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Belardelli: FASCISMO COME DEMOCRAZIA TOTALITARIA

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Mag 21, 2011 6:27 pm    Oggetto:  Belardelli: FASCISMO COME DEMOCRAZIA TOTALITARIA
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Tratto da Giovanni Belardelli, "Il ventennio degli intellettuali - cultura, politica, ideologia nell'Italia fascista", Roma - Bari, Laterza, 2005, pp. 237 - 257/ 294 - 297. Giovanni Belardelli insegna Storia del pensiero politico contemporaneo nell’Università di Perugia.

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IL FANTASMA DI ROUSSEAU: IL FASCISMO COME DEMOCRAZIA TOTALITARIA

Analizzando i giudizi sul fascismo contenuti negli scritti del giovane Cantimori o nella "Storia del movimento fascista" di Volpe, abbiamo visto come in entrambi i casi si riconoscesse al fascismo il merito storico di aver allargato le basi sociali dello Stato. Era questa, in realtà, solo una delle giustificazioni (benché la principale, forse) in base alle quali da parte fascista si sosteneva di aver realizzato una forma superiore di democrazia. In questo capitolo esamineremo appunto un tale aspetto dell'ideologia del regime, considerando dunque il fascismo non tanto come un avversario acerrimo delle istituzioni e dei valori delle democrazie liberali (cosa che certamente fu), quanto per la sua pretesa di aver dato vita a una più vera democrazia.

Antiparlamentarismo e fascismo

In Italia, la contrapposizione tra la nazione e il Parlamento, tra il popolo e i suoi governanti, che caratterizzò il «maggio radioso» del 1915 e le modalità dell'entrata in guerra, segnò una radicale delegittimazione dell'istituto parlamentare. È naturale porre in rapporto quella esplosione di antiparlamentarismo con tutto un robusto filone di critica alla democrazia rappresentativa, con le opere – ad esempio – di Pasquale Turiello e di Gaetano Mosca, o con gli scritti dei nazionalisti, e vedervi una importante premessa del successivo esautoramento dell'istituto parlamentare ad opera del fascismo. Ma le «giornate rivoluzionarie» del maggio 1915 – come non è improprio chiamarle, per l'influenza progressivamente acquisita dalle correnti rivoluzionarie dell'interventismo e per il richiamo ad un fondamentale conflitto tra volontà del Parlamento e volontà del popolo – inducono anche a valutare quanto l'antiparlamentarismo fosse stato alimentato da settori significativi della democrazia e del socialismo italiani. Per decenni, infatti, erano venute anche da li critiche accese al «sozzo porcaio» parlamentare, acuite nel primo quindicennio del secolo dalla torbida confluenza di estremismo socialista, sindacalismo rivoluzionario e sovversivismo intellettuale 1.
La guerra – per i complessi problemi legati allo sforzo bellico e alla mobilitazione delle risorse nazionali – aveva ulteriormente accentuato la svalutazione dell'istituto parlamentare. «Da quasi cinque anni – scriveva nell'agosto 1919 il teorico sindacalista Sergio Panunzio – il nostro Parlamento è chiuso, e il mondo sociale economico e politico va innanzi lo stesso». Se il Parlamento, dunque, aveva apertamente rivelato grazie alla guerra la propria inutilità, era divenuto manifesto anche il carattere fallace della rappresentanza politica tradizionale: «Come negare – affermava sempre Panunzio – [...] la realtà della rappresentanza di classe e del nuovo parlamentarismo reale di fronte a quello tradizionale, nominale e fittizio?» 2.
Tra il 1918 e il 1919 si registrava una tappa ulteriore nell'estensione della rappresentanza politica, con il suffragio (maschile) effettivamente universale e l'introduzione della proporzionale che, favorendo la nascita di nuovi partiti, andava in sostanza nella stessa direzione. Ma proprio allora il principio della democrazia rappresentativa veniva posto in discussione da più parti con nuova forza. La necessità di una rappresentanza degli interessi o su base professionale, che integrasse o modificasse sensibilmente l'assetto politico-istituzionale del paese, era dibattuta con insistenza nell'ambito del fascismo sansepolcrista e del «sindacalismo nazionale» (cioè tra gli ex sindacalisti rivoluzionari che, come il citato Panunzio, avevano approvato l'intervento in guerra dell'Italia); ma vanno anche ricordati, come sintomi di un clima generale, i progetti elaborati, rispettivamente, dalla Confederazione generale del lavoro e dall'on. Livio Tovini, popolare, nonché quello formulato, sempre nel 1919, dalla commissione speciale per la riforma del Senato 3. La stessa tematica dei consigli di fabbrica che ebbe allora, anche in Italia, tanta fortuna può ben considerarsi come una forma particolare di rappresentanza degli interessi: infatti, il legame stabilito tra diritto alla rappresentanza e specifica collocazione sociale-professionale rendeva le teorie consiliari affini al corporativismo e incompatibili con la rappresentanza politica fondata sul diritto individuale al suffragio. Sempre in linea generale, va pure tenuto presente che la convinzione di una insufficienza delle forme e istituzioni tradizionali della rappresentanza e la ricerca di soluzioni alternative di tipo «organico», se per un verso caratterizzavano pervasivamente la realtà italiana, per l'altro si collocavano nel solco di un processo evolutivo che interessava tutto il mondo occidentale. Tra Otto e Novecento si era verificata infatti, in conseguenza di un complesso di fattori, una crisi progressiva della concezione dell'individuo autonomo come elemento cardine della società; si era giunti perciò a considerare gli esseri umani sempre di più quale prodotto di forze collettive e ad esse subordinati: tradizioni storiche, ambiente sociale, spirito nazionale, classe, razza ecc. 4 Si trattava di un'evoluzione della cultura e della mentalità che la guerra mondiale – trionfo del collettivismo in tanti campi – aveva accentuato, sicché molti ebbero a registrare, tra le sue prime vittime, proprio l'individuo. Affermò, ad esempio, Giovanni Amendola nel 1919:

La vecchia società borghese, su cui cadde implacabile la sentenza della storia nell'agosto del '14, era fondata sul dogma individualista; pietra angolare su cui poggiavano il particolarismo degli individui, delle classi e degli Stati, e la conseguente anarchia degli interessi privati e dei rapporti internazionali. Riconosciamo oggi, ritornando ad un'idea madre di Giuseppe Mazzini, in quel dogma, un errore; ed in quell'errore la causa prima del cataclisma storico di cui fummo spettatori ed attori 5.

E Dino Grandi, nel luglio 1920:

La rivoluzione europea del secolo scorso fu rivoluzione dell'individuo, dell'io, dell'Uomo. Lutero, Kant e Rousseau. La Rivoluzione del sec. XX è la rivoluzione di un uomo più grande.
Questo uomo più grande è l'organizzazione, è il gruppo, è il sindacato. [...] Il sindacato è una nuova persona che tende a sostituire l'antica persona fisica singola, la quale è insufficiente, impotente e non basta più 6.

La critica fascista al regime democratico-parlamentare e il vivace dibattito sviluppatosi tra gli anni Venti e Trenta circa forme di rappresentanza di tipo corporativo si collocano, dunque, lungo la deriva antindividualistica e antiparlamentare brevemente richiamata. Il dibattito corporativo fu anche caratterizzato, come è noto, dall'affastellarsi di proposte e posizioni le più diverse; né contribuiva alla chiarezza il fatto che il termine stesso di corporativismo designasse insieme nuove forme di organizzazione economico-sociale, giuridica, politica.
Pur tenendo conto di questa circostanza, e della presenza nel fascismo di diverse anime, colpisce nei vari interventi di argomento corporativo la frequenza con cui si rivendicavano al fascismo stesso i caratteri di una democrazia vera, autentica 7. Occorre dunque interrogarsi sul significato da attribuire a simili affermazioni, e su come esse potessero conciliarsi con altre di segno, almeno apparentemente, opposto. Come questa, tratta da un articolo di Mussolini dell'agosto 1922:

Il secolo della democrazia è finito. [...] Ora, un secolo «aristocratico» – l'attuale – succede a quello scorso, democratico. [...] Le nuove generazioni diffidano della democrazia, dei suoi uomini, del suo abito, della sua mentalità. Non le contestano certi meriti del passato, ma le inibiscono di sbarrare, colla sua mole ormai cadaverica, le strade dell'avvenire.

O quest'altra di quattro anni dopo:

Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo, noi rappresentiamo l'antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dire in una parola, degli immortali principi dell'89. 8

Asserzioni del genere testimoniano quanto robuste fossero nel fascismo le componenti gerarchico- autoritarie che, a cominciare dal rigetto del principio di eguaglianza, rimandano a valori ascrivibili all'ambito della destra per come storicamente si è definito tra Otto e Novecento. Ma porre l'accento sol- tanto o quasi su tale aspetto, ignorare dunque che la definizione del fascismo come «nuova democrazia» e affermazioni analoghe erano anch'esse assai diffuse nella pubblicistica dell'epoca, farebbe perdere di vista altri essenziali elementi.

La «democrazia fascista»

Partiamo dalla voce Dottrina del fascismo pubblicata nell'Enciclopedia italiana nel 1932, in particolare dalla seconda parte sulla Dottrina politica e sociale che, come sappiamo, fu quella effettivamente redatta da Mussolini. Vi si affermava tra l'altro che

il fascismo batte in breccia tutto il complesso delle ideologie democratiche e le respinge, sia nelle loro premesse teoriche, sia nelle loro applicazioni o strumentazioni pratiche. Il fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. [...] Il fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito dell'irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il fascismo poté da chi scrive essere definito una «democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria» 9.

Siamo qui di fronte a una pagina che miscela in modo evidente componenti «di destra» e «di sinistra», o meglio mostra il fascismo come un tentativo di superare quella tradizionale dicotomia politica, come il prodotto di un generale rimescolamento delle «carte del gioco ideologico» 10. Si noti, in particolare, come la critica fascista dell'eguaglianza politica e della sovranità popolare in quanto illusione e menzogna riprendesse anche argomenti della tradizione democratica radicale e socialista rivoluzionaria, divenuti ancor più attuali negli anni della grande crisi, che apparve ai fascisti quale vera e propria «crisi del sistema», tramonto del capitalismo e insieme di tutta una civiltà politica fondata sul regime parlamentare. Si trattava, come è noto, di opinioni allora largamente diffuse nella cultura europea anche al di fuori del fascismo. Nel testo mussoliniano è da segnalare in particolare il pur rapido riferimento al tema dell'integrazione del popolo nello Stato, che ambiva a costituire la principale caratterizzazione, sul piano storico come su quello dei principi, della «democrazia fascista». In questo, la critica al «regime demoliberale [che] ignora le masse» faceva tutt'uno con la proposizione della radicale novità del fascismo, grazie al quale il popolo italiano – proclamava Mussolini nel 1925 – «sta per entrare o è entrato nello Stato». Sul tema il «duce» sarebbe tornato nel cosiddetto discorso dell'Ascensione del 1927:

Che cosa era lo Stato, quello Stato che abbiamo preso boccheggiante, roso dalla crisi costituzionale, avvilito dalla sua impotenza organica? Lo Stato che abbiamo conquistato all'indomani della marcia su Roma era quello che c'è stato trasmesso dal '60 in poi. Non era uno Stato; ma un sistema di prefetture malamente organizzato, nel quale il prefetto non aveva che una preoccupazione: quella di essere un efficace galoppino elettorale. In questo Stato, fin dal 1922, il proletariato – che dico?! – il popolo intero, era assente, refrattario, ostile. Oggi preannunziamo al mondo la creazione del potente Stato unitario italiano, dalle Alpi alla Sicilia. Questo Stato si esprime in una democrazia accentrata, organizzata, unitaria, nella quale democrazia il popolo circola a suo agio, perché, o signori, o voi immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà; o sarà al di fuori, ed egli l'assalterà 11.

Con affermazioni del genere, che per tutta la durata del regime avrebbero costituito un motivo centrale del discorso pubblico, il fascismo si ricollegava di fatto alla critica democratico-mazziniana del Risorgimento e si attribuiva il merito storico di aver abbandonato la strada sbagliata, anzi il vicolo cieco, imboccati all'indomani dell'Unità quando si era dato vita a un regime oligarchico e borghese:

Il Fascismo – leggiamo in un articolo di «Critica fascista» del 1925 — è la rivoluzione del popolo che, interrottosi con la formazione unitaria il processo del Risorgimento, rimase fuori dello Stato di cui s'era insignorita un'oligarchia di politici piemontesi-partenopei, i quali, falsando la volontà delle masse attraverso i meccanismi elettorali, governavano a proprio esclusivo vantaggio 12.

Il fascismo si presentava dunque come artefice di una vera e propria rinascita dell'Italia, di una nuova «era» (debitamente computata anno dopo anno a partire dal 28 ottobre 1922) della plurisecolare storia della penisola; e il plebiscito del 1929 si caricava di un forte valore simbolico anche perché, lo notava Bottai, per la prima volta dalla formazione del Regno il popolo italiano era chiamato a pronunziarsi sulla «propria costituzione politica» 13.
Era soprattutto attraverso il corporativismo, naturalmente, che doveva attuarsi l'integrazione del popolo nello Stato. Ma la «vera» democrazia fascista, mentre sanava un problema originario dell'Italia unita, offriva anche una soluzione –si sosteneva – a dilemmi che laceravano tutto l'Occidente, i cui regimi parlamentari erano resi affatto obsoleti dal «fiotto irruento delle grandi masse organizzate». Come scriveva Bruno Spampanato, un pubblicista che può essere assunto a rappresentante di un certo milieu fascista giovanile, con

il grande esperimento corporativo [...] il Fascismo attua definitivamente un piano di trasformazione sociale e politica dello Stato dalle vecchie basi individualistiche della vecchissima democrazia alle nuove basi collettive di una nuovissima democrazia [...] 14.

Da questo punto di vista, il richiamo a certe radici ottocentesche del corporativismo fascista non può far dimenticare il carattere di radicale novità che quest'ultimo complessivamente rivestiva. Già è significativo che ciò che nel corso del secolo precedente aveva costituito oggetto di dibattito tra gli studiosi divenisse, negli anni del regime, un elemento centrale del discorso pubblico e la chiave di volta della soluzione fascista ai problemi del mondo contemporaneo; e che certe eredità di tipo conservatore (o reazionario) si trovassero ora inglobate in una concezione del corporativismo come «interno sviluppo della democrazia stessa», parte insomma della «democrazia corporativa» fascista 15. Ma un richiamo alle radici ottocentesche del corporativismo fascista risulterebbe incompleto ove non considerasse quanto il tema della rappresentanza degli interessi era stato presente anche in tanti esponenti della democrazia e del socialismo non marxista, in particolare francesi 16. L'idea del corporativismo come nuova democrazia si collegava alla «larga base popolare» propria – si affermava – dello Stato fascista, il quale perciò non aveva «niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l'89» e dava vita anzi al «regime più rappresentativo che esista»17. In esso si produceva quella integrazione dell'individuo nello Stato che al liberalismo risultava impossibile. Infatti lo Stato fascista, scriveva Gentile, «dovendo raggiungere l'individuo, per attuarsi nella sua volontà, non lo cerca come quell'astratto individuo politico che il vecchio liberalismo supponeva atomo indifferente; ma lo cerca come solo può trovarlo, come esso infatti è, forza produttiva specializzata» 18. Dunque, attraverso le istituzioni corporative si pretendeva di superare l'atomizza- zione caratteristica dei regimi liberali, realizzando la sintesi necessaria di Stato e individuo e, con essa, la piena identificazione tra popolo e Stato. Va notato, al riguardo, come in tal modo si affermasse una contrapposizione radicale con i regimi democratico-liberali, ma non con il regime sovietico, al quale del resto il fascismo, almeno fino ai primi anni Trenta, guardò con interesse vedendovi il prodotto di una rivoluzione diversa, ma non opposta, rispetto a quella fascista (non a caso Curzio Malaparte definiva anche quella del '22 una «rivoluzione d'Ottobre») 19. Si veda, ad esempio, quanto Mussolini dichiarò ad Emil Ludwig nel 1932:

Noi siamo, come in Russia, per il senso collettivo della vita, e questo noi vogliamo rinforzare, a costo della vita individuale. [...] In tutta la parte negativa ci somigliamo. Noi e i Russi siamo contro i liberali, i democratici, il parlamento 20.

Il fascismo e la tradizione democratico-rivoluzionaria

La questione del rapporto tra il fascismo e la tradizione democratico-rivoluzionaria non è stata oggetto di particolare attenzione da parte degli studiosi, con due importanti eccezioni rappresentate da Renzo De Felice e George Mosse. De Felice affermò che le radici storiche del fascismo «non possono essere ricercate solo nella tradizione politica e culturale della destra, ma, al contrario, vanno ritrovate assai spesso in quella di un certo radicalismo di sinistra nato con la Rivoluzione francese». E nella “Intervista sul fascismo” invitò a considerare il fascismo stesso come una forma di totalitarismo di sinistra nell'accezione impiegata da Jacob Talmon, il quale aveva delineato i caratteri di una «democrazia totalitaria» che risaliva a Rousseau e al giacobinismo, e sarebbe poi sfociata, nel XX secolo, nel comunismo 21. Si trattava di giudizi importanti, risalenti agli anni Settanta, che però De Felice non avrebbe mai svolto ulteriormente. Quanto a Mosse, che si occupò in vari scritti del rapporto tra il fascismo e la rivoluzione francese 22, a suo giudizio non era possibile parlare di un'influenza diretta e consapevolmente accettata, poiché il fascismo mantenne un atteggiamento polemico nei confronti dell'89. Piuttosto che in punti di contatto specifici, l'influenza principale risiedeva, a suo giudizio, nel fatto che la rivoluzione francese aveva inaugurato quel nuovo stile politico che sarebbe poi stato un tratto essenziale dei regimi sia fascista sia nazionalsocialista. In questa «nuova politica» che ha caratterizzato tutta la storia europea postrivoluzionaria, le masse vengono mobilitate e integrate facendo ricorso a cerimonie e riti grazie ai quali si oggettivizza, diviene concretamente percepibile, il concetto rousseauiano di «volontà generale». Attraverso i miti, i simboli, le liturgie di una «religione civile», le masse sperimenterebbero così un tipo di partecipazione politica che è sentita «più vitale e più significativa di quella offerta dall'idea 'borghese' di democrazia parlamentare» 23, anzitutto per la sua capacità di soddisfare il «desiderio di comunità» che sorge come reazione ai processi di atomizzazione caratteristici della società industriale moderna. Il principale, e sostanzialmente unico, elemento di diretto collegamento storico tra la rivoluzione francese e i regimi fascista e nazionalsocialista era invece individuato da Mosse nel nazionalismo dell'Ottocento:

Il nazionalismo si presentò fin da principio come un movimento democratico attraverso il quale sarebbe stata messa in pratica la volontà generale della nazione. [...] E nazionalismo era l'erede della politica giacobina, un nazionalismo democratico e, all'inizio, rivoluzionario in opposizione al nazionalismo che sosteneva l'ordine politico e sociale esistente. [...] La sovranità popolare era affermata e controllata dando al popolo un mezzo di partecipazione al processo politico – non nella realtà, ma attraverso un sentimento di partecipazione, di appartenenza ad una vera comunità dotata di senso.

L'analisi di Mosse era certamente importante, non da ultimo perché invitava a cercare non solo a sinistra gli eredi della tradizione democratico-giacobina. Tuttavia, fondare il rapporto tra il fascismo e quella tradizione sulla base del fatto che con la rivoluzione francese nacque l'«età della moderna politica di massa» rischiava di indicare un influsso davvero troppo generale, pur tenuto conto dell'importante canale di rapporto giustamente individuato nel nazionalismo dell'Ottocento. In questa materia, un primo equivoco da cui occorre sgombrare il campo è che il fascismo italiano vada collocato nella scia dei movimenti che si sono contrapposti alla rivoluzione francese, quasi possa considerarsi erede del pensiero contro- rivoluzionario. In realtà le frequenti affermazioni polemiche di parte fascista contro i principi dell'89 e la «sovranità del numero» rimandano a un bagaglio intellettuale divenuto merce corrente nell'Europa del tempo, e non rappresentano dunque un tratto specificamente e univocamente fascista. Tanto che Mussolini, nella Dottrina del fascismo, poté affermare:

Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l'anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre 24.

In effetti, ad un'analisi più ravvicinata l'atteggiamento fascista verso la rivoluzione francese apparirebbe abbastanza articolato. Si era trattato pur sempre, ebbe ad osservare Mussolini, di una «rivoluzione eminentemente sociale» che aveva demolito «tutto quello che era rimasto del medioevo dai pedaggi alle corvées». Più esplicitamente, Bottai ricordava che la «grande Rivoluzione dell'89» aveva segnato la nascita dello spirito moderno e considerava la Carta del lavoro fascista come superamento, e non antitesi, della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Per un giovane che gravitava attorno al gruppo bottaiano, il fascismo «riprendeva la direzione della civiltà moderna» indicata in Francia da una rivoluzione che era stata presto «normalizzata e imbrigliata» dalla borghesia 25. Ed è indicativo che perfino nella rivista nazionalista «Politica», espressione di un fascismo collocato sulle posizioni di un'estrema destra antidemocratica, si potesse affermare che il fascismo «procede[va] dalla Rivoluzione Francese per addizione e superamento più che per antitesi» e che, pur riconoscendo il carattere particolarmente contraddittorio ed enigmatico del Contratto sociale, si indicasse positivamente nel pensiero di Rousseau «il germe dello Stato unitario e totalitario» 26. In ogni caso, più che cercare le tracce di un rapporto attraverso i giudizi che i fascisti diedero della rivoluzione francese, è più rilevante indagare se, e in che misura, nel fascismo confluissero elementi della tradizione democratico-rivoluzionaria. E a tal fine vanno richiamati breve-mente alcuni caratteri di quest'ultima, soprattutto in relazione al tema della rappresentanza politica.
Nella prima metà dell'Ottocento l'avversione di malti democratici nei confronti del sistema rappresentativo derivò, in considerevole misura, dalle forti restrizioni censitarie al diritto di voto e dalle varie forme di limitazione del suffragio in senso capacitario. Lo stesso suffragio universale, come è ben noto, destò a lungo diffidenza da parte democratica in virtù dell'effetto conservatore che la sua introduzione aveva avuto più volte, a cominciare dalle elezioni francesi dell'aprile 1848, per l'elezione dell'assemblea costituente, che videro un successo delle forze moderate grazie al massiccio sostegno del voto contadino. Ma l'esistenza di un'opposizione al sistema rappresentativo in ragione dei suoi limiti non deve far dimenticare la presenza – soprattutto in Francia – di significativi filoni della democrazia e del primo socialismo che rifiutavano la rappresentanza in quanto tale, considerandola un'inammissibile abdicazione da parte del popolo alla propria sovranità. Al di là di quanti proponevano dunque, esplicitamente, una qualche forma di democrazia diretta, con richiami al ruolo fondamentale delle assemblee popolari, alla necessità del mandato imperativo, all'istituto del referendum, interessa qui ricordare come nell'ambito della democrazia radicale si limitasse il valore del principio di maggioranza e si concepisse il popolo come entità collettiva indivisibile. L'idea che la libertà dell'individuo si possa attuare soltanto nel quadro della sostanziale supremazia del momento collettivo si trova assai esplicita, ad esempio, in due pensatori che esercitarono un'indubbia influenza sulla democrazia francese come Saint-Simon e Lamennais, nei quali è centrale un concetto di «autorità» in cui confluivano anche motivi maistriani. In molti democratici la supremazia della totalità sociale, della collettività omogenea, conviveva con la costante – e sincera –affermazione del carattere sacro della libertà individuale; ma questa doveva pur sempre servire a giungere liberamente alla condivisione di scopi collettivi indiscutibili. In questo la democrazia francese si mostrava erede di Rousseau e dei giacobini, nei quali si ritrova appunto la compresenza, ha scritto Jacob Talmon, di «due scopi inconciliabili: la libertà e una forma esclusiva di esistenza sociale» 27; scopi – è appena il caso di aggiungere – tanto difficilmente armonizzabili nella realtà del governo giacobino, quanto facilmente lo erano stati in certe affascinanti e sibilline asserzioni del Contratto sociale. Questa dicotomia, si riteneva, poteva essere eliminata soltanto attraverso un'opera politico-pedagogica di «rigenerazione», in grado di plasmare gli individui in modo tale che essi vogliano soltanto ciò che vuole la volontà generale. Ed è questa necessità, tra l'altro, a legittimare il potere della minoranza illuminata e virtuosa cui spetta di fatto il potere fino a che tale processo rigenerativo non venga compiuto e non vi sia più bisogno perciò, secondo la famosa espressione di Rousseau, di costringere gli uomini ad essere liberi. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento si realizza quel progressivo incontro tra liberalismo e democrazia – per richiamare schematicamente un processo lungo e contrastato – che è all'origine dei sistemi politici democratico- rappresentativi odierni. Il fatto però che i vari filoni della democrazia ottocentesca si battessero per il suffragio universale, obiettivo presto ereditato dal movimento socialista, non deve far perdere di vista che quell'incontro – che implicava appunto un allargamento del suffragio fino all'universalità (in principio solo maschile) del diritto di voto – escludeva necessariamente settori importanti della democrazia e del socialismo. Del resto, i governanti europei lo andavano concedendo con questo scopo: affermò ad esempio Léon Gambetta, nel 1877, che con il suffragio universale la rivoluzione diveniva impossibile, «perché quando la Francia ha parlato una rivoluzione non può più essere tentata» 28. La concessione del suffragio universale dunque, pur richiesta da quasi tutte le correnti democratiche e socialiste (l'eccezione forse più nota è quella di Proudhon), colpiva in realtà alla radice i miti di fondazione della democrazia radicale. Questa, infatti, considerava il suffragio quale attributo del popolo in quanto «attore collettivo, unanime e vigile di una storia rigenerata» 29; perciò il voto popolare era visto come espressione politica di un popolo omogeneo, come rito collettivo dell'unanimità. L'innesto del suffragio universale su un sistema liberale rappresentativo faceva invece scomparire il popolo come unità totalizzante e indivisibile, frantumata ormai in una congerie di individui e di opinioni. E sanciva l'affermazione di una democrazia che, secondo i suoi critici, era priva di ideali, mediocre e borghese. Insomma, si rivelava compatibile con il liberalismo solo un tipo di democrazia, quella democrazia cosiddetta «formale» che può anzi essere «considerata sotto molti aspetti, almeno sino a un certo punto, la naturale prosecuzione» del liberalismo 30. Si potrebbe anche dire che l'incontro del liberalismo con questa democrazia – che si svolse in parte significativa proprio sul terreno dell'estensione del suffragio – scioglieva la contraddizione tra autonomia dell'individuo e sovranità assoluta del corpo sociale che, già presente in Rousseau, aveva alimentato un lungo tratto di storia europea. È appunto anche nel fascismo, per tornare al nostro tema, che sarebbe confluita quella tradizione democratica radicale (o, secondo la definizione di Talmon, democratico-totalitaria) esclusa dal grande incontro liberal-democratico che si è richiamato. Per questa via il fascismo può essere considerato anche come una risposta all'evoluzione in senso rappresentativo della tradizione democratica e come una ripresa, per quanto distorta e pervertita, di suoi elementi originari.
Il fascismo, beninteso, fu il risultato di varie, e anche opposte, tradizioni politiche; ma al centro della sua ideologia, in quella sorta di area comune rappresentata dalle idee condivise dalla maggioranza dei fascisti, è difficile non percepire echi della tradizione democratica radicale. Si pensi alla polemica contro il suffragio universale come strumento usato dalla borghesia per ingannare il popolo e perseguire indisturbata i propri fini. O alla contrapposizione fra una «sovranità del popolo» che si esaurisce «nel gittare ogni dato numero di anni una scheda in un'urna e poi chi si è visto si è visto», e la «vera e compiuta democrazia» fascista in cui si determinerebbe, attraverso il sistema corporativo, una partecipazione totale del popolo, una sua «vitale immedesimazione» nello Stato 31. Il regime chiamava gli italiani ad una partecipazione che doveva realizzarsi non solo attraverso le istituzioni corporative, ma anche con la diretta presenza nelle organizzazioni fasciste e nelle manifestazioni di piazza. E in tutto ciò si esprimeva un carattere fondamentale della democrazia totalitaria in quanto regime che richiede la sanzione popolare ma non una partecipazione effettiva al processo deliberativo; tipico al riguardo il ruolo del plebiscito come strumento di manifestazione del consenso e di costruzione di una legittimità democratica. Infine, non si può non tener conto del fatto che furono gli stessi fascisti ad impiegare quella definizione di demo-crazia «autoritaria» o «totalitaria» che poi gli storici avrebbero usato per riferirsi alla tradizione democratico-giacobina. A questa tradizione il fascismo si collegava, in termini generali, grazie all'estrazione di sinistra di tanta parte del movimento mussoliniano, che si trattasse del socialismo intransigente del suo fondatore, dell'importante nucleo sindacalista rivoluzionario, ovvero di frange repubblicane passate per la «rivoluzione» interventista. Ma è anche possibile stabilire una più diretta linea di collegamento. Vi fu, ad esempio, chi notò, agli esordi del regime, che un po' tutta la sinistra fascista era mazziniana 32 ; e l'osservazione – si pensi al caso di Giovanni Gentile – va anzi estesa a una più larga parte dell'arcipelago fascista. In effetti, volendo riunificare sotto un denominatore comune gli elementi – individui, correnti politiche, idee – che collegavano storicamente il fascismo alla democrazia di matrice giacobina, è opportuno riferirsi proprio al peso e alla pervasività del lascito mazziniano.

Fascismo e tradizione mazziniana

L'accettazione della sovranità popolare solo in quanto implichi il riconoscimento da parte del popolo della missione divina assegnatagli; la ricusazione, se questo riconoscimento non avviene, del principio di maggioranza; la necessità di unificare potere civile e potere religioso; la concezione della politica come rigenerazione dell'uomo e, anzi, come lotta contro il male stesso: erano tutti questi (e altri ancora, in verità) degli elementi che Mazzini e tanti esponenti della democrazia radicale dell'Ottocento ereditavano dalla democrazia giacobina, pur all'interno di un mutamento fondamentale di segno fortemente antindividualistico che li rese spesso inconsapevoli di quell'eredità. Il tramite principale che permette di collegare il fascismo al filone della democrazia radicale va individuato appunto nella tradizione mazziniana, intesa con riferimento non tanto all'ambito del repubblicanesimo italiano, e dunque agli eredi diretti e ortodossi del pensiero di Mazzini, bensì a un complesso di motivi e aspirazioni che avevano attraversato, quasi come un fiume carsico, alcune correnti di critica politica radicale sviluppatesi in Italia dall'unità al fascismo 33. Un po' tutto il sindacalismo rivoluzionario era stato permeato di motivi mazziniani, che certo avevano concorso alla sua evoluzione in senso «nazionale», tra guerra libica e guerra mondiale, e poi alla confluenza nel fascismo di vari suoi esponenti. Il produttivismo, l'accettazione della proprietà privata, l'enfasi sulla solidarietà nazionale, il ruolo delle élites rivoluzionarie rappresentavano altrettanti elementi, caratteristici sia del sindacalismo rivoluzionario sia della tradizione mazziniana, che poi si ritroveranno nel fascismo; lo stesso può dirsi dell'idea di rivoluzione come «riforma» o «rigenerazione» insieme politica e morale. Anche la concezione soreliana del mito ben si conciliava con la funzione che simboli e immagini avevano svolto nella religione politica di Mazzini 34. I sindacalisti, dunque, costituivano la componente fascista che più chiaramente si collegava all'eredità di Mazzini e di una democrazia irriducibile, fieramente avversa cioè al compromesso democratico-liberale: il sindacalismo – affermerà Sergio Panunzio – era stato «per buona parte [...] l'antidoto al parlamentarismo» 35. Ma lo stesso squadrismo, oltre a situarsi nella scia del volontarismo mazziniano e garibaldino, si presentava come portatore di un culto della nazione, di una concezione religiosa della politica, di un interclassismo che si collegavano appunto alla tradizione mazziniana 36. Concorrevano a stabilire un legame con quella tradizione anche i molti fascisti che provenivano dal composito mondo del sovversivismo repubblicano o da un ambiente familiare influenzato dal mazzinianesimo: si pensi — per citare i casi più noti — a Giuseppe Bottai, Italo Balbo e Dino Grandi, o a un giovane come Delio Cantimori, che — come abbiamo visto — considerò il fascismo quale artefice della rivoluzione «repubblicana, sindacale, nazionale, di Corridori e di Mazzini».
Il caso di Mussolini è, a questo proposito, abbastanza particolare. Mussolini, infatti, aveva conosciuto Mazzini tardi, soltanto durante la guerra 37. Eppure la sua posizione di socialista intransigente aveva risentito, benché inconsapevolmente, di suggestioni mazziniane: sia attraverso l'influenza che il sindacalismo rivoluzionario aveva avuto su di lui, sia — più in generale — per la sotterranea matrice mazziniana del socialismo italiano. Mi riferisco, a quest'ultimo proposito, alle va-lutazioni espresse anni fa da Roberto Vivarelli, il quale ha sottolineato come — al di là dei significativi legami riscontrabili sul piano dei contenuti politici, delle vicende organizzative e delle biografie di tanti esponenti socialisti — al mazzinianesimo vada ricondotta anche la particolare forma mentis intransigente che caratterizzò largamente il socialismo italiano (non escluso lo stesso riformismo) 38. Né forse va dimenticato che Mussolini, prima ancora di diventare una delle figure di maggior spicco del socialismo intransigente, aveva avuto qualche rapporto con l'avanguardismo intellettuale della «Voce» di Prezzolini, condividendone la «missione superba» di creare l'«anima italiana» 39: un intento, d'impronta mazziniana, che aveva caratterizzato il variegato mondo della cultura antigiolittiana, poi confluito in parte cospicua nel fascismo. È certo comunque che il distacco di Mussolini dal socialismo e gli esordi del fascismo si accompagnarono a un esplicito riferimento a Mazzini («Il Popolo d'Italia», del resto, riprendeva il nome di una vecchia testata mazziniana). Mazzini, infatti, era evocato in relazione a due temi fondamentali —quello «nazionale» e quello «sociale» — che sarebbero stati richiamati un'infinità di volte per tutto l'arco del regime.

Noi – scrisse Mussolini nel dicembre 1920 – lavoriamo alacremente per tradurre nei fatti quella che fu l'aspirazione di Giuseppe Mazzini: dare agli italiani il «concetto religioso della propria nazione».

Nella primavera dell'anno seguente il capo del fascismo affermò che

non ci può essere una grande nazione capace di grandezza attuale e potenziale se le masse lavoratrici sono costrette ad un regime di abbrutimento. E necessario quindi che attraverso ad una predicazione e ad una pratica che io chiamerei mazziniana, la quale concili e debba conciliare il diritto col dovere, è necessario che questa massa enorme di decine di milioni di gente che lavora, che questa enorme massa sia portata sempre più ad un livello superiore di vita 40.

Fin dall'inizio Mazzini occupò un posto chiave nella galleria fascista dei «precursori» e, più in generale, nella formazione dell'autocoscienza del nuovo regime. Il fascismo — pro- clamava nel 1925 il manifesto degli intellettuali scritto da Gentile — «ritorna alle idee politiche, morali e religiose che furono propugnate dal Mazzini». Nella teorizzazione genti-liana — senz'altro la più autorevole giustificazione ideologica del fascismo — il riferimento alla figura di Mazzini svolgeva, come si sa, un ruolo fondamentale 41. Ma in generale, implicito o esplicito che fosse, il richiamo alla tradizione mazziniana — a una tradizione, beninteso, dalla quale venivano espunti i motivi più autenticamente democratici e umanitari — si legava a molti dei tratti essenziali del discorso politico fascista: alla concezione «totalitaria» della politica e della vita, e all'idea del fascismo come «fede»; all'enfasi posta sull'educazione e sulla pedagogia di massa come strumenti per creare un «uomo nuovo», rigenerato anche moralmente; a tutta la tematica corporativa, come conciliazione di giustizia sociale e collaborazione tra le classi, e come possibilità di realizzare una «vera democrazia» fondata sulla partecipazione di tutti ad un fine collettivo. Alla tradizione mazziniana potevano collegarsi anche certi richiami alla missione «universalistica» del fascismo che, durante il secondo conflitto mondiale, sarebbero serviti a delineare una «nuova Europa» fascista da contrapporre, implicitamente, al nuovo ordine hitleriano. La stessa concezione della nazione fatta propria dal fascismo mostrava delle ascendenze mazziniane. Infatti, pur tenendo conto della presenza anche di componenti crudamente naturalistiche e del prevalere infine di concezioni razziste e antisemite, inizialmente l'idea di nazione prevalente in ambito fascista si qualificava per l'attiva volontà di appartenere alla nazione stessa come comunità viva, che continuamente si ricrea sulla base di fini condivisi: ciò che appunto era stato caratteristico del pensiero di Mazzini e in generale del nazionalismo democratico, in primo luogo francese. Soprattutto, il collegamento con la tradizione mazziniana permeò tutta la parabola del regime in relazione alla questione, davvero centrale, dell'integrazione delle masse, e dunque all'idea della rivoluzione fascista come rivoluzione insieme «nazionale» e «popolare». Questo carattere distintivo della «rivoluzione italiana» implicava necessariamente un legame con le correnti democratiche, e poi socialiste, intransigenti. Una parte del fascismo, infatti, intendeva riprendere la rivoluzione incompiuta di Mazzini, ma si considerava anche erede dell'opera di integrazione delle masse avviata dal socialismo italiano, presto interrotta per l'imborghesimento di quest'ultimo: fu proprio per reagire ad un socialismo divenuto «materialistico» e accomodante, scriveva Spampanato, che «se ne staccarono decise avanguardie che continuarono la loro azione socialista contro il socialismo» e diedero corpo al movimento fascista 42. La presenza, e per certi aspetti la centralità, del richiamo a Mazzini nell'identità fascista induce anche a considerare meglio alcuni elementi ideologici che più potrebbero sembrare legati a un profilo reazionario del fascismo, collocandoli più esattamente alla confluenza di tradizioni diverse. Mi limito a due esempi, significativi di come il collegamento con la tradizione mazziniana vada individuato non solo nei riferimenti espliciti, ma anche in certe movenze, in certe pieghe nascoste del discorso politico. Si prenda una affermazione di Mussolini in occasione della fondazione dei fasci di combattimento: «Noi siamo decisamente contro tutte le forme di dittatura [ ... ]; noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà e dell'intelligenza». E la si confronti con un famoso scritto di Mazzini in cui si affermava che il popolo, «solo padrone, solo sovrano, [...] non conosce caste o privilegi se non quelli del Genio e della Virtù» 43. La somiglianza esistente tra le due espressioni di per sé non implica che Mussolini si rifacesse direttamente a Mazzini. Ed è ovvio, altresì, che la frase citata va collegata anche a influenze culturali e politiche già presenti nel giovane Mussolini e nella sua «concezione profondamente 'aristocratica'» del socialismo 44; costituisce comunque una spia di come il fascismo si riallacciasse anche alla tradizione democratica radicale, che aveva sempre rivendicato il ruolo insostituibile delle minoranze virtuose e determinate.
Analogamente, nella Dottrina del fascismo, Mussolini affermava che «non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine». Parole, queste, che riecheggiano – questa volta, direi, intenzionalmente – una famosa sentenza di Mazzini («Il mondo ha sete in oggi, checché per altri si dica, d'autorità») e dunque invitano a considerare come allo stesso tema autoritario, così preponderante nel fascismo, non fosse estraneo un elemento di matrice democratica 45.

NOTE

1 Per l'espressione tra virgolette: A. Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano 1978, p. 130 (lettera di A. Bizzoni a F. Cavallotti del 1873).
2 S. Panunzio, La rappresentanza di classe (agosto 1919), in Sindacalisti italiani, a cura di R. Melis, G. Volpe editore, Roma 1964, pp. 284-285.
3 Cfr., su tali progetti, F. Perfetti, La Camera dei fasci e delle corporazioni, Bonacci, Roma 1991, pp. 16 sgg.; G. Gozzi, Modelli politici e questione sociale in Italia e in Germania fra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 262 sgg.; N. Antonetti, Gli invalidi della costituzione. Il Senato del Regno 1848-1924, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 230 sgg.
4 Cfr. J.L. Talmon, The Myth of the Nation and the Vision of Revolution. The Origins of Ideological Polarization in the Twentieth Century, Secker & Warburg-University of California Press, London-Berkeley-Los Angeles 1981, pp. 544-545.
5 G. Amendola, L'Italia sulla soglia del dopoguerra, discorso del 1° novembre 1919, in Id., Discorsi politici (1919-1925), Camera dei deputati, Roma 1968, pp. 4-5.
6 D. Grandi, Il mito sindacalista, in «La Libertà economica», 31 luglio 1920, poi in F. Perfetti, Il sindacalismo fascista, vol. I, Dalle origini alla vigilia dello Stato corporativo (1919-1930), Bonacci, Roma 1988, p. 195. Si tenga presente che per la cultura dell'epoca il riferimento a Rousseau oscillava tra due posizioni estreme: da un lato (ed è questo il caso del brano di Grandi citato) si vedeva in lui il teorico dell'individuo astratto, dall'altro il sostenitore dei diritti integrali della comunità politica.
7 Per una ricostruzione del dibattito, cfr. Perfetti, La Camera dei fasci e delle corporazioni cit.
8 Mussolini, vol. XXII, p. 109 (discorso del 7 aprile 1926) e, per la citazione precedente, vol. XVIII, p. 360 (Fiera di «demos», in «Il Popolo d'Italia», 19 agosto 1922).
9 B. Mussolini, La dottrina del fascismo, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1937, pp. 15-17.
10 P.G. Zunino, L'ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna 1985, p. 186. Sull'ideologia fascista come fusione di elementi appartenenti alla sinistra e alla destra vanno tenuti presenti, naturalmente, i lavori di Zeev Sternhell.
11 Mussolini, vol. XXII, p. 389 (discorso del 26 maggio 1927); per la citazione precedente, vol. XXI, pp. 442-443 (Celebrazione della vittoria, in «II Popolo d'Italia», 5 novembre 1925).
12 Epilogo del primo tempo, in «Critica fascista», 1° novembre 1925, p. 402.
13 G. Bottai, Regime rappresentativo, in «Gerarchia», marzo 1929, ora in Perfetti, Il sindacalismo fascista cit., p. 418.
14 B. Spampanato, Democrazia fascista, Edizioni di «Politica nuova», Roma 1933, p. 10. Per la citazione precedente, S. Panunzio, La fine del parlamentarismo e l'accentramento delle responsabilità, in «Gerarchia», aprile 1933, p. 301.
15 Per le espressioni citate: A. Volpicelli, Dal parlamentarismo al corporativismo. Polemizzando con H. Kelsen, in «Nuovi studi di diritto, economia e politica», marzo-aprile 1929, p. 265; R. De Mattei, La democrazia dal Risorgimento al Fascismo, in «Civiltà fascista», aprile 1937, p. 234.
16 Per una illustrazione delle radici ottocentesche del corporativismo fascista, in relazione alle discipline giuridico-politiche, cfr. L. Ornaghi, Stato e
corporazione, Giuffrè, Milano 1984. Qualche accenno a progetti di rappresentanza professionale formulati in ambito democratico-socialista fornisce F. Bracco, Democrazia diretta e democrazia rappresentativa nel dibattito tra democratici e socialisti in Francia 1850-1851, in «Annali della Facoltà di scienze politiche» dell'Università di Perugia, 1982-83, vol. II, pp. 579 sgg.
17 Mussolini, La dottrina del fascismo cit., p. 24; Bottai, Regime rappresentativo cit., p. 418.
18 G. Gentile, L'essenza del fascismo, in AA.VV., La civiltà fascista, Utet, Torino 1928; ora in Id., Politica e cultura, a cura di H. A. Cavallera, vol. 1, Le Lettere, Firenze 1990, p. 406.
19 Cfr. G. Pardini, Curzio Malaparte, Luni, Milano-Trento 1998, pp. 74, 86.
20 E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Mondadori, Milano 1932, pp. 124, 151.
21 Cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M.A. Ledeen, La-terza, Roma-Bari 1997, pp. 105-106; per la citazione precedente, Id., Fascismo, Luni, Milano-Trento 1999, pp. 91-92. In questa interpretazione, comunque, De Felice si discostava da Talmon su un punto di rilievo. Quest'ultimo, infatti, considerava fascismo e nazionalsocialismo come totalitarismi di destra e riferiva il concetto di democrazia totalitaria unicamente al filone del totalitarismo di sinistra.
22 Cfr. G.L. Mosse, Fascism and the French Revolution, in «Journal of Contemporary History», gennaio 1989, pp. 5-26 (salvo diversa indicazione le citazioni che seguono sono tratte da questo testo). Molte osservazioni sull'argomento già in Le origini culturali del Terzo Reicb, Il Saggiatore, Milano 1968 e La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1812-1933), Il Mulino, Bologna 1975.
23 Mosse, La nazionalizzazione delle masse cit., p. 10.
24 Mussolini, La dottrina del fascismo cit., pp. 19-20.
25 Mussolini, vol. XXVI, p. 95 (discorso del 14 novembre 1933); Epilogo del primo tempo cit., p. 402; Dal cittadino al produttore, in «Critica fascista», 15 aprile 1927, p. 141; G. Bottai, La Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Fascista, ivi, 1° dicembre 1930, pp. 441-445; Spampanato, Democrazia fascista cit., pp. 12, 132-133.
26 A. Pagano, Dalla Rivoluzione Francese alla Rivoluzione Fascista, in «Politica», 1928, n. LXXXII-III, pp. 215 e 210.
27 J.L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 116-117.
28 Il discorso è citato in A.O. Hirschman, Tre continenti. Economia, politica e sviluppo della democrazia in Europa, Stati Uniti e America Latina, a cura di L. Meldolesi, Einaudi, Torino 1990, p. 100.
29 F. Furet, Critica della Rivoluzione francese, Laterza Roma-Bari 1980,p. 43.
30 N. Bobbio, Liberalismo e democrazia, F. Angeli, Milano 1986, p. 26.
31 Per le citazioni: L. Chiarivi, Dittatura e democrazia, in «Critica fascista», 1° dicembre 1929, p. 452; A. Volpicelli, Dalla democrazia al corporativismo, in «Nuovi studi di diritto, economia e politica», gennaio-febbraio 1930, p. 20; G. A. Longo, La propaganda nello Stato moderno, in «Civiltà fascista», gennaio-febbraio 1941, p. 30.
32 Volt [V. Fini Ciotti], Le cinque anime del fascismo, in «Critica fascista», 15 febbraio 1925; ora in E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, La-terza, Roma-Bari 1975, p. 457.
33 Sulla tradizione mazziniana cfr. E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 3 sgg.; G. Belardelli, Una nazione «senza anima»: la critica democratica del Risorgimento, in Le due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell'Italia contemporanea, a cura di L. Di Nucci ed E. Galli della Loggia, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 41 sgg.
34 Cfr. al riguardo l'accenno a Mazzini di G. Sorel, Riflessioni sulla violenza, Rizzoli, Milano 1997, p. 157.
35 Panunzio, La fine del parlamentarismo e l'accentramento delle responsabilità cit., p. 298.
36 Cfr. E. Gentile, Storia del partito fascista 1919-1922. Movimento e milizia, Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 516-517.
37 R. De Felice, Mussolini il duce, vol. II, Lo Stato totalitario 1936-1940, Torino 1981, p. 287.
38 R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, vol. 11, Il Mulino, Bologna 1991, pp. 365 sgg., 396 sgg.
39 Cosi in una lettera a G. Prezzolini del 1° ottobre 1909, in Mussolini e «La Voce», a cura di E. Gentile, Sansoni, Firenze 1976, p. 43.
40 Mussolini, vol. XVI, p. 243 (discorso del 3 aprile 1921); per la citazione precedente, vol. XVI, p. 44 (Il «Popolo d'Italia» nel 1921, in «Il Popolo d'Italia», 7 dicembre 1920).
41 Cfr. R. Persici, Il Mazzini di Giovanni Gentile, in «Giornale critico della filosofia italiana», LXXVIII, 1999, pp. 117 sgg.
42 Spampanato, Democrazia fascista cit., pp. 30-31.
43 Mussolini, vol. XII, pp. 326-327; G. Mazzini, Fede e avvenire, in Scrit¬ti editi ed inediti, Galeati, Imola 1906 sgg., vol. VI, p. 347.
44 Mussolini, vol. 1, p. 70 (La crisi risolutiva, in «Avanguardia socialista», 9 settembre 1904).
45 Per le citazioni: Mussolini, La dottrina del fascismo cít., pp. 11, 13, 26; G. Mazzini, Pensieri sulla democrazia in Europa, in Scritti editi ed inediti cit., vol. XXXIV, p. 116.

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MessaggioInviato: Dom Mag 22, 2011 9:12 am    Oggetto:  
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Studio interessante.

Ma, anche studi di pregio come questo, sono continuamente viziati da un pregiudizio d'origine. La SMANIA di collocare PER FORZA il Fascismo a destra o a sinistra. Anche in molti passaggi di questo brano si OBBLIGA la categorizzazione del fascismo, assolutizzando, per esempio, il FATTO della Rivoluzione Francese come punto di criterio unico per stabilire la Modernità o meno di un pensiero politico. Infatti per accreditare un progetto politico come "moderno" c'è bisogno addirittura che si dica che anche la Destra "conservatrice e reazionaria", sposata da alcuni componenti del regime, era "figlia dell' '89", anche se ne riprendeva solo alcune componenti, assolutizzandole.

In realà questo assunto, ovvero la filiazione all' '89 della "Destra e della Sinistra", come del Parlamentarismo, è una chiara evidenza.

Ma da qui a dire che i fenomeni moderni dipendono dalla misura in cui "sviluppano" o "re-intepretano" questo "modello", ce ne corre. Infatti l'autore stesso dimostra, con buone argomentazioni, l' "alterità" del Fascismo, che dà proprie soluzioni ai problemi politici e sociali NON RIPRODUCIBILI in altri casi.

Il discorso di Bottai, come quello di Mussolini, che nella citazione sul suo Giudizio sulla Russia dice una cosa perfettamente ascrivibile anche alla Rivoluzione francese, ovvero che ..."In tutta la parte negativa ci somigliamo. Noi e i Russi siamo contro i liberali, i democratici, il parlamento"..., non è dunque un discorso meramente pedissequo alle posizione dell' 89 o del Collettivismo sovietico. Questo perchè la "parte negativa" è preceduta da una POSITIVA E PROPOSITIVA.E men che meno si può affermare che l' '89 sia un "ponte" per sommare tutte le esperienze politiche e statali che sono venute dopo. Vi sono delle nette filiazioni, innegabili. Ma vi sono anche delle revisioni (come il Fascismo), e vi sono delle radicalizzazioni (come il Marxismo).

La smania di mettere tutto sotto un unico "cappello", fa ignorare ciò che è stato eliminato dalle pur importanti citazioni alla dottrina fascista fatte dall'autore: la pretesa tenace di ALTERITA' fatta da Mussolini, rispetto alla "categoria sacramentale" della politica, questa sì scaturita dall' 89.

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MessaggioInviato: Dom Mag 22, 2011 11:31 am    Oggetto:  
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...concordo in pieno. E' evidente che, al di là dell'innegabile pregio di questo come di altri lavori storiografici ugualmente attuali di altri autori, e nonostante vengano pure ampiamente citati interi brani inerenti documenti che di fatto illustrano in modo evidente tanto i "legami" con la tradizione moderna quanto la precisa volontà di costituire una visione politica nuova ed alternativa ad essa, vi è comunque una incapacità congenita di buona parte del mondo accademico nostrano ad uscire dallo schema politico interpretativo che non può non ascrivere alla destra, al centro o alla sinistra tutti i fenomeni politici, nessuno escluso, anche quelli che palesemente ed a voce alta proclamano la loro alterità rispetto a certi schemi interpretativi che evidentemente non hanno più alcun legame concreto con la realtà politica che si sta analizzando. Ma i documenti prodotti dal Fascismo, come quelli che lo stesso Belardelli cita nello scritto riportato in precedenza, illustrano chiaramente di una realtà politica nuova, Rivoluzionaria, TOTALITARIA.
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