Indice del forum

Associazione Culturale Apartitica-"IlCovo"
Studio Del Fascismo Mussoliniano
Menu
Indice del forumHome
FAQFAQ
Lista degli utentiLista degli utenti
Gruppi utentiGruppi utenti
CalendarioCalendario
RegistratiRegistrati
Pannello UtentePannello Utente
LoginLogin

Quick Search

Advanced Search

Links
Biblioteca Fascista del Covo
Canale YouTube del Covo
IlCovo su Twitter

Who's Online
[ Amministratore ]
[ Moderatore ]

Utenti registrati: Nessuno

Google Search
Google

http://www.phpbb.com http://www.phpbb.com
La Civiltà Fascista

 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Mer Ago 18, 2010 1:42 pm    Oggetto:  La Civiltà Fascista
Descrizione:
Rispondi citando

Mi è capitato tra le mani questo libro del 1928 "La Civiltà Fascista" edito dal PNF, con introduzione di Benito Mussolini. Desidero condividerne i contenuti con voi, quindi man mano cercherò di inserire i vari brani che compongono l'opera, tralasciando quelli già presenti sul forum (es. gli scritti di Gentile). Buona lettura!

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Mer Ago 18, 2010 2:02 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

INTRODUZIONE

Non sembri troppo solenne il titolo di questo ponderoso e tuttavia interessantissimo volume. Il titolo <<Civiltà fascista>> è perfettamente giustificato dal punto di vista della dottrina e delle opere. Posto, come oramai universalmente è riconoscuto, che quella dell'ottobre 1922 sia stata una Rivoluzione, cioè una subitanea sostituzione di nuovi uomini e di nuovi sistemi a uomini e sistemi del vecchio regime, ne consegue che colla Rivoluzione trionfante si apre un periodo diverso di storia - quindi di civiltà - nella vita del popolo italiano. Basta scorrere le pagine che seguono per constatare quale profonda trasformazione si è operata in un solo quinquennio nella società nazionale. Non solo abbiamo assistito ed assistiamo ad una rapida sostituzione, eliminazione e scelta di uomini; non solo si sono creati istituti nuovi o nuovissimi; non solo si sono affrontati problemi d'importanza eccezionale specialmente nel mondo contemporaneo; non solo il fascismo ha ispirato opere d'arte e di letteratura. Tutto ciò non basterebbe a iniziare un nuovo periodo di civiltà. Il segno certissimo che permette agli artefici grandi e minori della gigantesca fatica di chiamarsi senza false modestie costruttori di una nuova civiltà, è di natura squisitamente morale e spirituale: è la trasformazione del carattere, della mentalità, degli usi e costumi del popolo italiano; è insomma il nuovo modo di vita dell'italiano fascista. Non bisogna credere che questo nuovo modo di vita sia generalizzato e solidificato dovunque e in tutti. Non si cancellano stratificazioni secolari, abitudini inveterate, certi lati della psicologia con un colpo di spugna. Le vecchie generazioni, ad esempio, stentano a ritrovarsi in questa atmosfera così diametralmente opposta a quella nella quale imperava la verbosità, la decorazione, la rettorica, il compromesso, l'abitudine servile verso lo straniero, nonchè il campanilismo più elettoralmente meschino all'interno. Questo volume è una sintesi superba di una fatica che continua, poichè questo secolo sarà fascista e darà al mondo per la quarta volta il prodigio della potenza di Roma.

Benito Mussolini, Roma 17 dicembre 1927 - Anno VI
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Mer Ago 18, 2010 2:35 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

I PRECURSORI DEL FASCISMO

Anzitutto, alcune premesse, necessarie a bene intendersi, evitando malintesi pericolosi e dannosi.

Capisco benissimo che ci sia chi, dinanzi ad un titolo come questo: « I precursori del Fascismo », si senta disposto ad attegggiare le labbra ad un sorriso fra scettico e canzonatore e ad esprimere il suo pensiero con un monosillabo negativo, secco e perentorio. E in verità, anche recentemente, da più parti, da scrittori fascisti di temperamento diversissimo, è stata affermata una concezione così rigida e intransigente del Fascismo, che a volerla adottare e applicare, sarebbe naturale sentirsi dispensati senz'altro da qualsiasi indagine storica, come quella annunziata nel titolo di questo scritto; chè una tale indagine diventerebbe tanto superflua, quanto inconcludente e vana.

Da un lato sento dire (1): « La Rivoluzione fascista incomincia a realizzarsi solo con la guerra », grazie alla quale il Fascismo balzò, « improvvisamente e impetuosamente, all'onore della storia» e perciò esso « non può essere spiegato con la storia ». Ma poichè lo stesso scrittore afferma che il Fascismo venne precisando sempre più la sua « essenza profonda » e a rivelarsi non soltanto come un moto di ribellione contro il socialismo degenerato, ma come un'idea più alta e più vasta che attingeva la sua forza più che dalle necessità del momento, dalle « aspirazioni lontane dello spirito che prevaleva sulla materia », esso ci dischiude uno spiraglio di luce, che ci permette di volgere l'occhio indietro, verso le lontananze della storia.

Altre voci autorevoli ribadiscono l'affermazione categorica che « il Fascismo è nato dalla guerra» (2); onde parrebbe escluso qualsiasi vero antecedente o precursore legittimo. E in realtà, la speranza o l'illusione di trovare precursori legittim verrebbero recisamente troncate, qualora si prendesse alla lettera quanto scrive Carmelo Sgroi (3) là dove considera il Fascismo come « una creatura esclusiva del Duce », sia pure non escludendo che sulla sua spiritualità e maturità intellettuale abbiano influito certi autori.
Ma non bisogna stare alle apparenze, nè prendere troppo alla lettera talune espressioni, che nella loro forma necessariamente sintetica vogliono cogliere e stringere in breve soltanto il momento più saliente e più risolutivo del grandioso evento storico. A dir vero, anche coloro che dànno, e con ragione, un'importanza assolutamente decisiva a quel terribile fattore storico che fu la guerra e alla individualità gigantesca del Duce, non possono ammettere una violazione così eccezionale d'una legge costante della storia, secondo la quale un avvenimento di tanta portata e così profondamente radicato nella vita storica del popolo italiano - e, perciò appunto, profondo - deve essere il risultato d'una lunga, anche se più o meno latente, preparazione ed elaboraazione; deve, in altre parole, avere i suoi precursori e i suoi precedenti nella storia multisecolare del popolo italiano, cioè dello spirito suo, quale è via via attestato e impersonato dai suoi interpreti maggiori. Al quale proposito mi piace ricordare che in quel suo felice discorso che tenne il 30 gennaio ultimo, a Torino, sul Fascismo e sulle tradizioni storiche nazionali, Emilio Bodrero, pur asserendo anch'egli, e giustamente, che la Rivoluzione fascista deriva dalla guerra, è conseguenza meravigliosa e necessaria di essa, si affrettò a riconoscere che quella Rivoluzione e la Marcia su Roma sono state alla loro volta i corollari, la conseguenza necessaria di tutto il proocesso storico della vita italiana.

È dunque tutto un « processo storico » di preparazione che noi dobbiamo sforrzarci d'indagare e di ricostruire per poi valutarlo serenamente. Come è ovvio, i limiti di questa indagine possono variare d'estensione nel tempo e nello spazio, a seconda delle concezioni o delle definizioni che vogliamo accogliere e adottare pel Fascismo, e della natura della trattazione. Beninteso, che non ci sentiamo di seguire George Valois, allorquando, per intrattenere la sua « galleria », lancia la grossa facezia delle origini francesi del Fascismo italiano, ammannendoci ancora una volta il solito risotto soreliano con l'osso-buco Maurice Barrès (4). Della quale facezia ci compensa largamente quel sagace francese che è Charles Benoist, allorchè scrive (nell'Echo de Paris del marzo-aprile 1927) che, come movimento patriottico, il Fascismo ha le sue origini nel passato dell'Italia, la quale ha riconosciuto in esso la voce del Machiavelli e delll'Alfieri, del Gioberti e di tutti coloro che hanno esaltato il primato degli italiani, e vi hanno ritrovato l'accento romano.
Lo scrittore d'oltre Alpi rivela qui come caratteristiche del Fascismo, nel campo politico, anzi patriottico, l'idea del « primato » e quella della « romanità » del popolo italiano. Ma nel Fascismo, come dottrina e come fatto pratico, c'è ben altro.

Il ministro Alfredo Rocco, in quel suo vigoroso discorso di Perugia (30 agosto 1925), che ben può dirsi il primo serio tentativo di rappresentazione sintetica delle dottrine politiche del Fascismo - cioè della sua intima essenza - non si dissimulò la grande difficoltà di questo tentativo, ma nel prospettare i punti fondamentali così della dottrina, come della realtà e della prassi politica del moto fascista, l'insigne collaboratore di Benito Mussolini seppe farne vedere, con pochi tocchi magistrali, le attinenze con la storia, così quelle di carattere antitetico, come quelle che possono dirsi analogie ed affinità genetiche e di sviluppo. Questi punti fondamentali riguardano il concetto della libertà e quello dello Stato, il problema essenziale dei rapporti fra capitale e lavoro, quello dei rapporti fra le classi e la Nazione, cioè il concetto della Nazione, ecc. Orbene, qualora si tengano presenti questi principì e si facciano servire come guida nella esplorazione del passato, è chiaro che un'indagine storica si può -si deve anzi - tentare e in modo tale che essa abbia a riuscire tutt'altro che un vano esercizio di curiosità erudita. E poichè nella storia la collettività o la massa è come l'humus feconda su cui poggiano e da cui ritraggono la linfa nutritiva e i succhi vitali, per la buona sementa, le radici e i tronchi, ma quelli che più contano in una ricerca storica di questo genere, sono i grandi individui, quelli che ben possono dirsi i rappresentanti e insieme gli attori, - i veri alberi fruttiferi giganti della storia - occorre volgere l'occhio ad essi soprattutto; anche nel nostro caso. La ricerca non è difficile e solo può esserci forse l'imbarazzo della scelta e il pericolo per lo storico o di abbonndare fino alla esagerazione, oppure di cadere in omissioni ingiuste.
Questa scelta, anzi, può dirsi già fatta, o, per lo meno, la si vien facendo con una larghezza, per non dire, con una elasticità di criterì che mi sembra un po' pericolosa, per quella serie di medaglioni che un' eccellente rivista, l'Augustea, ha affidato a Valentino Piccoli.
Quando essa sarà compiuta, avremo come una grande galleria dei Precursori del Fascismo - chè tale è il titolo della raccolta annunziata - ma così folta e varia (5), che alcuni di essi, se potessero levare il capo dal sepolcro e guardarsi attorno, forse si stupirebbero della parte loro assegnata. Ma tutti, sia pure per riguardi diversi e con grandi varietà di condizioni storiche e quindi di atteggiamenti, appaiono come araldi della buona novella, cioè della resurrezione dell'Italia, destinata ad una nuova missione del mondo, sull'esempio di Roma, la grande madre e maestra.

Comunque, è evidente la necessità, o, almeno, l'opportunità di distinguere questi «precursori» in tre gruppi: quello dei precursori remoti, che appartengono, per così dire, alla preistoria del Fascismo; quello dei vicini e dei prossimi, che non intuiscono e non annunziano soltanto, ma anche preparano, segnando il solco nel quale si affonderà poi il vomero lucido della volontà e della passione eroica degli Italiani; infine, quello dei« precursori immediati e necessarì, i propugnatori e i combattenti della grande guerra, gli artefici dell'una e dell'altra Vittoria.




(1) GIUSEPPE BASTIANIN1, Rivoluzione, Roma, Berlutti, 1923.

(2) Ad es., ROBERTO FORGES DAVANZATI, nel discorso con cui inaugurò in Roma il corso di cultura fascista, il 9 aprile 1927.

(3) In Critica fascista del 15 marzo 1927.

(4) Le fascisrne, Paris 1927. Cfr. Critica fascista del l° maggio 1927.

(5) Riproduco i nomi fino ad ora (aprile 1927) annunziati: Giangaleazzo Visconti, conte di Vertù, Francesco Ferruccio, Emanuele Filiberto, Ugo Foscolo, Guglielmo Pepe, Santarosa, Frantelli Bandiera, Goffredo Mameli, Rosolino Pio, Gioberti, Cavour, Daniele Manin, Crispi, Oriani, Carducci, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, D'Annunzio, Corridoni, Fulceri Paolucci dè Calboli, Nino Oxilia. Naturalmente certe lacune sono evidenti, anzi apparenti (il Machiavelli, per es.), saranno via via colmate.


CONTINUA
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
RomaInvictaAeterna
Site Admin
Site Admin


Età: 39
Registrato: 30/11/04 13:52
Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Gio Ago 19, 2010 10:36 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Bravo Antonio!

Questo lavoro è quello che porta veri frutti... E matureranno a suo tempo!

Quello che andiamo ripetendo, ci confermi, non viene dalla nostra presunta "imposizione", ma dalla vera e reale, unica, dottrina politica fascista.

Con buona pace degli "evolutori"...

_________________
Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email MSN Messenger
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Sab Gen 08, 2011 7:16 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Qui, a capo di questa prima schiera dei precursori più lontani, anche a rischio di far sorridere qualcuno, verrebbe la tentazione di collocare un grande nome; anzi lo colloco senz'altro, passando sopra coraggiosamente alle molte obiezioni che mi si potrebbero muovere e che io stesso mi sono mosso. Ma il Divino Poeta, il poeta della volontà, della passione, della romanità risorgente per lui, impersonata nel suo «dolce» Virgilio, il poeta dell'energia, così dinamico e veemente nel suo amore appassionato per l'« Italia bella », ben merita questo onore. Anche per questo, che egli ebbe, come il Fascismo, la coscienza d'una grande missione assegnata, dalla Provvidenza, all'Italia, figlia di Roma; di quella Roma, che per lui era il cuore d'Italia, come questa era il « giardin dell'imperio ».
E tale coscienza è affermata chiaramente nel poema e nella Monarchia; tanto è vero, che il Veltro è da lui raffigurato come una specie di rivoluzionario, destinato sovrattutto a salvare, anche politicamente, quel cuore d'Italia, l'Italia laziale, « l'umile Italia»; mentre Cangrande, altro Veltro sognato dal poeta, avrebbe compiuta l'opera rivoluzionaria politico-sociale, anche nell'Italia superiore:

Per lui fia trasmutata molta gente,
Cambiando condizion ricchi e mendici.


Uno stile fascista si sarebbe tratti a vedere nello spirito di Dante, anche per questo, che egli concilia la più rigorosa ortodossia religiosa (cattolica) e politica (imperialistica), l'ossequio alla legge e all'autorità nei due campi, con le più violente proteste, in tono di sfida, di minaccia e di maledizione, contro i rappresentanti indegni delle autorità medesime, contro i violatori della legge o i disertori del loro dovere, chiunque essi siano, imperatori o papi, o privati cittadini o alti prelati, prìncipi o potenti della terra, usando sempre tale una libertà di parola e di giudizio, che alla tradizione medievale in questa materia aggiunge l'impronta d'un'individualità esuberante, d'una energia prorompente sino alla violenza, d'una passione esasperata ch'egli pone, quasi un'arma inesorabile, al servigio d'un alto ideale. Quindi non a caso Dante farà del « coltello » (pugnale) quasi un simbolo di questa sua passione giustizierà e mici¬diale ; onde ci parlerà del « coltello del suo giudicio » e affermerà che alla « bestialità » di certi avversari o contraddittori « rispondere si vorrebbe non con parole, ma col coltello » (Comi., lib. IV, xiv, n).
Fortuna delle parole, come si vede ; ai tempi di Dante si usava il « coltello » o pugnale, come ai nostri più recenti il manganello !
Anche è da ricordare che Dante, sebbene uomo del Medio Evo, ha non pochi istinti e presentimenti di quello che sarà il Rinascimento ; volge sì gli occhi al cielo, alla vita contemplativa, ma non perde mai d'occhio la terra e non trascura i doveri e i diritti della vita attiva. Che se egli sembra dall'alto dei cieli deplorare con un sorriso di scherno amaro le infinite passioni che agitano e sconvolgono la piccola terra, l’ « aiuola che ne fa tanto feroci », è evidente che quella vita egli la considera secondo il precetto scritturale, come una « militia », un combattimento continuo. Fra quelle passioni una, la più ardente di tutte, allora, quella politica, lo afferrò tutto quanto, ispirandogli forse le creazioni più vive del poema. Per questa passione battagliò con tale veemenza d'entusiasmo e di fede, che senza dubbio dovette sentirsene addolcite le amarezze dell'esilio onorato (« L'esilio che m'è dato onor mi tegno »). Infine: quell'esule glorioso rimase sempre fedele al suo vessillo su cui — do qui piena ragione all'amico Valli — accanto all'Aquila romana spiccava la Croce. Anche in questo, dunque, lontanamente prefascista.
Rimanendo sempre nelle lontananze della preistoria e in Firenze, spicchiamo un salto di due secoli e accostiamoci a Niccolo Machiavelli, nel quale, a dir vero, è meno difficile ravvisare la figura del « precursore ». Infatti, per chiunque conosca, anche solo all'ingrosso, il Segretario fiorentino, è innegabile che nelle sue opere abbondano certi -elementi caratteristici a questo riguardo, tali, cioè, che ci fanno sentire viva, come si dice, l'attualità del suo pensiero. Basterebbero a confermare questa verità le recentissime indagini del camerata Francesco Ercole, il quale meglio di qualsiasi altro ebbe a studiarlo alla luce della storia presente (6).

Pochi rapidi richiami saranno sufficienti.
Una delle idee cardinali del Machiavelli è quella della necessità ineluttabile della forza, non solo ad acquistare gli Stati, ma anche a conservarli; e d'una tale forza dalla quale s'ingeneri « la passione », cioè il consenso. C'è qui un chiaro annunzio, com'è stato osservato, di quella fascistissima teoria sulle relazioni tra forza e consenso, alla quale il Duce diede un'espressione scultoria.
Nel Machiavelli poi risorge, chiarificata e corroborata dalla esperienza moderna, la concezione romana dello Stato forte, dello Stato che s'identifica per lui nel Principe, i cui diritti culminanti preponderano su quelli dell'individuo. Lo Stato sovrano del Machiavelli, nell'interesse comune, esercita con la legge, cioè, con la forza e con la dittatura, la giustizia; e, per la prima volta nella storia nostra, diventa, nel suo pensiero, Nazione.
Eminentemente fascista può dirsi l'altra concezione, anch'essa d'origine romana e che nel Machiavelli è caratteristica, quella della «virtù»; non nell'accezione dell'etica tradizionale ed astrattistica, ma nel significato d'un dinamismo morale, fatto di volontà e di azione e che si deve esplicare secondo un realismo politico che è la negazione di qualsiasi ideologia astratta, di qualsiasi preconcetto teorico. Per questo suo carattere realistico essa si appuntava, a qualunque costo, verso il fine supremo dell'interesse pubblico. La stessa religione veniva ad essere subordinata a questo fine imperioso; e di fronte ad essa il Machiavelli si rivelava utilitario ed agnostico, forse in ciò soltanto, com'ebbe a notare l'Ercole, scostandosi da quella che è la concezione fascista. Né credo abbia ecceduto lo stesso critico additando nell'autore dei Discorsi sulla prima deca di T. Livio perfino un'anticipazione fascista, in quanto egli considerava la lotta delle classi come causa di corruzione e di rovina agli Stati, e affermava la necessità d'una disciplina e d'una energia che ne coordinassero l'opera al fine dell'interesse nazionale.
Fu precursore il Machiavelli sovrattutto quando predicò con insistenza e con eloquenza — e perfino in un trattato speciale — l'alto dovere per gli Italiani di armarsi di armi proprie, di creare una loro milizia nazionale; quando proclamò una verità che oggi sembra elementarissima, ma che in quel tempo, dopo tanto inveterata viltà imbelle, era un'audacia e una novità: la necessità per lo Stato del « militare aiuto », cioè d'un valido esercito proprio, non mercenario, come il solo capace di assicurare i « buoni ordini », cioè le istituzioni politiche dello Stato medesimo. Tutti ricorderanno la chiusa del Prìncipe, dove con insolita eloquenza lirica, con voce accorata e indignata di profeta temerariamente anacronistico, e purtuttavia impaziente, il Machiavelli invocava il « redentore » all'Italia, fino allora indifesa contro le « illuvioni » straniere.
Peccato che quell'appello, nel quale è espressa con dantesca efficacia la nausea che destava « la puzza » del barbaro dominio, fosse anticipato di tre secoli e rivolto ai fiacchi rampolli medicei invece che ai Savoia !
Da questo punto possiamo procedere rapidi, attraverso quella lunga crisi di decadenza e di lenta ricomposizione degli elementi più vitali della rinascita, attraverso il periodo della Controriforma e del Seicento, inchinandoci alla figura vigorosa d'un principe finalmente italiano, che fu appunto un Savoia, il Duca Emanuele Filiberto, e dopo di lui ad altri sporadici rappresentanti dell'energia italica, così nel pensiero, come nell'azione.
Nella prima metà del Settecento l'attenzione nostra è attratta da quel Giambattista Vico, che appare sempre più come uno dei giganti del pensiero italiano, un precursore dei più mirabilmente suggestivi, pei campi più diversi, anche pel nostro; onde non è a stupire se lo ricordiamo qui come uno dei più efficaci ispiratori di certe correnti d'idee che dovevano mettere capo poi al Fascismo.
Infatti mi sembra innegabilmente dimostrativo il bel saggio che recentemente ci ha dato Giulio De Montemayor su la buona politica dal Vico al Cuoco al Risorgimento italiano (7).
Da queste felici indagini risulta chiaro per noi il dovere di riconoscere nel Vico un grande precursore del pensiero dell'Ottocento in quanto questo ha di più decisamente innovatore nella politica, dacché i più forti assertori dell'orgogliosa coscienza nazionale italiana, in quell'età, dei diritti dell'Italia alla indipendenza e alla libertà, discendono più o meno da quello che bene fu detto « l'immenso Vico »; dacché appunto dal « puro fonte » delle sue dottrine derivano i principi essenziali della nuova Italia, primo fra tutti il concetto giuridico della libertà civile, intesa come soggezione alla legge, come giusta subordinazione all'interesse pubblico, all'impero dello Stato.
Ma fra il Vico e i principali suoi discepoli e continuatori, che ne sviluppano le idee, adattandole al nuovo, clima storico, si erge alta la figura, tanto diversa da quella, d'un conte piemontese, dal bel nome augurale, quell'Alfieri, che nella schiera dei precorritori reclama a ragione il suo posto. Non che egli possa legittimamente aspi¬rare al titolo di pensatore e di filosofo politico, come ha creduto taluno; e men che meno a quello di anarchico, o quasi, come altri, con un ingenuo eccesso soggettivo, ha ten¬tato di dimostrare. Ma è certo che, allorquando Massimo D'Azeglio, un altro nobile della miglior razza subalpina, che aveva provato, come tanti altri spiriti operanti nella rivoluzione italiana, i « furori alfieriani », scriveva che l'Alfieri « aveva scoperto l'Italia », dava un'espressione fortemente e felicemente incisiva ad una verità che è facile dimostrare.
Vero è che questa « scoperta » l'Astigiano la fece non con esposizioni o discussioni dottrinali o con le sue scritture di carattere politico, ma per virtù di sentimento e di arte, cioè con i suoi versi duri e potenti aprendo gli orecchi ed i cuori degli Italiani alla voce della Patria. E la sua efficacia riuscì tanto maggiore, dacché in questo glo¬rioso subalpino, nel quale si suole raffigurare il rappresentante più legittimo del risorto classicismo, fermentarono sentimenti e passioni e quindi abbondarono atteggiamenti spirituali ed artistici che bene gli hanno meritato l'epiteto di « protoromantico ».
Certo c'è in lui, nell'opera sua, violenta e quasi guerriera, qualche cosa di rivo¬luzionario; c'è un dinamismo nuovo nel suo sentimento d'italianità, che ci fa pensare al « gran padre Alighieri ». Chi ha parlato del suo profondo « pessimismo », ha dimen¬ticato di osservare che esso fu occasionale e transitorio e che, invece, egli ebbe una fede ardente e una speranza tenace nell'avvenire di quell'Italia, che nella dedica a lei del Misogallo, da veggente ispirato, vedeva risorta « indubbiamente » all'antica grandezza, « virtuosa, magnanima, libera ed una ». E non di esaltazione retorica, ma di questa fede appunto e di questa speranza sicura è documento magnifico il famoso sonetto nel quale si proclamava « creatore » delle « sublimi età » da lui non invano profetate e destinate a succedere ai « pravi secoli » presenti.
Figlio del Settecento, l'Alfieri riuscì a liberarsi, anche in politica, delle ideologie dottrinarie, spianando così la via alla generazione del primo Risorgimento che a lui s'ispirò; e per questo acquistò ed espresse un senso storico di realismo, vigoroso e fecondo. Reagì violentemente anche al Settecento metastasiano; onde un giorno, nel suo dialetto ferrigno, esclamò:

Tuti s'amparo '1 JMetastasio a ment
E a n'han l'orie, '1 coeur, e j'cui fodrà:
L'Eroi ai veulu vede, ma castrà,
'L tragic a Io veulu, ma impotent.


Sottopose gli Italiani ad una energica cura ricostituente, infondendo negli animi loro il senso dell'eroico virile e potente ch'egli aveva attinto dalla sua propria natura e dagli antichi Greci e Romani, da quel suo Plutarco, sovrattutto, che lo esaltava fino al furore. Così, e a tutto beneficio dell'Italia, seppe risolvere quel certo dubbio, « dubbiet », che lo faceva ruminare: « Si l'è mi ch'son d' fer o j' Italian d' potia », e riuscì a plasmare le nuove generazioni degli italiani non più di fango o d'argilla, ma, come lui, di ferro. E li armò anche di' ferro, osando perfino affermare la necessità degli « odi di una nazione contro l'altra », i quali, come frutto di danni patiti o temuti e come «parte preziosissima del paterno retaggio », « hanno operato — scriveva nella dedica del Misogallo — quei veri prodigi politici, che nelle storie poi si ammirano». E un prodigio egli annunziava e preparava, la risurrezione dell'Italia, liberata ed unificata, anche mediante la guerra.
Ancora: nell'Alfieri freme e scoppia quel «santo orgoglio» nazionale, che sarà poi il germe del Primato. E questo orgoglio si accende dal confronto fra il popolo italiano e gli altri, sovrattutto quello francese, onde, in un sonetto del Misogallo, non esiterà ad esaltare le « fervide ardite itale menti » degli Italiani « d'ogni alta cosa insegnatoli altrui ».
Non filosofo della politica, dunque, né statista, né maestro di scienza politica, l'Alfieri; ma superiore a tanti dottrinari del suo tempo e dei tempi più recenti e anche perciò precursore, egli ci appare allorquando scrive: «Intendo per politica onestà e vera essenza dell'uomo, quella per cui la persona pubblica antepone il bene di tutti al bene di un solo».
Si capisce come l'Alfieri, che nell'ultimo capitolo della Tirannide, consacrato alla ricerca del buon governo, esclude qualsiasi costruzione aprioristica, ben potesse con piena coscienza proclamare « divino » il Machiavelli e in un capitolo del suo scritto del Principe e delle Lettere (cap. XI del libro III) rifare quello finale del Principe, rinnovando l'« Esortazione a liberar l'Italia dai barbari ».
Anche per questo — per essere, cioè, un degno discepolo del Machiavelli — l'Alfieri ha diritto ad un posto in questa storia dei precursori.


(6) Ma una garanzia ancor più sicura ci viene dal giudizio dello stesso Benito Mussolini, il quale nel noto Preludio al Machiavelli, pubblicato per la prima volta nella Gerarchla dell'aprile 1924, a proposito del Principe, scrisse: « Io affermo che la dottrina di Machiavelli è viva oggi più di quattro secoli fa ».

(7) Nella Rivista internazionale di filosofia del diretto diretta da Giorgio Vecchio, a. V., 1925

CONTINUA
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Sab Gen 08, 2011 9:21 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

L'Astigiano è probabile ignorasse l'autore della Scienza nuova, ignorato dai più, allora; ma negli ultimi anni della sua vita veniva formandosi fra i libri e fra le esperienze dure della politica un promettente giovane napoletano, Vincenzo Cuoco (1770-1823), che fu del Vico uno dei più degni discepoli e continuatori. Anzi in lui, per unanime consenso degli studiosi, si ravvisa ormai il più efficace intermediario fra il pensiero vichinano e le dottrine della generazione che iniziò il Risorgimento.
Come il Vico aveva tentato di difendere l'Italia dalla invasione della cultura straniera, sovrattutto francese, e nel De Antiquissima Italorum sapientia (1710), d'accordo con altri dotti del suo tempo, aveva sostenuto l'idea dell'antico primato civile d'Italia e più tardi additò nella storia di Roma, l'esempio tipico dello svolgimento storico d'ogni popolo civile, così il Cuoco nel suo Platone in Italia (1804-6) riprese e svolse genialmente il concetto di quell'antico primato italiano.
Non per nulla uno dei primi capitoli — il IV — di quel romanzo storico politico si conchiude con queste parole, assai chiare, agli Italiani antichi, ma che contengono un mònito e un appello a quelli moderni: « Se saranno uniti, daranno legge all'universo ».
E altrove (cap. XXXVI) l'autore osa porre in bocca a Cleobolo quest'ardita — e quasi fascistica — sentenza : « Fra tutte le virtù quelle della guerra tengono il primo luogo, perché sono le più necessarie e perché senza di esse le altre non bastano a salvar la città ». E per bocca dello stesso personaggio deplora « l'avvilimento della virtù militare » negli antichi Italiani, ma si capisce che la mira era ai viventi.
Non ci stupiremo quindi di vedere che il Cuoco si facesse propugnatore della « educazione militare » del popolo, nella quale il coefficente precipuo è la « forza » e che, ispirandosi ancora una volta al Machiavelli, ch'egli cita insieme col Vico, la « forza » dichiarasse necessaria alla attuazione della giustizia; in ciò riprendendo un altro concetto di schietta tradizione romana (8 ).
A compiere questa figura di precursore giova, infine, ricordare com'egli, nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1797, in nome della coscienza nazionale, denunziasse l'astrattismo, il demagogismo e il cosmopolitismo della Rivoluzione francese e dei suoi illusi fautori in Italia; e in questo e in altri suoi scritti, compresi gli articoli numerosi inseriti nel Giornale Italiano da lui diretto, desse prova di quel sano spirito realistico, che, derivato in buona parte dal Segretario fiorentino, trasmise ai migliori rappresentanti della politica antidemagogica del Risorgimento.
Uno degli amici migliori del Cuoco, durante il suo soggiorno milanese, fu Ugo Foscolo, che, pur non collaborando nel suo Giornale Italiano, ne risentì un'efficacia notevole sul suo pensiero politico, sovrattutto, io credo, per esserne stato spinto ad accostarsi alla grande fonte del Vico.
Ma anche prescindendo da questi influssi vichiani, che il Foscolo ebbe comuni con un altro emigrato napoletano suo commilitone nella buona battaglia, Francesco Lomonaco (1772-1810), fervido propugnatore di nazionalismo, nelle sue opere splende in forme svariate quella che recentemente è stata detta l'essenza della missione del Fascismo, ossia, la rievocazione delle nostre tradizioni del passato per condurre alla conquista dell'avvenire. Splende, dico, perché sovrattutto nella luce e nell'armonia dei Sepolcri e delle Grazie esulta il sentimento d'una duplice resurrezione, e politica ed artistica, dell'Italia per una nuova missione nel mondo. Occorre appena ricordare quanto fosse vivo nel Foscolo il sentimento nazionale, ch'egli affermò anche praticamente, con nobiltà d'azione, quale cittadino e soldato valoroso, da giornalista e da eloquente maestro. E mentre il Lomonaco, insegnante nella scuola militare di Pavia scriveva le Vite dei famosi capitani d'Italia e le Vite degli eccellenti italiani, nonché un trattato Della virtù militare (9), egli, con l'edizione del Montecuccoli e con altri scritti, tenta di ridestare il culto per le migliori tradizioni militari nazionali. Il Lomonaco fra gli uomini del tempo due soli ravvisava « veramente originali », Napoleone e l'Alfieri, confessando tuttavia, con una coraggiosa sincerità, che non era ancora (nel 1809) conveniente « proferire una definitiva sentenza » sul primo. Il Foscolo che si mostrò degno discepolo non solo del Machiavelli, da lui studiato e illustrato e difeso, come aveva fatto il Cuoco, ma anche dell' Astigiano, fu ammiratore ed esaltatore del Bonaparte, finché poté illudersi di vedere in lui il liberatore della patria.

Dopo le prime dolorose esperienze e le amare delusioni non gli risparmiò incitamenti e mòniti coraggiosi e rampogne, e, in séguito, il castigo d'un silenzio temerario, così nei Sepolcri, non scevri di accenni eloquenti, come nell'Orazione inaugurale di Pavia (1809).
Nell'ultima sua lezione pavese egli affermò una concezione romana della giustizia e del diritto che lo rende, in certo modo, attuale, dacché la sesta delle « conclusioni » da lui proclamate suona così : « praticamente tutti i diritti, naturale, divino, pubblico e civile, devono emanare da una sola legge e riconcentrarsi in una sola: Suprema lex, Populi salus esto ». Ed il « popolo », in tal caso, è lo Stato.
Inoltre il poeta zacintio acquistò il diritto ad essere annoverato nella schiera dei più benemeriti precursori per due grandi verità da lui asserite con la parola e con l'azione. È infatti d'un'attualità luminosa il motto da lui lanciato : « A rifar l'Italia bisogna disfare le sette »; e segnò un'era nuova, anzi iniziò, si può dire, l'età eroica del Risorgimento il fatto che egli — come disse il Cattaneo — diede all'Italia una nuova istituzione: l'esilio.
Infine: ben prima di lasciare per sempre l'Italia, aveva dato, nel giugno del 1809, un magnifico esempio di spirito e di stile prefascista, congedandosi dai suoi studenti pavesi, nell'ultima sua lezione, — audace lezione dell'origine e dei limiti della giustizia — con queste stupende parole : « Noi non possiamo ottenere nel mondo né virtù, né pace, né consolazione d'affetti domestici, né veruna equità, se non dalla sapienza de' prìncipi, dalla prosperità dei cittadini, dal valore degli eserciti, dalla -patria insomma; se non rivolgiamo tutti i nostri studi, i nostri pensieri, i nostri sudori, i nostri piaceri e la nostra gloria alla patria, per illuminarla coraggiosamente nei traviamenti e soccorrerla con generosità nei pericoli» (10).
Fra i « prìncipi » sulla cui « sapienza » a prò dell'Italia il Foscolo ebbe a provare un crudele disinganno, fu, come s'è detto, un grande italiano. Napoleone Bonaparte.
Purtuttavia, se questi pose il suo genio ai servizi della sua sconfinata ambizione e della Francia, con danno nostro, sarebbe ingiusto negargli quelle benemerenze che ormai la storia imparziale gli riconosce. L'esempio stesso del Foscolo, ardente giacobino nella giovinezza, combattente con la penna e con la spada per la libertà, poeta, ma anche soldato, sta a confermare questo verdetto della storia. Prescindendo anche da ciò, l'apparizione di questa grande figura è tale, da imporsi anche all'attenzione di chi, come noi, viene rintracciando precursori e precedenti del Fascismo nostro.
Nella figura di questo italiano c'è, persine nei tratti fisionomici, nella sagoma forte del volto rasato, nello sguardo lampeggiante e profondo, ma sovrattutto negli atteggiamenti spiritelli e nell'azione, non poche, né lievi affinità col vero creatore del Fascismo, Benito Mussolini. La genialità, in primo luogo — con tutti quelli che sono i caratteri comuni... in simili casi non comuni — cioè, l'intuizione fulminea, cui corrisponde la fulmineità dell'esecuzione; la vastità di visione dei fatti, delle situazioni, dei momenti politici, còlti in tutti i loro aspetti molteplici e contingenti e insieme nella loro unità complessiva e duratura; la capacità di tradurre questa visione in un giudizio e quindi di realizzarla in una sintesi pratica, cioè in un'azione che di quel giudizio è l'applicazione immediata; il senso giuridico portato nella politica, pur senza una precedente preparazione specifica in quel campo ; la volontà indomita e la passione ardente e la capacità di dominare questa con quella; il senso, anzi la coscienza, anzi, come fu detto, la sete dell'autorità e d'una forza corrispondente, intese come strumento e condizione fondamentale indispensabile allo Stato; la necessità, per dominare gli eventi in un periodo di crisi rivoluzionaria, della forma dittatoriale, giustificata anche dalla eccezionale e provvidenziale individualità in cui essa s'impersona. Ancora: l'istinto della grandezza, l'istinto imperiale, che corrisponde al destino della Nazione da essa rappresentata, destino che per la Francia era troppo condizionato e, direi, scontato da secoli di grande gloria unitaria e di potenza; certe manifestazioni di quella individualità egemonica, il fascino della persona tutta sulla folla, a cominciare dall'occhio, dalla eloquenza, dallo stile. Nello stile napoleonico c'è quasi un presentimento di stile mussoliniano; basterebbe ricordare certi articoli di Napoleone giornalista e quelle istruzioni ai prefetti, ai « Grandi Prefetti », così felicemente lumeggiate del Madelin (11). Ma fra i due v'è questa differenza grande, oltre alle molte altre, che nel nostro Duce si afferma con ben diversa profondità l'idea etica, e l'anima sua, in un vero ardore di passione e in una dedizione religiosa, si identifica con l'anima stessa della Nazione. In lui, l'individuo, liberatosi eroicamente dall'egocentrismo ambizioso di stampo napoleonico, sparisce quasi, sublimandosi, per diventare l'incarnazione ed il simbolo del suo popolo.
Dopo l'età napoleonica, cioè, dopo quella che ben può considerarsi come la fase preparatoria del vero Risorgimento, s'inizia e si fa via via sempre più numerosa la schiera di quegli ispiratori e fattori di esso, in ognuno dei quali appaiono più o meno distinti certi « connotati » del precursore che noi veniamo cercando. Ma poiché una ricerca così minuta e frammentaria non riuscirebbe, naturalmente, né utile, né conclusiva, converrà, anche per non far torto ai molti degni, che noi ci limitiamo a quei pochi più eminenti, che meritano di essere detti gli apostoli e i condottieri.
Mazzini, per primo, che il suo apostolato intese come la missione di tutta la vita, una missione alla quale si era votato con uno spirito di sacrificio che era insieme religioso ed eroico e che trovava riscontro nella missione ch'egli assegnava all'Italia. Liberandosi, per virtù del suo genio, dalla fitta trama delle ideologie settecentesche, umanitarie e cosmopolitiche, mirò diritto alla Nazione italiana; non vano predicatore di utopie, diede egli stesso, anima assetata d'idealità, l'esempio d'una necessaria
conciliazione di questa con la realtà storica, e l'esempio di un'alta necessità, quella di illuminare, col pensiero e preparare l'azione. Ebbe inoltre un'altra grande intuizione, che a risolvere il problema nazionale occorreva fare — come farà il Fascismo — appello alla giovinezza, onde la sua Giovine Italia; che a risolverlo, questo terribile problema politico, bisognava considerarlo anche, e sovrattutto, come un problema morale; onde egli sorse coraggioso apostolo d'una religione che era quella del dovere, indispensabile per assicurare la vittoria al diritto. Perciò grande merito suo fu quello di aver parlato agli Italiani specialmente dei nuovi doveri che ad essi spettavano, doveri politici, ma anche morali, ma anche sociali: Possedette infatti il Mazzini come pochi altri il senso della giustizia sociale (12), e il senso religioso della vita e quello del divino. Armato di fede, di eloquenza, d'idealità inesauribile, spinta sino all'utopia, e insieme di capacità realistica organizzatrice, spinta fino alla cura meticolosa dei particolari pratici più minuti, non fu uno di quelli che il Machiavelli diceva « profeti disarmati ». Che, all'occorrenza, seppe armarsi e compiere anche il suo dovere di soldato, nelle schiere garibaldine (13). Finalmente, nel '49, votatosi alla difesa di Roma, a fianco e, talora, in contrasto con Garibaldi, apparve un dittatore, magnifico di resistenza, di sapienza anche pratica e di ostinazione eroica.
Di Garibaldi, altro grande precursore, è quasi superfluo parlare. Nell'eroe purissimo splendono molte di quelle virtù che gli fanno meritare questo titolo: l'ardore del sacrifizio, il coraggio, sublime di semplicità, la calma serena, l'impeto irresistibile, la generosità e l'umanità costanti, il senso della disciplina, che circonda d'un'aureola il suo eroismo di dittatore, anche di se stesso. Perciò quel suo storico motto « obbedisco », che potrebbe diventare il motto del Fascismo, ingrandisce smisuratamente la sua figura di precursore (14).
Colui che proclamò l'Italia la terra degli uomini « dinamici », Vincenzo Gioberti, ben merita d'essere collocato in questa schiera. Infatti egli, teologo e abate e filosofo, veramente fu un guerriero della eloquenza politica e tale guerriero che, nel Quarantotto, con le sue armi, per una federazione ed esaltazione degli spiriti italiani, per una fusione dell'Italia religiosa coll'Italia politica, conseguì effetti più fortunati che non ne conseguissero gli eserciti dei nuovi crociati ch'egli non invano aveva invocato ed esaltato con l'alata parola.
Per due idee sovrattutto culminanti in quello che fu anche un suo alto apostolato politico, il Gioberti ha diritto ad essere ricordato in queste pagine, due idee che egli derivò e dalla tradizione vichiana e dal Platone del Cuoco, nonché dal contatto giovanile avuto con lo spirito fascinatore di Giuseppe Mazzini. Quella anzitutto, del « primato morale e civile », e quindi d'una missione imperiale assegnata dalla Provvidenza all'Italia; l'altra, intimamente collegata con la prima, di Roma, centro ideale storico, religioso e politico, dell'Italia. Non occorre qui dichiarare, come queste due idee si siano poi venute svolgendo e perfezionando nella sua mente e nei suoi scritti: dal Primato ai Prolegomeni e al Rinnovamento, assommandosi nell'idea madre della Nazione, fatta, per la prima volta, grazie a lui, degno discepolo del Machiavelli e del Vico, « il centro d'una vera e propria scienza politica » ; ma anche la principale linea direttiva ,di una politica « sanamente ricostruttrice o realistica» nella quale culmina «la personalità dello Stato, che per lui è tutt'uno con la personalità della Nazione», che è lo Stato nazionale al quale egli guarda sempre come al vero « realizzatore della libertà » (15).
Fra i numerosi italiani, uomini di pensiero e scrittori e uomini d'azione, che formano quasi altrettante costellazioni regionali attorno agli astri maggiori nel firmamento della Nazione, e precisamente nella costellazione che diremo piemontese-giobertiana, ve n'ha uno pel quale vorrei fare una breve eccezione. Alludo a Cesare Balbo, il fiero gentiluomo subalpino, che merita d'essere ricordato in queste pagine non soltanto per essere stato uno dei primi e dei più eloquenti assertori delle Speraranze degli Italiani, non soltanto per avere suscitato e, insieme consacrato questa fede nell'avvenire dell'Italia mercé lo studio del suo passato, considerato — nel classico Sommario — con uno spirito quasi imperiale, nella sua granitica unità attraverso i trenta secoli della sua storia, ma anche per un altro titolo men noto comunemente. È infatti grande merito del Balbo l'aver considerato in primissima linea il problema militare italiano e l'avere rivolto ad esso i suoi studi fino dalla giovinezza, in Ispagna, dalle meditazioni sul nostro passato e sul presente nostro, dall'esempio del Machiavelli e di Emanuele Filiberto, desumendo il convincimento essere urgente la restaurazione delle armi nazionali, e con esse della volontà militare e delle virtù militari, sovrattutto del coraggio e dell'onor militare. Oneste idee e l'efficacia educatrice e moralizzatrice degli eserciti il Balbo espose con impeto e calore di accenti, che talora si direbbero di tono fascista, e con copia di argomenti informati ad uno spirito di modernità illuminata e coraggiosa (16). Anche in questo il nobile conte si mostrò vero discepolo di Vittorio Alfieri, nonché amico e commilitone e continuatore di quel Santorre Santarosa, nel cui giovanile libretto Delle speranze degli Italiani, lasciato incompiuto alla vigilia del Ventuno, v'è un fiero capitolo, il IX, Della guerra dell'indipendenza italiana, che non si può leggere senza un fremito di commozione e di ammirazione. Anche per ciò, che il futuro eroe di Sfacteria rivolge il suo fiammante appello guerriero sovrattutto alla «eletta, gioventù d'Italia nodrita alle speranze Italiane dalle magnanime scritture di Vittorio Alfieri », ma anche ai « contadini, popolani, che formate — egli scriveva — la parte più numerosa e più sana della Nazione Italica» (17). -
Certo, in quei decenni eroici del Risorgimento il Piemonte divenne un focolare ardente d'italianità, anche perché ad alimentare le fiamme concorsero, animose e appassionate Vestali, tutte le Regioni italiane dalle quali affluivano numerosi gli emigrati sulle rive ospitali del Po. Inoltre, nel quarantennio che corse fra il 1821 ed il '61, non c'è regione d'Italia che non dia il suo magnifico contributo di quei « dinamici » combattenti nelle congiure e sui campi di battaglia, nei duri cimenti della diplomazia e della politica e in quelli della cultura e della poesia, che pel loro carattere di avanguardismo temerario e consapevole sarebbero tutti degni d'una menzione. Sono i Santi del nostro calendario civile, ai cui nomi però i giorni dell'anno non riuscirebbero sufficienti; onde, come la Chiesa, con un felice intuito, consacrò un giorno specialissimo a commemorare tutti i suoi Santi, così dovremmo fare noi di questi nostri del Risorgimento.
Non è molto, in un mio saggio su L'Ora della Romagna ( 18 ), toccando delle altre ore memorabili che avevano preceduta quest'ora felice che è della Romagna ma anche dell'Italia, e i predecessori corregionari dell'«uomo nuovo » che ne regge oggi le sorti, ebbi a porgere un'idea di questa ricchezza stupenda di uomini, che ci vennero da ciascuna delle regioni italiane.
Così, dalla Romagna venne all'Italia, allo stesso Piemonte, L. C. Farini, che fu l'energico dittatore dell'Emilia e che nella dittatura, e prima e dopo di essa, ebbe pensieri e gesti che si direbbero di puro stile fascista. Perciò non ci meraviglieremo che Francesco Crispi, dopo il memorabile colloquio del 9 dicembre 1859, potesse dire di lui: «II Farini è un vero romagnolo; anima rivoluzionaria, è tra i moderati quello che più di tutti comprende la presente situazione d'Italia ».
I due insigni uomini politici, figliuolo, l'uno, della Romagna, l'altro, della Sicilia, si compresero facilmente perché erano fatti per comprendersi, tanto è vero, che in quel colloquio essi gettarono i primi germi della futura spedizione dei Mille.






(8 ) E, per questo, sopravvissuto nella nostra tradizione popolare. Un detto popolaresco de Dugento suonava : « Razon senza forza — non vale una scorza »; la quale verità Franco Sacchetti illustrò in un'arguta novella, la XL.
(9) Rinvio per notizie sull'esule napoletano ai vari saggi di GIULIO NATALI, i più recenti de quali, nella Nuova Antologia del 1° novembre 1912 e negli Atti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli (vol. XLII, P. II, 1912).
(10) Non era retorica questa del Foscolo. Tanto è vero che a un suo degno amico piemontese, Giuseppe Grassi, scriveva “ex abundantia cordis”: «La penna è fra le mie mani uno strumento che non apprezzo se non quanto giova a destare negli altri l’amore per l’Italia che io sento in me»
(11) La France de l’Empire, Paris, Plon, 1926, cap. VI. Anche Napoleone era un lavoratore formidabile, instancabile; uno dei suoi antichi collaboratori, il Thibaudeau, diceva che, vicino a lui, « il fallait étre de fer ». (pag. 21). Acute osservazioni su Napoleone, quale precursore, sono quelle d'un valente cultore di studi napoleonici, ALBERTO LUMBROSO, I precursori del Fascismo , (Raffronti storici) nel Giornale di Genova, del 21 maggio 1927.
(12) E per questo caldeggiò quell'idea di associazione, di cui divinò la funzione tutta moderna, che mette capo oggi allo Stato corporativo, secondo il felice rilievo di S. E. Bottai, nel discorso da lui pronunziato alla Camera il 1° giugno scorso.
(13) La bellezza di questo particolare colse bene il sempre compianto GUALTIERO CASTELLINA Eroi Garibaldini, P. I, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 34, che ricordò «l'alfiere Mazzini» e gli articoli che in quei giorni (agosto 1848) egli firmava con la qualifica di «milite nella legione Garibaldi ».
(14) Giova ricordare qui un prezioso documento della divina semplicità con cui l'Eroe vede limpidamente nella storia ed esprime la sua visione, la pagina da lui scritta fra il 1855 e il '56 e pubblicata per la prima volta di sull'autografo da G. E. CURATOLO, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria, Bologna, N. Zanichelli, 1916, pag. 24, e di quella pagina le parole seguenti: « Il più forte degli elementi italiani lo credo il Piemonte e consiglio di amalgamarsi a lui. Il potere che deve dirigere l'Italia, nell'ardua emancipazione dal giogo straniero, deve essere rigorosamente dittatorio ».
(15) Vedasi specialmente il SAITTA, Introduzione a Vincenzo Gioberti – La politica, Firenze, Vellecchi, 1922, pag. XV e sgg.
(16) Mi permetto di rinviare alle pagine documentate che su questo Balbo scrissi nell’opuscolo Patria e guerra nella letteratura italiana, Torino, Tip. Olivero, 1912, pagg. 25-9 e note relative.
(17) Delle Speranze degli Italiani, opera edita per la prima volta con prefazione e documenti a cura di ADOLFO COLOMBO, Milano, Casa Editrice Risorgimento, 1920
(18 ) Nella Nuova Antologia del 16 dicembre 1926 e, più largamente, in un volumetto di prossima pubblicazione presso lo Zanichelli.

CONTINUA
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
AquilaLatina




Registrato: 07/05/07 21:34
Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Mer Gen 19, 2011 3:40 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Francesco Crispi appunto inizia la schiera assai sparuta dei precursori a noi rela¬tivamente vicini. Dopo essersi prodigato con foga giovanile nel glorioso travaglio del Risorgimento, grande attore e superstite di esso, egli serbò ancora tanto tesoro di fresche energie, da proseguirne l'opera e riprendere e fecondare le migliori tradizioni di esso e proiettarle arditamente verso l'avvenire. La sua figura ci appare come quella di un nuovo poderoso Giano Bifronte, nel quale ammiriamo, da una faccia, il grande epigono dell'epopea mazziniana e garibaldina, colui che fu detto con ragione «la mente dei Mille», e grazie al quale soltanto, grazie al cui appassionato irresi¬stibile impulso, Garibaldi si decise e si accinse all'epica impresa; dall'altra faccia ammi¬riamo il precursore del novissimo Risorgimento politico dell'Italia, un precursore che riuscì tale anche pel bisogno che sentiva di protestare e reagire contro quella poli¬tica italiana del periodo che precedette e seguì immediatamente il Settanta, e che, sebbene dovuta in parte ad inesorabili necessità di raccoglimento e di assestamento finanziario, fu anche di oscuramento e di abbassamento per la Patria; quel periodo politico che fu dell'Italia « vile », secondo la forte espressione carducciana. Dopo una lunghissima preparazione e un'attesa battagliera, lo statista siciliano giunse ancora in tempo per dirigere le sorti della nuova politica italiana e per dar prova di sé e lasciare il segno di quelle sue qualità eccezionali e di quelle divinazioni alle quali oggi si rende, finalmente, piena giustizia. Un suo geniale biografo, l'Arcoleo (19), uscì a dire che il Crispi «forse arrivò tardi» — s'intende a capo della politica italiana; — ma, dato l'ambiente politico e le condizioni nelle quali versò l'Italia nei tre lustri che corsero fra la spedizione dei Mille e la elezione del Crispi, quasi sessantenne, a Presidente della Camera (1876), è da dubitare che egli avrebbe potuto far molto di più, anche se fosse stato minore in lui il peso degli anni. Per questo motivo fra gli altri, rilevato non a torto da Alfredo Oriani (20), allorquando deplorò che il grande siciliano rimanesse solitario, quasi isolato, perché mancava, egli scrisse, « di quella segreta forza di attra¬zione che disciplina intorno ai grandi uomini della politica, quasi inconsciamente, le forze migliori della patria » ; quella forza — aggiungo io — che abbonda invece in Benito Mussolini.
Fatto sta, che questo suo aspetto di precursore ci appare tanto più luminoso, quanto maggiore era in lui la chiara consapevolezza di questa sua funzione nella storia italiana, consapevolezza che egli espresse in una magnifica sintesi, allorquando disse di sé : « il mio nome è domani ».
Per essere ascritto alla schiera che noi veniamo idealmente ricostruendo, il grande statista siciliano ebbe anzitutto una virtù che l'Oriani espresse degnamente dicendola quell'« orgoglio di patria che lo sollevava, magari isolandolo, al disopra dei partiti ». Così, mentre si riaffermava degno discepolo del Mazzini e di Garibaldi, egli preparava il futuro. Per questo santo « orgoglio » meritò un'altra lode magnifica che lo scrittore romagnolo ebbe a tributargli, avendo l'occhio ai ministri che si erano susseguiti in Italia nell'ultimo decennio del secolo scorso : « Tutti superò nella potenza del comando e nella passione per la grandezza d'Italia ». La « passione per l'Italia » e il convinci¬mento di un grande dovere da compiere, quello di prepararle una nuova grandezza degna del suo passato e delle virtù sue, gli erano rinfacciati da quelle generazioni già infette dalla brutta lue democratica; ond'egli nel discorso con cui il 27 maggio '92, inaugurò, in Palermo, il monumento a Garibaldi, parlò con tono veramente garibaldino: « Fui imputato — esclamò ad un certo punto — di megalomania, perché volevo, con Garibaldi, un'Italia potente ». Ma in che consistesse la sua « megalomania » opposta alla micromania dei più, attesta tutta l'opera sua di statista, di giornalista e di scrittore; attesta la parola sua di ministro, che già nel famoso discorso tenuto a Palermo il 14 ottobre '89, quand'era Presidente del Consiglio, non aveva esitato ad esporre chiaramente il suo pensiero. Era stato, come nota Scipio Sighele, il primo uomo di governo della nuova Italia che dichiarasse apertamente di voler fare dell'imperialismo. Non per nulla sino dall'82 (nell'altro discorso di Palermo del 22 ottobre) aveva dichiarato che « saremmo stati colpevoli di lesa patria, se non allargassimo il campo della nostra attività ». Perciò appunto egli ebbe l'occhio sovrattutto al problema coloniale e all'Africa, specialmente all'Africa mediterranea, tanto da sacrificare, come fu osservato, il problema adriatico. Come considerò l'espansione dell'Italia nelle Colonie quale una necessità di vita, così egli ebbe idee e compì atti di grande sapienza e antiveggenza nella politica estera; la quale considerava strettamente connessa con la politica coloniale, e nella politica interna, che poneva alla base di quella, alla stessa guisa che la forza, e il prestigio dello Stato giudicava essere la prima condizione indispensabile di vita per la Nazione.
Non solo : ma egli ebbe certe intuizioni felici e larghe anche nel campo della cosiddetta questione sociale (21) ; ebbe sì, come fu detto, « il culto della forza », ma in quanto questa egli considerava strumento necessario in servizio delle grandi idee, d'una grande idea principalmente, quella della Patria. Ed io serbo vivo il ricordo della impressione profonda che nell'Italia, sovrattutto in questa Torino, dove egli si era rifugiato da giovane, esule randagio, destò il discorso che, venutovi Presidente del Consiglio dei Ministri, il Crispi tenne il 25 ottobre '87. Particolarmente colpì quel tratto finale di esso, in cui l'antico mazziniano — che molti anni prima, staccandosi dal suo Maestro, aveva lanciato la celebre frase « la Monarchia ci unisce, la Repubblica ci dividerebbe » — rievocando nella città sabauda la memoria del primo Re, aveva esclamato : « Vittorio Emanuele, che fu il patriottismo incoronato, lasciò, morendo, per testamento agli Italiani che l'Italia deve essere non rispettata soltanto, ma temuta. E temuti ed amati intendiamo di essere ad un tempo da tutti ». Fibra di dittatore, ebbe troppo avversi i tempi e gli uomini; ma nei suoi impeti ardimentosi e generosi aveva presagi stupendi di quella che è la realtà nostra d'oggi. « Fo appello (disse un giorno), fo appello ai giovani che ho sempre amato. Si scelgano un capo che possa condurli alla conquista di una Italia libera, grande, rispettata... Io metto nelle loro mani il vessillo col quale siamo scesi a Marsala: «Italia e Vittorio Emanitele» (22).
Queste benemerenze di veggente, e insieme di preparatore ricevettero le più alte sanzioni. Al fervido consenso e alle lodi appassionate di Giosuè Carducci, che, non per nulla, meritò il titolo di Poeta della terza Italia, si aggiunsero quelle di Alfredo Oriani, che fu uno dei più nobili avanguardisti in questo movimento di riscossa nazionale (22).
Come lo statista siciliano personifica un risveglio precorritore di spiriti mazziniani e garibaldini nel campo della politica, che era moto di reazione e insieme di preparazione, così di un consimile risveglio furono rappresentanti nel campo della poesia e della letteratura i due insigni che abbiamo testé menzionati.
Io ebbi occasione di dimostrare altrove (23) l'influsso grande che il poeta di Giambi ed Epodi, voce ispirata veramente della Musa Garibaldina, col suo prepotente sentimento di romanità, col suo senso della grandezza fatale d'Italia, col suo battagliero irredentismo, col suo vero e proprio nazionalismo, esercitò da Bologna sulla regione emiliano-romagnola, per non dire su tutta l'Italia. Ma anche prescindendo da questo impulso, a documentare questa modernità idealisticamente presaga e pur pratica, del Carducci, più ancora dei suoi versi, basterebbe quel suo programma del Don Chisciotte, il pugnace giornale bolognese, lanciato nell'81, nel quale egli, rivolgendosi alla gioventù, esclama : « Noi abbiamo bisogno anzitutto di affermarci fortemente e, gloriosamente come Nazione ». E ancora, con accento che sembra d'oggi : « A noi, o giovani ! C'è da combattere ancora ! C'è ancora da amare ! E c'è da patire e da morire e da vivere, per la patria, per la libertà, per la giustizia ! ». (24)
Fra coloro che nella Romagna risentirono più fortemente, e sia pure con effetti vari e talora discordanti, dovuti alla eccezionale originalità del temperamento, l'efficacia della predicazione appassionata di G. Carducci, fu Alfredo Oriani. Si potrà giudicare, come fu giudicato, variamente, lo scrittore e rilevare in lui non poche manifestazioni incerte o contraddittorie del suo pensiero, ma, credo impossibile negare la potenza e la portata sua di precursore, che si afferma sovrattutto nella Rivolta ideale, dove lampeggiano sprazzi di luce lanciati verso l'avvenire. Come egli, insieme col Carducci, illuminò la via all'imminente Nazionalismo, così gettò semi copiosi e preziosi i cui frutti si stanno cogliendo ora, in questa felice stagione del Fascismo vittorioso (25).
È bello notare che, uniti in una stessa fede, nella fede di una resurrezione profonda dell'Italia, tanto il Carducci quanto l'Oriani osarono concretare e appuntare questa loro fede nel presentimento, anzi nel vaticinio sicuro di un uomo, dell'uomo fatale, destinato ad afferrare nel pugno vigoroso le sorti della Patria. Coincidenze eloquenti codeste, che si spiegano con un lento maturarsi degli eventi, latente, ma, irresistibile, nonostante le apparenze. Il nove febbraio del 1896, Giosuè Carducci ai suoi giovani, che insieme coi loro maestri e le autorità e con gli amici, festeggiavano, nell'Archiginnasio bolognese, il 35° anno del suo insegnamento, rivolgeva queste parole: « Segno questo che il rinnovamento italiano, anche nelle discipline e nelle arti ideali e morali, è già maturo nei fati ». E soggiungeva, in tono profetico : « Preparate le vie al Signore che viene, al Genio d'Italia, grande, libero, giusto, umano; al Genio di cui,sento approssimarsi il batter delle ali ».
Similmente, qualche anno più tardi, Alfredo Oriani, in un articolo commemorativo di Francesco Crispi, che è del 1901, al quale, dava, fra l'altro, la lode di avere « riconfortato l'anima nazionale ». Anch'egli, lo scrittore romagnolo, concludeva vaticinando: « Tutto un secolo si chiude dietro di lui (Crispi) ; dopo di lui la nostra rivoluzione non avrà più una voce, che possa rivelarne ancora la grandezza. Gli eroi se ne sono andati; è l'ora degli epigoni ». Tuttavia soggiungeva: « Ma la Patria che non muore, seguiterà a guardare indietro, in alto, finché dal suo mezzo non si levi un'altra grande figura a mostrarci il cammino nel secolo ventesimo » (27). E la profezia, questa profezia carducciana ed orianiana appunto, si è avverata, si sta avverando.
Ma avanti che essa si avverasse, avanti che la guerra facesse balzare in prima fila e in alto « l'uomo nuovo », nel primo decennio del secolo si manifesta un movimento di nazionalismo politico che scaturiva da intime fonti italiane, s'ispirava senza dubbio alle parole e agli esempi di Francesco Crispi, di Giosuè Carducci e d'Alfredo Oriani.
Assecondato da una rinascita di spiritualismo che era anch'esso una sana e santa reazione contro l'opacità bruta del positivismo e del materialismo, così nel campo filosofico-letterario, come in quello politico (socialismo e liberalismo degenere, questo rimorchiato da quello, si equivalevano), rinvigorito dai fremiti e dalle audacie di quell'irredentismo giovanile che aveva il suo centro — stavo per dire il suo epicentro — nella carducciana Bologna e da certe voci fatidiche di nuova poesia, come quella del D'Annunzio delle Odi navali (2Cool, il Nazionalismo fece la sua prima affermazione pubblica e officiale nel noto Congresso di Firenze del dicembre 1910 (29) ; e non a caso seguiva a circa un anno di distanza da quel futurismo di Marinetti che, nonostante i suoi eccessi e le sue contraddizioni, ebbe come impetuoso movimento di giovinezza una parte assai notevole in questa storia, così nella fase di preparazione come durante e dopo la guerra (30). Solo a scorrere il volume contenente gli Atti di questo Congresso, compilati da quel nobilissimo spirito che fu Gualtiero Castellini (Firenze, Casa Editrice Italiana di A. Quattrini, 1911), si comprende come sin d'allora fosse assai più che abbozzato il programma del nostro Nazionalismo, il quale volle essere un partito, ma fu sovrattutto un movimento di spiriti, fu una dottrina e un atto di fede e di amore, ma insieme anche un inizio di azione; fu l'albeggiare d'una promettente giornata per l'Italia, promettente,. ma che pareva ancora lontana come un magnifico sogno (31). La spinta iniziale a quel convegno, che il Sighele nella sua relazione disse « un convegno di innamorati della grandezza d'Italia », era dovuta ad Enrico Corradini, il Maestro, e l'annunzio ne era stato dato dal Castellini in un articolo uscito ne La Grande Italia di Milano, il 20 marzo 1910. Il Comitato ordinatore, formato nell'estate successiva, risultò composto dal Corradini, da Giulio de Frenzi (Federzoni), da Vincenzo Picardi e dal Castellini. Rileggendo oggi la prima lettera-circolare d'invito diramata nell'agosto, e la seconda lettera-circolare del novembre, nonché le varie relazioni, del Corradini, del Maraviglia, del Sighele, di Giulio de Frenzi, di Filippo Carli e di Luigi Villari, ci sentiamo allargare il cuore. Pensiamo con gioia come in quegli anni che sembrano ormai tanto lontani — anni d'imperante tirannide rossa, alla quale, nella loro viltà e impotenza, s'inchinavano, senza neppur salvare le apparenze, i vari Governi liberali, mentre andavano a gara ad assecondarla, e sfruttarla gli «intellettuali » borghesi— quel manipolo di giovani, che gli avversari e gli uomini politici e i politicanti solevano schernire lanciando loro la parola dispregiativa di « letteratura », enunziasse già quelle formule abbastanza precise che dovevano essere i caposaldi delle dottrine nazionaliste e, più tardi, delle nazional-fasciste.
Quei «letterati» richiamavano la Nazione alla necessità, anzi al dovere di rispettare la sovranità dello Stato, dì propugnare in tutti i modi la nostra espansione commerciale, di lavoro e di coltura nel mondo, di promuovere la politica coloniale più energica, di consolidare e sviluppare la preparazione militare, di diffondere l'istruzione in tutti i suoi gradi, in modo da formare il « cittadino italiano », di avviare la politica economica, finanziaria e tributaria in guisa da assicurare « il massimo rendimento della produzione nazionale », di « iniziare risolutamente una politica estera italiana armonizzata con una politica militare italiana ». Voci giovanili, voci sincere e gagliarde proclamavano impazienti che «i problemi della vita italiana si possono ridurre a due grandi problemi, intimamente connessi fra loro, un problema di ordine e di disciplina interna e un problema di guerra». E una di queste voci, quella di G. de Frenzi, più recisamente, col cuore presago come quello del suo Carducci e del suo Oriani, osava proclamare: « II problema si riduce a questa formula semplicissima: essere forti, essere forti cosi da poter scegliere, quando che sia, fra l'alleanza e l'inimicizia, fra la pace e la guerra». E proseguiva: «La posizione dell'Italia oggi in Europa è tale che.....fornirebbe ad un Cavour (s'intende, ad un nuovo Cavour) le fila per ordire qualche meravigliosa trama di gloria e di vittoria ».
A quell'appello del giovane Nazionalismo risposero uomini delle più diverse regioni e condizioni sociali; i più, uomini di studio. Al Convegno fiorentino parteciparono o aderirono, fra gli altri, Giosuè Borsi e Vincenzo Tangorra, gli Studenti Trentini, ricordando il fervido telegramma del Pascoli, Emilio Bodrero, V. E. Bravetta, a nome dei nazionalisti torinesi che avevano formato il primo gruppo italiano, dal quale doveva un giorno sorgere, per sua gloria, la figura del martire Mario Sonzini, che fu un vero operaio nazionalista; Maffio Maffii, Antonio Cippico, Domenico Tumiati e chi scrive queste pagine.
Da quella schiera d'avanguardia spiccano due figure che sarebbe ingiusto non collocare al loro posto e nella giusta luce. Giuseppe Bottai, il valoroso combattente, lo spirito critico finissimo, meritamente assunto dalla fiducia del Capo del Governo, ad uno degli uffici più delicati, dedicò il 27 dello scorso gennaio in Roma ad Enrico Corradini come a precursore una eloquente infiammata conferenza che ne lumeggia al vivo la nobile austera figura. Basterebbe ricordare di quel discorso sovrattutto quel passo dove si rileva come « la sorte di quest'uomo, levatosi solitario, nello smarrimento della sconfitta di Adua, a gettare una voce contro la viltà del suo tempo, sia straordinariamente simile a quella della nostra generazione, insorta contro la sopravvissuta generazione di Adua, e quello che fu tormento e gioia, spasimo e delizia di migliaia di giovani accorrenti nel 1915, alle armi, cantando come per subitanea ispirazione gli inni della patria dimenticata, sentirà mirabilmente adunato, quasi divina ansia profetica, nella coscienza di questo Precursore, che, nel 1896, contro « un popolo che era tutto contro la Nazione, esule nella sua stessa Patria, solo urlò il grido di dolore del patriottismo,». L'oratore giustamente affermava : « Enrico Corradini è il prenunziatore della nostra generazione di soldati». ,
Ma non basta ricordare tutto ciò; bisognerebbe passare in rapida rassegna quei suoi volumi che fissano altrettante tappe del suo pensiero ascendente sempre più in alto, ma con vigorosa coerenza, ma con le sue radici sempre più profondate nella realtà. Sono volumi il cui titolo suscita, da solo, nei lettori non ignari, tutto un fascio di luce, di ricordi e di incitamenti, facendo balenare la sintesi di tutto un programma che si viene oggi gloriosamente realizzando. Primo, quel volume Il Nazionalismo italiano (Milano, Treves, 1914), che vide la luce non a caso alla vigilia della guerra e raccoglie anche le prime fronde sparse, i documenti di quella « propaganda individuale » che il Corradini aveva incominciato con alcuni pochi amici, alla testa dei quali è Pier Ludovico Occhini, sino dal 1903, con la fondazione del Regno. Nella prefazione al volume il Corradini afferma, in tono di certezza e di ottimismo superbamente sereno d'apostolo : « Ci spronano le nuove generazioni che sono interamente con noi e per noi, che ci intendono d'istinto, la qual cosa è assai più dell'intelligenza. Per essi gli uomini del Nazionalismo italiano proseguono l'opera loro, della quale l'importanza apparirà, un giorno ». E il suo programma esponeva in queste poche cristalline parole: «Si tratta di espellere d'Italia le sopravvivenze di due rivoluzioni straniere, della rivoluzione borghese gallica e della rivoluzione socialista tedesca; e di aprir la strada ad una formazione italiana politica morale e spirituale, cioè, di porre nel nostro terreno i germi nostri di una futura civiltà nostra che prenda il cammino del mondo ».
Giova anche il ricordare che il Corradini, nel Congresso nazionalista del 1910, prendendo lo spunto da alcune parole di Scipio Sighele, denunziava la politica di quel « patriota » che allora reggeva il governo d'Italia, ed aveva riassunto il suo credo politico in due frasi: « Gli italiani che amano la Patria, devono disinteressarsi della politica estera: gli Italiani devono mantenere la pace anche a costo di ogni viltà ! ». Denunziare questo credo era sostituirlo con uno del tutto opposto. E ciò appunto fece Enrico Corradini (32) ; il quale svolse quelli che noi conosciamo ormai essere i punti fondamentali del programma nazionalista con un crescendo che era di fede sempre più fervida, ma anche di dottrina sempre più salda e coerente nella sua progressiva concretezza. Ricordiamo: La marcia dei produttori (Roma, 1916), L'unità e la potenza delle Nazioni (1922) ; e infine i mirabili Discorsi politici (1902-23) che furono detti il diario spirituale di quella rinascita dell'Italia di cui cogliamo ora i primi frutti preziosi. Ma l'autore disse anche, e giustamente, che essi contengono il dramma della rigenerazione del popolo italiano mercé due guerre e una Rivoluzione, quello, cioè, che va dal 1896 al 1923, dalla disfatta d'Adua alla Marcia su Roma. Orbene: di questo fondamentale volume non occorre dire altro che esso reca meritamente questa dedica: « A Benito Mussolini - Duce dell'Italia Vittoriosa - questo volume degli anni di aspettazione e di lotta - è dedicato ». Nella quale dedica dunque, nonostante la modestia dell'autore, si può aggiungere; « e degli anni di preparazione ». Documento mirabile di essa è questa raccolta di discorsi: di parole sì, ma tali, che ne dovevano uscire i fatti nuovi. E come nel 1911 e nel 1915 ne derivò la guerra, nel 1922 il Maestro ed Apostolo del Nazionalismo fu pronto ad aderire coi suoi commilitoni alla Rivoluzione fascista, caldeggiando con una spontaneità e lealtà garibaldine la fusione del Nazionalismo col Fascismo.
Fra questi amici e commilitoni dev'essere ricordato subito Luigi Federzoni, il quale per poter militare un giorno, e valorosamente, nelle file del Nazionalismo aveva avuto la meritata fortuna di prepararsi con un singolarissimo tirocinio giovanile alla scuola di quei due grandi nazionalisti... avanti lettera, che furono G. Carducci e Alfredo Oriani, e nell'arena del giornalismo migliore. Diventò così un precoce nazionalista militante, anche per questo che, mentre Enrico Corradini fu essenzialmente un uomo di pensiero e sia pure di un pensiero attivo, anzi dinamico, insuperabile di tenacia e d'efficace propaganda, egli fu principalmente uomo d'azione, ma, s'intende, di un'azione illuminata sempre da un pensiero vivo e da una fede ardente, d'una volontà indomita (33). Questo spiega come, dopo l'intensa vigilia d'armi fatta nel Giornale d'Italia e nell'Idea Nazionale — quelle sovrattutto sul Gardasee e contro la Massoneria —, dalle cui colonne combattè memorabili battaglie, egli potesse capitanare poi il sottile manipolo nazionalista nel Parlamento e affermare nell'aula, allora grigia e fredda, il suo programma con eloquenza ed esperienza pari all'impeto audace, e che nella guerra si rivelasse combattente valoroso e che, all'avvento del Fascismo, il Duce lo designasse subito ai posti più alti di comando. Così il drappello dei nazionalisti (34), che furono i precursori immediati, conseguì il più prezioso dei premi che essi potessero ambire, quello di veder fruttificare rapidamente la loro parola, svolgersi miracolosamente l'opera da loro iniziata e vedere riconosciuta dal Duce la bontà dell'una e dell'altra. Con quanto ardore di fede, con quanta dedizione e lealtà essi abbiano recato e rechino il loro contributo alla mirabile impresa di rivoluzione e di ricostruzione nazionale, non occorre dire. Basti pronunziare qualche altro nome oltre a quelli già menzionati : Alfredo Rocco, Roberto Forges Davanzati, Maurizio Maraviglia, Francesco Coppola.
Questi, i precursori remoti e vicini, prossimi e immediati. Seguono i combattenti, gli squadristi, le camicie nere, le legioni dei giovani che, riafferrato il Tricolore travolto nel fango dopo la gloria di Vittorio Veneto, ridate le ali mozzate alla Vittoria, s'avanzano al cenno infallibile del Duce, l'uomo provvidenziale che stringe nel suo pugno poderoso i destini della Nazione.
Ma sarebbe ingiusto tacere di quei pochi precorritori, combattenti «in ordine sparso» nel campo del giornalismo e della politica, indipendenti e isolati, che bene meritarono della grande causa. Basti ricordare uno solo di essi, che degnamente li rappresenta, il Senatore Vincenzo Morello che col nome di battaglia di Rastignac, dalle colonne della Tribuna e da riviste e volumi, nei foschi anni della vigilia, fra le tempeste della guerra e del dopo guerra, svolse uria vera azione d'avanguardia coraggiosa e geniale, memorabile sovra tutte le altre, la sua campagna tenace e vigorosa contro il parlamentarismo corrotto e corruttore di quegli anni tristissimi.
Con siffatti antecedenti luminosi sott'occhio la visione del grande evento rivoluzionario che si chiama Fascismo, ci appare più compiutamente e fedelmente in tutta la sua ragione ed estensione storica; e, direi, ci appare più avvincente ed umano. O m'inganno, o questi precursori, senza detrarre punto alla grandiosità e all'originalità della rivoluzione fascista e del suo creatore, ci permettono di considerarla e ammirarla non più sotto la luce abbagliante del miracolo e del mito, incomprensibili, ma sotto quella chiara e italianamente serena della storia; onde appunto al Fascismo deriva un carattere di solidità e di perennità feconde che è anche capacità di rinnovamento e di sviluppo, che è il segno e la garanzia propria di tutte le sane reazioni vitali e redentrici dello spirito umano, cioè, appunto, della vera storia.

VITTORIO CIAN


(19) Francesco Crispi, Milano, Treves, 1905, pag. 17
(20) Francesco Crispi, nella Rivista d’Italia, a. IV, vol. 3°, 1901, pag. 66
(21) Sino dal novembre '81, nel discorso di Palermo. Cfr. G. CASTELLINA Francesco Crispi, Firenze, Barbèra, 1915, pag. 148. Felice profilo, preceduto dalie forti pagine che al Crispi sono dedicate nel volume Ero i Garibaldini, Bologna, Zanichelli, 1911, pagg. 174-7.
(22) Cfr. la bella conferenza commemorativa di G. A. CESAREO, tenuta l'8 aprile 1927 ai Circolo della Stampa romana.
(23) Vedasi il SIGHELE, Francesco Crispi e il Nazionalismo, nella Nuova Antologia del 16 agosto 1912.
(24) Nel cit. articolo L'ora della Romagna.
(25) Che tempra di «precursore » fosse il Carducci anche nei suoi ultimi anni, basterebbero ad attestare queste parole d'una sua lettera da Madesimo, del 5 agosto '91. « Corre tra gli uomini dell'oggi un'acconcia favola di pace universale ed eterna; ma intanto è bene che i figli nascano forti e crescano disposti alla guerra. Stranieri e barbari e oppressori ce ne saranno sempre ». (Lettere, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 303).
(26) Si vedano le spigolature orianiane che per saggio io diedi nelle cit. art., L'ora della Romagna, spigolature che, se non m'illudo, hanno il valore di una dimostrazione matematica.
(27) Alle quali parole fanno riscontro quest'altre, più note, di Rivolta: «L'ora della rivolta ideale sta per suonare..... Accendete tutte le fiaccole, perché la marcia è già cominciata nella notte e non temete del fumo: l'alba è vicina».
(2Cool Ma anche di altre liriche di quegli anni, come, ad esempio, del sonetto cortonese, del 1912, incluso nel 2° libro delle Laudi, nelle cui terzine — disse bene Carlo Mariotti — noi sentiamo oggi, un sicuro valore propiziale ed una significazione divinatoria:
Muzio Attendolo Sforza, nella rovere
di Cotignola gitta il suo marrello
e ferrato cavalca al gran destino:
Sono le glebe tue fatte si povere,
o Italia, che non sorgavi un novello
eroe dall'aspro sangue contadino?
(29) Si veda, fra i Discorsi politici di Enrico Corradini (1902-1923), quello su Le nuove dottrine nazionali e il rinnovamento spirituale, che è del 1913. Notevolissima conferenza, codesta, perché in essa il Maestro del Nazionalismo italiano additava la vera origine e ragione del nostro movimento nazionalista nel bisogno urgente di reagire contro la minaccia mortale che il socialismo addensava sulla Nazione; movimento, dunque, di reazione spiritualistica contro il materialismo del moto socialistico, del quale era succubo il liberalismo infracidito. E conforta ed esalta il pensare che in quel giorno — 11 dicembre 1913 — Enrico Corradini, veramente precursore-profeta, concludeva il suo discorso rivolgendosi ai cittadini di Trieste per esprimere loro il suo compiacimento d'essere ritornato fra essi dopo qualche anno, a parlare ad essi nel momento in cui le nuove dottrine, diceva, « dopo aver compiuta qualche azione e avuto qualche buon successo, gettano i primi fondamenti d'una di quelle costruzioni morali e ideali che possono d'una nazione fare la condottiera della storia mondiale ». Parole queste, che costituivano un enorme contrabbando politico inafferrabile dai doganieri della polizia austriaca !
(30) M'accontento di ricordare che la Fondazione e il manifesto del Futurismo risalgono al febbraio 1909, che il suo primo «comizio artistico» di quell'anno fu aperto al grido di « Viva Asinari di Bernezzo ! Abbasso l'Austria ! » ; che nel volumetto di SETTIMELLI su Marinetti (Milano, 1921 ), il 2° capitolo illustra giustamente Lo spirito profetico di Marinetti; infine, che nella prima delle Nozioni elementari del Futurismo, per la Politica, è definito futurista «chi ama il progresso dell'Italia più di se stesso».
(31) BALBINO GIULIANO, un antico nazionalista, nel saggio recente su La formazione storica del Fascismo, che fa parte del volume collettaneo Mussolini e il suo fascismo, Heidelberg-Firenze, Merlin Verlag-F. Le Monnier (1927), e precisamente nelle pagine 93-7 consacrate al Nazionalismo, mi sembra averne involontariamente, e forse per eccessiva preoccupazione d'imparzialità, sminuite il valore e la funzione storica di antecedente del Fascismo. Perciò quelle pagine andranno utilmente accostate al cap. XVIII (Nazionalismo e Fascismo] dello stesso GIULIANO nel vol. L’esperienza politica dell'Italia, Firenze, Vallecchi, 1924.
(32) Che cosa abbia fatto il Corradini dimostrò lucidamente FRANCESCO ERCOLE nell’articolo La profezia del Fascismo, in Politica, a. IV, fasc. I-II, riprodotto ora in Pagine fasciste. I fondamenti ideali, Roma, 1926 (Istituto nazionale fascista di Cultura).
(33) Anche per brevità rinvio senz'altro al Profilo che del Federzoni pubblicai nella Collezione Gli artefici della Vittoria (Piacenza, Porta, edit., 1924), nel quale poco o nulla avrei da mutare, non poco da aggiungere. Posteriore a questo volumetto è il volume del FEDERZONI, Paradossi d'ieri (Milano, Mondadori, 1925), raccolta altamente significativa di articoli e discorsi e scritti vari, che vanno dal 1909 al '25. In esso segnalo: La massoneria nell'esercito e Vigilia balcanica; da esso, dall’Epilogo e ricominciamento, spicco queste parole, che videro la luce il 27 dicembre 1925, nell'ultimo numero pubblicato dall'Idea nazionale e che servono a rincalzare efficacemente le mie considerazioni nel testo: «Noi (nazionalisti} avevamo intuito la verità nuova, la « verità nazionale»; ma essa non era tutta la verità della storia e dell'avvenire. Avevamo tentato d'agire; ma ci mancava il potere magico che suscita la fede istintiva del popolo e ne fa strumento divino alla creazione di una vita più alta della Nazione. Avevamo bisogno e desiderio di un Capo che integrasse e realizzasse il nostro presentimento. Possiamo ben dire con sincerità cristallina che nessuno gioì in Italia più di noi della vecchia Idea, nell'ora del trionfo della Marcia su Roma. Infatti per pochi, come per noi, un'idealità così lungamente custodita e propugnata si traduceva in atto, diventando viva sostanza di un’ltalia rinnovellata. L'Italia ebbe finalmente un Duce, il suo Duce e la capacità di seguirlo». Questi Paradossi d'ieri degnamente sì appaiano coi Presagi alla Nazione, Milano, Casa Editrice Imperia, 1924, volume vibrante di verità e di passione politica, al quale UMBERTO GUGLIELMOTTI ben poteva preludere nobilmente scrivendo, fra l'altro: «Le pagine già raccolte ci dicono il fecondo cammino percorso da quel meriggio autunnale del 1913 — qui in Roma — quando una pattuglia di quindici giovani con alla testa il loro giovane alfiere, si presentò innanzi ad una folla socialista ad affermare la necessità della guerra libica e le supreme ragioni della verità nazionale ».
(34) Fra questi mi sembra doveroso ricordare Bernardino Varisco, il filosofo profondo, nel quale il valore è pari alla modestia e che la mente vigorosa e la penna di vero maestro pose a servizio della nobile causa. Basterebbe ad attestarlo il volume, recentemente pubblicato, dei suoi Discorsi politici, Roma 1926 (Istituto nazionale fascista di Cultura).
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Dottrina del Fascismo Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ore
Pagina 1 di 1

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum





Associazione Culturale Apartitica- 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2006