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C. Pellizzi - Analisi legislazione sociale della R.S.I.

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Ott 26, 2011 1:01 pm    Oggetto:  C. Pellizzi - Analisi legislazione sociale della R.S.I.
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Inserisco un brano molto interessante dal testo di Camillo Pellizzi “Una rivoluzione mancata” del 1949. Pellizzi era stato Fascista nonché sodale ed amico di Giovanni Gentile ed aveva occupato all’interno del cultura del Regime un ruolo nient’affatto marginale, eppure dal testo fortemente critico nei confronti del Fascismo viene fuori ciò che ritengo un macroscopico fraintendimento rispetto alla Dottrina, ovvero la scissione del Corporativismo dallo Stato Etico, dal ruolo che in definitiva lo Stato Fascista deve assumere per essere tale. Pellizzi invece come viene riportato nell’introduzione dello stesso libro… vuole richiamare l'attenzione è soprattutto la consapevolezza, da parte di alcuni teorici del corporativismo, della presenza di linee di tendenza in Italia comuni alle società industrializzate e di massa moderne: ma anche consapevolezza dei rischi che un dominio dei tecnici forzato (come in Germania e in Urss) avrebbe potuto comportare . L'utopia «mancata» è sempre quella: un corporativismo «programmatore certo, ma con estrema spontaneità dal basso, con una forte gerarchia di valori effettivi, con molta iniziativa in alto e un minimo di burocrazia». Singolare il fatto che la battaglia contro lo statalismo conduca Pellizzi verso una conclusione che richiama la preoccupazione espressa dai contemporanei sociologi francesi circa il teorema implicito nel libro dell’americano James Burnham “La rivoluzione dei Managers”: il governo delle cose che si sostituisce al governo degli uomini. “Non si esce da questa alternativa finché si fa capo allo stato. Se ne esce con una programmazione sociale in cui lo stato (quel tanto dì esso che ancora vi rimanga) abbia una funzione non molto superiore a quella del questore di una Camera, o del poliziotto che sorveglia l'ingresso di un luogo d'assemblea.” E più avanti, in un capitolo dedicato a autorità e potere, riprende: «Questo, a giudizio nostro, è stato il punto ideale, e quindi essenziale e definitivo, su cui il fascismo è caduto: quello che ha fatto di esso una rivoluzione mancata. Il "governo forte", come strumento collettivo a certi fini, andava benissimo; benissimo alcuni dei principi corporativi allora enunciati. Malissimo invece, e contraddittorio con le esigenze fondamentali che davano vita al regime, lo statalismo. In linea di principio, e sia pure con gradualità di metodo, il fascismo italiano avrebbe dovuto muoversi verso un corporativismo anarchico». Le sue stesse parole dunque denunciano la volontà di ridurre il Fascismo a mero mezzo politico organizzativo delle necessità economiche nazionali, dimenticando che il corporativismo rappresenta solo la speciale e peculiare “forma” che assume lo Stato Etico Fascista, tralasciandone con ciò l’essenza morale, la valenza pedagogica formativa nonché la centralità del ruolo che esso necessariamente deve rivestire in tutti gli ambiti della vita della cittadinanza. Eppure in tale analisi vi è il pregio del riscontro, sebbene in chiave negativa, della continuità politica tra Regime e Repubblica Sociale, nonché la presenza di un documento poco conosciuto redatto nell’aprile del 1945, ovvero la “Dichiarazione sociale del Partito Fascista Repubblicano”.

Biografia

Camillo Pellizzi nasce a Collegno (Torino) nel 1896 da famiglia di Reggio Emilia di idee laiche e socialiste. Studi medi e universitari a Pisa (fra i suoi professori Santi Romano e Concetto Marchesi), dove il padre fu professore di psichiatria e per un periodo rettore dell'università. Mobilitato in anticipo di leva, combatte per tutta la durata della prima guerra mondiale. Si laurea a Pisa in Giurisprudenza nel gennaio 1917, durante una licenza. Recatosi in Inghilterra per motivi di studio nel 1920, fu tra i fondatori del Fascio di Londra, mentre iniziava, pur impegnandosi a fondo nel dibattito politico italiano, una carriera di studioso di italianistica presso l'Università di Londra (UCL). Nel 1931 ebbe il titolo di reader e divenne titolare di cattedra dal 1934: nominalmente fino al 1943, di fatto fino al 1939, quando assume, nella Facoltà di Scienze Politiche «C. Alfieri» di Firenze, l'insegnamento di Storia e dottrina del fascismo (che nei suoi progetti si sarebbe dovuto chiamare Storia dello Stato). Sempre su pressione delle più alte cariche politiche, è nominato nell'aprile del 1940 presidente dell'Istituto nazionale di cultura fascista, carica dalla quale è allontanato il 7 luglio 1943. Epurato prima dalla Repubblica Sociale, alla quale non aveva aderito, poi dalle autorità antifasciste, nel 1949 i suoi ricorsi al Consiglio di Stato sono accolti e nel 1950 è riammesso all'insegnamento nella stessa università di Firenze – con una cattedra di nuova istituzione alla quale aspirava da tempo, Sociologia –, dove rimane fino al raggiungimento dei limiti di età (1966). Per il rinnovamento e la diffusione di questa disciplina in Italia, per la quale negli anni Cinquanta è l'unico titolare di cattedra, Pellizzi si impegna a fondo, avviando nuovi centri di ricerca, favorendo scambi e soggiorni dei giovani studiosi negli Usa e inserendosi con successo in un filone di studi sul lavoro e le relazioni industriali per il quale era allora vivissimo l'interesse (e la pressione) da parte dei rappresentanti dell'European Recovery Program. Dopo l'esperienza a Parigi di direzione della Divisione fattori umani presso l'Agenzia Europea per la Produttività, che gli consente anche di varare nuovi progetti scientifici, Pellizzi allarga i suoi interessi, conquista riconoscimenti e prestigio, stringe relazioni in campo nazionale e internazionale sulla base delle quali fonda nel 1959 la «Rassegna italiana di sociologia», rivista che dirige fino alla sua morte, avvenuta a Roma nel dicembre 1979.



(estratto da C.Pellizzi, “Una rivoluzione mancata” nuova ediz. Bologna, 2009, IlMulino, pp. 183-198)

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CAPITOLO SESTO. LA LEGISLAZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALE FASCISTA

1. I testi principali

Poiché chi scrive queste pagine non ha avuto diretta esperienza della vita della Repubblica Sociale fascista, che si costituì nella parte settentrionale e centrale d'Italia non ancora occupata dalle truppe alleate dopo l'8 settembre 1943, e visse fino all'armistizio stipulato per il settore italiano nell'aprile del 1945, per quest'ultima parte della storia della legislazione e del pensiero sociale fascista dovremmo limitarci a rimandare il lettore alla letteratura sull'argomento, già abbastanza nutrita, se non sempre attendibile. Qui di seguito, tuttavia, crediamo opportuno riportare alcuni punti salienti degli atti principali di quel regime, per la parte che ci interessa, trattandosi di materiale ancora così poco conosciuto; ma limiteremo il nostro commento a quegli aspetti del regime stesso dei quali crediamo, o ci illudiamo, di poter fare un qualche giudizio in base agli elementi della nostra informazione. (Tutto il nostro studio essendo impostato sopra un riesame di fatti e idee di cui l'autore è stato testimone e anche, seppur molto modestamente, partecipe, una discussione più ampia di quest'ultima fase, alla quale egli non partecipò, porterebbe inevitabilmente uno squilibrio nel lavoro: fino a questo punto, infatti, i nostri rilievi e giudizi potranno anche essere interpretati come personali testimonianze, con tutto ciò che questo comporta, in senso positivo e in senso negativo, nell'assegnare il valore di un rilievo o giudizio storico). Togliamo le citazioni seguenti dalla rivista Architrave (1) . Per un esame più minuto della legislazione sociale nella
«Repubblica del Nord», corredato da tutti gli atti ufficiali relativi, dobbiamo rimandare a un volume di E Galanti (2), che sappiamo di prossima pubblicazione. Riportiamo anzitutto alcuni punti per noi rilevanti del Manifesto di Verona (1 ° novembre 1943). Al par. 8, a proposito della politica estera della Repubblica, è detto che essa si adopererà...

per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principi fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro Continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
C) valorizzazione a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell'Africa...
9. Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
10. La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
11. Nell'economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall'interesse singolo per entrare nell'interesse collettivo, appartiene alla sfera d'azione che è propria dello Stato...
12. In ogni azienda (industriale, privata, parastatale e statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all'equa fissazione dei salari, nonché alla equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per i lavoratori.
In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i Consigli di amministrazione con Consigli di gestione composti da tecnici e da operai, con un rappresentante dello Stato. In altre ancora in forma di cooperativa parasindacale.
13. Nell'agricoltura, l'iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l'iniziativa viene a mancare. L'esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali a seconda delle varie esigenze dell'economia agricola...
14. L pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie e per nuclei, salvi gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabilita dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.

L'art. 15 dice che «quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà», aggiungendo che il Partito curerà la creazione di un apposito Ente nazionale per la casa del popolo, che fra l'altro dovrà risolvere i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra.

16. Il lavoratore è inscritto d'autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. 1 sindacati convengono in una unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore.
Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l'ulteriore cammino.

Il 13 gennaio 1944 il Consiglio dei Ministri della Repubblica approvava una Premessa alla sua successiva legislazione sociale, dalla quale togliamo i seguenti punti, che ci appaiono più rilevanti.

1. Lo Stato... assume la gestione diretta di aziende che impegnino settori essenziali per la indipendenza economica e politica del Paese, nonché di imprese fornitrici di materie prime o di energia e di altri servizi indispensabili al regolare svolgimento della vita economica del Paese.
[...]

2. Dell'amministrazione socializzata. - La gestione dell'azienda, sia essa a capitale pubblico, sia a capitale privato, è socializzata; ad essa prende parte diretta il lavoro. Le aziende a capitale pubblico sono amministrate da un Consiglio di gestione, retto da tutti i lavoratori dell'azienda, operai, impiegati, tecnici. Il Consiglio di gestione... delibera e decide su tutte le questioni inerenti all'indirizzo e allo svolgimento della produzione nel quadro del piano unitario nazionale determinato dai competenti organi della Repubblica Sociale Italiana; forma il bilancio dell'azienda, delibera la ripartizione degli utili, destinandoli in parte ai lavoratori; delibera e decide, inoltre, sulla stipulazione dei contratti di lavoro aziendali con le associazioni di lavoratori e su ogni altra questione inerente alla disciplina e alla tutela del lavoro nell'impresa. Nelle aziende a capitale privato gli organi collegiali di amministrazione, formati a norma del Codice Civile, degli atti costitutivi e degli statuti, dovranno essere integrati dai rappresentanti dei lavoratori dell'azienda, operai, impiegati, tecnici, in numero almeno eguale a quello dei rappresentanti eletti dall'assemblea degli azionisti.
Nelle aziende individuali e in quelle per le quali l'atto costitutivo e lo statuto prevedono un amministratore unico, verrà ugualmente costituito un consiglio di operai, impiegati e tecnici di almeno tre membri, purché le aziende stesse impieghino almeno cinquanta lavoratori. Nei casi in cui lo Stato partecipi alla formazione del capitale delle aziende, nel consiglio di amministrazione entrano anche i rappresentanti dell'Istituto (statale) di gestione e finanziamento.
3. Il Capo dell'azienda. - Ogni azienda ha un Capo che è politicamente e giuridicamente responsabile dell'andamento della produzione di fronte allo Stato e può essere rimosso e sostituito quando la sua attività non risponda alle esigenze della produzione e alle norme sulla disciplina e la tutela del lavoro.
Il Capo delle aziende a capitale pubblico è nominato dal Governo, su designazione dell'Istituto di gest. e finanz.; il Capo delle aziende a capitale privato è lo stesso imprenditore, o un tecnico designato dal consiglio di gestione.
Ogni unità aziendale, sia nelle imprese a capitale pubblico, sia in quelle a capitale privato, ha un Capo, scelto fra i tecnici, nell'azienda o fuori, e nominato dal consiglio di gestione.
Il Capo dell'azienda è politicamente e giuridicamente responsabile verso lo Stato dell'andamento della produzione nell'azienda, e della disciplina aziendale. In ogni azienda il consiglio di fabbrica, eletto da tutti i lavoratori, impiegati e tecnici, delibera sui regolamenti interni e sulle controversie che possono sorgere nella loro applicazione, ed esprime il proprio parere su tutte le questioni che gli vengono sottoposte dal Capo dell'azienda.
Gli utili distribuiti al capitale investito di una impresa non possono superare un limite stabilito di anno in anno, conformemente alla situazione economica. Una congrua partecipazione agli utili che eccedono la rimunerazione del capitale e la partecipazione dei lavoratori vengono destinati allo Stato, che li amministra e li impiega per mezzo dell'Istituto di gest. e finanz., per scopi di carattere sociale.
4. I provvedimenti legislativi. - ... Con successivi decreti verranno di volta in volta determinate le aziende nelle quali si dovrà procedere alla trasformazione di capitale privato in pubblico.
Il Governo può nominare propri commissari per la gestione di aziende per le quali questa misura sia ritenuta utile in vista della loro trasformazione in impresa a capitale pubblico.

A meno di un mese di distanza, il 12 febbraio 1944, usciva il «Decreto Legislativo del Duce per la Socializzazione dell'Impresa». Esso stabiliva che venissero socializzate le imprese di proprietà privata che avevano almeno un milione di capitale e impiegavano almeno cento lavoratori, e tutte le imprese di proprietà dello Stato, delle provincie e dei comuni, o che avessero comunque un carattere pubblico. Alla loro gestione doveva prender parte diretta il lavoro. Il capo dell'impresa e il consiglio di gestione dovevano essere organi di tutte le imprese socializzate; le anonime avrebbero avuto in più l'assemblea e il collegio dei sindaci; le imprese statali o a carattere pubblico avrebbero avuto in più il collegio dei revisori. Lavoratori, tecnici e impiegati entravano in eguale proporzione coi rappresentanti dei soci e degli azionisti negli organi collegiali delle società anonime, o con un numero di voti pari a quelli degli azionisti (per l'assemblea). Analogo criterio era fissato per le altre società. Il consiglio di gestione aveva il compito di un «periodico e sistematico esame degli elementi tecnici, economici e finanziari della gestione», e deliberava o esprimeva un parere su ogni questione relativa alla vita dell'impresa e all'indirizzo della produzione, alla disciplina e alla tutela del lavoro; esercitava in genere «tutti i poteri attribuitigli dallo statuto e quelli previsti dalle leggi vigenti per gli amministratori»; «redige il bilancio dell'impresa e propone la ripartizione degli utili ai sensi delle disposizioni del presente decreto e del Codice Civile». In tutte le votazioni, in caso di parità di voti, prevaleva il voto del Capo dell'impresa. Il Capo dell'impresa era nominato in base alle norme che erano state già fissate dalla Premessa (dove però si parlava di azienda), e altrettanto si poteva dire per i suoi poteri. Nelle imprese individuali, l'imprenditore assumeva la figura giuridica di Capo dell'impresa, coadiuvato nella gestione da un consiglio di almeno tre membri eletti dagli operai, impiegati amministrativi e tecnici. Analoghi doveri aveva il Capo dell'impresa di proprietà dello Stato, con un consiglio di gestione eletto secondo i medesimi i criteri, e dotato degli stessi poteri. Tutte le imprese dovevano, se già non l'avessero, redigere uno statuto che si adeguasse alle norme contenute nel Decreto. I rappresentanti dei lavoratori in tutti gli organi collegiali dovevano essere eletti con votazione segreta «fra i lavoratori delle singole categorie che abbiano almeno venticinque anni di età ed almeno cinque anni di appartenenza all'impresa e che abbiano inoltre dimostrato fedeltà al lavoro e provata capacità tecnica e amministrativa». «Il Capo dell'impresa è personalmente responsabile di fronte allo Stato dell'andamento della produzione dell'impresa e può essere rimosso e sostituito» su proposta ministeriale nel caso di impresa di proprietà dello Stato (o anche su proposta del consiglio di gestione, «premessi gli opportuni accertamenti»); dietro deliberazione dell'assemblea nelle anonime; e in ogni caso la proposta poteva sempre essere promossa dal consiglio di gestione. Il Ministro per l'economia corporativa poteva provvedere alla temporanea sostituzione del Capo dell'impresa quando questi dimostrasse di non avere i requisiti, o di non ottemperare agli obblighi, inerenti alle sue funzioni nei riguardi dello stato. Nelle imprese private e individuali l'imprenditore capo poteva essere sostituito soltanto «in seguito a sentenza della magistratura del lavoro che ne dichiari la responsabilità». L'azione per tale dichiarazione di responsabilità poteva essere promossa da uno qualunque degli organi collegiali dell'azienda, o anche dal Ministero dell'economia corporativa. Come misura cautelare, pendente l'azione di cui alle norme predette, il Ministero poteva sospendere l'imprenditore dalla sua attività e nominare un commissario provvisorio. Analogamente, il Ministro per l'economia corporativa poteva disporre lo scioglimento del consiglio di gestione e la nomina di un commissario temporaneo, ove il consiglio «dimostri di non possedere sufficiente senso di responsabilità nell'assolvi- mento dei compiti affidatigli per l'adeguamento dell'attività dell'impresa alle esigenze dei piani di produzione e alla politica sociale della Repubblica». Lo stato poteva assumere la proprietà di quelle imprese «che interessino settori chiave per la indipendenza politica ed economica del paese, nonché di imprese fornitrici di materie prime, di energia o di servizi necessari al regolare svolgimento della vita sociale», e poteva anche partecipare al capitale di imprese private. Le imprese da statalizzare sarebbero state trascelte dal Ministero e fissate con un decreto del Duce della Repubblica. Un «sindacatore» avrebbe provveduto alla determinazione del valore reale delle quote di capitale, per la loro conversione in titoli dell'Istituto di gestione e finanziamento; le quote di capitale già investite nell'impresa sarebbero state sostituite da quote di credito dei singoli portatori verso l'Istituto stesso. Questi titoli dovevano essere nominativi, negoziabili, trasferibili ed a reddito variabile. Per ciascuna serie di essi il reddito sarebbe stato annualmente determinato dal Comitato dei ministri per la difesa del risparmio e l'esercizio del credito, su proposta di detto Istituto, tenuto presente l'andamento dei relativi settori produttivi e quello generale della produzione. Lo stesso comitato di ministri poteva limitare la negoziabilità dei titoli, o anche disporre l'iscrizione nei libri dell'Istituto del credito dei titolari di tali quote, senza che si addivenisse alla materiale consegna dei titoli. Sugli utili netti dell'impresa, «dopo le assegnazioni di legge alla riserva e alla costituzione di eventuali riserve speciali... è ammessa una remunerazione al capitale conferito nell'impresa, in una misura non superiore ad un massimo fissato annualmente per i singoli settori produttivi dal predetto Comitato di ministri. Detratte tutte queste assegnazioni, gli utili dell'impresa verranno ripartiti tra i lavoratori (operai, tecnici, impiegati) in rapporto all'entità delle remunerazione percepite nel corso dell'anno». «Tale ripartizione non potrà superare comunque il 30% del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell'esercizio. Le eccedenze saranno destinate ad una cassa di compensazione amministrata dall'Istituto di gest. e finanz. e destinata a scopi di natura sociale e produttiva». Altro documento importante è la «Dichiarazione Sociale del Partito Fascista Repubblicano» del 4 aprile 1945, di cui diamo il testo quasi integrale, poiché da esso si può trarre anche qualche deduzione intorno al punto cui era giunta effettivamente la socializzazione e alle difficoltà che aveva incontrate.

Premessa. - È necessario che il programma sociale di Verona sia sempre tenuto presente nella sua interezza senza falsarlo con esagerazioni parziali o parziali omissioni. I postulati del fascismo repubblicano pongono determinati limiti al diritto di proprietà, all'iniziativa privata, all'impiego del capitale. Tali limiti non costituiscono, però, in alcun modo, un'abolizione o una sconfessione di queste tre necessarie realtà economiche e umane. Sono da avversare decisamente tanto gli sbandamenti verso il collettivismo bolscevico quanto i tentativi plutocratici di sopravvivenza attraverso il compromesso. Il sistema sociale fascista non rappresenta una via di mezzo tra la conservazione capitalistica e il comunismo. È un sistema nuovo a se stante, il quale non si ferma al di qua del comunismo, sebbene lo supera come supera la società capitalistica. Eventuali tendenze al collettivismo bolscevico non costituirebbero affatto un estremismo dinamico rispetto al programma sociale del fascismo repubblicano: costituirebbero invece un richiamo reazionario verso forme di super-capitalismo statale quali quelle bolsceviche che la nostra rivoluzione considera altrettanto sorpassate quanto una società che si basi sulla conservazione borghese.
Limiti della proprietà e del capitale. - Il punto dieci del manifesto di Verona stabilisce la garanzia dello Stato per la proprietà privata «frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana». Il limite di tale proprietà – a parte i confini segnati dalla tradizione giuridica romana e dalle leggi vigenti – è determinato dallo stesso punto dieci, laddove è detto che la proprietà privata non deve «divenire disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso lo sfruttamento del loro lavoro». Noi consideriamo che tale sfruttamento si verifica allorché l'azienda non sia socializzata. Altro limite di carattere generale è quello segnato dal punto nove, che fa del lavoro – manuale, tecnico, intellettuale – la base della Repubblica Sociale e il suo oggetto primario. Il capitale diviene secondario rispetto al lavoro; diviene uno strumento, e non viceversa; affluisce come una necessaria circolazione entro organismi di lavoro, che sono le aziende. È funzione dello Stato sociale la manovra dei capitali in afflusso alle Casse pubbliche affinché essi tornino in congrua misura a vivificare l'economia produttiva. Il limite dimensionale della proprietà e del capitale è posto attraverso la limitazione del reddito derivante dalla socializzazione delle gestioni aziendali e attraverso la tassa progressiva sul reddito, che insieme con la tassa di successione e con le forme di risparmio obbligatorio deve costituire uno dei capisaldi della politica finanziaria della Repubblica. Infine il punto undici indica come appartenga alla sfera d'azione propria dello Stato tutto ciò che nell'econonomia nazionale, per dimensioni o funzioni, esca dall'interesse singolo per entrare nell'interesse collettivo.
Industria. - La legge sulla socializzazione – a parte i perfezionamenti che l'esperienza possa suggerire – costituisce già la realizzazione del nostro sistema nel campo industriale. Applicata con i decreti precedenti e con quelli da promulgarsi entro il 21 aprile 1945-XXIII a tutte le aziende grandi e medie, essa, in seguito, si estenderà ad ogni azienda, qualunque sia il capitale e il numero dei lavoratori, escluse le aziende a carattere artigiano e familiare.
Agricoltura. - La socializzazione delle gestioni è da attuarsi anche nel campo agricolo per quelle aziende i cui dipendenti siano attualmente nella situazione di salario. Eguale criterio deve gradualmente presiedere al perfezionamento e all'aggiornamento della mezzadria e delle forme analoghe, portando, tra l'altro, ad una maggior partecipazione del mezzadro nella gestione dell'azienda, e ciò senza snaturare il fondamentale carattere di tali tipici esempi di lavoro associato. Tendenza costante sarà di trasformare il bracciante in lavoratore associato e questo, ogni volta che ciò riesca compatibile coi fini generali del progresso agricolo, in piccolo proprietario.
Credito. - Le banche di interesse nazionale e gli istituti di credito di diritto pubblico saranno statizzati.
Commercio. - Nei settori che toccano le necessità vitali del popolo – alimentazione, abbigliamento, e case dei lavoratori – il commercio privato viene sostituito dalla cooperazione.
Organizzazione sindacale. - La Confederazione unica, lungi dall'appesantirsi in un apparato burocratico di uffici economici, deve essere soprattutto la grande associazione dei produttori i quali formano i propri sindacati e ne vivono la vita trovandovi il mezzo della propria rappresentanza ai fini della politica economica, nonché l'ambiente idoneo per la propria elevazione professionale, culturale e materiale. Vengono perciò conservati dalla Confederazione sotto il controllo del Ministero del Lavoro tutti gli enti di assistenza, mutualità, cultura professionale e tecnica già dipendenti dalle Confederazioni disciolte. Anche l'Opera Nazionale Dopolavoro viene attribuita alla competenza organizzativa della Confederazione. Sono aboliti tutti quegli enti che rappresentano i proprietari e le proprietà in quanto tali, come l'Associazione fra società per azioni o quella della proprietà edilizia, anacronistiche nel nuovo ordinamento esclusivamente basato sulle forze del lavoro, siano esse di dirigenza, tecniche, o manuali; di altri enti e uffici la soppressione appare opportuna in sede di revisione per un criterio generale di semplificazione, di snellimento e talvolta di adeguamento al nuovo ordine sociale. Gli altri enti economici specificatamente creati per il reperimento, lo approvvigionamento, e la distribuzione, vengono di regola assorbiti dai rispettivi uffici dei Ministeri economici.
Corporazioni. - Quando la legge sull'ordinamento corporativo completerà la nuova costruzione dell'economia nazionale, le-corporazioni dovranno porsi come istituti legislativi e normativi e perciò distinti tanto dai sindacati e dalla loro confederazione, ai quali spetta l'elencazione dei componenti la corporazione, quanto dagli organi di Governo che agiscono in via esecutiva e amministrativa. Nella fase transitoria precedente all'entrata in vigore della Corporazione, operano tutti gli appositi comitati di settore espressi dai sindacati nazionali di categoria e funzionanti sotto le direttive dei Ministeri economici per la parte produttiva e del Ministero del Lavoro per la parte sociale.

Seguono precisazioni sui «pubblici lavoratori» e sul problema delle «case dei lavoratori».

2. L'irrisolto conflitto fra corporativismo e statalismo

E interessante confrontare con questa Dichiarazione, e con gli altri atti qui citati, il Decreto 25 aprile del Comitato di Liberazione dell'Alta Italia, che, apparentemente, sconfessa, e sopprime tutta la legislazione della Repubblica Sociale «sulla pretesa "socializzazione" delle imprese», ma in pratica cerca di lasciar sopravvivere il consiglio di gestione su linee molto affini a quelle fissate dalla legislazione in parola, sia pure dopo che il personale di tali consigli sia stato sostituito con nuovi elementi elettivi; e fino a quando non potrà entrare in funzione «la nuova rappresentanza liberamente eletta dalle maestranze», «la rappresentanza delle maestranze stesse nei Consigli di gestione nazionale resta affidata, con tutti i diritti, i doveri e le prerogative ad essa inerenti, ai Comitati di Liberazione Nazionale aziendali costituiti nella fase della lotta clandestina». «I diritti, i doveri e le prerogative previsti dagli abrogati decreti per il cosiddetto "Capo dell'Azienda" vengono attribuiti al responsabile tecnico della produzione». Quando l'azienda, in base a decreto di epurazione, sia sottoposta a gestione commissariale, le funzioni del Capo dell'Azienda sono attribuite al commissario. È difficile immaginare che questo decreto sia stato compilato nel furore della lotta, nel giorno stesso della sua promulgazione, o nei pochi giorni precedenti; sembra più probabile che esso fosse pronto da vario tempo, ed esprimesse tutto ciò che, per il momento, avevano da dire in materia gli uomini e i partiti del CLNAI. Del resto, l'esperienza successiva ha dimostrato ampiamente come i vari gruppi e partiti che componevano l'antifascismo organizzato e militante avessero molte ideologie incompatibili fra loro, e nessuna che fosse posteriore, nelle origini, negli sviluppi e nelle concrete esperienze cui si riferiva, agli inizi del regime fascista e dell'esperimento corporativo. Solo dei Comunisti si poteva dire che, anche in quei venture anni dal 1922 al 1945, avessero tratto qualche insegnamento dallo svolgersi di un'esperienza politica ed amministrativa in atto: ossia dall'esperienza del regime comunista russo. Purtroppo per il paese nostro, e forse, anche, per gli stessi comunisti italiani, le differenze fra i due paesi, la loro mentalità e i loro problemi sono tante da rendere assai poco utilizzabile l'insegnamento che potevano aver tratto dai loro istitutori bolscevichi. Ma tutto questo, poiché si riferisce a cose e vicende posteriori all'ultimo crollo del regime fascista italiano, esorbita dal tema presente. Dal testo della Dichiarazione dell'aprile 1945, confrontato con la legislazione che l'aveva preceduta di oltre un anno, si deduce assai chiaramente (e ciò risulta del resto da mille altri elementi di informazione) che la socializzazione era rimasta in buona parte sulla carta. In questo caso però, a differenza di ciò che si può dire per certi lunghi periodi del ventennio fascista precedente, la mancata attuazione trova forti scusanti nelle circostanze di fatto in cui doveva operare la cosiddetta «Repubblica di Salò». Una grande e composita forza straniera lentamente ma inesorabilmente procedeva all'occupazione del territorio nazionale, muovendo dal sud al nord, e manteneva il rimanente del paese sotto il martellamento continuo dell'arma aerea. Alle spalle, e in casa nostra, un'altra forza straniera si riteneva in diritto di accusare il popolo italiano di «tradimento», ed era trattenuta dal porre in atto sanzioni anche più gravi di quelle che vi furono solo da motivi di contingente opportunità, o da un residuo di solidarietà personale fra i due capi del regime italiano e di quello tedesco. E al modo stesso come l'Italia era dilaniata dal conflitto, sul suo territorio, di due forze straniere, internamente essa era dilaniata dal conflitto fra quegli italiani che in vario modo e per varie ragioni avevano dato la loro solidarietà all'una o all'altra di quelle forze straniere. Né questo è tutto, poiché molti italiani si combattevano fra loro per motivi prettamente ideali o ideologici, alcuni mantenendo la propria fede nel fascismo, o ritenendo comunque che fosse un dovere nazionale non venir meno, fino all'ultimo, ai propri doveri verso una potenza straniera alleata; altri invece opponendosi ai primi per rovesciare il fascismo. Non è sorprendente che, in tali circostanze, la «socializzazione» della Repubblica Sociale sia stata piuttosto un'affermazione di principio che non un vasto esperimento concreto dal quale si possano trarre insegnamenti e conclusioni di fatto. Anche in sede di principi, d'altronde, le varie enunciazioni e norme che abbiamo riportate dimostrano l'influsso che esercitavano sullo spirito dei loro ideatori motivi di natura e origine assai disparata. La figura del Capo d'Azienda, per esempio, ci richiama assai da vicino quella del Betriebsfúbrer del sistema nazista. Altre norme erano evidentemente ispirate e condizionate dalle circostanze specialissime della situazione. Nel complesso, però, questi documenti testimoniano di una certa maturazione avvenuta, anche se soltanto in sede teorica, dei principi e criteri che avevano trovato affermazione, o parziale attuazione, nel precedente regime fascista. Il punto fondamentale è che si postula qui una concreta ed effettiva riduzione della proprietà al rango di elemento funzionale nel giuoco di un'economia socializzata, il cui fine esplicito è la libertà dell'uomo da ogni forma, diretta o indiretta di coercizione, e l'affermazione del lavoro, nel più lato senso, come effettivo soggetto del divenire economico. Il sindacato è mantenuto e anzi potenziato, con la esplicita riserva che esso debba valere come strumento intermedio per la realizzazione piena di un ordine corporativo, in cui il sindacato stesso conserverà funzioni molto secondarie. A questo scopo, viene ricostituito un sindacato unico di tutti i lavoratori, ivi compresi i lavoratori della tecnica e delle arti, come è detto nel suo nome. Le organizzazioni che rappresentano esclusivamente degli interessi proprietari sono praticamente eliminate, sebbene, con una giusta riserva del tutto conforme allo spirito del processo corporativo, si continui a riconoscere alla proprietà, cioè al risparmio, una importante funzione ausiliaria nella vita della società. D'altro lato, molte delle norme che abbiamo citate sembrano aggravare, e quasi voler perpetuare, alcuni dei peggiori difetti del precedente «statalismo» fascista. Sopravvive, e sembra anzi onnipotente, il Partito come supremo motore e regolatore di tutto il sistema (quasi esattamente come nei modelli totalitari russo e germanico). Le condizioni e le modalità perché le varie categorie di lavoratori possano partecipare anche solo all'elezione dei consigli di gestione sono tali da subordinare quasi interamente questa loro facoltà al volere dei dirigenti del governo e del partito. Altrettanto si dica, mutatis mutandis, per la designazione e la nomina dei Capi d'Azienda. I poteri d'intervento dei ministri nella vita delle aziende appaiono veramente totalitari. Si potrà eccepire che tutto questo era necessitato dalle gravi circostanze della situazione. Ma si risponde che, come in queste leggi e dichiarazioni si enunciano molte formule destinate a valere in linea di principio, senza che sia prevista una loro immediata attuazione, non sarebbe stato troppo attendersi che si distinguesse nettamente fra le norme necessitate dalla situazione contingente e quelle destinate a costituire il fondamento del nuovo ordine in avvenire. Se è vero, come molti affermano, che tutta questa legislazione e questi principi vennero proclamati principalmente per gettare un'ultima sfida all'antifascismo nazionale e internazionale di carattere, come allora si diceva, «demoplutocratico»; che, in qualche momento, Mussolini favori questa legislazione sperando che valesse a riavvicinarlo alla Russia, poiché era sua costante convinzione che l'Asse dovesse ad ogni costo trovare un punto di conciliazione con la Russia per uscir dalla guerra prima che fosse troppo tardi; e che, infine, e quando tutto fosse andato al peggio, il fascismo-repubblicano intendeva lasciar dietro a sé questa socializzazione come un grosso trave in cui avrebbe fatalmente inciampato l'antifascismo vittorioso; tutto questo in parte spiega, ma in parte maggiore contraddice, le imperfezioni del sistema che veniva abbozzato. La sfida all'antifascismo di tipo liberale, e il «trave» gettato fra i suoi piedi, sarebbero stati di gran lunga più efficaci e probanti se la socializzazione avesse dimostrato una maggiore aderenza ai principi fondamentali di tutta la dottrina corporativa, che fissano, come meta, il massimo della libertà nel massimo della socialità. Se si trattava invece di andare incontro alla Russia, non si intenderebbero più certe esplicite sconfessioni, perfettamente coerenti con la dottrina, del modello sociale e politico bolscevico. (In realtà, noi non crediamo che il desiderio di conciliare la benevolenza russa abbia mai avuto alcun riflesso sensibile in tutta questa legislazione e nelle poche e imperfette applicazioni che di essa si ebbero). Dove poi queste norme e questi principi vengono a mancare il segno, non solo riguardo al fondamento della dottrina (ossia l'equazione socialità-libertà), ma anche a quello che avrebbe dovuto essere il suo principale strumento di realizzazione, è nel modo come venne trattata la tecnica. È ben vero che tecnici, dirigenti, intellettuali, e gli stessi artisti, vennero chiamati a far parte della nuova ed unica Confederazione del Lavoro, che si chiamò perciò «del Lavoro, della Tecnica e delle Arti»; ma anche questo rimase un fatto di superficie. Si è visto che nella struttura dei vari organi collegiali dell'azienda o dell'impresa, i «tecnici» hanno una posizione eguale a quella degli operai da un lato, degli impiegati amministrativi dall'altro. La figura del «dirigente», che aveva già acquistato notevole importanza nel sistema nazista come Betriebsfiihrer, si ritrova nel Capo d'azienda, ma si direbbe che, specie nelle grandi aziende, le quali hanno un'importanza tanto maggiore delle altre nel complesso dell'economia, a lui rimanga una funzione essenzialmente esecutiva. In ogni caso, non è indicata la possibilità che, in un sistema corporativo pienamente sviluppato, egli unitamente ad alcuni fra i tecnici di maggior peso, debba assumere responsabilità e funzioni direttive, non solo nei riguardi della sua azienda particolare, ma ancor più agli effetti dell'economia nazionale tutta quanta e della elaborazione ed esecuzione di un piano economico nazionale. Questo si ricollega a un fatto più generale, e cioè che in queste leggi e manifesti un vero e proprio ordine corporativo è, al massimo, preannunciato come uno sviluppo ulteriore, senza alcuna precisazione troppo impegnativa.
Tutti questi limiti e lacune del sistema abbozzato dalla Repubblica Sociale hanno la loro radice in quel medesimo statalismo che aveva viziato di sé la precedente storia del regime. «Tutto dentro lo Stato, nulla contro lo Stato, ecc.» Nessuno pareva sospettare che la causa prima e principale della fine violenta cui quello Stato si stava avviando era proprio il suo statalismo. Il medesimo statalismo, se pure sotto forme tanto diverse nel fondo, che portava a rovina il regime di Hitler. Quello che forse porterà a rovina altri regimi ancora, in un avvenire non lontano; ma, purtroppo, non prima che ciò sia costato immensi danni e dolori alla specie umana. Se è vero che, all'occhio del sociologo, il nostro periodo della storia tende fatalmente al prevalere dei movimenti di massa con tutto ciò che essi portano con sé, alle forme dirette e integrate di economia, e ai sistemi statali di dittatura-oligarchia dei managers, la Repubblica Sociale rientrò sostanzialmente nel profilo comune. Accennò, come già aveva accennato in vari modi tutta la vicenda anteriore del fascismo, ad una possibile via d'uscita (in realtà, l'unica che si possa vedere) da quella che è la più grave contraddizione intrinseca, e insieme la più grave causa di sostanziale debolezza, di questi regimi totalitari di massa del secolo nostro; ma non andò molto oltre l'accenno.

NOTE

1 Roma, a. I, n. 1, febbraio 1948, pp. 29-31: e n. 2, marzo 1948, pp. 30-32.

2 La socializzazione di Mussolini, Roma, Magi Spinetti, 1948.

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MessaggioInviato: Mer Ott 26, 2011 9:55 pm    Oggetto:  
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Vorrei chiedere una cosa (scusa per la mia ignoranza, ma i libri sono pochi in Francia su questa perioda)
La RSI come tutti i paesi aveva una costituzione, preparata credo à Verona. Chi fu il redattore de questa costituzione ?
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MessaggioInviato: Gio Ott 27, 2011 12:42 pm    Oggetto:  
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...la Repubblica Sociale Italiana non ebbe mai una Costituzione ufficiale, non ne ebbe il tempo, furono in realtà preparate delle bozze da Vittorio Rolandi Ricci che avrebbero dovuto essere sottoposte per l'approvazione a Mussolini. Il cosiddetto Manifesto di Verona del 1943 rappresenta un manifesto programmatico generale in merito agli orientamenti politici della Nuova Repubblica.
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MessaggioInviato: Gio Ott 27, 2011 6:14 pm    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
...la Repubblica Sociale Italiana non ebbe mai una Costituzione ufficiale, non ne ebbe il tempo, furono in realtà preparate delle bozze da Vittorio Rolandi Ricci che avrebbero dovuto essere sottoposte per l'approvazione a Mussolini. Il cosiddetto Manifesto di Verona del 1943 rappresenta un manifesto programmatico generale in merito agli orientamenti politici della Nuova Repubblica.


...possiamo definirlo piattaforma costituzionale provvisoria.

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MessaggioInviato: Gio Ott 27, 2011 6:27 pm    Oggetto:  
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Riguardo Pellizzi, il suo pensiero è molto vicino a correnti anarco-sindacalistiche. Ma per il concetto fondante, esse si avvicinano molto, si toccano, con certo liberal-liberismo.

Questo certamente desta stupore, non tanto per la critica anarco-sindacalistica al fascismo, che non è nuova, ma perchè questa critica viene portata avanti da un esponente del Fascismo, responsabile della Cultura Fascista e allievo di Gentile!

Verrebbe da chiedere: Pellizzi, ma che hai fatto durante la tua attività nel regime? A che Regime stavi aderendo? Sembra questi di vedere un Dino Grandi numero 2.

Ebbene, fa piacere constatare che anche gli anarco-sindacalisti vedevano nella RSI e nelle sue leggi sociali, il naturale sviluppo del Corporativismo Fascista. Ma certamente la polemica anti-statale che porta avanti il nostro, dimostra che o non ha capito (e ce ne vuole!) quali siano gli obiettivi del Fascismo, oppure pur avendoli capiti, stia cercando di staccarsene nel peggiore dei modi. Per fini forse ipotizzabili, vista la data dello scritto.

Ebbene, il concetto fondante il Fascismo è la DOTTRINA DELLO STATO! E non uno Stato qualsiasi, ma l'unico: lo Stato Etico Corporativo Fascista. Prescindere il Corporativismo dalla dottrina dello Stato Fascista è semplicemente IMPOSSIBILE perchè in questo caso si slegherebbe il fascismo...da se stesso!

Il concetto di Stato nel Fascismo è il fondamento della dottrina. Concetto che concepisce uno Stato FORTE e autorevole, che subordina l'economia alla Politica. Quindi al BENESSERE NAZIONALE. Morale e Materiale.

E' assolutamente FALSO che questo disponga uno Statalismo SIMILE agli altri regimi coevi al Regime Fascista! Il Regime Sovietico e quello Nazista NON SONO MINIMAMENTE PARAGONABILI a quello Fascista, in quanto l'elemento Statale era smaccatamente SECONDARIO rispetto alla dittatura del partito e al livellamento dell'economia per l'uno, alla purezza della Razza per l'altro! Ogni cosa, economia e società comprese, era subordinato al fondamento dei due regimi!

Non così per il Fascismo, che concepisce l'Economia come MEZZO, sì, ma solo nell'ottica del BENESSERE NAZIONALE. Al quale benessere essa è subordinata. Per questo lo Stato è sicuramente interventista, in economia. Ma non in senso assolulto e men che meno collettivistico! Quello che critica Pellizzi, è l'immagine di propaganda che il fascismo assumeva per certo antifascismo di destra...

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MessaggioInviato: Mar Nov 01, 2011 1:39 pm    Oggetto:  
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Grazie per la vostra risposta.
Alex

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