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Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni - Giuseppe Bottai

 
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Il Littore



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Messaggi: 452
Località: Italia del Littorio

MessaggioInviato: Lun Mag 03, 2010 6:01 pm    Oggetto:  Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni - Giuseppe Bottai
Descrizione:
Rispondi citando

Consiglio nazionale delle Corporazioni [21 dicembre 1929]
Relazione parlamentare del ministro Bottai




Uno sforzo di equilibrio morale e storico si realizza nella legge del 3 aprile 1926, legge che media e concilia due tempi: voglio dire, che, in un certo senso, la giornata del 3 aprile è il centro di un equilibrio storico, tra due epoche della concezione e della attuazione istituzionale e costituzionale del sindacalismo.
Prima del 3 aprile, abbiamo il Sindacato fuori dello Stato; in posizioni diverse dinanzi allo Stato, o di coperto sfruttamento di certi vantaggi che lo Stato poteva conferire, o addirittura contro lo Stato, o infine in un’attitudine di conquista verso lo Stato. Dal 3 aprile in poi, il Sindacato entra nello Stato: è lo Stato che gli apre le porte della sua cittadella, il Sindacato diventa un collaboratore dello Stato, diventa, in un certo modo, anche organo di esecuzione di certi particolari poteri dello Stato.
Dalla giornata del 3 aprile 1926 non esiste più in Italia, tra Stato e Sindacato, un problema di conquista; non di tratta, da parte dei sindacati, di conquistare lo Stato, poiché sono stati essi, per sempre, conquistati alla coscienza stessa dello Stato. Si tratta piuttosto di risolvere, e si è risolto, un problema di consapevolezza reciproca tra Stato e sindacati.
Lo Stato ha, con legge del 3 aprile, riconosciuto il Sindacato - e intendo adoperare questa parola “riconosciuto” non solo nella sua accezione più strettamente e più propriamente giuridica, ma nella sua accezione più vasta, morale e politica insieme - ha riconosciuto il Sindacato nella sua forza, nella dignità e nella bellezza della sua funzione; il Sindacato, a sua volta, riconosce lo Stato, lo riconosce nella sua unità, nelle sue esigenze, nelle sue funzioni, e collabora con tutti i mezzi a che questa unità, queste esigenze, queste funzioni si svolgano nella loro pienezza.
Tale riconoscimento, dopo un luogo periodo di separazione e di ignoranza, di lotta, fra Stato e Sindacati, si realizza integralmente nella corporazione fascista.[/u] Nella legge del 3 aprile 1926 non esiste ancora la parola corporazioni. Voi trovate nell’articolo 3 l’espressione: “le associazioni di datori di lavoro e quelle di lavoratori possono essere riunite mediante organi centrali di collegamento con una superiore gerarchia”, ecc. Ancora, questi organi centrali di collegamento non appaiono nella loro propria funzione.

***

Il Consiglio nazionale delle corporazioni deve essere considerato a tutt’oggi la tappa estrema di questo estrinsecarsi ed enuclearsi successivo della corporazione, da una funzione di mero collegamento intersindacale, come ci appare nella legge 3 aprile, a una funzione, direi quasi, di amministrazione nell’ambito stesso dello Stato come ci appare nel regolamento del luglio successivo, a una funzione di vero e proprio organo di Stato, in tutta la dignità e vastità di questa espressione.
Voi vedete, attraverso il cammino, quasi inconsapevole, che la legislazione sindacale ha percorso, come l’atomismo sindacale, effetto inevitabile, necessario, dell’estraniarsi del sindacato dallo Stato (poiché il sindacato, fuori dello Stato, si moltiplica e tende a chiudersi in un egoismo egocentrico) si risolva nel collegamento corporativo, conseguenza prima e logica del riconoscersi reciproco fra Sindacato e Stato. Ma lo stesso atomismo corporativo, il fenomeno, cioè, di queste corporazioni che nate dal collegamento tra sindacato e sindacato sarebbero destinate a girare isolate l’una dall’altra, perdutamente, nell’orbita dello Stato, non può risolversi che nel collegamento intercorporativo.
La funzione corporativa, in questo processo giuridico, che vi ho rapidamente e certo imperfettamente descritto, presuppone la funzione sindacale. Non solo la presuppone, ma ove accenni a decadere, la ravviva; la corporazione nel sistema fascista non supera e abolisce il sindacato, ma lo concepisce in attività quotidianamente. La funzione intercorporativa, che si esplica nel Consiglio nazionale delle corporazioni, presuppone la funzione corporativa, che si attua nelle sezioni, corrispondenti ognuna alle grandi branche della produzione nazionale.
Sindacato, Corporazione, e Consiglio devono, quindi, coesistere, e coesistere sulla stessa base. Condizione necessaria, perché noi possiamo compiere lungo cammino col nostro esperi¬mento è la loro contemporaneità. Nessuno ha mai pensato di risolvere il Sindacato nella corporazione, ne la corporazione nel gurgite troppo vasto del Consiglio nazionale delle corporazioni. Attraverso una successiva individuazione di compiti e di funzioni, noi abbiamo voluto arrivare ad una unità, che non sia semplicemente una intenzione ed un’enunciazione, ma un’attuazione organica.

***

Quando il progetto è comparso al primo esame della Commissione mi si è domandato se il Consiglio nazionale delle corporazioni meritasse, per la sua struttura organica, per le funzioni e per la sua posizione costituzionale, l’aggettivo di autonomo. L’autonomia è, secondo una definizione dottrinaria, il potere di un gruppo politico o professionale di organizzarsi e di amministrarsi da se stesso sotto certe condizioni e limiti. L’autarchia è piuttosto il bastare a se stessi, l’avere la sufficienza di sé, il poter provvedere da sé allo svolgimento del proprio compito e della propria funzione.
Ora, è dimostrato, non so se nella scienza, di cui non ho il compito di preoccuparmi in questo momento, ma è dimostrato nella realtà effettiva delle cose, che un gruppo professionale non può bastare a se stesso, ove lo Stato lo ignori, ove lo Stato non lo assista, ove lo Stato non lo sussidi dei suoi consigli e delle sue direttive. È anche dimostrato, che un gruppo professionale non trova da sé il limite della propria autonomia. Un Sindacato fuori dello Stato, cerca di esagerare nel darsi la propria legge o nel dare la legge alla propria categoria. Bisogna che lo Stato intervenga e tracci il limite vivo, vitale di questa autonomia.
Ecco in qual senso, nel sistema politico del corporativismo fascista, la corporazione è un organo di Stato. È un organo di Stato, perché con essa e attraverso di essa lo Stato potenzia, rafforza e avvalora l’autarchia del Sindacato, mettendolo in condizioni di essere efficiente, attivo ed operoso, ma, nello stesso tempo, ne limita, ne equilibra, ne circoscrive l’autonomia. In questo duplice incontro, dello Stato che dà i poteri, ma nello stesso tempo li circoscrive, che dà le facoltà, ma nello stesso tempo le limita, che attribuisce le funzioni, ma nello stesso tempo le orienta, è il segno distintivo della corporazione fascista.
È un organo di Stato, che non distrugge, ma segna i limiti delle autonomie sindacali, e concreta le funzioni ed i poteri dello Stato nei confronti dei gruppi professionali. In esso si attua la confluenza e l’ordinamento sistematico ed attivo delle esigenze autarchiche ed autonome del¬le associazioni sindacali e delle esigenze supreme, assolute, prevalenti dello Stato, integralmente rappresentato dalla persona del Capo del Governo. Noi realizziamo, attraverso il Consiglio: lo Stato-Corporazione a servizio dello Stato-Nazione.

***

La Corporazione risolve, così, nell’autorità dello Stato il problema della libertà dell’individuo. Con questo, noi ci poniamo originalmente nel contrasto dei concetti di libertà, che si agita nel mondo, in quanto che non siamo i negatori del principio di libertà, ma gli assertori di un nuovo principio di libertà: una libertà organica, che si attua attraverso il gruppo e la collaborazione di questo alla formazione stessa della volontà e della autorità dello Stato.
Nel complesso intorno a quattro punti si è battagliato: efficacia ed utilità della iniziativa privata, proclamata dalla dichiarazione settima della Carta del Lavoro; funzione attiva delle associazioni sindacali nel campo dei rapporti economici, che attua quell’iniziativa sindacale, che taluni vorrebbero vedere scomparire dall’ormai famigerato comma terzo dell’articolo 11; poteri normativi della corporazione, che realizzano, come ho già detto, nelle sezioni o nell’Assemblea del Consiglio, l’iniziativa corporativa; iniziativa dello Stato, che, attraverso il Capo del Gover¬no, autorizza, vieta, o limita lo svolgimento del regolamento collettivo dal terreno dei rapporti di lavoro a quello dei rapporti economici.
La Carta del Lavoro, che voi avete così sovente citata in questi giorni, è un documento unitario. Essa consiste in un complesso di pensieri, di idee, di proposizioni e di enunciazioni, che vanno lette e accettate tutte, dalla prima all’ultima, senza indugi, che rivelino particolari preoccupazioni, su questa o su quella. È un documento unitario; e questi quattro motivi: dell’iniziativa privata, che nessuno vuol menomare, dell’iniziativa sindacale, dell’iniziativa corporativa e dell’iniziativa dello Stato, la informano insieme, ma insieme.

1) Abolite il primo motivo, dell’iniziativa individuale, e voi avrete la tirannia sindacale, la soffocazione corporativa, che minerà la stessa compagine morale e sociale dello Stato; tirannia sindacale e soffocazione corporativa, che soprattutto lo Stato ha diritto, dovere ed interesse di impedire.
2) Abolite il secondo motivo, quello della iniziativa delle associazioni sindacali, e voi giungerete - fenomeno strano di contraddizione storica - ad anemizzare fino alla scomparsa quelle stesse collettività intermedie, che noi abbiamo risuscitate contro la economia liberale, che le aveva distrutte. Dove si vede come, talora, per essere troppo fascisti, si arriva a cambiar casacca e a diventar liberali.
3) Abolite il terzo motivo, quello dell’iniziativa corporativa in ordine ai rapporti economici, e voi isolerete i sindacati sull’arido, sconfortante, pesante, terreno dei rapporti di lavoro, che è quanto dire di quell’ordine pubblico (perché i regolamenti dei rapporti di lavoro vogliono, soprattutto, impedire la serrata e lo sciopero) di quell’ordine pubblico, altissimo ideale giolittiano, che lo Stato fascista non può anteporre alla sua concezione dell’ordine inteso come ordine mora¬le, come ordine sociale, come ordine politico e come ordine economico.
4) Abolite, infine, l’intervento - spaventosa parola - abolite, infine, l’intervento disciplinare dello Stato, e voi avrete la lotta tra la anarchia individuale e il potere sindacale, che caratterizzò la vita italiana negli anni della vigilia fascista. Può essere di cattivo gusto ricordare ai produttori, oggi, nella pace e nell’ordine d’oggi, il disordine di ieri: ma sono ricordi, che fanno sempre bene alla salute.
È invece, nella necessità di una relazione disinteressata tra principio e principio; è nella correlazione logica, storica, politica e morale dei quattro motivi, dell’iniziativa privata, dell’iniziativa sindacale, del potere corporativo e dell’autorità dello Stato, che si trae quell’unitaria concordia che fa di noi, ognuno nelle nostre funzioni e nelle nostre particolari responsabilità gerarchiche, una generazione esemplare, apportatrice all’ltalia e al mondo di un nuovo tipo di civiltà.

***

Quest’economia corporativa, è nata, nel pensiero di Mussolini, fino dal febbraio 1922. Otto o nove mesi prima della Marcia su Roma, egli scriveva nel Popolo d’Italia: “Il Sindacalismo fascista non esclude che, in un lontano domani, i sindacati dei produttori possano essere le cellule di un nuovo tipo di economia”. Vi era fin d’allora la visione del grandioso e trionfale cammino! E nel discorso di Palazzo Vidoni, del 1923, egli diceva ancora: “L’industria italiana fino ad oggi è stata individualista. È un vecchio sistema che bisogna abbandonare. Bisogna costituire il fronte unico dell’economia italiana”. E nel dicembre 1925, in questa Camera: “Io credo che si debba arrivare ad una nuova concezione dell’economia nazionale”! E sempre nello stesso mese, al Senato: “Il fallimento della economia politica liberale è così eloquentemente provato dai fatti che non vi è bisogno di insistervi. Non è contestabile che l’equilibrio necessario alla vita economica può essere molto meglio stabilito dall’intervento di un giudice imparziale”. E nel discorso agli industriali, nell’estate del 1928, si preconizzava “una grande trasformazione, che viene effettuandosi nel tipo di economia capitalistica e che prelude, forse non soltanto in Italia, al nuovo tipo di economia corporativa”.
Organizzatori di qualunque parte, di datori di lavoro e di lavoratori, voi avete, nel Ministero delle corporazioni, sotto la mia particolare assistenza o con la assistenza dei miei collaboratori, visto evolversi, dalle prime incertezze, il contratto collettivo di lavoro. Anche questo contratto era, nei suoi albori, una cosa informe ed incerta. Noi abbiamo saputo, attraverso l’esperienza viva di tutti i giorni, voi, nel vostro compito di organizzatori, noi di orientatori, enuclearlo e portarlo così innanzi, che già esso travalica i suoi limiti e trapassa a regolare nuovi rapporti.
La libertà della iniziativa, che nessuno vuole menomare, che nessuno, quello che più conta, ha fin qui mai menomato (e io domando, perché si debba temere pel domani quello che fino ad oggi non abbiamo fatto) non deve tendere al profitto individuale, al necessario profitto individuale, attraverso metodi arbitrari e contraddittori, che compromettano il profitto collettivo di un popolo nel quadro della concorrenza universale.

***

Del resto, quando si è trattato di toccare l’economia individuale di altri settori di produttori, nel complesso della vita nazionale, nessuno si è scandalizzato. Io vorrei domandare, a coloro che oggi temono questa avventurosa marcia, se si sono doluti, quando lo Stato fascista, attraverso i suoi organi responsabili, ha con un ordine secco, preciso come un comando militare, toccata l’economia individuale dei lavoratori italiani, diminuendo i loro salari fino alla misura del 20 per cento.
Nessuno si è scandalizzato, perché la misura era necessaria. Nessuno vuol trasferire questo esempio, perché diventerebbe straordinariamente pericoloso, in altri campi; ma quando si ha uno Stato, pronto ad intervenire, per difendere l’iniziativa individuale dell’imprenditore, per rafforzare la sua impresa, per dargli modo di marciare speditamente, non si ha il diritto di supporre, che questo stesso Stato voglia soffocare l’iniziativa, voglia soffocare lo spirito di impresa.
Lasciate che, a questo punto, io vi citi le parole, di uno scrittore straniero, Walter Rathenau. Sono del 1918. Qualcuno di voi, forse, avrebbe potuto giudicare di più buon gusto, scegliere una citazione italiana, per uno spirito di nazionalismo culturale. Ma piace, talvolta, andare a ricercare la controprova della bontà del nostro pensiero, in affermazioni che non appartengono a pensatori o studiosi del nostro Paese, perché allora avvertiamo come l’esperimento, che stiamo compiendo, sia, sì, un esperimento tutto italiano, un esperimento tutto fascista, ma corrisponda a certi aneliti di trasformazione universale, che ci danno la sensazione di essere all’avanguardia di un movimento di rinnovamento del sistema economico mondiale.
“L’ordinamento cui noi perverremo - diceva questo scrittore - sarà un ordinamento di economia privata, come l’attuale, ma non di un’economia privata senza freno; dovrà penetrarla una volontà collettiva; la stessa volontà che penetra ogni opera umana solidale, ad eccezione ap¬punto della sola produzione economica; dovranno penetrarla una moralità e un senso di responsabilità, che oggi nobilita ogni servizio reso alla collettività. Noi rideremmo dello scherzo di qualcuno, che volesse comprarsi un cannone per rendersi indipendente e svincolarsi dall’obbligo del servizio militare. Nessuno si sogna di pretendere per sé un tratto di ferrovia o una rete telegrafica, o di fondare un proprio sistema particolare di giurisdizione privata. Ma dall’economia viene accettata come cosa sicura che essa, da cui dipende la nostra agiatezza e il nostro piacere, la nostra civilizzazione e la nostra messa in valore, non possa esistere altrimenti che senza freni sul terreno della libera concorrenza e della lotta civile illuminata”.
Bisogna realizzare, nella maniera più acconcia, la funzione dello Stato nel campo economico; non la funzione di intervento, nello speciale tendenzioso significato che si dà a questa parola; non la funzione di controllo sulle aziende; ma una funzione di coordinamento, di discipli¬namento e di collegamento tra le varie forze della produzione. Il liberalismo ha ritenuto di risolvere il problema, mediante una menzogna convenzionale, negando in linea di principio, e attuando poi in fatto l’intervento dello Stato.

***

Si tratta, adesso, di risolvere il problema dei metodi e dei mezzi. Noi abbiamo ritenuto, col Consiglio nazionale delle corporazioni, di prepararli. Forse imperfetti, anzi certamente imperfetti. Ma abbiamo ritenuto di dare allo Stato, come organo per l’esercizio della sua funzione di intervento disciplinatore e coordinatore, un organo costituito da rappresentanti degli stessi interessi che devono essere disciplinati. Ogni caso e ogni forma di disciplina di rapporti economici viene, quindi, sostanzialmente, nel Consiglio nazionale delle corporazioni, a risolversi in una vera e propria autodisciplina sotto l’egida dello Stato. Quindi, non è lo Stato che interviene all’infuori delle parti, senza nessuna considerazione dei loro interessi; ma è lo Stato che le chiama a collaborare alle norme, che poi egli stesso, attraverso la corporazione o il Consiglio nazionale delle corporazioni, a seconda della vastità della materia, renderà obbligatorie.

***

Il Consiglio nazionale realizza così la eticità, la moralità del sistema sindacale corporativo fascista nell’ordine sociale e nell’ordine economico. Frenato l’egoismo individuale, mediante la disciplina della categoria professionale, degli interessi dei singoli, non siamo ancora fuori dell’egoismo. Occorre, che nel contemperamento degli interessi degli individui, divisi o raggruppati che compongono la Nazione - dichiarazione prima della Carta del lavoro - e nella loro subordinazione agli interessi supremi dello Stato, si sacrifichino fino ad annullarsi, anche gli egoismi e i particolarismi di categoria, perché l’etica corporativa, cioè l’etica fascista, si adempia e trionfi.
E chi vi ha mai detto, che sarà adoperata per respingere i lavoratori fuori della corporazione quando più, secondo noi, sarà necessario, per l’opera di educazione delle classi lavoratrici, che i lavoratori vi siano? È solo attraverso la conoscenza reciproca dei propri problemi, che datori di lavoro e lavoratori arriveranno ad una verace, sostanziale ed effettiva forma di collaborazione.
Il Capo del Governo ha voluto contribuire alla preparazione del mio discorso, fornendo¬mi un pensiero tratto da una intervista concessa dal signor Rockefeller, al Journal, il 27 maggio 1928. Vi si leggono queste parole: “Dichiaro che, secondo me, il disagio industriale proviene dal fatto che il capitale non cerca di prospettarsi il problema dal punto di vista operaio e che il lavoro non cerca di mettersi dal punto di vista del capitale. È deplorevole che certi capitalisti considerino il lavoro come uno strumento volgare, dal quale possono trarre tutti i frutti possibili al minor costo possibile. Ma è altrettanto deplorevole che gli operai si credano in diritto di strappare al capitale tutto quanto possono”.
Il che significa che è necessaria tra il capitale e il lavoro, una conoscenza reciproca, perché uno possa ripetere nei confronti dell’altro, solo quello che è giusto chiedere. Ma a questo non si arriverà, se non a traverso una lunga pratica, una lunga esperienza ed una lunga convivenza. Col Consiglio nazionale delle corporazioni noi foggiamo lo strumento di un ordine economico nuovo.
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MessaggioInviato: Mar Mag 04, 2010 3:06 pm    Oggetto:  
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W il corporativismo! Adesso che la superplutocrazia è prossima al collasso, dobbiamo essere più sicuri che la terza via è l'unica percorribile!
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