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E.Gentile:FASCISMO E MODERNITA' TOTALITARIA

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Mag 23, 2011 6:10 pm    Oggetto:  E.Gentile:FASCISMO E MODERNITA' TOTALITARIA
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Nonostante alcuni punti controversi presenti nel documento, in particolar modo quelli attinenti alla parte inerente l'ideologia, che necessiterebbero di una parziale revisione e di un ampliamento, ritengo però che questo scritto di Emilio Gentile, che riassume buona parte dei suoi lavori, sia sostanzialmente condivisibile dal punto di vista della ricerca storica.

IL FASCISMO E LA MODERNITA’ TOTALITARIA
Di Emilio Gentile. (Estratto da "Che cos'è il fascismo" a cura di A. Campi, Roma, 2003, pp. 35 – 63)

il secolo del totalitarismo
Il secolo Ventesimo è stato l'epoca dei regimi totalitari. Da oltre cinquant'anni, storici, scienziati sociali, filosofi si sono interrogati sulla natura del totalitarismo e sugli effetti che esso ha avuto nella storia umana. Ma, come spesso accade quando i problemi teorici investono il significato dell'esistenza umana, i problemi suscitati dal dibattito sul totalitarismo sono più numerosi delle risposte date dagli studiosi. Le posizioni sono molto contrastanti per quanto riguarda la stessa definizione del totalitarismo e l'applicazione di questa etichetta a movimenti e regimi politici del Novecento e dei secoli precedenti, a partire dalla Rivoluzione francese. C'è, per esempio, chi rifiuta di identificare comunismo, fascismo e nazionalsocialismo sotto l'unica categoria del totalitarismo, e c'è chi sostiene invece la validità storica e teorica di questa identificazione. C'è chi ritiene che la teoria del totalitarismo abbia un valore scientifico, e c'è chi ritiene che essa non sia altro che un residuo della propaganda antisovietica della Guerra Fredda. Dalla questione del totalitarismo sono nati non pochi equivoci nella interpretazione storica di fenomeni come il fascismo, il comunismo e il nazionalsocialismo. Le principali obiezioni sulla validità delle teorie del totalitarismo nascono dal dubbio sulla legittimità di adottare un unico modello teorico per definire esperienze storiche così profondamente diverse, privilegiando somiglianze e analogie nelle forme di azione, di mentalità, di comportamento, e nella organizzazione e nell'esercizio del dominio politico. L'uso della categoria "totalitarismo" in questo senso non è accettabile, secondo me, da un punto di vista propriamente storiografico, sempre che si consideri compito proprio dello storico accertare, prima di qualsiasi analisi comparativa, ciò che è specifico e caratteristico nei fenomeni del passato. Fascismo, nazismo, comunismo sono fenomeni storici con una specifica individualità. E ciò non solo per la ovvia diversità fra le tradizioni storiche, le condizioni sociali, le situazioni politiche dei paesi nei quali questi fenomeni si sono manifestati o per la diversità delle classi sociali che li hanno sostenuti maggiormente nella loro formazione, nella conquista del potere e nella politica del regime, ma anche per la diversità sostanziale delle loro ideologie, dei loro miti rivoluzionari, dei loro sistemi politici, che erano a loro volta condizionati dalle specifiche realtà storiche in cui questi fenomeni maturarono. Si può legittimamente nutrire qualche dubbio sul-la possibilità di giungere ad una conclusione del dibattito sul totalitarismo, attraverso la definizione di una teoria che riscuota il consenso generale degli studiosi. Questo dubbio non implica una dichiarazione di inutilità nei confronti del dibattito stesso. Al contrario, io credo che il problema del totalitarismo sia fondamentale per comprendere la storia del Novecento. Tuttavia, il mio punto di vista si differenzia da quello prevalente fra gli studiosi, soprattutto per quanto riguarda la definizione del fascismo come fenomeno totalitario. Tale definizione acquista speciale significato nel contesto di una analisi del fascismo che miri a individuare la sua natura sia come fenomeno italiano sia come fenomeno sovranazionale, anche al fine di valutare l'estensione della sua presenza nella storia contemporanea, evitando tuttavia un uso elastico del concetto di "fascismo generico" fino a privarlo della sua essenziale storicità, che ne definisce le origini e la natura. Quando riflettiamo sulla natura e il significato del fascismo e sui rischi della democrazia liberale non possiamo sottovalutare il fatto che, nella storia di questo secolo, il fascismo è stato:
a) il primo movimento politico sorto in una democrazia liberale europea, che ha introdotto, nella organizzazione di massa e nella lotta contro gli avversari, la militarizzazione della politica, con la istituzione di un partito di tipo nuovo, il partito milizia, militarmente organizzato, che agisce nella lotta politica con i metodi di guerra e considera gli avversari politici come "nemici interni" della nazione da sconfiggere e distruggere;
b) il primo movimento politico del secolo che ha portato al potere il primato del pensiero mitico, consacrandolo ufficialmente come forma superiore di espressione politica delle masse, istituzionalizzando la sacralizzazione della politica nelle forme di una liturgia collettiva, il "culto del littorio".
E opportuno ricordare anche che il partito fascista manifestò prima della conquista del potere nella sua ideologia, ma soprattutto nel suo stile di vita – nei metodi di lotta come nei riti e nei miti dello squadrismo – una dichiarata vocazione totalitaria, cioè l'aspirazione a conquistare il monopolio del potere politico con il dichiarato proposito di distruggere lo Stato liberale e realizzare un progetto inedito di organizzazione della società e dello Stato.

L'esperimento totalitario
Col termine "totalitario", io intendo definire un movimento rivoluzionario, che conquista il monopolio del potere politico per costruire uno Stato nuovo, fondato sul regime a partito unico, con l'obiettivo principale di realizzare l'integrazione e l'omogeneizzazione della società nello Stato, sulla base del principio della politicità integrale dell'esistenza, interpretata secondo le categorie, i miti e i valori di una ideologia palingenetica, sacralizzata nella forma di una religione politica che vuol plasmare l'individuo e le masse per rigenerare l'essere umano, e creare un uomo nuovo, dedito anima e corpo alla realizzazione dei fini del partito totalitario. L'interpretazione del totalitarismo fascista che propongo rifiuta tuttavia una teoria che porti all'identificazione fra comunismo, fascismo e nazionalsocialismo, sottovalutando le differenze sostanziali fra i fenomeni totalitari. Inoltre, penso che non sia storicamente corretto elaborare una teoria del totalitarismo riferendosi principalmente all'analisi del regime. È, secondo me, una procedura riduttiva, perché seziona un segmento del fenomeno totalitario – il segmento istituzionale – dando un'immagine statica del totalitarismo, che contrasta con la sua natura tipicamente dinamica. Il totalitarismo, secondo me, va analizzato come processo, come realtà in continuo svolgimento, attraverso la dialettica fra ideologia e azione, fra progetto e realizzazione. Nell'analisi dei movimenti- regimi di tipo totalitario, anche in una prospettiva comparativa, insieme con la fase del regime – inteso come complesso delle istituzioni nuove create dal partito rivoluzionario – è fondamentale esaminare la fase del movimento – inteso come ideologia e azione del partito rivoluzionario, che è l'artefice ed il pilastro del regime totalitario. L'analisi della natura originaria del partito totalitario, della sua ideologia, della sua organizzazione, del suo stile politico, è condizione preliminare e fondamentale per la definizione del totalitarismo. «I regimi – ha osservato giustamente Raymond Aron – non sono diventati totalitari scivolando per così dire progressivamente sul terreno del totalitarismo, ma dietro la spinta di una loro intenzione originale, la volontà, cioè, di trasformare fondamentalmente l'ordine esistente in funzione di una ideologia» 1. In questo senso, volendo definire il carattere del totalitarismo ritengo più opportuno parlare di esperimento totalitario. Con ciò, intendo mettere in risalto il processo dinamico di formazione e di attuazione del dominio totalitario, per tener conto della dialettica del movimento-regime, per dare il dovuto risalto alla specifica caratteristica ideologica, organizzativa, istituzionale dei diversi movimenti-regimi totalitari. Il regime totalitario, in effetti, è un laboratorio costruito dal movimento – il partito unico rivoluzionario – per plasmare l'individuo e la massa, sperimentando sulla loro vita, sui loro rapporti sociali, sulla loro coscienza e persino sui loro corpi, le formule per la creazione dell` “uomo nuovo" e dell’ "ordine nuovo". Il regime totalitario ha fra i suoi principali obiettivi una rivoluzione antropologica: proprio per questo la sperimentazione totalitaria sulla società, sullo Stato e soprattutto sull'essere umano non potrà mai essere considerata compiuta. L'esperimento totalitario, pertanto, è caratterizzato dal mito della rivoluzione permanente: il regime totalitario si considera in uno stato di tensione e di lotta continua contro tutto ciò che, all'interno stesso della società e del sistema politico totalitario, col passare del tempo, può divenire ostacolo alla realizzazione della sua ideologia palingenetica. Per sua natura, l'integrazione totalitaria delle masse nel regime, attraverso il partito unico, è un processo inesauribile. Il regime totalitario è un laboratorio umano, non può mai chiudere per aver esaurito il suo compito. Integrare la società nello Stato, plasmare l'individuo e le masse, è un esperimento che non può mai concludersi, se non altro perché deve far fronte all'inarrestabile ricambio delle generazioni e della classe dirigente, e al confronto con la situazione internazionale.

Fascismo e totalitarismo
La maggior parte degli studiosi che si sono dedicati all'elaborazione di una teoria del totalitarismo, traendone gli elementi costitutivi quasi esclusivamente dall'esperienza storica dello stalinismo e del nazionalsocialismo, ha sostenuto che il fascismo non può essere considerato un regime totalitario, anche se Mussolini e i fascisti si consideravano gli artefici dello Stato totalitario. La tesi di un fascismo non totalitario è prevalsa a lungo anche fra gli storici. La maggior parte di essi si è limitata ad adottare i modelli teorici di totalitarismo forniti dalla scienza sociale, senza curarsi di accertarne la validità attraverso il confronto con i risultati della ricerca concreta, divenuti in questi anni sempre più abbondanti, e soprattutto tali da modificare sostanzialmente l'immagine del fascismo, che aveva indotto molti studiosi ad escluderlo dai fenomeni totalitari. Dopo la fine del fascismo, in effetti, abbiamo assistito ad una specie di "detotalitarizzazione" del fascismo, che è stato ridotto, nelle teorie del totalitarismo, ad un tipo di regime autoritario o addirittura ad una dittatura personale, a mussolinismo. Altri studiosi hanno definito il fascismo un regime solo "tendenzialmente totalitario", o lo hanno definito come "totalitarismo imperfetto", come "totalitarismo incompiuto". È forse opportuno, in proposito, fare una precisazione filologica. Le parole hanno una storia, e uno dei doveri elementari dello storico dovrebbe essere quello di astenersi da qualsiasi uso anacronistico dei termini e dei concetti, astraendoli dalla realtà storica cui appartengono. Credo sia compito principale dello storico collocare termini e concetti nella realtà storica da cui sono emersi, avendo presente innanzi tutto ciò che essi significavano per i contemporanei, come simboli per l'interpretazione della realtà, secondo intuizioni, concezioni e aspirazioni — che è ancora compito dello storico individuare e comprendere nella loro logica — e come espressione sintetica di miti, ideali, valori, scelte, decisioni e azioni miranti a trasformare la realtà. Non credo sia storicamente corretto espropriare il fascismo del carattere "totalitario", qualunque sia stata l'utilizzazione di questo termine (e suoi derivati) al di fuori del contesto storico nel quale esso è nato. Anche se il fascismo, come sembra, non fu l'inventore del termine "totalitario" 2, fu certamente l'unico regime politico, fra quelli che sono stati poi considerati totalitari, che adottò orgogliosamente questo termine per definire la sua concezione della politica e il suo sistema di potere. Inoltre, fra i regimi totalitari del Ventesimo secolo, il regime fascista fu l'unico che adottò formalmente la definizione di Stato totalitario. Anche gli antifascisti, fin dalla metà degli anni Venti, usarono il termine "totalitario" e i suoi derivati per definire la novità e l'originalità del regime fascista e del partito, da cui il regime aveva avuto origine. Furono antifascisti democratici, come Luigi Sturzo, i quali, sulla base dell'esperienza italiana, e nel confronto fra regime fascista e regime comunista, formularono i primi elementi di un'analisi del totalitarismo, che verranno poi ampiamente ripresi nelle teorie del totalitarismo, elaborate dopo la seconda guerra mondiale 3. Negli ultimi anni, si è venuto delineando un nuovo orientamento sul problema del totalitarismo fascista. A tale rinnovamento hanno contribuito – mi sia permesso questo riferimento personale – anche i miei studi sul fascismo, che hanno ampliato il terreno dell'indagine sul totalitarismo fascista a territori lasciati a lungo inesplorati da parte degli storici, come l'ideologia, il partito, il sistema di riti e di simboli del fascismo come religione politica. A questi studi devo necessariamente rinviare per lo sviluppo delle argomentazioni e per la documentazione che sorreggono la mia interpretazione, che in questa sede non posso non esporre in modo alquanto assiomatico 4. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, non mi paiono più accettabili le tesi di chi nega l'esistenza di una ideologia fascista, riduce il fascismo a mussolinismo o considera il partito del regime fascista un passivo strumento nelle mani del Duce, privo di potere e di funzione politica, come un immenso, ma inerte, apparato burocratico, addetto soltanto alla regia delle parate. In realtà, il fascismo non fu soltanto creazione di Mussolini. Fu un movimento di massa, sorto dall'esperienza della Grande Guerra e dalla reazione antisocialista dei ceti medi; ebbe una sua ideologia e acquistò una sua propria autonomia come nuova forza politica organizzata. Espressione sociale soprattutto di ceti medi, in gran parte nuovi alla politica, il fascismo si propose non solo la difesa dell'assetto economico e sociale fondato sulla proprietà privata contro la minaccia di una rivoluzione socialista, ma volle realizzare una sua propria rivoluzione politica e culturale, attraverso la distruzione del regime liberale e la costruzione di uno Stato nuovo, concepito secondo la forma inedita di organizzazione totalitaria della società civile e del sistema politico. Anche nel regime fascista, fu attiva ed operante la volontà di trasformare fondamentalmente l'ordine esistente in funzione di un'ideologia, sebbene il processo di trasformazione seguisse vie, ritmi e tempi diversi da quelli di altri fenomeni totalitari. Il fascismo è stato la via italiana al totalitarismo. Il totalitarismo fascista fu una realtà in continua costruzione, che venne progressivamente prendendo forma nella cultura politica, nelle istituzioni e nello stile di vita del regime fascista, attraverso un complesso rapporto fra ideologia, partito e regime, che, fra contrasti e contraddizioni, mostra tuttavia costante la presenza di una logica totalitaria propriamente fascista, presente sia nell'ideologia che nell'azione politica del movimento-regime fascista. Tipicamente totalitario nel fascismo, fin dalle sue origini come partito milizia, fu il mito palingenetico della rigenerazione nazionale, che fu al centro del progetto totalitario fascista 5. Certamente, questo progetto incontrò nel corso della sua attuazione numerosi ostacoli nella società, nell'apparato del vecchio Stato, nella Chiesa. Tuttavia, le ricerche più recenti dimostrano che esso conseguì anche numerosi e non marginali successi, tanto che alla vigilia della seconda guerra mondiale il regime fascista era certamente molto più totalitario di quanto non lo fosse alla fine degli anni Venti: nessuna opposizione minacciava seriamente, all'interno del paese, la stabilità e il funzionamento del laboratorio totalitario, e le resistenze fino ad allora incontrate avevano accelerato, piuttosto che impedito, il processo totalitario, soprattutto nella seconda metà degli anni Trenta. Bisogna pure ricordare che la fine fallimentare dell'esperimento fascista, con il crollo del laboratorio totalitario, fu determinata dalla sconfitta militare, non dalla monarchia, dalla Chiesa o dall'opposizione popolare. Si può certo convenire con chi sostiene che il fascismo non realizzò un "totalitarismo perfetto", ammesso che tale concetto abbia una qualche validità scientifica. Tuttavia, va pure considerato che lo studio sempre più approfondito dei regimi ritenuti "compiutamente" e "perfettamente" totalitari, rivela che anche in questi regimi vi furono resistenze ed ostacoli, vi furono notevoli contrasti fra il mito e la realtà, fra le ambizioni e i risultati. Insomma, tutti i regimi totalitari, nella realtà storica, sono forme di totalitarismo "incompiuto" o "imperfetto", non solo rispetto ai vari modelli teorici elaborati dagli studiosi, ma anche rispetto ai loro progetti totalitari, rispetto alle diverse fasi di svolgimento del fenomeno totalitario, dalla conquista del potere alla creazione del regime, e rispetto alle diverse situazioni storiche e sociali in cui si svolgono.

Definizione orientativa del fascismo
Il totalitarismo costituisce, secondo me, l'elemento fondamentale ed essenziale per la definizione del fascismo, nella costruzione di un tipo ideale di "fascismo generico", che possa essere strumento utile per la organizzazione concettuale dei dati della ricerca storiografica. Il "tipo ideale", nel senso di Max Weber, è senza dubbio uno strumento utile per orientare la ricerca storica e per ordinare concettualmente i suoi risultati, ma solo a patto di non perdere di vista il carattere strumentale e artificiale di tali costruzioni, evitando di attribuire loro la corposità di un fenomeno storico. Va sempre tenuto presente, nella costruzione di un "tipo ideale", l'ammonimento lasciato dello stesso Weber, il quale avvertiva che nulla è «in ogni caso più pericoloso di una mescolanza di teoria e storia, derivante da pregiudizi naturalistici, sia che si creda di aver fissato in quei quadri concettuali di carattere teoretico il contenuto "proprio", l' "essenza" della realtà storica, sia che li si impieghi invece come un letto di Procuste nel quale debba essere costretta la storia, sia che si ipostatizzino infine le "idee" come una realtà "vera e propria" che sussista dietro al fluire dei fenomeni, cioè come "forze" reali che si manifestano nella storia» 6. Per la costruzione di un "tipo ideale" del fascismo come movimento-regime totalitario, ho tenuto presente la correlazione fra la dimensione organizzativa del movimento e del partito, la dimensione culturale dell'ideologia, dei miti e dei simboli, la dimensione istituzionale del regime e dello Stato:
a) dimensione organizzativa:
- un movimento di massa, con aggregazione interclassista ma in cui prevalgono, nei quadri dirigenti e militanti, generazioni giovani dei ceti medi, in gran parte nuovi all'attività politica, organizzati in un partito milizia, che fonda la sua identità non sulla gerarchia sociale e la provenienza di classe ma sul senso del cameratismo, e che si ritiene investito di una missione di rigenerazione nazionale, e si considera in stato di guerra contro gli avversari politici e mira ad acquistare il monopolio del potere politico, usando il terrore, la tattica parlamentare e il compromesso con i gruppi dirigenti, per creare un nuovo regime, distruggendo la democrazia parlamentare;
b) dimensione culturale:
- un'ideologia a carattere anti-ideologico e pragmatico, che si proclama antimaterialista, antiindividualista, antiliberale, antidemocratica, antimarxista, tendenzialmente populista e anticapitalista, espressa
esteticamente più che teoricamente, attraverso un nuovo stile politico e attraverso i miti, i riti e i simboli di una religione laica, istituita in funzione del processo di acculturazione, di socializzazione e d'integrazione fideistica delle masse per la creazione di un "uomo nuovo".
- una cultura fondata sul pensiero mitico e sul senso tragico e attivistico della vita, concepita come manifestazione della volontà di potenza, sul mito della giovinezza come artefice di storia, sulla militarizzazione della politica come modello di vita e di organizzazione collettiva;
- una concezione totalitaria del primato della politica, come esperienza integrale e "rivoluzione continua", per realizzare attraverso lo Stato totalitario, la fusione dell'individuo e delle masse nell'unità organica e mistica della nazione, come comunità etnica e morale, adottando misure di discriminazione e di persecuzione contro coloro che sono considerati al di fuori di questa comunità, perché nemici del regime o perché appartenenti a razze considerate inferiori o comunque pericolose per l'integrità della nazione;
- un'etica civile fondata sulla subordinazione assoluta del cittadino allo Stato, sulla dedizione totale dell'individuo alla comunità nazionale, sulla disciplina, la virilità, il cameratismo, lo spirito guerriero;
c) dimensione istituzionale:
- un partito unico che ha la funzione di organo della "rivoluzione continua", di provvedere alla difesa armata del regime, di selezionare i quadri dirigenti e organizzare le masse nello Stato totalitario, coinvolgendole in un processo di mobilitazione permanente, emozionale e fideistica;
- un apparato di polizia che previene, controlla e reprime, anche con il ricorso al terrore organizzato, il dissenso e l'opposizione;
- un sistema politico ordinato per gerarchie di funzioni, nominate dall'alto e sovrastate dalla figura del "capo", investito di sacralità carismatica, che comanda, dirige e coordina le attività del partito, del regime e dello Stato;
- un'organizzazione corporativa dell'economia, che sopprime la libertà sindacale, amplia la sfera di intervento dello Stato e mira a realizzare, secondo principi tecnocratici e solidaristici, la collaborazione dei ceti produttori sotto il controllo del regime, per il conseguimento dei suoi fini di potenza, ma preservando la proprietà privata e la divisione delle classi;
- una politica estera ispirata al mito della potenza, della grandezza nazionale e della nuova civiltà, con obiettivi di espansione imperialista.

Ideologia e storia
Come risulta evidente, nell'elaborazione di questa definizione del fascismo ho seguito un procedimento diverso da quello degli studiosi che, nella loro definizione, privilegiano l'elemento ideologico, separando l'ideologia dalla realtà storica del movimento-regime. Non condivido questo metodo perché ritengo che una definizione del fascismo non possa essere elaborata separando il fascismo-ideologia dal fascismo-partito e dal fascismo-regime, ritenendo che l'essenza concettuale possa essere contenuta in una sorta di ideologia allo "stato puro", esistente prima della nascita effettiva di un movimento fascista. In questo modo, si lascia fuori dalla definizione del fascismo tutto ciò che, anche nell'elaborazione ideologica, fu prodotto dell'esperienza vissuta del partito e del regime. L'esperienza dello squadrismo, l'organizzazione del partito milizia, i simboli e i riti della sacralizzazione della politica, le istituzioni dello Stato totalitario sono elementi che contribuiscono alla formazione della stessa ideologia fascista e ne diventano parte fondamentale. Il nesso fra esperienza e ideologia credo sia particolarmente importante nel fascismo, che ebbe fin dalle origini e conservò sempre il carattere di una ideologia-antiideologica, di una ideologia, cioè, che postulava il primato dell'azione e dell'esperienza contro i sistemi teorici delle ideologie razionaliste. Questo metodo, inoltre, inducendo ad un uso troppo elastico del termine "fascismo", ha portato a conseguenze contraddittorie e paradossali. Si è giunti, infatti, a vedere nel fascismo ora un pronipote di de Maistre ora un pronipote di Marx o un fratello di Lenin, fino a definire la sua ideologia una "variante del comunismo" 7. Altri studiosi, capovolgendo il rapporto di discendenza, hanno visto nel castrismo e nel nasserismo varianti del fascismo 8. Nei suoi importanti studi sulla "destra rivoluzionaria" e l'ideologia della "terza via" in Francia, Zeev Sternhell è giunto ad affermare che l'essenza "ideai-tipica" del fascismo è costituita dalla sintesi fra nazionalismo e socialismo, attraverso la mediazione della revisione antimaterialista del marxismo e del sindacalismo rivoluzionario. Così definito, il fascismo, secondo Sternhell, nacque in Francia prima della Grande Guerra e molto prima della nascita del fascismo in Italia 9. Può essere del tutto legittimo definire "fascismo" ogni sintesi fra socialismo e nazionalismo, anche se, in questo caso, sarebbe forse storicamente e filologicamente più appropriato avvalersi del termine "nazional-socialismo", dato che questo termine ha certamente diritto di primogenitura, nella stessa Francia, rispetto al termine "fascismo". La ricerca di una sintesi fra nazionalismo e socialismo fu certamente una delle vie attraverso le quali intellettuali e politici dell'estrema sinistra rivoluzionaria, negli anni fra le due guerre, in Italia e in Europa, giunsero al fascismo. Bisogna però precisare che la ricerca di una sintesi fra socialismo e nazionalismo, come "ideologia della terza via" fra capitalismo liberale e collettivismo comunista, al di là della destra e della sinistra, non partorì sempre e ovunque un'ideologia totalitaria fascista. E bisogna anche precisare che la sintesi fra socialismo e nazionalismo operata dal sindacalismo nazional-rivoluzionario non costituisce già, di per sé, un'ideologia fascista. Il contributo dei sindacalisti rivoluzionari alla formazione dell'ideologia fascista comportò l'abiura della ideologia antistatalista e antipartitica, federalista e libertaria, che era fondamentale nella sintesi fra nazionalismo e socialismo operata dal sindacalismo nazional-rivoluzionario. Il sindacalismo nazional-rivoluzionario credeva nel mito dell'eman-cipazione dei lavoratori ad opera dei lavoratori stessi organizzati in liberi sindacati di produttori, e non di lavoratori inquadrati e subordinati ad un'organizzazione di partito in nome del primato della politica. Quanto al luogo di nascita del fascismo, come europeo italiano cederei volentieri agli europei francesi o ad altri europei la responsabilità di aver dato origine al fascismo. Ma rimango, a malincuore, convinto che la culla del fascismo sia stata l'Italia. La nascita del fascismo in Italia, con la guerra mondiale, mi pare sia un fatto certo, come è certo che il giacobinismo sia nato in Francia con la Rivoluzione francese. E ciò vale anche se si parla del "fascismo generico". Dopo tutto, si parla storicamente di fenomeno fascista come fenomeno sovranazionale, europeo se non addirittura mondiale, soltanto dopo e per effetto dell'affermazione in Italia di un nuovo movimento-regime il quale, con la sua ideologia, con la sua organizzazione, con il suo stile politico, divenne ispiratore e modello per altri movimenti e regimi. Certo, il fascismo non sorse dal nulla e non si sviluppò traendo unicamente da se stesso la propria ideologia. Elementi importanti della ideologia, della cultura e dello stile politico fascista sono rintracciabili in diverse tradizioni politiche preesistenti, sia di destra, che di sinistra: nell'eredità del nazionalismo giacobino, nei miti e nelle liturgie laiche dei movimenti di massa dell'Ottocento, nel neoromanticismo, nell'irrazionalismo, nello spiritualismo e nel volontarismo delle varie filosofie della vita, nell'attivismo e nell'antiparlamentarismo dei nuovi movimenti radicali antiliberali di una nuova destra e di una nuova sinistra rivoluzionarie, che operavano in Italia e in Europa prima dell'esplosione della Grande Guerra. Ma le connessioni fra l'ideologia fascista e i movimenti intellettuali e politici del prima della Grande Guerra non giustificano tuttavia la definizione di questi movimenti, la loro ideologia e la loro cultura, come manifestazioni di «proto-fascismo" o addirittura di "fascismo prima del fascismo", perché idee e miti di questi stessi movimenti confluirono in sintesi ideologiche di movimenti culturali e politici che non furono fascisti o furono decisamente antifascisti. Il concetto di "proto-fascismo" si avvale di una lettura a ritroso della storia per prefigurare, attraverso una proiezione retrospettiva, l'esito politico inevitabile di determinate correnti ideologiche. Ma una cosa è studiare il contesto culturale e ideologico dell'Italia prima della Grande Guerra e della nascita del fascismo, per individuare i fattori che prepararono un ambiente favorevole alla nascita dell'ideologia fascista, altra cosa è definire "fascista" quello stesso contesto, e considerare il fa-scismo stesso una conseguenza inevitabile di esso.

Il totalitarismo fascista
Il fascismo, come ideologia, come partito e come regime, fu la prima manifestazione di un nuovo nazionalismo rivoluzionario e totalitario, mistico e palingenetico, al quale si ispirarono altri movimenti e regimi sorti in Europa fra le due guerre, ciascuno adattando alla propria specificità nazionale, in tutto o in parte, il modello fascista. Il fascismo è un nazionalismo che ha fatto proprio il mito della rivoluzione, concepita soprattutto come rivoluzione spirituale, che mira a trasformare, con le istituzioni e la società, il carattere umano, lo stile e il modo di vivere. Il fascismo assume l'idea della rivoluzione come processo di costruzione continua di un nuovo sistema politico o economico, di un nuovo sistema di valori e di un modo di vivere, di una nuova civiltà. Il nucleo centrale dell'ideologia fascista fu la concezione della politica come attuazione della volontà di potenza da parte di una minoranza attivista che era rivolta alla realizzazione del suo mito, la "nuova civiltà"; e tendeva a costituire, nella società, un gruppo politico autonomo nelle sue scelte e indipendente da tutte le forze che lo avevano appoggiato e condizionato nella sua ascesa al potere. Tale gruppo era immaginato come una classe di moderni Platoni, che dovevano costruire uno Stato organico e dinamico in cui allevare l'uomo nuovo fascista. Il fascismo riassumeva nel mito dello Stato e nell'attivismo come ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia. Il fascismo, quindi, fu soprattutto un'ideologia dello Stato, di cui affermava la realtà insopprimibile e totalitaria, necessaria per imporre un ordine alle masse ed impedire la degenerazione della società nel caos. L'ideologia del fascismo fu la più completa razionalizzazione dello Stato totalitario, fondato sull'affermazione del primato della politica e sulla risoluzione del privato nel pubblico, come subordinazione dei valori attinenti alla vita privata (religione, cultura, morale, affetti ecc.) al valore politico per eccellenza, lo Stato. Da questa idea dello Stato deriva la concezione della vita privata e pubblica come dedizione totale e servizio permanente in ogni sua attività, che il cittadino deve rendere allo Stato fascista per la sua grandezza. Essa si basa sulla concezione dell'individuo come elemento transeunte della collettività nazionale. Conseguenza di questa concezione fu la subordi-nazione della vita individuale e collettiva alla supremazia assoluta dello Stato, per mezzo di un'organizzazione capillare e la mobilitazione permanente della popolazione, strumenti di una politica di massa basata sull'uso razionale dell'irrazionale, attraverso una mitologia e una liturgia politica, che avevano la funzione di plasmare la coscienza individuale e collettiva secondo un modello di uomo nuovo, privando gli esseri umani della loro individualità al fine di trasformarli in elementi cellulari della collettività nazionale, inquadrata nell'organizzazione capillare dello Stato totalitario. Nello Stato totalitario immaginato dal fascismo e realizzato, almeno nell'aspetto esteriore, con l'uso dei moderni mezzi di propaganda, la vita civile diventava uno spettacolo continuo, dove l'uomo nuovo fascista si esaltava nel flusso della massa ordinata, con la ripetizione dei riti, con l'esposizione e la venerazione dei simboli, col suggestivo richiamo alla solidarietà collettiva fino a raggiungere, in momenti di alta tensione psicologica ed emotiva, la fusione mistica della propria individualità con l'unità della nazione e della stirpe, attraverso la mediazione magica del Duce, che avrebbe realizzato un nuovo Stato di massa, senza diaframmi di false rappresentanze, capace di fornire alla nazione gli strumenti per far fronte alle sfide della modernità. Il fascismo comprese l'importanza delle masse nella società contemporanea, ma negò ad esse il diritto e la capacità, in quanto "massa", di esprimere un'idea politica e di autogovernarsi secondo principi di eguaglianza e di libertà. Il principale artefice dell'esperimento totalitario fascista fu il partito, che ebbe un ruolo attivo e decisivo nella costruzione dello Stato fascista. La sua posizione nei confronti dello Stato, al di là delle formali dichiarazioni di subordinazione (che sono state prese troppo alla lettera dagli storici), fu tutt'altro che passiva e più volte condizionò le decisioni dello stesso Mussolini, nonostante l'esaltazione incondizionata della sua figura di capo supremo del partito. La figura del Duce, nel fascismo, non va considerata simile al personalismo delle dittature autoritarie, come per esempio il regime di Salazar o il regime di Franco, che non sorgono da un movimento rivoluzionario di massa e non si propongono di istituzionalizzare tale movimento in un regime a partito unico, col principale ruolo di realizzare il mito totalitario attraverso l'organizzazione, l'integrazione e la mobilitazione permanente delle masse e la creazione di un "uomo nuovo". La "personalizzazione del potere" che si realizza nel regime fascista con l'esaltazione della figura del Duce è del tutto coerente con la concezione totalitaria del fascismo, non diversamente da quanto avviene nella Russia di Stalin, nella Germania di Hitler o nella Cina di Mao. Considerando la posizione centrale e predominante assunta dalla figura del Duce nel sistema politico fascista, ritengo che si possa definire la specificità del totalitarismo fascista come cesarismo totalitario:

una dittatura carismatica integrata in n una struttura istituzionale di regime, basata sul partito unico e sulla mobilitazione delle masse, in continua costruzione per renderla conforme al mito dello Stato totalitario, consapevolmente adottato quale modello di riferimento per l'organizzazione del sistema politico, e concretamente operante come codice fondamentale di credenze e di comportamenti per l'individuo e per le masse.

Il "culto del littorio"
Sulla base di presupposti culturali che affermavano il primato del pensiero mitico nella vita collettiva e nell'azione politica, i fascisti attribuivano una funzione fondamentale, per l'attuazione dell'esperimento totalitario, all'istituzione di una religione politica, riconoscendo grande importanza ai riti e ai simboli per suscitare e conservare il consenso delle masse. In effetti, si potrebbe dire che lo Stato fascista, per la sua stessa natura totalitaria, che mirava ad inglobare integralmente l'uomo nella sua realtà materiale e morale, era portato ad assumere il carattere di una istituzione religiosa, con dogmi, riti e simboli. Per il fascismo, riti e simboli rispondevano alla natura irrazionale dell'uomo e delle masse e, grazie ad essi, era possibile dare al singolo e alla collettività il senso di appartenenza ad una realtà superiore e dominante, stabile e perenne nel fluire del tempo. Il fascismo fu una religione politica, con il proprio sistema di credenze, di dogmi, che pretese di definire il significato e il fine ultimo dell'esistente, istituendo un nuovo culto politico centrato sulla sacralizzazione dello Stato fascista e sul mito del Duce, con una fitta sequenza di riti collettivi per celebrare i grandi eventi della sua "storia sacra". Le principali cerimonie pubbliche del fascismo furono organizzate non solo per dare un'immagine esteticamente suggestiva della potenza del movimento, ma per realizzare concretamente, nella vita quotidiana, il mito dello Stato nuovo fascista, rappresentato come una "comunità morale", fondata su una fede comune, che univa le classi e le generazioni nel "culto del littorio". Il culto politico fu un aspetto importante dell'esperimento totalitario fascista, fu un im-portante canale di trasmissione del mito dello Stato nuovo nel sentimento della collettività. Il culto politico doveva essere il tratto d'unione per mantenere vivo e saldo nelle masse il prestigio e l'autorità dello Stato, per alimentare periodicamente la fede politica nel fascismo e nel suo Duce. La fondazione dei Fasci di combattimento era pubblicamente celebrata come l'inizio di una nuova era nella storia d'Italia e del mondo. La data della "marcia su Roma", il 28 ottobre, scandiva ufficialmente gli anni dell'Era fascista. La celebrazione delle "feste sacre" istituite dal regime era principalmente un'estetizzazione della mitologia fascista, dalla rievocazione della grandezza romana fino alla "nuova nascita" della nazione attraverso l'intervento, la guerra e la rivoluzione fascista. Anche il mito della "romanità" era parte essenziale della religione politica fascista. Il mito di Roma doveva essere fonte di ispirazione di virtù civiche, di senso dello Stato, per elaborare un modello di civiltà nuova.

La "modernità totalitaria"
Come fenomeno totalitario il fascismo è un fenomeno moderno, è un movimento-regime che sorge e appartiene all'ambiente storico e sociale creato dalla modernizzazione e partecipa alle tensioni e ai conflitti della società moderna accettandola come una realtà irreversibile, anche se modificabile, e pretende di dare a tali tensioni e conflitti una soluzione non per tornare al passato né per arrestare il corso della storia, ma con l'ambizione di affrontare le sfide della modernità proiettandosi verso la costruzione del futuro, verso la creazione di una nuova civiltà prefigurata dalla sua ideologia. Il totalitarismo fascista fu una forma di modernismo politico intendendo, con questo termine, definire un movimento che accetta la modernizzazione e ritiene di possedere la formula capace di dare agli esseri umani, trascinati nel vortice della modernità, «il potere di cambiare il mondo che li sta cambiando, di fare la propria strada all'interno di quel vortice e di farlo proprio»10. Il fascismo fu una manifestazione di un nuovo tipo di nazionalismo, che io ho chiamato nazionalismo modernista, che voleva promuovere questi processi, subordinandoli al fine di potenziare la nazione per farla partecipare da protagonista alla politica mondiale. Ci furono intellettuali fascisti che idealizzarono l'armonia del buon tempo antico all'ombra del trono e del campanile, ma l'impulso principale del fascismo era dato dal sentimento dinamico dell'esistenza, dal mito del futuro. I fascisti si consideravano, come i futuristi, "costruttori dell'avvenire". Il fascismo ebbe una propria visione della modernità che si contrapponeva alla cultura, all'ideologia, allo stile della modernità liberale, socialista e comunista, e rivendicò a sé la pretesa di imporre la propria formula di modernità al Ventesimo secolo. Considerare il fascismo una forma politica della modernità non significa elogiare il fascismo né denigrare la modernità. Certo, se si identifica la modernità con la tradizione illuminista e la civiltà liberale, l'esclusione del fascismo – e di qualsiasi altra forma di totalitarismo – dalla modernità è automatica. Ma, pur condividendo l'ideale di una modernità razionalista e liberale, non crediamo sia coerente con una vera attitudine scientifica trasformare tale ideale in una categoria di interpretazione storiografica. Ci sono nuove forme di autoritarismo e di irrazionalismo che non rappresentano affatto residui della società premoderna ma sorgono dai processi stessi della modernizzazione, generando modelli di modernità alternativi o antagonisti rispetto al modello razionalista liberale, come è stata appunto quella che io chiamo la modernità totalitaria. Dopo le tragiche esperienze del Ventesimo secolo, si deve constatare che la so-cietà moderna è stata anche la matrice di nuove forme di autoritarismo, come il totalitarismo nelle sue diverse versioni e gradazioni, fondate sulla mobilitazione delle masse, sul culto di secolari deità moderne (nazione, razza, classe), sull'etica della dedizione dell'individuo alla collettività, sul mito della produttività in funzione ideologica. La modernizzazione non solo non ha innescato un processo irreversibile di "disincantamento del mondo", né ha condotto, attraverso la secolarizzazione, alla scomparsa del mito e del "sacro", ma ha prodotto diverse "metamorfosi del sacro" e nuove mitologie. La sacralizzazione della politica, che ebbe nel fascismo una delle più forti manifestazioni, è fenomeno essenzialmente moderno, e presuppone la modernizzazione e la secolarizzazione. La modernità è stata una grande generatrice di miti e di credenze politiche proiettate verso la co-struzione del futuro. Ritengo che il fascismo, nei caratteri che gli furono propri ed essenziali, come formula di una modernità totalitaria, sia un fenomeno del passato, perché appartiene ad una situazione storica definitivamente superata. Ciò non significa tuttavia che la modernità razionalista e liberale possa ormai celebrare la sua definitiva vittoria. La storia del Ventesimo secolo porta a riconoscere realisticamente che irrazionalità e modernità, autoritarismo e modernità, non sono affatto incompatibili ma possono anche convivere, e possono sempre produrre, in forme inedite, nuovi rischi per la democrazia liberale.

NOTE

1. R. Aron, Teoria dei regimi politici, Comunità, Milano, 1973, p. 239.
2. Cfr. J. Petersen, La nascita del concetto di "Stato totalitario" in «Annali dell'Istituto storico italo-germanico di Trento», 1975, I, pp. 143-168.
3. Cfr. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995, pp. 41-53.
4. Mi permetto di rinviare ai seguenti studi: Le origini dell'ideologia fascista, Laterza, Roma-Bari, 1975 (nuova edizione: il Mulino, Bologna, 1996); Il mito dello Stato nuovo, Laterza, Roma-Bari, 1982 (nuova edizione: Laterza, Roma-Bari, 1999); Storia del partito fascista. 1919-1922. Movimento e milizia, Laterza, Roma-Bari, 1989; Il culto del littorio. La sacralizzazione della Politica nell'Italia fascista, Laterza, Roma-Bari, 1993; La via italiana al totalitarismo, cit.
5. Cfr. R. Griffin, The Nature of Fascism, Pinter, London, 1991.
6. M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1974, pp. 113-114.
7. D. Settembrini, Fascismo controrivoluzione imperfetta, Sansoni, Firenze, 1978 (nuova edizione: Seam, Roma, 2001).
8. L. Garruccio, L'industrializzazione tra nazionalismo e rivoluzione, il Mulino, Bologna, 1969. Cfr. A. James Gregor, The Ideology of Fascism, Free Press, New York, 1969 (trad. it. L'ideologia del fascismo, Edizioni del Borghese, Milano, 1974).
9. Cfr. in particolare Z. Sternhell, M. Sznaider, M. Asheri, Nascita dell'ideologia fascista, Baldini & Castoldi, Milano, 1993.
10. M. Bermann, L'esperienza della modernità, il Mulino, Bologna, 1985, p. 26.

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MessaggioInviato: Mar Mag 24, 2011 10:38 am    Oggetto:  
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Non ci riesco.

Non riesco a non criticare questo Storico. Come al solito, encomiabile come ricercatore, appunto. Molto ma molto meno come "interprete" dei fenomeni politici e soprattutto come GIUDICE di tali fenomeni.

E. Gentile, in modo molto condivisibile, ha sempre criticato i "giudizi morali" nella ricerca Storica, tali da diventare dogmi che la dirigono all'unica "conclusione" permessa (vedi Vulgata). Ma se si va a "grattare" sotto le assolutamente encomiabili analisi storiche che fa, si ritrovano pure i dogmi della vulgata. Del resto Gentile è un antifascista dichiarato, e certo non si può dire che lo abbia nascosto.

Nessuno di noi si aspetta che qualcuno faccia lo Storico "senza condizionamenti di sorta". Sarebbe impossibile. Come sarebbe impossibile che ci fosse qualcuno che si mettesse a far emergere la Verità senza alcun giudizio di merito (guidato). Ma quello che ci si aspetta da uno Storico CHE SI PROCLAMA in un certo modo (non gliel'ho certo chiesto io di farlo!), è che abbia un comportamento coerente con questo "modo". Cosa che non fa Gentile. Alla luce del suo ultimo libro sull'antifascismo religioso ( “Contro Cesare - Cristianesimo e Totalitarismo nell’epoca dei fascismi”), leggo questi brani con un occhio più attento a "scovarne" la doppiezza celata, che ad un primo sguardo e senza il suo ultimo "lavoro" non è certamente chiara.

Cerco di riassumere per punti le gravi carenze ANALITICHE di questo brano RIGUARDO LA DEFINIZIONE IDEOLOGICA del fascismo, che Gentile potrebbe anche risparmiarsi, visto che SUPERA il suo compito precipuo di ricercatore Storico.

    -Certamente le Scienze Politiche SOSTENGONO e precedono la ricerca storica che le riguarda. Ma se si nega il loro "primato", se si nega la loro utilità (esattamente come fa in modo reiterato Gentile!), allora si rischia quello che fa il professore: di essere un "ripetitore" di dogmi "storicisti". La Storia è fatta dagli UOMINI. E' influenzata in un senso o in un altro dalle LORO SCELTE. NON E' POSSIBILE, ANCHE DAL PUNTO DI VISTA STORICO, SLEGARE LA STORIA DALLE SCELTE DEGLI UOMINI, DAI PRINCIPI CHE LI HANNO GUIDATI, BASANDO LA FORMAZIONE DI QUESTI PRINCIPI SOLO SULLA PARTE ESPERIENZIALE, MATERIALE. Essa certamente ha un ruolo importante, MA NON DEFINITIVO. Tanto è vero che proprio in base alla realtà, che i fondatori dei pensieri politici credono ingiusta, vengono date delle soluzioni per renderla equa. Soluzioni che, evidentemente, non sono meri "adattamenti", ma che sovente chiedono che la realtà CAMBI! Ovvero: si vuole cambiare l'esperienza, la realtà. Se invece tutto fosse il mero prodotto dell'esperienza, anche delle idee politiche, non potremmo mai avere una critica diretta, una “pars destruens”, ma solo la volontà di adattamento A QUEL DATO TEMPO, LUOGO E PROBLEMA. Esattamente quello che dice Gentile del fascismo. Un "prodotto del suo tempo", che prevedeva delle soluzioni "di adattamento" della Realtà del tempo, che rispondevano ai problemi di QUEL tempo! Questo, dal punto di vista analitico è assurdo!

    Risente molto di questa forma mentis la definizione di "Totalitarismo fascista". Sebbene giustamente riformulata, nei termini "originali" e non omologabili, si fonda sull'elevazione a "ideologia" di ciò che ne costituisce l'antitesi. La confusione (voluta) tra il pragmatismo rivoluzionario fascista, e l'elevazione di questo a "dogma" ideologico assoluto, come essenza stessa dell' idea, rende il discorso fuorviante! Il Totalitarismo fascista non costituisce affatto l'ideologia dell' "irrazionale"! Il termine "mito" non equivale a "favola", come invece lascia intendere il Professore. Non è vero che la razionalità, nel fascismo, è rappresentata nella "scientifica" irrazionalità FIDEISTICA della "religione politica laica". Tutto questo, sebbene voglia evidenziare l'alterità e originalità del Fascismo e del Totalitarismo fascista, fermandosi all'esterno dei suoi presunti "effetti", NE SNATURA I CONTENUTI. Si dovrebbe fare un 'operazione storica tale da dare ad ogni elemento della storia il suo giusto posto. Così dovrebbe valere per l'impianto pedagogico fondato dal Regime (che tra l'altro non è sempre uguale in ogni periodo) e ciò che lo anima, come ciò che lo fa sussistere.

    -INACCETTABILE, RIPETO: INACCETTABILE, la continua demolizione assolutamente senza fondamento logico né culturale che il professore ripete riguardo le tesi dei Politologi (ED IL PROFESSORE NON LO E'! Mi dispiace per lui!), che hanno definito SCIENTIFICAMENTE le proprie tesi (quindi provatamente!), sulla base della "filosofia dell'esperienza"!!

    Anche la MATEMATICA e la LOGICA concepiscono il rapporto di nesso inscindibile tra CAUSE ED EFFETTI. La stessa matematica concepisce il rapporto inscindibile tra germe e frutto. Sebbene vi siano differenze tra l'uno e l'altro, essi hanno la medesima radice e ciò non si può trascurare, pena la perdita dell'uno e dell'altra!

    Questo va detto per la Tesi di Sternhell, che è PROVATA. Il Fascismo NON NASCE COME "PRODOTTO DELLA GUERRA"! E’ un fatto ormai ASSODATO. Nasce, nei suoi fondamenti (CHE SI RITROVANO NEL REGIME FASCISTA), con la critica al MARXISMO e al MATERIALISMO. Critica che anima vari movimenti SOCIALI e POLITICI. SOLTANTO IN ALCUNI DI ESSI, PERO' ESSA RIMANE AL LORO FONDAMENTO. I movimenti "costituzionalizzati", le socialdemocrazie, e i movimenti politici "parlamentari", sebbene siano nati da questa critica, staccandosi dal Marxismo, HANNO ACCETTATO DI ABBANDONARE LA CRITICA GENERALE AL MATERIALISMO E ALL'INDIVIDUALISMO, diventando così una sua variante! La differenziazione, nella politologia, è D'OBBLIGO!

    Il Fascismo è la forma MUSSOLINIANA, dunque con peculiarità proprie, del SINDACALISMO NAZIONALE ITALIANO. Il quale, quando nacque, MATURO' con Mussolini, staccandosi dalle teorie di SOREL o BERNSTEIN, ad esempio, che invece diedero vita rispettivamente al mito dello sciopero generale come momento rivoluzionario culminante della lotta di classe, o alle Social-Democrazie come mezzo e non come fine del Socialismo, per RIFORMARE il Regime Parlamentare (Socialismo Riformatore l'uno, mito della Violenza come mezzo di soluzione della crisi l'altro).

    Ebbene, affermare che il PROTO-FASCISMO E' ESISTITO, è dire la più cristallina delle verità! Così come affermare che il suo progetto era in divenire! Che la logica RAZIONALE di sviluppo del Total-Unitarismo fascista era coerente con i presupposti, dati come risposta ai problemi generati dall'esperienza per poterla CAMBIARE, fornendo un MODELLO CHE LA TRASCENDESSE e non solo la "modellasse".

    L'adesione al Fascismo non era prevista come un atto fideistico ma come una logica di un processo educativo-formativo (La rivoluzione fascista E' LA RIFORMA DELL'EDUCAZIONE, dalla quale discende la RIFORMA DELLA SOCIETA', non del "parlamento"!).

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MessaggioInviato: Mer Mag 25, 2011 11:12 am    Oggetto:  
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…si, in linea di principio, come abbiamo più volte discusso a proposito delle sue tesi storiografiche, Emilio Gentile ha il “difetto” di storicizzare il tema, ma questo è il suo compito, essendo uno storico, come il nostro è di mostrare che il progetto politico fascista, lungi dall’essere stato solo una realtà storica del Novecento è tutt’ora valido e rispondente alle necessità del nostro tempo. Piuttosto ritengo che la nostra critica risulti più giustificata quando il professore comincia invece a dare dei giudizi politici, sconfinando con ciò nel campo delle scienze politiche, dove egli in questo caso parte da una posizione chiara di netta condanna a priori del fascismo. Sebbene non sia una cosa semplice, va fatta quindi una distinzione tra l’ipotesi interpretativa dello storico ed il giudizio politico dello stesso, cercando possibilmente di comprendere e scindere le due parti. Riguardo all’articolo in questione penso che le prime tre sezioni del testo, cioè “il secolo del totalitarismo”, “L'esperimento totalitario”, “Fascismo e totalitarismo”, denotino un rigore scientifico ineccepibile e costituiscano un effettivo progresso nella conoscenza del fenomeno fascista, rappresentando un momento positivo di rottura nei confronti delle precedenti interpretazioni politicizzate e cristallizzate per decenni dalla cosiddetta vulgata. I problemi ritengo invece che comincino a sorgere con la sezione “Definizione orientativa del fascismo” dove, sebbene lo stesso E.Gentile ci tenga prima a mettere in guardia il lettore sull’utilizzo di un termine artificiale e costruito a posteriori come il concetto di “fascismo generico”, che ben difficilmente è in grado di far risaltare le caratteristiche esclusive del fascismo italiano , (in quanto creato ex nihilo per illustrare cosa dovrebbe invece accomunare tutte le esperienze politiche dei regimi di massa che nella prima metà del XX secolo si manifestarono in Europa opponendosi tanto alle liberal democrazie quanto al social-comunismo, come se fosse acclarato che un denominatore comune ci debba pur essere) pure tenta di pervenire ad una tale definizione, cadendo a mio avviso con ciò nell’errore di non illustrare chiaramente il significato specifico di alcuni termini che egli stesso utilizza nel descrivere il fascismo mussoliniano, un fatto che se da una parte gli consente di partecipare al discorso riguardo il “fascismo generico”, giocando appunto sulla genericità dei termini, dall’altra ingenera una serie di equivoci concettuali che non è chiaro se siano voluti o meno dal professore. Come, ad esempio, quando non viene illustrato chiaramente cosa si debba intendere per “ideologia a carattere anti-ideologico e pragmatico” o per “cultura fondata sul pensiero mitico” in riferimento al fascismo, temi che pure necessitano assolutamente di una spiegazione se si vuole evitare di fraintendere il senso originale che tali caratteristiche assumono nel pensiero fascista. In breve il professore quando pecca lo fa nel mancare di chiarire in modo inequivocabile il senso di alcuni termini, un fatto che concede a lui e ai suoi lettori alcuni margini interpretativi fin troppo elastici in grado, come il “letto di procuste”, di adattare la spiegazione di alcuni aspetti del fascismo a particolari “esigenze interpretative”. Il perché di un tale atteggiamento temo vada ricercato non tanto nella capacità indubbia di Emilio Gentile di indagare in maniera approfondita ed esaustiva il tema, quanto più in generale sulla reale opportunità in ambito accademico di fare definitivamente chiarezza in merito all’unicità del fascismo mussoliniano. Ritengo allora che sarebbe proficuo per tutti noi fare una analisi particolareggiata di ciascuna sezione del testo in questione affinché, una volta per tutte, si possa stabilire cosa è corretto nel discorso in questione di Gentile e cosa invece non lo è o magari necessita semplicemente di essere descritto in modo particolareggiato.
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