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Il Fascismo e la dittatura

 
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AquilaLatina




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Messaggi: 1482
Località: Stato Nazionale Fascista

MessaggioInviato: Ven Gen 07, 2011 2:46 pm    Oggetto:  Il Fascismo e la dittatura
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Data l'importanza centrale di tale tema, inserisco direttamente sul Covo l'articolo pubblicato come Editoriale di dicembre di Primato Fascista.

Il Fascismo e la dittatura

Una delle maggiori armi della propaganda antifascista nonché uno dei pilastri ideologici di quella che il grande storico Renzo De Felice definiva “vulgata” è l’accusa mossa al Regime Fascista di essere stato solamente una dittatura e, di conseguenza, all’ideologia fascista di non esistere, se non nel postulare una forma istituzionale di soppressione delle libertà. Bisogna riconoscere che l’accusa è di una certa efficacia poiché, approfittando dell’ignoranza comune diffusa tra le masse lobotomizzate da oltre 60 anni di lavaggio del cervello, è molto diffusa tra i miseri profeti di questa reale dittatura partitocratrica, che hanno buon gioco nell’agitare lo spauracchio della “dittatura fascista”. Un mito nato nel 1943 quando la nascente resistenza antifascista, sbucata dal nulla dopo 20 anni di volontario esilio, dichiarò di voler “aiutare” gli occupanti anglo-americani in quella che i nuovi padroni ci imponevano di accettare come “liberazione” per l’appunto dalla “dittatura fascista” nonché restituzione coatta a suon di bombardamenti e conseguenti massacri di una presunta “libertà democratica”. Ma l’accusa è strumentalmente propagandistica. Ogni fenomeno storico sia livello sociale che politico andrebbe inquadrato nella sua specificità, posto cioé in relazione con determinati eventi contingenti e analizzato in tutto il suo sviluppo evolutivo. L’istituto della dittatura è nato nell’antica repubblica romana, come magistratura straordinaria, la nomina del dittatore dotato di ampi poteri militari e civili avveniva in circostanze particolarmente delicate o pericolose per lo Stato Romano, in cui era necessario che una sola persona prendesse le decisioni, al posto del Senato. Alla dittatura i Romani facevano ricorso in situazioni di emergenza, come per sedare una rivolta (dictator seditionis sedandae causa) o per affrontare pericoli esterni e governare lo Stato in situazioni di difficoltà (dictator rei gerendae causa). Nessuna pregiudiziale quindi per i romani, disposti in tempo di crisi a limitare parzialmente o totalmente le proprie prerogative individuali per la suprema salvezza dello Stato. Il dittatore durava in carica fino a quando non avesse svolto i compiti per i quali era stato nominato, e comunque non più di sei mesi, tempo che fu esteso da Giulio Cesare dapprima ad un anno, successivamente a dieci fino a quando il Senato non votò la nomina a dictator perpetuus (dittatore perpetuo). Niccolò Machiavelli, sebbene recuperando la concezione Latina dello Stato giudicava nei “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio” la repubblica romana la forma più perfetta, stabile e compiuta del vivere civile, sviluppò ulteriormente ne “Il Principe” il concetto dell’adattamento delle istituzioni a particolari contingenze storiche sollevando il tema dei compiti di un Principe ideale il quale - se necessario - non deve essere buono “infra tanti che non sono buoni” ma deve saper ricorrere alla forza e alla violenza seppur deplorevoli, ma quantunque essenziali per mantenere stabilità e potere. Per Machiavelli il fine del politico è quello di mantenere l’esistenza dello Stato e a tale scopo può e deve ricorrere a qualsiasi mezzo, persino il più moralmente scorretto. Checché ne abbiano a dire gli antifascisti di tutte le logge, l’Italia del 1919 era un Paese in pieno sfacelo sociale, economico e politico, con uno Stato liberale incapace di comprendere la nuova era dell’avvento delle masse salite prepotentemente alla ribalta della storia con la Prima Guerra mondiale, guidata da una classe politica imbelle che alla conferenza di pace di Versaglia non riuscì a far valere i giusti diritti dell’Italia sanciti dal Patto di Londra del 1915, abbandonando clamorosamente le trattative in segno di protesta. Uno Stato che diserta dinanzi ai suoi diritti non è più uno Stato, ma una grottesca impalcatura di ridicoli commediografi. Vinta la guerra restava da vincere la pace, ma essa veniva malamente perduta dal debole governo italiano e appariva chiaro a molti che era necessario un radicale cambiamento istituzionale. In una Italia in pieno disastro morale e materiale, in balia dei disordini avvenuti nel biennio bolscevico, si erse la figura di Benito Mussolini chiamando a raccolta senza pregiudiziali sociali classiste il meglio del popolo italiano nei Fasci di Combattimento, dando il vita ad una nuova aristocrazia politica popolare animata da principi rivoluzionari e con la volontà di prendere il posto della vecchia èlite dominante dimostratasi incapace di reggere ulteriormente il Paese uscito dalla guerra. “Chi ben guardi – scrisse Bottai nel dopoguerra – il Fascismo non è sorto tanto dall’opposizione formale a un regime costituzionale preesistente, quanto dalla carenza, dalla vacanza, di cotesto regime”. Per porre fine alla crisi e risanare la Nazione dando un nuovo ordine al paese, fu necessario instaurare una dittatura così come i Romani hanno insegnato che in tempi eccezionali occorrono misure altrettanto eccezionali. La dittatura – ( che non fu esclusivo esercizio del potere da parte di Mussolini ma della nuova aristocrazia politica confluita nel Partito fascista, ndr.) – fu necessaria per salvare la Nazione e ridare Ordine al Paese. “Non esiste una dottrina della dittatura. Quando la dittatura è necessaria, bisogna attuarla” disse Mussolini, ribadendo che “Anche noi abbiamo bisogno della dittatura per riorganizzare il paese e per ridargli il sangue perduto nell’esperimento democratico”. La dittatura quindi, secondo il Fascismo, non è vista come un Sistema, ma come un Mezzo necessario in certe situazioni storiche quando la crisi politica richiede un accentramento dei poteri nelle mani di pochi uomini i quali rappresentano il meglio di un determinato popolo. Anche la violenza, come insegna Machiavelli, è necessaria talvolta ai grandi uomini della storia per salvare lo Stato che altrimenti scivolerebbe nell’oclocrazia o nell’anarchia. E Mussolini, come hanno riconosciuto anche diversi antifascisti, ha assolto al suo compito di risollevare il paese piombato nella crisi del dopoguerra. Ma l’essenza stessa della crisi risiedeva in quel regime politico noto come “liberalismo” che occorreva superare con un nuovo regime politico di tipo rivoluzionario, sensibile di fronte all’avvento delle masse e desideroso di immetterle nella vita dello Stato, invece di respingerle ai margini, per l’appunto quanto intendeva realizzare il fascismo con la realizzazione dello Stato Etico corporativo. Ma può esserci una Rivoluzione senza una momentanea e temporanea fase di dittatura necessaria a trasformare le vecchie e obsolete istituzioni preesistenti, gestite da una classe politica che di certo non vuole rinunciare spontaneamente in nome del bene pubblico al potere ed ai privilegi acquisiti? Secondo i fascisti ma anche secondo i marxisti la risposta è no, per questi ultimi anzi è necessaria e teorizzata a livello ideologico una fase di “dittatura del proletariato” prima dell’avvento della futura “società comunista”. Persino la Rivoluzione francese, che ha rappresentato la fonte da cui sono scaturite le istituzioni di molte delle odierne democrazie liberali, lottando contro l’assolutismo monarchico, ha vissuto una sua fase necessaria di violenta dittatura che ha portato alla ghigliottina oltre mezzo milione di francesi (eppure comunisti e giacobini non hanno subito la medesima condanna morale dei fascisti). Il Fascismo come tutti i movimenti rivoluzionari, si vide costretto dalle contingenze storiche ad attuare una vera e propria dittatura, ma solo dopo il 1924, e usò tale mezzo 1) per riportare ordine e sviluppo in un paese in crisi; 2) per realizzare in maniera più veloce il cambiamento delle istituzioni rappresentative in ossequio a quanto la storia a partire dall’età moderna ha già dimostrato, che cioé le dittature rivoluzionarie sono soltanto dei momenti di passaggio tra una forma di governo e l'altra. La transizione dittatoriale è dovuta al fatto che la riorganizzazione dello Stato è talmente profonda da dover essere condotta da una elite di poche migliaia di persone con una esatta visione di ciò che dovrà essere lo Stato Nuovo e che poi costruiranno un sistema in grado di coinvolgere le masse all’interno di un tale nuovo impianto politico che sia in grado di perpetuarsi nel tempo. Alla fase della dittatura il fascismo, in ossequio alla dottrina politica che espresse, voleva fare seguire lo Stato Etico Nazionale del Lavoro, retto da una Repubblica Presidenziale fondata su una Democrazia Corporativa, che a mezzo del Partito fascista e di tutte le organizzazioni ad esso correlate avrebbe immesso le masse in modo diretto, partecipativo e totalitario, nella gestione della Res – publica, come dimostra l’iter riformatore dei provvedimenti legislativi attuati dal regime lungo il corso di tutta la sua storia e culminati con la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana, le cui riforme, in parte furono malamente plagiate dagli antifascisti nel dopoguerra. Una Democrazia Totalitaria, ecco dunque cosa si prefiggeva di rappresentare il Fascismo. Si guardi bene il lettore dal cadere in possibili fraintendimenti e strumentalizzazioni che possono derivare dall’uso della parola “totalitario”. Sull’argomento il lavoro dello storico Jacob Talmon (“Le origini della democrazia totalitaria”) è veramente un classico che merita di essere citato. Secondo lo studioso polacco… “accanto alla democrazia di tipo liberale nel diciottesimo secolo sorse dalle stesse premesse una tendenza verso quella che noi definiremo democrazia di tipo totalitario (…). La differenza essenziale tra le due correnti di pensiero democratico nel loro sviluppo non consiste, come spesso si sostiene, nell’affermazione del valore della libertà da una parte e nella sua negazione dall’altra. Essa consiste piuttosto nelle loro diverse posizioni rispetto alla politica (…). Entrambi gli orientamenti affermano il sommo valore della libertà, ma mentre l’uno individua l’essenza di tale libertà nella spontaneità e nell’assenza di coercizione, l’altro sostiene che essa si può realizzare solo attraverso la ricerca e il conseguimento di un fine assoluto e collettivo”. Solo all’interno dello Stato, per i fascisti, gli individui avrebbero potuto trovare la loro vera libertà, trascendendo ciascuno la propria “particolarità” per divenire parte attiva e responsabile di un organismo Morale fondato sull’armonico collettivo. La dimostrazione più palese che il Fascismo non fosse una dittatura per principio, ma per metodo, è data dal suo percorso storico e dall’avvento al potere. All’indomani della marcia su Roma, atto insurrezionale da cui sarebbe sbocciata la rivoluzione condotta in maniera graduale, Mussolini pronunciò testuali parole in Parlamento: “Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere (…). Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. L’intento di Mussolini, specificato nella seconda parte del discorso, era quello di costituire un Governo di coalizione nazionale che includesse esponenti dei più svariati partiti politici, esclusi in un primo tempo i socialisti. Successivamente, dopo gli schiaccianti successi ottenuti, Mussolini cercò di trattare con i socialisti per un accordo di governo che gli avrebbe garantito, oltre che un consenso plebiscitario, anche di eliminare i partiti "conservatori" e magari pure la Monarchia attuando per vie diverse il tanto agognato Stato Corporativo del Lavoro. Il delitto Matteotti, attuato irresponsabilmente da estremisti provenienti dalle fila del fascismo e subito imprigionati, pose fine al sodalizio coi socialisti e alla possibilità di realizzare la rivoluzione in maniera “democratica”. Gli avvenimenti successivi che videro la secessione dell’Aventino e la ripresa della violenza, indussero Mussolini a proclamare la dittatura (3 gennaio 1925) e a divenire “dittatore per caso” secondo una celebre frase di Italo Balbo. La dittatura fu qualcosa di improvvisato e costrinse Mussolini ad agire nel seguente modo: cercare di costruire uno Stato Etico Corporativo nel contesto di uno stato autoritario. Quindi in Italia si cercò di fare una "rivoluzione dall'alto" di tipo graduale. La gradualità è dovuta sia ad elementi ideologici che pratici: per pratici si intende il fatto che uno Stato autoritario ha degli equilibri e che il capo deve sapersi destreggiare all'interno di questi equilibri. Mussolini guadagnò progressivamente potere nel corso degli Anni '30 e poté permettersi di osare sempre di più: vediamo così comparire il Partito Totalitario e collegato ad esso in vari modi il Fiduciario di fabbrica (primo passo verso la socializzazione) e poi la Camera delle Corporazioni al posto della Camera dei Deputati, tutti piccoli passi verso la costruzione dello Stato Nuovo. Altra cosa da segnalare è la scarsa fiducia di Mussolini nei confronti della classe dirigente con cui aveva a che fare: egli era convinto che i giovani allevati dal fascismo avrebbero attuato e perpetuato la rivoluzione fascista che avrebbe potuto realizzarsi compiutamente solo nel futuro, costituendo le basi di una nuova Civiltà. Ecco perché l'istruzione aveva una importanza fondamentale: da lì sarebbe sorta la nuova classe dirigente. In proposito lo storico De Felice affermava già nella “Intervista sul fascismo”che … “Il fascismo è un fenomeno rivoluzionario (…) che tende alla mobilitazione, non alla demobilitazione delle masse, e alla creazione di un nuovo tipo di uomo. Il regime fascista ha come elemento che lo distingue dai regimi reazionari e conservatori la mobilitazione e la partecipazione delle masse (…). Un altro elemento rivoluzionario è che il fascismo italiano si pone un compito, quello di trasformare la società e l’individuo in una direzione che non era mai stata sperimentata né realizzata (…). L’idea che lo Stato, attraverso l’educazione, possa creare un nuovo tipo di cittadino, è una idea tipicamente democratica, classica dell’illuminismo, una manifestazione di carattere rousseauiano. Se leggiamo la Congiuria di Babeuf, tanto per fare un esempio, vediamo che nei programmi dei babuvisti uno dei punti centrali è proprio questo. E non solo dei babuvisti: è tutta una mentalità illuministica, rousseauiana, blanquista, proudhoniana. Ciò è molto significativo, perché le radici culturali di questa idea mussoliniana sono tipiche della sua formazione giovanile, che si riallaccia a un certo radicalismo di sinistra (e non a un radicalismo di destra, come invece fa il nazismo)”.

Ricapitolando sui motivi della dittatura fascista possiamo affermare che :
1) Fu necessaria per attuare in maniera lenta e graduale la rivoluzione e costruire il nuovo Stato, senza subire intoppi da parte dei poteri conservatori (borghesia, monarchia, chiesa). La dittatura ha permesso al Fascismo di scalzare lentamente il feudo di queste forze e gli eventuali compromessi condotti non dovevano impedire la riuscita piena e integrale della Rivoluzione. Tenendo sempre presente che la rivoluzione antropologica aveva la priorità per la riuscita della rivoluzione politica, economica e sociale.
2) Fu necessaria come Mezzo temporaneo per riportare ordine nel Paese in piena crisi economica e spirituale e sull’orlo della guerra civile all’indomani della grande guerra. In una Italia dilaniata dalla violenza e da forze politiche che intendevano attuare violentemente i propri principi rivoluzionari, primi tra tutti i social-comunisti sull’esempio della rivoluzione leninista, occorreva – come solevano fare i Romani – una classe dirigente che risolvesse in tempi rapidi la crisi accentrando a se ogni potere.
3) Fu contingente al delitto Matteotti, che fece comodo all’antifascismo e ad una frangia reazionaria estremista del PNF vicina alla monarchia, i quali volevano impedire le trattative tra Mussolini e il PS volto ad un possibile ingresso dei socialisti al Governo e quindi ad una attuazione per vie democratiche dello Stato Fascista. Difatti la dittatura fu solo proclamata nel 1925, a tre anni di distanza dalla marcia su Roma.
4) Fu, in ultima analisi, necessaria al Fascismo per distruggere gradualmente il vecchio mondo liberal-conservatore-monarchico che da solo non avrebbe mai rinunciato spontaneamente al potere ed ai privilegi acquisiti. Qualsiasi rivoluzione deve fare i conti, nella sua attuazione, con una realtà molto diversa dalla teoria. Questa infatti prefigurava l’evoluzione della società totalitaria come progressiva attuazione della Giustizia sociale, dove masse e individui vivono in piena armonia di interessi, con spontanea e corale adesione al partito unico, ormai divenuto organismo dello Stato e fedele interprete di tutte le loro esigenze. Secondo quanto scrisse un giovane fascista nel 1941: “Tale evoluzione, che possiamo chiamare ideale, ha, però, il torto di avere in sé la semplicità lineare di un ottimismo comune a tutte le soluzioni teoriche, ed è, quindi, ben lungi dall’essere conforme alla dura realtà, che i partiti unici dei regimi totalitari moderni si son trovata di fronte, ciascuno nell’ambito della propria società nazionale. E’ una soluzione teorica perché presuppone una società composta da individui idealmente onesti, i quali, una volta constatata la saggia politica sociale del nuovo regime, sappiano avere la forza di abbandonare i privilegi acquisiti attraverso l’altalena dei partiti al potere e le ben costruite cittadelle del loro cinico egoismo, per collaborare disinteressatamente alla costruzione di una più vasta fortezza nazionale, fatta di vera giustizia e di alta civiltà. Se la mentalità di una società potesse pienamente evolvere dalla concezione liberale-individualistica dei regimi pluto-democratici verso la concezione totalitaria dei regimi a partito unico, ben vane sarebbero state le lotte rivoluzionarie, sostenute cronologicamente dal comunismo, dal fascismo e dal nazionalsocialismo. E’ vero sì che queste tre rivoluzioni hanno incontrato sin dal loro primo inizio l’adesione di un gran numero di seguaci, ma è anche vero – però – che esse sono state e sono ancora insidiate dalle deleterie forze di una concezione materialistica della vita, che, fuggendo il campo aperto, se ne sta radicata nella scatola cranica dei sopravvissuti di una mentalità amorale e, all’ombra dell’infida bandiera delle false libertà democratico-parlamentari, agisce, anonima, silenziosa e camuffata, sabotando e disgregando”.

Per concludere occorre spendere qualche parola in più su alcune peculiarità della dittatura fascista, quale storicamente si è inverata. Essa, in realtà, lo fu solo in ambito istituzionale perché di fatto volendo mobilitare le masse non ebbe le connotazioni pratiche delle classiche dittature autoritarie. Va inoltre sottolineato che nel suo percorso storico rivoluzionario che lo portò al potere, il Fascismo ebbe più morti e torturati di quanti non ne ebbero gli avversari antifascisti nel periodo della guerra civile 1919-1922. Dopo la presa al potere il consenso che gravitava attorno quella che viene semplicisticamente definita “tirannide” aumentò vertiginosamente toccando il suo apice tra il 1929 ed il 1936, in quelli che De Felice definisce “gli anni del consenso”. Mussolini ammonì con fiero cipiglio “Quella che chiamano la mia dittatura, è basata su molto entusiasmo popolare”, è storicamente innegabile che la Rivoluzione Fascista ebbe il consenso delle masse, senza il quale non avrebbe potuto governare per ben venti anni. L’antifascismo si trova quindi inchiodato da un paradosso : se la maggioranza di un popolo è a favore di A , che si sottopone al giudizio collettivo e vince sconfiggendo B, dovrebbe essere legittimato democraticamente. Ora, se la maggioranza del popolo italiano era favorevole al Fascismo come è stato dimostrato in sede storica, ne dovrebbe conseguire con ciò una legittimazione in sede democratica. Filosoficamente questo ragionamento non fa una grinza e quindi l’assurda accusa al fascismo di essere stato solamente una “dittatura”esercitata contro il volere del popolo dovrebbe per questo cadere rovinosamente. Da notare che tale dittatura non usò mai strumenti repressivi terroristici su larga scala, come ad esempio l’uccisione degli avversari politici. Gli antifascisti che agivano su un terreno puramente culturale ed intellettuale a regime già instaurato furono lasciati liberi di dire ciò che volevano (è il caso di Croce e della sua cricca, nonché molti altri avversari dichiarati che rimasero senatori per un buon ventennio), gli antifascisti più sediziosi che intendevano abbattere politicamente lo Stato Fascista furono invece inviati al confino o spinti verso l’esilio politico. Altri partirono volontariamente all’estero spacciandosi per “martiri dell’antifascismo”. La pena di morte per reati politici era prevista solo in caso in cui si fosse commesso un omicidio o tentato omicidio a sfondo politico (indifferentemente dal colore politico, basti citare l’esempio del processo Previani, ventiseienne camicia nera scelta, condannato a morte per omicidio volontario cui fu proprio Mussolini a negare la grazia). Scrive Gabriella Portalone in “La politica giudiziaria del fascismo”: «non si può definire particolarmente feroce un regime che in vent’anni comminò 53 pene di morte per motivi politici, di cui la metà in periodo di guerra, in cui il Tribunale Speciale era chiamato a giudicare anche per delitti comuni, come per esempio lo spionaggio, particolarmente pericolosi durante la guerra per la sicurezza dello Stato. E’ da sottolineare inoltre, che la prima condanna a morte per motivi politici fu emanata oltre due anni dopo il ripristino di detta pena e l’istituzione del Tribunale Speciale. Non possiamo non fare questa considerazione, anche se può apparire cinica, soprattutto se paragoniamo il rigore del regime fascista a quello ben più incisivo di altri totalitarismi. In Germania tra il ’34 e il’44 furono erogate più di 7.000 pene capitali, per non parlare dei milioni di condanne a morte inflitte in URSS nel periodo staliniano o delle fucilazioni in serie, ancor oggi, eseguite nella Cina comunista e di cui, per ” correttezza politica” si parla ben poco” ». La Costituzione della Repubblica Sociale Italiana, che rappresenta lo stadio teorico finale di un Modello di Stato Fascista completo, fu garante delle libertà fondamentali dei cittadini. Nell'articolo 92 della Costituzione della Repubblica Sociale leggiamo che "Tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge" e nel successivo "I diritti civili e politici sono attribuiti a tutti i cittadini". La Costituzione della RSI tutelava "la libertà di parola, di stampa, d'associazione, di culto" intesi come "attributo essenziale della personalità umana e come strumento utile per gli interessi e per lo sviluppo della Nazione" (articolo 97), di conseguenza: “L'organizzazione politica è libera. I partiti possono esplicare la loro attività di propaganda delle loro idee e dei loro programmi, purché non in contrasto con i fini supremi della Repubblica” ( articolo 98 ). Ciò dimostra ulteriormente a cosa mirasse in definitiva il progetto politico fascista smontando anche la falsa accusa antifascista che descrive la guerra civile del 1943-45 come “guerra di liberazione” dalla “dittatura fascista”.
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XXI Aprile



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MessaggioInviato: Sab Gen 08, 2011 2:48 pm    Oggetto:  
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Fantastico! Grazie Aquila Latina per questo conciso, ma chiaro articolo. Il concetto fondamentale viene espresso con estrema chiarezza secondo me. Ossia la dittatura non fu altro che una necessità e decontestualizzarla dal periodo storico è facile, utile e quantochè SBAGLIATO!

Purtoppo gente col paraocchi come sappiano non vuole vedere e capire!
Grazie ancora.

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MessaggioInviato: Sab Gen 08, 2011 5:42 pm    Oggetto:  
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Bravo Antonio Wink
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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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Maurizio83
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MessaggioInviato: Ven Gen 14, 2011 10:05 pm    Oggetto:  
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Ottimo articolo...complimenti
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"O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea o l'asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l'Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana! B. Mussolini
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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Gen 19, 2011 12:21 pm    Oggetto:  
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Che la dittatura fosse solo un mezzo utile ad imprimere una accelerazione maggiore nella costruzione del Stato Nuovo totalitario e non fosse stata elevata essa stessa a modello politico di riferimento, oltre ad essere sottolineato direttamente da molti fascisti, è stato anche rilevato nell’analisi storiografica più accorta di alcuni specialisti. Lo storico Emilio Gentile ad esempio, pur partendo da alcune premesse interpretative elaborate in precedenza dal suo maestro Renzo De Felice come il carattere pedagogico-formativo del fascismo, erede della tradizione repubblicano-giacobina risorgimentale inteso a formare l’italiano nuovo, o la presenza all’interno del fascismo di due diverse anime in contrasto che De Felice definiva come fascismo-movimento riferendosi alla parte rivoluzionaria e fascismo-regime a quella che costruisce realisticamente e gradualmente le istituzioni dello Stato fascista immedesimandosi nella realtà italiana del tempo, alla luce delle nuove conoscenze acquisite egli però afferma autorevolmente che…

“regime e movimento appaiono chiaramente non come due situazioni fra loro in conflitto né come aspetti contraddittori di una realtà composita ed eterogenea, senza punti di raccordo e di logica connessione, ma risultano complementari nel divenire del fascismo verso lo Stato totalitario. […] Per il «fascismo-movimento», il regime, costruito nella fase iniziale della rivoluzione, rispondeva alle esigenze di una situazione storica, quando la necessità di «durare» aveva imposto compromessi con il vecchio mondo politico che i fascisti volevano distruggere. Il regime aveva dovuto utilizzare materiali del regime liberale, impastati con i contributi di varia provenienza, per consolidare le fondamenta del suo dominio politico. Il movimento considerava le strutture del regime l'ossatura del futuro sistema politico fascista, di cui il partito unico avrebbe dovuto essere il sistema nervoso, guidato dal capo e governato dalla supremazia del potere esecutivo. Il regime era dunque accettato senza riserve come un ottimo presidio per la «rivoluzione permanente», che però doveva ancora attuare il suo mito, creare lo Stato totalitario. […] Il compromesso che il fascismo aveva accettato con il vecchio regime, per necessità e opportunità politiche, era stato utile per far «durare» la rivoluzione ma non esauriva la «missione storica» del fascismo; era una base di partenza non un punto di arrivo. Il movimento reclamava ed esercitava la critica verso il regime non per contrastare la sua natura autoritaria ma per accelerarne la trasformazione in senso totalitario, per far sì che «il popolo, tutto il popolo italiano, abbia chiaro e vivamente dominante dinanzi a sé il senso dello Stato», come si legge su «Critica Fascista» del 1° settembre 1929. Il fascismo, cioè, doveva procedere oltre la restaurazione dell'obbedienza e della disciplina nelle masse, compiuta da Rocco: doveva penetrare nelle coscienze, «plasmare - come scriveva un giovane fascista - spiriti, educare mentalità, affinare volontà, dare concezioni e costumi nuovi al tempo rinnovato»; la meta del fascismo, nella trasformazione dello Stato e della società, era l'integralismo totale, la «totale unità morale e spirituale della Nazione», affinché «tutte le forze della Nazione rispondano ad un unico comando, marcino in un unico senso, siano sottoposte ad un'unica disciplina... Il popolo deve sentire il Fascismo come il solo mezzo per cui ad esso è dato vivere in dignità di Nazione, e senza il quale la vita collettiva non avrebbe peso e significato». […] La meta era indicata senza equivoci nella numerosa e prolifica pubblicistica fascista durante il ventennio, e solo la scarsa attenzione prestata finora alla centralità del mito dello Stato nuovo nel fascismo ha potuto consentire la proposizione di interpretazioni su un «fascismo ideale» diverso, nei fondamenti ideologici e nelle intenzioni, dal «fascismo reale». […] …per il fascismo, il primato dello Stato era assoluto e indiscutibile sia rispetto al popolo, che solo l'azione dello Stato poteva formare in nazione, sia rispetto al partito, che era uno degli strumenti dello Stato per nazionalizzare il popolo. I fascisti considerarono lo Stato un valore e un fine ottimo in sé, meta e veicolo della rivoluzione, contenuto e condizione di una «nuova civiltà politica». La costruzione dello Stato totalitario rappresentò per il fascismo il culmine della sua missione nazionale e, insieme, la creazione di un monumento di «nuova civiltà», che avrebbe resistito alla lima del tempo e sarebbe stato modello di ordine e di armonia per una umanità travolta dalla crisi della civiltà capitalista, dalla minaccia del comunismo e dalle convulsioni della modernità. Il mito dello Stato totalitario, nella prospettiva del fascismo, travalicava i confini nazionali per poter diventare mito valido per tutti i popoli europei, garanzia di sicurezza e di stabilità «per l'anima dei popoli che hanno perso la fede e con essa l'unico punto fermo della loro esistenza, l’Ubi consistam sul quale possano fiduciosamente riposarsi e trarre, fra le asperità della indiavolata vita moderna, un sospiro di sollievo» . In tal modo, specialmente nell'ideologia delle nuove generazioni, il fascismo recuperava il mito mazziniano dell'italianismo, annunciandosi portatore di civiltà per i popoli moderni, con un nuovo primato, rappresentato dal valore universale dello Stato totalitario. In tal senso, i fascisti protestavano la funzione rivoluzionaria del mito dello Stato totalitario, la sua dimensione nazionale ed europea e la sua «modernità» perché rispondente alle esigenze della società moderna occidentale, capace di risolvere con una formula nuova i problemi dell'epoca storica iniziata con la Rivoluzione francese, mentre molti fascisti rifiutarono l'assimilazione con i vari movimenti e regimi autoritari di destra, compreso il nazismo, che pullularono nell'Europa fra le due guerre mondiali. Questi, secondo i fascisti, rimanevano prigionieri di un pregiudizio tradizionalista, conservatore, nazionalista o razzista, e non potevano perciò aspirare a rappresentare una vera alternativa europea alla minaccia rivoluzionaria del comunismo, a svolgere una missione di «nuova civiltà» per tutti i popoli dell'Occidente, come invece avrebbe fatto il fascismo, in virtù dei principi dello Stato totalitario e delle qualità «universali» della stirpe italica: «Il Fascismo non è chiuso in se stesso, ma è europeo e si pone come europeo: e in verità, non come paladino di una nuova Santa Alleanza e di una nuova Restaurazione, ma di una nuova Rivoluzione, che ponga fine al plutocratismo materialistico moderno». La «nuova Europa» che il fascismo vagheggiava di riordinare, dopo la vittoria dell'Asse, quasi in concorrenza con il programma di «ordine nuovo» nazista, non avrebbe dovuto essere organizzata unicamente sulla base di una brutale ricomposizione di rapporti di forza, con la supremazia di una razza o di una classe, ma secondo i princìpi dell'organizzazione totalitaria, di cui il fascismo rivendicava l'originalità e la validità nei confronti del nazismo… (da Il Mito dello Stato Nuovo, Roma-Bari 1999, Laterza)

Che il progetto politico fascista avesse utilmente pianificato un dopo Mussolini, vale a dire la capacità di perpetuarsi “democraticamente” proiettandosi nel tempo in un dimensione politica che fosse ugualmente elitaria e di massa, “aristocratica” e “popolare” e che non contemplasse necessariamente in modo perpetuo il ricorso ad una fase dittatoriale è dimostrabile dall’analisi dei provvedimenti che il PNF e Mussolini andavano prendendo, come illustra chiaramente il seguente articolo pubblicato sulla rivista della Scuola di Mistica Fascista “Dottrina Fascista” dal fondatore della stessa Niccolò Giani:

Il Centro di preparazione politica per i giovani. Fucina di campioni della Rivoluzione ( estratto da Dottrina fascista, agosto 1939.)


Il Foglio di Disposizioni n. 1369 del Segretario del Partito ha consegnato alla storia della Rivoluzione una nuova istituzione della più alta importanza: il Centro di preparazione politica per i giovani che rappresenta il coronamento dell'edificio educativo creato dal Fascismo per la piena formazione rivoluzionaria delle nuove generazioni. Se coll'Opera Balilla e i Giovani Fascisti prima e ora colla Gioventù Italiana del Littorio e coi Gruppi Fascisti Universitari il Regime inquadra ed educa ai nuovi ideali tutti i giovani; se colla Accademia della GiL, coi Ludi, coi Littoriali della cultura e dell'arte e dello sport e coi Corsi provinciali di preparazione politica il Fascismo ha da tempo cominciato a selezionare le migliori energie delle nuove generazioni, mancava sino ad oggi un'istituzione nella quale sfociasse tutta questa originale opera di potenziamento e di enucleazione. La grande piramide che ha per base l'innumere esercito dei Figli della lupa raggiunge così il suo culmine cogli allievi del Centro: dalla grande massa delle nuove generazioni in tal modo attraverso vagli successivi — che sono appunto e l'Accademia e i Ludi e i Littoriali e i Corsi provinciali — emergono gli elementi migliori, quelli cioè che, forti di una fede incrollabile e di una volontà indomabile, arriveranno al centro nazionale avendo già «rivelato le proprie attitudini al comando». Ed è su questo "humus" che lavorerà il Centro di Roma per «fortificare il carattere», «sviluppare l'intelligenza», «orientare e specificare le capacità», «rafforzare le energie fisiche» di questi giovani; non al fine – come già ebbe ad ammonire il 9 febbraio dell'Anno XIII col Foglio di Disposizione n. 356 il Segretario del Partito – di creare «una sorta di professionismo politico», ma per mettere a punto la capacità costruttiva dei migliori delle nuove generazioni onde abbiano «a servire, agli ordini del Duce, la Rivoluzione delle Camicie Nere». Troppo spesso noi dimentichiamo che sulla bandiera che Mussolini innalzò 20 anni or sono e intorno alla quale chiamò a raccolta le forze che dovevano aprire la porta alla nuova Civiltà del Littorio c'era scritta anche la parola anti-intellettualismo. Il genio del Duce aveva sin dalle origini chiaramente scelto la strada. E questa scelta "situava" nello sviluppo del pensiero umano la posizione della Rivoluzione. Di fronte alla cosiddetta civiltà razionalistica che, ci era venuta d'oltr'Alpe e che aveva trionfato coi principi politici dell'89; di fronte alle scuole positiviste di Francia e d'Inghilterra dei Comte, Mill e Spencer, riecheggiate da noi dal Cattaneo, dal Villari e dall'Ardigò, e che si erano realizzate nella demagogica e miope politica del giorno per giorno; di fronte alle fatali illazioni materialistiche e scientiste di questi indirizzi che nell'intellettualismo colto e raffinato delle università o dei salotti avevano il loro dio supremo e il loro mezzo insuperabile; la Rivoluzione nel motto innalzato dal Duce aveva deciso la sua scelta. Sulla via di questa reazione antiscientista e antintellettualistica – che in Italia ebbe la sua prima e più alta espressione nella nota polemica che mise il Vico contro il Cartesio e che, dopo oltre un secolo, ripresa in modi diversi ma egualmente sintomatici e determinanti, allineò su un fronte unico Mach e Avenarius accanto a Boutroux e a Bergson, Cuoco, Gioberti e Mazzini accanto a Meyerson e all'Aliotta, ecc. - a questo fiume dalle acque torbide e nel quale, in torrenti e in rigagnoli, confluisce il pensiero innovatore e revisionista di quasi un secolo, Mussolini ha dato un contenuto limpidamente cristallino e, colla sintesi del Genio e la chiaroveggenza di una Mente veramente superiore, sostanza e forma inconfondibilmente nuove. Su questa strada il Partito, con la sensibilità rivoluzionaria che lo caratterizza, ha inflessibilmente camminato e, prima coi Littoriali, poi più chiaramente coi Corsi provinciali di preparazione politica per i giovani e ora col Centro nazionale che, come è stato pubblicato, verrà inaugurato per ordine del Duce, il 3 gennaio dell'Anno XVIII, ha affermato la necessità rivoluzionaria di una pedagogia antiscientista (anche se non antiscientifica) e antintelletualistica. Perciò dal Centro, dopo il biennio che avrà atmosfera e ordinamento militare, usciranno non dei "dotti", non degli "uomini colti", non dei più o meno profondi "conoscitori" delle origini o degli istituti della Rivoluzione e del Regime, non degli uomini che della storia vogliono e intendono essere degli spettatori più o meno intelligenti, degli archivisti più o meno geniali; ma da esso usciranno degli uomini per i quali la storia sarà soprattutto futuro, cioè volontà di azione; che di essa vorranno essere sempre, non importa il posto e il gradino della gerarchia, degli attori; degli uomini cioè che vorranno "vivere" e non "vedere" la storia del proprio tempo e perciò saranno dei gerarchi non conta di quale grado. Questa posizione rivoluzionaria della pedagogia fascista –precisiamolo – non va in nessun modo identificata col pragmatismo di un Pevice, di un James e, tantomeno di un Dewey, né va intesa come esasperazione dell'azione o, come qualche miope potrebbe pensare, coll'oscurantismo di buona memoria. No, niente di tutto ciò. In questa posizione antiscientista e antintellettualistica, e quindi antidottrinaria, non v'à né reazionismo né quelle esagerazioni filosofiche che la nostra equilibrata e armonica tradizione mediterranea e latina non può che respingere. No, dopo secoli di aberrazioni e di esaltazioni isteriche per il pensiero d'oltre'Alpe, ritorniamo, finalmente, alla tradizione politica nostra, a quella tradizione che al più alto posto nella gerarchia dello spirito pone il "Maestro" e non il "professore", cioè l'uomo che coll'esempio e colla parola forma e plasma, crea veramente coscienze e stati d'animo, e quindi fa, attraverso gli uomini, della storia. Quella tradizione in cui il "pensare" e “l`agire” sono due aspetti necessari di uno stesso principio. Quella tradizione in cui questi Maestri di nostra gente e della umanità furono nel contempo statisti e poeti, condottieri e mecenati, filosofi e uomini di governo, furono cioè uomini veri, uomini completi, come disse il Duce. Più che scuola, quindi, e anche più che università, sarà il Centro di Roma. Infatti dall'ammissione che, previo l'accertamento di alcuni requisiti, avverrà in seguito a delle prove scritte, orali, militari e sportive svolte davanti a una Commissione presieduta dallo stesso Segretario del Partito quale Comandante del Centro; dal modo con cui saranno impartiti gli insegnamenti, dalla attiva partecipazione degli allievi alla vita reale dello Stato appare evidente che siamo di fronte a un'istituzione assolutamente originale, che non ha precedenti e della quale non è possibile trovare alcun esempio né da noi né altrove: una istituzione cioè che è veramente nata dalla necessità di garantire la continuità della Rivoluzione attraverso il permanere, negli uomini che ne formeranno i quadri, di quelle virtù costruttive che caratterizzano gli uomini del Fascismo e costituiscono il "tipo" della nostra Rivoluzione. E proprio questo sarà il compito del Centro di Roma. Da esso usciranno quelli che contermine sportivo potremmo chiamare i "campioni" del Fascismo, cioè degli uomini non solo integralmente nuovi, ma portatori di un eccezionale potenziale costruttivo; dei rivoluzionari non solo veramente autentici ma degli animatori e trasfonditori della fede. In sostanza quindi dei gerarchi in potenza a cui mancherà solo il crisma del comando. Ecco perché il Centro, come già i Corsi provinciali, non assumerà aspetto e andamento scolastico; in esso non si "insegnerà” ma si “educherà”, non si “dirà” ma si “formerà”: coll'esperienza della storia e colla conoscenza del presente, colle necessità ferree della realtà e colle esigenze dello spirito. Attraverso l'esempio dei maestri, in una scuola di disciplina consapevolmente voluta e osservata e di coraggio inteso come trionfo dello spirituale sul materiale, del generale sul particolare, della Patria sull'individuo, i giovani acquisiranno quei valori morali, quell'equilibrio, quella serenità di giudizio, quella reale superiorità che li farà capi naturali e quindi, domani, se investiti, gerarchi. E tali essi diventeranno e rimarranno se quei valori e quei principi per i quali la Rivoluzione ha vinto e si affida alla storia della civiltà saranno diventati in essi non una sovrastruttura intellettuale ma la loro reale forma mentis, il loro sistema cotidiano di vita, cioè "stile". Lo stile è l'uomo, già si disse, ed è una verità che il Fascismo non ha scoperto ma, in un mondo senza orientamento, ha rivalutato. Perché solo quando un valore o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo "stile" sarà rivelatore della compiutezza di questi giovani così come oggi lo "stile" distingue realmente il fascista. Ed è questa la ragione per la quale tanto sovente il Partito il quale, secondo l'articolo 3 dello Statuto, ha commessa l'educazione politica degli italiani sui problemi dello "stile". Col Centro di preparazione politica, così come il Segretario del Partito l'ha annunciato, la Rivoluzione perciò fa un deciso passo in avanti verso la realizzazione di quell`italiano di Mussolini" che più che gli istituti, sarà il vero e reale garante della continuità della Rivoluzione e dell'infuturamento del Fascismo. Ma col Centro anche il Partito ha avviato, con benemerenza di cui domani la storia dovrà dargli atto, la definitiva e integrale soluzione del problema della classe dirigente. Superata definitivamente ogni soluzione di casta chiusa individuata o per il titolo gentilizio o per il censo, il Partito, fermo al principio che lo Stato fascista è Stato popolare in quanto nel suo ambito il Popolo circola liberamente e costruttivamente, ha adottato la soluzione veramente rivoluzionaria di una selezione totale e progressiva. E che si tratti di una soluzione rivoluzionaria è comprovato dal fatto che la selezione riguarda l'uomo nella sua totalità, in tutte le sue doti e capacità: morali, intellettuali e fisiche. Non è perciò una caccia al più erudito o al più forte, al più colto o al più disciplinato. Si tratta invece di ricercare e scoprire coloro nella cui personalità tutte queste doti e qualità, egualmente necessarie, si fondono armonicamente onde si possano domani estrinsecare con utilità superiore alla normale. Il Centro — ha scritto il Segretario del Partito ai Federali — deve essere soprattutto «una fucina di uomini integralmente educati nel clima rivoluzionario». E che del clima rivoluzionario debbono essere i portatori, i continuatori, e i custodi intelligenti e intransigenti. È per questo che grazie anche al Centro — come nell'antichità per le "scuole" e per i "misteri" della tradizione esoterica — il Foro Mussolini diventerà il Centro ideale della terza Roma. Ché il Centro, attraverso gli elementi migliori di ogni generazione, continuamente rinverdirà e farà diventare "vita" la dottrina mussoliniana e così trasmetterà nel tempo quell'immortale civiltà di Roma che il Duce ha rivelato nuovamente agli italiani e al mondo.

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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Sab Gen 22, 2011 9:55 am    Oggetto:  
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...ebbene, cosa ne pensate dello scritto di Giani ? ...secondo voi risulta chiara la strategia politico-organizzativa elaborata dal PNF in merito al futuro del proprio funzionamento ?
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Marcus ha scritto:
...ebbene, cosa ne pensate dello scritto di Giani ? ...secondo voi risulta chiara la strategia politico-organizzativa elaborata dal PNF in merito al futuro del proprio funzionamento ?


Basterebbe tale scritto di Giani per dimostrare ciò che ho cercato di sintetizzare nel mio articolo, ossia che il Fascismo non si fossilizza nella Dittatura. La dittatura personale di un uomo significa che, morto quell'uomo, il sistema da lui costruito lo segue nella tomba. E così ad esempio è stato per la Spagna di Francisco Franco, che era appunto uno stato autoritario fondato sulla dittatura militare. Stessa sorte hanno subito più o meno tutti i regimi dittatoriali, da quello peronista al regime dei colonnelli greci. Il Fascismo aveva capito bene che la dittatura può essere un mezzo, utilizzabile in determinati periodi storici o come fase transitoria di una rivoluzione, ma che mai può essere eretta a Sistema. I fascisti additavano nelle future generazioni, negli "italiani nuovi di Mussolini", la futura classe dirigente che avrebbe continuato la rivoluzione totalitaria e avrebbe portato a termine quel processo - che già durante il Ventennio era in atto - volto a creare un nuovo tipo di Democrazia Partecipativa a base Corporativa e Nazionale. Il fascismo insomma, si proponeva di costruire un nuovo Modello di Civiltà, universale, ma questo processo era subordinato alla "rivoluzione antropologica", il che avrebbe richiesto diverse generazioni prima di poter essere attuato.
Altra piccola considerazione: fa notare giustamente De Felice, riprendendo le tesi di Talmon, che il proposito pedagogico di educazione del cittadino è una idea tipicamente democratica che trova le sue origini in Rosseau e Babeuf. Il Centro di Preparazione Politica dei Giovani poi, mi ricorda "La Repubblica" di Platone, dove una classe di aristoi detiene il governo della polis nell'interesse della comunità. Gentile e Mussolini hanno proposto una ideologia che rappresenta il meglio della Storia delle Civiltà Umane.
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Basterebbe tale scritto di Giani per dimostrare ciò che ho cercato di sintetizzare nel mio articolo, ossia che il Fascismo non si fossilizza nella Dittatura. La dittatura personale di un uomo significa che, morto quell'uomo, il sistema da lui costruito lo segue nella tomba


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