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Memorie di un cappellano della RSI

 
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MessaggioInviato: Mar Giu 29, 2010 4:13 pm    Oggetto:  Memorie di un cappellano della RSI
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Onore a padre Intreccialagli!!!

L'APPORTO DEL CLERO NELLA R.S.I.
- Padre Antonio Intreccialagli -

Su richiesta del camerata Mario Meneghini, io, Padre Antonio Intreccialagli, cappellano della 1a Legione d'assalto "Tagliamento" durante la Repubblica Sociale, narro quel che accadde l'8 settembre 1943, in particolare quel che riguarda i cappellani militari.Tutti i reparti delle Forze Armate Repubblicane, operanti dal settembre '43 in
Dalmazia, in Istria, sul fronte occidentale e nel territorio nazionale, ebbero il Corpo Volontario dei cappellani militari. Questo Corpo eroico, idealmente capitanato dai Trentacinque Caduti in servizio o trucidati a guerra finita, da vile mano assassina, Meritò l'elogio consapevole di S.E. Monsignor Bartolomasi, Vescovo Castrense, il Quale ebbe a dichiarare nel dopoguerra: "I volontari cappellani militari della R.S.I. Furono e restano l'orgoglio dei cappellani militari italiani, per l'ineccepibile condotta morale, per il senso eroico ed assoluto di servizio nell'assistenza religiosa e spirituale dei reparti loro assegnati, per l'amor di Patria nell'assistere e sostenere il morale di una popolazione civile, sotto l'inenarrabile flagello che si abbatteva sull'intera nazione italiana".
Com'è noto, erano continui i bombardamenti indiscriminati su ogni centro
abitato, e non venivano risparmiati neppure i contadini intenti al lavoro dei campi. La popolazione inerme subiva senza interruzione ogni sorta di spoliazioni e di violenze da parte di formazioni partigiane, che di certo avevano bisogno di sostentarsi, e che si procuravano quanto necessitava loro depredando i civili.
E' doveroso precisare che nel periodo della R.S.I. funzionavano regolarmente gli ospedali, le scuole, i servizi annonari, tuttavia
la popolazione civile era prostrata, avevano bisogno di assistenza e di sostegno per sopportare tanti inenarrabili sacrifici.Pertanto l'opera dei cappellani militari nella R.S.I. fu particolarmente valida, necessaria anzi, per contenere le conseguenze degli odii che si rinfocolavano
ogni giorno di più in seguito alle efferate azioni di sterminio, alle proditorie esecuzioni effettuate dai partigiani, i quali non risparmiavano neppure donne e bambini, colpevoli di avere i loro sposi o i loro papà inquadrati nei reparti della R.S.I., per l'onore d'Italia.Potrei riferire diversi casi , estremamente crudi ,selvaggi ,nei quali dovetti
intervenire per limitare le conseguenze di tali azioni nefande ,evitando
rappresaglie e talvolta salvando gli stessi partigiani incriminati.In questi
casi, il cappellano vagliava le varie situazioni con senso cristiano, civile e
fraterno, per quanto stava nella sua formazione morale e religiosa.
Mai potrò dimenticare che lo stesso mio Comandante di Legione, volendo avere la coscienza più tranquilla possibile, mi sottoponeva i casi più difficili, in cui avrebbe dovuto prendere l'estrema decisione: infatti, se io avessi manifestato un qualche motivo di esitazione sulla pena da applicare, era sufficiente un mio segno azzurro sulle cartelle personali, e si desisteva a eseguire la sentenza …Mi risulta che lo stesso fecero altri cappellani militari che ebbi occasione di incontrare sui vari fronti. Tutto ciò per limitare gli effetti dell'odio fratricida.
Con gli altri cappellani della Repubblica Sociale ebbi pochi e saltuari
incontri, e questo perché ho sempre seguito la mia Legione nei continui suoi spostamenti, come sul fiume Soglia nella zona di Pesaro-Urbino, sul Grappa, in Valtellina, in Val Canonica e in Valsesia, o sull'Altopiano di Asiago.
Ebbi comunque il piacere di conoscere ed amare fraternamente il cappellano militare, mutilati di una gamba, don Angelo Scalpellini, reduce dalla Russia, che incontrai in quel di Bologna, quando venni ricoverato all'ospedale militare Mazzacurati per una ferita al ginocchio. Questo eroico, meraviglioso cappellano si dedicava all'assistenza dei feriti nei vari ospedali della zona. Sempre a Bologna incontrai Sua Eminenza il Cardinale Vassalli Rocco, che era venuto a far visita ai feriti. Si dimostrò estremamente benevolo, quasi paterno, nei miei confronti; volle che gli parlassi dei valori spirituali, morali e religiosi dei miei legionari, dei quali, per la verità, ero quanto mai orgoglioso, specie di quelli del 1° Battaglione "Camilluccia", formato da studenti universitari e liceali di Roma.
Al Cardinale consegnai tre lettere. Erano di due soldati inglesi e di uno
australiano, i quali avevano sterminato, insieme a un gruppo di partigiani, un intero nostro plotone. I tre non indossavano la divisa, ma erano in abiti civili, per questo il Tribunale Militare ne aveva ordinata l'esecuzione in quel di Varallo Sesia. Quei ragazzi morirono cristianamente e da forti. Nelle loro lettere alle famiglie riconobbero di aver violato le leggi di guerra, partecipando ad un'azione bellica in abiti borghesi. Esortavano alla pacificazione, elogiando i miei reparti e in particolare me, il cappellano, per come li avevano trattati e assistiti durante la prigionia.
Nella notte precedente l'esecuzione, celebrai la Santa Messa per loro: due erano cattolici e vollero ricevere la Comunione. Il terzo, protestante, mi interruppe durante la celebrazione, mi chiese di assolverlo dai peccati e volle fare la sua prima ed ultima Comunione. Come ho detto, le loro ultime lettere furono consegnate al Cardinale (a causa dei disservizi, non mi era stato possibile inoltrarle tramite la Croce Rossa). Appresi in un secondo tempo che i familiari le avevano ricevute.
Anzi, mi furono di grande utilità presso i Comandi Alleati, allorché dovetti rispondere della falsa accusa, mossami dai partigiani, di essere stato l'istigatore della condanna a morte di questi ex nemici.
Il Cardinale si congedò da me, impartendomi commosso la sua benedizione e raccomandandomi di portarla ai miei legionari. Aggiunse una frase che mi ha fatto più volte riflettere: "Ricordatevi che bisogna compiere il proprio dovere. Su questa terra non sempre vince chi ha ragione".
Rapporti di amicizia fraterna mi legavano a due infaticabili cappellani francescani, Padre Eusebio e Padre Blandino. Insieme a loro - nei periodi di stasi dei nostri rispettivi reparti - effettuai delle tournée di predicazione nelle chiese e nelle piazze di Verona, Vicenza, Padova e Brescia, radunando grandi folle di ascoltatori.Rapporti scritti gli ebbi li ebbi anche con l'eroico Don Calcagno, direttore di "Crociata Italica", fucilato a guerra finita dai partigiani. Per il suo giornale gli feci pervenire due articoli riguardanti la fede religiosa dei nostri giovani, che combattevano per gli eterni valori: Onore e Patria.
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MessaggioInviato: Mar Giu 29, 2010 4:20 pm    Oggetto:  
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Ed ecco come avvenne la mia personale adesione alla Repubblica Sociale Italiana.
Devo premettere, comunque, che provenivo dall'Arma Aeronautica. Infatti, fin dal
21 giugno 1940 ero stato richiamato dall'Ordinariato Militare ed assegnato
all'Aeronautica in Sicilia, presso il Comando di Palermo. Fui poi inviato
all'idroscalo di Stagnone, sede di una squadriglia da ricognizione marittima.
Fui anche cappellano della base aeronautica di marsala e dei depositi adiacenti.
Partecipai, con idrovolanti o motoscafi, a vari soccorsi marittimi, per
recuperare piloti caduti in mare, lanciatisi dopo essere stati abbattuti.
Tutto abbastanza regolare fino a che fui assegnato alla base aeronautica di Gela
dove facevamo scalo, su un campo d'aviazione ben presidiato, bombardieri e
caccia per le azioni su Malta. Ricordo che nell'agosto '41 giunsero al campo i
reparti da caccia tedeschi (caccia diurna e notturna). I camerati germanici si
mostrarono estremamente gentili con me, che del resto manifestavo loro tanta
simpatia ed ero sempre disponibile ad ogni necessità inerente al servizio.
Ma ecco che nell'aprile del '42 fui improvvisamente colpito da una grave forma
di ameba istolitica vegetativa. In quella circostanza venni salvato dal medico
del campo, il quale usò con me una terapia quanto mai drastica, a base di
iniezioni di Emmetina (prima di sottopormi a questo trattamento, volle il mio
consenso, in quanto correvo il rischio di restare paralizzato agli arti
inferiori). Fui ricoverato all'ospedale di Palermo, poi a quello di Napoli,
quindi al Celio e di qui alla clinica per malattie tropicali dell'Università di Roma. Durante la convalescenza, prestavo volontariamente la mia opera per confrontare
e assistere i grandi invalidi ricoverati nella clinica ortopedica della stessa Università.
Fu in questo periodo che avvenne il bombardamento sul quartiere di S. Lorenzo
adiacente alla clinica. In quell'occasione prestai la mia opera morale e
materiale a sollievo della popolazione così provata. Ricordo che scavammo tra le
macerie per recuperare salme ed eventuali superstiti.
Eccoci all'8 settembre: Quella mattina, verso le dieci, stavo prestando la mia
assistenza ai grandi invalidi quando sentii un tremendo rombo di motori
provenire dalla zona orientale dell'Urbe. Formazioni fittissime di bombardieri
alleati stavano scaricando i loro ordigni su Frascati, ritenuta, a quanto pare,
sede del Comando Generale tedesco in Italia.
La cittadina fu rasa al suolo per oltre tre quarti, si ebbero 8.000 morti su
circa 12.000 abitanti. Anche i piccoli centri presso Frascati vennero martellati
da bombe o spezzoni. Dalle terrazze dell'Università, vidi levarsi al cielo
enormi nubi di polverone causato dal bombardamento e siccome avevo mia madre
residente a Montecompatri, poco distante da Frascati (papà era morto nel 1932),
decisi di raggiungere immediatamente la zona. Fui gentilmente raccolto da una
camionetta tedesca diretta verso est, condotta da un militare che aveva il
braccio sinistro letteralmente spappolato: si stava recando al suo comando,
credo nella zona di Zagarolo. Sciesi nell'abitato di Colonna, tre chilometri più
in basso di Montecompatri e raggiunsi il paese di mia madre. Per fortuna lei non
aveva sofferto danni, per quanto fosse terrorizzata. La sua abitazione era stata
lesionata al piano superiore e al tetto, mentre il caseggiato prospiciente era
andato completamente distrutto. Mi dedicai, per quanto possibile, a consolare
quella gente afflitta e spaventata.
A sera apprendemmo dalla radio che era stato firmato l'armistizio, con la
conseguente cessazione di atti di guerra. Rammento che intervenni per calmare
l'Esuberanza di gruppi di donne, convinte di aver finalmente raggiunto la pace…
Mentre io mi rendevo conto che stava per cominciare una guerra ancor più atroce.
L'indomani, 9 settembre, discesi a Roma servendomi del "tramvetto" Roma-Fiuggi-Frosinone.
In una stazione intermedia assistetti, con estremo dolore, all'arresto da parte
dei carabinieri di un giovanissimo militare tedesco, che viaggiava nel convoglio.
Raggiunta Roma, venni a sapere che tutti i comandi militari si erano squagliati,
che i soldati fuggivano per raggiungere le famiglie… Si parlava anche di un
attacco tedesco proveniente dalla zona litoranea in direzione San Paolo.
Insomma, la ben nota situazione di caos.
L'11 settembre cominciarono a circolare per Roma mezzi e pattuglie di tedeschi,
mentre un fuggi fuggi generale si verificava nelle caserme e nei Comandi. In
piazza Fiume salutai romanamente un mezzo militare germanico carico di
paracadutisti e allora compresi che ogni resistenza nella zona di San Paolo
doveva essere cessata. Mi recai sul posto, portando del vino che distribuii a
militari sbandati… Ne presi con me ne presi con me sette che condussi al nostro
convento in via Paisiello ai Parioli. Procurai loro degli abiti borghesi,
invitandoli a raggiungere le proprie case. Le loro divise e le armi individuali
le feci riporre nelle soffitte del convento.
***
Adesso potevo pensare a me. Da quel momento mi diedi da fare in tutti i modi per
mettermi in contatto con i reparti tedeschi. Mi recai infatti al Comando
Paracadutisti nella zona di San Giovanni in Laterano, presso il viale Emanuele
Filiberto. Chiesi che mi indicassero qualche reparto italiano che ancora
combattesse al loro fianco con la nostra bandiera. Mi fu risposto che ce n'era
qualcuno, senza però assicurarmi che fosse autonomo, e mi indicarono la zona di
Albano, dove reparti di Camicie Nere stavano ripiegando verso Tivoli, località
in cui si era acquartierata la divisione M "Littorio", forte dei suoi carri Tigre.
Non Andai comunque a Tivoli ma a Roma presi contatto col Comando della divisione "Piave", acquartierata a Villa Borghese. Mi fu detto che erano in attesa di
ordini (ordini che non vennero mai…). In quei giorni drammatici appresi dalla
radio la notizia del suicidio del generale Cavallero.
Fino a che, verso la metà di settembre ascoltai, sempre alla radio il proclama
di Rodolfo Graziani, diretto agli italiani che ancora avevano il senso del
dovere perché si arruolassero nelle nuove formazioni dell'esercito italiano.
Il 17 settembre (o forse era il 1Cool mi recai deciso al Comando Generale della
Milizia che era stato riaperto i viale Romania. Indossavo la tonaca con ancora
le stellette sul cappuccio. Alle garitte vidi di guardia parecchi ufficiali:
erano tutti volontari, che si erano presentati per riprendere servizio.
All'interno di uno dei tanti corridoi, ebbi la fortuna e (l'onore) di imbattermi
proprio nel Comandante Generale Renato Ricci.
Era circondato da un gran numero di ufficiali superiori. Vedendo il mio saio, mi
si rivolse con questa domanda: "Tu cosa cerchi?".
Al ché risposi con prontezza: "Desidero una camicia nera e un reparto per
combattere per la mia Patria".
Intervennero diversi ufficiali, tra cui il generale Ezio Garibaldi e il console
generale Auro d'Alba, che da tempo conoscevo: mi invitarono a star calmo perché
il mio caso si sarebbe risolto e c'erano cose ben più pressanti che urgevano…
Fu allora che pensai a uno stratagemma e lo posi in esecuzione.
Entrai in uno di tanti uffici (ovviamente deserto). In una macchina da scrivere misi uno dei fogli intestati del Comando Generale (ce n'erano molti), e scrissi questa
richiesta dopo aver diligentemente premesso un numero di protocollo e la data):
"Oggetto: si richiama immediatamente in servizio il cappellano Militare
dell'Arma Aeronautica Augusto Pio Intreccialagli (Padre Antonio) per le nuove
formazioni dell'Esercito".Firmato: "Console Macchione". (Fra le varie scartoffie dell'ufficio avevo notato questo nome).Apposi regolare timbro, misi il foglio in una busta indirizzata a me stesso presso il mio convento, in Via XX settembre n.17. Fermai un militare in camicia nera, gli "ordinai" di recapitare la busta… e tornai al convento.
Qui trovai il Superiore con la lettera in mano. Alquanto spaventato, mi disse:
"Sono scappati tutti! Va' in un nostro convento di campagna, rimani là e non farti più vedere!".
Rilessi con attenzione il foglio da me stesso battuto e osservai: "Se mi
chiamano in servizio, evidentemente i reparti hanno bisogno di cappellani. Non posso esimermi".
Il Superiore mi fece notare che l'ordine di richiamo non proveniva
dall'Ordinariato Militare, pertanto era opportuno andare là almeno per sentire
cosa ne pensassero. Obbedii. Alla salita del Grillo, sede dell'Ordinariato, non
c'era nessuno se non un prete, al quale feci presente che il mio Superiore
Provinciale desiderava su quel foglio di richiamo almeno un timbro per presa visione. Il che puntualmente fu fatto.Con quel prezioso documento in mano, il giorno seguente mi misi a cercare un reparto italiano che mi accogliesse, ed ebbi la fortuna di incontrare un gruppo di giovanissimi legionari. Erano acquartierati - mi dissero - sul Monte Mario nella zona della Camilluccia, dove si era costituito un centro per volontari.
Il reparto al comando del maggiore Agostani (vice comandante il capitano
Nicoletti), stava formando dei plotoni che a loro volta venivano inviati ad
Orvieto, dove esisteva un altro centro di reclutamento.
Verso sera mi presentai dunque alla caserma.Davanti alla sentinella scattai in
un impeccabile saluto romano e chiesi dell'ufficiale di picchetto.Venne un
sottotenente al quale consegnai il "mio" foglio di richiamo, precisando di
essere stato inviato a quel centro di reclutamento direttamente dal Comando
Generale.Grande fu la soddisfazione per il mio arrivo; anzi, il Comandante
Agostani ebbe a dire agli altri ufficiali: "Questo è un onore straordinario, il
Comando Generale pensa a noi, mandandoci un cappellano!".
E da quel momento feci parte a tutti gli effetti del 1° Battaglione M
"Camilluccia".La sera stessa ero già in divisa da legionario (sahariana
kaki).Divise e bustine da ufficiali non ce n'erano, quindi usai il
fez.L'indomani mi diedi da fare per procurarmi un po' di stoffa rossa con cui
confezionare la croce da porre sul taschino sinistro della giacca.
Gli "M" rossi mi furono apposti sui risvolti della sahariana dallo stesso
Comandante (come da regolamento), e da quell'istante ricominciai la vita tra i
soldati, che del resto ben conoscevo.Venni accolto con la massima simpatia e
benevolenza dai giovani legionari, anche perché gli aiutavo nel loro
addestramento militare, data la mia conoscenza in materia.Loro, invece, tutti
studenti volontari, non avevano di certo grande esperienza. Com'è ovvio,
svolgevo di pari passo la mia attività di carattere religioso e spirituale,
tanto necessaria nei difficili momenti in cui vivevamo.
In quel primo periodo fui anche cappellano al Centro Reclutamento di Orvieto,
ove accompagnai spesso plotoni di volontari arruolatisi a Roma (dove nel
frattempo si era costituito il 1° Battaglione M "Camilluccia").Fu allora che
conobbi un ragazzo di quattordici anni, Vittorio Sgabelloni, il quale tanto
disse e tanto fece che riuscì ad essere arruolato come mascotte del
"Camilluccia" (anche perché io perorai la sua causa).In ogni occasione si
comportava come un autentico legionario; aveva anche forze sufficienti per
portare zaino ed equipaggiamento.Fu il primo vero Eroe del nostro battaglione,
perché nella zona di Urbino cadde mitragliato da aerei alleati che attaccarono i nostri camion in movimento.Ai primi di gennaio 1944 il Battaglione si trasferì da Roma a Vercelli, dove si acquartierò nella caserma che prese il nome di "Tagliamento"; insieme al 63° Battaglione M reduce dalla Russia si costituì la 1a Legione di Assalto M "Tagliamento". Quanto a me ebbi l'ordine di restare nella capitale con tre legionari, Carbone, Cordasco e Battaglia, per effettuare al Comando romano della Milizia, la consegna di tutto il materiale (vestiario ecc.) della nostra caserma alla "Camilluccia.
Eseguito questo compito, con mezzi di fortuna raggiunsi Vercelli, unitamente ai
miei tre legionari, non senza aver fatto prima alcune deviazioni perché questi
potessero salutare i familiari. Io stesso mi fermai a Torino dove lo zio Enrico,
che mi era affezionatissimo, ci ospitò con estrema generosità, per tre giorni.
Raggiungemmo quindi il nostro comando a Vercelli.
Dopo la costituzione della Legione d'Assalto, partecipai, fin dal primo momento,
a tutte le azioni e operazioni svolte da questo reparto nella Repubblica Sociale.
Portai a termine con amore, spirito di sacrificio e di donazione a Dio e alla Patria,
Ogni mio compito, facilitando, custodendo e rinvigorendo - nei reparti e nella
gente che potei avvicinare - lo spirito di servizio nonché il senso di Dignità e
di Onore della nostra Patria.
* * *
Vogliate scusarmi per qualche eventuale mia inesattezza: non ci vedo bene e
quindi non posso scrivere né leggere… Ho dovuto affidare questa mia relazione
unicamente alla memoria, che per grazia di Dio è ancora sufficientemente lucida.
Ai camerati di "Nuovo Fronte" che si apprestano a pubblicare un numero speciale
in occasione del cinquantenario della R.S.I., vera epopea di Gloria e di Onore
per la nostra Italia vada il mio augurio più fervido affinché il nostro popolo -
attraverso le nostre testimonianze sincere, e soprattutto "vere" - possa
ritrovare la dignità di sé stesso, quella dignità che il Duce ci trasmise
attraverso il Fascismo.
A noi!

(Articolo tratto da: NUOVO FRONTE N. 136-137 Novembre-Dicembre 1993 ANNOXXIII)

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MessaggioInviato: Mar Giu 29, 2010 4:37 pm    Oggetto:  
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Decisamente Uomini di altri tempi... se avessero vinto loro altro che pseudo-italia...:

 
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MessaggioInviato: Mar Giu 29, 2010 5:47 pm    Oggetto:  
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Un testo molto bello da leggere, nonostante sia un pò lungo. Poi ti dirò, ascoltando il video mi ha trasmesso come un formicolio una passione ed una emozione per me indescrivibile.

Questo particolare del file audio di tribunus è da incorniciare:

...La Fede alla Parola data questi erano ideali del Vangelo, non erano ideali di Mussolini. Diventarono grazie a lui gli ideali di un Popolo!... - Padre Antonio Intreccialagli
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MessaggioInviato: Mar Giu 29, 2010 6:29 pm    Oggetto:  
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Leggiti anche la biografia di Padre Chiti... Very Happy :

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MessaggioInviato: Mar Giu 29, 2010 11:56 pm    Oggetto:  
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Un altro esempio mirabile. Tutta la vita "militare" all'insegna della Fede(sia religiosa che politica) e del rispetto dei più alti Valori. Quasi inimmaginabile che fu un tempo Generale di Brigata per poi diventare umile frate francescano.

Un grandissimo Uomo.
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MessaggioInviato: Mer Giu 30, 2010 1:57 pm    Oggetto:  
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Proviamo a fare un post abbastanza esaustivo...
Altro grande cappellano militare: Padre Eusebio

Nacque a Montecelio (Roma) il 3 luglio 1913, entrò in seminario a Orte all’età di 12 anni. Fu novizio a Bellegra, a Subiaco, a Valentano e a Roma presso l’Antonianum. Dopo essere stato ordinato sacerdote entrò nell’ordine dei Frati Minori e fu assegnato al convento di Santa Maria dell’Ara Coeli a Roma.
Allo scoppio della guerra, nel 1940, aveva 27 anni e venne immesso nei ranghi dei cappellani militari. Fu nei Balcani aggregato al 13° Reggimento Artiglieria “Granatieri di Sardegna”. Durante il 1942 tenne da “Radio Lubiana” una serie di trasmissioni molto seguite con le quali illustrava, con la sua inconfondibile irruente eloquenza, le pagine del Vangelo.
Successivamente fu in Russia all’8° Reggimento Alpini della “Julia” e partecipò alla drammatica ritirata del gennaio 1943.
L’8 settembre 1943 si trovava ad Antibes, presso il comando della 4^ Armata. Catturato dai tedeschi, aderì subito alla R.S.I.; contattò, a Bordeaux il Capitano di Vascello Enzo Grossi, comandante della base atlantica e qui presenziò al giuramento dei “Volontari di Francia” poi confluiti nella Decima di Borghese.
Rientrato in Italia ebbe contatti col Roberto Farinacci e concordò un fitto programma di discorsi propagandistici da tenere in ogni parte dell’Italia
non occupata. Parlò a piazze gremitissime – e la sua fama cresceva a ogni discorso – a Milano, Brescia, Padova, Torino, Venezia, Como, Treviso, San Remo, Udine, Alasio, Savona, Genova, Trieste, Sondrio, Bormio, Tirano, Varese, Lecco… La sua oratoria travolgente, ricca di immagini forti e suggestive, affascinava ed entusiasmava. A Cremona disse, fra l’altro: “”….Il conflitto odierno è soltanto un capitolo della lotta millenaria fra Dio e Satana, fra le forze della luce e quelle delle tenebre….””. Era l’immagine della guerra del “sangue contro l’oro” che si arricchiva di nuove connotazioni.
Nel maggio 1944 Padre Eusebio fu ricevuto da Mussolini a Gargnano. Dal Provicario Generale della Curia Castrense per il Nord Italia, Monsignor
Giuseppe Casonato, fu nominato cappellano di collegamento fra le varie formazioni militari della R.S.I. anche se padre Eusebio preferì il ruolo di “cappellano capo delle Brigate Nere”. Anche utilizzando la sua posizione ufficiale, si adoperò per mettere in salvo diversi sacerdoti perseguitati dai tedeschi e alcuni giovani renitenti. Il 24 aprile 1945 tenne il suo ultimo coraggioso discorso nella centralissima Galleria di Milano. Tentò anche, mediante un abboccamento con agenti americani e del C.L.N. di evitare spargimenti di sangue e vendette, ma il 26 aprile verrà arrestato in Prefettura insieme con il Dott. Cantagalli, esponente del P.F.R.
Processato a Milano dalla Corte di Assise Straordinaria, fu condannato a 20 anni di reclusione.
Scarcerato per amnistia nel 1946, fu inviato in Argentina dai suoi superiori ed egli qui visse fino alla morte prestando la sua opera presso il grande Sanatorio Municipale di Buenos Ayres. E’ morto l’8 novembre 1985.


Ultima modifica di tribvnvs il Ven Dic 13, 2013 1:42 am, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Mer Giu 30, 2010 2:09 pm    Oggetto:  
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FRA' GINEPRO IL CAPPELLANO CHE CONFESSAVA MUSSOLINI"
> Bruno de Padova
> L'alzabandiera per Fra Ginepro Cappuccino e per la sua inesauribile
> goliardia missionaria di Francescano da Pompeiana - quel borgo serafico
> del Ponente imperiese ove Antonio Conio nacque nel 1903 - magnifica, nella
> propria compostezza, l'intera vita di quest'Uomo eccezionale,
> integralmente proteso alla solennità del suo Viatico, alla vocazione di
> Cappellano militare e ad alleviare - con il conforto della Fede
> cristiana - i sacrifici ed i patimenti dei Soldati in grigioverde laddove
> si trovarono impegnati nell'adempimento del loro dovere verso la Nazione
> Italiana, sia con il servizio di leva quanto con quello da volontari. La
> migliore conferma di ciò venne fornita dallo stesso Fra Ginepro, che
> nell'opera Non li possiamo dimenticare (ediz. 1958), nel capitolo 'La
> sagra del valore' (pag. 72 e successive) indicò che "Quando il nostro
> popolo era nelle trincee, Iddio mi mandò nelle trincee; quando il nostro
> popolo era dentro i reticolati, Iddio mi mandò dentro i reticolati; quando
> il nostro popolo era in galera, Iddio mi mandò in galera." e conchiuse "Ti
> ringrazio, o Signore, per queste prove meravigliose di cui mi hai creduto
> degno".
> Precisiamo che quest'alzabandiera fu intrapreso quale carme celebrativo
> dell'apostolato di Fra Ginepro - unitamente all'interpretazione genuina
> del significato sublime sempre attribuita da questo frate, valido
> cavaliere di Cristo, all'elevazione del Calice - già sei lustri or sono,
> il 23 Marzo 1970, da Fra Giorgio Maria da Terni mediante la divulgazione
> d'un impareggiabile dossier impresso dai compositori dell'antica Stamperia
> Tuderte (proprio nella contrada umbra In cui Jacopone da Todi nel '200
> compose la rinomata Lauda VII nota come 'Pianto della Madonna') - e nel
> quale, con meticolosità, certifica l'interezza etica dell'incombenza
> adempiuta dal cenobita da Pompeiana: da quando ascese come novizio in un
> conventino in Val di Fiemme sino al momento in cui, nel luglio 1962,
> dall'Eremo di Loano s'elevò oltre la soglia dell'Aldilà con l'intera sua
> Umiltà, col corredo spirituale in cui risaltava la sintesi della Vita di
> uno dei Cappuccini che ha espresso a simbolo tutta una generazione, a
> conferma che la genuinità della Passione è eterna e non muore quando nasce
> fin dal primo germe della giovinezza e rinnovando - in simbiosi - nel
> Calvario d'ogni giorno l'immolazione perfetta del soldato alla trincea e
> del mistico alla Croce.
> Adesso, in quest'inizio incerto del Terzo Millennio e confuso da un ottuso
> materialismo che globalizza la sovranità monetaria insieme al 'mito'
> utopico del libero mercato e avverso la giustizia sociale (quella - ad
> esempio - indicata da Giacomo Barnes e che nel 1944 la R.S.I. segnalò col
> Ministero della Cultura Popolare), l'alzabandiera per il Pio Cappuccino da
> Pompeiana dev'essere rinnovato perché, la tonaca di Fra Ginepro è il
> vessillo meglio caratterizzante il patrimonio morale della coerenza e
> delle scelte responsabili. Infatti, col libro Il mio saio: una bandiera!
> (ediz. 1956) conduce dalla considerazione per il suo noviziato, che gli
> rivelò il trionfo sulle tentazioni con il quale Benedetto e Francesco
> fecero fiorire le spine dei roveti, al 'Presente!' per tutti i Soldati
> italiani sacrificatisi sulle fronti belliche, dall'Africa alla Spagna,
> dalla Grecia alla Russia, dalla Sicilia alla Linea Gotica, dai campi di
> concentramento ai luoghi di martirio, da Piazzale Loreto alle foibe, ecc.,
> rinnovando la solennità della Pietas - latina e cristiana - evolutasi in
> millenni di Storia e di Civiltà, dai compiti della magistratura
> sacerdotale guerriera introdotta da Cesare Augusto e dal Capitolarium
> libri VII con abbozzo di gerarchia per i sacerdoti addetti alle Legioni
> (Anno 803) a quelli dell'Ordinariato Militare delle FF.AA. Italiane
> perfezionato da Mussolini dopo i Patti Lateranensi della Conciliazione (11
> febbraio 1929), tutto a tutela di coloro che credono nei valori d'Iddio e
> della propria Nazione, capaci - quindi - d'affrontare, in difesa di questi
> patrimoni morali, qualsiasi privazione o abnegazione.
> S'estrinseca così la metamorfosi vibrante di protesta contro l'assurdità
> del cosiddetto modernismo faccendiero e trafficante che, già nel remoto
> 1210, ebbe ad Assisi quel sublime critico che fu San Francesco (vedasi 'I
> grandi contestatori: San Francesco' di P. D'Amia, 1973), risoluto nel
> rifiutare il benessere del babbo - quel Pietro di Bernardone, affermato
> giostratore nella corporazione della lana - e persino il fasto della
> Chiesa governante in tal'epoca, più esattamente quella suntuosità che il
> fraticello assisano condannò dinanzi al Pontefice Innocenzo III e
> presentandogli (quale migliore disciplina per i ministri del culto) la
> Formula vitae del nascente Ordine dei Frati Minori, cioè la Regola
> francescana.
> E' da quest'indicazione tanto significativa e d'obbligo che Fra Ginepro
> trasse l'ispirazione per l'opera Un canto di religiosità nel Risorgimento
> (ediz. 1931) in cui 'Tugnolo' (così firmava gli articoli di poesia e di
> critica pubblicati sul 'Giornale di Genova') rivelò, attraverso gli studi
> meticolosi compiuti sui Fratelli Ruffini di Taggia, quanto il
> rivoluzionario idealista Giuseppe Mazzini - promotore nel 1832 anche del
> culto del Dovere - fu l'assertore deciso del principio risorgimentale
> Dio-Patria-Famiglia, specificando che, questo partecipante ai 'sacri
> travagli' dei Carbonari, si dimostrò esplicito nel perorare come la
> sorgente d'ogni equilibrio proviene soltanto dal Creatore, condannando il
> materialismo ateo di K. Marx e il collettivismo anarchico di M. A.
> Bakunin.
> E' da rammentare che tale Religiosità del Risorgimento, puntualizzata da
> Fra Ginepro con l'opera indicata del 1931, quindi del patriottismo, ebbe
> un incisiva prosecuzione nella Repubblica Sociale (1943-1945) e oltre, in
> quanto il martirologio anche del Clero fu parecchio sofferto da tutti i
> Cappellani Militari - oltre novecento - partecipanti alla battaglia di
> redenzione per l'onore della Nazione affrontata dalle FF.AA. del
> Maresciallo Rodolfo Graziani: e lo riconosce Emilio Cavaterra in Sacerdoti
> in grigioverde (ediz. 1993) de scrivendo la passione di dolore - insieme a
> quanto sofferto da Fra Ginepro - di Padre Romiti, Don Angelo Scarpellini,
> Don Tullio Calcagno (creatore del periodico 'Crociata Italica')
> assassinato a Milano con il mutilato Carlo Borsani, Don Edmondo De Amicis,
> Don Sebastiano Caviglia, Don Ovidio Zinaghi e tanti altri, confermandosi
> tutti 'Soldati dell'eternità'.
> Altresì, quando Antonio Conio - bersagliere con le 'piume ardenti' per
> passione italica analoga a quella di Goffredo Mameli, di Enrico Toti e di
> Benito Mussolini - all'inizio del 1932 divenne Fra Ginepro, non rimase
> chiuso tra le vecchie mura claustrali, ma partì - penitente - col sacco
> della sua e di altre Croci sulle spalle verso il cammino della Via Crucis
> della Grazia, si aprì ad un percorso di privazioni che Fra Giorgio M. da
> Terni indicò descrivibili soltanto con la forza di un'altra 'Divina
> Commedia' dell'Alighieri, mediante un nuovo 'Paradiso Perduto' di J.
> Milton e soprattutto con un susseguente 'Viaggio del Pe1legrino' di J.
> Bunyan.
> E' d'obbligo, per noi, aggiungere che il francescano da Pompeiana volle -
> in ogni momento - essere l'umile 'fra', anziché 'padre' (che a Lui
> sembrava troppo austero, meno 'spartano' ), consapevole essenzialmente di
> un'incombenza, d'un apostolato che emerse per la sua saldezza morale nel
> componimento su sofferenze rappresentato dall'opera Convento e galera
> (1949) con cui il Frate-Soldato, e carcerato dai 'liberati' degli
> invasori, tracciò la propria fermezza nel respingere qualsiasi istigazione
> all'odio e all'egoismo, per condannare l'apatia concentrata e opportunista
> di troppi personaggi politici ('fascistissimi' prima del 25 luglio), ma in
> particolare per evidenziare l'ampiezza della sua solidarietà coi "fratelli
> in catene" e con le "famiglie degli uccisi senza Sacramenti", più
> chiaramente 'per gli Italiani massacrati dalla cosiddetta liberazione'.
> Nel 'proemio' con cui l'ospite della povertà (il valoroso Gino C. Mazzoni,
> come lo indicarono Giacomo Marchetti e Goffredo Olivari) presentò nel 1970
> il libro postumo Ho confessato il Duce di Fra Ginepro, si specifica che
> quegli appunti-diario configurano un documento straordinario perché, oltre
> ad armonizzare con lirismo la fermezza della Repubblica Sociale nel
> rigenerare appieno i valori civili della Nazione Italica, nonché per
> l'Europa, nella sua funzione augustea d'una Socializzazione plasmante nel
> mondo la supremazia del Lavoro sulla speculazione monetaria della
> plutocrazia e sulle falsificazioni dialettiche del marxismo, conferma
> quanto Benito Mussolini s impegnò in quei momenti drammatici per la
> salvaguardia dei diritti e dei beni del nostro popolo. Inoltre, nel
> tratteggiare i diversi momenti del suo incontro con Mussolini alla Villa
> Feltrinelli di Gargnano nel dicembre 1944 e qualche giorno prima del
> discorso dell'Uomo di Predappio al Teatro Lirico di Milano, il cenobita
> puntualizza (pagg. 51-60) come sul tavolo di lavoro del Capo della R.S.I.
> dispiegò il proprio altare da campo per officiare la S. Messa (quell'ara
> adoperata sull'Amba d'Oro in Etiopia per benedire le salme degli eroici
> scalatori e dei legionari di Passo Uarieu e le spoglie della M.O. Padre
> Reginaldo Giuliani) e al Vangelo, con l'omelia, invocò la benedizione di
> Dio per quanti si prodigavano per salvare la Patria dalla catastrofe della
> 'guerra civile' fomentata dagli invasori anglo-statunitensi e
> dall'antifascismo riemerso soltanto con l'asservimento al nemico.
> Avvenne in quel frangente che il fondatore de 'Il Popolo d'Italia', il
> promotore del Fascismo italiano, il realizzatore del Concordato con la
> Chiesa Cattolica (1929) e l'artefice della Carta del Lavoro confessò al
> Cappellano del Tiemben l'intera, profonda, propria ansia per le sorti
> future della Nazione Italiana e del suo popolo. Altro non l'assillava,
> neppure l'incalzante tragedia che poi lo condusse a Dongo ed a Piazzale
> Loreto.
> Molteplici volumi torniscono adesso la biografia del Cappuccino da
> Pompeiana, insieme al le diverse iniziative per promuovere nelle nuove
> generazioni la virtù e lo splendore della sua Dottrina religiosa e
> patriottica. Tra quest'opere - a nostro avviso - indichiamo che essa
> ottiene da Pierfranco Malfettani uno dei compimenti più idonei attraverso
> l'antologia di appunti, ricordi, documenti ed immagini perfezionata col
> compendio Fra Ginepro. Il francescano, lo scrittore, il cappellano (ediz.
> 1997), realizzato in collaborazione con l'Associazione Amici di Fra
> Ginepro, al suo Presidente Padre Clementino da Montefiore, al Segretario
> Carlo Viale ed alla schiera d'estimatori di questo Soldato di Cristo e
> d'Italia, 'tomo' che tratteggia nei dettagli il ciclo missionario di
> Antonio Conio: eccolo impegnato quale Cappellano Militare in Africa
> Orientale (1935-1936) e in Etiopia tra i fanti della Divisione 'Cosseria',
> sino a venerare la Madonnina del Tembien scolpita da un legionario ferito;
> poi, compare sulla fronte italo-francese (giugno 1940) nell'assistere la
> M.O. S.Ten. Andrea Oldoini, Vittorio Allegrini e altri Caduti; fu epico
> anche tra gli avamposti greco-albanesi (1941) dei combattenti del 42° Rgt.
> Fanteria della Div. 'Modena' e del 36° Btg. Camicie Nere - in cui emerse
> per eroismo il seniore Maga - fino al momento in cui, ferito, diventò
> prigioniero degli ellenici, indi condotto dagli Inglesi a soffrire la
> crudele detenzione di S.M. Britannica in India, fra i reticolati d'un
> 'Camps Criminals Fascists' nell'infernale zona di Bhairagar, dove tutto
> significava il 'cimitero dei vivi'.
> Soltanto nella primavera 1943, per lo scambio di prigionieri degenti
> effettuato dalla Croce Rossa Internazionale, questo Cappellano poté
> rientrare in Italia e ciò gli consentì di schierarsi sulle trincee della
> Repubblica Sociale per il riscatto dell'Onore nazionale.
> Fra Ginepro - durante la R.S.I. - si prodigò in Germania tra i soldati
> italiani rinchiusi dopo il tradimento dell'8 settembre nei 'lager', si
> distinse tra i Combattenti in grigioverde di Graziani, Borghese e
> Pavolini, fu accanto alle popolazioni afflitte dai bombardamenti 'alleati'
> e dalle atrocità della 'guerra civile' incoraggiata e sovvenzionata dagli
> U.S.A., Gran Bretagna e U.R.S.S., tra tutti i feriti ed i moribondi, senza
> distinzioni.
> Il Cappellano che aveva confessato il Duce affrontò anche il tormento, il
> calvario d'una nuova prigionia nel carcere genovese di Marassi ('galeotto'
> dei Partigiani, dal maggio 1945 in poi) insieme ai più perseguitati dalla
> cosiddetta Liberazione , trasformando il pancaccio del carcere in pulpito
> e sino a voler essere uno degli ultimi dimessi dalla reclusione politica
> per riuscire ad assistere ogni vittima della persecuzione antifascista,
> tanto che durante il 'Natale di galera' (dopo quelli sulle fronti
> militari) portò il Crocifisso tra i condannati a morte e tutti gli altri
> camerati imprigionati e sofferenti.
> 'La vita dello Spirito è la vita vera' reitera ai pellegrini - nell'Eremo
> di Loano - la statua-effigie di Fra Ginepro.
> Rammentiamo pertanto che, nel benedire le tombe di Caduti della R.S.I. in
> un cimitero del Nord Italia, egli precisò: 'Ora li rivedo nella luce.
> Saliti al divino dall'umano, alla beatitudine del martirio, all'amore
> dall'odio, all'abbraccio del Padre ... La loro incrollabile fede è stata
> premiata in eterno'. Identica consacrazione sentiamo che Iddio volle per
> il Cappuccino da Pompeiana, essendo stato uno dei Francescani e dei
> Cappellani Militari immolatosi all'assioma di Fede cristiana e
> d'italianità.
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DON TULLIO CALCAGNO E «CROCIATA ITALICA»
Coscienza del Vangelo e fedeltà ai valori della Patria sono i canoni morali su cui la forte idealità di don Tullio Calcagno fece leva per aprirsi al calvario 1943-45, lungo l'ascesa del quale la sua Fede cattolica e il suo amore per l'Italia furono perseguitati senza pietà, mai riuscendo però, ad indebolire la virile temerarietà della sua missione.
Il dramma degli eventi politico-militari dell'estate 1943 colsero don Calcagno in Umbria, dove era parroco della cattedrale di Terni e mentre sull'antica Interamna, trasformata dal Fascismo in grande centro industriale, i bombardieri anglo-statunitensi della Raf e dell'Usaf rovesciarono morte e distruzione. Dinanzi a così grave scempio morale e materiale, il parroco della cattedrale ternana, sentendo nell'animo la rudezza di Bernardino da Siena e conservando la mitezza di Francesco d'Assisi, si aprì alla focosità di Domenico da Guzmàn con la robustezza di fede appartenente ad Ignazio di Loyola, divenne testardo come G. Galilei di fronte al Sant'Uffizio e non si arrese ai messi papali quanto Gerolamo Savonarola, lasciò la città bagnata dal Nera e salì nella Valle Padana per trovare a Cremona - dove l'armonia dei liutai Amati, Guarnieri e Stradivari era salita in cielo più del Torrazzo - il fulgore coerentemente innovativo di Roberto Farinacci, l'incisività critica del quotidiano Il Regime Fascista, l'ardore combattivo delle truppe repubblicane, la realizzazione costruttiva ed operosa dei punti fondamentali del Pfr, sintetizzati nel «Manifesto di Verona». E qui, dopo la notte dei tradimenti, respingendo la materialità del comodo imboscamento, don Calcagno dà vita al settimanale più intrepido di religiosità e patriottismo e Crociata Italica si aprì anche all'assidua collaborazione dei Cappellani volontari della Rsi. E’ vero che per la continua incisività di Crociata Italica e per le relazioni settarie inoltrate alla Santa Sede dalla Curia cremonese e di Milano, presto don Calcagno venne sospeso «a divinis» da Bolla pontificia, ma è doveroso rammentare che il sacerdote di Terni non dissentì mai con il Pontefice Pio XII in materia di Fede, ma con il Sant'Uffizio che, appellandosi al Codice Canonico esigeva l'astensione di questo religioso dall'esercizio giornalistico della politica, mentre in quel tempo - tra i cortei schiamazzanti al seguito degli invasori «alleati» dove erano riusciti ad arrivare - si evidenziavano sempre più molti preti che, con il fazzoletto rosso al collo... celebravano la cosiddetta liberazione, cantando Bandiera rossa con i «fratelli» partigiani comunisti e alzando il braccio sinistro in alto e con il pugno della mano ben chiuso. Anticipavano di cinquant'anni l'attuale «passione» filomarxista di molti, troppi prelati altolocati.
Quando nell'aprile '45 pervenne il tracollo militare, il massacro di Dongo, il ludibrio di piazzale Loreto e la carneficina spietata di fascisti o presunti tali, nessuno dei monsignori estensori delle relazioni per la sospensione del sacerdote-direttore di Crociata Italica nutrì un po' di pietas almeno latina per impedire che venisse trascinato da Crema al carcere di San Vittore a Milano e poi buttato in piazzale Susa per rabbiosa fucilazione. Troppi non capivano che, come Petrarca, don Calcagno - in politica seppe scrivere «per ver dire, non per odio d'altrui, né per disprezzo».
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I RELIGIOSI NELLA RSI
Bruno De Padova


VESSILLO DI FEDE E DI CIVILTA IL SAIO DEI CAPPELLANI FRA'GINEPRO, DON SCARPELLINI E PADRE EUSEBIO, CON ALTRI NOVECENTO SACERDOTI-SOLDATO, PORTARONO NELLA RSI LA POTENZA COSTRUTTIVA DELLA COSCIENZA CRISTIANA
L'albeggiare nelle molteplici, drammatiche giornate sofferte da Genova dopo quella della cosiddetta liberazione di cinquant'anni or sono, si distingueva più che per il levare del sole, da un ben diverso spettacolo, cioè da quel «mattutino di Stalin» caratterizzante in ogni quartiere del capoluogo ligure, sulle piazze, per i viali e nei «carrugi» una crescente, spietata caccia al fascista o presunto tale che, per settimane, sparse sempre più sangue e lasciò abbandonati un grande numero di cadaveri in ogni area urbana, da Voltri a Nervi.
Fu in una di quelle mattine che il cappellano militare Fra' Ginepro di Pompeiana respinse il ritiro in luogo sicuro: «Il mio posto non è in noviziato; se quando i miei fratelli andarono alla guerra li seguii come cappellano militare, se quando caddero prigionieri li seguii nei campi di concentramento, ora che sono trattenuti in carcere li devo seguire nella galera.», rispose il «confessore del Duce» a chi voleva salvarlo dal pericolo sempre più incombente di una sua cattura, essendo molto ricercato dai partigiani. E più tardi - dopo essersi presentato da solo ai capi del CLN nella cella più grande del carcere di Marassi salì sul pancaccio e così supplicò per tutti i reclusi a viva voce: «O Cristo Signore, che per salvare l'umanità sei stato incatenato e crocifisso, ascolta il grido lamentoso che ogni giorno Ti eleviamo dal fondo della nostra galera.
Non tardare a mettere in luce la nostra innocenza ed a restituirci alla nostra casa, fatti migliori dalle sofferenze patite. Volgi uno sguardo pietoso alla famiglia che è rimasta senza sostegno, alla Patria che attraversa momenti dolorosi, al Mondo coperto di ossami e di macerie. E fa che per tutti sia pace, prosperità e benedizione. Così sia!»
Questa orazione, come ci conferma il Pio Cappuccino (Fra' Ginepro) nel suo tomo Convento e galera, fece subito il giro di tutte le celle di Marassi, col tempo lo farà anche nelle altre carceri d'Italia, lo sequestreranno in diversi penitenziari - quando scritto - come messaggio fascista, ma superando ogni barriera verrà recitata anche dai tubercolotici di Pianosa e dai pazzi di Aversa.
Avvenne così che sull'altare del più severo sacrificio eretto per la Storia dai più intrepidi credenti nei valori civili della Nazione, di socialità e di libertà, illuminato durante l'intera epopea della Repubblica Sociale Italiana dallo splendore del sacrificio di ognuno che volle contribuire al migliore sviluppo dei popoli, si localizzarono anche quelli dei numerosi Cappellani-Soldato che dopo la vergogna per l'Italia dei tradimenti del 25 luglio e dell'8 settembre 1943 non disertarono, ma vollero continuare la loro inclita missione di Fede cristiana a fianco dei Combattenti per l'Onore della Patria.

NASCE, COL GIURAMENTO, LA NUOVA FEDELTA’
Procediamo però, con ordine: nella Rsi, attraverso la Seconda sezione dell'Ordinariato Militare per l'Italia (istituzione introdotta dal Fascismo nel 1926 per il Regio Esercito e la Mvsn, poi inserita per volontà di Mussolini nel Concordato con la Chiesa cattolica) venne disciplinato il servizio dei Cappellani Volontari nelle varie Forze Armate repubblicane, al quale aderirono oltre novecento ministri ecclesiastici operanti non solo presso i più importanti Comandi oppure in altri Distretti militari, ma anche nelle diverse Unità divisionali, nei distaccamenti della Guardia Nazionale Repubblicana, in quelli successivi delle Brigate Nere, nella X Flottiglia Mas, in ogni Reparto speciale ecc. nonché in Francia, Balcania, Dodecanneso, Egeo, tra i Lavoratori italiani nel Terzo Reich, tra le truppe italiane prigioniere (e non «cooperatrici») in India, Usa, Gran Bretagna, Urss e altrove.
In qualità di Pro-Vicario generale militare per le FF.AA. della Rsi sino al marzo 1945 rimase mons. Giuseppe Casonato, poi - dopo la circolare natalizia del '44 mediante la quale iniziava ad esercitare pressioni politiche contrarie all'azione del Governo repubblicano gli succedette il Cappellano capo del Piemonte mons. Silvio Solero. In precedenza, sul testo del giuramento di fedeltà alla Rsi, l'ordinario militare mons. A. Bartolomasi aveva frapposto inizialmente qualche difficoltà essendo stata da lui avanzata una formula diversa da quella predisposta dal Governo, ma entro il dicembre '44 tutti i Cappellani Volontari avevano giurato secondo la formula regolamentare, cioè: «Giuro di servire e di difendere la Repubblica Sociale Italiana nelle sue istituzioni e nelle sue leggi, nel suo onore e nel suo territorio, in pace e in guerra, fino al sacrificio supremo. Lo giuro dinanzi a Dio e ai Caduti, per l'unità, per l'indipendenza e per l'avvenire della Patria.».
Sull'alta qualità dell'opera svolta dai Cappellani in grigioverde a nessuno può essere rimasto qualche dubbio, tanto è vero che lo stesso mons. Bartolomasi dopo il 1945 specificò come i «volontari cappellani militari della Rsi furono e restano l'orgoglio dei cappellani militari italiani, per l'ineccepibile condotta morale, per il senso eroico ed assoluto di servizio nell'assistenza religiosa e spirituale dei reparti loro assegnati, per l'amore di Patria nell'assistere e sostenere il morale di una popolazione civile, sotto l’inenarrabile flagello che si abbatteva sull'intera Nazione italiana».
L'albo di gloria dei Cappellani militari dell'Onore distingue ben ventotto ministri della Chiesa caduti per servizio o per mano terroristica durante la Rsi e sono i seguenti: Fra' Fortunato Bertoni (Modena), Mario Boschetti (Ferrara), Guerrino Cavazzoli (Germania), Sebastiano Caviglia (Asti), Padre Crisostomo Ceragioli (Siena), Padre Antonio Ciervo (Egeo), Padre Sigismondo Damiani (Macerata), Edmondo De Amicis (Torino), Rosino Di Nallo (Frosinone), Giovanni Di Pietro (Teramo), Emilio Femandez (Ferrara), Carlo Ferrari (Grosseto), Padre Fernando Ferrarotti (Aosta), Vittorio Floriani (Germania), Giuseppe Gabana (Trieste), Padre Ceslao Galletti (Roma), Domenico Gianni (Bologna), Umberto Lotti (Austria), Padre Simone Nardin (Fiume), Adolfo Nannini (Firenze), Fra' Cleto Parodi (Egeo), Pietro Roba (Imperia), Padre Angelico Romiti (Torino), Leandro Sangiorgio (Vercelli), Carlo Terenziano (Reggio Emilia) e Antonio Torricella, -" (Francia).
Inoltre, sono sei i Sacerdoti-Soldato caduti l'8 settembre in Albania, Dalmazia, Montenegro e Serbia, vittime del comunismo balcanico; due quelli nei campi non-cooperatori in India. Ascendono a quarantaquattro i Cappellani militari italiani deceduti prima e dopo l'armistizio badogliano nei campi sovietici di prigionia.
Molto più numerosi sono invece i sacerdoti di Cristo che nel corso della Rsi oppure subito dopo il tragico 25 aprile persero la vita, accusati di amicizia per i fascisti oppure per le truppe germaniche in quanto rei di avere segnalato urgenti necessità delle popolazioni e degli sfollati, come accadde - ad esempio - a don Aladino Petri nel Pisano, vicino alla storica torre di Caprona, assassinato insieme al maestro Lughetti da tre fuorilegge dei Gap in bicicletta.

DON TULLIO CALCAGNO E «CROCIATA ITALICA»
(vedi sopra)

CAPPELLANI CON GLADIO, ALFIERI DI FEDE
Esiste nell'Ordinariato militare per l'Italia la nobiltà morale per gli alfieri della cappa di San Martino ed essa ha in Angelo Roncalli (Papa Giovanni XXIII), Giulio Facibeni (fondatore a Firenze della Madonnina del Grappa, ospitante i perseguitati della Rsi), Carlo Gnocchi (realizzatore di Pro Juventute a Milano), Luigi Soverini (officiante a Roma per 20 anni la Santa Messa in latino il 28 aprile in San Marco di Palazzo Venezia) e Giovanni Errani (sacerdote Divisione Etna della Rsi) i Cappellani militari benemeriti nella vita religiosa e civile. E’ dal loro esempio che durante la Repubblica sociale i loro colleghi con i Gladi quale mostrina assolsero alla propria missione con la franchezza e con la sensibilità francescane di cui militari e popolazione avevano la maggiore necessità con senso di misericordia umana.
Il decano dei Cappellani della Rsi fu don Angelo Scarpellini, romagnolo, insegnante di lettere a Bologna, giornalista, scrittore. Pubblicò nel 1939 il libro Augusto nella luce del Vangelo, nel 1942 il volume Italia della Conciliazione, poi lasciò la cattedra per essere vicino ai soldati e alle loro sofferenze. Don Scarpellini fu assiduo collaboratore di Crociata Italica con gli articoli firmati Pier l'Eremita e, in conseguenza di ciò, non ottenne il dovuto inserimento nei ruoli dell'Ordinariato militare per l'Italia dei Cappellani volontari, ma ciò non gli impedì di emergere nel ruolo di Sacerdote-soldato prima nella Brigata Nera «Facchini» e poi nella Brigata Nera Mobile «Pappalardo», comandata quest'ultima dal prof. Pagliani. Dopo il 25 aprile venne condotto a Coltano e poi, su richiesta di un magistrato di Reggio Emilia, si presentò a quel Tribunale dove venne incarcerato e poi processato per collaborazionismo, condannato a 24 anni di reclusione e poi assolto in Cassazione. Ma nel carcere di Reggio Emilia venne sottoposto dai partigiani a gravi sevizie che gli procurarono sordità totale, timpani rotti, denti spaccati e una frattura al cranio. Quando i partigiani vennero tradotti dinanzi a lui per individuare chi lo aveva martirizzato, e pure riconoscendoli, al magistrato che lo invitava ad indicare i responsabili delle sevizie egli rispose: «Non riconosco nessuno!».
Allorché riebbe la libertà, don Scarpellini - sebbene invalido - riprese la sua attività educativa, portò la sua voce in tante conferenze per illuminare gli Italiani sull'ampiezza del sacrificio dei Martiri e dei Caduti della Rsi, chiese la Pacificazione che inserisse nella Costituzione della Repubblica del 2 giugno la parificazione dei diritti dei combattenti e dei dipendenti pubblici della Rsi a quelli del regno del Sud, nonché di ogni beneficio da ciò derivante e, nel contempo, diede alle stampe La Rsi nelle lettere dei suoi Caduti, pubblicando anche Fausto Longiano (1959), La Pieve di San Giovanni in Compito (1962),, Don Alessandro Berardi patriota riminese (1963) e altro ancora, ma nel 1979 Dio lo chiamò a sé.

DIO E PATRIA, SINTESI IDEALE
Nell'ardente fucina di volontà cristiana e patriottica di Crociata Italica si cimentarono molti altri sacerdoti quali padre Blandino della Croce, don Antonio Bruzzesi, Fra' Galdino, padre Egidio del Borgo, il benedettino Ildefonso Troya che, insieme al tenace Fra' Ginepro di Pompeiana, perfezionarono i rispettivi intendimenti religiosi nell'aiuto a tutti i sofferenti della tragedia nazionale. D'altronde, il primo articolo di fondo del n° 1 di Crociata Italica era intitolato Dio e Patria e in esso don Calcagno specificava: «Siamo cattolici, apostolici, romani, figli devoti e membri vivi dell'unica Santa Chiesa e tali intendiamo restare, con la grazia di Dio, fino alla tomba, nell'eternità della Chiesa trionfante. Siamo repubblicani, perché col tradimento del re, il regno ha cessato di esistere per tutti gli italiani e per tutti gli uomini onesti, e ad esso è succeduto, nel modo più legittimo, la Repubblica Sociale Italiana, sotto la guida di colui che, fino alla vigilia della vergognosa catastrofe, era il Duce universalmente riconosciuto da popoli e governanti, da pontefici e sovrani.»
Su questa ispirazione, insieme ai Sacerdoti-Soldato indicati e agli altri novecento che nel tempo 1943-45 assolsero alla missione apostolica di Cappellani volontari della Rsi, indirizzò con vigore la propria azione francescana padre Eusebio che già nel giugno 1940 - due giorni dopo l'entrata dell'Italia in guerra - si era arruolato nell'Ordinariato militare seguendo le sorti dei soldati prima tra gli Alpini, distinguendosi in Albania e in Russia, indi nella base atlantica di Bordeaux, fino ad essere catturato dai Tedeschi l'8 settembre ad Antibes. Padre Eusebio, al secolo Sigfrido Zappaterreni e nativo di Montecelio (l'attuale Guidonia), condannò la congiura di Grandi e Bottai, non accettò il tradimento di Vittorio Emanuele III°e di Badoglio, ed aderendo alla Rsi si fece promotore di tante conferenze per stimolare gli Italiani alla riscossa morale.
Assumendo nel 1944 l'incarico di Capo Cappellano militare delle Brigate Nere, padre Eusebio accentuò i suoi incontri e dialoghi con il Duce e in settembre, mentre gli invasori iniziavano a scontrarsi contro la Linea Gotica, Mussolini - nel tratteggiare i problemi connessi ai rapporti fra lo Stato repubblicano e la Chiesa - gli disse: «In vari rapporti si nota una recrudescenza rossa che non preoccupa affatto il clero della Repubblica. Certe connivenze e complicità con i fuorilegge sono sintomi di decadenza morale e prove incontrovertibili di malafede.» Ma il colloquio non era finito. Mussolini continuò: «Ogni settimana Mezzasoma mi fa il rapporto scritto sulla stampa cattolica. Su centinaia di opuscoli, riviste e foglietti parrocchiali non sono mai riuscito a trovare un accenno contro il comunismo. Lo stesso dicasi delle allocuzioni che il clero fa la domenica nelle chiese. Ditemi, cosa significa tutto questo nel momento critico che si attraversa?»
All'uomo liberato da Skorzeny sul Gran Sasso dalla prigionia dei badogliani di a . liora, il Cappellano capo delle BB.NN. rispose accentuando le sue prediche ai combattenti ed ai cittadini, aperse il suo fervore francescano invocando il dovere delle genti per la difesa della Patria, sollecitò una pace non dolorosa per la Nazione, affinché i «fioretti» del santo di Assisi maturassero nel cuore degli Italiani l'incitamento alla «perfetta letizia» dopo tante sofferenze.
In fedeltà alla Vocazione francescana, alla bandiera tricolore dell'Onore, padre Eusebio coronò di splendore la sua missione di Cappellano della Rsi nella primavera '45 quando - in Galleria a Milano - profuse nella sua più ardente allocuzione l'invito ai credenti in Dio e nella Patria a professare virtù di buon frutto per la rinascita della Nazione e per costruire la Civiltà del futuro.

MISSIONI DI APOSTOLI SULLE FRONTI ITALIANE
A fianco di Fra' Ginepro e di Padre Eusebio che svolgevano il loro compito di apostoli del Cattolicesimo oltreché quali «confessori del Duce», anche come missionari di sostegno morale ai combattenti, con uguale coscienza del Verbo cristiano si distinsero sulle fronti della Linea Gotica, sulle Alpi occidentali e sulle doline carsiche, in Istria e nella Dalmazia, quanto sul Baltico e nell'Egeo, i Cappellani volontari della Rsi a fianco delle nostre truppe in grigioverde.
Ecco nella Divisione Littorio l'esempio fulgente di Padre Marcello, al secolo Primiero Tozzi, che segui questa Unità militare della Rsi dall'addestramento in Germania nel centro di Senne alla difesa della sovranità italiana in Valle d'Aosta, dopo essere stato in precedenza predicatore francescano dei Padri Minori nella Toscana, Tenente Cappellano degli Alpini sulla fronte greco-albanese. Padre Marcello confortò i soldati in grigioverde sulle impervie vette della fronte aostana, segui i feriti negli ospedali e confortò le famiglie dei Caduti durante e dopo la guerra, anche quando divenne Coadiutore diocesano nella parrocchia di N. S. Gesù Cristo in Lastra a Signa, non mancando mai nei contatti con i «suoi» reduci.
Nel rammentare gli eroismi dei soldati della Littorio su quella fronte nell'inverno 1944-45 padre Marcello scrisse: «Alzatevi, amici, e rimanete in alto. Sulle cime non vi è nebbia, né fango, né mosche. » Le «penne nere» del 4° Rgt. Alpini della Rsi avevano già compiuto questo confronto, erano stati eroici nel sacrificio per l'Italia repubblicana. In modo analogo, tra altre «penne nere», altri artiglieri da montagna, genieri e complementari della Divisione Alpina Monterosa si distinse il sacerdote-alpino Luigi Miglio con tutti i cappellani dislocati nei vari reparti, dal campo germanico di addestramento in Miinsingen all'offensiva d'inverno nella Garfagnana oppure nei contrattacchi e nelle «sortite» sulle Alpi occidentali, dal Colle della Maddalena al Piccolo S. Bernardo e al Moncenisio, ovunque le truppe alpine diedero prova del loro ardimento sulle vette, ove - sia ben chiaro - Dio ad esse è più vicino.
A fianco della Divisione F.M. San Marco eccelle Padre Candido Carlino, in quella Etna è presente Padre Giovanni Errani, nel Rgt. Paracadutisti Folgore il temerario don Ovidio Zinaghi, mentre con la X Flottiglia Mas oltre a Padre Martinengo quale Cappellano capo si sono distinti don G. Graziani e don A. Castoldi nel Btg. Barbarigo, don B. Folloti nel Btg. Lupo, don R. Pio nei Btgg. NP e Sagittario, don Pettro nel 3' Rgt. Artiglieria e, su a Tamova, con il Btg. Fulmine, proteso con le altre truppe autonome a difendere l'italianità di Gorizia dall'aggressione del IX Korpus di Tito, non mancava don Casinúro Canepa.

SPIRITO E COSCIENZA DEL CREDO EUROPEO
Questa leggenda di Fede e di eroismo assume più valore proprio mentre il nostro vecchio Continente inizia a potenziare, attraverso la Cce, la propria, nuova prova di unificazione politica, economica e produttiva che la liberi dalla soggezione alla finanza degli Usa, nonché dall'influenza vessatoria della plutocrazia anglo-statunitense cui del progresso civile dell'Europa nel Terzo Millennio importa niente.
D'altronde, gli altri non possono capire come sulla Via Crucis dell'Europa di mezzo secolo fa, dove il vessillifero del Credo cattolico e italiano - quale era Fra' Ginepro - si ergeva illuminando con lo splendore del suo Saio la nitidezza del Tricolore repubblicano per la pace del lavoro e per l'equilibrio delle coscienze, si rafforzò il valore etico posto a seme sul solco della Storia nel trascorrere dei millenni per la Civiltà, da quello latino del Diritto al Cristianesimo francescano, dall'Arte rinascimentale alle scoperte della Tecnica, dai moti liberali e socialistici (Bismarck li sostenne nell'800 per l'Europa) all'equilibrio fascista dell'economia produttiva attraverso le conquiste di emancipazione garantite dalla socializzazione.
In questo, il Saio di Fra' Ginepro e degli altri Cappellani Volontari della Rsi assume il più eletto valore per lo Spirito e per le Coscienze. Ha consolato le sofferenze di tanti Martiri e di molti Caduti. E simbolo di Italia, di Europa, significa Civiltà.


L'OLOCAUSTO DEI RELIGIOSI NELLA RSI


AMATEIS Don Giuseppe, parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi di ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944, perché aveva deplorato gli eccessi dei guerriglieri rossi.
AMATO Don Gennaro, parroco di Locri (Reggi o Calabria), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
AMBROSI Don Luigi.
ARINCI Marino: seminarista.
BANDELLI (Bandeli) Don Ernesto, parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il 30 aprile 1945.
BARDET (Border) Don Luigi, parroco di Hone (Aosta), ucciso il 5 marzo 1946 perché aveva messo in guardia i suoi parrocchiani dalle insidie comuniste.
BARDOTTI Don Ugo.
BAREL Don Vittorio, economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso il 26 ottobre 1944 dai partigiani comunisti.
BARTHUS Padre Stanislao della Congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17 agosto 1944 dai partigiani perché in una predica aveva deplorato le «violenze indiscriminate dei partigiani».
BARTOLINI (Bortolini) Don Corrado, parroco di Santa Maria in Duno (Bologna), prelevato dai partigiani il 1° marzo 1945 e fatto sparire.
BASTREGHI Don Duilio, parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3 luglio 1944 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
BEGHE' don Carlo, Parroco di Novegigola (Apuania), sottoposto il 2 marzo 1945 a finta fucilazione che gli produsse una ferita mortale.
BONIFACIO Don Francesco, curato di Villa Gardossi (Trieste), catturato dai miliziani comunisti Jugoslavi l'11 settembre 1946 e gettato in una foiba.
BOLOGNESI Don Sperindio, parroco di Nismozza (Reggio Emilia), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944.
BORTOLINI Don Raffaele, canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945.
BOVO (Bove) Don Luigi, parroco di Bertipglia (Padova), ucciso il 25 settembre 1944 da un partigiano comunista poi giustiziato.
BRAGHINI Dino: Chierichetto.
BULLESCHI Don Miroslavo, parroco di Monpaderno, (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23 agosto 1947 dai comunisti iugoslavi.
BEGNE' Don Carlo
BUSI Don Gogoli.
CALCAGNO Don Tullio - direttore di «Crociata Italica», fucilato dai partigiani comunisti a Milano il 29 aprile 1945.
CALE'- Don Ernesto.
CAVIGLIA Don Sebastiano, cappellano della GNR, ucciso il 27 aprile 1945 ad Asti.
CERAGIOLO Padre Giovan-Crisostomo, o.f.m., cappellano militare decorato al valor militare, Prelevato il 19 maggio 1944 da partigiani comunisti nel convento di Montefollonico e trovato cadavere in una buca con le mani legati dietro la schiena.
CIOCCHETTI Don Paolo
CORSI Don Aldemiro, parroco di Grassano (Reggio Emilia), assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti, la notte del 21 settembre 1944.
CORTIULA Don Virgilio, ucciso con suo padre e Pavine Virgilio.
CRECCHI Don Ferruccio, parroco di Levigliani (Lucca), fucilato all'arrivo delle truppe di colore nella zona, su false accuse dei comunisti del luogo.
CURCIO Don Antonio, cappellano dell'11° Btg. Bersaglieri, ucciso il 7 agosto 1941 a Dugaresa da comunisti croati.
DAMIANI Padre Sigismondo, o.f.m. ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a San Genesio di Macerata l' 11 marzo 1944.
DAPPORTO Don Teobaldo, arciprete di Casalfiumanese (Diocesi di Imola), ucciso da un comunista nel settembre 1945.
DE AMICIS Don Edmondo, cappellano, pluridecorato della prima guerra mondiale, venne colpito a morte dai «gappisti», a Torino, sulla soglia della sua abitazione nel tardo pomeriggio del 24 aprile 1945, e spirò dopo quarantotto ore di atroce agonia.
DIAZ Don Aurelio, cappellano della Sezione Sanità della divisione «Ferrara», fucilato nelle carceri di Belgrado nel gennaio del '45 da partigiani «Titini».
DOLFI Don Adolfo, canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28 maggio 1945 a torture che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
DONATI Don Enrico, arciprete di Lorenzatico (Bologna), massacrato il 28 maggio 1945 sulla strada di Zenerigolo.
DONINI Don Giuseppe, parroco di Castagneto (Modena). Trovato ucciso sulla soglia della sua casa la mattina del 20 aprile 1945. La colpa dell'uccisione fu attribuita in un primo momento ai tedeschi, ma alcune circostanze, emerse in seguito, stabilirono che gli autori del sacrilego delitto furono gli altri.
DORFMANN Don Giuseppe, fucilato nel bosco di Posina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
D'OVIDIO Don Vincenzo, parroco di Poggio Umbricchio (Teramo), ucciso nel maggio '44 sotto accusa di filo-fascismo.
ERRANI Don Giovanni, cappellano militare della GNR, decorato al vm., condannato a morte dal CNL di Forli, salvato dagli americani e poi deceduto a causa delle sofferenze subite.
FALCHETTI Don Giovanni.
FASCE Don Colombo, parroco di Cesino (Genova), ucciso nel maggio del '45 dai partigiani comunisti.
FAUSTI Don Giovanni, superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5 marzo 1946 perché Italiano. Con lui furono trucidati altri sacerdoti dei quali non si è mai potuto conoscere il nome.
FERRAROTTI Padre Femando, o.f.m., cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso nel giugno 1944 a Champorcher (Aosta) dai partigiani comunisti.
FERRETTI Don Gregorio, parroco di Castelvecchio (Teramo), ucciso dai partigiani slavi ed italiano nel maggio 1944.
FERRUZZI Don Giovanni, arciprete di Campanile, Diocesi di Imola, ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945.
FILIPPI Don Achille, parroco di Maiola (Bologna), ucciso la sera del 25 luglio 1945 perché accusato di filofascismo.
FONTANA Don Sante, parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 6 gennaio 1945.
FORNASARI Mauro: seminarista.
GABANA don Giuseppe, della diocesi di Brescia, cappellano della VI legione della Guardia di Finanza ucciso il 3 marzo 1944 da un partigiano comuni sta.
GALASSI Don Giuseppe, arciprete di S. Lorenzo in Selva (Imola), ucciso il 1° maggio 1945 perché sospettato di filofascismo.
GALLETTI Don Tiso, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo.
GIANNI Don Domenico, cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21 aprile 1945 e soppresso dopo tre giomi.
GUICCIARDI Don Giovarmi, parroco di Mocogno (Modena), ucciso il 10 giugno 1945 nella sua canonica dopo sevizie atroci da chi, col pretesto della lotta di liberazione, aveva compiuto nella zona una lunga serie di rapine e delitti, con totale disprezzo di ogni legge umana e divina.
ICARDI Don Virgilio, parroco di Squaneto (Aqui), ucciso il 4 luglio 1944, a Preto, da partigiani comunisti.
ILARDUCCI Don Luigi, parroco di Garfagnolo (Reggio Emilia), ucciso il 19 agosto 1944 da partigiani comunisti.
JEMMI Don Giuseppe, cappellano di Felina (Reggio Emilia), ucciso il 19 aprile 1945 perché aveva deplorato gli «eccessi inumani di quanti disonoravano il movimento partigiano».
LAVEZZARI Serafino: Seminarista.
LENZINI Don Luigi, parroco di Crocette di Pavullo (Modena), trucidato il 20 luglio 1945. Nobile, autentica figura di Martire della Fede. Prelevato nottetempo da un'orda di criminali, strappato dalla sua chiesa, torturato, seviziato, fu ucciso dopo lunghissime ore di indescrivibile agonia, quale raramente si trova nella storia di tutte le persecuzioni. Si cercò di soffocare con lui, dopo che le minacce erano risultate vane, la voce più chiara, più forte e coraggiosa che, in un'ora di generale sbandamento morale, metteva in guardia contro i nemici della Fede e della Patria. Il processo, celebrato in una atmosfera di terrore e di omertà, non seppe assicurare alla giustizia umana i colpevoli, mandanti ed esecutori, i quali, con tale orribile delitto, non unico, purtroppo, hanno gettato fango, umiliazione e discredito sul nome della Resistenza Italiana. Ma dalla gloria all'Eternità, come nella fosca notte del Martirio. Don Luigi Lenzini fa riudire la ultime parole della sua vita, monito severo e solenne, che invitano a temere e a stimare soltanto il giusto Giudizio di Dio. (N.B. - Volantino fatto stampare a Pavullo l'8 agosto 1965).
LOMBARDI Don Nazzareno.
LORENZELLI Don Giuseppe, priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27 febbraio 1945, dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa.
LUGANO Don Placido.
MANFREDI Don Luigi, parroco di Budrio (Reggio Emilia), ucciso il 14 dicembre 1944 perchè aveva deplorato gli «eccessi partigiani».
MATTIOLI Don Dante, parroco di Coruzza (Reggio Emilia), prelevato dai partigiani rossi la notte dell'11 aprile 1945.
MERLI Don Ferdinando, mensionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21 febbraio 1944 presso Assisi da jugoslavi istigati dai comunisti italiani.
MERLINI Don Angelo, parroco di Fiainenga (Foligno), ucciso il medesimo giomo dagli stessi, presso Foligno.
MESSURI Don Armando, cappellano delle Suore della S. Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18 giugno 1944.
MORA Don Giacomo.
NANNINI Don Adelfo, parroco di Cercina (Firenze), ucciso il 30 maggio 1944 da partigiani comunisti.
NARDIN Don Simone, dei benedettini Olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare «Belvedere» in Abbazia di Fiume, prelevato dai partigiani jugoslavi nell'aprile 1945 e fatto morire tra sevizie orrende.
OBID Don Luigi, economo di Podsabotino e San Mauro (Gorizia), prelevato da partigiani e ucciso a San Mauro il 15 gennaio 1945.
PADOAN Don Antonio, parroco di Castel Vittorio (Imperia), ucciso da partigiani l'8 maggio 1944 con un colpo di pistola in bocca ed uno al cuore.
PAVESE Don Attilio, parroco di Alpe Gorreto (Tortona), ucciso il 6 dicembre 1944 da partigiani dei quali era cappellano, perché confortava alcuni prigionieri tedeschi condannati a morte.
PELLIZARI Don Francesco, parroco di Tagliolo (Acqui), chiamato nella notte del 5 maggio 1945 e fatto sparire per sempre.
PERAI Don Pompeo, parroco dei Ss. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16 giugno 1944.
PERCIVALLE Don Enrico, parroco di Varriana (Tortona), prelevato da partigiani e ucciso a colpi di pugnale il 14 febbraio 1944.
PERKAN Don Vittorio, parroco di Elsana (Fiume), ucciso il 9 maggio 1945 da partigiani mentre celebrava un funerale.
PESSINA Don Umberto, parroco di San Martino di Carreggio, ucciso il 18 giugno 1946 da partigiani comunisti.
PERSICHILLO Don Giovanni.
PETRI Don Aladino, pievano di Caprona (Pisa), ucciso il 2 giugno 1944 perché ritenuto filo-fascista.
PETTINELLI Don Nazzareno, parroco di Santa Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana l'l 1 luglio 1944.
PIERAMI Giuseppe, seminarista, studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2 novembre 1944, sulla Linea Gotica, da partigiani comunisti.
PISACANE Don Ladislao, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso da partigiani slavi il 5 febbraio 1945 con altre dodici persone.
PISK Don Antonio, curato di Canale d'Isonzo (Gorizia), prelevato da partigiani slavi il 28 ottobre e fatto sparire per sempre.
POLIDORI Don Nicola, della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9 giugno 1944 a Sefro da partigiani comunisti.
PRECI Don Giuseppe, parroco di Montalto (Modena). Chiamato di notte col solito tranello, fu ucciso sul sagrato della chiesa il 24 maggio 1945.
RASORI Don Giuseppe, parroco di San Martino in Casola (Bologna), ucciso la notte sul 2 luglio 1945 nella sua canonica, sotto accusa di filo-fascismo.
REGGIANI Don Alfonso, parroco di Amola di Piano (Bologna), ucciso da marxisti la sera del 5 dicembre 1945.
RIVI Rolando, seminarista, di Piane di Monchio (Reggio Emilia), di 16 anni, ucciso il 10 aprile 1945 da partigiani comunisti, solo perchè indossava la veste talare.
ROCCO Don Giuseppe, parroco di Santa Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso da slavi il 4 maggio 1945.
ROMITI Padre Angelico, o.f.m., cappellano degli allievi ufficiali della Scuola di Fontanellato, decorato al v.m., ucciso la sera del 7 maggio 1945 da partigiani comunisti.
SALVI Don Guido.
SANGIORGI Don Leandro, salesiano, cappellano militare decorato al v.m., fucilato a Sordevolo Biellese il 30 aprile 1945.
SANGUANINI Don Alessandro, della congregazione della Missione, fucilato a Ranziano (Gorizia), il 12 ottobre 1944 da partigiani slavi per i suoi servimenti di italianità.
SLUGA Don Lodovico, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso insieme al confratello Don Pisacane il 5 febbraio 1944.
SOLARO Don Luigi, di Torino, ucciso il 4 aprile 1945 perché congiunto del federale di Torino Giuseppe Solaro anch'egli soppresso.
SPINELLI Don Emilio, parroco di Campogialli (Arezzo), fucilato il 6 maggio 1944 dai partigiani sotto accusa di filo-fascismo.
SPOTTI Nerumberto, Chierichetto.
SQUIZZATO Padre Eugenio o.f.m., cappellano partigiano ucciso dai suoi il 6 aprile 1944 fra Corio e Lanzo Torinese perché impressionato dalle crudeltà che essi commettevano, voleva abbandonare la formazione.
TALE' Don Ernesto, parroco di Castelluccio Formiche (Modena), ucciso insieme alla sorella l'l 1 dicembre 1944.
TAROZZI Don Giuseppe, parroco di Riolo (Bologna), prelevato la notte sul 26 maggio 1945 e fatto sparire. Il suo corpo fu bruciato in un forno di pane, in una casa colonica.
TATICCHIO Don Angelo, parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani jugoslavi nell'ottobre 1943 perchè aiutava gli italiani.
TAZZOLA Don
TERENZIANI Don Carlo, prevosto di Ventoso (Reggio Emilia), fucilato la sera del 29 aprile 1945 perché ex cappellano della milizia.
TERILLI (Terilli) Don Alberto, arciprete di Esperia (Frosinone), morto in seguito a sevizie inflittegli dai marocchini, eccitati da partigiani, nel maggio 1944.
TESTA Don Andrea, parroco di Diano Borrello (Savona), ucciso il 16 luglio 1944 da una banda partigiana perché osteggiava il comunismo.
TORRICELLA Mons. Eugenio Corradino, della diocesi di Bergamo, ucciso il 7 gennaio '44, ad Agen (Francia) da partigiani comunisti per i suoi sentimenti d'italianità.
TRCEK Don Rodolfo, diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il l° settembre 1944 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
VENTURELLI Don Francesco, parroco di Fossoli (Modena), ucciso il 15 gennaio 1946 perché inviso ai partigiani.
VIAN Don Gildo, parroco di Bastia (Perugia), ucciso dai partigiani comunisti il 14 luglio 1944.
VIOLI Don Giuseppe, parroco di Santa Lucia di Medesano (Parma), ucciso il 31 novembre 1945 da partigiani comunisti.
ZALI Don Francesco.
ZAVADLOV Don Isidoro.
ZOLI Don Antonio, parroco di Morra del Villar (Cuneo), ucciso dai partigiani comunisti perché durante la predica del Corpus Domini del 1944 aveva deplorato l'odio tra fratelli come una maledizione di Dio.
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MessaggioInviato: Ven Lug 02, 2010 10:58 am    Oggetto:  
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...l'articolo dovrebbe essere spostato nella sezione "Storia del Ventennio".
_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Sab Lug 31, 2010 4:20 pm    Oggetto:  
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Giusto allora ricordare anche Renato Moretti - in seguito divenuto il francescano Fra Renato della Resurrezione - già allievo ufficiale della GNR.
Moretti, autore nel 1944 di due articoli critici nei confronti del Duce e pubblicati nel 1944 dal settimanale "Viva l'Italia" e titolati "Appello al Duce" e "Riappello al Duce", venne chiamato a conferire direttamente di fronte al capo del fascismo sulla ragione delle sue critiche. E si ritrovò non solo ad essere "perdonato" e "giustificato", ma anche ad essere protagonista ed interlocutore di ben 5 incontri riservatissimi con Mussolini.
Incontri in cui il Duce esprimeva la necessità di confidarsi con "l'innocenza", incarnata appunto da un suo giovanissimo e puro seguace, il nostro Moretti.
Solo dopo tantissimi anni l'ex allievo ufficiale, ormai Fra Renato, ha trovato l'occasione di rendere testimonianza dei suoi colloqui privati col Duce, di cui vi è conferma nell'Archivio storico di stato, col giornalista (e già reduce della RSI) Emilio Cavaterra.
Dall'incontro col giornalista è nato un piccolo e bellissimo libro che vi consiglio, "Mussolini e l'innocente", Bietti editrice.
Come dice il protagonista di se stesso "Fui io l'inconsapevole ma anche incontaminato interlocutore che forse lui andava cercando e a cui egli si rivolse come per un singolare e inaspettato sfogo".
Molto interessanti anche i riferimenti nel libro al carteggio segreto Mussolini-Churchill e al ricco dossier di Preziosi sulle malefatte della massoneria italiana ed internazionale, su cui il Moretti ebbe a conoscere qualche particolare.
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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:07 pm    Oggetto:  
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Doveroso ricordare, tra le tante, anche la figura di padre Luciano Usai, carismatico e indimeticato cappellano del 31° batt. guastatori in A.S. prima (consultare in proposito gli episodi narrati da Paolo Caccia Dominioni), nel Genio alpino poi, e infine nella RSI, dapprima nel batt. Volontari sardi "Giovanni Maria Angioy", successivamente nell'Ente Nazionale Assistenza Province Invase e in ultimo perfino come "ardito paracadutista" in una disperata missione di spionaggio.
Ferventissimo fedele di Dio e del Duce, questo tenacissimo sardo, nato in provincia di Cagliari nel 1912, divenne sacerdote nel 1939 e subito partì "volontario" come cappellano dei lavoratori immigranti in Libia.
Con lo scoppio della guerra, divenne cappellano militare del 31° batt. Guastatori meritandosi una MAVM, due MBVM, una croce di guerra più una croce di ferro germanica, il distintivo d'assalto delle panzertruppen e svariate altre decorazioni italiane e tedesche.
Dopo l'8 settembre padre Usai aderì immediatamente alla RSI. Sorpreso dall'armistizio nel porto di Civitavecchia, si prodigò per organizzare e proteggere i tanti militari sbandati suoi conterranei, che invano cercavano un mezzo per tornare in Sardegna.
Successivamente, dopo il 25 aprile, questo suo atto generoso venne trasformato in un atto d'accusa per responsabilità cui era estraneo e che andavano invece attribuite esclusivamente ai tedeschi, e per motivi non del tutto incomprensibili, se non proprio giustificabili.
Infatti padre Usai, conscio dello sbandamento in atto tra le FFAA italiane, cercò di riorganizzare i militari sardi che più di molti altri loro commilitoni erano impossibilitati a tornare a casa per evidenti ragioni geografiche. Ecco che così nacque il nucleo iniziale del batt. Volontari di Sardegna "Giovanni M. Angioy" comandato inizialmente dal ten. col. Fronteddu (mutilato pluridecorato di guerra) poi barbaramente assassinato dai gap il 14 agosto 1944.
Padre Usai riorganizzò i militari sardi cercando di rivitalizzarne il morale a terra, promettendo un ritorno in Sardegna non appena fosse stato possibile, ma pretendendo al contempo un ritorno alla disciplina militare e all'onore come unica via per la salvezza personale e nazionale, e come premessa di un futuro ritorno a casa; cosa che non sarebbe mai accaduta se i soldati italiani si fossero lasciati travolgere dagli avvenimenti e non avessero saputo riconquistare la fiducia dell'alleato tedesco. Sfortunatamente, dopo qualche tempo, alcuni soldati del battaglione disertarono, forze illusisi di poter tornare rapidamente in Sardegna (nel frattempo occupata dagli Alleati) o demoralizzati dal fatto che al dunque, riprendendo servizio, avrebbero dovuto continuare a combattere.
Sfortunatamente non potevano scegliere un momento storico peggiore, e alcuni di loro, nuovamente catturati dalle SS, furono fucilati come disertori. Padre Usai non potè far nulla per salvarli, e dovendo anche tutelare l'onore e la riconquistata fiducia dei tedeschi nel resto del reparto, non poteva certo giustificare la condotta dei fuggitivi se non con una generica "ingenuità", attenuante eventuale che però non poteva fermare la rappresaglia tedesca verso "i due volte traditori italiani" (per di più i disertori non avevano mancato di compiere qualche atto di sabotaggio).
Successivamente questo episodio venne usato contro padre Usai, e fu chiesta per lui la condanna a morte per fucilazione alla schiena.
Così egli ebbe a ricordare dei suoi accusatori: "Eravamo fascisti ma prima ancora italiani... Come cappellano militare, sacerdote, missionario perdono di cuore coloro che mi hanno fatto del male, come uomo e come soldato li disprezzo e li sputo in faccia". Mr. Green
Al processo dichiarò: «Fossero qui presenti tutti i militari da me salvati dalle carceri e dai campi di concentramento tedeschi... In particolare i 22 militari sardi della caserma dell'aeronautica di Viale Giulio Cesare a Roma, in attesa di essere severamente giudicati da un tribunale tedesco, e da me salvati dopo essermi reso garante per loro. I 117 militari sardi, rinchiusi nel forte di Bracciano e condannati a morte per spionaggio e sabotaggio, da me salvati dopo tante premure e suppliche, mettendo a rischio la mia stessa vita».
Profondamente stimato dal suo conterraneo Francesco M. Barracu (che lo conosceva bene sin dall' A.S.), pluridecorato sottosegretario alla presidenza del consiglio, Usai venne chiamato all' Ente Nazionale Assistenza Province Invase, sotto le dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio.
Padre Usai ebbe il delicato incarico di tenere i contatti con i territori invasi e prendere le informazioni che da lì potevano giungere alla RSI.
Prese tanto a cuore il compito che si offrì volontario per una pericolosa missione di spionaggio nella sua Sardegna. Paracadutato sull'isola nel giugno 1944 insieme ad altri commilitoni, l'azione si concluse con la cattura del prelato e di tutti gli informatori della RSI (tranne uno, che continuò a trasmettere con una radio clandestina fino alla fine della guerra, e un altro ucciso in conflitto a fuoco), i quali furono sottoposti a un processo che andava dall'imputazione per alto tradimento a molti altri reati.
Nell'occasione, padre Usai fu accusato anche di omicidio plurimo aggravato per i fatti dei disertori sardi, episodio per il quale riuscì a dimostrare la sua estraneità materiale ma per il quale fu cmq condannato a 30 anni da scontare nel carcere militare di Forte Boccea, successivamente cancellati dall'amnistia Togliatti.
Tornato in Sardegna dopo il carcere e la fine della guerra, padre Usai finì infine nella parrocchia di Tortolì impegnandosi nella costruzione di un centro Saveriano. Avendo "osato" celebrare una messa in suffragio di TUTTI I CADUTI in occasione dell'importante suffragio elettorale del 1948, venne sospeso e il centro chiuso.
In seguito a quest'ultima umiliazione padre Usai decise di partire missionario in Brasile, ove per più di 30 si occupò della cura degli ultimi e dei bisognosi, costruendo un centro per orfani e ninos de rua e prestando servizio in umili e sperduti villaggi di contadini. Si spense nel 1981, mentre celebrava la messa, stringendo in pugno quel Crocifisso che gli era stato donato nel 1936, quando aveva preso i voti perpetui.

P.S.

Il battaglione dei volontari sardi venne pressochè integralmente annientato nel maggio del 1945 nella difesa di Fiume, Pola e della Venezia Giulia dalle orde slave.


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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:38 pm    Oggetto:  
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Padre Usai in Africa


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MessaggioInviato: Mar Gen 14, 2014 8:28 pm    Oggetto:  
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Al link qui di seguito trovate le crude e toccanti memorie di Mons. Biasutti, già cappellano della Legione Tagliamento in Russia, pubblicate nel 1961.

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