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A.J.Gregor: Roberto Michels e l'ideologia del fascismo

 
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Marcus
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MessaggioInviato: Lun Apr 03, 2006 9:38 am    Oggetto:  A.J.Gregor: Roberto Michels e l'ideologia del fascismo
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A. James Gregor - "ROBERTO MICHELS e l’ideologia del fascismo" edizioni Volpe, 1979, pp. 5 - 50

Fino a poco tempo fa, l’ipotesi che il Fascismo italiano potesse avere avuto una base ideologica era considerata un sintomo sicuro di esaurimento intellettuale o un esempio di apologia. A qualsiasi altro movimento politico del nostro secolo si è fatto credito di una convinzione ideologica, soltanto il Fascismo di Benito Mussolini è stato considerato esclusivamente come una specie di reazione irrazionale antiscientifica, scoppiata in Italia come una "malattia morale". L’assurdità evidente di un’opinione simile ha provocato negli ultimi tempi un riesame della questione, anche se alcuni nomi come Giovanni Gentile, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Sergio Panunzio, Alfredo Rocco sarebbero credenziali sufficienti a sfatare simili falsità. Il fatto è che il Fascismo ha avuto un fondamento razionale, un sistema di pensiero ragionato proposto per giustificare la dittatura di mobilitazione di massa che rappresentò l’Italia per oltre un ventennio. Tale fondamento è esistito e non si può negare che abbia influito sul giudizio della maggioranza del popolo italiano, erano moltissimi infatti coloro che ritenevano il regime giustificato dagli argomenti raccolti a suo sostegno. Questi argomenti vennero messi insieme da un certo numero di ideologi il cui valore intellettuale era almeno pari a quello di qualsiasi altro gruppo del genere nel mondo moderno. In questo gruppo Roberto Michels deve essere considerato uno dei più eminenti. Egli fu non soltanto uno dei più importanti sociologi politici della prima metà del ventesimo secolo, ma anche uno dei più significativi ideologi del Fascismo. […]

Michels e il sindacalismo rivoluzionario.

Roberto Michels nacque a Colonia il 9 gennaio 1876 da una facoltosa famiglia di commercianti di origine mista, francese e tedesca. Fin dall'adolescenza si interessò della « questione sociale » e delle evidenti ingiustizie che caratterizzavano la società idei suo tempo. Verso la fine del secolo, diceva di essere socialista (10). Intorno alla metà del primo decennio del nuovo secolo, partecipò attivamente alla corrente sindacale dei movimenti rivoluzionari europei di sinistra (11). Nel 1907 Michels partecipò ai lavori della Convenzione socialista di Stoccolma, in qualità di delegato della corrente sindacalista del socialismo italiano. Nello stesso anno ebbe un incarico di insegnamento all'Università di Torino. Da allora in poi Michels si occupò sempre più attivamente delle questioni italiane, finché optò per la cittadinanza italiana. Nel 1908, Michels pubblicò la sua prima opera importante, “Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano” (12) . Si trattava di un'opera importante per svariate ragioni. In primo luogo, nella « Prefazione », Michels annunciava la sua intenzione, di dedicare le proprie energie ad uno « studio analitico dei partiti politici », interesse che sarebbe in seguito sfociato nel suo classico “Zur Soziologie des Parteiwesens”. Inoltre, nel testo de “Il proletariato e la borghesia” si trovano allusioni a quelle influenze, tecniche e psicologiche, che avrebbero costituito il fondamento della sua successiva, ed ormai classica, « legge delle oligarchie ». In “Il proletariato e la borghesia”, ad esempio parla dell'assoluta necessità, per le moderne organizzazioni politiche, di organizzatori competenti e di dirigenti efficienti, in numero limitato. Egli accenna anche alla evidente predisposizione generica della « massa » a trovare capi e ad obbedir loro: questi capi devono essere preferibilmente intellettuali ed avere capacità oratorie, comportamento profetico ed entusiasmo evangelico. Egli affronta anche il tema della « suggestionabilità » cronica delle « masse ». Tutti fattori che sono considerati, nella sua classica Zur Soziologie des Parteiwesens, le cause delle tendenze oligarchiche che caratterizzano la moderna vita organizzata (13). Non soltanto queste idee avrebbero costituito la base gnoseologica della sua successiva opera sui partiti politici, ma avevano anche un carattere spiccatamente sindacalista, poiché Michels era, a quell'epoca, un sindacalista attivo. Le parti finali de “Il proletariato e la borghesia” contengono un'esposizione delle concezioni sindacaliste, al tempo stesso obiettiva e simpatizzante. Per Michels, la corrente sindacalista del suo tempo rappresentava la componente più moderna, dinamica e idealista del movimento socialista moderno. Egli considerava i sindacalisti come Arturo Labriola, Enrico Leone, Walter Mocchi, Costantino Lazzari, Ottavio Dinale e A.O. Olívetti tra i più importanti capi rivoluzionari della penisola italiana. Li considerava i difensori della purezza dell'idea socialista contro la corruzione delle influenze piccolo-borghesi e il conservatorismo dell'organizzazione del partito e contro la velleità, l'incompetenza e la suggestionabilità delle stesse masse proletarie (14). Michels concepiva il sindacalismo come una corrente rivoluzionaria intransigente ed idealista all'interno del movimento socialista, il cui scopo preciso era quello di « élever les masses à la coscience de leur mission de classe » (15). In sostanza, in contrapposizione all'ortodossia socialista che riteneva la coscienza di classe del proletariato il prodotto « automatico » dei processi economici, Michels pensava che la maturazione politica e morale della classe lavoratrice fosse una funzione dell'azione educatrice di una minoranza di intellettuali rivoluzionari (16). Egli parlava della «massa » come della « generalità dell'humanitas », con la quale individui dotati possono agire reciprocamente per attuare scopi « straordinari » (17). La « massa », in sostanza, per Michels, è la materia prima con la quale le minoranze creatrici forgiano eventi storici straordinari. Individui dotati e minoranze creatrici hanno bisogno di masse ricettive per attuare i propri fini ( 18 ). Tutte queste erano idee sindacaliste, derivate in gran parte dalle opere di Georges Sorel e dei sindacalisti francesi, riprese ed elaborate dai sindacalisti italiani intellettualmente più aggressivi. I sindacalisti italiani si consideravano « marxisti rivoluzionari », animati da un marxismo più dinamico, moderno ed « idealista » di quello « ortodosso ». Essi rifiutavano recisamente il concetto secondo cui la coscienza rivoluzionaria di classe ed il successo rivoluzionario dovevano sostanzialmente ritenersi prodotti automatici del progresso economico (19). Sostenevano che i « fattori morali »,gli « ideali » collettivi e individuali, la « volontà » e il « sentimento » avevano la funzione di variabili critiche nei processi che governano lo sviluppo umano (20). Inoltre, sostenevano anche che le « masse » sono per natura « passive » finché non sono possedute da una « grande visione » o da un « ideale storico » formulato e divulgato da una « minoranza d'avanguardia » (21), Le azioni reciproche tra « aristocrazia rivoluzionaria » e « masse » sono governate dalle « leggi » della vita collettiva, o di « folla ». Nel 1903, A.O. Olivetti, uno dei principali teorici sindacalisti, scrisse un saggio, « Il problema della folla », nel quale trattava specificamente tali caratteristiche psicologiche della « massa » (22). L'anno precedente, Paolo Orano, altro intellettuale sindacalista, aveva pubblicato “la Psicologia sociale”, dedicato allo stesso argomento (23). In questo ambiente intellettuale Michels formulò le sue idee relative ai rapporti tra variabili economiche e psicologiche e quelle sui rapporti tra la « massa » e i dirigenti rivoluzionari. Già nel 1903 era chiaro che il marxismo di Michels era un marxismo di tipo particolare. Era più « idealista » che « materialista », nel senso che Michels era disposto ad attribuire maggior importanza storica alle variabili psicologiche, intellettuali e morali di quanto non fosse nella tradizione dell'« ortodossia » marxista (24). Inoltre, il marxismo di Michels era più « individualistico », nel senso che considerava gli individui straordinari un fattore critico per lo sviluppo storico. E' chiaro che, pur essendo convinto che le tendenze economiche e storiche preparino la sotto-struttura del cambiamento sociale, Michels riteneva i fattori ideali e la « volontà » individuale, l'« impegno » e l'« ispirazione », determinanti causali fondamentali nella complessa sequenza degli avvenimenti storici, economici e politici (25). Per Michels, la « massa » costituiva il fondamento necessario, ma non sufficiente, per il rinnovamento sociale. La « massa » restava « incapace » e « passiva », senza l'intervento di dirigenti « straordinari » animati da « grandi idee ». In questo senso Michels non soltanto fu un sindacalista, ma diede espressione organica anche a quell'insieme di idee che si ritrovano sparse negli scritti del giovane Mussolini (di sette anni più giovane di lui). Proprio in questi anni, o precisamente tra il 1905 e il 1909, Mussolini fece propri i punti di vista sindacalisti. Tutte le idee che distinguevano i sindacalisti dai marxisti più « ortodossi », tutte le idee che Michels aveva fatto proprie, si trovano negli scritti del giovane Benito Mussolini (26). Le affermazioni di Mussolini sul fatto che il compito degli intellettuali socialisti dovesse essere quello di innalzare la « torpida coscienza delle masse operaie » agli ideali della rivoluzione, i suoi appelli ad un'« aristocrazia d'avanguardia » impegnata, la sua ammissione del fatto che le masse sono mosse dal sentimento, dalle idee e dal fine morale, lo pongono nel filone del sindacalismo in sintonia con l'opera teorica di Roberto Michels (27). Il fatto che Mussolini conoscesse direttamente o no gli scritti di Michels prima del 1909 ha scarsa importanza. La gran parte delle idee di Michels erano in parte riflessioni e in parte elaborazioni di quelle convinzioni sindacaliste da lui condivise con numerosi intellettuali italiani. Mussolini e Michels appartenevano alla medesima scuola intellettuale ed ideologica. La scoperta del fatto che Mussolini e Michels condividevano le stesse convinzioni sindacaliste, non soltanto è fondamentale per comprendere il contributo portato da Michels all'ideologia fascista, ma ci aiuta anche a valutare nella giusta misura la forza degli argomenti contenuti in “Zur Soziologie des Parteiwesens” di Michels.

Michels e la democrazia parlamentare.

Poiché, in generale, Michels non è stato considerato un sindacalista, non si è riusciti neanche a capire la principale forza politica dei suoi argomenti. L'autore di “Zur Soziologie des Parteiwesens” viene, ad esempio, definito talvolta un « democratico deluso », uno che non gradiva l'organizzazione perchè questa limita le vere possibilità democratiche. Talvolta è stato definito un «ademocratico », una persona, cioè, che mostrava un interesse strettamente ed esclusivamente scientifico riguardo alle reali possibilità della democrazia parlamentare. Sta di fatto, invece,che Michels aveva in comune con i sindacalisti italiani un atteggia mento profondamente antiparlamentare. Michels ha sempre ritenuto la democrazia parlamentare pervasa dal « culto dell'incompetenza » ( 28 ). Già nel 1903, ad esempio, sosteneva che la « massa » popolare poteva essere soltanto un elemento « passivo » nel cambiamento sociale (29) . Nel 1909 ribadì lo stesso concetto: la maggior parte degli uomini o resta passiva di fronte alle questioni politiche, oppure si dimostra incompetente nel tentativo di risolverle (30). Prendendo questa posizione, Michels riaffermava le idee sindacaliste di allora, già espresse con molta chiarezza e semplicità da Arturo Labriola: « La democrazia manca di presa sul processo specifico della vita sociale. La sua caratteristica è l'incompetenza ». Oltre a ciò, Labriola, come Michels, sosteneva che le deficienze personali dell'uomo medio, e cioè la corruzione, i pregiudizi, gli interessi particolari e settoriali, la preoccupazione del vantaggio personale, impedivano la possibilità che la democrazia rappresentativa potesse portare gli ampi mutamenti sociali anticipati dai rivoluzionari europei (31). La massima parte di queste idee derivavano dagli scritti di George Sorel, il quale aveva parlato con sdegno di « palude democratica », di « masse inerti », di « politicanti senili »...(32). Sorel pensava che la rivoluzione fosse una funzione dell'intervento di una minoranza rigorosamente selezionata, capace di accendere l'entusiasmo e l'impegno delle « masse » (33). Ancora una volta, ritroviamo queste stesse concezioni rivoluzionarie negli scritti del giovane Mussolini (34). Mussolini, Sorel e Michels avevano in comune queste idee. Circa nello stesso periodo, Mussolini scrisse una recensione favorevole alla monografia di Michels sulla « Cooperazione » e una lunga, incisiva e laudatoria recensione del saggio di Sorel sulla violenza rivoluzionaria (35). Il classico “Zur Soziologie des Parteiwesens” era quindi un'esposizione delle idee sindacaliste. In quanto tale, il libro non mostra delusione nei confronti della democrazia parlamentare, ma è piuttosto pervaso dalla convinzione che la democrazia parlamentare e rappresentativa sia « servile, corrotta, borghese e reazionaria ». Ciò non perchè le organizzazioni siano di per sé corrotte e reazionarie, ma perchè le « masse » sono per natura predisposte a scimmiottare i modi e gli atteggiamenti politici della borghesia corrotta e reazionaria (36). E dal momento che la massima parte dei dirigenti politici sono borghesi, era chiaro per Michels che le tendenze gerarchiche ed oligarchiche insite nell'organizzazione favoriscono il comportamento ambiguo, corrotto e reazionario caratteristico delle masse. La predisposizione naturale dell'uomo medio è, secondo Michels, quella di restare inerte, mimetico, reazionario. Soltanto dirigenti selezionati, dotati di slancio rivoluzionario, impegnati in un « principio » ed in una « teoria comprensiva » sono capaci di favorire il fine rivoluzionario, mobilitando le masse altrimenti indifferenti e incompetenti (37). Michels concludeva la sua opera principale affermando che « l'immaturità obiettiva della massa non è, come abbiamo visto, un fenomeno transitorio, eliminabile col progresso della democratizzazione au lendemain du socialisme. Essa è invece insita nella natura stessa della massa in quanto tale, che è amorfa e bisognosa di una divisione del lavoro, di specializzazione e di direzione e che, anche se organizzata, è incapace di risolvere tutti i problemi che la affliggono... Già l'individuo di norma è destinato dalla natura a essere guidato e lo sarà sempre più, poiché le funzioni della vita moderna si dividono e si suddividono senza posa. Il gruppo, che consiste di singoli individui, sente in misura incomparabilmente maggiore il bisogno di essere guidato » ( 38 ). E' chiaro che per Michels la « guida » richiesta dalle masse, se tale guida deve servire a scopi rivoluzionari, può essere data soltanto da intellettuali borghesi declassati, esperti di « scienza » rivoluzionaria e dotati di scrupoli teorici e morali intransigenti. Michels sosteneva, ad esempio, che « la teoria socialista è scaturita dagli elaborati di filosofi, economisti, sociologi e storici. Non c'è una sola parola nei programmi socialisti dei diversi Paesi alla quale non abbia lavorato tutta una schiera di studiosi. I progenitori del socialismo moderno, tranne poche eccezioni, sono stati soprattutto degli studiosi... Fu soltanto tramite la scienza, associatasi alla classe operaia, che il movimento proletario divenne un movimento socialista e, da ribellione istintiva, incosciente, priva di mete, si mutò in aspirazione cosciente, relativamente chiara e ben definita »(39). Michels deplorava l'organizzazione, non perchè rende impossibile la democrazia rappresentativa, ma perchè è occasione di corruzione e di allontanamento dalla teoria rivoluzionaria. A più riprese, ad esempio, Michels accenna al fatto che i dirigenti delle organizzazioni socialiste si mostravano sensibili a ciò che ritenevano che fossero la « volontà », gli interessi particolari e le esigenze immediate di benessere degli eterogenei componenti delle organizzazioni stesse (40). Michels non approvava questa sensibilità, perchè così facendo i capi del socialismo, in cerca di appoggi « popolari » ed elettorali, sacrificavano « l'unità e la purezza dei fini del movimento... » (41). In tale situazione, « col crescere dell'organizzazione, la lotta per i grandi ideali diviene impossibile » (42). Gli attacchi di Michels non erano provocati dal fatto che le organizzazioni, ed i dirigenti che ne occupavano le cariche di responsabilità, non fossero sensibili alla « volontà popolare », ma dal fatto che l'organizzazione favoriva la passività, l'incompetenza, il conservatorismo e la corruzione morale. I « demagoghi » vi abbondano e divengono « adulatori della volontà popolare e invece di elevare la massa, le si prosternano di fronte... »(43). Privo di scopi rivoluzionari e ideali, il « partito » diviene semplice « organizzazione » fine a se stessa (44). Michels non criticava l'organizzazione in quanto tale. Per Michels, l'organizzazione è il mezzo più efficace per raggiungere i fini collettivi (45). Inoltre, è chiaro che l'incapacità dei dirigenti a « rappresentare » la volontà degli iscritti non dava, di per sé, fastidio a Michels. Michels ammetteva che le masse hanno bisogno di essere guidate. Esse sono, secondo lui, diffidenti, incapaci, incompetenti e mosse da interessi personali e limitati. Sono, in Sostanza, afflitte da un « bisogno atavico… di essere guidate da qualcuno…» (46). Michels era convinto della esistenza di caratteristiche pregiudiziali « comuni a tutto il genere umano » che rendono inevitabile il governo della minoranza. Non soltanto, senza guida, le « masse » sono incompetenti, indifferenti ed inerti, ma « nelle masse vi è proprio un profondo impulso a venerare chi sta in alto » (47). Egli riteneva le « masse » « suggestionabili », particolarmente sensibili alle « fantasie politiche » ai « miti », ai « fini ideali ». Questi miti di mobilitazione possono andare dalle infime ipocrisie alle mete più elevate e responsabili ( 48 ). In generale, i requisiti tecnici dell'organizzazione, e cioè la necessaria divisione del lavoro, la necessità di una lunga permanenza in carica, l'esigenza di particolari competenze, rendono quasi inevitabile il dominio delle aristocrazie. Il desiderio dei dirigenti di rimanere in posizioni di autorità e di privilegio, unito allo scontro tra dirigenti in carica nelle organizzazioni e aspiranti dirigenti, tende a produrre dirigenti « demagogici », « accomodanti » e « conservatori ». La natura stessa dell'organizzazione, la predisposizione dei dirigenti in carica, o aspiranti, a far leva sugli interessi immediati degli iscritti, riducono gli ideali rivoluzionari al livello dei minimi denominatori comuni. Il fatto è che la concezione sindacalista di Michels dell'aristocrazia rivoluzionaria ideale e del suo conseguente governo si accentrava in un concetto di governo da parte di un'« aristocrazia » la quale, oltre a possedere la volontà rivoluzionaria, possedesse anche le capacità tecniche richieste dalla complessità della vita moderna. Michels riconosceva che dirigenti simili sono rari e che riescono ad arrivare al comando soltanto nelle circostanze più insolite. Di conseguenza, era disposto ad ammettere che in circostanze ordinarie, la democrazia parlamentare, nonostante le sue deficienze intrinseche, possa rappresentare il più delle volte e nella maggior parte dei casi, il minore dei mali (49). Soltanto con la comparsa di un vero capo, di un « duce » capace di infondere nelle masse l'entusiasmo per una « grande missione », di un « eroe » dotato della incrollabile certezza del proprio destino, Michels avrebbe potuto preferirle la « guida carismatica » e il « partito d'élite » (50). Egli ammetteva che tale scelta non era scevra di pericoli ma era anche una scelta gravida di grandi promesse e della possibilità di guidare un popolo attraverso un periodo rivoluzionario, sotto l'egida di una « teoria comprensiva » e di un « fine ideale ». La visione di Michels aveva, quindi, un carattere soreliano. Egli auspicava un mondo in cui le masse popolari potessero essere resuscitate a una vita più intensa e maggiormente impegnata. In questo senso, Míchels restò sempre fedele al sindacalismo della sua gioventù. E proprio in questo senso, Michels riconobbe in Mussolini il « duce » carismatico da lui anticipato in gioventù. E Mussolini riconobbe in Michels il teorico del « governo di consenso carismatico » elitistico (51). Il passaggio di Michels dal sindacalismo rivoluzionario al Fascismo seguì un itinerario che può oggi essere ricostruito con una certa chiarezza. Michels partì dalla valutazione critica delle insufficienze del marxismo ortodosso del suo tempo. Il suo sindacalismo fu il lievito di ciò che era destinato a diventare il suo Fascismo.

Michels e la critica al marxismo.

Il passaggio di Michels dal sindacalismo rivoluzionario al Fascismo fu in gran parte favorito dalla sua critica al marxismo teorico, cioè al fondamento razionale « scientifico » del movimento moderno della classe operaia. Persino nei suoi primissimi scritti Michels mostrò numerose riserve critiche sulle pretese scientifiche del marxismo ortodosso del suo tempo. In una delle sue prime opere, ad esempio, Michels espresse la convinzione che la sostanza del potenziale rivoluzionario del socialismo si trovasse non nelle sue pretese scientifiche, ma nelle sue convinzioni etiche (52). Egli fu, cioè, fin dall'inizio del suo impegno nel socialismo rivoluzionario, un intransigente « etico » e « idealista ». Per tutta la vita, egli rimase convinto del fatto che un movimento rivoluzionario, per quanto « scientifico » non deve trascurare gli imperativi morali che inducono gli uomini all'azione politica (53). Ciò che questo significava per l'analisi della dinamica sociale è chiaramente espresso nell'opera di Michels. Come abbiamo detto, anche nel suo “Il proletariato e la borghesia” egli sostenne che l'organizzazione del proletariato rivoluzionario richiede l'intervento di rappresentanti, eticamente motivati e intellettualmente dotati, della borghesia, che fungano da dirigenti del movimento della classe operaia. Soltanto costoro possono rendere efficiente il movimento. In sostanza, egli sosteneva che il mutamento sociale richiede che gli uomini, in particolari situazioni, scelgano un corso di azione rivoluzionaria. L'adozione dell'azione rivoluzionaria, a sua volta, può essere motivata immediatamente soltanto da un impulso etico e ideale (54). Per Michels, era chiaro che, quale che possa essere la causa remota, o ultima, dell'azione individuale o collettiva, il sentimento etico e morale ne costituisce la causa immediata. Michels, come Pareto, attaccò quelle che entrambi consideravano la eccessiva « linearità » e le pretese monofattoriali del marxismo ortodosso. Ne “I sistemi socialisti”, pubblicato nel 1902, Pareto si era opposto al marxismo « scientifico », sostenendo che ben difficilmente ci si può aspettare che i soli fattori economici possano spiegare adeguatamente i comportamenti sociali e politici umani. Pareto parlava di « interdipendenza » e « compenetrazione » di fattori, dei quali le variabili economiche sono uno soltanto (55). Secondo Pareto e Michels, invece, i marxisti sostenevano che l'economia, « in ultima analisi » è, in senso vero ed esclusivo, il determinante ultimo dello sviluppo storico e dei mutamenti sociali. Pareto, come Michels, era d'accordo sul fatto che i fattori economici siano di importanza critica per la comprensione degli avvenimenti storici, sociali e politici, ma entrambi negavano che possa esserci alcun senso scientifico nel sostenere che, in qualche oscura « ultima analisi », i fattori economici siano i determinanti ultimi di tali avvenimenti (56). Michels sosteneva che Engels, quando, qualche anno dopo la morte di Marx, modificò la « concezione materialista della storia » in maniera tale da permettere l'esistenza nella storia di « innumerevoli tendenze dinamiche, che si intersecano reciprocamente, un'infinita serie di parallelogrammi di forze dai quali scaturisce l'avvenimento storico » (57), negò, in sostanza, l'importanza « ultima » delle variabili economiche nello sviluppo storico. Le variabili economiche erano soltanto un insieme tra un numero indeterminato di altre variabili causali. Nella sua analisi della rivoluzione, Michels proseguì sostenendo (e lo sostenne per tutta la sua vita) che le circostanze economiche forniscono le precondizioni degli importanti mutamenti sociali, ma che un numero imprecisato di altri fattori contribuisse al successo del risultato. Michels affermava che « l'uomo non è un calcolatore economico. La sua vita è una continua lotta tra necessità economiche, stato sociale al quale appartiene ed una sfera tradizionale di interessi e doveri da una parte e, dall'altra parte impulsi che sono, per così dire, al di sopra e al di là della sua posizione materiale e sociale e che possono suscitare nel suo cuore passioni che possono distrarlo dal suo percorso economico e dare alla sua attività un'altra direzione, talvolta anche di natura utopistica » ( 58 ). Sta di fatto che gran parte della successiva opera di Michels costituì un tentativo di individuazione, isolamento e analisi di quei fattori, trascurati dai marxisti ortodossi, che influenzano il risultato 'egli eventi rivoluzionari. Le sue opere maggiori, e cioè “Zur Soziologie des Parteiwesens” e “Psycbologie der antikapitalistischen Massenbewegungen”, sono lunghe analisi dei fattori che influenzano l'origine, la crescita e l'efficienza politica del movimento rivoluzionario europeo della classe operaia. Come abbiamo visto, Michels era convinto che la maggioranza degli uomini sia funzionalmente incapace di organizzare e dirigere le proprie attività politiche ed abbia la predisposizione naturale a cercare una guida. Trovatala, è disposta ad adulare i propri capi ed a soggiacere alla loro influenza suggestiva, talvolta addirittura ipnotica. In sostanza, l'incompetenza collettiva delle «masse » ha bisogno di organizzazione se si vuol giungere a qualche cambiamento rivoluzionario. Ma siccome l'organizzazione ha bisogno di funzionari di capacità non comuni e di competenza particolare, ogni organizzazione comporta una gerarchia. E poiché le qualità di dirigenti ed organizzatori sono rarissime, ogni gerarchia diviene, in sostanza, una oligarchia. Infine, poiché ciascuna organizzazione per ottenere il massimo successo, deve essere pervasa da un sentimento missionario, trasmesso per mimetismo o per suggestione, e deve avere un simbolo e un mito, l'oligarchia, per essere efficiente al massimo, deve avere un tribuno, un « capo » che parli in un linguaggio « mitico » al quale siano sensi-bili le masse organizzate (59). Perciò, Michels non soltanto modificava notevolmente l'interpretazione marxista ortodossa della storia, ma sosteneva anche che il marxismo ortodosso non aveva né una chiara concezione della psicologia delle masse né una vera comprensione dei principi fondamentali dell'organizzazione rivoluzionaria. Michels sosteneva che i marxisti del suo tempo non riuscivano a capire che l'impulso immediato all'azione si origina tra gli uomini in un sentimento etico o ideale, senza il quale l'uomo ricade in una sorta di torpore apolitico (60). I marxisti ortodossi, sosteneva, hanno commesso l'errore di tentare di eliminare l'influenza delle considerazioni etiche tra gli uomini pretendendo di rendere il loro socialismo esclusivamente « scientifico ». L'Ethik und materialistische Geschichtsauffassung di Karl Kautsky, ad esempio, è riuscita a far dell'etica e del sentimento morale sottoprodotti, epifenomeni, dei fattori economici ed ha perciò limitato la loro efficacia come forza di mobilitazione di massa. Tanto per fare un altro esempio, Vladimir Ilich Lenin, da giovane, quando era ancora un marxista ortodosso, sosteneva che il marxismo « non contiene un briciolo di etica dal principio alla fine » (61). Michels sosteneva che il leggere nella storia un determinismo amorale voleva dire, in sostanza, spogliare gli agenti umani della volontà di azione e che l'intero concetto di determinismo economico era non soltanto scientificamente insufficiente, ma anche controproducente per le aspirazioni rivoluzionarie che, in origine, era destinato a servire (62). Le masse, senza lo spirito fornito da un ideale missionario, soccomberebbero alla influenza dei loro interessi più immediati, settoriali e vili. I capi, nella impossibilità di infondere energia alle masse con ideali trascinatori, ricadrebbero essi stessi al livello dell'insensibilità, del settorialismo e della amoralità delle masse. Le organizzazioni rivoluzionarie cadrebbero sempre più nel compromesso e diventerebbero sempre più « conservatrici », al servizio di qualsiasi interesse materiale e particolare che permetta alla burocrazia dell'organizzazione di continuare a vivere e a mantenersi in carica. Michels concepì il proprio sindacalismo rivoluzionario come un'aggiunta scientifica alla teoria marxista e, insieme, come un correttivo del sistema organizzativo marxista. Come molti dei principali sindacalisti del periodo precedente la prima guerra mondiale, Michels sosteneva che il marxismo ortodosso non aveva sviluppato una valida teoria della psicologia individuale e collettiva (63). L'assenza di tale teoria non soltanto costituiva un difetto teorico, ma lasciava anche il movimento rivoluzionario privo di indirizzo riguardo alla mobilitazione ed all'organizzazione di massa. Michels sosteneva che il marxismo classico era incapace di render conto dei comportamenti umani individuali e collettivi e che qualsiasi teoria insufficiente al proposito non poteva essere considerata valida a fini esplicativi e di previsione, né poteva servire come guida per rivoluzionari impegnati nell'organizzazione rivoluzionaria di un gran numero di individui. Il giudizio di Michels, come quello dei sindacalisti del suo tempo, era influenzato dalle opere di scrittori della statura di un Gabriel Tarde, di un Gustavo Le Bon, di uno Scipio Sighele ed anche di un Vilfredo Pareto. Tutti avevano sostenuto che gli uomini possono essere messi in moto soltanto da richiami a interessi « ideali », ben diversi da quelli puramente materiali. I sindacalisti, e Michels con loro, sostenevano inoltre che qualsiasi perseguimento di interessi puramente materiali porta necessariamente alla divisione. Il proletariato delle fabbriche di materiale bellico cerca di difendere il suo posto di lavoro e il suo tenore di vita; quello occupato nelle industrie non belliche vuole una riduzione delle spese statali negli armamenti; quello delle filande chiede la protezione doganale contro la libera concorrenza; quello impiegato nella esportazione chiede una riduzione tariffaria per tentare di limitare le possibilità di rappresaglia da parte dei colleghi stranieri. D'altro canto, una « grande missione », un impegno in una « impresa eroica », creano quei legami sentimentali che sicuramente tengono unito insieme un gruppo di Uomini per un fine comune. La lotta in comune, ispirata da una visione collettiva di un probabile futuro, e l'impegno in un comune sistema fideistico possono unire un gruppo di uomini delle più disparate provenienze. « Sentimento », « ideali » e « fede » devono essere intesi come componenti critiche di qualsiasi tentativo di comprensione della società, della politica, della rivoluzione e delle loro reciproche interazioni. Inoltre, l'organizzazione e la tattica rivoluzionaria richiedono una chiara comprensione del fatto che gli uomini possono venire indotti alla lotta politica in comune mediante sentimenti e ideali sentiti collettivamente. Per tutto il corso della sua attività intellettuale, Michels continuò sempre a sostenere sostanzialmente queste stesse tesi. Già nel 1903 Michels difendeva gli argomenti sindacalisti contro i riformisti della socialdemocrazia tedesca; e molto tempo dopo la sua adesione al Fascismo, in Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegungen, difese ancora con vigore la teoria sindacalista. In fondo, tutto ciò non ci deve meravigliare. Mussolini, contemporaneo di Michels, seguì sostanzialmente la stessa traiettoria spirituale, introdusse nel Fascismo le stesse idee e continuò a difenderle per tutto il resto della sua vita. Fin dal 1905, come abbiamo visto, Mussolini accettò integralmente la corrente di idee legata al sindacalismo, francese ed italiano. Come Michels, Mussolini considerava il sindacalismo una variante che avrebbe potuto salvare il marxismo ortodosso del suo tempo. Insieme a Sorel e Michels, Mussolini deplorava la tendenza, da parte dei teorici del Partito, a scorgere una specie di fatalistica automaticità nei processi rivoluzionari da loro previsti (64). Mussolini sosteneva che il processo della rivoluzione non può essere governato da semplici « formule ». L'impegno per la rivoluzione, in sostanza, viene richiesto non in base alla « scienza », ma in base alla « realtà morale del socialismo » (65). Mussolini, di conseguenza, considerava se stesso un rivoluzionario « romantico » ed un « sentimentalista », perché sosteneva che « la psicologia ha dimostrato che i sentimenti sono motivi dinamici delle azioni umane (66). Stando così le cose, affermava, il successo delle idee socialiste poteva essere garantito soltanto se i dirigenti socialisti fossero riusciti a influire efficacemente sulla « torpida coscienza delle masse operaie, trasformando in loro un irrefrenabile sentimento rivoluzionario ». Nel 1908, Mussolini individuò il potenziale rivoluzionario nella disponibilità di una « aristocrazia proletaria » in possesso di un valido insieme di idee politiche di mobilitazione di massa: di una concezione della mobilitazione rivoluzionaria, cioè, da lui apertamente identificata con le idee di Vilfredo Pareto. Pareto, ne “I sistemi socialisti”, aveva affermato che la rivoluzione è funzione della esistenza di una nuova aristocrazia in possesso di una « fede » di mobilitazione di massa. La storia, in sostanza, per Pareto non è « nulla di più di una successione di aristocrazie di questo tipo» (67). Mussolini, come Michels, si era richiamato non soltanto a Pareto, ma anche alle opere di Gustavo Le Bon ( 68 ), e tentava di ampliare il marxismo ortodosso con idee tratte dalla psicologia sociale e dalla sociologia del suo tempo. Come Michels, anche Mussolini aveva poca fiducia nel fatto che le manovre parlamentari e la ricerca di voti potessero favorire il processo rivoluzionario. Nella recensione del “Sozialismus und soziale bewegung im neunzehnten Jahrhundert” di Werner Sombart, Mussolini individua il compito della « vigile avanguardia » del proletariato nella « preparazione della coscienza » delle masse. L'aristocrazia d'avanguardia, gli « uomini nuovi » del ventesimo secolo, dovevano favorire gli interessi reali, e non quelli immediati, delle masse rivoluzionarie. Soltanto in questa maniera all'energia primordiale del numero, della quantità, poteva esser data forma di forza rivoluzionaria qualitativamente notevole. Le masse avevano bisogno di un « mito » animatore, di una « fede » missionaria. « ...l'umanità », affermava Mussolini, « ha bisogno di un credo. E' la fede che muove le montagne... (69). Propagandata sulla base della realtà economica e politica esistente, la fede cattura il sentimento di larghi settori della massa rivoluzionaria. La massa deve trovare militanti apostoli ed evangelisti che la guidino (70). Una simile aristocrazia d'avanguardia potrebbe riuscire efficacemente a inquadrare e organizzare le scarse energie di individui isolati in una forza collettiva integrata, unita attorno a « stimoli morali » e fondata su una sentita solidarietà di interessi. Mussolini definì « una nuova concezione socialista che è profondamente aristocratica » (71) una simile concezione dei necessari presupposti organizzativi, morali e di mobilitazione di massa per una riuscita tattica rivoluzionaria. Queste idee a proposito della funzione delle aristocrazie, della mobilitazione di massa e dell'organizzazione di massa, che Mussolini in parte condivise con Michels ed in parte apprese da lui, rimasero costanti per tutta la sua vita. Nel 1932, ad esempio, Mussolini, allora « Duce » d'Italia, ribadì queste stesse idee nelle sue conversazioni con Emil Ludwig (72) . Disse che le masse sono una sorgente di energia primordiale, cui deve necessariamente essere data forma di forza rivoluzionaria mediante l'uso del mito e cui deve essere data una coreografia mediante l'uso della musica, dei simboli, delle uniformi. Tutte le tecniche, cioè, cui oggi fanno regolarmente ricorso tutti i movimenti rivoluzionari di mobilitazione di massa diretti da capi « carismatici », perfettamente definiti nella « Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegungen », furono perciò riassunte da Mussolini con estrema semplicità e chiarezza. La critica del primo decennio del secolo al marxismo ortodosso, articolata da Michels ed evidenziata dagli scritti di Mussolini, è maturata oggi nelle tecniche standard dei rivoluzionari di « sinistra » e di « destra ». L'immediato ricorso alla « grande missione anti-ímperialista ed anti-capitalista », l'uso di bandiere, parole d'ordine e discorsi simbolici, la diffusione di « stimoli morali » mediante motti e catechismi politici, la diffusione delle uniformi e dei modelli militari, tutto richiama alla mente, prepotentemente, i suggerimenti tattici di Michels e ricalca i sistemi di mobilitazione del Fascismo di Mussolini. Questi suggerimenti e questi sistemi scaturirono dalla critica sindacalista di Michels al marxismo classico. Fu Michels, in quanto ideologo fascista, a fornire il fondamento razionale proprio per tali usi, tali insegnamenti, tali sistemi. Mentre i rivoluzionari attuali sono spesso restii ad ammettere, in sostanza, ciò che fanno in pratica, Michels tentò una difesa esplicita di ciò che era la pratica corrente del Fascismo. Oltre a ciò, la critica di Michels al marxismo del suo tempo caratterizzò la prima fase di un progressivo sviluppo ideologico che doveva concludersi col riconoscimento dell'importanza del sentimento e del « mito » per la mobilitazione e l'organizzazione delle masse rivoluzionarie. La sua analisi, così come quella di Mussolini, si volse alla fine a componenti mitiche alternative, cioè a sentimenti che non fossero quelli di classe e che potessero essere usati per tentare di riunire e organizzare le energie rivoluzionarie necessarie per un vasto cambiamento sociale. Prestissimo nella sua attività intellettuale, in un processo notevolmente simile a quello delle idee politiche di Mussolini, Michels individuò nel nazionalismo uno dei più potenti sentimenti che avrebbero potuto animare le masse nel ventesimo secolo. Di conseguenza, le originarie convinzioni marxiste sue e di Mussolini subirono una ulteriore modificazione e produssero alla fine, il sistema di idee del Fascismo.

Michels e il nazionalismo

Se la natura dell'organizzazione e la funzione critica dei dirigenti costituirono il nocciolo della discussione di Michels nelle sue opere principali, egli continuò tuttavia, a preoccuparsi della natura e della funzione del nazionalismo in quanto sentimento di mobilitazione, per tutta la sua vita. Già dal 1903 Michels tentò un'analisi del nazionalismo e del sentimento nazionale che li rendesse compatibili con l'internazionalismo da cui era pervaso il sindacalismo del suo tempo (73). Michels comprese che gli uomini sono disposti ad organizzarsi in comunità di dimensioni limitate, a identificarsi con altri uomini con cui hanno interessi geografici, culturali, economici e sentimentali comuni. Comprese, insieme a Pareto, che gli uomini sono mossi da impulsi di gruppo, che i gruppi umani tendono ad organizzarsi in comunità autonome e che la natura e le dimensioni di queste comunità sono determinate da circostanze storiche e sociali. Una delle comunità in cui gli uomini sono, in sostanza, organizzati, è la Nazione-Stato storica. Una delle forme in cui, in tali circostanze, si manifestano le predisposizioni di gruppo è il sentimento nazionale esclusivo e xenocentrico. Michels riconobbe l'intensità che avrebbe potuto assumere ai suoi giorni questo sentimento, e cercò il modo in cui avrebbe potuto essere integrato con l'« internazionalismo » da cui erano animati i rivoluzionari marxisti. Dal momento che la fedeltà nazionale rappresenta un sentimento tanto potente, Michels sostenne che un effettivo internazionalismo avrebbe dovuto trovare un punto di incontro col sentimento nazionale, se non voleva fallire totalmente nella sua impresa. Già dal 1903, dunque, Michels riconobbe il carattere di mobilitazione del nazionalismo e del sentimento nazionale. Li considerava forze che dovevano essere riconosciute e con le quali occorreva trattare, se si voleva che l'internazionalismo costituisse una valida possibilità per il futuro. A quell'epoca e a questo proposito, Michels aveva le stesse idee di Mussolini circa i rapporti tra sentimento nazionale e internazionale teorico. Già nel 1905, Mussolini aveva parlato, senza alcun imbarazzo, dei propri sentimenti nazionali. In quell'anno, in una lettera al capitano Achille Simonetti, Mussolini si esprimeva, con orgoglio, a proposito degli eroi italiani che avevano « con il loro sangue, cementato l'unità della Patria »; e proseguiva sostenendo che gli italiani dovevano essere pronti a difendere la loro terra contro chiunque tentasse di ridurre, nuovamente, l'Italia a una « espressione geografica » (74). Sta di fatto che Mussolini riconobbe ben presto che gli uomini sono mossi all'azione non soltanto da fattori economici, ma anche da « sentimenti morali » che scaturiscono da un senso di comunità che deriva dal « sangue, dalla geografia... e dagli interessi intellettuali... » (75). Più tardi, quando era nel Trentino, Mussolini fu costretto a tentare di fondere le sue idee circa il sentimento nazionale con quelle internazionaliste e la soluzione da lui trovata fu simile a quelle che si ritrovano nelle prime opere di Michels. Mussolini parlava di dar vita ad un nuovo « spirito nazionale » italiano adeguato alle esigenze di una nuova epoca (76). Parlava di un sentimento nazionale italiano che avrebbe dovuto essere « racchiuso » in un « grandioso sogno di fratellanza » internazionalista (77). Auspicava, all'interno di questo internazionalismo, il mantenimento della « integrità ideale della Nazione », riconoscendone « i diritti storici e morali... »( 78 ). Perciò, pur avendo intenzioni internazionaliste, sia Michels sia Mussolini, quando erano ancora marxisti convinti, sostenevano che l'internazionalismo, per essere valido, deve dare una collocazione anche al naturale sentimento di gruppo che trova —espressione nel nazionalismo. Queste idee erano fondate sul riconoscimento del fatto che gli uomini hanno la naturale tendenza ad organizzarsi in comunità selezionate di individui che hanno in comune caratteristiche storiche e culturali. Quando nel 1909 Mussolini recensì, ad esempio, il saggio di Michels sulla Cooperazione, accennò specificamente alla generale predisposizione degli uomini a identificarsi con una comunità di dimensioni ridotte, ad avere in comune con questa comunità i sentimenti di appartenenza, e a dimostrare diffidenza nei confronti degli estranei al gruppo o degli appartenenti a gruppi estranei (79). E' chiaro che la predisposizione di gruppo cui fanno riferimento sia Michels, sia Mussolini, è una predisposizione generale. I gruppi nei quali gli individui tendono ad organizzarsi possono essere gruppi naturali, cioè familiari, tribali, nazionali, oppure gruppi messi insieme da interessi economici e materiali immediati. In tutti e due i casi, i gruppi sono animati da sentimenti di gruppo, dall'affetto verso gli altri appartenenti al gruppo stesso e dalla diffidenza verso gli estranei, dalla disposizione a sacrificarsi per la comunità, dall'impegno verso la disciplina interna e l'unità del gruppo. Michels si occupò in più occasioni della qualità di gruppo degli uomini e appare abbastanza chiaro che egli era pronto a considerare la predisposizione degli uomini a organizzarsi in comunità autosufficienti ed esclusive di mutuo aiuto, un « residuo », cioè una inclinazione naturale comune a tutti gli esseri umani (80). Michels usò il concetto di « residuo » quasi nello stesso senso in cui lo aveva usato Pareto. Un « residuo » è una tendenza, o una predisposizione, a comportarsi in un certo modo. Gli esseri umani, secondo Pareto, hanno molte di queste predisposizioni e, tra le altre, le predisposizioni di gruppo di cui fanno parte quelle che trovano aperta espressione nella solidarietà e nella cooperazione. E' chiaro che Michels considerava l'amicizia e la cooperazione all'interno del gruppo e l'ostilità e la diffusione verso l'esterno espressione di predisposizioni umane collettive. Queste predisposizioni possono manifestarsi in varia maniera: come affetti familiari, come sentimenti religiosi o di classe, come coscienza nazionale. Mentre è evidente che la coscienza di classe era per Michels (come lo era per Mussolini) una preoccupazione fondamentale, è altrettanto evidente che alla fine anche la coscienza nazionale venne ad assumere per lui non minore importanza. Nell'introduzione a Zur Soziologie des Parteiwesens, Michels dice che il « principio di nazionalità » è di « innegabile » importanza per capire la nostra epoca e che i problemi riguardanti la nazionalità sono sempre stati « insiti » nella psicologia umana (81). Nel suo saggio sull'Imperialismo italiano, Michels rammentava ai suoi lettori di essersi occupato dei problemi della « patria » e della « nazionalità » per « molti anni » (82). In sostanza, le stesse qualità umane che favoriscono la coscienza di classe tra il proletariato, producono fra gli appartenenti a una comunità nazionale una coscienza nazionale che trova espressione nel nazionalismo. Nel 1914 Michels era giunto ad affermare che il sentimento nazionale rappresentava un determinante indipendente nel complesso di fattori che influenzano il comportamento politico dell'uomo (83). Alla fine, Michels (come Mussolini) giunse a sostenere che non si riesce ad ottenere la soluzione dei moderni problemi sociali se si trascura il potente sentimento di nazionalità. Sosteneva che le popolazioni moderne, per quanto possano essere mosse da sentimenti e solidarietà di classe, rispondono anche a sentimenti e coscienza nazionali (84). In sostanza, in determinate condizioni le masse, indotte da opportuni richiami politici, ed in risposta a suggestioni collettive, rendono il sentimento nazionale il principale determinante storico (85). In un momento in cui i socialisti avevano fatto un feticcio del loro antinazionalismo e del loro « internazionalismo proletario », Michels ricordava loro che il socialismo aveva in sé una lunga tradizione di nazionalismo. Ricordava loro il « socialismo patriottico » dello sfortunato Carlo Pisacane. Ricordava loro il patriottismo dei comunardi parigini. Benché i socialisti italiani avessero fatto della loro rinuncia al sentimento nazionale un puntiglio politico, li invitava a ricordare che Pisacane e i primi rivoluzionari italiani avevano sempre unito nazionalismo e socialismo nel sentimento degli italiani (86). Michels considerava le idee rivoluzionarie di Pisacane un'anticipazione delle proprie. Pisacane aveva compreso l'importanza delle variabili economiche per la mobilitazione degli uomini, ma aveva anche compreso l'innegabile importanza delle idee. Pisacane aveva affermato che la soluzione dei problemi materiali richiede la mobilitazione di uomini i cui immediati interessi materiali non sempre sono reciprocamente compatibili. Pisacane aveva affermato che gli interessi delle classi operaie urbane non sempre sono compatibili con quelli delle classi contadine, ma che tutte e due le classi sono necessarie per l'attuazione del cambiamento rivoluzionario. Soltanto in un più ampio contesto, nel perseguimento di qualche interesse comune, è possibile mobilitare tutte le potenziali forze rivoluzionarie. Il più ampio contesto è la Nazione, l'indivisibile ed irriducibile denominatore comune degli interessi collettivi. All'inizio del secolo, l'Italia, come nazione, era svantaggiata nella competizione internazionale, per posizione e risorse. L'Italia era la « grande proletaria », che doveva competere con concorrenti più ricchi e avvantaggiati di lei (87). Soltanto un socialismo nazionale poteva unire tutte le forze disponibili per un cambiamento sociale nella penisola. Il tema del socialismo nazionale, diverso dal socialismo intransigentemente internazionalista, divenne un tema ricorrente nelle opere di Michels, dopo la guerra di Libia del 1911. Il volume di Michels “L'imperialismo italiano”, scritto in quell'occasione, fornisce un'elencazione delle ragioni che indussero l'Italia a prendere le armi. Il libro, infatti, venne considerato dai contemporanei una difesa ragionata dell'« imperialismo proletario dell'Italia » ( 88 ). Fedele alle sue convinzioni, Michels sosteneva che, pur essendo vero che l'entrata in guerra dell'Italia era stata la conseguenza di tutto un insieme di fattori materiali (demografici, strategici, economici e culturali) il fattore determinante ultimo tuttavia era rappresentato da un diffuso senso di necessità nazionale, condiviso da larghi strati della popolazione, compresa la classe operaia « internazionalista ». Nel giudizio di Michels, la guerra di Libia trovava la sua origine nella sensazione, comune a tutti gli italiani, che alla Nazione fosse stato negato un giusto e adatto posto al sole. La guerra di Libia era stata la conseguenza di una sensazione nazionale di inadeguatezza e di inferiorità rispetto alle nazioni più ricche e privilegiate. L'Italia, una nazione da poco unificata politicamente, debole in termini di capacità industriali e di risorse, pretendeva almeno il posto cui la sua civiltà e la sua cultura già da lungo tempo le davano diritto. Un gran numero di italiani comprendeva che il proprio futuro personale era inestricabilmente legato al futuro della nazione. La nazione era diventata l'oggetto principale della loro fedeltà. Al suo servizio, i rivoluzionari più radicali, i sindacalisti, avevano abbandonato il falso internazionalismo che li aveva allontanati dai loro connazionali (89). Alcuni dei più influenti sindacalisti decisero, fin dall'inizio, di sostenere la guerra di Libia. Vedevano coi propri occhi gli uomini esaltati da una « missione grandiosa », da sentimenti collettivi « eroici » ed altruisti. Vedevano l'Italia, nazione « proletaria » ed « oppressa », muoversi in « giusta sfida » contro le nazioni « oppressive » e « imperialiste » d'Europa. Persino Antonio Labriola, il decano dei marxisti italiani, sostenne che l'Italia scendeva in campo contro « gli intrighi, le minacce, la cupidigia, il capitale e le armi delle nazioni plutocratiche d'Europa... » (90). Per Michels, la concomitanza di necessità economiche e demografiche e di una diffusa sensazione, da parte di una comunità di uomini trattati per lungo tempo alla stregua di esseri inferiori dalle nazioni privilegiate d'Europa, di aver subito un sopruso, aveva acceso una incontenibile passione nazionale sugli animi degli italiani (91). Il sentimento nazionale era divenuto il denominatore comune degli interessi vitali collettivi di uomini che, altrimenti, avrebbero perseguito scopi più immediati e talvolta incompatibili tra loro (92). L'orgoglio di gruppo, nato dalla lotta di gruppo, aveva animato la popolazione di un'intera comunità politica. Dopo la guerra di Libia, la prima guerra mondiale produsse lo stesso effetto in quasi tutte le nazioni europee. Di conseguenza, affermava Michels, il nazionalismo deve figurare in qualsiasi calcolo rivoluzionario (93). Soltanto uomini incapaci di trarre insegnamento dalla più lampante evidenza non riuscivano a comprendere questa realtà dei fatti (94). Per ribadire bene queste posizioni, Michels dedicò gran parte del suo lavoro di ricerca all'analisi del patriottismo in quanto realtà politico-psicologica e rivoluzionaria contemporanea. Il suo “Der Patriotismus: Proloegomena zu seiner soziologische Analyse” (95) costituisce un importantissimo tentativo di analisi sociologica. In questo libro, Michels intraprese un'ampia esposizione della genesi, del carattere, del sentimento nazionale e delle sue conseguenze sulla mobilitazione degli uomini. Michels sosteneva, esponendo le sue idee in maniera estremamente precisa e quasi presciente, che il sentimento nazionale serve a vincere il senso di inferiorità e di impotenza che colpisce intere comunità di uomini nella dura competizione che caratterizza il mondo moderno. Il nazionalismo, in quanto sentimento di mobilitazione, irrigidisce, nella difesa della integrità e della sopravvivenza collettiva, la popolazione di una comunità politicamente definita. E' un sentimento invocato spesso nelle « guerre di liberazione » contro le « nazioni oppressive » che impediscono lo sviluppo e l'integrità di una comunità. Il nazionalismo unisce un popolo in una missione grandiosa e mistica. Ogni popolo, mobilitato da appelli nazionalisti, si considera al servizio di una « missione », investito dalla storia di un obbligo secolare. Pungolate da questa certezza, le masse sono spinte al sacrificio altruistico e ad un'ammirevole disciplina. La Nazione diviene « oggetto carismatico di fedeltà », in cui l'individuo si fonde con la collettività (96). In tal modo, possono essere intraprese azioni grandiose e difficili, perché esse possono contare sulla entusiastica partecipazione di un popolo unito. Alla fine della prima guerra mondiale, Michels era convinto che il sentimento nazionale, il patriottismo, rappresenti una forza rivoluzionaria di importanza critica (97). Egli si era ben presto accorto che gli uomini hanno la tendenza ad identificarsi con associazioni che hanno un numero limitato di aderenti, uniti insieme da affinità di lingua, di opinione, di aspetto fisico, di cultura e di posizione geografica. Si era accorto anche che queste affinità di gruppo vengono rafforzate dalla lotta con i gruppi esterni. Per un lungo periodo, Michels, come Mussolini, ritenne che l'elemento essenziale dello spirito di gruppo fosse l'appartenenza a una classe, dove le classi erano definite come quelle comunità di destino nelle quali, e mediante le quali, gli uomini combattevano per completare se stessi. Almeno fino alla fine del primo decennio del nostro secolo, Michels e Mussolini ritennero che l'appartenenza a una classe fosse il più decisivo dei motivi che tengono uniti gli uomini, in quanto animali sociali. Entrambi ammettevano l'importanza del sentimento nazionale, ma, per parecchio tempo, considerarono il sentimento nazionale secondario rispetto all'appartenenza a una classe. Michels, come abbiamo detto, insieme a molti altri teorici sindacalisti, cominciò a modificare le proprie concezioni con lo scoppio della guerra italo-turca. Mussolini invece, forse più per motivi tattici che per ragioni teoriche, si oppose a quella guerra e continuò a concepire l'appartenenza a una classe come base fondamentale, anche se non esclusiva, del sentimento rivoluzionario. Soltanto con lo scoppio della prima guerra mondiale anche Mussolini giunse ad accettare l'idea che il sentimento nazionale possa fornire l'energia motrice necessaria al cambiamento rivoluzionario. Come Michels, anche Mussolini capiva che la rivoluzione richiede la mobilitazione e l'organizzazione di massa al seguito di dirigenti capaci di guidare sentimentalmente, e di disciplinare, la reazione collettiva. Fino al 1914 Mussolini ritenne gli appelli agli interessi di classe i più efficaci per la tattica politica. Michels e molti altri sindacalisti, invece, avevano già cominciato a dubitare dell'efficacia degli appelli esclusivamente di classe. Per la mobilitazione delle masse, gli appelli dovevano essere più generali. Per far sì che gli interessi particolari e settoriali non portassero alla divisione degli animi, gli appelli dovevano essere ampi ed onnicomprensivi. Per un popolo nelle condizioni in cui si era trovato il popolo italiano nei primi venti anni del secolo ventesimo, gli appelli agli interessi della nazione erano di per sé affascinanti. L'Italia era una nazione povera e disprezzata tra contendenti ricchi e potenti. I lavoratori italiani emigrati erano maltrattati in tutta Europa e in tutto l'Emisfero occidentale, non .perchè fossero lavoratori, ma perchè erano italiani. L'Italia, priva di industrie e di risorse, veniva esclusa dalle grandi manovre politiche e diplomatiche delle « grandi potenze » del continente. Ogni italiano, di qualsiasi classe e categoria, si trovava svantaggiato non perchè fosse un operaio, un artigiano o un intellettuale, ma perchè era un italiano. In sostanza, gli appelli nazionalisti potevano rivolgersi ai più fondamentali interessi di tutti gli italiani, indipendentemente dalla loro estrazione di classe. Michels, come molti dei suoi compagni sindacalisti, aveva già cominciato a capire tutto ciò prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Lo scoppio della guerra fece comprendere la piena realtà di tutte queste considerazioni anche a Mussolini. Come abbiamo visto, Mussolini era già consapevole della forza attrattiva del sentimento nazionale. Durante il suo soggiorno nel Trentino aveva costantemente parlato dell'efficacia degli appelli agli interessi nazionali riguardo alla mobilitazione. Con lo scoppio del conflitto europeo, egli intraprese la revisione del proprio giudizio sul potenziale rivoluzionario ultimo del nazionalismo. La sera del 10 novembre 1914, davanti a un gruppo di socialisti milanesi, Mussolini pronunciò le seguenti parole: « ...L'origine del nostro disagio psicologico è questa: noi socialisti non abbiamo mai esaminato i problemi delle nazioni. L'Internazionale non se ne è mai occupata: l'Internazionale è morta, travolta dagli avvenimenti... Vediamo... se non sia possibile trovare un terreno di conciliazione fra la nazione che è una realtà storica e la classe che è una realtà vivente. « E' certo che la nazione rappresenta una tappa nel progresso umano, la quale non è ancora superata... Il sentimento di nazionalità esiste, non lo si può negare! Il vecchio antipatriottismo è cosa tramontata... » ( 98 ). Lo stesso giorno, in un'intervista al Resto del Carlino, Mussolini affermava che l'internazionalismo può non essere, in sostanza, una condizione necessaria per il socialismo. Un futuro e più valido socialismo avrebbe potuto benissimo preoccuparsi di trovare « una forza d'equilibrio tra la nazione e la classe » (99). Da allora in poi, tutti gli argomenti già articolati da Michels comparvero regolarmente negli scritti e nei discorsi di Mussolini. La guerra aveva rivelato il carattere rivoluzionario dell'appello nazionale. Gli uomini potevano essere, ed erano, mobilitati al servizio di una « missione grandiosa », una missione che alla fine avrebbe comportato la creazione di una Patria « nuova » e « più grande ». Il 28 dicembre 1914, Mussolini rammentò ai socialisti che essi avevano trascurato i fatti evidenti della psicologia di massa. Nello stesso discorso nel quale accennò al nome di Michels, Mussolini disse ai socialisti che: « ...la nazione non è scomparsa. Noi credevamo che fosse annientata; invece la vediamo sorgere vivente, palpitante dinanzi a noi! E si capisce: la realtà nuova non sopprime la verità; la classe non può uccidere la nazione. La classe è una collettività di interessi, ma la nazione è una storia di sentimenti, di tradizioni, di lingua, di cultura, di stirpi. Voi potete innestare la classe sulla nazione, ma l'una non elide l'altra... Noi dobbiamo esaminare la questione da un punto di vista socialistico e nazionale » (100). Nei mesi e negli anni seguenti, Mussolini affermò che il « mito » della nazione poteva servire a dar vita all'impegno collettivo ed alla volontà di sacrificio che avrebbero trasformato la penisola arretrata in una nazione moderna e potente. Parlò di un'« aristocrazia d'avanguardia » capace di usare discorsi simbolici e linguaggio mitico per porre le energie primordiali delle « moltitudini » italiane al servizio della rinascita nazionale. Parlò della fusione degli interessi di classe, di regione e di categoria con gli interessi più ampi e più importanti della nazione arretrata. E nella successiva orchestrazione e mobilitazione del popolo italiano, Mussolini si servì di tutti i sistemi elencati nelle opere di Michels. Le aristocrazie del Fascismo per la mobilitazione delle masse erano intransigenti e assumevano quegli atteggiamenti « eroici » che dovevano servire di esempio alle masse. Il simbolo, il rituale e la cerimonia vennero usati per creare il senso di unità e di impegno. Le uniformi, la persuasione morale e infine la minaccia della violenza vennero usate per generare il senso della compartecipazione e dell'identità collettiva. In sostanza, nel periodo compreso tra lo scoppio della grande guerra e la fondazione, nel marzo 1919, del movimento fascista, fu messa insieme l'ideologia del Fascismo, ricavandola da elementi già esistenti nelle precedenti opere di Roberto Michels. Il Fascismo compì la sua rivoluzione, dunque, nello spirito di un'ideologia tanto coerente e rigorosa quanto quella di qualsiasi altro movimento rivoluzionario moderno. Il nascente Fascismo possedeva, infatti, un'ideologia esplicita e articolata che comprendeva una particolare strategia politica ed una particolare tattica. Mentre la maggior parte dei movimenti rivoluzionari contemporanei pretendono di rivolgersi al « proletariato » per fare le loro rivoluzioni, anche in ambienti in cui non esistono « proletari », usano di appelli nazionalisti pur insistendo sul loro « internazionalismo », il Fascismo intraprese la sua rivoluzione con una chiara visione ed una sincera esposizione sia della propria tattica sia delle proprie intenzioni. Quasi tutti i movimenti rivoluzionari moderni si servono di tattiche simili a quelle fasciste per la mobilitazione e l'organizzazione delle masse al seguito di « aristocrazie d'avanguardia » e di « capi carismatici ». Quasi tutti si servono di simboli e parole d'ordine nazionali nelle loro « guerre di liberazione nazionale ». Quasi tutti affermano che gli interessi delle loro nazioni « svantaggiate » ed « anti-imperialiste » assorbono gli interessi particolari in pratica di tutte le classi delle loro popolazioni. Quasi tutti considerano la propria rivoluzione una « rinascita » della nazione rimasta a lungo sottosviluppata o priva di parità di diritti nelle competizioni con gli stati privilegiati. Il socialismo » dei movimenti rivoluzionari moderni è sostanzialmente un « socialismo » che patrocina un'impegno collettivo per la rinascita nazionale e lo sviluppo economico. In sostanza, e indipendentemente da ciò che sono disposti ad ammettere, i movimenti rivoluzionari contemporanei hanno carattere nazionale propagandano la mobilitazione di massa fondandosi sul sentimento nazionale. Pur ammettendo, molti critici moderni, la funzione della « nazione » quale « oggetto carismatico di fedeltà », fonte di dovere e di impegno, tra le popolazioni rivoluzionarie del mondo contemporaneo (101), esistono ben poche trattazioni del « patriottismo » profonde quanto quella lasciataci da Michels e adottata dal Fascismo come parte integrante del suo fondamento razionale ideologico. La massima parte dei movimenti rivoluzionari contemporanei, e soprattutto quelli che tentano di esprimersi alla maniera marxista, sono stati singolarmente incapaci di trattare il proprio innato nazionalismo in modo coerente e persuasivo. Molti, i rivoluzionari cinesi e cubani ne costituiscono un esempio tipico, si sono limitati a tradurre in pratica gli insegnamenti teorici di Michels senza però avvalersi delle giustificazioni razionali date da Michels stesso. All'epoca della sua iscrizione al Partito Nazionale Fascista, Michels poteva considerare di sua proprietà la massima parte delle intenzioni e delle tattiche politiche del movimento. Michels, infatti, non fu un convertito al Fascismo, ma ne fu uno degli artefici. Se Michels aveva anticipato l'antiparlamentarismo, l'élitismo, l'impegno verso il « principio gerarchico », le tecniche di mobilitazione di massa ed il nazionalismo del nascente Fascismo, restava un elemento ideologico del quale, fino a parecchio tempo dopo la fine della guerra, Michels non si era occupato e che doveva invece diventare una delle preoccupazioni centrali del Fascismo: il concetto di organizzazione corporativa della società e della economia che la doveva sostenere. Tuttavia, sia pure in ritardo, Michels si occupò anche di quest'argomento, completando in tal modo il suo passaggio dal sindacalismo rivoluzionario, attraverso il sindacalismo nazionale, al Fascismo.

CONTINUA...

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)


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Michels e il corporativismo.

Immediatamente prima della morte di Michels, l'Istituto Nazionale Fascista di Cultura, pubblicò un suo modesto lavoro: Cenni storici sui sistemi sindacalisti corporativi. La monografia aveva poche pretese. Lo stesso Michels riconobbe che si trattava di un « lavoro introduttivo », sostanzialmente a carattere storico e con intenzioni didattiche (102). Sta comunque di fatto che quasi tutto ciò che Michels pubblicò sul «corporativismo » può essere definito in tal modo. Ed è così, almeno in parte, perché tutte le opere di Michels riguardanti l'economia sono, esse stesse, quasi esclusivamente a carattere storico e descrittivo. In esse non esiste alcun serio tentativo di formulazione di concetti specificamente teorici. In sostanza, Michels sembra portato a trattare la « teoria » economica non come il risultato di un lavoro dedicato alla scoperta di « verità » astratte, ma piuttosto come una funzione delle condizioni economiche e delle esigenze economiche di ciascuna particolare epoca. Nella sua “Introduzione alla storia delle dottrine economiche e politiche” (103), ad esempio, Michels sostiene che la teoria economica prende le mosse dalle condizioni economiche esistenti, ma non si limita a riflettere queste condizioni. Le teorie economiche di ogni dato tempo devono necessariamente riferirsi alla realtà esistente, ma devono anche incarnare le aspirazioni degli uomini. Gli uomini formulano la teoria economica non soltanto per riassumere ed anticipare l'esperienza pratica, ma anche per dar forma a questa esperienza secondo dettami ideali, in ciò che Michels chiamava il « trionfo dell'idea sulla materia » (104). Data questa interpretazione della teoria economica, diviene comprensibile come Michels abbia trattato il corporativismo da un punto di vista storico e prescrittivo, piuttosto che da un punto di vista analitico e sostanziale. Egli divideva le teorie economiche in « ottimistiche » e « pessimistiche », in quelle che concepivano una funzione « positiva » dello Stato e in quelle che consideravano « negativamente » il concetto di Stato (105). Poiché pensava che alcune almeno delle componenti critiche delle teorie economiche fossero necessariamente normative o prescrittine, Michels non poteva sostenere che una data teoria fosse semplicemente o « vera » o « falsa ». Ciascuna teoria economica potrebbe contenere elementi veri o falsi, ma ciascuna teoria economica ha anche scopo normativo per la mobilitazione degli uomini. Una teoria che riesce ad adempiere bene a questo scopo è più efficace, « più funzionale » delle altre. Per Michels, cioè una teoria economica non deve essere soltanto vera: deve essere anche efficace. All'epoca della sua iscrizione al Partito Nazionale Fascista, Michels riteneva che il comportamento politico fosse governato da un certo numero di costanti ben individuabili. Sosteneva, ad esempio, che l'effettivo governo delle masse richiede la guida di un'aristocrazia aggressiva, competente e articolata. L'aristocrazia può organizzare le masse servendosi di un insieme di formule politiche, di miti di mobilitazione, che possono moltiplicare le energie e indicare la direzione dello sforzo collettivo. I miti, così impiegati, risvegliano tra le masse un senso di zelo missionario: animano i cittadini verso il compimento di un impegno grandioso. Tali miti, a carattere nazionale, irrigidiscono la risolutezza delle masse fino ad allora apatiche e infondono fiducia a coloro che sono oppressi da un senso di incapacità e inferiorità. Questi miti sono inoltre, e di conseguenza, le « finzioni » che legittimano e giustificano la fedeltà, l'obbedienza e il sacrificio (106). La loro efficacia appare evidente soprattutto in quelle nazioni che noi oggi chiamiamo « sottosviluppate », quando queste nazioni affrontano l'arduo compito di tentar di porsi alla pari con le nazioni più avanzate della terra. E' chiaro che per Michels l'Italia era la « grande proletaria », in fatale competizione con le « nazioni plutocratiche » del mondo. Era altrettanto chiaro, per Michels, il fatto che l'Italia aveva trovato i suoi miti nelle intenzioni di rinnovamento e di rinascita nazionale del Fascismo. Il Fascismo era scaturito da quel senso di frustrazione dovuto all'indebolimento del potenziale italiano causato dalla politica di potenza delle «grandi nazioni» europee, dall'arretratezza industriale dell'Italia e dalla sua mancanza di materie prime (107). Per cominciare a risolvere le sue più pressanti deficienze economiche, all'Italia del dopoguerra era necessaria, a giudizio di Michels, l'abolizione della « lotta di classe », la risoluzione del conflitto tra imprenditori e operai, tra capitale e lavoro. All'Italia era necessaria la collaborazione fra le classi, che avrebbe prodotto un netto incremento nella produttività generale ( 108 ). Date queste concezioni, il programma fascista di collaborazione di classe era una necessità funzionale, alla luce delle obiettive deficienze dell'economia della penisola. La nazione, per lungo tempo, aveva sofferto dell'impossibilità di dare anche un minimo di sostentamento a un gran numero di suoi cittadini. Per decenni, gli italiani erano stati costretti ad emigrare a centinaia di migliaia. Dopo la guerra, l'inflazione e i fallimenti avevano ulteriormente aggravato le deficienze della penisola. I socialisti non soltanto non erano riusciti a capire le moderne esigenze della mobilitazione di massa e dell'organizzazione elitista; non erano riusciti neanche a capire che i problemi fondamentali dell'Italia erano quelli che riguardavano l'insufficienza della produzione, piuttosto che quelli attinenti alla cattiva distribuzione. Non soltanto il Fascismo aveva capito le necessità della mobilitazione di massa e dell'organizzazione politica, ma, sotto lo stimolo degli imperativi di Vilfredo Pareto e di Maffeo Pantaleoni (109), uno dei « principi fondamentali » del movimento divenne il « produttivismo », la voluta priorità, cioè, attribuita alla produzione industriale. Sia Pareto, sia Pantaleoni avevano affermato che il socialismo, data l'importanza che attribuiva alla redistribuzione, non era riuscito a comprendere il fatto che i problemi che assillavano la maggior parte dei popoli del mondo non erano problemi di distribuzione ma problemi di produzione. Nel 1919, all'epoca della fondazione del movimento fascista, Mussolini aveva fatto della protezione e dell'incoraggiamento della produzione industriale uno degli obiettivi cardinali della politica fascista (110). Michels concepiva l'abolizione del conflitto di classe come la condizione necessaria per l'espansione e l'ammodernamento economico dell'Italia. Soltanto la collaborazione integrata di tutti i fattori della produzione poteva riuscire ad affrontare le difficoltà del rinnovamento e dell'espansione dell'Italia post-bellica. Tutti coloro che partecipavano al processo produttivo, tanto lavoratori manovali, tecnici, amministrativi e professionisti, quanto imprenditori, finanzieri e tutti coloro che fornivano il necessario capitale d'investimento, dovevano giungere all'effettiva collaborazione, sotto gli auspici dello Stato (111). Per Michels, lo Stato liberale, fondato su una concezione sociale atomistica che considerava il miglior governo quello che governava il meno possibile, era uno Stato che non poteva vincere la difficoltà di garantire all'Italia il posto che le competeva nel mondo moderno. Míchels insisteva sulla funzione dello « Stato forte » per tentare di vincere le deficienze economiche dell'Italia (112). Lo Stato avrebbe dovuto essere il coronamento di un'organizzazione corporativa, strutturata gerarchicamente, di tutti i fattori della produzione. Lo Stato avrebbe dovuto essere il garante della pace sociale e della collaborazione di classe. Avrebbe arbitrato d'autorità le controversie, distribuito le risorse, stimolato le industrie di punta, ampliato e rinnovato l'infrastruttura economica della penisola. Nel suo Italien von Heute, Michels esalta tanto l'espansione dell'industria (tessile, siderurgica, idroelettrica), quanto l'ammodernamento e l'espansione dell'infrastruttura delle comunicazioni aeree, stradali, ferroviarie, telegrafiche e telefoniche (113), avvenuti sotto il Fascismo. In sostanza, Michels considerava il corporativismo come un mezzo per raggiungere un fine. Il Fascismo era, per Michels, un « movimento missionario » animato da un « mito grandioso »: la creazione di una « Grande Italia ». L'addomesticamento e l'organizzazione di tutti i fattori della produzione erano strumentali rispetto al raggiungimento di questo scopo. E' vero che Michels diceva che il corporativismo può soddisfare le esigenze di equità e giustizia sociale, ma appare chiaro che il corporativismo, per lui, serviva soprattutto a fini strumentali piuttosto che intrinseci. In questo senso, il corporativismo restava, per Michels, « sperimentale », caratterizzato, cioè, dal suo impiego pragmatico e funzionale. La sua fisionomia non era prestabilita. Il corporativismo, secondo lui, era, e a tutti i fini sarebbe rimasto, « elastico » e « sperimentale » (114). Michels, come molti altri sindacalisti italiani, riconobbe che il socialismo ortodosso non era riuscito ad affrontare i problemi che affliggono le nazioni industrialmente arretrate nel mondo moderno. Marx ed Engels avevano definito la rivoluzione socialista una funzione dell'industrializzazione avanzata. La rivoluzione era stata da loro prevista nelle nazioni progredite d'Europa e dell'America settentrionale. I sindacalisti italiani riconobbero ben presto che il programma marxista ortodosso avrebbe lasciato l'Italia fuori dalle grandi correnti della storia. L'Italia era una nazione sottosviluppata. La sua popolazione, un « popolo proletario ». I suoi « nemici di classe » erano le « nazioni plutocratiche » che avevano negato all'Italia il suo posto al sole. All'epoca dello scoppio della prima guerra mondiale, i sindacalisti italiani avevano cominciato a fare causa comune con i nazionalisti della penisola, che anticipavano una dottrina rivoluzionaria fondata sul rapido ammodernamento e industrializzazione quali esigenze prioritarie di qualsiasi rivoluzione del ventesimo secolo (115). Lo sforzo che tale impresa comportava avrebbe fornito i lineamenti della « grandiosa missione » che Michels aveva previsto quale mito di mobilitazione di massa dell'aristocrazia rivoluzionaria italiana. Il corporativismo ne forniva la struttura istituzionale strumentale. Le convinzioni sindacaliste di Michels culminarono in tal modo nel Fascismo. Michels, come molti altri sindacalisti rivoluzionari, vide nel Fascismo la realizzazione delle proprie aspirazioni rivoluzionarie. Come molti altri sindacalisti, Michels era passato senza sforzo dal sindacalismo al Fascismo. Tanto i sindacalisti quanto Michels videro nel Fascismo la potenziale attuazione dei loro impegni di «sinistra».

Michels, la tradizione rivoluzionaria di sinistra e il Fascismo

L'idea che il Fascismo abbia potuto avere una qualsiasi affinità con le tradizioni rivoluzionarie di « sinistra » ha scandalizzato quasi tutti. Recentemente, Renzo De Felice (116) è stato subissato di ingiurie ed improperi per avere avanzato una simile ipotesi. Nonostante le ingiurie e lo scandalo, però, si può affermare senza ombra di dubbio che il Fascismo fu, in realtà, uno degli eredi delle tradizioni rivoluzionarie della « sinistra ». Sta di fatto, ad esempio che le opere di Michels tracciano molto chiaramente il cammino seguito da molti sindacalisti per passare dalla « sinistra » radicale al Fascismo. Uno sviluppo intellettuale ed ideologico simile può essere seguito anche nelle opere di uomini come A. O. Alivetti, Sergio Panunzio, Edmondo Rossoni, Paolo Orano e tutta una schiera di altri. In effetti, il passaggio dalla sinistra radicale al Fascismo non fu una caratteristica particolare di Michels. Il medesimo passaggio venne compiuto non soltanto dallo stesso Mussolini; anche Georges Sorel, il « maestro » intellettuale del sindacalismo francese e italiano, lo aveva anticipato e guardava con notevole simpatia al Fascismo (e a Mussolini). (117) Quasi una generazione dopo, J. L. Talmon nel suo “Le origini della democrazia totalitaria” sostenne in maniera irrefutabile la tesi secondo cui i radicali, sia di « destra » sia di « sinistra » (quale che sia il modo in cui viene concepita la divisione), presentano entrambi affinità con le tradizioni rivoluzionarie di sinistra europee dei secoli decimottavo e decimonono. A cominciare dal pensiero politico di Gian Giacomo Rousseau, i rivoluzionari europei avevano coltivato idee che chiaramente costituirono non soltanto una parte del substrato intellettuale del pensiero politico di Roberto Michels, ma anche del fondamento razionale ideologico del Fascismo. ( 118 ) Anche la più superficiale lettura dell'Emile o de La nouvelle Heloise rivela che Rousseau pensava ed affermava che le circostanze dello « stato civile », in cui gli uomini si trovano, richiedono una forma di « tecnica del comportamento » che riesca a far adattare l'uomo ad un'esistenza sociale politicamente organizzata. Rousseau pensava che gli uomini siano « per natura » predisposti a seguire le proprie passioni immediate ed egocentriche dello « stato di natura ». Le condizioni che regolano lo stato civile richiedono un'accurata rieducazione degli uomini che consenta loro di soddisfare le proprie esigenze naturali in maniera compatibile con la vita sociale organizzata. Rousseau riteneva la vita sociale organizzata animata da una « volontà generale » che rappresenta non gli interessi immediati degli individui o gruppi di interessi settoriali, ma gli interessi « veri » ed « ultimi » della comunità politicamente organizzata. In tale comunità, il « moi commun », o « io collettivo », trova espressione nello Stato che è l'agente della « volontà generale », ispiratrice. Questa volontà, distinta dalla volontà immediata, settoriale e frazionistica, di individui o gruppi, è espressione della volontà collettiva, quando questa non sia fuorviata dalla passione o mossa da interessi locali o personali. Rousseau sosteneva che, per garantire l'attuazione della volontà generale, distinta da quella immediata, lo Stato deve necessariamente assumere funzioni pedagogiche e tutorie nei confronti dei cittadini. Per Rousseau, lo Stato educa i cittadini alla loro « vera libertà », perché libertà significa libertà di agire secondo la propria volontà ultima e pienamente razionale, cioè di agire secondo la volontà generale. Soltanto lo Stato garantisce l'ambiente in cui può esistere la vera libertà, poiché lo Stato è la difesa ultima contro il perseguimento individuale, o collettivo, di interessi personali, di classe o di categoria a detrimento della volontà generale. Per Rousseau, lo Stato ha il dovere di educare i cittadini all'accettazione dei loro legami e della loro identificazione, totale, con la comunità politica in cui essi trovano il loro vero io. Senza l'intervento dello Stato pedagogico, tutorio e sostanzialmente etico, gli individui e i gruppi ricadrebbero nella bestialità dello « stato di natura ». L'organizzazione sociale della personalità individualista ed egocentrica degli uomini richiede una rieducazione dei loro istinti battaglieri che li indirizzi verso un fine collettivo. L'educazione e la legge sono i due principali strumenti a disposizione dello Stato per la formazione dell'« uomo civile ». Nel termine « educazione », Rousseau riassumeva tutta una serie di metodi pubblici, tra cui il ricorso a celebrazioni collettive e a dimostrazioni organizzate, e la soppressione delle opinioni contrastanti e settoriali, i quali mirino a sviluppare il sentimento collettivo, l'orgoglio della cittadinanza ed il senso di unanimità nella collaborazione. Gli uomini di Stato, scrive Rousseau nel Contratto sociale, hanno regolarmente trascurato la funzione educativa dello Stato, intesa in senso lato, quale mezzo utile a favorire il senso di comunione collettiva. Il compito dell'educazione politica è quello di dar vita a cittadini che vogliano soltanto ciò che è voluto dalla volontà generale totalitaria. Opportunamente educato, l'individuo, fino ad allora avvinto da preoccupazioni personali e da interessi egoistici, si immerge in pieno nel sentimento di compartecipazione alla politica collettiva. La collettività, e la sua volontà generale, rappresentano, per Rousseau, il « più alto e vero io » dell'uomo. Lo scopo della vita politica è quello di rigenerare l'individuo: renderlo qualcosa di « meglio », produrre un « io più alto ». In effetti, le idee di Rousseau non avevano intenzioni totalitarie, ma erano pervase da una forza morale tanto intensa da dar loro le qualità di una religione secolare. La « religione civile » di Rousseau era soltanto un riconoscimento di questo fatto. Per adempiere ai propri obblighi, lo Stato deve necessariamente interpretare la volontà generale, intesa come base ultima di tutti gli interessi individuali. I partiti politici, che rappresentano interessi immediati e settoriali, possono essere, nella migliore delle ipotesi, ostacoli alla realizzazione della volontà generale: nella peggiore, malevole forze di disgregazione. Questi elementi, antiliberali, antiparlamentari, messianici e totalitari, ricompaiono a più riprese nelle opere di tutti i rivoluzionari francesi dei secoli decimottavo e decimonono. Sono chiaramente discernibili nelle opere di Morelly e Mably, in quelle dei Giacobini e di Babeuf. In queste opere si trovano appelli alla « volontà unitaria », alla democrazia plebiscitaria piuttosto che parlamentare, alle « aristocrazie d'avanguardia » in possesso della vera visione della società, all'addomesticamento degli egoismi individuali e di classe. In sostanza, si nota una non indifferente continuità nello sviluppo della tradizione rivoluzionaria europea. Questi elementi furono soltanto posti in minor risalto nelle opere di Marx e di Engels. Ma sia Marx sia Engels, immaginavano ad esempio una società rivoluzionaria in cui gli interessi degli individui fossero identici a quelli della collettività. Già nel 1845, Engels sosteneva che, nella futura « società comunista... gli interessi pubblici non differiscono più dagli interessi di ciascun individuo ».(119) Per Marx ed Engels, la « volontà generale », su cui poggia questa identità di interessi, va intesa come una funzione dei processi economici di base. Il « proletariato », ad esempio, in conseguenza dello sviluppo economico, diventerebbe la « grande maggioranza » della popolazione e, con l'abolizione della proprietà privata, tutti gli uomini condividerebbero gli stessi interessi fondamentali. I processi « inevitabili » che governano lo sviluppo sociale ed economico produrrebbero la società collettivista, in cui l'« egoismo » non dividerebbe più gli uomini. Il « proletariato » avrebbe un unico interesse comune. La società sarebbe informata da una « volontà generale ». Nella società non esisterebbero più divisioni; ciascuno, agendo nel proprio interesse, agirebbe nell'interesse di tutti. Esisterebbe una libertà senza sforzo, perché tutti gli interessi sarebbero interessi collettivi. Con la disgregazione del marxismo classico, dopo la morte di Engels, avvenuta nel 1895, nel movimento della classe operaia presero corpo numerose e contrastanti interpretazioni della « rivoluzione marxista ».(120) I « riformisti » sostenevano che il « proletariato » non riusciva a dimostrare quell'unanimità di « coscienza di classe » ritenuta da Marx ed Engels il necessario sottoprodotto dei processi economici. Di conseguenza, essi sostenevano che i marxisti dovevano impegnarsi in una politica di riforme fondata sulla varietà di interessi espressi dalla varietà delle classi, e dei frammenti di classi, che perseguono propri interessi settoriali nella società moderna. I marxisti « radicali » e « rivoluzionari », d'altra parte, sostenevano che l'unanimità di « coscienza di classe » che Marx si aspettava come conseguenza automatica dei processi economici, dovesse essere intesa, piuttosto, come un prodotto dell'intervento di un'« aristocrazia di avanguardia ». Il fatto che il proletariato non riuscisse ad avere uno spirito collettivo integrale, per il quale gli interessi di ognuno si identificassero con gli interessi di tutti, dipendeva dall'insufficienza dei dirigenti rivoluzionari che non erano riusciti a infondere nel « proletariato » la necessaria coscienza di classe. Sia Benito Mussolini, sia Vladimir Ilich Lenin, devono essere compresi tra i rivoluzionari che accettavano quest'ultima tesi. Entrambi sostenevano che uno spirito collettivo di sacrificio e di dedizione può essere generato soltanto da una aristocrazia d'avanguardia che si serva di tutti i moderni sistemi di mobilitazione e indottrinamento di massa. Questi dirigenti devono « svegliare » la coscienza di classe, da Marx ritenuta, invece, un semplice « riflesso » delle condizioni economiche. Sia Mussolini sia Lenin, quasi contemporaneamente, affermarono che le masse, lasciate a se stesse, si occupano soltanto della soddisfazione dei propri interessi egoistici e immediati a danno degli interessi rivoluzionari più fondamentali e di lunga scadenza. Sia i bolscevichi di Lenin, sia i sindacalisti italiani, sostenevano che la rivoluzione richiede l'effettiva mobilitazione, la meticolosa organizzazione e la sistematica educazione delle masse. Nessuno di loro credeva che le masse possano superare spontaneamente l'interesse locale ed egoistico per porsi al difficile servizio dell'interesse unitario e collettivo, inteso come fondamento della nuova società. Questa coscienza unitaria e collettiva deve necessariamente essere un prodotto delle attente cure dedicate alle masse da un'aristocrazia d'avanguardia che abbia una chiara visione del corso della storia umana. Come Rousseau, anch'essi pensavano che una delle maggiori cure debba essere quella della sistematica educazione delle masse. In questo contesto, e richiamandosi a una tradizione che annovera Rousseau tra i suoi fondatori, Roberto Michels articolò una strategia rivoluzionaria, e anticipò una società rivoluzionaria, che, alla fine, avrebbero costituito la sostanza dell'ideologia del Fascismo. Michels sosteneva decisamente che la nuova società si sarebbe affermata grazie alla consapevolezza dell'esistenza di una comunità di interessi in cui l'interesse individuale si sarebbe identificato con gli interessi della totalità e che una tale consapevolezza può essere conseguenza soltanto di attente cure. I rivoluzionari devono necessariamente richiamarsi ai più generali e diffusi interessi della massa. Devono fondere gli interessi « ideali » e « sentimentali » con i più specifici interessi « materiali » ed immediati » delle masse, per dar vita a quella unanimità collettiva e a quell'ardore di massa che la rivoluzione pretende. Alla fine del primo conflitto mondiale, Michels era convinto che si potesse sviluppare tra le masse un senso di scopo collettivo facendo in gran parte leva sul richiamo nazionalista. L'interesse nazionale è la più diffusa preoccupazione collettiva delle masse moderne. Una « religione secolare », una dedizione agli interessi della nazione nella sua lotta per l'equità e la giustizia in un mondo moderno competitivo, costituiscono gli ingredienti « ideali » per la mobilitazione rivoluzionaria di massa. Idealmente, questo scopo, il perseguimento, cioè, della giustizia e dell'equità, si incarna in un tribuno, in un « capo carismatico », che sappia esprimere gli « interessi ultimi della collettività », che sappia organizzare le energie delle masse.
Per Michels, i moderni partiti rivoluzionari di mobilitazione di massa sono quelli ancora animati dai « grandi ideali », da una « purezza teorica » capace di esprimere i più profondi sentimenti collettivi di una nazione (121). Si tratta, per Michels, di un « ideale » missionario che distingue i movimenti rivoluzionari di mobilitazione di massa dai partiti liberali e parlamentari. I primi rappresentano gli interessi più profondi e più sublimi degli uomini; i secondi esprimono gli interessi locali, settoriali, immediati ed egoistici di individui e di gruppi. I primi sono mossi da un fine ideale e morale; i secondi dal più crasso egoismo. I primi danno nuova forma e disciplina alle energie degli uomini, i secondi riflettono i loro più bassi istinti. I primi indicano un « fine grandioso »: l'elevazione delle nazioni oppresse, la rigenerazione morale dei cittadini; i secondi mirano soltanto alla sopravvivenza e all'immediato profitto. In sostanza, tutto il fervore rivoluzionario e di mobilitazione di massa che ha caratterizzato la tradizione rivoluzionaria in Europa almeno fin dal tempo di Rousseau trova espressione nelle concezioni politiche e sociali di Roberto Michels. Il Fascismo, qualsiasi altra cosa possa essere stato, fu l'erede di questa tradizione. Le stesse caratteristiche che sono state, in fondo, tipiche di ogni movimento rivoluzionario della nostra epoca (l'organizzazione e l'addomesticamento delle masse, la funzione dell'agitazione e della propaganda, la fede in « capi carismatici », l'uso di modelli militari per promuovere la disciplina e l'obbedienza tra i cittadini, il richiamo ad un « grandioso disegno » collettivo, un insistente nazionalismo, una strenua resistenza contro la « plutocrazia » e l'« imperialismo ») trovano tutte espressione nelle prime opere di Roberto Michels e negli ideali rivoluzionari del primo Fascismo. Furono Michels e gli ideologi del Fascismo a riconoscere per primi il potenziale del sentimento nazionalista. Furono i primi a identificare il « moi commun » con l'identità nazionale. Furono i primi a individuare nel rapido ammodernamento e nell'industrializzazione il « grandioso fine » della nazione. La continuità della tradizione rivoluzionaria si fa strada da Rousseau, attraverso i primi marxisti, fino alle idee sindacaliste dei primi ideologi fascisti. Uno dei primi di questi ideologi, e sicuramente uno dei più interessati e competenti, fu Roberto Michels. Michels fu l'autore di gran parte del contenuto intellettuale del primo Fascismo. Il fatto che il Fascismo abbia avuto un vero contenuto intellettuale è stato generalmente ammesso soltanto negli ultimi tempi. Per più di una generazione dopo la fine della seconda guerra mondiale i commentatori hanno ripetuto il luogo comune dell'antifascismo di mestiere, secondo cui il Fascismo non avrebbe avuto alcun contenuto ideologico. Sta di fatto invece, che il Fascismo ha avuto un contenuto intellettuale, e uno dei suoi maggiori portavoce fu proprio uno dei più importanti sociologi politici del nostro tempo: Roberto Michels. Oltre a ciò, le opere di Michels dimostrano che molti dei giudizi riguardanti l'idea fascista o sono errati, oppure devono essere definiti con maggior rigore. Tra questi giudizi c'è la convinzione che il Fascismo, in quanto movimento di mobilitazione di massa e regime politico, sia stato « antiscientifico » e intossicato di « irrazionalismo ». Quanto poco valga questa convinzione è ancora una volta posto in evidenza dalle opere di Michels. Michels infatti fu uno scienziato sociale la cui competenza è universalmente riconosciuta. E proseguì nel suo lavoro molto dopo l'avvento del Fascismo, e molto dopo essersi iscritto al Partito Nazionale Fascista. Il fatto che Michels abbia continuato a lavorare nel suo campo, e proprio in qualità di ideologo fascista, fino alla sua morte, avvenuta nel 1936, spiega alcuni aspetti di Míchels stesso, dei suoi interessi sociologici e del carattere intellettuale del pensiero fascista ufficiale.

NOTE

10 Cfr. R. Michels, « Werner Sombart », Bedeutende Maenner (Leipzig: Quelle & Meyer, 1927), p. 148.
11 Cfr. R. Michels, « Eine syndikalistisch gerichtete Unterstroemung im deutschen Sozialismus (1903-1907) », in Festschrift ft fiir Carl Grúnberg zum 70. Geburtstag (Leipzig: Hirschfeld, 1932), pp. 343-364, e « Le Syndalisme et le Socialisme
12 R. Michels, Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano (Torino: Bocca, 1908).
13 Ibid, pp. 369, 372.
14 Cfr. Ibid, p. 392.
15 Michels, « Le Syndicalisme et le Socialisme en Allemagne », op. cit., p. 23.
16 Michels, Il proletariato..., p. 395.
17 Michels, « Begriff und Aufgabe der 'Masse'», in Das freie Wort, 2 (1903), pp. 408 s.
18 Ibid, p. 410, cfr. Il proletariato..., pp. 28 s.
19 Cfr. A. O. Olivetti, Questioni contemporanee (Napoli: Partenopea, 1913), p. 11; A. Labriola, da « Sindacalismo e riformismo », in R. Melis, Sindacalisti italiani (Roma: Volpe, 1964), pp. 46 s.
20 E. Leone, Il sindacalismo (Milano: Sandron, n.d.), pp. 57 s.
21 A. O. Olivetti, « I sindacalisti e la élite », Pagine libere, Luglio 1,
1909.
22 A. O. Olivetti, « Il problema della folla », Nuova Antologia 38, 761 (Settembre 1, 1903), pp. 281-291.
23 P. Orano, Psicologia sociale (Bari: Catorzi, 1902).
24 Michels, Il proletariato..., p. 33.
25 Michels, « Eine syndikalistisch gerichtete Unterstrbmung im deut¬schen Sozialismus », pp. 350 s.; cfr. G. Volpe, Italia in cammino (Roma: Volpe, 1973), pp. 120 ss.
26 Cfr. A. J. Gregor, « The Ideology of Fascísm », in G. Weinberg (ed.), The Transformation of a Continent (Minneapolis: Burgess, 1975), pp. 257-267 e L'ideologia del fascismo (Roma: Il Borghese, 1974), cap. 3.
27 Cfr. per esempio, Mussolini, « La gente nuova », « Nell'attesa », « Pagine rivoluzionarie: 'Le parole d'un rivoltoso' », « Intorno alla notte del 4 Agosto », « L'attuale momento politico », « Intermezzo polemico », « Ope¬ra omnia, I, pp. 19 s., 40 s., 50-53, 62, 120, 128. Cfr. Mussolini, « Fra libri e riviste », Opera omnia, II, 248-9. Il saggio di Michels, « L'uomo econo¬mico e la cooperazione », fu ripubblicato come capitolo II del suo Saggi economico-statistici sulle classi popolari (Milano: Sandron, 1919).
28 Michels, « Eine syndikalistisch gerichtete Unterstroemung im deut¬schen Sozialismus », p. 350.
29 Michels, « Begriff und Aufgabe der 'Masse' », p. 410.
30 Michels, « L'oligarchia organica costituzionale », ristampato in Studi sulla democrazia e sull'autorità (Firenze: La nuova Italia, 1933), pp. 8 s.
31 A. Labriola, Riforme e rivoluzione sociale (Napoli: Partenopea), pp. 9 e 8.
32 G. Sorel, Reflections on Violente (Glencoe: The Free Press, 1956),
pp. 87 s., 106, 201, 247, 253. Cfr. P. Pastori, C. Sorel: Le illusioni della democrazia (Roma: Volpe, 1973).
33 Sorel, « Unity and Multiplicity », in Reflections on Violente, p. 298.
34 Mussolini, « Lo sciopero generale e la violenza », Opera omnia, II, 163-168.
35 Cfr. Mussolini, « Fra libri e riviste », Opera omnia, II, 248-249.
36 Cfr. Linz, op. cit., p. XVII; cfr. . D. May, « Democracy, Organi¬zation, Michels », American Political Science Review, 59, 2 (Giugno, 1965), pp. 417 s.
37 Michels, La sociologia, p. 413.
38 Ibid., p. 528.
39 Ibid., p. 321.
40 Cfr. Michels, Il proletariato..., p. 365, La sociologia..., pp. 486 s.
41 Michels, Il proletariato..., p. 390.
42 Michels, La sociologia..., p. 486.
43 Ibid., p. 257.
44 Ibid., pp. 497 s.
45 Michels, « L'uomo economico... », pp. 45 s., La sociologia..., pp. 55 s., « La democrazia e la legge ferrea delle élites », Studi sulla democrazia e sull'autorità, p. 31.
46 Michels, Il proletariato..., p. 372.
47 Michels, « La democrazia e la legge ferrea delle élites », p. 41.
48 Michels, Corso di sociologia..., pp. 45 ss.
49 Ibid., p. 532.
50 Michels, « Some Reflections on the Sociologica) Character of Political Parties », American Political Science Review, 21, 4 (Novembre, 1972), 753-772.
51 Cfr. E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista (Bari: Laterza, 1975), p. 402.
52 Cfr. Michels, « Zur Ethik des Klassenkampfes », Ethische Kultur, 12, 3 (1904).
53 Cfr. il dibattito di Michels in « Eine syndikalistisch gerichtete Un¬terstrómung im deutschen Sozialismus (1903-1907 », e « Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegungen », in Grundriss der Sozialókonomik (Tibingen: Mohr, 1926).
54 Michels, Il proletariato..., pp. 22, 33 s., 369, 374.
55 V. Pareto, I sistemi socialisti (Torino: UTET, 1974), pp. 737-739.
56 Cfr. Michels, « Zum Problem: Wirtschaft und Politik », in Probleme der Sozialphilosophie (Leipzig: Teubner, 1914), riprodotti come « Intorno al problema dei rapporti tra economia e politica », in Problemi di sociologia applicata (Torino: Bocca, 1919), e come « The Relation of Economíc Events to Personality and Politícs », in First Lectures in Political Sociology (New York: Harpers, 1965).
57 Engels, lettera a J. Bloch, Settembre 21-22, 1890. Cfr. Michels, First Lectures..., p. 18; Probleme..., pp. 189 s.
58 Michels, First Lectures..., 1, p. 27.
59 Tutta la parte V di Michels, « Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegungen », in Grundriss..., è dedicata ad una analisi delle condizioni che governano la mobilitazione delle masse ed il primato della massa.
60 Ibid., pp. 301 s.
61 V. I. Lenin, « The Economie Content of Narodism and the Criticism of It in Mr. Struve's Book », Collected Works, I, pp, 420 s.
62 Michels, « Die Deutsche Sozialdemokratie im Internationalen Verbande », Archiv, 25, 1 (1907), p. 230.
63 La crisi intellettuale che si verificò nel marxismo ortodosso fra la morte di Engels e l'avvento della prima guerra mondiale è stata dibattuta in dettaglio da A. J. Gregor, The Fascist Persuasion in Radica) Politics (Princeton: Princeton University, 1974), cap. 4.
64 Cfr. i commenti di Werner Sombart in un libro familiare a Mus. solini, Sozialismus und soziale Bewegung im neunzehnten jahrhundert (Jena: Fischer, 1897), cap. IV.
65 Cfr. Mussolini, « La necessità della politica socialista in Italia », e « La gente nuova », in Opera omnia, I, pp. 15, 19.
66 Mussolini, « Nell'attesa », ibid., pp. 40 s.
67 Mussolíni, « La crisi risolutiva », e il successivo « Carlo Marx », Ibid., pp. 70, 103. Cfr. anche Mussolini, « Dopo l'eccidio di Roma », « L'attuale momento politico », ed « Intermezzo polemico », Ibid., I, pp. 115; 120, 128.
68 Anni dopo Mussolini dichiarava che da studente a Forlimpopoli aveva dedicato un « forte interesse alla psicologia delle masse — la folla », e che « uno dei libri che lo avevano più interessato era stato la « Psicologia della folla» di Gustave Le Bon. Mussolini, My Autobiography (London: Paternoster, 1936), pp. 25, 36.
69 Mussolini, « Da Guicciardini a... Sorel », Opera omnia, 4, 174.
70 Mussolini, « L'attuale momento politico », Ibid., I, pp. 119-122.
71 Cfr. Mussolini, « Socialismo e movimento sociale nel secolo XIX », « Pagine rivoluzionarie, 'Le parole d'un rivoltoso' », « 'Monnetier', (La culla dei Savoia) », « Intorno alla notte del 4 Agosto », « Per Ferdinando Cassane », « Opinioni e documenti: la crisi risolutiva », Ibid., pp. 44 s., 51 s., 57, 62, 65, 70.
72 E. Ludwig, Colloqui con Mussolini (Milano: Mondadori, 1932), pp. 119 ss.
73 Michels, Nationalismus, Nationalgefúhl, Internationalismus », Das Frese Wort (Edited by M. Henning, Frankfurter Verlag, 1903), pp. 107-111.
74 Mussolini, lettera datata Febbraio 26, 1905, Opera omnia, I, 216.
75 Mussolini, « Per Ferdinando Lassalle », Ibid., 66.
76 Mussolini,« La Voce », Opera omnia, II, 55.
77 Mussolini, « Lo sciopero dei cantonieri », Ibid., 196.
78 Mussolini, «Ciccaiuolo », Ibid., 203.
79 Mussolini, «Fra libri e riviste », Ibid., 248 s.
80 Cfr. Michels, « Intorno al problema della solidarietà e della formazione delle caste », in Problemi..., pp. 15-37. In the « Vorwort » to Der Patriotismus: Prolegomeni zu einer soziologischen Analyse (Munich: Dunker & Humblot, 1929), p. VII, Michels parla di « residui » come motivi disposizionali per il comportamento dell'uomo.
81 Michels, La sociologia..., p. 4.
82 Michels, L'imperialismo italiano (Milano: Libraria, 1914), p. V.
83 Michels, Probleme..., pp. 193 s.
84 Michels, « Nation und Klasse », Die Arbeit, 3, 2 (Febbraio, 1926), 158-166, 227-237; « Psychologie der antikapitalistischen Massenbewegun¬gen », pp. 257-276.
85 Cfr. Michels, « Patriotism », First Lectures..., pp. 156-166.
86 Michels, « Der patriotische Sozialismus oder sozialistische Patrio
tismus bei Carlo Pisacane », Archiv fúr die Geschichte des Sozialismus und
der Arbeiterbewegung (Cari Grùnberg, Ed. Leipzig: Hirschfeld, 1914), pp. 222 S.
87 Ibid., p. 242.
88 F. Naumann, « Proletarischer Imperialismus », Hilfe, Maggio, 12, 1912.
89 Michels, L'imperialismo italiano, pp. 178 s.
90 A. Labriola, La scintilla, Ottobre 11, 1911.
91 Michels, L'imperialismo italiano, p. 180; cfr. Italien von Heute, pp. 208-212.
92 Michels, «Nation und Klasse », Die Arbeit, 3, 2 (Febbraio 15, 1926), p. 227.
93 Ibid., p. 233; cfr. Italien von Heute, p. 216.
94 Michels, « Nation und Klasse », p. 236.
95 Michels, Der Patriotismus, p. L
96 Ibid., pp. 30 s., 39 s.
97 Michels, First Lectures..., p. 152.
98 Mussolini, « La situazione internazionale e l'atteggiamento del partito », Opera omnia, VI, pp. 427, 428.
99 Mussolini, « Mussolini riconferma la sua avversione alla neutralità », Ibid., p. 431.
100 Mussolini, « Il dovere dell'Italia », Opera omnia, VII, pp. 99, 101.
101 Cfr. E. Shils, « The Concentration and Dispersion of Charisma », World Politics, 11 (Ottobre, 1958), p. 4; W. C. Runciman, « Charísmatic Legitimacy and One-Party Rule in Ghana », European Journal of Sociology, 4 (1963), p. 154; I. L. Horowitz, « Part Charisma: Politica) Practices and Principles in the Third World Nations », Indian Sociologica) Bulletin, 3 (October, 1965), pp. 75-78.
102 Michels, Cenni storici sui sistemi sindacali corporativi (Roma: Cremonese, 1936), p. 5, note.
103 Michels, Introduzione alla storia delle dottrine economiche e politiche (Bologna: Zanichelli, 1932), pp. 79-81.
104 Ibid., p. 81.
105 Ibid., cap. 1. Essenzialmente lo stesso saggio fu pubblicato come « Il concetto di Stato nella storia delle dottrine economiche », Rivista di Politica Economica, 19, 6 (1929), 543-551.
106 Cfr. i commenti di Michels in Der Patriotismus, pp. 1 s., Italien von Heute, pp. 209-211, 225, e Studi sulla democrazia e sull'autorità, cap. 2.
107 Michels, Italien von Heute, pp. 212 s., 226 s.
108 Ibid., pp. 226 s., 232, 237.
109 Cfr. M. Pantaleoni, Bolscevismo italiano (Bari: Laterza, 1922).
110 Cfr. Gregor, Idoelogia del fascismo, pp. 145 s., 156 s.
111 Michels, Introduzione..., pp. 107 s.
112 Michels, « Lo stato forte e la politica economica », Critica fascista, 10, 22 (Novembre 15, 1932), 433 s.
113 Michels, Italien von Heute, pp. 240-245.
114 Ibid., p. 239.
115 Anche il giovane Filippo Corridoni prima della sua morte in una azione sul fronte austriaco nel 1915, sosteneva nel suo testamento politico, « che l'Italia aveva necessità, come precondizione della rivoluzione, di « un celere sviluppo industriale... ». F. Corridoni, « Il testamento politico », in Sindacalismo e repubblica (Roma: SAREP, 19452), p. 111.
116 R. De Felice, Intervista sul fascismo (Bari: Laterza, 1975), pp. 53 s., 1.05 s.
117 Cfr. « Lettere di Georges Sorel a Roberto Michels », in Nuovi Studi di Diritto,. Economia e Politica, 2, 5 (1929), p. 293, n. 4.
118 Cfr. J. L. Talmon, "The Origins of Totalitarian Democracy (NewYork: Praeger, 1960), cap. 3 e l'introduzione di L. G. Crocker's a J. J.Rousseau, The Socia) Contract and Discourse on the Origin of Inequality (New York: Washington Square Press, 1967).
119 F. Engels, « Zwei Reden in Elberfeld: I », in K. Marx e F. Engels, Werke (Berlina Dietz, 1957), II, 539, 642.
120 Cfr. la discussione in A. J. Gregor, The Fascist Persuasion in Radical Politics, cap. 4.
121 Michels espresse sommariamente i suoi giudizi in varie occasioni, ma i più importanti li scrisse durante il periodo fascista. Cfr. Michels, First Lectures..., cap. 5-8; e Studi sulla democrazia e sull'autorità, cap. 1, parte 3 e 4, cap. 2.



interessante questo articolo su michels: è un peccato constatare come la sociologia odierna ricordi questo autore soltanto per la legge della ferrea oligarchia, che è soltanto una parte minima del suo lavoro...
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MessaggioInviato: Gio Giu 04, 2009 1:05 pm    Oggetto:  
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Ecco un articolo di Olivetti che conferma pienamente ciò che sostiene il prof. Gregor.

I SINDACALISTI E LA ÉLITE

lo credo che sia semplicemente un sogno attendere che «tutti gli operai siano evoluti e coscienti ». Bellissima cosa, se avessimo una pur lontana speranza di vederla attuata, ma chi potrebbe crederla sul serio? Quando in Italia non abbiamo mez­zo milione di organizzati (ed anche quelli di che razza') su 34 milioni di abitanti, in Germania non oltre 1 milione, ed appena il doppio in Inghilterra, dopo quasi un secolo di tradesunionismo!

Non c'è nessuno che voglia sostituire all'ideale democra­tico, per così dire, al suffragio universale della rivoluzione so­ciale, una concezione limitata ed aristocratica, ma purtroppo è così. Noi non intendiamo porre un programma, ma soltanto constatare un fatto, ed un fatto che non potrebbe essere diverso perché la mentalità sindacalistica non può maturare che nella fabbrica o nell'agricoltura intensiva industrializzata: suppone dunque la grande industria e l'intenso vibrare de]]a vita capita­listica, e per forza di cose deve lasciare dietro di sé tutta la zona grigia della piccola industria e della piccola agricoltura, l'artigianato, la minuta burocrazia: le forme di salariato dome­stico, ecc.: ossia tutta una massa specificamente proletaria; ma incapace per la sua stessa struttura e posizione economica di sentir pulsare le vene e i polsi di quella speciale idiosincrasia rivoluzionaria che è il sindacalismo.

Questo è uno stato d'animo più che una dottrina, una maniera di sensibilità sociale che tende a tradursi in volontà operante. Epperò esige da una parte una finezza di sensibilità che purtroppo non può essere di tutti; d'altra parte una concen­trazione di energie che le stesse condizioni fisiologiche e storiche delle classi operaie impediscono di essere una cosa comune, tanto meno universale. Sarebbe una bellissima cosa, che tutti gli operai fossero coscienti della loro condizione e volenti mutarla. Ma chi non intende quale terribile irraggiungibile sogno sia codesto? Su mille uomini presi nel gregge, 900 si adattano a qualunque mi­seria. E sopportano di essere schiavi, servi, proletari. Dei cento superstiti, la più parte cerca la salvazione individuale, e si sforza di ascendere separatamente a regioni più elevate, senza coordi­nare il proprio tentativo ad alcun movimento d'insieme o ad alcuna aspirazione ideale. Rimane un piccolo manipolo che va trasmettendosi a traverso i secoli dall'una all'altra generazione la fiaccola di un ideale di perfezionamento, di umanità integrale. Ed è lo scarso drappello, che seminando dei brani della propria carne tutti i rovi del suo cammino, impedì alla umanità di ras­somigliare intieramente ad un branco di porci nel pantano.
Aristocrazia? E perché no? Ma aristocrazia non proclamata da leggi o sdraiata sul possesso di ricchezze materiali; ma vera aristocrazia di sangue e di nervi, aperta a tutti i forti: non ari­stocrazia del blasone o del forziere, ma invece un'accolta dei più sensibili incontro alle sofferenze dell'ambiente, e dei più volitivi. Quindi élite schiettamente umana, perché composta di coloro che assommano nel cuore e nel cervello più umanità.
Né con ciò viene esclusa quella tesi che il Sorricchio affib­bia con qualche inesattezza al Sorel ed al Labriola .. , Che il sindacalismo debba mirare soprattutto a migliorare intellettual­mente, moralmente ed economicamente tutto il proletariato ».
D'accordo. Il programma non può essere diverso. La forza dei programmi è l'universalità. Anche il cristianesimo anelò a salvare tutti gli uomini: la rivoluzione francese a rendere astrat­tamente uguali tutti i cittadini. Ma altro è l'effetto, altra è la causa motrice. Anzi quello deve necessariamente essere più vasto di questa, se vuoI esserci creazione. Una massa che agisca su una massa non produce alcun maggiore resultamento di quanto gii. fosse in essa contenuto.
Altro è dunque voler applicare una riforma, diciamo PUIT una rivoluzione ad un dato ambiente, altro pretendere che tul/o l'ambiente dovesse già essere rivoluzionario e rivoluzionato. Questo c'è di vero invece, che accanto alla élite che l'i,', presto e più forte sente e vuole, per maturare di condiziolli. per tutte le correnti suggestive che emanano dal pensiero <' dal l'azione, va diffondendosi nel gregge una certa simpatia. 1111.1 certa orientazione verso determinate idee: e sono vinte resiste" ze, sono stroncati pregiudizi, sono educate nuove conceziolli (' nuove forme di vita: lavorio sordo codesto, sotteraneo e misle doso, che non può essere misurato con strumenti, né indagalo coi mezzi della osservazione storica e sociale. Poiché ogni lotta sociale è un urto di due minoranze sul corpo inerte della gran massa anonima, ridotta ad un pensiero e ad un'azione di secondo grado: così ogni tanto ammiriamo audacie che paiono miraco­lose, catastrofi che ci danno !'impressione dell'imprevisto, e non sono che provocate dall'adesione della grande bestia ad una idea trionfante e vibrante. Gli uomini rappresentativi nella storia sono coloro che posseggono il fascino solenne e misterioso che desta e trascina e solleva i dormienti in un attimo di vita intensa a creare una città, una religione, una civiltà.
Ora il sindacalismo è l'espressione più alta dell'antitesi capi­talistica. Esso nasce nella fabbrica, matura nella grande industria, epperò non può irreggimentare, specie in un paese come l'Italia, che una piccola minoranza di lavoratori e più elevati nella ge­rarchia della tecnica capitalistica.
Il capitalismo a sua volta non è che una minoranza di privilegiati, che ha il vantaggio del possesso e con questo di poter padroneggiare tutte le forze inerti che appartengono naturalmente al più forte, per diritto di guerra e di preda.
Ma dal manipolo di avanguardia deve emanare un'idea ed un'azione, fatta di continui conati, sperimentali ed educativi (concezione meravigliosa di Giuseppe Mazzini la virtù educativa del conato, ancor se disgraziato!) e da quest'azione continua va infiltrata una maggiore coscienza nelle masse inerti, ed ingrossato il nucleo del militanti: processo soggettivo che si compone col processo oggettivo che trascina il capitalismo alla grande indu­stria. Un giorno l'attuale equilibrio di forze si romperà ed av­verrà una catastrofe o rivoluzione, la quale farà prevalere quel gruppo che in quel momento possederà maggiore coscienza e vo­lontà sociale.
In questo senso solo, la rivoluzione è evolutiva. L'evoluzione concepita senza termini e senza sussulti, è una ideologia arbitraria, in contraddizione con la vita. Siccome poi niuno ci può dire quando l'accumulazione delle sofferenze e la diffusione del malcontento nelle masse che noi supponiamo inerti, siano giunte al grado di maturità, da secondare un movimento di audace avanzata, cosl il sindacalismo saggia codeste forze in­scrutabili ad una quotidiana esperienza rivoluzionaria. La storia è fatta di colpi di scena, che sembrano tali perché mentre appare in tutta la drammatica efficacia rappresentativa il fatto, ne sfugge l'oscura preparazione. Ma appunto perché sfugge, nessuno può affermarla a priori come compiuta o negarla a priori. Possono dividerci dalla rivoluzione sociale alcuni secoli, o può essere domani. Perciò è saggio proseguire, ogni volta che si pu, il tentativo rivoluzionario.
Il sindacalismo deve essere, tatticamente, un rivoluzionarismo sperimentale. L’oggetto di tale esperienza è la classe operaia. Ed è vano sperare che oggi ne ne mai essa ne sia anche il soggetto. Assai prima che ciò fosse possibile sarebbe avvenuto qualcosa di decisivo nella vita del mondo. La storia ama le scorciatoie.

"Pagine Libere" 01-07-1909
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MessaggioInviato: Dom Giu 06, 2010 7:34 pm    Oggetto:  
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...ho aggiunto una parte consistente dello scritto del prof. Gregor che suggerisco di leggere a tutti i nostri utenti, giusto per fugare definitivamente qualsiasi dubbio in merito alla revisione antimaterialistica del marxismo condotta dai sindacalisti rivoluzionari che aderirono al fascismo ed alle loro matrici culturali che smentiscono qualsiasi filiazione con destre e tradizionalismi reazionari di sorta.
_________________
" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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