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Imperialismi in lotta nel mondo

 
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Lun Giu 27, 2011 2:28 pm    Oggetto:  Imperialismi in lotta nel mondo
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Imperialismi in lotta nel mondo, di G.M. Sangiorgi, Bompiani, 1939 – XVII

L’imperialismo è la più antica dottrina politica del mondo e la storia dell’umanità nel suo complesso di popoli e di nazioni si identifica con la storia degli imperi generati e distrutti. L’imperialismo ha mille aspetti, ma la sua essenza non muta e si perpetua : l’imperialismo è un fenomeno espansionista, un’ansia di vita che sovrasta fatalmente i popoli, giunti che siano ad un certo grado di sviluppo nazionale e di forza. Tutta la civiltà nella quale siamo immersi è frutto degli imperialismi che si sono battuti, che si sono eliminati, che hanno vinto, che sono sopravvissuti anche in una sola eco nei secoli : l’avvenire dei popoli è nel grembo degli imperi più vitali e più fecondi e l’orientamento passato, presente, futuro della civiltà è nell’urto fra gli imperialismi che si contendono le gerarchie mondiali (1).
Le critiche e le accuse che le cosiddette « grandi democrazie » muovono all’imperialismo fascista o nazionalsocialista o nipponico, sono insigni documenti di ipocrisia e di negazione storica : e sono anche le prove, più evidenti, della loro decadente vitalità imperialista. Criticando o accusando l’imperialismo « autoritario » le « grandi democrazie » finiscono per processare se stesse: contestando agli altri popoli il diritto d’espansione che esse stesse hanno praticato, conducono gli antenati alla sbarra.
Le « democrazie » inglese, francese, americana sono state e sono imperialiste: una semplice carta geografica lo dimostra. Il loro imperialismo è nella fase « conservativa » : perciò identificano la pace con lo statu quo e le loro teorie umanitarie non sono altro che una sedicente giustificazione morale dei beni posseduti in sovrabbondanza.
L’imperialismo delle cosiddette « grandi democrazie » è incapace di pronunciare una parola nuova e benefica per l’umanità: « il mezzo con cui viene esercitato l’imperialismo — ha scritto Mussolini nel 1919 — è ciò che distingue, sia negli individui come nei popoli l’uno imperialismo dall’altro ». L’imperialismo delle « democrazie » è in arretrato di oltre venti anni : si è imbalsamato al primo colpo di cannone del ’14. La pace di Versailles è la prova della sua fatale ingordigia senile: le sanzioni contro l’Italia, al tempo della guerra etiopica, sono la confessione della sua impotenza.
Mussolini fondando l’Impero fascista ha dato all’imperialismo, come dottrina e come pratica, un nuovo volto. Tramonta l’epoca dell’imperialismo plutocratico, sorge quella dell’imperialismo dei lavoratori. L’impero è creazione per il popolo, non per alcune categorie di esso : è necessità di vita collettiva, non privilegio particolare.

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Il processo di formazione dell’imperialismo rassomiglia assai al crearsi delle correnti rivoluzionarie. Esiste un complesso logico imperialista che si potrebbe paragonare alle quattro « logiche » della rivoluzione, come le individua Le Bon : una logica razionale, una logica mistica, una logica affettiva, una logica collettiva. La prima è data da una minoranza eletta che per l’impulso di un capo dimostra la necessità di realizzare l’idea imperialista: la seconda rappresenta il dilatarsi di un concetto di superiorità di nazione e di razza, quindi il senso di una missione da compiere nel mondo : la terza indica la partecipazione delle masse all’imperialismo interprete di ambizioni e desideri popolari: la quarta conduce le classi dirigenti ad un particolare e determinato modo di agire. Le rivoluzioni, in quanto sono movimenti di masse, possono ammaestrarci sull’essenza spirituale dell’imperialismo. Nessuna rivoluzione ha dilagato se non portava scritto sulle sue bandiere una parola di vasta risonanza morale: lo stesso può dirsi dell’imperialismo.
L’imperialismo non è un immediato mezzo di prosperità e di ricchezza, anzi in certi suoi periodi di sviluppo e di affermazione richiede notevolissime somme di sacrifici personali e collettivi. Le forze morali hanno dunque nel fenomeno imperialista un’enorme importanza: e più ne avranno in avvenire, quanto più l’idea di una giustizia internazionale sarà capace di regolare i rapporti fra gli stati e quanto più sarà urgente attuare un’idea superiore di giustizia sociale. Allora gli imperialismi che, come le marmotte d’inverno, vivono consumando il proprio grasso, saranno fatalmente condannati a vedere e scontare il declino della loro potenza nel mondo.
La storia ventura appartiene a chi è capace di fecondarla : e, nello stesso modo alla nascita dell’idea imperialista concorre tutta la vita passata e presente di un popolo, ed è questa vita che la rende o no vitale, ossia trasformabile in imperialismo. L’origine dell’idea imperialista, intesa in senso politico, somiglia a quella di una determinata minoranza eletta : in un primo momento, più che da un istinto di potenza, deriva da un istinto di difesa, più che da una chiara coscienza da una somma di sensazioni, più che da volontà intime da cause ambientali; e solamente in un secondo tempo, interamente concepita ed espressa, incomincia ad operare la sua trasformazione.
Il paragone fra idea imperialista e minoranza eletta o attiva, non è occasionale: la minoranza è il solo ambiente propizio al concepimento dell’idea imperialista e la nascita e lo sviluppo dell’una e dell’altra tendono ad unificarsi, ad essere una cosa sola. Dai caratteri della minoranza che per prima ha raccolto l’idea imperialista noi potremo fissare lo sviluppo successivo dell’imperialismo in un popolo; e se anche altre minoranze via via concorreranno, il marchio originale della prima resterà attraverso decenni e secoli. L’idea imperialista nasce per un vasto concorso di forze e di eventi, di virtù presenti e passate.
E’ superfluo dire che tutta la civiltà occidentale è di origine romana: non è superfluo dire che gli imperialismi egemonici-conservativi tendono sempre più ad assumere un’impronta dì tipo cartaginese-semitico, cioè mercantilistico, monopolistico, bancario. A distanza di millenni risorge il duello Roma-Cartagine. « Aprite le porte al lavoro che torna dalle trincee », ha scritto Mussolini nel ’19: il manipolo di Piazza S. Sepolcro, le squadre d’azione del ’20, del ’21, del ’22, sono state la minoranza eletta. L’imperialismo fascista è nato allora e da allora porta un segno inconfondibile : giustizia sociale e internazionale, potenza ed espansione della Patria nel mondo. Nella potenza e nell’espansione del popolo italiano è il seme della nuova civiltà.
Meditiamo su voci che ci giungono da lontani secoli. Imperium significa comando: colonia, comunità agricola fissata dallo Stato su un determinato territorio. Si noti la sopravvivenza delle due parole latine : non è occasionale. Essa esprime un concetto che si è sperduto, via via nei secoli, ma che oggi nel Fascismo ritrova la sua origine.
L’imperialismo o è fenomeno collettivo o non è, ma per essere e durare ha bisogno dell’unità di comando, imperium: le « democrazie » imperialiste hanno compiuto il grave errore di dimenticare che l’imperialismo, limitato al semplice fenomeno collettivo, conduce al disfacimento di se stesso; e di considerare la « colonia » come un bene da sfruttare, non da amalgamare alla Madre patria.
L’imperialismo fascista ha per basi la gerarchia totalitaria, dal Capo ai gregari, nella quale disciplina il collettivo : considera le Colonie parte integrante del complesso imperiale. Per noi, Gondar o Torino sono ugualmente città italiane : le distanze e le posizioni geografiche non sono che elementi di valutazione fisica, materiale- Spiritualmente, non esistono. Così il nostro imperialismo non si pone confini : i suoi interessi sono mondiali.
Fenomeno di mentalità collettiva, quindi attinente alle masse, l’imperialismo fascista rappresenta un ordine ed una disciplina, una politica interna unificatrice, una politica estera sempre più vasta: «si risolve in un potenziamento delle singole capacità le indirizza ad uno scopo comune e dalle qualità del popolo italiano acquista le sue particolari caratteristiche.
Possiamo fare, in parte, un ragionamento analogo per gli imperialismi egemonici-conservativi : non discutiamo la capacità e le volontà dei popoli e dei capi che crearono quegli imperi, discutiamo le capacità e le volontà attuali. Una constatazione è, come esempio fra molti, segnatamente illuminante. Il Duce, fondando l’Impero, porta in Africa la civiltà, l’operosità, la gente bianca: pone le basi dell’Eurafrica, soluzione necessaria, vitale al complesso europeo, costretto fra l’Africa e le Americhe. La Francia, porta i senegalesi ed i malgasci sul Reno e sulle Alpi. L’imperialismo fascista, nel tutelare la vita italiana, tutela anche quella europea, l’imperialismo francese la tradisce. E doppiamente : perchè insieme all’importazione di negri, spalanca le porte alle intromissioni bolsceviche.
L’imperialismo fascista, naturale alleato degli imperialismi tedesco e giapponese, è nettamente anticomunista. La incredibile cecità degli imperialismi egemonici-conservativi aveva già abbandonato la Spagna a Mosca. Consentiva cioè a minare la civiltà occidentale, la sua vita stessa, la vita di tutti i popoli civili, nella storica matrice mediterranea.
L’impero più solido che la storia rammenta, quello romano, germinò da un’entità nazionale — come era concepibile ed attuabile in quei tempi — organizzata meglio di ogni altra; e se è vero che la nazione viene superata dall’impero, è altrettanto vero che l’impero crolla quando la nazione non è più capace di sostenerlo e di alimentarlo, cioè quando il popolo metropolitano, per incapacità politica, per stasi sociale, per carenza demografica, ossia per vecchiaia, non genera più e non rinnova, col trascorrere delle generazioni, il necessario « sentimento collettivo » imperialista.
Il Partito, le Corporazioni, la potenza demografica, danno all’imperialismo italiano le sue basi incrollabili: il nostro imperialismo nasce dalla più originale e profonda rivoluzione politica e sociale del dopoguerra. Imperialismo di popolo, che sa con uguale fede ed entusiasmo impugnare la vanga o il fucile, lavorare e combattere, rappresenta la continuità storica con l’imperialismo romano : gli italiani, non gli inglesi, come da qualcuno si sostenne e si vorrebbe sostenere, sono gli eredi dell’imperialismo romano.
Non avere rinnegato, nello spirito e nella sostanza, la tradizione romana non significa adagiarsi nella contemplazione abulica e sedentaria del passato : ma procedere da essa, come le generazioni viventi derivano da quelle spente, sangue del sangue; ma ricostruire le grandi arcate dei secoli trionfali e saldarle alle nuove, esperienza di esperienze: ma aprire un nuovo cammino alla civiltà più benefica per i popoli, legge di una legge suprema.

Roma o Cartagine, Due imperialismi, due principi, una vittoria: Roma.

L’imperialismo cartaginese era di origine fenicia. I Fenici da Omero sono chiamati i « mercanti bidoni » : con le loro navi lunghe e veloci, alla fine del secondo millennio avanti Cristo, dilagarono nel Mediterraneo e su molte coste fondarono stazioni commerciali. Il loro è il primo impero mediterraneo. Navigatori e commercianti, cercano buoni punti d’approdo : non si curano, o quasi, del retroterra. Cartagine, Leptis, Marsiglia, Ustica sono di origine fenicia: a Malta, a Pantelleria, in Sardegna, in Sicilia, i fenici s’abbarbicano. Escono dal Mediterraneo, ed ecco Cadice: arrivano sulle coste atlantiche, giungono alle Isole Shellef. L’imperialismo fenicio e quindi cartaginese è l’antitesi più esatta di quello romano: distrutto, rivivrà dopo millenni. Sarà l’imperialismo delle Repubbliche marinare e dei portoghesi, degli olandesi, degli inglesi : si fonderà con il processo coloniale, giungerà sino ai nostri giorni. E’ fatale il suo scontro con Roma risorta, come è fatale la sua seconda caduta.

(1) Cfr. “L’imperialismo giapponese” edit. Zanichelli, Bologna, e ” L’Impero Italiano in A.O. ” edit. Cappelli, Bologna, dello stesso Autore

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Solo le nazioni deboli, chiuse nel presente senza possibilità di sbocchi più vasti nel futuro, le nazioni che hanno raggiunto in piccolo e limitato ambito un equilibrio che consente lo sviluppo di una grigia vita normale, quieta, sono in buona fede antimperialiste; la loro missione nel mondo non ha carattere espansionista e la mentalità collettiva dei loro popoli rifugge istintivamente da quell’accrescersi di potenza a cui si accompagnano rischi maggiori. Ma non sono codeste le nazioni che segnano il ritmo della civiltà o provocano gli eventi storici più grandiosi e più fecondi di conseguenze: anche se pienamente partecipi alla vita d’un continente o del mondo, non ne modificano il corso. I loro popoli sono gli spettatori, non gli attori del grande dramma di pace e di guerra. Essere imperialisti significa entrare nella storia come elementi attivi e generativi.
Se la giungla selvaggia ha sommerso le rovine di città che furono enormi agglomerati di persone e di ricchezze, se popoli che un giorno ebbero lo scettro di dominatori sono oggi ad un basso livello di potenza, non importa perchè altre metropoli sono nate ed altri popoli sono al comando. L’imperialismo è la fiaccola accesa della civiltà e deve passare nelle mani più robuste, più degne. La vita dei popoli si misura a decenni e l’imperialismo è un’eroica avventura che può durare secoli e secoli. Condannare l’imperialismo in virtù del quieto vivere e della vita comoda, è condannare alla stasi ed al regresso l’umanità.
L’imperialismo quando non degenera o quando non si rifugia nella senilità del passato è un altissimo fattore di progresso. Lo stesso oscuro imperialismo dei popoli barbari che non sa esprimersi in forme di compiuta dottrina e cammina col passo ineguale di un’orda indisciplinata può essere utile, se è sferza che risvegli gli addormentati, che ridia energia agli apatici, che muova, con un istinto di difesa, le più impensate forme di rinascita. L’imperialismo è semente di audacia e di giovinezza, è impeto collettivo : quando non sa più essere audace e giovane, quando nel collettivo non sa coordinare le proprie energie, vuol dire che il suo ciclo è esaurito. Non è più un produttore di progresso. La degenerazione e la senilità dell’imperialismo sono dannose, non l’imperialismo in sé e per se.
E’ uno stupido errore considerare l’imperialismo come una dottrina antidemocratica, bene inteso dando alla parola democrazia il suo più autentico significato. La storia ci insegna che la progressiva e più attiva partecipazione delle masse al potere politico non ha affatto diminuito l’idea imperialista : anzi questa si è dilatata ed è divenuta patrimonio di coscienze che prima l’ignoravano.
Lasciamo l’antichità, che è pur ricca d’esempi e chiediamoci, ancora una volta, se le cosiddette ce grandi democrazie » moderne e contemporanee sono o no imperialiste. Il loro imperialismo ha avuto punti di partenza dissimili, ma è maturato attraverso decenni e secoli, come maturano ad un unico sole i frutti di piante diverse, con uno scopo conclusivo di potenza, di autorità, con la comune ansia di una missione da compiere. Se ad un certo momento la pratica o l’utile imperialista sono rimasti monopolio di poche categorie, ciò significa che quel dato imperialismo è degenerato e che una somma di incapacità direttive e ordinative lo svuota.
La facile critica rinunciataria e pacifista nega all’imperialismo ogni virtù morale e qui soprattutto le ce grandi democrazie» giuocano sull’equivoco: non è l’imperialismo che esse combattono, ma l’imperialismo degli altri. Noi saremo invece sinceri ed affermeremo che l’imperialismo è la nobiltà dei popoli: ma come l’appartenere all’aristocrazia non significa, sempre e di per sé, essere individuo di superiore livello, così vi sono popoli imperialisti che se di nobiltà furono degni ora tale nobiltà volgono all’ingiustizia ed al sopruso internazionale. Occorre perciò, come ha detto Mussolini, distinguere tra imperialismo e imperialismo e determinare per ognuno l’apporto di bene o di male.
La condanna in blocco dell’imperialismo come dottrina e come pratica politica è un non senso: dovremmo condurre in tribunale tutta l’umanità e processare anche i morti.
E’ un’entità l’idea imperialista, un’altra la sua attuazione concreta, che varia a seconda dei popoli, della loro psicologia, dei loro istinti, della loro situazione geografica, delle loro virtù demografiche, delle loro necessità economiche. L’idea imperialista è una, sia essa il ce desiderio del potere » di Hobbes, o la ce volontà di potenza » del Nietzche, o l’« imperialismo razionale » del Sellière, o la « struggle for life » dei britanni : « il fenomeno imperialista — dice l’Amadori Virgili — è un sentimento sociale, funzione di un’idea collettiva ».
Abbiamo rilevato come questa idea collettiva non si plasmi e non si diffonda in un solo tempo : il termine stesso di ce collettivo » significa un trapasso, un travaso, succeduto all’idea pura e determinato da uno speciale momento storico, che influisce su una minoranza e fa che questa saturi le masse. L’imperialismo, divenuto idea collettiva, rappresenta un enorme complesso : ad esser semplicisti, si potrebbe ricorrere ai termini di egemonia o di predominio, ma si commetterebbe il grave errore di una insufficiente analisi e quindi di un’inesatta valutazione del fenomeno storico e sociale dell’imperialismo.
L’imperialismo non è solamente egoismo: non è solamente uno scatenarsi di forze militari, guerriere, desiderose di imporre una volontà bruta, cupida di conquiste e di rapine. Esiste una funzione altamente civilizzatrice dell’imperialismo e questa è appunto determinata con la somma di quelle virtù realizzatrici e morali che quel dato popolo imperialista ha in sé e tende ad espandere negli altri. Dirà l’Amadori Virgili che si tratta di una « giustificazione » alla volontà di predominio, ma ciò non contesta anzi, al contrario, prova la realtà del fatto. E allora potremo concludere dicendo che quando l’idea imperialista si diffonde in un popolo ne porta alla superficie le qualità specifiche: che siano in maggioranza buone o cattive, ciò servirà a classificare per utile o dannoso quel dato imperialismo, ma non intaccherà l’etica della pura idea imperialista la quale è pur sempre rispettabile. Del resto conveniamo con il Proudhon che l’idea del diritto e della giustizia hanno origine nel diritto della forza.
Da ultimo, noteremo che le dottrine razziali hanno piena cittadinanza imperialista : se l’imperialismo è formazione di un carattere collettivo unitario, è ovvio che tale formazione sarebbe dissolta da mescolanze atte per la loro ampiezza ad alterare il carattere stesso. Il fattore demografico ha nell’imperialismo un’importanza decisiva: è da prevedere che non potrà più generarsi o svilupparsi — e tanto meno conservarsi — un imperialismo se non da masse razziali numericamente formidabili e giovani attorno alle quali si aggrupperanno in clientela i popoli meno prolifici o di limitata entità numerica. Nella frase mussoliniana « il numero è potenza » è il segreto vitale dell’imperialismo di oggi e di domani. La decadenza demografica non è solamente perdita di uomini: è aumento dei vecchi in rapporto ai giovani. La vecchiaia non è imperialista.
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MessaggioInviato: Lun Giu 27, 2011 2:31 pm    Oggetto:  
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Capitolo II L’IMPERIALISMO NORD-AMERICANO

Cosa c’è dietro il paravento di Monroe? — Il diritto del più forte e lo schiacciamento dei deboli, — Il falso puritanesimo pacifista, — La demoplutocrazia al comando.

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L’umanitarismo « democratico » degli Stati Uniti d’America — vedremo in seguito cosa si nasconda nell’aggettivo ce democratico » «— è quello che più d’ogni altro, dietro la logora maschera del Patto Kellog condanna, per gli altri, i ricorsi alla forza : siamo ancora alla formula 1914-1919 della « guerra alla guerra ».

La verità è che è esistito, che esiste un imperialismo nord-americano che ha sempre schiacciato i più deboli con la forza : la dottrina di Monroe dalle origini alle interpretazioni e amplificazioni successive, è un documento inoppugnabile d’imperialismo. Anzi, è l’unico atto esistente di un imperialismo addirittura continentale. Non ci interessa sapere perchè Monroe lanciò il suo famoso messaggio, dopo il testamento di Washington e le dichiarazioni di J. Q. Adams, ma, ai fini della nostra indagine imperialistica, è opportuno rilevare che esprimeva precisamente un ce sentimento collettivo ». Ossia, che l’idea imperialista nord-americana era giunta ad una concreta maturazione pratica, camminando velocissima. Si pensi allo stato « coloniale » di nemmeno mezzo secolo prima, alle 13 colonie inglesi in rivolta contro la Madre Patria. Il messaggio di Monroe è il veto a qualsiasi ingerenza o conquista europea nel continente americano. Sembrerebbe una dottrina di ce libertà », contrapposta alla Santa Alleanza: invece non è altro che mano libera agli Stati Uniti per procedere, senza interferenze o controlli europei, ad una progressiva espansione imperialista. Se è vietato alle potenze europee di colonizzare l’America, non è vietato agli Stati Uniti di far guerra al Messico, nel 1848, per annettersi il Texas, o di acquistare l’Alaska o di muovere contro la Spagna nel 1898. Nell’imperialismo nord-americano vi è un fondo di fredda tenacia e di puritanismo che ne sancisce le origini. La vita dei coloni venuti dall’Inghilterra sulle coste atlantiche dell’America del nord fu estremamente dura: è un’epopea che onora le qualità di una razza forte e volitiva. Non c’è dubbio che l’esempio è meraviglioso. Quei coloni veramente conquistarono una terra, palmo a palmo, lottando contro selvaggi, foreste, asprezze inaudite di clima. Furono guerrieri e contadini che marciarono da est a ovest, da nord a sud, seminando e combattendo: fu una classica violenza. Passare dalle coste atlantiche a quelle del Pacifico, significò la distruzione fisica degli antichi abitatori continentali gli indiani. Quando le zitelle americane o gli uomini politici accusano gli europei di stragi coloniali, dimenticano ciò che hanno fatto i cacciatori della prateria e le truppe federali. Siamo d’accordo che non era possibile agire altrimenti: gli indiani dovevano scomparire. Non critichiamo : constatiamo semplicemente che l’espansione imperialista nord-americana non è avvenuta, nel suo primo periodo, con metodi di umanitaria dolcezza. Il più debole è stato schiacciato senza alcuna pietà. La politica imperialista nord-americana, derivata com’è dalla dottrina di Monroe, non è altro che la codificazione del diritto del più forte: è l’imposizione di un monopolio. Non saremmo obbiettivi se non riconoscessimo che le virtù imperialiste nord-americane furono e sono formidabili. Una semplice osservazione dà la chiave della pretesa oc libertà » ed « umanità » delle quali in nome di Monroe e di ulteriori principi, gli imperialisti nord-americani si fanno scudo : nessun popolo del centro o del sud o del nord America potrebbe vittoriosamente opporsi alla potenza militare ed economica degli Stati Uniti. Le forze in gioco hanno un così grande squilibrio a favore degli Stati Uniti che il successo sarebbe più che dubbio anche per una coalizione. Immaginiamoci che tutti gli Stati europei fossero scarsamente popolati e che il loro singolo potenziale non superasse, ad esempio, quello della Grecia mentre una sola grande potenza avesse la sua forza economica e militare così come l’ha oggi ed ancor più al paragone. In simili condizioni di assoluto privilegio e di sicurezza continentale, sarebbe ben facile assidersi sul Sinai, giudicare con voce tonante del bene e del male altrui, e proclamare nella « libertà » il rimedio sovrano, dato che la ce libertà » è nell’assoggettamento degli altri alla propria volontà egemonica.
Il regime a cui è sottoposto il Canale di Panama, la guerra che fu condotta contro la Spagna, il veto contro l’immigrazione giapponese in California, le continuate ingerenze negli affari economici e politici — in sostanza forme di più o meno aperto e sancito protettorato — delle repubbliche centro-americane, danno alla dottrina di Monroe il suo veritiero aspetto.
L’entusiasmo con il quale, oltre un secolo addietro, le repubbliche latine accolsero il famoso Messaggio è svanito ormai da molti decenni : le cronache dei congressi pan-americani lo documentano. La dottrina di Monroe, come contropartita alla non ingerenza europea in America, dava la non ingerenza americana in Europa: ma era semplicemente assurdo credere che l’imperialismo degli Stati Uniti, consolidata la sua enorme base continentale, non si lanciasse alla conquista del mondo. L’intervento nella guerra europea non fu dettato da idealismi, ma da ragioni e da vedute materialistiche : quando gli americani, sbarcando sulla terra francese, dissero « La Fayette, eccoci qua » avevano le tasche gonfie di cambiali. Dare una mano agli inglesi per stroncare la concorrenza tedesca era ben poco, in vista di un guadagno assai più grande: l’assoggettamento economico di tutta l’Europa, preludio di una signoria politica. La parola « libertà » che l’imperialismo nord-americano ha sulle sue bandiere è scritta col gesso : la parola « interesse » è trapunta a filo doppio.

-2-

L’imperialismo nord-americano è in agguato alle fratture dell’imperialismo inglese: diventino tanto grandi da lasciare un varco adeguato e tutto è pronto per la successione. Nulla è più equivoco che l’alleanza degli imperialismi « anglo-sassoni ».
Gli Stati Uniti hanno raddoppiato la flotta, tolto agli inglesi la supremazia oceanica : li hanno staccati dal Giappone. Gli aiuti che, dopo guerra, gli americani diedero alla Germania dovrebbero far meditare, ancor oggi, gli inglesi. Il gioco dell’imperialismo di Washington è nella sua più evidente e piena fase mondiale : ciò spiega il suo furore contro gli imperialismi « autoritari ». La decadenza degli imperialismi egemonici-conservativi europei (Inghilterra e Francia) lasciava sperare agli Stati Uniti una progressiva impotenza europea, un impoverimento economico ed un sostanziale disinteresse negli affari mondiali. Non che l’imperialismo nord-americano abbia mire territoriali in Europa od in Africa: la debolezza dell’Europa per i nord-americani promette la mano libera nel Pacifico contro il Giappone. Il patto anticomintern, il triangolo Roma-Tokio-Berlino, ha infranto una grossa speranza.
Se l’imperialismo degli Stati Uniti è evidente nel centro e nel sud-America, altrettanto lo è nell’immensa area del Pacifico. Per quanto la cultura dei popoli europei sia infinitamente superiore a quella del popolo americano — qualificato da una classica ignoranza storica e politica — le cosiddette ce democrazie » europee non si occupano mai di portare alla ribalta ciò che i nord-americani hanno fatto, fanno o cercano di fare nel Pacifico. Non sono molti anni che Roosevelt dichiarava come, dopo il periodo mediterraneo ed atlantico, si iniziasse il periodo del Pacifico. Imperialisti, riconosciamo a ciascun imperialismo il diritto di agire a seconda dei propri interessi: la discussione è se tali particolari interessi siano o non siano utili alla civiltà ed alla vita dei popoli, se debbano oppure no cedere ad interessi che li superano come consistenza etica e come fecondità politica. Il combattimento, l’urto fra gli imperialismi non riceve una nostra aprioristica condanna. Ma poiché gli uomini più rappresentativi degli Stati Uniti, con il puritanesimo ereditato dal Mayflower, gridano allo scandalo se un popolo europeo rivendica un proprio diritto allo spazio vitale, o agli sbocchi commerciali, o al possesso di materie prime, crediamo non sia superfluo ricordare le gesta dell’imperialismo nord-americano anche nel Pacifico.
La dottrina di Monroe è il paravento che gli Stati Uniti hanno innalzato lungo le coste atlantiche per impedire all’Europa di occhieggiare sul Pacifico. Nel 1858, i nord-americani svegliano a cannonate i giapponesi dal sonno medievale e firmano con loro un patto di amicizia: nel 1867, comperano dalla Russia l’Alaska e le isole Aleutine: nel 1878 occupano la baia di Pago Pago a Tutuila (gruppo Samoa), sulla rotta dalla California a Sidney in Australia : nel 1896 si annettono le isole Hawai : nel 1898, dopo aver schiacciato la Spagna a Cavite e Santiago, s’installano alle Filippine ed all’isola di Guam: nel 1901 inducono il governo inglese a rinunciare al trattato Clayton-Bulwer, per il quale la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si erano solennemente impegnati a non esercitare un qualsiasi controllo su un canale fra l’Atlantico ed il Pacifico (e tanto meno a fortificarlo ed a tenerlo in soggezione occupando e colonizzando zone viciniori), provocano al Panama una rivoluzioncella che lo stacca dalla Columbia, concludono con il nuovo minuscolo stato un accordo per il costruendo canale; il canale si fa, lo si fortifica.
Il Panama, oggi, è indipendente solo di nome. Di fatto è una colonia nord-americana. Nel 1858, nel Pacifico predominava un solo imperialismo, l’inglese: dal 1858 gli americani del nord iniziano la concorrenza. La posta sono i mercati cinesi. Lo sviluppo della flotta americana principiò in funzione dell’Estremo Oriente: la teoria americana della « porta aperta » in Cina è esplicita confessione di una precisa volontà espansionistica: l’annessione di isole sulle rotte del Pacifico è di evidente carattere strategico: le mani sulle Filippine hanno un significato che non è dubbio : la mediazione di Roosevelt alla pace russo-giapponese ebbe lo scopo di limitare la catastrofe russa : i tentati potenziamenti economici ed industriali della Russia bolscevica da parte degli americani hanno il fine di opporre un’entità più forte al Giappone: la denuncia dell’alleanza anglo-giapponese fu voluta da Washington : gli aiuti alla Cina dimostrano quale mezzo, almeno sino ad ora, gli americani adoperano per mantenere le proprie posizioni commerciali. In Cina, l’espansionismo americano entrò in lotta con quello inglese prima e con quello nipponico dopo. Quando la « democrazia » nord-americana si sdegna contro i giapponesi per la guerra che, presto o tardi, metterà fine all’inaudito caos cinese, lo sdegno non è altro che la constatazione d’aver perduto mercati e ricche fonti di guadagni. Solamente le « democrazie » europee si uniranno alle grida di « scandalo ». Noi sappiamo che la conquista nip-ponica sottrae la Cina alla bolscevizzazione: ciò, per l’umanità, è assai più utile ed importante che i buoni affari dei banchieri di S. Francisco o di New-York.

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Solamente perchè gli Stati Uniti, data la loro predominante potenza continentale, possono risolvere questioni gravi ed arcispinose, sbarcando qua e là intimidatorie compagnie di fucilieri di marina, solamente perchè la loro storia, in apparenza, non ha un rilievo militare (chi ricorda le guerre al Messico, le spedizioni contro gli indiani, la guerra contro la Spagna?) il loro imperialismo si ammanta volentieri con il saio antimilitarista : che poi da sotto codesto saio spuntino navi, cannoni, baionette, carri armati ed aeroplani a migliaia e migliaia, il fatto non ha importanza. Non ha importanza nemmeno che alla conferenza di Washington gli americani ottenessero la parità navale con gli inglesi: non ha importanza che le simpatie del Governo di Washington andassero al defunto governo bolscevico di Valencia : non ha importanza che il dollaro comperi stati, paesi interi, che controlli un continente. Per le ce democrazie » europee non esiste un imperialismo nord-americano : esistono gli Stati Uniti campioni assoluti di libertà, di umanità, di progresso, di giustizia, ossia i « buoni » da contrapporsi ai ce cattivi » europei italiani e tedeschi.
Non neghiamo che l’imperialismo americano abbia esercitato un’alta funzione; oggi tale funzione è infeconda e negativa. Non confondiamo le abbaglianti luci notturne di Broadwai con il sole. E’ l’esoso atteggiamento degli Stati Uniti per i debiti di guerra che ha provocato la crisi economica europea : è la minaccia americana che impedisce al Giappone — per ora — di liquidare la Russia per la parte di sua competenza: è l’appoggio americano alle fradice ce democrazie » europee che ostacola la rinascita dell’Europa. L’imperialismo nord-americano non ha risolto il problema sociale: padrone di un’immensa ricchezza è incapace di assorbire alcuni milioni di disoccupati. E’ un imperialismo che non offre nulla all’umanità, se non il denaro per comprarla e servirsene in una schiavitù economica che fa pensare ai negri strappati dalle coste africane e portati, schiavi, sul libero continente a coltivare cotone.
L’impeto dell’imperialismo nord-americano nettamente accaparratore ed affaristico, s’ammanta con solenni e retorici idealismi. Le lezioni di moralità Ai giustizia internazionale che esso pretende dare non sono che un’arma di combattimento contro altri imperialismi: non hanno un’intima genuina sostanza etica. Non mettiamo in dubbio la buona fede di una gran parte del popolo nord-americano : esso realmente crede che la missione degli Stati Uniti si accompagni al Vangelo ed alla Bibbia. L’ignoranza collettiva delle situazioni e dei problemi europei consente ai trust giornalistici le più ridicole campagne diffamatorie : la scarsa e superficiale cultura porta ad una incredibile supervalutazione della parola stampata.
L’imperialismo degli Stati Uniti, considerato come « sentimento collettivo » si regge sulla perpetuità di rinnovati equivoci: anche per questo, socialmente, è infecondo. Un imperialismo diventa socialmente fecondo quando la partecipazione delle masse all’idea imperialista è libera da intermediari: quando cioè l’impero ed il popolo si identificano, quando l’uno è in funzione dell’altro. Gli imperialismi ce democratici », quelli che, a rigore dell’aggettivazione, dovrebbero essere comprensivi al cento per cento degli interessi del popolo, sono al contrario nettamente plutocratici, ossia al servizio di una limitata se pure potente categoria di interessi : e questa categoria che sfrutta il naturale sentimento imperialista delle moltitudini e lo volge contro stati e popoli che avrebbero ogni diritto ad una con prensione delle più vaste e genuine masse proletarie.
Non è il popolo nord-americano che inquina meraviglioso imperialismo che ha fatto delle tredici originarie colonie inglesi gli Stati Uniti : sono alcune classi dirigenti dispotiche, in regime di democrazia e di libertà, quanto la più oscura tirannide.

FINE
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