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E.Gentile: Cittadini Fascisti come Romani della modernità

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Sab Gen 22, 2011 6:01 pm    Oggetto:  E.Gentile: Cittadini Fascisti come Romani della modernità
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Il documento che segue è tratto dal libro del professor Emilio Gentile “Fascismo di pietra”, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 197-227

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I ROMANI DELLA MODERNITÀ


«Noi dobbiamo scrostare e polverizzare, nel carattere e nella mentalità degli italiani, i sedimenti depostivi da quei terribili secoli di decadenza politica, militare, morale, che vanno dal 1600 al sorgere di Napoleone. E' una fatica grandiosa. Il Risorgimento non è stato che l'inizio, poiché fu opera di troppo esigue minoranze; la guerra mondiale fu invece profondamente educativa. Si tratta ora di continuare, giorno per giorno, in questa opera di rifacimento del carattere degli italiani» 1. Queste parole furono pronunciate dal duce il 27 ottobre 1930 a Palazzo Venezia durante il gran rapporto alle gerarchie nazionali e provinciali del partito fascista. Nella stessa occasione, il duce disse che il fascismo, «in quanto idea, dottrina, realizzazione, è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti. Lo spirito è universale per la sua stessa natura. Si può quindi prevedere una Europa fascista, una Europa che ispiri le sue istituzioni alle dottrine e alla pratica del fascismo. Una Europa cioè che risolva, in senso fascista, il problema dello Stato moderno, dello Stato del XX secolo, ben diverso dagli Stati che esistevano prima del 1789 o che si formarono dopo. Il fascismo oggi risponde ad esigenze di carattere universale. Esso risolve infatti il triplice problema dei rapporti fra Stato e individuo, fra Stato e gruppi, fra gruppi e gruppi organizzati». A questo scopo, il fascismo mirava alla rigenerazione degli italiani, per renderli sempre più vivente incarnazione di una nuova concezione universale della vita, che traeva dalla tradizione romana ispirazione ed esempio. In quello stesso giorno, durante una visita all'Istituto poligrafico dello Stato, il duce ricevette in dono una pregevole riproduzione di un codice dell'Eneide risalente al V secolo: «Questo è il poema dell'impero e della terra [ ... ]. Poema della storia di Roma, che oggi vediamo attraverso i monumenti che attestano che cosa sia stato il popolo romano, il quale appena cinquanta generazioni or sono dettava leggi a tutti i popoli della terra. Da qui si organizzava la civiltà, da queste sette colline lambite dal Tevere tutto il mondo faceva allora capo a Roma. Come si fa a non essere orgogliosi, a non vibrare di fierezza, pensando che eravamo luce, quando tutto intorno erano tenebre; che eravamo civiltà, quando tutto intorno a noi era barbarie?» 2. La rigenerazione degli italiani, il fascismo universale, Roma capitale della nuova civiltà: sono questi i fondamentali motivi che ispirarono la più grandiosa ambizione imperiale di Mussolini, quella di diventare immortale nella storia quale fondatore di un nuovo modello di Stato e un nuovo stile di vita, le espressioni di vita collettiva che per il fascismo compendiavano il concetto di civiltà, e soprattutto quale creatore di una nuova razza di italiani conquistatori e dominatori, che dovevano eguagliare, nel ventesimo secolo, i Romani antichi. La rigenerazione degli italiani fu per Mussolini un'idea fissa fin dalla sua ascesa al potere, al punto da diventare, dopo la conquista dell'impero, quasi un'ossessione quotidiana. Ma non si comprende il suo significato e le sue connessioni con la romanità fascista e il mito della nuova civiltà, se non si esamina prima di tutto il mito imperiale del fascismo. Questo mito, anche se elaborato in connessione con il mito di Roma, non si manifestava soltanto nella esibizione delle antiche vestigia romane, nella evocazione della romanità antica attraverso l'arte o il cinema, e neppure si esauriva nella edificazione di una monumentale Roma fascista. Per il fascismo, l'idea di impero non coincideva con l'imperialismo, non si identificava con il colonialismo né con la conquista di nuovi territori, ma esprimeva principalmente il proposito di creare una nuova civiltà, che doveva assurgere, nel ventesimo secolo, a modello universale, come lo era stata la civiltà romana nel mondo antico. In questo senso, l'idea imperiale fascista non fu conseguenza della conquista dell'Etiopia, né fu elaborata soltanto in funzione delle sue ambizioni coloniali, ma è presente nel fascismo fin dai primi anni, con l'asserzione che l'espansionismo è necessità vitale della nazione, definendo l'espansione, in senso lato, come diffusione della sua influenza economica, politica, culturale, e come missione storica dell'Italia nell'epoca della modernità 3. Il popolo italiano, aveva detto Mussolini il 22 maggio 1919 a Fiume, «chiede spazio per i bisogni elementari della sua esistenza, e posto nel mondo per compiere la sua missione di civiltà. L'Italia, più che nessun altro popolo ha questo diritto, poiché essa, che con l'Impero romano e il rinascimento ha creato la civiltà moderna, ha ancora da dire per la terza volta la sua parola di luce che rappresenterà un'idea di valore universale» 4. Come aspirazione a svolgere una missione storica di valore universale, l'idea imperiale fascista si manifesta principalmente nella concezione di un primato italiano, rappresentato da una nuova forma di organizzazione politica della vita collettiva, che trascendeva la dimensione nazionale. «Il nostro fine non è la nazione. è l'impero», aveva dichiarato un giovane intellettuale fascista nel 1925, intendendo per «impero» l'espressione della volontà di potenza di una nuova aristocrazia che vuole realizzare «un principio di vita sociale trascendente» 5. È in questa prospettiva che si sviluppa, molto prima della riapparizione dell'impero sui colli fatali, e indipendente dall'ideologia colonialista, una concezione imperiale della romanità fascista, dove il mito della nuova Roma prende decisamente il sopravvento sulla Roma antica, e vi si sovrappone, manipolandolo e adattandolo alle sue esigenze di politica attuale, senza scrupoli di fedeltà storica. «Noi Fascisti – aveva detto il 21 aprile 1923 Giuseppe Bastianini, segretario dei Fasci italiani all'estero – non abbiamo il culto della Storia considerata come raccolta di fatti lontani. Noi crediamo invece alle virtù dei fattori della Storia, e ci fermiamo talora a ricordare gli episodi in quanto essi sono prodotto di particolari stati d'animo individuali e collettivi rivelanti virtù che è necessario esaltare o risvegliare. In tal modo Roma ha potuto divenire in noi più che una gloria del passato una certezza dell'avvenire, più che un ricordo da tramandare un fine da raggiungere, un compito da assolvere, una necessità da soddisfare, una fede da servire » 6. Pur se il fascismo si esaltava nella rievocazione idealizzata della Roma antica, la Roma che esso vagheggiava, come modello di nuova civiltà, era interamente concepita secondo la sua visione della modernità. Il culto della romanità, come la celebrazione del Natale di Roma, doveva contribuire a creare una sorta di atmosfera mistica, un'evocazione rituale della «storia sacra» e del «tempo delle origini», attraverso la quale gli italiani moderni avrebbero rianimato in sé le virtù dei Romani antichi, non per imitazione, ma per originale e attuale rinascita di affinità spirituale.

La missione di Roma si trova sempre più riconfermata ad ogni ritorno di questo suo Natale, durante l'Era Fascista. Nell'Anno Undicesimo, tale missione si delinea più che mai riorganizzatrice e suscitatrice di civiltà nel mondo: ritornano le epoche della grande saggezza e della ariosa imperialità; la «pax romana» ne è la più superba garanzia. [ ... ] Il Natale di Roma non è soltanto una data, ma un punto fermo nel tempo, al quale Mussolini ha saputo restituire il senso vivificatore, riconsacrandolo rito, attraverso il quale l'Italiano nuovo riprenda contatto spiritualmente con il romano antico. Tuttavia intendano gli scettici della dialettica storica: il fascista non si è ricongiunto col romano antico attraverso l'esercitazione archeologica, la esegesi erudita o il ripristino di taluni costumi esteriori, ma una iniziale azione, animata da una «volontà solare», da una volontà imperiale, da una volontà di potenza, una specie di rinnovamento interiore, drammatica, possente, ha ricondotto il fascista sulla stessa orma del romano antico: la ricostruzione archeologica e storica sono bensì una conseguenza di tutto questo. Il ciclo di Roma si chiuse con il tramonto dell'impero. Mussolini ha aperto un altro ciclo di civiltà che trova ancora Roma al suo centro. In ogni ciclo di carattere superiore, diverse sono le istituzioni, diversi gli orientamenti, diverse sono le realizzazioni; ma lo spirito animatore, ossia l'intimo processo di organizzazione, è sempre quello [ ... ]. Non si può compiutamente celebrare il Natale di Roma senza essere animati da quei motivi di forza, di rinascita, di imperiale virilità a cui il rito si richiama. Si celebra una sorta di giovinezza immutabile. Immutabile come il clima del mito nel quale si consacra la vicenda più eroica di un popolo 7.

È soprattutto negli anni Trenta, in coincidenza con la grande crisi economica, che il fascismo sviluppò maggiormente la funzione modernista del mito romano in alternativa al mito della Russia sovietica, secondo la formula mussoliniana «o Roma o Mosca», come soluzione alla crisi del sistema capitalistico, per la salvezza della civiltà occidentale, che da Roma aveva avuto origine e fondamenta. Nel corso di questi anni, l'idea di una missione salvifica dell'Italia, nella crisi della civiltà occidentale, ebbe un ruolo centrale nell'elaborazione della romanità fascista come idea imperiale. Il ventesimo secolo, disse il duce al popolo di Milano il 25 ottobre 1932, «sarà il secolo del Fascismo, sarà il secolo della potenza italiana, sarà il secolo durante il quale l'Italia tornerà per la terza volta ad essere la direttrice della civiltà umana, poiché fuori dei nostri principi non c'è salvezza né per gli individui, né tanto meno per i popoli» 8. E pochi giorni dopo, alla Camera, il duce ripeteva: «In questo mondo oscuro, tormentato e già vacillante, la salvezza non può venire che dalla verità di Roma e da Roma verrà»'. E ancora l'anno successivo, al popolo di Cuneo, Mussolini ribadiva che «al meriggio del ventesimo secolo» l'Italia è «l'unica nazione che ha una parola e una dottrina di salvezza e di vita da dare a tutti i popoli civili della terra»`. Nella visione salvifica della romanità fascista, il duce trascendeva la dimensione occidentale per rivolgersi a tutti i popoli civili del mondo. «Venti secoli or sono – disse il 22 dicembre 1933 nella seduta inaugurale del primo convegno degli studenti asiatici radunati a Roma, parlando prima in italiano e poi in inglese – Roma realizzò sulle rive del Mediterraneo una unione dell'occidente con l'oriente che ha avuto il massimo peso nella storia del mondo. E se allora l'occidente fu colonizzato da Roma, con la Siria, l'Egitto, la Persia, il rapporto fu invece di reciproca comprensione creativa. Questa unione fu il motivo fondamentale di tutta la nostra storia. Da essa sorse la civiltà europea. Questa deve oggi ritornare universale, se non vuole perire». Il fallimento della civiltà basata sul capitalismo e sul liberalismo, aggiunse il duce, investiva tutto il mondo, e interessava quindi tutti i paesi civili, in tutti i continenti: «la reazione contro la degenerazione liberale e capitalistica», aveva trovato espressione «nella fede rivoluzionaria del fascismo italiano, che ha lottato, che lotta, contro la mancanza di anima e di ideale di questa civiltà, che, negli ultimi secoli, ha avuto il sopravvento nel mondo». Con la rinascita italiana a opera del fascismo, Roma riprendeva la sua missione per la salvezza della civiltà umana: «Come già altre volte, in periodo di crisi mortali, la civiltà del mondo fu salvata dalla collaborazione di Roma e dell'oriente, così oggi, nella crisi di tutto un sistema di istituzioni e di idee che non hanno più anima e vivono come imbalsamate, noi, italiani e fascisti di questo tempo ci auguriamo di riprendere la comune, millenaria tradizione della nostra collaborazione costruttiva» 11. La funzione modernistica del mito fascista di Roma, come mito proiettato verso il futuro, acquistò maggior rilevanza con il diffondersi di movimenti e di regimi nazionalisti antiliberali e anticomunisti, visti dal fascismo come manifestazione della sua influenza in Europa e nel mondo. «Tutti ormai sanno – scriveva nel 1933 Carlo Scorza, già vicesegretario del PNF in un libro in cui raccoglieva elogi al fascismo da politici, intellettuali e religiosi d'ogni parte del mondo – che Roma è la formula chiara di vita, la verità luminosa e semplice, il conforto all'infinito dolore, l'approdo dopo tanta paurosa incertezza, mentre Mosca è il suo contrario [ ... ] . Il Fascismo, idea politica, metodo di governo, sistema sociale, etica nazionale e umana, è già in potenza nella coscienza popolare di tutta l'Europa [ ... ]. Il pendolo della storia, oscillando tra Oriente ed Occidente, Mosca e NewYork, Londra e Berlino, Parigi e Ginevra, ha oggi fissato il suo perno sul meridiano di Roma. Roma è la parola nuova, che lontana dai fumi di ogni falsa retorica, parla ai cuori e alle menti illuminando, confortando, guidando» 12. Dall'inizio degli anni Trenta, la romanità fascista e l'idea imperiale furono definite soprattutto in antitesi e in alternativa sia al capitalismo liberale che al comunismo sovietico: Al fascismo nella dottrina e nella prassi è la soluzione italiana alla crisi che travaglia la civiltà occidentale» 13, proclamava nel 1933 l'eminente glottologo Antonino Pagliaro, autore tre anni dopo del testo ufficiale di dottrina fascista adottato nei corsi di preparazione politica per i giovani fascisti, organizzati dal partito. La «soluzione italiana» consisteva in una nuova concezione dell'uomo e della politica, che si concretizzava nella organizzazione totalitaria della società e dello Stato secondo i principi fascisti. «L'era del fascismo è l'era dello stato etico; è, se si vuole, un ritorno all'idea imperiale romana arricchita e nobilitata dalle esperienze di due millenni di sofferenze e di lotta», che concepisce l'uomo «nella sua inscindibile unità di essere storico; è dunque dottrina politica nel senso più alto della parola, e cioè concezione totalitaria di vita; umanismo» 14. Roma, asseriva Pagliaro, «fu universale perché realizzò questo alto ideale» 15. Dopo la conquista dell'impero, la rappresentazione dell'antica Roma come modello della concezione totalitaria dell'uomo, della politica e dello Stato fu l'aspetto dominante nel mito fascista della romanità. Il suo principale interprete non fu Mussolini, che poco di nuovo aggiunse in quegli anni alla concezione della romanità fascista, ma Giuseppe Bottai, nella funzione di governatore della capitale, dal 1935 al 1936, e successivamente, dal 1936 in poi, come ministro dell'Educazione nazionale. Si deve a Bottai la più chiara e consapevole formulazione del significato e della funzione essenzialmente modernista che il mito di Roma, fin dal novembre 1921, ebbe nel fascismo. Con la trasformazione del movimento in partito, scriveva Bottai nel gennaio 1934, «Roma cessa di essere una delle città del Fascismo e diviene la Città del Fascismo, quella cui tende la sua azione, depurandosi d'ogni particolarismo regionale, locale, campanilistico». Se l'eterogeneo aggregato di fascismi provinciali poté consolidarsi e svilupparsi come movimento nazionale e conquistare il potere, ciò fu dovuto anche all'azione esercitata sul fascismo da Roma: «Roma, come categoria storica e politica, come entità ideale a sé stante, come mito [ ... ]. Lo spirito del Fascismo s'immedesima con l'idea romana, ch'è idea di sintesi, d'associazione, d'incorporazione e contrasta, durante tutto il corso della nostra storia, all'idea municipale, analitica, dissociativa, disintegrante. Roma è l'unità del Fascismo, sopra la particolarità dei Fascismi; perciò Roma è il Partito unitario, con un 'corpo di dottrine', con univoca direttiva» 16. Operando come fattore unificante, il mito di Roma fu incorporato dal fascismo e assunse un ruolo predominante nella sua cultura, diventando «il tema, che il Fascismo predilige», come osservava Bottai nel 1937, e ciò era avvenuto perché il mito fascista di Roma era «scaturito non dall'erudizione, non dai libri [ ...] ma dall'azione: un motivo di azione». E tale doveva rimanere, si augurava Bottai, perché l'idea di Roma «operi nel tempo, secondo il nostro tempo, col nostro tempo [ ... ] non come una idea cristallizzata in questa o in quella formula tradizionale, ma viva e continua; e, perché viva e continua, aderente alla nostra coscienza attuale della storia e della politica» 17 . Da qui, l'affermazione della funzione esclusivamente modernista che il mito della romanità doveva avere nel fascismo, proiettato verso la creazione del futuro senza alcuna pretesa di ritornare al passato 18.

Così che, quando, o nelle orazioni politiche o nelle esposizioni didattiche, traduciamo questa energia di rinascita e volontà d'azione con la formula «ritorno alla romanità», commettiamo un errore di termini. Perché, in specie ai giovani (e quindi, in specie, nella Scuola), la romanità non si insegna; la si interpreta, la si continua, la si sviluppa, come idea, direi come cosa, insita in loro. [ ... ] Noi non vogliamo tanto informarci su Roma, quanto formarci da Roma: formarci per un'applicazione attuale, modernissima, della sua energia unificatrice, coordinatrice, disciplinatrice.
[ ... ] Oggi, Roma ritorna. E non ritorna soltanto per le organizzazioni militari e lo spirito di disciplina, che dà come un senso di simbolismo liturgico a tutti gli atti della vita; ma per la consapevolezza delle nostre forze e la chiarezza della nostra missione. [ ... ] La nostra Roma non può essere né quella di Augusto, né quella di Gregorio Magno: sarebbe un risalire i secoli. Deve essere l'una e l'altra insieme, cioè italiana: fascista
19.

Nell'esaltare la funzione attuale e «modernissima» del mito di Roma, Bottai esplicitamente sosteneva la sua originalità come motivo di azione per il presente e il futuro, rendendola del tutto autonoma da qualsiasi fedeltà alla tradizione e alla indagine storica. Per Bottai, la stessa indagine storica era maggiormente interessante quando ricercava «negli avvenimenti e nei personaggi del passato, annunci, presentimenti del tempo nostro», come affermava nel 1937 in un discorso sul tema «L'Italia di Augusto e l'Italia d'oggi» 20. Ed erano molte le somiglianze che egli riscontrava, «ove si badi più alla sostanza che alla forma dei problemi», nel metodo adoperato da Augusto e da Mussolini per effettuare una profonda rivoluzione nella coscienza e nello Stato, operando con una «azione dal di dentro degli istituti, senza distruzioni, senza 'terrori', senza stragi [ ... ]. Ma tutto, senza scosse, senza rovine, sotto la sua azione si trasforma. La rivoluzione, che era nelle cose, non diviene mai un astratto piano dottrinale, ma opera dalle cose, col ritmo dell'esperienza, accelerata solo di quel tanto che è utile» 21. In entrambi i casi, il risultato fu la concentrazione dei poteri, l'affermazione dell'autorità dello Stato nella persona del capo, la pacificazione della società, la restaurazione della religione, il rinnovamento edilizio e monumentale di Roma. Dopo la conquista dell'impero, il richiamo alla storia romana per adattarla a legittimare con antecedenti illustri la politica del fascismo divenne una moda molto diffusa, nell'alta e nella bassa cultura, come lo furono i confronti fra Mussolini e Cesare o Augusto. Questo adattamento riguardava specialmente la concezione e la prassi totalitaria dello Stato fascista. Attribuire alla Roma antica, repubblicana o imperiale, la paternità dello Stato totalitario, la cui essenza originale, e interamente moderna, era rappresentata dal monopolio del partito unico, dalla negazione dell'autonomia dell'individuo e della famiglia, e dalla integrazione di una società di massa nelle organizzazioni controllate dal partito - istituzioni che nessun precedente o addentellato avevano nella tradizione romana - , e definire totalitaria la civiltà romana, fu probabilmente la più spregiudicata manipolazione antistoricistica della storia di Roma compiuta dal fascismo, per adattarla alle sue esigenze politiche attuali. In nessun altro caso di manipolazione modernistica del mito di Roma, come nel fascismo, la glorificazione della romanità fu una palese e clamorosa falsificazione, così come ancor più grave e clamorosa fu la falsificazione operata dalla cultura fascista per legittimare con il richiamo alla romanità la legislazione razzista. A tale manipolazione si prestarono volentieri, nelle vesti di ideologi del totalitarismo fascista, eminenti storici della romanità. Nel gennaio del 1937, l'Istituto di studi romani annunciò il progetto di una nuova monumentale storia di Roma in trenta volumi, che voleva essere, come spiegava Carlo Galassi Paluzzi, fondatore dell'Istituto, «un ripensamento ed una rivalutazione della Storia di Roma meditata con la sensibilità storica di un popolo che, come quello italiano, nel nome di Roma è rinato ad unità e potenza, ed ha ripreso più sicura coscienza della propria missione [ ... ] dopo essere stato posto nuovamente alla testa della civiltà europea dalla Rivoluzione Fascista, e dopo aver infranto una coalizione di cinquantadue Stati e fondato un Impero». La monumentale storia aveva lo scopo precipuo di mettere in risalto «la funzione provvidenzialmente storica esercitata da Roma in ogni secolo e in ogni epoca», con la sua «missione normatrice e civilizzatrice nei confronti della razza bianca e occidentale», «creando quel mondo unitario, religioso, giuridico e civile che è chiamato e si chiama Civiltà bianca e occidentale» 22. La perpetuità di Roma nella stirpe italiana appariva documentata, asseriva in altra occasione Galassi Paluzzi, dalla Mostra Augustea della Romanità e dalla seconda edizione della Mostra della Rivoluzione Fascista, entrambe inaugurate il 23 settembre 1937: era evidente «il nesso storico e morale che unisce - a testimonianza della perpetuità di Roma - le due Mostre», essendo la Mostra della Rivoluzione Fascista «testimonianza della rinnovellata gloria di Roma», perché «attesta che i figli di Roma dopo il Risorgimento e la Grande Guerra hanno iniziato, sotto la guida di un Condottiero romano, una nuova eroica gesta degna delle maggiori compiute dall'Alma Mater» 23 . Allo stesso modo, la Mostra Augustea della Romanità fu descritta dall'etruscologo Massimo Pallottino come «attualissima rivalutazione della romanità», dovuta «al sentimento della continuità e della grandezza della nostra stirpe» 24. Negli squadristi che avevano marciato su Roma e nei soldati coloniali che avevano conquistato l'impero riviveva lo spirito dei legionari romani: essi erano le avanguardie dei Romani della modernità. Altri esimi romanisti si impegnarono a dimostrare, con lo stesso zelo ed entusiasmo col quale sostenevano l'identità o la superiorità del duce imperiale rispetto a Cesare, Augusto e Costantino, che lo Stato totalitario fascista era la rinascita moderna dei principi fondamentali dello Stato romano e che, pertanto, come questo, l'organizzazione fascista dello Stato era il fulcro di una moderna civiltà universale, che traeva dalla civiltà romana la sua ispirazione e la sua legittimazione. «Anche oggi, camminando secondo le direttrici della nostra tradizione noi stiamo gettando le basi di una nuova civiltà universale», affermava nel 1939 Pietro De Francisci, eminente storico del diritto romano, rettore dell'università di Roma nonché presidente dell'Istituto Nazionale di Cultura Fascista. «Ma perché questo edificio sia solido – egli aggiungeva – e perché raggiunga l'altezza cui tende il suo Fondatore, bisogna che l'energia iniziale non solo si conservi, ma si accresca quanto più la costruzione si sviluppa e si innalza. Bisogna che il nostro sangue e il nostro spirito che abbiamo ritrovati, dopo aver eliminato e dissimilato gli elementi estranei che vi si erano infiltrati, mantengano la loro purezza, la loro ricchezza, la loro forza, il loro calore. Per questo, cioè proprio per l'adempimento della nostra missione universale, noi stiamo in campo a difendere la nostra razza, la nostra tradizione, la nostra anima» 25. I richiami alla civiltà bianca e occidentale, alla difesa della razza e della purezza del sangue e dello spirito, che risuonavano nelle parole degli studiosi citati, mostrano il nuovo orientamento razzista che aveva assunto, dopo la conquista dell'impero, il problema della rigenerazione degli italiani. Anche se il regime adottò soltanto nel 1938 una legislazione razzista e antisemita, il tema della razza era già affiorato nel pensiero di Mussolini durante i primi anni del fascismo, e fu subito associato al mito della romanità e al progetto della rigenerazione degli italiani. Nel 1920, a Trieste, Mussolini aveva esaltato i progressi compiuti dall'Italia in cinquanta anni di vita unitaria, attribuendoli alla «vitalità della nostra stirpe, della nostra razza» 26. Ancora a Trieste, nel febbraio del 1921, aveva detto: «Dobbiamo avere l'orgoglio della nostra razza e della nostra storia» 27. E nel novembre dello stesso anno, al congresso fascista tenuto a Roma, Mussolini aveva affermato: «Il fascismo si preoccupi del problema della razza: i fascisti devono preoccuparsi del problema della razza con la quale si fa la storia» 28 . E l'anno successivo, celebrando il Natale di Roma, disse che ciò significava «esaltare la nostra storia e la nostra razza» 29. Ma è soprattutto nei primi due anni al potere che furono frequenti i richiami mussoliniani alla razza, contemporaneamente all'emergere dell'idea di rigenerazione degli italiani. Roma era «testimonianza e documento imperituro della vitalità della nostra razza» 30 , disse l' 11 marzo 1923, e poche settimane dopo dichiarò: «Il problema dell'espansione italiana nel mondo è un problema di vita o di morte per la razza italiana» 31. In più occasioni, nel 1923, il duce parlò del fascismo come fenomeno che rappresentava il «rinnovarsi della nostra razza» 32, «movimento irresistibile di rinnovazione della razza» 33, «la risurrezione della razza» 34. Tali dichiarazioni non costituivano allora una professione di razzismo come parte integrante dell'ideologia fascista, ma pur manifestavano un'idea costante, che acquista un particolare significato essendo associata all'idea della rigenerazione del carattere italiano, così come l'idea della rigenerazione era associata da Mussolini alla sua idea della romanità fascista. Non è forse una coincidenza casuale se, nel momento stesso in cui, nel 1924, il duce annunciò il progetto per la rigenerazione della Roma reale, con sventramenti e demolizioni che dovevano rimuovere dalle vestigia della Roma antica le incrostazioni che si erano accumulate nel corso dei secoli, egli delineava anche il suo progetto pedagogico di rigenerazione degli italiani, per rimuovere dal loro carattere le incrostazioni che nel corso dei secoli lo avevano corrotto e degenerato 35. Il fascismo, disse il duce il 24 maggio 1924, «è il massimo esperimento della nostra storia nel fare gli italiani». Con questo egli intendeva dire che il fascismo voleva affrontare e risolvere «uno dei problemi storici più profondi e più interessanti dell'Italia moderna e forse del mondo contemporaneo», cioè il secolare «fenomeno curioso di un disequilibrio fra l'altezza, la finezza e l'energia della nostra civiltà e l'insufficienza della nostra educazione civile». Era sua convinzione, aggiunse Mussolini, «che si debba creare qualche cosa che distrugga il disequilibrio fra la civiltà italiana e la vita politica italiana, questo male che ha turbato la nostra storia attraverso tutte queste generazioni» 36. Nel 1925, al congresso del partito fascista, il duce precisò meglio il suo programma rigeneratore: «Noi creeremo, attraverso un'opera di selezione ostinata e tenace, la nuova generazione, e nella nuova generazione ognuno avrà un compito definito. Talvolta mi sorride l'idea delle generazioni di laboratorio: creare cioè la classe dei guerrieri, che è sempre pronta a morire; la classe degli inventori, che persegue il segreto del mistero; la classe dei giudici, la classe dei grandi capitani d'industria, dei grandi esploratori, dei grandi governatori. Ed è attraverso questa selezione metodica che si creano le grandi categorie, le quali a loro volta creeranno l'Impero. Certo questo sogno è superbo, ma io vedo che a poco a poco sta diventando realtà» 37. E ancora, l'anno successivo, celebrando il settimo anniversario della nascita dei Fasci, il duce ribadì con maggior vigore la sua volontà di «correggere gli italiani da qualcuno dei loro difetti tradizionali. E li correggerò [ ... ]. Se mi riuscirà, e se riuscirà al fascismo di sagomare così come io voglio il carattere degli italiani, state tranquilli e certi e sicuri che quando la ruota del destino passerà a portata delle nostre mani, noi saremo pronti ad afferrarla e a piegarla alla nostra volontà» 38. Il fascismo, aggiunse Mussolini il 24 maggio 1926 parlando a Pisa, avrebbe dovuto foggiare il carattere italiano «scrostando dalle nostre anime ogni scoria impura, temperandolo a tutti i sacrifici, dando al volto italiano il suo vero aspetto di forza e di bellezza» 39. E ancora, il 30 ottobre, al popolo di Reggio Emilia, il duce proclamò: «Fra dieci anni, o camerati, l'Italia sarà irriconoscibile [ ... ]. Creeremo l'italiano nuovo, un italiano che non rassomiglierà a quello di ieri. Sono le generazioni di coloro che hanno fatto la guerra e sono quindi intimamente fasciste. Poi verranno le generazioni di coloro che noi educhiamo oggi e creiamo a nostra immagine e somiglianza: le legioni dei balilla e degli avanguardisti» 40 La rigenerazione degli italiani mirava a formare in essi «il senso collettivo della vita», come Mussolini disse ad Emil Ludwig nel 1932, paragonando l'Italia fascista alla Russia bolscevica: «Noi siamo, come in Russia, per il senso collettivo della vita, anzi, vogliamo rafforzarlo, a costo della vita individuale. Tuttavia noi non giungiamo al punto di trasformare gli uomini in cifre, ma li consideriamo soprattutto in rapporto alla loro funzione di Stato» 41. Quel che il fascismo stava sperimentando per la formazione della coscienza collettiva degli italiani, aggiunse il duce, era un «grande avvenimento nella psicologia dei popoli, perché il protagonista è un popolo dell'area mediterranea, considerato del tutto inadatto a un'esperienza di questo genere. Proprio nella vita collettiva sta il nuovo fascino. Era forse diverso nell'antica Roma?». Ed era dall'archetipo romano che il duce attingeva ispirazione per il suo esperimento totalitario di pedagogia collettiva: «Tutta la pratica delle virtù latine mi sta dinanzi. Esse rappresentano un patrimonio che cerco di usufruire. Il materiale è lo stesso. E là, fuori, è sempre ancora Roma» 42. Il modello ideale di confronto e di ispirazione, evocato da Mussolini per legittimare l'esperimento pedagogico totalitario messo in atto dal fascismo, era la Roma repubblicana, che il duce fece mostra allora di preferire alla Roma imperiale: «Al tempo della Repubblica la vita del cittadino si incentrava nello Stato; in età imperiale le cose andarono diversamente, ed ebbe inizio la decadenza». Dalla Roma repubblicana, affermava Mussolini, traeva ispirazione il fascismo per «organizzare una vita collettiva, una vita in comune, lavorare e combattere in una gerarchia senza gregge. Siamo decisi ad attuare l'umanesimo e la bellezza della vita in comune. Naturalmente questo stupisce gli stranieri! L'uomo già a sei anni viene tolto in certo senso alla famiglia, e viene restituito dallo Stato a sessanta anni. L'uomo non vi perde nulla, lo creda: viene moltiplicato» 43 Nella iconografia fascista, l'italiano nuovo era spesso associato alla figura del legionario romano, specialmente dopo la conquista dell'impero. Tuttavia, il fascismo non pensava seriamente a resuscitare negli italiani i legionari romani né l'italiano nuovo che aveva in mente era modellato sul romano antico. L'italiano nuovo del fascismo doveva essere integralmente inserito nella società industriale e tecnologica, controllata dallo Stato totalitario per essere posta a servizio della grandezza nazionale. Per il fascismo, l'italiano nuovo e la nuova Italia dovevano essere il prodotto originale e inedito dell'esperimento totalitario; il romano della modernità era l' uomo collettivo organizzato, un individuo assorbito nella società di massa della comunità totalitaria attraverso l'organizzazione del partito unico: era il «cittadino soldato», interamente dedito, anima e corpo, allo Stato fascista, lanciato alla conquista del futuro, con tutti i mezzi che la modernizzazione metteva a disposizione per una politica di grandezza e di potenza 44. Dopo un decennio di esperimento totalitario, a molti osservatori stranieri che frequentavano da anni l'Italia, sembrava che il laboratorio totalitario fascista stesse realmente formando un italiano nuovo. Il fascismo «non ha creato soltanto un'Italia nuova, ma un italiano nuovo», scriveva nel 1933 Paul Gentizon, ammiratore del duce: un italiano nuovo «che ha il senso delle virtù antiche del coraggio, dell'ordine e della disciplina; e soprattutto un italiano fiero del suo sangue, della sua razza, che si occupa della grandezza del suo paese con la volontà di metterla al pari delle nazioni più progredite. In questo senso, il fascismo ha veramente cambiato la vecchia mentalità della penisola. Ha trasfigurato l'anima italiana. A questo popolo noto per il suo eccessivo individualismo, ha dato un senso collettivo della vita, un'attenzione viva per il dovere sociale e patriottico, un vibrante civismo. E, soprattutto, il gusto per le armi. Dopo diciotto secoli di eclissi, è riapparso nella penisola un popolo militare» 45. Tre anni dopo, con la riapparizione dell'impero sui colli fatali, il successo della rivoluzione antropologica appariva confermato dalla vittoria militare, che aveva mostrato le virtù civiche e guerriere degli italiani nuovi di Mussolini. «Chi potrebbe dubitare, dopo aver vissuto l'esperimento fascista, che la disciplina ha forgiato di nuovo l'anima e la forza della nazione?», scriveva Edouard Schneider nel 1936: «Costruttore romano, il duce ha rifoggiato l'antico ideale romano suscitando dal profondo dei cuori una vera mistica del cittadino, dello Stato e della razza» 46. Ad alcuni visitatori stranieri, la stessa trasformazione urbanistica della capitale sembrava essere parte del progetto di creazione di un italiano nuovo, al quale non poteva certo adattarsi la vecchia Roma provinciale e pittoresca.

È innegabile che l'aspetto della nuova Roma sconcerti il viaggiatore d'una volta e – perché non dirlo – provochi sulle prime una piccola delusione sentimentale [ ... ]. A Roma si andava per trovar consolazione dell'epoca nostra, al cospetto d'una magnificenza in rovinar... ]. Roma, tuttavia, viveva, e più di un'altra Capitale; ma ci si ostinava a non considerare che il pittoresco di tale vita: nidi di rondine aggrappati alle cupole e ai colonnati [ ... ]. Rammento con emozione le scoperte che il viaggiatore faceva quasi da sé stesso: il marmo a mezzo dissepolto, come il gambo dell'asfodelo a primavera, la basilica aduggiata dalle casupole, la Porta di un palazzo ricoperta di gesso rosa, la fontana prigione nell'acciottolato. Si passava di segreto in segreto, attraverso chiassuoli e giardini, con la certezza di una voluttà prossima che sembrava non essere stata mai provata [ ... ] l'incanto di Roma è ora meno immediato; sta di fatto che la prospettiva della sua grandezza fondamentale è stata liberata. È stato scelto nella storia della Città e fra tutte le sue glorie sovrapposte, quel che meglio poteva convenire all'educazione dell'uomo nuovo che Mussolini vuol creare, che egli ha creato. E la Roma antica, nata fra sterpi e paludi, la Roma laboriosa della lupa e dei littori, ha avuto il posto prevalente. Creare un uomo nuovo: qual brama e qual chimera! Certo, se si vuol crearlo a mezzo di dubbie pergamene e con un ritorno a barbari miti, come in Germania. Ma in Italia si ritiene di ottenerlo mediante la volontà, l'esperienza e l'educazione. «Io non intendo restaurare il culto di Giove» ha dichiarato Mussolini in un'intervista, con un atteggiamento ironico che ben mi figuro, ora che ho visto il Duce da vicino. Ma il servirsi della fede primitiva, della coscienza antica, della versatilità delle generazioni della Rinascenza, dell'ardore rivoluzionario del Risorgimento, d'una potente dose di vitamine, se così può dirsi: ecco il miglior sistema, che spiega il successo d'un Regime 47.

Ma non erano soltanto i simpatizzanti del fascismo e gli ammiratori del duce a pensare che la rivoluzione antropologica totalitaria stava effettivamente rigenerando gli italiani. Lo pensava anche l'ambasciatore inglese, il quale, il 10 novembre 1932, osservava che «il più grande cambiamento morale» prodotto dal regime fascista sul carattere degli italiani era di «avere inculcato nel popolo italiano lo spirito nazionale risvegliato dalla guerra». Ed era notevole, aggiungeva l'ambasciatore commentando una manifestazione con la partecipazione dei mutilati e dei giovani fascisti, «la differenza fisica fra gli uomini della generazione della guerra e i giovani organizzati nei Fasci Giovanili. Non è esagerato dire che questi ultimi sembravano appartenere ad una razza differente, e sebbene non intenzionalmente, perché erano i mutilati gli eroi della giornata, non poteva essere escogitata migliore pubblicità alla rigenerazione fisica operata dal fascismo sugli uomini della nazione» 48. Pochi mesi dopo, l'ambasciatore inglese appariva ancora più convinto del successo dell'esperimento rigenerativo attuato dal fascismo. «L'intera vita della nazione – scriveva il 31 marzo 1933 – è oggi organizzata, come lo è stata negli ultimi dieci anni, in ogni aspetto: il popolo è stato disciplinato ad un livello che ha pochi confronti nel mondo moderno, e questa disciplina il popolo, nel complesso, l'accetta volentieri: dall'età di otto anni in poi un enorme numero di italiani di entrambi i sessi è assoggettato ad una pedagogia intensiva che già è riuscita a plasmare, e per certi aspetti a modificare, il carattere nazionale: sacrifici sono stati chiesti e ottenuti da tutte le classi. Il risultato è stato che gli italiani sono ora orgogliosi di essere italiani, mentre ciò si sarebbe difficilmente potuto dire una diecina di anni fa. Il lavoro di rigenerazione procede ad un ritmo che si accelera ogni anno, e fra dieci, quindici o venti anni – chi lo può dire? – i governanti italiani potranno a ragione ritenere che il lavoro di rigenerazione è stato completato» 49. Anche visitatori inglesi o francesi meno inclini a credere nel successo del fascismo, vedevano nei balilla che compivano i loro esercizi ginnici e militari al Foro Mussolini o ai raduni del Campo Dux, una nuova generazione di italiani ordinati e disciplinati 50. Mussolini sognava di «modellare la nuova Italia a immagine e somiglianza della Roma antica», scriveva Maurice Lachin nel 1935, dopo aver osservato il duce che contemplava, come un artista contempla la sua opera, la sfilata dei giovani fascisti in Via dell'Impero: nella gioventù militarizzata anche il giornalista francese vedeva apparire «l'italiano del XX secolo» , generato dalla trasformazione di «una nazione individualista e anarchica, quale era stata l'Italia, in una nazione militarista, imbevuta di disciplina militare» 51. Dopo la conquista dell'impero, il duce decise di intensificare l'opera di rigenerazione degli italiani, per farli diventare «duri, implacabili, odiosi. Cioè: padroni» 52. Se il popolo italiano era soddisfatto di aver conquistato l'impero, il duce non era affatto soddisfatto del popolo italiano. E non lo erano neppure i fascisti come Bottai, il quale faceva notare al duce, nell'ottobre del 1936, che gli italiani non avevano «ancora acquisito l'Impero nella loro coscienza», perché avevano «una certa resistenza a pensare e vedere in 'grande'» 53. Nonostante gli elogi tributati pubblicamente al popolo italiano come entità collettiva idealizzata, nei confronti degli italiani reali il duce nutriva un sentimento simile a quello che aveva provato nei confronti della Roma reale, un sentimento che la conquista dell'impero, dopo un attimo di attenuazione, contribuì presto ad inasprire. Così come il duce non era stato neppure sfiorato dall'idea di ritirarsi in villa a crogiolarsi al sole della gloria, allo stesso modo non concepiva che questa potesse essere l'aspirazione della maggioranza degli italiani. Anzi, il solo sospetto che gli italiani fossero tentati dal desiderio di godersi in pace la gloria imperiale, eccitò il duce a sottoporli a nuove pressioni, accelerando il ritmo della rivoluzione antropologica per moltiplicare le energie umane necessarie ad accrescere ed espandere la nuova potenza imperiale. Infatti, non si era ancora spenta l'eco dell'entusiasmo per la fine della guerra in Etiopia, che già il duce impegnava l'Italia in un'altra guerra, decidendo di inviare truppe in Spagna per sostenere il generale Francisco Franco che, il 17 luglio 1936, aveva iniziato una guerra civile contro il legittimo governo repubblicano. «Una nazione è sempre in eterna posizione di combattimento: non può mai fermarsi sulle linee raggiunte ed attendere che il tempo trascorra. O avanza o indietreggia. Se sfugge al primo caso, piomba senza remissione nel secondo» 54 , aveva dichiarato il duce in un articolo non firmato del 21 maggio 1936. E il 22 agosto dello stesso anno, elogiando il popolo di Lucania per «il primato della fecondità», aveva ribadito che «hanno diritto all'impero i popoli fecondi, quelli che hanno l'orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più strettamente letterale della parola» 55. Pur promuovendo il mito ruralista, che attribuiva al «buon contadino» legato alla terra e al lavoro dei campi le virtù della frugalità e della fecondità, necessarie per preservare la sanità e la potenza della razza, il duce e il fascismo non smentivano i progetti ambiziosi per creare i Romani della modernità, pronti a gareggiare e a vincere la competizione per conquistare nuovi primati nei campi propri della modernizzazione: la scienza, la tecnica, l'industria. L'iconografia della propaganda rifletteva costantemente, ma specialmente dopo il 1935, la simbiosi simbolica fra romanità antica e romanità moderna, affiancando l'immagine del legionario romano e dei monumenti stilizzati dell'antica Roma all'immagine degli opifici moderni e del lavoratore d'industria, forgiatore di macchine e armi. In molte regioni d'Italia, e nella vita quotidiana della stessa Roma mussolinea, persisteva tuttavia una tenace convivenza fra il nuovo stile littorio, modernista e marziale, e un tradizionalissimo stile di vita agreste, povero più che frugale, che nulla aveva di marziale, ed evocava piuttosto aspirazione e desiderio di pace, che ambizioni di glorie guerresche, e costituiva ancora lo stile di vita dominante per gran parte degli italiani. Idealizzando la vita rurale e predicando le virtù contadine per necessità di cose, ed esaltando, nello stesso tempo, la tecnica e l'industria come strumenti di potenza, più che di benessere, il duce continuava a pensare, ed era il suo pensiero dominante, che gli italiani della modernità dovevano essere preparati comunque, nella vita di città o nella vita di campagna, alla disciplina della collettività totalitaria, costantemente mobilitata e preparata per la guerra. Quando il duce si rese conto che il principale desiderio della grande maggioranza degli italiani, dopo la conquista dell'impero, era la pace e non la guerra, allora decise di non lasciarli più in pace. «Io non lascerò in pace gli italiani, se non quando avrò due metri di terra sopra di me» 56, disse il duce al genero il 18 giugno 1938, e a ottobre ripeté in Gran Consiglio: «lo sono nato per non lasciar mai in pace gli italiani. Prima l'Africa, oggi la Spagna, domani un'altra cosa ancora» 57 . Di fatto, il regime fascista fu impegnato in guerra, quasi ininterrottamente, dal 3 ottobre 1935 fino alla sua caduta il 25 luglio 1943.

Quest'anima nuova che mostra adesso l'Italia a lui non piace. Non è come la sua. Egli credeva di averla forgiata intera a suo modo con le sue stesse mani e non può accontentarsi di essere soltanto colui che ha acceso il fuoco dov'essa si è fusa e ricomposta. Egli si sente deluso e colpito. [ ... ] Ma a lui non piace: l' anima italiana qual è uscita dalla prova del fuoco, canta «Faccetta nera» invece del carme oraziano, fa dell'umorismo sugli inglesi invece di esplodere in invettive ciceroniane. Fra essa e la sua c'è tanta differenza quanta ne passa fra un brano pucciniano ed una sinfonia di Beethoven! [ ... ] Egli ha l'impressione che i suoi sforzi, le sue fatiche per fare del popolo italiano una legione spartana siano stati inutili, e si sente offeso. Ha dunque ragione una volta di più Massimo d Azeglio ? Questi italiani son sempre da fare? [ ... ] Ma egli ha fretta e dà così inizio ad una battaglia nuova nell'oggetto e negli scopi, una battaglia contro la natura degli italiani e sotto certi aspetti contro la natura dell'uomo 58.

La rivoluzione antropologica divenne sempre più, per il duce, una ossessione: voler trasformare moralmente, culturalmente e fisicamente gli italiani, uomini e donne, per renderli effettivamente i Romani della modernità. L'iconografia del regime fu pronta a interpretare e a rappresentare le fattezze maschie e virili dell'italiano nuovo, attribuendogli i tratti somatici del romano antico, fino a identificare il romano antico e l'italiano nuovo con un tipo antropologico che aveva impressi nel volto i lineamenti fisici di Mussolini. Archeologi, antichisti e apologeti d'ogni genere si affannarono a rintracciare e scoprire i tratti somatici del duce nei volti degli antichi imperatori romani o dei condottieri italiani. Spontaneamente, l'iconografia del regime arrivò a mussolinizzare persino il volto della Dea Roma, come appare nel manifesto per la Mostra della Rivoluzione Fascista del 1942. L'esperimento pedagogico totalitario per creare un nuovo tipo di essere umano a immagine e somiglianza del duce coinvolse anche i sudditi di colore: nella iconografia delle truppe coloniali che sfilarono a Roma nel primo anniversario della proclamazione dell'impero, i soldati avevano impresso nel volto il piglio guerresco del duce imperiale. L'esperimento di rigenerazione degli italiani per creare i Romani della modernità aveva drammaticamente accelerato il suo ritmo dopo il 1937, imboccando decisamente la strada del razzismo e dell'antisemitismo. Già nell'agosto del 1936 il ministro delle Colonie informava il Viceré d'Etiopia, Maresciallo Graziane, che bisognava procedere in modo drastico a impedire qualsiasi mescolamento fra la razza dei dominatori bianchi e i sudditi neri. Nelle cartoline di propaganda per la campagna etiopica gli stereotipi razzisti erano prevalenti, un terreno preparato quasi spontaneamente dove far attecchire il seme del razzismo. E forse non è una mera coincidenza se, conclusa la guerra in Etiopia, cominciano ad essere frequenti anche i focolai di antisemitismo, con qualche segno evidente nelle cartoline satiriche che raffiguravano il Negus come «figlio di Giuda». L'adozione di provvedimenti razziali nell'Africa orientale, per impedire il diffondersi del meticciato e imporre un regime di rigida separazione degli italiani dominatori dai sudditi neri, fu il primo atto della nuova fase dell'esperimento totalitario per la rigenerazione degli italiani. Altri atti seguirono celermente nel corso del 1938: l'intensificazione della campagna per l'incremento demografico; l'inizio della riforma del costume, con l'abolizione del «lei» e della stretta di mano; l'adozione del «passo romano» di parata e dell'uniforme militare per tutti gli impiegati civili; l'introduzione della legislazione razzista e antisemita. Nella visione mussoliniana della crisi della civiltà occidentale, che il duce attribuiva principalmente alla decadenza demografica, il problema razzista acquistava un'importanza sempre più rilevante in relazione alla rivoluzione antropologica per la creazione dell'italiano nuovo. Dalla ossessione per il rifacimento del carattere nazionale, e non da presunte pressioni di Hitler o dalla mania di imitare il nazismo, Mussolini fu spinto a imboccare la strada del razzismo e dell'antisemitismo, essendosi convinto che il destino della civiltà europea e occidentale dipendeva dalla difesa del primato della razza bianca, e tale difesa sarebbe stata efficace soltanto se egli fosse riuscito a rigenerare gli italiani, a creare i Romani della modernità. Tutti i provvedimenti varati nel «sedicesimo anno del regime», dalla introduzione del «passo romano» alle leggi razziste e antisemite, disse il duce in un discorso inedito al consiglio nazionale del PNF il 25 ottobre 1938, erano «un fatto di grandissima importanza», erano «poderosi ***** nello stomaco» alla borghesia italiana, sferrati per cancellare le ultime tracce di quanto ancora sopravviveva della vecchia «Italia pittoresca, disordinata, cantatrice, suonatrice», e accelerare la formazione di una nuova razza di italiani per concentrare «tutte le energie del popolo italiano verso l'obiettivo della potenza. Perché l'Europa del domani sarà un complesso di tre o quattro masse demografiche, attorno alle quali saranno dei piccoli satelliti. Noi saremo una di quelle grandi masse» 59. Con parole molto simili sull'Europa del domani, il duce si era espresso un anno prima durante un colloquio con Ciano: «Il Duce – annotava il genero nel suo diario il 6 settembre 1937 – si è scagliato contro l'America, paese di negri e di ebrei, elemento disgregatore della civiltà. Vuole scrivere un libro: l'Europa nel 2000. Le razze che giocheranno un ruolo importante saranno gli italiani, i tedeschi, i russi e i giapponesi. Gli altri popoli saranno distrutti dall'acido della corruzione giudaica. Rifiutano persino di far figli perché ciò costa dolore. Non sanno che il dolore è il solo elemento creativo nella vita dei popoli. Ed anche in quella degli uomini» 60 . L'idea del duce di scrivere un libro intitolato Europa 2000 è confermata dalla testimonianza di un altro gerarca, Nino D'Aroma: nel settembre 1938, alla fine di un suo rapporto al duce, il colloquio continuò sulla notizia data da una rivista inglese, secondo la quale Mussolini stava per pubblicare «un libro razziale e demografico, dal titolo 'Europa 2000'». Interpellato sull'argomento, il duce rispose «calmo ed ironico»: «È verissimo: non so come sia trapelata la notizia. [ ... ] Scriverò sì, questo libro, ma per dimostrare che nell'anno 2000, i popoli che domineranno il mondo, saranno solo tedeschi, italiani, russi e giapponesi!» 61. La concordanza fra le due testimonianze ha una significativa discordanza nel giudizio sull'America e gli americani. Infatti, mentre nel settembre 1937, secondo il diario di Ciano, il duce appare già aspramente antiamericano, proprio nello stesso periodo, secondo il racconto di D'Aroma, il duce si esprime con parole elogiative nei confronti del popolo americano, del quale dichiara di ammirare «il civismo, che anche se a noi appare esagerato, è tuttavia un elemento sano e decisivo della loro vita nazionale»: «Leggendo bene la loro stampa quotidiana, si vede palese questa singolare America nella quale ogni americano deve sempre qualcosa ai suoi compatrioti, alla sua città, al suo Stato, alla Nazione, sia in senso civico, sia in senso sociale». E tutto ciò avviene, osservava il duce, «non con imposizione di legge, ma come solidarietà, come fatto ovvio, come dovere morale. Io amo quel senso tutto americano della maggioranza che decide e per cui poi tutti, senza esclusioni, debbono seguire. È morale puritana, questa, d'accordo: ma l'individuo è distruttore, è sabotatone, quando non è, come accade da noi in certi ceti borghesi, del tutto asociale» 62. Non era la prima volta che Mussolini manifestava la sua stima per il popolo americano e il suo patriottismo 63. Quel che maggiormente sorprende, in questa testimonianza, è l'accenno al carattere non coercitivo del civismo americano, sentito come solidarietà e dovere morale. Si può forse percepire, in tali espressioni di ammirazione, una punta di invidia, da parte del duce, verso gli americani che, a suo giudizio, sentivano spontaneamente quel senso di dedizione dell'individuo allo Stato e alla Nazione, che il fascismo aveva tentato di inculcare negli italiani con il metodo totalitario, fin dai primi anni del suo avvento al potere, ottenendo risultati dei quali il duce non era affatto contento. Anzi, ne era profondamente deluso, al punto da dubitare fortemente, alla vigilia del secondo decennio del fascismo al potere, che gli italiani sarebbero mai diventati i Romani della modernità. Sempre più isolato dagli uomini, nei primi anni della Seconda guerra mondiale, contemplando talvolta, in una giornata qualsiasi, dal balcone di Palazzo Venezia la grande piazza senza folle oceaniche, il duce sentiva insinuarsi nel suo animo, dolorosamente, il dubbio angoscioso del fallimento.

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MessaggioInviato: Sab Gen 22, 2011 6:02 pm    Oggetto:  
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NOTE

1 Mussolini Opera Omnia cit. vol. XXIV, p.283
2 Ivi, pp. 287-288
3 Cfr. F. D’Amoja, La politica estera dell’impero. Storia della politica estera fascista dalla conquista dell'Etiopia all'Anschluss, Padova 1967, pp. 1¬43.
4 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XIII, p. 146.
5 C. Pellizzi, Fascismo-aristocrazia, Milano 1925, pp. 172, 164.
6 Archivio Centrale dello Stato, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio riservato, busta 37, fasc. «Giuseppe Bastianini».
7 M. Scaligero, Natale di Roma, in «Gioventù Fascista», 21 aprile 1933.
8 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XXV, p. 147.
9 Ivi, p. 164.
10 Ivi, vol. XXVI, p. 47.11
11 Ivi, pp. 127-128.
12 C. Scorza, Fascismo idea imperiale, Roma 1933, pp. 9,14,17.
13 A. Pagliaro, Il Fascismo, Roma 1933, p. 184.
14 Ivi, p. 191.
15 Partito Nazionale Fascista, La dottrina del fascismo, Roma 1936, pp. 158-159. L'autore del testo è il glottologo Antonino Pagliaro.
16 G. Bottai, Roma nella Mostra della Rivoluzione Fascista, in «Roma», gennaio 1934, pp. 5-6.
17 Id., Roma e il fascismo, in «Roma», ottobre 1937, p. 351.18
18 Ivi, pp. 351-352.
19 G. Bottai, Roma nella scuola italiana, in «Roma», gennaio 1939, pp. 4-14.
20 Incontri, Milano 1943, p. 41.
21 pp. 68-69.
22 C. Calassi Paluzzi, La storia di Roma a cura dell'Istituto di studi romani, in «Roma», gennaio 1937, pp. 25-27.
23 Id., Perpetuità di Roma: la Mostra Augustea della Romanità e la Mostra della Rivoluzione Fascista, in «Roma», ottobre 1937, pp. 353-355.
24 M. Pallottino, La Mostra augustea della romanità, in «Capitolium», 1937, p. 519.
25 P. De Francisci, Civiltà romana, Roma 1939, pp. 157-158.
26 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XV, p. 214.
27 Ivi, vol. XVI, p. 160.
28 Ivi, vol. XVII, p. 219.
29 Ivi, vol. XVIII, p. 160.
30 Ivi, vol. XIX, p. 169.
31 Ivi, p. 191.
32 Ivi p. 204.
33 Ivi, p. 268.
34 Ivi, vol. XX, p. 65.
35 Cfr. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, nterpretazione, Roma-Bari 20073, pp. 235 sgg.
36 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XX, p. 284.
37 Ivi, vol. XXI, p. 363.
38 Ivi, vol. XXII, p. 100.
39 Ivi, p. 144.
40 Ivi, p. 246.
41 Ludwig, Colloqui cit., p. 132.
42 Ivi, p. 193.
43 Ibid.
44 Cfr. Gentile, Fascismo cit., pp. 235 sgg.
45 Gentizon, Rome cit., p. 217.
46 E. Schneider, Dans Rome vivante, Paris 1936, pp. 78-79.
47 J. De Lecretelle, L'esempio di Roma, in «Capitolium», 1935, pp. 424¬426.
48 Public Record Office, London, FO 371/15997-14524.
49 Public Record Office, London, FO 371/16799-XC 14702.
50 Cfr. Andrew, Through Fascist Italy cit., pp. 165-166.
51 M. Lachin, La IVe Italie, Paris 1935, pp. 15, 59-80.
52 Ciano, Diario cit., p. 256.
53 Bottai, Diario cit., p. 111.
54 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XXVIII, p. 3.
55 Ivi, vol. XXVIII, p. 30.
56 Ciano, Diario cit., p. 149.
57 Ivi, p. 193.
58 Bastianini, Uomini cit., pp. 34¬35.
59 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XXIX, p. 196.
60 Ciano, Diario cit., p. 34.
61 N.D’Aroma, Mussolini segreto, Rocca San Casciano 1958, p. 167.
62 Ivi, pp. 130-131
63 Cfr. E. Gentile, Impending Modernità: Fascism and the Ambivalent Image of the United States, in Journal of Contemporary History, 28, 1, 1993, ora in Id., The Struggle for Modernity: Nationalism, Futurism and Fascism, Westport-London 2003, pp. 160-177.

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