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Moralità e Razionalità dello Stato Etico in Gentile (Gregor)

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Dom Dic 26, 2010 2:19 pm    Oggetto:  Moralità e Razionalità dello Stato Etico in Gentile (Gregor)
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Lo scritto che segue è tratto dal testo del professor A. James Gregor che si intitola “Saggi sulle teorie etiche e sociali dell’Italia fascista” ( pp. 9 – 25) pubblicato in italiano nel 1965 e riedito nel 2010 da Effepi. In esso viene magistralmente descritto il fondamento logico dello Stato Etico fascista che costituisce per l’appunto il cuore della filosofia politica gentiliana.

LA FILOSOFIA POLITICA DI GIOVANNI GENTILE


La filosofia politica è nello stesso tempo uno dei settori più importanti e più trascurati del mondo filosofico. Nessun altro campo di attività critica è altrettanto pieno di paradossi reali o apparenti. Esaminando il problema della subordinazione incontriamo subito le difficoltà che lo assillano. È questo problema appunto che ci fornisce un opportuno spunto per iniziare uno studio del pensiero politico di Giovanni Gentile. Uno dei problemi più urgenti per chi si occupa di teoria politica è quello della giustificazione morale dell'esercizio dell'autorità politica. In breve, come si può concepire l'Io, l'individuo, obbligato ad ubbidire alla autorità politica? Come si può pretendere che sacrifichi, anche in tempo di pace, il proprio interesse immediato e personale a favore dell'interesse collettivo? Come può, in tempo di guerra, essere legittimamente costretto a sacrificare la sua vita per il paese? Da quale fondamento discende questa subordinazione? Secondo l'«Attualismo» 1, le principali difficoltà nascono dall'assunzione che lo Stato sia in posizione antagonista con l'Io, cioè con la vera individualità dell'uomo 2 . D'altro lato, osserva il Gentile, i teorici moderni sostengono che un minimo di questo antagonismo è “conditio sine qua non” per una completa emancipazione dell'uomo 3. Bentham, per prendere un esempio espressivo, affermò che la legge è male e il governo una somma di mali. Posto che la legge è nemica della libertà e che ogni costrizione della libertà è una infrazione della morale. In questo testo libertà significa solo assenza di obbligazioni 4. Quando un individuo entra nella società rinunzia ad una parte di questa libertà per assicurarsi così alcuni diritti elementari. Ma esisteva una libertà “significativa” senza la sicurezza di questi diritti elementari? In apparenza noi ci troviamo di fronte ad una circostanza molto singolare: la libertà dopo un significativo sacrificio allo scopo di acquisire certi diritti elementari, si accresce per effetto della sottrazione 5. Ciò deve far pensare che la libertà non si comporta per esempio come una pezza di stoffa, ma piuttosto come una pianta che fiorisce solo se ben potata. Di conseguenza non si può concepire la potatura come distruttiva per la libertà che garantisce all'individuo certe sicurezze e gli fa quindi godere di una maggiore libertà. La fonte delle difficoltà, suggerisce Gentile, consiste nella concezione secondo cui le pretese di «altri» sopra l'Io sarebbero distruttrici della libertà, mentre al contrario il riconoscimento di tali diritti intensifica la capacità di vita e la libertà dell'individuo attraverso il meccanismo della reciprocità. La condizione in cui l'uomo è rappresentato come anteriore ed estraneo alla società, condizione in cui fiorirebbe la libertà, va considerata come una finzione 6 . Nella condizione attuale effettiva dell'uomo la libertà non esiste in tanto, in quanto l'uomo è separato dalla società, con i suoi sistemi di obblighi reciproci. Fuori dalla società l'uomo si trova soggetto alla natura, comunque egli tenti imporre ad essa il suo dominio. È il nemico di tutti e di tutto: persone e cose lo insidiano ugualmente; la sua condizione è di abietta dipendenza. Non v'è libertà né sicurezza; ogni uomo è esposto senza difesa, all'ingiuria dei suoi nemici. Non v'è sicurezza di vita, non parliamo di libertà! La libertà alla quale l'uomo rinuncerebbe in parte per entrare nella società non esiste in realtà. È, secondo Gentile, un possesso immaginario ceduto alla società con una donazione immaginaria. Gentile osserva che tale nozione può nascere solo ed unicamente se l’«individuo» è concepito in una forma assolutamente astratta 7. Nell'ambito di questa nozione l'individualità, l'intelligenza peculiare e la completezza della vita non sono alimentate e sviluppate dai rapporti e dagli obblighi che nascono dalla società, esse sono costrette nelle pieghe dell'Io più intimo 8 e particolare per essere sottratte agli effetti di un supposto «mondo esterno naturale e sociale» 9. Gentile trova che l'unica conseguenza possibile di tale convinzione sia quella specie di anarchia speculativa che caratterizzò il pensiero «liberale» del XIX secolo 10. Si arrivò a considerare l'eccentricità come modello dell'Io completamente emancipato. La società, matrice delle relazioni universali, fu giudicata la generatrice di monotonia e uniformata come nemica mortale della «naturalezza umana». Quando i teorici dell'individualismo speculativo tentarono di tracciare un “modus operandi”, grazie al quale gli uomini potessero vivere secondo le leggi in tranquilla coscienza, assegnarono allo Stato dei limiti specifici nell'ambito della sua autorità sugli individui 11. Il prototipo di questi conati si trova nell'opera di Mill “Sui limiti all'autorità della Società sull'individuo" 12. Secondo le argomentazioni di Mill, interessa la legge positiva quell'azione che lede altra persona. Tutte le azioni che comportano lesioni entrano sotto la morale. Tutto il resto è dominio della sovrana libertà individuale 13 . Si avanza l'obiezione: Non potrebbero tutti gli atti individuali in sé e nelle loro conseguenze, essere considerati lesivi, o almeno potenzialmente lesivi verso qualcuno? Infatti tutti gli atti individuali concepibili possono pensarsi non solo in relazione ad una, ma contemporaneamente a più persone. La suddivisione in zone di ciò che costituisce un unico organico e collegato sembra ad alcuni teorici, considerata come ipotesi di lavoro, arbitraria e troppo soggetta al capriccio 14. Mill si oppone per esempio all'intento di prevenire l'irreligiosità e l'immoralità mediante castighi, basandosi sull'assunto che tali cose «riguardano soltanto un individuo». Gentile osserva che la tesi secondo cui quelle disposizioni personali, specialmente quando si traducono in atti, «riguardano un solo individuo» è per lo meno discutibile. 15 Gentile afferma che l'impresa di separare la sfera di ciò che «riguarda uno solo» da quella che interessa gli altri, cioè l'Io dallo Stato che gli è contrapposto è resa impossibile da incredibili difficoltà aggravate dalla confusione della classificazione 16. A noi sembra che nello stesso Mill si trovi lo spunto per una più importante considerazione, precisamente nella discussione relativa al diritto o meno dell'individuo ad alienare la propria libertà per motivi che lui solo interessano. Se si nega all'uomo la facoltà di vendere se stesso come schiavo ad altri ne consegue che questi «non è libero di usare della propria libertà» 17 . Per cui Possiamo concludere, a partire dalla natura stessa della libertà, che la libertà è realmente l'opposto di quanto in partenza si è portati a pensare. Esiste una volontà reale, che in certo modo trascende la momentanea e capricciosa volontà dell'individuo, alla quale egli può appellarsi. Incontriamo qui un'esplicita ammissione del concetto che la manifestazione dell'Io e dell'individualità è soltanto possibile attraverso l'adesione al «reale», all'«universale» distinto dalla volontà momentanea e irriflessiva18. I teorici politici hanno riconosciuto da tempo la legittimità della forza che entra in azione per restringere il regno momentaneo degli individui quando tale regno è minacciato da una reale lesione. Il diritto menzionato riceve la sua sanzione dal fatto che l'agente che opera la restrizione intende con ciò servire la volontà reale dell'individuo. L'agente agisce nello stesso modo in cui agirebbe l'individuo se la sua volontà fosse sottratta all'influsso momentaneo dell'entusiasmo e della passione 19. Si riconosce poi che la volontà «reale» o «universale» differisce quando addirittura non si oppone, dal desiderio immediato dell'individuo. E gli agenti dello Stato nel costringere l'individuale traggono il loro diritto da questa volontà. Nello studio di Rousseau incontriamo una simile concezione implicita nelle sue tesi in un ambito infinitamente più ampio. Nel Contratto Sociale, in particolare nella discussione «Sulla condizione civile», troviamo un'esplicita adesione al principio che l'uomo goda di libertà morale solo in uno Stato dove la sua libertà è resa possibile dall'asservimento delle necessità e degli appetiti, e nel quale può essere degno di se stesso ubbidendo alla legge che da solo si è imposta. La «libertà naturale» tanto cara ai teorici dell'individualismo, significa per Rousseau poco più che un «libertinaggio animale». L'uomo è veramente tale solo nella società civile. Spingendosi oltre Rousseau riconosce una legge e una volontà con le quali l'Io può occasionalmente essere in disaccordo, ma che rappresenta l'lo più vero e completo, una volontà che comanda agli appetiti triviali, confusi e momentanei dell'Io particolare 20. Questa volontà costituisce la vera volontà dell'individuo, incarnando e concretando la sua aspirazione ad essere ciò che può e deve essere: l'Io nella forma più alta. Il riconoscimento di questo impulso etico libera l'uomo dagli appetiti momentanei dell'Io transitorio e lo rivolge verso le leggi che governano l'emancipazione della sua essenza naturale. Vale la pena ricordare tutta l'etica platonica per seguire la logica familiare in questo argomento. L'accrescimento delle ambizioni e degli appetiti della carne non è segno di libertà (l'intemperante non parla mai di «conquistare» la sua temperanza, né il «vizioso» di controllare le sue passioni). Gentile giudica che il filo di questa analisi gira attorno alla concezione di una volontà generale, reale o universale, che nello stesso tempo può essere concepita come opposta alla volontà particolare o momentanea e può meglio di questa realizzare la vera e sostanziale libertà del soggetto. Da tale concezione della volontà reale o universale, sempre secondo Gentile, deriva la sua attendibilità una concezione dell'Io distinta da quella sostenuta dalle teorie politiche giusnaturaliste e contrattualiste. Quell'atto arbitrario, della cui libertà naturale parlano i teorici del giusnaturalismo, non è né libero né morale. La sola azione non indica nulla se non è consacrata alla determinazione cosciente della personalità. Se è priva di scopo manca di valore morale. Non può dirsi libera un'azione nata da impulsi e appetiti, da intenti e passioni: al contrario è la vera negazione della libertà. La sottomissione alle passioni e all'istinto è considerata ignobile negazione dell'Io reale, morale e veritiero. Non è libera quell'azione semplicemente non repressa; la facoltà di seguire gli impulsi dell'umore o della sorte è puro capriccio. L'azione momentanea non è libera. La vera volontà mostra elementi di continuità e di identità che si rispecchiano nel carattere della persona. La libertà sta nell'accordo con la legge, una legge ad essa immanente, che è la sua norma intrinseca. È una legge intrinseca all'Io e che si realizza nell'essere dell'Io. Nella legge e nella libertà si ha una identità e una integrità sostanziale. Nell'atto di aderire alla legge non vi è asservimento, ma la liberazione dell'uomo in quanto uomo. La legge alla quale l'uomo è moralmente soggetto è la legge che riflette il processo dialettico dell'autodeterminazione della persona in quanto personalità. Il suo obbligo morale consiste nel far concordare le proprie azioni con la necessità dell'Io reale e veritiero. L'uomo privo di contatti umani in un mitico stato naturale è un uomo privato della sua stessa umanità. L'uomo si sviluppa come tale attraverso contatti interpersonali. Ma già i primitivi contatti umani richiedono l'accettazione di una disciplina, un riconoscimento della legge, l'assunzione di obblighi. Il rapporto più elementare fra uomini, per fare un caso estremo, richiede la sottomissione ad una disciplina, la disciplina formalizzata del linguaggio 21. Pochi si azzarderebbero a sostenere che la sottomissione a tale disciplina sia una reale riduzione della libertà poiché nel sottomettersi ad essa, accettando le leggi implicite all'impiego del linguaggio, l'individuo è fedele al suo essere essenziale, alla sua vera umanità. L'individuo si è «espanso» 22 oltre se stesso in consonanza con la sua vera umanità, secondo la legge. Nella misura in cui gli uomini aumentano le proprie relazioni incrementano anche la propria umanità, personalità e libertà. La società è la disciplina che permette una vera libertà favorendo lo sviluppo della personalità 23. La società parla con autorità ed esige disciplina 24, l'uomo per essere quello che può e deve essere deve trovarsi in accordo con l'impulso morale essenziale e universale dell'uomo 25. Vi è una autorità e una disciplina che, l'uomo, quale vera persona pone a proprio fondamento 26. La sua volontà in quanto universale e reale si manifesta quale concreta attualità nello Stato 27. Per l'Attualismo l'autorità della società e dello Stato si basa sulle leggi che governano il formarsi della personalità 28 . La fonte dell'Autorità non consiste di leggi che nascono “inter homines”, ma di leggi che sono “in interiore nomine” 29 . L'uomo sta nella comunità e nello Stato solo perché comunità e Stato sono nell'uomo, in un senso compiuto 30. Solo nella società, attraverso lo Stato – sua volontà manifesta –, l'uomo realizza, se stesso quale personalità. Nell'obbedire alle leggi dello Stato l'uomo ubbidisce alle leggi intrinseche del proprio essere 31. Poiché l'autorità, che non sia né oppressiva né tirannica, poggia su leggi di natura e di contenuto spirituali. Tale autorità è una vivente fonte di vita, una razionalità che si afferma 32 – 33. Si codifica in legge positiva. La legge è volontà generale e universale 34, é volontà che si è attuata secondo la propria natura 35 . La legge che si è costituita è divenuta estrinseca, è ora una forza limitatrice contrapposta al soggetto 36 . Divenuta estrinseca essa non è più morale in quanto non un atto vivente dello spirito. Non essendo tale per imporsi deve esse assunta e fatta propria dal soggetto 37. Il soggetto deve riconosce in essa la legge del suo proprio essere, immanente a se stesso 38. La legge positiva è la volontà della comunità divenuta attuale; essa mantiene i rapporti ordinati del corpo politico attraverso il suo evolversi nella storia, protegge l'individuo e lo rende libero a se stesso come membro autocoscienze della società; amplia e garantisce le possibilità di vita sociale per mezzo della gerarchia spirituale, i cui elementi costituiscono i componenti essenziali della personalità umana 39. Come tale, la legge positiva gode di una posizione morale privilegiata 40 . L'individuo non può abrogare la legge a suo capriccio. Se così facesse condurrebbe la propria comunità all'anarchia, se stesso compreso, con la perdita di quel patrimonio spirituale che fa dell'uomo quel che l'uomo è. Pretendere il diritto di resistere allo Stato con la forza o con la disobbedienza equivale ad una ribellione 41 . All'importanza che per assunto si attribuisce all'individualità si deve contrapporre il valore determinante dell'esistenza dell'ordine sociale 42. Poiché anche un cattivo Stato è meglio della mancanza completa di uno Stato 43 . Si può ubbidire anche ad una legge ingiusta, perché così facendo si ubbidisce alla legge superiore che è l'imperativo morale di ubbidire alla legge 44. Tutto ciò non significa che i «conflitti morali» non generino contrasti nell'applicazione della legge positiva, con conseguente necessità di cambiamenti. La legge, nella concezione, dell'Attualismo è l'atto preferito di una comunità condizionata storicamente 45 . La volontà universale si manifesta nella risoluzione di problemi particolari in determinate circostanze politiche e sociali. Risoltisi quei problemi, alteratesi queste circostanze, la legge può divenire antiquata, dannosa e ingiusta. Si converte in un intoppo, in una vera costrizione della libertà, in conflitto con il fine morale che anima lo Stato. In tali circostanze l'individuo o ubbidisce alla legge che stima ingiusta, o tenta di convertire la sua obiezione in universale, spinto dalla propria convinzione 46, ricostruendo così la legge. È chiaro che se egli crede veramente, e non è spinto da vane velleità di compiacere a se stesso, tenterà di far valere il suo giudizio universale, per giustificare di fronte ai suoi concittadini la volontà di non ubbidire 47, e di conseguenza la legge potrà essere temperata, modificata, riformata 48. La legge, i costumi, le consuetudini, la società stessa, sono sempre in fieri, perché costituiscono momenti vivi della volontà e dello spirito dell'uomo. Sempre in fase di sviluppo, sempre soggetti a revisione, sempre in continua rivoluzione 49. La società si compone di una apparente molteplicità di Io con problemi particolari e particolari interessi. Lo Stato è sottoposto a critica e revisione costanti per far fronte all'esigenza di integrare quegli interessi e risolvere quei problemi 50. Le soluzioni non si esauriscono e non sono mai definitive. Poiché il progredire, il cambiare, la graduale universalizzazione e il continuo assorbimento dei particolari nella unità costituiscono la vita dello spirito senza la quale lo Stato cesserebbe di esistere 51. La legge di conseguenza rispecchia le contingenze storiche 52. E’ la volontà attuata, il «volere voluto» della comunità condizionata dai problemi da risolvere 53, sempre differenti, chiusi nel regno della moralità individuale 54 . Le soluzioni politiche dei problemi assumono una determinata formula per soddisfare alle necessità reali in un dato tempo e un dato spazio. Il dirigente politico se vuole guidare la volontà del suo popolo deve saper valutare i problemi del suo tempo. Deve esser cosciente delle sue reali necessità anche quando esse si affaccino confusamente. Deve parlare nel nome della sua epoca e della sua nazione 55 - 56. Le attuazioni del dirigente politico dimostrano le sue capacità di governare valutando adeguatamente le circostanze sulle quali o attraverso le quali, egli deve agire 57. Non soltanto egli deve restare fedele ad un programma ideologico, ma deve anche saper trovare in anticipo soluzioni capaci di risolvere le contingenze economico-sociali di tutti i giorni 58. Se il suo pensiero fosse incapace di penetrare queste contingenze esso si ridurrebbe ad una velleità, vana preoccupazione senza senso 59. Quelle leggi emanate dallo Stato, dai suoi dirigenti politici, nelle quali l'individuo non riesce a identificarsi, vengono sopportate come una semplice forza senza valore positivo 60 . La forza priva di valori morale non è percepita come uno strumento che agisce per il bene della vita. Conseguenza ne è il tentativo di cambiamento, poiché le leggi senza valore positivo non costituiscono un'espressione della volontà reale. L'imperativo, dal quale prende origine l'obbligatorietà, è che lui ordina la difesa della moralità, la difesa cioè dello spirito dell'uomo 61. Non è concepibile forma alcuna di attività umana che non sia subordinata alla legge morale 62 , all'ideale normativo di vita del lo spirito. Quando la legge positiva cessa di essere uno strumento di questa vita è destinata, e forzata, a rigenerarsi moralmente in un processi dialettico di autovalorizzazione. Sottoponiamo la legge a principi morali e l'avremo vivificata e resa obbligatoria poiché l'avremo messa in accordo con il processo vitale dello spirito 63. La volontà attuale non dà la sua adesione ad alcunché, che non sia in accordo con essa, dando compimento ai suoi principi. L'essere spirituale dà la sua approvazione solo a ciò che si viene a sottoporre alla sua volontà 64. Questa volontà afferma la meta a cui la natura la conduce e rifiuta assolutamente di fermarsi là dove non si anela a questa volontà 65 . L'individuo particolare deve, assumendo una piena responsabilità, analizzare la legge esistente, lo Stato esistente e dare il proprio assenso unicamente a ciò che concorda con l'imperativo morale di realizzare se stesso come uomo più compiutamente. Ma l'individuo realizza in pieno se stesso solo quando arriva ad essere cosciente di sé in quanto intrinsecamente e sostanzialmente legato con gli altri. Questa coscienza sorge da prima nella famiglia, attraverso la quale l'uomo realizza la propria persona con maggiore profondità 66. Lavorando per l'interesse della famiglia l'individuo lavora per questo Io più profondo 67. Questa coscienza si allarga ancora attraverso l'appartenenza dell'individuo ad altri enti, non solo a quelli che rappresentano un interesse collettivo immediato, ma anche a quegli altri che per realizzarsi devono porsi in risonanza con la totalità dei diversi interessi (per esempio l'interesse di un sindacato entro l'ambito della totalità organica dell'economia nazionale) 68 . Tutti questi interessi sono in definitiva, momenti della pienezza totale che è lo Stato. L'individuo crea se stesso quale personalità attraverso questi agenti e questi agenti – famiglia, sindacato, corporazione, chiesa – ricevono tutte il riconoscimento giuridico dallo Stato, che dell'individuo è l'incarnazione concreta 69. Il diritto di ognuno ad esistere è garantito dallo Stato, perché lo Stato realizza il suo contenuto sostanziale in ognuno e attraverso ognuno dei suoi componenti. Per mezzo di tutti gli altri l'individuo supera la sua momentanea particolarità per arrivare al proprio vero Io 70. Secondo l'Attualismo lo spirito umano può realizzarsi solo individualizzando se stesso nel particolare, subendo un processo che ha nell'individuo, ad un tempo, principio e fine di una catena che ha molti componenti intermedi: fra gli altri la famiglia, la corporazione, la chiesa. La realtà umana non esiste nell'individuo astratto, neppure nell'umanità astratta. Parlare di «umanità» come luogo universale distinto dall'individuo particolare vuol dire cadere ancora una volta nell'errore dei romantici e degli individualisti. La «realtà umana» non è né nell'individuo astratto né nell'umanità astratta. Entrambi sono astrazioni. Il cammino che percorre l'umanità – in quanto universale che tende a divenire cosciente di se stesso, in quanto spirito che genera autocoscienza negli individui – passa attraverso l'individualità storica dei popoli, delle nazioni e degli Stati storici incorporazione della sua volontà. Per conseguenza l'umanità assume valore reale solo attraverso la nazione e l'individuo può elevarsi a prender coscienza della propria umanità attraverso la nazione, in quanto suo membro. Il singolo non può affermare la sua esistenza umana senza affermare la sua nazione, e l'umanità può realizzare se stessa per mezzo dell'uomo appartenente ad una determinata comunità 71. La formazione dell'uomo come uomo implica regolari ed essenziali legami con altri uomini; legami d'amore, di linguaggio, d'arte, di religione e di scienza, di istituzioni e interessi, fra i quali egli si trova collocato in un tempo e in un luogo determinati. Questo costituisce la società, la società concreta nella nazione, che è mantenuta, sviluppata, definita e protetta dallo Stato, quale volontà concreta. E posto che la nazione è il mezzo attraverso il quale questi legami si realizzano e la società è possibile concretamente solo per virtù di uno Stato storicamente determinato come volontà autocoscienze 72 , lo Stato si rivela come fondamentalmente etico 73 , elemento dell'articolazione dell'umanità reale degli individui che sono i suoi costituenti momentanei. Come tale lo Stato parla in nome della volontà reale, distinta dai capricci momentanei e dai desideri irriflessivi degli Io particolari. Tale volontà delibera e impone obblighi 74 . Al manifestare questa volontà lo Stato rivela il suo accordo con la legge morale.

NOTE

1. Così si chiama il sistema filosofico di Gentile.

2. Cfr. GENTILE, Genesi e struttura della società (in seguito designata GS). Firenze, Sansoni, pag. 14; Fondamenti della filosofia del diritto (in seguito FD), Firenze, Sansoni, pag. 103; M. AEBISCHER, Der Einzetne und der Staat nach Giovanni Gentile, Friburgo, Kanisiusdruckerei, pag. 56.

3. FD, pag. 104 e seg.

4. Un simile assunto sembra accettato anche negli scritti di T. SMITH, «Fare ciò che piace questa sola è libertà» e «...libertà non significa altro che facoltà di fare ciò che piace», The democratic Way of Life, New York, Mentor, pag. 53 e 55.

5. BLEDSOE commentò molto tempo fa la singolarità di queste circostanze; cfr., An Essay on Liberty and Slavery, Filadelfia, Lipplucott, 1856.

6. A.D. LINDSAY controbatte a MILL: «La libertà reale è possibile in un mondo in cui siamo in rapporto con altre persone, soltanto se le relazioni sono espressione della ragione. Perciò lo Stato accresce la libertà nella misura in cui sostituisce l'interferenza arbitraria degli individui con una interazione ordinata della ragione». Introduzione a J.S. MILL: Utilitarianism, Liberty and Represeniative Government, N.Y., Dutton, 1950, pag. XXV.

7. Cfr. GENTILE, The reform of the education (in seguito RE). N. Y., Harcourt, Brace, 1922, pag. 20; GS, pagg. 60, 65, 105, 115.

8. GENTILE, Preliminari allo studio del fanciullo (in seguito PF), Firenze, Sansoni 1958, pag. 53.

9. SMITH: «La prima barriera alla libertà è costituita dalle limitazioni naturali, la seconda dalle limitazioni sociali», op. cit., pag. 47.

10. «Lo Stato rimane una semplice realtà di fatto, ingiustificata e ingiustificabile, contro la quale batterà l'individualismo liberale - giusnaturalistico e contrattualistico - fino a sboccare nella sua logica conseguenza, dell'anarchismo». FD, pag. 105; cfr. pag. 108.

11. «Mill si attacca all'idea che una interferenza dello Stato, in quanto interferenza, è una violazione della libertà, mettendo una pregiudiziale contro tutte le interferenze».

12. MILL, On Liberty, cap. IV.

13. Ibid., pagg. 183-185, 201.

14. MILL nel suo Essay on Liberty suppone l'esistenza di due differenti sfere d'azione. Una è quella che concerne gli altri e può essere sottomessa alla società. L'altra concerne solo l'individuo e di questa egli è sovrano con pieno diritto di indipendenza assoluta. L'ipotesi di Mill è esposta a una doppia critica. Egli separa ciò che è inseparabile, la condotta dell'uomo è un tutto unico. Inoltre non vi sono azioni che non abbiano un qualche effetto sugli altri e quindi non li riguardino. Cfr. E. BARKER, Principles of Social and Political Theory, Oxford, Clarendon, 1956, pag. 217.

15. Cfr. GS, pag. 119.

16. Ibid., pag. 118.

17. MILL, op. cit., pag. 213.

18. «Il vero pensiero di Mill sembra poggiare su principi più profondi di quanto egli stesso riconoscerebbe... Una gran parte di quello che Mill dice sembra riferirsi alla legislazione come fosse fatta da alcuni per Il beneficio di altri. Così pure il problema di fino a che punto una società di individui è giustificata a porsi delle limitazioni è confuso con quell'altro, fino a che punto le persone più elevate di una comunità sono giustificate a porre limitazione alle inferiori per il loro bene». LINDSAY, a proposito di Mill, op cit., pagg. XVI e XXII. «Posto che la libertà consiste nel fare ciò che piace, nessuno può essere libero di permettere che una parte della sua natura opprima un'altra, o di compiacersi oggi di ciò che l'umilierà domani... Se potremo educare i nostri figli in modo di che la loro volontà non si trovi mai in contrasto con il loro mondo, che non li ponga in disaccordo con se stessi, con la famiglia, con i vicini, avremo operato per la libertà infinitamente di più di quanto si fece in passato». SMITH, op. cit., pag. 60.

19. «Così il padre che instaura il suo rigoroso, e magari tirannico, regime patemo al di sopra delle capricciose e inconsapevoli velleità dei figli, può avere la profonda coscienza di adempiere un sacro dovere morale, poiché usa quella stessa volontà che anche i figliuoli avrebbero, se sapessero ragionare come lui». GENTILE, Discorsi di religione, 3 ed. (in seguito DR), Firenze, Sansoni, 1955, pag. 88.

20. Cfr. GS, pag. 2; FD, pag. 85.

21. Cfr. U. SPIRITO, Capitalismo e corporativismo, Firenze, Sansoni, 1933, pag. 29.

22. «Nella nuova luce è subito dato di scorgere che egli non è un semplice particolare perché tanto egli è spirituale, è perciò anche individuale, nel significato proprio di questo termine, quanto realizza di universalità». FD, pag. 107.

23. «Questa comunità è la legge della esistenza in cui ciascuno, in tutte le forme della sua vita spirituale, si viene via via attuando». GS, pag. 16. «Il meccanismo sociale... è ciò che unisce agli altri allargando il nostro orizzonte dando alla nostra azione un'efficacia che trascende la nostra vita particolare, dando al nostro dovere la possibilità di far affermare la nostra persona nel rapporto con tutte le persone, con tutta la vita sociale con la quale ci siamo legati». SPIRITO, op. cit., pag. 30.

24. «La realizzazione di sé è il dovere unico dell'uomo». GENTILE, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Firenze, Sansoni, 1954, II, pag. 46. Cfr. Sistema di logica come teoria del conoscere, 3a ed., Firenze, Sansoni, 1940, II, pag. 142. GS, pagg. 44-177.

25. FD, pagg. 67-81.

26. Cfr. Ibid., pag. 80.

27. «Il volere come volere comune e universale è Stato... La quale volontà nella sua concreta attualità, è lo Stato... ». CS, pag. 57.

28. «Così chi vuoi vedere questo Stato di cui tutti parlano e di cui pochi riescono a farsi un'idea che non sia affatto fantastica, bisogna che guardi a sé medesimo, nella propria coscienza, all'atto onde si vien costruendo la sua personalità». FD, pag. 129.

29. «Lo Stato, realmente, non è tra gli Individui, ma nell'individuo, in quella unità di particolare e universale che è l'individuo». GS, pag. 66, Cfr. FD, pag. 129.

30. GENTILE, Che cosa è il fascismo? (In seguito, CG). Firenze, Vallecchi, 1952, pag. 49.

31. PD, pag. 129; CF, pag. 120.

32. GENTILE, Sommario di pedagogia, II, pag. 28.

33. DR, pag. 88.

34. PD, pag. 90.

35. Ibid.

36. «La legge... è forza che già era libertà, e ora è limite della libertà e si oppone al soggetto». PD, pag. 89.

37. Cfr. FD, pag. 122. GENTILE, Sistema di logica, II, pag. 298.

38. «La legge stessa è il ritmo essenziale della vita dello spirito». PD, pag. 72.

39. «Questo Stato... mi sorresse e protesse da prima che venissi alla luce, e mi formò e garantì questa vita comune, in cui sono sempre vissuto; e costituì questa sostanza spirituale, questo mondo a cui mi appoggio, con fiducia che non mi venga meno mai, ancorché si muti e rimuti di continuo». GENTILE, Riforma dell'educazione (In seguito RED), 5 ed., Firenze, Sansoni, 1955, pag. 26; FD, pag. 102. Cfr. PLATONE, Critone.

40. «La forza del volere, in quanto forza che si chiama diritto (dura lex sed lex) è il volere voluto, che si pone come limite della libertà. Questo limite è necessario, e non può mancare». GS, pag. 67.

41. «La tendenza a limitare l'azione dello Stato, che altro è se non una forma di opporre una volontà tendenzialmente statale alla volontà positiva dello Stato? Che altro (che)... una sorta di azioni rivoluzionarie?». GS, pag. 120.

42. Chi critica la legge arriva a perturbare lo schema generale della legge e dell'ordine e spinge altri, meno scrupolosi e animati solo da interessi personali, a perturbarlo più gravemente. Per cui ci si deve chiedere se il contributo di pensiero che si apporta alla ricerca della giustizia... compensi il possibile disturbo che si arrecherebbe allo schema complessi della legge e dell'ordine vigente...». BARKER, op. cit., pag. 224.

43. HEGEL, Enciclopedia di scienza filosofica, § 439.

44. FD, pag 78 e seg., 102 e seg.

45. «Il diritto è la volontà voluta: questa astratta posizione che ha luogo in quanto nel processo della volontà si considera il momento oggettivo e si prescinde dal soggetto a cui esso è correlativo. Ma tutta la storia del diritto - origine della consuetudine col suo spontaneo sviluppo, lotta tra il vecchio diritto e il nuovo spirito e nuove condizioni sociali, decadenza del diritto, abrogazione di esso o rivoluzione si spiega per questa intrinseca natura del solo diritto che possa regolare di fatto la volontà...». FD, pag. 124, cfr. pag. 131.

46. Cfr. «Ogni delinquente agisce contro la legge, perché si fa una sua legge in contrasto con quella dello Stato... Dal punto di vista nel quale purtroppo egli s'è messo ha ragione di fare come fa: e ha ragione in guisa che ognuno nel suoi panni, almeno a parer suo, non potrebbe non riconoscergliela: Egli vuole al postutto, come volontà universale ». RED, pag. 26.

47. «Nessuno penserà mai, nell'atto di pensare qualche cosa che si possa pensare che il suo non sia il pensiero vero: quello che prima o poi tutti accetteranno perché pensato bensì da lui, ma da lui fedele interprete di tutti». GS, pag. 18. «... chi pensa non pensa solo per se stesso: nell'atto in cui accetta il proprio pensiero egli è convinto che, se potesse farsi propriamente intendere, altri sarebbero d'accordo con lui». H. HARRIS, Tre Social Philosophy of Giovanni Gentile, Urbana, Università dell'Illinois, 1960, pag. 17.

48. «La legge trova sempre innanzi a sé la volontà pronta a giudicarla moralmente, e quindi temperarla... a modificarla e riformarla». FD, pag. 101. «Il diritto... vive variando e rinnovandosi di continuo...». Ibid., pag. 130.

49. Ibid., pag. 78, n. l; GS, pag. 116 e seg.

50. «Lo Stato si forma rinnovandosi di continuo...». GENTILE, Introduzione alla filosofia. (In seguito, IF). Roma, Treves, 1933, pag. 185. «La Verità non è dogmatica, ma critica: come critico e non dogmatico, cioè storico, è anche lo Stato. Il quale possiede una verità, in quanto fa quello che fa anche l'uomo singolo, come astrattamente si concepisce dal pensiero comune: cioè in quanto non uccide la sua verità impetrandola, ma rispetta il suo carattere di cosa viva ininterrottamente, per sua stessa natura, si rinnova: sempre vera, mai vera». Ibid., pag. 186.

51. FD, pag. 74 e seg. Cfr. AEBISCHER, op. cit., pag. 44.

52. GS, pag. 60.

53. Ibid., pag. 108 e seg.

54. «Lo Stato come volere ha una legge universale, un imperativo categorico, che non può essere altro che moralità. E le incongruenze non possono riguardare altro che la diversità dei problemi da risolvere, sempre diverse anche nell'ambito della cosiddetta moralità Individuale». Ibid., pag. 67.

55. «I pochi, in quanto sono coscienza e volontà di un'epoca, hanno in mano la storia... Questa volontà... risponde a un sentimento universale capace cioè di diventar tale». GENTILE, Origine e dottrina del Fascismo. (In seguito, OD). Roma, Littorio, 1929, pag. 9 e seguenti.

56. Ibid., pag. 29. Cfr. HARRIS, op. cit., pag. 219.

57. CF, pag. 76; GS, pag. 111.

58. Cfr. CF, pagg. 30, 115.

59. Ibid., pag. 71.

60. «La ribellione nasce ogni volta che dello Stato si senta la forza e non si riconosce il valore». GS, pag. 68.

61. «Innanzi alla feroce forza che si fa chiamare diritto... pura forza immane ignara di ogni norma di giustizia, ecco scattare il naturale bisogno dell'anima umana di proclamare e difendere la moralità, ossia la salvezza dello spirito». Ibid., pag. 69.

62. «Nessuna forma di attività umana è concepibile che non sia per se stessa subordinata alla legge morale». Ibid.

63. «Il diritto... vive variando e rinnovandosi di continuo in quanto si risolve nella vita concreta dello spirito, che è volontà morale». FD, pag. 130.

64. «La legge trova sempre innanzi a sé la volontà pronta a giudicare moralmente... la coscienza morale ha l'ufficio di valutare la legge». Ibid., pag. 101.

65. «Coraggio civile... consiste nella ferma fedeltà alla propria coscienza, nel parlare od agire secondo i suoi dettami, assumendone di fronte agli altri tutta la responsabilità». GS, pag. 31.

66. «L'uomo esce dall'isolamento egocentrico con la prima forma di società che è la famiglia». PF, pag. 51.

67. «L'uomo è famiglia. Egli lavora perciò per sé, ma lavora anche per i suoi figli... il nucleo familiare (dove) il singolo è portato dalla natura a spezzare la crosta del suo gretto egoismo e ad ampliare la sfera della sua naturale individualità». GS, pag. 113. Cfr. PF, pag. 52.

68. Ibid., pag. Il 4.

69. Cfr. FD, pag. 131 e seg.

70. «La vera società si celebra dunque, in noi stessi... I figli, gli alunni, i compagni di lavoro e di fede, tutti gli uomini... debbono apparirci come l'altro noi stessi la nostra stessa realizzazione». PF, pag. 55.

71. «Perciò concludendo, conviene riconoscere che la nostra personalità, in astratto è particolare; ma in concreto si realizza in forma di personalità universale, e però anche nazionale». RED, pag. 27; CF, pag. 26 e seg.

72. IF, pag. 180 e seg.

73. «Lo Stato non può non essere una sostanza etica». CF, pag. 35; IF, pagg. 108, 181

74. Cfr. FD, pag. 83.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Ven Gen 27, 2012 7:48 am    Oggetto:  
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Grazie Marcus, avevi capito benissimo cosa intendevo, e cosa stavo cercando Very Happy

Questo scritto e' semplicemente perfetto. Descrive in maniera magistrale il vero concetto, il cuore, l'essenza della filosofia gentiliana.

Mi emoziona sempre leggere come Gentile aveva cosi' bene elaborato e compreso il valore morale e la sua importanza nello Stato.

Non può dirsi libera un'azione nata da impulsi e appetiti, da intenti e passioni: al contrario è la vera negazione della libertà. La sottomissione alle passioni e all'istinto è considerata ignobile negazione dell'Io reale, morale e veritiero
[...]
All'importanza che per assunto si attribuisce all'individualità si deve contrapporre il valore determinante dell'esistenza dell'ordine sociale


Non riesco davvero a capire come sia possibile non trovarsi d'accordo con questa logica cosi' naturale.

Questo testo dovrebbero leggerlo tutti..

Poiché l'autorità, che non sia né oppressiva né tirannica, poggia su leggi di natura e di contenuto spirituali. Tale autorità è una vivente fonte di vita, una razionalità che si afferma. Si codifica in legge positiva.

Ed il Fascismo e' proprio questo Autorita' che si codifica in legge positiva...come si fa' a non esserne conquistati? Very Happy

la libertà non si comporta per esempio come una pezza di stoffa, ma piuttosto come una pianta che fiorisce solo se ben potata. Di conseguenza non si può concepire la potatura come distruttiva per la libertà che garantisce all'individuo certe sicurezze e gli fa quindi godere di una maggiore libertà.

Avevi ragione, Gregor e' forse l'unico che si avvicina di piu' a capire il vero senso del Fascismo. Wink

Grazie per averlo condiviso.

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"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
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