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RISORGIMENTO E FASCISMO

 
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Autore Messaggio
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Lun Giu 27, 2011 3:43 pm    Oggetto:  RISORGIMENTO E FASCISMO
Descrizione:
Rispondi citando

RISORGIMENTO E FASCISMO
di Giovanni Gentile


1.
È un tema abusato, ma torna sempre in discussione. Perché? Se si dicesse che c’è troppa gente che parla e scrive, e non ha idee chiare, si direbbe cosa vera, ma che non c’è bisogno di dire, perché va da sé, ed è vizio antico ed eterno della natura umana. Forse converrebbe osservare piuttosto che su molti argomenti di quelli che interessano in questo momento in Italia l’orientamento e i criteri della condotta e della coscienza pubblica, sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e troppi quelli che parlano a paragone di quelli che stanno a sentire con la buona volontà di rendersi conto di quel che si dice e che tante volte potrebbe essere materia degnissima di riflessione.
Dunque, non c’è da meravigliarsi se di tratto in tratto accada di aprire un giornale e leggere quel che Tizio ha detto con gran fervore nella tal conferenza applauditissima, o quello che Caio torna a sciorinare con la più innocente sicurezza di dir cosa inoppugnabile e come di spezzare il sacro pane della verità; laddove si tratta sempre delle solite affermazioni arbitrarie, arrischiate e peggio che inopportune; le quali già sono state reiteratamente contraddette e confutate, e avresti giurato che non se ne sarebbe parlato più.

2.
Ecco che a chi afferma la continuità storica della storia italiana dal Risorgimento al ventennio umbertino, e poi alla guerra e infine al Fascismo, si dà sulla voce con grande impeto per rivendicare l’assoluta originalità del Fascismo e il netto distacco tra l’età nostra, quale si viene svolgendo alla Marcia, e l’età precedente, anzi tra il nostro secolo e l’Ottocento; e poiché il distacco implica una differenza, e la differenza più forte è l’opposizione, ecco che, per dar sulla voce a chi s’è permesso di avvertire che una continuità storica tra il nuovo e il vecchio si deve pur ammettere, si corre all’estremo di asserire che non c’è continuità perché c’è opposizione: la più recisa opposizione dell’era fascista non solo a quella a cui immediatamente essa reagì, ma a tutto il passato della nuova Italia, che sì nel secolo decimonono compì quello che parve il miracolo del suo Risorgimento, ma lo compì non in virtù della sua fede fondamentale, anzi malgrado quella fede. La quale, infatti, fu per certi rispetti antitetica al pensiero dominante del Fascismo: liberale essa, autoritario questo; invocante essa il principio di nazionalità, e questo indirizzato a un ideale imperialistico. Dunque, antitesi tra Fascismo e Risorgimento, e rivoluzione del Novecento contro tutto il secolo anteriore.
Strano intanto che lo stesso Fascismo senta il bisogno di esaltare gli uomini e le generazioni del Risorgimento, di rinverdire i ricordi dì quei decenni più cari al popolo italiano, quando questo popolo cominciò ad acquistare una seria e positiva coscienza di sé e quindi a manifestare una volontà politica unitaria, della quale s’era sempre parlato, ma alla quale nessuno al mondo credeva più. Strano che uno dei filoni del pensiero fascista consista nel nazionalismo, che propugna bensì un programma di politica imperialistica, ma esaspera insieme il sentimento della nazionalità e della personalità sostanziale di popoli individuata nei destini naturali e storici della terra e della tradizione. Stranissimo che il Fascismo si trovi perfettamente d’accordo con Mazzini e con Gioberti nel concetto etico e religioso della vita e nel modo di intendere la relazione dell’individuo con lo Stato; e che tragga consapevolmente una delle sue ispirazioni più profonde e delle sue più potenti energie dalla coscienza di sé che u popolo italiano acquistò e fece valere appunto nell’età Risorgimento.

3.
Ma la stranezza colpisce soltanto l’osservatore superficiale che scambia i fatti storici con le etichette con cui vengono solitamente designati. Per esempio, si parla del “liberalismo”. Sì, ma il liberalismo del Risorgimento non è un’astratta dottrina, quantunque astratte dottrine abbiano pur contribuito ad alimentare lo spirito animatore degli avvenimenti; non è una ideologia identica per tutti i luoghi e per tutti i tempi, di quelle che è facile formulare in quattro parole e con altre quattro parole buttar giù. E certo anch’essa un’idea, ma una idea che agisce storicamente in quanto diventa convinzione di uomini, che hanno problemi determinati da risolvere, hanno una passione che nasce da speciali condizioni sociali, politiche, morali e da certe situazioni economiche, hanno un carattere che si è lentamente formato per effetto di cause religiose e letterarie, e in funzione di costumi e tradizioni e circostanze storiche: tutti elementi affatto unici e incomprensibili fuori della loro determinata e singolare realtà e causalità. Tutti insieme costitutivi di una individualità storica, la quale non è definibile con una formula generale.

4.
Dunque, liberalismo sì, ma liberalismo del Risorgimento italiano. Il quale liberalismo, s’intende, studiato da vicino, ha tante sfumature e tanti contrasti, e luci e ombre, quanti sono gli uomini rappresentativi del movimento storico di cui si tratta. Due tra essi, che la pensassero a un modo, è difficile trovarli. Ed è facilissimo invece imbattersi in polemiche ardenti sul modo stesso di concepire la libertà. E in fondo, può anche darsi che tutti fossero liberali in teoria e di fronte agli altri; ma in conato, al fatto, e quando trattavasi non più di ottenere la libertà per sé, ma di riconoscerne il diritto agli altri, tutti proclivi ad amettere che la libertà è sì la regola generale, ma una regola che soffre molte eccezioni, e che nei momenti importanti non serve più e va messa da parte; e infine, tutt’altro che alieni, per conto proprio e per intanto, dalla dittatura. Tutti, non pure Garibaldi e Mazzini, ma lo stesso Gioberti, intollerantissimo di contraddizioni e ostinatissimo nelle proprie idee, troppo convinto di vedere giusto per consentire che altri gli pigliasse la mano; e lo stesso liberalissimo Cavour, fanatico della libertà finché questa assicurava il dominio del Parlamento e di tutto lo Stato, ma pronto a ogni sopruso, e illegalità quando un giornale, come il genovese “Italia del popolo”, resistesse con mazziniana tenacia alla sua politica.

5.
L’anima, il profondo motivo del liberalismo del Risorgimento italiano è quello che unì a un tratto nel ’48 gl’italiani di tutte le regioni e di tutte le classi sociali, contro lo straniero, e fece perciò trionfare la dottrina mazziniana della unità: il bisogno dell’indipendenza. Liberali si volle essere perché il popolo italiano – quello dei pochi dirigenti che questo popolo rappresentavano – diventato padrone di sé, potesse conquistare la sua indipendenza e la sua unità nazionale: due cose complementari, una impossibile senza l’altra. E insomma la libertà che sostanzialmente si domandava, non era quella dell’individuo, ma quella del popolo: la libertà dello Stato, e in essa e per essa la libertà del cittadino, che non c’era e non ci poteva essere finché l’Italia divisa restava in balia dello straniero o di deboli principi vassalli dello straniero. Le costituzioni si domandavano come mezzo e non come fine. L’italiano singolo voleva la libertà per diventar cittadino; e quindi voleva lo Stato, in cui ci fosse posto per il cittadino. Questa è la realtà. In astratto, eran discordi: democratici e conservatori, repubblicani e monarchici ecc. Ma nel fatto, ogni volta che non si trattava di battagliare per programmi ideali bensì di agire e concorrere al reale Risorgimento che era la mira e l’interesse sommo di rutti, le discordie cessavano perché c’era da fare l’Italia: ossia da porre in essere lo Stato, che non era possibile se non come indipendente e uno.

6.
Chi non si mette a questo punto di vista, non intende la discordia molteplice e l’accordo possente degli spiriti del Risorgimento. Il quale, dunque, bisogna pur dire che fu liberale ma presso a poco allo stesso modo che intende essere liberale oggi il Fascismo: mirando cioè non alla libertà dell’individuo ma a quella dello Stato, senza la quale non c’è libertà per nessuno.
Così, il principio di nazionalità fu certamente segnacolo in vessillo per gl’italiani del Risorgimento, come era naturale in un periodo di formazione dello Stato, in cui la nazione, finora smembrata, rianimata dalla coscienza della propria unità, aspirava a comporsi in sintesi organica e viva. Ma questo principio di organizzazione era attivo e positivo solo in quanto affermava la realtà nazionale, non in quanto la limitava. La sua negatività si esercitava contro le forze storiche dei trattati, conculcatoci del principio stesso di autonomia politica dei nuclei nazionali. Ma questa stessa azione negativa si faceva valere e si realizzava come energia espansiva del nucleo e come tendenza di questa a dilatarsi nella realtà politica. Perciò nel suo logico sviluppo la nazione tende al nazionalismo, e ogni nuova forza spirituale che nel mondo si spieghi come principio di sgretolamento e distruzione dei vecchi imperi, per quanto via via si limiti nelle forme concrete della sua realizzazione storica, non si mantiene e non vive se non come attività costruttiva di nuovi imperi, ossia di forme sempre più adeguate all’interno sviluppo necessario del principio originario dell’autonomia nazionale, che è affermazione di sé, volontà di potenza e posizione di una nuova personalità.
Anche per questo rispetto, dunque, il Fascismo è figlio del risorgimento: del Risorgimento eroico, creatore di uno Stato moderno, che è potenza politica, in quanto potenza economica ; civiltà: un uomo nuovo, vivo, sano, intelligente, originale.
Smarrire questo filo, spezzarlo, non può essere e non è interesse del Fascismo. La cui rivoluzione è progresso in quanto è restaurazione: consolidamento delle basi per edificarvi su un solido edificio, alto, nella luce. Ogni originalità senza tradizione, come ogni spontaneità senza disciplina, è velleità sterile, non volontà virile. Capriccio, non programma. Non è lo spirito del Fascismo, ma la sua caricatura.

Estratto da "Politica e Cultura, Giovanni Gentile, p. 149-154
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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Apr 04, 2012 7:17 pm    Oggetto:  
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...vi invito ad ascoltare con attenzione (cliccando il link sottostante) la lezione del professor Alberto Mario Banti, docente in Storia del Risorgimento all'università di Pisa, sulle origini dell'Identità Italiana dal Risorgimento al Fascismo. Sebbene dichiaratamente antifascista, la lezione tenuta dal docente risulta non priva di spunti molto interessanti riguardo la nascita del sentimento nazionale in Italia e quantunque il breve accenno dedicato al Fascismo andrebbe necessariamente integrato alla luce del contenuto della Dottrina Imperiale maturata nello Stato Etico Fascista, la lezione affronta in modo corretto la nascita della diffusione dell'idea di Nazione tra gli italiani...il perdurare del mito risorgimentale nel Fascismo, nonché dulcis in fundo il riconoscimento di quanto l'attuale repubblica non sia affatto culturalmente e politicamente erede di quel processo storico politico.

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...quasi tutti i temi trattati nella lezione sono presenti in quello che sicuramente è il testo migliore della produzione libraria del docente pisano e che consiglio caldamente di leggere:

Titolo : La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell'Italia unita
Autore : Banti Alberto M.
Prezzo : € 22,00
Dati : 2006, XII-214 p., ill., brossura
Editore : Einaudi (collana Biblioteca Einaudi)


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Descrizione

Per molto tempo la storiografia, sia ottocentesca sia contemporanea, non si è occupata di come sia nato il concetto di identità nazionale nell'Italia del Risorgimento, concetto che è stato considerato un dato di fatto. Solo negli ultimi anni gli eventi internazionali e interni hanno costretto tutti, collettività e specialisti, a esaminare la questione: ciò nonostante, gli studi si sono concentrati soprattutto sulla fase postunitaria, sul bisogno del neo-Stato italiano di diffondere una vera e propria pedagogia della nazione, mentre continua a mancare un esame dei significati che, durante il Risorgimento, si attribuivano all'idea di nazione. Il saggio di Banti intende colmare questa lacuna.

_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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