ora concepito come il complesso dei funzionari e delle istituzioni governative, ora riassunto nella persona fisica del suo sovrano. Parve ciò un progresso riconoscere l'autonomia dello stato, da ciascuno dei suoi elementi (S. Romano, Corso di dir. cost., 1926, p. 39), senza per altro che si giungesse a stabilire la natura puramente strumentale di essi, quale invece la stabilisce la dottrina totalitaria. In sostanza, così la popolazione, come il territorio ed il nesso, sono tre concetti correlativi a quei tre concetti del Tondo fisico che sono il numero, la misura, il peso e per i quali non si può affatto spiegare la essenziale realtà spirituale dello stato. Sono concetti puramente estrinseci che indicano soltanto il sostrato sul quale si aderge la personalità trascendente dello stato, la identità del quale, rimane inalterata nel mutare continuo dei componenti personali materiali e delle istituzioni e delle leggi. E per vero, popolazione, territorio e nesso debbono essere apprezzati in rapporto alla natura dinamica dello stato, mentre la definizione che ne ha dato e ne dà la scienza del diritto dei secolo scorso concerne uno stato visto in posizione di immobilità, nettamente determinato nei suoi confini geografici, nella sua massa etnica e nei poteri del suo governo. Anzitutto si deve dunque affermare che la realtà dello stato non può essere ricondotta all'analisi dei suoi cosiddetti « elementi » » non solo, ma che lo stato è una totalità unitaria nella sua essenza che non può essere sezionata senza essere falsificata. Agli effetti della conoscenza intuitiva perseguita dalla metafisica costruttiva del pensiero totalitario occorre tener conto dell'esempio, assai noto, della sinfonia, la quale esteticamente è un quid a sé stante, inconfondibile cogli elementi musicali di cui essa consta per il fisico. Come dunque la sinfonia,dal punto di vista estetico, non è l'insieme delle note; così lo stato, dal punto vista etico non è il complesso dei cittadini, delle terre delle norme giuridiche. Bensì e gli uomini e i territori le leggi sono i mezzi ed i sostegni dello stato ché si svolge, grazie ad essi, quale impresa di civiltà, nella duplice inscindibile posizione dell'ordine e della potenza. In secondo luogo, stabilito il carattere funzionale degli elementi estrinseci dello stato, si deve dedurne una considerazione ben diversa da quella che ne ha fatto sin qui la pubblicistica del cosiddetto pensiero moderno. La popolazione, ben distinta dal popolo, vuole essere considerata non quale destinataria dello stato, ma un fattore di forza, secondo la formula che «il numero, è potenza». Il territorio deve essere inteso con senso espansivo in rapporto al principio dell'autarchia secondo il concetto di «spazio vitale». La dottrina nazionalsocialista in alcune tesi vorrebbe addirittura fondare il diritto dello stato al territorio sul criterio delle esigenze economiche della comunità. Il nesso, poi, va identificato nel regime, come sforzo diretto alla realizzazione dello stato da parte dei singoli che questo in atto compongono. Donde anche la conseguenza che l'ordinamento giuridico, per cui tale nesso si definisce e si precisa, risulta un complesso di norme tecniche dirette ad assicurare il massimo risultato della forza. La valutazione strumentale degli elementi estrinseci dello stato è decisiva per l'orientamento delle discipline politiche e sociali che si occupano dei problemi inerenti alla popolazione e al territorio. Vedremo inoltre come, anche dal punto di vista giuridico, popolazione, territorio e nesso assumono nella nostra dottrina un significato diverso da quello in cui tali concetti sono ricevuti dalle scuole del diritto, in diretto rapporto al riconoscimento dello stato quale entità immateriale identificata col popolo (comunità nazionale). L'argomento degli elementi dello stato non può trattarsi senza tener pre¬sente la diversa valutazione morale e politica che lo spirito delle rivoluzioni nazionali e popolari fa di essi, pur ridotti a meri elementi estrinseci, in una concezione civile dell' impero, posto che è proprio una coscienza imperiale quella che già domina e sospinge lo svolgimento spirituale e formale dello stato oltre la cerchia dello stato particolare moderno.

8. La popolazione. — L'elemento personale dello stato dalla dottrina nazionalitaria francese della sovranità popolare era stato visto nella « popolazione », cioè nel complesso dei cittadini assunti a titolari della sovranità, pur indicandosi tale complesso col nome di « nazione » o «popolo ». L'equivoco sul concetto di popolo—popolazione è causa di errori non meno gravi dell' equivoco sul, concetto di stato—governo. La dottrina tecnico—giuridica ha confermato l'errore. Secondo Ranelletti ( op. cit., p. 8 ) « popolo è l'insieme delle persone che appartengono allo stato, cioè l'insieme dei cittadini ». Oggi in Italia, di fronte ai postulati della dottrina totalitaria si vuole da qualcuno sostituire alla nozione atomista di popolazione il concetto organico del popolo considerato nella serie delle sue generazioni (S. Romano, Trattato di diritto costituzionale, 2a edizione), senza per altro variare la teoria dello stato affermata dalla concezione individualista dello stato di diritto. Se i due concetti del « popolo » quale entità morale e della « popolazione » quale complesso numerico dei cittadini, vengono fatti coincidere, qualunque sistema diventa incomprensibile. Se la popolazione diventa lo stato chi sosterrà e chi farà vivere lo stato? Di fronte al postulato dello stato—popolo (comunità nazionale) cade così la teoria nazionalitaria della souveraineté nationale, come la teoria tecnico—giuridica della « corporazione statale ». La esistenza di una « collettività » umana e cioè di un gruppo di uomini di una certa rilevanza, è una condizione necessaria per l'esistenza della « comunità », cioè dello stato. E’ dobbiamo ammettere che tale collettività si può riconoscere soltanto attraverso il vincolo che intercede fra i singoli individui e la comunità politica. Ma che cosa si intende per collettività umana, cioè per popolazione, in senso politico e giuridico? Il Kelsen vorrebbe riassumere la risposta nella formula per cui la popolazione sarebbe « l'insieme degli individui per i quali è valido l'ordinamento giuridico dello stato o, meglio, l'insieme di coloro la condotta dei quali è sottoposta alle regole dello stato ». Senonché vi sono individui che pur vivendo nel seno della popolazione di un dato stato si sottraggono in modo più o meno completo alle norme dello stato stesso e per contro l'azione dello stato, anche in linea giuridica, si può estendere su persone che vivono nel seno di comunità straniere. Inoltre vi sono individui che non appartengono allo stato e pure sono soggetti in una certa misura all'osservanza delle sue leggi, almeno a quelle penali o di ordine pubblico per la semplice circostanza che si trovano sul suo territorio. Il concetto di popolazione si profila giuridicamente in quello della « appartenenza allo stato »; per cui si distingue la posizione di coloro che costituiscono gli elementi individuali della collettività politica dalla posizione di coloro che si trovano occasionalmente sul territorio dello stato (subditi temporanei) e per tale circostanza sono soggetti alla potestà dello stato in modo eccezionale e parziale. Il concetto di « appartenenza », in quanto soggezione piena e permanente dell'individuo al diritto dello stato che ne regola l'intera attività giuridica si esprime nella letteratura tedesca con la formula di Reichsbúrgerschaft e nella letteratura francese con la formula nationalité. Il concetto della appartenenza viene specificato abitualmente nei due concetti di « cittadinanza» e di « sudditanza». Al proposito si afferma che la sudditanza riguarderebbe i rapporti tra l'individuo e lo stato agli effetti del diritto internazionale, mentre la cittadinanza concernerebbe il medesimo rapporto nella sfera del diritto costituzionale. Secondo le proposizioni della dottrina nazionalitaria, il concetto di « cittadinanza» avrebbe dovuto corrispondere sempre a quello di « appartenenza » statale. Esso avrebbe dovuto avere un valore uniforme per tutti i singoli, in ossequio al principio della uguaglianza di diritto. Peraltro lo sviluppo del colonialismo portò le dottrine dello stato moderno a riconoscere figure di appartenenza incompatibili col concetto della cittadinanza nel senso costituzionale e precisamente indusse ad affermare la nozione della « sudditanza coloniale ». Lo stesso diritto francese ha dovuto distinguere tra il citoyen e il national francais. Da ultimo l'applicazione della dottrina razziale ha concluso al differenziamento dalla figura del cittadino anche di coloro che, pure appartenendo alla collettività metropolitana, sono censiti di « sangue estraneo », con la conseguenza di introdurre un tipo di cives sine suffragio. Nell’ordinamento giuridico dello stato particolare moderno si delinea dunque una notevole varietà degli status della persona per ciò che attiene al titolo della appartenenza statale. In tal modo si ritorna alla pluralità delle situazioni giuridiche soggettive che ha caratterizzato gli ordinamenti storici della capacità personale. Tra l'altro, il successo imperiale di Roma fu dovuto alla adozione di forme particolari di dipendenza e di contribuzione perfino per i diversi territori di una medesima regione e quindi dal moltiplicarsi delle varietà di statuto personale. La decadenza si inizia con l'editto di Caracalla (Constitutio Antoniniana) del 212 per cui il diritto della città venne conferito di colpo, e per meri motivi fiscali, a tutti gli abitanti liberi dell'impero, eccezione fatta per i dediticii. In particolare l'ordinamento italiano vigente, disciplina l'appartenenza allo stato nella figura della «cittadinanza», in senso proprio, che viene distinta in cittadinanza metropolitana, egea e libica e nella « sudditanza » coloniale, oltre allo statuto di mera dipendenza che ha attribuito ai soggetti di origine ebraica. Fondamento di tali distinzioni è il principio proprio alla nuova dottrina dello stato che la capacità giuridica dei singoli deve essere stabilita in rapporto alla diversa idoneità di essi ad attuare i « fini nazionali », e ciò in base a una presunzione dedotta dalle loro origini, vale a dire dal diverso tenore culturale, religioso, civile; sociale dei gruppi etnici dai quali provengono, tenuto conto del carattere specifico di quella comunità nazionale (italiana) che costituisce il soggetto dello stato. Così il sistema italiano della cittadinanza oggi vigente ha conservato il loro statuto personale ai « cittadini egei », che sono esentati dal servizio militare, come lo ha conservato ai « cittadini libici » che pure al servizio militare sono soggetti. È dunque mutato il presupposto della attribuzione dello status civitatis e quindi della definizione della capacità personale da quello dell'interesse dell'individuo che era stato propugnato dal cosiddetto pensiero moderno. Nemmeno può ricondursi al presupposto politico —militare su cui un primo tempo si era fissato il sistema del diritto romano, che faceva dipendere il regime delle persone dalla deditio, cioè dallo scioglimento compiuto da Roma di una comunità politica preesistente e dalla riduzione di essa in provincia. L'ordinamento della appartenenza statale è ormai motivato dalla considerazione strumentale della popolazione, secondo quel principio della subordinazione del singolo allo stato che determina la personalità individuale nella dottrina totalitaria.

9. Il territorio. — Più esatto che di territorio sarebbe parlare di « spazio », giacché la dimensione di questo elemento non è apprezzabile soltanto in superficie, ma anche in ampiezza e profondità, presentandosi nella figura di un cono irregolare che va dal centro della Terra all'infinito ed ha per sezione la superficie del territorio (Carré de Malberg, Théorie générale de l'état, I, p. 5). Fra i postulati del cosiddetto pensiero moderno vi era quello di ottenere una definizione in perpetuo del territorio proprio di ciascun popolo. Donde la dottrina delle « frontiere naturali »; la quale, invece, diventò il fomite dei conflitti internazionali, attesa la impossibilità di conciliare le ragioni geografiche con quelle etniche, militari, economiche, ecc. Nel tipo dello stato particolare moderno comunque si avrebbe voluto raggiungere una determinazione matematica del confine, concepito quale linea di contatto e non di separazione trai popoli. Invece il trattato di Versaglia, con le norme imposte per la smilitarizzazione di alcune zone di frontiera, era ricaduto nel primitivo concetto della frontiera che non era quello della linea ma quello del vuoto (« Gli antichi imperi si riparavano dietro regioni lasciate vuote da un tacito accordo: foreste, deserti o steppe », De Lapradelle, Le territoire in Encycl. franc, X, 12,5). Il sistema delle linee Sigfrido e Maginot fu un ritorno in un certo senso al metodo del no man's land imposto ai popoli dal mutuo timore. Anche su questo punto si rivela la necessità di superare il principio dello stato particolare nella realizzazione dell'associazione etnarchica europea. Né il sottosuolo, né l'atmosfera sono territorio. Bensì rientrano l'uno e l'altra nel concetto di spazio. Circa il sottosuolo vale per l'Italia il regio decreto—legge 29 luglio 1927, n. 1443, che afferma il diritto dello stato su di esso. Quanto allo spazio atmosferico vale la convenzione internazionale per la navigazione aerea del 13 ottobre 1919, resa esecutiva in Italia con regio decreto n. 1878 del. dicembre 1922. I confini del territorio sono stabiliti dai trattati internazionali. E’ dubbio se del territorio faccia parte il « mare costiero », sostenendosi da alcuni che qualunque porzione del mare apparterrebbe al « mare libero », salvi determinati diritti dello stato litoraneo. Dal punto di vista giuridico si controverte se il territorio sia un semplice elemento limite dello stato, oppure un elemento costitutivo dello stato e se sia oggetto di un diritto dello stato, oppure parte della soggettività stessa dello stato. Le diverse tesi spesso coincidono. Jellinek aveva visto nel territorio un elemento soggettivo dello stato, pur osservando che soltanto attraverso gli uomini lo stato agisce anche all'effetto dell'occupazione del territorio, e ne argomenta che il diritto dello stato sul territorio sarebbe appena un riflesso del diritto dello stato sulle persone. Parecchi giuristi danno all'elemento del territorio la precedenza sugli altri elementi dello stato. Numerose costituzioni indicano il territorio prima del popolo (Argentina 1853; Belgio 1831; Bulgaria 1879; Repubblica tedesca 1918 ; Finlandia 1919). Le costituzioni francesi dei 1791 e del 1793 avevano dichiarato «una e indivisibile» la Francia, guardando al territorio come all'elemento fondamentale dello stato. Per contro non è mancato chi negasse addirittura la territorialità quale carattere indispensabile dello stato (Duguit), adducendosi tra l'altro l'esempio della Chiesa; senza avvertire che la Chiesa è una comunità perfetta bensì ma in un ordine di vita diverso da quello a cui appartiene lo stato, sicché vien meno la possibilità del raffronto. Inoltre si è contestata e si contesta anche la funzione di elemento limite per il territorio; adducendo che uno stato può compiere atti di autorità anche fuori di questo, per esempio nel mare libero, sulle proprie navi (territoire flottant) o nel territorio di altri stati, come nei casi di condominio o di stati federali e in genere di unione di stati. In effetti, durante il secolo scorso si era accentuato il principio della sovranità personale su quello della sovranità territoriale; ma per contro si era elevato il territorio a elemento costitutivo dello stato insieme con la popolazione. Però è inesatto ritenere che « la territorialità dello stato si sia manifestata compiutamente in questo periodo per la tendenza di ordinarsi secondo le utilità nazionali che si precisano non solamente negli aspetti etnici e politici ed essenzialmente morali, ma anche territoriali » (Crosa, op. cit., p. 125). Vale al riguardo ciò che si è osservato poc'anzi in merito alle frontiere naturali. E’ vero che nello «stato moderno» si era realizzata la concezione unitaria dello stato pure rispetto al territorio, che cessò di essere riguardato come una serie di titoli diversi di acquisto da parte del « sovrano ». E' vero che la dottrina politica talvolta esaltò il valore, morale del territorio nell'idea dalla « patria ». Però l'espansione coloniale aveva finito con autorizzare la contrapposizione al territorio dello stato, nel senso proprio della parola (territorio metropolitano o statutario), ritenuto elemento strutturale dello stato stesso, dei territori annessi, che costituirebbero semplice « pertinenze », come i possedimenti e le colonie e per i quali valeva una considerazione puramente economica, ossia strumentale. Siffatto concetto era già stato affermato dal «Patto coloniale» del 1651, per cui si considerarono le colonie un possesso in funzione patrimoniale della metropoli, allora ravvisata nella corona. Le conseguenze erano state la schiavitù, il diritto di tratta, la politica delle compagnie privilegiate, ecc. Ma anche caduto il Patto coloniale, risultò necessario mantenere la differenza di trattamento giuridico tra il territorio metropolitano e il territorio delle pertinenze. Al riguardo la diversità venne formalmente stabilita con la esigenza di particolari guarentigie costituzionali per l' integrità del primo, quali per l'Italia si sarebbero potuto desumere dall'art. 5 dello statuto. Ormai la questione politica e giuridica del territorio dello stato si prospetta con esigenze diverse, nel senso di una assimilazione, motivata dalla dottrina dello « spazio. vitale ». In proposito la costituzione olandese quale oggi è stata riformata e la nuova costituzione portoghese del marzo 1933 (art. i) includono i possedimenti coloniali nella definizione del territorio nazionale. Quanto all'ordinamento italiano l'art. 12 della legge n. 2693 del 1928 sul Gran Consiglio del Fascismo al n. 7 ha equiparato la procedura per le leggi che dispongono variazioni del territorio dello stato alle leggi che concernono le modificazioni del territorio coloniale, nell'uno e nell'altro caso richiedendo l'intervento del parere del Gran Consiglio. Qualcuno ha voluto argomentare che da siffatta assimilazione e dalla diversa dizione usata dal regio decreto legge 9 maggio 1936, n. 754 relativa alla dichiarazione della sovranità italiana siti territori e le genti già appartenenti all'Impero Etiopico, in confronto a quella del provvedimento concernente l'annessione della Libia, sarebbe risultata la soppressione del concetto di colonia e ha affermato con discutibile consequenzialità logica che si dovrebbe ormai parlare di diritto imperiale anziché di diritto coloniale, rispetto all'ordinamento giuridico delle pertinenze (D'Amelio, Diritto pubblico imperiale, 1936). Altri ha voluto sostenere come si è visto al paragrafo precedente, l'assimilazione almeno virtuale della figura del suddito coloniale a quella del cittadino ed ha presentato la formula di una « cittadinanza addiettizia ». Senonché la dottrina totalitaria si ribella a qualunque tesi ugualitaria sull'appartenenza statale e conferma che il territorio ha mero carattere strumentale rispetto ai fini della comunità nazionale qualificata dal carattere dell'italianità. L'assimilazione del territorio delle pertinenze al territorio metropolitano all' effetto della guarentigia costituzionale si giustifica appunto sotto il profilo del carattere strumentale che esso ha in ogni caso rispetto ai fini della comunità nazionale. Non già il territorio delle pertinenze è stato elevato alla .dignità di quello metropolitano, ma questo si è adeguato a quello in una valutazione di mezzo. Tale assimilazione non implica per altro l'uniforme validità della legislazione dello stato. Salvo che sia diversamente stabilito, le norme di carattere generale hanno vigore soltanto per i territori metropolitani e per quel territorio coloniale al quale esse si riferiscano in modo espresso. Comunque, la distinzione fra il territorio metropolitano e il territorio delle pertinenze ha sempre avuto valore per il solo diritto interno, mentre per il diritto internazionale hanno avuto vigore principi propri di questo.

10. Il nesso. – Nella storia delle dottrine dello stato l'elemento connettivo della popolazione col territorio è ora ravvisato nella potenza ed ora nel diritto. Al riguardo si sostiene che la collettività umana e lo spazio devono risultare riuniti perché possa nascere lo stato e che la riunione non potrà essere se non la conseguenza di un organizzazione gerarchica la quale implichi una potenza direttiva di comando. Il nesso si deve scorgere in un potere di dominio che costringe gli uomini a rimanere uniti fra di loro. Questo potere che nelle fasi iniziali e critiche può essere un semplice potere di fatto, invece, nelle fasi di pieno sviluppo dello stato, vale a dire in condizioni di normalità, assumerebbe il carattere di un potere giuridico. Perciò che la forza ha bisogno di istituzionalizzarsi, allo scopo di ottenere la propria realizzazione in una attività sistematica e permanente, essa si traduce in regole generali, ossia in norme. Si dovrebbe dunque concludere con Jellinek che la « nozione di potere dello stato contiene implicitamente quella di ordinamento giuridico ». Siffatto modo di considerare il problema conduce a vedere nel nesso soltanto il fatto del gruppo dominante e genera la confusione, già stigmatizzata, fra i due concetti di stato e di governo; poiché del terzo elemento, come della popolazione e del territorio, si è voluto fare un elemento strutturale dello stato. Rispetto ad una concezione ontologica e spiritualistica dello stato, quale è affermata dalla dottrina totalitaria, l'elemento del nesso, nel suo duplice aspetto giuridico e politico, non ha, alla medesima stregua della popolazione e dello spazio, se non un valore strumentale e un carattere estrinseco. Lo stato in quanto comunità nazionale non è il nesso, ma il risultato del nesso; non è il complesso delle operazioni di forza o delle manifestazioni di legalità, ma è quel quid immateriale che da tali operazioni e manifestazioni scaturisce nella sfera dello spirito ed emerge da situazioni le quali in sé considerate non hanno altro che una materiale consistenza, non diversa da quella riconoscibile alla popolazione o al territorio. Lo stato è qualche cosa di assai più che non il complesso dei funzionarie delle istituzioni di governo, assai più del regime e dell'ordinamento giuridico. Né il politico puro, né il puro giurista sono in grado di darci una rappresentazione dello stato diversa da quella di un mutevole complesso di relazioni scambievoli fra gli individui. Né quindi sono in grado di apprezzare i problemi e i fenomeni della vita collettiva diversamente che dal punto di "vista individualistico, punto di vista il quale lascia inesplicabili proprio tutti i problemi d'insieme che interessano la esistenza dello stato. Né il politico puro, né il puro giurista riescono a spiegare l'unità e la continuità dello stato al disopra della molteplicità e della caducità degli elementi umani e soprattutto essi non sanno rendersi conto del valore estrinseco dello stato, sul quale si fonda la disciplina del gruppo e la validità dell'ordinamento giuridico. In particolare lo sforzo logico diretto a costruire una figura della personalità giuridica dello stato quale oggetto degli attributi dello imperium e quale titolare della sovranità si risolve nella negazione della realtà storica, morale, politica e giuridica dello stato. Quando si sostiene, come noi sosteniamo, che così il regime come l'ordinamento giuridico appartengono al novero degli elementi estrinseci, vale a dire dei mezzi, s'intende rivendicare la superiorità dello stato così sul diritto come sulla forza, precisamente perché diritto e forza soltanto per lo stato e nello stato trovano la possibilità di esplicarsi quali valori della vita. Noi ammettiamo che il nesso che congiunge, gli elementi individuali di una comunità nel tempo e nello spazio sia, dato dalla organizzazione giuridica della potenza che hai suoi centri nei singoli che in atto compongono la comunità e che alimentano il processo del regime. Ma tale nesso non opera se non per la virtù di una personalità assorbente e trascendente per cui si spiritualizzano i motivi e gli elementi della vita con un valore autonomo e distinto dal lato della popolazione, del territorio e del nesso. Può ammettersi che i singoli siano gli organi della comunità personificata dello stato, così per l'attività di potenza, come per l'attività di diritto. Ma lo stato non comprende soltanto i viventi, bensì anche i morti e i venturi e non comprende soltanto l'interesse particolare, ma anche e soprattutto gli interessi comuni e impersonali, cioè tali da sottrarsi ad ogni apprensione individuale e da sfuggire a quella analisi soggettiva del diritto che la scienza giuridica non riesce a condurre se non in rapporto alla volontà e all' interesse di un determinato soggetto in atto. I giuristi sogliono prospettare la nozione dello stato nella figura della «corporazione», sottospecie della persona giuridica. E sogliono avvertire che «tale configurazione dello stato non dipende dal riconoscimento che il diritto oggettivo farebbe della personalità dello stato, bensì dalla struttura fondamentale dello stato, ossia dalle modalità di ordinamento degli elementi statali» (Crosa, op. cit., p. 41). La spiegazione è irricevibile per la logica giuridica, perché essa implicherebbe un risultato giuridico anteriore alla esistenza dell'ordinamento giuridico. Infatti, se per persona giuridica, secondo i dettami rigorosi della scienza del diritto, s'intende una creazione del diritto stesso, non si può ammettere la autogenerazione della personalità. Quando poi si fa ricorso alla tesi di una « personalità reale », come quella già presentata dal Gierke con la affermazione «l'associazione produce un essere vivente », si va in modo manifesto fuori del campo riservato alla scienza giuridica, la quale non può riconoscere nozioni giuridiche che abbiano la loro sorgente fuori dell'ordinamento giuridico positivo. Del resto, « se la personalità dello stato non fosse altro che una nozione esclusivamente giuridica », avverte Carré de Malberg, essa, « riposando su realtà unicamente giuridiche, rischierebbe di essere non altro che una chimera ». Ancora: se il concetto di corporazione può fino a un certo punto spiegare la continuità dell'ente statale nel mutarsi dei singoli elementi personali e materiali che lo costituiscono non vale però a giustificare tecnicamente 1'autonomia dei fini dello stato. Anzi, il valore che lo stato ha di un «fine in sé », secondo il postulato della dottrina totalitaria, rimane inesplicabile, precisamente perché la scienza del diritto non può prendere in considerazione altro che i fini riferibili a interessi in atto e risolubili nell'individuale. Soltanto se si riesce a differenziare tra il concetto di persona morale, nel senso spirituale della parola, e quello di persona giuridica si può ravvisare nel primo un corpo naturale e organico nel senso del « corpo mistico» già sostenuto dal pensiero intermedio e ripreso da molte attuali posizioni speculative. Ma in tal modo è alla «definizione reale» dello stato che occorre ascendere, in una sfera metapolitica e metagiuridica, nella quale la spiegazione non può essere data se non attraverso un metodo di indagine assai diverso da quello proprio alla scienza politica e alla scienza giuridica e per 1’appunto da quello che appartiene alla metafisica costruttiva della statologia.

III. L'ELEMENTO INTRINSECO. - 11. La definizione reale dello stato. — Mentre gli elementi estrinseci fin qui esaminati concernono la definizione formale dello stato, considerato nella sua materialità, l' essenza dello stato è stabilita dalla definizione reale, che contempla lo stato quale manifestazione spirituale e che costituisce argomento specifico della dottrina dello stato. Questa dottrina utilizza i risultati della scienza politica e della scienza giuridica integrandoli coi risultati della scienza morale, della scienza economica, delle scienze sociologiche, ecc., secondo il «metodo complesso », che va molto al di là di quella semplice combinazione fra politica e diritto quale è oggi sostenuta da alcuni scrittori francesi sotto la dizione di droit politique (De La Bigne, op. cit., I, pp. 19-20). E per vero lo stato è nella sua essenza una realtà, sebbene esso non cada sotto i sensi; proposizione la quale non si può contrastare se non facendo ossequio alla tesi materialista che avrebbe voluto ridurre tutta la realtà alla esperienza empirica. Giova al riguardo rilevare che pur nel pensiero inglése, così asservito al preconcetto empirico, la realtà spirituale e trascendente dello stato si è imposta al punto che una teoria centrale del diritto inglese è sempre stata quella per cui nello stato si ravvisa non soltanto una volontà reale, ma la volontà reale per eccellenza, di cui le volontà individuali non sarebbero che una contraffazione. Diciamo dunque che lo stato, pur senza essere una sostanza, è una realtà; realtà incorporale, immateriale, di cui noi possiamo conoscere l'intima essenza come non conosciamo l'essenza dell'anima, come non conosciamo l'essenza delle energie che operano nel mondo fisico; ma di cui possiamo accertare gli attributi e gli effetti attraverso l'esperienza spirituale, alla medesima stregua di ciò che avviene per la realtà dell'individuo, di cui quella dello stato e ancora più vera perché ad essa superiore di potenza e di durata. Non è sulla base della personalità dell'individuo che si può determinare il tenore della personalità morale dello stato, pur essendo indiscutibile che le forze e le ragioni le quali questa sostengono sono pur sempre forze e ragioni umane. Gli è che l'umanità deve essere apprezzata sotto un duplice profilo: quello dell'individuo cioè e quello dello aggregato concreto, riconoscibile soltanto nella comunità nazionale. I tentativi del Wundt nel secolo scorso per fissare il concetto dello stato quale organismo generale (Gesamtorganismus in System, p. 616) fallirono appunto perché nell'« unità composta» vedeva l'insieme dell’ «unità semplice» con proprietà similari. Egli concludeva così ad una concezione meccanica. Per stato s'intende dunque un'entità di vita sociale compiuta; la quale esiste con una propria ragione unitaria e agisce con propri mezzi in rapporto ad altre formazioni umane equivalenti e concorrenti e che possiede un valore primario e necessario rispetto a qualsiasi altra formazione di vita morale esistente nel proprio interno. Il sentimento ci rivela la verità di questa proposizione, che la ragione ci spiega, quando ci impone la necessità di escludere in primo luogo per la personalità dello stato l'esistenza di una volontà analoga a quella dell'individuo, pur costringendoci a riconoscere nello stato una potenza di vita che è pur sempre una volontà, in quanto energia spirituale. E veramente la volontà dello stato è una volontà creativa superiore a quella dell'individuo, volontà che domina e dirige le manifestazioni individuali inerenti alla propria attuazione; così da potersi ritenere, come già si è avvertito, la volontà reale per eccellenza, della quale le volontà individuali non sono altro che riflessi. Le moderne indagini sulla psicologia delle masse constatano le alterazioni che lo spirito individuale subisce quando cade sotto l'influenza di quelle situazioni collettive che non si possono spiegare se non riconducendole al concetto di un « genio nazionale » nelle loro manifestazioni più elevate. Soltanto ci è preclusa la possibilità di scoprire l'essenza dell'energia creatrice di questi fenomeni collettivi, come la medesima possibilità ci è preclusa rispetto alla realtà fisica e biologica, giusta il monito del Galilei: « vana fatica, inutile impresa indagare le essenze ». Possiamo dire che la volontà della comunità nazionale si identifica col popolo ed anzi che essa risulta l'espressione organica del popolo stesso nella sfera della realtà spirituale. Ugualmente quando prendiamo ad esaminare l'elemento dell'interesse troviamo da risolvere un problema che la scienza moderna aveva del tutto trascurato e anche negato, vale a dire il problema del « bene comune », « bene superiore » a quello dei singoli raggruppati nella popolazione dello stato e dotato di qualità di gran lunga maggiori per l'intensità e la costanza di quelle del bene individuale. Anche rispetto a questo problema del « bene comune » è soltanto da una esperienza spirituale che possiamo trarre il criterio di conoscenza, al disopra e contro i postulati di quella filosofia economistica del pensiero moderno la quale aveva oscurato una nozione costante nella tradizione della civiltà mediterranea da Platone a S. Tommaso. Fu l'intuizione mistica dell'antichità e del Medioevo a elaborare i caratteri intellettualistici del bene comune in rapporto all'idea dello stato quale societas perfecta nell'ordine dei fini temporali, con una pienezza di attributi che non è riscontrabile nella personalità individuale. Alla medesima stregua per cui la teologia ha fissato nella idea della personalità divina una personalità perfetta nell'ordine trascendentale, così la statologia deve oggi ricostruire l'idea dello stato, nella quale si integra un popolo nella sua volontà di vita per la propria realizzazione quale bene comune di una collettività nazionale. E’ questa idea « che penetra le coscienze molteplici e ne forma la coscienza collettiva, mentre come uno stesso centro di gravitazione fa a sé convergere tutti i voleri ». (Brucculeri, Lo Stato e l'individuo, 1938, P. 20). Tale è «l'elemento spirituale» cioè l'elemento intrinseco dello stato. La definizione reale dello stato in siffatti termini ha avuto il suffragio di una dichiarazione legislativa espressa col paragrafo I della Carta del lavoro italiana: « La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione, superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E' una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello stato fascista». In tal modo si è dato un riconoscimento formale all'entità dello stato, qualificato nazionalmente, mentre le costituzioni dell'epoca individualista si erano appoggiate su una dichiarazione dei diritti individuali ed avevano ridotto tutto il problema dello stato a quello del governo, vale a dire a un problema di organizzazione e non già a quello di una definizione di valori. Per giunta « un solo criterio dominava tali costituzioni, secondo la tesi di Montesquieu, quello di evitare la tirannide, quando invece un governo deve essere idoneo ad affrontare i grandi problemi dello stato » (Amos, La constitution anglaise, ed. franc, 1935, P.76). Lo scrittore ora citato afferma che la costituzione inglese sarebbe « una religione senza dogmi ». Resterebbe a dimostrare se sia possibile una religione senza dogmi. Piuttosto è vero che vi sono i dogmi negativi dell’ individualismo; per la costituzione inglese espressi dalla Petition of rights del 1628 e dal Bill of rights del 1688, sia pure nei termini di semplici guarentigie legali. E vero è pure che la definizione reale dello stato è oppugnata da tutti i dottrinari della democrazia liberale e della democrazia radicale che l'accusano di essere il presidio di un autorità incompatibile col postulato della «razionalizzazione del potere », cui sarebbe affidato il progresso dell'ordinamento civile. Per ciò le costituzioni dell'epoca liberale non fecero alcun accenno nemmeno al riconoscimento di un qualsiasi motivo etico nella vita dello stato. E al medesimo criterio si attennero quelle degli stati sorti sulla base del trattato di Versaglia, dove la democrazia repubblicana assunse un atteggiamento assai più « intellettuale che nazionale » ( Mirkine-Guetzévitch, Les constitutions de l'Europe nouvelle, 1938, I, p. 8 ). Cresce anzi in queste costituzioni il catalogo dei diritti individuali, trasferiti alla materia sociale e si dichiara più energicamente l'obbligazione passiva dello stato di fronte ad essi (costituzioni sociali). Bisogna venire ai tempi più prossimi quando comincia a delinearsi la riscossa nazionale e popolare, per trovare altri accenti nel linguaggio delle costituzioni riformate. Una vera e propria definizione nazionale dell'entità trascendente dello stato, si rinviene nello « Statuto del lavoro » della repubblica portoghese del 23 settembre 1933, di cui l'art. I traduce letteralmente la dichiarazione prima della Carta del lavoro italiana; e nel Fuero del trabajo e nei puntos de la Falange per la Spagna nazionale, con evidente sentore della definizione italiana. Ma in più atti costituzionali recenti si trovano almeno proposizioni dirette a rilevare il tenore spirituale dello stato e il valore morale del vincolo che unisce l'individuo con la comunità nazionale. Così il paragrafo IV della costituzione della Polonia del 23 marzo 1935 sotto la premessa che «lo stato è il bene comune dei cittadini» affermava: « La vita della comunità si svolge nel quadro dello stato e si appoggia su questo» e il paragrafo IX precisava: « Lo stato unisce tutti i cittadini in una collaborazione armoniosa allo scopo del bene comune ». L'art. 2 della costituzione turca, modificato con legge 5 febbraio 1937 suona: « Lo stato turco è repubblicano, populista, nazionalista, laico, rivoluzionario ». La costituzione dell' Irlanda del i10 luglio 1937 dichiara « La fedeltà alla nazione, il lealismo verso lo stato sono i doveri politici fondamentali di tutti i cittadini ». Proposizioni organizzative sull'educazione nazionale e sull'economia pubblica, riferite al concetto di un fine intrinseco e trascendente dello stato sono contenute nei testi della costituzione portoghese del 10 marzo 1935, e della Lituania, dell'11 febbraio 1938. Le leggi e le ordinanze del governo nazionalsocialista tedesco ribadiscono ogni giorno più quella concezione della « comunità nazionale » che promuove ormai il superamento decisivo del tipo dello « stato di diritto » nel tipo dello « stato totalitario ».

12. Il popolo quale soggetto dello stato. — Dalla definizione reale dello stato, dichiarata dal paragrafo I della Carta del lavoro italiana, risulta che il soggetto dello stato deve riconoscersi nel « popolo », inteso quale la serie delle generazioni che si integrano nello stato stesso. Esso è indicato col nome di « nazione ». Tale concetto della «nazione», è evidentemente inconfondibile col concetto filosofico rivoluzionario della nation che si è risolto nel principio della «sovranità del numero », così come è inconfondibile col concetto della « nazionalità etnica » che già la teoria romantica del sec. XIX presentò e oggi, sotto la specie della « comunità di sangue », alcune teorie nazionalsocialiste vorrebbero ripresentare quale soggetto della storia e del diritto. A più forte ragione il concetto di « popolo », in quanto si fa « nazione » nello stato, nei termini della dottrina fascista dello stato, è inconfondibile col concetto di « popolazione » che indica il complesso degli elementi individuali appartenenti in atto allo stato. Si è già avvertito che la popolazione considerata nel suo rilievo numerico vuole essere tuttavia annoverata fra gli elementi estrinseci dello stato; sicché non è da approvarsi il tentativo di compromesso ricorrente oggi nel senso di eliminare il concetto della popolazione nella descrizione formale dello stato per sostituirlo con quello di popolo o nazione che appartiene invece alla essenza dello stato medesimo. Il concetto di popolo o nazione designa appunto la « sostanza immateriale » dello stato, in quanto « anima nazionale » e in quanto risultato del processo politico, quale esso si è svolto nel tempo e continua a svolgersi nella attuazione di una « comunità politica nazionale ». Il concetto del popolo quale unità e quindi della «nazione» nel senso politico, è un concetto costante nella tradizione mediterranea della civiltà europea. Esso non è soltanto inconfondibile con l' idea francese della nation, ma anche con la versione giuridicista della « corporazione statale », secondo il criterio di distinguere tra il cittadino uti singulus e il cittadino uti universus. Quando i giuridicisti insistono nel riferire allo stato il valore di una « unità di fine » e parlano del popolo come di una « entità teleologica » essi credono di aver fatto molto cammino sulla via della rivelazione etologica del fenomeno dello stato. Invece così riescono soltanto a dissimulare e a travisare, sotto la virtuosità delle formule, il solito motivo dell' individualismo per cui lo stato non è altro che il mezzo per attuare i fini degli individui consociati, unici soggetti del diritto. L'idea postulata dalla concezione totalitaria, nazionale e popolare dello stato è quella di una entità che esiste in sé e per sé e che ha una ragione di vita e un titolo alla esistenza autonoma dei singoli che ne fanno parte non solo, ma anche di coloro che ne hanno fatto parte nel passato o ne faranno parte nell'avvenire. L'aspetto del problema che concerne l'indole dei fini propri allo stato sarà meglio esaminato fra poco trattando della determinazione del bene comune, il che è quanto dire dell’ elemento dell'interesse che sta alla base della personalità morale dello stato. Vediamo ora che deve pensarsi dell'elemento della volontà proprio alla personalità morale dello stato. Nella definizione del Digesto, IV, I, è scolpito il concetto della assoluta indipendenza del dato del popolo dal dato del singolo con la espressiva frase di Alfenus Varus: «Et populum eundem hoc tempore putári qui abhinc centum annis fuisset cum ex illis nemo viveret». Ma già Aristotele aveva identificato il popolo nella città avvertendo: « si deve pensare che l'identità della città duri fin che venga popolata dalla medesima stirpe di abitanti, benché alcuni muoiano ed altri nascano, a quel modo che i fiumi e le sorgenti riteniamo essere sempre le stesse, pure insinuandosi nuove acque ed altre fluendone » (Politica, III, 3). Il pensiero medioevale coltivò, è vero, l'idea di una « unità totale »; ma riconobbe nel medesimo tempo il valore intrinseco di ogni unità particolare, sia pure che comprendesse in queste unità particolari anche l'individuo, termine elementare della serie. Così l'esistenza del mondo apparve per secoli alla coscienza europea, in una interpretazione teologica, come un complesso articolato risultante da una gerarchia immensa. Di tale gerarchia le nationes costituivano il penultimo grado che immediatamente procedeva la universitas hominum. Esse avrebbero avuto valore organico. Nella natio non si vedeva la moltitudine amorfa, ma la consociatio multitudinis che si attuava in una unità. A siffatte posizioni ritorna il pensiero delle rivoluzioni nazionali e popolari reagendo contro l'interpretazione razionalista contro la quale già invano era insorto il Vico. Questi aveva parlato della « comune natura delle nazioni » ed aveva divinato l'impossibilità di scindere la considerazione politica dalla considerazione morale, vale a dire il concetto di stato dal concetto di nazione, quando aveva affermato: « Talché popolo e nazione che non ha dentro una podestà sovrana egli propriamente popolo o nazione non è, né può esercitare fuori e contro altri popoli o nazioni il diritto naturale delle genti » (La scienza nuova, III, sez. 5). La nozione ontologica del popolo fu ripresa dalla dottrina romantica della nazionalità. Da un lato la scuola del diritto storico evocò lo « spirito nazionale » come il creatore storico e causale del diritto. Dall'altro, Fichte (Geschlossener Handelsstaat, 1800) affermò che l'umanità sarebbe « un complesso di popoli in una continua riproduzione spirituale e naturale che assumono in sé l'idea divina della nazione ». Ma oggi dovunque, nella tremenda crisi della civiltà che si è aperta per gli eccessi del cosiddetto pensiero moderno e dell'anarchia internazionale, riprende il motivo della personalità morale dello stato e l'accertamento dell' impero delle volontà collettive al disopra delle volontà individuali. Le Fur tra gli altri scrittori afferma : « Il popolo è la volontà attuale di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere, per trasmetterla alle generazioni successive, l'eredità degli antenati, il passato cupo e glorioso che prepara il programma dell'avvenire » (Races, nationalités, états, 1938). E’ questa la miglior interpretazione possibile della identità dello stato che effettivamente appare alla nuova coscienza non più una « unità di fini » secondo la posizione individualistica; ma una « unità di volere », per cui le volontà individuali annullandosi nella propria particolare identità si trasformano in una volontà di vita collettiva di cui esse rimangono soltanto le esecutrici. Ma non possiamo chiudere l'argomento senza riferire la rappresentazione di MUSSOLINI la quale, meglio di ogni altra definizione, fissa il valore di «volontà unitaria », riconoscibile nello stato in quanto attuazione nazionale del popolo: (Scritti e discorsi, VIII, p. 222): «Lo stato non è soltanto presente ma è soprattutto futuro. E’ lo stato che, trascendendo il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme, in cui gli stati si esprimono, mutano; ma la necessità rimane. È lo stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli alla loro missione, li sollecita all'unità; armonizza i loro interessi alla giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare delle tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità e per obbedire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno i capitani che le accrebbero il territorio, i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello stato o prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui e dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto ». Il popolo, vale a dire la nazione, non è dunque un inafferrabile principio spirituale. Esso è una concreta volontà di vita esplicantesi attraverso il fattore politico (v. REGIME). Senza stato non vi è nazione, perché non vi è sufficiente energia di volontà collettiva. E lo stato è la condizione per la quale soltanto può dimostrarsi l'esistenza di uno spirito nazionale che non può essere ricondotto a nulla di più semplice e a nulla di più definito dello stato stesso. L'unica prova dell'esistenza di un « popolo » si ha in quell'atto nel quale un gruppo umano si afferma come « nazione » creando il proprio stato. In tal senso quello del popolo fatto stato attraverso il movimento é il motivo che ripetono gli statuti della Falange spagnola (I. Beneyto Pérez, Op. cit., p. 96). E in tal senso pure si esprimono tutti gli scrittori nazionalsocialisti tedeschi che riescono a liberarsi dal preconcetto del meccanicismo razziale. Per la dottrina totalitaria, dunque, la nazione è il gruppo umano consapevole della sua storica missione, cioè di un proprio obiettivo unitario sopraindividuale; che ha preso forma in un determinato assetto politico e difende e svolge la propria identità nello spazio e nel tempo attraverso un processo di volontà che si manifesta come potenza in uno stato.

CONTINUA....

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:20 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

13- Determinazione del bene comune. — Detto ciò che deve pensarsi rispetto all'elemento della volontà riconoscibile nella morale personalità dello stato, vediamo ora che cosa sia da ritenere in merito all'elemento dell'interesse proprio di tale personalità. È comune il concetto che lo stato rappresenti un « interesse generale ». Ma il problema consiste in quello di stabilire quale sia il tenore di tale interesse generale, al quale riguardo si viene a sollevare il problema del rapporto tra l'individuo e lo stato. Precisamente occorre ripresentare l'argomento del « bene comune », argomento che era sempre stato coltivato dal pensiero mediterraneo della civiltà europea ma che, sotto l' influenza del pensiero occidentale, venne quasi abbandonato per adagiarsi sul presupposto che il bene comune non potesse intendersi come qualche cosa di distinto e di diverso dal bene individuale e cioè che si risolvesse nella somma dei beni individuali o quanto meno del maggior numero di questi beni, in corrispondenza al concetto aritmetico della popolazione ravvisata nella idea di popolo. Vero è che Rousseau avrebbe voluto distinguere tra l'amour de soi e l'amour propre. Vero è che il famoso provvedimento della assemblea rivoluzionaria francese che aboliva le maitrises e inaugurava il sistema legislativo del liberalismo economico, aveva creduto di far appello a un «interesse generale » in contrapposto all'interesse individuale per negare la consistenza di qualunque interesse specifico a ceti, classi o professioni. Ma prevalse nello spirito dell’ «era economica» l'impostazione individualistica e utilitaria di Bentham, per cui il bene comune venne ridotto alla felicità del maggior numero, intesa implicitamente in senso economico; donde venne poi autorizzata la versione proletaria delle tesi socialiste col programma della «lotta di classe ». Così l'indirizzo razionalista, del «pensiero moderno » falliva sul punto dall'interesse proprio alla comunità unione; come era fallito sul punto della volontà riconoscibile negli aggregati unioni. Nella stessa dottrina giuridica il concetto dell' « ordine pubblico» o dell' « interesse pubblico» sostituì quello del «pubblico bene ». Nemmeno l'indirizzo sociologico, a causa della sua concezione amorfa della società, riuscì a impostare la nozione del bene comune. Anzi, esso ritenne possibile soltanto la contrapposizione al bene individuale di un bene « collettivo» nel quale sarebbe stata ravvisabile appena l'inorganica molteplicità di interessi puramente individuali. Bisogna venire fino a Pareto (Trattato di sociologia generale, 1916) per trovare un tentativo diretto a distinguere fra « l'utile di una collettività» e « l'utile per una collettività », nel proposito appunto di rilevare l'interesse di un gruppo come qualche cosa di a sé stante di fronte all'interesse dei singoli in atto componenti il gruppo stesso. Peraltro il Pareto non riuscì a identificare le condizioni per cui un gruppo umano possa ritenersi una entità a sé stante, autonoma dal dato dei suoi componenti e pertanto portatrice di un interesse irriducibile a quello dei singoli particolari. Tali condizioni la dottrina fascista riconosce unicamente nello stato, inteso quale comunità nazionale, assumendo che ogni altra forma di società si risolve negli interessi meramente individuali, oppure si pone come elemento strutturale dello stato stesso nella figura di una istituzione. Non si può dunque ammettere l'esistenza di interessi intermedi fra quelli dello stato e quelli del singolo, secondo l'equivoca formula di « interessi collettivi » che dovrebbero essere pubblici senza essere statali e dovrebbero concernere gli individui senza essere individuali, formula ricorrente in qualche saggio della letteratura contemporanea. Per noi il bene comune è sempre e solo un attributo dello stato. Tutto ciò che è pubblico è statale; il che è quanto dire popolare e nazionale. Ed ogni altra specie di bene che pubblico non sia si risolve nel particolare, che è sempre individuale. L'argomento del bene comune suole essere considerato nel suo valore intrinseco e quindi nei caratteri che tale bene identificano e nel rapporto di questo bene col bene individuale, dacché lo stato, inteso appunto quale comunità nazionale, ossia quale società, è « un tutto di cui l'individuo è parte ». Nello stato si trovano gli interessi degli individui in quanto essi collimano col bene comune, così come si trova la volontà dei singoli in quanto essa, concorre alla attuazione dello stato stesso. Caratteri del bene comune possono riconoscersi seguenti:
a) La continuità. – Il bene comune è un « bene temporale » cioè confinato nella sfera terrestre, e deve ritenersi totalitario soltanto nell'ambito della temporalità. Esso tuttavia riflette un corpus perenne che è il popolo, serie delle generazioni; mentre il bene dell'individuo si esaurisce in quanto bene temporale con la breve vita di lui. Il bene comune è un bene umano, sebbene sia un bene ultraindividuale, perché è sempre comunicabile all'individuo. Anzi, soltanto attraverso lo stato si determinano gli interessi permanenti, che sono poi gli interessi tipici degli uomini. E’ infatti lo stato che epura ogni posizione di interesse umano da quel tanto di accidentale e di contraddittorio che dipende appunto dalla circostanza di appartenere a un soggetto individuale. E’ lo stato che concreta l'interesse generale quale espressione costante e perenne delle aspirazioni e delle esigenze del gruppo umano. Gli internazionalisti radicali hanno sempre respinto il concetto della continuità ed hanno negato la tradizione. Essi non hanno mai compreso la forza di quella coscienza della « solidarietà nel tempo » che si esprime nel patriottismo. Per contro hanno esaltato la solidarietà nell'atto, fra individuo e individuo, solidarietà che si scioglie nelle tenui ed equivoche proposizione dell'umanitarismo, autorizzando le utopie pacifiste e la pratica del cosmopolitismo negazione
di ogni valore nazionale (C. Schmitt, Der Begriff des Politischen'1934).
b) La complessità. – Il popolo non è soltanto un corpus perenne, ma è anche un corpus complexum. Vale a dire è la risultanza di infinite varietà di interesse, di utilità, di convenienze, di necessità che sono altrettante specificazioni del concetto di bene. Le società umane sono eterogenee. E pure ammesso che gli uomini abbiano un fondo naturale comune bisogna riconoscere che la loro natura presenta aspirazioni ed esigenze che variano non solo dall'uno all'altro singolo, ma anche dall'uno all'altro giorno nel medesimo soggetto. Poiché lo stato è il compendio di tutte le esigenze e di tutte le aspirazioni umane ne consegue che i requisiti del bene comune sono la « varietà» nello spazio e la « variabilità» nel tempo. Nell'ambito però del bene .comune entrano tutti gli elementi del bene umano, mentre di regola soltanto alcuni di questi elementi ricorrono in concreto rispetto ai singoli individui. È solo nello stato che la eterogeneità sociale si riduce all'unità, presentandosi secondo la formula della Carta del Lavoro, quale « unità morale », «unità politica» ed «unità economica ».
c) L'unità. – La ragione di essere nello stato, quale si esplica nel processo di attuazione dello stato stesso, è per l'appunto quella di ridurre all'unità la eterogeneità sociale e di creare quella vita superiore alla vita individuale che si può indicare come « vita nazionale », vale a dire come vita sociale integrale, concepita e intesa nel valore di una umanità nazionale che si realizza nello stato totalitario. In conclusione: il bene comune nel suo valore trascendente si precisa nel risultato dell'unità. L'autore del De regimine principum (I, 2) aveva scritto : « Bonum autem et salus consociatae multitudinis est ut eius unitas conservaretur, quae dicitur pax, qua remota socialis vitae perit utilitas ». Nel senso statico l'unità appare quale pace, vale a dire quale ordine: unitas quod vocatur pax. Quanto al rapporto tra il bene comune e il bene « particolare », che per la nostra dottrina non ha rilievo diverso da quello del bene « individuale », occorre far rinvio a ciò che è esposto sotto la voce PERSONA. Qui avvertiamo che sul punto si verifica lo scontro fra le diverse versioni individualiste e la concezione totalitaria. Le prime postulano che « le società sono fatte per gli individui » secondo quanto si era espresso il Romagnosi e se anche riescono ad ammettere, con molta buona volontà, che il bene comune sia di natura diversa dall'individuale, esse si ribellano ad oltranza contro la tesi che possa esservi contraddizione fra l'uno e l'altro tipo di bene e che l'individuale, in determinate circostanze, debba essere al comune sacrificato.

14. L'unità morale. – Secondo Platone la « forma» del bene equivarrebbe nel mondo delle forme a ciò che è il sole nel mondo visibile. Come il sole è la causa dell'esistenza delle cose e nel medesimo tempo la causa per cui le cose possono essere conosciute, così nel mondo dello spirito la forma del bene sarebbe la sorgente delle cognizioni della mente e la sorgente della realtà degli oggetti che la mente conosce. In via di analogia si può dire che lo stato costituisce nel medesimo tempo una fonte di valori morali e la condizione per cui le idee morali si formano nella mente dei singoli ed anzi perché si possa raggiungere dall'individuo la dignità della persona morale. In tal senso l'argomento dell'unità morale prevale nella considerazione ontologica dello stato e può svolgersi nel significato totalitario dell'«unità etica » comprensiva anche delle attività religiose artistiche e culturali. Soltanto una destinazione in Dio o nella nazione, o nell'uno e nell'altra insieme, può moralizzare il comportamento degli uomini, ad esso conferendo il titolo di un obbiettivo estrinseco al soggetto che opera; la quale è l'unica condizione per cui sia possibile accertare la moralità dì un'azione. D'altronde senza l'esperienza collettiva che si compie nello stato manca nell'uomo la possibilità di riconoscere la validità morale dei propri atti e quella di ascendere a un qualsiasi concetto della moralità. Il pensiero moralistico moderno fu iniziato dall'ebreo Spinoza, con mero indirizzo razionalista, secondo la sua “Etica dimostrata per, mezzo della geometria” dove tutto era ordinato in definizioni, assiomi, dimostrazioni e corollari. Tale pensiero fu dominato nella sua formazione dalla proposizione di Kant circa l' « autonomia della volontà». Il filosofo tedesco intese per autonomia della volontà la proprietà che avrebbe la volontà di cercare la legge delle sue determinazioni non nella sua materia ma in sé medesima. Quando la volontà cerca la legge propria nella natura di qualcuno dei suoi oggetti vi ha « eteronomia ». Allora non è la volontà che dà a se stessa la sua legge. Per Kant l'autonomia della volontà avrebbe implicato l'unico principio della morale. Si comprende come nei termini di una concezione negativa così fissata, la « morale moderna » dovesse dissolversi subito in una filosofia utilitaria sotto gli stimoli delle scuole economistiche inglesi. Con Young (Political arithmetic, 1753), Smith (Theory of moral sentiment, 1759), Bentham (Introduction to the principles of morals and legislation), ecc., prevalse il concetto che l'individuo è portato dall'istinto del suo interesse a fare il bene di tutti e si bandì il principio della «massimizzazione della felicità» in funzione di quello spirito capitalistico che diventò caratteristico delle società europee nel secolo scorso. A sua volta la protesta marxista non riuscì nemmeno a sottrarsi al preconcetto utilitario e si ridusse ad una applicazione delle leggi dell'interesse al problema del salario, secondo la tesi che l'istinto sociale delle masse dovrebbe essere determinato dalla coscienza degli interessi economici che provengono dalla situazione dei produttori in rapporto ai mezzi di produzione. In termini siffatti si è potuto legittimamente affermare che « il socialismo in quanto dottrina è di origine borghese » (Deman, Il superamento del marxismo, ed. it., 1929, P. 21). Di fronte alla protesta operaia, la socialdemocrazia si studiò invano di restituire alla morale un fondamento disinteressato, elaborando la dottrina della solidarietà. Secondo L. Bourgeois (Essai d'une philosophie de la solidarité, 1897) si sarebbe dovuto parlare « di un immanente debito sociale a carico di ogni individuo, ma anche di un dovere sociale per tutti gli individui, corrispettivo a quello di ciascuno, posto che si tratterebbe di un debito reciproco che avrebbero avuto fra loro gli associati ». Ma se si vuol parlare di un « debito comune » degli uomini questo non può esser apprezzato rispetto ai singoli individui. Nessun vincolo valido si può sostenere sulla semplice considerazione delle utilità corrispettive e basta enunciare siffatta tesi per comprendere come fosse illusoria la speranza di trovare, attraverso il solidarismo, la via a una morale disinteressata. La sedicente morale della solidarietà, come dimostrò brillantemente il Pareto, ha servito soltanto agli scopi di quella economia della speculazione che è la decadenza del capitalismo industriale. Le ultime posizioni del « pensiero moderno », espresse dalle scuole neoidealiste ricaddero in una trattazione formale, secondo la traccia già data da Spinoza e confermata da Kant. Per gli esponenti italiani del neoidealismo all'etica dovrebbe essere estraneo qualsiasi obbiettivo materiale, quale potrebbe risultare da un riferimento a scopi di carattere religioso o di carattere politico. Il contenuto dell'etica si risolverebbe nell'attuazione della « libertà assoluta dello spirito ». E' quindi il concetto dell'individuo come fine in sé che viene portato alla estrema esaltazione sotto la figura dell' « individuo etico—universale ». Il sacrificio e il disinteresse potrebbero ammettersi soltanto rispetto al «fine universale ». Ma chi determina questo fine? I neoidealisti non sono in grado di dirlo. E proprio sull'argomento centrale « che cosa è il bene ? » soccombe l'etica moderna, rivelandosi la negazione di ogni scienza della morale, la quale del resto dovrebbe avere lo scopo non soltanto di indicare ma anche di insegnare il bene. La coscienza delle rivoluzioni nazionali e popolari contro siffatto smarrimento dei concetti morali postula oggi la restaurazione di una « morale civile ». Ha scritto MUSSOLINI: « non si pensi di negare il carattere morale dello stato fascista... che cosa sarebbe lo stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alla legge sua e per la quale essa riesce a farsi ubbidire dai cittadini ? » (Scritti e discorsi, VII, p. 104). In verità la pretesa di fondare la morale sul rispetto della logica ha potuto nascere soltanto nella mente di filosofi e di scienziati assuefatti ad inchinarsi avanti alla logica delle materie della speculazione. Costoro hanno potuto illudersi in tal modo che in tutte le materie e per tutta l'umanità la logica s'imponga come una autorità sovrana. Peraltro l'essenza della obbligazione morale è ben altra cosa che non l'esigenza della ragione. Essa ha il proprio fondamento nell'abitudine, nel costume, nella tradizione che condizionano l'esistenza delle comunità umane. Le società civili recano con sé questo statuto fondamentale dell'organizzazione ed è a questo statuto che si deve se le idee morali superiori e i correlativi giudizi di valore possono formarsi tra gli uomini. L'antico concetto spiritualista della subordinazione dell'individuo allo stato è una prerogativa del tipo mediterraneo. I Greci avevano celebrato il culto dell'ordine divino dello stato. Per Aristotele la più alta forma di virtù era quella del cittadino che muore serenamente in guerra per la sua città. Il principio della disciplina fu esaltato da Cicerone con la motivazione che i mezzi individuali devono diventare le ricchezze della patria e che non sia consentito di impiegare ad uso personale se non la parte di noi stessi di cui la patria non abbia bisogno (De rep., I, 4). Il canone della morale civile può riconoscersi nella formula salus populi suprema lex. Si tratta di una legge morale, prima ancora che giuridica, dalla quale risultano tutte le regole di condotta per le esperienze etiche dei cittadini e tutti i criteri di misura per i giudizi di valore nelle scienze morali. Il mos maiorum dei Romani succeduto al ius sacrorum fu la scienza tradizionale che presiedette alla più grande esperienza politica della razza. Nella nuova scienza dello stato si deve auspicare la scienza tradizionale della nuova civiltà. Dal razionalismo del pensiero moderno si era propugnata la tesi di una assoluta incompatibilità del fenomeno della forza col fenomeno del diritto, confondendo da un lato il concetto del diritto con quello della morale, dall'altro il fatto della forza con quello della violenza. Da poco tempo si afferma un indirizzo spregiudicato che rivendica addirittura la forza quale principio della morale (Sépulcre, La force principe de la morale, 1936) e che considera la forza un attributo caratteristico della personalità umana, intendendo per essa il complesso della facoltà spirituali necessarie a vincere le resistenze della natura e le concorrenze dei propri simili. La violenza dovrebbe ravvisarsi soltanto nell'impiego dei mezzi materiali; per i quali del resto da parte dell'uomo occorre sempre la direttiva delle attitudini intellettuali e morali. Tutto un nuovo orientamento rispetto al problema etico è dunque imposto dalla tesi dello « stato unità morale », per cui si reclama in prima linea una rivalutazione del concetto della bontà nel senso energetico politico della “andreia” greca e della “virtus” latina.

15. L'unità politica. — Durante il predominio del pensiero moderno si oscurò la consapevolezza del fattore politico e della stessa natura politica dello stato. Il costituzionalismo dottrinario aveva ridotto il fenomeno del potere a quello di una podestà giuridica, cui le interpretazioni del sociologismo avrebbero voluto sostituire addirittura il concetto del servizio pubblico. L'esperienza storica invece dimostra che lo stato è il risultato della concentrazione del potere in un gruppo umano e che esso sorge quando dentro a una collettività viene a costituirsi un centro di potenza capace di detenere il monopolio esclusivo di tutti i mezzi della forza. Quello del monopolio della forza è l'obbiettivo dell'istinto individuale di potenza, in cui occorre ravvisare il fattore politico elementare. Il processo della concentrazione del potere è diretto ad eliminare le concorrenze e gli antagonismi che insorgono circa la disposizione delle leve del comando nell'interno di un gruppo, per affermare il predominio della volontà personale che assume la rappresentanza del gruppo stesso in una sfera sempre più ampia dei rapporti esterni. Peraltro è ingiustificato ritenere che lo stato sia il frutto di una sopraffazione, giusta il censurato scambio del concetto di forza con quello di violenza. Esso invece sorge da una esigenza naturale degli uomini, per la adesione tacita delle masse alle persone qualificate dall'attitudine al comando, nel risultato di quella unità di volere che ne costituisce l'essenza spirituale. Appartiene alla « scienza politica», in senso stretto, e in specie alla « psicologia politica» lo studio del fenomeno della forza politica nei suoi vari momenti individuali e collettivi. Compito della dottrina dello stato è quello di accertare i rapporti di interferenza tra il processo della forza e gli altri aspetti della realtà dello stato e di dimostrare come tale processo sia produttore di ordine e di potenza, vale a dire del bene comune nella duplice posizione statica e dinamica di esso. La proposizione dell'unità politica, affermata dalla Carta del Lavoro, concerne lo « stato nazionale », vale a dire il tipo dello stato particolare che si sostiene sulla definizione reale dello stato quale comunità integrale di forza. Ma l'esigenza della unità ha valore primario rispetto a tutta l'evoluzione dello stato particolare, che é sorto per l'appunto dalla concentrazione politica operata dalla monarchia nei primi tre secoli dell'epoca moderna che nella sua stessa interpretazione individualista aveva voluto riconfermare tale esigenza, proclamando per bocca dei rivoluzionari francesi il carattere « uno ed indivisibile» della repubblica. Infatti è solo in grazia all'unità politica che il bene comune si può realizzare nella sua « universalità », il che a quanto dire nella sua totalitarietà soggettiva, rispetto alla comunità nazionale cui inerisce, al disopra degli interessi particolari in essa contenuti. Senonché l'interpretazione individualista venne a colpire a morte l'unità politica per le tesi da essa propugnate non solo quanto ai principi di organizzazione del governo, ma anche quanto ai principi di valore che sostengono in ultima analisi la forza dello stato, perciò che informano la coscienza della collettività. Al primo riguardo rinviamo a quanto è esposto sotto le Voci: COSTITUZIONALE, DIRITTO e «POTERI», teoria dei. Al secondo riguardo precisiamo che la forza politica nella sua suprema manifestazione si esprime nell' « autorità» il che è a quanto dire nella opinio necessitatis dello stato e conseguentemente del comando. Su questo argomento il principio della autonomia politica individuale, affermato dal « pensiero moderno », esercitò una azione distruttiva non inferiore a quella che ebbe nell'ordine etico il prin¬cipio della autonomia morale e, come vedremo fra poco, nell'ordine della produzione dei beni materiali il principio della autonomia economica dell'individuo.
La oscura teoria della « volontà generale », o nazionale che dir si voglia, enunciata dal Rousseau, movendo dal falso presupposto di una fondazione contrattuale dello stato, non ammise nello stato se non la volontà dei singoli, ai quali avrebbe dovuto essere rimessa la determinazione degli obbiettivi inerenti alla attuazione dello stato medesimo. Nell'interpretazione politica della sovranità popolare soltanto la volontà del maggior numero avrebbe potuto giustificare la legge. Il « governo delle opinioni» apparve l'unico reggimento legittimo delle comunità umane, come quello per cui la volontà dello stato sarebbe risultata sottomessa all'esame di coloro che sono chiamati a subirne le decisioni. Si annunciò il programma di una « democrazia integrale », mai vista nella storia. A tale effetto sarebbe occorsa la maggior quantità possibile di autorità per contenere le spinte centrifughe della eterogeneità sociale. Invece, nel medesimo tempo si esautoravano nel criterio degli uomini tutti quei motivi della tradizione e della suggestione nei quali si rivela lo spirito nazionale quale esperienza delle masse e dei loro condottieri qualificati e si sostituirono con sedicenti « motivi razionali» che altro non riflettevano se non considerazioni contingenti di utilità particolari, incapaci, per la loro incoerenza e inconseguenza, di concludere ad una decisione unificatrice. L' effetto di questa distribuzione della sovranità fra i singoli doveva essere e fu che la nozione stessa dello stato si ridusse a quella di una semplice istituzione della forza, organo particolare di una società inorganica; vale a dire di una società che era il mero complesso degli interessi individuali, rispetto ai quali lo stato non avrebbe avuto altro compito se non quello, come si esprime oggi ancora l'americano Barnes, di « funzionare come un arbitro, col minimo di coercizione possibile, per mantenere nel quadro della pace e del diritto le competizioni dei vari gruppi di interessi». Mentre dunque la concezione mediterranea aveva sempre visto nello stato una entità plenaria di fede e di sangue e su questa considerazione aveva fissato il valore della legge, cui non ammetteva confini, il « pensiero moderno » travisò il problema dello stato in un semplice problema di governo, a questo contrapponendo la società di cui le energie e il movimento, come lo Stein affermerà nella sua Introduzione allo studio del movimento sociale, avrebbero costituito il fattore decisivo per l'esistenza dello stato. Di fatto il collasso dello « stato moderno » si verifica proprio di fronte a quelle associazioni degli interessi particolari che si formano per produzione spontanea, sotto la necessità dell'autodifesa nell'ambito sociale di una comunità ridotta al minimo della concentrazione politica e che sono destituite del senso delle utilità universali. Il fenomeno dei corpi particolari usurpanti le funzioni dello stato aveva caratterizzato l'epoca intermedia ed era stato, domato appena dalla forza dell' assolutismo monarchico. Tale fenomeno risorse con diversi aspetti, ma in più gravi proporzioni, sotto l'azione della rivoluzione industriale compiutasi nel corso del sec. XVIII e XIX. Tale fenomeno, riconoscibile nel partitismo politico e nel sindacalismo finanziario ed operaio, venne a proporre allo « stato moderno » un problema che questo non era in grado di sciogliere. Soltanto le rivoluzioni nazionali e popolari hanno potuto farlo, attraverso quella trasformazione istituzionale per cui l'unità politica dello stato si concreta nelle strutture sociali, superando definitivamente la distinzione tra società e stato e attraverso quella revisione del concetto dello stato nei termini dello « stato forte » per cui si ristabilisce l' idea dello stato nella serie dei valori umani. Tale è il significato della formula della Carta del Lavoro per cui si afferma la trascendenza dello stato, quale unità politica, vale a dire quale unità di forza, al disopra dei singoli « divisi o raggruppati » che vivono in esso; con esplicito riferimento a quelle particolari società che hanno scopi ristretti ai bisogni particolari di ciascun individuo e il contenuto delle quali solvitur in particulare, vale a dire nell'interesse dell'individuo medesimo. Il concetto della « concentrazione politica » non implica affatto la « centralizzazione burocratica »; perché lo stato non vive soltanto al centro ma in ciascuna delle sue istituzioni.

16. L'unità economica. — La « concezione pervertita » dello stato, come la chiama il Sombart (Deutscher Sozialismus, 1937) propria della democrazia liberale e sociale nascondeva il proposito di conquistare il massimo della libertà alle operazioni del capitalismo industriale. « Era il denaro » ha scritto Spengler « che cercava la via libera nel mondo ». Le proposizioni di quella che si è definita «l'economia classica» ebbero un'estrema efficacia sull'orientamento del pensiero politico del secolo scorso. Esse caratterizzarono tutto il tipo della civiltà occidentale che il Sombart perciò indica col nome di « era economica ». Tali proposizioni, come è noto, si riassumevano in quella della libera concorrenza individuale, secondo la gratuita affermazione che chiunque fa il suo interesse fa anche nel modo migliore l'interesse di tutti, e in quella dell' « economia unitaria mondiale », quale risultato del libero scambio in un quadro cosmico. Con la prima si riduceva per l'appunto lo stato, in quanto organo di coazione, all'ufficio di garantire le autonomie giuridiche individuali, con la seconda, contestandosi che l'economia potesse avere giustificazione diversa dall'interesse individuale, si negava la legittimità delle « economie nazionali chiuse », quali si trovavano costituite ancora verso la metà del sec. XIX quando si iniziò la fase del capitalismo industriale. Entrambe tali proposizioni erano insincere e fallaci. Rispetto alla dottrina della libera concorrenza già il Sismondi aveva osservato: « l'interesse di ciascuno contenuto da tutti gli altri sarebbe effettivamente l'interesse di tutti; ma ciascuno cercando il suo interesse alle spese degli altri non è sempre contenuto da forze uguali alle sue. Allora il più forte trova il suo vantaggio a prendere quanto più può e il debole a resistere il meno possibile, perché così il minor male come il maggior bene possono essere ugualmente lo scopo della condotta umana ». Nell'ordine delle idee la concezione economistica liberale determinò quelle deviazioni, utilitarie e tecniciste che hanno immiserito e intristito la civiltà europea, togliendole anche il senso del bello. Infatti « per l'individualismo l'importante è la civiltà materiale e non già l'elevazione dello spirito» (Spann, Der wahre Staat, 1921, p. 89). Rispetto alla dottrina del libero scambio internazionale formulata da Ricardo e da Say nelle note teorie dei « costi differenziati » e della « legge degli sbocchi » deve osservarsi che essa rispondeva praticamente agli interessi di una comunità determinata identificabile nell'Inghilterra, la quale per capriccio della sorte si trovava allora a disporre del monopolio del carbone fossile, del ferro, delle banche e dei trasporti marittimi di fronte a tutte le altre economie nazionali. La bandiera del libero scambio venne agitata dai dottrinari e dagli statisti inglesi insieme a quella della libertà costituzionale ed ebbe il suo pieno trionfo verso la metà del secolo scorso. Allora parve realizzarsi il sogno di Cobden che l'Inghilterra, diventata la fornitrice esclusiva di tutto il mondo in fatto di prodotti meccanici, ricevesse da tutto il mondo le derrate agricole necessarie alla sua alimentazione. Tutto ciò avrebbe dovuto verificarsi nell'avvento del regno dell'abbondanza e della pace universale. Senonché di una concorrenza benefica tra le diverse economie nazionali sulla base di una effettiva divisione del lavoro avrebbe potuto parlarsi solo quando tutti i paesi si fossero trovati in condizioni pari di organizzazione rispetto a quel tipo industriale dell'economia che rappresentava ormai il grado superiore della produzione. Invece i fautori dell'economia ecumenica con la loro propaganda per il libero scambio tendevano ribadire e a peggiorare le condizioni arretrate di esistenza nei paesi che non riuscivano a promuovere la propria trasformazione industriale dietro il riparo dei dazi di protezione. In definitiva una concezione nazionale dell'economia riprese presso popoli più energici dell'Europa e dell'America e proruppe nello sforzo degli imperialismi economici che in opposizione al monopolio economico britannico esprimevano appena la protesta delle nazioni meno favorite contro l'egemonia inglese, ormai sostenuta apertamente in tutto il mondo coi mezzi politici della conquista militare e diplomatica dei mercati e delle materie prime. Dopo la guerra del 1914-1918 si scopre la già incominciata crisi del capitalismo industriale, ormai quasi ridotto ad una mera attività di speculazione e si accerta il fallimento dell'auspicata economia mondiale nella rivolta delle masse e dei popoli proletari contro i centri di monopolio interni ed internazionali. Si delinea allora la necessità di un nuovo indirizzo economico che acquista consapevolezza nelle proposizioni della dottrina totalitaria. Così nei rapporti fra le classi sociali come nei rapporti internazionali occorre rifarsi al vecchio canone dell'intervento dello stato e al suffragio dei concetti di valore morali e politici quali per l'appunto si possono desumere soltanto da una concezione totalitaria per cui lo stato appare una « comunità di lavoro ». L'obiettivo del bene economico appare ormai il risultato della forza pubblica illuminata da un nuovo sentimento di solidarietà nella nazione. Tale il significato della proposizione dello stato quale unità economica. Si può dare a questa proposizione il nome di socialismo o si deve attribuirgli quello di economia corporativa o non piuttosto quello di economia nazionale? Evidentemente se si assume il significato del socialismo solo in antitesi a quello di « liberismo » è possibile giustificare la prima definizione, adottata dal Sombart che vorrebbe dimostrarla mediante una analisi scolastica di tutte le forme storiche e attuali del socialismo. La denominazione di «economia corporativa» ha avuto largo successo in Italia pel riferimento che se ne è fatto al meccanismo istituzionale cui ne è stata affidata l'attuazione. Questa economia non ha un valore puramente tecnico, come quello che si esprime nelle diverse esperienze di « pianificazione », imposte quasi dovunque dalle presenti difficoltà del mercato e dalla asprezza della lotta di classe. Bensì si appella a una idea dello stato per cui l'interesse della comunità nazionale, in quanto interesse superiore della produzione, impronta di sé la coscienza della collettività e diventa la regola del comportamento economico individuale, nella sfera di quella iniziativa del singolo che il sistema teorico e pratico dell'economia nazionale non solo riconosce, ma presume propugna ristabilendo la figura del « produttore » in quella del « lavoratore » ed elevando il lavoro a cardine del diritto economico. Invero, il sistema positivo dell'economia nazionale non solo non implica la programmatica statizzazione dei mezzi di produzione, ma anzi conferma il dato della autonomia privata, sia pure sotto il controllo del pubblico potere. Esso è un sistema « misto» quanto ai metodi e « complesso » quanto ai fini; sulla base di quella duplicità soggettiva coordinata (stato–individuo) che è propria alla concezione totalitaria in ogni settore della vita e che risulta dal carattere della « comunicabilità » proprio al bene comune.

IV. L'ATTUAZIONE DELLO STATO. — 17. Principi di azione. –
Dalla definizione reale dello stato risultano i principi di valore che riassumono la concezione del mondo specifica alla rivoluzione fascista. Da essi derivano i criteri di attuazione che interessano l'azione e l'organizzazione della comunità nazionale nel tipo dello stato totalitario. Tali criteri di attuazione soltanto erano considerati dal costituzionalismo del secolo scorso il quale fissava i primi mediante le dichiarazioni dei diritti (Bill of rights) e i secondi nell'assetto « costituzionale» dei poteri pubblici (Plan of govemment). I principi di azione sono quelli dal « pensiero moderno » apprezzati in rapporto al cosiddetto problema dell' « intervento dello stato ». Tale intervento era concepito come qualche cosa di meccanico e di esterno all'uomo in corrispondenza alla riduzione strumentale che subiva in quella dottrina il concetto di stato e in corrispondenza al presupposto fissato quanto ai fini dello stato con le dichiarazioni dei diritti. L'ordine giuridico dello stato di diritto risultò dunque stabilito sul concetto negativo delle libertà e sulla distinzione di due sfere, l'una riservata allo stato e l'altra all' individuo (S. Romano, Corso di diritto costituzionale, 1926, p. 50 e seg.). Il problema dell'azione per la dottrina totalitaria concerne, non una attività propria a una pretesa « persona dello stato », ma il comportamento dei singoli collaboranti all'attuazione dello stato medesimo (V. REGIME). I suoi fini hanno carattere estrinseco al soggetto agente, vale a dire sono ravvisabili nel bene comune e quindi anche nell'interesse del singolo solo in quanto questo coincide con l'interesse della comunità nazionale e comunica con esso. Poiché l'attuazione dello stato si compie nel triplice profilo dell'unità morale, dell'unità politica e dell'unità economica, è appunto nella sfera morale, nella sfera politica e nella sfera economica che occorre apprezzare i corrispondenti principi di azione in quanto stabiliscono i fini immediati che in tali sfere si debbono raggiungere.
a) Nella sfera morale. – Canone dell'ordine individualista era stato quello dell'autodeterminazione del singolo. L'autorità del potere pubblico si volle fondare sull'opinione pubblica in quanto opinione della moltitudine e fu regola che nessun titolo gli spettasse ad influire sulla educazione, cioè sulla formazione del carattere e delle idee. Si consentì appena che i compiti relativi fossero disimpegnati da associazioni private laicali o religiose in ossequio al principio della libertà di culto e di coscienza. La pubblica amministrazione avvisò doversi limitare all'apprestamento dei mezzi dell'istruzione, per cui si trattava di diffondere soltanto le cognizioni tecniche indispensabili all'attività pratica. Quando però si avvertì quale importanza avesse conservato l'azione educativa della Chiesa e in genere dei delle associazioni confessionali, l'atteggiamento dei regimi si venne modificando durante il secolo scorso. Si abbandonò l'agnosticismo liberale per i problemi religiosi, dettato dal freddo culto della ragione, e, nella declinazione socialdemocratica, secondando il preconcetto che non vi può essere piena emancipazione dell'individuo finché vi è la fede in Dio, si svolse una « educazione laica », fino a vere e proprie forme di anticlericalismo, specie nei paesi latini. In tal modo il potere politico effettuava un intervento indiscutibile nella formazione della « personalità » del cittadino. Soltanto si trattava di un intervento diretto ad impartire insegnamenti critici e negativi, col proposito di svalutare il fattore religioso e di affermare una interpretazione scientista della vita. Da parte del regime sovietico si è coerentemente giunti fino a vere e proprie forme di persecuzione religiosa e al culto della macchina in corrispondenza alle tesi americane della democrazia (Taylor). Nel quadro dell'ordine nazionale perseguito dal Fascismo, invece, si avvisa che il potere pubblico debba curare l'organismo fisico e morale dei cittadini per conformarlo alle esigenze della comunità nazionale. A tale effetto si vuole realizzare un vero e proprio « confessionalismo nazionale », il quale è in rapporto al carattere di persona morale riconosciuto nello stato in quanto comunità nazionale. Il principio è sancito dalla « Carta della scuola» (v.) del1938. In tal senso pure l'art. 38 della costituzione di Lituania comincia: « Lo stato veglia a che le forze intellettuali e fisiche della gioventù siano sviluppate in modo da portare il loro contributo alla vita intellettuale ed economica della Lituania ». Un confessionalismo proletario è del resto bandito dalla rivoluzione sovietica e l'intervento del potere pubblico nella formazione spirituale di quelle masse che prevalgono nella struttura delle società contemporanee è imposta dal progresso stesso dei mezzi di divulgazione del pensiero, dalla stampa alla radio. Questi mezzi offrono oggi una tale facoltà di suggestione che nessun governo, anche per elementari esigenze di conservazione politica, può rendersi indifferente alle eventualità che essi cadano nelle mani di forze particolari. La civiltà contemporanea è giunta a una svolta decisiva sul terreno della politica educativa e nuovi concetti si impongono in merito al problema della autonomia morale dell'individuo.
b) Nella sfera politica. – In coerenza al presupposto. dell'autonomia morale dell'individuo il «pensiero moderno» aveva proclamato l'autonomia politica assoluta di questo, attribuendo la determinazione dei fini alla libera manifestazione delle volontà individuali. Senonché, come osserva
Murchison (Psicologia del potere politico, ed. it., 1935, p. 167), « l'idea del popolo in grado di esprimere la propria volontà costituisce una oziosa fantasia, piena magari di allettanti promesse, ma praticamente ingiustificata ». Nella concezione totalitaria il potere ha per scopo l'aumento di se stesso, il che si ottiene nell'ordine interno mercé l'incorporazione dell'attività dei governanti con quella dei governati e quindi l'utilizzazione delle forze sociali, che sono poi le passioni degli uomini. La distribuzione del potere nel corpo sociale non è condotta in base al presupposto di un diritto individuale alla sovranità, ma col criterio di adeguare il potere personale (capacità, competenza) alle effettive attitudini che un individuo presenta nel disimpegno della propria funzione nazionale. L'obiettivo nell'ordine costituzionale è quindi quello di « immettere e far circolare il popolo dentro lo stato » secondo la formula di MUSSOLINI. Il che si ottiene superando il concetto della democrazia rappresentativa, ed evitando l'assurdo della democrazia diretta, mediante la più ampia diffusione del potere nel corpo sociale della nazione e mediante la concentrazione gerarchica delle podéstà direttive, in modo da assicurare un risultato unitario.
c) Nella sfera economica. – Il principio della autonomia economica individuale qualificò l'ordine individualista anche a maggior titolo di quello dell' autonomia morale e politica. Della libertà economica il «pensiero moderno» dette una triplice spiegazione: a) libertà d'impresa, perciò che ciascuno potesse prendere iniziative economiche di qualunque specie; b) libertà di fabbrica, perciò che ogni produttore potesse imprimere il tipo e la forma e la natura che preferiva per i suoi prodotti; c) libertà di circolazione, per cui l'imprenditore era arbitro di approvvigionarsi delle materie prime e di collocare i suoi prodotti come voleva. Siffatti attributi risultavano da una nozione assoluta del diritto di proprietà (v.) e il compito dello stato si ridusse a quello di assicurare l'autonomia giuridica delle parti nel contratto individuale. Gli interventi ebbero in un primo tempo appena criterio di polizia. Poi nella fase socialdemocratica si motivarono col concetto della difesa del debole e con lo scopo di reprimere l'abuso del diritto individuale. Nel sistema dell'ordine corporativo il potere politico invece si immette nella struttura stessa dell'impresa allo scopo di realizzare una vera e propria strategia economica (Wagermann, La stratégie économique, 1938), per cui vengono ristabiliti gli equilibri economici nell'interno della nazione. Il che implica, una modificazione essenziale del carattere dell'economia alla stregua dei nuovi principi di valori risultanti dalla proposizione dell'unità economica nazionale. Gli obiettivi finali sono dichiarati dal paragrafo II della Carta del Lavoro il quale, affermando l'unità del complesso della produzione dal punto di vista nazionale dichiara che questo ha per scopo il benessere dei cittadini e la potenza della nazione. Il concetto è parafrasato dall'art. 47 della già citata costituzione della Lituania. «L'economia nazionale ha per compito di assicurare le condizioni materiali necessarie alla prosperità dello stato e del cittadino ». In tali termini si oppone alla tesi della economia mondiale unificata, quella di una armoniosa unità dell'economia nazionale in cui la produzione è diretta ad assicurare l'espansione del popolo nel mondo e in cui la distribuzione è regolata in modo da ottenere forme di vita semplici e naturali. Senza equivalere ad una indigente uniformità, tali forme hanno l'effetto, secondo l'espressione di MUSSOLINI, di « avvicinare gli estremi» e quindi di assicurare le condizioni migliori per la solidarietà sociale nell'interno della comunità.

18. Principi di organizzazione. – In coerenza agli obiettivi di azione i principi di organizzazione si riassumono in quelli della « istituzionalità» e della « gerarchia» quali nel presente Dizionario di Politica sono esaminati sotto le voci GOVERNO e ISTITUZIONE. Essi informano l'ordinamento giuridico dello stato. Anzi è in questo che ricevono la loro sanzione formale, ponendosi in contrapposto ai principi della pluralità comprimaria dei poteri e dei diritti pubblici soggettivi, intorno ai quali aveva cercato di realizzarsi il preteso ordine individualista nel tipo dello « stato di diritto ». E’ esperienza di organizzazione nuova quella che la rivoluzione totalitaria inizia nella creazione di un tipo costituzionale di cui il significato è spiegabile solo in rapporto ai principi di valore fissati dalla definizione reale dello stato.

C. Costamagna

(in Dizionario di Politica, Roma 1940, vol. IV, pp. 381 – 398)

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:21 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

CORPORATIVISMO.

I. LA CONCEZIONE CORPORATIVA

I. I PRECEDENTI. — Etimologicamente la parola « corporativismo » richiama il concetto giuridico del corpus cioè di una associazione di persone per uno scopo comune; e più direttamente allude alla figura delle « associazioni professionali », cioè a quei « corpi» o « corporazioni di mestiere », che, sotto nomi diversi e con diversi caratteri, appaiono presso quasi tutti i popoli e in quasi tutti i tempi. Per non smarrirci nella leggenda, limitiamoci a ricordare che il diritto romano aveva appunto nei collegia « le 'formazioni giuridiche » di quel sistema economico che si suole qualificare come il capitalismo antico. Questi collegia, secondo l'opinione più comune, non tendevano tanto alla conservazione dei processi industriali, né alla iniziazione al lavoro, né allo sfruttamento in comune di un mestiere, quanto piuttosto si servivano del mezzo dell'associazione per ottenere dei vantaggi dal potere politico e per proteggerei loro interessi dalla concorrenza del lavoro servile o da quella di mestieri rivali. Il trattamento giuridico di simili formazioni mutò più volte lunga evoluzione del diritto romano. Comunemente ci si lascia impressionare facilmente dal giudizio sfavorevole che corre circa l'assetto imposto, a partire da Alessandro Severo, alle corporazioni dell'industria e del commercio. Infatti, soprattutto dopo lo svilimento completo della moneta, verificatosi sotto Costantino, lo stato romano trasformò in istituzioni pubbliche, con un regime sempre più rigido, le corporazioni degli artigiani, degli armatori e dei mercanti su cui dapprima non aveva esercitato altro che una sorveglianza di polizia. A tali istituzioni fu imposto un manus publicum, cioè l'adempimento, a titolo di servizio obbligatorio, delle relative prestazioni professionali, soprattutto a scopo annonario, sancendo perfino l'ereditarietà dell'esercizio professionale per i corporali. Non è tuttavia giusto, come molti sogliono fare, addebitare all'istituto corporativo la crisi disastrosa dell'economia antica. Occorre piuttosto considerare la trasformazione dei collegia come uno fra i tanti disperati rimedi coi quali la civiltà romana tentava di sfuggire a quella rapida distruzione della ricchezza mobiliare che doveva aprire il periodo del Medioevo economico, col ritorno al baratto e alla servitù della gleba. Nella ripresa della produzione artigianale e dei commerci, che lentamente si maturava oltre gli angusti limiti dell'economia curtense, si videro riapparire presso i nuovi popoli le corporazioni di mestiere, con denominazioni diverse, ma col proposito, sempre, della tutela professionale. Furono in Inghilterra i Guilds, in Germania gli Zunften, in Francia le Maitrises e le Jurandes, in Spagna i Gremios. Nella nostra penisola, dove la vita cittadina, improntata al modello romano, si conservò più tenacemente, la ripresa corporativa fu vivace e variarono le denominazioni dall'una all'altra regione (« arti e mestieri », «capitudini», «università», ecc.). Di fronte al potere politico forte le organizzazioni di mestiere si tennero in rispetto. San Luigi re di Francia poté promulgare il Livre des métiers, statuto generale delle corporazioni. Invece nelle repubbliche comunali a base borghese, e mercantile, le corporazioni, soprattutto nell' Italia settentrionale e nelle Fiandre, acquistarono tale forza da riuscire, mescolandosi alle competizioni politiche, ad impadronirsi finanche del potere civico. Forme di organizzazione corporativa si venivano svolgendo nel frattempo anche nei quadri del lavoro agricolo, col tipo del cosiddetto « comune rustico ». Il carattere di siffatte organizzazioni consiste nel fatto che esse sono vere e proprie formazioni del ceto padronale di quel tempo, esclusive, intese a eliminare concorrenza e a difenderei costi della produzione contro il lavoro manuale. Esse sono investite della proprietà della professione, vale a dire di un diritto di monopolio. Gli scioperi e la lotta di classe non sono un derivato proprio del grande capitalismo del secolo XIX; tanto vero che le associazioni segrete dei lavoratori manuali traggono origine proprio da questa fase corporativa del periodo intermedio. Comunque, contro le autonomie corporative, alla medesima stregua che contro le autonomie comunali e feudali, è in genere contro tutti i privilegi di corpo e di ceto, le monarchie nazionali impegnarono la lotta che s'intensificò, durante i secoli XVII e XVIII. Difatti alla fine del periodo medievale lo Stato in Europa appariva nel tipo di uno « stato corporativo », nel quale le formazioni particolari pretendevano di fronte al potere centrale di possedere un proprio autonomo diritto di esistenza e propri interessi, dando luogo ad una rappresentanza precisa e limitata . Le Ordonnances di Colbert in Francia, menarono un fierissimo colpo alla potestà normativa delle corporazioni. E per vero la dottrina economica nota sotto la denominazione di «mercantilismo », rivendicava il concetto di una unità nazionale dell'economia, di cui vedeva il titolare nel principe e propugnava la soppressione delle dogane interne e dei privilegi di corpo. La sopravvenuta rivoluzione industriale, con l'adozione della macchina, doveva inevitabilmente accrescere il contrasto fra lo spirito corporativo, tipicamente conservatore e moderato, e il nuovo spirito dalla speculazione illimitata (W. Sombart, Le bourgeois, ed. francese, 1926). In sostanza, quando l'Assemblea costituente francese colla famosa « legge Le Chapelier » del 22 maggio 1791 proclamò lo scioglimento di tutte le corporazioni professionali e vietò che fossero ricostituite, essa non altro fece se non concludere su questo terreno l'opera della monarchia, sia pure alla stregua di un concetto nuovo che negava l'economia come fenomeno organico-nazionale e l'assumeva in un'orbita mondiale, universale. Nel medesimo tempo, del resto, si affermava l'egemonia mercantile britannica nel mondo e dovunque le corporazioni oramai vivevano come semplici residui storici. Bisogna considerare il principio della libertà economica, affermato dalla citata legge del 1791 con la formula « non vi è altro interesse che quello generale e quello particolare di ciascun cittadino », come l'equivalente, sul terreno economico, del principio della sovranità nazionale, Proclamato all'art. III della Déclaration dei 1789: « il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare l'autorità che da questa emana ». Ai filosofi della rivoluzione francese ammaliati dall'illusione di un « ordine naturale », il complesso sociale (nation) appariva come una miriade di atomi uguali e liberi, così nella sfera politica come nella sfera economica: unica regola, per questa, l'equilibrio, risultante meccanica della illimitata concorrenza individuale; corollario di quella, il suffragio universale colla corrispondente libertà di partito politico, già implicita nel titolo III della costituzione del 1791: Parlamentarismo e liberismo economico sono due fenomeni paralleli e intercomplementari. In ossequio al principio della libertà economica, per difendere il preteso «ordine ' naturale dell'economia», il legislatore della rivoluzione liberale non trovò altra risorsa che quella di elevare a reato perfino il fatto semplice della
«coalizione», cioè gli accordi occasionali fra gli operai per stabilire le condizioni di lavoro di fronte alle imprese. In teoria, analogo divieto avrebbe dovuto valere per gli imprenditori, per ciò che si atteneva al prezzo dei prodotti, ossia per le « intese economiche ». Ma il tenore e l'applicazione delle misure furono diversi per l'uno e per l'altro caso. In pratica, la vita nuova della industria meccanica per i lavoratori manuali si svolse nel quadro di un regime penale. La prima metà del secolo XIX è caratterizzata dalla resistenza spesso violenta degli operai contro la repressione statale e contro il dogma del « lavoro merce » trionfante in tutti i paesi capitalisti. E fu da questa resistenza che proruppe la passione della lotta di classe; la quale doveva trovare nel Manifesto ai lavoratori di Carl Marx (1848) e nella prima « Internazionale dei lavoratori» la sua formula concettuale universalistica e catastrofica. Ma ogni giorno che passava segnava, intanto, un progresso da parte delle organizzazioni dei lavoratori, in particolar modo delle Trade-unions inglesi, favorito dalla tolleranza del potere politico, il quale finì , prima o poi, nei vari paesi, col far luogo alla abolizione delle misure penali e implicitamente col venire al riconoscimento della cosiddetta « libertà di sciopero ». In siffatto clima nuovo, in gran parte determinato dal contemporaneo orientarsi del sistema rappresentativo verso il suffragio universale, si accreditò l'assurda idea che sia legittima la lotta fra le classi nèll'interno di una medesima comunità nazionale e che sia obbligo del potere politico astenersi da ogni intervento in materia. Così si delineò la dottrina della « libertà sindacale » solennemente annunciata da Waldeck-Rousseau colla legge francese dell'11 luglio 1901 sulle associazioni, come « l'estensione dei diritti dell'uomo alla sfera sociale ». Per tale dottrina l'associazione professionale venne considerata quale strumento esclusivo di una difesa di posizioni particolari, difesa da condursi, in difetto di mezzi giuridici, sul terreno pratico, mediante misure di proscrizione e di intimidazione (autodifesa sindacale), con le quali i gruppi agitatori, i comitati di sciopero, le leghe, i sindacati, ecc., si studiavano d' imporsi non soltanto agli avversari ma anche ai propri associati. I giuristi elaborarono allora la distinzione tra: a) il «diritto all'associazione», in quanto facoltà del singolo di appartenere o di non appartenere a un gruppo professionale organizzato; b) il «diritto alla azione sindacale», cioè a compiere gli atti necessari per la difesa di classe e per la disciplina del gruppo di fronte ai gruppi ostili o concorrenti. Quest'ultimo diritto implicava in sostanza non tanto una facoltà dell' individuo, quanto una facoltà dell'associazione come tale. E pertanto veniva a ricadere, contro i propositi individualistici dei dottrinari, in una menomazione della libertà civile dei singoli. Si può riscontrare negli accurati studi su La liberté syndicale pubblicati dall'Ufficio internazionale del lavoro (B. I. T., 1927 - 28 - 29) la tortura cui si sottoposero gli scrittori socialdemocratici per conciliare scientificamente queste due antitetiche posizioni e per tracciare un limite fra la libertà sindacale, il diritto dell' individuo, da un lato e il diritto dello stato, o almeno quelle elementari esigenze di ordine pubblico, senza le quali non è pensabile uno stato, dall'altro lato. Per converso, si verificò lo sfrenamento delle «intese commerciali» o «industriali», sotto i vari tipi,di «cartello », « consorzio », « accordo » (trust, cartel, Kónzern), che in diversi modi tendevano al monopolio della produzione, anche per rifarsi delle sconfitte sofferte nella battaglia per i salari. Esse svolgevano, e svolgono tuttavia, al di sopra dei vari stati le loro combinazioni altrettanto internazionali, quanto inafferrabili, alla stregua del dogma della libertà di contratto che rimane tuttora, in molti paesi, il canone del « diritto privato comune ». Nel medesimo tempo, l'adozione del « suffragio universale» intensificò ed esasperò l'azione dei partiti politici, complicandola col problema delle rivendicazioni sociali e con le pretese delle grandi organizzazioni sindacali. Nel dopoguerra, l'anarchia dei partiti e l'anarchia dei sindacati raggiunse il suo acme. La parte XIII del trattato di Versaglia aveva affermato che « il riconoscimento della libertà di associazione sindacale, così a favore dei lavoratori, come dei datori di lavoro, è una delle condizioni della pace mondiale », rivelando con ciò l' irreparabile crisi dello « stato moderno », in quanto stato « dei diritti dell'uomo ». Il sogno di una «democrazia integrale» quale mai è stata sperimentata nella storia, venne offerto agli uomini dalla filosofia rivoluzionaria del secolo XVIII. Dopo circa mezzo secolo di esperienze preparatorie, al primo realizzarsi dei suoi postulati supremi sul terreno politico e sul terreno sociale, il sogno si è dileguato, scoprendo una delle voragini più profonde che abbiano mai minacciato la civiltà.

a) Le teorie. - L'« ordine individualistico» era viziato da una contraddizione logica e morale tra il principio dell'uguaglianza e il principio della libertà. Tale contraddizione venne condotta ai suoi estremi dal liberalismo sociale che si propose d'attuare le più piene uguaglianze di fatto, mercé la più alta libertà di diritto. Nel corso del secolo XIX non mancarono le preoccupazioni dei pensatori in merito a siffatta contraddizione. Sotto il nome di « corporativismo» si possono comprendere tutte le proposte o le dottrine, economiche, sociologiche e giuridiche che vengono presentate con le più disparate motivazioni e coi più disparati propositi, sul fondo comune della ricerca di un dato organico, sul quale assidere l'ordine sociale, in luogo della finzione atomistica che caratterizza il sistema individualista. Tale dato organico dovrebbe per l'appunto trovarsi nei « corpi», ed a preferenza nei corpi professionali, che si vorrebbero ristabilire, più o meno estensivamente, nell'assetto teorico e pratico della civiltà, per correggere i risultati meccanici dell'« ordine individualistico », sebbene altri il medesimo dato di formazione propongono e sostengono proprio in contrasto al concetto politico e autoritario di Stato, che essi vorrebbero liquidare nel disegno di una gestione sociale meramente economica e amministrativa. Le idee corporative provengono da tutti i settori del quadrante ideologico, perché le troviamo enunciate e propugnate così da cattolici come da protestanti, tanto da conservatori quanto da radicali e ugualmente da certi liberali, da certi socialisti, da certi sindacalisti e perfino dai comunisti. Esse riflettono sia l'ordine giuridico della produzione, sia gli istituti delle pubbliche rappresentanze, secondo la corrispondenza che nel precedente paragrafo abbiamo determinato fra il principio della sovranità popolare e quello della libertà economica. E in un certo senso segnano l'avvento degli economisti, dopo i sociologi e dopo i filosofi, nell'arringo nel quale si dibattono i problemi superiori della organizzazione umana. Con una dose di buona volontà si può trovare persino il precursore corporativo nello stesso Montesquieu (v.) che, al capitolo III del libro II dell'Esprit des Lois, aveva scritto: «E nel modo di distribuire il popolo in classi che i grandi legislatori si sono segnalati ed è per questo modo che sempre sono state difese la durata e la prosperità delle democrazie». Esistono formule « corporative» di Siéyès e di Benjamin Constant. I « cartisti » inglesi del 1832 non esitarono a invocare che la Camera dei comuni del loro Parlamento fosse sostituita dal congresso delle Trade-unions. Volta a volta, si può riconoscere un pensiero corporativo in papa Leone XIII (v.), con l'enciclica Rerum novarum (15 maggio 1881), e in papa Pio XI (v.) nell'enciclica Quadragesimo anno (15 maggio 1931), segnalando questa l'incompatibilità della fede cattolica colle ideologie marxiste, come quella l'aveva segnalata colle ideologie liberali, ed entrambe pronunciandosi a favore della organica collaborazione delle classi nell'attività della produzione. Si può riconoscerlo in Disraeli che, fin dal 1859, davanti alla minaccia del suffragio universale, aveva dichiarato alla Camera inglese dei comuni che « il Parlamento deve essere lo specchio, dello spirito e degli interessi materiali dell' Inghilterra» senza che sia possibile ad una sola classe di opprimere immediatamente e di ridurre al silenzio le altre classi del regno. E si può riconoscerlo in Lenin, per l'illustrazione che egli fece dei sovieti, cioè dei comitati di sciopero, sorti durante le grandi agitazioni operaie del 1905 a Pietroburgo e riprodottisi nel disgregamento della Russia sconfitta nella grande guerra e di poi assunti, almeno in teoria, a istituti centrali nella costituzione dell'U. R. S. S. In realtà vi fu un corporativismo bilaterale, di conciliazione, che tendeva a combinare in unità armoniche i datori di lavoro e i lavoratori. E vi fu un corporativismo unilaterale, di lotta (più propriamente « sindacalismo »), che escludeva la legittimità di ogni associazione non proletaria. Il primo subì notevolmente l' ispirazione cattolica (Ketteler, Manning, Gibbons, Freland, Toniolo, De Mun, De La Tour du Pin, ecc.). Esso voleva ricostruire la pace sociale partendo dalla vita stessa dell'azienda. Ma fu portato anche alla ribalta politica col movimento francese degli Etàts généraux. In sostanza si sarebbe voluto ritornare al sistema già esperimentato dalla civiltà europea nella prima fase di formazione dello stato territoriale nazionale e si confortava il proposito con una versione romantica del passato. Parecchie di queste tesi si potrebbero ritenere più propriamente «corporazioniste», in quanto fanno capo, in linea costituzionale, al concetto di un diritto dei corpi contrapposto al diritto delle totalità, cioè dello Stato. Gli economisti liberali, soprattutto francesi, sbozzarono, talvolta il concetto della « solidarietà », lusingandosi di ricavare una ragione di coesistenza spontanea fra gli individui dalla comunione che si verifica nella stessa azienda economica. Tale modo di vedere si appuntò di preferenza sulla figura giuridica della «cooperazione» e vi fu chi non esitò a parlare addirittura di una « repubblica universale cooperatva» che avrebbe assicurato la pace a tutti gli uomini (L. Bourgeois, Le solidarisme, 1897; Ch. Gide, La coopération, 1910). Quanto al diritto pubblico la tesi corporativa si confuse spesso con la tesi della «rappresentanza degli interessi» o con quella del «voto plurimo» cioè dei «correttivi del suffragio universale ». Bisogna riconoscere a Prins (La démocratie et le régime parlementaire. Étude sur le régime corporatif et la représentation des intérets, 1884-1887), il merito di avere impostato per il primo e con franchezza il problema. Egli mosse dalla considerazione che la rappresentanza generale della nazione, assunta come base del sistema parlamentare, era una formula pretenziosa e vuota, « perché il rappresentante della nazione finisce col non rappresentare più nessuno fuori di se stesso ». E non esitò ad affermare che, « malgrado i loro difetti innegabili, l'antica società e l'antica rappresentanza erano di un'essenza superiore alla nostra». In particolare: « allora il mondo era un insieme di corporazioni e ognuna di queste costituiva una forza sociale. Ognuno esigeva la dedizione dei suoi membri, non già al bene pubblico che, tranne per una minoranza di pensatori, resta sempre un'astrazione; ma all'interesse collettivo che tutti possono vedere e tutti possono conoscere. » Il Prins si pose pertanto il problema delle masse popolari nel mondo moderno ed affermò che le rappresentanze dovevano essere ricercate al di là del metodo elettorale « perché si può con l'elezione diretta avere dei mandatari che non rappresentano affatto l'opinione di tutti i votanti, mentre con la rappresentanza delle collettività d'interessi si può ottenere un corpo rappresentativo sano e sincero anche se pochi elettori abbiano partecipato al voto »: la formula deve essere: «i voti si pesano e non si contano ». Da ciò egli deduceva la necessità di trasportare il diritto politico dagli individui ai corpi particolari, :« per il che non era necessario affatto chiamare al voto tutti i cittadini ». E per vero, « alla base della società si trovano non degli individui, ma delle unioni naturali; delle collettività d'interessi, gruppi agricoli, gruppi urbani, ecc.; cioè gruppi professionali o domestici, giammai politici o di partito, che si possono organizzare secondo il criterio più opportuno ». Si deve dire che nel campo della teoria corporativa, per quanto si attiene al problema costituzionale, non si può andare oltre le conclusioni del Prins. E sebbene questi non abbia affatto risolto il problema della composizione e del funzionamento degli organi pubblici a costituzione corporativa, bisogna riconoscere che tale problema non è stato risolto nemmeno da coloro che vennero dopo di lui. Di poi nel clima della libertà sindacale il fenomeno della associazione professionale suggerì a Pau1-Boncour (Le fédéralisme économique, Parigi 1901), uno studio improntato a una considerazione realistica della padronanza effettiva che nella vita sociale venivano assumendo tali gruppi. Il Paul-Boncour rilevò che dalla continua lotta questi avevano attinto un vero e proprio spirito di dominio, sicché tendevano a imporsi a tutta la categoria, superando le concorrenze che il sistema della libertà sindacale avrebbe invece voluto mantenere vive col metodo della cosiddetta pluralità sindacale tra le imprese e gli operai del medesimo ordine e del medesimo tipo. Constatò che era nella natura dei gruppi professionali di determinare fra essi e gli individui rapporti ben diversi da,quelli contrattuali e che non poteva trascurarsi la circostanza che i gruppi operai fossero stati costretti alle manifestazioni violente dall'ostinata resistenza che loro avevano opposto gli imprenditori, le autorità e il pubblico. Più imparzialmente avrebbe dovuto rilevarsi una tendenza, dei gruppi non verso il monopolio, ma verso la sovranità; col risultato di creare a lato dello Stato delle « sovranità speciali», o più esattamente delle forme di decentramento professionale parallele a quella del decentramento regionale. La sovranità sindacale avrebbe però dovuto essere subordinata alla sovranità dello Stato all'effetto di una collaborazione; caratterizzata dall'ultimo attributo che di fatto ancora le mancava, quello della « competenza obbligatoria ». In tal modo si sarebbe forse riusciti a dare una organizzazione positiva a quella « libertà del lavoro » che la rivoluzione aveva proclamato, senza saperla disciplinare. Nel dopoguerra le teorie corporative si acutizzano per l'accentuarsi della declinazione dello Stato verso il cosiddetto « tipo economico » e per il discendere dell'«ideale moderno» sempre più verso i problemi della produzione e del lavoro. Il numero degli scrittori corporativisti diventa legione. Segnaliamo le dottrine più originali. Un particolare interesse, per lo sforzo di risolvere il problema costituzionale addirittura sul terreno economico, presentò la dottrina neo-gildista inglese del Cole (Guild-sociá1ísm). Si trattava in sostanza di una ripresa su più vaste linee del socialismo cooperativo e associazionista della prima metà del secolo scorso, di cui si erano fatti campioni i Webb. Si sarebbe voluto democratizzare il processo produttivo passandone la direzione agli operai costituiti in gilde. Di fronte a queste i consumatori sarebbero stati organizzati in associazioni territoriali corrispondenti ai diversi bisogni da soddisfare, che il Cole classificò in bisogni individuali, variabili da persona a persona, i quali troverebbero i loro organi idonei nelle cooperative di consumo, e in bisogni collettivi, locali o regionali, nazionali, internazionali, caratterizzati dalla loro costante uniformità sul territorio (ferrovie, tramvie, acqua potabile, navigazione, servizi aerei, telegrafo, telefono, ecc.). La società sarebbe risultata così un complesso di gilde volontarie, operanti nell'interesse degli associati, sotto il controllo delle associazioni territoriali dei consumatori. Allo Stato spetterebbe il regolamento finanziario della produzione per eliminare il profitto e assicurare il perfetto equilibrio. Il nuovo principio dell'organizzazione sarebbe verticale, anziché orizzontale come quello dello Stato moderno. E sarebbe stabilito non sul principio del diritto ma su quello delle funzioni. Organo supremo dello « Stato gildista » sarebbe la « Giunta dei consumatori e dei produttori ». Di marca classista questa dottrina del Cole; ma pacifica, evolutiva, programmatica. Invece, dal « sindacalismo rivoluzionario » di Sorel (1847-1922) il sindacato operaio veniva scagliato addirittura verso la distruzione dello Stato. Il sindacalismo rivoluzionario ebbe una filosofia austera, energetica, come quello che si proponeva di « liberare il proletariato dalle insidie addormentatrici della borghesia ». Esso respingeva il fatalismo ottimista del socialismo parlamentare; predicava uno sforzo di azione e rifiutava quel programma di godimento e di quietismo che stava prevalendo nel socialismo ufficiale. Lungi dall'attendere qualche cosa dallo Stato, Sorel pretendeva addirittura di sopprimere lo Stato, per sostituirvi nuclei di volontà collettiva, creati dalla grande industria con la divisione del lavoro e le officine-caserma. Di alto tenore scientifico fu .il lavoro compiuto dall’ economista viennese O. Spann (Haupttheorien der Volkswirtschaftslehre, Lipsia 1929) per uria teoria dell'« universalismo economico ». Egli contrappose alla tesi individualistica della società umana, totalità meccanica composta di individui autonomi, così che riesce un aggregato incoerente e senza scopo, la «concezione universalistica ». Questa si sarebbe appoggiata alle ipotesi che valutano la realtà come un tutto unico e per cui ciò che è reale non è l’individuo, ma la famiglia, il comune, lo Stato. Egli differenziava la concezione « universalistica meccanica » e la concezione « universalistica organica »: la prima basata sulle dottrine del determiniamo sociale,che riducono l' individuo a una funzione meccanica di cause esterne; la seconda considerata come un universa1ismo organico a carattere teleologico o finalista, per cui la società viene paragonata a un organismo vivo. Secondo la riferita dottrina, gli organi della società che costituiscono altrettanti corpi (Stande), non sarebbero influenzati soltanto dall’economia ma anche dall'arte, dalla religione e dal diritto. E anche i mezzi economici dovrebbero essere valutati in rapporto a quelli che, sotto certi aspetti, assumono addirittura il carattere di fini; tra i quali il lavoro, l'esercizio fisico, le attività dello Stato, l'educazione pubblica. L'economia di « organizzazione elementare » dovrebbe essere dunque completata dall'economia di « organizzazione superiore ». L'organizzazione sociale risulterebbe dalla disciplina di tutte queste unità particolari, delle quali lo stato sarebbe una delle tante, sia pure con compiti di coordinamento qualificati (standischer Staat). Da ultimo, ha fatto la sua comparsa un certo « corporativismo integrale» o « puro », di cui si è fatto assertore Manoilescu (Le siècle du corporatisme, 1934). Anche per il Manoilescu l'ordinamento corporativo non dovrebbe avere carattere economico esclusivamente, nel che concorda con il precedente autore. Egli rinfaccia all' interpretazione puramente professionale ed economica del corporativismo il pericolo di una involuzione materialista ed egoista. Ed afferma che l'unica ragione di una dottrina corporativa è appunto quella di combattere la concezione meccanica, individualista e socialista della vita, per rivendicare la primazia sull'attività umana di un fine supremo,com'è quello del « bene comune », ravvisabile nella nazione. Senonché l'autore, di cui si parla, in nome della pretesa « purezza » corporativa, rifiuta ogni funzione specifica in un ordinamento corporativo a un partito politico organizzato e vuol sciogliere completamente lo stato nella somma delle corporazioni, nelle quali vede i palladi di una nuova libertà. In definitiva questo « corporativismo puro », come l'«universalismo organico» dello Spann, è un mero artificio dell'intelletto. S'invoca un « fine nationale », come forza coesiva; ma si vuole espellere dal sistema quell'elemento politico generale che soltanto di questo ordine potrebbe essere il garante. Di fatto, l'equilibrio corporativo che s' invoca, nel preteso « sistema puro », non potrebbe essere se non il risultato della pressione di una forza esterna ai singoli corpi. E, se si esclude, come l'esclude il Manoilescu, che questa forza federatrice e unificatrice possa essere rappresentata da un'organizzazione politica, è necessità ammettere che essa in altro non potrebbe risolversi che in un apparecchio burocratico. Del resto, il medesimo scrittore finisce col soccombere proprio sulla difficoltà suprema rappresentata dalla impossibilità di conciliare l'esigenza della famosa « volontà generale » col processo legislativo del quale un sistema di corporazioni non potrebbe fare a meno. Egli tenta di fondare il processo della «legislazione generale», in un sistema corporativo, su atti di accordo e di adesione fra le rappresentanze degli interessi particolari, atti che dovrebbero sostituire le norme giuridiche derivanti dalla votazione maggioritaria, impraticabile in qualsivoglia organo collegiale a struttura composta di rappresentanze particolari. Ma da dove uscirebbe fuori il miracolo dell'accordo? Egli non ce lo dice; né ci dice come il governo del suo « stato corporativo puro », tutto assorbito nel travaglio di comporre e liquidare i conflitti intercorporativi, potrebbe assolverei compiti vitali della direzione e della iniziativa. Insomma, da questa, come da ogni altra teoria corporativa, rimane insoluto il problema fondamentale, che è quello dell'unità.

b) Le istituzioni. – Occorre distinguere tra le riforme di diritto privato e di ordine amministrativo e quelle che in modo diretto o indiretto interessano l'ordine costituzionale dello stato. Concetto napoleonico fu quello di creare sulle vestigia delle Maitrises le « Camere di commercio», costituite da una rappresentanza locale, a limitati effetti, dei ceti padronali dell' industria e del commercio. E Napoleone aveva certo delle « vedute corporative », sia pure moderate, perché appartiene a lui l' idea di ricostituire una specie di corporazione obbligatoria dei panettieri. L'istituto delle Camere di commercio si diffuse in Europa e in qualche caso, come in Germania e in Austria, per l'artigianato, assunse il valore di organizzazione obbligatoria. In Italia pure si adottarono le camere di commercio, ad imitazione francese, con semplici attribuzioni statistiche e certificanti. Nel dopoguerra si cercò di estendere questa innocua rappresentanza professionale anche al ceto agricolo e vennero creati i Consigli agrari. Tutti questi istituti ebbero la vicenda di sopravvivere nel. quadro dell'ordinamento corporativo adottato dal Fascismo e presentemente sono in parte riconoscibili sotto la figura dei « Consigli provinciali dell'economia corporativa ». A un ordine superiore appartengono i concetti rappresentativi politici dal medesimo Napoleone I adottati col criterio delle classi elettorali « dei dotti, dei possidenti e dei commercianti », per la costituzione del Regno italico. Parimenti rientra nell' indirizzo corporativo il sistema austriaco delle curie, introdotto con la legge del 1873, che decomponeva la popolazione in quattro ordini: la proprietà fondiaria, le città, le camere di commercio e i comuni rurali. Nel 1896 fu aggiunta una quarta curia, quella del suffragio universale. Un inizio di riforma del suffragio a base corporativa si può vedere nella legge comunale belga dell'11 aprile 1895, per la quale metà del corpo amministrativo comunale doveva essere composta da rappresentanti per quota parte deiatrons e degli ouvriers. Tralasciamo che nelle « camere alte», di parecchi paesi il titolo di partecipazione era stabilito, anche prima della guerra mondiale, nel possesso di determinati requisiti patrimoniali o professionali e vediamo invece le riforme dirette a sostituire organi professionali specifici per la funzione legislativa. Fin dal 1881 Bismarck (v.) aveva fatto istituire nel primo Reich un consiglio economico prelegislativo, denominato Volkswirtschaftsrat, « per cui fosse possibile raccogliere su certi disegni di legge l'avviso dei competenti e degli interessati». Dopo la guerra l'idea dei « consigli economici », corpi affiancati alle assemblee legislative con carattere nazionale o locale, si fa strada nei vari paesi, per quanto la discussione, e spesso la satira, sia caduta sui criteri, empirici e arbitrari, coi quali venivano assegnate le rappresentanze numeriche dalle diverse categorie e classi nell' interno di tali corpi, e giammai sfasi attribuita a tali corpi una funzione effettiva di legislazione. La costituzione di Weimar, per il secondo Reich (1919), aveva creato una serie di Consigli economici distrettuali e al centro un Consiglio economico generale di 326 membri, ripartito in sezioni corrispondenti ai vari rami di attività. La distinzione in sezioni era complicata da una distribuzione territoriale dei loro componenti. Le facoltà erano consultive o prelegislative. Il funzionamento pratico fu negativo. La rivoluzione nazional-socialista li ha ora aboliti. Consigli economici similmente sono stati introdotti anche in Bulgaria, Cile, Cina, Equatore, Estonia, Finlandia, Lussemburgo, ecc. Nel dopoguerra si è accentuata anche la tendenza a riservare una parte dei seggi in una delle camere politiche, specie del Senato, a elementi professionali. Così in Ungheria (1926), in Belgio (1922), in Grecia (1929), in Polonia (1935), in Iugoslavia, in Irlanda. In questi casi è evidente la preoccupazione di non pregiudicare col principio corporativo il carattere democratico del regime rappresentativo individualista. Più che altro sono concessioni di forma, fatte alla moda del tempo, senza convinzione e anzi con visibile diffidenza. In modo spiccato questa si è manifestata nella infelice ex costituzione repubblicana spagnola del 1933 che escluse ogni accenno alle corporazioni, ritenendo « l' impossibilità di conciliare col principio democratico della libertà e dell'uguaglianza, tanto il principio sovietico come quello corporativo ». In qualche caso eccezionale appena si è voluto immettere le strutture corporative negli organi propriamente costituzionali dello stato o richiamare un concetto corporativo nel principio costituzionale. E prima in ordine di tempo appare in tal senso l'esperienza sovietica dell' U. R. S. S. , (costituzione 10 luglio 1918). Questa, per la sua stessa enunciativa di volere attuare uno « stato operaio e proletario » sia pure a titolo provvisorio (antistato), si può considerare, almeno in teoria, come un caso tipico di ordinamento corporativo integrale, dacché intende alla ricostruzione dell' intero ordine civile, sia pure in linea provvisoria, secondo il concetto del periodo transitorio, sulla base esclusiva del proletariato, cioè di una sola
classe, caratterizzata dall' istituto professionale, al cui interesse economico si dichiarano subordinati i fini dello stato fino alla eliminazione compiuta delle classi e dello stato stesso. In concreto l'errore è stato grave, perché, in attesa dello scioglimento finale dello stato sovietico nella amorfa società economica universale, si è preteso di affidare la potenza pubblica ad una parte soltanto dello stesso proletariato e precisamente al « proletariato industriale », in un paese contadino e rurale per la quasi totalità. Però il sindacato operaio, cioè l'organizzazione professionale propriamente detta, sebbene legalmente riconosciuto, non ha ricevuto altri compiti se non quelli di difendere e svolgere l'idea della rivoluzione bolscevica. Lenin, infatti, aveva spiegato all' VIII° congresso del partito che: « I sovieti pur essendo programmaticamente organi per l'esercizio del governo da parte dei lavoratori, di fatto sono semplicemente organi di governo a favore dei lavoratori ». Il cosiddetto « principio sovietico » non ha dunque il valore di un principio di organizzazione, ma quello soltanto di una formula politica. Si può annoverare nell'ordine dei fatti, sebbene sia rimasta alla fase di progetto, con la « Carta di libertà» del 1919, la costituzione dettata da D'Annunzio per la Reggenza italiana del Carnaro. Redatta in un tono di elevato lirismo, essa si proponeva di conciliare la socialdemocrazia col sindacalismo, il principio del suffragio universale con quello della rappresentanza sindacale, pur nel seno stesso del « potere legislativo ». Due organi legislativi erano, infatti, previsti: L’uno, eletto da tutti i cittadini con voto individuale diretto avrebbe dovuto conoscere tutte le questioni di legislazione penale, civile, militare, di polizia, d' istruzione e di arte. L'altro sarebbe risultato di sessanta membri eletti da nove corporazioni: i lavoratori industriali e agricoli, i tecnici, gli impiegati del commercio, i datori di lavoro, i lavoratori marittimi, i funzionari pubblici, i professori e studenti, i liberi professionisti, e i soci delle cooperative. La decima corporazione veniva riservata allegoricamente alla più alta e spiritualizzata forma di lavoro che avrebbe creato l'avvenire. I due organi legislativi avrebbero seduto insieme una volta all'anno per discutere della politica estera, delle riforme costituzionali, delle leggi d'istruzione e di finanza. Però
alle corporazioni sarebbe spettata, la scelta dei ministri (rettori) dell'economia e del lavoro. All'effetto della divisata riforma della rappresentanza politica l'art. 18 della costituzione del Carnaro sanciva che « tutti i cittadini sono obbligatoriamente iscritti in una delle corporazioni ». Le quali avrebbero costituito « sindacati obbligatori » fra coloro che adempiono una funzione determinata della produzione. Il concetto era che « gli interessi di classe sarebbero stati difesi dalla classe medesima », secondo si esprimeva il « Comitato nazionale per l'azione sindacale di Fiume ». Anche senza attendere la pratica era facile prevedere l'inconsistenza di questa costituzione, la quale combinava in sé gli errori della rappresentanza individualistica e della rappresentanza corporativa. Muta del tutto il concetto nel disegno fascista dell'ordinamento sindacale corporativo, tracciato inizialmente dalla legge 3 aprile 1926, n. 563, sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro, ma in rapporto a un ben diverso obiettivo e in un quadro ben più vasto e radicale di riforma dello stato. Non è più la preoccupazione sindacalista della difesa di classe o un qualunque ripiego emendativo del suffragio. È il fine nazionale-popolare dell'attuazione dello stato come unità, per cui, secondo la formula di MUSSOLINI « i sindacati diventano strumenti del regime » e « le corporazioni appartengono all'ordine dei mezzi e non a quello dei fini », in vista dell'attuazione dello stato come « unità economica ». In verità, dalla dolorosa esperienza del dopoguerra si era iniziata la rivolta, di cui il Fascismo si faceva per il primo interprete, contro le ideologie economiche e classiste e prorompeva l' ideale politico e morale dello « stato nuovo », nel tipo di uno stato-popolo, integrale, unitario, totalitario. La nuova corrente spirituale è venuta a imprimere una direzione completamente diversa al problema corporativo; un originale carattere si rispecchia infatti in tutta l'opera costituente del Fascismo. Poiché non solo tra gli osservatori stranieri, ma anche tra gli esegeti italiani della riforma, manca spesso l'esatta nozione del particolare significato del corporativismo fascista, ci riserviamo di spiegare fra poco questo nel suo spirito e nel suo sistema. Diciamo intanto che col corporativismo fascista una certa analogia presentano due altre successive trasformazioni costituzionali, che prescindono più o meno radicalmente dai presupposti della dottrina individualista. La nuova costituzione portoghese, approvata il 19 marzo 1933, con voto diretto dei capi di famiglia, uomini e donne, e modificata il 20 marzo 1935, riposa sui seguenti istituti: un «potere esecutivo» forte, perché il ministro rende conto dei suoi atti soltanto al capo dello stato. Una «rappresentanza nazionale» che non si basa né sul suffragio universale né sugli interessi delle fazioni, ma sui « gruppi naturali» della famiglia, della corporazione, del comune. Bisogna avvertire che esistono due camere: una di carattere politico, dalla quale sono escluse le rappresentanze corporative professionali e che ha potestà deliberativa sui progetti di legge, e una camera « corporativa » a base professionale che si limita, però, a dare il suo parere sui progetti di legge da presentarsi all'altra camera, per iniziativa del governo o dei deputati. Invece, un concetto corporativo analogo a quello fascista si riscontra nello statuto emanato per la disciplina del lavoro nazionale che contiene la proibizione degli scioperi, il riconoscimento dei contratti collettivi e dei sindacati e delle federazioni sindacali nazionali, in vista dell'attuazione dello stato nuovo. L'ordinamento dello stato nuovo venne tracciato secondo la formula di Oliveira Salazar: « Lo stato ha il diritto di promuovere armonizzare e controllare tutte le attività nazionali senza sostituirsi ad esse ». La dottrina dello stato nuovo rifiuta la nozione astratta del cittadino « individuo separato dalla famiglia, dalla classe, dalla professione, dall'ambiente culturale, dalla collettività economica» e si propone di sostituire all'individuo la famiglia, cellula sociale irreduttibile. E' la famiglia che deve esercitare il diritto di eleggere i membri dei corpi pubblici, insieme con le università, le società scientifiche, i circoli letterari ed artistici, e, in funzione assai limitata, le associazioni agricole industriali, commerciali ed operaie. La rivoluzione nazionalsocialista, condotta da Hitler in Germania, pur affermando l' inizio di un terzo Reich, non ha ancora affrontato il problema della riforma costituzionale. Il concetto verso il quale muovono intanto le varie leggi di riorganizzazione adottate dopo il 30 gennaio 1933 è quello che lo « stato nazista » non è altro che il braccio secolare della « comunità germanica ». Si tratta, dunque, di una proposizione energicamente unitaria che si concreta anche con la costituzione di un « Partito nazionale-socialista germanico del lavoro », integrato nello stato. Soltanto per quello che riguarda la politica sociale ed economica si sono stabilite istituzioni di carattere corporativo. Importanza fondamentale ha la Corporazione della alimentazione (Reichsnáhrstand) che abbraccia tutti produttori, tutti i trasformatori e tutti i commercianti interessati, allo scopo di assicurare un piano generale della economia agricola. Esiste poi un «Fronte del lavoro », (Arbeitsfront), diviso in diciannove sezioni, corrispondenti ai diversi rami dell' industria e del commercio, che riunisce gli imprenditori e gli impiegati e operai, cioè « i lavoratori della mente e del pugno ». In concreto il fronte del lavoro ha compiti educativi, perché quelli giuridici sono devoluti alla gerarchia della azienda sulla base del relativo regolamento. I dipendenti delle aziende formano il seguito del « capo» dell' impresa e sono rappresentati presso di lui da « uomini di confidenza ». Le divergenze fra dipendenti e imprenditori sono risolte dai «tribunali d'onore» che possono anche infliggere quale pena la privazione al datore di lavoro del diritto di dirigere la sua impresa. Tale è l'ordinamento del lavoro nazionale germanico secondo la legge relativa del 1934. Aveva carattere in certo senso corporativo la costituzione della Repubblica federale austriaca (24 aprile 1934). Lo « Stato cristiano federale corporativo » ordinato secondo il disegno del cancelliere Dolfuss, che volle ricondursi alle encicliche papali sul problema sociale, fu stabilito nel suo assetto costituzionale su ben quattro organi rappresentativi di valore vario e di competenza diversa. E cioè il « Consiglio di stato », i cui membri erano designati dal capo dello stato, il « Consiglio federale di cultura », il « Consiglio federale dell'economia », rappresentante sette corporazioni professionali e « il Consiglio delle province » o paesi federali. Dalle delegazioni di questi quattro corpi che separatamente avevano compiti prelegislativi era formata la Dieta federale (Bundestag) cui spettava di respingere o approvare, senza emendarli, i progetti di legge che le venivano presentati dal governo. In sostanza l'idea della rappresentanza corporativa così attuata aveva un carattere professionale molto limitato e riduceva tutta la potestà legislativa alla iniziativa del cancelliere. I « corpi di mestiere » possedevano appena una competenza legislativa locale. La costituzione, ora esaminata, in tali termini si proponeva di realizzare le vedute di monsignor Seipel che aspirava a un potere governativo centrale molto forte stabilito sul concetto dello Standestaat. Si trattava perciò di un federalismo prevalentemente territoriale, ma energicamente concentrato. Con la costituzione del 1934 il suffragio politico non aveva più alcuna influenza e i membri dei vari consigli erano nominati, puramente e semplicemente, dal governo nelle diverse categorie.

CONTINUA...

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:21 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

2. IL CORPORATIVISMO FASCISTA. — All'estero e anche in Italia si è spesso, o tendenziosamente o inconsapevolmente travisato il programma corporativo del Fascismo in quello di un corporativismo integrale, prevedendo che a breve scadenza si possa arrivare a sciogliere il Partito nazionale fascista e che la Camera dei deputati venga trasformata in una assemblea di struttura nettamente professionale. Altro travisamento si è compiuto da chi, sotto la formula delle «corporazioni proprietarie», ha voluto vedere nelle formazioni corporative, previste dal legislatore fascista, degli organi in fieri per la gestione pubblica dell'impresa economica, secondo il concetto sovietico di una statizzazione dell'economia. Invece, dai testi positivi e dalle enunciative del Duce del Fascismo, risulta in modo inequivocabile che l'ordinamento sindacale corporativo, adottato dal Fascismo, rappresenta una parte e non l'intero ordinamento giuridico dello stato. Risulta altresì che esso, non ostante la situazione difficile in cui versa l'economia moderna, esclude l'eventualità di una completa statizzazione della economia col corrispondente lavoro forzato e conserva come presupposti l'iniziativa individuale privata e l' iniziativa individuale pubblica. Le quali rispettivamente interessano: la prima, l'organizzazione dell' impresa della produzione, e la seconda, la formazione e l'attività degli organi professionali. Finalmente risulta che il disegno corporativo del Fascismo non è già in rapporto con un preteso « diritto dei corpi professionali », in funzione di un così detto « interesse di categoria», del quale essi sarebbero gli organi; bensì che esso deriva il suo titolo giustificativo dallo scopo di attuare lo stato come unità economica, attraverso la subordinazione degli interessi particolari all' interesse unitario della comunità nazionale. Considerazione decisiva questa per il sistema del nuovo diritto pubblico. Ciò premesso, in primo luogo va ritenuto che l'ordinamento sindacale corporativo fascista non solo non è il sistema sufficiente per l'attuazione dello stato come unità economica, ma nemmeno è un sistema necessario per il conseguimento di tale scopo. L'unità economica dello stato si può ottenere, anche a prescindere dal riconoscimento delle formazioni professionali e dalla loro elevazione al grado di pubbliche istituzioni, nella semplice sede di una organizzazione amministrativa ordinaria. La costituzione della Repubblica di Polonia, del 23 aprile 1935, arrivava fino a dichiarare: « La responsabilità delle generazioni successive è dovuta alla loro reciproca dipendenza » e proclamava che « nessuna attività può contraddire ai fini dello stato ». Ma non introduceva alcun apparato corporativo professionale. Per contro, l'azione delle istituzioni professionali deve essere integrata, per raggiungere l'effetto, con le misure relative all'ordinamento del credito, della moneta, dei mercati internazionali, dei tributi, ecc., misure che appartengono all'attività generale del governo. Indispensabile poi al funzionamento dell'ordinamento corporativo è, come si è visto, l'azione morale e politica del «partito unico ». Per l'appunto, come si è espresso MUSSOLINI (Scritti e discorsi, VIII, p. 155), « l'ordinamento sindacale e corporativo esige un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione la disciplina politica e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce in una fede comune ». In secondo luogo,bisogna considerare che il preteso « interesse di categoria », sul quale si vorrebbe costruire la figura giuridica di una « autarchia sindacale », è privo di consistenza. Esso si riduce in un'ultima analisi a un criterio di « competenza per materia », nell'assetto di quelle istituzioni pubbliche, che sono diventati i sindacati, nel quadro dell'ordinamento corporativo fascista. Questo secondo rilievo merita di essere energicamente confermato, anche agli effetti della nuova giurisprudenza, perché non è possibile utilizzare i concetti della dogmatica giuridica tradizionale, elaborati intorno al presupposto del diritto pubblico soggettivo, per applicare le norme di un ordine giuridico che si svolge intorno, al principio della « subordinazione » e tende a risultati nazionali integrali nel disegno di uno « stato di popolo ». Si deve perciò ritenere che, nel quadro dell'ordine nazionale proclamato dal Fascismo, per quanto concerne l'ordinamento professionale, non si può riconoscere altro criterio regolatore che l'interesse dello stato, interesse concepito come « interesse superiore della produzione ». Di fronte a questo interesse tutti gli altri interessi soggettivabili hanno carattere puramente privato e subordinato. Non sono ammissibili tra l'interesse individuale privato e l'interesse pubblico dello stato « interessi di classe o di categoria» col valore di « interessi pubblici intermedi ». Grande importanza ha la precisazione di questo punto dottrinale così incerto nella letteratura corrente. Si sa che il pensiero individualista non ammetteva la esistenza di un utile o « bene comune » che fosse altro che la somma o la media delle utilità particolari dei singoli individui. Si deve a Pareto (Sociologia generale, 1919,. I) la prima ricerca diretta a precisare, con metodo sociologico, il concetto del « bene comune », distinguendo fra l' « utile di una collettività » e l' « utile per una collettività». Però il Pareto non approfondì la sua indagine fino a stabilire le condizioni per le quali una «collettività» determinata, cioè un « gruppo », può ritenersi una « entità » suscettibile di esprimere un proprio utile, distinto da quello dei suoi componenti, e quindi differenziata dalla « società civile » o « commerciale » che ha per contenuto solo l’interesse dei partecipanti. Sull'argomento, invece, si è portata la dottrina del Fascismo, la quale (v. STATO) ha conchiuso con la proposizione dogmatica totalitaria, che « lo stato è la sola unità di vita collettiva che possa ritenersi sufficiente e pertanto autarchica ». Cioè che lo stato è l'unica « collettività organica », e quindi suscettibile di presentarsi come « entità » a sé stante e di porsi come un bene in sé di fronte ai singoli. In tal senso il §. I della Carta del lavoro (v.) ha potuto proclamare che i fini dello stato trascendono quelli dei singoli « divisi o raggruppati», e il §. II del medesimo atto dichiarare che « il complesso della produzione è unitario sotto il punto di vista nazionale ». Da siffatte enunciative si deve dedurre: a) che i gruppi particolari di individui associati nell' interno della comunità nazionale hanno contenuto puramente individualistico; b) che gli interessi dell'agricoltura, dell' industria e del commercio, in tutte le loro specificazioni di categoria, non sono gli interessi dei singoli agricoltori, dei singoli industriali o dei singoli commercianti che in atto partecipano al corrispondente ramo di produzione. E nemmeno sono interessi di altrettante entità sociali corrispondenti ai nomi di « agricoltura », «industria », « commercio »; bensì sono gli aspetti contingenti di un permanente interesse economico (agricolo, industriale e commerciale) del popolo italiano, personificato nello stato. Le associazioni sindacali legalmente riconosciute sono pertanto non le titolari, ma le depositarie di questo interesse permanente, e come tali esse non possono operare in funzione dei loro singoli associati o rappresentati, perché in tal caso esse degraderebbero dalla dignità di pubbliche istituzioni a semplici forme di « monopolio », e l' interesse di cui sono depositarie si dissolverebbe nella somma degli interessi propri ai singoli soci. La teoria ora esposta, dunque, distingue concettualmente per le collettività esistenti nell'interno di una comunità politica determinata: a) « le collettività aperte » i cui elementi sono « fungibili all'infinito », e si traducono in vere serie o generazioni di soggetti; b) le « collettività chiuse » i cui componenti sono sempre individualmente identificabili e determinati nel tempo e nello spazio. Alle prime riconosce il valore di istituzioni dello stato e le seconde relega nella serie dei gruppi individuali. Essa è l'unica teoria conforme al carattere originale del corporativismo fascista e l'unica capace di inserirsi in una revisione sistematica del diritto pubblico, adeguata al valore rivoluzionario del Fascismo e al tipo dello « stato nuovo » da esso fondato quale « stato–popolo ». In questo tipo di stato, come già si è accennato, il corporativismo non è affatto il criterio esclusivo adottato per la ricostruzione generale del sistema del governo, ma soltanto l'apparecchio per il quale, utilizzandosi la competenza di formazioni speciali, corrispondenti alle diverse categorie professionali, si attua una politica economica e una politica sociale, in termini ignoti al pensiero individualistico che tali scopi aveva abbandonato all’ autonomia degli individui. Il « corporativismo fascista » si oppone e si contrappone, di conseguenza, a tutte le dottrine corporative, esaminate precedentemente, a cagione del valore totalitario e integrale e quintessenzialmente politico che esso professa dello stato. L'ordinamento corporativo fascista non è altro se non l'aspetto dell'ordinamento gerarchico delle volontà pubbliche, specializzate per la disciplina degli interessi economici e derivanti il loro titolo di autorità dal ministero del pubblico bene che assolvono nella propria sfera. In conclusione, è fuori luogo la pretesa di voler definire lo « stato nuovo » creato dal Fascismo, cioè lo «stato fascista », come stato corporativo omettendo la qualificazione fascista. La pretesa muove da equivoci di terminologia. Con essa si concluderebbe, in sostanza, ad instaurare un « federalismo economico », per il quale dovrebbero consolidarsi, con nuova veste, quelle situazioni di privilegio e di monopolio contro le quali la civiltà europea ha sostenuto la sua lunga lotta nell'uscire dal Medioevo verso la creazione dello « stato nazionale ». Vale al riguardo il monito di MUSSOLINI (Scritti e discorsi, V, p. 240): « Lo stato è uno, è una monade inscindibile; lo stato è una cittadella nella quale non vi possono essere antitesi né d' individui né di gruppi ». Né tanto meno di gruppi professionali, poiché di tutte le forme pensabili di federalismo, quella economica e di mestiere è il tipo che più deprime il tenore di un regime. In effetto lo stato fascista è « stato religioso » . ed è « stato militare »; al medesimo grado almeno che esso è « stato economico » e « stato professionale » cioè « corporativo ». Estrema improprietà è quella di voler designare nel suo complesso il tipo di uno stato movendo dalla constatazione di un particolare aspetto del suo essere. E pericoloso equivoco è quello che si tenta con l'insinuare che la formula di « stato corporativo » vorrebbe riferirsi alla essenza stessa, cioè al principio costituzionale, dello « stato nuovo », in un valore che trascenderebbe così il motivo economico come il dato professionale. E invero, se anche può ammettersi che il termine « corporativismo » indichi in senso lato non solo i corpi di mestiere, ma qualunque enucleazione di vita collettiva nell' interno di una collettività politica, si deve tuttavia avvertire che il significato prevalente delle parole è pur sempre quello economico e professionale. Bisogna aggiungere, poi, che in ogni modo il principio corporativo, letteralmente inteso come principio giuridico della «corporazione», è centrifugo, perché riflette l'interesse dei consociati, laddove il principio fascista è centripeto, ed ha per obiettivo l'interesse del popolo nella sua indivisibile unità. In altre parole il corporativismo è sempre il principio del pluralismo, del decentramento, della coordinazione federale, mentre il Fascismo reclama la concentrazione gerarchica delle iniziative pubbliche e private secondo la formula della « democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria » dichiarata da MUSSOLINI.

C. Costamagna

II. L' ECONOMIA CORPORATIVA

L'economia corporativa come scienza, come realtà economica, come azione di governo. – L'economia si suole distinguere in « pura » e « applicata ». La distinzione non è troppo felice. L'economia pura è uno schema logico astratto; parte da certe ipotesi semplici, più o meno lontane dai fatti, e col metodo delle approssimazioni successive tenta di avvicinarsi a questi senza arrivare a dare una rappresentazione integrale della realtà. Per questo suo contenuto semplificato l'economia pura è stata assomigliata alla fisica e le leggi economiche alle leggi fisiche, attraverso una costruzione deduttiva sempre lontana dal fenomeno concreto per l'arbitraria eliminazione di taluni importanti caratteri di questo; eliminazione necessaria alla semplificazione delle ipotesi sulle quali costruire. Né i fatti sono stati sempre richiamati almeno per verificare l'esattezza delle deduzioni logiche. Col sussidio della matematica si è fatta dell'economia pura una specie di meccanica razionale, raggiungendo una perfezione formale pari alla sua sterilità. L'economia matematica rappresenta una palestra intellettuale scientificamente magnifica, che ha finito però per condurre in un vicolo cieco. Meglio che parlare di economia pura ed applicata, si dovrebbe parlare di « teoria economica » e di « realtà economica » la quale, in fondo, è parte della storia economica. La politica economica non può essere confusa con le precedenti discipline, ma è a sé stante. Essa è lo studio dei mezzi atti a far sì che la realtà economica si indirizzi in armonia a quei fini che lo stato persegue. I fini costituiscono una premessa, l'azione economica per il raggiungimento di quelle finalità costituisce la politica economica. Orbene, premesse queste distinzioni, vi ha chi, non sono molti, ha ammesso nell'economia corporativa un contenuto scientifico di economia pura; chi invece l'ha considerata solo come una realtà economica (quale l'economia liberale e comunista); chi come una semplice politica economica, arte di governo quindi e non scienza; chi infine l'ha ristretta 'alla descrizione dell'ordinamento economico giuridico del regime. Secondo noi il termine « economia corporativa » è termine generico; l'economia corporativa è scienza e pratica economica. La realtà economica corporativa in cui noi viviamo deve offrire nuovi elementi alla costruzione scientifica dell'economia, soprattutto attraverso una sempre più larga osservazione dei fatti. L'economia corporativa è quindi scienza pura ed applicata ad arte di governo; è teoria, cioè, e realtà economica ed anche politica economica. Ne hanno una concezione quindi limitata coloro che ne parlano come di una realtà che non scalfisce la teoria economica tradizionale. Ancor più gli altri che la giudicano fuori dell'ambito scientifico come semplice politica economica. Errano infine coloro che la fanno consistere nell'ordinamento sindacale corporativo e quindi nella descrizione degli organismi creati dal regime per attuare nel campo dei rapporti economici i canoni corporativi. In questa revisione del pensiero economico vi ha chi ritiene superflua o inesistente la distinzione fra economia politica e politica economica. Noi non siamo di questo parere. La prima resta lo studio scientifico dell'economia, intesa come abbiamo precisato; studio compiuto attraverso la realtà della vita economica. La seconda è l'insieme delle direttive di carattere contingente, che lo stato prende nel campo economico per assicurare il raggiungimento di quei fini conformi ai caratteri etici economici e sociali della nazione fascista. Una cosa sono quindi la teoria e la realtà economiche corporative, un'altra, per quanto intimamente unita, la politica corporativa, come studio e come disciplina. Se l’economia non può prescindere dalla politica non è detto che formi tutta una cosa con la politica economica. Ecco un esempio. Per ragioni sociali o nazionali lo stato fascista ritiene opportuno di difendere una data attività o produzione. Il provvedimento dì difesa rientra nella « politica economica corporativa »; lo studio di quell'attività con o senza protezione costituisce la « realtà economica »: questa dal suo canto fornisce elementi di osservazione alla costruzione « teorica dell'economia corporativa», cioè alla teoria economica.

Contenuto essenziale dell'economia corporativa. –
L'economia corporativa, secondo la precisa definizione datane dal DUCE, è l'economia disciplinata e quindi controllata, giacché non si può pensare ad una disciplina che non abbia un controllo. E un'economia che si fonda sopra l'iniziativa privata (Carta del lavoro: dichiarazione VII) non lasciata
libera di estrinsecarsi come vorrebbe, sotto lo stimolo dell'esclusivo tornaconto individuale, ma indirizzata, frenata, guidata conformemente all'interesse nazionale. Il fine della economia corporativa è quindi quello di raggiungere la, massima utilità nazionale, la quale non va intesa semplicemente come somma di interessi dei singoli individui ma come interesse della nazione. Da qui la coincidenza dei due interessi, individuale e statale, e l' identificazione che nell'economia corporativa taluni hanno visto di individuo e stato. L' intervento dello stato, nelle sue varie forme di incoraggiamento, di controllo o di gestione diretta, nella economia corporativa finisce con l'essere non più l'eccezione ma piuttosto la regola. Di qui una differenza sostanziale con l'economia liberale. Non solo, ma quest'ultima considerando che l'assenza dello stato dal campo economico fosse la migliore garanzia della prosperità generale, aveva anche postulato che la massima utilità economica collettiva non potesse scaturire che dalla somma dei singoli interessi individuali e quindi derivare dal libero gioco delle forze economiche in contrasto. Il che il corporativismo non ammette anzitutto perché considera che la realtà economica è subordinata a quella politica; secondariamente perché non ignora l'esperienza educatrice degli equilibri formantisi dal cozzo degli egoismi dei singoli. Il libero gioco delle forze economiche non è vero che significhi e che abbia sempre significato eliminazione dei meno capaci attraverso la libera concorrenza, autoregolazione del sistema economico, livellamento dei prezzi al costo, corrispondenza fra sforzo compiuto e reddito percepito.
Come non è vero che quel meccanismo assicuri il massimo vantaggio economico e sociale della collettività nazionale, attraverso la corrispondenza dell' interesse individuale con quello generale. Perché non è vero che l'interesse egoistico illuminato operi sempre nell'interesse pubblico come non è vero che esso sia generalmente illuminato. L' insegnamento del periodo supercapitalista è inobliabile e la diagnosi che ne ha compiuta il DUCE, con la « crisi del sistema », è definitiva. L'economia corporativa conosce però quale stimolo sia alla produzione il tornaconto individuale. Lascia quindi che questo si esplichi nei limiti segnati dall'interesse nazionale, per utilizzare ai fini nazionali quella potente molla. Come pure sa quale importanza abbia la proprietà privata, aspirazione massima di intere categorie di lavoratori, che considera però come un dovere sociale e non semplicemente come un diritto. In queste concezioni l'economia corporativa è in pieno contrasto con l'economia socialista e collettivista. Ma lo è ancora con l'economia liberale quando afferma che soggetto dell'economia è il lavoro, che l'economia corporativa esalta e non considera come merce. Tanto che il salario non è il prezzo dì equilibrio tra la domanda e l'offerta di lavoro, ma il, compenso adeguato alle esigenze normali di vita del lavoratore, alle possibilità della produzione, al rendimento del lavoro medesimo. Il salario corporativo (v.), come il prezzo corporativo, cercano di realizzare quella « giustizia sociale», che rappresenta una finalità del Fascismo, e che tanto irridevano gli economisti classici, per i quali il « giusto » era termine vano, non essendovi altra giustizia, in economia, che quella risultante dall'equilibrio emergente dal cozzo fra gli opposti interessi. L'economia corporativa è quindi una economia politica e nazionale. Non è l'economia apolitica e universale dei classici. Il corporativismo, ha detto il DUCE, supera il liberalismo e il socialismo, crea una nuova sintesi e sorge mentre decadono contemporaneamente quei due sistemi politici. Esso è destinato ad imprimere una diversa fisionomia a tutte le fasi dell'attività economica; alla produzione, allo scambio, al consumo dei beni, come alla distribuzione della ricchezza e al risparmio. Non è permesso produrre qualsiasi cosa in qualsiasi modo, ha ammonito il Duce. Da ciò la necessaria limitazione all' infinito riprodursi di industrie superflue e talvolta anche inutili. Da ciò la disciplina delle colture, specialmente salutare quando si tratta di produzioni che superano le possibilità d'assorbimento dei mercati di consumo, o che sono deficienti per qualità. Tutto ciò per evitare che la libertà apra la via ad una serie di industrie in crisi, che cercano poi nel grembo dello stato aiuti e protezioni. Naturalmente la disciplina produttiva implica una obiettiva e profonda conoscenza dell'attività economica e un controllo di essa, perché non venga meno la funzione selezionatrice che gli apologisti della libertà economica e della libera concorrenza esaltano come loro scoperta. In tutto il complesso fenomeno dello scambio dei beni e
della circolazione di essi fino al consumatore, l'economia corporativa è destinata a continui interventi. La divisione fra diversi paesi delle attività economiche, quale la storia economica dell'ultimo secolo ci ha lasciato in eredità e che la scienza economica ha teorizzato come la più utile socialmente, non è detto che rappresenti effettivamente il rapporto di scambio più conveniente per un determinato paese. Né è vero che le teorie restino invulnerabili quando dalla premessa apolitica e universale della scienza economica si passi, a quella politica e nazionale. Perciò gli scambi bilanciati o compensati trovano la loro giustificazione in una serie di condizioni che l'economia non può ignorare né come arte di governo, né come scienza dell'ordine sociale della ricchezza, così come la definì il Romagnosi. Così anche un settore nel quale l'intervento corporativo dovrà operare in pieno è quello della distribuzione dei beni al consumatore. E’ superfluo ripetere le ragioni addotte dalla economia liberale per giustificare la disparità dei prezzi dalla produzione al consumo. Ma non è vero che per la legge del tornaconto l'aumento delle imprese concorrenti elida sempre i profitti eccessivi di intermediazione. Come pure, quando la produzione di prodotti genuini soffre l' illecita concorrenza di surrogati e di prodotti adulterati, non è vero che la fuga dei consumatori dai prodotti non genuini riesca ad anemizzare queste attività in concorrenza anche più o meno lecita, ed a ristabilire l'equilibrio. Solo l'intervento corporativo potrà riportare, come sta riportando, in questo campo, moralità e giustizia. Nell'ambito della distribuzione del reddito, punto cruciale del fenomeno economico, l'azione corporativa ha pienamente raggiunto lo scopo. Le dichiarazioni della Carta del lavoro segnano una fase nuova nella storia economica e sociale dei rapporti fra le persone che cooperano al fatto produttivo. Canoni equi di affitto; salario corporativo; complessa tutela del lavoratore sono conquiste acquisite e definitive del regime fascista. Anche il risparmio è stato disciplinato perché non venga convogliato semplicemente dove la convenienza privata o la speculazione, anche la più insana, lo chiamano, ma perché, essendo sacro, sia impiegato nel modo giudicato più utile dallo stato, che tutti gli interessi rappresenta e riassume. Si apre così la via a quella finanza corporativa che sembrava un'utopia e che invece inizia la sua applicazione anche nel vasto campo tributario. E’in relazione alla concezione corporativa dell'economia che l'autonomia economica acquista tutta la sua basilare importanza per l'autonomia politica. Nell'economia liberale, apolitica e universale, l'autonomia economica non ha senso ed è considerata un errore. Non così in un'economia politica e nazionale, in cui la vera indipendenza politica è condizionata dall'indipendenza economica. Gli insegnamenti dell'assedio economico e le direttive tracciate dal DUCE nel suo discorso in Campidoglio del marzo XIV; sono definitivi. Cadono finalmente molte di quelle presunte utilità del liberismo economico che costituiscono la bandiera dell'economia classica e liberale, che ancora rende le menti educate a quella scuola incapaci o restie ad intendere la nuova realtà economica fascista e corporativa.

III. LA POLITICA ECONOMICA DEL REGIME

Dalla concezione corporativa dell'economia, così come l'abbiamo definita, sgorgano le direttive della politica economica del regime, cioè dell'azione dello stato fascista nel campo economico. Esaminiamole, per sommi capi. La politica economica fascista è una politica che aderisce strettamente e continuamente alla realtà, perché ispirata e voluta dal DUCE che è un genio con un insuperabile senso realistico ed umano. Le premesse da cui è partita furono le seguenti. Una popolazione densa e prolifica abitante un territorio non favorito in genere con dovizia dalla natura, sia nei riguardi agricoli sia nei riguardi delle risorse minerarie. Le colonie di diretto dominio limitate e scarse di possibilità naturali economiche e colonizzatrici. L'economia nazionale soggetta perciò per moltissimi rifornimenti, specialmente dei cosiddetti prodotti chiave, alla potenza economica straniera. Il Fascismo ha ereditato questa situazione di fatto. Il DUCE ha considerato lo sviluppo demografico come base della potenza politica. « Il numero è forza ». Ha considerato la ruralità come sorgente purissima delle migliori virtù della razza e l'urbanesimo come fenomeno che mina e distrugge quelle virtù. Ha reagito alla concezione di giudicare l'emigrazione anonima degli strati più umili della popolazione una valvola di sicurezza sociale e un'esportazione economica preziosa di merce lavoro, perché conosceva i tormenti e le conseguenze sociali del temporaneo beneficio economico. Ha infine ripudiata la concezione liberistica che fosse indifferente produrre una merce piuttosto che un'altra, perché sa quanto pesino differentemente sulla potenza economica e quindi sulla potenza politica del paese. Ha posto perciò le mete dello sviluppo economico del paese; mete che sono la più estesa autonomia in genere e la completa autonomia alimentare nel campo specifico dell'agricoltura. Ha così spazzata quella mentalità di supina rassegnazione alla nostra immodificabile inferiorità industriale per deficienza, anche esagerata, di materie prime, dal DUCE finalmente e definitivamente messa nei suoi veri termini. Da quelle condizioni di fatto e da queste premesse è sorta nel campo produttivo la politica intesa a potenziare al massimo la produzione del suolo, per assorbire anzitutto la mano d'opera esuberante e per rendersi il più largamente indipendenti dall'estero. Battaglia del grano, bonifica integrale, ricerche minerarie per sviluppare e dare alimento all'industria nazionale in stadio ascendente, sono le tappe di una azione progressiva che ha percorso decenni in pochissimi anni ed altro glorioso cammino deve ancora percorrere vittoriosamente. La battaglia del grano è stata virtualmente vinta in meno di un decennio, anche se un'annata particolarmente avversa può imporre un' importazione complementare di frumento. Con la battaglia del grano tutta l'agricoltura ha ricevuto un impulso formidabile ed ha goduto di provvidenze che le hanno permesso di superare felicemente gli anni tristissimi della crisi. (V. GRANO, BATTAGLIA DEL). Se nella complessa politica economica del regime la battaglia del grano può costituire un episodio, questo è d'altra parte talmente grandioso e suggestivo ed ha tanta importanza economica e spirituale da costituire l'esempio di quale nuovo spirito sia animato, nel clima del Fascismo, il popolo italiano. Bisogna ricordare che prima della battaglia la produzione media annua era di 50 milioni di quintali di frumento (quadriennio 1921-24), con un rendimento per ettaro di q. 10,9. Eravamo cioè poco al disopra della produzione media prebellica (q. 10,4); ma l'importazione annua da 13 milioni di quintali, che era anteguerra, era salita alla cifra di 26 milioni di quintali nel quadriennio 1921-24. La media produzione del secondo quinquennio della battaglia è stata di q. 14,65 per ettaro ed ha raggiunto i 16 quintali nel 1933, con un raccolto complessivo di 81 milioni di quintali e punte di 82 quintali per ettaro. La battaglia del grano è stata un grande atto rivoluzionario compiuto dal DUCE, col suo infallibile intuito, tanto nel campo tecnico come in quello economico. Tecnico perché reagì all'opinione diffusissima che fosse vano il tentare di produrre nel suolo italiano il grano occorrente. Economico perché reagì al mito liberistico che predicava essere preferibile destinare il suolo italiano alla produzione di frutta e ortaggi da scambiare con frumento, anziché perdersi dietro l'illusione dell'indipendenza granaria. Canone fondamentale della battaglia del grano fu quello di aumentare il rendimento per ettaro ma non la superficie investita. Alla battaglia del grano si ricollega, come dicevamo, tutta l'opera di potenziamento dell'agricoltura nazionale nelle sue diverse branche, nonché quella di difesa e di tutela dei produttori agricoli attraverso le loro organizzazioni economiche, sorrette nei momenti difficili e potenziate dal regime. Basti , ricordare gli ammassi granari per la difesa del prezzo, prima volontari e poi totalitari; gli ammassi per la lana, la canapa e i bozzoli; l'Ente risi; le provvidenze per la disciplina della viticoltura e gli enopoli; ecc. La bonifica integrale ha redento centinaia di migliaia di ettari ed ha dato lavoro e stabile dimora in campagna a centinaia di migliaia di lavoratori. L'opera ha avuto una sosta durante la costruzione dell' Impero e riprende ora opportunamente concentrata nelle terre di più largo rendimento e che meglio si prestano alla risoluzione dei problemi sociali inerenti alla colonizzazione. Basta a questo proposito ricordare che l'attività bonificatrice si è portata sopra oltre cinque milioni di ettari ed in essa lo stato fascista ha speso, con la legge Mussolini del 1928, a tutt'oggi, oltre 5 miliardi di lire. Basta citare una sola grande realizzazione di essa: l'Agro pontino. Rientrano, nel quadro della bonifica, l' irrigazione e il problema forestale al quale ha dato tanto della sua grande anima e della sua grande mente, Arnaldo Mussolini come del resto a tutti i problemi rurali in genere. E’pure nel piano del DUCE un problema fondamentale di carattere rurale, quello della casa, di portata sociale immensa e che il regime sta affrontando. Una mole di lavori pubblici senza precedenti ha trasformato già il volto d' Italia portando salute, acqua e lavoro a centri urbani e rurali. Una rete stradale che tutti ammirano ha trasformato la viabilità italiana. La disoccupazione è stata fronteggiata con questo complesso di lavori pubblici, anziché col sussidio che crea gli oziosi. La mole di lavori pubblici compiuta dal regime ammonta a decine di miliardi. Nel campo della viabilità ordinaria l'Azienda autonoma statale della strada, creata nel 1928, ha ereditato 463 chilometri, su 20.622, ben pavimentati. Alla fine dell'anno X ne aveva sistemati 8562. Nel primo decennio fascista sono stati costruiti 1143 chilometri di strade provinciali e 3844 di comunali. Si aggiungano poi le autostrade. Il riordinamento e l'elettrificazione delle ferrovie; il compimento, l'allargamento e la difesa di opere marittime; la sistemazione e la regolazione delle acque pubbliche; gli acquedotti; l'edilizia urbana e rurale, sono opere imponenti del regime che assommano a miliardi. Bastino questi pochi dati: nel primo decennio fascista la potenza degli impianti idroelettrici è stata portata da 1,5 milioni di Kw. ad oltre 4 milioni, e la produzione di energia da 4 a 10 miliardi di Kw/ora. Il giudizio sopra una mole così poderosa di opere deve essere un giudizio politico e sociale, non semplicemente economico, alla stregua di ristretti calcoli di tornaconto. Questa enorme massa di realizzazioni economiche è l’eredità che la generazione del DUCE lascia alle generazioni fasciste che verranno, come testimonianza dell'opera propulsiva compiuta in tutti i campi dell'umana attività. Ricordiamo, a questo proposito, solo i più importanti provvedimenti presi dal governo fascista nel campo della attività industriale. Le provvidenze per l' industria zolfifera; quelle per l'industria marmifera, che ha pure larghi riflessi sociali. Le provvidenze per le industrie chimiche e farmaceutiche; quelle per la siderurgia e la metallurgia; le leggi relative ai consorzi obbligatori e all'autorizzazione per i nuovi impianti industriali. La creazione dell’ Istituto per la ricostruzione industriale (I. R. I.), che si ricollega a tutta l'opera di risanamento e di aiuto svolta dal regime nel campo bancario e creditizio; nonché quella dell' Istituto mobiliare italiano ( I. M. I.). Il governo fascista con la sua politica industriale ha dato una volta di più la dimostrazione del suo tempestivo intervento e della equa soluzione corporativa, in quanto ha risanato e potenziato gli organismi in armonia con quella disciplina e con quella comprensione e collaborazione fra gli elementi della produzione che sanciscono i fondamentali principi della Carta del lavoro. Non meno propulsiva è stata l'azione del regime nel campo delle industrie manifatturiere, specialmente per contribuire ad incrementare il tessile nazionale e l'utilizzazione di esso (basti per tutte citare il lanital); come pure nel campo delle ricerche minerarie. Vasta è stata infine l'opera di riorganizzazione compiuta dallo stato fascista nel campo della navigazione per promuovere o agevolare concentrazioni o fusioni di società, e per quanto attiene ai cantieri navali. Ma dopo sforzi giganteschi, di potenziamento di ogni attività, dopo sforzi veramente epici per un paese con risorse limitate di capitali e di risparmio, che sono stati possibili solo con una visione lontanissima, sostenuta da una volontà e da una fede eccezionali, là pressione demografica ha resa necessaria la impostazione del problema coloniale italiano. La cui soluzione è stata tanto più pronta e travolgente quanto più ottusa è stata la comprensione ed accanita la lotta del mondo contro le vitali necessità italiane. Una nuova fase si apre quindi all'economia italiana: la fase imperiale. Coordinare l'economia delle colonie con quella della madrepatria. Cioè produrre alcune materie prime d' importazione, fondamentali per le industrie o per i consumi nazionali: cotone, semi oleosi, caffé, lana, pelli, prodotti legnosi, minerali; impiegare mano d'opera per l'utilizzazione delle risorse dell'impero e per la sua colonizzazione; sviluppare l'agricoltura della colonia in modo da coprire i bisogni della madrepatria e quelli del luogo senza creare concorrenze con la prima. La politica economica del regime si illumina poi di più viva luce ideale nel campo delle provvidenze sociali. Tendere verso una più alta giustizia sociale, andare verso il popolo che lavora sono i grandi motivi etici dell'azione fascista. Infinite sono ormai le provvidenze prese per le opere assicurative e di assistenza ai lavoratori. Nessun regime democratico, liberale o comunista, può vantare altrettanto, quanto il fascista. Contratto collettivo di lavoro; salario corporativo; giornata di otto ore; quaranta ore lavorative; il sabato fascista; l'Opera nazionale dopolavoro; assicurazione obbligatoria estesa a tutti i lavoratori contro l' invalidità e la vecchiaia; assicurazione contro la tubercolosi; assegni famigliari; casse mutue malattie, ecc., sono le tappe dell'ascesa sociale.

G. Tassinari

( estratto da Dizionario di Politica, a cura del P.N.F. , Vol I, Roma 1940, pp. 628 – 638 )

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:22 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

ORDINAMENTO SINDACALE CORPORATIVO.

SOMMARIO: - 1. I presupposti. - 2. Il sistema positivo. - 3. Il partito unico e l'ordinamento sindacale corporativo.

I. I PRESUPPOSTI

1. PRESUPPOSTI POLITICI. — Non è dato comprendere un sistema giuridico positivo se prima non si fissano con esattezza i presupposti politici e, diciamo pure, spirituali di esso. Solo a tale condizione è possibile rendersi conto di ciò che sia la forza e la potestà delle leggi. Postulato essenziale della concezione del mondo propria alla dottrina fascista è quello che lo stato debba intendersi non già come l'apparecchio del governo o il corpo del potere politico, quale lo considerò il costituzionalismo dottrinario del sec. XIX, ma come la « nazione », cioè « la comunità nazionale » e quindi come il complesso, unificato nel tempo e nello spazio, degli elementi spirituali e materiali che costituiscono un popolo (V. GOVERNO; STATO). La Carta del lavoro, atto precipuo della Rivoluzione fascista, emanata il 21 aprile 1927, annuale della fondazione di Roma, è uno dei fondamenti della nuova costituzione dello stato italiano. Il paragrafo I della Carta afferma e definisce lo stato totalitario allorché dichiara: «La nazione italiana è... un'unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello stato fascista ». Sebbene l'aspetto morale e l'aspetto politico, in qualunque problema, siano inestricabilmente connessi con l'aspetto economico, agli effetti della presente esposizione dobbiamo concentrarci di preferenza su quest'ultimo. Infatti, l'ordinamento sindacale corporativo è il complesso delle istituzioni per le quali in modo specifico si attua lo stato come « unità economica e sociale ». Ciò avviene alla stregua del principio definito dal paragrafo II della medesima Carta del lavoro: « Il lavoro sotto tutte le sue forme, organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche e manuali, è un dovere sociale... Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale, i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale». Il che è quanto dire che il principio dell'unità economica nazionale si attua nella duplice direttiva della « giustizia sociale della nazione » e dell' « autarchia economica nazionale ». La dottrina fascista, affermando così l'unità economica, nega il postulato della economia unitaria mondiale, equivalente al postulato dell'umanità nell'ordine morale, ed impugna così i dogmi delle dottrine individualiste del secolo scorso che avevano preteso di dare all'attività del singolo diretta alla produzione esclusivamente il fine dell'interesse individuale, avevano concepito la proprietà come l'emanazione di un diritto assoluto dell'uomo e avevano prosciolto la condotta di questo nella sfera economica da ogni disciplina morale e politica per dare la via libera al capitalismo nel mondo. Si sa che intorno al presupposto della libertà economica si era affermata tutta una serie di « immortali principi » concernenti la libera concorrenza, il libero lavoro, le libere industrie, il libero commercio (V. PROPRIETÀ). A tutta prima i governi del secolo scorso per difendere tutte queste «libertà» avevano creduto indispensabile reprimere le « coalizioni », vale a dire le intese fra i lavoratori per le quali costoro cercavano di sottrarsi agli effetti della libera concorrenza sul mercato di lavoro e di difendere la mercede. Senonché le unioni, leghe o sindacati che dir si vogliano, dei lavoratori nei vari paesi finirono per ottenere, col loro peso di massa, l'abolizione delle norme restrittive e penali contro lo sciopero e per imporre al potere politico una assoluta neutralità nei cosiddetti conflitti di lavoro (V. ASSOCIAZIONE). Nella seconda fase dell' ordine individualista che possiamo chiamare la fase socialdemocratica, i governi si illusero addirittura di risolvere l'antagonismo delle classi col sistema della «libertà sindacale». Per questo sistema si volle riconoscere alle formazioni volontarie dei datori di lavoro e dei lavoratori piena facoltà di operare per la tutela dei contrapposti interessi mediante la cosiddetta « azione sindacale ». La quale consisteva in definitiva nell' impiego dei mezzi di forza sociale a disposizione dei gruppi e precisamente dello sciopero e della serrata, dell'interdetto, della proscrizione e del boicottaggio, esplicandosi in una vera e propria autodifesa di fatto dei gruppi stessi all' infuori dell'ordinamento giuridico. Nel medesimo tempo si svolgevano e si accentuavano anche i fenomeni di quello che si può chiamare il « sindacalismo finanziario », espresso nelle figure dei consorzi, dei cartelli, ecc., vale a dire delle intese fra gli imprenditori di una determinata categoria dirette allo scopo di regolare i prezzi sul mercato dei prodotti. Anche di fronte a tali regolari manifestazioni la linea di condotta della socialdemocrazia fu di regola quella della assoluta indifferenza. Così tanto nel mondo finanziario, come nel mondo del lavoro si venivano costituendo minoranze dominatrici che operavano contro gli interessi generali dei consumatori, dei produttori non organizzati e dello stato medesimo, e si impadronivano del monopolio della professione. La lotta di classe, e la degenerazione affaristica del capitalismo industriale, si combinarono nei risultati di una vera e propria « anarchia sindacale ». L'estrema debolezza dei governi parlamentari tolse la possibilità di ogni difesa degli interessi generali della comunità e portò la civiltà moderna sull'orlo del precipizio. Occorreva fortificare la struttura, ma soprattutto restaurare il valore morale dello stato e reintegrare la coscienza civile per reprimere le «potenze particolari» che spezzavano l'unità economica della nazione e per ricondurre dentro lo stato il popolo lavoratore che il socialismo marxista aveva lanciato contro lo stato e contro la patria. Donde il nuovo principio direttivo generale proclamato dal Fascismo: quello della «subordinazione» dell'individuo ai fini trascendenti dello stato. Per tale principio la personalità dell'uomo non viene annullata, come accadrebbe in un sistema di gestione amministrativa dell'economia; bensì si considera « la iniziativa privata nel campo della produzione, come lo strumento più efficace e più utile nell' interesse della nazione », secondo quanto esprime il paragrafo VII della Carta del lavoro. Il che significa affidare l'«ordine nazionale » al presidio di un altissimo sentimento del dovere civile e della dignità umana. Lo stato diventa una « comunità spirituale » e per l'appunto una comunità morale e politica nel medesimo tempo che un'unità economica. Analogamente il paragrafo XI del "Fuero del trabajo" spagnolo proclamato nel marzo del 1938 a Salamanca, dichiara: « La produzione nazionale costituisce un'unità economica a servizio della patria ».

2. I PRESUPPOSTI GIURIDICI. - Dal punto di vista giuridico, l'ordinamento sindacale corporativo adottato dalla Rivoluzione fascista è il complesso delle norme che regolano l'organizzazione nella comunità nazionale delle categorie considerate nella diversa occupazione professionale dei singoli, e che determinano le fonti del diritto necessario alla disciplina dei rapporti di lavoro e di ogni altra situazione inerente all'esercizio di un' impresa economica. Duplice pertanto è il contenuto del complesso normativo che dobbiamo esaminare, per ciò che concerne la forma o struttura dell'ordinamento e per ciò che riguarda la funzione di esso.
a) La forma. — Per l'appunto l'organizzazione delle classi e delle categorie che si effettua nell'ordinamento sindacale corporativo ha come risultato non già quello di sanzionare le tesi della libertà sindacale, secondo quanto a torto hanno preteso fino a ieri alcuni interpreti; ma di trasformare le cosiddette « libere » associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori in centri di potere politico dello stato; vale a dire in istituzioni pubbliche, le quali formano parte integrante della struttura dello stato. Tali istituzioni sono giustificate non già dall'obiettivo di perseguire la soddisfazione di interessi intrinseci, ma di realizzare degli scopi di ordine, di giustizia e di potenza che trascendono i fini particolari dei loro componenti, perché interessano la compagine della comunità nazionale in tutto il suo insieme. E' in questo senso che si deve riferire il carattere di « istituzione pubblica » alle associazioni sindacali legalmente riconosciute e al complesso di esse, coordinato in una vasta scala gerarchica, che termina nel Consiglio nazionale delle corporazioni e nel Comitato corporativo centrale, posti sotto la presidenza del Capo del governo, DUCE del Fascismo. Nulla vi è più di comune tra la figura dell'associazione sindacale legalmente riconosciuta e quelle forme vaghe e fluttuanti che assumevano le unioni operaie e in genere le associazioni professionali. Anche le « combinazioni economiche » degli imprenditori hanno ricevuto un assetto pubblicistico. Datori di lavoro e lavoratori vengono ormai astretti a un regime di ordinata convivenza e di armonica attività in nome di un « interesse generale », indicato nell' « interesse superiore della produzione » e concepito quale interesse della comunità nazionale medesima. Accanto al Partito nazionale fascista, che emerge dall'insieme dei Fasci di combattimento essi pure gerarchicamente subordinati alla funzione direttiva del Capo del governo, DUCE del Fascismo, l'ordinamento sindacale corporativo deve essere considerato una grande istituzione complessa, formata dalle associazioni sindacali legalmente riconosciute di diverso grado. L'uno e l'altro meritano Il nome di « istituzioni popolari » perché se l'ordinamento sindacale corporativo ha lo scopo di immettere le masse nello stato ai fini di attuare l'unità economica, il Partito ha lo scopo di immettere le masse nello stato al fine di attuare l'unità morale. Il rapporto giuridico tra l' individuo e lo stato ha oggi assunto il carattere di un vero e proprio rapporto istituzionale, vale a dire di un nesso di incorporazione e di compenetrazione, ciò che impronta in modo del tutto diverso il tenore del diritto pubblico e del diritto privato nel quadro dello « stato totalitario».
b) La funzione. — Quanto ai compiti che la legge costituzionale assegna alle associazioni professionali legalmente riconosciute, si deve precisare che essi riguardano l'assistenza, la previdenza, l'educazione nazionale e l' istruzione professionale, nonché il regolamento giuridico di tutti i cosiddetti « rapporti collettivi » che interessano la produzione. Per converso, in aderenza al presupposto della iniziativa economica privata, è fatto divieto alle associazioni sindacali di esercitare il commercio e di convertirsi in organi di gestione della impresa economica. La disciplina dei rapporti interessanti la produzione, il legislatore del secolo scorso, mercé la redazione dei codici di diritto civile e commerciale, l'aveva abbandonata in modo esclusivo al contratto individuale. Si professava, infatti, che questo istituto fosse lo strumento indispensabile della concorrenza individuale, per cui si manifestava la libertà economica e si sarebbe dovuto in definitiva conseguire un preteso equilibrio universale. Da siffatto sconfinato arbitrio del contratto individuale conseguiva, però, che la parte economica più forte riuscisse sempre ad imporre le sue condizioni alla parte più debole. La libertà di contratto diventò il mezzo dello sfruttamento. Nella dottrina giuridica si rilevò per l'appunto il fenomeno dell'abuso del diritto individuale come inevitabile riflesso del sistema contrattualista. Ma nella seconda fase del preteso « ordine individualistico », che abbiamo indicato col nome di socialdemocrazia, si arrivò per contro ad un « contrattualismo collettivo » le conseguenze del quale non furono meno dannose. Tutta l'esistenza dei monopoli particolari, sia nel campo del lavoro sia nel campo finanziario, apparve infatti stabilita sul contratto di diritto privato, al quale si vollero attribuire effetti estesi a un numero indeterminato di persone, sebbene queste, nella maggior parte dei casi, nell'aderire alle formazioni di gruppo, altro non facessero se non obbedire passivamente alla pressione della potenza economica o sociale che i dirigenti dei gruppi possedevano e sapevano accortamente maneggiare. All'abuso del diritto individuale si sostituì allora un vero e proprio « abuso del diritto collettivo » a beneficio di quelle ristrette oligarchie che in nome della libertà di contratto riuscivano ad imporsi alle maggioranze indifese. Nella trasformazione compiuta dalla Rivoluzione fascista in linea giuridica occorse perciò passare al di sopra della pregiudiziale della libertà di contratto, intesa in termini assoluti, così rispetto agli individui come rispetto ai gruppi. Tramutate le associazioni sindacali in pubbliche istituzioni ne fu subordinata l'esistenza al loro riconoscimento da parte del potere pubblico e si disciplinarono legalmente gli effetti dei comandi che esse furono auto-rizzate ad emanare, attribuendo a questi la potestà di imporre ai singoli interessati l'osservanza nei loro rapporti individuali, e quindi nei corrispondenti contratti privati, di quelle clausole o condizioni che vengono riconosciute più conformi alla giustizia sociale della nazione e alla convenienza economica nazionale. Diciamo dunque che la funzione più importante delle istituzioni professionali nel nostro ordinamento sindacale corporativo è quella di regolare i cosiddetti « rapporti collettivi » al di sopra del diritto privato, con norme di ordine pubblico, mediante manifestazioni di volontà astratte e imperative, alle quali non si può disconoscere il carattere di « norma giuridica », qualunque sia la figura che esse assumono e il modo nel quale vengono formate. A tali norme l'ordinamento sindacale corporativo riferisce il compito di assicurare l'equilibrio economico nell'interno della comunità nazionale e di difendere e svolgere l'autarchia economica e quindi la potenza della nazione.

3. IL TIPO FASCISTA E QUELLI NAZIONALSOCIALISTA E FALANGISTA. - Il sistema adottato dal Fascismo rispetto all'ordinamento sindacale corporativo si basa sulla distinzione rigorosa delle posizioni di categoria. Esso pronuncia il divieto del «sindacato misto » e vuole che in ogni associazione legalmente riconosciuta si contengano soltanto datori di lavoro o soltanto lavoratori. Fonda, altresì, sull'istituto del « contratto collettivo » il regolamento dei rapporti di lavoro subordinato nell'interno delle aziende, al quale corrisponde l'istituto dell' «accordo economico» per i rapporti intercorrenti tra le diverse categorie di imprese. In altre parole il sistema fascista parte dal riconoscimento dell'autonomia delle categorie sociali, delle quali dichiara la parità giuridica di fronte al potere pubblico e chiama le associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori a partecipare, di conseguenza, sul piano del nuovo diritto pubblico ad ugual titolo alla disciplina unitaria della economia nazionale. Tale funzione è adempiuta dai sindacati delle due categorie attraverso gli « organi corporativi » (corporazioni), trattandosi di problemi che interessano un intero ramo della produzione o il complesso generale della produzione. Siffatto disegno è naturalmente avversato dalle scuole liberali e socialdemocratiche in aderenza ai loro presupposti libertari. Ma non è stato accolto nemmeno dalle rivoluzioni popolari e nazionali similari alla nostra. In particolare, il regime nazionalsocialista germanico col suo ordinamento del lavoro nazionale (Arbeitordnung) del 1933 ha voluto stabilirsi sull' istituto dell' azienda, anziché su quello del sindacato. Il valore e il compito che il legislatore fascista ha assegnati al contratto collettivo sono colà attribuiti al regolamento di fabbrica. E ciò viene giustificato alla stregua del principio del Fuhrertum, applicato nei riguardi di colui che dirige l'impresa, assistito da un « consiglio di fabbrica ». Appena nel « Fronte nazionale del lavoro » (Arbeitsfront) si ha un inquadramento professionale di categoria a scopo di assistenza e di educazione politica. All'incirca lo stesso criterio era stato adottato dal sistema sovietico, il quale al sindacato dei lavoratori aveva affidato il compito soltanto di fare la propaganda dell' idea comunista. Naturalmente, in questo secondo sistema non esistono altro che sindacati di lavoratori in coerenza alla pregiudiziale proletaria. Anche nella Spagna nazionale il "Fuero del trabajo", pur rivendicando l'idea dell'unità economica nazionale, respinge nell'ordinamento del lavoro ogni distinzione di classe e assume a istituzione fondamentale il cosiddetto « sindacato verticale », il quale in ultima analisi sarebbe un « sindacato misto ». Il paragrafo XIII di quell'atto definisce: « Il sindacato verticale è una corporazione di diritto pubblico che si costituisce integrando in un organismo unitario tutti gli elementi che consociano la loro attività al processo economico nell'ambito di un determinato servizio o di un determinato settore di produzione, ordinata gerarchicamente sotto la direzione dello stato ». Per contro il paragrafo VIII precisa: « Le imprese, come unità produttrici, provvederanno a ordinare i loro elementi costitutivi in una gerarchia che subordini ogni mezzo strumentale all'uomo e questo al bene comune ».

II. IL SISTEMA POSITIVO

1. LA DISCIPLINA DEI RAPPORTI COLLETTIVI DI LAVORO. - La storia legislativa dell'ordinamento sindacale corporativo italiano è abbastanza lunga e complicata. Per chiarezza di esposizione distingueremo, nel complesso normativo che ci interessa, due gruppi di leggi, l'uno concernente la disciplina del « sindacato », l'altro riflettente invece il disegno delle cosiddette « corporazioni ». In un certo senso il primo gruppo appare circoscritto alla sistemazione delle materie che attengono ai rapporti di lavoro, mentre il secondo si estende alle materie che riguardano i rapporti propriamente economici. Si è talvolta accennato, a questo riguardo, ad una « fase corporativa » in contrapposto a una « fase sindacale ». Più esatto è riconoscere che per la prima non si tratta di una rettifica o tanto meno di una negazione della seconda, ma di un completamento e di una integrazione. Nell'uno e nell'altro caso l'organismo giuridico che sostiene il sistema è sempre l'associazione sindacale legalmente riconosciuta. Le cosiddette corporazioni non hanno alcuna consistenza organica per cui possano essere valutate quali entità sociali o giuridiche, ma sono meri particolari del sistema. L'atto iniziale fu la legge 3 aprile 1926, n. 563 intitolata alla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro. Ad essa fece seguito una serie numerosa di provvedimenti, emanati in gran parte sulla base di una delegazione legislativa contenuta nell'ultimo articolo di detta legge. Particolare importanza ebbe il decreto legislativo 1° luglio 1926, n. 1130. Con altro decreto alla medesima data, n. 1131, si istituì il «Ministero delle corporazioni », alle dipendenze del quale furono poste le associazioni sindacali legalmente riconosciute. Siffatto complesso di norme ha valore fondamentale; ma ancora profonda appare su esso l'influenza dei preconcetti dedotti dalla dottrina della libertà sindacale, specie per quanto attiene alla figura giuridica del contratto collettivo di lavoro e della Magistratura del lavoro. In sostanza, con gli articoli dall'1 al 9 di detta legge, si proclamò quello che fu detto il « monopolio sindacale », nel senso che una unica associazione potesse venire riconosciuta per ciascuna categoria di datori di lavoro o di lavoratori o di esercenti una professione od un'arte, ma che tale associazione riconosciuta dovesse avere la « rappresentanza » di tutti gli appartenenti alla categoria interessata, ancorché non fossero né promotori né soci di essa. Il principio rivoluzionario fascista era concretato in tali termini essenziali per cui nel sindacato veniva ad affermarsi la figura dell' istituzione. Si trattava di spegnere le ultime tracce dell'anarchia sindacale e di trasformare le associazioni professionali negli strumenti di un'azione politica per la quale venisse assicurata la pace industriale del paese. Esattamente il DUCE del Fascismo salutò in tale legge la fine dello « stato demoliberale agnostico e imbelle». Fermato il divieto di « associazioni miste » tra elementi delle due categorie, come avanti si è detto, si avvisò che un organo comune di collegamento potesse essere costituito al di sopra delle singole associazioni di categoria; il che costituì un primo accenno alla cosiddetta « corporazione ». Anzi il regio decreto n. 1130 del medesimo anno, accentuò questa figura e parlò addirittura di « organi corporativi », tracciandone debolmente le competenze ed in ogni modo escludendo che queste potessero esercitarsi su rapporti puramente economici. Si previde, peraltro, che le associazioni, per ciascuna classe e categoria, potessero aderire ad associazioni di grado superiore, le quali, mantenendo la distinzione tra lavoratori e datori di lavoro, sarebbero risultate sempre omogenee dal punto di vista sociale, mentre dal punto di vista economico, vale a dire in rapporto all'oggetto di produzione, esse potevano essere omogenee per ciascuna categoria (federazioni) o eterogenee rispetto alle categorie, per ciascuno dei grandi rami di produzione considerati nell'agricoltura, nell' industria, nel commercio, nel credito, ecc. (confederazioni). Dal punto di vista giuridico la legge n. 563 del 1926 ebbe dunque il merito di definire la figura dell'associazione sindacale in quella di una «pubblica istituzione ». Richiamata la ragione di essere dell'associazione professionale ai fini dello stato, la legge, con valore costituzionale, disciplinava l'assetto e la competenza di tali formazioni. Quanto alla struttura si lasciò un certo ambito alle norme degli statuti particolari delle singole associazioni. Invece ebbero carattere legislativo categorico le norme che riguardavano le potestà proprie agli organi dell'ordinamento. Queste sono classificabili in: a) potestà normative; b) potestà tributarie; c) potestà amministrative e disciplinari; d) potestà di rappresentanza. Il coordinamento generale in linea amministrativa fu riferito al Ministero delle corporazioni, il quale venne a riassumere anche le attribuzioni, almeno in parte, dell'antico Ministero dell'economia nazionale. Siffatta soluzione oggi appare alquanto impropria di fronte a un concetto più esatto del carattere istituzionale e costituzionale proprio all'ordinamento sindacale corporativo. Particolare esame merita l'argomento delle « potestà normative » attribuite alle associazioni sindacali. Gli articoli dal 10 al 18 della legge fondamentale concedettero efficacia giuridica al cosiddetto « contratto collettivo » di lavoro, nel senso che le condizioni da questo dettate dovessero trasferirsi di diritto nei contratti individuali, vale a dire dovessero obbligare tutti gli appartenenti alle categorie interessate quali vere e proprie norme cogenti. Oltre a ciò istituivano la Magistratura del lavoro per ciascuna delle Corti di appello del regno, col compito di addivenire, in sede giurisdizionale, e in via contenziosa, alla formazione di condizioni di lavoro quando l'accordo in proposito non fosse stato raggiunto tra le associazioni competenti. Anzi, alla Magistratura del lavoro venne attribuita anche la decisione delle controversie sull'applicazione delle condizioni di lavoro esistenti, il quale concetto veniva poi concretato dal regio decreto 1130 del 1926, nel senso che la Magistratura del lavoro potesse conoscere pur delle controversie per la civile responsabilità di quelle associazioni che non avessero adempiuto alle obbligazioni assunte nel contratto collettivo di lavoro. In ultimo, gli articoli dal 19 al 22 della legge n. 563 del 1926, reprimevano lo sciopero e la serrata, cioè i mezzi della cosiddetta autodifesa di classe. Le relative disposizioni vennero a loro tempo motivate nel senso che esse costituivano la logica conseguenza dell'avvenuta istituzione del giudice del lavoro. Più esatto oggi è affermare che esse erano la logica applicazione del concetto unitario dello stato. Le norme in proposito sono state trasferite nel codice penale del 1930 sotto il titolo dei « reati contro l'economia nazionale ».

2. IL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE CORPORAZIONI. - Colla legge 3 aprile 1926 il problema di realizzare l'unità economica della nazione era stato risolto soltanto nel mondo dei «rapporti interni» alle aziende inerenti al cosiddetto «lavoro subordinato ». La emanazione della Carta del lavoro, avvenuta il 21 aprile del 1927, segnò direttive più sicure e più ampie. Esse furono in parte accolte dalla legge 20 marzo 1930, n. 206, sul Consiglio nazionale delle corporazioni. Si delineò un Consiglio nazionale delle corporazioni diviso in sezioni, sottosezioni, comitati speciali permanenti, assemblea generale e Comitato corporativo centrale. La presidenza di tale organo fu attribuita al Capo del governo, ciò che veniva ad implicare il riconoscimento di una qualificazione costituzionale per il complesso del sistema. Il Consiglio era formato da elementi designati dalle associazioni sindacali legalmente riconosciute e per queste dalle diverse confederazioni, che erano le associazioni complesse di grado più elevato, nonché da rappresentanti dell'Ente nazionale per la cooperazione. Facevano parte del consiglio anche i ministri a ciò designati e, “iure officii”, il Segretario e il Vicesegretario del Partito, i presidenti di alcune opere nazionali, e i direttori generali del Ministero delle corporazioni e del Ministero dell'agricoltura e delle foreste. Maggiore importanza che non il disegno di questo Consiglio, ebbero le disposizioni della legge n. 206 del 1930, le quali concernevano la disciplina dei « rapporti economici » tra le aziende. Precisamente gli articoli 11 e 12 della legge previdero la facoltà delle associazioni sindacali di categoria di fissare le tariffe per le prestazioni e di emanare regolamenti professionali per i loro rappresentati, previa autorizzazione del Consiglio. A questo si attribuì la potestà di « elaborare norme » per il coordinamento dell'attività assistenziale delle varie associazioni, per il coordinamento delle diverse discipline dei rapporti di lavoro e per il regolamento di rapporti economici collettivi fra le diverse categorie delle imprese; al che venivano abilitate anche le singole associazioni mercé accordi bilaterali, sotto riserva di ratifica da parte del Consiglio. A tutte siffatte norme veniva riferita l'efficacia medesima dei contratti collettivi di lavoro. Successive disposizioni di legge vennero a precisare la riforma. E in specie la legge 5 febbraio 1934, n. 163, intitolata alla costituzione e funzione delle corporazioni, integrata dal regio decreto legislativo 18 aprile 1935, n. 441 e dal decreto legge 24 settembre 1936, n. 1850, provvide a definire l'organo corporativo stabilendo che le corporazioni possano sorgere, o per singoli obiettivi economici o per cicli di produzione, e che a ciascuna di esse possano affiancarsi « comitati corporativi » di coordinamento, in rapporto a determinati prodotti. Si è disposto altresì che alle corporazioni sia devoluta la potestà di « elaborare norme » per il regolamento collettivo dei rapporti economici e per la disciplina unitaria della produzione, nonché quella di approvare gli accordi inter-sindacali già previsti dalla legge n. 206 del 1930 e quella di stabilire tariffe per le prestazioni dei servizi economici e i prezzi dei beni di consumo. Siffatte potestà delle corporazioni vennero subordinate all'approvazione dell'assemblea del Consiglio in un primo tempo, ma immediatamente dopo furono devolute, in luogo dell'assemblea, al « Comitato corporativo centrale ». Alle corporazioni così create venne riconosciuta la facoltà di conciliare le vertenze collettive di lavoro e di dare parere alle pubbliche amministrazioni. Si dispose poi che la vicepresidenza delle corporazioni toccasse a un rappresentante del Partito nazionale fascista che nominava altri due membri in ciascuna corporazione. Nella struttura veniva in tal modo rinforzato l'elemento politico a fianco dell'elemento professionale, secondo un concetto che il paragrafo XIII del “Fuero del trabajo” esprime così: « Le gerarchie del sindacato saranno scelte fra i militanti della falange spagnola tradizionalista e delle J. O. N. S. ». L'edificio dell'ordinamento sindacale corporativo raggiungeva in tal modo il suo vertice, rivelandosi uno strumento idoneo ai fini per i quali era stato predisposto. Tra l'altro, l'ordinamento sindacale corporativo ha consentito all' Italia di affrontare e superare le prove inflitte all'economia italiana con le sanzioni da parte della Società delle nazioni.

3. L'ORDINAMENTO CORPORATIVO E L'ORDINAMENTO DELLO STATO. - Mediante i diversi provvedimenti legislativi sin qui esaminati l'ordinamento sindacale corporativo è stato definito nella sua struttura e nelle sue funzioni. Queste devono giuridicamente esaurire i loro effetti nell'interno dell'ordinamento stesso e pertanto hanno come destinatari esclusivamente i soggetti che esercitano un'attività professionale, sia nella posizione di datori di lavoro sia in quella di lavoratori o di esercenti una libera professione od un'arte. I comandi giuridici pertanto che si formano nell'interno dell'ordinamento sindacale corporativo, devono essere subordinati ai comandi generali che hanno la virtù di operare nell'intera sfera dello stato. Si impone un concetto gerarchico elementarmente nei rapporti tra la funzione normativa disimpegnata dalle istituzioni nell'ordinamento sindacale corporativo, e la funzione degli organi della legislazione generale, ovverosia colle « leggi» nel senso proprio della parola. E per vero l'ordinamento sindacale corporativo, lungi dal riassumere in sé tutta quanta l' essenza dello stato, non è che un mezzo per l'azione del potere pubblico ed un modo di essere partico-lare dell'ordinamento dello stato. Anzi, se lo si apprezza in rapporto allo stesso suo obbiettivo funzionale, che è quello di realizzare l'unità economica della nazione, appare che l'azione dell' ordinamento deve essere completata da quella degli altri organi della pubblica autorità nelle sfere delle rispettive competenze. Al riguardo MUSSOLINI ha ammonito che le condizioni per il successo dell'esperimento corporativo sono « la esistenza di uno Stato totalitario, la presenza di un Partito unico, e un periodo di alta tensione ideale ». In linea politica, la saldatura dell'ordinamento sindacale corporativo cogli altri ordinamenti istituzionali che esistono nello stato, e in specie coll'ordinamento generale dello stato medesimo, viene effettuata mediante l' immissione di elementi dell' ordinamento sindacale corporativo nei quadri di altre istituzioni e viceversa, come già si è avvertito, di elementi del Partito negli organi dell' ordinamento stesso. “In apicibus” il coordinamento avviene, come pure già si è detto, attraverso la subordinazione delle formazioni sindacali al Capo del governo, DUCE del Fascismo, nella sua qualità di presidente del Comitato corporativo centrale. In linea giuridica, il problema dell'unità funzionale dello stato totalitario è risolto sulla base del principio della prevalenza della « legge » su ogni norma corporativa. Il problema poi della unità strutturale è risolto con leggi diverse, le quali organizzano le istituzioni dell'ordinamento sindacale corporativo o ammettono « rappresentanze professionali » nella formazione di istituzioni di vario genere e in particolare di istituzioni di carattere amministrativo, come il comune, la provincia, ecc. La più alta applicazione di siffatto concetto è la partecipazione assegnata ai presidenti di alcune confederazioni (datori di lavoro e lavoratori dell'agricoltura e dell'industria) al Gran Consiglio del Fascismo e quella attribuita agli elementi costitutivi del Consiglio nazionale delle corporazioni nella nuova Camera dei fasci e delle corporazioni, istituita dalla legge 19 gennaio 1939, n. 129. In virtù di tale riforma il Consiglio nazionale delle corporazioni, composto dai « consiglieri effettivi » delle corporazioni e dai membri del « comitato corporativo centrale », è incorporato nella Camera dei fasci e delle corporazioni insieme al Consiglio nazionale del Partito nazionale fascista. La legge 5 gennaio 1939 n. 20, ha infatti di nuovo modificato l'organizzazione del Consiglio nazionale delle corporazioni, alla stregua di una distinzione tra «membri effettivi» e « membri aggregati» delle corporazioni. Esorbita dai propositi del presente scritto apprezzare i criteri della riforma relativa alla Camera dei fasci e delle corporazioni sotto il punto di vista rigorosamente costituzionale. È indispensabile però fissare bene il concetto che l'immissione degli elementi corporativi, (« i membri effettivi » delle corporazioni), nel nuovo organo della legislazione generale non viene affatto compiuta al titolo di trasformare la legislazione generale in una normazione corporativa o viceversa. Le due funzioni continuano ad essere distinte. Soltanto nella eventualità che le deliberazioni corporative implichino aggravi tributari per i componenti delle categorie professionali è data facoltà al Capo del governo di deferire siffatti provvedimenti all'esame delle commissioni legislative della Camera dei fasci e delle corporazioni (V. CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI). Per il resto nulla è mutato circa le competenze dell'ordinamento sindacale corporativo. E' forza avvertire soltanto che gli elementi delle corporazioni sono assunti al nuovo compito legislativo nel loro carattere di «gerarchie» di una delle grandi istituzioni popolari sulle quali, come abbiamo visto, poggia tutto il disegno dell'ordinamento generale dello stato; alla medesima stregua, quindi, di ciò che avviene per gli elementi che compongono il Consiglio nazionale del Partito e non in rappresentanza delle categorie professionali cui essi appartengono.

C. Costamagna

CONTINUA…

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:23 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

III. IL PARTITO UNICO E L'ORDINAMENTO SINDACALE CORPORATIVO

1. Lo stato corporativo fascista ha, come elemento essenziale del suo ordinamento costituzionale, il partito unico: il Partito nazionale fascista. Lo stato parlamentare è fondato sul sistema della concorrenza. In questo sistema il concetto del partito politico non può non implicare l'idea di un'antitesi di una parte con un'altra parte o con più parti e l'esistenza di un tutto e di parti formalmente equipollenti a pari diritti. Negli stati totalitari non rinveniamo più i partiti concorrenti e si ha, invece, un partito unico. Ciò ha indotto a ritenere che non si tratta di partito, poiché non si ha più la concorrenza: una tale conclusione non sembra fondata poiché si deve rilevare soltanto che il concetto di partito ha subìto una profonda trasformazione. Il concetto di partito, a parer nostro, non implica necessariamente l'idea dell'antitesi o, anche soltanto, della concorrenza tra varie parti politiche, né implica una lotta per la conquista dello stato. Queste condizioni di vita dei partiti, vigenti nel regime parlamentare, cessano nello stato corporativo, ma non per questo non può sussistere in esso il concetto di partito politico. Si può dire soltanto che, nello stato corporativo, l'unico partito politico ammesso e riconosciuto giuridicamente, si inquadra nel nuovo sistema statale che esclude l'antitesi o la concorrenza tra varie parti politiche e in cui il partito non è più fuori dello stato o in contrasto con esso. Il partito, nello stato corporativo, assume una posizione ed esercita una funzione che sono diverse dalle posizioni e dalle funzioni che assumono ed esercitano i partiti negli altri tipi di stati. E si può aggiungere che tale diversità influisce sulla caratterizzazione giuridica del partito.

2. Lo stato corporativo è lo stato della solidarietà nazionale; è lo stato che realizza la fusione delle forze sociali attraverso un sistema organico di istituzioni e di istituti che concorrono a creare un'unità morale e politica: è lo stato che fra i rapporti posti in essere dello svolgimento della sua vita giuridica dà notevole rilievo costituzionale a quelli costituiti dai gruppi omogenei formati dalle categorie professionali riconosciute come entità giuridiche. Lo stato moderno pone a base dei rapporti costituzionali l' individuo. Lo stesso concetto di stato di diritto si presenta dapprima soltanto attraverso l'impostazione dei diritti degli individui. Mentre prima i cittadini erano considerati oggetti e non soggetti di diritti, nello stato moderno, invece, gli individui divengono anche soggetti di diritti. L'astrazione del popolo considerato, nello stato moderno, come elemento costitutivo dello stato stesso, venne assunta, nel campo giuridico, attraverso i suoi singoli componenti. Inoltre anche l'organizzazione dello stato fu un'organizzazione atomistica non considerando se non gli individui isolatamente presi inquadrati nell'unità astratta del popolo. La concezione atomistica dello stato portò lo stato moderno ad una costruzione semplicistica, la cui crisi, da varie parti avvertita, fu denunciata, nel campo giuridico, attraverso la segnalazione precisa delle lacune e deficienze presentate dall'organizzazione statale in conseguenza delle sue stesse origini. Tale segnalazione indicava appunto, nella diagnosi della crisi dello stato moderno, la convergenza di due fenomeni: « il progressivo organizzarsi, sulla base di particolari interessi, della società, che va sempre più perdendo il suo carattere atomistico, e la deficienza dei mezzi giuridici e istituzionali che la società medesima possiede per fare rispecchiare e valere la sua struttura in seno a quella dello stato » (Romano). Lo stato ha il compito giuridico di organizzare la società nazionale. Questa non si presenta soltanto sotto l'aspetto atomistico, ma deve essere considerata organicamente. Nella realtà, su cui opera lo stato, esistono gli individui ed esistono le associazioni di individui, collegati, in modo permanente e spontaneo, da identità di interessi materiali, morali e spirituali. Riconoscere soltanto agli individui la possibilità di costituire rapporti giuridici fra loro e con lo stato non è che riconoscere parzialmente la realtà sociale nelle sue esigenze. Occorre riconoscere anche questa possibilità alle associazioni perché esse svolgono un'azione degna di essere considerata giuridicamente. Riconoscendo gli individui e gli aggruppamenti omogenei degli individui, i cittadini non assumono nei confronti dello stato una posizione esclusivamente atomistica, non si presentano cioè soltanto isolatamente e sotto forma di astrazione, ma concretamente, così some si muovono nella realtà sociale. L'uomo isolato non esiste. L'uomo vive nella società in cui persegue un qualsiasi scopo. Vi sono, nella vita sociale, scopi individuali e scopi collettivi, e vi sono varie specie di associazioni. La vita degli uomini considerati come individui o considerati come facenti parte di associazioni (varie come vari sono gli scopi) non può essere valutata a sé, senza legami con la vita dell'organismo sociale cui, anzi, è intimamente connessa. Ma la vita degli individui che perseguono scopi di associazioni (famiglia, sindacato, società varie) implica una serie di rapporti e di relazioni che non possono cadere sotto la disciplina del diritto, che riguarda e regola lo svolgimento vario della vita sociale nei suoi vari aspetti. Quali sono questi rapporti? Sono i rapporti tra individui e individui, tra individui e gruppi rispettivi, tra gruppi e gruppi, tra individui e stato, tra gruppi e stato. Nello stato moderno concepito atomisticamente, invece, non si considerano che i rapporti tra individui e individui e tra individui e stato.

3. L'espressione di « stato corporativo » sta a designare una particolare forma che, nell'epoca contemporanea, ha assunto il cosiddetto « stato moderno » o stato di diritto. Alcuni elementi dello stato moderno sono nello stato corporativo, accompagnati da altri elementi che stabiliscono la caratteristica della nuova forma statuale, senza che la presenza di questi ultimi significhi la scomparsa dei primi. Questi, tuttavia, nella nuova forma statuale, nel nuovo quadro giuridico, risultano trasformati. Ma ciò non significa che si sia ritornati a forme statuali superate dalla evoluzione giuridica: non si è ritornati al cosiddetto stato patrimoniale o al cosiddetto stato di polizia. Lo stato corporativo si fonda non sugli individui isolatamente presi e non è formato della somma degli individui isolatamente presi ma è, invece, fondato sulla base della considerazione organica della società degli individui ed è formato dalla corporazione dei diversi aggregati sociali che si considerano fusi in un tutto unico, e costituisce una unità sociale (giuridicamente rappresentata dallo stato) che ha una vita continuativa come continuativa è la vita dello stato; vita che va oltre quella degli individui, che ha fini che trascendono quelli degli individui, che ha compiti di conservazione, di espansione e di perfezionamento superiori a quelli degli individui. Tuttavia è da dire che la considerazione dell'organicità della base dello stato, che caratterizza immediatamente, come primo elemento di identificazione, lo stato corporativo, non esclude anche la considerazione giuridica degli individui che compongono un dato aggregato sociale in un determinato momento storico, che vivono cioè, in un determinato stato. Come è stato acutamente rilevato dal Crosa, lo stato moderno non può non considerare gli individui che vivono nella sua sfera, non può non riconoscere loro diritti individuali, non può non fissare la posizione giuridica degli individui, non accordare loro una sfera giuridica. Si può aggiungere che, nel momento stesso in cui lo stato riconosce una sfera giuridica agli individui, fissandone la posizione nei suoi confronti e nei confronti degli altri aggregati sociali formati dagli individui, ne limita l' attività e ne stabilisce i doveri giuridici, inserendoli nella via della sua direzione sovrana. Insomma, nel momento in cui lo stato regola l'attività dei singoli, la condiziona all'attività sua propria. Tale principio di considerazione giuridica degli individui era essenziale del concetto dello stato giuridico atomisticamente costruito ma, mentre in esso si prescindeva, nel momento dell'applicazione, dall'attività dello stato, nello stato corporativo non si prescinde da una siffatta necessità, che è, certo, conseguenza necessaria ed inevitabile della logica giuridica dello stato corporativo, suggestivamente espressa dalla nota formula mussoliniana « tutto nello stato, niente fuori o contro lo stato ». Ma, oltre gli individui, nella realtà sociale, che lo stato giuridicamente deve considerare e regolare, vi sono entità intermedie che stanno, appunto, tra lo stato e gli individui. Tali entità sono prese in considerazione nello stato corporativo che riguarda il riconoscimento giuridico di tutte le entità reali che vivono nella società e che sono capaci di assumere una posizione giuridica, la fissazione dei rapporti fra codeste entità reali fra di loro e di fronte allo stato e la loro tutela giuridica. Le entità reali che cadono sotto la considerazione giuridica dello stato sono le entità semplici (gli individui) e le entità complesse (aggruppamenti di individui), e codeste entità sono ridotte ad unità dallo stato. L'unità creata dall'azione solidaristica dello stato è fondata appunto sulle entità da cui risulta e, quindi, può dirsi che il concetto di stato corporativo è totalitario e presuppone l' assunzione del concetto dell' elemento popolo come entità storica complessa risultante da entità più semplici ma sempre complesse (limitati aggruppamenti di uomini) e da entità individuali. Si considerano, cioè, nello stato corporativo, tre elementi: il popolo, le entità intermedie (composte da limitati aggruppamenti di individui che le costituiscono a seconda di alcune particolari tendenze, prodotte da dati interessi materiali e spirituali) e gli individui. Nello stato corporativo l' individuo rimane, nella considerazione giuridica, come uno degli elementi che concorrono alla formazione dell'unità solidaristica statuale. Lo stato riconosce ad esso alcuni diritti, il cui esercizio è considerato, anzi, dallo stato stesso come attivo nel suo proprio interesse. Tali diritti si inquadrano nell'ordinamento generale dello stato, attraverso un complesso sistema di integrazioni dal quale risulta la composizione dei vari interessi degli individui e dei gruppi, nei quali gli individui svolgono un'attiva funzione sociale corporativa. Le caratteristiche dello stato corporativo si riscontrano, quindi, nella sua composizione e nella sua funzionalità che è diretta alla riduzione ad unità delle varie entità sociali, che sono giuridicamente considerate.

4. L'opera di fusione, di riduzione ad unità delle varie entità sociali, che lo stato deve compiere, non può svolgersi se permangono nella vita politica e sociale le condizioni del sistema liberale che è fondamento dello stato individualistico; le condizioni del sistema liberale che importa concorrenza dei vari partiti espressioni degli interessi degli individui, esigenza della libertà dell'individuo posta come valore supremo del sistema. E' questo valore supremo che condiziona tutto il sistema giuridico che riceve dal principio individualistico l'impressione della sua essenziale e fondamentale caratteristica. È all'esigenza di questo valore supremo che sono subordinate tutte le altre esigenze. Nei partiti politici gli individui, nel sistema individualistico, trovano, appunto, i mezzi attraverso i quali possono far valere la loro volontà, gli strumenti mediante i quali possono realizzare il principi q della loro libertà che, trasferitosi dal campo della politica in quello del diritto, dalla valutazione politica alla valutazione costituzionale, diventa principio di disintegrazione giuridica e, per questa via, anzi, si afferma e trionfa. La libertà degli individui, nello stato corporativo, rappresenta sempre un interesse, giuridicamente protetto, ma, appunto perché tale, limitato. Il limite è costituito dall'interesse dello stato, cui tutti gli altri interessi vanno subordinati. Come per spiegare il concetto di partito, quale si riscontra nello stato parlamentare, bisogna rifarsi al fondamento individualistico del sistema, così per spiegare il concetto di partito, quale si riscontra nello stato corporativo, bisogna rifarsi al principio che ispira il nuovo sistema e ne domina tutto il funzionamento; bisogna, cioè, rifarsi al principio corporativo. Il principio corporativo non si riferisce soltanto, come potrebbe apparire a prima vista, alle organizzazioni sorte nell'ordinamento sindacale e corporativo; non e, cioè, soltanto un principio che abbia soltanto relazione con le associazioni sindacali, con le corporazioni e le altre istituzioni rappresentative del corporativismo e con la magistratura del lavoro. Il rivolgimento giuridico, operatosi in conseguenza della Rivoluzione fascista, non ha interessato soltanto alcune istituzioni. La trasformazione dello stato non è un'aspirazione di politica costituzionale ma una realtà costituzionale: e ci appaiono trasformate anche quelle istituzioni che non hanno subito innovazioni formali dirette, poiché esse acquistano, nel diverso quadro del trasformato sistema costituzionale, una diversa posizione, assumono diverse funzioni, modificano financo i loro scopi. Istituzioni e istituti, quali si rinvengono nel nostro ordinamento giuridico, sono condizionati da un sistema giuridico organico, che ha la sua base in alcuni particolari principi che si riannodano al generale principio corporativo. Il sistema di diritto pubblico nel quale sono state ordinate le istituzioni e inquadrati gli istituti che hanno regolato per un secolo i popoli, nel regime costituzionale moderno, riposava su alcuni principi, (in linea politica proclamati immortali), che tutti si riannodavano al principio individualistico. E' sulla base del principio individualistico che si formano le dichiarazioni, le costituzioni e tutte le leggi; è sulla base del principio individualistico che si svolge tutta la vita giuridica delle società statuali. L'individuo raggiunge le posizioni formali consacrate nelle Carte dei diritti, che rivendicano, in nome del principio individualistico, da emblema ideologico, trasformatosi in direttiva giuridica, un nuovo assetto sociale, un nuovo assetto costituzionale. Così il sistema del diritto pubblico, nel quale si sono costituite le istituzioni e inquadrati gli istituti dell' ordinamento russo—sovietico, riposa sul principio comunista. Il sistema del diritto pubblico, nel quale sono ordinate le istituzioni e inquadrati gli istituti che si riferiscono al regime giuridico italiano, riposa sul principio corporativo. Questo importa l'affermazione categorica dei diritti della nazione, giuridicamente rappresentata dallo stato. Come nel sistema individualistico il concetto di partito si ha nel suo quadro, deve riferirsi ad una funzione che riguardi gli interessi degli individui, come il concetto di partito si riferisce alla funzione classista nel sistema comunista russo (e, appunto, la dottrina leninista considera il partito bolscevico come l'espressione di una classe, come l'organizzazione che di questa deve soddisfare gli interessi), così, nel sistema corporativo, le condizioni di funzionamento, la posizione e la funzione del partito sono fissate in base al principio corporativo. Il principio corporativo riguarda lo stato come l'ente che rappresenta la nazione, superiore a tutte le unità che lo costituiscono. Lo stato, per il principio corporativo, agisce giuridicamente per equilibrare le varie forze sociali, riconosciute dal suo ordinamento, ma codesta azione di equilibrio non è fine a se stessa, e non è diretta alla esclusiva soddisfazione degli elementi equilibrati, ma è indirizzata alla soddisfazione degli interessi STATUALI. E' questo, anzi, il titolo giuridico in forza del quale lo stato interviene nel regolamento delle forze sociali: la protezione giuridica del suo interesse. Inoltre lo stato organizza il suo ordinamento in vista della soddisfazione dei suoi interessi, e riconosce esistenza giuridica e subbiettività giuridica ad alcune unità sociali quando le riconosce attive anche nel suo interesse. In un sistema fondato su basi siffatte non possono concepirsi i partiti né come strumenti di individualismo, né come strumenti di classismo. E, di certo, non può concepirsi la concorrenza dei partiti che, in tanto sono vari e concorrenti, in quanto esprimono diverse esigenze di individui o di gruppi di individui, e che possono costituire la base per l'affermazione di esigenze di gruppi e di individui, che possono raggiungere scopi di disintegrazione politica ritenuti dannosi nei confronti dell'azione corporativa, di fusione, che lo stato corporativo, ispirato dal principio corporativo, deve svolgere. Il Partito nazionale fascista aiuta questa azione dello stato nel campo corporativo nei suoi rapporti con le forze dell'ordinamento corporativo.

5. Favoriti del sistema inividualistico dello stato, i vari partiti, sbocchi della libertà individuale, strumenti degli individui e artefici del trionfo degli interessi particolari di talune categorie organizzate, avevano posto in essere un tipo di stato denominato tecnicamente stato dei partiti (Parteienstaat). I partiti, perseguendo la loro azione, erano infatti divenuti i pilastri fondamentali dello svolgimento della vita costituzionale dello stato, riuscendo, quindi, a conquistarlo e a dirigerlo. La realtà costituzionale del Parteienstaat è stata costituita, appunto, nell'ultimo stadio dell'evoluzione giuridica dello stato prefascista o precorporativo. E, poiché diciamo realtà costituzionale, vogliamo chiarire che intendiamo proprio riferirci non ad un punto di vista valutativo di una dinamica politica, ma ad un punto di vista derivante da una valutazione giuridica. Lo stato dei partiti, che già anche nel primo stadio dello stato parlamentare si profila nettamente, si precisa in modo completo nell'ultimo recente stadio, diventa una inequivocabile realtà costituzionale, naturale conseguenza del principio individualistico, presupposto indefettibile del sistema parlamentare. Nell'ordinamento costituzionale fascista i partiti vari e concorrenti sono eliminati. Un solo partito è considerato e questo partito ha un rilievo costituzionale notevolissimo in quanto tutto lo svolgimento di vita dello stato è condizionato ad esso. Ed è per questo che si può affermare che il partito unico è il presupposto indefettibile dello stato fascista. Il P. N. F. che non è un organo dello stato, nel senso tecnico che si suole attribuire a questa espressione, è una istituzione «nello» stato che agisce in funzione del principio corporativo, che dirige la formazione e il funzionamento del regime, di cui il Partito è un elemento. Verso lo stato il Partito esercita una funzione di necessaria collaborazione attraverso una serie di rapporti che costituiscono, appunto, un sistema di collegamenti talmente intimi fra il Partito e lo stato corporativo che ben a ragione si può ritenere lo stato fascista corporativo come « stato di partito ». Così, in sostituzione della formula « stato di partiti », che è servita a caratterizzare giuridicamente lo stato parlamentare, nell'ultimo stadio della sua evoluzione costituzionale, si può adottare, per definire lo stato fascista, che riconosce un unico partito, la formula « stato di partito »; formula, codesta, che può caratterizzare anche la realtà costituzionale di vari stati. Bisogna però avvertire, onde evitare dubbi ed equivoci pericolosi, che non si intende, con l'adottare questa formula, affermare che lo stato corporativo sia sottomesso al partito, come si poteva affermare, adottando la formula « stato di partiti » che si dovesse intendere lo stato sottomesso ai partiti che lo avevano conquistato. Una siffatta interpretazione della nostra formulazione sarebbe quanto mai inesatta se applicata alla situazione giuridica creata dall'ordinamento costituzionale fascista, mentre, invece, sarebbe rispondente alla realtà costituzionale del regime sovietico. Mentre, infatti, in Russia vi è lo stato di partito, ma questo è in posizione di superiorità nei confronti di tutti gli organi dello stato, in Italia il partito è subordinato nei confronti dello stato. Ciò non importa, nel nostro sistema costituzionale, una situazione di inferiorità gerarchica, almeno nel senso che deriverebbe dalla valutazione tecnica della nozione di gerarchia, ma implica una situazione per la quale il Partito deve seguire le direttive dello stato, che il Partito ha posto in essere, attraverso la rivoluzione sotto la sua spinta compiuta, e che sostiene. Né questa situazione significa parallelismo fra Partito e Stato così come si verifica in Germania: vi è distinzione fra il Partito e lo Stato che, tuttavia, sono legati da vincoli strettissimi, che nel campo giuridico portano il Partito ad aiutare lo Stato del quale può essere considerato come un ente ausiliario, come una forza politica che, avendo avuto un riconoscimento giuridico, da parte dello stato è forza giuridica posta a disposizione dello stato.

6. La naturale tendenza delle associazioni sindacali, quale si è manifestata nell'ultimo secolo della storia del movimento sindacale, è quella, generalmente notata, di assorbire funzioni dello stato ed è noto che tale tendenza seguiva l'ispirazione delle direttive di « svuotare lo stato », attraverso una progressiva azione di spoliazione delle prerogative statuali e di arricchimento dei poteri e delle funzioni delle istituzioni sindacali. E' seguendo queste direttive che si afferma la necessità dello stato dei sindacati, intendendo esprimere l'esigenza che la volontà dello stato sia formata dai sindacati. Lo stato dei sindacati, o stato sindacale, produce una situazione di autogoverno dei sindacati che si sostituiscono allo stato, la cui sovranità vien trasferita integralmente nelle associazioni sindacali, in cui il popolo vien diviso. Non occorre dilungarsi per dimostrare che lo stato sindacale o dei sindacati non è lo Stato corporativo, che supera le posizioni dello stato dei sindacati, così pericolose nei con-fronti della sovranità dello stato che, nel sistema costituzionale corporativo, non soltanto è stata restaurata, ma, anche, integrata e rafforzata. Vale soltanto rilevare che lo stato dei sindacati riproduce, in riferimento alle varie organizzazioni, la medesima situazione atomistica dello stato individualistico e siffatta considerazione va seguita dalla riflessione che più dannosa, nei confronti dell'unità sociale, sarebbe questo atomismo di gruppi in quanto la suggestione dei particolari interessi maggiore sollecitazione può avere dalla organizzazione delle varie forze. Ma lo stato corporativo è contro la valutazione atomistica degli individui e dei gruppi, in quanto individui e gruppi considera in sé e per sé, ma, anche e soprattutto, nella loro vita di relazioni reciproche e di relazione con esso stato. Le forze sociali organizzate nei sindacati tendono ad una differenziazione di interessi, sulla quale, anzi, si fondano e si formano, mentre agiscono per la soddisfazione dei vari interessi segnati nella loro differenziazione, che lo stato riconosce. Non solo: nello stato parlamentare accade anche che questa tendenza viene rivolta alla lotta delle classi e alla lotta contro lo stato e i partiti politici rafforzano tale orientamento, che, talvolta, addirittura segnano e stabiliscono. Questa attività dei partiti politici portava a soluzioni di lotta pel trionfo di particolari interessi di gruppi. Nello stato corporativo è inammissibile anche questa funzione dei partiti politici, che tendeva e portava all'affermazione e al trionfo di interessi particolaristici di gruppi particolari. Nel regime corporativo lo stato riconosce la differenziazione dei vari interessi dei vari aggruppamenti sociali «in funzione del suo interesse », riconosce che tale differenziazione, perciò, non soltanto è ineliminabile ma è anche utile ai suoi fini, ma, nel medesimo tempo, preordina il modo di soluzione delle divergenze che possono sorgere dalla differenziazione stessa con un sistema istituzionale che è proprio, appunto, dello stato corporativo, al fine di raggiungere la subordinazione dei vari interessi degli individui e dei gruppi ai suoi superiori interessi. La società può far rispettare e valere la sua struttura in seno a quella dello stato attraverso una molteplicità di mezzi istituzionali, che costituiscono, nel medesimo tempo, la garanzia che i vari gruppi sociali organizzati e riconosciuti giuridicamente esercitino i diritti loro concessi nei limiti stabiliti dalla legge e assolvano le loro funzioni in modo da realizzare lo scopo unitario segnato dallo stato. Alle associazioni sindacali, sottomesse alla sua sovranità originaria, lo stato corporativo riconosce alcune attribuzioni e prerogative, che regola e disciplina. Lo stato, ad es., non lascia a sé solo la potestà normativa e conferisce alle associazioni sindacali, legalmente riconosciute, il potere di regolare a mezzo di norme giuridiche i rapporti collettivi di lavoro fra le categorie. E' vero che l'attribuzione di questi poteri è seguita sempre da un sistema di garanzie ottenuto da organi dello stato, ma non può questo soltanto assicurare completamente che le attribuzioni e prerogative, riconosciute ai sindacati, non siano usate a vantaggio di alcune categorie e ai danni di altre, oltreché ai danni suoi stessi. E allora lo Stato riconosce al Partito una funzione ausiliaria delle sue funzioni, una funzione di collaborazione tra esso Partito e i suoi organi onde assicurare pienamente l'ordinato svolgersi della vita giuridica del popolo differenziato negli individui e nei gruppi, indirizzati a costituire, attraverso un'opera di effettiva collaborazione, la unità che è alla base dello stato fascista corporativo. Per raggiungere il suo scopo unitario, lo stato esercita la sua azione corporativa, per la riduzione delle distinte entità sociali, attraverso suoi organi, ma, perché questa sua azione sia aiutata e sorretta, nel campo sociale stesso, si avvale di un partito che riconosce, in modo esclusivo, come elemento capace di esercitare una funzione attiva nel suo proprio interesse e non può riconoscere altri partiti in quanto vari partiti esprimerebbero varie tendenze e opinioni, mentre uno scopo unitario, che consiste nella realizzazione dell'unità statuale, non può essere perseguito che da un partito unico. Il Partito adempie questa funzione di stretta collaborazione con lo stato, funzione che si esplica giuridicamente con un intervento giuridico, nelle forme consentite e previste dallo stato, attraverso le quali si preparano le condizioni necessarie perché dal pluralismo sindacale si passi al monismo statuale. Nel 1926 furono sciolti tutti i partiti esistenti, meno il Partito nazionale fascista, ed è nel 1926 stesso che una legge (la legge 25 novembre 1926, n. 2008, contenente « provvedimenti per la difesa dello stato ») stabilisce: « Chiunque ricostituisce, anche sotto forma o nome diverso, associazioni, organizzazioni o partiti disciolti per ordine della pubblica autorità, è punito con la reclusione da tre a dieci anni, oltre l'interdizione perpetua dei pubblici uffici. Chi fa parte di tali associazioni, organizzazioni o partiti è punito, pel solo fatto della partecipazione, con la reclusione da due a cinque anni, e con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Alla stessa pena soggiace chi fa, in qualsiasi modo, propaganda della dottrina, dei programmi e dei metodi d'azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti ». Tali disposizioni si riconfermano nel nuovo codice penale (articoli 270-273). Così è rimasto «unico» partito il Partito nazionale fascista. Inquadrato nel sistema del regime corporativo, il Partito nazionale fascista è considerato dallo Stato come un elemento essenziale per il raggiungimento dei suoi fini. Come s'è avanti detto, lo stato corporativo, superando le posizioni atomistiche, procede ad un'azione di fusione delle varie unità, individui e gruppi, che lo compongono e, inoltre, riconoscendo le differenziazioni delle categorie, destina le organizzazioni che le rappresentano giuridicamente al raggiungimento di un interesse unitario di collaborazione fra loro. Nell'azione di fusione svolta dallo stato, e perché quella destinazione, segnata dallo stato, possa raggiungersi, interviene il Partito nazionale fascista, che agisce in un piano giuridico. Così il Partito nazionale fascista adempie una funzione corporativa, di notevolissima importanza giuridica, come ente ausiliario dello stato e la sua esistenza, come partito unico, può, anzi deve, come ha avvertito MUSSOLINI, essere considerata come prima condizione essenziale per il funzionamento dello stato corporativo. La posizione e la funzione del Partito nazionale fascista devono, dunque, essere considerate, prevalentemente, in riferimento alla sua posizione e alla sua funzione nell'ordinamento corporativo. Tale posizione e questa funzione sono state assunte in proprio dal Partito nazionale fascista fin dai primi momenti della costituzione dell'ordinamento corporativo. I primi segni, particolari e caratteristici dell'ordinamento corporativo, appaiono nell'aprile 1926 con la legge sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro ed è alla fine del 1926 che, sciolti tutti gli altri partiti ed eliminate tutte le altre associazioni politiche, il Partito nazionale fascista rimane nella vita costituzionale come partito unico. Pochi mesi dopo esso, attraverso il suo organo supremo, il Gran Consiglio del Fascismo, nella « Carta del lavoro », pone la formulazione del principio corporativo, (nel cui sistema e in funzione del quale intende operare ed opera) con solenni dichiarazioni che lo stato fa sue. Il Partito nazionale fascista, attraverso i suoi organi centrali e periferici, avendo assunto una posizione di sostegno dello Stato, ciò che giuridicamente gli fa assumere la caratteristica di « ente ausiliario dello stato », esercita una funzione corporativa di grande rilevanza nell'ordinamento corporativo del regime instaurato dalla Rivoluzione del 1922. Questa funzione corporativa, di carattere costituzionale, è stata dichiarata con assoluta limpidità da MUSSOLINI nel suo discorso alla seconda Assemblea quinquennale del regime: « Nel concetto fascista, il popolo è lo stato e lo stato è il popolo. Gli strumenti, coi quali questa identità si realizza nello stato, sono il Partito e la corporazione ». Ma, anche la corporazione, in tanto può costituire uno strumento efficace per la realizzazione dell'unità fra il popolo e lo stato, in quanto in essa è presente e operante il Partito, che costituisce la forza politica, che coordina le varie forze economiche, che imprime ad esse un indirizzo politico, che le avvia alla composizione unitaria, in cui i vari interessi possono e devono trovare soddisfacimento nello interesse stesso dello stato. Inoltre è da avvertire che è proprio il Partito uno degli elementi caratteristici della corporazione; elemento che la differenzia dai comitati tecnici esistenti in vari stati.

7. Il Partito è un elemento indispensabile nello stato corporativo. L'azione dello stato non si esaurisce nel raggiungimento della composizione unitaria delle forze sociali che, nel suo ambito, esistono ed agiscono. Raggiunta l'unità che deve essere alla base della costruzione dello stato corporativo, essa deve essere mantenuta e potenziata, resa sempre efficace ed attiva ai fini dello stato. E' soltanto il partito unico che può provvedere a mantenere, in collaborazione con lo stato e al suo servizio, l'unità raggiunta. La funzione del partito unico non è, quindi, nello stato corporativo, un'esigenza transeunte, provvisoria: è, invece, un'esigenza immanente e permanente. È soltanto il partito unico, il Partito nazionale fascista, che può garantire l'ordinato svolgersi della vita sociale che lo stato regola e disciplina; è soltanto il partito unico che può garantire che la trasformazione delle istituzioni e degli istituti si verifichi senza turbamenti; è solo il partito unico che può garantire che l'ordinamento corporativo formi un complesso unitario dei vari gruppi da cui risulta, e che i vari interessi organizzati, e, nell'organizzazione, differenziati, siano considerati secondo l'ideale politico, principio e centro del sistema corporativo, dello stato superiore agli individui e ai gruppi. Inoltre è il partito unico che tutela gli interessi degli individui nei confronti delle categorie e delle associazioni legalmente riconosciute, che hanno la tendenza ad assorbire l'individuo, ad annullarlo, o, per lo meno, a trascurarlo, e, invece, nel sindacato, quale è da considerarsi nel regime fascista corporativo, l'individuo non solo non deve essere annullato, non solo non deve essere assorbito, non solo non deve essere trascurato, ma, inquadrata la sua attività del gruppo e della nazione e considerato come elemento–base della composizione unitaria dello stato, deve essere potenziato e, immediatamente, indirizzato alla subordinazione e al servizio verso lo stato. Nella « Carta del lavoro » è dichiarato il dovere che ha il sindacato dell'assistenza, dell'educazione e dell' istruzione dei suoi organizzati e rappresentati (dich. XXIX e XXX). I poteri di vigilanza che il Partito nazionale fascista ha il diritto di esercitare sulle organizzazioni (art. 7 e 11 dello statuto del P. N. F.), si estendono anche in riferimento a queste funzioni che i sindacati hanno il dovere di svolgere nei confronti della elevazione degli individui. Questa funzione, non è tra le minori del partito unico che, inoltre, nello stato corporativo deve esercitare una azione di sollecitamente, di sorveglianza e di tutela nei riguardi di una fondamentale funzione sindacale: nei riguardi della funzione di selezione che il sindacato deve svolgere per raggiungere i suoi fini, quelli della categoria che rappresenta, ed essere attivo anche nell'interesse dello stato. L'esistenza del partito non può considerarsi transitoria: costituisce, invece, la condizione necessaria per l'esistenza dello stato corporativo e le sue funzioni sono indispensabili per lo svolgimento dell'ordinamento sindacale e corporativo.

8. La posizione e la funzione, riconosciuta dallo stato al Partito nazionale fascista, possono essere assunte in quanto il Partito nazionale fascista ci appare come «un' istituzione rappresentativa del popolo », mentre il partito comunista russo ci appare come' un' istituzione rappresentativa d'una classe. Non è l'elezione che può costituire esclusivamente il sistema della rappresentanza. Vi sono istituzioni rappresentative elettive e istituzioni rappresentative non elettive. Il Partito nazionale fascista non rappresenta, come i partiti nel regime parlamentare, forze egoistiche di alcune correnti del popolo, ma il popolo stesso concepito come unità risultante da una pluralità organizzata in virtù del principio corporativo statuale sostenuto dal partito: rappresenta il popolo unitariamente e solidamente diretto al rafforzamento dello stato. Il Partito nazionale fascista è istituzione rappresentativa in quanto deriva dal popolo, in quanto ha la funzione costituzionale di portare allo stato, mediante i suoi organi, le aspirazioni, le tendenze del popolo unificate dalla sua azione corporativa armonizzatrice, operando un collegamento tra il popolo e lo stato. Il popolo si organizza nella specificazione delle sue categorie e, quindi, dei suoi interessi, nelle associazioni sindacali, che rappresentano, appunto, particolari interessi di categorie. Il popolo si organizza, per la difesa e la tutela dei suoi interessi generali politici, nel Partito nazionale fascista, che rappresenta i suoi interessi generali. Così nel nostro ordinamento costituzionale l'istituto della rappresentanza ha sempre come punto di riferimento il popolo, che non partecipa alla vita dello stato attraverso la rappresentanza elettiva, ma, invece, attraverso la rappresentanza diretta delle sue istituzioni (Partito nazionale fascista e associazioni sindacali). Nell'ordinamento dello stato corporativo, alla rappresentanza elettiva si sostituisce la rappresentanza istituzionale, che realizza una rappresentanza integrale del popolo, dei suoi interessi generali e dei suoi interessi specifici e che costituisce tra il popolo e lo stato un rapporto non saltuario e frammentario, come accade con la rappresentanza elettiva, ma permanente e unitario. E' il partito unico, il Partito nazionale fascista, che garantisce costituzionalmente la continuità e l'unità del rapporto rappresentativo fra il popolo e lo stato.

V. Zangara

(In Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. IV, pp. 244 - 252)

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:23 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

REGIME.

SOMMARIO: I. La parola e il concetto. - 2. Il principio dell' integrazione. -3. Gli elementi dei regime: a) Il capo e la classe politica; b) La massa politica; c) La formula politica.

I. LA PAROLA E IL CONCETTO. — La parola deriva dal latino “regimen”, secondo il concetto di “regere”, che è quanto dire governare, ma non ha fino ad oggi ricevuto un significato preciso. Nella dottrina del periodo intermedio la parola fu di largo uso presso tutti coloro che si occuparono del problema dello « stato » e del problema del « governo », così dal punto di vista teologico, come da quello politico e da quello giuridico. Per San Tommaso (De regimine principum) significava il modo di esercizio del governo. Anche per Bartolo la parola avrebbe avuto carattere teologico e politico. Invece Baldo l'assunse sotto l'aspetto formale, il che è quanto dire giuridico (forma regiminis). Nella letteratura francese del secolo scorso prevalse, con Tocqueville e Taine, l'interpretazione politica. Per contro, la scuola ebraica tedesca del II Reich (Mayer, Feiner, Jellinek), l'assimilò in un'interpretazione giuridica al vocabolo Regierung, ad indicare « l'attività libera del governo nella sfera dell'amministrazione ». Da parte del movimento fascista, la parola « regime » fu posta avanti nella precisa intenzione di affermare la propria originalità storica, la propria dignità rivoluzionaria. Il Fascismo non voleva essere scambiato con il semplice episodio di una crisi di gabinetto e nemmeno con un nuovo indirizzo di governo sulla base delle istituzioni preesistenti e tanto meno con il colpo di mano di un'avventura politica. E' per ciò indiscutibile che alla parola « regime » era attribuito in tali termini un significato tipicamente politico e la relazione del governo al disegno della legge n. 2693 del 1928 sul Gran Consiglio del Fascismo affermò testualmente che dalla rivoluzione dell' ottobre 1922 era sorto « un nuovo tipo di stato, quello che si chiama comunemente un regime ». Nella letteratura del Fascismo i contributi sull'argomento sono numerosi, ma discordi. Curcio ( Che cosa è il Regime, in riv. Lo stato, 1930, p. 327); Maraviglia (Caratteri del Regime Fascista, in Il Partito, 1931, p. 21 e segg.); Chiarelli (Il concetto di Regime nel diritto pubblico, in Archivio Giuridico, 1932, fasc. II); Perticone (La concezione dell'attività giuridica, 1936); Panunzio (Teoria generale dello Stato Fascista, 1937, P. 259 e segg.) e Costamagna (Dottrina del Fascismo, 1938, P. 73 e segg.), si sono occupati dell'argomento, senza peraltro riuscire a conclusioni conformi. Notevole è il criterio enunciato dal Chiarelli, che non si possa ammettere alcuna opposizione tra il concetto giuridico e il concetto politico e che occorra ricostituire l'unità e l'indi-visibilità del concetto medesimo restringendo in modo categorico la pretesa « giuridicista » di considerare il regime come una pura forma. Non sembra che eviti questo pericolo il Panunzio il quale, soggiacendo alla preoccupazione dialettica del movimento nel processo di conquista dello stato contro le forze del vecchio ordine, presenta il regime stesso come « il prodotto e il risultato istituzionale della rivoluzione e del suo contenuto obiettivo, mentre questa dura ed è in corso, che si trasmette allo stato ». Tra l'altro, così valutando egli viene ad ammettere che lo stato sia una « entità statica » quale appunto lo concepiscono i giuridicisti, mentre, secondo la concezione realistica, propria alla dottrina del Fascismo e in genere al pensiero delle rivoluzioni nazionali e popolari, non si può comprendere lo stato se si prescinde dal continuo travaglio nel quale una comunità nazionale versa per affermare, difendere e perfezionare il proprio assetto ed il proprio tipo. Non si può pertanto considerare il regime quale un momento transitorio ed eccezionale dello stato e precisamente quale « lo stato in formazione » come vorrebbe l'autore dianzi citato colla sua definizione « ad esaurimento ». Secondo noi, è necessario riferire alla parola regime il significato organico e immanente che essa ha in tutte le scienze della natura e per cui indica l'insieme delle regole e delle condizioni che riflettono l'andamento di un fenomeno nello spazio oltre che nel tempo. Così si parla del « regime di una macchina» o del « regime delle acque ». Rispetto al fenomeno dello stato risulta allora chiaro che, per regime, non si può intendere altro che il complesso delle forze che lo stato creano, sostengono e muovono, le quali forze sono, in ultima analisi, le forze della volontà. Secondo la precisa posizione politica e dinamica del pensiero scientifico delle rivoluzioni popolari e nazionali dal punto di vista del regime, lo stato appare il risultato di tutte le energie di un gruppo umano considerate nel loro movimento per l'attuazione dello stato medesimo; il che è quanto dire per l'attuazione di una concreta interpretazione della civiltà. Anche negli scrittori nazionalsocialisti tedeschi (C. Schmitt, Staat–Bewegung – Volk, 1934) e falangisti spagnoli (J. Beneyto Pérez, El nuevo Estado espanol, 1939) ricorre il concetto di « movimento» (Bewegung, movimiento), cui essi attribuiscono valore continuativo e che vogliono talvolta identificare col partito rivoluzionario, facendone addirittura l'elemento di una concezione ternaria della realtà politica. Precisamente il movimento costituirebbe il tramite fra il popolo (Volk) e la macchina istituzionale del potere (Staat) al servizio della comunità nazionale (Volksgemeinschaft, pueblo). Per la dottrina fascista vale la proposizione dogmatica della identità fra stato e popolo (nazione) enunciata da MUSSOLINI e fissata dal par. I della Carta del lavoro. Il movimento, o regime, non si può pertanto pensare nella dottrina fascista come qualche cosa di esterno allo stato. Bensì esso appare un elemento costitutivo dello stato stesso e precisamente quel tale elemento che opera la connessione fra il dato geografico del territorio e il dato demografico della popolazione, secondo quanto viene meglio illustrato sotto la voce STATO. Nella visione realistica e attiva della vita propria alla dottrina del Fascismo, e nei termini del metodo sintetico–etologico da essa adottato, secondo il duplice criterio politico–nazionale, il regime si pone, dunque, quale il processo trasformativo della iniziativa individuale nel risultato dello stato totalitario. Esso segna il trapasso tra il motivo della forza ed il motivo del diritto; tra l'individuo e il popolo; tra la volontà e la potenza. Nel riconoscimento del valore concettuale e pratico del « regime» il pensiero delle rivoluzioni nazionali e popolari afferma che l'uomo ha il dovere di agire sulla costituzione della società e impugna ed annulla il travisamento astrattista e formalista che al problema dello stato aveva conferito il cosiddetto pensiero moderno. E, per vero, nel regime la nostra dottrina vede la manifestazione di quella « forza politica » che muove dall'istinto elementare del crescere e attraverso la complessa polemica della lotta, all'interno ed all'esterno del gruppo, crea l'unità spirituale dello stato, la quale esprime la più alta personalità della vita morale.

2. IL PRINCIPIO DELL'INTEGRAZIONE. - Vediamo ora di precisare meglio il concetto di regime in rapporto al valore di quel « principio di integrazione », il quale è fondamentale, anche dal punto di vista metodologico, per risolvere il problema della identificazione del soggetto. Il cosiddetto pensiero moderno, assorbito dal pregiudizio di una « autoindividuazione del problema del soggetto », fu scarsamente incline ad applicare il principio della integrazione nello studio dello stato. Come è noto, il contrattualismo (v.), tanto nell'interpretazione formale quanto in quella simbolica, aveva preteso di risolvere il fenomeno e della società e dello stato in un semplice incontro dei consensi individuali. Soltanto l'indirizzo sociologico si portò in modo espresso sul problema relativo alla formazione dei gruppi umani, sebbene con criteri « deterministi », che non davano rilievo al fattore della volontà politica. Per il primo lo Spencer (Principii di sociologia, p. 217), indicò una « legge di integrazione », la quale sarebbe determinata « dalla necessità delle relazioni» e si esprimerebbe in una «funzione internunciale iperorganica». La virtù di questa legge proverrebbe dalla forza universale della famosa « legge di evoluzione ». Secondo lo Spencer, l'integrazione sarebbe addirittura il carattere primario della evoluzione. Dalla omogeneità semplice, incoerente, inarticolata e caotica si arriverebbe alla eterogeneità complessa, coerente, articolata; si passerebbe cioè ad una «organizzazione sociale.» Il Pareto (Trattato di Sociologia generale, 1919), volle poi spiegare la coesione sociale alla stregua di alcune forze psicologiche da lui indicate col nome di « residui di conservazione degli aggregati ». Per l'appunto questi residui, provenienti dalla diversità degli elementi individuali, da lui denominati « residui di combinazione », determinerebbero la « forma della società ». In altre parole, ogni società sarebbe il risultato di una forza di integrazione in contrasto con la forza di eterogeneità. Nelle sue ultime posizioni neoidealiste, l' indirizzo razionalizzante del cosiddetto pensiero moderno tentò la ripresa, anche in Italia, sotto il pretesto di iniziare alla cultura la rivoluzione fascista, postulando « l'identità tra l'individuo e lo stato ». In tal modo si veniva a negare il problema del regime mediante il vieto artificio della « identificazione dei contrari ». Quanto ai cultori della « scienza politica », nei termini mediocri e incerti cui tale scienza era ridotta sotto l'impero delle ideologie individualiste, costoro non seppero liberare la propria mente dalla figura dello « stato costituzionale », cioè dallo «stato di diritto» (v. STATO). Essi si acconciarono, per lo più, a concepire gli aspetti della personalità individuale negli attributi dell'uguaglianza e della libertà che rendono inesplicabile il principio della integrazione fuori del procedimento elettorale (De la Bigne, La crise du sens commun dans les sciences sociales, p. 29 e seg.). I più recenti scritti sull'argomento, con propositi democratici (Hubert, Le principe d'autorité dans l'organisation démocratique, 1926), o cattolici (Llorenz, La autonomia en la integración politica, 1932), si sono sforzati di dare il massimo rilievo al momento della « coordinazione » che si svolge in senso orizzontale, quale combinazione spontanea delle analogie individuali. Per contro si sono studiati di passare in seconda linea il momento della subordinazione, che si esprime su un piano verticale nella sottomissione delle volontà contrarie ad un fine trascendente e senza del quale non si può comprendere un risultato unitario. Gli è che il momento della subordinazione si richiama all'autorità e alla forza che sono motivi rifiutati dalla concezione razionalistica del mondo; laddove nel momento della coordinazione si ravvisa un processo meramente intellettualistico e consensuale consono a tale concezione. Per l'appunto, quando si parla di subordinazione si parla del « fattore politico », nella sua essenza della « forza » e nel suo assetto normale della « gerarchia ». Solamente attraverso una migliore valutazione dell'importanza di questo fattore nel processo della organizzazione dei gruppi umani il principio della integrazione può essere inteso, giusta la definizione dello Smend (Verfassung und Verfassungsrecht, 1928), come « l'insieme dei processi diretti a creare l'individualità di un popolo », in analogia alla formula di S. Tommaso: «reductio multitudinis ad unitatem ». In tal modo la dottrina delle rivoluzioni nazionali e popolari si pone contro il cosiddetto «pensiero moderno » che ha sempre avversato le idee di autorità, di gerarchia, di potere, di guerra e anzitutto l'elemento della forza. Essa procede alla restaurazione della scienza dello stato, e quindi di tutte le scienze morali e sociali, in una concezione integrale della politicità, cioè della volontà. Il concetto di forza non vuol essere confuso con quello di violenza, ossia di forza materiale. E nemmeno può essere ristretto a quello della forza governante, cioè dal « potere di governo ». Il concetto di forza deve venire rielaborato rispetto a tutto il complesso di una comunità, sì da considerare il potere nella sua duplice fonte, che da una parte consiste nell'attitudine qualificata di alcuni elementi di minoranza a intendere i fini generali del gruppo e a imporre la propria volontà per l'attuazione di questi e dall'altra parte risulta dall'adesione degli elementi di maggioranza, ovverosia di massa, all' attività dei primi. In sostanza, il problema del regime è il problema del « potere » valutato sotto il duplice aspetto della « forza di direzione » e della « forza di opinione », nel preciso intendimento di riconoscere il principio di integrazione nel punto di incontro di queste due forze, donde emerge quella coscienza di solidarietà nel tempo e nello spazio che riassume la realtà spirituale dello stato nella sua rap-presentazione totalitaria. Così l'azione politica considerata quale momento decisivo del processo integrativo della volontà conferiva alla politica carattere di fenomeno morale. Per concludere, diciamo che il problema del regime, assunto in una considerazione politica integrale, è distinto da quello dell' « ordinamento giuridico », che riguarda i modi dell'organizzazione totalitaria della comunità, in quanto risultato della distribuzione del potere nell'interno della comunità stessa effettuato attraverso i comandi giuridici. Per altro, in tal modo apprezzato, l'ordinamento giuridico ci dimostra come il diritto si affermi nell'esperienza umana attraverso l' iniziativa del fattore politico (G. Marchello, La metafisica del soggetto e il principio speculativo del diritto, 1939, P. 276). Il concetto di regime è al centro della scienza dello stato e della scienza del diritto.

3. GLI ELEMENTI DEL REGIME:

a) Il capo e la classe politica. — Riconoscere la necessità di un certo numero di individui dotati di capacità direttiva nell'insieme di una società significa porsi contro le tesi autocratiche, così come contro le tesi democratiche. Le prime, infatti, vorrebbero assumere la sufficienza di una unica volontà a tutto il compito politico; le tesi individualiste democratiche poi, attraverso la cosiddetta « razionalizzazione del potere » che qualcuno chiama anche la tecnica della democrazia, muovendo dal presupposto ugualitario, vorrebbero pervenire addirittura allo « sradicamento della classe politica ». La letteratura sovietica insiste, « agli effetti transitori dell'antistato sovietico », nella tesi di una classe dirigente sociale, il proletariato, checché ne sia delle sue pratiche realizzazioni. Nel concetto di classe politica si comprende anche quello del « capo ». Di certo è indispensabile la funzione qualificata di un capo. Tale funzione acquista un particolare significato nei tempi di crisi sociale, ma deve dirsi che, in ogni momento della vita di un gruppo, senza uomini qualificati che sappiano opporsi alle spinte divergenti non può aversi organizzazione. Già Machiavelli aveva osservato che la funzione del capo e i requisiti personali di lui hanno importanza diversa secondo « il diverso genere dei principati »; al quale effetto egli volle distinguere « il principato nuovo » da quello « ereditario, assuefatto al sangue del suo principe »; con l'avvertenza che basta per questo « un principe di ordinaria industria ». La storia è il continuo conflitto tra la natura e la volontà ed in certi momenti questo conflitto è così violento che la volontà soccomberebbe se non si presentassero degli iniziati, « condottieri » e « fondatori »; degli uomini provvidenziali che arrivano sulla scena a tempo opportuno e trovano il loro dinamismo nella forza delle masse. Precisamente le grandi personalità hanno un compito decisivo nella formazione di tutti i valori collettivi. Le nazionalità storiche sono il risultato degli scambi mistici fra i grandi uomini e le masse. Quelli sono veramente « i padri dei popoli » e uniscono il genio d'un uomo al genio del tempo. Ma anche a prescindere dai processi rivoluzionari e dall'atto della fondazione di un regime che richiedono qualità eccezionali nel capo, bisogna dire che pur l'ordinario fatto del governo reclama l'azione di uomini dotati di attitudini appropriate. La figura dello « statista », qualunque sia il titolo del suo potere e qualunque la sua posizione nell'ordinamento giuridico dello stato, non può essere mai una figura comune. Allo statista occorre non tanto una competenza specializzata, quanto una competenza generale che implica in misura più notevole la virtù geniale della intuizione. Quando di tali uomini non si rinvengano in una comunità politica è indispensabile ricorrere a una pluralità di individui che abbiano qualità complementari. Allora la funzione del capo è assunta da una « corporazione » governante, sia aristocratica, sia parlamentare. E' per altro evidente in tal caso la minore attitudine a realizzare quella concentrazione del potere che si verifica quando un sol uomo è in grado d'esercitare la direzione suprema del gruppo. La figura del « Capo » (Duce — Fuhrer — Caudillo) nello stabilimento di un regime rileva soprattutto in rapporto alla invenzione della « formula politica », della quale tra poco diremo, e, prima ancora, rileva come la virtù qualificatrice della rivoluzione. Senza di essa, i movimenti della massa non riescono ad andare al di là di quella che i pubblicisti chiamano « l'insurrezione delle forze elementari» e che si contrassegna per il difetto di vedute chiare, di metodi di lotta, di una direzione capace di condurla alla vittoria. Si esclude peraltro che il fatto del « governo », cioè della direzione della comunità, si possa riassumere nella opera di un sol uomo, per quanto eccezionalmente dotato, o di una corporazione governativa, quali che siano i miti politici che sostengono il regime e le finzioni giuridiche escogitate per giustificarne la legittimità. La dottrina fascista ha messo in evidenza al riguardo il concetto della « classe politica ». Quello nazionalsocialista parla della Gefolgschaft, cioè del « seguito » del Fúhrer. Nello stesso modo si esclude pure che il governo possa essere esercitato da tutti i cittadini, giusta la tesi della democrazia diretta. In sostanza, quello del governo è sempre un « fatto minoritario », secondo i rilievi del Mosca (Elementi di scienza politica, 1939). È sempre il fatto di un « piccolo nucleo » secondo la frase di MUSSOLINI. Tale suona la cosiddetta « legge minoritaria del potere ». Ma nessun popolo può fare a meno di un inquadramento per il quale occorre la presenza e l'azione di una minoranza specializzata che eserciti la direzione del paese. Al capo antico, dux o rex, si univano la “curia regis” e i “comites palatii”. Nelle condizioni della vita moderna, a base di massa, vale il concetto che di tutti i sistemi politici «la democrazia è quello che ha più bisogno di una aristocrazia» (Bourquin, La crise mondiale, 1938, p. 841). Ciò che importa per identificare il tipo di un regime, secondo il motivo del movimento, non è però tanto la estensione maggiore o minore della classe politica quanto il criterio di variazione, ossia di rinnovamento di questa classe; per il Pareto circulation des élites. Secondo le dottrine aristocratiche, la classe politica dovrebbe avere carattere « gentilizio », cioè dovrebbe essere fondata sul titolo della discendenza. Per la dottrina liberale delle origini avrebbe dovuto essere stabilita sulla proprietà con un carattere « censitario ». Allora si impose il concetto che « il vero cittadino è il proprietario ». Per contro i sistemi autoritari hanno cercato quasi sempre di ridurre la classe politica alla « burocrazia », cioè al corpo neutro o professionale degli impiegati pubblici. E tale è la loro meno felice inclinazione, perché conclude all'irrigidimento del sistema. Nel tipo dello stato totalitario, valore fondamentale hanno i problemi della struttura della classe politica e della circolazione della classe politica. Il problema della classe politica è all'ordine del giorno e vale a proposito di esso la considerazione dello Stuckart (Deutsches Recht, 1935, P. 35): « Per il partito nazionalsocialista e per il III Reich non vi è compito più essenziale di quello di creare la classe dirigente dello stato con la selezione e con la educazione, formandone un modello di contegno, di pensiero, di sentimento, di punto d'onore, mercé l'indispensabile purezza dei costumi, la forza del carattere, lo spirito di giustizia, il coraggio e l'audacia, la disciplina e l'ordine, la volontà di vivere e di lavorare e, se è necessario, di morire per la collettività ». La qualità della classe politica ha influenza decisiva sul fenomeno della « decadenza », che si può considerare l'opposto della « rivoluzione ». E' il fenomeno esaminato in parte da Aristotele in quello della « degenerazione delle forme di governo ». Esso va spiegato con la distruzione dei valori spirituali indispensabili ad una classe politica. E si può dire che « non vi è fine della razza se non colà dove l'élite perde la fede della virtù dello sforzo, colà dove essa si abbandona, tradisce i suoi interessi e la sua missione, la quale è quella di ingrandirsi elevando la potenza del gruppo cui appartiene » (Sépulcre, La force principe de la morale, 1931, P. 342).

b) La massa politica. — La scienza politica nella impostazione « governativa » ricevuta dal Machiavelli e conservata fino ad oggi, aveva svalutato la funzione della massa nel fenomeno del regime. Anche la teoria del Mosca sulla classe politica ha il torto di considerare la classe politica come isolata e sovrapposta meccanicamente alla popolazione governata. Se è esatto che « la massa in quanto tale è afflitta da incompetenza inguaribile » (Le Bon, Psychologie politiche, 1918, p. 30) non si può ridurre affatto la moltitudine ad una posizione passiva e inerte. La « massa demografica », cioè numerica, il che è quanto dire la « massa sociale », non è che l'insieme amorfo della moltitudine; invece la « massa politica »; sorge come il risultato di una positiva iniziazione da parte dei meneurs che scendono nell' agone delle lotte politiche. A prescindere da ciò, sotto un profilo generico la massa è quella che sopporta l'onere del travaglio di produzione dei beni intellettuali, morali e materiali e deve tenersi conto che anche in tal modo essa esercita un'influenza in misura diversa, ma inevitabile, sul fenomeno della potenza, la quale non è mai onnipotenza e non può mai operare contro « le condizioni sociali » del gruppo. Abbiamo già accennato però alla volontà politica di adesione, quindi alla forza che si manifesta positivamente con l'opinione. Da questa non possono dispensarsi coloro che esercitano la direzione di un gruppo, perché essa esprime una vera e propria « forza di massa », designazione in forma negativa, la quale è più che altro una intuizione di necessità, ma che si afferma come un atto di volere in quanto accetta le determinazioni della forza minoritaria. In sostanza, l'autorità politica in cui si riassume la forza dei governanti ha la sua base nella coscienza di massa. La compagine di un regime è tanto più salda, quanto più estesa è la massa politica e quanto più intensa è l'opinione in questa dell'autorità dei dirigenti. Tale è il senso realistico della «volontà popolare » nel quadro della nuova scienza dello stato totalitario e per esso si conferma il vecchio, eterno principio che la sorgente della autorità consiste sempre nel popolo. A rigore, il fenomeno della massa politica è un fenomeno nuovo nella storia della nostra civiltà. Tale fenomeno può ritenersi la conseguenza combinata della trasformazione industriale e della propaganda democratica. Il razionalismo politico aveva presentito la esigenza totalitaria della civiltà e del diritto pubblico moderno. Però dal suo astrattismo gli era stato vietato di impostare esattamente il problema. Lo si travisò nell'elettoralismo e nel parlamentarismo e si arrivò all'assurdo proposito di affidare alla massa, concepita quale « popolo », nella formula della “nation” la direzione dello stato. Di fatto, la lotta di classe suscitata dal contrasto tra la democrazia e l'industrialismo scatenò la massa contro lo stato ed il problema che colla costruzione dello « stato totalitario » si vuole e si deve oggi risolvere è proprio quello di ammettere la massa nello stato in modo organico, al quale effetto è indispensabile dare un altro fondamento alla cosiddetta « volontà popolare ». Sostiene Leibholz (Das Wesen der Reprásentation, 1929), che « i motivi e i criteri dell'integrazione sono diversi per il regime fascista in confronto a quelli dei regimi individualisti ». Più esattamente deve dirsi che ai regimi individualisti mancò anche il senso dell' integrazione. Essi arrivarono nella fase della democrazia sociale alla pretesa di erigere la lotta di classe addirittura a un concetto di governo sotto la formula della « libertà sindacale ». Infatti per il pensiero individualista valeva il dogma dell'autodecisione individuale. L'azione del potere politico doveva svolgersi soltanto sulle condizioni esterne, ed evitare di agire sull'uomo. Per contro, nella coscienza delle rivoluzioni nazionali e popolari il compito della classe politica di fronte alla massa diventa un compito positivo e attivo, col programma della incorporazione integrale. Di fronte al concetto marxista e comunista della « massa proletaria », le rivoluzioni nazionali e popolari affermano il concetto di una « massa nazionale », la quale vuole essere creata quotidianamente dai governanti mediante una serie di atti di iniziazione e di convinzione esercitati nella massima ampiezza sullo spirito dei singoli. Secondo un acuto scrittore inglese (Heitland, The Roman Fate, 1922), il mondo antico sarebbe caduto perché « risultò incapace di chiamare le masse a partecipare alla vita dello stato ed anzi finì col ridurre il proprio assetto politico ad una burocrazia imperiale. » Ecco perché il problema del regime, considerato alla stregua del principio della integrazione, ha un valore fondamentale nella teoria e nella pratica delle rivoluzioni nazionali e popolari, rispetto all'obiettivo di salvare la civiltà dell'Europa.

c) La formula politica. — Quanto si è detto rileva quale importanza rispetto al processo dell' integrazione abbia la divulgazione e la difesa della formula politica. Giusta il Mosca (Teoria dei governi), cui spetta il merito della parola, la formula politica sarebbe « la base giuridica e morale su cui in ogni società poggia il potere della classe politica ». Per noi la formula politica è l'idea intorno alla quale si effettua la collaborazione tra la classe politica e la massa politica e per la quale si stabilisce il valore dell'ordinamento politico del regime e dell'ordinamento giuridico del governo. In quanto tale formula si eleva ad una concezione del mondo comune a più popoli essa acquista anche il valore di una idea di « civiltà mondiale» e promuove la missione imperiale del popolo che la elabora e che la afferma (v. STATO, n. 3). La formula politica esprime una « idea di vita », la quale viene attinta per intuizione ed ha un valore esclusivamente soggettivo nella coscienza di coloro che la ricevono. I fatti del mondo spirituale non si possono misurare spiegare alla medesima stregua dei fatti della natura fisica. La nostra condotta dipende dalle nostre concezioni metafisiche (L. Curtis, Civitas Dei, 1934). A differenza di ciò che colla teoria dell'evoluzione si voleva sostenere per il mondo materiale, il mondo morale procede attraverso rivoluzioni le quali sono promosse da una « rivelazione » che si definisce nella formula politica. Il compito dei « fondatori » è quello appunto di portare agli uomini le rivelazioni, che suscitano le rivoluzioni, promuovono la trasformazione dei regimi, creano gli stati e generano le civiltà mondiali. In origine, nel processo di formazione di un regime e perciò della instaurazione, fondazione o revisione dello stato, la formula politica è la parola di ordine che identifica il gruppo operante nella lotta agonale della politica. Attraverso la propaganda diventa una bandiera spiegata per acquistare l'adesione della massa. E quando la fondazione o novazione dello stato è avvenuta e quindi è compiuta la rivoluzione, essa si trasforma in principio morale e politico di legittimità ed in principio giuridico di legalità. La formula politica identifica dunque nel medesimo tempo il tipo del regime, il tipo dello stato e il tipo del governo. In quanto investe il principio costituzionale, essa determina il tipo storico dello stato e ne pone la definizione reale. In ultima analisi la essenza dello stato è data dalla coscienza vivente nella massa della formula politica che gli è propria. La formula politica è il focolare dal quale irradiano la luce che illumina e il calore che muove tutto il processo politico per cui si attua lo stato. Essa enuncia l'idea che esprime la realtà dello stato in quanto unità etica concreta di vita collettiva. Attraverso la formula politica si precisa e si concreta ciascuna comunità particolare in una coscienza di fini comuni per una collettività di uomini organizzata. Si sono voluti classificare i vari tipi di formula politica e si sono contrapposte le « formule metafisiche » alle «formule razionali ». Sarebbe facile dimostrare che le pretese formule razionali sono postulati a priori, altrettanto indimostrabili quanto le formule derivate da un sistema religioso, da una rivelazione messianica. Tra la formula teocratica della sovranità e l'idea della sovranità popolare nella sua riduzione individualista, cioè tra il «diritto divino dei re » e «il diritto divino dei popoli » non vi è alcun divario sotto il profilo del valore scientifico. Vi è una mitologia democratica, con pretese razionali o razionalizzanti, come vi furono una mitologia teocratica e regalista che non rifiutarono del resto, ma anzi ricercarono, una spiegazione intellettualista. Bisogna riconoscere che tutte le formule politiche, per quanto si appellino anche alla ragione e cerchino di dimostrarsi su argomenti logici, dipendono da una necessità primordiale, quella del sentimento. Dipendono cioè dal bisogno che hanno gli uomini di sentirsi retti e uniti da qualche cosa che non sia la sola forza materiale; ma che non può essere nemmeno la ragione pura, sibbene la potenza di motivi sentimentali ed affettivi. Lo stato è una creazione della volontà sostenuta dal sentimento e nella sua sostanza, è anche, a dispetto delle illusioni razionaliste, una «etocrazia ». Il problema è un altro e cioè quello di vedere se si tratti di una « etocrazia positiva » oppure di una «etocrazia negativa », come quella espressa dalla concezione individualista e portata alla sua estrema conclusione dall'utopia bolscevica. In verità, dal presupposto che l'individuo sia fine a se stesso non può sorgere alcuna effettuale associazione degli uomini per cui la molteplicità del particolare riesca a fondersi in una superiore unità spirituale. La differenza capitale tra il regime che sorge dalle rivoluzioni nazionali e popolari e il regime anteriore consiste, oltre che nel tenore della formula che ha valore positivo, anche nel diverso concetto che la classe politica ha del suo compito rispetto al processo della integrazione. In sostanza il divario fondamentale è quello tra i regimi « deboli » e i regimi «forti » (v. GOVERNO). E forti sono soltanto quei regimi che riescono ad imprimere una determinata comunità l'impronta del proprio spirito. Il processo di integrazione assurge ad un opera di formazione in quanto intende metodicamente a diffondere nella massa la coscienza di una formula politica positiva. Il « ritrovamento » peraltro, o l'invenzione che dir si voglia, della formula politica è la prerogativa del « fondatore ». Esso esprime il momento in cui l'istinto della potenza raggiunge, con grado eroico, il vertice dei valori morali. Ed è un'opera insieme di morale e di arte, per cui si può ripetere che « lo statista e il poeta camminano sul vertice dei popoli ». La formula politica considera così il problema dei « fini dello stato », che è quanto dire la definizione reale dello stato, come il problema della « organizzazione » o « attuazione dello stato », che riguarda anche l'ordinamento giuridico. Essa è nel medesimo tempo « formula di stato » e « formula di governo ». Però l'individualismo aveva voluto ridurre la formula politica dei fini a quella dei «diritti individuali » colle famose « Dichiarazioni dei diritti ». In tal modo aveva rinunciato a dare una qualsiasi definizione reale dello stato. Invece l'ordine nazionale e popolare del Fascismo deduce il proprio sistema organizzativo dalla proposizione esplicita dello stato—popolo e quindi da una definizione reale dello stato, quale fine in sé e valore assoluto dello spirito. Il nuovo ordine si afferma su di un sistema di valori spirituali ed ultraindividuali in opposizione alla concezione atomista e molecolare dell' ordine interno. Contro poi il programma bolscevico di una «collettivizzazione dei beni materiali» oppone il programma di «una collettivizzazione dei beni spirituali della nazione, la quale non è una vana parola ma una verità nuova che il secolo decimonono non avrebbe potuto nemmeno concepire» (Manoilescu, Le parti unique, 1936, P.45).

C. Costamagna

(In Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. IV, pp. 31 - 35)

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:24 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

IL GIURAMENTO FASCISTA

All'atto dell'iscrizione al P. N. F. il fascista giura secondo la formula: « Nel nome di Dio e dell' Italia giuro di eseguire gli ordini del DUCE e di servire con tutte le mie forze, e, se è necessario, col mio sangue, la causa della rivoluzione fascista ». Il giuramento è rinnovato annualmente dall'iscritto con l'apposizione della propria firma alla tessera di iscrizione.
Il giuramento fascista non è nel suo contenuto adesione platonica a un sistema ideologico, ma è espressione volitiva di fedeltà intransigente ad una dottrina intesa non come « esercitazione di parole », ma come concezione di vita. E' un «credo» politico e nello stesso tempo è un « comandamento » d'azione animata da profondo contenuto ideale.
Il fascista giura in nome di Dio e dell' Italia, perché religione e patria rappresentano le forme più alte della continuità spirituale dell'individuo oltre la vita fisica.
Nell'impegno di obbedienza agli ordini del DUCE, oltre la necessità inderogabile del rispetto del principio gerarchico che è un postulato della dottrina fascista, oltre che l'affermazione dell'assoluta superiorità umana del DUCE, vi è il riconoscimento della perfetta storicità della sua volontà come volontà di ogni italiano, come volontà della nazione.
Il fascista giura per la vita e per la morte ed accetta per il trionfo della rivoluzione il sacrificio estremo. Nell'atto in cui giura egli compie un atto di fede: accettazione cosciente ed integrale dell'ordine fascista con tutte le conseguenze che ne derivano. Da questa accettazione, espressa in forma lapidaria nel giuramento fascista, deriva quell'anima « ferocemente unitaria » del Fascismo che ha per solido fondamento « religiosa obbedienza » e « ascetica disciplina ».

M. Martignetti

(Estratto da Dizionario di politica a cura del P.N.F., Voll. II, Roma, 1940, voce GIURAMENTO, p. 316)


LA GIUSTIZIA COME VALORE POLITICO.

Poiché la giustizia è in realtà equilibrio fra la singolarità e l'universalità dell'uomo nelle sue forme concrete, appare chiare come la ricerca di una giustizia, che sia sociale rimanendo nell'ambito della singolarità, costituisca addirittura un'impossibilità di natura logica. La giustizia come valore assoluto non può ricercarsi se non nelle forme concrete e reali della vita dell'uomo, come espressione di questo suo svolgersi e potenziarsi, come aspirazione a uno sviluppo più alto e a un maggiore potenziamento.
Secondo l'antica classificazione aristotelica la giustizia è commutativa se si tratta di un diritto che si ha verso un altro uomo in forza di una corrispondente obbligazione, o distributiva quando si riferisca ai diritti di ciascun individuo di fronte a quel bonum commune di cui la comunità dispone. Evidentemente questa distinzione può avere un qualche valore, come vedremo, ai fini di una classificazione formale della giustizia come effettivamente si spiega nell'ambito oggettivo dello stato, ma nulla ci dice di preciso sul momento soggettivo che la costituisce.
La giustizia è, come si è detto, sintesi che si determina nella coscienza di due tendenze diverse dell'uomo ad essere come singolarità e come universalità e pertanto essa non può trovare un limite nella realtà concreta in cui si è oggettivata tale aspirazione all'universalità, ma è viva e vitale nel suo impulso a sopravanzare e oltrepassare i limiti che tale realtà pone solo come minimo per un'uguaglianza nella collettività. In altre parole, non può essere considerato nel suo momento soggettivo giustizia l'adattarsi passivo alle forme di essa, come si sono determinate nella tradizione etica e giuridica del mondo in cui si vive, ma è vera giustizia la volontà consapevole di ciascuno che si esprima come apporto alle forme concrete nella vita spirituale, secondo la propria capacità. Se nello stato e dalle sue leggi è nettamente posto il limite minimo di là del quale si ha la sanzione che è comminata all' ingiusto, la giustizia come momento soggettivo è volontà di azione praticamente illimitata o comunque limitata dalle stesse capacità umane, variabili per natura e potenza, in funzione di quei fini o principi ai quali s' ispira l'azione dello stato. In altre parole, è giustizia per ciascuno l'obbedienza alla propria legge di storicità che lo porta a tradursi come volontà ed opera nelle realtà durature dello spirito.
Se si guarda alla cosiddetta giustizia sociale muovendo da questo momento soggettivo dell' individuo, non come singolarità quale viene inteso dal liberalismo e dal socialismo, ma come socialità esso stesso, appare chiaro quale sia l'essenza verace ed assoluta della giustizia sociale. Noi la conosciamo nella sua realtà obiettiva e in essa ci appare sotto due aspetti di cui l'uno è propriamente giuridico, l'altro è politico. Anzitutto essa è veramente la garanzia data a ciascun uomo di poter spiegare la sua volontà e capacità di realizzare quello che per lui, individuo sociale, costituisce la propria giustizia. È, in altre parole, la realizzazione di un'eguaglianza e di una libertà di natura giuridica, il cui fine è la determinazione dell'ambiente più propizio per la creazione di beni nei quali ciascuno, grande o piccolo creatore che sia, vuole manifestare se stesso.
Dato il carattere strettamente egualitario di tale garanzia, essa assume inevitabilmente carattere normativo e coattivo tanto per i rapporti interindividuali quanto per i rapporti fra l' individuo e lo stato. La buona legge è pertanto condizione prima e fondamentale della giustizia sociale, in quanto provvede alla tutela dell' integrità fisica dei membri della società e di quegli istituti ed attività come la famiglia, la proprietà, il lavoro, i quali sono la manifestazione dell'individuo e della sua volontà di essere come tale. In altre parole, condizione prima della giustizia sociale è che tutte le forze umane siano protette affinché possano dare in tutto la misura del loro valore. Poiché la giustizia è nella legge l'espressione di quel minimum etico che lo stato a un determinato momento considera come necessario per la difesa e il progresso della società e in conseguenza di se stesso, la legge ha funzione etica come disciplina nella coscienza individuale e nell'azione stessa dello stato. In senso generale può dirsi che la giustizia consacrata nella legge è un netto riflesso di quel momento soggettivo, in cui l'uomo, vincendo la propria singolarità, riesce a vedersi e a proiettarsi nella realtà sociale. Lo stato giusto protegge il forte per la ragione che è forte, il debole per la ragione che è debole. L'uno e l'altro hanno un proprio punto di equilibrio, per dir così, su cui gravita la loro personalità, e che ne determina l'effettiva capacità costruttiva; il primo lo ha vicino al limite della singolarità poiché le forze non gli consentono di staccarsi dall' impaccio delle esigenze materiali, l'altro più esternato, per dir così, socialmente, poiché per sue qualità naturali riesce ad attuarsi più largamente nella produzione di beni. La giustizia come si manifesta nel diritto non tiene conto di tale profonda diversità tra gli individui, poiché quello che soprattutto le importa è la fissazione di una norma di rapporto sociale a cui tutti debbono ugualmente sottostare, come condizione minima per il tradursi di ciascuna forza, grande o piccola che sia, nella vita non peritura della collettività.
Ma appunto perché il fine proprio dello stato è quello di promuovere la creazione del maggior bene e della maggiore potenza possibile, esso non può fermarsi nella sua azione di giustizia a questa semplice garanzia di manifestazione della personalità che è data dalla legge, ma si fa promotore di un'altra e più vasta giustizia fondata sul riconoscimento pieno del valore sociale dell'opera che ciascuno compie, dell'azione dunque considerata nel suo valore oggettivo, sia perché ciò seconda e favorisce l' impegno di ciascuno all'opera costruttiva, sia perché il riconoscimento di essa è presupposto dalla sua acquisizione come potenza da parte dello stato.
In quanto diretto a creare una nuova realtà politica, cioè una nuova e maggiore potenza, lo stato prende atto dell'apporto dato da ciascuno, senza impegnarsi in una valutazione dello sforzo soggettivo che lo ha prodotto e propriamente della sua eticità nel senso più stretto della parola. Così, da un punto di vista strettamente etico il piccolo e il grande produttore di beni sono eguali, se è eguale il dominio che ciascuno ha dovuto esercitare su se stesso, ed eguale è stata quindi la loro obbedienza alla legge morale, ma dal punto di vista politico misura del valore è l'apporto dato da ciascuno alla realtà obiettiva della società e dello stato. Tutto ciò determina il sorgere di una giustizia il cui criterio è criterio propriamente politico, poiché si adegua alla inesauribile varietà e disuguaglianza delle forze individuali che costituiscono l'aggregato sociale. Tale giustizia si propone di assegnare a ciascuno, come stimolo alla produzione, il giusto compenso del prodotto soggettivo del lavoro quale si determina nel complesso delle forze economiche, e di riconoscerne anche il valore concreto, rispetto a quei fini di arricchimento e di potenziamento del patrimonio spirituale e materiale della nazione che esso si propone. Com'è ovvio, anche tale aspetto propriamente politico dell'azione dello stato assume piena luce etica, sia per la natura del fine che è proprio dello stato la quale conferisce ad esso una generale eticità, sia perché tale giustizia, che possiamo chiamare politica, si riflette come educazione sulla massa del popolo.
In questo senso l'antica distinzione aristotelica fra giustizia commutativa e giustizia distributiva assume una nuova luce. Alla prima corrisponde all'incirca quella giustizia giuridica che è l'espressione, per dir così, primordiale dell'etica sociale e trova nella legge la sua concreta manifestazione. Alla seconda corrisponde quella giustizia che abbiamo chiamato politica, in quanto determinata da un giudizio di valore che lo stato stesso volta a volta commisura ai fini che si propone di raggiungere.

A. Pagliaro

(Estratto da Dizionario di politica a cura del P.N.F., Voll. II, Roma, 1940, voce GIUSTIZIA, PP. 336 - 337)

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 44
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2598
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mar Lug 10, 2012 10:43 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

MISTICA FASCISTA

Il problema di una mistica fascista è solo in parte connesso con quello più generale della «mistica». Di questo concetto si ha un aspetto più propriamente religioso ed un altro tipicamente filosofico. Dal punto di vista religioso, mistica è l'annullamento dell'uomo in Dio e quindi la dedizione completa ed integrale della creatura al Creatore. Considerata da questo punto di vista la mistica fascista importerebbe quasi più che la dedizione assoluta all'idea fascista, l'annullamento del Fascista nel Fascismo. Questo non può essere il significato di una mistica che vuol essere veramente fascista, perché il Fascismo non intende annullare l'individuo ma invece riproporlo nella sua più vera ed effettiva totalitarietà. Anche il concetto filosofico di mistica è insufficiente a spiegare la mistica fascista. Filosoficamente infatti la mistica può considerarsi l'affermazione di una verità come oggettivamente assoluta e tale da annullare completamente ogni speculazione di pensiero estraneo a questa verità, di modo che l'assolutezza di quella determinata realtà è da porsi come un dato incontrovertibile della conoscenza. In tal senso « mistica fascista » significa convinzione nell'assoluta verità della dottrina affermata ,dal Duce e convinzione nella necessità stessa di questa dottrina, come mezzo della grandezza e potenza della nazione. Ma se questa è mistica, la mistica fascista è qualche cosa di più ancora di questa stessa concezione che sembra la più alta a cui mente umana possa arrivare. Come è stato giustamente affermato, il nemico ideale della mistica è la dialettica in quanto il pensiero mistico pone come una realtà assoluta l'affermazione di un mondo esterno in cui il pensiero deve annullarsi e dal quale non può assolutamente ritirarsi. Ma il Fascismo è movimento ed è quindi l'affermazione più netta della dialettica, in quanto questo movimento, che si traduce nel campo politico nell'indefinito accrescimento della potenza nazionale, è movimento determinato da un pensiero, o meglio, da una volontà cosciente che tende all'attuazione di un mondo spirituale e a tradursi in realtà obiettiva, ma che ha pur sempre una propria spiritualità. Il concetto più esatto quindi di « mistica fascista » è quello dell'azione più rapida e più dinamica determinata da una più profonda assimilazione dei presupposti ideali della Rivoluzione fascista. Questo è senza dubbio il concetto più aderente alla concezione fascista e questo è anche quello che ha ispirato la creazione a Milano di una « Scuola di mistica fascista » intitolata al nome di Sandro Italico Mussolini. Il presidente della scuola, in una sua relazione consegnata al Duce il 21 novembre 1939-XVIII, ha affermato che la Scuola si propone la formazione « di missionari per tramandare ed infiammare dell'idea, di cui Voi ci avete accesi, le nuove generazioni ». E del resto la simbolica consegna del « Covo » di via Paolo da Cannobio, prima sede del Popolo d'Italia, avvenuta il 27 ottobre 1939-XVII agli allievi della Scuola, sta a testimoniarlo. Con ciò la mistica fascista si definisce la preparazione all'azione più energica e più accesa che tende a tradurre in realtà le affermazioni ideali del Fascismo. Poiché infatti il Fascismo afferma il binomio indissolubile tra pensiero ed azione, la prassi fascista, e specialmente questa prassi più nobile del Fascismo che è la mistica fascista, non è pura prassi meccanica, non è semplice attivismo, sia pure ideale, ma è azione cosciente della volontà umana che tende a attuarsi in una realtà obiettiva, in quanto è in possesso di un compiuto mondo spirituale che urge alle soglie della propria umanità per tradursi in grandezza e potenza. La « mistica fascista » assume in tal modo un suo più completo e totale significato, perché fonde in un solo i due elementi che in un primo tempo sembravano distaccati, il momento puramente spirituale della mistica fascista come credenza in un « assoluto » ed il momento attivo di essa come azione. La mistica fascista può quindi meglio definirsi come l'azione fascista determinata dalla fede più salda nell'assoluta verità delle affermazioni fasciste. In tal senso si può comprendere come si possa parlare di una mistica fascista facente parte della dottrina o il meglio dell'azione dottrinale del Fascismo, e come sia opportuna una scuola che prepari ed indirizzi la parte migliore della gioventù italiana verso questa mistica, cioè verso questa azione « più fascista».

S. Malvagna

( Estratto da “Dizionario di politica” a cura del Partito Nazionale Fascista, Vol III, pp. 185 – 186, Roma 1940 )

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 44
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2598
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mar Lug 24, 2012 4:35 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

APPELLO FASCISTA.

- Fra i riti più notevoli instaurati dalla Rivoluzione fascista è l'appello fatto in determinate occasioni (cerimonie funebri, anniversari e simili) di camerati scomparsi. La risposta « presente » è data ad una voce da tutti gli astanti. Questo rito ha come significato simbolico quello di attestare la continuità spirituale oltre la loro vita fisica di coloro che hanno contribuito con la loro opera alla ricostruzione della vita italiana promossa dal Fascismo. La « presenza » di coloro che si sono sacrificati nella lotta, o che vi hanno dato contributo di azione, permane nella realtà conquistata dalla Rivoluzione. Gli scomparsi non sono assenti poiché vivono nel documento delle loro forze migliori. La risposta « presente » gridata ad una voce dai camerati afferma, oltre che il riconoscimento di tale apporto duraturo alla realtà storica della nazione, la vitalità in tutti gli spiriti dei motivi ideali che hanno mosso all'azione e al sacrificio il camerata scomparso. Il rito dell'appello si inserisce in quel riconoscimento delle forze spirituali oltre la vita fisica che nelle religioni si manifesta col culto dei santi e presso i popoli, nelle diverse fasi della civiltà in forme diverse, col culto degli eroi.

Red.

(Estratto dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. I, pp. 146 - 147)




ARISTOCRAZIA.

I. CONCETTO GENERALE. — Dominio, dal punto di vista politico e, per analogia, anche da quello morale, intellettuale e talvolta economico, dei pochi, presumibilmente i migliori, sulla massa, che ne accetta, per rispetto, per indifferenza o per timore, la superiorità. Il concetto di aristocrazia implica, pertanto, quello di una naturale differenziazione tra i componenti di una società organizzata; e quello di una gerarchia di valori che, sostanzialmente, è sempre esistita nei gruppi sociali e politici. Gli elementi costitutivi dell'aristocrazia appaiono diversi, secondo epoche e paesi: essi si riferiscono a virtù militari, politiche, civili, culturali e, talvolta, a capacità economiche, di uomini, ai quali, non di rado, si concede il privilegio ereditario. In ogni caso lo svolgimento storico, in apparenza vario e difforme, dell'aristocrazia (sia di quella militare, sia di quella politica, sia di quella amministrativa, sia di quella intellettuale, sia di quella plutocratica) attesta la validità del principio che sempre c'è stata una categoria di persone, specificamente qualificate o per nascita o più spesso per virtù propria, le quali hanno, direttamente o indirettamente, di fatto o di diritto, esercitato il dominio, collaborato alla direzione della cosa pubblica, influendo sull'andamento della vita delle collettività organizzate.

[...]

4. ARISTOCRAZIA E FASCISMO. — Caduta, sotto i colpi della democrazia, l'idea aristocratica nell'ultimo cinquantennio della vita italiana, era necessario, per ridare senso di volontà agli individui e struttura gerarchica, e cioè ordinata, allo stato, ristabilire la funzione e lo spirito della classe dirigente. Il preteso livellamento predicato dalle scuole democratiche della fine del secolo scorso aveva appiattito la coscienza italiana e represso i fremiti della tradizionale volontà degli Italiani. Non a caso Alfredo Oriani aveva, nella Rivolta ideale, dedicato al problema dell'aristocrazia, considerata come « una superiorità dello spirito organizzata dalla volontà di comando », pagine mirabili. La vita, diceva Oriani, ha due necessità: salire e durare. Tentare di smorzare la forza dei capaci è impossibile. L'aristocrazia è immortale ! Il Fascismo, restaurando l'idea dello stato, non poteva non affermare l'esigenza di funzioni e compiti assegnati a categorie capaci, volitive, esperimentate nella guerra e nella rivoluzione, le quali potevano rivelare personalità forti, le nuove aristocrazie della vita italiana. MUSSOLINI, conscio del valore delle minoranze nella storia (V, 293), conscio del fatto che « i grandi movimenti storici non sono già soltanto il risultato di una addizione numerica, ma anche l'epilogo di una volontà tenacissima » (VI, 65); conscio soprattutto del valore delle gerarchie nello stato —gerarchie in parte non esaurite, in parte da rinnovare, in modo da poter saldare l'anello fra passato e presente (II, 235) — ha visto sin dall'inizio del movimento fascista l'importanza fondamentale del problema della classe dirigente nazionale. Al suo ideale, annunciato al Congresso fascista del 1925, di poter creare generazioni elette, una classe di guerrieri, di inventori, di giudici, di grandi capitani d'industria, di grandi esploratori, di grandi governanti, ha corrisposto la realtà, che offre un quadro, sempre perfezionantesi, specie per la cura dedicata a tale scopo dal Partito nazionale fascista, di gerarchie qualificate, precisate, funzionali. Più che la scuola, che indubbiamente forma il carattere delle nuove generazioni, è il tono stesso della vita italiana, l'ideale della vita fascista, la severa disciplina degli spiriti, che raffinano sempre meglio la capacità e la volontà degli Italiani, i quali sentono tutto l'orgoglio di ubbidire e tutto il sublime dovere, quando ne siano investiti, del comando. Agli antichi valori aristocratici (quelli del sangue, della tradizione, dell'ereditarietà), altri si sono aggiunti, non meno eletti. Se, come ha avvertito una volta Mussolini, nobile deve considerarsi colui che lavora, che produce (IV, 272); se devono essere considerati come il fiore dell'aristocrazia i caduti della Rivoluzione (II, 337), e gli eroi della guerra; non è meno vero che la classe politica nuova si va formando attraverso l'esercizio del comando, la responsabilità del dovere, l'esperienza della Rivoluzione e della ricostruzione nazionale. Questa classe, che non assume mai la staticità conservatrice delle antiche oligarchie, ma che tende continuamente a rinnovarsi, pur riconoscendo talvolta a taluni dei suoi rappresentanti vere e proprie attribuzioni nobiliari ereditarie, si distingue per il disinteresse, la capacità politica, il forte senso del dovere, la forza e la dirittura del carattere. Essa è, difatti, un'esperienza continua e viva, che sottopone gli uomini ad una selezione incessante e perfezionatrice. « Ed è attraverso questa selezione metodica che si creano le grandi categorie, le quali a loro volta creeranno l' impero» (V, 117).

C. Curcio

(Estratto parziale dal Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. I, Voce Aristocrazia, pp. 169 - 172)

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 44
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2598
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mer Set 19, 2012 5:04 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

CHIESA E STATO

[…]

5. EVOLUZIONE STORICA DEI RAPPORTI TRA STATO E CHIESA IN OCCIDENTE.

— Prescindiamo dal mondo orientale, remoto da noi, e dalla stessa antichità. Dall'avvento del cristianesimo e dalla sua affermazione come religione lecita, che diventa rapidamente religione ufficiale, il sistema dominante è stato, in tutto il mondo europeo, quello del coordinamento. Questo ha naturalmente avuto aspetti profondamente diversi secondo i tempi ed i paesi: la storia di questi aspetti sarebbe la storia dei rapporti fra Stato e Chiesa, e della stessa legislazione ecclesiastica, di tutti gli stati. Non ci è naturalmente possibile qui ritracciarli, neppure per sommi capi. Si può solo notare che l'esistenza dell' impero, serbatosi concettualmente unitario anche quando gl' imperatori ebbero le due sedi, italiana e di Bisanzio, serbatosi nella mente dei contemporanei come universale anche dopo quella che noi sogliamo chiamare la fine dell' Impero romano di occidente, dava un aspetto ben diverso a questo coordinamento da quello che ebbe di poi. L'imperatore era veramente egli pure al pari del Papa un reggitore del mondo, tale per volere di Dio: e il suo prestigio mondiale non era secondo a quello di nessun altro. L'Impero carolingio non fu che un'eco ed un riflesso di quello romano: non aveva più il suo prestigio, e non la sua universalità: e se quello romano poteva gloriarsi di avere protetto la Chiesa, di averle facilitato la unità attraverso la persecuzione degli eretici, la vittoria attraverso le misure contro i pagani, l'Impero carolingio, pure non scevro di analoghe benemerenze, appariva come sorto da una consacrazione ecclesiastica, non poteva dirsi più antico della Chiesa stessa. Peraltro, finché si diede una realtà non solo, ma una concezione, un'aspirazione all' impero universale, il coordinamento tra Stato e Chiesa ebbe sempre un carattere particolare: apparve sempre inquadrato in una visione di unità mondiale, unità religiosa e politica, visione del rapporto tra due pastori incaricati entrambi da Dio di pascere il medesimo gregge. La teoria medioevale dei due soli, che a tutti noi è familiare attraverso la parole di Dante

Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo
(Purg.,XVI, 106-108)


ci mostra e ci ricorda appunto questa concezione universalistica, irrimediabilmente spezzata con l'avvento della pluralità di stati, e col lento scomparire, nella coscienza europea, pur di ogni aspirazione verso un ritorno alla unità. Con la molteplicità degli stati, il sistema del coordinamento prende altri aspetti: esso si esplica anzitutto attraverso una tacita ripartizione di funzioni, poi con la collaborazione e l'accordo tra Chiesa e Stato, negli ambiti di quella che è la vera e propria vita religiosa: si tratti dell'opera cogente dello stato per reprimere l'errore o anche soltanto per assicurare l'obbedienza a ogni comando della Chiesa, si tratti dell'accordo tra le due potestà per la nomina ai più elevati gradi della gerarchia ecclesiastica o per questioni inerenti al contributo che i beni della Chiesa siano chiamati a dare alla finanza nazionale. Le grandi ricchezze che la Chiesa acquista, la formazione di feudi e di signorie ecclesiastiche, creano particolari ragioni di collegamento: il vescovo o l'abate sono spesso signori territoriali, analoghi agli altri, solo che per loro il titolo deriva dalla nomina all'ufficio ecclesiastico. Allorché si formano stati ove si dà rappresentanza di ceti (cortes, stamenti, bracci, stati), il clero è sempre, accanto alla nobiltà ed alle rappresentanze cittadine, uno dei tre ceti che ha la sua rappresentanza in quest'organo parlamentare che, nel periodo del suo massimo fiorire, costituisce una limitazione ai poteri del sovrano. La riforma protestante non arreca profondissime innovazioni al sistema dei rapporti fra Stato e Chiesa; se si prescinde dai periodi di persecuzione di cui il cattolicesimo nei paesi protestanti, il protestantesimo in quelli cattolici (talora le stesse varie frazioni del protestantesimo in paesi protestanti aderenti ad altra denominazione) sono oggetto, continua un collegamento tra lo Stato e la Chiesa. Le confessioni protestanti sono più fortemente assoggettate all' influenza dello stato; ma esse pure rompono sempre i quadri dei confini territoriali e l'attività dello stato nei loro confronti va lentamente diminuendo, man mano che si afferma il concetto della laicità dello stato o comunque della impossibilità di un suo troppo stretto legame con un' unica confessione religiosa. Nei paesi cattolici s' inizia col Quattrocento l' epoca dei concordati, cioè di solenni accordi che stabiliscono i rapporti fra Chiesa e Stato: nei concordati che si concludono dal secolo XV fino al secolo XIX abbondano i privilegi accordati ai principi, soprattutto in materia di nomina ad uffici ecclesiastici (la materia strettamente religiosa, quella dottrinale in specie, resta sempre estranea all'ambito concordatario): privilegi che spesso non sono che la legalizzazione di usurpazioni già da tempo effettuate dai sovrani. La fine del Settecento, l'età dei principi illuministi, vede un acuirsi delle pretese dello Stato di fronte alla Chiesa. Il sentimento nazionale che si va sviluppando guarda con sospetto all'internazionalità della Chiesa, particolarmente al clero regolare, che di quella internazionalità è la manifestazione saliente. Abbondano gli editti dei principi che vietano di portare cause ecclesiastiche a Roma, di pagare tasse alla Santa Sede, che cercano di limitare e controllare i rapporti tra episcopato e Santa Sede, che vogliono controllare altresì la formazione del clero nazionale, impedire la nomina di stranieri a cariche ecclesiastiche nello stato. Più decisa di ogni altra in questo senso la legislazione dell' imperatore Giuseppe II. Nello stato dell' Ottocento l'avvento del principio della libertà religiosa, e della uguaglianza dei cittadini di fronte allo stato quale sia la loro fede religiosa, importa ulteriori modifiche a questo tipo di coordinamento. Che del resto risente anche degli stessi mutamenti seguiti nella costituzione dello stato e nei concetti ispiratori che presiedono ad essa. Invero, finché lo stato è considerato oggetto di sovranità da parte del monarca, il quale ha poteri propri che discendono direttamente da Dio, il confessionismo statale non è che un'eco della religiosità del sovrano: l'appello alla propria coscienza, ed alla stessa esigenza della salvezza della propria anima, risuona spesso sulle labbra dei sovrani assoluti, allorché prendono i più importanti provvedimenti in materia di religione. Ma allorché lo stato viene considerato soggetto di sovranità, ed il monarca come il primo organo dello stato, la confessionalità dello stato muta aspetto: essa può significare adesione ai principi morali, alla vita esteriore, all'opera terrena della Chiesa, non può più avere quel significato di adesione ad un credo religioso, con tutte le sue verità trascendenti, che aveva per l' innanzi. L' Ottocento vede in tutti gli stati, ma con maggiore intensità in quelli cattolici, una reazione antichiesastica, il desiderio di rompere i legami tra Stato e Chiesa, di dare allo stato una legislazione laica, spesso una legislazione ostile alla Chiesa: non solo l'uguaglianza dei cittadini quale sia la loro confessione religiosa, ma la laicizzazione dell' istruzione, della beneficenza, del matrimonio, del giuramento, l'abolizione di ogni privilegio del clero, sono nei programmi politici dei partiti dominanti in questo secolo. Le ricchezze ecclesiastiche, che nei paesi dove si era affermato il protestantesimo avevano subìto una durissima falcidia già nel secolo XVI, sono in gran parte sommerse nella bufera rivoluzionaria, in Francia e là dove si stabiliscono repubbliche filiate da quella francese o monarchie dei napoleonidi. Ciò che si salva, sarà ancora duramente colpito dalle legislazioni eversive dell' Ottocento. Solo in pochi stati, come nell' Impero austro-ungarico, rimangono grandi ricchezze ecclesiasti¬che, e rimane anche qualche traccia dell'antica posizione politica o morale del clero, come ceto privilegiato. Il Novecento, soprattutto a partire dal suo terzo decennio, mostra chiara una reazione contro i principi dell' Ottocento. Rifioriscono i concordati, più favorevoli alla Chiesa che non fossero quelli dei secoli scorsi, perché riconoscono in pieno la libertà ecclesiastica, e non contengono più concessioni ai sovrani di privilegi che erano limitativi di questa libertà. L' ideale laicizzatore tramonta: si riconosce legislativamente l'opera benefica della Chiesa in vari ambiti di attività sociale: l' istruzione, la beneficenza, il matrimonio. In qualche stato lo stesso principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte allo stato quale sia la loro confessione religiosa subisce ingenti limitazioni.

6. IL PROBLEMA DEL «TIPO IDEALE ».

- Chi abbia la sana coscienza realistica di un italiano della civiltà fascista, non può non restare scettico di fronte alla stessa impostazione di un problema del « tipo ideale » di rapporti fra Stato e Chiesa. Ogni paese ha esigenze diverse, ogni epoca storica ha le sue esperienze: nella ingente complessità della vita sociale tutti i problemi si concatenano, e questo dei rapporti fra Stato e Chiesa è connesso con numerosi altri, che non possono avere una soluzione costante nel tempo e nello spazio. Il DUCE, nel suo storico discorso alla Camera del 13 maggio 1929, ben distingueva tra la posizione dei paesi cattolici e di quelli protestanti, degli stati dove si dà unità religiosa e di quelli, come gli Stati Uniti d'America, dove v' è una molteplicità di confessioni religiose. Parlando dei paesi cattolici, il DUCE diceva: « Non si può pensare una separazione nettissima tra questi due enti» — lo Stato e la Chiesa —« perché il cittadino è cattolico e il cattolico è cittadino. Bisogna dunque determinare i confini tra quelle che sono le materie miste. D'altra parte la lotta tra la Chiesa lo Stato è millenaria: o è l'imperatore che domina il Papa o è il Papa che domina l'imperatore. Negli stati moderni, negli stati a solida organizzazione costituzionale moderna, dato lo sviluppo dei tempi, si preferisce vivere in regime di concordato ». Ma ricordava al tempo stesso la posizione particolare, il privilegio dell' Italia. «Prima constatazione: l'Italia ha il privilegio singolare, di cui dobbiamo andare orgogliosi, di essere l'unica nazione europea che è sede di una religione universale ». Da questa posizione propria a tutti i paesi cattolici, da questa peculiare situazione dell' Italia, da quelli che erano stati i precedenti rapporti fra Stato e Chiesa in Italia, dalla evoluzione che essi avevano subito, discendeva l'opportunità della soluzione concordataria. Diceva ancora il DUCE: « Io pensavo e penso che una rivoluzione è rivoluzione solo in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo. È una rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema capitale dell'unità e dell'indipendenza italiana; rivoluzione è quella fascista, che crea il senso dello stato e risolve, man mano che si presentano, i problemi che il passato le ha lasciato. La Rivoluzione doveva affrontare questo problema, pena la sua impotenza; e le soluzioni erano queste: o dichiarare abolita la legge delle guarentigie e dire : la Rivoluzione fascista considera il Sommo Pontefice alla stregua del supremo moderatore delle Tavole Valdesi o del Gran Rabbino, soluzione assurda e di un rischio enorme, oppure conservare lo statu quo, continuare in questa atonia, in questa cronicità esasperante, indegna di una rivoluzione. La terza strada era quella di affrontare il problema in pieno », che è quanto è stato fatto con gli Accordi lateranensi (v. LATERANO, Accordi del). Anche questo problema dunque, come tutti quelli che la Rivoluzione fascista trovò sulla sua via, fu affrontato e risolto. E la risoluzione non solo incontrò il plauso della grandissima maggioranza degli Italiani, non solo quello dei cattolici di tutto il mondo, che, dopo il concordato, hanno guardato all'Italia con una simpatia quale mai avevano avuto per l'innanzi, ma, in dieci anni di esperienza, è apparso scevro d'inconvenienti per lo stato, ed ha mostrato quale forza possa a questo venire, soprattutto durante certe crisi internazionali, in momenti critici per l' Europa, da uno stretto collega-mento col papato. Ma non è questa la sede per parlare degli Accordi lateranensi né di ciò ch'essi hanno realizzato per l'Italia, bensì soltanto, se mai, per ricordare com'esci integrino l'esempio di soluzione contingente la più felice e la meglio riuscita del problema eterno dei rapporti tra Chiesa e Stato. Soluzione contingente: ottima là dove di fronte alla Santa Sede sta il regime fascista: « regime leale, schietto, preciso, che dà la mano aperta, ma che non dà il braccio a nessuno », regime fortissimo, regime circondato di enorme prestigio; il « regime fascista, creatore di nuove forze economiche, politiche, morali, che fanno di Roma uno dei centri più attivi della civiltà contemporanea» (discorso del DUCE in Senato, 25 maggio 1929). Ma che non può essere considerata soluzione universalistica; che potrebbe recare frutti diversi in paesi dove non si fosse prima instaurato un regime analogo a quello fascista. Soluzione ottima: che non esclude la possibilità di divergenze («Voi non vi spaventate né mi spavento io — è sempre il DUCE che parla — dicendo che degli attriti vi saranno, malgrado la separazione nettissima fra ciò che si deve dare a Cesare e ciò che si deve dare a Dio »), ma che ha in sé tanta certezza di durata quanta non ne ebbe alcun'altra soluzione storica data al problema dei rapporti fra Stato e Chiesa. «La pace durerà »: disse il DUCE: e pure a questo proposito la storia avallerà ch' Egli guardò lontano con occhio sicuro.

A. C. Jemolo

(estratto parziale da Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. I, voce "Chiesa e Stato", pp. 467-469)



CONSENSO.

- Dal dominio filosofico in cui ha il significato originario di accordo dei più nel riconoscimento di una verità, e da quello giuridico in cui sta ad indicare l'atto di volontà che è condizione prima della validità di un contratto, la parola consenso è passata nel dominio politico ad indicare l' intima adesione dei cittadini come singoli e come complesso all'azione delle gerarchie di governo. Nelle dottrine politiche che hanno le loro radici nel contrattualismo (v.), il consenso ha una parte essenziale, poiché per esse lo stato è il risultato di una convenzione volontaria per cui ogni cittadino conferisce in pieno accordo con gli altri a un organo ben distinto, lo stato, il compito di tutelare quella parte dei suoi interessi che egli come persona singola non sarebbe in grado di tutelare. Il consenso di una massa maggiore o minore di cittadini nel sentire tale bisogno precede e determina la creazione dell'organo destinato a soddisfarlo. L'aspetto giuridico dello stato liberale emergente da un contratto, per quanto di natura particolare, porta all'esigenza formale di rinnovare continuamente il consenso alle gerarchie di governo attraverso un atto giuridicamente definito. La esistenza di partiti contrastanti infirma il valore di tale contratto, perché non si ha il consenso di tutti, bensì il consenso dei più, e vi è in ultima analisi una minoranza più e meno grande che ha diritto di non riconoscere le gerarchie di governo per il fatto stesso che ad esse non ha dato la sua adesione. I regimi liberali sono pertanto il terreno più propizio ai disordini e ai rivolgimenti politici. Nella dottrina fascista il consenso non è un atto che preceda la costituzione dello stato, ma è la partecipazione viva, attuale, costante alla vita di esso. Lo stato è volontà che emerge sulla nazione e si traduce in organizzazione; la volontà che in esso prende corpo non è la somma delle volontà di tutti, ma è la volontà della nazione come si è gerarchicamente graduata secondo la potenza, cioè in base alla possibilità e alla capacità di ognuno di agire nel sentimento e nella volontà degli altri. Nell'ambito del rapporto fra stato e individuo il problema del consenso viene quindi a porsi negli stessi termini del consenso nel rapporto di gerarchia che costituisce tutto il dinamismo della storia politica umana. L'azione politica è difatti contrassegnata da un equilibrio che si determina fra una volontà innovatrice e le complesse forze sociali e storiche; fattore principalissimo di tale equilibrio è il consenso che la volontà creatrice del capo trova nella massa, poiché egli come capo più assomma in sé e potenzia del suo vigore la stessa volontà che in forma meno rivelata ed energica si pone nella coscienza della massa. Il consenso, dunque, scaturisce dallo stesso dinamismo dell'azione storica poiché una volontà che non sveli a ciascuno in forma concreta quello che vive, sia pure come aspirazione indistinta, nella sua coscienza di uomo partecipe di una determinata storicità, ma sia invece un puro atto di arbitrio individuale, non si può tradurre in realtà storica, e comunque finisce col travolgere la forza da cui promana. Il consenso che la volontà politica esige non è la sottomissione naturale e istintiva che una tribù di primitivi ha di fronte al suo capo, ma è la deliberata e cosciente adesione ad un ordine storico che ha realtà nella vita di tutti e che quindi in quella volontà riconosce un' interpretazione di sé e l' impulso del suo progredire.

Red.

(estratto da Dizionario di Politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940, Vol. I, pp. 575-576)

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Marcus
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN
Cittadino Fascista-Gruppo ADMIN


Età: 44
Registrato: 02/04/06 11:27
Messaggi: 2598
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mer Mag 01, 2013 7:48 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Nel 1922 « il movimento fascista, cioè il partito fascista, è la maggior forza organizzata del paese » (G. Volpe, Lo sviluppo storico del Fascismo, 1928, p. 17). Esso era, più esattamente, l'unica forza politica del paese. E poiché aveva saputo elevarsi fino ad una nuova visione della vita, s'imponeva come una nuova concezione del mondo che reclamava intero il dominio dello stato. Il 1° agosto avrebbe dovuto scoppiare lo sciopero generale legalitario promosso dall'« alleanza del lavoro », sotto il pretesto di « difendere la costituzione », cioè il parlamentarismo, dalla violenza fascista. MUSSOLINI dette 48 ore al governo perché facesse prova della sua autorità. Ciò non essendo avvenuto, le squadre fasciste presero possesso della situazione in modo totalitario. Dal mese di luglio 1922 « si era aperto un periodo di angoscia e di paralisi ». Si sentiva che « occorreva uscire da una situazione paradossale e tragica » (MUSSOLINI, Scritti e discorsi, VI, pp. 281-282). Nella notte dal 26 al 27 ottobre 1922 fu ordinata da MUSSOLINI la mobilitazione di tutti gli iscritti al Partito fascista agli ordini di un quadrumvirato segreto di azione. Era la « Marcia su Roma ». Il 28 arrivò la notizia che il re aveva rifiutato di firmare il decreto per lo stato d'assedio predisposto dal governo di Facta, e il 29 l'annuncio che il re aveva chiamato a Roma MUSSOLINI per affidargli l'incarico di formare il nuovo gabinetto, prescindendo da ogni criterio parlamentare. La Marcia su Roma era compiuta!

3. LA TRASFORMAZIONE FASCISTA DELLO STATO (1922-1939).

a) Le leggi per la difesa (1922-1925) . — Il primo governo che sorge da una insurrezione e si installa in un paese è di regola un governo di fatto. Il suo primo compito è quello di « organizzarsi », cioè di stabilire un ordine costituzionale adeguato ai propri principi. Il Fascismo era venuto al potere in modo formalmente corretto, secondo la legalità costituita e cioè attraverso l'incarico dato dalla Corona al suo condottiero, al suo DUCE, di comporre un gabinetto che avrebbe dovuto presentarsi al Parlamento. La fusione del Partito fascista col Partito nazionalista, sotto la nuova denominazione di « Partito nazionale fascista» (P. N. F.) sembrava un'assicurazione legalitaria. Con tutto ciò il proposito del Fascismo restava quello di una rinnovazione radicale dello stato e la sostanza degli avvenimenti per i quali era arrivato al potere non era così regolare, di fronte al vecchio diritto costituzionale, come l'apparenza poteva far credere. Era stata violata la norma del parlamentarismo, quella cioè per cui il mutamento di un governo deve aver la sua causa in una dimostrazione di sfiducia del Parlamento. Qui invece la crisi c'era stata; ma era venuta dal di fuori del parlamento e contro il parlamento. D'altronde le « squadre di azione » rimanevano agli ordini del DUCE rivoluzionario, divenuto Ministro segretario di stato della Corona. E questi nel suo primo discorso alla Camera dei deputati in tale qualità, non esitò ad ammonire che sarebbe stato in sua facoltà « convertire l'aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli ». Vero è soltanto che l'impalcatura delle istituzioni anteriori in nessun punto era stata dislocata. Il gabinetto costituito da MUSSOLINI si poteva riguardare dall'esterno uno dei soliti « gabinetti di coalizione », ormai divenuti inevitabili; parecchi collaboratori erano stati scelti da diversi settori della Camera. Il periodo che va dall'assunzione del potere fino al 3 gennaio 1925 è di un estremo interesse per ciò che attiene al metodo della « conquista della legalità » e alla stessa psicologia del DUCE. Questo sembrava dominato dalla preoccupazione che il suo partito non fosse ancora in grado di assumere la direzione responsabile della società italiana. Profondo appariva in lui il rispetto per la legalità formale e intenso lo sforzo diretto a far rientrare nell'aula le forze e le passioni rivoluzionarie. Si sarebbe detto che il Fascismo, così felicemente pervenuto al potere, volesse assicurare le opinioni all'interno e all'estero sul proprio temperamento e sui propri propositi, quanto almeno alle questioni di metodo. Da siffatto atteggiamento trassero però motivo le insidie, le seduzioni e le lusinghe da parte degli elementi dei cosiddetti partiti storici. Costoro, sotto il fascino del successo, si erano trasformati in gran parte in fiancheggiatori del Fascismo. Ma ecco che proprio allora si presentò da costoro il programma della normalizzazione, che voleva dire il ritorno allo stato di cose contro il quale il Fascismo era insorto. Ecco che acquistò credito la versione che il Fascismo non fosse altro che un « liberalismo depurato e rinforzato », se non addirittura un semplice « residuato di guerra ». Il che significava, in poche parole, travisare la gesta della rivoluzione in una semplice avventura politica, negandole le possibilità di diventare un sistema, vale a dire un organico nuovo modo di essere del popolo italiano. Peraltro, nel novembre stesso del 1922 e nel gennaio del 1923, MUSSOLINI aveva compiuto due grandi affermazioni nettamente rivoluzionarie: la creazione del Gran Consiglio del Fascismo e quella della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Giustamente egli ha rivendicato nella sua Prefazione alla Raccolta degli atti del Gran Consiglio (luglio 1938—XVI) un valore fondamentale a queste due misure nella storia della rivoluzione fascista. Il provvedimento relativo al Gran Consiglio, compiuto in sede puramente politica, avrebbe voluto allora riguardare l' istituzione di un organo « essenzialmente politico » che non avrebbe toccato in alcun modo la competenza specifica del governo, rappresentato dal Consiglio dei ministri. Così era stato dichiarato alla riunione dell'11 gennaio 1923. In realtà già nella sua seconda sessione il Gran Consiglio (12-13 febbraio 1923) incominciò ad occuparsi di problemi legislativi, esaminando progetti di legge e attraverso il Gran Consiglio era un partito solo; quello fascista, che controllava la vita del governo. Quanto alla Milizia, MUSSOLINI non esitò a promuovere un regio decreto, del 14 gennaio, per il quale essa veniva dedicata « al servizio di Dio e della Patria italiana, agli ordini del Capo del governo » e a dichiarare al Gran Consiglio nella detta sessione che la Milizia doveva conservare un carattere fascista, come quella « che doveva assicurare lo sviluppo della rivoluzione di ottobre ». Vero è che MUSSOLINI aveva chiesto ed ottenuto la fiducia della Camera e oltre a ciò i pieni poteri per organizzare l'amministrazione dello stato e migliorare il sistema tributario. I partiti diversi dal Fascismo, che in questo tempo adempiva ancora alla funzione di un partito parlamentare, checché ne fosse della sua organizzazione effettiva e del suo programma intransigente ed esclusivo, rimasero a tutta prima sul piede di attesa dentro e fuori del Parlamento. Però, nell'inverno del 1923, avvenne un mutamento di opinione e nel congresso dell'aprile a Torino il partito popolare italiano denunciava l'incompatibilità del programma fascista coi principi della tradizione cattolica. Questo autorizzò MUSSOLINI a chiedere le dimissioni dei ministri e dei sottosegretari di stato appartenenti a quel partito, che egli aveva nel gabinetto. L'offensiva incominciava, e la maggioranza ondeggiante della Camera manifestò propositi di ostilità. Il governo non poteva non ricorrere allo scioglimento dell'assemblea, e riuscì a raccogliere intorno a sé tutti i gruppi contrari alla rappresentanza proporzionale in un progetto di riforma elettorale. Col testo unico 31 dicembre 1923, n. 2694, si istituì un collegio unico nazionale, diviso in sezioni regionali, e si attribuì alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa, purché avesse raccolto il 25 % dei suffragi, la totalità dei posti di maggioranza (357); i posti di minoranza (178) andavano ripartiti tra le altre liste, secondo la proporzione dei voti da ciascuna di esse raggiunta. Se nessuna lista avesse conseguito il 25 %, la ripartizione dei seggi sarebbe stata fatta per tutte col criterio della proporzionale. Il 6 aprile 1924 avvennero le elezioni, con l'esito di dare al governo la maggioranza che questo si proponeva di ottenere; ma apertasi la XXVII legislatura, nella Camera l'opposizione passò a propositi intransigenti, con manifestazioni intemperanti, di fronte a un progetto di riforma del regolamento che si diceva fosse diretto a togliere all'assemblea la facoltà di discutere. Il giorno 13 giugno, in seguito alla scomparsa del deputato socialista Matteotti, tutti i deputati dei partiti di opposizione, tranne gli amici dell'on. Giolitti, abbandonarono la sala delle sedute. Fu quella che si disse la "ritirata sull'Aventino". Alcuni pensarono che si sarebbe costituito di fronte al «Parlamento del Fascismo » l'« anti—parlamento della democrazia »; ma i secessionisti dichiararono di volersi attenere rigorosamente a mezzi legali. Nella speranza di un intervento della Corona e tra sé discordi e tutti malcerti non seppero assumere alcun atteggiamento decisivo. Si buttarono ai giornali che erano quasi tutti ancora nelle loro mani, ed invocarono la solidarietà dei partiti democratici stranieri, aprendo una campagna scandalista sull'assassinio del Matteotti. Essi non seppero nemmeno approfittare del passaggio all'opposizione dei « tre Collari », cioè i Cavalieri dell'Annunziata Salandra, Giolitti, Orlando. Costui da ultimo aveva protestato che: « Il Partito fascista, fosse anche composto tutto di eroi e di santi, non avrebbe potuto mantenersi come un'entità indipendente a fianco del governo e concorrere con esso all'esercizio dei poteri sovrani» (seduta del 22 novembre 1924, Atti parlamentari XXVII legislatura). Così il 3 gennaio 1925 MUSSOLINI, dopo avere tentato l'ultimo espediente di collaborazione, presentando un disegno di legge elettorale per cui si ritornava al collegio uninominale (20 dicembre 1924), fu costretto a sferrare l'attacco frontale. E lo fece con un discorso per il quale rivendicava al Fascismo l'esclusiva direzione della vita italiana, assumendosi egli la piena responsabilità di quanto era accaduto. Il concetto del discorso fu «tutto il potere a tutto il Fascismo ». Dal punto di vista costituzionale il discorso del 3 gennaio « segnò una data altrettanto importante che quella della Marcia su Roma ». Il Fascismo si pose finalmente come un nuovo regime, abbandonando la sua posizione di semplice partito. Nel discorso del 3 gennaio MUSSOLINI aveva preannunciato le « leggi fascistissime », dirette ad assicurare la difesa del nuovo stato di cose, e ad adattare l'ordinamento costituzionale alle esigenze spirituali e pratiche del movimento. Il VI congresso del Partito fascista, del 21 giugno 1925, approvava un ordine del giorno steso e presentato da C. Costamagna e da S. Panunzio, per la formazione fascista della Costituzione italiana. I primi provvedimenti legislativi sulle associazioni segrete (20 maggio 1925), sulla stampa periodica (31 dicembre 1925), contro i fuorusciti (31 gennaio 1926), sulla dispensa dal servizio dei funzionari pubblici (24 dicembre 1925), furono atti di alta polizia; senza che peraltro si dissimulasse che in tal modo si intendeva di attuare una nuova concezione del diritto pubblico. A proposito delle società segrete Alfredo Rocco, ministro della giustizia, dichiarò che « qualsiasi specie di società occulta, anche se in ipotesi il suo fine sia eticamente e giuridicamente lecito, è da ritenersi per il fatto stesso della sua segretezza incompatibile con la sovranità dello stato e la uguale libertà dei cittadini di fronte alla legge ». (Relazione alla Camera dei deputati, 12 gennaio 1925). Allo stato venne rivendicato il carattere di organismo etico e il diritto di curare l'animo oltreché il corpo dei cittadini. Si dichiarò che il rapporto tra lo stato e il pubblico funzionario implicava doveri di ordine morale e che doveva esistere una rigorosa conformità spirituale tra il funzionario e lo stato (discorso tornata 8 marzo 1925, Camera dei deputati). Con una legge intitolata nominativamente alla « difesa dello stato » (25 novembre 1926, n. 2008) si creò un tribunale speciale per giudicare i reati contemplati dalla legge stessa contro la sicurezza dello stato. Per questi si ripristinava la pena di morte, giustificata dall'assoluta supremazia dei fini della società su quelli dell'individuo, che non può ritenersi lo scopo di tutta l'attività sociale.
b) Le leggi costruttive (1925-1939).
1. Valore fondamentale nella serie delle riforme propriamente costruttive e costituzionali ebbe la legge 24 dicembre 1925, n. 2263, sulle attribuzioni e prerogative del Capo del governo, primo ministro e segretario di stato. Tale legge era stata presentata colla motivazione che più che a rinnovare intendeva a consacrare e consolidare consuetudini già introdotte nella pratica costituzionale italiana (relazione alla Camera dei deputati, 18 novembre 1925). Addirittura si riferiva lo scopo della legge alla necessità di definire la figura del primo ministro o presidente del consiglio e si diceva che ciò era stato la conseguenza necessaria « dell'introduzione del regime parlamentare che rapidamente si sovrappose, superando la lettera e lo spirito dello Statuto, al regime semplicemente costituzionale consacrato nella legge fondamentale del Regno Sardo ». I precedenti si indicavano nel regio decreto 14 novembre 1901, n. 460, che avrebbe accertato, in modo insufficiente, la posizione del ministro presidente, avvertendo che purtroppo nel disordine parlamentare successivo la figura della presidenza del consiglio sarebbe andata sommersa. Si trattava dunque appena di restaurare, sebbene « con un significato alquando diverso, con linee più decise e con maggiore energia », tenendo conto che il governo era ormai l'espressione di un solo partito e che il presidente del consiglio era anche il capo del partito dominante. Perciò si doveva istituire l'unità del gabinetto, superando il concetto di solidarietà verso la Camera che prima lo qualificava. In sostanza con questa legge si consacrava quell'istituto del «gabinetto» che era stato la caratteristica del governo parlamentare, proprio quando si voleva por fine al parlamentarismo! Nuova base dell'istituto avrebbe dovuto essere però la comune dipendenza di ciascun ministro dal Capo del governo, che d'ora innanzi avrebbe da solo determinato l'indirizzo politico generale e sarebbe diventato lo strumento per cui « il re esercita il potere esecutivo ». I rapporti tra il re e i singoli ministri e tra il primo ministro e i ministri, sarebbero restati quelli segnati dalla tradizione costituzionale, ma solo il Capo del governo, e non più il consiglio dei ministri, sarebbe stato l'organo che riduceva all'unità l'azione dei ministri. La legge rinunciava a definire i rapporti tra il Capo del governo e il Parlamento, come quelli che « sono di carattere essenzialmente politico, e sfuggono ad una definizione legislativa. ». Appena si previde che nessun argomento potesse essere posto in discussione della Camera senza l’assenso del primo ministro e si accordò al governo la facoltà di presentare un disegno di legge rigettato da uno dei rami del parlamento appena trascorsi sei mesi, mentre la legge vigente obbligava ad attendere la nuova legislatura.
2. Ma il significato di questa riforma non può essere apprezzato se non si tiene conto della legge 31 gennaio 1926, n.100, presentata in pari tempo e relativa alla « facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche ». Nella relazione al disegno di questa legge (Atti parlamentari, Camera deputati, seduta 26 maggio 1925) si premetteva che « il principio della separazione dei poteri, che è certo fondamentale nell'ordinamento dello stato moderno, non è però assoluto e inderogabile ». La distribuzione della competenza, si avvertiva, può arrivare fino a distruggere l'unità organica dello stato quando sia eseguita con un criterio troppo rigido. E pertanto la regola della separazione dei poteri è soggetta ad eccezioni anche nel diritto contemporaneo degli altri stati. In linea di massima si ammette « dalla costituzione nostra e da quella di tutti gli stati civili che il potere esecutivo ha facoltà di emanare norme giuridiche, che sono leggi in senso sostanziale », con l'unico limite di non poter derogare alle leggi votate dal Parlamento che sono esse quelle che hanno efficacia di legge formale. Ciò premesso, si dichiarava che con la legge proposta si voleva « disciplinare in modo organico la materia delle leggi in senso sostanziale ». All'effetto veniva delimitato, in conformità ai principi dello Statuto, il campo della potestà regolamentare del governo, riconoscendola in tre casi: 1° per disciplinare l'esecuzione delle leggi; 2° per disciplinare l'uso della potestà discrezionali conferite dal governo, dalle leggi e dalle consuetudini ; 3° per organizzare le pubbliche amministrazioni, in quella materia dell'organizzazione che solo da pochi anni era stata invasa dall'attività legislativa del Parlamento (v. LEGISLAZIONE). Oltre a ciò, peraltro, si accordava al cosiddetto potere esecutivo la facoltà di emanare norme aventi vera e propria efficacia di legge formale, e ciò sia per delegazione del Parlamento, sia per sostituzione al Parlamento. In questo secondo caso si dava al governo facoltà di legiferare per l'esecuzione dei trattati di pace, di alleanza e di commercio e sopra ogni altra importante quella di emanare norme aventi valore efficace di legge « quando urgenti necessità di stato lo richiedano », con l'obbligo di presentare il testo alla ratifica del Parlamento. Al riguardo si avvertiva che in parecchie costituzioni straniere è ammessa la facoltà di ordinanze con valore provvisorio e che in Italia l'ammetteva da tempo la pratica parlamentare, ad onta che il silenzio sull'argomento tenuto dal legislatore italiano avesse fatto sorgere la disputa sull'ammissibilità di una potestà simile. La legge n. 100 del 1926 in sostanza si appellava ai concetti dell'ultima giurisprudenza in materia, che della validità del cosiddetto decreto—legge faceva giudice soltanto il Parlamento in sede politica e pertanto autorizzava l'istituto sotto la condizione che concorressero gli estremi dell'urgenza e della necessità, da valutarsi dal Parlamento stesso, salvo decadenza qualora il decreto legge non fosse presentato al Parlamento medesimo per la sua conversione in legge. Malgrado gli scrupoli legalitari, vale a dire dedotti dalla regola di legalità anteriore alla Rivoluzione fascista, siffatte due riforme vennero impugnate dai critici proprio alla stregua della loro contraddizione coi principi del costituzionalismo ortodosso. Si disse che l'essenza dell'ordine giuridico dello stato riposa sopra la supremazia della legge e che le due leggi ora esaminate venivano invece a mettere l'una nelle mani del Capo del governo l'effettiva direzione dell'attività legislativa, mentre l'altra al medesimo Capo dall'arbitrio del potere esecutivo l'esercizio dell'attività inerente al decreto—legge, arbitrio al quale il Parlamento, per le sue nuove condizioni di struttura politica, non era più in grado di rifiutare in nessun caso il proprio assenso. Per essere obiettivi bisogna dire che non vi e alcuna insincerità nei propositi dell'autore della riforma. Vi era soltanto una grave illusione circa la possibilità contenere nei dogmi della vecchia dottrina una realtà così nuova e così espansiva come quella espressa dalla Rivoluzione fascista. Che l'opera fosse imperfetta lo ammise lo stesso guardasigilli Alfredo Rocco che nel 1929 e quindi appena a tre anni di distanza, annunciò alla Camera la revisione della legge n. 100 del 1926. Coloro che avevano redatto ed esaminato i disegni di legge checché ne fosse del loro «credo » politico, erano uomini educati alle scuole giuridiche dell'individualismo ed incapaci di scuotere la suggestione dei vecchi dogmi «scientifici ». Senza volerlo, essi incorrevano nell'apparenza di una slealtà, tanto di fronte alla legalità antica che essi violavano di fatto, quanto di fronte alla legalità nuova che essi rifiutavano di riconoscere e di attuare. I più acuti commentatori, come il Vacchelli (Sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, in Rivista di Dir. pubbl., 1927) rilevarono che si trattava di « norme di transizione fra il vecchio e il nuovo ordine di cose». In pratica il decreto—legge per ragioni di indole tecnica finì col diventare (v. CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPO RAZIONI) quasi l'unica fonte del diritto nel regime fascista e soltanto con l'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni, deliberata il 6 ottobre 1938 dal Gran Consiglio del Fascismo, il problema del decreto—legge è stato definito in termini più consentanei alle esigenze politiche e giuridiche dello stato totalitario (v. POTERI, TEORIA DEI).
3. L'incertezza ideologica doveva riuscire aggravata da altri equivoci. Con la legge 30 dicembre 1923, n. 3814, si era fatto luogo a una limitata delegazione legislativa per la riforma dei codici di diritto privato allo scopo di estendere il diritto nazionale alle terre liberate, col precetto espresso di non alterare il sistema della legislazione. Con la legge 21 dicembre 1925, n. 2260, la delegazione venne estesa ai codici di diritto penale e di procedura penale e con l'occasione alcuni ritocchi si introducevano per i poteri accordati con la precedente quanto al diritto privato, confermando però l' obbligo di rispettare « i principi fondamentali degli istituti vigenti ». Sotto tale vincolo la legge autorizzava il governo a pubblicare i nuovi testi dei codici anche per libri o titoli separati. E' chiaro che si intendeva impedire ogni modificazione al sistema del diritto privato qual'era stato costituito in Italia col codice civile, col codice di procedura civile del 1865 e col codice di commercio del 1882. Diversamente, non sarebbe stata nemmeno possibile una pubblicazione per libri separati, la quale avrebbe provocato conflitti irresolubili nel seno dell'ordinamento giuridico dello stato. In effetto, mancava a quel tempo nella coscienza del legislatore un'adeguata consapevolezza del valore nova-tivo della Rivoluzione fascista, così come nella letteratura corrente prevaleva la tesi che pretendeva di ridurre il Fascismo a null'altro che un « nuovo liberalismo ». La delegazione legislativa per i codici di diritto privato così effettuata veniva ad escludere che il Fascismo potesse esplicarsi anche nel settore del diritto privato, quasicché esso insieme a una nuova dottrina politica non fosse anche l'apportatore di una nuova dottrina sociale!
4. Appena si cominciava a comprendere che il Fascismo doveva avere dei riflessi sul diritto pubblico. Al principio del 1925 era stata istituita una « commissione presidenziale per lo studio delle riforme costituzionali » la quale non seppe anch'essa districarsi dalle pregiudiziali del vecchio costituzionalismo (Relazione della Commissione per le riforme costituzionali, 1925). Per altro colla legge 3 aprile 1926, n. 563, venne affrontato in pieno il problema che fu indicato in quello della disciplina giuridica nei rapporti collettivi di lavoro e che in sostanza concerneva l'inquadramento nello stato delle associazioni professionali. La legge 3 aprile 1926, n. 563, ammetteva il riconosci-mento legale di un solo sindacato per ciascuna categoria di datori di lavoro, di lavoratori, e di esercenti una libera professione o un'arte. Essa dava alle associazioni legalmente riconosciute la facoltà di formare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alle categorie, la facoltà di imporre a costoro contributi, nonché di rappresentarli in qualunque organo pubblico nel quale una rappresentanza professionale fosse ammessa. Inoltre proibiva lo sciopero e la serrata ed istituiva una Magistratura del lavoro, la quale avrebbe dovuto conoscere delle controversie collettive, vale a dire tra le associazioni sindacali, inerenti alla formazione di nuove condizioni di lavoro. Enorme sotto il riflesso politico fu l'importanza di questa legge composta di soli 23 articoli, ma integrata da altre numerose disposizioni (regio decreto-legge 1° luglio 1926, n. 1130, contenente norme per l'attuazione di essa; regio decreto-legge 1° luglio 1926, n. 1131, relativo alla istituzione di un Ministero delle corporazioni, ecc.). Il Capo del governo non esitò a salutarne la promulgazione come di quella legge che segnava la fine del regime liberale « agnostico e imbelle ». Il sindacalismo pesava come un incubo sulla civiltà moderna e particolarmente pericoloso appariva agli effetti dell'ordine pubblico il sindacalismo operaio che poneva nelle mani di audaci demagoghi le masse inconsapevoli. Era, senza dubbio, un'affermazione di forza politica senza precedenti quella per cui un regime sottoponeva ad una regola di legalità le energie oscure che sotto la spinta della rivoluzione industriale travagliano la compagine dei popoli moderni. Bisogna rendere omaggio a coloro che ebbero l'ardimento di tanta impresa. Peraltro, in linea tecnica e scientifica, oggi, a dodici anni di distanza, possiamo e dobbiamo formulare qualche riserva circa i criteri direttivi di tutta la riforma. Dal testo stesso della. legge n. 563 del 1926 risulta una grave contraddizione di concetto tra la parte dell'atto che concerne l'assetto delle associazioni professionali e quella che regola il cosiddetto « contratto collettivo di lavoro ». Come meglio è dimostrato sotto la voce SINDACALE CORPORATIVO, ORDINAMENTO, mentre le associazioni sindacali venivano erette a pubbliche istituzioni e investite di pubbliche potestà, si confermava per il contratto collettivo quella forma negoziale, nei termini del contrattualismo giuridico, che era stata propugnata dalla dottrina della libertà sindacale. Anche l'istituto della Magistratura del lavoro nelle controversie collettive in pratica risultò un pleonasmo (v. MAGISTRATURA DEL LAVORO) e per contro la riforma della procedura delle controversie individuali del lavoro, compiuta col regio. decreto-legge 6 maggio 1928, n. 1251, si limitò ad applicare alla materia le regole di un processualismo ispirato al preconcetto dell'autonomia degli interessi individuali quando invece l'ordine del lavoro si presenta nei termini di una suprema esigenza nazionale di ordine pubblico. Ma allora sullo spirito del Fascismo aleggiava ancora il motivo di una gara di superamento nei confronti dei postulati di quella democrazia sociale che aveva il suo tempio a Ginevra e pullulavano le deviazioni dottrinarie che abbiamo esaminato sotto la voce CORPORATIVISMO. Ciò non di meno si accentuava la consapevolezza della trasformazione fascista dello stato. Con regio decreto-legge 24 settembre 1926, convertito nella legge 5 giugno 1927, n. 928, il Fascio littorio, insegna del movimento, veniva dichiarato emblema dello stato.
5. A fissare i concetti intervenne la Carta del lavoro, emanata in sede politica il 21 aprile 1927 dal Gran Consiglio del Fascismo e introdotta nell'ordinamento giuridico dello stato con la. legge 3 dicembre 1928, n. 2832 (v. CARTA DEL LAVORO). Essa fisso in modo inequivocabile il significato della riforma compiuta sotto il titolo della disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro. La Carta del lavoro, infatti, ha dichiarato che « la nazione italiana costituisce un'unità morale, politica, economica che si realizza integralmente nello stato fascista » definendo così il nuovo principio costituzionale totalitario dello stato italiano. Essa ha posto la nuova regola di legalità in quella della subordinazione degli interessi individuali, divisi o raggruppati, ai fini trascendenti della comunità nazionale. Essa finalmente ha riferito la ragione di essere del sistema sindacale corporativo all'obiettivo specifico di attuare lo stato come unità economica. La nozione unitaria e totalitaria dello stato-popolo affermata dalla Carta del lavoro ha valore centrale per tutto il sistema teorico e positivo del diritto. Si deve alla Carta del lavoro se tutte le iniziative della legislazione hanno ricevuto la precisazione dei loro obiettivi e in particolare se si è potuta superare la primitiva visione ristretta di una disciplina dei problemi del lavoro subordinato per assurgere al disegno di un'organizzazione generale delle forze economiche. Veramente la Carta del lavoro ha costituito e costituisce il faro della rivoluzione e l'atto fondamentale della nuova costituzione nazionale fascista del popolo italiano. Più diretta allo scopo che si era prefissa, perciò, poté muovere la riforma compiuta dalla legge 9 aprile 1928, n. 2693, sull'ordinamento e le attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo, modificata in alcuni particolari dalla legge 14 dicembre 1929, n. 2099. Si può dire che è tutta la parte propriamente politica, nel senso tradizionale della parola, della rivoluzione che con questa legge ha trovato il suo assetto nell'ordinamento giuridico dello stato. Si capisce che tale riforma abbia subito qualche ritardo. Essa investiva in pieno il principio del parlamentarismo quando la riforma sindacale, mercé il suo atteggiamento contrattualista, trovava ancora la possibilità di un compromesso concettuale, con le tesi della socialdemocrazia. In sostanza, attraverso la legge sul Gran Consiglio, si consacrò il principio del partito unico e si creò un organo al di sopra del Parlamento a titolo d'integrazione di quell'istituto del Capo del governo che era ed è il cardine effettivo di tutto il sistema nuovo. Nella relazione al relativo disegno di legge si disse che lo scopo della riforma sarebbe stato quello' di stabilire rapporti organici tra il DUCE e le forze organizzate della nazione al di sopra della funzione rappresentativa del Parlamento. L'art. 11 della legge del 1928 attribuiva al Gran Consiglio di deliberare in merito agli statuti, gli ordinamenti e le direttive politiche del Partito nazionale fascista. Ne risultava implicitamente il riconoscimento giuridico della grande istituzione complessa che risultava dall'insieme dei Fasci di combattimento, organo tipico per l'attuazione dell'unità morale dello stato. La legge del 1929 modificando la composizione del Gran Consiglio ha poi esplicitamente dato norme sull'ordinamento del Partito. Pochi giorni prima di esso il DUCE del Fascismo aveva dichiarato: « Se nel Fascismo tutto è nello stato, anche il Partito non può sfuggire a tale inevitabile necessità ». La lotta contro il «partitismo », caratteristico della democrazia individualista, era finita.
6. Particolare importanza dal punto di vista costituzionale ebbe l'attribuzione data al Gran Consiglio di redigere e di aggiornare la lista dei nomi da sottoporre in caso di vacanza alla Corona per la nomina del Capo del governo. Esattamente si è osservato (Giuriati, voce Fascismo, in Nuovo Digesto Italiano, 1938), che con tale disposizione « il parlamento è stato spodestato del diritto di indicare il successore; sicché doveva dirsi che era stato sepolto con tale legge il mito della sovranità popolare con l'abolire la suprema prerogativa degli eletti del popolo. La indicazione del successore non poteva essere deferita più al parlamento perché la concezione fascista dello stato non poteva conciliarsi col concetto di maggioranza parlamentare ». Il carattere prevalentemente consultivo delle potestà attribuite al nuovo istituto confermava l' indispensabile struttura gerarchica dell'ordine nuovo. È del resto evidente che il valore 'di siffatte potestà è destinato a variare col maggiore o minore prestigio personale di colui che occuperà la carica di capo del governo. Notevole importanza ebbe la disposizione contenuta nell'art. 12 del testo, per la quale si è riprodotta nella costituzione italiana la distinzione tra le leggi costituzionali e le leggi ordinarie, cosicché la costituzione è passata dal tipo flessibile al tipo rigido o semirigido. Notevole è l'ostinazione con cui i giuristi della tradizione hanno cercato di svalutare siffatto criterio, sotto il pretesto che l'intervento del Gran Consiglio sarebbe estrinseco alla procedura di formazione della legge. Ragioni tecniche connesse al problema della pluralità e della gerarchia delle fonti del diritto sostengono la riforma così compiuta, anche se il concetto politico di essa sia stato quello solo di togliere al Parlamento la decisione sulle direttive supreme di governo che sono connesse all'esercizio della funzione costituente.
7. Una potestà del Gran Consiglio riguardava la procedura di formazione della Camera dei deputati, posto che col testo unico approvato dal regio decreto 2 settembre 1928, n. 1993, un nuovo sistema era stato adottato rispetto alle elezioni politiche. Dalla legge suindicata il regno era stato infatti costituito in un « collegio unico nazionale » e il diritto di voto conferito a tutti i cittadini maggiorenni che partecipassero con la loro attività o coi loro beni alla vita nazionale. L'eleggibilità era stata riconosciuta a tutti i cittadini che avessero il godimento dei diritti civili e politici e l'età di venticinque anni compiuti, in via di modifica dell'art. 40 dello Statuto che esigeva l'età di trent'anni. Quanto al procedimento s’erano previsti due modi di consultazione del corpo elettorale. Il primo comprendeva tre stadi e cioè: la « proposta dei candidati » in numero di mille, di cui 800 da parte delle confederazioni nazionali professionali e 200 da parte di enti morali di vario genere; la « designazione dei candidati » da parte del Gran Consiglio, il quale formava la lista di 400 nomi, con facoltà di prescindere anche dalle proposte per comprendere persone di chiara fama nelle scienze, nelle lettere, nelle arti, nella politica e nelle armi, se fossero rimaste escluse dall'elenco dei candidati (art. 52 del testo unico); finalmente la « votazione da parte del corpo elettorale » mediante schede che esprimevano il voto per l'approvazione o per il rigetto dell'intera lista. Il secondo modo di consultazione avrebbe avuto luogo qualora la lista compilata dal Gran Consiglio non avesse ottenuto la metà più uno dei voti validi. E sarebbe seguita questa seconda consultazione del corpo elettorale con liste concorrenti presentate da qualunque associazione che contasse almeno cinquemila elettori tra i suoi soci. Che simile sistema potesse conciliarsi coi principi dello Statuto, non era certo possibile sostenere, sinceramente. Per la dottrina del « governo rappresentativo » è essenziale il criterio della scelta del deputato da parte dell'elettore. Ma nemmeno il sistema così escogitato era compatibile con la struttura dello stato fascista. Esso, infatti, trasformava la consultazione del corpo elettorale in un vero e proprio « plebiscito », perché attribuiva alla popolazione adunata nei comizi la potestà di pronunciarsi sulla approvazione o disapprovazione dell'indirizzo generale di governo e quindi di decidere sulla esistenza o meno del regime. La legge elettorale trovò la sua applicazione per la XXVIII legislatura. Il re la inaugurò il 20 aprile 1929 prendendo atto dell'esito plebiscitario delle operazioni elettorali seguite il 20 marzo anteriore. Egli insistette sul concetto che un nuovo ordine costituzionale si veniva realizzando secondo una più realistica concezione dello stato. Il discorso della Corona non mancò di accennare anche al grande avvenimento che aveva segnato la fine della precedente legislatura, cioè l'accordo fra lo Stato italiano e la Santa Sede.
8. L'accordo, conosciuto col nome di « Accordo del Laterano », o di « Accordi lateranensi », risultò da tre atti distinti alla data dell'11 febbraio 1929 e fu approvato dalla nuova legislatura colla legge 17 maggio 1929, n. 810. Il primo atto era un trattato politico, concluso colla Santa Sede allo scopo di risolvere la situazione che si era creata per il fatto dell'annessione della città di Roma al Regno d'Italia, posto che la legge sulle guarentigie del 13 maggio 1871 non era stata accettata dal Sommo Pontefice e questo non aveva mai voluto riconoscere né il Regno d'Italia né Roma capitale di esso. Precisamente, mediante il trattato si volle « assicurare alla Santa Sede una condizione di fatto e di diritto la quale le garantisse l'assoluta indipendenza per l'adempimento della sua alta missione nel mondo » e, in concreto, « l'assoluta e visibile indipendenza, garantendo una sovranità indiscutibile anche nel campo internazionale ». All'effetto venne costituito uno Stato della Città del Vaticano di cui era riconosciuta alla Santa Sede « la piena proprietà e l'assoluta ed esclusiva potestà e giurisdizione sovrana ». Nel medesimo tempo l'Italia riaffermava il principio consacrato all'art. 1 dello Statuto del regno per il quale la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello stato e motivava tale riaffermazione considerando che «la quasi totalità del popolo italiano » è cattolica, che il cattolicismo è gloria e tradizione antichissima italiana, sicché lo stato che della nazione italiana è l'organizzazione giuridica, rappresentante del suo spirito, erede delle sue tradizioni, non è e non può essere che cattolico » (Relazione ministeriale agli accordi). A sua volta la Santa Sede riconosceva che la ragione giustificativa della creazione della Città del Vaticano era solo quella desumibile dal compito religioso della Chiesa e di conseguenza dichiarava di voler «rimanere estranea alle competizioni temporali fra gli stati e ai congressi internazionali indetti per tale oggetto, a meno che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace ». Il territorio della Città del Vaticano era dichiarato, per sempre e a ogni effetto, neutro e inviolabile. Alla Santa Sede era riconosciuto il diritto di legazione attiva e passiva e le due parti contraenti s'impegnavano a stabilire tra loro normali rapporti diplomatici. Unitamente al trattato una speciale « convenzione finanziaria» aveva provveduto alla liquidazione dei crediti della Santa Sede verso lo Stato italiano in rapporto alle obbligazioni che questo si era assunto colla legge delle guarentigie e che fino a quel giorno la Santa Sede aveva ricusato. Quanto al « concordato », esso regolò i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa italiana, frazione della Chiesa universale, mentre il trattato politico aveva regolato i rapporti tra l' Italia e la Santa Sede, organo supernazionale della Chiesa cattolica. Il primo dei due atti era necessario per risolvere il funesto dissidio sorto durante la formazione dell'unità italiana quanto all'assetto territoriale della Santa Sede. Il secondo veniva imposto dalla constatata impossibilità di dare attuazione alla dottrina liberale del « separatismo », che da una parte era in contrasto con la dottrina della Chiesa e dall'altra non era conforme alla coscienza religiosa del popolo italiano. Di fatto, lo Stato italiano dopo il 1871 aveva continuato a conservarsi dei diritti di carattere giurisdizionale sugli atti della Chiesa e a esercitare ingerenza nelle cose del culto. Mediante il concordato dell'11 febbraio 1929 il principio della separazione tra la Chiesa e lo, Stato venne quindi abbandonato. Si rinunciava alla finzione per cui la Chiesa cattolica avrebbe dovuto considerarsi come un'associazione privata retta dal diritto comune e la religione come un problema della coscienza individuale. Peraltro il concordato non voleva instaurare un regime di confusione fra lo Stato e la Chiesa, ma soltanto, di coordinamento e di concordia. Le disposizioni particolari del concordato riguardarono l'impegno del governo italiano a rispettare il carattere sacro della « Città Eterna »; a riconoscere i giorni festivi stabiliti dalla Chiesa; a compiere i riti ufficiali religiosi secondo il rito cattolico; ad ammettere l' insegnamento della dottrina cristiana, secondo la formula cattolica, nell'istruzione pubblica; ad ammettere l'assistenza spirituale presso le forze militari dello stato; a considerare gli ecclesiastici e religiosi con particolare deferenza, accordando ad essi l'esonero da alcuni pubblici uffici, meno compatibili col loro carattere; a restituire al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili. Tutte le potestà ancora riservate al potere civile in materia ecclesiastica erano abolite. In corrispondenza a siffatte stipulazioni la legge 24 giugno 1929, n. 1159, delegò al governo la facoltà di emanare norme sulle comunità israelitiche e sulla unione delle comunità medesime, nonché sugli altri culti ammessi. In complesso, attraverso gli accordi lateranensi veniva fatto a MUSSOLINI di risolvere la « questione romana », il che, secondo Crispi, sarebbe stato « il merito del più grande statista italiano ». E una nuova politica si iniziava nei rapporti fra lo Stato e la Chiesa alla stregua di una concezione profondamente diversa del valore del sentimento religioso nella esistenza di una comunità nazionale.
9. Cronologicamente, non funzionalmente, perché il compito direttivo della legislazione era tolto ormai al Parlamento, si può dire che con la XXVIII legislatura si siano accelerati i tempi della trasformazione fascista dello stato italiano. Tutti i settori dell'organizzazione pubblica furono investiti da atti di riforma, sicché riesce malagevole un'esposizione storica della politica legislativa del periodo. Il quale comprende anche lo spazio della XXIX legislatura, inaugurata il 28 aprile 1933 a seguito di una seconda votazione plebiscitaria del 25 marzo anteriore. Bisogna aggiungere che la vita italiana venne sempre più dominata dal grande dramma internazionale che risultava aperto dalla impostazione mussoliniana del problema dell'impero. La virtù dinamica della rivoluzione era ormai giunta alla sua inevitabile proiezione mondiale. Di riflesso il processo costituzionale interno si intensificava e si tonalizzava, travolgendo gli ultimi scrupoli legalitari, le ultime illusioni dei ritardatari. D'altronde anche fuori d'Italia, in più paesi, la liquidazione del cosiddetto stato moderno si compiva o si preannunciava inevitabile. La rivoluzione nazionalsocialista in Germania, le revisioni in senso autoritario, aperte o dissimulate, del sistema rappresentativo in Polonia, Portogallo, Jugoslavia, Grecia, Romania, Turchia, Bulgaria, ecc., le gesta del bolscevismo in Russia e in Ispagna, ferivano ogni giorno di più il valore dei dogmi del costituzionalismo dottrinario e screditavano le ideologie della democrazia individualista. Veramente cominciava ad apparire che una nuova era si iniziava nel mondo e che essa aveva avuto il suo incominciamento nella Rivoluzione fascista, dall'esperienza della quale la civiltà europea avrebbe potuto attingere le più lucide direttive per il proprio avvenire. Per restare nell'ambito del nostro programma dobbiamo limitarci a indicazioni riassuntive dell'attività legislativa. Questa noi riferiremo al triplice caposaldo concettuale dell'attuazione giuridica dello stato quale unità morale, politica ed economica. Bisogna aggiungere che con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398 e 1399, venne approvato il testo definitivo del codice penale e del codice di procedura penale con vigore a partire dal 1° luglio 1931. Notevole dal punto di vista delle « libertà costituzionali» la soppressione dell'istituto della giuria effettuata col nuovo codice di procedura penale.
10. Quello che si suole chiamare il principio corporativo, trovò finalmente una espressione metodica nella creazione delle Corporazioni e in un complesso di leggi integrative del sistema sindacale corporativo. La legge 20 marzo 1930, n. 206, completata dal regio decreto 12 maggio 1930, n. 808, intitolata alla costituzione del Consiglio nazionale delle corporazioni, si propose di unificare funzionalmente il complesso delle istituzioni sorte dal legale riconoscimento delle associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori. Si può ammettere che nel disegno legislativo vi fosse ancora della incertezza. La legge da una parte affermava, beneficamente, il concetto di estendere a tutto l'ordine dell'economia il regolamento nazionale. Dall'altra introduceva alcune specifiche potestà di normazione che investivano la materia dei cosiddetti rapporti economici collettivi, vale a dire interaziendali, rispetto ai quali avevano taciuto le riforme anteriori che si erano limitate ai rapporti intraziendali del lavoro. Però nel tracciare le linee del Consiglio nazionale delle corporazioni il legislatore si comportò con una tale larghezza da far credere che divisasse di sostituire in progresso di tempo l'assemblea delle corporazioni alla Camera dei deputati nel proposito di risolvere il problema della cosiddetta « rappresentanza politica » in quello di una « rappresentanza professionale ». Intanto a causa della sua natura pletorica l'organo divisato non risultò idoneo a trattare quei problemi della disciplina organica della produzione che esigono una ben diversa procedura di decisione per poter essere ridotti a una sintesi nazionale. Di fatto il Consiglio nazionale delle corporazioni, nel seno del quale in un primo tempo non apparivano ancora organi meritevoli di essere definiti quali organi corporativi, non ebbe modo di esercitare in sede di assemblea alcuna attribuzione. I poteri previsti per l'assemblea furono concentrati in un Comitato corporativo centrale presieduto dal Capo del governo e composto in modo da assicurare la prevalenza dell'elemento politico, vale a dire extraprofessionale. In pari tempo si elaboravano le linee di un assetto concreto delle Corporazioni. Questo risultò dalla legge del 5 febbraio 1934, n. 163, sulla costituzione e le funzioni delle Corporazioni, che autorizzò la creazione di alcune corporazioni per grandi rami di produzione, suscettibili di essere divise in sezioni di categoria e coordinate da speciali comitati corporativi comprendenti le rappresentanze di categorie interessate a un determinato ciclo produttivo. Per tale legge, secondo l'espressione del Capo del governo (discorso alla 2a Assemblea quinquennale del regime) venne « a rientrare nello stato anche il mondo sin qui estraneo e disordinato della economia ». Una dichiarazione del 14 novembre 1936 del Consiglio nazionale delle corporazioni poté definire la « Corporazione » come lo « strumento che realizza la disciplina integrale, organica e unitaria delle forze produttive, in vista dello sviluppo della ricchezza e della potenza dello stato e del benessere del popolo italiano ». Un preciso « piano » economico si delineò rapidamente nel proposito di raggiungere l'autarchia nazionale. Tale concetto diresse appunto la resistenza dell'Italia alle sanzioni che le erano state inflitte nel 1935 dalla Società delle nazioni, a seguito delle operazioni militari iniziate da essa contro il negus di Etiopia. Quanto ai provvedimenti integrativi questi furono numerosi e di grande estensione, così nel campo economico come nel campo sociale. Sotto il primo riguardo meritano rilievo le disposizioni legislative pel regolamento degli impianti industriali, le misure relative ai consorzi di bonifica e ai consorzi industriali e quelle concernenti la disciplina del credito, la difesa del risparmio e il regime delle banche di interesse nazionale nonché la materia dei cambi e delle valute coll'istituzione di un apposito ministero; infine quelle relative ai provvedimenti sugli ammassi obbligatori di certi prodotti agricoli. Nel secondo riguardo furono riorganizzate e svolte la previdenza e l'assistenza sociale, mediante la riforma degli istituti già esistenti sulle assicurazioni sociali e sulle assicurazioni degli infortuni e la fondazione di opere nazionali di vario genere, in affiancamento all'attività del Partito nazionale fascista e delle associazioni sindacali legalmente riconosciute. Fu incoraggiata la colonizzazione interna. Fu disciplinata la domanda e l'offerta di lavoro cogli uffici di collocamento. Fu regolato il lavoro delle donne e dei fanciulli. Fu provveduto alla sorte dei grandi invalidi del lavoro. La « politica sociale» del regime si precisò in una «politica nazionale della popolazione ».
11. Il principio dell' « unità morale » venne esplicato coi numerosi provvedimenti che ebbero per oggetto il riordinamento dell'istruzione pubblica, la creazione di enti e di opere di vario genere, l'istituzione del Ministero della cultura popolare, ecc., attuando un largo e sistematico intervento del potere pubblico nella formazione del carattere e della cultura nazionali. Speciali provvidenze si adottarono per proteggere la maternità e l'infanzia. Particolare importanza ebbero le tre leggi del 1934 sullo « stato militare », secondo il concetto della inscindibile posizione dell'individuo nello stato quale cittadino e quale soldato. Tali leggi completarono, nell'ordine morale, i risultati delle norme date sulla difesa nazionale, sul riordinamento del tiro a segno nazionale e per la educazione fisica della gioventù italiana, con parti-colare riferimento alle istituzioni dei Balilla e delle Avanguardie fasciste. Altissima manifestazione di ordine morale fu l'affermazione della sovranità italiana sulle terre e i popoli già dipendenti dall'Impero di Etiopia. Nella seduta del 9 maggio 1936 il Gran Consiglio del Fascismo proclamava Vittorio Emanuele III Re d'Italia e Imperatore di Etiopia. La legge relativa fu accompagnata dalla decisione dell'Italia di uscire dalla Società delle nazioni, ciò che consentiva al popolo italiano di guadagnare la sua sicura indipendenza spirituale, affrancandosi dal giogo ideologico che gli imponeva l'istituto di Ginevra. Nel 1938, per difendere la compagine morale della nazione, intervenne poi una serie di misure legislative sul cosiddetto « problema della razza », nei termini della deliberazione adottata il 6 ottobre di quell'anno dal Gran Consiglio del Fascismo. Le linee della politica legislativa da questo fissate avevano riguardato tre argomenti, trattati con criterio distinto:
1° l'argomento della « razza » nel senso lato della parola, cioè dei gruppi umani primari, considerato nei rapporti con elementi camiti, semiti e non ariani in genere;
2° l'argomento della « sottorazza ebraica », rispetto agli ebrei di cittadinanza italiana, per i quali era previsto uno speciale statuto di diritto pubblico allo scopo di definire e assicurare la loro identità di razza, con una discriminazione per le famiglie di soggetti aventi benemerenze nazionali;
3° l'argomento delle relazioni con «nazionalità affini», nel quadro della « razza ariana », subordinato a autorizzazioni di polizia. In siffatti termini si può dire che esista ormai una « carta della stirpe italiana ».
12. L'obiettivo dell'unità politica era stato precisato dalla legge del 1925 sul Capo del governo e assicurato fin dal 1926 con le prime riforme della legge di pubblica sicurezza (testo unico 18 giugno 1931, n. 773) e coll'estensione delle attribuzioni dei prefetti e di poi con varie leggi raccolte nel testo unico 3 marzo 1934, n. 383, sull'amministrazione comunale e provinciale che eliminò ogni traccia di autonomia politica locale. Esso venne raggiunto nel suo punto centrale con l'istituzione deliberata dal Gran Consiglio del Fascismo, il 7 ottobre 1938, di una « Camera dei fasci e delle corporazioni », riforma interessante anche il funzionamento del Senato. In sostanza si può dire che, mediante siffatta riforma, è venuto a concludersi il processo della Rivoluzione fascista contro il fenomeno del parlamentarismo. L'istituto del parlamento stesso, introdotto nel nostro diritto pubblico nel 1848, ha trovato la sua fine colla chiusura della XXIX legislatura. Il nuovo organo legislativo, definito dalla legge 19 gennaio 1939, n.129 non ha più nulla di comune con una camera dei deputati. La legge di riforma chiude la storia costituzionale dell'Italia, intesa nel senso specifico di storia del sistema costituzionalista secondo il tipo del cosiddetto governo rappresentativo. La base di formazione del nuovo organo legislativo non risiede più nel diritto politico individuale di suffragio espresso attraverso le operazioni elettorali. Invece è un criterio funzionale quello che presiede alla struttura di esso, risultante in modo perenne dalla riunione degli elementi che compongono il Consiglio nazionale del Partito fascista e il Consiglio nazionale delle corporazioni. Si deve dire dunque che sono le due grandi istituzioni popolari espresse dalla rivoluzione quella del Partito nazionale fascista e quella dell'Ordinamento sindacale corporativo, a fornire le gerarchie nazionali chiamate a collaborare col Capo del governo nella funzione legislativa generale. Questa, in quanto attività generale, appunto, rimane per altro rigorosamente distinta dall'attività normativa specifica delle Corporazioni; il che ha una grande importanza dal punto di vista politico, nonché tecnico. Tra l'altro siffatta condizione vieta che si possa riferire al nuovo organo l'appellativo di « Camera corporativa » e di parlare a proposito di esso di una «rappresentanza professionale ». Dalla nuova legge sulla Camera dei fasci e delle corporazioni è finalmente regolato l'uso del decreto—legge, restringendone la legittimità ai due soli casi di necessità determinate da misure finanziarie o da situazioni di guerra. Il compito normale della legislazione è disimpegnato da commissioni legislative senza obbligo di riferirne alle assemblee dei due corpi. S'è anche introdotto il controllo sulle gestioni degli enti parastatali secondo il concetto dell'universalità del bilancio.
c) Descrizione e definizione. — L'ordinamento giuridico dello stato italiano risulta dunque profondamente rinnovato nella sua struttura. E risulta definito il tipo nuovo dell'organizzazione politica del popolo italiano. Forza quindi è riconoscere che per spiegare scientificamente il risultato della trasformazione non si può più far ricorso agli schemi elaborati dalla dottrina del diritto pubblico nel sec. XIX. Il sistema politico—giuridico italiano oggi risponde ai due concetti dell'autorità e della totalitarietà che si definiscono nelle regole della gerarchia e della istituzionalità e formalmente risulta un insieme di ordinamenti giuridici speciali che sono ridotti a unità nell'ordinamento giuridico generale dello stato. Rinviamo per la dimostrazione alle voci particolari di questo Dizionario. Qui tracciamo rapidamente le linee elementari del sistema. Alla testa di esso nello stato fascista appare l' « istituzione direttiva » sulla quale si appuntano tutti gli sforzi costruttivi delle rivoluzioni oggi in corso nel mondo, sia che esse intendano portare alle loro ultime conseguenze le ideologie individualiste, come avviene nella Russia sovietica con l'istituto del Praesidium, sia che stiano svolgendo una concezione nazionale popolare, analoga a quella fascista, come in Germania e in Ispagna, per cui fanno capo alla figura del Fuhrer e del Jefe del Estado. In Italia l'istituzione direttiva si concreta nella duplice dignità della Corona e del Capo del governo, l'una titolare, l'altro organo attivo e responsabile della funzione direttiva suprema. Dal punto di vista giuridico l'istituzione direttiva attua la reductio ad unitatem dei diversi ordinamenti giuridici speciali a essa subordinati nell'ordinamento generale dello stato. La teoria della pluralità dei poteri e il concetto stesso di potere sono, all'evidenza, inapplicabili al nuovo tipo di governo per cui vale invece il principio dell'«unità di comando». Il che è precisamente all'unisono con la nuova concezione dei fini dello stato che la dottrina fascista propone sotto la formula di uno « stato di potenza » in contrapposto alla formula dello « stato di diritto », propugnata dalla dottrina liberale del cosiddetto « stato moderno », e a quella dello « stato di gestione» sostenuta dalle interpretazioni socialdemocratiche. Organi d'integrazione dell'istituzione direttiva di go-verno devono ritenersi: il Gran Consiglio del Fascismo, che in modo particolare adempie tale compito rispetto al Capo del governo, e i due corpi legislativi del Senato del regno e della Camera dei fasci e delle corporazioni. Infatti, la funzione legislativa generale vuol essere riconosciuta come una esplicazione propria della funzione direttiva dello stato nella sua duplice forma di « legislazione costituzionale » e di « legislazione ordinaria ». I grandi ordinamenti speciali corrispondono ad altrettante istituzioni complesse, sostenute da una lor propria e diversa gerarchia, e sono subordinati alla istituzione direttiva di governo nei termini di una «gerarchia costituzionale ». Essi possono distinguersi in tre tipi:
1. Le « istituzioni popolari », riconoscibili, dal carattere volontario della loro formazione, nell'ordinamento del Partito nazionale fascista e nell'ordinamento sindacale corporativo e in un certo senso anche nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Esse sono rette dalla regola della « gerarchia politica » e determinano un rapporto organico di compenetrazione, o di incorporazione che si voglia dire, in luogo del rapporto atomistico ed esterno che la dottrina dello scorso secolo assumeva tra il cittadino e lo stato (v. ASSOCIAZIONE). Ed hanno carattere costituzionale nei termini dell'art. 8 della legge sul Gran Consiglio.
2. Le « istituzioni amministrative », risultanti dagli ordinamenti delle singole amministrazioni centrali e periferiche per le quali si esplica l'attività concreta del potere pubblico nella vita nazionale, in corrispondenza alla competenza dei diversi ministeri. Esse sono coordinate dall'organo del Consiglio dei ministri sotto la direzione del Capo del governo quale primo ministro, ed hanno come organi specifici di controllo il Consiglio di stato e la Corte dei conti. La loro regola di gerarchia è quella della « gerarchia amministrativa, civile o militare ».
3. Le « istituzioni giudiziarie », alle quali compete l'esercizio della funzione giurisdizionale, intesa quale controllo generale di legalità sull'attività giuridica di tutte le volontà che si esplicano nello stato. Sono regolate dalla « gerarchia delle istanze » e coordinate dalla competenza della Corte di cassazione del regno. Bisogna aggiungere però che proprio su questo settore, delle istituzioni giudiziarie, la Rivoluzione fascista non ha ancora portato le sue cure ricostruttive e ordinative e quindi, tra l'altro, non ha assicurato ancora la concentrazione gerarchica indispensabile coll'istituzione direttiva suprema (v. GIURISDIZIONE). Per l'appunto è chiaro che la denominazione del nuovo tipo di stato non può proporsi in formula diversa da quella di « stato fascista » avuto riguardo al movimento politico che lo ha fondato, con la specificazione che siffatto tipo di stato rappresenta una specie dello stato totalitario e si presenta organizzato in una struttura di governo che merita di essere qualificata col nome di « governo a carattere istituzionale ».

C. Costamagna

(Dizionario di politica a cura del P.N.F. , Roma, 1940,Vol. 2, pp. 630 – 637)

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Mag 02, 2013 9:28 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

...specialmente la prima parte di questa voce magistrale, dovrebbe ficcarsi nella zucca di tutti i "riformisti"...
_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ore
Vai a pagina Precedente  1, 2
Pagina 2 di 2

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum





Associazione Culturale Apartitica- 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2006