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Intervista a Vinciguerra sul neo-fascismo
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MessaggioInviato: Lun Feb 07, 2011 3:37 pm    Oggetto:  Intervista a Vinciguerra sul neo-fascismo
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Interessante intervista a Vicenzo Vinciguerra sul patume neo-fascista.

Alessandro Limido intervista Vincenzo Vinciguerra


INNANZITUTTO VORREI CHIEDERTI QUANTO È IMPORTANTE LA VERITÀ PER LE NUOVE GENERAZIONI ? RITIENI CHE “INCHIODARE I COLPEVOLI ALLE LORO RESPONSABILITÀ” POSSA SERVIRE PER COSTRUIRE IL FUTURO?
Tutti i Paesi nei quali lo scontro fra comunismo ed anticomunismo, o meglio ancora, fra gli Stati uniti e l'Unione sovietica, si è volto in scontro armato, in guerra civile, in repressione sanguinosa ed indiscriminata, si sono fatti i conti con il passato. Si sono fatti processi ai detentori del potere di allora, come in Cile ed in Argentina, ma soprattutto si è cercato di ristabilire su quanto era accaduto, anche a prescindere dalle conseguenze penali, la verità. Il solo Paese al mondo in cui, viceversa, il potere si regge sul sangue che ha versato, negando alla radice ogni verità, è l'Italia. La vera questione morale del Paese non è la corruzione, è la responsabilità di una classe politica intera che, per azione ed omissione, ha trasformato l'Italia in un campo di battaglia e si è incredibilmente posta come vittima, obiettivo, bersaglio di opposti "terrorismi" la cui genesi, ovviamente, non ha mai chiarito. Dal 1945 in avanti, in questo Paese, c'è stata una guerra civile strisciante fra comunisti, da un lato, ed anticomunisti, dall'altro che è costata centinaia e centinaia di morti, oggi debitamente cancellati dalla memoria. A partire dai primi degli anni Sessanta, però, per fronteggiare il tentativo di espansione sovietica, soprattutto nel mar Mediterraneo, è stata posta in atto una guerra "a bassa intensità" che aveva come obiettivo la neutralizzazione dei partiti comunisti occidentali più forti, quello italiano, il primo in assoluto, e quello francese. E' stata una guerra clandestina, non dichiarata, mai riconosciuta, che è stata coordinata, sotto il controllo politico, dalla Stato maggiore della Difesa. Una guerra di questo genere è affidata alle strutture segrete degli apparati militari, infatti scendono in campo i servizi di sicurezza militari e civili, i Sios delle varie Armi, la struttura occulta dell'Arma dei carabinieri, e quella dell' Alleanza atlantica, "Gladio", così chiamata in Italia. Non è vero che lo Stato, "democratico ed antifascista", sia stato attaccato da due lati, il "terrorismo nero", da una parte, e il "terrorismo rosso", dall'altra. Non è vero perché lo Stato ha sempre guidato, diretto, controllato, con pochissime eccezioni, i gruppi di destra che facevano capo, anche non ufficialmente, al Movimento sociale impegnati nel contrasto del comunismo e ha, poi, creato la sinistra extra-parlamentare di impronta filo-cinese per erodere consensi al Pci e farlo trovare fra due fuochi, come è difatti avvenuto poi con le Brigate rosse. Non ci sono opinioni od indizi a carico della responsabilità dello Stato e del regime: ci sono prove certe, documentate e documentabili in ogni sede. Pino Rauti e Ordine nuovo sono stati strumento dello Stato e del regime, con un capo che faceva il giornalista nel quotidiano democristiano "Il Tempo", che era un consulente del capo di Stato maggiore dell'Esercito e poi della Difesa, generale Giuseppe Aloja, che era in contatto diretto con il direttore del Sid, ammiraglio Eugenio Henke. Il Movimento sociale italiano è l'unico partito politico che ha annoverato fra i suoi parlamentari ben tre direttori dei servizi segreti: i generali Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Luigi Ramponi. Appare evidente che Pino Rauti ed Ordine nuovo non erano considerati "nazisti" dai vertici militari e politici italiani, e che il Movimento sociale non era visto come "alternativa al sistema". Questo per dire che la destra non ha mai combattuto contro lo Stato anticomunista per sconfiggere il comunismo (cosa che già è contraddittoria e grottesca), ma ha ritenuto di dover combattere il comunismo con lo Stato, con il regime politico che lo rappresentava e lo dirigeva, ritenendo che il suo impegno sarebbe stato infine riconosciuto e premiato con l'ingresso nella maggioranza di governo. Se a destra non c'è stato, pertanto, un "terrorismo nero" contro lo Stato ed il regime, a sinistra il "terrorismo rosso" è stato creato dallo Stato e dai suoi apparati strumentalizzando tanti compagni in buona fede che con il loro operato, culminato con il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, sono riusciti ad arrestare l'avanzata elettorale del Pci che, in Italia, durava dal 1946. Era questo quello che si voleva, ed è questo quello che lo Stato, ed il regime hanno ottenuto. Riconoscere l'esistenza di questa strategia, della "guerra a bassa intensità", della strumentalizzazione di migliaia di giovani di sinistra, dell'impiego nelle strutture clandestine dello Stato di migliaia di giovani di destra, è necessario per giungere alla definizione delle responsabilità di vertice e per chiamare i protagonisti, vivi o morti che siano, a rispondere del loro operato di ieri che si riflette in quello di oggi, perché non è con una classe politica che ha sparso sangue italiano che si potrà costruire un futuro. Per ottenere un ricambio della classe politica, serve la verità sul passato, la sola suscettibile di indurre questo popolo a cacciare questa gente dai loro posti. La verità sul passato è l'arma politica del presente, e può essere decisiva per scrollarci di dosso quasi 70 anni di servaggio nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale. La nostra libertà passa per l'affermazione della verità che inchioda la classe dirigente del Paese alle sue colpe.

CHE COSA È LA DESTRA E CHE COSA È LA SINISTRA? PERCHÉ IL FASCISMO STA A SINISTRA? O MEGLIO COME MAI NON STA A DESTRA?
Benito Mussolini, il 28 ottobre 1922, portò a Vittorio Emanuele III 1' "Italia proletaria e fascista", la camicia nera era mutuata da quella che gli zolfatari usavano nel lavoro, la guerra contro le potenze anglo-sassoni fu presentata come quella del "sangue contro l'oro", il 19 aprile 1945 il socialista Carlo Silvestri informava Lelio Basso che il Duce chiedeva al Partito socialista di accogliere i fascisti. La rivoluzione fascista si rappresentava come quella della sintesi: dopo la rivoluzione borghese del 1789, quella comunista del 1848, in antitesi fra loro, quella fascista del 28 ottobre chiudeva il ciclo delle rivoluzioni, conciliando il meglio di quanto avevano espresso le altre due e proiettandolo nel futuro dell' umanità. Rispetto per la proprietà privata, rifiuto del dominio di una classe sull'altra, pari dignità fra lavoro e capitale. Non avremmo mai dovuti essere chiamati a definirci di destra e di sinistra, perché il fascismo era andato oltre. Ma se dobbiamo adottare il linguaggio corrente, siamo a sinistra, mai a destra. A destra si colloca la borghesia("la borghesia - disse Mussolini negli ultimi giorni - è stata la rovina dell'Italia"), il capitale, le banche, la difesa dei privilegi acquisiti non per nobiltà ma per denaro, la conservazione ad ogni costo dello status quo, la diseguaglianza sociale prodotta dall'ingiusta ed iniqua distribuzione della ricchezza. Quando, dopo il 18 aprile 1948, i deputati missini si collocarono all'estrema destra dell'aula di Montecitorio, la base missina insorse e pretese spiegazioni. Almirante si giustificò dicendo che erano stati i comunisti ad occupare i posti all'estrema sinistra e che, di conseguenza, i missini non avevano potuto fare altro che sedersi al lato opposto. Non si può portare avanti la legge sulla socializzazione delle imprese, imporre il controllo dello Stato sulle aziende con più di 100 dipendenti, introdurre impiegati ed operai nei consigli di amministrazione perché lavoro e capitale devono stare sullo stesso piano e condividere le responsabilità e la gestione delle imprese, ed essere di destra che vuol dire capitalismo selvaggio, libero da ogni vincolo, insofferente ad ogni controllo, con il padrone che comanda e l'operaio che obbedisce, con una distribuzione della ricchezza basata sul salario ai dipendenti e i dividendi agli azionisti, mille lire a te e un miliardo a me. E' la destra che decreta la fine del fascismo. E' la grande industria che lavora per le potenze anglo-sassoni, che boicotta la produzione bellica; è il potere bancario che mantiene i contatti con gli alleati; sono gli aristocratici, i monarchici, i ricchi che temono che la sconfitta militare possa travolgerli a fare il 25 luglio. Dino Grandi, che ne fu, ufficialmente, l'artefice aveva due poli: la Chiesa e Casa Savoia. Nel dopoguerra, lo voleva il Partito liberale. La destra fu grata al fascismo perché riportò ordine nel Paese, bloccò l'avanzata socialista, aiutò la grande industria, ecc. ma, quando, il fascismo si schierò contro le potenze anglo-sassoni ne decretò la fine. La destra non ha Patria. E' nazionalista nella misura in cui guadagna. Non si può essere ideologicamente fascisti e proclamarsi di destra. Non si può essere storicamente fascisti e politicamente di destra. A destra, al massimo, si collocano i profittatori del fascismo, coloro cioè che durante il regime hanno tratto beneficio dall'ordine sociale, dalla sicurezza pubblica e dagli interventi statali a favore delle banche e dell'industria, e dopo il fascismo hanno strumentalizzato gli aderenti al Msi, tramite la disonestà dei capi, per farne carne da cannone ancora contro i comunisti.
Ma non credo che i profittatori del fascismo possano essere definiti fascisti.

PERCHÉ I MOVIMENTI DI ESTREMA DESTRA GUARDANO CON SIMPATIA GLI STATI UNITI, L' INGHILTERRA E ISRAELE?
Stati uniti, Gran Bretagna ed Israele rappresentano nell'immaginario dell'uomo di destra la forza vincente ed invincibile. A destra piace molto stare con i più forti, con chi vince, non importa come, non interessa perché combatte. La destra guarda con venerazione alle potenze anglo-sassoni e ad Israele che sono i padroni, quelli che comandano, che hanno i soldi e la forza. A destra, si dicono nazionalisti, ma in questo caso, se così fosse, dovrebbero assaltare tutti i giorni le ambasciate americana, britannica ed israeliana perché loro ci hanno tolto libertà, indipendenza e sovranità. Invece, sono sempre a lustrare scarpe americane, britanniche ed israeliane. I movimenti di destra non hanno ideologia, sanno essere contro coloro che, con motivazioni condivisibili o meno, sono contro lo status quo, l'ordine costituito, interno ed internazionale. Sono orgogliosi di essere i servi di padroni ricchi, potenti e furbi, perché come i lacchè di un tempo ostentano con fierezza la livrea di chi comanda ritenendosi partecipi del loro potere, non importa se con mansioni di stallieri. E' quella destra che i fascisti definivano di "congenita vigliaccheria" (lo ha scritto nel luglio del 1946 Pino Romualdi, prima di divenire anche lui un uomo di destra), che per istinto si colloca sempre dalla parte dei forti e mai dei deboli. Non c'è una spiegazione politica e tantomeno ideologica, perché le potenze anglo-sassoni, ed Israele incarnano tutto ciò che noi combattiamo. Appunto, noi, che non siamo di destra.

ALMIRANTE, BORGHESE E RAUTI? CHI SONO? COME MAI SONO NEMICI DEL FASCISMO?
Giorgio Almirante è l'unico dirigente di rilievo della destra a non essere mai stato processato per "collaborazionismo".Anzi, non è mai stato nemmeno ricercato con questa accusa. Il capo dell'ufficio stampa del ministero della Cultura popolare, a differenza delle dattilografe e delle cuoche alle mense militari, non è mai stato ritenuto dall'antifascismo trionfante degno di una denuncia, che era automatica per quanti avevano rivestito un qualsiasi ruolo nell'amministrazione pubblica della Rsi, un processo, un indizio di reato, una finta istruttoria. Nulla. Il 4 agosto 1945, il governo emise un decreto che contemplava, fra l'altro, l'impunità per coloro che, avendo aderito alla Rsi, avevano collaborato con il movimento partigiano, i servizi, alleati ecc. Almirante è il segretario di un partito politico che ha rivendicato l'eredità ideale della Rsi, ma nel 1973 alla carica di presidente del partito c'era l'antifascista e badogliano Alfredo Covelli, monarchico. Covelli era il segretario particolare del ministro Raffaele De Caro nel primo governo Badoglio. Poi, il Msi ha avuto anche 1' "onore" di avere come presidente Gino Birindelli, che dopo l'8 settembre 1943 si schierò con Badoglio. Sempre Almirante ha avuto l' “onore"di avere fra i suoi parlamentari Giovanni De Lorenzo , non solo ex direttore del Sifar ed ex comandante dell'Arma dei carabinieri, ma medaglia d'argento al V.M. della Resistenza. Almirante, è quello che, con Romualdi, Michelini ed altri, ha traghettato i reduci della Rsi dal fascismo alla destra, cioè sul lato opposto, ma sempre dichiarandosi fedele al Duce, erede e continuatore della Rsi. Insomma, il personaggio che ora viene rivalutato come il fondatore della "destra moderna", è stato una rotella dell'ingranaggio antifascista.
Junio Valerio Borghese. Il doppio gioco condotto durante la Rsi da Borghese è ampiamente documentato. Borghese che, fra l'altro, non si è mai dichiarato fascista, ha condotto una sua guerra personale destreggiandosi fra tedeschi, fascisti, anglo-americani, partigiani ecc. Il rapporto da lui stabilito con i servizi segreti americani, in particolare con James Jesus Angleton,è durato per tutto il dopoguerra. Era di casa all'ambasciata americana, con buona pace della leggenda sul "principe nero". Il ruolo avuto da Borghese nella storia più drammatica del Paese è ancora da scrivere, ma le prove a carico della sua attività ci sono già, copiose. Il "golpe" del 7-8 dicembre 1970, venne autorizzato dalla Casa Bianca; il governo che doveva nascere poteva contare già sul riconoscimento diplomatico di Grecia, Spagna ed Israele. Il "braccio operativo" di Borghese è stata Avanguardia nazionale, quindi non poteva essere quest'ultima che una forza al servizio dello Stato, perché Borghese era un anticomunista, politicamente conservatore, filo-americano ad oltranza, deciso a riportare l'ordine nel Paese, a stringere legami sempre più forti con gli Stati uniti tanto da aver programmato l'invio di militari italiani in Vietnam a fianco degli americani. Risulta da una lettera di Luigi Cavallo a Gianni Agnelli che proprio lui, insieme ad esponenti missini,avevano fornito una "squadretta" antisciopero alla Fiat. E dietro tutta l'operazione che parte nel febbraio del 1969 e culmina con la strage di piazza Fontana, c'è proprio Borghese ed il Fronte nazionale.
Pino Rauti. Non si è mai visto un "nazista" intruppato negli apparati militari e segreti di uno Stato antifascista. E' sufficiente scorrere la lista degli ordinovisti che hanno lavorato per il servizio segreto militare per comprendere che Pino Rauti è stato un esecutore di ordini statali, senza alcuna velleità rivoluzionaria, senza alcuna ideologia fascista, anche perché è evoliano, ed Evola non è mai stato fascista, non ha mai aderito alla Rsi e ha sempre ostentato disprezzo verso le idee sociali del fascismo da lui ritenute plebee e simili a quelle comuniste. Non si può essere evoliani e fascisti, così come non si può essere "nazisti" e, contestualmente, collaboratori dello Stato maggiore dell'Esercito nato dalla Resistenza.


L'ISLAM È IL NEMICO DEL FASCISMO?

L'Islam non può essere contro il fascismo perché non è un'ideologia, bensì una religione, verso la quale si può avere un giudizio negativo se cattolici, a prescindere dalle idee politiche e dalle ideologie. Però, l'Islam è anche una realtà politica che ha cercato nell'Italia fascista e nella Germania nazista i suoi naturali alleati contro la Gran Bretagna ed il sionismo. Se ci fosse stato, nel dopoguerra, un neofascismo questo avrebbe dovuto proseguire quella politica di sostegno all'azione araba contro Israele ed i suoi alleati. L'Islam, inoltre, è una forza anticapitalista. Il divieto di usura comporta, ad esempio, l'impossibilità per le loro banche di fare prestiti ad interessi, così che, difatti, le ricorrenti crisi che investono il mondo bancario e finanziario occidentale non toccano quello islamico che si basa sul principio della compartecipazione non dello strozzinaggio. Anche sotto questo profilo, oltre a quello storico e politico, chi si ritiene fascista dovrebbe schierarsi con gli arabi e mai con Israele. L'Islam, quindi, non è nemico del fascismo, ma eventualmente di quella destra che ha usurpato il nome del fascismo, che si è collocata a fianco d'Israele e ha lasciato alla sinistra lo spazio per creare una collaborazione con i movimenti palestinesi anti-sionisti, che sono stati sostenuti dall'Unione sovietica, e dai partiti comunisti da essa dipendenti per la semplice ragione che non hanno trovato altri alleati, non certo per affinità ideologica o scelta politica, bensì per uno stato di necessità. Non possiamo parlare genericamente di Islam, se ci manteniamo nel campo politico, l'unico dove possiamo intervenire facendo, oggi, i doverosi distinguo: la causa palestinese è nostra, la politica dell'Arabia saudita no di certo, e così via. Comunque, chi vuole schierarsi contro l'Islam in quanto religione, farebbe bene a ricordare che il nemico del cattolicesimo è 1'ebraismo.

PERCHÉ IL MOVIMENTO SOCIALE È NATO ALLA LUCE DEL GIORNO QUANDO I FASCISTI ANCORA VENIVANO AMMAZZATI E PERSEGUITATI?
Il Movimento sociale italiano nasce par due ragioni: la prima, è quella di creare un ponte fra i reduci della Rsi e quelli del Regno del sud per chiudere la frattura determinatasi all'interno delle Forze armate dopo 1'8 settembre 1943; la seconda, è quella di dirottare i reduci fascisti verso una formazione politica anti-comunista, evitando che possano confluire nel Pci e nel Psi, facendo leva non sulle idee ma sui sentimenti di odio, sacrosanto, nei confronti dei partigiani comunisti che tanti camerati avevano ucciso dopo il 25 aprile 1945. Il Msi nasce dallo sforzo congiunto di Vaticano, Confindustria e servizi segreti americani, prende il nome del Movimento sociale francese (Msf) che è una formazione che raggruppa principalmente ex reduci, e ne mutua anche il simbolo, una fiamma tricolore con i colori della bandiera francese. E' scontato che i servizi segreti americani non avrebbero mai potuto ricostituire una partito fascista e, tantomeno, avrebbero potuto porre a capo del Msi fascisti. Difatti, Arturo Michelini non ha mai aderito alla Rsi, Biagio Pace lavorava a Roma per la struttura clandestina dei carabinieri che operava contro i tedeschi ed i fascisti; Pino Romualdi doveva la sua vita ai servizi segreti americani ed italiani con i quali era in contatto prima della conclusione della guerra; Almirante, come già detto, non è mai stato nemmeno indagato per "collaborazionismo", e così via. Il Msi nasce, quindi, per sottrarre i reduci fascisti al Pci impegnato a recuperarli e a portarli con sé e ricomporre la frattura interna alle Forze armate. L'obiettivo del Msi non è, di conseguenza, quello di radunare i fascisti per tentare una rivincita sull'anti-fascismo, ma quella di porre i fascisti al servizio dell'anticomunismo clericale, finanziario, industriale, politico che, però, era anche e soprattutto antifascista.

PERCHÉ I MEMBRI DELLE FORZE DELL'ORDINE SI DICHIARANO FASCISTI?
Non ci sono mai stati fascisti nelle forze di polizia e, soprattutto, nell'Arma dei carabinieri, ma solo persone che hanno visto nel Msi una forza d'ordine che li sosteneva politicamente e si schierava puntualmente al loro fianco, in ogni occasione. Il Msi e,via via, le altre organizzazioni di destra erano un punto di riferimento politico per gli appartenenti alle forze di polizia, quali esse fossero. Non c'è campagna a favore delle forze di polizia, per l'inasprimento delle pene, per il ripristino della pena di morte, per provvedimenti di confino ecc. che non abbia visto in prima fila il Msi. Non c'è traccia di recriminazione o di condanna dell'operato della polizia e dei carabinieri, quand'anche hanno sparato sulle piazze contro operai, contadini e studenti. A parte questo, c'è da considerare che fu proprio all'Arma dei carabinieri che venne demandato il compito di inserire in una propria struttura clandestina quanti fra reduci della Rsi ed i militanti del Msi erano disposti ad impegnarsi contro i comunisti, anche con le armi, inquadrati nell'Arma. Anche il ministero degli Interni ha creato una struttura occulta che aveva le stesse finalità e comprendeva militanti del Msi e di altre organizzazioni di destra. Così che, da un lato, c'era la propaganda a favore delle "forze dell'ordine", dall'altro, il riconoscimento di essere sulla stessa barricata anticomunista con funzioni informative e, se necessario, operative. Nel tempo si è, quindi, creato una rapporto simbiotico fra forze di polizia e militanti di destra che, però, non è motivato sotto il profilo ideologico dalla reciproca adesione al fascismo, ma semplicemente dall'avversione verso il comunismo che è una caratteristica comune a forze che vanno dai socialisti ai democristiani, dai radicali ai monarchici, dai liberali ai repubblicani e così via. L'equazione anticomunismo=fascismo è falsa.

FINI È RITENUTO DA MOLTI UN TRADITORE PER AVER RINNEGATO IL SUO PASSATO. SECONDO TE PERCHÉ NON È COSÌ?
Gianfranco Fini si è iscritto al Msi nel 1969 dopo aver visto, come lui stesso ha dichiarato, il film "I berretti verdi" sul Vietnam, contestato dai compagni. Il personaggio, quindi, non ha mai dato una giustificazione ideologica alla sua adesione al Msi, anche se successivamente si è sprecato in saluti romani e riferimenti al fascismo fino a sostenere la nascita del "fascismo del 2000", nulla ha mai fatto in concreto che possa essere definito, anche in senso lato, fascista. Si può tradire un'idea quando la si ha, ma Fini ha sempre avuto il solo obiettivo di fare politica, grazie alla protezione di Giorgio Almirante, di destra ed ha utilizzato, come il suo maestro, il fascismo solo per raccogliere voti e le adesioni dei giovani. Fini, e con lui i La Russa e tanti altri, nel 1994 hanno solo gettato la maschera, hanno cioè ritenuto che non gli conveniva più, sul piano umano e politico, fingere di essere ciò che non sono mai stati, cioè fascisti, e di restare alla luce del sole per quelli che erano, gente di destra, tutti Papa, Questura e Confindustria. Per questa ragione non considero Fini un "traditore", ma qualcosa di peggio, se possibile, uno sciacallo che ha sfruttato i morti della Rsi e del dopoguerra per i fini politici che con il fascismo nulla hanno mai avuto a che fare.

COME MAI I MEMBRI PIÙ DURI DELLE FRANGE RIVOLUZIONARIE O PRESUNTE TALI DEGLI ANNI DI PIOMBO, NONOSTANTE GLI SVARIATI ERGASTOLI AI QUALI ERANO STATI CONDANNATI HANNO SCONTATO MOLTI MENO ANNI DI QUELLI CHE LA GENTE SI ASPETTASSE? NON ESISTE LA CERTEZZA DELLA PENA? LO STATO È COMPLICE DEI TERRORISTI?
C'è una leggenda che bisogna smentire, se si vuole la verità. La persecuzione giudiziaria nei confronti dei presunti fascisti italiani. E' vero, tanti sono transitati nei Tribunali e negli istituti di pena, perché l'impegno politico di allora questo comportava. Ma, per comprendere la realtà bisognava vedere le condanne non relative ai fatti specifici (bombe,omicidi, sparatorie, ferimenti ecc.) ma a quelli che sono considerati i "reati"associativi. Vedremo, quindi, che lo Stato ha comminato condanne a 30 anni di carcere o poco meno, ai compagni: da Curcio a Franceschini, a Ferrari, alla Vianale (25 anni) e così via, nessuno dei quali è mai stato condannato per un fatto specifico, solo per associazione sovversiva e banda armata. Ferrari ha scontato 30 anni di carcere, la Vianale 20, Curcio 17 e così via. A destra, le condanne per "reati" associativi sono state 2 anni a Stefano Delle Chiaie, per Avanguardia nazionale; 3 anni a Clemente Graziani, per Ordine nuovo; sui 5 anni (non lo so con certezza)per Fiore, Adinolfi ed altri, incastrati dalle dichiarazioni accusatorie di Valerio Fioravanti. Non c'è raffronto fra la durezza utilizzata dallo Stato contro i compagni e la mano leggerissima usata per quelli di destra. Murelli ha avuto, per l'omicidio di un agente di Ps, una condanna notevolmente inferiore a quella comminata a Maria Pia Vianale per associazione, senza morti né feriti. In tutti gli ambienti, anche quelli politici, in certi frangenti compaiono individui che possono essere considerati psicopatici, che hanno cioè il piacere di uccidere. Questi "killer", temibili quando hanno un mitra in mano per sparare su gente disarmata, non hanno motivazioni valide per affrontare il carcere, tanto più quando esso è a vita. C'è stata da parte di costoro la corsa alla dissociazione, alla dichiarazione di ravvedimento, alla richiesta di fare del bene per rimediare al male fatto, ecc. ecc. In questo modo hanno dato ai Tribunali di sorveglianza la possibilità di concedergli i benefici di legge. I due Fioravanti sono un caso a parte, perché per concedere loro la libertà condizionale il Tribunale di sorveglianza di Roma si è spinto a ritenere sincero il loro ravvedimento per la strage di Bologna. I due, difatti, hanno chiesto perdono anche per quella ed hanno esibito la lettera del cugino di uno dei morti del 2 agosto 1980 che glielo concede. II Tribunale di sorveglianza, però, sa bene che i due si proclamano innocenti, quindi o è una finta questa affermazione di innocenza o è uno squallido espediente la richiesta di perdono, in ogni caso non potevano avere la liberazione condizionale. C'è solo da chiedersi quali "meriti" ancora segreti possono vantare i due per permettersi di aver addirittura scontato la pena con 6-7 ergastoli a testa e 96 morti, mentre altri, che di morti ne hanno tre (vedi Concutelli) sono ancora in semi-libertà pur avendo scontato molti più anni di loro. Non esiste la certezza della pena: basta battersi il petto, mettersi in ginocchio, recitare il "mea culpa" e arriva una pedata liberatoria. Un ex ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, ha parlato di una struttura segreta del ministero di cui faceva parte Mario Tuti; un altro ex ministro degli Interni, Francesco Cossiga, in una intervista del 2009, ha chiesto il condono per i soli militanti di sinistra perché "rivoluzionari", non esteso a quelli di destra perché "mascalzoni". Più chiaro di così.

E' POSSIBILE SOSTENERE CHE L'ESTREMA DESTRA UCCIDEVA PER CONTO DELLO STATO? ANCHE LE FORZE EXTRAPARLAMENTARI, NAR, ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE NE SONO IN QUALCHE MODO COINVOLTE?
Nel 1947, lo Stato ha creato un apparato paramilitare in funzione anticomunista nel quale ha inglobato moltissimi reduci della Rsi e, via via, nel tempo militanti del Msi, Avanguardia nazionale, Ordine nuovo ecc., con la consapevolezza e la complicità dei capi di queste organizzazioni. Non c'è operazione "sporca" nella quale non compaiono elementi di destra di questo o di quel gruppo, così come non c'è episodio in cui non facciano la loro apparizione depistatori e protettori appartenenti alle forze di sicurezza ed alla magistratura. Non si tratta di casi sporadici e circoscritti nel tempo perché, come abbiamo visto, questa protezione di Stato è ancora in vigore come nel caso dei Fioravanti. O si aderisce alla propaganda del regime e della sinistra con esso connivente che i "terroristi neri" erano protetti (ed oggi?) da ufficiali infedeli, funzionari collusi, magistrati fascisti, ecc. o si conviene, anche constatando che tutti i presunti "infedeli" e "collusi" hanno fatto carriera, che lo Stato ed il regime politico ha protetto i propri uomini anche per evitare che parlando scoprissero la strategia ed il suo doppio gioco. Finita la guerra civile fra fascisti ed antifascisti, è iniziata quella fra comunisti ed anticomunisti. I neofascisti o presunti tali hanno partecipato attivamente inquadrati nello schieramento predisposto dalla Stato, fianco a fianco con i reparti addetti alla conduzione della "guerra a bassa intensità" e sotto la loro direzione. Il "terrorismo nero" è un'invenzione propagandistica che serve al regime per negare le sue responsabilità e coprire la verità che, se affermata, ne segnerebbe la rovina. Coloro che si proclamano, oggi, ex "terroristi neri" continuano a lavorare e a proteggere lo Stato, perché anche per costoro la verità sarebbe un suicidio umano e politico. Fra mezzo secolo, la verità si saprà tutta o quasi, ma già oggi ci sono le prove per portare alla sbarra, idealmente e politicamente, lo Stato, il regime ed i suoi fantocci di destra e di sinistra perché rispondano di anni di sangue e di lutti, sparsi in nome dell'anticomunismo e, contestualmente, dell'antifascismo perché il primo doveva essere sconfitto e il secondo non doveva più risorgere.
Fonte:http://www.marilenagrill.org/Lintervista.htm
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MessaggioInviato: Lun Feb 07, 2011 4:21 pm    Oggetto:  
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Estremamente interessante ed illuminante.
Come già avevamo accennato è ancora più significativo considerando chi sia l'intervistato...
Merita un inserimento nel post sul MSI.

Mi viene da ridere, a questi dovrebbero ispirarsi i babbei del "terzo millennio". Sono la degna continuazione dei babbei del secondo millennio: servi dei servi degli amerikani (a partire da sua Emittenza "duce duce").

Questo video si si bene nello spiegare la questione:

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MessaggioInviato: Mar Feb 08, 2011 9:36 pm    Oggetto:  
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Stupendo , da far leggere ai bimbominkia e a tutti quelli che si dichiarano storicamente fascisti e politicamente di estrema destra...una sola parola ridicoli
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MessaggioInviato: Mer Feb 09, 2011 5:32 pm    Oggetto:  
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L'unico "appunto" su questa disamina ineccepibile, che del resto conferma quello che andiamo mostrando coi fatti da anni, è il dover cedere alle convenzioni.

E' vero che specifica che il Fascismo non è inseribile nelle convenzioni di destra e sinistra. Ma poi dice che se proprio si deve va messo a sinistra. Il che è anche giusto, ma è una sinistra che deve essere definita assolutamente originale e non assimilabile! Altrimenti ci togliamo dai giochi politici di una parte per andare nell'altra e rimanere invischiati nel medesimo risultato?

Bisogna respingere le strumentalizzazioni di ogni parte!

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Mer Feb 09, 2011 7:36 pm    Oggetto:  
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Destra e Sinistra sono terminologie vuote, appartenenti al vecchio mondo liberal-democratico, che il Fascismo ha seppelito con la sua Dottrina Totalitaria.
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Maurizio83
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MessaggioInviato: Dom Feb 13, 2011 2:24 am    Oggetto:  
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Nè destra nè sinistra, siamo fascisti!
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"O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea o l'asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l'Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana! B. Mussolini
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Feb 26, 2011 12:56 pm    Oggetto:  
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Ecco un'altra intervista molto, molto, interessante sulla "strategia della tensione", le complicità della destra-radicale fintofascista e le responsabilità della repubblica delle banane pseudo-italiana antifascista...meditate cittadini fascisti !!


FONTE :  

Questo è il testo dell’intervista videoregistrata a Vincenzo Vinciguerra realizzata nel carcere di Opera l’8 luglio 2000. All’inizio della conversazione, Vinciguerra denunciò casi di censura e manipolazione della sua corrispondenza. Poi parlò della convivenza in carcere con Gilberto Cavallini, condannato insieme a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, per banda armata finalizzata alla strage del 2 agosto 1980. Le interruzioni, contrassegnate dal termine “stacco”, indicano sospensioni dell’intervista dovute a interventi degli agenti di custodia che, in un caso, si sono fatti consegnare una delle due videocamere utilizzate per la registrazione.


D: Allora io volevo chiedere a Vincenzo Vinciguerra: che cos’è una strage e a che cosa serve?



V: La strage è un mezzo che il potere utilizza per creare uno stato di allarme tra la popolazione ed eventualmente poter intervenire per poter rassicurare questa stessa popolazione. Perché è un evento traumatico che ha interesse a determinare solo chi detiene il potere, perché solo chi detiene il potere può padroneggiare gli eventi successivi. Quindi la strage è un mezzo di prevaricazione del potere sulla popolazione



D: Per la giustizia italiana anche quella di Peteano, da lei confessata, fu una strage però lei non ha mai ammesso questa definizione. Lei ha tenuto a distinguere la sua opera, la sua azione, da tutto il resto, da tutto quello che noi chiamiamo strategia della tensione



V: Ecco, allora c’è una precisazione da fare. L’attentato di Peteano non ha le connotazione della strage. E’ strage sul piano giuridico. Cioè sulla base degli articoli del codice penale può essere, viene definita strage. Perché il numero dei morti poteva essere indeterminato. Cioè invece di tre carabinieri ne potevo uccidere cinque, sei sette. Però non è strage, nel senso che l’attentato di Peteano colpisce per la prima e unica volta un apparato militare dello Stato. In un posto solitario, dove viene esclusa la possibilità di colpire i civili e ha una finalizzazione esclusivamente di opposizione al regime, cioè non si colpisce l’apparato militare del regime per dare la possibilità al regime di sfruttare quest’attentato. Ha avuto, come era nelle mie intenzioni, implicazioni politiche pesantissime. Perché anche se sono state sottaciute, negli ultimi anni, di fronte alla Commissione stragi, Francesco Cossiga ha dovuto ammettere che dopo l’attentato di Peteano iniziò il percorso di divaricazione tra l’Arma dei carabinieri e il Sid da un lato, e la destra dall’altro. Cioè l’arma dei carabinieri pur tacendo, occultando le prove, depistando le indagini, insieme ad altri apparati dello Stato (Ministero dell’interno, Guardia di Finanza) prese atto che dall’estrema destra gli era venuto un attacco di quella gravità. E cominciò a prendere le distanze, a staccare dall’estrema destra. Quindi definire l’attentato di Peteano una strage, si confondono un po’ le idee alle persone nel senso addirittura di far credere che l’attentato di Peteano avesse le stesse finalità della strage di Piazza Fontana delle strage di Bologna, della strage dell’Italicus. Esattamente l’opposto.



M: Certo



V: E una precisazione personale: non ho confessato. Mi sono assunto la responsabilità (dell’attentato ndr). Che è una cosa ben diversa. Una confessione implica un atto di resa allo Stato. Io non mi sono arreso allo Stato. Nel senso che praticamente imputo allo Stato una responsabilità nel terrorismo, una responsabilità nello stragismo, continuo ad affermarlo pagando un prezzo elevatissimo all’interno del carcere



D: Anche di questo le volevo parlare. Lei sta sta scontando un ergastolo. Non ha mai fatto appello contro la sentenza?



V: No. Le dirò di più. Che quest’ergastolo qui l’ho preso contro lo Stato, perché la difesa dell’arma dei carabinieri e quella del Sid è stata quella di affermare che la responsabilità effettiva era di sette goriziani e che in pratica io ero un mitomane. Quindi quando ho obbligato la magistratura, di fronte all’evidenza di ciò che affermavo, a credermi, mi sono guadagnato sul campo una condanna all’ergastolo contro il quale, ovviamente, non ho proposto appello, perché sul banco degli imputati io ci ho portato lo Stato. Non c’ero io. Non mi ritenevo imputato. Perciò si è visto, credo per la prima volta, e anche l’ultima, un imputato che ha dovuto lottare contro tutti per affermare la propria responsabilità, quando mi bastava tacere per essere pacificamente assolto la volontà dell’arma dei carabinieri in primo luogo. L’arma dei carabinieri aveva tutte le ragioni per salvaguardare i proprio ufficiali la propria immagine e la strategia che aveva seguito.



D: La sua è una storia di una grande disillusione. Mi sembra di poter sintetizzarla così, naturalmente lei se vuole mi correggerà. Come è cominciata questa disillusione. Io so che un punto di partenza è costituito da delle richieste che le vennero fatte. Ricordo un verbale del 1985 in cui lei spiega che le chiesero di attentare la vita di un uomo politico molto importante, Mariano Rumor, già presiedente del consiglio e lei capì che c’era qualcosa che non funzionava.



V: Sì. Questo avvenne nel luglio del 1971.



D: In che organizzazione militava allora?



V: In Ordine nuovo. Mi chiesero Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, mi chiesero e lo chiesero per tre volte nel luglio ’71, nel novembre del 71 e nel marzo ’72, mi chiesero di attentare, di uccidere Mariano Rumor. Attentare è un termine improprio. Di uccidere Mariano Rumor nella sua abitazione, ovviamente avevano tutte quante le indicazioni e il Maggi mi disse, evidentemente pensando che mi avrebbe invogliato a partecipare, che non avrei avuto problemi con la scorta. Francamente io, fino al 1971, mi ritenevo facente parte di un’organizzazione di opposizione allo Stato. Non dico rivoluzionaria in senso classico, ma comunque di opposizione se non altro perché eravamo legati ad un passato. Ad un passato politico, militare, ideologico, che peraltro si era concluso nel 1945, per noi non dico che potesse essere mai restaurato, per carità, ma comunque ci ritenevamo vincolati a difendere il residuo di una certa immagine onorevole. Quando un dirigente di questa organizzazione rivoluzionaria mi propone di uccidere un ex Ministro dell’Interno, ex presidente del Consiglio, cioè un personaggio di primissimo piano della vita politica italiana, con l’aiuto della scorta, mi fa intendere che ci sono contatti ad altissimo livello fra la polizia, il Ministero degli interno i suoi apparati di sicurezza e queste persone di Ordine Nuovo. Il dubbio comincia da quel momento in poi. La connessione con la strage Piazza Fontana, che non è mai stata purtroppo affermata in sede giudiziaria, ma poi parleremo anche dell’opera della magistratura italiana, se lei…



D: Certo…



V: è data dal fatto che la proposta viene fatta a fine luglio del ’71 quando Freda viene scarcerato il 12 luglio del ‘71; viene reiterata nel novembre del ’71 quando Freda è stato arrestato a novembre ’71. Quindi pochi giorni prima, pochi giorni dopo…



D: Quindi c’è un legame…



V: Esatto, c’è un legame E viene rifatta per la terza volta nell’imminenza dell’arresto di Pino Rauti, nel marzo del 1972, fine febbraio, inizio di marzo del 1972



D: Quindi c’è un collegamento diretto tra questa richiesta che le fanno di attentare…



V: e la strage di Piazza Fontana. Cioè si voleva eliminare evidentemente un personaggio politico che in un certo qual modo era compromesso con la strage. Non dico che Mariano Rumor abbia detto “fatemi la strage”; ma certamente queste persone, da Mariano Rumor, attendevano una protezione che è venuta a mancare.



M: Infatti si parlò di un piano di emergenza che avrebbe dovuto scattare e che invece non scattò…



V: infatti questo è stato anche un momento del contenzioso che c’è stato l’altro giorno qui a Milano al processo per la strage di piazza di Fontana, che era un’operazione politico-militare, che inizia nel febbraio del 1969 e si conclude nel dicembre del ’69 e sulla quale sono sempre state fatte indagini molto lacunose.



M:Cosa manca alla verità su quell’episodio?



V: Alla verità manca la ricostruzione di quello che è accaduto all’interno dello Stato. Manca ad esempio, ed è clamoroso per tante cose, il fatto che non si sia mai parlato del Fronte nazionale. Che non era soltanto destra. Quando si parla del coinvolgimento di Mario Merlino e di Avanguardia nazionale nella strage di Piazza Fontana… per 30 anni ci si è dimenticati che Avanguardia nazionale nel 1969 era la struttura clandestina del Fronte nazionale. Quindi quando si parla del coinvolgimento di Delle Chiaie e dei suoi amici nella strage di Piazza Fontana, bisogna parlare del coinvolgimento del Fronte nazionale, o meglio del principe Junio Valerio Borghese e dei suoi militanti, dei dirigenti del Fronte Nazionale che ripeto, non era soltanto estrema destra, perché il Fronte nazionale aveva riferimenti anche di centro e il principe Borghese era personaggio di ben altra levatura di Stefano Delle Chiaie o Pino Rauti. Con aderenze internazionali di altissimo livello anche nell’ambiente dei servizi segreti come James Jesus Angleton (esponente della Cia ndr) o, in Italia, con Umberto Federico D’Amato. In pratica per 30 anni si è ristretto il campo delle indagini a un gruppo di estrema destra che ufficialmente non esisteva in quel periodo, perché questo la magistratura lo sa: AN si scioglie ufficialmente nel 1965 e si ricompone, come gruppo, nel 1970. Proprio perché, in parte infiltra i suoi aderenti e i suoi militanti in altre organizzazioni compresa l’estrema sinistra



D: L’operazione Merlino…



V: e in parte diviene la struttura clandestina del Fronte nazionale che si forma nel 1968 e che in quel momento è appoggiato da tutti, compreso Ordine Nuovo. Giulio Maceratini era l’agente di collegamento tra Pino Rauti, Ordine nuovo e il Fronte nazionale…



D: Giulio Maceratini, in gioventù, non mi ricordo bene il nome di un’organizzazione, ma viene fuori da atti della commissione stragi…



V: Lui aveva fatto parte di Gioventù mediterranea…



D: Gioventù mediterranea e aveva stabilito un legame con Avanguardia Giovanile che, se non sbaglio, è l’embrione di AN…



V: Ma Giulio Maceratini, come Pino Rauti, è stato sempre al centro di vicende oscure si è parlato di lui, anche in un rapporto del Sid, per quanto riguarda i Nuclei di difesa dello Stato. E’ stato indicato anche lui, come Pino Rauti, come fonte del Sid. Era in quel momento, nel 1968-69, l’elemento di raccordo tra Ordine nuovo e il Fronte nazionale. Quindi, in 30 anni di indagini, il fatto che non siano stati mai stati ipotizzati legami tra il FN e la strage di Piazza Fontana – l’operazione politico-militare la definisco io –



D: E quindi il cosiddetto tentativo di golpe Borghese…



V: che va dal febbraio del 1969 al dicembre del ‘69 è qualcosa di veramente paradossale. Perché il famoso golpe Borghese non nasce nel 1970; nasce proprio dal fallimento dell’operazione politico-militare alla quale aveva contribuito, concorso, partecipato il Fronte nazionale in cui la figura carismatica di Borghese poteva garantire molto, ma molto meglio dei Delle Chiaie e dei Rauti, le coperture a livello politico nazionale ed internazionale



D: Quali erano i riferimenti di centro del principe Borghese?



V: Ma guardi… risulta anche agli atti ufficiali che furono molti gli uomini politici che si riferivano al principe Borghese; uomini che facevano parte del Partito liberale, del Movimento sociale, della Dc, del Partito socialdemocratico, qualcuno addirittura del Partito socialista perché aveva militato nella X mas durante la Rsi e anche se dopo aveva aderito a un partito di sinistra aveva mantenuto un rapporto di stima con il comandante Borghese. Quindi era un uomo che aveva tutte queste possibilità, tanto che forse non si è letto bene il programma che aveva fatto il comandante Borghese nell’imminenza del golpe del 1970, dell’8 dicembre…



M: E’ utile rileggerlo?



V: E’ molto utile rileggerlo perché Borghese dice “non saranno fatte leggi speciali. Chiediamo il rispetto delle leggi vigenti”. E fa un riferimento a uomini politici che possono dare alla nazione la possibilità di riprendersi, di sventare il pericolo comunista, ma non fa nessun riferimento a gente di estrema destra e tantomeno ideologicamente fascista. Anzi: dice di persone che sono conosciute per le garanzie che possono offrire. Conosciute. E non poteva certo riferirsi a un Remo Orlandini, a un maggiore De Rosa, a gente che nessuno francamente conosceva. Si riferiva a uomini politici che un domani potevano rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che l’Italia non sarebbe divenuta una dittatura militare. Quindi uomini politici appartenenti all’antidestra. Io ricordo Borghese quando rideva sul fatto che gli Orlandini, i Rosa, i De Rosa, i Saccucci, gli altri, pensavano di essere loro i componenti del governo del Fronte nazionale una volta fatto il colpo di Stato. Rideva perché ovviamente i componenti del governo del FN sarebbero stati ben altri, di ben altra levatura.



D: Senta. Riprendo un domando che le aveva fatto prima e che secondo me può aiutare a capire chi è Vincenzo Vinciguerra. Lei sta scontando un ergastolo, dopo questa assunzione di responsabilità, pur avendo dato un contributo da molti giudicato rilevante da quasi tutti i magistrati che si sono occupati di queste cose, alla ricostruzione di quasi vent’anni di storia. Lei non ha mai chiesto nulla. Non solo si è assunto delle responsabilità, ma non ha mai chiesto benefici di nessun genere. Ecco, la cosa che le volevo chiedere è questa qua: lei ha mai pensato che dopo il carcere per lei possa esserci altro?



V: Io non ho mai ragionato in termini di dopo carcere. Io ragiono solo in termini di carcere.



D: Perché?



V: Perché ritengo che lo Stato, nonostante i cambiamenti che ci sono stati a livello politico, rimane sempre quello, non si è modificato. E’ un’esperienza che vivo ogni giorno all’interno del carcere, quando io vedo la mia corrispondenza violata, vedo le provocazioni, squallide direi, dei secondini italiani, specialmente in questo carcere di Opera, posso contrapporre la mia condizione con quella di un condannato per banda armata finalizzata alla strage come Gilberto Cavallini, che scrive poesie a Gesù, che ha fatto lo scopino. Tutte note di merito, ma che definiscono bene il personaggio. Oggi è permessante (ha il permesso di uscire dal carcere ndr) e tra poco, buon per lui, sarà semilibero…



D: C’è già chi è semilibero pur avendo condanne definitive per la strage di Bologna…



V: Come Fioravanti. Come Fioravanti e la Mambro. Perché questo non è più uno stato laico, è uno stato confessionale. In uno stato laico la condanna si espia. Se un uomo è pentito sinceramente questo gli frutterà un premio in paradiso, se ci crede, ma non può essere uno stato laico a concedere benefici sulla base del pentimento. Ma questa, diciamo, è un’annotazione…



D: Ma loro (Fioravanti e Mambro ndr) apparentemente non si sono mai pentiti di nulla



V: Ma infatti, oltretutto a me consta che gli altri (detenuti ndr) non hanno i benefici perché non accettano la condanna passata in giudicato. Poiché si proclamano innocenti il tribunale di sorveglianza nega i benefici di legge quando la persona non dimostra il ravvedimento. Colgo l’anomalia della concessione dei benefici di legge a persone condannate per la strage di Bologna che continuano a proclamarsi apertamente innocenti sostenuti da uno schieramento politico-giornalistico trasversale. Non c’è soltanto il Movimento sociale italiano, quello che oggi si chiama Alleanza Nazionale, a sostenerlo, ma c’è uno schieramento molto più ampio. Sia sul piano politico-giornalistico che ha affermato un’innocenza che io attendo ancora che qualcuno si decida a provare



D: Anche noi



V: Io ora sono convinto della colpevolezza e lo dico proprio pacificamente…



M: Lei ha elementi che possono gettare un’ulteriore luce su quello che è stata la strage alla stazione di Bologna?



V: Ma io credo che gli elementi che possono gettare luce sulla strage di Bologna siano quelle indagini che devono essere fatte sui collegamenti tra questi (intende Fioravanti e Mambro ndr) e il nucleo stragista veneto e certi apparti dello Stato nazionali e internazionali che sono stati sempre alle spalle del nucleo stragista veneto. Perché le stragi in Italia hanno un’altra chiave di lettura. La strage apertamente rivendicata, lo stragismo come arma di lotta politica viene indicata apertamente dal neofascismo mi ha suggerito, e in questi ultimi tempi ho trovato un riscontro, che c’era una logica di odio nei confronti dell’ideologia fascista. Praticamente se qualcuno poteva guardare con occhi più sereni all’esperienza fascista, è chiaro che il coinvolgimento nello stragismo gli ha fatto passare la voglia. E il fatto che dietro allo stragismo italiano, agli stragisti italiani si profili l’ombra del Mossad (il servizio segreto israeliano ndr) getta un luce abbastanza significativa sull’aperta rivendicazione dello stragismo come arma di lotta politica da parte di presunti neofasciti. Che il Mossad in Italia abbia inteso, con i paesi che hanno partecipato alla secondo guerra mondiale… abbia avuto mano libera per reprimere definitivamente i conati di antisemitismo, o prevedere l’insorgere di fenomeni di antisemitismo, io questo lo comprendo. Francamente comprendo un po’ meno che come arma di discredito dell’ideologia fascista e nazista sia stata usata la strage. Fra le altre cose. Quindi c’è una pluralità di fili per le stragi



M: Devo dire che mi è difficile pensare che chi vuole contrastare l’antisemitismo si spinga fino ad appoggiare gruppi che praticano lo stragismo



V: No. Carlo Maria Maggi è stato ufficialmente un nazista. Che sua moglie, in realtà, sia un’ebrea figlia di un esponente della comunità ebraica di Venezia, è venuto alla luce recentemente. Che ci fossero stati contatti con i servizi segreti israeliani è venuto fuori recentemente. In termini ideologici si è sempre parlato di questi personaggi, che pure erano conosciuti in questa veste, come persone che si rifacevano all’ideologia fascista e in certi casi, come Giulio Maceratini e compagni, all’ideologia nazista. Di conseguenza è una digressione strategica, questo il termine tecnico, che ha permesso a costoro di avere mano libera per qualsiasi gioco.



(STACCO)



D: Stiamo di nuovo registrando… Eravamo arrivati…



V: Il discorso dei servizi segreti israeliani che non meraviglia che abbiano strumentalizzato elementi di estrema destra, cioè utilizzato personaggi che in realtà stavano dalla loro parte, ma ufficialmente si presentavano come fascisti, come nazisti, per raggiungere dei fini legittimi, i fini che può perseguire uno stato. E’ una logica di difesa, che dopo gli avvenimenti della seconda guerra mondiale ritengo legittimi. Evidentemente non posso giudicare legittimi i mezzi.



D: No. Questo è un discorso, quello che lei fa è un’ipotesi interessante, ma…



V: E’ un’ipotesi che naturalmente è ancora tutta da verificare. Emerge, è cominciata ad emergere dalla lettura di atti, dalla scoperta già comunque molto recente dei rapporti fra personaggi notoriamente e pubblicamente nazisti…



D: e antisemiti…



V: Nazisti vuol dire anche antisemiti. Pino Rauti pubblicava le edizioni di Ordine Nuovo quindi Pino Rauti ha diffuso i libri di Paul Racinier in Italia, un (?) che sarebbe la prima opera storica revisionista sui campi di concentramento tedeschi, “Il dramma degli ebrei”, sempre di Paul Racinier. Io ho sempre notato come la comunità ebraica di Roma…



D: Come si chiama scusi l’autore?



V: Paul Racinier. Come la comunità ebraica Roma non abbia mai attaccato Rauti per il suo antisemitismo. Le comunità ebraiche sono molto sensibili a quelle che sono le esigenze dei servizi segreti israeliani. Quindi ON si è presentato come un’organizzazione nazista, antisemita, conservando e coltivando però in estrema segretezza rapporti anche con i servizi segreti israeliani. Non soltanto con i servizi segreti occidentali, italiani, Nato e americani. E questo è un particolare, secondo me, sul quale bisognerebbe soffermare un po’ di più la propria attenzione, anche per quanto riguarda la strage di Bologna.



D: Perché?



V: …che ha costituito un forte diversivo all’abbattimento dell’aereo di Ustica, del Dc9 a Ustica. Il fatto che si sia attivato un gruppo stragista italiano, dimostra comunque che Ustica rientrava non in un incidente aereo in una logica che ancora oggi non è stata ben definita, ma che in quel caso ci fu un’operazione politica, un’operazione militare, un’operazione di disinformazione portata avanti dai nostri servizi e dai servizi internazionali.



D: E quindi dare il via libera a gruppi stragisti italiani poteva essere il tentativo di coprire le loro responsabilità?



V: Non ai gruppi stragisti. Al gruppo stragista ancora operante. Cioè il gruppo stragista veneto. Al quale in quel momento facevano capo, perché avevano bisogno di un appoggio logistico, i Fioravanti, i Cavallini, i loro amici.



D: Lei si costituì nel ’79.



V: Il 12 settembre del 1979.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Sab Feb 26, 2011 12:58 pm    Oggetto:  
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M: Che cosa la spinse a costituirsi in quel momento?



V: Presi le distanze da AN. Non si può fare la latitanza senza denaro. Non si può fare la latitanza senza appoggi. Potevo scegliere la strada che hanno seguito altri, di trovare altri appoggi, magari in Argentina presso i servizi segreti. Diventare cittadino argentino collaborando coi servizi segreti argentini. Potevo anche scegliere la strada della malavita. Però non sono portato né a fare il collaboratore dei servizi segreti, né a fare il delinquente. Quindi per ritrovare la mia libertà avevo soltanto una scelta. Che era quella di costituirmi. E questo ho fatto.



D: Lei in AN entra durante la latitanza in Spagna.



V: Entro in AN nell’aprile-maggio del 1974.



D: Nel ’74 Poi? C’è anche un’evoluzione, mi sembra, di AN, che alla fine, da alcuni accenni che io ho trovato in alcune sue dichiarazioni, non la convince. Lei fa riferimento a qualcosa che Adriano Tilgher, che era il capo facente funzione di AN, le avrebbe taciuto, in quel periodo Io mi sono portato… se vuole ho anche la…



V: No. Credo di capire a cosa si riferisce. Adriano Tilgher… Io rientro dall’Argentina in Europa nel febbraio del 1979. Veramente la mia intenzione era di andare in Iran, tramite, diciamo, un mio conoscente, non un amico, volevo seguire da vicino gli eventi iraniani per una mia curiosità



D: Era in corso la rivoluzione?



V: C’era in corso la rivoluzione. Invece a Parigi incontro Stefano Delle Chiaie. Torno in Francia e incontro Stefano Delle Chiaie. La situazione in Italia mi appariva come disastrosa e mi chiede di andare a parlare lui personalmente con Tilgher, cosa che faccio. E trovo Tilgher che era reticente, ambiguo, mi dice a un certo punto che non c’è nessuna possibilità di agire, che non si può fare assolutamente niente e questo a me risulta che non è affatto vero, anche perché An in quel momento lì, proprio Adriano Tilgher personalmente, era, aveva molta influenza su Terza Posizione tramite un elemento che era di AN e che comunque figurava dirigente di Terza Posizione…



M: Possiamo dire il nome, Giuseppe Dimitri



V: Esatto, Giuseppe Dimitri. Quindi mi ha mentito. E il discorso di Giuseppe Dimitri e di Terza Posizione è particolarmente significativo, anche questo è un elemento che purtroppo è stato sottovalutato in ambito giudiziario, perché ancora una volta rende il rapporto con il ministero dell’interno tramite un personaggio di ON ampiamente citato, l’unico per il quale la magistratura ha trovato che, nella lista degli omonini di Gladio la data di nascita corrisponde alla sua, per cui omonimo non era, apparteneva alla struttura Gladio (Vinciguerra si riferisce a Enzo Maria Dantini, esperto di esplosivi ndr). Costui procura a quelli di Terza Posizione, partecipa personalmente all’incontro Giuseppe Dimitri, un incontro con i capi, i vertici dei Montoneros. Con Eduardo Firmenich (capo dei Montoneros, peronisti di sinistra passati alla lotta armata dopo il golpe che aveva deposto Peron). Addirittura (Dantini) chiede a queste persone di andarci armati, per fare da scorta in quanto Firmenich è stato qui in Italia per essere ricevuto dal presidente del Consiglio e sotto la tutela del ministero dell’interno. Quindi i ragazzi si incontrano Eduardo Firmenich …con i vertici dei Montoneros, senza che questo trapeli, si incontrano armati sotto gli occhi del Ministero dell’interno senza che questo trapeli all’esterno. Elemento di raccordo: un appartenente alla struttura Gladio, Enzo Maria Dantini. Ma il discorso Argentina è significativo e emblematico perché Firmenich ha a sua volta in Argentina un elemento del servizio segreto militare. La connessione Italia-Argentina è che anche lì abbiamo una presenza massiccia dei servizi segreti israeliani. L’Argentina è una nazione molto sensibile. In Argentina c’è effettivamente un problema antisemita a livello popolare che almeno in quegli anni era preoccupante, oggi non lo so più. Ma in quegli anni era a livello della Germania del 1933-34 cioè il fruttivendolo, il commerciante, il barbiere, l’odio nei confronti degli ebrei era totale, assoluto. Quindi il problema antisemita in Argentina era molto pressante. Nel 1969 nascono questi Montoneros, uccidendo, e qui possiamo rifarci al caso Moro, un presidente, un ex presidente dell’Argentina: il generale Aramburu. Però uno dei loro capi, anzi il massimo dei loro capi, il massimo dirigente, Firmenich è uno dei servizi segreti militari. Quindi anche i Montoneros si palesano come una digressione strategica e facevano riferimento anche all’ammiraglio Massera, iscritto alla loggia P2, e con l’ammiraglio Massera loro si incontrano a Parigi. Prima di venire in Italia Firmenich incontra all’ambasciata argentina a Parigi l’ammiraglio Massera e questo costa la vita una donna. Perché questa donna per sua sfortuna riconosce Firmenich e altri Montoneros durante il colloquio con l’ammiraglio Massera. Non le danno nemmeno il tempo di andare a casa: quando lei torna a Buenos Aires, la sequestrano all’aeroporto di Lisbona e la uccidono.



D: Per vivere in Argentina, all’epoca bisognava in qualche modo vendersi ai servizi argentini. Avere rapporti con loro. Lei ha scelto di non averli. C’è chi però in Argentina c’è rimasto a lungo, mi riferisco a Stefano Delle Chiaie, non voglio girare intorno al problema…



V: Le dico subito quale era la nostra posizione in Cile prima, in Argentina poi, come anche in Spagna. Una delle caratteristiche di questi gruppi, di cui appunto ho fatto parte anch’io, era quello di avere rapporti istituzionali con gli stati esteri. A me non risultavano rapporti con i servizi segreti italiani, ma negli stati esteri anticomunisti, Spagna, Portogallo, Cile, Argentina, questi rapporti erano palesi. Palesi ovviamente per noi. Quindi anche in Argentina, come già in Cile, dove ero io il responsabile per i collegamenti con gli ufficiali della Dina. Il capitano Ciminelli dirigeva l’ufficio di guerra psicologica, non mi sono mai occupato delle faccende interne del Cile, non ho mai preso parte per carità a nessuna operazione di repressione all’interno del Cile. Come del resto anche in Argentina. Anche in Argentina avevamo rapporti diretti con un ufficiale dei servizi segreti. Perché c’era un discorso di anticomunismo che ci legava. Ora è evidente che questo rapporto ci garantiva la possibilità di restare ospiti in questi paesi senza averci problemi con le autorità di polizia. Nel caso ci fosse (stato) qualche incidente, qualche cosa, gli apparati di sicurezza sarebbero intervenuti e questo naturalmente ci garantiva la possibilità di continuare a restare. Allora è evidente che quando io abbandono l’Argentina, abbandono anche tutto questo, abbandono questa sicurezza. Posso anche restare a titolo personale, gli interlocutori ce li ho, però ovviamente non lo voglio fare. Per altri il discorso è diverso.

Il problema vero è che in Argentina io venni cercato dalle autorità, dalla squadra speciale dell’ammiraglio Massera.



D: E scritto in “Ergastolo per la libertà”, ricordo…



V: Quella che poi riuscimmo a identificare come la squadra speciale dell’ammiraglio Massera. Nel momento in cui, per un gioco politico, c’è lo scontro all’interno del Msi fra Destra nazionale e Giorgio Almirante, si tirò fuori l’attentato di Peteano. Quando il piduista generale Giuseppe Santovito mandò alle varie polizie la nota informativa in cui diceva che l’autore della telefonata era in Argentina e mise in moto l’inchiesta giudiziaria. Nello stesso periodo, in Argentina, io ero sotto il controllo della squadra speciale dell’ammiraglio Massera.



D: Quindi era funzionale ad una vicenda politica italiana il suo pedinamento?



V: Mi tenevano sotto osservazione, nell’eventualità di un arresto, che però non era finalizzato a una mia condanna, perché naturalmente si basavano sul fatto che come tutti avrei respinto ogni addebito e poi sarei uscito pienamente assolto con formula ampia, o almeno per insufficienza di prove.



D: Quindi non cercavano la verità?



V: No, era finalizzato solo al mio arresto. Il problema è che io vivevo con Stefano Delle Chiaie, con Maurizio Giorgi, con Augusto Cauchi ai quali non si è mai interessato nessuno. Quindi questi sapevano della nostra presenza, sapevano dove abitavamo. Lo sapeva anche l’Fbi.



D: Attraverso Townley?



V: No, attraverso questo ufficiale (Ciminelli ndr). Townley perfino ci mandò i saluti attraverso i camerati italiani che stavano a Buenos Aires…



D: Towley era un agente della Cia, lo ricordiamo…



V: No, era un agente della Dina. La Cia l’aveva rifiutato. Poi si era rifugiato in Cile ed era diventato il killer, lui e la moglie erano diventati i killer della Dina. Hanno fatto un telefilm, uno sceneggiato, “una tranquilla coppia di killer”. Queste due persone, marito e moglie estremamente affiatati, per carità non voglio essere accusato di antisemitismo, anche la moglie di Towley (?) esibiva la sua stella di David. Per carità… Guardi che la presenza del Mossad è stata sempre sottovaluta… E’ stata sempre sottovalutata. Però tralasciamo ora l’argomento. Parliamo di Dina, parliamo di Cia…



D: Torniamo in Italia. Lei si presentò ferito, se non ricordo male?



V: No, non è vero. Ebbi un banale incidente con la bicicletta. Erano anni che non andavo in biciclettaa e mi fratturai un polso. Quindi, sotto falso nome andai in ospedale, mi ricomposero la frattura, quando mi costituii, non era ancora una guarigione completa, da qui il discorso che ero ferito: non era una guarigione completa. Io, quando mi costituii, parlai l’ultima volta con Adriano Tilger



M: E cosa le disse?



V: Bè, in un primo tempo cercò di convincermi a non farlo, poi ripiegò prudentemente sul fatto che era meglio che lo facessi a Firenze e non a Roma. Poi capì che mi sarei costituito a Roma e così ho fatto. Quindi non ci fu in quel momento nessun episodio strano, nessun episodio misterioso



D: Lei sa, sicuramente sa, che nel periodo in cui, diciamo a ridosso della sua riapparizione dalla latitanza, si svolge una riunione a cui partecipa senz’altro Giuseppe Dimitri, sembra partecipi lo stesso Stefano Delle Chiaie, nello studio di un avvocato romano, in cui vengono gettate le basi di una nuova strategia di An. Le chiedo: fu questa strategia, che comportava l’utilizzazione di gruppi spontaneisti in stretto contatto, attraverso Dimitri, con lo stesso Tilgher, ad allontanarla da An in quel momento?



V: No, guardi, in quel momento An non aveva una strategia propria. Perché in quei mesi io ero stato in Italia proprio con Stefano Delle Chiaie perché dopo il mio rientro, successivamente, giunse in Italia Stefano Delle Chiaie. E quindi facemmo la latitanza, o meglio la clandestinità, insieme a Roma. Al momento An non aveva una strategia. Era alla ricerca di una strategia. Almeno in apparenza, perché appunto il sospetto è che ci fossero personaggi come Tilger che in realtà facevano un doppio gioco: cioè, da un lato facevano apparire che come An non c’era più nulla di dire, più nulla da fare; dall’altro avevano, tramite il Dimitri ed altri personaggi, la possibilità di continuare una loro attività politica che non ci coinvolgeva tutti. Questa fu, diciamo, un po’ la frattura. C’era un qualcosa che non quadrava. Queste organizzazioni spontaneiste, io su questo punto voglio essere perentorio: il neofascismo non ha mai avuto gruppi spontaneisti, tutti hanno fatto riferimento al Msi. La strategia del “marciare divisi, per colpire uniti” è una strategia molto vecchia che il Msi ha sempre perseguito al massimo livello. Mi riferisco in modo particolare a Giorgio Almirante, che è stato veramente l’anima oscura, l’anima torbida del neofascismo italiano. Torbida come passato, torbida come comportamenti. Quindi questo neofascismo, che erano principalmente azioni di organizzazioni ), che però guarda caso fanno sempre riferimento al Msi, e, guarda caso, in tutte le aule di giustizia, ancora oggi, tutti gli imputati sono sempre rappresentati da avvocati del Msi, compresi anche i parlamentari del Msi, e poi i (vari) Fioravanti hanno il supporto politico e giornalistico del Msi. Perché ovviamente la chioccia non abbandona i pulcini, se i pulcini hanno salvaguardato l’immagine della chioccia. Cioè hanno escluso la possibilità che il Msi potesse in qualche modo essere coinvolto. Le pagine oscure del neofascismo italiano….



M: Nel ’94 ci fu una battuta di Francesca Mambro, proprio nel momento in cui il Polo andava al Governo. Disse: “Noi siamo in galera, voi siete al Governo”. Una constatazione apparentemente banale, forse non era così banale?…



V: Non era così banale, perché guardi io le posso dire una cosa. Ci fu periodo in cui An venne indicata come un’organizzazione stragista. Cosa che parzialmente è vera. Sono gli anni in cui venne ucciso Carmine Palladino, a Novara. Pierluigi Concutelli anch’egli oggi beneficato dallo Stato, eliminò un testimone fondamentale per la strage di Piazza Fontana. Perché Carmine Palladino è un uomo che ha sempre saputo la storia di Piazza Fontana e non soltanto quella. E fu l’unico che, avendo avuto un qualche segno di cedimento, venne assegnato dal Ministero di Grazia e Giustizia al carcere di Novara dove, dopo una settimana, venne eliminato da Concutelli e dai suoi amici: la condanna parla solo di Concutelli, ma io ho conosciuto personalmente Carmine Palladino, Concutelli da solo non lo ammazzava di sicuro. Ci sono altri 9 beneficati perché in 9 l’hanno ammazzato. Ed è perlomeno strano che questo sia avvenuto; perché Carmine Palladino e Pierluigi Concutelli si conoscevano bene, erano stati insieme a Roma, quando Concutelli era stato latitante nel ’75 aveva partecipato al sequestro Mariani e sapeva molte cose di me. Difatti non lo (Palladino ndr) uccisero il giorno dopo. Ci pensarono una settimana. Poi evidentemente esigenze di carattere superiore, di modo (il timore ndr) cioè che questo cedimento minimo che aveva avuto a Bologna potesse portare a un processo, a un crollo successivo, li portò all’eliminazione di un testimone fondamentale per piazza Fontana e non soltanto per piazza Fontana.



D: Anche per altre stragi?



V: Il Palladino era uno degli elementi più fidati di Stefano Delle Chiaie, quindi conosceva moltissime cose. E non si è mai parlato di vendetta nei confronti di Pierluigi Concutelli. Come del resto io mi premurai di informare, quando Stefano Delle Chiaie tornò in Italia, dissi “Guarda, sta attento che ci sono persone dell’ambiente vorrebbero farti del male”. Non è vero. Neanche Delle Chiaie ha mai avuto problemi. Perché è chiaro: se la centrale organizzativa è unica, a livello terminale giungono gli ordini di non fare assolutamente niente. Esaurita la fase in cui strumentalmente An è stata indicata come organizzazione stragista, tutto è rientrato nella normalità e gli ammazzasette, i killer, oggi convivono tutti quanti assieme.



D: Le leggo un articolo del Resto del Carlino del 5 giugno scorso (2000) in cui si racconta di una riunione in cui la destra, che una volta era costituita da uomini di AN, ON (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo), si ritrovano tutti intorno a discutere di una possibile alternativa alla destra ufficiale costituita da Alleanza Nazionale. Qui pare che la parte del leone la faccia Adriano Tilgher, che dice di aver fondato un’organizzazione che, guarda caso si chiama Fronte nazionale, a cui probabilmente Rauti intende partecipare, aderire, ci sono prospettive di fusione. Alla riunione, racconta il giornalista, partecipa anche Delle Chiaie che però se ne sta in disparte, e dice “se dovessi intervenire cercherei di riportare il dibattito alla realtà”. Che riflessioni le suggerisce il fatto che si torni a fare politica tranquillamente dopo anni piuttosto duri, pesanti…?



V: Direi che per questo persone non sono stati anni duri e pesanti. Queste persone sono passate indenni attraverso tutte le indagini giudiziarie. Proprio perché, e qui poniamo un attimo l’accento su una verità che viene affermata quotidianamente e io ho smentito l’altro ieri in aula, per Milano e la ripeto pure qua. La magistratura non è in grado di trovare la verità, perché la magistratura tende a circoscrivere al verità agli autori materiali, e al massimo agli organizzatori degli attentati e delle stragi. Quindi già dà per scontato che non potrà mai trovare le prove processualmente valide per portare sul banco degli imputati i mandanti. E allora questa verità che la magistratura afferma è sempre una verità, nel migliore dei casi, dimezzata limitata, circoscritta, questo consente ai mandanti politici, ai mandanti morali, agli organizzatori, di conservare comunque la propria immunità. Queste non sono inchieste che si possono affidare soltanto alla magistratura. Anche il magistrato più onesto, e qualcuno c’è, tanti nego che lo siano, ma qualcuno onesto c’è, non potrà mai raggiungere una verità sullo stragismo, perché il meccanismo processuale è tale che per lui il teste fondamentale non è chi gli spiega la logica politica delle stragi, gli dà la chiave di lettura dello stragismo. E’ quello che dice che ha visto tizio salire sulla macchina targata così, di questo colore, che portava una valigia… quello diventa il teste fondamentale. Ma quando noi abbiamo questo teste fondamentale che indica uno o qualcuno degli autori materiali, abbiamo una parte minima della verità.



D: E come si può arrivare a una verità più consistente?



V: C’è stato un partito, che è il PCI, che ha preso molti voti negli anni ’70 nella sua battaglia per la verità sulle stragi, sul terrorismo, ma arrivato al governo ha fatto esattamente come la Dc. Ha taciuto, ha coperto i servizi segreti, non ha aperto gli archivi. Quando hanno detto che li hanno aperti, li avevano già fatti svuotare prima. E soprattutto è mancato a un appuntamento al quale rimprovero anche le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, di cui io sento sempre parlare, lamentele, sui servizi segreti…



D: Quale appuntamento?



V: La chiave, una delle chiavi per arrivare alla verità è stata proposta nel 1994 dal giudice Salvini, era l’inserimento nel codice penale del reato di depistaggio, con condanne che potevano arrivare sino ad otto anni senza estinzione del reato. Questo era lo strumento per obbligare funzionari, ufficiali, sottufficiali, confidenti dei servizi segreti a dire la verità su ciò che sapevano. Dopo l’iniziale ondata di congratulazioni e di complimenti, dopo l’impegno assunto di portare avanti in Parlamento questo discorso, tutti hanno taciuto, del reato di depistaggio non s’è parlato più. Ora è evidente che persone, ufficiali che oggi corrono il rischio solo di vedersi prosciogliere per prescrizione di reato, quale interesse hanno a rispondere alla magistratura. Nessuno. Quando è stata tolta, negata l’arma che poteva indurli a parlare, perché c’era il rischio concreto di una condanna penale, non dico del carcere, ma di una condanna penale, perdere il grado, perdere la pensione, come si fa ad affermare che si vuole la verità?



D: Lei sa che c’è stata una lunga battaglia fatta dall’associazione famigliari delle vittime della strage di Bologna per l’abolizione del segreto di Stato. Battaglia che continua, sta andando avanti, loro insistono molto perché questo segreto venga in qualche modo limitato e comunque escluso per quanto riguarda i reati di strage.



V: Guardi che il segreto di stato oggi è una cosa che non serve più a nessuno. Io le faccio un esempio che riguarda proprio l’indagine a Bologna. Quando io faccio con il dott. Zincani e il giudice istruttore Castaldo, Segio Castaldo, un interrogatorio in cui fornisco una lista, parziale, di 12 collaboratori per le stragi, ci metto Signorelli, Maggi, e altri personaggi, in quei giorni il Sid, il Sismi, risulta aver distrutto centinaia di documenti. Sapevano del mio interrogatorio, sapevano tutto perché sanno sempre tutto. Hano distrutto centinaio di documenti. Quale segreto di stato si può opporre su documenti che non esistono più?Quando anni dopo, dieci anni, hanno scoperto che hanno distrutto dei documenti, come sono stati chiamati a rispondere l’ammiraglio Martini e i suoi colleghi? Quindi attenzione a quelli che possono essere i falsi obiettivi. Ecco allora che l’ammiraglio Martini e i suoi colleghi invece, con la possibilità di una condanna fino a 8 anni per depistaggio, forse qualcosa si sarebbero ridotti a dire. Forse avrebbero detto anche che cosa avevano distrutto. Non dico tutto, ma almeno in parte. Ma non c’è un solo mezzo di pressione su costoro. Perché è stato negato. E’ stato assunto impegno, mi pare proprio di ricordare che venne assunto il 2 agosto 1994 a Bologna, in piazza, di portare avanti il reato di depistaggio e il suo inserimento del codice penale.



M: E’ uno degli obiettivi dell’Associazione…



V: Non se n’è più parlato. Il segreto di stato si può opporre quando i documenti ancora esistono. Non quando sono stati distrutti.



M: Faccio un passo indietro. Le leggo alcune deposizioni fatte da lei, che costituiscono in pratica una progressione. Il 18/10/’87 dice: “potrei andare oltre nel fornire un contributo di verità sull’Italicus, e più in generale sulla vicenda delle stragi solo se avessi la prova certa di una compromissione del Delle Chiaie con ambienti dei servizi italiani”.

Nel ’90, il 9/11 del ’90, lei dice “Sentito in merito ai rapporti con Stefano Delle Chiaie dico che Stefano è fuori, nel senso che non è in carcere, perché l’ho difeso io. Ora in me non ha più un difensore, ma nemmeno lo accuso”.

Siamo al 13/10/’92: “tratte le mie conclusioni finali sulla consapevolezza con la quale An ha lavorato nell’ottica della guerra politica anticomunista in collaborazione con apparati dello stato, non ho avuto difficoltà a eliminare alcuni punti dell’azione di Avanguardia anche su un piano giudiziario, pur mantenendomi entro limiti da sempre definiti fino a determinare provvedimenti di carattere repressivo indiscriminato”.

Ecco, le volevo chiedere: la sua posizione nei confronti di Delle Chiaie, il leader di AN, è cambiata. Da una situazione di totale fiducia, si è arrivati ad una situazione di progressiva sfiducia, tanto che poi in certi interrogatori, in una lettera importante che lei gli scrive dice: “io non penso che tu sei coinvolto nelle stragi, o almeno in certe stragi”, ed è una frase che lei conferma davanti al giudice dicendo “ero perfettamente consapevole di quello che stavo dicendo”.



V: Sì, è esatto…



D: Ecco, me lo può spiegare?



V: Ma, io ho parlato in sede giudiziaria del coinvolgimento di An nella strage di Piazza Fontana, ad esempio. Ho preso ampiamente atto che Delle Chiaie è stato assolto con formula ampia. Ho preso atto che nessun altro di AN, al di fuori di Mario Merlino, è mai stato coinvolto nelle indagini di piazza Fontana. Ci sono cose che sul piano giudiziario è semplicemente superfluo dire. Quindi la magistratura che chiede, in realtà non ha un titolo per chiedere. Non ha autorità morale per chiedere….



D: E un giornalista che glielo chiede?



V: Si può parlare su un piano politico. Sul piano giornalistico lascia un po’ il tempo che trova, sembra che uno voglia sfuggire dalle sue responsabilità, perché dopo le dichiarazioni fatte a un giornalista, se si presenta un magistrato, io almeno sento l’obbligo e il dovere di confermare a verbale. Ma per cosa? Perché sa che con sentenze passate in giudicato, Delle Chiaie come Freda… Perché questo è un paese in cui chi è stato assolto per strage, anche se poi sono giunte le prove della sua colpevolezza, le prove che c’erano prima, continua a camminare libero per le strade, continua ad essere intervistato, continua ad avere buona stampa, come se nulla fosse accaduto. Questo è un paese in cui nessuno ha posto la questione morale, di chi ha partecipato alla strage di piazza Fontana e se ne sta tranquillo a casa sua, anzi continua a svolgere attività politica. Io non ricordo di aver letto che in parlamento qualcuno ha detto: “ma che stiamo facendo?”



D: Neanch’io l’ho sentito, devo dire…



V: Rendiamoci conto della drammaticità della situazione

FINE

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MessaggioInviato: Gio Mag 09, 2013 5:32 pm    Oggetto:  
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...nel giorno in cui la casta dei politicanti democratici pseudo-italiani in modo ipocrita strumentalizza il ricordo delle vittime del cosiddetto "terrorismo", tutte cagionate in realtà dalla condotta criminale della stessa repubblica nata dalla "resistenza", noi fascisti vogliamo ricordare la testimonianza dell'unico colpevole di quella stagione che ha avuto il coraggio di denunciare la realtà politica degli "Anni di piombo", chiamando in causa i mandanti effettivi di tanti fatti di sangue che con quegli atti criminosi hanno mostrato il volto più vero della repubblica delle banane pseudo-italiana antifascista, succube fin dalla nascita del "padrone-liberatore" atlantico d'oltre oceano!
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MessaggioInviato: Gio Mag 09, 2013 6:57 pm    Oggetto:  
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Sì. Caso unico e forse irripetibile. Effettivamente Vinciguerra, pur non essendo per nulla Fascista, ha mostrato uno dei tratti delle persone "d'onore": la dignità!

Per questo non poteva essere che rigettato da questa "repubblica" e non poteva che fare questa fine!

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Lun Giu 24, 2013 8:15 pm    Oggetto:  
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...mentre redigevo il messaggio dedicato al libro sulla strage di Piazza Fontana (
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) ho avuto modo di rilevare che alcuni dei principali responsabili "ufficiosi" di quel tragico fatto (James Angleton, Federico D'Amato, etc.) compaiono nel profilo biografico dedicato a Junio Valerio Borghese scritto di recente proprio dal Vinciguerra, un articolo molto interessante che sostanzialmente conferma il nostro giudizio negativo sul cosiddetto "Principe nero", certamente eroe di guerra ma altresì campione di ambiguità politica e sicuramente NON FASCISTA. Il documento è stato pubblicato e commentato dalla Federazione Nazionale Combattenti R.S.I. al seguente link:
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MessaggioInviato: Mar Giu 25, 2013 11:21 am    Oggetto:  
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Borghese è il classico soldato che potrebbe essere di grande valore ...dipendentemente da chi lo dirige! Ecco cosa succede quando a dirigere sono gli americani e quando non si ha quel minimo di acume politico per capire che si stanno comunque facendo interessi stranieri rossi o bianchi che siano ..
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MessaggioInviato: Mar Lug 02, 2013 9:05 pm    Oggetto:  
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...ecco il passaggio finale del DOCUMENTARIO SU "GLADIO" che descrive sinteticamente, con l'efficacia che solo le immagini possono avere, quella che è passata alla storia come "Strategia della tensione", con una emblematica sequenza di una grandissima e terribile potenza evocativa che vede il "gastronomo" D'Amato nel ruolo di "puparo" e gli opposti estremismi rappresentati da Vinciguerra e Franceschini nel ruolo di "pupazzi", prima usati e poi gettati dal sistema antifascista!

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Il documentario fu realizzato dalla BBC negli Anni 90 e sebbene ufficialmente sia in inglese in realtà è in gran parte parlato in italiano, consiglio vivamente di guardarlo integralmente!

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MessaggioInviato: Mer Lug 03, 2013 2:47 pm    Oggetto:  
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...sarebbe quasi divertente, se non fosse tragico, vedere questi documentari girati dai media dei paesi colpevoli di questi crimini! Quegli stessi media asserviti! Eppure questo è il solito metodo del regime buono ma deviato... e questo accade perché i padroni disprezzano i loro servi..
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MessaggioInviato: Mer Set 18, 2013 8:51 pm    Oggetto:  
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...recentemente il Vinciguerra, nel dibattere con un ricercatore storico, é ritornato sul tema della collocazione politica del cosiddetto "neofascismo" ed anche lui (come IlCovo afferma pure da anni!) ha riconosciuto che, onde evitare ulteriore confusione politica, sarebbe opportuno identificare i radical-destrorsi quali "conservatori" o "evoliani" senza però utilizzare alcuna definizione che possa identificarli col Fascismo che politicamente non gli appartiene!

Risposta a Giacomo Pacini

Carcere di Opera, 3 luglio 2013

Il lucido intervento di Giacomo Pacini sulla pagina Facebook del sito “Archivio guerra politica” (come commento alla pubblicazione dell’articolo “I burattinai“,
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) evidenzia la sua onestà intellettuale e merita, per le osservazioni fatte, una dettagliata risposta.
Ha ragione Pacini – e lo ringrazio per l’esplicito riconoscimento, nell’affermare la mia non collaborazione con la giustizia, messa in evidenza nella motivazione della Corte di assise di Venezia, presieduta dal dr. Renato Gavagnin, che spiega la logica della mia azione politica anche – e non solo – sul terreno giudiziario.
La conferma a quanto scritto in quella motivazione di sentenza è venuta nel corso degli anni perché ho detto quello che ho ritenuto necessario, quando e se l’ho ritenuto opportuno, rifiutandomi di deporre in più di un’occasione, con decisioni motivate e non smentibili, difendendo per motivi umani, in modo aperto, gli imputati del processo per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio (a Firenze, in Corte di assise di appello), evitando a Stefano Delle Chiaie una condanna a 25 anni di reclusione, richiesta dal pubblico ministero Giovanni Salvi, con una deposizione tanto mendace quanto efficace nel corso del processo per il tentato omicidio di Bernard Leighton e della moglie Anita.
Perché mentire per difendere, è per me lecito sul piano processuale (non su quello storico) così come tacere per proteggere gli inconsapevoli e gli ingannati.
E se nessuno ha mai potuto condizionare i miei comportamenti processuali è perché non ho mai stretto accordi, patti, fatto compromessi o trattative con i rappresentanti della magistratura italiana come ho dichiarato nell’aula della Corte di assise di Brescia nel mese di settembre del 2009.
Non smentito, perché non smentibile.
La verità è una sola, quella che proviene dai fatti e non scaturisce da sentimenti di odio politico o personale che portano ad esprimere opinioni che non fanno “onore” agli amici ai quali fa riferimento Pacini.
Non ho mai voluto “regolare i conti” con i “vecchi camerati”, perché non ho mai inteso trascorrere la mia vita nei mandamenti penali italiani, come provano i quasi 34 anni passati, per un sentimento disprezzabile come il rancore.
Stefano Delle Chiaie (e non solo), che deve a me la sua libertà fisica, lo può testimoniare. Non lo farà, ma gli atti processuali per l’omicidio Leighton (e non solo) lo provano senza ombre di dubbio alcuno.
A mio avviso, per passare ad altro, esiste un errore di fondo, nel quale tutti incorriamo, che è quello di continuare ad utilizzare il termine “neofascismo” riferendoci al mondo dell’estrema destra italiana.
Sappiamo che il Movimento sociale italiano è stato costituito, il 26 dicembre 1946, con i doppiogiochisti della Repubblica sociale italiana (meno alcuni che puntualmente se ne andranno dal partito nel giro di pochi anni) dal Vaticano, la Democrazia cristiana, i servizi segreti americani e la Confindustria.
Sappiamo che questo partito ha mutuato perfino il nome, il simbolo e alcune strutture organizzative interne (Raggruppamento giovanile, Volontari nazionali) dal Movimento sociale francese, fondato a Parigi nell’ottobre 1935 e sciolto dal governo socialista nel mese di giugno del 1936.
Sappiamo, in definitiva, che la costituzione del Movimento sociale italiano rappresentava lo strumento necessario per sottrarre centinaia di migliaia di reduci della Rsi ai partiti di sinistra, socialista e comunista, nei quali sarebbero confluiti in odio alla democrazia borghese ed al capitalismo.
L’inganno iniziale è stato via via perfezionato nel corso degli anni, sostituendo all’ideologia fascista il pensiero di Julius Evola che fascista non è mai stato.
L’estrema destra ha, di conseguenza, finito per rappresentare la conservazione più radicale, per la quale era naturale schierarsi dalla parte dello Stato, della legge e dell’ordine, del cattolicesimo più intransigente nella battaglia contro il comunismo ateo.
Nessun gruppo di estrema destra si è sottratto a questa logica perché i gregari degli anni Sessanta erano gli allievi di Giorgio Almirante, Arturo Michelini, Pino Romualdi e Julius Evola che il fascismo, sul piano ideologico, lo avevano fatto dimenticare e, sul piano storico, si erano riallacciati ai “congiurati” del 25 luglio 1943, gli stessi che ritenevano il fascismo una “fazione” da sacrificare per salvare la Nazione.
Non è stato un caso che i dirigenti e i militanti di “Avangiardia nazionale”, nel processo a loro carico nel 1976, affideranno la loro difesa ad Alberto De Marsico, ex ministro di Grazia e Giustizia durante il regime fascista e condannato a morte dal Tribunale speciale di Verona il 10 gennaio 1944 per aver votato a favore dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943.
Non deve destare meraviglia che Delle Chiaie ed i suoi si siano fatti difendere, benché ancora oggi qualcuno di loro si proclami fascista, da un “traditore” del fascismo e di Benito Mussolini.
Rientra, viceversa, nella logica di un mondo che non sapeva più cosa fosse il fascismo, come ideologia, e che disconosceva perfino la sua storia.
È il partito padre, il Movimento sociale italiano, che porta tutti gli altri gruppi che ad esso resteranno sempre legati, al servizio dei servizi, ovvero dello Stato sano contrapposto al regime corrotto e corruttore.
Certo, un fascista non si sarebbe mai posto al servizio dello Stato antifascista, ma un conservatore ed evoliano lo avrebbe fatto. E lo hanno fatto.
Ha ragione Pacini, in diverse migliaia si sono posti volontariamente al servizio delle strutture segrete e clandestine dello Stato e dei suoi corpi di polizia, come evoliani però, non come fascisti.
Ritengo essenziale per la comprensione della storia italiana, introdurre nel dibattito i termini di “conservatori” ed “evoliani” al posto di “neofascisti” perché facilita la comprensione degli eventi.
In quanto all’autonomia dei servizi segreti, questa può essere concessa sul piano tattico, mai su quello strategico.
La “guerra a bassa intensità” non è stata pianificata dai servizi segreti ma dai responsabili politici e militari dai quali sono sempre gerarchicamente dipesi.
Fa parte, purtroppo, della forma mentis degli italiani, da sempre, salvare chi comanda attribuendo ogni colpa a chi obbedisce.
Gli errori di Benito Mussolini (tanti e gravi) sono sempre ricaduti sui gerarchi che, nel migliore dei casi, non hanno saputo interpretare le sue direttive.
La pianificazione della strategia delle destabilizzazione per stabilizzare è, pacificamente, attribuita ai direttori dei servizi segreti militari e civili quando, viceversa, sarebbe giusto chiamare in causa i capi di Stato maggiore della Difesa e dell’Esercito, i presidenti del Consiglio ed i sottosegretari alla presidenza del Consiglio con delega per i servizi, i ministri degli Interni e della Difesa.
Non è il generale Vito Miceli che decide, in maniera autonoma, di passare dal comando del Sios-Esercito a quello del Sid nel mese di ottobre del 1970.
Non sono Pino Rauti, Guido Giannettini ed Eggardo Beltrametti ad usare il generale Giuseppe Aloja, ma è quest’ultimo a servirsi di loro.
Non sono i militari a decidere che il generale Arnaldo Ferrara occupi l’incarico di capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri dal 1° novembre 1967 al 26 luglio 1977, ma i capi politici e militari.
Quando al più alto livello politico si decide di cedere alla richiesta tedesca di liberare Herbert Kappler, il generale Arnaldo Ferrara, di religione israelita, venne destituito 15 giorni prima dell’operazione e promosso vice-comandante dell’Arma.
Dopo la strage di Brescia, il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani destituì, senza nemmeno salvargli la faccia, il prefetto Umberto Federico D’Amato e creò l’Ispettorato anti-terrorismo.
Come a dire che non mancano gli esempi per provare che il bastone del comando è sempre stato nelle mani dei detentori del potere politico e militare, ma in quello dei subalterni.
La strategia dei conservatori e degli evoliani dell’estrema destra italiana non prevedeva l’infiltrazione nei “corpi separati” dello Stato o la loro strumentalizzazione per giungere al potere, bensì il porsi al servizio dello Stato e delle forze nazionali ed internazionali anticomuniste per ottenere da queste, reali detentrici del potere, la “riabilitazione” ed il reinserimento nei governi italiani, come “premio” per il contributo offerto nella battaglia contro il comunismo.
Questa strategia l’ha delineata Pino Romualdi nel mese di luglio del 1946, ed è stata attuata per l’intero arco del dopoguerra senza modifiche sostanziali, se non altro perché ai vertici dell’estrema destra Romualdi c’è rimasto fino alla sua morte nel 1988.
Ordine nuovo aveva sì una sua ideologia, che era quella del “maestro” di Pino Rauti, Julius Evola il quale spesso e volentieri farneticava di ora “X”, di formazione di “squadre d’azione” inserite nelle strutture militari, di apparati anti-sciopero e così via.
Se guardiamo ad Evola come al “maestro”, dobbiamo convenire che Pino Rauti, nel diventare un funzionario del servizio segreto militare italiano, è stato un suo degno allievo.
Julius Evola, però, non è mai stato fascista. E Pino Rauti nemmeno.
Se, poi, ci volgiamo verso la figura di Junio Valerio Borghese, mito e capo degli “avanguardisti”, vediamo che non è mai stato fascista, che l’8 settembre 1943 ha stretto un patto con i tedeschi senza aderire alla Rsi se non in data successiva e malvolentieri; che durante la guerra civile ha condotto un triplo gioco ponendosi come obiettivo per il dopoguerra la battaglia contro il comunismo.
È Borghese a scrivere la prefazione al libro di Julius Evola, “Gli uomini e le rovine”, edito nei primi anni Cinquanta per riaffermare la preminenza dello Stato, di “qualunque Stato”, su ogni altra cosa.
È Junio Valerio Borghese che chiedere, alla metà degli anni Cinquanta, la riabilitazione per rientrare nei ranghi della Marina Militare, dimostrando la sua volontà di servire lo Stato, questo Stato.
Del resto, l’obiettivo di Junio Valerio Borghese era quello di fare un “colpo d’ordine” (come scriverà il Sid in una sua nota), non un colpo di Satto, in totale accordo con Giulio Andreotti, Edgardo Sogno, ecc.
Anche in questo caso dov’è il “fascismo” o il “neofascismo”? Abbiamo in Borghese la figura di un militare di elevatissimo e meritato prestigio per il suo comportamento in guerra fino all’8 settembre 1943, monarchico per tradizione famigliare, clericale, amante dell’ordine e rispettoso delle leggi.
“Ordine nuovo” è stata una “struttura” del servizio segreto militare, chiamata a compiere operazioni segrete e clandestine come in Alto Adige, destinata alla selezione di persone che, già dai dati forniti nella scheda di adesione, potevano essere convinte ad “arruolarsi” per assolvere compiti di varia natura, non solo quella di “confidenti”.
Ordine nuovo è stata un’organizzazione politica in senso lato, come tutte le altre da “Avanguardia nazionale” al “Fronte nazionale” e, via via, fino a “Terza posizione”, tutte provviste di una struttura ufficiale ed un’altra clandestina e paramilitare.
La copertura ancora oggi offerta a queste organizzazioni ed ai loro dirigenti, si giustifica con il fatto che i servizi segreti coprono sé stessi ed il loro operato, proteggendo il potere politico e militare come rientra nei loro compiti istituzionali.
Ha ragione Anna Bellini: il termine “fascista” ha fatto comodo al potere politico democristiano (sono stati Aldo Moro e Paolo Emilio Taviani a denunciare per primi il “pericolo fascista” che non esisteva), che in questo modo ha dato spessore alla favola degli “opposti estremismi”, ed ha coperto la durezza e la ferocia dello scontro all’interno del mondo anticomunista, non solo nazionale, negli anni Settanta.
La pregiudiziale anti-atlantica nel mondo della destra conservatrice ed evoliana viene a cadere già nei primi anni Cinquanta, quando viene a mancare anche quella anti-monarchica, così che negli anni Sessanta i tempi sono maturi per portare i giovani ed i giovanissimi militanti a schierarsi, senza riserve, con i traditori francesi dell’Oas ed i loro protettori americani ed atlantici.
Ci sono diversi punti, o meglio varie sfumature sulle quali il giudizio mio e di Pacini non coincide, ma mi auguro che il dibattito possa andare avanti perché il confronto con uno studioso serio, preparato, onesto come lui può servire da esempio e da sprone a quanti preferiscono, ancora oggi, reiterare i luoghi comuni propagandati dalla stampa e dalla televisione del regime.
Se resteranno delle differenze nei giudizi, mio e di Giacomo Pacini, lo si dovrà anche al fatto che in questa destra conservatrice ed evoliana ho militato per anni con la certezza (puntualmente smentita dai fatti in epoca successiva) di avere come interlocutori e camerati fascisti senza fascismo.
In realtà devo convenire oggi che sulla Linea Gotica c’ero solo io.
Ed io solo ci sono rimasto.

Vincenzo Vinciguerra

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