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La necessità della Repubblica sociale

 
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 5:25 pm    Oggetto:  La necessità della Repubblica sociale
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E' bene che tutti sappiano i motivi della creazione della Repubblica Sociale, della NECESSITA' della sua esistenza.
Gli studi di Renzo De Felice (il più grande e obiettivo storico del Fascismo) sono abbastanza CHIARI in merito e non necessitano di alcuna altra aggiunta.
Pertanto vi posto il lavoro di De Felice in merito alla questione, estratto dalla sua monumentale biografia sul Duce.
Il testo è lunghissimo ma interessante e scorrevole nella lettura, spero vi sia di gradimento.

____________________________________________________________

I colloqui di Rastenburg tra Hitler e Mussolini
(14 - 15 settembre 1943)


Se sul clima politico generale in cui si inserí l’incontro di Rastenburg non mancano, come abbiamo visto, notizie e punti di riferimento precisi, diversa è la situazione per quel che concerne i colloqui che si svolsero nei due giorni che durò l’incontro tra Hitler e Mussolini. La documentazione su di essi è infatti scarsa e non è facile stabilire in che misura certe affermazioni in esse riferite siano sostanzialmente attendibili.
Il diario di Göbbels non offre molti elementi, lascia tuttavia capire che nei colloqui tra i due non mancarono momenti di tensione e che sostanzialmente Hitler non fu indotto a recedere dalle sue iniziali posizioni, tant’è che il 17 settembre il ministro della propaganda avrebbe potuto annotare compiaciuto: «Sono lietissimo che il Führer abbia conservato immutate le sue originarie intenzioni; evidentemente non si lascia piú influenzare da considerazioni sentimentali; il problema italiano deve essere considerato e risolto ex novo»106.
Alcuni giorni dopo Hitler riferí a Göbbels l’andamento dei colloqui. Il resoconto conservatoci dal diario di Göbbels costituisce, in mancanza di verbali e di altre testimonianze, pressoché tutto ciò che sul versante tedesco trapelò di essi e hanno un notevole interesse, soprattutto per capire il loro clima generale e il loro effetto su Hitler.

La personalità del Duce – annotò Göbbels il 23 settembre – non l’ha colpito cosí fortemente come nei loro precedenti incontri... Il Duce non ha tratto dalla catastrofe italiana le conclusioni morali che il Führer si aspettava da lui... Il Führer si aspettava che, per prima cosa, il Duce si preoccupasse di vendicarsi ampiamente su chi l’aveva tradito. Ma Mussolini non ha dato a vedere di voler far nulla di simile, e con ciò ha dimostrato quali sono i suoi limiti oltre i quali non saprà mai andare. Non è un rivoluzionario come il Führer e Stalin. E cosí legato alla sua italianità che gli mancano le qualità del rivoluzionario e del sovvertitore mondiale... Temevo che l’incontro tra il Führer e il Duce potesse portare di nuovo a una stretta amicizia la quale avrebbe creato difficoltà politiche imbarazzanti per noi. Ma ciò non si è verificato; al contrario, non ho mai visto il Führer tanto deluso dal Duce come questa volta... Naturalmente non c’è stato un vero e proprio contrasto tra il Führer e il Duce. Ma il fatto stesso che, secondo il Führer, il Duce non ha un grande avvenire politico significa molto, se si pensa all’ammirazione che aveva per lui... Possiamo ritenere che il Führer sia profondamente deluso riguardo alla personalità del Duce. Dobbiamo rallegrarcene per la nostra futura condotta della guerra. Il Führer non vuol piú fare della personalità del Duce la pietra angolare dei nostri rapporti con l’Italia. Egli ora chiede garanzie territoriali per impedire un’altra crisi...

Per il contenuto piú propriamente politico dei colloqui non c’è che da rifarsi a quanto Mussolini disse in quei giorni al figlio Vittorio108e soprattutto, vari mesi dopo, a Carlo Silvestri109e, specialmente nell’ultimissimo periodo della Rsi, ad alcuni suoi fedeli.
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AquilaLatina




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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 5:28 pm    Oggetto:  
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Le resistenze di Mussolini e le minacce di Hitler

Nei due giorni dei colloqui Hitler si impegnò a fondo per indurre Mussolini a mettersi a capo del nuovo governo fascista. A questo scopo si serví di tutti i mezzi; mai però venne meno ai suoi propositi di fondo, né modificò praticamente in nulla le decisioni che aveva già adottato nei giorni precedenti, limitandosi o a non farne cenno (per quel che se ne sa, non parlò affatto della contribuzione finanziaria che voleva imporre e avrebbe imposto alla Rsi) o a presentarle in modo ambiguo, sfumato, come necessità contingenti, dettate dalle esigenze belliche, come nel caso della istituzione delle «zone di operazioni» delle Prealpi e del Litorale adriatico. A questo proposito anzi, secondo quanto Mussolini avrebbe detto ad Anfuso, Hitler, parlando in generale del Mediterraneo e dell’Adriatico, cercò indirettamente di rassicurarlo: nulla era cambiato e nulla sarebbe cambiato a guerra finita. L’unico fatto nuovo era che, in conseguenza dell’8 settembre, i «compiti strategici» della Germania erano solo «naturalmente» diventati tali «che si era dovuto risolvere alcune situazioni, come quella albanese, senza tener conto contemporaneamente degli interessi italiani». Il vero problema era un altro: «dobbiamo vincere la guerra».

Vinta la guerra l’Italia sarà ristabilita nei suoi diritti. La condizione fondamentale è che il fascismo rinasca e faccia giustizia di chi ha tradito!

Solo a questo proposito Hitler fu esplicito ed intransigente: i «traditori» del 25 luglio e in primis Ciano (quattro volte traditore: della patria, del fascismo, dell’alleanza, della famiglia) dovevano essere puniti con la morte; Mussolini doveva riassumere il potere; il nuovo governo fascista doveva imperniarsi sul binomio Mussolini-Graziani, l’unico generale che godesse del prestigio necessario a ricostituire un esercito italiano.
Quanto sul resto fu ambiguo e sfumato, tanto su questi tre punti Hitler fu intransigente:

Non bisogna perdere una sola giornata di tempo. È indispensabile che, già entro la giornata di domani, voi annunciate alla radio che la monarchia è deposta e che sorge lo stato fascista italiano in cui i poteri dovranno essere accentrati nella vostra persona, che cosí si renderà garante (e non è possibile né accettabile altro garante) della piena validità dell’alleanza tra la Germania e l’Italia.

Se Mussolini non avesse accettato, egli avrebbe fatto dell’Italia terra bruciata, come, del resto, dopo il suo tradimento essa meritava. Secondo quanto Mussolini avrebbe riferito a Carlo Silvestri (ma in termini piú succinti anche ad altri), già nel primo colloquio Hitler fu a questo proposito chiarissimo:

Devo essere molto chiaro. Il tradimento italiano, se gli Alleati avessero saputo sfruttarlo, avrebbe potuto provocare il subitaneo crollo della Germania. Dovevo dare subito un terribile esempio di punizione per tutti quelli, tra gli altri nostri alleati, che potessero essere tentati di imitare l’Italia. Ho sospeso l’esecuzione di un piano già predisposto in tutti i suoi particolari solo perché ero sicuro di potervi liberare e di impedire cosí che foste consegnato agli anglo-americani secondo il progetto di Badoglio. Ma se voi mi deludete, io devo dare ordine che il piano punitivo sia eseguito.

E il giorno dopo, avendo capito che Mussolini era sfiduciato, non credeva piú nella vittoria e avrebbe preferito non tornare sulla scena politica, prima cercò di rincuorarlo, parlandogli delle «armi segrete» di «tremenda potenza distruttiva» («abbiamo delle armi diaboliche») che presto sarebbero entrate in azione contro l’Inghilterra e dicendosi disposto a trattare un accordo con l’Unione Sovietica112, poi ribadí con ancor maggior violenza le minacce già formulate il giorno prima:

L’Italia settentrionale dovrà invidiare la sorte della Polonia se voi non accettate di ridare valore all’alleanza fra la Germania e l’Italia mettendovi a capo dello Stato e del nuovo governo. In tal caso il conte Ciano non vi sarà naturalmente consegnato: egli sarà impiccato qui in Germania... O il nuovo governo della repubblica fascista si impernia sul binomio Mussolini-Graziani o l’Italia sarà trattata peggio della Polonia. Peggio, dico, perché la Polonia fu considerata un paese di conquista; l’Italia sarà considerata il paese dei traditori senza discriminazioni.

Questa, nelle sue linee essenziali, la posizione assunta da Hitler. Non ci resta ora che da vedere quella di Mussolini.,
Come disse a Silvestri, Mussolini affrontò l’incontro con Hitler «stanco, sfiduciato, depresso».

Temevo persino di essere ammalato di cancro. Durante la prigionia, il mio vecchio male di stomaco si era notevolmente aggravato ed avevo avuto delle crisi tremende. Non avevo voglia di parlare, di discutere, ma soltanto di riposare.

Quando, dopo i convenevoli, Hitler cominciò a parlare della situazione italiana, si «sentí morire». Dopo le prime battute, avuta la conferma di ciò che temeva, e cioè che Hitler voleva che riprendesse il potere, cercò di guadagnar tempo, di non impegnarsi:

Scongiurai il Führer di lasciarmi qualche giorno per riflettere. Ma egli soffocò la mia voce, elevando il tono della sua: «Ho già riflettuto abbastanza. Voi dovete ridare valore all’alleanza fra i nostri due paesi, non denunciata ma soltanto tradita, annunciando la costituzione dello stato fascista italiano; e ve ne proclamate Duce. Sarete cosí, come lo sono io, contemporaneamente capo dello stato e capo del nuovo governo, alla cui costituzione occorre provvedere entro una settimana...». Feci appello a tutte le mie risorse dialettiche per persuadere il Führer a non insistere sulla pretesa di volermi capo dello stato e del nuovo governo. Ormai avevo rinunciato a qualsiasi ambizione personale; inoltre non credevo ad una possibile resurrezione del fascismo. Se Badoglio e la monarchia si erano assunti la responsabilità di scatenare la guerra civile, io non volevo condividere tale responsabilità.

Tutto fu però inutile: per tutta risposta, dai discorsi piú o meno politici, il suo interlocutore passò alla minaccia di «polonizzare» l’Italia (arrivando a farneticare la «distruzione totale» di Milano, Genova e Torino, usando su di esse le sue nuove «armi diaboliche») e di considerare tutti gli italiani «dei traditori da punire». Né le cose andarono diversamente nel corso dei colloqui del giorno dopo, quando i discorsi tra i due si spostarono di fatto dalla questione dell’accettazione o meno da parte di Mussolini della «richiesta» di Hitler di riassumere il potere – data dal Führer per scontata – ad alcuni aspetti particolari, quali il nome da dare al nuovo stato e gli uomini che ne avrebbero costituito il governo.
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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 5:30 pm    Oggetto:  
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Mussolini torna «duce» suo malgrado

Uscendo da questa seconda serie di colloqui, Mussolini disse al figlio: «l’unica soluzione e tornare al combattimento»; «non c’è altra scelta: bisogna salvare l’Italia da maggiori disastri» e aggiunse: «la guerra non si può ancora dichiarare perduta per l’Asse».
A quanto si legge nel «Rapport sur Madame Edda Ciano» trasmesso in via confidenziale nel giugno 1945 al Ministero Pubblico della Confederazione dal dottor A. Repond direttore della Maison de Santé de Malévoz di Monthey, nel Valais, dove Edda Ciano era stata ricoverata a lungo dopo che, nel gennaio 1944, si era rifugiata in Svizzera, a Monaco, prima di recarsi da Hitler, Mussolini aveva promesso alla figlia, che insisteva con lui perché si ritirasse dalla vita politica, che non si sarebbe lasciato ébranler. Stando poi a Carlo Silvestri. l’intenzione di Mussolini, tornato in libertà, sarebbe stata addirittura quella di ritirarsi in Svizzera. Se la testimonianza è attendibile, e molto probabilmente lo è, nel giro di quattro giorni, da esule potenziale Mussolini si venne invece a trovare ancora «duce». Un «duce» dimezzato e praticamente prigioniero dei tedeschi, ma formalmente pur sempre «duce». A questo punto, a meno di negare ogni valore a quanto da lui detto e ripetuto piú volte nelle settimane della prigionia di considerarsi e di essere politicamente «defunto», ovvero di accontentarsi di una spiegazione in chiave tutta ideologico-politica del tipo Mussolini e il fascismo non potevano finire che come finirono, gli interrogativi si affollano.
Biograficamente, il primo problema da affrontare ci pare debba essere quello, di ordine generale e di cui gli altri non sono che aspetti particolari, di stabilire in che misura l’8 settembre e la sua liberazione ad opera dei tedeschi abbiano modificato il precedente stato d’animo di Mussolini.
Secondo la testimonianza della moglie116che poté parlare con lui sia prima che si recasse a Rastenburg sia appena ne tornò e che, prima dell’incontro con Hitler, gli aveva chiesto le sue intenzioni, Mussolini avrebbe risposto di essere deciso «a fare quello che sarà possibile per la salvezza del popolo italiano»: «se non resto al loro fianco, per attutire il colpo, la vendetta dei tedeschi sarà terribile». Ma avrebbe anche aggiunto: «ma ogni decisione è rimessa a dopo aver parlato con Hitler». E ciò autorizza a pensare che in realtà, pur prevedendo l’atteggiamento di Hitler e la sua richiesta di riassumere il potere, non avesse ancora preso nessuna vera decisione e, nell’intimo, sperasse di potersi sottrarre ad essa. Non si spiegherebbe altrimenti come – tornato da Rastenburg – la moglie potesse consigliarlo di non accettare di assumere la guida del nuovo governo repubblicano.
Non è certo un caso che, nell’introduzione scritta nel 1981, quando decise di pubblicare il suo diario del 1943-44, Luigi Bolla (al tempo della Rsi stretto collaboratore del sottosegretario agli Esteri Mazzolini, ma non fascista e dopo la fine della guerra sincero democratico) abbia sentito il bisogno di tornare e di soffermarsi sullo stato d’animo di Mussolini e sul perché avesse accettato di porsi a capo della Rsi, scrivendo tra l’altro:

Quando Mussolini fece ritorno dalla Germania, con il viso scavato, lo sguardo spento e la voce monotona e triste, quasi irriconoscibile, fu chiaro a moltissimi ch’egli non aveva certo sollecitato da Hitler l’incarico di mettere in piedi una tragica finzione, ma l’aveva accettato sapendo di essere il solo in grado di evitare all’Italia centro-settentrionale una sorte simile a quella jugoslava.

A questo problema se ne lega strettamente un altro: Mussolini credeva ancora nella possibilità di una vittoria tedesca?
Alla sorella Edvige, che, verso la fine di settembre, alla Rocca delle Caminate, gli pose questo interrogativo rispose:

guai a me se non lo pensassi, guai a me se sapessi con certezza che la Repubblica sociale... è destinata a restare una larva, una cosa da limbo. Cosí come stanno le cose, i tedeschi vinceranno se faranno in tempo ad usare prima degli Alleati i nuovi mezzi distruttivi che gli uni e gli altri studiano...

Né in termini molto diversi dovette esprimersi con alcuni dei suoi piú stretti collaboratori, se, per fare un solo esempio, il vice segretario del PFR, Pino Romualdi, affrontando nelle sue memorie questo problema, ha finito per concludere che Mussolini non credeva che i tedeschi avessero ormai perso tutte le possibilità di vincere119. Una convinzione, come si vede, che aveva il suo punto di forza e di debolezza al tempo stesso in quel tutto che ne fa qualcosa di ben lontano da una certezza e di molto simile a quanto detto da Mussolini alla sorella riferendosi alle «armi segrete». E ciò spiega come un uomo con i piedi saldamente a terra e che visse i primi mesi dell’esperienza repubblicana a stretto contatto con lui, avendo, come forse nessun altro, la possibilità di scrutarlo nel profondo e di cogliere le minime oscillazioni e sfumature del suo animo e del suo comportamento, Giovanni Dolfin, abbia ritenuto invece che non nutriva piú alcuna illusione nella vittoria della Germania e che, tutto sommato, quando pensava ad una tale eventualità, non doveva considerarla per l’Italia molto piú positiva di quella di una vittoria alleata, tanto da dirgli:

se le cose andassero bene per loro, i tedeschi ci farebbero pagare ben caro il nostro ‘tradimento’ e per averci difeso.
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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 5:32 pm    Oggetto:  
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I veri motivi del ritorno di Mussolini al potere

E con questo arriviamo al nodo della questione: perché Mussolini accettò di porsi a capo del nuovo governo repubblicano?
Per paura? Non lo si può escludere in assoluto, ma non lo crediamo. Sia perché, checché abbiano affermato vari suoi avversari e storici, non era un pauroso; sia perché non poteva non rendersi conto che – una volta tornato libero – Hitler non avrebbe potuto prendere «provvedimenti» contro di lui: gli stessi motivi che lo inducevano a volerlo ad ogni costo al suo fianco, a maggior ragione glielo avrebbero impedito. Per vendicarsi di chi lo aveva «tradito»? Qualcuno lo ha sostenuto, ma anche questa spiegazione non e credibile. Sia perché non era un vendicativo sanguinario alla Hitler o alla Stalin, sia perché, anche se lo fosse stato, nella sua rete di pesci grossi sui quali vendicarsi ne erano rimasti ben pochi, sia, in fine, perché, come vedremo, i fatti dimostrano che di vendette personali non ne fece e che lo stesso processo di Verona gli fu imposto dai tedeschi (che volevano soprattutto la testa di Ciano) e dal Partito fascista repubblicano.
Né si può pensare ad un improvviso ritorno di fiamma alla cui origine sarebbero stati, per un verso, l’ambizione o, se si preferisce, l’orgoglio e, per un altro verso, il desiderio di «finire in bellezza» con un clamoroso ritorno alle sue origini rivoluzionarie e socialiste. Che a un «ritorno» del genere Mussolini abbia pensato appena capí di non potersi sottrarre alla stretta di Hitler è indubbio. Lo lasciano intravedere la sua immediata opposizione alla denominazione «Stato» (o «Repubblica») «fascista italiano» voluta da Hitler e il suo arroccarsi su quella di «Repubblica sociale italiana», che Hitler non gradiva e avrebbe voluto ridiscutere, ma che Mussolini praticamente gli fece accettare e rese nota prima che il Führer potesse ripensarci. Anche se ad una sterzata a sinistra Mussolini pensava piú o meno confusamente da tempo, questa non fu però la molla della sua accettazione; fu solo uno dei due modi d’altro fu l’appello all’«onore nazionale») per cercare di giustificare la sua accettazione e per cercare di allargare l’area dei consensi attorno a sé. Ché, conoscendo bene i tedeschi e la loro indefettibile decisione nel perseguire i propri propositi, non poteva non rendersi conto di quanto essi sarebbero stati ostili ad una vera, radicale svolta sociale del fascismo italiano, che, nell’immediato, avrebbe creato loro una serie di ulteriori difficoltà nella gestione delle cose (e in primis dell’economia) italiane e, in prospettiva, avrebbe rischiato di rimettere in discussione la leadership ideologica e morale del nazionalsocialismo sul composito mondo del «fascismo» che il 25 luglio aveva inequivocabilmente attribuito finalmente loro. Significativo è a questo secondo proposito quanto, a metà novembre, Göbbels avrebbe scritto a commento dei punti programmatici del PFR: «se un tale programma sociale fosse attuato avremmo motivo di vergognarci di noi di fronte il radicalismo dei fascisti».
Quanto infine a parlare di ambizione, di orgoglio, bisogna ricordare che ormai è pacifico che Mussolini sin dall’inizio, fu consapevole che i suoi margini di autonomia e di manovra sarebbero stati minimi, mal tollerati e la sua reale posizione solo formalmente diversa da quella di un satellite di terza classe, ipocritamente ingannato ogni giorno dai tedeschi, al punto, quando non ne poteva proprio piú, di lasciarsi andare a delle vere e proprie filippiche contro di loro e di abbandonarsi a sfoghi come questo:

È perfettamente inutile che questa gente si ostini a chiamarci alleati! È preferibile che gettino, una buona volta, la maschera e ci dicano che siamo un popolo ed un territorio occupati come tutti gli altri! Ciò ci darà il modo di porre termine alla commedia e di semplificare il nostro problema personale.

Tanto consapevole da arrivare a riconoscere di essere:

prigioniero dal giorno che mi arrestarono in casa del re... Il vero capo della Repubblica sociale non è Mussolini, ma Rahn. Se Hitler e la Germania vincessero la guerra, Mussolini e l’Italia l’avrebbero ugualmente perduta. Per noi non c’è piú via di scampo. Di là siamo nemici che si sono arresi senza condizioni, di qua siamo dei traditori.

Che poi, nei mesi successivi, in qualche momento di esaltazione, potesse perdere il senso della sua effettiva condizione e sopravvalutare le sue possibilità sino ad arrivare a dire di aver l’impressione che i tedeschi si fossero pentiti «di averci permesso di formare un governo, soprattutto presieduto da me», è un’altra questione, che nulla ha a che fare con quella della sua decisione di riassumere il potere e che va vista in un’altra ottica. In quella del sempre piú frequente alternarsi dei suoi stati d’animo, del suo passare da momenti di abulia a momenti, in verità via via meno numerosi, di autoillusione e di esaltazione o di lucido realismo e di abbattimento (arrivando persino a dire che «forse sarebbe stato preferibile che il mio destino [politico] si compisse il 25 luglio»).

Talvolta – osservò un giorno Dolfin a questo proposito – mi pare un sognatore, fuori della realtà e della vita; tal’altra, soltanto un uomo, come noi tutti, con la somma delle sofferenze e dei disinganni.
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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 5:35 pm    Oggetto:  
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A capo del nuovo governo repubblicano per evitare la «polonizzazione» dell'Italia

Scartate tutte queste spiegazioni, l’unica rimasta è quella alla quale hanno fatto cenno tanto lo stesso Mussolini quanto alcuni suoi piú stretti collaboratori di quei mesi (direttamente o indirettamente poco importa) e che, con toni e sfumature diverse, è stata accettata anche da pressoché tutti i suoi biografi stranieri: Mussolini riassunse il potere perché solo a questa condizione Hitler non avrebbe fatto dell’Italia da lui occupata una sorta di Polonia e perché sperava di potere con la sua presenza rendere meno pesante il regime d’occupazione, in particolare di impedire che i tedeschi avessero carta bianca nelle «zone d’operazione» delle Prealpi e del Litorale adriatico e se le annettessero. Se sotto la sua guida-schermo la Rsi avesse contribuito «lealmente» alla lotta a fianco dell’alleato, «riscattando» cosí l’«onore nazionale», il trattamento riservato da Hitler all’Italia sarebbe stato – pensava – meno duro e, in caso di vittoria, la Germania non avrebbe potuto non tenerne conto. Da qui la decisione Mussoliniana di assumere la guida della Rsi e di adoperarsi per un ritorno dell’Italia sul campo di battaglia a fianco della Germania («una unica possibilità di salvezza» ci resta, disse a Dolfin: «ritornare subito a combattere... e necessario riacquistare nei... confronti [dei tedeschi] prestigio e forza se vogliamo conservare il bene supremo della nostra indipendenza»130), nella speranza di rendere cosí meno pesante lo stato di drammatica inferiorità di fronte alla Germania in cui si trovava l’Italia. Né piú né meno, a ben vedere, di quello che, solo con un giro di parole un po’ meno immediato, ed esplicito avrebbe detto ai primi di novembre a Piero Pisenti offrendogli il ministero della Giustizia. Pensare a una continuazione del fascismo come regime era impossibile; l’unica cosa era cercare «di mettersi al servizio della patria, per risollevarla dalla crisi in cui era caduta».

Dopo i suoi incontri con Hitler, la convinzione che soltanto lui potesse fare argine ai pericoli della situazione, era diventata incrollabile, nonostante tutte le difficoltà che gli si schieravano innanzi.
In questa ottica, il primo obiettivo, per Mussolini come per vari suoi collaboratori, era quello di «difendere» le due «zone di operazione» impedendo che i tedeschi estromettessero da esse qualsiasi presenza politica, amministrativa e militare italiana e si determinasse una situazione di accettazione del fatto compiuto che ne avrebbe sancita l’annessione alla Germania nel caso che questa uscisse vittoriosa dal conflitto, ma che, anche in quello, molto piú probabile, di una sua sconfitta, avrebbe favorito le pretese austriache e soprattutto jugoslave su di esse132. Per quel che riguarda alcuni dei piú stretti collaboratori di Mussolini, indicativo è quanto avrebbero scritto allo stesso Mussolini, Pavolini, il 10 ottobre 1943, e Anfuso, a Mazzolini, il 27 settembre dell’anno successivo. Il primo riferendosi esplicitamente alle «zone di operazioni» affermò che salvarle sarebbe stata «già una prima giustificazione storica» dell’esistenza della Rsi «comunque si svolgano i fatti in futuro»133; il secondo, allargando il discorso a tutto il rapporto con la Germania e alla sua politica in Italia scrisse:

l’unico nostro conforto è che gli italiani non sanno cosa si sarebbe abbattuto sul loro capo se non ci fosse stato Mussolini tra loro e la Germania. Se, dico, avesse trionfato il concetto della Wehrmacht di considerare l’Italia come paese occupato senza governo nazionale, gli italiani avrebbero conosciuto al cento per cento i piaceri dell’occupazione tedesca mentre adesso ne conoscono soltanto la metà.

Con questa spiegazione, alla quale è difficile non attribuire il maggior rilievo, anche se non si può escludere in toto che qualcuna delle altre possa aver contribuito marginalmente a determinare la decisione di Mussolini (quale quella di non voler lasciare campo libero a quei fascisti, come Farinacci, per un verso piú estremisti e vendicativi, per un altro piú proni a qualsiasi richiesta tedesca), ci pare che la questione potrebbe dirsi risolta. Il significato e il valore (pratico e morale) che alla decisione Mussoliniana sono stati attribuiti da vari uomini che avevano militato nella Rsi, sino a farli parlare – per dirla col titolo dei ricordi di Piero Pisenti – di «repubblica necessaria» e di un vero e proprio «sacrificio» di Mussolini sull’altare della difesa dell’Italia e degli italiani, ci inducono però a due ultime brevi considerazioni. E ciò anche se sulle questioni che esse sottendono avremo occasione di tornare piú ampiamente. Le loro implicazioni, sia sotto il profilo biografico sia sotto quello storico tout court, sono infatti di tale portata che è opportuno farvi sin d’ora almeno cenno.
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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 5:36 pm    Oggetto:  
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La «necessità» della Repubblica sociale

La prima considerazione riguarda la «necessità» della Rsi. Come vedremo nel prossimo, capitolo, le adesioni alla Rsi (cosí come quelle alla Resistenza) non possono essere viste in modo unitario, in un’ottica univoca. Le motivazioni, a volte «nobili», a volte «ignobili», a volte razionali, a volte istintive, a volte persino dettate da circostanze particolari se non addirittura dal caso, furono infatti innumerevoli e di ogni tipo e tali da poter essere comprese solo scavando nella realtà italiana del ventennio precedente (e talvolta anche piú indietro) e nella drammatica situazione determinatasi dopo l’8 settembre e ricostruendo il diverso impatto che essa ebbe sui singoli individui. Dire questo non deve però portare ad un appiattimento di tutte le posizioni, ad un giudizio che non tenga conto del significato assunto da certe scelte primarie, da certe adesioni che, direttamente o indirettamente, influenzarono le altre, le cui motivazioni vanno, certo, comprese cosí come tutte le altre, ma non possono, appunto, essere messe, in sede di giudizio storico, sullo stesso piano di quelle da esse influenzate. È qui che inevitabilmente sfocia il discorso sulla decisione di Mussolini di accettare di dar vita, nel proprio nome e attorno alla propria persona, alla Rsi. E con esso quello, storicamente piú importante, del significato che la Rsi ebbe nelle vicende del 1943-45 e ancora dopo, in quelle del dopoguerra. E non ci riferiamo solo (e tanto) all’immediato dopoguerra, ma a tutto il periodo successivo, sino ad oggi o quasi.
Che la costituzione della Rsi abbia conseguito alcuni dei risultati che Mussolini si era proposto non è possibile negare in toto. La questione sostanziale è però quella dei costi e delle conseguenze che essa comportò nell’immediato e nel dopoguerra. Ovviamente, in questa sede il secondo aspetto – quello relativo al dopoguerra – può essere posto solo nei suoi termini piú generali; non può però essere né ignorato, né sottaciuto, né eluso. Ne va infatti della possibilità di capire ciò che è avvenuto in Italia dalla Liberazione in poi e di superare finalmente una interpretazione tutta politica e strumentale della nostra storia piú recente che vede questa come una rottura col passato – riuscita solo parzialmente e, dunque, ancora tutto sommato, da realizzare – e come la manifestazione di un «nuovo» radicalmente diverso dal «vecchio», intendendo per vecchio non solo (e spesso non tanto) il fascismo, ma tutto lo sviluppo politico e civile nazionale dal Risorgimento in poi.
Posta la questione sul piano dei costi e delle conseguenze, è fuor di dubbio che storicamente la bilancia si squilibri irrimediabilmente a tutto svantaggio della decisione Mussoliniana. La costituzione della Rsi fu, infatti all’origine della guerra civile (ché di ciò si trattò, nonostante si sia cercato a lungo di negarlo, e che, a parte la Jugoslavia, nessun altro paese dell’Europa centro-occidentale conobbe) che, nel 1943-45, insanguinò le regioni occupate dai tedeschi, divise profondamente gli italiani e scavò solchi d’odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana, dandole un carattere diverso da quello di altri paesi occidentali, quali la Francia, il Belgio e, in qualche misura, la stessa Germania. Un carattere, detto per incidens che, a nostro avviso, costituisce una delle peculiarità, se non addirittura la piú significativa, del cosiddetto «caso italiano». Senza la Rsi la resistenza avrebbe avuto un carattere essenzialmente nazionalpatriottico, di lotta di liberazione contro l’occupante tedesco; i suoi aspetti sociali, mancando in gran parte la possibilità di identificare ideologicamente il nemico politico con il nemico di classe, avrebbero avuto meno peso e, quindi, i comunisti meno possibilità di incidenza, di egemonia e di strumentalizzazione del movimento partigiano e, dopo la Liberazione, di trasferire tale incidenza ed egemonia in settori sempre piú larghi della vita politica, civile e culturale e di usarle per condizionare le altre forze politiche e culturali con l’immagine di una resistenza unitaria da perpetuare con la costruzione, nello spirito e con gli obiettivi per i quali era stata combattuta, della nuova società democratica. Laddove, in realtà, il movimento partigiano combattente era stato assai meno unitario di quanto da essi asserito, cosí come i valori e gli obiettivi in nome dei quali aveva lottato erano – a parte l’antifascismo – assai diversi e si fondavano su una concezione e una pratica della democrazia antitetiche rispetto a quelle del comunismo.
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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 7:01 pm    Oggetto:  
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...é bene che queste cose si sappiano, complimenti ad AquilaLatina per la giusta intuizione.
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" Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini" (N. Giani)
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Il Littore



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MessaggioInviato: Sab Dic 12, 2009 8:57 pm    Oggetto:  
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La giusta risposta a quelle larve con cui parla agent45.

Bravo AquilaLatina, un documento importantissimo.
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tribvnvs
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MessaggioInviato: Dom Dic 13, 2009 3:44 pm    Oggetto:  
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Bravo Antonio, non si ripeterà mai abbastanza questa verità storica...
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Safra




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MessaggioInviato: Mer Apr 04, 2012 8:51 am    Oggetto:  
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Finalmente ho avuto il tempo di leggere questo documento importantissimo...Lo riporto in alto, perche' tutti possano vederlo e studiarlo. Grazie come sempre a chi ha avuto la pazienza di trascriverlo...
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"Ho tolto la libertà. Si, ho tolto quel veleno che i popoli poveri ingoiano stupidamente con entusiasmo. Ho fatto versare il sangue del mio popolo. Sì, ogni conquista ha il suo prezzo." Mussolini si confessa alle stelle.
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