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IMPORTANTE A.J. GREGOR - JULIUS EVOLA
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herrenklub




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MessaggioInviato: Lun Feb 15, 2010 5:02 pm    Oggetto:  
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Casapound, non appartengo e non mi appartiene questo progetto.

mi verrebbe voglia di rispondervi.. ma noto che siete prevenuti e quindi, penso sia inutile continuare.

Solo una considerazione, non ho preso una frase e l'ho stravolta come ha fatto qualcuno, il senso è letterale dal momento che affermare che Evola ha una concezione della Tradizione statica significa o non conoscere nulla di Evola o non conoscere nulla della Tradizione.
Ciò non implica nulla solo che non si può venire a cambiare le carte in tavola, un minimo di oggettività sarebbe opportuno.

Preciso che Giani conosceva bene sia Evola che la sua maggior opera del 1934 "Rivolta contro il mondo moderno", dal momento che lo stesso Giani lo cita in più occasioni nei suoi articoli....

comunque grazie...
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MessaggioInviato: Lun Feb 15, 2010 5:08 pm    Oggetto:  
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herrenklub ha scritto:
"Il Fascismo è un richiamo violento alla tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la tradizione come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di conservatorismo o di reazione. Invece la tradizione è continua coniugazione, attraverso il presente, del passato e dell’avvenire; è un processo inesausto di superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria strada e corre nel tempo verso l’avvenire".

tratto da Niccolò Giani Perchè siamo mistici, Primo convegno della Scuola di Mistica Fascista "Perchè siamo dei mistici" Dottrina Fascista Gennaio-Marzo 1940.....

...constato che l'arroganza non fa difetto.


Caro herrenklub. Come abbiamo avuto modo di scrivere su queste pagine e oltre, noi non abbiamo nessuna posizione preconcetta CONTRO qualcuno. Questo varrebbe anche per la cosiddetta area di destra radicale. Come recita il titolo di questo forum, siamo altrenativi a tutto. Non abbiamo "interlocutori privilegiati" e nemmeno avversari primari. Ai nostri occhi, siccome approcciamo ad un mondo politico totalmente marcio e putrido, tutti sono potenzialmente simpatizzanti o avversari NELLA MISURA IN CUI CONDIVIDONO LE NOSTRE POSIZIONI.

Mi sembra un ragionamento abbastanza semplice e chiaro.

Il problema principale con la destra radicale (o destra parlamentare, le due "anime" si compenetrano ormai!), non è un problema di "concorrenza interna" che presumibilmente vorremmo attuare. Primo perchè noi non siamo "interni" a nessuno e men che meno alla destra. Secondo, perchè abbiamo una concezione originale e quindi non vogliamo entrare in contatto con nessuno. A livello politico siamo il più schietto anti-partito che tu possa conoscere! Non vogliamo mischiarci al sistema politico perchè lo riconosciamo come un'associazione a delinquere nella quale non è possibile entrare senza corrompersi. I fatti ce lo dicono. Per cui, non esiste nessun pregiudizio di fondo nel nostro agire.

Il problema lo pone A NOI la destra. Perchè? Perchè come ha scritto giustamente Dvx87 non agisce secondo coerenza ed onestà e non dichiara la propria IDENTITA'. O meglio: la destra agisce su due binari in modo strumentale: uno ufficiale e uno ufficioso. In quello ufficioso si spreca usando la parola fascismo. In quello ufficiale si vuole distinguere come una netta "novita", come una "evoluzione" futuristica della "destra storica". Per questo "rivoluzionaria". Il canale "ufficioso". però, è quello ovviamente distintivo dei comportamenti politici e propagandistici nei suoi confronti. Ovviamente questo a vari livelli.. Il Partito Parlamentare viene coinvolto in modo "esterno", è un attore che ha un ruolo preciso in questo teatro: guardarsi e guardare dall' alto senza scendere in posizioni nette. Questo serve per garantire il potere, e questa solfa del "potere" è ripetuta anche ai "sacrificati" militanti che sono disposti ad essere usati e presi a calci al bisogno...Proprio per garantire l'ascesa della destra. Che non sarebbe possibile altrimenti.

Il problema del binario ufficioso è proprio quello che ha come oggetto l'idea che noi abbracciamo. Il fascismo. La destra dalla fine della guerra (quindi compreso il MSI!) ha operato uno svuotamento massiccio dei contenuti del fascismo mussoliniano e ha riempito il termine con LA DESTRA politica. Nelle sue varie "anime". E' stato utile, così, considerare il fascismo "pragmatismo politico unitarista", per identificare nelle anime della destra le presunte anime del fascismo. E ovviamente identificare la destra con il fascismo. Svuotando il fascismo del suo fondatore si è spacciato per "evoluzione" ciò che col fascismo non ha nulla a che fare. Il "nuovo duce" che doveva unire le anime della destra, ormai definita "fascista" era EVOLA. Evola NON E' MAI STATO FASCISTA. Lo ha dichiarato prima, durante e DOPO il regime. A CHIARE LETTERE.

Evola è un Guenoniano italiano. La filosofia della Tradizione è quella di Guenon! LO DICE EVOLA! E' la filosfia di EVOLA! Non è quella mia o tua!

Per motivi politici si può dire tutto e il suo contrario! Per scopi propagandistici si possono dire le cose più assurde. Ma questo non ne fa delle verità!

La Fondazione Evola, che non credo sia anti-evoliana, FONDATA DALLO STESSO EVOLA PRIMA DI MORIRE PER PERPETUARE LA SUA IDEA, è chiarissima a riguardo. Esprimendo il concetto filosofico del "maestro" non FA MISTERO della sua estraneità al fascismo. Cosa normale, dal punto di vista Evoliano. Perchè, soprattutto in "Rivolta contro il mondo moderno" è chiara la sua posizione aristocratico-tradizionalistica, nel senso guenoniano del termine. Evola inizia nella filosofia esoterica e nell'occulto. Approda a Guenon e ne fa una base della sua filosofia. La "Politica" nella sua visione è uno strumento in mano all' ELITE aristocratica che ha il compito di ri-portare il mondo alla tradizione degli avi. Tradizione che NON PUO' AVERE NESSUN SENSO DINAMICO, perchè è espresisone degli DEI! E' FISSA. Giani parla con Evola ma dà la sua definizione di tradizione, che è FASCISTA. Ovviamente un fascista deve fare il fascista.

Evola è stato USATO, letteralmente, dal regime per scopi di politca estera. Anche questo è CHIARO e detto limpidamente. Anche da Evola. E lui si faceva usare PER POTER VEICOLARE i suoi DOGMI filosofici, in linea con quanto aveva affermato negli anni in cui si scontrò frontalmente con il fascismo!

Evola e il fascismo sono due elementi estranei, non hanno nulla in comune e non possono essere assomati solo per un rapporto CINICO e pragamtico durato POCHISSIMI ANNI in condizioni particolari.

Chi lo fa, IGNORANDO le stesse posizioni di Evola, ignorando la realtà dei fatti, o lo fa per ignoranza o lo fa con secondi scopi.

Noi tendiamo più al secondo caso, perchè stranamente lo svuotamento del fascismo va di pari passo alla diffusione sotto questo nome delle idee e delle prassi più equiviche e più CONFORMI all'immagine del fascista creata ad arte dalla repubblica antifascista! Sarà un caso?

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Lun Feb 15, 2010 5:10 pm    Oggetto:  
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Citazione:

il senso è letterale dal momento che affermare che Evola ha una concezione della Tradizione statica significa o non conoscere nulla di Evola o non conoscere nulla della Tradizione.
Ciò non implica nulla solo che non si può venire a cambiare le carte in tavola, un minimo di oggettività sarebbe opportuno.

Preciso che Giani conosceva bene sia Evola che la sua maggior opera del 1934 "Rivolta contro il mondo moderno", dal momento che lo stesso Giani lo cita in più occasioni nei suoi articoli....


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Così forse riusciai a spiegarmi come è possibile definire il concetto di tradizione come dinamico in EVOLA!

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MessaggioInviato: Lun Feb 15, 2010 5:51 pm    Oggetto:  
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Citazione:

mi verrebbe voglia di rispondervi.. ma noto che siete prevenuti e quindi, penso sia inutile continuare.



Non siamo affatto prevenuti. CI sentiamo liberi di esprimere i nostri concetti, però. Se ti va di rispondere lo puoi fare. Ma allo stesso tempo devi accettare le posizioni degli altri. Se intendi, invece che confrontarti, iniziare una campagna di convincimento, allora ti dico anche io che è meglio evitare.

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MessaggioInviato: Lun Feb 15, 2010 6:22 pm    Oggetto:  
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…RomaInvicta è fin troppo cortese, purtroppo lo sconosciuto ed improvvisato polemista non é qui per un confronto ma solo in veste di provocatore, ecco perché l’esplicare le nostre posizioni politiche ritengo sia inutile. In perfetto stile “areano” era venuto convinto di poter confutare con due parole raffazzonate sia il lavoro del professor Gregor che indirettamente il nostro e nient’altro. Padellaro o meno che sia poco importa, poiché l’anonimo ha dimostrato solamente di non aver compreso un bel niente del fascismo, come la discussione ampiamente documenta…e questo è quanto.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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MessaggioInviato: Mar Feb 16, 2010 10:56 am    Oggetto:  
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Anche Evola mente su se stesso?

Julius Evola: René Guénon, Oriente e Occidente
René Guénon, East and West, recensione a René Guénon, La Crise du Monde Moderne

«East and West», IV, 4, (gennaio 1954) pp. 255-258.
trad. it da Oriente e Occidente. Saggi vari, a cura di Gianluca Nicoletti e Marco Pucciarini, La Queste, 1984, pp. 49-59.


La nuova edizione del libro di René Guénon "La Crisi del Mondo Moderno" offre l'opportunità di un resoconto critico delle principali idee esposte dall'autore, che può essere di qualche interesse. Queste idee sono strettamente connesse al problema delle relazioni tra Oriente e Occidente e al destino che attende la nostra civiltà nel suo complesso. Esse sono del più grande interesse in quanto Guénon dissente da tutti coloro che qualche tempo fa hanno scritto intorno al "tramonto dell'Occidente", sulla "crisi dello spirito europeo" e così via -tutte idee che oggi, dopo il nuovo collasso causato dal secondo conflitto mondiale, sono riemerse con rinnovato vigore. Guénon non si occupa di casi individuali o di reazioni confuse, né ha a che fare con la filosofia nel senso correntemente dato a questo termine; le sue idee traggono la loro origine dalla Tradizione, ampiamente ed impersonalmente intesa.
A differenza degli scrittori a cui ci siamo riferiti sopra -Spengler, Ortega y Gasset, Huizinga, Massis, Keyserling, Benda- Guénon non appartiene spiritualmente al mondo moderno; egli porta testimonianza di un mondo diverso e non fa alcun mistero del fatto che deve le sue conoscenze in gran parte ai contatti diretti che egli ha avuto con gli esponenti dell'Oriente tradizionale.

Guénon prende come punto di partenza -e crediamo sia essenziale e possa essere accettato senza discussione- che la reale antitesi non è tra Oriente e Occidente, ma tra civiltà tradizionale e civilizzazione moderna; non è pertanto né geografica né storica, ma ha un carattere morfologico e tipologico. Possiamo invero definire come "tradizionale" un tipo universale di civiltà che è stato realizzato, anche se in varie forme e più o meno completamente, tanto in Oriente quanto in Occidente.

La civiltà "tradizionale", tutte le civiltà tradizionali, hanno dei punti metafisici di riferimento. Sono caratterizzate dal riconoscimento di un ordine superiore a tutto ciò che è umano e temporale; dalla presenza e dall'autorità esercitata da élite che traggono da questo piano trascendente i principi e valori necessari per raggiungere un più alto sistema di conoscenza, come pure per far sorgere un'organizzazione sociale basata sul riconoscimento di principi gerarchici e per dare all'esistenza un significato veramente profondo. In Occidente, il Medio Evo ci offriva ancora un esempio di civiltà tradizionale così intesa.
L'esatto opposto della civiltà tradizionale è la civilizzazione moderna, sia occidentale che orientale. Questa è caratterizzata dalla negazione sistematica di tutto ciò che è superiore all'uomo -sia esso considerato come individuo sia come comunità- e dall'organizzazione di forme insoddisfacenti di conoscenza, di azione, di vita, che non vedono niente al di là delle realtà temporali e contingenti, il che porta alla legge del numero e per necessità logica esse portano in sé sin dall'inizio i germi di quelle crisi e disordini dei quali il mondo offre ora tale lampante e diffusa evidenza.

Secondo l'opinione di Guénon la situazione in Oriente è differente. L'Oriente conserva ancora aspetti viventi delle "civiltà tradizionali" che altrove sono già scomparse. Guénon ritiene che il mondo moderno possa superare la crisi di cui sta soffrendo solo con un ritorno ad una civiltà di tipo tradizionale. Ma ciò non può nascere dal nulla. Dato che l'Occidente ha da lungo tempo perso il contatto con le sue passate forme tradizionali delle quali, a parte il mondo religioso inteso in senso assai ristretto, quasi niente rimane, Guénon considera che il contatto fra le élite dell'Occidente e i rappresentanti dello spirito tradizionale dell'Oriente è un punto di essenziale importanza per assicurare una ripresa, per "galvanizzare", per così dire, le forze latenti.
Non è una quistione di essere infedeli a noi stessi cercare di orientalizzarci, ma di ricevere dall'Oriente ciò che può essere utilizzato per riscoprire la nostra propria tradizione, come andare al di là della civilizzazione puramente umana, individualistica e razionalistica dei tempi recenti, per formare a poco a poco un'atmosfera favorevole al rifiorire dell'Occidente tradizionale. A questo punto un'intesa fra Oriente e Occidente dovrebbe sorgere naturalmente e riposerebbe su fondamenta del tutto differenti da quelle concepite da tutti coloro che hanno affrontato tali problemi da un punto di vista esclusivamente politico o astrattamente culturale o economico o vagamente "spiritualista".

Queste idee di Guénon, sotto i loro aspetti generali, ci sembrano del tutto accettabili e va ascritto a suo merito di formularle su linee rigorose, con una obbedienza senza compromessi alla verità e solo alla verità. Dobbiamo tuttavia fare delle riserve quando passiamo dal generale al particolare, alla prospettiva 'mondana' e ai simboli necessari per una azione effettiva.

Se ci volgiamo all'Oriente, le sue vedute devono essere aggiornate, dato che da quando è apparsa la prima edizione del suo libro, molte cose sono cambiate, e cambiate rapidamente. Diviene ogni giorno più evidente che l'Oriente stesso, inteso come rappresentante la civiltà tradizionale, sta passando attraverso una crisi. La Cina non rientra più nel quadro. In India le correnti nazionalistiche e modernistiche stanno regolarmente guadagnando terreno. Nei paesi arabi e perfino nel Tibet regna la confusione. Così gran parte dell'Oriente di Guénon sembra divenire una cosa del passato e quei settori dell'Oriente nei quali lo spirito tradizionale ancora sopravvive grazie ad una continuità ininterrotta e che potrebbero adempiere alla funzione cui ci siamo sopra riferiti, andrebbero trovati, ammesso che ancora si trovino, in qualche piccolo e piuttosto esclusivo gruppo di nobili spiriti, destinati dal corso degli eventi a svolgere un ruolo sempre più piccolo nei destini storici dei loro popoli. È da sperare che almeno questi piccoli gruppi riescano a rimanere immuni dalle influenze modernizzanti alle quali, purtroppo, la maggior parte degli Orientali, che cercano di far conoscere in Europa o in America l'uno o l'altro degli aspetti della loro civiltà, hanno ceduto. Altrimenti i problemi, come sono posti da Guénon, saranno privati del loro termine più importante.
Stando così le cose, dobbiamo ripetere che le idee espresse da Guénon possono essere accolte con scetticismo nella misura in cui ci portassero a cercare nell'Oriente attuale, considerato come civiltà per sé, qualcosa che potesse servirci di modello. Né vi è ragione alcuna di aspettarsi che le cose possano cambiare nell'immediato futuro.

E qui conviene fare alcune considerazioni sulle leggi cicliche che hanno una parte così importante nell'insegnamento tradizionale, e alle quali Guénon stesso fa frequente riferimento. In contrasto con i miti ottimistici e progressisti dei secoli XVII e XVIII, queste leggi parlano di una graduale perdita di spiritualità e tradizione tanto maggiore quanto più ci si allontani dal punto di partenza; e tutti i caratteri negativi e critici della civiltà moderna sono giustificati dal fatto che corrispondono all'ultima fase di un ciclo, alla fase conosciuta in India come l'"età oscura", Kali-Yuga, descritta molti secoli fa in termini che riflettono in una maniera sorprendente la fisionomia dell'Occidente attuale.

Si può dire che l'Occidente è ora l'epicentro dell'"età oscura". Siccome però queste leggi hanno una portata generale non possiamo escludere che un domani possa essere trovata una soluzione del tutto particolare per le relazioni fra Oriente e Occidente. Dato che noi Occidentali siamo avanzati molto rapidamente nel cammino verso il basso, siamo anche più vicini al punto terminale del ciclo presente e questo significa che siamo anche più vicini al punto di partenza di altre civiltà in cui le forme tradizionali ancora sopravvivono. Siamo d'altronde legittimati a pensare che, in obbedienza a tali leggi, l'Oriente dovrà percorrere la nostra stessa Via Crucis, e con un passo ancora più veloce - si pensi solo alla Cina! L'intero problema consisterà così nel vedere se le forze occidentali riusciranno a condurci al di là della crisi; al di là del punto zero del ciclo. Se così sarà, potrebbe ben succedere che l'Oriente si troverà al punto in cui sta oggi l'Occidente quando quest'ultimo sarà già passato oltre l'"età oscura"; i rapporti fra i due sarebbero così invertiti.
Secondo tale veduta, tutto ciò che l'Oriente rappresenta, - non le sue élite, ma la sua civiltà attuale nel complesso - sarà giustificato, in un certo senso, dal fatto che esso (l'Oriente) non ha raggiunto nei processo ciclico il punto raggiunto dall'Occidente. Pertanto, parlando in generale, i punti di riferimento che l'Oriente può fornirci sono di un ordine ideale piuttosto che reale, e non bisogna vedere troppo ottimisticamente le prospettive di ottenere un aiuto realmente valido per resistere a forze che ora sono al lavoro nel mondo intero e che sarebbero difficili da padroneggiare altrimenti che "cavalcando la tigre".

Nel considerare la possibilità di ricostruire l'Occidente su direttive che potrebbero non solo salvarlo dalla catastrofe, ma perfino porlo a capo del movimento storico quando le forze di un nuovo periodo ciclico saranno messe in movimento, una quistione di principio deve essere affrontata quando si esamina lo specifico punto di vista assunto da Guénon. Egli reputa che una delle cause della crisi del mondo moderno sia da trovarsi nella negazione teorica e pratica della priorità che deve essere data alla conoscenza, alla contemplazione e alla pura intellettualità sull'azione.

Guénon dà in realtà a questi termini un significato che differisce ampiamente da quello usuale. Egli li usa per esprimere attività spirituali correlate all'ordine trascendente di quei puri principi metafisici, che hanno da sempre costituito il fondamento permanente per ogni tradizione sana. È pure ovvio che non si può sollevare alcuna obiezione alla priorità asserita, qualora per azione, si intenda attività disordinata, non illuminata e senza fini determinati, dominata esclusivamente da considerazioni contingenti e materiali, miranti solo a conseguimenti mondani, che ora è l'unica forma di azione che la civiltà moderna riconosce ed ammira. Ma se è considerata la pura dottrina, allora il caso è ben diverso. Bisogna ricordare che contemplazione -o pura conoscenza- e azione sono sempre state messe in relazione, la prima alla casta sacerdotale, la seconda a quella guerriera o regale (brâhman e kshâtram, per usare i termini indù). La contemplazione è un simbolo specificamente religioso-sacerdotaIe, mentre l'azione e il simbolo del guerriero e del re.

Detto questo, dobbiamo rifarci ad un insegnamento che Guénon stesso riferisce in più di una occasione, cioè che questa dualità di dignità non esisteva all'inizio: i due poteri erano assorbiti in un vertice che era ad un tempo regale e sacerdotale. L'antica Cina, il primo periodo ariano indù, l'Iran, la Grecia arcaica, l'Egitto, la Roma delle origini e poi la Roma imperiale, il Califfato, e così via, tutte civiltà che parlano di ciò. È come risultato di regressione e degenerazione che le due dignità si separarono e furono spesso perfino in lotta, come effetto di un reciproco disconoscimento. Ma stando così le cose, nessuna delle due direzioni può reclamare l'assoluta priorità sull'altra. Tutte e due sono sorte nella stessa maniera e tutte e due si sono allontanate molto dall'ideale originale e dallo stato tradizionale: e se noi avessimo come proposito la restaurazione, sotto qualche forma di questo vertice, ognuno dei due elementi, quello sacerdotale-contemplativo, o quello guerriero-attivo, potrebbe essere preso come pietra di fondamento e punto di partenza. In tal caso l'azione non dovrebbe essere certo interpretata in senso moderno, ma in senso tradizionale, quello della Bhagavad-Gita, o nello Jihad islamico, o negli ordini ascetici di cavalleria del Medio Evo occidentale.
L'"equazione personale" di Guénon gli ha impedito di dare un adeguato riconoscimento di tutto ciò, e lo ha condotto ad attribuire un'importanza esclusiva al punto di vista dell'azione subordinata alla contemplazione. E questa visione unilaterale non è senza conseguenze per il problema della possibile ricostruzione dell'Occidente.

Non può esserci alcun dubbio che il mondo occidentale e l'uomo occidentale siano caratterizzati dalla priorità data all'azione; Guénon stesso lo ammette. Ora, se la tradizione nel suo senso universale è una nella sua essenza metafisica non umana, questa ammette nondimeno varie forme corrispondenti alle diverse attitudini e alle qualificazioni prevalenti dei popoli e delle società. Ora, in primo luogo Guénon non riesce a spiegare la sua asserzione che l'unica forma di tradizione che fosse accettabile per l'Occidente avesse un carattere religioso, vale a dire, nel caso migliore diretto verso la contemplazione come suo ideale. Su questo punto i fatti possono essere accertati, ma non si può parlare della forma tradizionale più adatta allo specifico carattere degli Occidentali che sono maggiormente inclini all'azione e che in assenza di una tradizione che trasfigurasse e integrasse gli ideali dell'azione, hanno degradato quest'ultima alle espressioni materialistiche e selvagge che tutti conosciamo.
Per di più, prima del Cristianesimo, l'Occidente ebbe tradizioni di un tipo differente, e la civiltà del Medio Evo non era dominata solo da ideali di conoscenza e contemplazione. Ci basta solo ricordare le importanti espressioni ghibelline di questa civiltà, anche ora così poco capite nella loro autentica grandezza e nel loro significato più profondo.

Ma anche se consideriamo il futuro, cioè la possibilità di una restaurazione dell'Occidente su linee tradizionali, sorge la stessa quistione. Se l'Occidente è incline all'azione, allora l'azione deve essere il punto di partenza e ci si deve guardare dallo stigmatizzare come eretico ed antitradizionale tutto ciò che non si basa sulla premessa della priorità sull'azione della contemplazione e della conoscenza unilateralmente interpretata. Si dovrebbero invece studiare forme di civiltà che pur essendo tradizionali, pur accordando importanza a tutto ciò che ha un carattere metafisico e non esclusivamente umano, hanno tuttavia alla loro base simboli presi dal mondo dell'azione. Solo una tradizione di questo tipo potrebbe avere una presa reale sulle nazioni dell'Occidente e fornire loro qualcosa di organico, di congeniale ed efficace.

È strano che nei numerosi riferimenti alle civiltà orientali, Guénon ignora praticamente il Giappone. Ciò è ancora il risultato della sua "equazione personale", della sua mancanza di simpatia e comprensione di civiltà in cui l'interpretazione brahmanico-sacerdotale della tradizione non predomina. Ma è il Giappone che fino a ieri ci offriva l'esempio più interessante di una civiltà che si è modernizzata all'esterno come mezzo per un fine di difesa e offesa, ma che nella sua essenza era fedele ad una tradizione millenaria che apparteneva a un tipo regale e guerriero e non a quello contemplativo. La casta dei Samurai era la sua spina dorsale, una casta in cui i simboli dell'azione non escludevano ma piuttosto postulavano degli elementi di un carattere sacro e talvolta perfino iniziatico. Con tutte le numerose differenze che li dividono, questo schema di civiltà aveva rapporti visibili con quello del Sacro Romano Impero e non può esserci alcun dubbio che se l'uomo occidentale dovesse rivivificare per sé una vocazione superiore, tradizionale, ideali di questa sorta, debitamente adattati e purificati, lo attirerebbero molto di più di quelli di tipo contemplativo e di pura conoscenza.

Guénon usa l'espressione élite intellectuelle in riferimento a coloro che nell'Occidente dovrebbero organizzare - sia indipendentemente sia in collaborazione con esponenti dell'Oriente ancora tradizionale - e gradualmente suscitare un cambiamento nella mentalità, per fermare il processo di dissoluzione prima che questo completi il suo fatale ed irrevocabile progredire attraverso l'intero mondo moderno.
Come abbiamo detto, Guénon non usa l'espressione "intellettualità" nel suo significato generalmente accettato; coloro ai quali egli si riferisce non sono "intellettuali", bensì uomini di carattere superiore che si sono formati su linee tradizionali e possiedono una conoscenza metafisica. Inoltre egli menziona una "azione indiretta", invisibile ed imponderabile che tali élite possono esercitare (qui potremmo ricordare alcune delle società segrete dei Cinesi, fors'anche l'azione della Massoneria nel XVII e XVIII secolo). Ma per tutto ciò, la nozione di élite intellectuelle dà una impressione di qualcosa di astratto.
Se consideriamo accettabili le considerazioni ora fatte intorno ad un attivo e più occidentale modo di espressione dello spirito tradizionale, emerge una nozione più adatta al proposito che non quella di élite intellectuelle, la nozione di un Ordine, come in altri tempi erano -per analogia- i Templari, gli Ismaeliti, i Cavalieri Teutonici.
Un Ordine rappresenta una forma superiore di vita nel quadro di una vita d'azione, che può avere una "dimensione" metafisica e tradizionale pur rimanendo, nel contempo, in più diretto contatto con il mondo della realtà e con i fatti storici. Ma tutto questo implica una prospettiva mentale mutata, una nuova visione del mondo che potrebbe esercitare la sua influenza in tutti i campi della moderna cultura includendo quelle che sono conosciute come scienze esatte.
Ora, nel caso di questo compito più generale, le riserve che abbiamo fatto non sono più valide; tutto ciò che Guénon asserisce è di valore indubitabile; egli indica i principi essenziali che debbono essere rispettati sia per riconoscere la reale portata della crisi del mondo moderno, sia per gettare le fondamenta per un ritorno al "tradizionalismo integrale".
I suoi suggerimenti differiscono grandemente per la loro portata dalle proposte ristrette ora avanzate da quegli Occidentali che qua e là manifestano una istintiva reazione contro il prevalente stato di cose, di cui prevedono, più o meno chiaramente, il solo possibile e disastroso sbocco. Ora, il fatto che un Occidentale come René Guénon non sia arrivato a queste conclusioni basandosi solo sulle proprie forze e possibilità, ma attraverso lo stretto contatto con gli autentici esponenti di un Oriente ancora tradizionale, ha per noi un particolare significato e merita di essere messo in evidenza in queste pagine.

Julius Evola

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MessaggioInviato: Gio Feb 18, 2010 3:09 pm    Oggetto:  
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RomaInvicta ha scritto:
Anche Evola mente su se stesso?

Julius Evola: René Guénon, Oriente e Occidente
René Guénon, East and West, recensione a René Guénon, La Crise du Monde Moderne

«East and West», IV, 4, (gennaio 1954) pp. 255-258.
trad. it da Oriente e Occidente. Saggi vari, a cura di Gianluca Nicoletti e Marco Pucciarini, La Queste, 1984, pp. 49-59.


La nuova edizione del libro di René Guénon "La Crisi del Mondo Moderno" offre l'opportunità di un resoconto critico delle principali idee esposte dall'autore, che può essere di qualche interesse. Queste idee sono strettamente connesse al problema delle relazioni tra Oriente e Occidente e al destino che attende la nostra civiltà nel suo complesso. Esse sono del più grande interesse in quanto Guénon dissente da tutti coloro che qualche tempo fa hanno scritto intorno al "tramonto dell'Occidente", sulla "crisi dello spirito europeo" e così via -tutte idee che oggi, dopo il nuovo collasso causato dal secondo conflitto mondiale, sono riemerse con rinnovato vigore. Guénon non si occupa di casi individuali o di reazioni confuse, né ha a che fare con la filosofia nel senso correntemente dato a questo termine; le sue idee traggono la loro origine dalla Tradizione, ampiamente ed impersonalmente intesa.
A differenza degli scrittori a cui ci siamo riferiti sopra -Spengler, Ortega y Gasset, Huizinga, Massis, Keyserling, Benda- Guénon non appartiene spiritualmente al mondo moderno; egli porta testimonianza di un mondo diverso e non fa alcun mistero del fatto che deve le sue conoscenze in gran parte ai contatti diretti che egli ha avuto con gli esponenti dell'Oriente tradizionale.

Guénon prende come punto di partenza -e crediamo sia essenziale e possa essere accettato senza discussione- che la reale antitesi non è tra Oriente e Occidente, ma tra civiltà tradizionale e civilizzazione moderna; non è pertanto né geografica né storica, ma ha un carattere morfologico e tipologico. Possiamo invero definire come "tradizionale" un tipo universale di civiltà che è stato realizzato, anche se in varie forme e più o meno completamente, tanto in Oriente quanto in Occidente.

La civiltà "tradizionale", tutte le civiltà tradizionali, hanno dei punti metafisici di riferimento. Sono caratterizzate dal riconoscimento di un ordine superiore a tutto ciò che è umano e temporale; dalla presenza e dall'autorità esercitata da élite che traggono da questo piano trascendente i principi e valori necessari per raggiungere un più alto sistema di conoscenza, come pure per far sorgere un'organizzazione sociale basata sul riconoscimento di principi gerarchici e per dare all'esistenza un significato veramente profondo. In Occidente, il Medio Evo ci offriva ancora un esempio di civiltà tradizionale così intesa.
L'esatto opposto della civiltà tradizionale è la civilizzazione moderna, sia occidentale che orientale. Questa è caratterizzata dalla negazione sistematica di tutto ciò che è superiore all'uomo -sia esso considerato come individuo sia come comunità- e dall'organizzazione di forme insoddisfacenti di conoscenza, di azione, di vita, che non vedono niente al di là delle realtà temporali e contingenti, il che porta alla legge del numero e per necessità logica esse portano in sé sin dall'inizio i germi di quelle crisi e disordini dei quali il mondo offre ora tale lampante e diffusa evidenza.

Secondo l'opinione di Guénon la situazione in Oriente è differente. L'Oriente conserva ancora aspetti viventi delle "civiltà tradizionali" che altrove sono già scomparse. Guénon ritiene che il mondo moderno possa superare la crisi di cui sta soffrendo solo con un ritorno ad una civiltà di tipo tradizionale. Ma ciò non può nascere dal nulla. Dato che l'Occidente ha da lungo tempo perso il contatto con le sue passate forme tradizionali delle quali, a parte il mondo religioso inteso in senso assai ristretto, quasi niente rimane, Guénon considera che il contatto fra le élite dell'Occidente e i rappresentanti dello spirito tradizionale dell'Oriente è un punto di essenziale importanza per assicurare una ripresa, per "galvanizzare", per così dire, le forze latenti.
Non è una quistione di essere infedeli a noi stessi cercare di orientalizzarci, ma di ricevere dall'Oriente ciò che può essere utilizzato per riscoprire la nostra propria tradizione, come andare al di là della civilizzazione puramente umana, individualistica e razionalistica dei tempi recenti, per formare a poco a poco un'atmosfera favorevole al rifiorire dell'Occidente tradizionale. A questo punto un'intesa fra Oriente e Occidente dovrebbe sorgere naturalmente e riposerebbe su fondamenta del tutto differenti da quelle concepite da tutti coloro che hanno affrontato tali problemi da un punto di vista esclusivamente politico o astrattamente culturale o economico o vagamente "spiritualista".

Queste idee di Guénon, sotto i loro aspetti generali, ci sembrano del tutto accettabili e va ascritto a suo merito di formularle su linee rigorose, con una obbedienza senza compromessi alla verità e solo alla verità. Dobbiamo tuttavia fare delle riserve quando passiamo dal generale al particolare, alla prospettiva 'mondana' e ai simboli necessari per una azione effettiva.

Se ci volgiamo all'Oriente, le sue vedute devono essere aggiornate, dato che da quando è apparsa la prima edizione del suo libro, molte cose sono cambiate, e cambiate rapidamente. Diviene ogni giorno più evidente che l'Oriente stesso, inteso come rappresentante la civiltà tradizionale, sta passando attraverso una crisi. La Cina non rientra più nel quadro. In India le correnti nazionalistiche e modernistiche stanno regolarmente guadagnando terreno. Nei paesi arabi e perfino nel Tibet regna la confusione. Così gran parte dell'Oriente di Guénon sembra divenire una cosa del passato e quei settori dell'Oriente nei quali lo spirito tradizionale ancora sopravvive grazie ad una continuità ininterrotta e che potrebbero adempiere alla funzione cui ci siamo sopra riferiti, andrebbero trovati, ammesso che ancora si trovino, in qualche piccolo e piuttosto esclusivo gruppo di nobili spiriti, destinati dal corso degli eventi a svolgere un ruolo sempre più piccolo nei destini storici dei loro popoli. È da sperare che almeno questi piccoli gruppi riescano a rimanere immuni dalle influenze modernizzanti alle quali, purtroppo, la maggior parte degli Orientali, che cercano di far conoscere in Europa o in America l'uno o l'altro degli aspetti della loro civiltà, hanno ceduto. Altrimenti i problemi, come sono posti da Guénon, saranno privati del loro termine più importante.
Stando così le cose, dobbiamo ripetere che le idee espresse da Guénon possono essere accolte con scetticismo nella misura in cui ci portassero a cercare nell'Oriente attuale, considerato come civiltà per sé, qualcosa che potesse servirci di modello. Né vi è ragione alcuna di aspettarsi che le cose possano cambiare nell'immediato futuro.

E qui conviene fare alcune considerazioni sulle leggi cicliche che hanno una parte così importante nell'insegnamento tradizionale, e alle quali Guénon stesso fa frequente riferimento. In contrasto con i miti ottimistici e progressisti dei secoli XVII e XVIII, queste leggi parlano di una graduale perdita di spiritualità e tradizione tanto maggiore quanto più ci si allontani dal punto di partenza; e tutti i caratteri negativi e critici della civiltà moderna sono giustificati dal fatto che corrispondono all'ultima fase di un ciclo, alla fase conosciuta in India come l'"età oscura", Kali-Yuga, descritta molti secoli fa in termini che riflettono in una maniera sorprendente la fisionomia dell'Occidente attuale.

Si può dire che l'Occidente è ora l'epicentro dell'"età oscura". Siccome però queste leggi hanno una portata generale non possiamo escludere che un domani possa essere trovata una soluzione del tutto particolare per le relazioni fra Oriente e Occidente. Dato che noi Occidentali siamo avanzati molto rapidamente nel cammino verso il basso, siamo anche più vicini al punto terminale del ciclo presente e questo significa che siamo anche più vicini al punto di partenza di altre civiltà in cui le forme tradizionali ancora sopravvivono. Siamo d'altronde legittimati a pensare che, in obbedienza a tali leggi, l'Oriente dovrà percorrere la nostra stessa Via Crucis, e con un passo ancora più veloce - si pensi solo alla Cina! L'intero problema consisterà così nel vedere se le forze occidentali riusciranno a condurci al di là della crisi; al di là del punto zero del ciclo. Se così sarà, potrebbe ben succedere che l'Oriente si troverà al punto in cui sta oggi l'Occidente quando quest'ultimo sarà già passato oltre l'"età oscura"; i rapporti fra i due sarebbero così invertiti.
Secondo tale veduta, tutto ciò che l'Oriente rappresenta, - non le sue élite, ma la sua civiltà attuale nel complesso - sarà giustificato, in un certo senso, dal fatto che esso (l'Oriente) non ha raggiunto nei processo ciclico il punto raggiunto dall'Occidente. Pertanto, parlando in generale, i punti di riferimento che l'Oriente può fornirci sono di un ordine ideale piuttosto che reale, e non bisogna vedere troppo ottimisticamente le prospettive di ottenere un aiuto realmente valido per resistere a forze che ora sono al lavoro nel mondo intero e che sarebbero difficili da padroneggiare altrimenti che "cavalcando la tigre".

Nel considerare la possibilità di ricostruire l'Occidente su direttive che potrebbero non solo salvarlo dalla catastrofe, ma perfino porlo a capo del movimento storico quando le forze di un nuovo periodo ciclico saranno messe in movimento, una quistione di principio deve essere affrontata quando si esamina lo specifico punto di vista assunto da Guénon. Egli reputa che una delle cause della crisi del mondo moderno sia da trovarsi nella negazione teorica e pratica della priorità che deve essere data alla conoscenza, alla contemplazione e alla pura intellettualità sull'azione.

Guénon dà in realtà a questi termini un significato che differisce ampiamente da quello usuale. Egli li usa per esprimere attività spirituali correlate all'ordine trascendente di quei puri principi metafisici, che hanno da sempre costituito il fondamento permanente per ogni tradizione sana. È pure ovvio che non si può sollevare alcuna obiezione alla priorità asserita, qualora per azione, si intenda attività disordinata, non illuminata e senza fini determinati, dominata esclusivamente da considerazioni contingenti e materiali, miranti solo a conseguimenti mondani, che ora è l'unica forma di azione che la civiltà moderna riconosce ed ammira. Ma se è considerata la pura dottrina, allora il caso è ben diverso. Bisogna ricordare che contemplazione -o pura conoscenza- e azione sono sempre state messe in relazione, la prima alla casta sacerdotale, la seconda a quella guerriera o regale (brâhman e kshâtram, per usare i termini indù). La contemplazione è un simbolo specificamente religioso-sacerdotaIe, mentre l'azione e il simbolo del guerriero e del re.

Detto questo, dobbiamo rifarci ad un insegnamento che Guénon stesso riferisce in più di una occasione, cioè che questa dualità di dignità non esisteva all'inizio: i due poteri erano assorbiti in un vertice che era ad un tempo regale e sacerdotale. L'antica Cina, il primo periodo ariano indù, l'Iran, la Grecia arcaica, l'Egitto, la Roma delle origini e poi la Roma imperiale, il Califfato, e così via, tutte civiltà che parlano di ciò. È come risultato di regressione e degenerazione che le due dignità si separarono e furono spesso perfino in lotta, come effetto di un reciproco disconoscimento. Ma stando così le cose, nessuna delle due direzioni può reclamare l'assoluta priorità sull'altra. Tutte e due sono sorte nella stessa maniera e tutte e due si sono allontanate molto dall'ideale originale e dallo stato tradizionale: e se noi avessimo come proposito la restaurazione, sotto qualche forma di questo vertice, ognuno dei due elementi, quello sacerdotale-contemplativo, o quello guerriero-attivo, potrebbe essere preso come pietra di fondamento e punto di partenza. In tal caso l'azione non dovrebbe essere certo interpretata in senso moderno, ma in senso tradizionale, quello della Bhagavad-Gita, o nello Jihad islamico, o negli ordini ascetici di cavalleria del Medio Evo occidentale.
L'"equazione personale" di Guénon gli ha impedito di dare un adeguato riconoscimento di tutto ciò, e lo ha condotto ad attribuire un'importanza esclusiva al punto di vista dell'azione subordinata alla contemplazione. E questa visione unilaterale non è senza conseguenze per il problema della possibile ricostruzione dell'Occidente.

Non può esserci alcun dubbio che il mondo occidentale e l'uomo occidentale siano caratterizzati dalla priorità data all'azione; Guénon stesso lo ammette. Ora, se la tradizione nel suo senso universale è una nella sua essenza metafisica non umana, questa ammette nondimeno varie forme corrispondenti alle diverse attitudini e alle qualificazioni prevalenti dei popoli e delle società. Ora, in primo luogo Guénon non riesce a spiegare la sua asserzione che l'unica forma di tradizione che fosse accettabile per l'Occidente avesse un carattere religioso, vale a dire, nel caso migliore diretto verso la contemplazione come suo ideale. Su questo punto i fatti possono essere accertati, ma non si può parlare della forma tradizionale più adatta allo specifico carattere degli Occidentali che sono maggiormente inclini all'azione e che in assenza di una tradizione che trasfigurasse e integrasse gli ideali dell'azione, hanno degradato quest'ultima alle espressioni materialistiche e selvagge che tutti conosciamo.
Per di più, prima del Cristianesimo, l'Occidente ebbe tradizioni di un tipo differente, e la civiltà del Medio Evo non era dominata solo da ideali di conoscenza e contemplazione. Ci basta solo ricordare le importanti espressioni ghibelline di questa civiltà, anche ora così poco capite nella loro autentica grandezza e nel loro significato più profondo.

Ma anche se consideriamo il futuro, cioè la possibilità di una restaurazione dell'Occidente su linee tradizionali, sorge la stessa quistione. Se l'Occidente è incline all'azione, allora l'azione deve essere il punto di partenza e ci si deve guardare dallo stigmatizzare come eretico ed antitradizionale tutto ciò che non si basa sulla premessa della priorità sull'azione della contemplazione e della conoscenza unilateralmente interpretata. Si dovrebbero invece studiare forme di civiltà che pur essendo tradizionali, pur accordando importanza a tutto ciò che ha un carattere metafisico e non esclusivamente umano, hanno tuttavia alla loro base simboli presi dal mondo dell'azione. Solo una tradizione di questo tipo potrebbe avere una presa reale sulle nazioni dell'Occidente e fornire loro qualcosa di organico, di congeniale ed efficace.

È strano che nei numerosi riferimenti alle civiltà orientali, Guénon ignora praticamente il Giappone. Ciò è ancora il risultato della sua "equazione personale", della sua mancanza di simpatia e comprensione di civiltà in cui l'interpretazione brahmanico-sacerdotale della tradizione non predomina. Ma è il Giappone che fino a ieri ci offriva l'esempio più interessante di una civiltà che si è modernizzata all'esterno come mezzo per un fine di difesa e offesa, ma che nella sua essenza era fedele ad una tradizione millenaria che apparteneva a un tipo regale e guerriero e non a quello contemplativo. La casta dei Samurai era la sua spina dorsale, una casta in cui i simboli dell'azione non escludevano ma piuttosto postulavano degli elementi di un carattere sacro e talvolta perfino iniziatico. Con tutte le numerose differenze che li dividono, questo schema di civiltà aveva rapporti visibili con quello del Sacro Romano Impero e non può esserci alcun dubbio che se l'uomo occidentale dovesse rivivificare per sé una vocazione superiore, tradizionale, ideali di questa sorta, debitamente adattati e purificati, lo attirerebbero molto di più di quelli di tipo contemplativo e di pura conoscenza.

Guénon usa l'espressione élite intellectuelle in riferimento a coloro che nell'Occidente dovrebbero organizzare - sia indipendentemente sia in collaborazione con esponenti dell'Oriente ancora tradizionale - e gradualmente suscitare un cambiamento nella mentalità, per fermare il processo di dissoluzione prima che questo completi il suo fatale ed irrevocabile progredire attraverso l'intero mondo moderno.
Come abbiamo detto, Guénon non usa l'espressione "intellettualità" nel suo significato generalmente accettato; coloro ai quali egli si riferisce non sono "intellettuali", bensì uomini di carattere superiore che si sono formati su linee tradizionali e possiedono una conoscenza metafisica. Inoltre egli menziona una "azione indiretta", invisibile ed imponderabile che tali élite possono esercitare (qui potremmo ricordare alcune delle società segrete dei Cinesi, fors'anche l'azione della Massoneria nel XVII e XVIII secolo). Ma per tutto ciò, la nozione di élite intellectuelle dà una impressione di qualcosa di astratto.
Se consideriamo accettabili le considerazioni ora fatte intorno ad un attivo e più occidentale modo di espressione dello spirito tradizionale, emerge una nozione più adatta al proposito che non quella di élite intellectuelle, la nozione di un Ordine, come in altri tempi erano -per analogia- i Templari, gli Ismaeliti, i Cavalieri Teutonici.
Un Ordine rappresenta una forma superiore di vita nel quadro di una vita d'azione, che può avere una "dimensione" metafisica e tradizionale pur rimanendo, nel contempo, in più diretto contatto con il mondo della realtà e con i fatti storici. Ma tutto questo implica una prospettiva mentale mutata, una nuova visione del mondo che potrebbe esercitare la sua influenza in tutti i campi della moderna cultura includendo quelle che sono conosciute come scienze esatte.
Ora, nel caso di questo compito più generale, le riserve che abbiamo fatto non sono più valide; tutto ciò che Guénon asserisce è di valore indubitabile; egli indica i principi essenziali che debbono essere rispettati sia per riconoscere la reale portata della crisi del mondo moderno, sia per gettare le fondamenta per un ritorno al "tradizionalismo integrale".
I suoi suggerimenti differiscono grandemente per la loro portata dalle proposte ristrette ora avanzate da quegli Occidentali che qua e là manifestano una istintiva reazione contro il prevalente stato di cose, di cui prevedono, più o meno chiaramente, il solo possibile e disastroso sbocco. Ora, il fatto che un Occidentale come René Guénon non sia arrivato a queste conclusioni basandosi solo sulle proprie forze e possibilità, ma attraverso lo stretto contatto con gli autentici esponenti di un Oriente ancora tradizionale, ha per noi un particolare significato e merita di essere messo in evidenza in queste pagine.

Julius Evola


... va bene la recensione da parte di Evola di un libro di Guénon tradotto da Evola, "La crisi del mondo moderno".... quindi?
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MessaggioInviato: Gio Feb 18, 2010 5:29 pm    Oggetto:  
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... va bene la recensione da parte di Evola di un libro di Guénon tradotto da Evola, "La crisi del mondo moderno".... quindi?


Quindi? Beh, se le recensioni fossero lette, visto che sono scritte in italiano corrente Very Happy ...

Leggendola emergono delle posizioni NETTE di Evola riguardo il fondamento della sua filosofia.

Inoltre, se si conoscesse chi è Guenon, si capirebbe ANCORA MEGLIO perchè Evola, e le filosofie sua e di Guenon non possono manco da lontano essere intese come "filosofie della tradizione dinamica"!!!

Inoltre, leggendo la biografia ufficiale edita dalla Fondazione Evola, si riceverebbero altri lumi. Tra l'altro è stata citata in alcune parti dall'utente AquilaLatina.

Solo per inciso, ci sono alcune frase che evidenzio dall'articolo di Evola:

Citazione:

Queste idee di Guénon, sotto i loro aspetti generali, ci sembrano del tutto accettabili e va ascritto a suo merito di formularle su linee rigorose, con una obbedienza senza compromessi alla verità e solo alla verità


Dove si "differenzia" l'idea di Evola? Lo scritto è chiaro: nel considerare l'Oriente anch'esso "contaminato. A differenza di Guenon.

Ma andiamo avanti.

Citazione:

E qui conviene fare alcune considerazioni sulle leggi cicliche che hanno una parte così importante nell'insegnamento tradizionale, e alle quali Guénon stesso fa frequente riferimento


Le "leggi cicliche" sono quelle che vedono la realtà come UN CERCHIO e non come una linea retta, concezione chiara in chi considera la Tradizione qualcosa di dinamico. Il Cerchio RITORNA INDIETRO AL PUNTO DI PARTENZA.

Citazione:

Ma anche se consideriamo il futuro, cioè la possibilità di una restaurazione dell'Occidente su linee tradizionali


Restaurazione. C'è bisogno di dire di più?

Senza parlare di tutto lo svolgimento della sua filosofia presente anche in questo articolo, dove dice chiaramente e continuamente che lo sfacelo della civiltà è costituito dal suo allontanarsi dall' ORIGINE a cui DEVE TORNARE. Se vuole sperare di salvarsi. Una origine PER FORZA DI COSE STATICA, visto che ha in sè un "che" di DIVINO e che incarna il trascendente della tradizione:

Citazione:

L'antica Cina, il primo periodo ariano indù, l'Iran, la Grecia arcaica, l'Egitto, la Roma delle origini e poi la Roma imperiale, il Califfato, e così via, tutte civiltà che parlano di ciò. È come risultato di regressione e degenerazione che le due dignità si separarono e furono spesso perfino in lotta, come effetto di un reciproco disconoscimento. Ma stando così le cose, nessuna delle due direzioni può reclamare l'assoluta priorità sull'altra. Tutte e due sono sorte nella stessa maniera e tutte e due si sono allontanate molto dall'ideale originale e dallo stato tradizionale

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MessaggioInviato: Gio Feb 18, 2010 9:29 pm    Oggetto:  
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Più leggo il pensiero di Evola, più lo vedo non solo estraneo ma addirittura antitetico alla concezione fascista.

Più che rappresentare una corrente interna al fascismo, «Evola intese rettificare il fascismo in senso spirituale e tradizionale, in nome di idee e valori che non erano quelli originari del fascismo, ma quelli della destra conservatrice ed aristocratica» (Giuseppe Parlato, Fascismo, Nazionalsocialismo, Tradizione, in Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich, Roma, Mediterranee, 2001, p. 15.).

Evola dunque non si pone come obiettivo quello di interpretare il fascismo nel suo contesto storico, ma di individuare quegli elementi che si possono ricondurre ai canoni della destra tradizionale. Già nel volume Imperialismo pagano (1928) l'autore esorta il fascismo a valorizzare quei simboli propri alla tradizione romana (il fascio, l'aquila, l'impero) (...).

I punti di criticità sollevati da Evola rispetto al fascismo sono sostanzialmente tre: il problema dello stato da un punto di vista istituzionale (rapporto tra fascismo e monarchia), il problema della rappresentanza (effettiva rilevanza del partito unico e della funzione carismatica di Mussolini) e, infine, alcuni aspetti direttamente correlati alla gestione della nazione (questione economica e sociale, autarchia, questione della razza e politica internazionale).

Secondo Evola il fascismo si distingue per un'ambiguità di fondo: oscilla fra una concezione religiosa del potere e una mistica della nazione di derivazione rivoluzionaria (Giuseppe Parlato, Fascismo, Nazionalsocialismo, Tradizione, op. cit., p. 20). Il concetto stesso di "nazione" – derivando dalla frantumazione della civiltà imperiale e feudale – è secondo l'autore un concetto falsamente di destra, in quanto si basa sui principi sovvertitori del mondo della tradizione promossi a partire dalla rivoluzione francese.

Così come lo è anche lo "stato totalitario": per Evola uno stato che tende ad occuparsi di tutto (economia, educazione, indirizzi morali, conformismo) non è uno stato tradizionale. Il potere organico che si richiama infatti alla vera destra è omnia potens, non omnia faciens (anche, sulla critica allo stato educatore, Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich, op. cit., p. 113.).

In quest'ottica l'esperienza della Repubblica Sociale è per Evola totalmente da rigettare sotto il piano istituzionale («dal nostro punto di vista, nulla è da raccogliere dal fascismo della Repubblica Sociale») in quanto la stessa è condensata di elementi di populismo e di socialismo. Ciò che salva della RSI è quella mentalità per cui molti italiani decidono di continuare a lottare pur essendo consapevoli della disfatta. Questa mentalità si fonda per Evola sul concetto di onore e fedeltà proprio alla spirito legionario.

Evola critica inoltre il concetto di "partito politico" che, derivando da una concezione illuminista, rappresenta una forma di legame improprio tra la base e il vertice, una sorta di "democrazia plebiscitaria". Allo stesso modo sottolinea di come anche il concetto di "duce" presenti analoghe problematiche: Mussolini sceglie infatti una gestione populistica della propria figura, ritenendo che l'andare verso le masse sia un elemento rafforzativo del proprio potere, anziché optare per un aristocratico distacco dal popolo.

In appendice all'edizione del 2001 del libro Fascismo e Terzo Reich si trovano alcuni interessanti scritti di Evola che vanno dal 1930 al 1940 circa in cui l'autore opera un'analisi discriminatrice sul fascismo, non risparmiando critiche al regime di Mussolini. Gli scritti sono circa una ventina. Tra i più significativi: Carta d'identità (1930), Due facce del nazionalismo (1931), Paneuropa e fascismo (1933), Razza e cultura (1934), Significato spirituale dell'autarchia (1938), Legionarismo ascetico (1938) e Partito od Ordine? (1940).

In questi articoli, apparsi nel corso degli anni su alcune testate giornalistiche (La Nobiltà della Stirpe, Rassegna Italiana ed altre), Evola contesta, anche se in forme non esplicite, alcune scelte del regime (il retaggio socialista, la deriva populista di Mussolini, l'ingerenza dello stato totalitario nella vita del singolo, il concetto stesso di partito politico). Come rileva Gianfranco De Turris nella nota introduttiva al testo «Evola scrisse le sue critiche, espose i suoi dubbi, propose le sue interpretazioni alternative durante tutto il Ventennio fascista. Certo, con toni e con modi adeguati ai tempi, conformi al suo scrivere all'interno del regime e su testate del regime ancorché eterodosse e di fronda, ma lo fece a differenza di tanti altri che espressero i loro dubbi e le loro repulse [...] solo dopo il 1945».


Estratto da Wikipedia

Da notare come Evola critichi lo Stato Totalitario di matrice Mussoliniana-Gentiliana.

In particolare Evola rifiuta totalmente il concetto di egalitarismo in favore di una visione differenziatrice della natura umana. Ne consegue un netto rifiuto per la democrazia (intesa come strumento di massa) e parimenti per ogni forma di totalitarismo, anch'esso ritenuto uno strumento di massa che si basa non su un'autorità spirituale, bensì su un'autorità esclusivamente di tipo temporale.

Alla luce di ciò, mi pare quindi corretta e fondata l'analisi lungimirante del professor Gregor:

Egli [Evola] affermò di non essere ne un fascista ne un nazista. Tutte quelle rispettive teorie erano sbagliate ed egli riaffermò quanto già affermato ai tempi della dittatura fascista. Egli insistette di essere fascista soltanto nella misura in cui il fascismo avrebbe supportato le sue idee che erano superiori ed anteriori al fascismo. Per fare maggiore chiarezza, egli citò tutte le sue obiezioni sul pensiero di Mussolini. Egli si oppose al fascismo in quanto socialista, totalitario, corporativo, incentrato sulla modernizzazione e sullo sviluppo economico, vicino alle idee filosofiche di Giovanni Gentile, strutturato a partito unico, mancante di spiritualità, materialista, antimonarchico e collettivista. Se a qualcuno è sembrato che egli abbia supportato il fascismo è solamente perchè alcune delle sue idee , in qualche modo, erano vicine alla verità della gnostica degli antichi. La corte D'assise di Roma giudicò Evola non colpevole. Non solo Evola non era fascista ma non lo era neanche mai stato. Negli anni che seguirono, Evola continuò a ripetere le idee che aveva sviluppato nel corso della sua giovinezza. Chiunque egli abbia influenzato, egli influenzò loro con delle idee che potevano essere definite solo come tradizionaliste certamente non fasciste. Chi definisce le idee di Evola come la quintessenza della razionalità e del misticismo fascista commette un grossolano errore. Evola non fu un pensatore fascista, ed è davvero arduo immaginare che le sue idee possano essere addirittura la quintessenza del fascismo. Ancor di più, le nozioni di “razionalità” e misticismo di Evola erano idiosincratiche e non certamente fasciste. Le sue idee potevano essere soltanto la quintessenza di se stesso.

Julius Evola, Fascism and Neofascism
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Caro herrenklub, adesso una domanda te la pongo io. Abbiamo posto delle obiezioni sul pensiero di Evola, che si configura nettamente come antitetico alla concezione Rivoluzionaria (quindi non meramente tradizionalista) del Pensiero Fascista. Però in proposito non hai proferito alcuna parola.
Perchè secondo te Evola è fascista, malgrado lui stesso disse di non esserlo?
Come puoi conciliare le sue idee di rigetto della modernità, del totalitarismo, del corporativismo socializzatore, del partito come strumento di massa, dello stato come concetto di comunità nazionale ecc. con quelle del fascismo?
Sono proprio curioso di leggere qualcosa di più concreto oltre i favoleggiamenti di poc'anzi.
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MessaggioInviato: Ven Feb 19, 2010 1:09 pm    Oggetto:  
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RomaInvicta ha scritto:
Citazione:

... va bene la recensione da parte di Evola di un libro di Guénon tradotto da Evola, "La crisi del mondo moderno".... quindi?


Quindi? Beh, se le recensioni fossero lette, visto che sono scritte in italiano corrente Very Happy ...

Leggendola emergono delle posizioni NETTE di Evola riguardo il fondamento della sua filosofia.

Inoltre, se si conoscesse chi è Guenon, si capirebbe ANCORA MEGLIO perchè Evola, e le filosofie sua e di Guenon non possono manco da lontano essere intese come "filosofie della tradizione dinamica"!!!

Inoltre, leggendo la biografia ufficiale edita dalla Fondazione Evola, si riceverebbero altri lumi. Tra l'altro è stata citata in alcune parti dall'utente AquilaLatina.

Solo per inciso, ci sono alcune frase che evidenzio dall'articolo di Evola:

Citazione:

Queste idee di Guénon, sotto i loro aspetti generali, ci sembrano del tutto accettabili e va ascritto a suo merito di formularle su linee rigorose, con una obbedienza senza compromessi alla verità e solo alla verità


Dove si "differenzia" l'idea di Evola? Lo scritto è chiaro: nel considerare l'Oriente anch'esso "contaminato. A differenza di Guenon.

Ma andiamo avanti.

Citazione:

E qui conviene fare alcune considerazioni sulle leggi cicliche che hanno una parte così importante nell'insegnamento tradizionale, e alle quali Guénon stesso fa frequente riferimento


Le "leggi cicliche" sono quelle che vedono la realtà come UN CERCHIO e non come una linea retta, concezione chiara in chi considera la Tradizione qualcosa di dinamico. Il Cerchio RITORNA INDIETRO AL PUNTO DI PARTENZA.

Citazione:

Ma anche se consideriamo il futuro, cioè la possibilità di una restaurazione dell'Occidente su linee tradizionali


Restaurazione. C'è bisogno di dire di più?

Senza parlare di tutto lo svolgimento della sua filosofia presente anche in questo articolo, dove dice chiaramente e continuamente che lo sfacelo della civiltà è costituito dal suo allontanarsi dall' ORIGINE a cui DEVE TORNARE. Se vuole sperare di salvarsi. Una origine PER FORZA DI COSE STATICA, visto che ha in sè un "che" di DIVINO e che incarna il trascendente della tradizione:

Citazione:

L'antica Cina, il primo periodo ariano indù, l'Iran, la Grecia arcaica, l'Egitto, la Roma delle origini e poi la Roma imperiale, il Califfato, e così via, tutte civiltà che parlano di ciò. È come risultato di regressione e degenerazione che le due dignità si separarono e furono spesso perfino in lotta, come effetto di un reciproco disconoscimento. Ma stando così le cose, nessuna delle due direzioni può reclamare l'assoluta priorità sull'altra. Tutte e due sono sorte nella stessa maniera e tutte e due si sono allontanate molto dall'ideale originale e dallo stato tradizionale


con tutto il rispetto parlando non ci hai capito un fico secco....

1. Dove si "differenzia" l'idea di Evola? Lo scritto è chiaro: nel considerare l'Oriente anch'esso "contaminato. A differenza di Guenon.

“Contaminato” in base a cosa? Quale dovrebbe essere la funzione dell'Oriente rispetto all’Occidente? Cosa intendono Guénon ed Evola quando parlano di Oriente ed Occidente?

2. Il Cerchio RITORNA INDIETRO AL PUNTO DI PARTENZA.

Molto acuto, visto che parliamo di “tempo”, forse non risulta che anche l'orologio ha una forma a "Cerchio" e non è una linea retta…
Proprio la visione ciclica della storia ha in sé il concetto di “rinnovamento”.
Dopo la mezzanotte si "rinnova" un nuovo giorno, Non si ripete, ma si rinnova
Mezzanotte, Alba, Mezzodì, Tramonto, Mezzanotte..
Stessa cosa per l'anno ... Inverno, Primavera, Estate, Autunno...
Così per le ere cosmiche..Età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo e del Ferro che era la visone temporale di tutte le popolazioni Indoeuropee e non…. basterebbe avere un minimo di cultura classica Virgilio, Lucrezio, Esiodo, Tacito, ecc... mitologia compresa [prima di sparare l e vostre intuizioni andate a rivedervi l’etimologia e il concetto di “mito”].
si oppone una visione artificiale e meccanica ad una visione naturale ed organica...... complimenti! Avrete sentito parlare della differenziazione “qualitativa” e “quantitativa” del tempo? Non penso di chiedere troppo.


3. “Restaurazione”.

Constato ancora una volta che non si sa di cosa si sta parlando e che sarebbe più opportuno tacere... anche in questo caso i termini vengono interpretati a piacere... Resaturazione in questo caso non è in senso "politico" = reazione, ma stiamo parlando della restaurazione dell’èlite spirituale e dell’esoterismo in Occidente, quindi il termine è giusto.. in senso "animico" Evola avrebbe parlato di "rettificazione"... in senso politico si parla di Rivoluzione dal latino Re-Volvo mi “rivolto” nel senso “torno alle origini” se invece date un senso “anarchico” all'azione - movimento - i Romani direbbero sovversione.. [Cicerone, Tacito tanto per capirsi]
grazie.
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MessaggioInviato: Ven Feb 19, 2010 1:38 pm    Oggetto:  
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herrenklub ha scritto:

con tutto il rispetto parlando non ci hai capito un fico secco....

1. Dove si "differenzia" l'idea di Evola? Lo scritto è chiaro: nel considerare l'Oriente anch'esso "contaminato. A differenza di Guenon.

“Contaminato” in base a cosa? Quale dovrebbe essere la funzione dell'Oriente rispetto all’Occidente? Cosa intendono Guénon ed Evola quando parlano di Oriente ed Occidente?

2. Il Cerchio RITORNA INDIETRO AL PUNTO DI PARTENZA.

Molto acuto, visto che parliamo di “tempo”, forse non risulta che anche l'orologio ha una forma a "Cerchio" e non è una linea retta…
Proprio la visione ciclica della storia ha in sé il concetto di “rinnovamento”.
Dopo la mezzanotte si "rinnova" un nuovo giorno, Non si ripete, ma si rinnova
Mezzanotte, Alba, Mezzodì, Tramonto, Mezzanotte..
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si oppone una visione artificiale e meccanica ad una visione naturale ed organica...... complimenti! Avrete sentito parlare della differenziazione “qualitativa” e “quantitativa” del tempo? Non penso di chiedere troppo.


3. “Restaurazione”.

Constato ancora una volta che non si sa di cosa si sta parlando e che sarebbe più opportuno tacere... anche in questo caso i termini vengono interpretati a piacere... Resaturazione in questo caso non è in senso "politico" = reazione, ma stiamo parlando della restaurazione dell’èlite spirituale e dell’esoterismo in Occidente, quindi il termine è giusto.. in senso "animico" Evola avrebbe parlato di "rettificazione"... in senso politico si parla di Rivoluzione dal latino Re-Volvo mi “rivolto” nel senso “torno alle origini” se invece date un senso “anarchico” all'azione - movimento - i Romani direbbero sovversione.. [Cicerone, Tacito tanto per capirsi]
grazie.


E questo "intervento" mostrerebbe, invece, che chi ha capito tutto sei tu?

Hai risposto senza rispondere, evidenziando dei termini inutili e ignorando la sostanza dell'intervento che verte su un fatto preciso. Non verte sull'interpretazione che si da GENERICAMENTE,filosoficamente, ai termini, che dai tu o che danno altri, ma verte su ciò che intende EVOLA e l'eventuale rapporto esistente col fascismo. Evola esplicita chiaramente, sulla scia di Guenon, cosa intende per Tradizione e per leggi cicliche. Esplicita chiaramente (ho usato anche il neretto...) che il suo concetto di tradizione (senza entrare nel merito del significato letterale, perchè è chiaro che in Evola il significato è soggettivo) è STATICO perchè cerca di ri-tornare, RESTAURARE (dobbiamo prendere il vocabolario?) la Civiltà ORIGINALE e quindi TORNARE a quella civiltà. I motivi filosofici li elenca.

La sua è una concezione misterico/esoterica, Teosofica. Come se ne conoscono tante. Ripeto, se si conoscesse Guenon, la Teosofia, l'esoterismo, si avrebbero lumi.

E certamente, "rispondere" con un "non hai capito nulla", senza entrare nel merito EFFETTIVO del confronto, la dice molto lunga

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)


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MessaggioInviato: Ven Feb 19, 2010 1:51 pm    Oggetto:  
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...e la domanda rimane. Che c'entra la filosofia di Evola col Fascismo?

Il fascismo ha una concezione dinamica della Tradizione, che vede in un'ottica di sviluppo coerente. Non ha una filosofia di "leggi cicliche" ma vede la Tradizione su una linea retta. Che va da un punto precedente ad uno successivo. Questo senza deviazioni, senza salti, senza sbalzi, ma armonicamente. Costruendo il futuro dal passato e facendo fruttificare ciò che di buono e valido esiste nelle epoche.

La concezione "ciclica" della realtà è molto limitante dal punto di vista fascista. Perchè se la realtà è una ripetizione di cicli ininterrotta, allora si è in una realtà indipendente dall'Uomo. L'Uomo non ha senso nella realtà. Inoltre se è vero che nel "Tempo" esistono cicli, essi non sono mai uguali fra loro e sono "cicli" solo in relazione alla loro esistenza. Ad esempio questo inverno non è uguale a quello precedente. Il comune denominatore è minimo, perchè è inverno in quanto il clima si irrigidisce. Ma come e quando, quale sarà la coseguenza e con quale intensità non è frutto di un ciclo! Anzi. Si può dire che lo stesso esempio delle stagioni è inadatto, perchè si ha nozione diretta che le stagioni non si susseguano secondo le previsioni. Avvengono estati più lunghe ed inverni più corti, e viceversa, ignorando ciò che dice il calendario! Lo stesso per il giorno e la notte. Il comune denominatore è l'assenza o la presenza di luce in determinate ore. Ebbene dipendentemente da altri fattori queste ore variano all'interno dello stesso "ciclo". Non sono mai costanti. Questo perchè esiste una "direzione" nel tempo, che è LINEARE e non ciclica (TEMPO= VELOCITA' X SPAZIO).Se vogliamo semplificare, si potrebbe dire che la vita è una linea retta i cui punti sono "cicli" mai uguali l'uno con l'altro e mai riproducibili in modo uguale in un qualsiasi punto della retta. Cosa che Evola smentisce, coerentemente alla sua filosofia, giudicando il Punto X dell'unico Cerchio-Vita, come Punto di inizio e fine, di partenza e di ri-torno, unico da poter permettere ad una Civiltà di esistere.

Il termine "rinnovare" invece che "ripetere" è usato da te a bella posta per mischiare le carte in tavola.. Il giorno si "rinnova". Diecimila significati, tutti strumentalizzabili, per dire tutto e il suo contrario. A secondo dell'accezione che uno vuole dare a questo termine, si può costruire un castello.

Rinnovare è un termine tanto generico quanto ambiguo. E nel contesto in cui l'hai messo non significa assolutamente nulla. La distinzine che fai tra "rinnovare" e "ripetere" non significa nulla ma ha solo un vaolre polemico nei confronti delle obiezioni che ti ho mosso.

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MessaggioInviato: Ven Feb 19, 2010 2:46 pm    Oggetto:  
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cerco di rispondere al volo perchè altre sono le questioni a cui sono sollecitato.

sulla concezione del tempo in foma ciclica dispiace ripetermi, ma ci sono grosse lacune.
Ho parlato di differenza tra tempo qualitativo quindi diverso[visione ciclica] e tempo quantitativo quindi uguale [visione lineare],
Questa è una delle differenze tra Mondo moderno [visione mecacnica-quantitativa] e Tradizione [visione organica- qualitativa].
Nella visione ciclica non essendoci uguaglianza, ogni giorno è differente all'altro, ma ogni cosa, persona ecc, è differente all'altra.
Il moto-rimto si conforma all'Ordine Cosmico che è circolare non lineare... al di là degli esempi già fatti, i pianeti ruotano e ripetono il moto circolare pur non passando nello stesso punto.... ecco la visione dinamica e ri-voluzionaria della visione organica.. non mi risulta che la Terra o gli altri pianeti procedano per via retta...

La visione organica implica "armonia" e analogia tra macrocosmo e microscosmo.
La visione del tempo in via retta è qualcosa che appartiene al mondo moderno ed è d'importazione semita.

Una preghiera.. Evola, Guénon non sono mai stati teosofisti [almeno informatevi], alnon hanno mai considerato una via "mistica"...
Al di là di un periodo che è terminato alla fine degli anni venti, in cui Evola si è occupato di filosofia idealista [trovando, vostro malgrado, il plauso di G. Gentile] il pensiero di Evola non può definirsi "filosofico".

Sarei curioso di sapere quali sono le fonti [almeno lette] da cui si ricavano queste curiose e bizzarre teorie "evoliane"... non articoletti, ma libri...grazie

Come disse Mao... "c'è molta confusione sotto il cielo"
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MessaggioInviato: Ven Feb 19, 2010 3:05 pm    Oggetto:  
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herrenklub ha scritto:
cerco di rispondere al volo perchè altre sono le questioni a cui sono sollecitato.

sulla concezione del tempo in foma ciclica dispiace ripetermi, ma ci sono grosse lacune.
Ho parlato di differenza tra tempo qualitativo quindi diverso[visione ciclica] e tempo quantitativo quindi uguale [visione lineare],
Questa è una delle differenze tra Mondo moderno [visione mecacnica-quantitativa] e Tradizione [visione organica- qualitativa].
Nella visione ciclica non essendoci uguaglianza, ogni giorno è differente all'altro, ma ogni cosa, persona ecc, è differente all'altra.
Il moto-rimto si conforma all'Ordine Cosmico che è circolare non lineare... al di là degli esempi già fatti, i pianeti ruotano e ripetono il moto circolare pur non passando nello stesso punto.... ecco la visione dinamica e ri-voluzionaria della visione organica.. non mi risulta che la Terra o gli altri pianeti procedano per via retta...

La visione organica implica "armonia" e analogia tra macrocosmo e microscosmo.
La visione del tempo in via retta è qualcosa che appartiene al mondo moderno ed è d'importazione semita.

Una preghiera.. Evola, Guénon non sono mai stati teosofisti [almeno informatevi], alnon hanno mai considerato una via "mistica"...
Al di là di un periodo che è terminato alla fine degli anni venti, in cui Evola si è occupato di filosofia idealista [trovando, vostro malgrado, il plauso di G. Gentile] il pensiero di Evola non può definirsi "filosofico".

Sarei curioso di sapere quali sono le fonti [almeno lette] da cui si ricavano queste curiose e bizzarre teorie "evoliane"... non articoletti, ma libri...grazie

Come disse Mao... "c'è molta confusione sotto il cielo"


Ringrazio per la cortese discesa dal trono del Re Wink

1. La "visione organica" la puoi chiamare "rivoluzionaria" solo dal punto di vista letterale. Perchè ciò che la filosofia politica fascista non condivide è una visione ripetitiva, anche se "passante per altri punti". Perchè nella ripetizione nulla è organico, cosciente, ma tutto è meccanico. Come puoi definire qualitativa questa visione è un mistero esoterico! Laughing Come puoi definire meccanica la visione "dinamica" della Tradizione è un altro mistero. Meccanico è ciò che si ripete indifferentemente. Non certo ciò che si SVILUPPA armonicamente. E definire in modo arbitrario "armonico" ciò che non lo è per definizione, non lo fa diventare tale! Riguardo il Ciclo e la Retta ti rimando a ciò che ho detto prima.

2. Una mente eccelsa come la tua non sa che la Teosofia non nasce con la signora Blavatsky?
In relazione a lei e alla Società Teosofica Guenon ed Evola sono critici. In relazione alla Teosofia come Filosofia essi sono dei padri indiscussi.

3. Di grazia: quale sarebbero le fonti che solo te puoi definire come considerabili? Diccelo, così facciamo prima. Perchè non credo che riusciremo a cavare un ragno dal buco, visto che manco Evola stesso la reputi una fonte attendibile.

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