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Critica di Marx alla Religione, esposta da un Marxista
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Autore Messaggio
RomaInvictaAeterna
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Messaggi: 3235
Località: Roma

MessaggioInviato: Mar Mag 18, 2010 5:46 pm    Oggetto:  
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Concordo assolutamente con Marco.

Chiedo a tutti gli utenti interessati nelle discussioni, di evitare il ciclo infinito.

Se un tema è stato trattato, senza ricevere confutazioni valide, non si ripeta!

Si rimandi a ciò che è già stato detto! Se la discussione non prosegue, non si prosegua. Ormai si è capito che da sinistra a destra l'intento è quello di creare confusione e risse. E noi non vogliamo nè le une nè le altre.

_________________
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Marxist-leninist




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Messaggi: 76

MessaggioInviato: Mer Mag 19, 2010 2:53 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Per citare Jung non sono gli oggetti a determinare la coscienza degli uomini ma sono gli uomini a decidere come rapportarsi con gli oggetti che ci circondano e quindi a determinare la loro coscienza.



Un operaio non ha bisogno di ''scegliere'' come rapportarsi con un oggetto. Così come l'intera classe operaia lavora alle dipendenze di una classe borghese. Quindi l'operaio in quanto operaio, o schiavo salariato (Io preferisco chiamarlo così), non ha scelta se non quella di comportarsi in una certa maniera verso l'oggetto (Io preferisco chiamarla macchina).
L'affermazione di questo signore dimostrano che esso non ha per niente presente la realtà lavorativa degli sfruttati. Perché gli sfruttati, ripeto, non posso decidere loro, ma quello che fanno viene deciso da persone a cui gli sfruttati si sono venduti per quelle 8, 10, 12 ore di lavoro che siano. Ma in quelle 8, 10, 12 ore di lavoro, lo sfruttato non appartiene a se stesso perché gli ordini li vengono impartiti dal capitalista, se si è in un impresa piccola, da un gruppo di soci tra cui emerge la figura dell'imprenditore, se si è in un impresa grande.

La scelta non esiste, l'operaio, non trovandosi niente al di fuori delle proprio braccia (Della propria forza-lavoro), è di conseguenza costretto a vendersi al volere del capitalista; perché quest'ultimo detiene i mezzi di produzione. Questo è l'incipit; per non parlare della base dello sfruttamento capitalistico che a questo signore è completamente estranea.


Citazione:
RomaInvicta aveva aggiunto persino un ampio documento tratto dalle opere di Mazzini al riguardo ed il nostro interlocutore per tutta risposta ci scriveva testualmente che...



Dovrebbe anche essere giunto il momento di discuterne.


Citazione:
Ormai si è capito che da sinistra a destra l'intento è quello di creare confusione e risse.



Ci sei o ci fai ?
Il Marxismo - Leninismo - Pensiero di Mao non ha niente a che fare con i partiti della destra e della sinistra ''borghese''.
Noialtri Marxisti - Leninisti ne abbiamo le palle piene dei presunti partiti che si etichettano comunisti.
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Dvx87




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Messaggi: 2336

MessaggioInviato: Mer Mag 19, 2010 10:47 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Un operaio non ha bisogno di ''scegliere'' come rapportarsi con un oggetto. Così come l'intera classe operaia lavora alle dipendenze di una classe borghese. Quindi l'operaio in quanto operaio, o schiavo salariato (Io preferisco chiamarlo così), non ha scelta se non quella di comportarsi in una certa maniera verso l'oggetto (Io preferisco chiamarla macchina).
L'affermazione di questo signore dimostrano che esso non ha per niente presente la realtà lavorativa degli sfruttati. Perché gli sfruttati, ripeto, non posso decidere loro, ma quello che fanno viene deciso da persone a cui gli sfruttati si sono venduti per quelle 8, 10, 12 ore di lavoro che siano. Ma in quelle 8, 10, 12 ore di lavoro, lo sfruttato non appartiene a se stesso perché gli ordini li vengono impartiti dal capitalista, se si è in un impresa piccola, da un gruppo di soci tra cui emerge la figura dell'imprenditore, se si è in un impresa grande.

La scelta non esiste, l'operaio, non trovandosi niente al di fuori delle proprio braccia (Della propria forza-lavoro), è di conseguenza costretto a vendersi al volere del capitalista; perché quest'ultimo detiene i mezzi di produzione. Questo è l'incipit; per non parlare della base dello sfruttamento capitalistico che a questo signore è completamente estranea.

L'operaio prima di essere un operaio e quindi appartenente ad un gruppo sociale creato per convenzione dalla modernità industriale è ancor prima un essere umano. Ed in quanto essere umano, anche nelle situazioni più disparate, rimane lui ad avere la decisione finale sul come comportarsi.
In ogni schiavitù non vi è solo uno sfruttatore ma anche uno schiavo che vuole essere sfruttato. Chi fa lo schiavo, spesso, è uno schiavo.
Senza poi contare che il lavoro non è l'unico aspetto della vita umana ma soltanto una parte di essa. Dimostri di avere una visuale molto limitata, il che è la conseguenza diretta dell'adozione di qualsiasi forma di materialismo. Gli uomini non sono automi ma esseri dotati di corpo e spirito.
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Il Littore



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Registrato: 05/09/08 21:34
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MessaggioInviato: Gio Mag 20, 2010 8:23 am    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
...come spero noterete la discussione torna sempre inevitabilmente allo stesso punto che già era venuto fuori a pagina 2 del topic
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Dvx87




Registrato: 04/04/06 07:04
Messaggi: 2336

MessaggioInviato: Gio Mag 20, 2010 6:06 pm    Oggetto:  
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concordo ed è a queste obiezioni che si deve dare risposta!
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Marxist-leninist




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Messaggi: 76

MessaggioInviato: Sab Mag 22, 2010 1:26 pm    Oggetto:  
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Citazione:
L'operaio prima di essere un operaio e quindi appartenente ad un gruppo sociale creato per convenzione dalla modernità industriale è ancor prima un essere umano.



Io parlo, innanzitutto, dell'attività lavorativa e di come questa influisca anche sulla vita della persona stessa. In secondo luogo, io parlo di quando l'operaio è operaio, quindi non travisiamo la questione. Gli operai esisteranno sempre, così come il proletariato, perché, finché i mezzi di produzione saranno nelle mani di pochi fortunati, e avranno a disposizione ingenti somme di capitali da investire, lo faranno senza pensarci due volte. Per guadagnare, i proletari venderanno la propria forza - lavoro, quindi il proletario non ricade che alla più vile merce.


Citazione:
Ed in quanto essere umano, anche nelle situazioni più disparate, rimane lui ad avere la decisione finale sul come comportarsi.
In ogni schiavitù non vi è solo uno sfruttatore ma anche uno schiavo che vuole essere sfruttato.
Senza poi contare che il lavoro non è l'unico aspetto della vita umana ma soltanto una parte di essa. Dimostri di avere una visuale molto limitata, il che è la conseguenza diretta dell'adozione di qualsiasi forma di materialismo. Gli uomini non sono automi ma esseri dotati di corpo e spirito.



Quindi lo schiavo vuole essere sfruttato ? Gli operai vogliono essere sfruttati ? Ma che assurdità dici ? Loro lavorano per rimanere in vita, per ricevere la remunerazione della loro schiavitù, per gli schiavi, e della loro produzione, per gli operai.
Questi non decidono nulla sul come comportarsi dinnanzi ad uno oggetto.
Inviato gentilmente a leggere (Studiare) i due capitoli presi da ''I Manoscritti economico-filosofici del 1844'' di Marx che posterò adesso:

Il rapporto della proprietà privata
[XL] ... forma gli interessi del suo capitale. Nell'operaio c'è dunque soggettivamente questo, che il capitale è l'uomo completamente perduto a se stesso; cosi come nel capitale c'è obbiettivamente quest'altro, che il lavoro è l'uomo completamente perduto a se stesso. Ma l'operaio ha la disgrazia di essere un capitale vivente e quindi avente dei bisogni, un capitale che ad ogni istante, quando non lavora, perde i propri interessi e quindi la propria esistenza. In quanto capitale, [il] valore dell'operaio cresce in base alla domanda e all'offerta, e anche fisicamente la sua esistenza, la sua vita è stata ed è conosciuta [come] un'offerta di merce, alla pari di ogni altra merce. L'operaio produce il capitale, il capitale produce l'operaio, e quindi l'operaio produce se stesso, e l'uomo come operaio, come merce, è il prodotto dell'intero movimento. Per l'uomo che non è altro che operaio, per l'uomo in quanto operaio, le sue caratteristiche umane esistono soltanto in quanto esistono per il capitale a lui estraneo. Ma siccome entrambi sono estranei l'uno all'altro, e quindi stanno in un rapporto d'indifferenza, esterno e casuale, questa estraneità doveva ben apparire anche come reale. Quindi, non appena al capitale vien l'idea - idea necessaria o arbitraria - di non esistere più per l'operaio, questi non esiste più per se stesso, non ha più nessun lavoro e perciò nessun salario, e poiché esiste non come uomo, ma come operaio, può lasciarsi morir di fame, sotterrare, ecc. L'operaio esiste come operaio soltanto là dove un capitale esiste per lui. L'esistenza del capitale è la sua esistenza, la sua vita; e parimenti essa determina il contenuto della sua vita in un modo che è a lui indifferente. L'economia politica non conosce quindi l'operaio disoccupato, l'uomo da lavoro che si viene a trovare al di fuori di tale rapporto di lavoro. I furfanti, gli scrocconi, i mendicanti, i disoccupati, l'uomo da lavoro affamato, miserabile e delinquente sono figure che non esistono per l'economia politica, ma soltanto per altri occhi, quelli del medico, del giudice, del becchino, del poliziotto, ecc., fantasmi fuori del suo regno. Per l'economia politica i bisogni dell'operaio sono quindi soltanto il bisogno di mantenerlo durante il lavoro in tale misura che la razza degli operai non si estingua. Il salario ha quindi completamente lo stesso senso che la conservazione, il mantenimento in efficienza di ogni altro strumento produttivo, che il consumo del capitale in generale, necessario perché si riproduca con interessi, che l'olio dato alle ruote per conservarle in moto. Il salario appartiene quindi alle spese necessarie del capitale e del capitalista, e non può oltrepassare il bisogno di questa necessità. I padroni di fabbrica inglesi erano dunque del tutto conseguenti quando, prima dell'Amendment Bill del 1834, detraevano dal salario dell'operaio le pubbliche elemosine che l'operaio riceveva in base all'imposta dei poveri, e le consideravano come una parte integrante di quello.
La produzione produce l'uomo non soltanto come una merce, la merce umana, l'uomo in funzione di merce; ma lo produce, corrispondentemente a questa funzione, come un essere tanto spiritualmente che fisicamente disumanizzato. Immoralità, mostruosità, ilotismo degli operai e dei capitalisti. Il loro prodotto è la merce cosciente dì sé e per sé attiva... la merce umana... Grande progresso di Ricardo, Mill, ecc., nei confronti di Smith e Say, nell'aver dichiarato indifferente e addirittura nociva l'esistenza dell'uomo - la maggiore o minore produttività umana di merci. Il vero scopo della produzione è non già quanti operai possa mantenere un capitale, ma quanti interessi produca, cioè la somma dei risparmi annuali. E' stato parimenti un grande e logico progresso della recente economia politica inglese [XLI], innalzando il lavoro ad unico principio dell'economia politica, di aver spiegato ad un tempo con la massima chiarezza il rapporto inverso tra salario ed interessi del capitale e che, il capitalista può guadagnare di regola soltanto abbassando il salario e viceversa. Il rapporto normale non è già la frode dei consumatori ma la frode reciproca del capita lista e dell'operaio. Il rapporto della proprietà privata contiene in sé latente il rapporto della proprietà privata come lavoro, così come il rapporto della stessa come capitale e la relazione reciproca di entrambe queste espressioni. La produzione dell'attività umana in quanto lavoro, e quindi come attività completamente estranea a se stessa, all'uomo e alla natura, e perciò alla coscienza e alle manifestazioni vitali, l'esistenza astratta dell'uomo in quanto semplice uomo da lavoro, che può quindi quotidianamente precipitare la sua non esistenza sociale e perciò reale dal niente adempiuto nel niente assoluto, cosi come d'altra parte la produzione dell'oggetto dell'attività umana in quanto capitale, dove si estingue ogni determinatezza naturale e sociale dell'oggetto, e dove la proprietà privata ha perduto la propria qualità naturale e sociale (e di conseguenza ha perduto tutte le illusioni politiche e sociali e non è più congiunta con nessun rapporto apparentemente umano) - dove pure lo stesso capitale resta lo stesso nelle più diverse forme d'esistenza naturale e sociale ed è completamente indifferente di fronte al suo contenuto reale - questo contrasto, portato al suo vertice, è necessariamente il vertice, la sommità e la rovina dell'intero rapporto.
È quindi ancora un grande contributo della recente economia politica inglese di aver presentato la rendita fondiaria come la differenza tra i frutti delle peggiori tra le terre messe a coltura e i frutti delle terre migliori, di aver dimostrato le fantasie romantiche del proprietari fondiario - la sua pretesa importanza sociale e l'identità del proprio interesse con l'interesse della società, affermata ancora da Adam Smith dopo i fisiocrati - e di [aver] anticipato e preparato il movimento della realtà, destinato a trasformare il proprietario fondiario in un capitalista assolutamente comune e prosaico, e quindi a semplificare e ad acutizzare il contrasto, e con ciò ad accelerarne la soluzione. La terra in quanto terra, la rendita fondiaria in quanto rendita fondiaria hanno ivi perduto la loro distinzione di stato e sono diventate semplicemente capitale e interesse che non hanno più nulla da dire o meglio parlano soltanto più in termini di denaro.
La distinzione tra capitale e terra, tra profitto e rendita fondiaria, così come tra entrambi e il salario, l'industria, l' agricoltura, la proprietà privata immobiliare e mobiliare, è ancora una distinzione storica, non fondata sulla natura delle cose, un momento cristallizzato dell'origine e della formazione del contrasto tra capitale e lavoro. Nell'industria, ecc., nel contrasto con la proprietà fondiaria immobiliare è rappresentato soltanto il modo di sorgere e il contrasto in cui l'industria si è venuta formando rispetto all'agricoltura. In quanto è un genere particolare di lavoro, in quanto è una distinzione essenziale, importante, vitale, questa distinzione rimane soltanto sino a che l'industria (la vita cittadina) si costituisce avendo di fronte il possesso fondiario (la vita aristocratica del feudo) e reca ancora in se stessa il carattere feudale di questo contrasto sotto forma di monopoli, consorterie, gilde, corporazioni, ecc., situazioni storiche determinate entro le quali il lavoro ha ancora un significato apparentemente sociale, ha ancora il significato della comunità reale, non è ancora arrivato sino all 'indifferenza rispetto al proprio contenuto, cioè non è arrivato ancora ad essere completamente indipendente, cioè ad essere astratto da ogni altro essere e quindi anche ad essere un capitale emancipato.
[XLII] Ma lo sviluppo necessario del lavoro è lindustria emancipata, costituita per se stessa in quanto tale, e il capitale emancipato. Il potere dell'industria sul suo opposto si mostra immediatamente nella nascita dell' agricoltura come industria reale, mentre prima essa abbandonava il lavoro principale alla terra e allo schiavo di questa terra, mediante il quale la terra si coltivava da sé sola. Con la trasformazione dello schiavo in un libero lavoratore, cioè in un salariato, il padrone terriero in sé si trasforma in un padrone industriale, in un capitalista, trasformazione che avviene in un primo tempo per l'intermediazione dell'affittuario: Ma l'affittuario è il rappresentante, il mistero rivelato del proprietario fondiario; soltanto attraverso di lui il proprietario fondiario viene ad esistenza nei termini dell'economia politica, come proprietario fondiario, perché la rendita fondiaria della sua terra non esiste che attraverso la concorrenza degli affittuari. Quindi, il padrone terriero è diventato essenzialmente già nell'affittuario un capitalista comune. E ciò deve attuarsi ancora nella realtà, ove il capitalista agricoltore - l'affittuario - deve diventare padrone terriero o viceversa. Il traffico industriale dell'affittuario è quello stesso del proprietario fondiario, poiché l'essere del primo pone l'essere del secondo.
Ma, in quanto il proprietario fondiario e il capitalista si ricordano della loro origine antitetica, della loro provenienza, il proprietario fondiario conosce il capitalista come il suo schiavo di ieri, presuntuoso, emancipato, arricchito e si vede da lui minacciato come capitalista, e il capitalista conosce il proprietario fondiario come il padrone di ieri, inoperoso, crudele, egoista, e sa di danneggiarlo come capitalista, per quanto debba all'industria tutta la sua importanza sociale di oggi, il suo avere e il suo godimento; egli vede in lui l'antitesi della libera industria e del libero capitale, del capitale indipendente da ogni determinazione naturale. Questa antitesi è molto aspra e i due termini dell'antitesi si rinfacciano reciprocamente la verità. Basta leggere gli attacchi della proprietà immobiliare a quella mobiliare e viceversa per farsi una chiara idea della bassezza dell'una e dell'altra. Il proprietario fondiario fa valere la nobiltà originaria della sua proprietà, fa valere memorie e reminiscenze feudali, la poesia del ricordo, la sua natura romantica, la sua rilevanza politica, ecc., e parlando il linguaggio dell' economia politica dice che l'agricoltura soltanto è produttiva. Nello stesso tempo ci descrive il suo avversario come un manigoldo senza onore, senza principi, senza poesia, senza nulla, furbo, venale, mezzano, ingannatore, avido, corruttibile, facinoroso, privo di cuore e d'intelligenza, estraneo alla comunità di cui fa liberamente traffico, strozzino, ruffiano, servile, volubile, cortigiano, imbroglione, arido, che crea, alimenta ed accarezza là concorrenza e quindi il pauperismo e il delitto, la dissoluzione di tutti i vincoli sociali. (Vedi tra gli altri il fisiocrate Bergasse che già Camille Desmoulins sferza nel suo giornale «Révolutions de France et de Brabant»; vedi voli Vincke, Lancizolle, Haller, Leo, Kosegarten e vedi Sismondi). Da parte sua, la proprietà mobiliare in- dica il miracolo dell'industria e della mobilità; è la figlia dell'epoca moderna, la sua figlia unigenita e legittima; rimprovera il suo avversario di essere uno sciocco incapace di capire la sua natura (e ciò è giustissimo), che al posto del capitale morale e del lavoro libero vuol mettere la rozza e immorale violenza e la servitù della gleba; lo descrive come un Don Chisciotte che sotto l'apparenza della rettitudine della probità, dall'interesse generale, dell'ordine maschera la incapacità di muoversi, l'avida ricerca di godimenti, l'egoismo, l'interesse personale, la intenzione malvagia; lo proclama un monopolista consumato, e smorza le sue reminiscenze, la sua poesia, il suo romanticismo col racconto storico e sarcastico della bassezza, della crudeltà, della degradazione, della prostituzione, dell'infamia, dell'anarchia, della rivolta, che avevano le loro fucine nei castelli romantici.
[XLIII] Essa ha procurato al popolo la libertà politica, ha spezzato i vincoli della società civile, congiunto fra di loro i mondi, creato il commercio filantropico, la morale pura, la cultura attraente; ha dato al popolo, invece dei suoi rozzi bisogni, bisogni civili insieme coi mezzi per soddisfarli, mentre il proprietario fondiario - questo ozioso e non più che ingombrante incettatore di grano - rincara al popolo i generi di prima necessità e costringe perciò il capitalista ad aumentare il salario senza che possa accrescere la forza produttiva, cosi da ostacolare e alla fine da sopprimere del tutto il reddito annuale della nazione, l'accumulazione dei capitali, e quindi la possibilità di procurare lavoro al popolo e ricchezza al paese; apporta una rovina generale e sfrutta da strozzino tutti i vantaggi della civiltà moderna senza fare la minima cosa per essa e addirittura senza rinunciare ai suoi privilegi feudali. Infine, il proprietario fondiario, - proprio costui per il quale l'agricoltura e il suolo esistono soltanto come una fonte di guadagno a lui regalata - non ha che da guardare il suo affittuario e allora dirà se non è un prode, fantastico e furbo mariolo che secondo il cuore e la realtà appartiene da lungo tempo alla libera industria e al prediletto commercio, nonostante che vi recalcitri e vada chiacchierando di ricordi storici e di fini etici o politici. Tutto ciò che egli possa addurre a suo favore, sarà vero soltanto per gli agricoltori (cioè i capitalisti e i lavoratori servili), dei quali il proprietario fondiario è, se mai, il nemico; dunque egli testimonia contro se stesso. Senza capitale la proprietà fondiaria è materia morta e vile. La sua vittoria civile consiste proprio nell'aver scoperto e creato, al posto della cosa morta, il lavoro umano come fonte della ricchezza (vedi Paul-Louis Courier, Saint-Simon, Ganilh, Ricardo, Mill, MacCulloch, Destutt de Tracy e Michel Chevalier).
Dal corso reale dello svolgimento storico (da aggiungere qui) segue la vittoria inevitabile del capitalista sul proprietario fondiario, cioè della proprietà privata incivilita sopra la semiproprietà ancor barbara, allo stesso modo che in generale il movimento deve ormai avere il sopravvento sull'immobilità, la volgarità aperta, cosciente di sé sulla volgarità nascosta e incosciente, la brama del possesso su quella del godimento, l'egoismo confessatamente irrequieto, mobile della ragione rischiaratrice sopra l'egoismo locale, prudente, probo, pigro e fantastico della superstizione, e parimenti il denaro sopra l'altra forma di proprietà privata.
Gli stati che fiutano il pericolo della libera industria, della morale pura e del commercio filantropico, portati alle loro estreme conseguenze, cercano - ma del tutto invano - di trattenere la capitalizzazione della proprietà fondiaria.
La proprietà fondiaria, nella sua distinzione dal capitale, è la proprietà privata, il capitale ancor gravato da pregiudizi locali e politici, non ancor ritornato completamente a sé dopo essersi impigliato nel mondo, il capitale che non ha ancora raggiunto il proprio compimento. Esso deve giungere nel corso della sua formazione universale alla sua espressione astratta, cioè pura.
Il rapporto della proprietà privata consiste nel lavoro, nel capitale e nella relazione di entrambi.
Il movimento che questi elementi devono percorrere è:
In primo luogo, l'unità immediata e mediata di entrambi.
Capitale e lavoro in un primo tempo sono uniti; poi sono separati, sì, ed estranei l'uno all'altro, ma si sostengono e si promuovono l'un con l'altro come condizioni positive.
Opposizione di entrambi: si escludono a vicenda, l'operaio conosce il capitalista come la negazione della propria esistenza, e viceversa. Ciascuno cerca di strappare all'altro la sua esistenza.
Opposizione di ciascuno contro se stesso. Il capitale = lavoro accumulato = lavoro. Come tale, si scompone in sé e nei propri interessi, cosi come questi si scompongono alla loro volta in interessi e profitto. Incessante sacrificio del capitalista. Va a finire nella classe degli operai, cosi come l'operaio - se pur eccezionalmente - diventa capitalista. Il lavoro come momento del capitale, i suoi costi. E quindi il salario vittima del capitale.
Il lavoro si scompone in sé e nel salario. L'operaio stesso [è] un capitale, una merce.
Collisione di opposizioni reciproche.



Proprietà privata e lavoro


[I] ad pag. XXXVI.
L'essenza soggettiva della proprietà privata, la proprietà privata in quanto attività che è per sé, in quanto soggetto, in quanto persona, è il lavoro. Si capisce dunque che solo l'economia politica che ha riconosciuto il lavoro come il proprio principio - Adam Smith -, e quindi non ha più considerato la proprietà privata come null'altro che uno stato esterno all'uomo, si capisce, ripeto, che questa economia politica sia da considerarsi come un prodotto della reale energia e del reale movimento della proprietà privata, come un prodotto della industria moderna, allo stesso modo che essa d'altra parte ha accelerato, celebrato l'energia e lo sviluppo di questa industria, facendone un potere della coscienza. Pertanto a questa economia politica illuminata, che ha scoperto l'essenza soggettiva della ricchezza - nell'ambito della proprietà privata - appaiono come feticisti, come cattolici, i seguaci del sistema monetario e mercantilista che considerano la proprietà privata per l'uomo come un'essenza soltanto oggettiva. Engels ha dunque a ragione chiamato Adam Smith il Lutero dell' economia politica. Come Lutero riconobbe nella religione, nella fede, l'essenza del mondo reale e perciò si contrappose al paganesimo cattolico; come egli eliminò la religiosità esterna, riducendo la religiosità ad essenza interna dell'uomo; come ebbe a negare il prete esistente fuori del laico, avendo trasferito il prete nel cuore del laico; così viene soppressa la ricchezza che si trova al di fuori dell'uomo e da lui non dipende - che dunque deve essere acquistata e conservata soltanto in modo esterno -, in altre parole viene soppressa questa sua oggettività esterna e bruta non appena la proprietà privata viene incorporata nell'uomo stesso, e lo stesso uomo si riconosce come l'essenza della proprietà. Peraltro, da ciò segue che l'uomo vien posto nella determinazione della proprietà privata, come da Lutero vien posto nella determinazione della religione. Così, sotto l'apparenza di un riconoscimento dell'uomo, l'economia politica, il cui principio è il lavoro, non è, anzi, altro che la messa in atto conseguente della negazione dell'uomo, dal momento che egli non sta più in una tensione esterna nei confronti dell'essenza esterna della proprietà privata, ma è diventato egli stesso questa essenza, in tensione, della proprietà privata. Quello che prima era un essere - esterno - a sé, una reale alienazione dell'uomo, è diventato ora l'atto stesso dell'alienazione; cioè l'alienazione come tale. Dunque, l'economia politica comincia apparentemente col riconoscimento dell'uomo, della sua autonomia, della sua libera attività, ecc.; indi, trasferendo la proprietà privata nell'essere stesso dell'uomo, non può più essere condizionata dalle determinazioni locali, nazionali, ecc., della proprietà privata vata, considerata come un essere esistente al di fuori di essa e pertanto sviluppa un'energia cosmopolitica, universale, che travolge ogni barriera ed ogni vincolo per porsi al loro posto come l'unica politica, l'unica universalità, l'unica barriera e l'unico vincolo. Ma nel suo ulteriore sviluppo, la stessa economia politica deve rigettare questa ipocrisia, presentarsi in tutto il suo cinismo; e ciò fa sviluppando in modo assai più unilaterale, e quindi più penetrante e conseguente, la tesi che il lavoro è l'unica essenza della ricchezza senza preoccuparsi di tutte le apparenti contraddizioni, in cui questa tesi la avviluppa; dimostrando che le conseguenze di questa tesi in opposizione alla concezione originaria sono, se mai, disumane; infine dando il colpo mortale alla rendita fondiaria che è l'esistenza reale della proprietà privata e la fonte della ricchezza, ultima, individuale, naturale, ed indipendente dal movimento del lavoro, a questa espressione della proprietà feudale, già del tutto trasformata nel senso dell'economia politica e quindi incapace di opporre resistenza proprio all'economia politica (Scuola di Ricardo). Il cinismo dell'economia politica non solo cresce relativamente a partire da Smith attraverso Say sino a Ricardo, Mill, ecc., in quanto a questi ultimi le conseguenze dell'industria balzano agli occhi sempre più sviluppate e contraddittorie; ma anche positivamente costoro procedono nell'estraniazione contro l'uomo sempre e con coscienza oltre il loro predecessore. Del resto questo accade soltanto perché la loro scienza si sviluppa in modo più conseguente e più vero. Poiché essi riducono la proprietà privata nella sua forma attiva al soggetto, e quindi riducono l'uomo all'essenza [della proprietà privata] e insieme riducono a questa essenza l'uomo privato della sua essenza, la contraddizione della realtà corrisponde pienamente all'essenza contraddittoria che essi hanno riconosciuto come principio. Questa realtà lacerata [II] dell'industria, ben lungi dal confutare il suo principio lacerato in se stesso, lo conferma. Il suo principio è appunto il principio di questa lacerazione.
La dottrina fisiocratica del dottor Quesnay costituisce il momento di transizione dal sistema mercantilistico ad Adam Smith. La fisiocrazia è immediatamente la dissoluzione della proprietà feudale secondo l'economia politica, ma appunto perciò è anche immediatamente la trasformazione e la ricostituzione della medesima dallo stesso punto di vista, con la sola differenza che il suo linguaggio non è più feudale ma economico. Tutta la ricchezza viene risolta nella terra e nella coltivazione della terra (agricoltura). La terra non è ancora capitale; è ancora un modo particolare d'esistenza del medesimo, che deve valere nella sua particolarità naturale e in grazia di questa. Ma la terra è pure un elemento universale, naturale, mentre per il sistema mercantilistico solo il metallo nobile rappresentava l'esistenza della ricchezza. Cosi l'oggetto della ricchezza, la sua materia, ha subito ricevuto la suprema universalità nell'ambito dei limiti naturali, in quanto, anche come natura, esso è una ricchezza immediatamente oggettiva. E siccome la terra è per gli uomini solo attraverso il lavoro, attraverso l'agricoltura, cosi l'essenza soggettiva della ricchezza viene ormai trasferita nel lavoro. Però, siccome, ad un tempo, l'agricoltura è l'unico lavoro produttivo, ne viene che il lavoro non è ancora compreso nella sua universalità e nella sua astrazione, ma è ancora vincolato ad un particolare elemento naturale come a sua materia, ed è perciò ancora conosciuto soltanto in un particolare modo d'esìstere determinato naturalmente. Esso è quindi soltanto una determinata e particolare alienazione dell'uomo, allo stesso modo che il suo prodotto è concepito ancora come una ricchezza determinata, dovuta ancor più alla natura che allo stesso lavoro. La terra viene qui ancora riconosciuta come una realtà naturale indipendente dall'uomo, e non ancora come capitale, cioè come un momento dello stesso lavoro. Anzi il lavoro appare come un suo momento. Ma siccome il feticismo della vecchia ricchezza esterna, esistente soltanto come oggetto, viene ridotto ad un elemento naturale assai semplice, e la sua essenza viene ormai ritrovata in un modo particolare, se pure soltanto parzialmente, nella sua esistenza soggettiva, il progresso necessario sta in ciò che l'essenza universale dell ricchezza viene riconosciuta e di conseguenza il lavoro nella sua completa assolutezza, cioè nella sua astrazione viene elevato a principio. Viene dimostrato alla dottrina fisiocratica come l'agricoltura dal punto di vista econo mico, cioè dall'unico punto di vista legittimo, non si distingua da nessun'altra industria, e quindi come essa non sia un lavoro determinato, una manifestazione di lavoro particolare, legata ad un particolare elemento, ma come il lavoro in generale sia l'essenza della ricchezza.
La scuola fisiocratica nega la ricchezza particolare, esterna, soltanto oggettiva, affermando che essa ha come propria essenza il lavoro. Ma all'inizio il lavoro è per essa soltanto l'essenza soggettiva della proprietà fondiaria (essa prende le mosse da quella specie di proprietà che appare storicamente dominante ed è la prima ad essere riconosciuta); essa fa che soltanto la proprietà fondiaria diventi l'uomo alienato. Essa sopprime il carattere feudale della proprietà in quanto afferma che l'industria (l'agricoltura) ne è l'essenza; ma ha un atteggiamento negativo nei confronti del mondo dell'industria, e riconosce il sistema feudale, in quanto afferma che l'unica industria è l'agricoltura.
S'intende che non appena vien compresa soltanto l'essenza soggettiva dell'industria che si costituisce in opposizione alla proprietà fondiaria, cioè come industria, tale essenza implica quella sua opposizione. Infatti, come l'industria comprende la proprietà fondiaria soppressa, così l'essenza soggettiva di quella comprende l'essenza soggettiva di questa.
Come la proprietà fondiaria è la prima forma della proprietà privata, come all'inizio l'industria si contrappone storicamente ad essa unicamente come una specie particolare di proprietà, o è piuttosto lo schiavo affrancato della proprietà fondiaria; cosi nella comprensione scientifica dell'essenza soggettiva della proprietà privata, del lavoro, si riproduce questo processo, e il lavoro appare in un primo tempo soltanto come lavoro agricolo, mentre si fa valere in un secondo tempo come lavoro in generale.
[III] Ogni ricchezza è diventata ricchezza industriale, ricchezza del lavoro, e l'industria è il lavoro condotto al suo compimento, così come la fabbrica è l'essenza compiuta dell'industria, cioè del lavoro, e il capitale industriale è la forma oggettiva della proprietà privata, giunta al proprio compimento.
Vediamo come anche ora soltanto la proprietà privata possa condurre a compimento il suo dominio sugli uomini e diventare nella forma più generale la potenza della storia mondiale.


Perché mi sa che quì di Marx e delle sue critiche riguardanti il sistema capitalista si è studiato poco o nulla. Soprattutto non si concepisce come il lavoro influisca sulle condizioni economico-sociali degli uomini, il lavoro come perdita di sé stesso.
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MessaggioInviato: Sab Mag 22, 2010 8:05 pm    Oggetto:  
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...per l'ultima volta ti faccio nuovamente notare che é inutile che ci giri intorno ancora o che posti documenti chilometrici se prima non rispondi in modo pertinente ed argomentato cioé ragionando ( e non ripetendo la pappardella a memoria come fosse una poesiola) a quelle famose obiezioni poste dai sindadalisti rivoluzionari e che ti ho riportato. Qualora ti ostinassi ancora a svicolare dovremo chiudere la discussione, essendo già andata off topic fin troppe volte.
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MessaggioInviato: Sab Mag 22, 2010 10:40 pm    Oggetto:  
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Marcus ha scritto:
...per l'ultima volta ti faccio nuovamente notare che é inutile che ci giri intorno ancora o che posti documenti chilometrici se prima non rispondi in modo pertinente ed argomentato cioé ragionando ( e non ripetendo la pappardella a memoria come fosse una poesiola) a quelle famose obiezioni poste dai sindadalisti rivoluzionari e che ti ho riportato. Qualora ti ostinassi ancora a svicolare dovremo chiudere la discussione, essendo già andata off topic fin troppe volte.



Te la posso fare prima io una domanda ? Sai chi sono i revisionisti ?
Penso che i sindacalisti rivoluzionari rientrino in questa categoria, di cui Lenin ne parlava così :


Sul piano politico il revisionismo ha tentato di rivedere il fondamento reale del marxismo, la dottrina della lotta di classe. La libertà politica, la democrazia, il suffragio universale, ci è stato detto, distruggono le basi stesse della lotta di classe e confutano la vecchia tesi del Manifesto comunista secondo cui gli operai non hanno patria. In regime di democrazia, dove domina la "volontà della maggioranza", non si può più considerare lo Stato come un organo del dominio di classe e non ci si può più sottrarre all'alleanza con la borghesia progressista, propugnatrice di riforme sociali, contro i reazionari.
E' incontestabile che queste obiezioni dei revisionisti danno vita a un sistema abbastanza irganico di idee, cioè; al sistema già noto da un pezzo delle concezioni liberali borghesi. I liberali hanno sempre sostenuto che il parlamentarismo borghese distrugge le classi e la divisione in classi, perché tutti i cittadini senza distinzione hanno diritto al voto, hanno diritto di partecipare agli affari dello Stato. Ma tutta la storia dell'Europa nella seconda metà del XIX secolo, tutta la storia della rivoluzione russa all'inizio del secolo XX dimostrano chiaramente quanto siano assurde queste concezioni. Con la libertà del capitalismo "democratico" le differenze economiche non si attenuano, ma si accentuano e si inaspriscano. Il parlamentarismo non elimina ma mette a nudo l'essenza delle repubbliche borghesi più democratiche come organi dell'oppressione di classe.

Lenin, Marxismo e revisionismo, marzo-aprile 1908 - Opere complete, vol. 15, pp. 30-31


Inoltre potrei chiedervi io la stessa cosa ?
Commentate le citazioni che vi lascio, dato che non vi ho mai visto farlo.
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MessaggioInviato: Dom Mag 23, 2010 2:23 am    Oggetto:  
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Quindi lo schiavo vuole essere sfruttato ? Gli operai vogliono essere sfruttati ? Ma che assurdità dici ? Loro lavorano per rimanere in vita, per ricevere la remunerazione della loro schiavitù, per gli schiavi, e della loro produzione, per gli operai.
Questi non decidono nulla sul come comportarsi dinnanzi ad uno oggetto.

Non lo decidono perchè in fondo non lo vogliono fare. Se io decido di non vivere da schiavo non sarò mai schiavo a prescindere da quello che decidono gli altri. Se a comportarmi così non sono solo io ma tante altre persone allora vi sono tutti i presupposti per una azione collettiva che si strutturerà nella modalità indicate da michels.
Vi è inoltre chi è contento di essere schiavo perchè il non essere schiavo implicherebbe la gestione di una responsabilità che non ci si vuole accollare.
Infine la questione diviene culturale ed oggi più che mai ciò si rivela vero. Se il mito dei ceti bassi è identico a quello dei ceti alti allora inevitabilmente lo sfruttamento verrà accettato e, anche vi fossero dei cambiamenti, essi sarebbero solo formali e non sostanziali. Per dirla in parole semplici: il povero si arricchisce ed una volta che diventa ricco si comporterà come il ricco.
Analizzare l'uomo come operaio è una ipotesi operativa su cui non si può cominciare a fare una analisi sociale perchè quest'ipotesi non trova riscontro empirico.
Come, inoltre ti è già stato segnalato, sei pregato di rispondere alle critiche dei socialisti rivoluzionari altrimenti non riceverai più risposta.
E' inutile che tu posti spezzoni di Marx: ciò che tu posti è esattamente l'oggetto di critica da parte dei socialisti rivoluzionari quindi dovresti tirare fuori delle tesi che non solo smontano le argomentazioni di essi, ma pure che dimostrano la non fallacità dei ragionamenti da loro contestati.
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MessaggioInviato: Mer Mag 26, 2010 2:48 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Non lo decidono perchè in fondo non lo vogliono fare. Se io decido di non vivere da schiavo non sarò mai schiavo a prescindere da quello che decidono gli altri. Se a comportarmi così non sono solo io ma tante altre persone allora vi sono tutti i presupposti per una azione collettiva che si strutturerà nella modalità indicate da michels.
Vi è inoltre chi è contento di essere schiavo perchè il non essere schiavo implicherebbe la gestione di una responsabilità che non ci si vuole accollare.
Infine la questione diviene culturale ed oggi più che mai ciò si rivela vero. Se il mito dei ceti bassi è identico a quello dei ceti alti allora inevitabilmente lo sfruttamento verrà accettato e, anche vi fossero dei cambiamenti, essi sarebbero solo formali e non sostanziali. Per dirla in parole semplici: il povero si arricchisce ed una volta che diventa ricco si comporterà come il ricco.
Analizzare l'uomo come operaio è una ipotesi operativa su cui non si può cominciare a fare una analisi sociale perchè quest'ipotesi non trova riscontro empirico.



Mi dispiace ma quì mancano proprio le basi e la logica dell'economia.
Secondo te, tralasciando in questo caso straordinario e non facendo uso dell'analisi marxista, potrebbero non esistere operai ?
Potrebbero non esserci proletari?
Ti cito Engels:


2. Che cos'è il proletariato?

Il proletariato è quella classe della società, che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi; benessere e guai, vita e morte, l'esistenza intera della quale dipende dalla domanda di lavoro, cioè dall'alternarsi dei periodi d'affari buoni e cattivi, dalle oscillazioni d'una concorrenza sfrenata, il proletariato o classe dei proletari è in una parola la classe lavoratrice del secolo decimonono.



3. Non sempre, dunque, ci sono stati dei proletari?

No. Ci sono sempre state classi povere e lavoratrici; e le classi lavoratrici sono state per lo più povere. Ma non ci sono stati sempre poveri, lavoratori che vivessero nelle condizioni ora indicate, così come la concorrenza non è stata sempre libera e sfrenata.



4. Com'è sorto il proletariato?

Il proletariato è sorto in seguito alla rivoluzione industriale che si è verificata in Inghilterra nella seconda metà del secolo scorso, e che da allora in poi si è ripetuta in tutti i paesi civili del mondo. Questa rivoluzione industriale venne prodotta dall'invenzione della macchina a vapore, dalle varie macchine tessili, dal telaio meccanico e da tutt'una serie di altri congegni meccanici. Queste macchine, che erano molto costose e quindi potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, trasformarono tutto il modo di produzione esistente e soppiantarono i lavoratori che c'erano stati fino ad allora, giacchè le macchine fornivano le merci a più basso prezzo e migliori di quanto potessero produrle i lavoratori con i loro filatoi e telai imperfetti. Così quelle macchine diedero l'industria completamente in mano ai grandi capitalisti e tolsero ogni valore alla poca proprietà degli operai (strumenti da lavoro, telai ecc.), cosicchè i capitalisti ebbero ben presto tutto nelle loro mani, e ai lavoratori non rimase nulla. In tal modo era introdotto il sistema della fabbrica nella produzione delle stoffe da vestiario. Una volta dato l'impulso iniziale all'introduzione delle macchine e del sistema della fabbrica, questo sistema fu applicato prestissimo anche a tutte le altre branche dell'industria, specialmente alla stampa delle stoffe e alla tipografia, all'arte vasaria e all'industria della lavorazione dei metalli. Il lavoro venne diviso sempre più fra i singoli operai, cosicchè il singolo operaio, che prima aveva fatto tutto un pezzo di lavoro, ora faceva solo una parte di questo pezzo. Questa divisione del lavoro rese possibile che i prodotti potessero essere forniti più rapidamente e quindi a minor prezzo. Essa ridusse l'attività di ogni singolo operaio a un movimento meccanico semplicissimo, ripetuto ogni momento, che poteva essere compiuto non solo altrettanto bene ma anche molto meglio da una macchina. In questo modo tutte quelle branche dell'industria caddero, una dopo l'altra, sotto il dominio della forza-vapore, delle macchine e del sistema della fabbrica, proprio come la filatura e la tessitura. Con questo però caddero allo stesso tempo completamente nelle mani dei grandi capitalisti, e anche qui venne sottratto ai lavoratori l'ultimo avanzo di autonomia. A poco a poco, oltre la manifattura vera e propria, anche l'artigianato cadde sempre più sotto il dominio del sistema della fabbrica, poichè anche i grandi capitalisti soppiantarono sempre più i piccoli mastri capi d'arte impiantando grandi laboratori i quali permettono il risparmio su molte spese e danno altresì la possibilità di una grande divisione del lavoro. Così oggi siamo arrivati al punto che nei paesi civili quasi tutte le branche di lavoro funzionano col sistema della fabbrica, e che in quasi tutte le branche di lavoro l'artigianato e la manifattura sono stati soppiantati dalla grande industria. A questo modo il ceto medio esistente finora, specialmente i piccoli maestri artigiani, si sono sempre più rovinati, le condizioni passate dei lavoratori si sono completamente rovesciate, e sono state create due classi nuove, che a poco per volta inghiottono tutte le altre, cioè:

I. La classe dei grandi capitalisti, che in tutti i paesi civili già ora hanno il possesso quasi esclusivo di tutti i mezzi di sussistenza e delle materie prime e degli strumenti (macchine, fabbriche) necessari per la produzione dei mezzi di sussistenza. Questa è la classe dei borghesi o borghesia.

II. La classe di coloro che non hanno possesso alcuno, che sono costretti a vendere ai borghesi il proprio lavoro per averne in cambio i mezzi di sussistenza necessari per il loro sostentamento. Questa classe si chiama dei proletari o proletariato.



è una cosa già insita nel sistema capitalista, una contraddizione che si trova all'interno. Queste contraddizione le ha scoperte Marx, ma sono sempre esistite e, senza di lui, sarebbero comunque esistite.
A lui i miei più sentiti complimenti per averle scoperte e per aver denudato questo sistema.
Nel sistema capitalista esisteranno sempre operai, lavoratori e contadini, e dimostrando ciò come verità si dimostra anche l'esistenza dello sfruttamento (Fondamentalmente estrazione di Plusvalore e estraniazione degli operai); con frasi impregnate di idealismo borghese dimostri soltanto che siamo di due classi sociali opposte.



Citazione:
Come, inoltre ti è già stato segnalato, sei pregato di rispondere alle critiche dei socialisti rivoluzionari altrimenti non riceverai più risposta.



Ho già risposto.


Citazione:
E' inutile che tu posti spezzoni di Marx: ciò che tu posti è esattamente l'oggetto di critica da parte dei socialisti rivoluzionari quindi dovresti tirare fuori delle tesi che non solo smontano le argomentazioni di essi, ma pure che dimostrano la non fallacità dei ragionamenti da loro contestati.



Io guardo i fatti. Io guardo la prassi. E la prassi rivoluzionaria (Rivoluzione e di conseguenza Socialismo) è basata sulla Rivoluzione proletaria e la conseguente Dittatura del proletariato.
Dove c'è stata la Dittatura del proletariato c'è stato il Socialismo, dove non c'è stata la Dittatura del proletariato non c'è stato il Socialismo.
è un concetto facile da capire, e uno strumento di analisi al contempo.
Sai nella storia quanto rivoluzionari a parole ci sono stati ?
Ma i fatti hanno dimostrato completamente l'opposto.
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MessaggioInviato: Mer Mag 26, 2010 5:05 pm    Oggetto:  
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Citazione:

Mi dispiace ma quì mancano proprio le basi e la logica dell'economia.
Secondo te, tralasciando in questo caso straordinario e non facendo uso dell'analisi marxista, potrebbero non esistere operai ?
Potrebbero non esserci proletari?
Ti cito Engels:

infatti non è l'economia alla base della società. L'economia è un prodotto della cultura ed è conseguente ad essa. Se poi non condividii questo modo di vedere le cose allora i nostri due punti di vista non sono conciliabili.

Citazione:
Ho già risposto.

dove?
Citazione:
Io guardo i fatti. Io guardo la prassi. E la prassi rivoluzionaria (Rivoluzione e di conseguenza Socialismo) è basata sulla Rivoluzione proletaria e la conseguente Dittatura del proletariato.
Dove c'è stata la Dittatura del proletariato c'è stato il Socialismo, dove non c'è stata la Dittatura del proletariato non c'è stato il Socialismo.
è un concetto facile da capire, e uno strumento di analisi al contempo.
Sai nella storia quanto rivoluzionari a parole ci sono stati ?
Ma i fatti hanno dimostrato completamente l'opposto.

anche i guardo i fatti e quello che vedo è una serie di paesi che si sono trovati in mezzo alla povertà e con l'economia devastata.

PS: finchè non risponderai al quesito posto da marcus in maniera esaustiva non riceverai più alcuna risposta
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MessaggioInviato: Sab Mag 29, 2010 10:46 pm    Oggetto:  
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Citazione:
infatti non è l'economia alla base della società.



Dopo questa affermazione affermo con certezza che i nostri punti di vista sono inconciliabili.


Citazione:
dove?



L'affermazione con la conseguente citazione del grande compagno Lenin !
Noialtri Marxisti - Leninisti abbiamo un metodo di analisi nei confronti del Socialismo riguardante alla presenza o no della dittatura del proletariato.
Consigli di studiarsi questa intervista fatta a Stalin al riguardo:


Domande della delegazione e risposte del compagno Stalin
PRIMA DOMANDA. Quali nuovi principi sono stati praticamente aggiunti al marxismo da Lenin e dal partito comunista? Sarebbe giusto dire che Lenin credeva nella "rivoluzione creatrice" mentre Marx era più propenso ad attendere che lo sviluppo delle forze economiche raggiungesse il punto culminante?
RISPOSTA. Penso che Lenin non "ha aggiunto" nessun "nuovo principio" al marxismo, cosi come non ha abolito nessuno dei "vecchi" principi del marxismo. Lenin è stato e rimane il discepolo più fedele e coerente di Marx ed Engels, un discepolo che si è basato interamente e completamente sui principi del marxismo.
Ma Lenin non è soltanto stato I'esecutore della dottrina di Marx ed Engels. Egli è stato nello stesso tempo il continuatore di questa dottrina.
Che cosa significa ciò?
Significa che egli ha sviluppato ulteriormente la dottrina di Marx ed Engels in conformità con le nuove condizioni di sviluppo, con la nuova fase del capitalismo, con l'imperialismo. Significa che sviluppando ulteriormente la dottrina di Marx nelle nuove condizioni della lotta di classe, Lenin ha apportato al comune tesoro del marxismo qualcosa di nuovo rispetto a quanto era stato dato da Marx ed Engels, rispetto a quanto si poteva dare nel periodo del capitalismo preimperialistico, e quel che di nuovo ha apportato di Lenin al tesoro del marxismo si basa interamente e completamente sui principi enunciati da Marx ed Engels.
Appunto in questo senso noi diciamo che il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.
Ecco alcune questioni, sulle quali Lenin ha apportato qualcosa di nuovo sviluppando ulteriormente la dottrina di Marx.
In primo luogo, la questione del capitalismo monopolistico, dell'imperialismo, inteso come nuova fase del capitalismo.
Nel Capitale Marx ed Engels hanno analizzato le basi del capitalismo. Ma Marx ed Engels vivevano nel periodo del capitalismo premonopolistico, nel periodo della evoluzione senza scosse del capitalismo, della sua "pacifica" diffusione in tutto il mondo.
Questa vecchia fase è terminata tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, quando Marx ed Engels non erano più in vita. Si capisce che Marx ed Engels potevano soltanto intuire le nuove condizioni di sviluppo del capitalismo, sopravvenute come risultato della nuova fase del capitalismo subentrata alla vecchia, come risultato della fase monopolistica, imperialistica di sviluppo, quando all'evoluzione senza scosse del capitalismo è subentrato uno sviluppo a salti, catastrofico, in cui l'ineguaglianza dello sviluppo e le contraddizioni del capitalismo si sono manifestate con particolare forza, in cui la lotta per i mercati di sbocco e di esportazione del capitale, data l'estrema ineguaglianza di sviluppo, ha reso inevitabili le guerre imperialistiche periodiche per nuove periodiche spartizioni del mondo in sfere d'influenza.
Il merito di Lenin, e di conseguenza quel che c'è di nuovo in Lenin, è che egli, sulla base dei principi fondamentali del Capitale, ha fatto una argomentata analisi marxista dell'imperialismo come fase suprema del capitalismo, mettendone a nudo le piaghe e scoprendo le condizioni che ne determinano la fine inevitabile. Questa analisi costituisce la sostanza della nota tesi di Lenin secondo cui nelle condizioni dell'imperialismo è possibile la vittoria del socialismo in singoli paesi capitalistici presi separatamente.
In secondo luogo, la questione della dittatura del proletariato.
L'idea fondamentale della dittatura del proletariato, come dominio politico del proletariato e come metodo per abbattere il potere del capitale mediante la violenza, è stata enunciata da Marx ed Engels.
In questo campo quel che in Lenin c'è di nuovo è che egli:
a) ha scoperto il potere sovietico come la forma migliore di governo della dittatura del proletariato, valendosi a questo scopo dell'esperienza della Comune di Parigi e della rivoluzione russa;
b) ha chiarito la formula della dittatura del proletariato dal punto di vista del problema degli alleati del proletariato, definendo la dittatura del proletariato come una forma particolare di alleanza di classe tra il proletariato, che è la forza dirigente, e le masse sfruttate delle classi non proletarie (contadini ecc.), che vengono dirette;
c) ha sottolineato con particolare forza il fatto che la dittatura del proletariato è il tipo più elevato di democrazia in una società di classe, è la forma della democrazia proletaria che esprime gli interessi della maggioranza (gli sfruttati), contrapposta alla democrazia capitalistica che esprime gli interessi della minoranza (gli sfruttatori).

In terzo luogo, la questione delle forme e dei metodi atti ad edificare vittoriosamente il socialismo nel periodo della dittatura del proletariato, nel periodo del passaggio dal capitalismo al socialismo in un paese accerchiato da stati capitalistici.
Marx ed Engels ritenevano che la dittatura del proletariato avrebbe abbracciato un periodo più o meno lungo, pieno di scontri rivoluzionari e di guerre civili, durante il quale il proletariato al potere avrebbe preso tutti quei provvedimenti di carattere economico, politico, culturale e organizzativo necessari per creare al posto della vecchia società capitalistica una nuova società socialista, una società senza classi, senza stato. Lenin ha fondato interamente e completamente la sua dottrina su questi principi fondamentali di Marx ed Engels.
In questo campo, quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli:
a) ha provato che è possibile costruire una società socialista integrale in un paese a dittatura proletaria accerchiato da stati imperialistici, a condizione che questo paese non sia soffocato dall'intervento militare degli stati capitalistici che lo circondano;
b) ha tracciato le linee concrete della politica economica (la "nuova politica economica"), mediante le quali il proletariato, avendo nelle sue mani le più importanti leve economiche (industria, terra, trasporti, banche ecc.), salda l'agricoltura all'industria socializzata ("alleanza dell'industria con la agricoltura") e conduce in questo modo tutta l'economia nazionale verso il socialismo;
c) ha tracciato le vie concrete attraverso le quali immettere e attrarre gradualmente le masse fondamentali dei contadini nell'alveo dell'edificazione socialista mediante la cooperazione, la quale nelle mani della dittatura proletaria è il mezzo più importante per trasformare la piccola economia contadina e rieducare le masse fondamentali dei contadini nello spirito del socialismo.
In quarto luogo, la questione dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione, in ogni rivoluzione popolare, sia nella rivoluzione contro lo zarismo che nella rivoluzione contro il capitalismo.
Marx ed Engels hanno formulato nelle sue linee fondamentali l'idea dell'egemonia del proletariato. Quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli ha sviluppato ulteriormente queste linee nell'armonico sistema dell'egemonia del proletariato, nell'armonico sistema della direzione delle masse lavoratrici della città e della campagna da parte del proletariato, non soltanto ai fini dell'abbattimento dello zarismo e del capitalismo, ma anche ai fini dell'edificazione socialista durante la dittatura del proletariato.
E' noto che, grazie a Lenin e al suo partito, l'idea dell'egemonia del proletariato è stata attuata magistralmente in Russia. Ciò tra l'altro spiega perché la rivoluzione in Russia ha portato il proletariato al potere.
In passato di regola accadeva che durante la rivoluzione gli operai si battevano sulle barricate, versavano il loro sangue, rovesciavano il vecchio ordine, ma il potere finiva nelle mani dei borghesi, i quali, poi, opprimevano e sfruttavano gli operai. Così fu in Inghilterra e in Francia. Così fu in Germania. Ma non così fu da noi in Russia. Da noi gli operai non sono stati soltanto la forza d'urto della rivoluzione. Pur essendo stato la forza d'urto della rivoluzione, il proletariato russo ha cercato nello stesso tempo di essere l'egemone, il dirigente politico di tutte le masse sfruttate della città e della campagna, stringendole attorno a sé, strappandole alla borghesia, isolando politicamente la borghesia. Egemone delle masse sfruttate, il proletariato russo ha lottato per prendere il potere nelle proprie mani e servirsene per il proprio interesse contro la borghesia, contro il capitalismo. Proprio questo spiega perché ogni grande scoppio della rivoluzione in Russia, sia nell'ottobre 1905 che nel febbraio 1917, abbia portato sulla scena i Soviet dei deputati operai, come embrioni del nuovo apparato del potere avente la funzione di schiacciare la borghesia, in opposizione al parlamento borghese, vecchio apparato del potere avente la funzione di schiacciare il proletariato.
Due volte, da noi, la borghesia ha tentato di restaurare il parlamento borghese e metter fine ai Soviet: nel settembre 1917 al tempo del Preparlamento, prima della presa del potere da parte dei bolscevichi, e nel gennaio 1918 al tempo dell'Assemblea costituente, dopo la presa del potere da parte del proletariato, ed entrambe le volte è stata sconfitta. Perché? Perché la borghesia era già politicamente isolata, perché le larghe masse dei lavoratori guardavano al proletariato come all'unico capo della rivoluzione, perché i Soviet erano già stati provati e sperimentati dalle masse come il loro proprio potere operaio, e perché cambiare questo potere con un parlamento borghese sarebbe stato un suicidio. Non c'è quindi da meravigliarsi se il parlamentarismo borghese non ha attecchito da noi. Ecco perché la rivoluzione ha portato in Russia al potere del proletariato.
Questi sono i risultati dell'applicazione del sistema leninista dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione.
In quinto luogo, la questione nazionale e coloniale.
Marx ed Engels, analizzando a loro tempo gli avvenimenti in Irlanda, India, Cina, nei paesi dell'Europa centrale, in Polonia e Ungheria, enunciarono le idee essenziali, basilari sulla questione nazionale e coloniale. Nelle sue opere Lenin si è basato su queste idee.
In questo campo quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli:
a) ha raccolto queste idee in un armonico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali nell'epoca dell'imperialismo;
b) ha legato la questione nazionale e coloniale alla questione dell'abbattimento dell'imperialismo;
c) ha dichiarato che la questione nazionale e coloniale è parte integrante della questione generale della rivoluzione proletaria internazionale.
Infine, la questione del partito del proletariato.
Marx ed Engels hanno tracciato i lineamenti fondamentali del partito come reparto d'avanguardia del proletariato, senza il quale (partito) il proletariato non può ottenere la sua emancipazione né nel senso della presa del potere, né nel senso della trasformazione della società capitalistica.
In questo campo quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli ha ancora sviluppato questi lineamenti in conformità con le nuove condizioni di lotta del proletariato nell'epoca dell'imperialismo, dimostrando che:
a) il partito è la forma più elevata dell'organizzazione di classe del proletariato rispetto alle altre forme di organizzazione del proletariato (sindacati, cooperazione, apparato dello stato); al partito spetta di generalizzare e dirigere il lavoro di queste organizzazioni;
b) la dittatura del proletariato può essere attuata solo attraverso il partito, che ne è la forza dirigente;
c) la dittatura del proletariato può essere completa solo nel caso in cui essa sia diretta da un solo partito, il partito dei comunisti, il quale non condivide né deve condividere la direzione con altri partiti;
d) se nel partito non c'è una disciplina ferrea non possono essere adempiuti quei compiti della dittatura del proletariato consistenti nella repressione degli sfruttatori e nella trasformazione della società di classe in una società socialista.
Ecco in sostanza il contributo che Lenin ha dato nelle sue opere, concretando e sviluppando la dottrina di Marx conformemente alle nuove condizioni della lotta del proletariato nell'epoca dell'imperialismo.
Ecco perché noi diciamo che il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.
Da questo appare chiaro che il leninismo non si può separare dal marxismo, e tanto meno può essere contrapposto al marxismo.
Inoltre nella sua domanda la delegazione chiede:
"Sarebbe giusto dire che Lenin credeva nella `rivoluzione creatrice' mentre Marx era più propenso ad attendere che lo sviluppo delle forze economiche raggiungesse il suo punto culminante?".
Penso che dirlo sarebbe assolutamente errato. Penso che ogni rivoluzione popolare, se effettivamente è tale, è una rivoluzione creatrice poiché abbatte il vecchio ordine e crea, mette al mondo un ordine nuovo.
Naturalmente non vi può essere nulla di creativo nelle "rivoluzioni", se così si possono chiamare, che talvolta avvengono in certi paesi arretrati sotto forma di "insurrezioni" in sedicesimo di alcune tribù contro altre. I marxisti non hanno mai considerato come rivoluzioni tali "insurrezioni" in sedicesimo. è chiaro che qui si tratta non già di queste "insurrezioni", ma della rivoluzione popolare, di massa in cui le classi oppresse si sollevano contro le classi che opprimono. E questa rivoluzione non può non essere creatrice. Marx e Lenin sostenevano precisamente questa rivoluzione e soltanto questa. Di conseguenza è comprensibile che una rivoluzione di questo tipo non può nascere in qualsiasi condizione, ma può scoppiare solo in determinate condizioni favorevoli di natura politica ed economica.

(Tratto da Stalin: "Intervista con la prima delegazione operaia americana - 9 settembre 1927, Opere complete, Vol. 10, pagg. 104-112, Edizioni Rinascita, 1956) Stalin


I nostri ''sindacalisti rivoluzionari'' sono riconducibili al revisionismo.
E questo è quanto di più nocivo ci possa essere in un Partito Marxista - Leninista.


Citazione:
anche i guardo i fatti e quello che vedo è una serie di paesi che si sono trovati in mezzo alla povertà e con l'economia devastata.



Secondo l'ottica e la propaganda borghese, certamente !
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MessaggioInviato: Dom Mag 30, 2010 12:25 am    Oggetto:  
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Citazione:
Dopo questa affermazione affermo con certezza che i nostri punti di vista sono inconciliabili.

questo senz'altro! Wink

Citazione:
'affermazione con la conseguente citazione del grande compagno Lenin !
Noialtri Marxisti - Leninisti abbiamo un metodo di analisi nei confronti del Socialismo riguardante alla presenza o no della dittatura del proletariato.
Consigli di studiarsi questa intervista fatta a Stalin al riguardo:


Domande della delegazione e risposte del compagno Stalin
PRIMA DOMANDA. Quali nuovi principi sono stati praticamente aggiunti al marxismo da Lenin e dal partito comunista? Sarebbe giusto dire che Lenin credeva nella "rivoluzione creatrice" mentre Marx era più propenso ad attendere che lo sviluppo delle forze economiche raggiungesse il punto culminante?
RISPOSTA. Penso che Lenin non "ha aggiunto" nessun "nuovo principio" al marxismo, cosi come non ha abolito nessuno dei "vecchi" principi del marxismo. Lenin è stato e rimane il discepolo più fedele e coerente di Marx ed Engels, un discepolo che si è basato interamente e completamente sui principi del marxismo.
Ma Lenin non è soltanto stato I'esecutore della dottrina di Marx ed Engels. Egli è stato nello stesso tempo il continuatore di questa dottrina.
Che cosa significa ciò?
Significa che egli ha sviluppato ulteriormente la dottrina di Marx ed Engels in conformità con le nuove condizioni di sviluppo, con la nuova fase del capitalismo, con l'imperialismo. Significa che sviluppando ulteriormente la dottrina di Marx nelle nuove condizioni della lotta di classe, Lenin ha apportato al comune tesoro del marxismo qualcosa di nuovo rispetto a quanto era stato dato da Marx ed Engels, rispetto a quanto si poteva dare nel periodo del capitalismo preimperialistico, e quel che di nuovo ha apportato di Lenin al tesoro del marxismo si basa interamente e completamente sui principi enunciati da Marx ed Engels.
Appunto in questo senso noi diciamo che il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.
Ecco alcune questioni, sulle quali Lenin ha apportato qualcosa di nuovo sviluppando ulteriormente la dottrina di Marx.
In primo luogo, la questione del capitalismo monopolistico, dell'imperialismo, inteso come nuova fase del capitalismo.
Nel Capitale Marx ed Engels hanno analizzato le basi del capitalismo. Ma Marx ed Engels vivevano nel periodo del capitalismo premonopolistico, nel periodo della evoluzione senza scosse del capitalismo, della sua "pacifica" diffusione in tutto il mondo.
Questa vecchia fase è terminata tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, quando Marx ed Engels non erano più in vita. Si capisce che Marx ed Engels potevano soltanto intuire le nuove condizioni di sviluppo del capitalismo, sopravvenute come risultato della nuova fase del capitalismo subentrata alla vecchia, come risultato della fase monopolistica, imperialistica di sviluppo, quando all'evoluzione senza scosse del capitalismo è subentrato uno sviluppo a salti, catastrofico, in cui l'ineguaglianza dello sviluppo e le contraddizioni del capitalismo si sono manifestate con particolare forza, in cui la lotta per i mercati di sbocco e di esportazione del capitale, data l'estrema ineguaglianza di sviluppo, ha reso inevitabili le guerre imperialistiche periodiche per nuove periodiche spartizioni del mondo in sfere d'influenza.
Il merito di Lenin, e di conseguenza quel che c'è di nuovo in Lenin, è che egli, sulla base dei principi fondamentali del Capitale, ha fatto una argomentata analisi marxista dell'imperialismo come fase suprema del capitalismo, mettendone a nudo le piaghe e scoprendo le condizioni che ne determinano la fine inevitabile. Questa analisi costituisce la sostanza della nota tesi di Lenin secondo cui nelle condizioni dell'imperialismo è possibile la vittoria del socialismo in singoli paesi capitalistici presi separatamente.
In secondo luogo, la questione della dittatura del proletariato.
L'idea fondamentale della dittatura del proletariato, come dominio politico del proletariato e come metodo per abbattere il potere del capitale mediante la violenza, è stata enunciata da Marx ed Engels.
In questo campo quel che in Lenin c'è di nuovo è che egli:
a) ha scoperto il potere sovietico come la forma migliore di governo della dittatura del proletariato, valendosi a questo scopo dell'esperienza della Comune di Parigi e della rivoluzione russa;
b) ha chiarito la formula della dittatura del proletariato dal punto di vista del problema degli alleati del proletariato, definendo la dittatura del proletariato come una forma particolare di alleanza di classe tra il proletariato, che è la forza dirigente, e le masse sfruttate delle classi non proletarie (contadini ecc.), che vengono dirette;
c) ha sottolineato con particolare forza il fatto che la dittatura del proletariato è il tipo più elevato di democrazia in una società di classe, è la forma della democrazia proletaria che esprime gli interessi della maggioranza (gli sfruttati), contrapposta alla democrazia capitalistica che esprime gli interessi della minoranza (gli sfruttatori).
In terzo luogo, la questione delle forme e dei metodi atti ad edificare vittoriosamente il socialismo nel periodo della dittatura del proletariato, nel periodo del passaggio dal capitalismo al socialismo in un paese accerchiato da stati capitalistici.
Marx ed Engels ritenevano che la dittatura del proletariato avrebbe abbracciato un periodo più o meno lungo, pieno di scontri rivoluzionari e di guerre civili, durante il quale il proletariato al potere avrebbe preso tutti quei provvedimenti di carattere economico, politico, culturale e organizzativo necessari per creare al posto della vecchia società capitalistica una nuova società socialista, una società senza classi, senza stato. Lenin ha fondato interamente e completamente la sua dottrina su questi principi fondamentali di Marx ed Engels.
In questo campo, quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli:
a) ha provato che è possibile costruire una società socialista integrale in un paese a dittatura proletaria accerchiato da stati imperialistici, a condizione che questo paese non sia soffocato dall'intervento militare degli stati capitalistici che lo circondano;
b) ha tracciato le linee concrete della politica economica (la "nuova politica economica"), mediante le quali il proletariato, avendo nelle sue mani le più importanti leve economiche (industria, terra, trasporti, banche ecc.), salda l'agricoltura all'industria socializzata ("alleanza dell'industria con la agricoltura") e conduce in questo modo tutta l'economia nazionale verso il socialismo;
c) ha tracciato le vie concrete attraverso le quali immettere e attrarre gradualmente le masse fondamentali dei contadini nell'alveo dell'edificazione socialista mediante la cooperazione, la quale nelle mani della dittatura proletaria è il mezzo più importante per trasformare la piccola economia contadina e rieducare le masse fondamentali dei contadini nello spirito del socialismo.
In quarto luogo, la questione dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione, in ogni rivoluzione popolare, sia nella rivoluzione contro lo zarismo che nella rivoluzione contro il capitalismo.
Marx ed Engels hanno formulato nelle sue linee fondamentali l'idea dell'egemonia del proletariato. Quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli ha sviluppato ulteriormente queste linee nell'armonico sistema dell'egemonia del proletariato, nell'armonico sistema della direzione delle masse lavoratrici della città e della campagna da parte del proletariato, non soltanto ai fini dell'abbattimento dello zarismo e del capitalismo, ma anche ai fini dell'edificazione socialista durante la dittatura del proletariato.
E' noto che, grazie a Lenin e al suo partito, l'idea dell'egemonia del proletariato è stata attuata magistralmente in Russia. Ciò tra l'altro spiega perché la rivoluzione in Russia ha portato il proletariato al potere.
In passato di regola accadeva che durante la rivoluzione gli operai si battevano sulle barricate, versavano il loro sangue, rovesciavano il vecchio ordine, ma il potere finiva nelle mani dei borghesi, i quali, poi, opprimevano e sfruttavano gli operai. Così fu in Inghilterra e in Francia. Così fu in Germania. Ma non così fu da noi in Russia. Da noi gli operai non sono stati soltanto la forza d'urto della rivoluzione. Pur essendo stato la forza d'urto della rivoluzione, il proletariato russo ha cercato nello stesso tempo di essere l'egemone, il dirigente politico di tutte le masse sfruttate della città e della campagna, stringendole attorno a sé, strappandole alla borghesia, isolando politicamente la borghesia. Egemone delle masse sfruttate, il proletariato russo ha lottato per prendere il potere nelle proprie mani e servirsene per il proprio interesse contro la borghesia, contro il capitalismo. Proprio questo spiega perché ogni grande scoppio della rivoluzione in Russia, sia nell'ottobre 1905 che nel febbraio 1917, abbia portato sulla scena i Soviet dei deputati operai, come embrioni del nuovo apparato del potere avente la funzione di schiacciare la borghesia, in opposizione al parlamento borghese, vecchio apparato del potere avente la funzione di schiacciare il proletariato.
Due volte, da noi, la borghesia ha tentato di restaurare il parlamento borghese e metter fine ai Soviet: nel settembre 1917 al tempo del Preparlamento, prima della presa del potere da parte dei bolscevichi, e nel gennaio 1918 al tempo dell'Assemblea costituente, dopo la presa del potere da parte del proletariato, ed entrambe le volte è stata sconfitta. Perché? Perché la borghesia era già politicamente isolata, perché le larghe masse dei lavoratori guardavano al proletariato come all'unico capo della rivoluzione, perché i Soviet erano già stati provati e sperimentati dalle masse come il loro proprio potere operaio, e perché cambiare questo potere con un parlamento borghese sarebbe stato un suicidio. Non c'è quindi da meravigliarsi se il parlamentarismo borghese non ha attecchito da noi. Ecco perché la rivoluzione ha portato in Russia al potere del proletariato.
Questi sono i risultati dell'applicazione del sistema leninista dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione.
In quinto luogo, la questione nazionale e coloniale.
Marx ed Engels, analizzando a loro tempo gli avvenimenti in Irlanda, India, Cina, nei paesi dell'Europa centrale, in Polonia e Ungheria, enunciarono le idee essenziali, basilari sulla questione nazionale e coloniale. Nelle sue opere Lenin si è basato su queste idee.
In questo campo quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli:
a) ha raccolto queste idee in un armonico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali nell'epoca dell'imperialismo;
b) ha legato la questione nazionale e coloniale alla questione dell'abbattimento dell'imperialismo;
c) ha dichiarato che la questione nazionale e coloniale è parte integrante della questione generale della rivoluzione proletaria internazionale.
Infine, la questione del partito del proletariato.
Marx ed Engels hanno tracciato i lineamenti fondamentali del partito come reparto d'avanguardia del proletariato, senza il quale (partito) il proletariato non può ottenere la sua emancipazione né nel senso della presa del potere, né nel senso della trasformazione della società capitalistica.
In questo campo quel che c'è di nuovo in Lenin è che egli ha ancora sviluppato questi lineamenti in conformità con le nuove condizioni di lotta del proletariato nell'epoca dell'imperialismo, dimostrando che:
a) il partito è la forma più elevata dell'organizzazione di classe del proletariato rispetto alle altre forme di organizzazione del proletariato (sindacati, cooperazione, apparato dello stato); al partito spetta di generalizzare e dirigere il lavoro di queste organizzazioni;
b) la dittatura del proletariato può essere attuata solo attraverso il partito, che ne è la forza dirigente;
c) la dittatura del proletariato può essere completa solo nel caso in cui essa sia diretta da un solo partito, il partito dei comunisti, il quale non condivide né deve condividere la direzione con altri partiti;
d) se nel partito non c'è una disciplina ferrea non possono essere adempiuti quei compiti della dittatura del proletariato consistenti nella repressione degli sfruttatori e nella trasformazione della società di classe in una società socialista.
Ecco in sostanza il contributo che Lenin ha dato nelle sue opere, concretando e sviluppando la dottrina di Marx conformemente alle nuove condizioni della lotta del proletariato nell'epoca dell'imperialismo.
Ecco perché noi diciamo che il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie.
Da questo appare chiaro che il leninismo non si può separare dal marxismo, e tanto meno può essere contrapposto al marxismo.
Inoltre nella sua domanda la delegazione chiede:
"Sarebbe giusto dire che Lenin credeva nella `rivoluzione creatrice' mentre Marx era più propenso ad attendere che lo sviluppo delle forze economiche raggiungesse il suo punto culminante?".
Penso che dirlo sarebbe assolutamente errato. Penso che ogni rivoluzione popolare, se effettivamente è tale, è una rivoluzione creatrice poiché abbatte il vecchio ordine e crea, mette al mondo un ordine nuovo.
Naturalmente non vi può essere nulla di creativo nelle "rivoluzioni", se così si possono chiamare, che talvolta avvengono in certi paesi arretrati sotto forma di "insurrezioni" in sedicesimo di alcune tribù contro altre. I marxisti non hanno mai considerato come rivoluzioni tali "insurrezioni" in sedicesimo. è chiaro che qui si tratta non già di queste "insurrezioni", ma della rivoluzione popolare, di massa in cui le classi oppresse si sollevano contro le classi che opprimono. E questa rivoluzione non può non essere creatrice. Marx e Lenin sostenevano precisamente questa rivoluzione e soltanto questa. Di conseguenza è comprensibile che una rivoluzione di questo tipo non può nascere in qualsiasi condizione, ma può scoppiare solo in determinate condizioni favorevoli di natura politica ed economica.

(Tratto da Stalin: "Intervista con la prima delegazione operaia americana - 9 settembre 1927, Opere complete, Vol. 10, pagg. 104-112, Edizioni Rinascita, 1956) Stalin


I nostri ''sindacalisti rivoluzionari'' sono riconducibili al revisionismo.
E questo è quanto di più nocivo ci possa essere in un Partito Marxista - Leninista.


Citazione:
anche i guardo i fatti e quello che vedo è una serie di paesi che si sono trovati in mezzo alla povertà e con l'economia devastata.



Secondo l'ottica e la propaganda borghese, certamente !
Dvx87
MessaggioInviato: Mer Mag 26, 2010 5:05 pm Oggetto:
Citazione:

Mi dispiace ma quì mancano proprio le basi e la logica dell'economia.
Secondo te, tralasciando in questo caso straordinario e non facendo uso dell'analisi marxista, potrebbero non esistere operai ?
Potrebbero non esserci proletari?
Ti cito Engels:

infatti non è l'economia alla base della società. L'economia è un prodotto della cultura ed è conseguente ad essa. Se poi non condividii questo modo di vedere le cose allora i nostri due punti di vista non sono conciliabili.

Citazione:
Ho già risposto.

dove?
Citazione:
Io guardo i fatti. Io guardo la prassi. E la prassi rivoluzionaria (Rivoluzione e di conseguenza Socialismo) è basata sulla Rivoluzione proletaria e la conseguente Dittatura del proletariato.
Dove c'è stata la Dittatura del proletariato c'è stato il Socialismo, dove non c'è stata la Dittatura del proletariato non c'è stato il Socialismo.
è un concetto facile da capire, e uno strumento di analisi al contempo.
Sai nella storia quanto rivoluzionari a parole ci sono stati ?
Ma i fatti hanno dimostrato completamente l'opposto.

anche i guardo i fatti e quello che vedo è una serie di paesi che si sono trovati in mezzo alla povertà e con l'economia devastata.

PS: finchè non risponderai al quesito posto da marcus in maniera esaustiva non riceverai più alcuna risposta
Marxist-leninist
MessaggioInviato: Mer Mag 26, 2010 2:48 pm Oggetto:
Citazione:
Non lo decidono perchè in fondo non lo vogliono fare. Se io decido di non vivere da schiavo non sarò mai schiavo a prescindere da quello che decidono gli altri. Se a comportarmi così non sono solo io ma tante altre persone allora vi sono tutti i presupposti per una azione collettiva che si strutturerà nella modalità indicate da michels.
Vi è inoltre chi è contento di essere schiavo perchè il non essere schiavo implicherebbe la gestione di una responsabilità che non ci si vuole accollare.
Infine la questione diviene culturale ed oggi più che mai ciò si rivela vero. Se il mito dei ceti bassi è identico a quello dei ceti alti allora inevitabilmente lo sfruttamento verrà accettato e, anche vi fossero dei cambiamenti, essi sarebbero solo formali e non sostanziali. Per dirla in parole semplici: il povero si arricchisce ed una volta che diventa ricco si comporterà come il ricco.
Analizzare l'uomo come operaio è una ipotesi operativa su cui non si può cominciare a fare una analisi sociale perchè quest'ipotesi non trova riscontro empirico.



Mi dispiace ma quì mancano proprio le basi e la logica dell'economia.
Secondo te, tralasciando in questo caso straordinario e non facendo uso dell'analisi marxista, potrebbero non esistere operai ?
Potrebbero non esserci proletari?
Ti cito Engels:


2. Che cos'è il proletariato?

Il proletariato è quella classe della società, che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi; benessere e guai, vita e morte, l'esistenza intera della quale dipende dalla domanda di lavoro, cioè dall'alternarsi dei periodi d'affari buoni e cattivi, dalle oscillazioni d'una concorrenza sfrenata, il proletariato o classe dei proletari è in una parola la classe lavoratrice del secolo decimonono.



3. Non sempre, dunque, ci sono stati dei proletari?

No. Ci sono sempre state classi povere e lavoratrici; e le classi lavoratrici sono state per lo più povere. Ma non ci sono stati sempre poveri, lavoratori che vivessero nelle condizioni ora indicate, così come la concorrenza non è stata sempre libera e sfrenata.



4. Com'è sorto il proletariato?

Il proletariato è sorto in seguito alla rivoluzione industriale che si è verificata in Inghilterra nella seconda metà del secolo scorso, e che da allora in poi si è ripetuta in tutti i paesi civili del mondo. Questa rivoluzione industriale venne prodotta dall'invenzione della macchina a vapore, dalle varie macchine tessili, dal telaio meccanico e da tutt'una serie di altri congegni meccanici. Queste macchine, che erano molto costose e quindi potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, trasformarono tutto il modo di produzione esistente e soppiantarono i lavoratori che c'erano stati fino ad allora, giacchè le macchine fornivano le merci a più basso prezzo e migliori di quanto potessero produrle i lavoratori con i loro filatoi e telai imperfetti. Così quelle macchine diedero l'industria completamente in mano ai grandi capitalisti e tolsero ogni valore alla poca proprietà degli operai (strumenti da lavoro, telai ecc.), cosicchè i capitalisti ebbero ben presto tutto nelle loro mani, e ai lavoratori non rimase nulla. In tal modo era introdotto il sistema della fabbrica nella produzione delle stoffe da vestiario. Una volta dato l'impulso iniziale all'introduzione delle macchine e del sistema della fabbrica, questo sistema fu applicato prestissimo anche a tutte le altre branche dell'industria, specialmente alla stampa delle stoffe e alla tipografia, all'arte vasaria e all'industria della lavorazione dei metalli. Il lavoro venne diviso sempre più fra i singoli operai, cosicchè il singolo operaio, che prima aveva fatto tutto un pezzo di lavoro, ora faceva solo una parte di questo pezzo. Questa divisione del lavoro rese possibile che i prodotti potessero essere forniti più rapidamente e quindi a minor prezzo. Essa ridusse l'attività di ogni singolo operaio a un movimento meccanico semplicissimo, ripetuto ogni momento, che poteva essere compiuto non solo altrettanto bene ma anche molto meglio da una macchina. In questo modo tutte quelle branche dell'industria caddero, una dopo l'altra, sotto il dominio della forza-vapore, delle macchine e del sistema della fabbrica, proprio come la filatura e la tessitura. Con questo però caddero allo stesso tempo completamente nelle mani dei grandi capitalisti, e anche qui venne sottratto ai lavoratori l'ultimo avanzo di autonomia. A poco a poco, oltre la manifattura vera e propria, anche l'artigianato cadde sempre più sotto il dominio del sistema della fabbrica, poichè anche i grandi capitalisti soppiantarono sempre più i piccoli mastri capi d'arte impiantando grandi laboratori i quali permettono il risparmio su molte spese e danno altresì la possibilità di una grande divisione del lavoro. Così oggi siamo arrivati al punto che nei paesi civili quasi tutte le branche di lavoro funzionano col sistema della fabbrica, e che in quasi tutte le branche di lavoro l'artigianato e la manifattura sono stati soppiantati dalla grande industria. A questo modo il ceto medio esistente finora, specialmente i piccoli maestri artigiani, si sono sempre più rovinati, le condizioni passate dei lavoratori si sono completamente rovesciate, e sono state create due classi nuove, che a poco per volta inghiottono tutte le altre, cioè:

I. La classe dei grandi capitalisti, che in tutti i paesi civili già ora hanno il possesso quasi esclusivo di tutti i mezzi di sussistenza e delle materie prime e degli strumenti (macchine, fabbriche) necessari per la produzione dei mezzi di sussistenza. Questa è la classe dei borghesi o borghesia.

II. La classe di coloro che non hanno possesso alcuno, che sono costretti a vendere ai borghesi il proprio lavoro per averne in cambio i mezzi di sussistenza necessari per il loro sostentamento. Questa classe si chiama dei proletari o proletariato.


è una cosa già insita nel sistema capitalista, una contraddizione che si trova all'interno. Queste contraddizione le ha scoperte Marx, ma sono sempre esistite e, senza di lui, sarebbero comunque esistite.
A lui i miei più sentiti complimenti per averle scoperte e per aver denudato questo sistema.
Nel sistema capitalista esisteranno sempre operai, lavoratori e contadini, e dimostrando ciò come verità si dimostra anche l'esistenza dello sfruttamento (Fondamentalmente estrazione di Plusvalore e estraniazione degli operai); con frasi impregnate di idealismo borghese dimostri soltanto che siamo di due classi sociali opposte.

Ho capito ciò che hai scritto e condivido l'idea di Lenin come discepolo del marxismo. Tuttavia ritengo che lenin, introducendo il concetto di partito e di avanguardia, operi di fatto, una riforma del marxismo sulle basi del pensiero elitista dal quale è stato sicuramente influenzato visti i suoi trascorsi politici.
Tuttavia ritengo che tale ruolo di avanguardia non dovrebbe essere condotto dal partito ma dal sindacato corporativo ed unitario.
Unica cosa che mi sfugge è la risposa alla critica dei socialisti rivoluzionari. Anzi mi viene da pensare che ammettendo la necessità dell'esistenza del partito, si riconosca implicitamente la non scientificità del marxismo e quindi il fatto che, come afferma Gentile, sia una idea.
Classificare il socialismo rivoluzionario come "riformista" mettendolo assieme alla socialdemocrazia mi pare qualcosa di assurdo. Anche perchè, oggettivamente, i due pensieri rimangono ben distanti non fosse per il fatto che la socialdemocrazia accettò il sistema parlamentare mentre il socialismo rivoluzionario no.
Citazione:
Secondo l'ottica e la propaganda borghese, certamente !

Non saprei che dirti ma sei mai stato nell'europa dell'est?
Non sto affermando che il comunismo abbia avuto solo effetti negativi nell'europa dell'est. Anzi forse è meglio che sia anche stato altrimenti quei paesi avrebbero subito il dominio dell'usa. Tuttavia è innegabile che l'urss abbia rastrellato le risorse di quei paesi per il proprio sviluppo così come è innegabile che quei paesi, alla caduta del muro, si siano trovati in condizioni di oggettiva difficoltà. Il fatto che a Budapest buttassero gli ex dirigenti del partito nel Danubio credo che sia indicativo. Così come credo sia indicativo il fatto che molti dirigenti rumeni si siano trasformati in capitalisti di ferro. Il comunismo ha cavalcato il cavallo del panslavismo per diffondersi in questi paesi e credo che la vera barriera contro il capitalismo, per quei paesi, sia proprio il panslavismo, cultura non compatibile con il capitalismo.
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MessaggioInviato: Dom Mag 30, 2010 6:54 pm    Oggetto:  
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...infatti l'interpretazione di Lenin riforma il marxismo ortodosso (non portando però tale ragionamento alle sue logiche conseguenze come invece farà Mussolini) proprio in virtù della critica sindacalista maturata nell'ambiente politico intellettuale che darà vita in seguito al fascismo. Dunque ,se non erro, il riformismo revisionista cui accenna Lenin nel brano del 1908 é quello di Bernstein dalla tendenza filo parlamentare orientato verso la social-democratica e non é, come invece pensa erroneamente il nostro inerlocutore, collegabile in alcun modo con la critica sindacalista rivoluzionaria del marxismo. Stando così le cose marxist-leninist non ha ancora risposto alla critica mossa al marxismo classico cui gli domandavamo di replicare. Gli consiglio di rileggere il brano dedicato al tema scritto dal professor Gregor prima di ribattere...l'ho ampliato ulteriormente, anche se consiglio la lettura integrale del documento presente al link sottostante, proprio per non lasciare eventuali altri dubbi sullo spartiacque tra il marxismo e la sua revisione antimaterialistica.

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Michels e la critica al marxismo.

Il passaggio di Michels dal sindacalismo rivoluzionario al Fascismo fu in gran parte favorito dalla sua critica al marxismo teorico, cioè al fondamento razionale « scientifico » del movimento moderno della classe operaia. Persino nei suoi primissimi scritti Michels mostrò numerose riserve critiche sulle pretese scientifiche del marxismo ortodosso del suo tempo. In una delle sue prime opere, ad esempio, Michels espresse la convinzione che la sostanza del potenziale rivoluzionario del socialismo si trovasse non nelle sue pretese scientifiche, ma nelle sue convinzioni etiche (52). Egli fu, cioè, fin dall'inizio del suo impegno nel socialismo rivoluzionario, un intransigente « etico » e « idealista ». Per tutta la vita, egli rimase convinto del fatto che un movimento rivoluzionario, per quanto « scientifico » non deve trascurare gli imperativi morali che inducono gli uomini all'azione politica (53). Ciò che questo significava per l'analisi della dinamica sociale è chiaramente espresso nell'opera di Michels. Come abbiamo detto, anche nel suo “Il proletariato e la borghesia” egli sostenne che l'organizzazione del proletariato rivoluzionario richiede l'intervento di rappresentanti, eticamente motivati e intellettualmente dotati, della borghesia, che fungano da dirigenti del movimento della classe operaia. Soltanto costoro possono rendere efficiente il movimento. In sostanza, egli sosteneva che il mutamento sociale richiede che gli uomini, in particolari situazioni, scelgano un corso di azione rivoluzionaria. L'adozione dell'azione rivoluzionaria, a sua volta, può essere motivata immediatamente soltanto da un impulso etico e ideale (54). Per Michels, era chiaro che, quale che possa essere la causa remota, o ultima, dell'azione individuale o collettiva, il sentimento etico e morale ne costituisce la causa immediata. Michels, come Pareto, attaccò quelle che entrambi consideravano la eccessiva « linearità » e le pretese monofattoriali del marxismo ortodosso. Ne “I sistemi socialisti”, pubblicato nel 1902, Pareto si era opposto al marxismo « scientifico », sostenendo che ben difficilmente ci si può aspettare che i soli fattori economici possano spiegare adeguatamente i comportamenti sociali e politici umani. Pareto parlava di « interdipendenza » e « compenetrazione » di fattori, dei quali le variabili economiche sono uno soltanto (55). Secondo Pareto e Michels, invece, i marxisti sostenevano che l'economia, « in ultima analisi » è, in senso vero ed esclusivo, il determinante ultimo dello sviluppo storico e dei mutamenti sociali. Pareto, come Michels, era d'accordo sul fatto che i fattori economici siano di importanza critica per la comprensione degli avvenimenti storici, sociali e politici, ma entrambi negavano che possa esserci alcun senso scientifico nel sostenere che, in qualche oscura « ultima analisi », i fattori economici siano i determinanti ultimi di tali avvenimenti (56). Michels sosteneva che Engels, quando, qualche anno dopo la morte di Marx, modificò la « concezione materialista della storia » in maniera tale da permettere l'esistenza nella storia di « innumerevoli tendenze dinamiche, che si intersecano reciprocamente, un'infinita serie di parallelogrammi di forze dai quali scaturisce l'avvenimento storico » (57), negò, in sostanza, l'importanza « ultima » delle variabili economiche nello sviluppo storico. Le variabili economiche erano soltanto un insieme tra un numero indeterminato di altre variabili causali. Nella sua analisi della rivoluzione, Michels proseguì sostenendo (e lo sostenne per tutta la sua vita) che le circostanze economiche forniscono le precondizioni degli importanti mutamenti sociali, ma che un numero imprecisato di altri fattori contribuisse al successo del risultato. Michels affermava che « l'uomo non è un calcolatore economico. La sua vita è una continua lotta tra necessità economiche, stato sociale al quale appartiene ed una sfera tradizionale di interessi e doveri da una parte e, dall'altra parte impulsi che sono, per così dire, al di sopra e al di là della sua posizione materiale e sociale e che possono suscitare nel suo cuore passioni che possono distrarlo dal suo percorso economico e dare alla sua attività un'altra direzione, talvolta anche di natura utopistica » ( 58 ). Sta di fatto che gran parte della successiva opera di Michels costituì un tentativo di individuazione, isolamento e analisi di quei fattori, trascurati dai marxisti ortodossi, che influenzano il risultato 'egli eventi rivoluzionari. Le sue opere maggiori, e cioè “Zur Soziologie des Parteiwesens” e “Psycbologie der antikapitalistischen Massenbewegungen”, sono lunghe analisi dei fattori che influenzano l'origine, la crescita e l'efficienza politica del movimento rivoluzionario europeo della classe operaia. Come abbiamo visto, Michels era convinto che la maggioranza degli uomini sia funzionalmente incapace di organizzare e dirigere le proprie attività politiche ed abbia la predisposizione naturale a cercare una guida. Trovatala, è disposta ad adulare i propri capi ed a soggiacere alla loro influenza suggestiva, talvolta addirittura ipnotica. In sostanza, l'incompetenza collettiva delle «masse » ha bisogno di organizzazione se si vuol giungere a qualche cambiamento rivoluzionario. Ma siccome l'organizzazione ha bisogno di funzionari di capacità non comuni e di competenza particolare, ogni organizzazione comporta una gerarchia. E poiché le qualità di dirigenti ed organizzatori sono rarissime, ogni gerarchia diviene, in sostanza, una oligarchia. Infine, poiché ciascuna organizzazione per ottenere il massimo successo, deve essere pervasa da un sentimento missionario, trasmesso per mimetismo o per suggestione, e deve avere un simbolo e un mito, l'oligarchia, per essere efficiente al massimo, deve avere un tribuno, un « capo » che parli in un linguaggio « mitico » al quale siano sensi-bili le masse organizzate (59). Perciò, Michels non soltanto modificava notevolmente l'interpretazione marxista ortodossa della storia, ma sosteneva anche che il marxismo ortodosso non aveva né una chiara concezione della psicologia delle masse né una vera comprensione dei principi fondamentali dell'organizzazione rivoluzionaria. Michels sosteneva che i marxisti del suo tempo non riuscivano a capire che l'impulso immediato all'azione si origina tra gli uomini in un sentimento etico o ideale, senza il quale l'uomo ricade in una sorta di torpore apolitico (60). I marxisti ortodossi, sosteneva, hanno commesso l'errore di tentare di eliminare l'influenza delle considerazioni etiche tra gli uomini pretendendo di rendere il loro socialismo esclusivamente « scientifico ». L'Ethik und materialistische Geschichtsauffassung di Karl Kautsky, ad esempio, è riuscita a far dell'etica e del sentimento morale sottoprodotti, epifenomeni, dei fattori economici ed ha perciò limitato la loro efficacia come forza di mobilitazione di massa. Tanto per fare un altro esempio, Vladimir Ilich Lenin, da giovane, quando era ancora un marxista ortodosso, sosteneva che il marxismo « non contiene un briciolo di etica dal principio alla fine » (61). Michels sosteneva che il leggere nella storia un determinismo amorale voleva dire, in sostanza, spogliare gli agenti umani della volontà di azione e che l'intero concetto di determinismo economico era non soltanto scientificamente insufficiente, ma anche controproducente per le aspirazioni rivoluzionarie che, in origine, era destinato a servire (62). Le masse, senza lo spirito fornito da un ideale missionario, soccomberebbero alla influenza dei loro interessi più immediati, settoriali e vili. I capi, nella impossibilità di infondere energia alle masse con ideali trascinatori, ricadrebbero essi stessi al livello dell'insensibilità, del settorialismo e della amoralità delle masse. Le organizzazioni rivoluzionarie cadrebbero sempre più nel compromesso e diventerebbero sempre più « conservatrici », al servizio di qualsiasi interesse materiale e particolare che permetta alla burocrazia dell'organizzazione di continuare a vivere e a mantenersi in carica. Michels concepì il proprio sindacalismo rivoluzionario come un'aggiunta scientifica alla teoria marxista e, insieme, come un correttivo del sistema organizzativo marxista. Come molti dei principali sindacalisti del periodo precedente la prima guerra mondiale, Michels sosteneva che il marxismo ortodosso non aveva sviluppato una valida teoria della psicologia individuale e collettiva (63). L'assenza di tale teoria non soltanto costituiva un difetto teorico, ma lasciava anche il movimento rivoluzionario privo di indirizzo riguardo alla mobilitazione ed all'organizzazione di massa. Michels sosteneva che il marxismo classico era incapace di render conto dei comportamenti umani individuali e collettivi e che qualsiasi teoria insufficiente al proposito non poteva essere considerata valida a fini esplicativi e di previsione, né poteva servire come guida per rivoluzionari impegnati nell'organizzazione rivoluzionaria di un gran numero di individui. Il giudizio di Michels, come quello dei sindacalisti del suo tempo, era influenzato dalle opere di scrittori della statura di un Gabriel Tarde, di un Gustavo Le Bon, di uno Scipio Sighele ed anche di un Vilfredo Pareto. Tutti avevano sostenuto che gli uomini possono essere messi in moto soltanto da richiami a interessi « ideali », ben diversi da quelli puramente materiali. I sindacalisti, e Michels con loro, sostenevano inoltre che qualsiasi perseguimento di interessi puramente materiali porta necessariamente alla divisione. Il proletariato delle fabbriche di materiale bellico cerca di difendere il suo posto di lavoro e il suo tenore di vita; quello occupato nelle industrie non belliche vuole una riduzione delle spese statali negli armamenti; quello delle filande chiede la protezione doganale contro la libera concorrenza; quello impiegato nella esportazione chiede una riduzione tariffaria per tentare di limitare le possibilità di rappresaglia da parte dei colleghi stranieri. D'altro canto, una « grande missione », un impegno in una « impresa eroica », creano quei legami sentimentali che sicuramente tengono unito insieme un gruppo di Uomini per un fine comune. La lotta in comune, ispirata da una visione collettiva di un probabile futuro, e l'impegno in un comune sistema fideistico possono unire un gruppo di uomini delle più disparate provenienze. « Sentimento », « ideali » e « fede » devono essere intesi come componenti critiche di qualsiasi tentativo di comprensione della società, della politica, della rivoluzione e delle loro reciproche interazioni. Inoltre, l'organizzazione e la tattica rivoluzionaria richiedono una chiara comprensione del fatto che gli uomini possono venire indotti alla lotta politica in comune mediante sentimenti e ideali sentiti collettivamente. Per tutto il corso della sua attività intellettuale, Michels continuò sempre a sostenere sostanzialmente queste stesse tesi. Già nel 1903 Michels difendeva gli argomenti sindacalisti contro i riformisti della socialdemocrazia tedesca; e molto tempo dopo la sua adesione al Fascismo, in Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegungen, difese ancora con vigore la teoria sindacalista. In fondo, tutto ciò non ci deve meravigliare. Mussolini, contemporaneo di Michels, seguì sostanzialmente la stessa traiettoria spirituale, introdusse nel Fascismo le stesse idee e continuò a difenderle per tutto il resto della sua vita. Fin dal 1905, come abbiamo visto, Mussolini accettò integralmente la corrente di idee legata al sindacalismo, francese ed italiano. Come Michels, Mussolini considerava il sindacalismo una variante che avrebbe potuto salvare il marxismo ortodosso del suo tempo. Insieme a Sorel e Michels, Mussolini deplorava la tendenza, da parte dei teorici del Partito, a scorgere una specie di fatalistica automaticità nei processi rivoluzionari da loro previsti (64). Mussolini sosteneva che il processo della rivoluzione non può essere governato da semplici « formule ». L'impegno per la rivoluzione, in sostanza, viene richiesto non in base alla « scienza », ma in base alla « realtà morale del socialismo » (65). Mussolini, di conseguenza, considerava se stesso un rivoluzionario « romantico » ed un « sentimentalista », perché sosteneva che « la psicologia ha dimostrato che i sentimenti sono motivi dinamici delle azioni umane (66). Stando così le cose, affermava, il successo delle idee socialiste poteva essere garantito soltanto se i dirigenti socialisti fossero riusciti a influire efficacemente sulla « torpida coscienza delle masse operaie, trasformando in loro un irrefrenabile sentimento rivoluzionario ». Nel 1908, Mussolini individuò il potenziale rivoluzionario nella disponibilità di una « aristocrazia proletaria » in possesso di un valido insieme di idee politiche di mobilitazione di massa: di una concezione della mobilitazione rivoluzionaria, cioè, da lui apertamente identificata con le idee di Vilfredo Pareto. Pareto, ne “I sistemi socialisti”, aveva affermato che la rivoluzione è funzione della esistenza di una nuova aristocrazia in possesso di una « fede » di mobilitazione di massa. La storia, in sostanza, per Pareto non è « nulla di più di una successione di aristocrazie di questo tipo» (67). Mussolini, come Michels, si era richiamato non soltanto a Pareto, ma anche alle opere di Gustavo Le Bon ( 68 ), e tentava di ampliare il marxismo ortodosso con idee tratte dalla psicologia sociale e dalla sociologia del suo tempo. Come Michels, anche Mussolini aveva poca fiducia nel fatto che le manovre parlamentari e la ricerca di voti potessero favorire il processo rivoluzionario. Nella recensione del “Sozialismus und soziale bewegung im neunzehnten Jahrhundert” di Werner Sombart, Mussolini individua il compito della « vigile avanguardia » del proletariato nella « preparazione della coscienza » delle masse. L'aristocrazia d'avanguardia, gli « uomini nuovi » del ventesimo secolo, dovevano favorire gli interessi reali, e non quelli immediati, delle masse rivoluzionarie. Soltanto in questa maniera all'energia primordiale del numero, della quantità, poteva esser data forma di forza rivoluzionaria qualitativamente notevole. Le masse avevano bisogno di un « mito » animatore, di una « fede » missionaria. « ...l'umanità », affermava Mussolini, « ha bisogno di un credo. E' la fede che muove le montagne... (69). Propagandata sulla base della realtà economica e politica esistente, la fede cattura il sentimento di larghi settori della massa rivoluzionaria. La massa deve trovare militanti apostoli ed evangelisti che la guidino (70). Una simile aristocrazia d'avanguardia potrebbe riuscire efficacemente a inquadrare e organizzare le scarse energie di individui isolati in una forza collettiva integrata, unita attorno a « stimoli morali » e fondata su una sentita solidarietà di interessi. Mussolini definì « una nuova concezione socialista che è profondamente aristocratica » (71) una simile concezione dei necessari presupposti organizzativi, morali e di mobilitazione di massa per una riuscita tattica rivoluzionaria. Queste idee a proposito della funzione delle aristocrazie, della mobilitazione di massa e dell'organizzazione di massa, che Mussolini in parte condivise con Michels ed in parte apprese da lui, rimasero costanti per tutta la sua vita. Nel 1932, ad esempio, Mussolini, allora « Duce » d'Italia, ribadì queste stesse idee nelle sue conversazioni con Emil Ludwig (72) . Disse che le masse sono una sorgente di energia primordiale, cui deve necessariamente essere data forma di forza rivoluzionaria mediante l'uso del mito e cui deve essere data una coreografia mediante l'uso della musica, dei simboli, delle uniformi. Tutte le tecniche, cioè, cui oggi fanno regolarmente ricorso tutti i movimenti rivoluzionari di mobilitazione di massa diretti da capi « carismatici », perfettamente definiti nella « Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegungen », furono perciò riassunte da Mussolini con estrema semplicità e chiarezza. La critica del primo decennio del secolo al marxismo ortodosso, articolata da Michels ed evidenziata dagli scritti di Mussolini, è maturata oggi nelle tecniche standard dei rivoluzionari di « sinistra » e di « destra ». L'immediato ricorso alla « grande missione anti-ímperialista ed anti-capitalista », l'uso di bandiere, parole d'ordine e discorsi simbolici, la diffusione di « stimoli morali » mediante motti e catechismi politici, la diffusione delle uniformi e dei modelli militari, tutto richiama alla mente, prepotentemente, i suggerimenti tattici di Michels e ricalca i sistemi di mobilitazione del Fascismo di Mussolini. Questi suggerimenti e questi sistemi scaturirono dalla critica sindacalista di Michels al marxismo classico. Fu Michels, in quanto ideologo fascista, a fornire il fondamento razionale proprio per tali usi, tali insegnamenti, tali sistemi. Mentre i rivoluzionari attuali sono spesso restii ad ammettere, in sostanza, ciò che fanno in pratica, Michels tentò una difesa esplicita di ciò che era la pratica corrente del Fascismo. Oltre a ciò, la critica di Michels al marxismo del suo tempo caratterizzò la prima fase di un progressivo sviluppo ideologico che doveva concludersi col riconoscimento dell'importanza del sentimento e del « mito » per la mobilitazione e l'organizzazione delle masse rivoluzionarie. La sua analisi, così come quella di Mussolini, si volse alla fine a componenti mitiche alternative, cioè a sentimenti che non fossero quelli di classe e che potessero essere usati per tentare di riunire e organizzare le energie rivoluzionarie necessarie per un vasto cambiamento sociale. Prestissimo nella sua attività intellettuale, in un processo notevolmente simile a quello delle idee politiche di Mussolini, Michels individuò nel nazionalismo uno dei più potenti sentimenti che avrebbero potuto animare le masse nel ventesimo secolo. Di conseguenza, le originarie convinzioni marxiste sue e di Mussolini subirono una ulteriore modificazione e produssero alla fine, il sistema di idee del Fascismo.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Dom Mag 30, 2010 10:09 pm    Oggetto:  
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Giusto per puntualizzare.
Dopo la crisi economica del 1873-1896 si affermarono due critiche al marxismo: quella di Bernstein che porterà alla socialdemocrazia ed al "sistema della triangolazione" e quella dei socialisti rivoluzionari che porterà al fascismo. Sebbene si sviluppino nello stesso periodo rimangono due cose di stinte sopratutto per il fatto che i socialisti rivoluzionari continuavano a non accettare il sistema parlamentare.
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