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Primavera araba o TURCA?Fratelli musulmani e simili
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Giu 23, 2012 11:36 am    Oggetto:  
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...la situazione va degenerando sempre più e secondo le modalità ampiamente e chiaramente descritte nei nostri precedenti messaggi!

Siria abbatte aereo turco, 'aveva sconfinato'
Dispersi 2 piloti.

Siria: missili anti-tank di Israele a ribelli

Scontri a Homs e Dayr az Zor per petrolio e gas


Inaspettati e drammatici scenari di guerra sullo sfondo della perdurante crisi siriana si sono aperti venerdì nei cieli del Mediterraneo orientale. Un caccia turco F-4 con due piloti a bordo e' stato abbattuto alla mattina dalla contraerea siriana ed e' finito in mare. I due piloti sono dispersi e sono in corso le ricerche da parte delle marine siriana e turca. Damasco dice che il velivolo e' stato abbattuto dopo che aveva sconfinato. La sorte dell'aereo e' stata un mistero per tutta la giornata. Il premier di Ankara Erdogan nel pomeriggio aveva accusato la Siria di averlo colpito, ma solo dopo mezzanotte Damasco ha confermato che la sua contraerea aveva abbattutto il velivolo perché "era entrato nello spazio aereo siriano".

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DAMASCO - I gruppi armati siriani anti-Assad a Homs hanno ricevuto missili israeliani di ultima generazione utili "contro i carri armati T-72" in dotazione all'esercito siriano: lo rivelano all'ANSA fonti bene informate in Siria.

A Homs (nord di Damasco) e Dayr az Zor (est) "si concentrano le risorse petrolifere nevralgiche per la Siria, per questo ci sono i combattimenti più intensi". Lo rivelano all'ANSA fonti straniere a Damasco, spiegando che "in ballo non c'é un confronto tra sunniti-sciiti o alawiti": "quello che conta è il controllo delle risorse".

"La lettura settaria o religiosa della crisi che viene fatta in Occidente non risponde alla realtà, in ballo non c'é un confronto tra sunniti-sciiti o alawiti", spiegano le fonti. "Quello che conta è il controllo delle risorse", come in Libia. La Siria è un Paese atipico rispetto a quelli del mondo arabo, le varie impostazioni si fondono, lasciando intravedere "uno scontro non impostato sul principio confessionale, settario". Sono "altri - aggiungono -, forse quelli di al Qaida, che vogliono dare questa immagine di quello che succede in Siria". La Siria, secondo il World facts 2011 della Cia, conta su 401mila barili di petrolio al giorno (di cui la metà esportati) che colloca il Paese al 34/mo posto nel mondo. Inoltre, a Homs c'é la più importante raffineria del Paese, mentre a Dayr Az Zor, nella valle dell'Eufrate, si concentrano le riserve di gas e petrolio più cospicue della Siria.

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MessaggioInviato: Sab Giu 23, 2012 12:47 pm    Oggetto:  
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Le provano tutte pur di provocare l'esercito siriano e accusarlo di crimini che non ha commeso. A differenza degli USA e degli alleati europei che vogliono evitare un guerra diretta, per ovvi motivi, Turchia, Arabia Saudità e Qatar (maggiori finanziatori degli insorti) vogliono invadere la Siria al più presto.
Penso che questi bastardi in segreto stanno pianificando un incidente stile Golfo del Tonchino.


Riguardo il coinvolgimento di Israele. Gli israeliani si dimostrano di essere i soliti ipocriti: quando gli islamici sono contro di loro sono criminali senza scrupoli da estirpare ad ogni costo senza tanti complimenti (vedesi Gaza nel 2009 e Libano nel 2006), quando invece combattano i loro nemici, come la Siria, gli sostengono. Quando loro massacrano gli arabi tiranno fuori la solita scusa dell'autodifesa e invece quando il nemico si difende è un criminale.
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MessaggioInviato: Lun Giu 25, 2012 11:19 am    Oggetto:  
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Il "Fratello Musulmano TURCO EGIZIANO" Smile Morsi, da neoeletto, riceve una chiamata dal Presidente USA:

Egitto: Obama si congratula con Morsi. Per Israele ''e' calato il buio''
25 Giugno 2012 - 10:18
(ASCA-AFP) - Washington, 25 giu - Il presidente americano Barack Obama si e' congratulato con il neo presidente egiziano Mohamed Morsi nel corso di una conversazione telefonica avvenuta ieri. Lo riferisce la Casa Bianca in una nota, secondo cui Obama ''ha sottolineato il suo interesse a collaborare con il nuovo presidente eletto, sulla base del rispetto reciproco'', al fine di sviluppare ''i molti interessi in comune tra l'Egitto e gli Stati Uniti''.

Obama ha comunque chiamato anche lo sfidante, l'ex premier del regime Ahmed Shafiq, incoraggiandolo ''a continuare a svolgere un ruolo nella politica egiziana sostenendo il processo democratico e lavorando per rafforzare l'unita' nazionale'' nel Paese.

Fanno quadrato invece i media israeliani di fronte all'elezione, per la prima volta in Egitto, di un esponente dei Fratelli Musulmani. ''Il buio cala sul Paese'': con questo titolo, infatti, il diffuso tabloid Yediot Ahronot suggerisce ai suoi lettori il significato della elezione alla presidenza al Cairo di Mohammed Morsi. Si tratta di ''una vittoria pericolosa'', avverte il giornale.

Ieri l'ufficio del premier Benyamin Netanyahu aveva espresso fiducia che la cooperazione con l'Egitto sia destinata a proseguire, ''a vantaggio dei due popoli, e per la stabilita' della regione''.

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Lun Giu 25, 2012 5:45 pm    Oggetto:  
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Facendo sempre le dovute "tare", tenendo conto di quale media lo pubblica, l'articolo comunque è interessante. Anche per tastare il polso degli "occidentali" sulla vicenda di Morsi:


Le sfide dell'Egitto post-Mubarak quattro anime per un Paese diviso

Incertezza nelle urne L'esercito si prende il potere legislativo.I Fratelli Musulmani, i militari, i ragazzi ribelli di piazza Tahrir e i fedelissimi dell'ex presidente: chi prenderà la guida del Paese?

di FRANCESCA PACI

E ora? Finché c’era Mubarak, il Faraone, il militarissimo che per trent'anni aveva governato l’Egitto con pugno di ferro e che se non fosse stato defenestrato l’avrebbe consegnato al figlio Gamal, l’opposizione poteva più o meno tranquillamente ignorare le proprie differenze. Non era difficile serrare i ranghi contro il nemico comune, come accaduto spontaneamente in piazza Tahrir durante la rivoluzione del 25 gennaio 2011. Adesso però Mubarak è uscito definitivamente di scena e a quelli che restano tocca il compito di far quadrare il cerchio conciliando tradizioni e culture spesso antitetiche. Morto l’ex presidente, ci quattro attori principali in lotta uno contro l’altro per l’esclusiva sul futuro del paese.

I Fratelli Musulmani
Il potente movimento islamico da cui all’indomani della rivoluzione è nato il partito Libertà e Giustizia è alla prova del nove. Dopo mezzo secolo di opposizione deve dimostrare di saper governare ma il risultato di questi primi mesi (da quando insieme al blocco salafita ha conquistato il 70% del parlamento) non è soddisfacente. Il candidato Mursi, vincitore al primo turno insieme a Shafik, ha perso almeno il 20% dei consensi ottenuti alle parlamentari di novembre dal partito Libertà e Giustizia. Gli elettori non hanno gradito l’ambiguità nei rapporti con l’esercito, la sete di potere che ha fatto naufragare la prima assemblea costituente (e la seconda?), la decisione di correre a sorpresa per le presidenziali (quando l’ex Fratello Musulmano Aboul Fotouh aveva deciso di candidarsi era stato espulso). Da qui la campagna elettorale ondivaga della Fratellanza. In vista del primo turno Mursi si era mostrato qual è, conservatore ai limiti dell’ortodossia, per far leva sul richiamo a Dio, estremo rifugio di un popolo confuso. Al secondo turno, dovendo conquistare il centro, Mursi ha attenuato i toni cercando di ricompattare il fronte rivoluzionario contro l’avversario Shafik. La mossa gli è fruttata il sostegno del movimento giovanile liberal 6 aprile, ma molti altri laici non si fidano considerando i Fratelli Musulmani esperti di doppiogiochismo. Come potrebbe essere un paese con esecutivo e legislativo in mano a forze islamiste? Il modello, in teoria, è quello turco (tenendo a mente che la Turchia ultimamente sta prendendo una piega più “islamica”): forte spinta sulla crescita, morale religiosa ma bilanciata con una struttura statale formalmente laica, politica estera più nazionalista di quella di Mubarak ma senza strappi (dicono di voler rinegoziare a favore dell’Egitto il trattato di Camp David ma non hanno voglia di rompere con Israele e sono favorevoli a un intervento militare internazionale in Siria). Mursi si è perfino spinto a promettere posti di governo a politici copti (se ne troverà di adeguati...). Il punto interrogativo è enorme. Gli Stati Uniti per ora sospendono il giudizio ma pragmaticamente non lesinano inviti a Washington ai Fratelli.
I militari
Il potere occulto, e neppure troppo, quelli che hanno in mano almeno il 30% dell’economia nazionale. Il grande interrogativo è se e quando l’esercito egiziano tornerà in caserma consegnando il potere a un presidente e a un governo civile. Pragmatici forse ancor più dei Fratelli Musulmani, i militari non hanno esitato a scaricare l’amico di sempre e commilitone Mubarak di fronte alla piazza rivoluzionaria (qualcuno suggerisce che in realtà si sia trattato di un golpe bianco). E ne sono diventati gli eroi (momentanei) anche sfruttando l’orgoglio degli egiziani per l’esercito, considerato super partes a differenza della polizia corrotta. Poi hanno provato (?) a dialogare con i giovani di Tahrir trovandoli assai meno “ragionevoli” dei Fratelli Musulmani e hanno così scelto questi ultimi per percorre insieme un pezzo di strada verso il ritorno all’ordine. Quando i Fratelli hanno capito però che l’esercito non avrebbe mai permesso di aprire i faldoni con le proprie responsabilità ai tempi del vecchio regime e che questo avrebbe messo le ali alle forze liberali (loro avversarie), hanno deciso di scendere in campo per la presidenza. A quel punto l’esercito è tornato a correre da solo e con astuzia: mentre tutti credevano che favorisse Amr Moussa, ha spinto da dietro le quinte il vecchio Shafik, baluardo contro qualsiasi colpo di testa islamista (i militari in Egitto non votano ma le loro famiglie sì?. Anche i militari egiziani puntano al modello turco (cosa che li renderebbe “accordabili” con i Fratelli...)? Di certo non lasceranno il paese in mano a forze religiose (i golpe sono sempre dietro l’angolo), almeno non senza garanzia d’immunità (in quel caso potrebbero anche trovare un’intesa...).

Il vecchio regime
Le elezioni hanno provato che la maggioranza silenziosa degli egiziani, il cosiddetto partito del divano, era sì contro la dittatura e magari all’inizio aveva anche fatto il tifo per la rivoluzione, ma dopo un anno e mezzo di incertezza politica e crisi economica è talmente stanca da preferire il male noto a quello ignoto. Anche perché, complice il caos di questi mesi, la criminalità è aumentata e le strade disertate dalla polizia si sono fatte pericolose. Il risultato è il richiamo a serrare i ranghi per la salvezza del Paese e dei suoi abitanti. L’effetto è che il successo di Shafik non dipende solo dai nostalgici della prima ora di Mubarak ma soprattutto da quelli di ritorno, i pentiti della rivoluzione. E’ questo che ha reso l’imprevedibile rimonta dell’ultimo premier del Faraone (e responsabile dei primi giorni della repressione) reale. Oltre, ovviamente, alla disponibilità della potente macchina del consenso dell’ex partito di Mubarak dissolto nei fatti ma non negli apparati. La scomparsa dell’ex presidente li rafforza, perché morto lui i suoi nemici mostrano tutte le loro differenze e dunque debolezze. In più, questi «sopravvissuti» alla rivoluzione, possono contare sull’appoggio dei copti, minoranza sì ma pari al 10% della popolazione: gli studi dicono che al primo turno delle presidenziali i copti giovani avevano preferito Sabbahi e gli anziani Moussa, ma di fronte a un temibile blocco governativa islamista il vecchio regime rappresenta per loro una scialuppa di salvataggio. Storicamente i regimi non scompaiono mai di botto con i dittatori, ma nel caso egiziano c’è almeno di buono che gli ex Mubarak hanno ottenuto meno del 30% dei voti, un consenso tutto sommato “democratico” più che “dittatoriale” che non ipoteca la teorica alternanza alla guida del paese (il presidente dovrebbe restare in carica quattro anni e per un massimo di due mandati).

I giovani di piazza Tahrir
I protagonisti vincitori della rivoluzione e i suoi sconfitti. Se è vero che Sabbahi e Aboul Fotouh, i due candidati seriamente “rivoluzionari” (o almeno così percepiti dai giovani di Tahrir), hanno conquistato insieme 8,8 milioni di voti è altrettanto vero e triste che presentandosi separati (a correre da solo c’era anche Khaled Ali) hanno sfaldato il fronte laico (che gli egiziani definiscono “civic”) regalando i ballottaggio ai più astuti avversari. Nei giorni della rivoluzione i ragazzi di Tahrir avevano entusiasticamente abbracciato entrambi i loro futuri nemici, l’esercito che non aveva sparato sulla piazza e i Fratelli Musulmani che non avevano messo il vessillo islamico sulla cacciata di Mubarak (almeno all’inizio). La delusione ora si mescola al rimpianto. Molti se la prendono con l’ex numero uno dell’Aiea El Baradei che dopo aver galvanizzato le loro speranze si è tirato indietro dalla corsa elettorale definendola scorretta e ha lasciato soli i più giovani e inesperti. Ma il punto è che questi ragazzi, in un paese la cui popolazione è per il 50% under 30, sono sì generazionalmente il presente ma culturalmente sono il futuro, un futuro ancora troppo lontano dalla realtà in cui Facebook è usato dal 4% degli egiziani e il 40% deve pensare a vivere con un dollaro al giorno prima di ambire ai diritti civili e alla democrazia. L’orizzonte però non è necessariamente nero per loro, che a un certo punto sovrasteranno anagraficamente gli Shafik (70 anni) e i Mursi (60 anni). Ma devono lavorare dalle retrovie, imparando da quanto hanno fatto per mezzo secolo i Fratelli Musulmani che supplivano l’esclusione dalla politica con la presenza nel sociale. Se i giovani di Tahrir si sono dimostrati bravissimi nella mobilitazione dal basso ma non altrettanto nel tradurla in politica (che alla fine è esattamente ciò che a loro manca, leadership e organizzazione) hanno ora - che in teoria possono associarsi e protestare liberamente - la chance di ripartire da lì. Dall’istruzione dei ragazzini per esempio, affinché leggano libri che aprono la mente e non «I protocolli dei Savi di Sion» che ancora resistono sugli scaffali delle librerie del Cairo. L’esplosione di creatività, umorismo, senso civico (la lista con le dieci regole del rivoluzionari a cominciare dal non passare col semaforo rosso anche se l’incrocio è deserto), che ha caratterizzato i 17 giorni di piazza Tahrir e la fioritura di giornali, seminari per la democrazia, gruppi teatrali, che sono seguiti, suggeriscono che forse, sotto sotto, il dado è tratto e non si tornerà indietro.
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MessaggioInviato: Sab Giu 30, 2012 4:47 pm    Oggetto:  
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...un colpo al cerchio ed uno alla botte...e la Turchia (NATO) ringrazia Exclamation

Morsi, sforzi per stop sangue in Siria
Sostegno a palestinesi fino a quando riconosciuti loro diritti

ANSA 30 giugno, 15:41

IL CAIRO, 30 GIU - ''L'Egitto fara' uno sforzo prossimamente per fermare lo spargimento di sangue in Siria''.

Lo ha detto il presidente egiziano Mohamed Morsi, sottolineando anche che l'Egitto sosterra' il popolo palestinese, fino a quando non otterra' i suoi diritti.

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MessaggioInviato: Sab Giu 30, 2012 8:06 pm    Oggetto:  
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Lo ripeto: è una sponda ottima su certi gruppi di potere come su altri.
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MessaggioInviato: Mer Lug 04, 2012 5:35 pm    Oggetto:  
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...intanto sul versante siriano gli unici che si sbilanciano in un pronunciamento militare a favore di Assad sono proprio coloro che, in ultima analisi, sembrano costituire il vero bersaglio politico ultimo della lunga e lenta manovra di accerchiamento inaugurata con le cosiddette rivolte della primavera araba...


Siria: In caso di un attacco militare l’Iran e Hezbollah appoggiano Damasco

BEIRUT - Parlando alla tv satellitare Al Mayadeen, il dirigente palestinese Ahmad Jibril, che guida l'organizzazione del Comando generale, ha affermato che, nel caso la Siria dovesse subire un attacco militare dall'esterno, a fianco di Damasco "prenderanno parte alla battaglia" anche l'Iran, Hezbollah e i palestinesi del suo gruppo.

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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 10:36 am    Oggetto:  
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Egitto, Casa Bianca: Obama spera di incontrare Morsi a settembre

Il Cairo (Egitto), 9 lug. (LaPresse/AP) - Il presidente Usa Barack Obama spera di incontrare l'omologo egiziano Mohammed Morsi durante la sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni unite prevista a settembre a New York. Lo fanno sapere funzionari della Casa Bianca. Ieri il vicesegretario di Stato Usa, William Burns, ha incontrato Morsi al Cairo, assicurandolo dell'impegno di Washington a stringere "una nuova partnership" con l'Egitto. "Gli egiziani - ha affermato Burns dopo i colloqui - sanno meglio di noi che le loro aspirazioni non sono state ancora pienamente realizzate, ma possono contare sulla partnership con l'America nella complicata strada che li attende". Secondo la tv di Stato egiziana, Obama ha inoltre invitato Morsi alla Casa Bianca a settembre.

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MessaggioInviato: Gio Lug 19, 2012 11:10 am    Oggetto:  
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...quando si dice...I CASI DELLA VITA!...coincidenza vuole che, dopo gli attacchi devastanti subiti ieri dalla Siria, la Russia che ufficialmente proclama veti contro qualsiasi azione militare ufficiale contro Assad ( sul campo però si sta già combattendo la guerra ufficiosa!) senza però concretizzare in nulla la sua presunta "alleanza" con la Siria, nelle stsse ora varava invece ufficialmente il proprio ingresso quale membro del WTO!

Russia: da Camera alta via libera definitivo all'ingresso nella Wto

Mercoledì, 18 Luglio 2012 18:58

MOSCA - La camera alta del parlamento russo ha ratificato definitivamente l'adesione del Paese nella World Trade Organization dopo 18 anni di negoziati.
Si tratta dell'ultimo step legislativo necessario prima della firma del presidente Vladimir Putin che trasformera' il provvedimento in legge. Una settimana fa anche la Duma, la camera bassa, aveva dato il suo parere favorevole al disegno di legge nonostante fosse stato supportato esclusivamente dai deputati del partito di maggioranza Russia Unita.

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MessaggioInviato: Ven Lug 27, 2012 8:35 pm    Oggetto:  
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Siria: coinvolgimento della Turchia e l’Arabia Saudita alla battaglia per Aleppo

Venerdì, 27 Luglio 2012 19:20

DAMASCO - Mentre si prepara la battaglia per il controllo di Aleppo tra le forze armate siriane e le bande armate ostili al governo di Damasco sostenute dall'estero, la Reuters ha riferito che la Turchia ha creato, con l'assistenza di Arabia Saudita e Qatar, un centro di coordinamento militare e di assistenza a favore dei terroristi che combattono in Siria.
Il centro, che la Reuters ha definito "nevralgico", sarebbe tra la città di Adana e la base aerea turco-americana di Incirlik, da dove partivano i velivoli che sorvegliavano la zona di non volo nel nord dell'Iraq all'epoca di Saddam Hussein. Sarebbe affidato a questo centro il compito di coordinare i gruppi armati impegnati nello scontro ad Aleppo. La struttura è stata creata su richiesta saudita, dopo la visita in Turchia di un vice ministro degli Esteri saudita, ed Ankara ha accolto l'idea, offrendosi di ospitarla con l'intento di poterne controllare l'attività. Presso la base segreta sarebbero presenti anche ufficiali dei servizi segreti del Qatar. Le armi vengono fornite ai gruppi terroristici da Turchia, Arabia Saudita e Qatar: "E' un triangolo con la Turchia al vertice ed Arabia Saudita e Qatar sui due lati", ha affermato una fonte della Reuters con sede a Doha. Le armi sono di fabbricazione russa reperiti sul mercato nero, perché i siriani sono addestrati ad usare armi russe. Gli americani, gli agenti della Cia, adottano un profilo basso, si mantengono ai margini dell'attività del centro di coordinamento: controllano le vie di comunicazione da e per l'interno della Siria e forniscono l'intelligence. C'è da immaginarsi che non intrattengano rapporti con i siriani venduti, che si sono raccolti in territorio turco, e tantomeno con l'internazionale sunnita jihadista: questi compiti vengono delegati ai turchi e ai qatarioti, che sono i loro referenti locali.

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MessaggioInviato: Sab Lug 28, 2012 11:06 am    Oggetto:  
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..diciamo che anche se la fonte è di parte, lo scenario è quello reale. Infatti anche i media di regime lo confermano, dandogli ovviamente un valore "democratico e positivo". E' da sottolineare poi questa "mannaia propagandistica" che viene usata per il termine "terrorista". Da una parte e dall'altra. "Terroristi" sono i "nemici" in genere. Che lo siano o meno non importa.
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MessaggioInviato: Ven Set 21, 2012 6:56 pm    Oggetto:  
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...da notare la singolare coincidenza degli avvenimenti scandita in ordine progressivo dai seguenti comunicati...la Russia è sparita, l'Iran grazie alla mediazione egiziana si avvicina alla Turchia ed insieme agli altri paesi arabi (filo USA) andranno a discutere di Siria...negli Stati Uniti!!! ...ed al "povero" Assad? ...non gli resta che aspettare di conoscere dall' "alleato" iraniano che fine gli faranno fare!
Mi sa caro RomaInvicta che stavolta hai colto nel segno molto prima di me...tanto di cappello!



Morsi andrà a congresso partito Erdogan
Segno avvicinamento fra Egitto e Turchia, governati da islamici

21 settembre, 18:08

(ANSA) - ANKARA, 21 SET - Il presidente egiziano, Mohammed Morsi, parteciperà al congresso del partito islamico Akp del premier turco Recep Tayyip Erdogan il 30 settembre ad Ankara. La decisione di Morsi viene letta dagli analisti come una conferma dell'avvicinamento in corso fra le due potenze regionali sunnite del Mediterraneo Orientale, guidate da formazioni islamiche. Su proposta di Morsi la Turchia ha aderito al Quartetto sulla crisi siriana formato da Egitto, Iran, Turchia e Arabia Saudita.

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Siria: Assad, ' noi aperti a dialogo con opposizione' ma la Turchia 'sogna un nuovo Impero Ottomano'

DAMASCO – "La porta del dialogo è aperta, solo i negoziati con l'opposizione risolveranno la crisi". Lo ha affermato giovedì il presidente siriano Bashar Al Assad in una intervista esclusiva con il quotidiano egiziano Al-Ahram Al-Arabi, di cui oggi verrà pubblicato il testo integrale.
Il presidente siriano ha ribadito che "il cambiamento non può essere creato attraverso un intervento straniero". Bashar Assad ha ricordato che i ribelli sostenuti dall'estero, in combattimento contro il suo governo, alla fine verranno sconfitti. "I gruppi armati esercitano terrorismo ai danni dello Stato. Non hanno sostegno tra la gente...alla fine non vinceranno". Assad si è detto "ne ottimista ne pessimista" sulla missione assegnata a Lakhdar Brahimi dall'Onu per risolvere il problema in Siria. In un'altra importantissima parte del suo intervento, Assad ricorda che la Turchia, "pensa solo alle sue ambizioni che includono un nuovo Impero Ottomano". Assad ha ricordato che Ankara ha aperto le sue frontiere ed i suoi aeroporti ai terroristi anti-Siria, ricordando ciò una palese violazione del diritto internazionale. Assad ha anche spiegato che il Qatar sta usando il potere dei soldi e che sta svolgendo il ruolo di satellite dell'Occidente fornendo armi e soldi ai terroristi per ripetere lo scenario della Libia. Su Turchia, Qatar ed Arabia Saudita Assad ha assicurato che non vinceranno perchè si sono schierati dalla parte del terrorismo aggiungendo: "Si sono trovati in mano i soldi dopo un lungo periodo di povertà ed ora pensano di potersi comprare una storia ed un ruolo regionale".

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Siria: prima riunione 'quartetto', prossimo incontro Iran, Turchia, Egitto, Arabia Saudita il 24 Settembre a New York


ANKARA – Il quartetto formatosi per iniziativa dell'Egitto per cercare di trovare una soluzione pacifica al problema della Siria, ha tenuto ierisera, mercoledì, la sua prima riunione in Turchia.
Secondo l'IRIB, al termine di questo primo incontro tenutosi con la partecipazione dei Ministri degli Esteri dei paesi membri tranne l'Arabia Saudita, il Ministro degli Esteri egiziano Amr ha spiegato che la prossima riunione del gruppo si terrà il 24 Settembre a New York, a margine della riunione annuale dell'Assemblea Generale Onu. Nella conferenza stampa seguita alla riunione non sono state date spiegazioni sul perchè dell'assenza dell'Arabia Saudita. L'Egitto e l'Iran, nel gruppo di contatto, anche se con posizioni diverse, sono seriamente decise nel trovare una soluzione "pacifica" e "negoziata" alla crisi in Siria.

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MessaggioInviato: Sab Set 22, 2012 10:12 am    Oggetto:  
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Mi sa caro RomaInvicta che stavolta hai colto nel segno molto prima di me...tanto di cappello!


Carissimo Marcus. Ma no! Tu stesso hai sempre detto di essere aperto a un ventaglio di ipostesi possibili, ed erano tutte realmente possibili.

L'unica cosa che io ho fatto è "valutare poco" anzi "pochissimo" gli uomini politici e gli esponenti militari cosiddetti "del blocco 2".

Ed in questo ho avuto ragione, purtroppo. Quello che ti dicevo è che tu, dal mio punto di vista, sopravvalutavi gli attori in campo.

La stupidità umana, oggi, va molto oltre il pensabile.

E ne abbiamo avuto prove anche tra di noi... O no?

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Dom Set 23, 2012 2:16 pm    Oggetto:  
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...forse con la seguente dichiarazione di Morsi possiamo dire che il cerchio si è chiuso?

Egitto: Morsi, Usa sono 'veri amici'
Intervista presidente in partenza per assemblea generale Onu


ANSA 23 settembre, 13:57


- IL CAIRO, 23 SET - Gli Usa alleati? ''Dipende dalla vostra definizione di alleati'', ''siamo veri amici''. Cosi' il presidente egiziano Mohamed Morsi ha risposto al New York Times, riprendendo le parole del presidente Usa Barack Obama, il quale - all'indomani dell'assalto all'ambasciata al Cairo - aveva affermato di considerare l'Egitto ''ne' alleato ne' nemico''.

Gli Usa hanno una ''responsabilita' speciale'' verso i palestinesi, ha detto Morsi alla vigilia della partenza per New York per l'assemblea Onu.

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...ed ha ragione, dipende proprio da cosa bisogna intendere quando ci si definisce "alleati", anche la repubblica della banane antifascista è "alleata" degli USA, in tal caso tale concetto assume evidentemente il significato di vassallo servile senza alcuna autonomia.

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MessaggioInviato: Gio Set 27, 2012 12:03 pm    Oggetto:  
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L’analisi che segue, inerente i recenti fatti di Libia, è parte di un testo molto interessante sulla cosiddetta “Primavera araba” scritto dall’ex ministro socialista della repubblica bananara, Gianni De Michelis che, nonostante tutte le pecche politiche del personaggio, mostra comunque competenza sul tema, una certa obiettività ed una ottima capacità di sintesi. In breve ne consiglio la lettura per riassumere i contorni della vicenda.



Gianni De Michelis, veneziano, è stato membro del Parlamento italiano (1976-94), ministro delle Partecipazioni statali (1980-83), ministro del Lavoro (1983-87) vicepresidente del Consiglio (1988-89), ministro degli Affari esteri (1989-92) e deputato al Parlamento europeo (2004-2009). Presidente di Aspen Institute Italia dal 1984 al 1992, dal 2002 è presidente dell'Istituto per le relazioni tra l'Italia e i Paesi dell'Africa, America latina, Medio ed Estremo Oriente (Ipalmo). E membro di diversi comitati strategici e task force presso il ministero degli Affari esteri, nonché consulente per varie aziende italiane in Medio ed Estremo Oriente.



La Libia

Nei primi giorni che sono seguiti alle proteste delle piazze tunisine ed egiziane si pensava che la Libia, per le sue caratteristiche economiche e istituzionali, potesse rimanere immune rispetto al vento di cambiamento che la Primavera araba stava portando nel Nordafrica e nel Medio Oriente. Il Paese infatti era guidato da ormai 41 anni sotto la spinta di un tacito patto sociale tra Muhammar Gheddafi, il più longevo leader del mondo arabo, e la popolazioni libica, in virtù del quale quest'ultima godeva delle ricchezze provenienti dagli introiti petroliferi attraverso sussidi e benefici sociali, che hanno permesso incontestabili progressi collettivi, accettando in cambio la permanenza al potere di un regime dispotico e autocratico. Il raìs, che proclamava l'esaltazione del panarabismo e del nazionalismo arabo, aveva fondato il suo potere su un modello paternalistico che prevedeva la parziale distribuzione delle rendite in cambio dell'acquiescenza dei cittadini alla gestione illimitata del suo potere. D'altronde, la Libia sembrava non possedere quelle caratteristiche del sistema economico-sociale che erano state alla base delle proteste di altri Paesi dell'area nordafricana. In primis, mentre regimi come quello di Hosni Mubarak o di Ben Ali erano autocrazie scarsamente rappresentative dei rispettivi contesti sociali, in Muhammar Gheddafi si riconosceva una parte consistente della popolazione libica, che si identificava, anche a livello identitario, nel regime del colonnello, che grazie a un complesso gioco di alleanze tra clan e tribù (sulle quali si fonda storicamente il sostrato sociale libico) era riuscito a sedare le conflittualità latenti. In secondo luogo, le condizioni della protesta popolare mancavano di alcuni aspetti economico-sociali che caratterizzavano invece gli altri Paesi del Maghreb in cui si andava diffondendo la rivolta: si trattava di un “Rentier State” petrolifero che prima dell'inizio delle rivolte esportava 1,7 milioni di barili di greggio all'anno e le cui rendite erano, almeno parzialmente, socializzate. (1)
Al contesto libico sembravano dunque mancare quelle tematiche economiche che erano state sollevate dalle altre piazze nordafricane. Dal confronto con altri Stati del Maghreb emergono in effetti alcuni differenziali socioeconomici che denotano una sostanziale discontinuità tra la realtà libica e gli altri Stati dell'area: sono degni di nota soprattutto i dati relativi alla minore densità di popolazione rispetto al resto della regione e il più alto Pil pro capite dell'area (anche se esistono diverse interpretazioni riguardanti la distribuzione dei redditi). Non è un caso, quindi, che nel Paese lavorassero, alla fine del 2010, circa un milione e mezzo di immigrati provenienti da tutto il Nordafrica, impiegati soprattutto nel settore petrolifero, trasferitisi nello Stato dell'area considerato più ricco e più stabile. Nonostante la crisi del 2009, il livello di vita dei libici era quindi sostanzialmente migliore rispetto a quello dei tunisini, degli algerini, e degli egiziani e il Prodotto interno lordo pro capite si attestava su buoni tassi di crescita. Dai dati emerge che nel decennio 1999-2010 il Pil pro capite è quasi raddoppiato, un elemento, questo, che differenzia notevolmente la Libia dagli altri Paesi della regione. La Libia non aveva inoltre, in comparazione con l'Egitto e la Tunisia, valori preoccupanti relativi al tasso demografico: nell'ampia superficie territoriale del Paese (1.800.000 km2) vivono infatti solamente 6,5 milioni di abitanti, per cui la densità demografica è molto limitata. Ma il distinguo più netto con i Paesi limitrofi si riscontra nel sistema economico e nelle ingenti quantità di risorse energetiche in termini di idrocarburi posseduti. Negli ultimi vent'anni l'economia del Paese si è infatti basata essenzialmente sulla produzione di petrolio e gas naturale (2), e si stima che la Libia abbia 60 miliardi di barili di riserve di greggio e 1500 miliardi di metri cubi di gas naturali provati (ma potrebbero essere anche il doppio). Il ricavato proveniente dai giacimenti di petrolio e gas costituisce quasi il 70% delle entrate dello Stato e il 90% delle esportazioni totali: il greggio conta 77 miliardi di dollari sul Pil. Il 75% dei beni alimentari viene invece importato, anche perché nel Paese il comparto agricolo è molto limitato (la popolazione vive d'altronde nella stragrande maggioranza nelle città: il livello di urbanizzazione, che si attesta al 78%, è uno dei più alti del mondo). Dato il carattere almeno parzialmente redistributivo della politica di Gheddafi, il sistema economico era basato sull'importazione di derrate alimentari acquistate con i proventi petroliferi e poi rivendute ai cittadini a prezzi politici. Il sistema economico ha quindi risentito della crisi finanziaria globale del 2008, che ha portato a fluttuazioni a ribasso del costo internazionale del greggio, causando una brusca riduzione delle rendite petrolifere e una conseguente diminuzione degli introiti. La contemporanea crescita dei prezzi dei generi alimentari ha quindi portato, anche nella ricca Libia, gravi conseguenze sulla bilancia commerciale, che ha continuato comunque a registrare un surplus di oltre 27 miliardi anche nel 2010. Nonostante l'introito petrolifero abbia consentito un sistema di acquisto a basso costo dei generi alimentari, quasi un terzo della popolazione libica si trovava, nel febbraio 2011, sotto il livello minimo di povertà. Tratti determinanti del sistema di Gheddafi erano infatti l'alta corruzione, il clientelarismo a base tribale e l'enorme spesa per le forze armate. In un Paese giovane (l'indipendenza risale al 1951), nel quale l'apparato statale era debole, frammentato e spesso non riconosciuto da parte delle oltre 140 tribù che costituiscono il tessuto sociale libico, Gheddafi aveva accentrato tutto il potere su di sé e sul suo establishment, determinando un controllo pressoché assoluto della vita politica, militare, civile ed economica da parte del suo clan. A fare le spese di questa situazione sono stati soprattutto gli abitanti della Cirenaica islamica (3,5 milioni, meno laici e più ribelli rispetto ai 3 milioni di abitanti della Tripolitana), oggetto di durissime repressioni da parte del governo e delle forze armate ogni qualvolta hanno cercato di ribellarsi a uno status quo che li vedeva marginalizzati in tutti i contesti della vita sociale. Sarà proprio da questa regione tradizionalmente ostile al governo del colonnello che partirà la rivolta nel febbraio 2011. Nel Paese si è riaccesa quindi negli anni una forte contrapposizione tra gli abitanti della Cirenaica e quelli della Tripolitana (3), che si è sovrapposta alla già frammentata struttura sociale libica, che vede una popolazione composta da tre etnie, araba, berbera e tuareg, a loro volta raggruppate in tribù e clan che esercitano un controllo territoriale molto serrato ed esclusivo. Questo può restituirci una vaga misura della debolezza del sostrato identitario libico, suddiviso in aree e contesti di appartenenza nei quali l'identità nazionale viene dopo il rispetto all'appartenenza tribale. La caratteristica frammentazione del contesto sociale sarà determinante anche nel modo in cui nel Paese verrà organizzata la lotta di opposizione al regime, che avrà, come si vedrà nello specifico, una forte caratterizzazione territoriale e sarà segnata da diversi motivi di divisione e frazionamento.
Altro tratto distintivo dello Stato libico rispetto ai vicini Paesi maghrebini era rappresentato del modo in cui, al di fuori del Paese, era percepita la figura di Gheddafi, il quale, pur non vantando un sostegno condiviso da tutti i capi di Stato arabi, a inizio 2011 era ancora protagonista della scena mondiale ed esercitava una forte influenza sulla comunità internazionale. Tripoli si era posta, con il colonnello, come potenza strategica per la risoluzione di alcune problematiche cruciali a livello globale, come la crescita del radicalismo islamico, i traffici illegali e l'immigrazione clandestina. Dopo lunghi anni di isolamento (il rais sostenne fin dall'inizio l'Olp di Yasser Arafat e fino alla fine degli anni Ottanta appoggiò i terroristi dell'Ira e il Settembre nero palestinese), Gheddafi aveva portato avanti una rottura con l'impostazione precedente a partire dal 1990, quando condannò Saddam Hussein per l'invasione del Kuwait e si attestò su posizioni filoccidentali. Negli anni il colonnello da una parte si allontanò dall'integralismo islamico di al-Qaida (che condannò duramente per gli attentati dell'11 settembre) e dall'altro si avvicinò alle diplomazie europee, ristabilendo rapporti anche con gli Stati Uniti. Il rais, minacciato dalla presenza di fondamentalisti islamici ostili a lui, ha offerto nel periodo della lotta al terrorismo un forte sostegno al governo statunitense, smantellando molte delle reti terroristiche presenti nel Paese. Nel dicembre del 2003 Gheddafi ha rinunciato alla produzione di armi di distruzione di massa, decisione grazie alla quale l'allora presidente Bush eliminò la Libia dalla lista degli “Stati canaglia” (4). Storiche furono inoltre le strette di mano tra il presidente libico e quello statunitense al G8 dell'Aquila, momento che sancì la leadership di Gheddafi sull'Unione africana (della quale la Libia è stata tra i principali finanziatori, con una quota pari al 15% del budget complessivo dell'organizzazione). L'Africa è sempre stata considerata nei programmi di Tripoli come il mercato di riferimento della propria economia e negli ultimi anni il leader libico si era posto come garante del ponte economico dell'Europa verso i mercati africani. Il cambiamento della politica libica in senso filoccidentale aveva contribuito inoltre a rafforzare il ruolo da mediatore del colonnello all'interno dei conflitti africani, fornendo alla comunità internazionale una copertura operativa in alcuni conflitti strategici della regione e rafforzando le sue velleità di leadership regionale nel continente. La Libia era così intervenuta con un ruolo di pacificatore in alcune dispute africane, dal conflitto tra Eritrea ed Etiopia alla Sierra Leone, dal Darfur al Kenya, dal Niger al Mali. Tali posizioni da una parte hanno rafforzato il ruolo del rais nell'area, dall'altra gli hanno attribuito una legittimazione e un'importanza di primo ordine all'interno dello scacchiere internazionale. Il riconoscimento globale della figura del leader libico, amico e nemico degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia, dell'Italia e dei Paesi arabi, faceva quindi allontanare l'idea che anche la Libia e il suo raìs potessero essere toccati dal vento di cambiamento che la Primavera araba stava portando in tutte le principali piazze nordafricane.
Ma il 17 febbraio 2011, a seguito dell'arresto dell'attivista Fethi Tarbel, con l'organizzazione della 'Giornata della collera', i partiti di opposizione libica danno inizio alle rivolte antigovernative, che nei giorni seguenti da Bengasi si espandono a macchia d'olio in tutta la Cirenaica. Le forze di sicurezza reprimono subito con il sangue le rivolte, arrivando a utilizzare l'Aviazione (da sempre la forza armata più fedele al raìs perché composta in maggioranza da membri della tribù Qadhadfa alla quale apparteneva lo stesso Gheddafi) per arginare la protesta. La rivolta in Libia ha assunto due caratteristiche molto diverse dai tumulti tunisini ed egiziani: le manifestazioni hanno avuto fin dall'inizio una connotazione militare e in secondo luogo Bengasi ha chiesto da subito l'aiuto internazionale per sconfiggere il raìs. In effetti, a posteriori è evidente quanta importanza abbia avuto, nella vittoria dei rivoltosi, l'intervento militare occidentale, senza il quale, probabilmente, le forze di Gheddafi avrebbero sopito in pochi giorni le manifestazioni di Bengasi (5), così come era accaduto tante volte da quando il colonnello era al potere. Dopo che il 24 febbraio 2011 le milizie antigovernative perdono il controllo di Misurata, il 27 febbraio nasce a Bengasi il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), organo di guida composto da 30 persone tra ex membri del governo ed ex leader islamici, fondato su indicazione di Mustafa Abdal Jalil, che il 5 marzo ne verrà nominato presidente. Nonostante le numerose divisioni interne, le fazioni antiregime trovano quindi una ragione di momentanea unità proprio nella lotta contro il colonnello. Il Cnt ha ricevuto una legittimazione immediata prima nella Cirenaica, storicamente più sa a Gheddafi e al suo clan, poi in tutta la Libia. Ma l'organizzazione si presenta da subito molto divisa al suo interno tra correnti progressiste e islamiche, liberali, cirenaici, tripolini, berberi, tuareg e frange che fanno riferimento ad al-Qaida. Nello stesso giorno in cui si dà un nuovo presidente, il Cnt dichiara comunque di essere l'unico rappresentate legittimo della Libia, ponendosi come interlocutore della comunità internazionale, e pochi giorni più tardi, il 17 marzo, autorizza l'imposizione della No Fly Zone per proteggere i civili dai massacri dei lealisti. Il 19 marzo scatta l'intervento militare occidentale, autorizzato dalla Risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011 del Consiglio di sicurezza dell'Onu (6) e iniziato sotto l'egida di Usa, Francia e Regno Unito per passare poi sotto il controllo della Nato. Progressivamente le forze del regime perdono Tripoli (21 agosto), Sebha (21 settembre), Bani Walid (17 ottobre) e infine Sirte, dove il 20 ottobre verrà segnata la svolta del conflitto libico con l'uccisione in mondovisione di Muhammar Gheddafi. Con l'eliminazione del leader libico si è data fine alla resistenza lealista, che pure per molti mesi ha tenuto testa alle forze dei ribelli e alle milizie occidentali. Infatti, nonostante il proseguire ininterrotto e martellante dei bombardamenti Nato e delle incursioni delle milizie antigovernative, le truppe fedeli a Gheddafi hanno resistito a lungo nelle proprie posizioni e il conflitto libico ha vissuto per diverso tempo una situazione di stallo, anche a causa della frammentazione dei ribelli, che ha letteralmente paralizzato le operazioni militari per molti mesi, de-terminando un altissimo costo sociale, politico e militare della guerra civile. Al contrario dell'Egitto e della Tunisia, in Libia il movimento dei rivoltosi che ha combattuto contro il raìs è stato frammentato al suo interno in diverse fazioni, legate alle differenti realtà territoriali, rappresentative di interessi perlopiù locali (7). Ancora oggi, alle divisioni dell'esecutivo, che è stato fin dalla sua creazione caratterizzato dalla presenza di diverse anime contrapposte, si affiancano quelle delle bande che hanno liberato il Paese nei vari territori di riferimento. L'assenza di una strategia e di un coordinamento comune rischia quindi, con la fine della guerra civile, di minare la compattezza dello Stato stesso e la sua unità: nel prossimo futuro, la creazione di solide istituzioni sarà uno dei compiti più ardui che dovrà essere assolto dal Cnt. I motivi di divisione sono tanti, così come le armi a disposizione, e il disarmo delle milizie che hanno combattuto la guerra civile si presenta come il più immediato tra gli obiettivi che è opportuno porsi in questa fase. Ora che il colonnello non c'è più, l'apparato statale risulta essere sostanzialmente debole, non esiste nessuna istituzione consolidata, né legittimazione locale dei vertici politici: in tale condizione le affiliazioni tribali e religiose potrebbero affermarsi su quelle statali. Adesso che il nemico comune è stato sconfitto, all'interno del Cnt potrebbero prevalere delle forze centrifughe irrefrenabili; appare perciò necessario darsi nuovi obiettivi e programmi condivisi di stabilità e coesione che possano tenere unite le diverse anime di questa organizzazione. La transizione della Libia verso la democrazia pluralista, dagli esiti tutt'altro che certi, deve quindi necessariamente attraverso tre condizioni fondamentali: l'avvio di un processo di riconciliazione nazionale tra tutti i libici, la realizzazione di un governo unitario e la definizione di un accordo che inquadri il sistema politico all'interno di una cornice disegnata da una nuova Costituzione. Il Paese vive attualmente una situazione particolarmente critica nella quale, in assenza di partiti politici, la lotta intestina e storica tra fazioni rischia di compromettere il destino democratico del popolo. L'esito della vicenda appare quindi assai incerto e in questo scenario problematico, caratterizzato tra l'altro dalla presenza di grandi quantitativi di armi, potrebbero inserirsi le frange qaidiste. E per questo necessario che la comunità internazionale svolga un ruolo di pacificazione e di riconciliazione tra le diverse forze in campo, facilitando processi partecipativi e di convergenza. Il 22 novembre 2011, dopo giorni di tensione e scontri tra i vertici del Consiglio nazionale di transizione, è stato nominato un nuovo governo ad interim, che guiderà il Paese fino alle prossime elezioni. Annunciando la lista dei 24 ministri, il premier Abdurrahim el Keib ha affermato che nell'esecutivo è stato rappresentato tutto il Paese, un elemento per nulla scontato, data la frammentazione della popolazione in clan animati da forti rivalità. Tra i nomi del nuovo gabinetto spicca quello di Osama al Juwaili, comandante della brigata Zintan, che nell'agosto 2011 ha guidato la presa finale di Tripoli da parte dei ribelli, nominato ministro della Difesa, come rappresentante della corrente dominante all'interno del Cnt, quella dei liberali secolaristi. Ministro degli Esteri è stato nominato Ibrahim Dabbashi, mentre ad Ali Tarhouni e stato affidato il dicastero dell'Economia e delle Finanze. La priorità dell'esecutivo nei prossimi mesi sarà promuovere la riconciliazione nazionale, oltre che garantire ai cittadini sicurezza e servizi sociali di base.

NOTE

1) Va comunque detto che dal 2003 il governo aveva iniziato a bloccare la socializzazione delle risorse, avviando processi di liberalizzazione a tutto campo, soprattutto nel settore non oil. Tale scelta è stata allora motivata dal governo con la necessità di affrancare l'economia, basata quasi in maniera esclusiva sulla produzione e l'esportazione di petrolio, dal corso internazionale di questa materia prima, che aveva delle conseguenze dirette troppo forti sull'andamento delle variabili economiche.

2) L'85% delle riserve di idrocarburi libici è esportato in Europa.

3) Durante l'Impero ottomano la Libia era divisa in tre territori amministra- ti separatamente: la Cirenaica, la Tripolitana e il Fezzan, a loro volta frammentati in zone di influenza di oltre cento tribù locali. È con la colonizzazione italiana che il territorio viene unificato. Dopo la Seconda guerra mondiale, per vent'anni anni, fino alla rivoluzione capeggiata da Gheddafi, il Paese era stato governato da un cirenaico: a questo ventennio è seguito il colpo di Stato degli ufficiali golpisti della Tripolitana.

4) «Dopo un negoziato segreto di nove mesi con Stati Uniti e Gran Bretagna, la Libia accetta di distruggere il suo arsenale di armi non convenzionali: i programmi per la costruzione di bombe nucleari, i depositi di gas chimici e ordigni batteriologici, i missili a lungo raggio in grado di colpire altri Paesi. È Tony Blair ad annunciare la notizia da Londra, a tarda sera, seguito pochi minuti dopo da George W. Bush a Washington. Le mosse di Tripoli, afferma il primo ministro britannico, 'dovrebbero permettere alla Libia di n'congiungersi pienamente della comunità internazionale': ovvero a disfarsi dell'etichetta di 'Stato terrorista', di 'Stato canaglia', e di riprendere normali rapporti commerciali ed economici con l'Occidente, senza essere più sottoposta a sanzioni di ogni tipo. 'Sia l'America sia il Regno Unito hanno avuto relazioni problematiche con Tripoli, per cui vigileremo affinché gli impegni presi dal colonnello Gheddafi siano mantenuti', gli fa eco Bush dalla Casa bianca. 'Ma le ostilità non devono necessariamente proseguire per sempre'». Vedi E. Franceschini, Bush: Gheddafi eliminerà tutti gli arsenali proibiti, in 'La Repubblica', 20 dicembre 2003.

5) Va segnalato comunque che pochi giorni dopo l'inizio degli scontri, senza nessun tipo di accordo internazionale, un gruppo dello Special Air Servi-ce britannico era stato erroneamente catturato dalle forze ribelli (la notizia venne data dalla Bbc il 6 marzo 2011): le forze straniere erano quindi già pre-senti nel Paese anche prima della risoluzione Onu che le autorizzava. In questo senso sono apparse eccessivamente tempestive anche le dichiarazioni del presidente francese Sarkozy, che dopo soli due giorni dall'inizio delle rivolte aveva etichettato Gheddafi come 'criminale di guerra'.

6) La Risoluzione n. 1973 prevede quattro obiettivi specifici: il divieto di voli civili e militari (imposizione della No Fly Zone); la protezione della popolazione civile (escludendo l'invasione di terra); il rafforzamento dell'embargo per il traffico di armi verso Tripoli; il blocco delle attività finanziarie della Libia.

7) Va detto che storicamente, anche durante la colonizzazione del Paese, la stessa resistenza alle truppe coloniali italiane da parte delle principali tribù libiche non riuscì a far confluire la popolazione in un unico movimento volto all'unificazione politica.


(estratto da Gianni De Michelis, “Mediterraneo in ebollizione - cause e prospettive della Primavera araba”, Milano, 2012, Boroli editore, pp. 137-145 / 152-153)

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