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Politica Economica e Sociale - di A.J.Gregor (discussione).
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Autore Messaggio
Helmut Von Moltke




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Messaggi: 547

MessaggioInviato: Dom Set 13, 2009 7:23 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:

Non c'entra la modalità di funzionamento de iure, c'entra quella de facto. Purtroppo prima che finisse la questione diarchia il PNF non aveva un controllo totale e assoluto su tutto. Proprio per questo abbiamo sempre detto che di fatto il regime è stato autoritario e non totalitario, a differenza dei proclami. Il piano di Sinigaglia, un pluridecorato di guerra (vero capitano d'armi e d'industria), era perfettamente in linea con il programma autarchico seguito alle sanzioni e alla guerra d'Etiopia. Perciò pienamente apprezzato dal PNF, ma per i motivi che dici tu non dal resto dell'accozzaglia plutocratica. La quale non era sola: grazie alla diarchia, bastava rivolgersi ai settori vicini alla corona e al vecchiume liberale, da poco cambiatosi i panni col fiancheggiamento del fascismo, per bloccare o disattivare i gangli del PNF. La colpa del fascismo in questo caso è stata, dunque, di non essere veramente totalitario. Oscar Sinigaglia non fu propriamente rimosso, il suo piano fu fermato e lui giustamente si dimise, di fatto.

Le vecchie cariatidi lasciarono intendere che l'ambizioso piano avrebbe in realtà potuto compromettere la produzione esistente, anche perchè cambiare radicalmente la modalità produttiva in quel particolare frangente, con l'Italia priva di risosrse minerali (la metallurgia si riforniva soprattutto dalla Ruhr e dalla Gran Bretagna) avrebbe potuto essere pericolosissimo. Infatti il complicarsi dei rapporti con la GB avrebbe potuto causare grossissimi problemi di rifornimento, senza che vi fossero valide alternative, perchè la Germania contingentava le esportazioni causa il suo recente piano di riarmo (proprio nel '35, dopo il patto franco-sovietico), senza considerare che i rapporti con la Germania in quel momento non erano affatto buoni, sia per la questione austriaca sia per gli aiuti che i tedeschi stavano dando sotto banco all'Etiopia. Allora le lobby reazionarie posero astutamente una questione strategica, che nascondeva gli scopi che hai detto. Rivoluzionarie totalmente la produzione metallurgica, come suggeriva il piano, era un'ottima cosa, ma troppo rischiosa strategicamente nella pericolosa situazione internazionale in corso. Con gli investimenti in corso, lo spostamento e la rivoluzione dei processi industriali e lo sviluppo di nuovi stabilimenti (necessari al piano) e la progressiva dismissione dei vecchi una eventuale riduzione - peggio se grave - dei rifornimenti di materie prime avrebbe potuto causare un blocco totale della produzione metallurgica decapitando un settore strategico dell'industria nazionale nel grave contesto bellico imminente o in corso (Abissinia).


E fino e qui ok... siamo anche d'accordo, anche se si tende a scaricare troppo sulle cariatidi. E sulla questione de iure e de facto fai un ragionamento inutile, perchè gli statuti aziendali e la condotta dell'IRI corrispondono perfettamente, del reso se fosse stato diversamente l'IRI avrebbe agito in maniera illegale.

tribvnvs ha scritto:

Invece la produzione standard ormai sperimentata avrebbe potuto reggere relativamente bene a un calo anche forte dei rifornimenti di materie prime, fino almeno alla fine dell'emergenza. Poichè da sempre nella dirigenza fascista le questioni politico-strategiche-internazionali erano prioritarie e poichè le considerazioni sembravano sensate, per di più con tutte le pressioni delle lobby pluto-monarchiche-conservatrici (la monarchia purtroppo aveva potere ancora) l'ambizioso piano venne rimandato sine die. Sinigaglia in realtà sapeva che la questione era un'altra, e molto dignitosamente e in sordina diede le dimissioni.
In seguito si disse che le lobby avevano giocato sulle insinuazioni razziali per via della sua ebraicità, ma sono fesserie perchè nel 1935-36 la questione non si poneva minimamente, tanto meno per un volontario di guerra pluridecorato.
In realtà qui ancora una volta ci troviamo di fronte al problema di fondo della diarchia e delle "vecchie abitudini" liberal-monarchiche.
Il problema si sarebbe definitivamente risolto solo con la socializzazione e l'istituzione di una repubblica senza altri poteri "doppi". Non a caso durante la RSI Mussolini non finiva mai di ripetere che la sconfitta italiana era stata causata e determinata dai sabotaggi della borghesia plutocratica industriale e finanziaria da sempre ostile al fascismo. Ma a quel punto la guerra era già persa.
L'impreparazione bellica italiana, industriale e organizzativa era sicuramente in gran parte colpa dell'altra metà della diarchia appunto...


L'idea che l'industria nazionale potesse reggere abbastanza bene ad un embargo, con la produzione del 1936, sappiamo benissimo che è una sciocchezza come dimostra il rapidissimo declino della produzione degli anni di guerra, cosa che il duce sapeva.
Poi la storiella che la borghesia ha sabotato lo sforzo bellico sa veramente di teatrino.
E' facilmente dimostrabile come tutti i piani di potenziamento industriale delle forze armate andarono a monte a causa dell'insufficiente produzione bellica nazionale. Quando alle industrie venne chiesto di investire per ammodernare i loro criteri produttivi, sacrificando parte dell'utile, queste minacciarono la serrata e licenziamenti di massa (nei tardi anni '30) [1].
Il regime a quel punto preferì evitare la rottura con gli industriali e lasciare l'industria italiana nel pietoso stato produttivo con cui affrontò la guerra. Questo è un sabotaggio?
No è la scelta del fascismo di chiudere i conti con i gruppi industriali italiani. Ora al di la del motivo, qual'è la conseguenza politica di questo?
Che l'industria ricatta il regime e si mantiene autonoma, potendo tranquillamente minacciare Sinigaglia oppure lasciare in produzione i carri M-13 per tutto il corso della guerra, rifiutarsi di adottare i motori più potenti perchè convertire le linee di montaggio costa, oppure rifiutare di produrre su licenza il Pz. III e il Panther.
Che governo è quello che permette all'industria di agire così? Uno forte? No, quindi il fascismo s'è dimostrato debole nei confronti degli industriali ed è assurdo attribuirne la colpa esclusivamente alla monarchia.



[1] Vedi Rochat - le guerre italiane 1935-1943

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Messaggi: 2097

MessaggioInviato: Dom Set 13, 2009 9:06 pm    Oggetto:  
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Helmut Von Moltke ha scritto:
tribvnvs ha scritto:


L'idea che l'industria nazionale potesse reggere abbastanza bene ad un embargo, con la produzione del 1936, sappiamo benissimo che è una sciocchezza come dimostra il rapidissimo declino della produzione degli anni di guerra, cosa che il duce sapeva.


Sì infatti. Non a caso si fece di tutto per far durare la guerra d'Etiopia il meno possibile (e ci si riuscì) così come quella di Spagna (senza successo). La guerra mondiale poi doveva durare qualche mese, meno di un anno... e infatti sappiamo come è andata...


Poi la storiella che la borghesia ha sabotato lo sforzo bellico sa veramente di teatrino.
[/quote]

Mbeh, non è una storiella è un fatto fondato, visto che gli stessi tedeschi non si fidavano dell'ambiente savoiardo e da tempo Hitler suggeriva a Mussolini di fare piazza pulita del vecchiume...

[quote="Helmut Von Moltke"]
tribvnvs ha scritto:

E' facilmente dimostrabile come tutti i piani di potenziamento industriale delle forze armate andarono a monte a causa dell'insufficiente produzione bellica nazionale. Quando alle industrie venne chiesto di investire per ammodernare i loro criteri produttivi, sacrificando parte dell'utile, queste minacciarono la serrata e licenziamenti di massa (nei tardi anni '30) [1].
Il regime a quel punto preferì evitare la rottura con gli industriali e lasciare l'industria italiana nel pietoso stato produttivo con cui affrontò la guerra. Questo è un sabotaggio?
No è la scelta del fascismo di chiudere i conti con i gruppi industriali italiani. Ora al di la del motivo, qual'è la conseguenza politica di questo?
Che l'industria ricatta il regime e si mantiene autonoma, potendo tranquillamente minacciare Sinigaglia oppure lasciare in produzione i carri M-13 per tutto il corso della guerra, rifiutarsi di adottare i motori più potenti perchè convertire le linee di montaggio costa, oppure rifiutare di produrre su licenza il Pz. III e il Panther.
Che governo è quello che permette all'industria di agire così? Uno forte? No, quindi il fascismo s'è dimostrato debole nei confronti degli industriali ed è assurdo attribuirne la colpa esclusivamente alla monarchia.

[1] Vedi Rochat - le guerre italiane 1935-1943


Hai ragione, dunque è vero che la borghesia plutocratica ha preferito sacrificare la patria ai propri luridi interessi e all'odio per il fascismo. E' anche vero che il fascismo fu troppo morbido - a conferma di quanto dicevamo: fu autoritario non totalitario. Dunque siamo d'accordo nel dire che avrebbe fatto meglio ad essere subito totalitario, o a fare una guerra mondiale senza aver ancora creato in profondità lo stato etico corporativo.
Tutto risale alla modalità di presa del potere, un compromesso con la monarchia, e all'azzardo (salvo probabili garanzie politiche poi fatte sparire dai vincitori) della guerra che doveva durare qualche mese.
Ma anche alla concezione qui più volte sottolineata della rivoluzione permanente, lenta e progressiva senza azzardare fratture repentine con la controparte del compromesso suddetto. Ogni paese ha le sue peculiarità interne: Mussolini non capiva perchè Franco si ostinasse a perdere tempo ad eliminare ogni minuscola traccia di sovietismo invece di vincere rapidamente e Hitler non capiva perchè Mussolini continuasse a perdere tempo con la monarchia e il suo contorno affaristico invece di liquidarli tutti e rimuovere l'ultimo ostacolo...
Poi, la guerra e la sconfitta hanno portato ad una accelerazione, ad una "maturazione" prima del suo corso naturale la rivoluzione permanente che cmq sarebbe giunta alla socializzazione e a una repubblica "sociale" magari presidenziale...
Quando Mussolini accusa la borghesia e la monarchia di aver preferito la rovina paese che quella dei loro interessi non dice una cosa falsa, alla luce di quanto suddetto.
Ma a quella data non gli restava altro che lasciare la mina della socializzazione e di una repubblica fondata sul lavoro delle masse e non sul capitale di pochi oligarchi.
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Helmut Von Moltke




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Messaggi: 547

MessaggioInviato: Dom Set 13, 2009 9:14 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:

Mbeh, non è una storiella è un fatto fondato, visto che gli stessi tedeschi non si fidavano dell'ambiente savoiardo e da tempo Hitler suggeriva a Mussolini di fare piazza pulita del vecchiume...


Stai confondendo un particolare ambiente ristretto, composto dalle persone della corte e dell'ambiente contiguo con un intera classe sociale. Se io dico borghesia penso alla classe media di un popolo, almeno fino alla seconda guerra mondiale, che comprende milioni di persone e la gran parte delle quali, negli anni del consenso, era sostenitrice accesa del regime fascista.

tribvnvs ha scritto:

Hai ragione, dunque è vero che la borghesia plutocratica ha preferito sacrificare la patria ai propri luridi interessi e all'odio per il fascismo. E' anche vero che il fascismo fu troppo morbido - a conferma di quanto dicevamo: fu autoritario non totalitario. Dunque siamo d'accordo nel dire che avrebbe fatto meglio ad essere subito totalitario, o a fare una guerra mondiale senza aver ancora creato in profondità lo stato etico corporativo.
Tutto risale alla modalità di presa del potere, un compromesso con la monarchia, e all'azzardo (salvo probabili garanzie politiche poi fatte sparire dai vincitori) della guerra che doveva durare qualche mese.
Ma anche alla concezione qui più volte sottolineata della rivoluzione permanente, lenta e progressiva senza azzardare fratture repentine con la controparte del compromesso suddetto. Ogni paese ha le sue peculiarità interne: Mussolini non capiva perchè Franco si ostinasse a perdere tempo ad eliminare ogni minuscola traccia di sovietismo invece di vincere rapidamente e Hitler non capiva perchè Mussolini continuasse a perdere tempo con la monarchia e il suo contorno affaristico invece di liquidarli tutti e rimuovere l'ultimo ostacolo...
Poi, la guerra e la sconfitta hanno portato ad una accelerazione, ad una "maturazione" prima del suo corso naturale la rivoluzione permanente che cmq sarebbe giunta alla socializzazione e a una repubblica "sociale" magari presidenziale...
Quando Mussolini accusa la borghesia e la monarchia di aver preferito la rovina paese che quella dei loro interessi non dice una cosa falsa, alla luce di quanto suddetto.
Ma a quella data non gli restava altro che lasciare la mina della socializzazione e di una repubblica fondata sul lavoro delle masse e non sul capitale di pochi oligarchi.


Anche qui fai una certa confusione dicendo così. Primo per quanto detto sopra e poi perchè pensi che l'idea di patria sia solo quella di Mussolini, quando ovviamente non è così.
I Savoia e la grande borghesia imprenditoriale (da non confondere con la borghesia generale) hanno avuto una loro visione dell'Italia, come paese e patria, conseguentemente con questo progetto culturale (non lo definirò ideologico per comodità perchè so che comincerebbero a piovere saette) ha cercato di frenare l'azione del fascismo come ha potuto e in larga parte riuscendovi. Ma a questo punto la colpa di chi è?
E' giusta la scelta di Mussolini di evitare traumi nella storia nazionale?
Secondo me no e questo è inoltre la causa di gran parte dei problemi che il paese si trova ad affrontare ancora oggi. Ma a questo punto divaghiamo.

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MessaggioInviato: Mar Set 29, 2009 10:26 pm    Oggetto:  
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LEGISLAZIONE SOCIALE FASCISTA.

Una settimana dopo la presa del potere nel 1922, Mussolini parlò ai lavoratori di Milano ed annunciò le “tre considerazioni fondamentali” che avrebbero governato gli atti legislativi posti in essere dal governo: la preoccupazione per la “realtà insopprimibile della nazione”; la preoccupazione relativa alla massimizzazione della produzione e la tutela degli interessi della classe operaia, tutto al servizio del progressivo sviluppo della nazione, in ritardo dal punto di vista economico. Per quanto riguarda la terza considerazione, il fascismo propose una serie di atti legislativi che avrebbero provveduto agli interessi materiali essenziali della classe lavoratrice, nello sforzo sincero di coinvolgerli nella nuova dimensione politica. Mentre la propaganda fascista annunciava tale legislazione come motivata dalla preoccupazione astratta della giustizia sociale, i più seri ideologi parlarono apertamente del bisogno di dissipare il malcontento della classe operaia al fine di evitare qualsiasi pericolo per il “benessere, la sicurezza interna, la potenza e l'esistenza dello stato”. Oltre a ciò, gli ideologi fascisti insistettero sulla preoccupazione per il benessere della forza lavoro che avrebbe aumentato il livello di produttività della nazione. E' ragionevolmente chiaro che i fascisti avevano ragioni ideologiche e di prudenza per perseguire almeno una sembianza di una progressiva legislazione sociale. Le loro convinzioni riguardo il governo della società, la strumentale necessità di deviare il malcontento sociale, così come il mantenimento dei livelli necessari di salute ed efficienza del lavoro, consigliarono simili decisioni. Quasi subito dopo la marcia su Roma, il governo fascista ratificò la convenzione di Washington del 1919, che raccomandava l'adozione universale delle otto ore lavorative. Prima di quel tempo, il governo italiano aveva autorizzato le otto ore solo per particolari categorie di lavoratori. Con l'avvento al potere dei fascisti, fu istituita la giornata lavorativa di otto ore per tutta l'industria, con lacubne eccezioni significative ed alcune modifiche successive. A prescindere da ciò, tuttavia, il principio delle otto ore lavorative (48 settimanali) era stato stabilito. Da lì in poi vi fu tutta una serie di legislazioni che disciplinarono il lavoro minorile, l'occupazione delle donne, e le condizioni di lavoro. I fascisti sostennero che tale normativa avrebbe aumentato la capacità produttiva della classe operaia e quindi sarebbe stata utile per la comunità nazionale, Essi inoltre insistettero sul fatto che tali programmi dimostravano che il fascismo aveva superato il “parlamentarismo borghese” poiché, emanando queste leggi, il governo dimostrava di essere indipendente dalle pressioni dei gruppi d'interesse. Oddone Fantini, uno dei più importanti ideologi del regime e membro fascista della facoltà di scienze politiche di Perugia sostenne che ci si poteva aspettare una normativa del genere da parte del governo fascista in quanto funzionale alle sue prerogative ideologiche, politiche e contingenti. Tale normativa, egli sostenne, fu utile per la nazione e dimostrò che il fascismo non aveva bisogno della complesso meccanismo parlamentare. Con la promulgazione della Carta del Lavoro nel 1927, il fascismo si impegnò in maniera esplicita nel mettere in piedi un complesso sistema di welfare sociale ed un programma di assistenza che Werner Sombart definì tra i più audaci d'Europa. I paragrafi 25, 26, 27, 28 della Carta del Lavoro impegnavano il fascismo ad un vasto programma riguardo gli argomenti dell'assicurazione sugli incidenti sul lavoro, sulla disoccupazione, sulla maternità e sulla assicurazione di malattia professionale. I paragrafi 24, 29, 30 trattavano il tema della formazione professionale e tecnica delle classi lavoratrici. Il programma fascista del 1921, prima della presa del potere di Mussolini, prevedeva tutti questi punti presenti nella Carta del Lavoro. Quel programma prevedeva l'istituzione delle otto ore lavorative nel rispetto delle esigenze della produzione e prevedeva l'istituzione di un moderno sistema di assicurazione e di previdenza sociale che comprendesse infortuni, malattie, disoccupazione e pensioni. Era chiaro anche a quel tempo che tali disposizioni sarebbero state emanate per una disciplinata classe lavoratrice piuttosto che come concessioni ad un movimento organizzato, indipendente ed aggressivo. Questo fu ribadito anche nel motto fascista che recitava: “i diritti del lavoro dipendono dagli obblighi sociali che gravano sul lavoro stesso”. A prescindere dal clima ideologico in cui tale normativa fu approvata, il regime fece avviare un elaborato programma di welfare sociale. Nel dicembre del 1925, prima della pubblicazione della Carta del Lavoro, fu istituita l'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia (ONMI), una associazione istituita per l'assistenza alle donne ed ai fanciulli. Tra il 1925 ed il 1939, circa otto milioni di madri e di neonati ricevettero aiuti finanziari, assistenza ostetrica e pediatrica, aiuti alimentari, la possibilità di iscrivere i figli alla scuola materna, ed aiuti alimentari supplementari attraverso le agenzie “Casa per le Madri”, istituite a favore degli indigenti e dei figli illegittimi. Come molte delle istituzioni che servirono il popolo italiano durante questo periodo, la ONMI era una agenzia parastatale sotto diretto controllo del governo, con funzionari di partito nelle posizioni di rilievo. Il programma di assistenza per le madri ed i neonati, fu sostenuto anche da fondi privati come quelli di Gerolamo Gaslini che, nello spirito della collaborazione di classe fascista, fondò la “Città dei Bambini” al fine di soddisfare le esigenze dei bambini della classe lavoratrice.
Una delle conseguenze immediate di questi programmi, fu il calo di oltre il 20% della mortalità dei bambini tra il 1922 ed il 1936. Nel triennio tra il 1922 ed il 1925 il 4,3% dei bambini nacquero già morti. Nel triennio 1932-1935, indipendentemente dalle ardue condizioni imposte dalla crisi economica, la percentuale scese a 3,4%. Nel 1925 il numero dei neonati nati morti era di 48.117 mentre nel 1935, nonostante l'aumento complessivo della popolazione, il numero scese a 33.800. Nel 1936, l'assicurazione sulla maternità, che in precedenza aveva compreso soltanto le lavoratrici femminili impiegate nel commercio e nell'industria, fu esteso a 600.000 lavoratrici agricole dai 15 ai 50 anni. Più o meno nello stesso periodo in cui furono istituiti i provvedimenti in favore delle madri e dei bambini, il regime intraprese una seria campagna contro la tubercolosi, che aveva ucciso circa 280.000 persone ogni anno dal 1901 al 1925. La tubercolosi era una delle principali cause di mortalità in Italia. I governi pre-fascisti avevano fatto degli sforzi per combattere la piaga ma solo con la legislazione del maggio del 1928, l'assicurazione contro la tubercolosi fu resa obbligatoria, al fine di fornire i fondi necessari per un ampliamento degli interventi preventivi e terapeutici. Come conseguenza, i 50.169 deceduti per tubercolosi nel 1929 diminuirono in quattro anni a 35.420. Tra il 1924 ed il 1935 il tasso di mortalità della tubercolosi scese da 156 casi su 1000 abitanti a 65 casi su 1000 abitanti. Tra il 1929 ed il 1935, 240.000 malati di tubercolosi furono curati in 42 case di cura al costo di 750 milioni di lire. Nel 1941 quasi due miliardi e mezzo di lire erano stati spesi nel tentativo di controllare e curare la malattia. Simili sforzi furono intrapresi per combattere la malaria. La prevenzione era legata allo sviluppo ed al rimboschimento delle zone rurali, in particolare la bonifica delle paludi, che costituivano l'habitat ideale per la zanzara Anopheles.
Associati all'assistenza alla maternità, ai neonati ed alla igiene pubblica, troviamo anche finanziamenti in materia di istruzione pubblica. Tra il 1862 ed il 1922, il governo italiano versò 60 milioni di Lire per la costruzione di scuole; tra il 1922 ed il 1942, il governo fascista destinò 400 milioni di lire in questa impresa. La spesa totale per l'istruzione passò da 922,4 milioni di Lire nel 1922-1923 a 1636 milioni di Lire nel 1936-37. Nel 1930 vi erano 110.200 scuole elementari mentre il numero nel 1935 era salito a 126.934. La frequenza nelle scuole pubbliche elementari aumentò del 25% tra il 1922 ed il 1935. Nel 1935, Herman Finer, un avversario politico del fascismo, scrisse: “E' innegabile che negli ultimi dodici anni il governo fascista abbia reso un grande servizio all'istruzione italiana dal punto di vista dell'organizzazione, del metodo e delle opportunità...La frequenza scolastica, precedentemente obbligatoria fino ai 12 anni, fu portata a 14 e la frequenza scolastica si alzò. Le scuole furono costruite nuove e quelle più vecchie ammodernate. Nel 1932, le scuole elementari e tutti gli insegnanti furono portati sotto la diretta dipendenza dell'autorità centrale. Tutto questo fu un grande passo in avanti sopratutto se si considera che il governò aumentò le spese per tutte le forme di istruzione (biblioteche incluse) del 50% tra il 1922 ed il 1932. In questo stesso periodo, il controllo sanitario, le assicurazioni, e tutti gli sforzi in materia di previdenza sociale condotti dal regime furono organizzati nell'Istituto Nazionale per le Malattie (INAM), nell'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni Lavorativi (INAIL), e nell'Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS). Queste agenzie parastatali, la prima dedicata al controllo della malattie contagiose, la seconda alla prevenzione degli incidenti sul lavoro, e la terza come agenzia di assicurazione sociale, furono, dal 1939, incaricate di fornire assistenza e sostengo per la maternità, la cura dei bambini, gli infortuni, la disoccupazione, la vecchiaia e l'invalidità in generale. Tra il 1922 ed il 1935 furono versate 515.000 pensioni di invalidità e vecchiaia al costo di circa due miliari di lire. Nel 1941 furono pagate 785.000 pensioni al costo annuale di 700 milioni di Lire. Nel 1939, venti milioni di Italiani erano coperti da assicurazioni di vecchiaia ed invalidità. Nel 1938 furono pagati un miliardo e cinquanta milioni di lire di indennità per infortuni sul lavoro. Tra il 1922 ed il 1941 furono pagati 2 miliardi e 225 milioni di Lire in sussidi per la disoccupazione. Nel 1937 fu introdotto un programma di assistenza familiare sotto l'egida dell'inps che fornì degli assegni familiari integrativi per ogni figlio. Durante il primo anno di attuazione, furono sborsati 500 milioni di Lire. Nel 1940 furono pagati 1,710 milioni di Lire per le famiglie appartenenti alla classe operaia impiegate nel settore industriale, agricolo, commerciale e nelle imprese di assicurazione. Le istituzioni maggiormente legate al fascismo come l'Opera Nazionale Balilla (ONB), e l'Opera Nazionale Dopolavoro (OND) fornirono ulteriore assistenza alle famiglie italiane. Tra il 1922 ed il 1942, oltre otto milioni di bambini furono ospitati nelle colonie dei balilla e del dopolavoro. Come precedentemente dimostrato, l'OND fu una delle agenzie più efficaci istituite dal regime. Nel 1926, quando l'ONP iniziò la sua attività, c'erano 280.000 membri, 200 gruppi aziendali, 300 gruppi comunali, e 500 altri gruppi locali contenenti vari partecipanti. Nel 1932, il 67% dei membri era composto da operai. Con una spesa annuale di 4 lire, i membri del dopolavoro avevano accesso ad attività culturali, sportive, di vacanza e di svago. Nel 1941, 600.000 membri dell'OND poterono godere di spettacoli d'opera e teatrali in situ e le 75 compagnie di viaggio del “CARS di tepsi” fecero 4308 ripetizioni per 2.700.000 spettatori. Nel 1941 l'OND costruì 1016 cinema proiettando 160.000 fil per milioni di persone. Nello stesso anno furono organizzati corsi tecnici e culturali per centinaia di migliaia di lavoratori che vi parteciparono. Già nel 1932 l'OND organizzò 2130 orchestre, 3787 bande, 994 cori, 10302 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche ed 11159 gruppi sportivi (con un milione e mezzo di membri attivi). Con una popolazione di lavoratori pari a 12 milioni di effettivi, il risultato ottenuto dalla OND fu impressionante. Molto dopo la guerra Claudio Schwarzenberg scrisse: tra il 1934 ed il 1939 vi fu un progressivo accentramento degli enti assicurativi ed assistenziali all'interno di agenzie parastatali. Tutto ciò fu accompagnato da una notevole estensione della copertura. La classe operaia ricevette innegabili vantaggi concreti: ferie pagate, indennità in caso di perdita del posto di lavoro, protezione del lavoro in caso di malattia, supporto alle famiglie, espansione delle agenzie di mutua assistenza, e varie altre forme di assistenza previste dalla Opera Nazionale Dopolavoro. Simili giudizi furono espressi anche da Herman Finer e William Welk quaranta anni prima. A quel tempo, Welk scrisse che “si doveva riconoscere il fatto che il fascismo, in virtù del benessere sociale creato, sia stato in prima linea nell'attenzione per la cosa pubblica e che erano state create ex novo istituzioni di notevole utilità sociale per il popolo italiano”. Data la scarsità di capitale che caratterizzava l'economia italiana, lo sviluppo industriale relativamente modesto della penisola, così come l'alta densità della popolazione, la legislazione sociale fascista reggeva il confronto con quella delle nazioni europee più avanzate e, per certi versi, fu anche più progressista.
Come sottolineato da Gaetano Salvemini, molti dei programmi dei fascisti erano la continuazione di quelli iniziati dal regime parlamentare e molti erano analoghi a quelli creati dalle altre democrazie parlamentari dell'Europa e del Nord America. Alcuni, tuttavia, come l'Opera Nazionale Dopolavoro erano chiaramente unici, più ampi e popolari rispetto a qualsiasi altro sistema creato dalle nazioni non fasciste. Ciò che distingueva la legislazione sociale del fascismo era chiaramente funzionale ai fini dei fascisti stessi. Indipendentemente dai benefici offerti, tutto ciò serviva per generare supporto politico al regime. Ogni tipo di assistenza e di beneficio concesso fu presentato come originato dal regime. Ogni legislazione fu presentata come ispirata ai principi del fascismo se non ispirata dal Duce stesso. Tutto ciò era perfettamente compatibile con le convinzioni ideologiche fasciste riguardo il governo della popolazione, espresse ancor prima della presa del potere.
L'organizzazione centralizzata del sistema assicurativo e previdenziale fu in grado di concentrare una grande quantità di capitali d'investimento nelle mani dello stato fascista. Gli ideologi fascisti fecero notare che, dal 1940 che l'INPS rese disponibili per il governo più di quattro miliardi di Lire per le opere pubbliche e l'edilizia residenziale pubblica e più di tre miliardi e mezzo di Lire per il completo sviluppo delle aree rurali ed il rimboschimento. Così, circa il 4,5% dei salari dei lavoratori venivano versati nei piani di assicurazione e previdenza sociale e si trattò di un metodo di “risparmio forzato” che, oltre a donare un beneficio ai partecipanti, provvedette anche a fornire capitali d'investimento per i piani di sviluppo del fascismo: l'elettrificazione di ferrovie di 4722 km, intrapresa tra il 1922 ed il 1942 (tra il 1862 ed il 1962 furono elettrificati soltanto 702 km), la costruzione di acquedotti per una cifra di 1 miliardo e 655 milioni di Lire (in periodo prefascista si spesero appena 310 milioni di Lire), la riforestazione di 130.000 ettari di terreno rispetto ai soli 51.000 dei sei decenni precedenti, la spesa di 14 miliardi di Lire per lo sviluppo globale delle regioni agricole (rispetto ai 702 milioni erogati nei sessant'anni precedenti), 1 miliardo e 540 Milioni furono impiegati nell'ediliza (rispetto ai 60 impiegati tra il 1862 ed il 1922). Tutti gli esperti non possono che riconoscere l'efficacia del programma di sviluppo del fascismo fu, esattamente come il controllo dei consumi e lo sfruttamento del “risparmio forzato”.
Il controllo dei consumi è stato reso tollerabile attraverso il consenso, la propaganda, le dimostrazioni di massa, l'educazione alla virtù civica, il ricorso al mito della “grande Italia” ed l'ispirazione alla figura provvidenziale del Duce ma anche attraverso l'organizzazione di un efficiente stato sociale che garantisse sicurezza all'italiano medio. Le prestazioni assicurative e previdenziali date ai singoli cittadini vennero celebrate come speciali progetti del regime. A sua volta, il risparmio forzato raccolto nella agenzie parastatali fu usato come supplemento per il capitale d'investimento necessario al fascismo per portare avanti al suo programma di sviluppo.

LA POLITICA DEMOGRAFICA FASCISTA


Se la politica di previdenza sociale del fascismo dimostra l'esistenza di un legame tra obiettivi ideologici, tattica politica e risoluzione di problemi contingenti, la preoccupazione del fascismo per la questione demografica non rileva solo le stesse caratteristiche ma anche obiettivi più profondi di impegno dottrinale. La preoccupazione di Mussolini per il tasso di natalità crebbe nel corso degli anni venti e trenta. Con il discorso del 26 maggio del 1927, il regime si impegnò a intraprendere una politica demografica ed ad arrestare il declinante tasso di natalità. Il discorso di Mussolini conosciuto con il nome di “discorso dell'ascensione” si tenne in un momento in cui il regime fascista era ben stabile. Il tasso di sviluppo industriale era stato impressionante, l'opposizione era stata neutralizzata, la riforma elettorale e la legislazione fasciste erano saldamente nella mani del regime. Mussolini dovette ben presto affrontare la questione della parità della Lira oltre ad aver cominciato già la battaglia del grano, nell'ottica di aumentare la capacità di autosufficienza dell'economia . Come già visto, sin dal 1919 Mussolini si occupò delle abilità della penisola di provvedere a se stessa in ambito agricolo. Il tema della autosufficienza era intimamente collegato al tema della popolazione. La densità della popolazione italiana fu sempre una faccenda problematica per i leaders politici della penisola e n9on lo fu di meno per Mussolini e per tutti gli intellettuali fascisti. Con il discorso dell'ascensione, Mussolini affrontò una serie di punti critici che ci possono far risalire alla fondazione del movimento fascista stesso. Alcuni commentatori contemporanei hanno interpretato il discorso di Mussolini, ed il programma legislativo che seguì, in maniera singolare. Recentemente, Riccardo Maniani ha sostenuto che il programma delineato nel maggio del '27 fosse basato sulla imporvvisazione. Privo di ogni consistenza ideologica, Mussolini avrebbe ideato la politica demografica del fascismo mettendo insieme la lettura episodica degli scritti di Oswald Spengler. Siamo portati a credere che la politica demografica del fascismo furono semplicemente il prodotto dell'incostanza di Mussolini.e che la sua perenne ricerca di una legittimità teorica fosse poco più di un tocco di stravaganza. Renzo de Felice, da parte sua, è molto più cauto poiché indica il discorso del 1927 come la prima esplicita esposizione teorica della sua posizione. De Felice parla con cautela anche riguardo l'influenza di Spengler, non sostenendo che la politica demografica di Mussolini abbia origine dalle teorie di Spengler. A questo proposito de Felice è certamente più corretto di Maniani. La preoccupazione di Mussolini per il tasso di natalità nella penisola va sicuramente di pari passo con la sua lettura di Spengler. Tuttavia già prima del suo allontanamento dal partito socialista, Mussolini aveva espresso preoccupazione riguardo l'incapacità del paese di sostenere la propria popolazione. Il Popolo d'Italia, il giornale di Mussolini, regolarmente parlava di questo tema. Agli inizi del 1921 Mussolini parlò della “forza del numero” in previsione di una specifica politica estera del fascismo. Qualche tempo prima del loro avvento al potere, i fascisti avevano formulato una politica demografica per la nazione. Essi accolsero l'alto tasso di riproduzione italiano come una forza che avrebbe inciso sulla politica internazionale. L'Italia, essendo una nazione giovane e popolosa, richiedeva spazio e risorse per la sua popolazione. Gli italiani, fino a quel momento costretti ad emigrare per trovare lavoro, il quale avrebbe fornito un reddito adeguato pe i loro bisogni, avrebbero dovuto trovare risposta a questi bisogni all'interno dei confini politici della nazione al fine di preservare la forza necessaria per i cambiamenti demografici successivi. Agostino Lanzillò chiamò tutte queste tematiche già nel 1918 in un libro ben conosciuto da Mussolini. Da sindacalista nazionale, Lanzillo sostenevo che l'edonismo, l'individualismo, e la scarsa coscienza civica avevano prodotto uno scarso tasso di natalità in Europa, un declino che avrebbe anticipano l'eclissamento politico del continente. Nel 1921 Mussolini espresse le stesse preoccupazioni. “l'asse della stria del mondo”, egli disse, “si stava spostando”. Gli Stati Uniti con la loro abbondante popolazione (Mussolini menzionò i sette milioni di abitanti di New York come l'esempio di uno dei più grandi conglomerati urbani della terra) ed il Giappone con la sua incredibile densità di popolazione, sembravano essere dei punti focali alternativi. Da segnalare c'era anche il panslavismo di centinaia di milioni di slavi. Una grande Russia, l'Asia, ed il Nord America sembravano poter contendere il primato delle potenze egemoniche. L'Europa appariva sulla difensiva. Uno dei fattori che contribuivano a questo declino era la diminuzione della popolazione. La logica delle argomentazioni di Mussolini sembra chiara ed i più importanti punti delle sue argomentazioni si trovano in linea con gli scritti dei sindacalisti rivoluzionari, apparsi già prima della guerra. La difesa dei sindacalisti della guerra proletaria contro i turchi del 1911 si basò, in maniera sostanziale, sul fatto che il crescete numero della popolazione necessitava una espansione che andasse oltre i confini nazionali. Le vecchie potenze, con le loro popolazioni stabili o decrescenti, non avevano alcun diritto di negare ai popoli giovani e forti il loro posto al sole. Fu la guerra della Libia a portare Michels a dedicare le sue energie intellettuali riguardo i problemi di popolazione, emigrazione, economia ed aspirazioni nazionali. Michels fece queste considerazioni ben prima dell'avvento del fascismo ed almeno un decennio prima di aderire a quel movimento. Nella sua difesa della guerra per la Libia, Michels sostenne che l'Italia che la crescente popolazione italiana necessitasse di qualche sbocco al fine di non rendere tale abbondanza dannosa per l'intera nazione. L'Italia aveva una delle densità più alte tra tutti i paesi europei. L'emigrazione, inizialmente considerata come una soluzione a questo problema, si rivelò un palliativo temporaneo che portava più svantaggi che vantaggi. Non solo 5 milioni di italiani avevano abbandonato la loro nazione ma spesso erano gli stessi italiani all'estero a fondare quelle imprese che poi avrebbero fatto concorrenza alle aziende italiane. Inoltre la perdita di tale popolazione determinò anche una riduzione degli effettivi nelle forze armate, indebolendo l'esercito.
Michels sostenne che l'emigrazione non poteva essere considerata una soluzione per una moltitudine di altri motivi. Gli emigranti venivano confinati all'interno di comunità chiuse all'interno delle quali erano tollerati nel migliore dei casi se non sistematicamente discriminati nella peggiore delle ipotesi. Senza un potente governo capace di difendere i loro interessi, gli italiani all'estero erano alla merce di ogni oppressore. Michels, come molti dei sindacalisti rivoluzionari, sostenne la rapida industrializzazione della penisola e la modernizzazione della agricoltura come rimedio per risolvere il problema della emigrazione.
Egli riconobbe i deficit dell'Italia a questo riguardo: la carenza di combustibili fossili e risorse naturali come requisito per l'industrializzazione. Una soluzione parziale a questo problema, egli sostenne, poteva consistere nello sviluppo dell'energia idroelettrica. Michels riconobbe che tali soluzione erano comunque parziali e temporanee e che, in ultima istanza, l'Italia avrebbe dovuto ottenere l'accesso ad adeguati spazi e risorse. Il riconoscimento di queste difficoltà richiedeva l'applicazione di una politica “neomaltusiana” per la nazione. Michels riconobbe le ragioni politiche e morali per un qualche tipo di limitazione volontaria delle nascite. D'altra parte, egli riconobbe che l'espansione dei popoli, e l'avanzare della civilizzazione, era sempre stata in funzione di un aumento delle nascite. Se l'Inghilterra, la Francia e la Spagna avessero limitato le nascite nel corso del XVI, XVII e XVIII secoli, difficilmente avrebbero potuto garantire la diffusione della tecnologia, della scienza e della cultura europea che oggi caratterizzano il mondo moderno. Michels argomentò che una restrizione delle nascite avrebbe potuto comportare conseguenze disastrose. Essa avrebbe potuto essere non solo un crimine nei confronti della nazione ma ni confronti dell'intera civilizzazione. E' chiaro, a questo punto, che era disposto a riconoscere il diritto di ogni individuo di limitare il numero dei suoi figli. E' altrettanto vero che Michels attribuiva a tale decisione un profondo significato politico, internazionale e storico. Inoltre egli insistette che la sua difesa sul controllo delle nascite era relativa alle esigenze industriali, alla capacità di supporto, alla politica ed alle motivazioni internazionali. Nel 1914 Michels aveva superato tutti quegli ostacoli che lo separavano dai nazionalisti. Nel suo “Imperialismo Italiano” egli citò alcuni importanti pezzi delle opere di Corradini, una delle principali figure teoriche del nazionalismo italiano.
In effetti, in questo periodo, parecchi sindacalisti rivoluzionari avevano assunto posizioni che li portavano ad essere antimaltusiani come molti dei nazionalisti più antitradizionali. Una volta che la nazione divenne il mito fondante anche per i sindacalisti, la logica di una posizione nazionalista rivoluzionaria divenne sempre più convincente. Con l'avvento della Prima Guerra Mondiale, la posizione dei nazionalisti riguardo la politica demografica era ben definita. Ancora una volta essa fu definita negli scritti di Afredo Rocco. I lavori Corrado Gini influenzarono sia Rocco che Michels. Gini, studioso di demografia, sociologia e statistica fu chiamato a far parte della commissione per la modifiche costituzionali costituite dopo la presa al poter del fascismo. Gini diventò anche uno degli intellettuali fascisti di maggiore importanza. Ancor di più egli influenzò sia i nazionalisti che i sindacalisti nel periodo prefascista. Per quanto riguarda la questione demografica, il libro di Gini intitolato “I fattori Demografici nell'Evoluzione delle Nazioni” pubblicato nel 1912 influenzò sia Michels che Rocco e conteneva quelle che sarebbero state le future impostazioni della politica demografica fascista. Gini sostenne che la storia delle nazioni civilizzate è caratterizzata da fenomeni ciclici uno, dei quali uno dei più importanti è il tasso riproduttivo. Egli parlò di una parabola di crescita della popolazione che inizia con tassi sorprendentemente bassi, di un successivo incremento fino al raggiungimento di un picco dopo del quale vi sarà una fase ascendente molto brusca che potrebbe anche portare all'estinzione di un popolo. Ognuna di queste fasi è accompagnata da fenomeni politici specifici. I periodi con basso tasso di natalità sono caratterizzati da forme politiche statiche ed espressioni culturali stabili. I periodi di crescita della natalità sono caratterizzati dall'espansione coloniale e dalle conquiste territoriali nonché da cambiamenti politici e da un rapido sviluppo della cultura. I periodi di calo della natalità sono caratterizzati dall'egoismo e dall'individualismo, una crescente preoccupazione per le comodità, una indisponibilità ad affrontare le difficoltà ed un generale decadimento delle istituzioni. Il periodo finale è di decadimento e declino ed è caratterizzato dalla sottomissione delle civiltà morenti nei confronti dei popoli giovani, i quali sono in piena fase di crescita demografica. Per quel che ci interessa, ci sono diversi elementi del pensiero di Gini che ci sono utili. Egli associò il picco della natalità ed il conseguente declino con la crescente urbanizzazione, l'agglomerazione della masse nei centri urbani e lo spopolamento delle campagne. Il calo delle nascite si verifica sopratutto nei centri urbani e, quando le popolazioni rurali si spostano nei centri urbani, anch'esse diminuiscono il loro tasso riproduttivo. Gini citò il caso della Francia. Durante la sua fase di espansione della popolazione, la Francia aumentò anche la sua influenza ed il suo controllo politico e militare in Europa e nel nuovo mondo. El periodo di diminuzione del tasso di natalità, l'influenza politica e culturale della Francia diminuì anch'essa. I capitali erano aumentati ed il l'espoloratore, il soldato ed il colono avventoruoso lasciarono spazio al negoziante ed alla borghesia urbana.
Nel tentativo di arrestare tale processo furono consigliate una grande varietà di alternative, una delle quali consisteva nel inculcare un senso di responsabilità verso il futuro tra i cittadini. Le famiglie più numeroso dovevano essere aiutate e premiate dallo stato. Occorreva creare delle istituzioni che si occupassero delle madri e dei bambini. Era necessario, inoltre, esaltare l'idea della giovinezza e della famiglia. Gini non era ottimista sulla prospettive di successo di tali sforzi. Soltanto se il processo di invecchiamento della popolazione non era proceduto troppo avrebbe potuto essere arrestato. Era ovvio che Gini avesse percepito il processo che stava investendo la Francia come irreversibile. Egli, inoltre, evidenziò che quasi tutte le nazioni europee stavano attraversando un periodo simile. Così egli prevedette che in un futuro prossimo anche il Regno Unito avrebbe vissuto un periodo di crisi delle proprie fortune imperiali, internazionali ed economiche. Come prova egli citò la rapida crescita delle città, lo spopolamento delle campagne e l'aumento della ricchezza procapite. Anche l'Italia è investita da questo processo a prescindere dall'alta densità della popolazione poiché vi erano tutte le prove per sostenere che la penisola avesse già raggiunto il suo picco massimo di nascite. L'Italia, dalle stime di Gini, aveva già sofferto di uno crescita stazionaria della popolazione. Per un paese come l'Italia le prospettive erano disastrose. Circa il 35-40% della popolazione nata era stata perduta a causa dell'emigrazione, una perdità che influì in maniera negativa anche sull'efficienza dell'esercito. In una situazione nella quale l'Italia si dimostrava incapace di supportare la propria popolazione a causa della scarsità di risorse e dell'incapacità dell'agricoltura di soddisfare il fabbisogno nazionale, il futuro poteva essere soltanto di subordinazione politica e culturale. L'Italia era sul margine di un decadimento demografico. Aveva cominciato il suo processo di sviluppo soltanto quando le altre potenze avevano già occupato quasi tutti gli spazi disponibili. Essa era così confinata all'interno dei propri confini se senza l'espansione territoriale risultava impossibile ogni forma di sviluppo interno. La sua popolazione aveva già raggiunto l'apice delle nascite e le risorse demografiche che avrebbero dovuto essere utilizzate nell'espansione territoriale erano andate dissipate attraverso l'emigrazione.
Le argomentazioni di Gini trovarono voce in Alfredo Rocco. Rocco e Gini lavorarono a stretto contatto e l'influenza di quest'ultimo risulta evidente nelle posizioni di Rocco. Nel corso della sua esposizione, Rocco identificò la popolazione come una componente critica per il potenziale sviluppo della nazione. Il numero, egli insisteva, doveva essere considerato come un elemento di forza di un popolo. La relazione tra il potenziale militare e la dimensione della popolazione era troppo evidente per il lavoro. Rocco richiese non solo una limitazione dell'emigrazione ma esortò gli stessi italiani a mantenere un alto tasso di natalità. Anche se l'effetto immediato sarebbe stato quello di aumentare le pressioni sulle capacità di mantenimento della penisola, Rocco sosteneva che la crescita della popolazione era il prerequisito indispensabile per far cessare la posizione di subordinazione dell'Italia nei confronti delle altre potenze. L'alternativa era permettere che il paese rimanesse in una posizione secondaria e di subordinazione nei confronti di quelle nazioni che si erano industrializzate prima e che avevano colonizzato vaste zone del pianeta. Rocco richiedeva una politica di propaganda intensiva ed una legislazione che supportasse un alto tasso di natalità. Una delle conseguenze più immediate di tale politica era la resistenza all'individualismo ed al parlamentarismo liberale. Qualsiasi forma di edonismo avrebbe ristretto le dimensioni delle famiglie per consentire ai singoli una vita più comoda e confortevole a deperimento del futuro della nazione. Nel tentativo di mitigare il sacrificio necessario per mantenere famiglie di grosse dimensioni, Rocco, esattamente come Gini e Michels, raccomandavano un rapido sviluppo industriale e la modernizzazione economica della penisola per venire incontro alle necessità della popolazione e rendere gli individui più disposti a mantenere alti tassi riproduttivi.
La soluzione ultima per i problemi dell'Italia era l'espansione territoriale: l'effettivo accesso alle materie prime, l'autonomia dalle fonti di approvvigionamento straniere, l'espansione di mercato per i prodotti italiani, acquisizioni territoriali al fine di porre gli italiani sotto la protezione politica della nazione e l'espansione della cultura italiana in termini letterari, artistici e scientifici. Ma tutto ciò richiedeva un grosso aumento della popolazione, la “forza biologica principale” della nazione. Così, una dozzina di anni prima del discorso di Mussolini del 26 maggio del 1927, tutti gli elementi della politica demografica fascista erano già apparsi negli scritti di Michels, Rocco e Gini, tre personaggi che influenzarono notevolmente anche il pensiero di Mussolini.
La visione di Spengler può aver rafforzato le convinzioni di Mussolini riguardo la questione demografica tuttavia tali argomentazioni non erano alla base del pensiero di Mussolini riguardo questa tematica. Ne Mussolini nascose le sue posizioni tra il 1915 ed il 1927. Vi erano ricorrenti allusioni ai problemi di emigrazione dell'Italia e di densità della popolazione. Mussolini si era chiaramente impegnato a sostenere che l'emigrazione italiana come soluzione ai problemi di densità andasse scartata. Già nel 1925, egli disse che le istituzioni italiane avrebbero soddisfatto le esigenze delle madri italiane e della loro prole. Fu in quell'anno che venne fondata l'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia. Quasi nello stesso periodo venne intrapresa la “Battaglia del Grano” per migliorare la produzione agricola della penisola e per liberare l'Italia dalla necessità di importare grano dall'estero. Tutti questi sforzi uniti all'intenso programma di sviluppo industriale furono chiaramente intraprese con cognizione di causa dal regime. Certamente la restrizione sull'emigrazione imposta dagli Stati Uniti fu un catalizzatore ma tali restrizioni evidenziavano, per i fascisti, le condizioni circostanti dell'emigrazione italiana. Michels aveva chiaramente indicato che gli Italiani arrivavano sulle rive straniere sotto il peso di enormi disabilità politiche e morali. Sia i nazionalisti come Corradini che i sindacalisti come Rossoni riconobbero che gli Italiani venivano trattati come “i negri d'Europa”. Nel 1927 l'Italia fascista aveva goduto di un periodo di rapida crescita industriale e la modernizzazione economica. A questo punto i fascisti erano pronti ad applicare le politiche demografiche implicite nel loro programma. Queste politiche non erano altro che il frutto delle tesi a lungo sostenute dai nazionalisti e dai sindacalisti nazionali. Non c'era nulla nel discorso di Mussolini del 1927 che non fosse già presente negli scritti di Gini, Rocco e Michels di una dozzina di anni prima. Nel “discorso dell'ascensione”, Mussolini delineò un programma di crescita demografica complessiva. Già all'inizio del suo governo, Mussolini disse che non avrebbe fatto concessioni al liberalismo. Lo stato sarebbe intervenuto in ogni aspetto della vita della nazione per evitare il suicidio nazionale. Prima di tutto lo stato avrebbe creato le istituzioni necessario per garantire il benessere fisico della nazione. Lo stato, inoltre, avrebbe sviluppato ed enfatizzato i uo sforzi per combattere l'alcolismo, la tubercolosi e la malaria. Ma più di questo la nazione avrebbe avuto bisogno della forza del numero per superare le sfide del futuro. Mussolinì avvisò che tra il 1935 ed il 1940, il futuro dell'Europa sarebbe stato deciso da eventi traumatici. Se si voleva che gli interessi dell'Italia potessero essere ascoltati, sarebbe stato necessario affrontare tale difficoltà con il numero, con una abbondante popolazione che avrebbe sostenuto un esercito numeroso che avrebbe affrontato tutti i nemici con milioni di uomini.


IL FASCISMO E LA RURALIZZAZIONE


Il problema immediato che l'Italia doveva affrontare, ricordò Mussolini nel suo discorso del 1927, era quello della popolazione in diminuzione. Tutti i dati disponibili indicavano che i centri urbani, quelle città con più di mezzo milione di abitanti, erano centri di diminuzione della riproduzione. Soltanto fuori dai centri urbani la popolazione italiana si riproduceva in maniera sufficiente da garantire l'incremento demografico. Di conseguenza fu adoperato ogni metodo per evitare lo spopolamento delle campagne. Queste proposte non furono casuali poiché si trovavano nel volume di Gini del 1912. quello che essi sostenevano nel 1927 era probabilmente influenzato dall'alta disoccupazione che caratterizzò quell'anno. Nel 1926 la disoccupazione era di 114.000 unità. Nel 1927 era cresciuta a 278.000. mentre questo non era un pericoloso livello di disoccupazione, esso era un problema politico per un regime che era saldamente al potere solamente da due anni. Gini aveva presto avvisato che i centri urbani sarebbero stati aree di sosta per i disordini politici durante il periodo del spopolamento della campagne. Come conseguenza il 1927 sembrava essere l'anno ideale per fermare l'urbanizzazione dell'Italia. Già nel 1926, i prefetti poterono limitare la migrazione dalle campagne alle città ordinando a chi giungeva dalla campagna di ritornare alla propria casa almeno che non riuscissero a dimostrare di poter trovare immediatamente lavoro. Le restrizioni di Mussolini alla crescita dei centri urbani fu così il prodotto di impegni politici di ampio respiro così come di esigenze immediate. Molti programmi significativi del regime, furono introdotti sotto la pressione delle circostanze immediate ma ciò non significa che quei programmi fossero delle semplici risposte ad-hoc a tali necessità. La preoccupazione di controllare gli effetti politici della disoccupazione, sebbene importante, non fu il motivo unico alla base della ruralizzazione. Tuttavia fu la causa scatenante di questo processo.
Il suo scopo era duplice: ridurre la crescente disoccupazione e stabilizzare la popolazione rurale italiana in un ambiente più adatto alla riproduzione. Furono programmati 800 progetti su 6 milioni di ettari (un terzo di tutti gli ettari disponibili nella penisola). Nel 1928 fu realizzata la bonifica integrale delle regioni agricole che portò allo sviluppo ed alla modernizzazione delle regioni agricole. Arrigo Serpieri, esperto di agricoltura e contadino socialista, fu messo a capo di un programma che diede lavoro a 600.000 persone tra il 1928 ed il 1938. Gli effetti diretti ed indiretti di questi impieghi diminuirono il numero dei disoccupati (spesso i critici tendono a sottovalutare l'effetto del moltiplicatore keynesiano quando si prende in esame un piccolo numero di persone). Nel 1938 circa due milioni e mezzo di ettari furono oggetto di investimenti per lo sviluppo sia per intervento diretto dello stato che attraverso sovvenzioni governative. La superficie totale di terra così trattata provocò un netto miglioramento delle capacità agricole di circa il 10% (250.000 ettari). Ulteriori 100.000 ettari furono trattati con una irrigazione più efficace. Il resto dei miglioramenti fu effetto della produttività marginale. Allo stesso tempo, furono restaurate molte strade rurali e ne furono costruite di nuove, gli impianti di irrigazione furono mantenuti ed ampliati. Ci sono state alcune zone, come le paludi Pontine, dove, dopo lo sviluppo, la produttività non fu impressionante e dove vaste aree rimasero dei semplici prati verdi. Ma la trasformazione delle paludi in prati ebbe conseguenze positive. C'è una vasta letteratura dedicata alla bonifica integrale, ai meriti ed ai demeriti di essa, alle sue realizzazioni ed ai suoi fallimenti. Il fatto è che il programma, bene o male concepito, con o senza successo, fu parte di un piano ideologico generale che affonda le sue radici nel profondo della ideologia fascista. Per quanto relativo alle contingenze, lo sviluppo delle regioni agricole dell'Italia era parte delle politiche demografiche del fascismo che Mussolini aveva pronosticato ancora prima della presa del potere. Questo era il contesto in cui Mussolini parlò di ruralizzazione dell'Italia. Il fatto che Mussolini lanciò la ruralizzazione è spesso visto come una forma di utopismo reazionario, un tentativo di tornare all'era premoderna. Mentre esistevano singole personalità che scrissero opinioni che suonavano reazionarie, è evidente che il programma fascista di ruralizzazione non ambiva ad impedire lo sviluppo industriale e la modernizzazione economica.
In una speciale conferenza dedicata alla ruralizzazione ed ai problemi demografici, Michels disse chiaramente che l'industrializzazione era una parte integrante e necessaria del programma fascista. Per Michels il problema della popolazione era strettamente connesso con la produttività economica. Quelle nazioni che erano dotate di una alta densità di popolazione non potevano che mantenerla attraverso l'industrializzazione intensiva. Michels, come la maggior parte dei fascisti, non vedeva niente di contraddittorio nel limitare la crescita delle città e, contemporaneamente, sostenere un programma di industrializzazione. La previsione di un aumento della popolazione richiedeva obbligatoriamente una modernizzazione dell'agricoltura e l'enfasi sullo sviluppo delle regioni non industriali era funzionale a questo scopo. L'aumento della produzione agricola si rivelava necessario per un bilanciato programma di modernizzazione. Ma più di questo Michels sosteneva che l'industrializzazione non per forza avrebbe comportato l'espansione incontrollata dei centri urbani. Non era vero che l'industria moderna richiedeva masse di popolazione in un numero limitato di centri. Michels riconobbe che un tale processo, storicamente, ha seguito l'industrializzazione ma egli sosteneva una alternativa. Michels, come molti altri fascisti, parlò di decentramento della produzione industriale con particolare cura per l'efficienza. Un programma di decentralizzazione urbana avrebbe potuto essere intrapreso senza mettere in pericolo la produzione industriale ed agricola. In effetti Michels sostenne che la preoccupazione fascista per la ruralizzazione non intendeva in alcun modo mettere da parte una sana ed effettiva politica di produzione agricola ed industriale. Questo fu ciò che sostennero anche molti importanti artefici e pianificatori della ruralizzazione. Giuseppe Pagano, per esempio, membro di spicco del partito durante il regime, direttore della sezione artistica della scuola di mistica fascista (una scuola di formazione per i quadri dirigenziali del partito), ed uno dei più importanti architetti italiani, parlò di dirigere la crescita delle città industriali “orizzontalmente” sviluppando “comunità satellite” di lavoratori industriali che vivono al di fuori dei centri urbani. Queste comunità di 25.000-50.000 abitanti avrebbero provveduto a fornire lavoratori per le grandi città ma avrebbero preservato un ambiente verde che i centri urbani tendono a far sparire. Gli edifici in queste comunità avrebbero dovuto essere bassi per permetterà la massima penetrazione possibile del sole in modo da rideurre il rischio della tubercolosi, la sporcizia e le condizioni sanitarie precarie. Una cintura verde avrebbe dovuto essere creata tra i centri urbani e le comunità satelliti. Nulla di tutto questo avrebbe compromesso l'efficienza industriale e tanto meno pregiudicato lo sviluppo e la modernizzazione economica. Il punto qui non è se il regime abbia realizzato o meno tutto questo. Quello di cui si sta discutendo è cosa significò il concetto di ruralizzazione per il regime. E' chiaro che tutto ciò non aveva alcun significato antimoderno. Infatti i problemi affrontati dalla ruralizzazione sono tipicamente problemi della modernità e ciò fu riconosciuto anche da commentatori post-fascisti ed anche stranieri. L'articolo di Ugo Spirito dedicato all'analisi della ruralizzazione ed al suo legame con l'industrializzazione fu la prima presa di posizione di quella che poi sarebbe stata la posizione di tutti gli intellettuali fascisti sia nella letteratura accademica che popolare. Renzo De Felice considera il saggio di Spirito come una critica coraggiosa alle politiche del regime quando in realtà era semplicemente una dichiarazione preventiva di ciò che i fascisti avevano capito del spopolamento dei centri urbani e della ruralizzazione. Dove il regime intraprese effettivamente lo sviluppo pianificato delle città, in 80000 ettari (800 chilometri quadrati) di terreno paludoso bonificato, le città assunsero molte delle caratteristiche descritte nelle comunità rurali. La popolazione di Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia vennero fortemente limitata. Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, Littoria, che era stata fondata nel 1932, aveva una popolazione di circa 20.000 abitanti ed era si un centro di industria leggere che una regione agricola. Sabaudia rimase piccola, fondata del 1933, la sua popolazione arrivava a 5000 unità nel 1936. A Pontinia, fondata nel 1934, c'erano 4000 abitanti nel 1936. Aprilia, fondata alla vigilia della guerra che la distrusse, e Pomezia diventarono satelliti industriali della città di Roma. Molto è stato scritto riguardo il programma architettonico fascista e non qui nostro proposito esaminare questa letteratura. Le linee generali, però, sono chiare. Tra il 1931 ed il 1935 almeno un quarto del budget nazionale fu speso per i lavori pubblici, dei quali la costruzione di edifici occupava una costruzione significativa. Nell'economia italiana bisognosa di capitali, la maggior porzione dei fondi di costruzione fu impiegata nelle aree di servizio pubblico, nella costruzione di campi estivi per i bambini, uffici postali, stazioni ferroviarie, uffici burocratici e municipi. La relativamente basse spese destinate alla costruzione di residenze furono comunque maggiore di quelle destinate da qualsiasi altro governo prefascista. I fascisti riconobbero, a loro volta, che le condizioni di alloggio in Italia erano carenti. Altrettanto evidenti erano le ragioni di tale carenza e la difficoltà nell'apportare dei miglioramenti. In primo luogo tale problema era stato aggravato dalla rapida crescita della popolazione nel giro di un secolo. In secondo luogo vi era una scarsità di capitali investiti poiché tali capitali erano stati destinati sopratutto alla modernizzazione ed allo sviluppo economico. In terzo luogo l'esistenza della proprietà privata e dei gruppi d'interesse generò una forte resistenza nei confronti di ogni piano statale di costruzione delle case. Infatti fu così evidente il conflitto tra interesse privato e collettivo in tale settore che molti fascisti richiesero la nazionalizzazione. A tutto ciò si aggiunse un quarto problema: la burocratizzazione degli istituti per le case popolari, le agenzie parastatali che si occupavano del problema delle abitazioni, che divennero sempre meno responsabili e poco efficaci. La ruralizzazione fu parte integrante del programma demografico fascista. Essa era implicita nella politica di “de-urbanizzazione” ed era a sua volta impegnato a mantenere un alto tasso di natalità tra la popolazione italiana. Esso non implicava l'abbandono della modernizzazione economica ed industriale. Considerati insieme, la preoccupazione per l'industrializzazione, la modernizzazione economica, l'autarchia, il tentativo di mantenere alto il tasso di natalità, la ruralizzazione per sostenere la popolazione crescente, e la ricerca di un adeguato spazio vitale, costituiscono un coerente programma politico avente delle sue logiche interne collegate alla ideologia fascista.
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IL FASCISMO E L'ANTIFEMMINISMO

Nella letteratura fascista il tema dell'antifemminismo diventò sempre più ricorrente. La comparsa di movimenti femministi e l'identificazione del fascismo con la reazione hanno dimostrato di essere dei forti incentivi per prendere in mano la tematica e sfruttarla nel modo più completo possibile. Abbiamo anche assistito al riemergere di tutte le sciocchezze di Wilhem Reichs, lo sforzo di spiegare i comportamenti politici in termini di frustrazione sessuale, e la millenaria esistenza della famiglia paternalistica ed autoritaria. L'attuale preoccupazione per il sesso, la nascita di movimenti femministi aggressivi, ed il pregiudizio comune che identifica il fascismo con la reazione, si manifestano tutti in quello che è il più grosso pregiudizio contemporaneo. Per costoro, sembrerebbe plausibile che l'antifemminismo fascista possa essere dimostrato senza il ricorso alla dubbiosa macchina teorica del freudismo ortodosso e non ortodosso. Inoltre, se le politiche fasciste fossero reazionarie, tenderebbero a definire il fenomeno. Il fatto che l'antifemminismo fascista fosse la conseguenza di altre politiche sembra evidente. Il fascismo non fu antifemminista di per sé e ciò fa pensare che qualsiasi tentativo di spiegare le loro posizioni attraverso alcune nozioni di frustrazione sessuale, latente omosessualità, o oppressione capitalista non è plausibile. Le politiche fasciste per quanto riguarda le donne furono il prodotto di circostanze contingenti e di valutazioni di probabilità. Infatti l'antifemminismo non era un elemento ideologico del fascismo. Già nel 1903 Michels sostenne pubblicamente i movimenti femministi. I Futuristi di Marinetti, ormai molto vicini al fascismo, proponevano l'uguaglianza tra i sessi. Essi parlavano della monogamia come una forma di oppressione borghese resa sostenibile soltanto dall'adulterio che agiva come valvola di sfogo. Essi parlavano di “cretinismo” che ha reso le donne schiave degli uomini e della società. Essi proponevano la creazione di ostelli di stato per i bambini nel tentativo di liberare le donne dai pressanti lavori domestici. Essi parlarono di divorzio ed aborto per sollevare entrambi i sessi dal peso della monogamia. Il libro di Michels di etica sessuale, pubblicato in Germania nel 1911 con il titolo di Die Grenzen dar Geschlechtsmoral sosteneva chiaramente l'emancipazione delle donne. Michels parlò del matrimonio come forma di sottomissione della donna e dello sfruttamento di queste ultime da parte degli uomini in una molteplicità di circostanze economiche, politiche e sociali. Nel loro programma del 1919, i fascisti richiedevano il suffragio universale femminile e nel 1922 i fascisti citavano la Carta del Carnaro come modello per una costituzione fascista. In tale costituzione si stabiliva che “tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso, avevano pari diritti in campo lavorativo, professionale, artistico e dei mestieri”. Nel novembre del 1922, un mese dopo la Marcia su Roma, Olivetti ribadì l'impegno fascista per la parità dei sessi. Mussolini stesso non diede mai prova d'essere antifemminista, se si tralascia il suo generale cinismo. Egli, per esempio, non era entusiasta del suffragio femminile perchè, in generale, era non egli entusiasta del suffragio generale in se stesso. Il suffragio femminile sarebbe servito ben a poco perchè il suffragio era una pratica tipica del parlamentarismo. Mussolini proponeva un suffragio basato sulle categorie professionali piuttosto che un suffragio basato sui singoli individui. Di conseguenza egli non era entusiasta di concedere il suffragio femminile perchè, in generale, voleva revisionare il meccanismo del suffragio. Quando la questione si pose nei confronti delle elezioni amministrative, infatti, egli supportò il suffragio femminile non perchè egli fosse convinto che tale diritto fosse giusto ma perchè aveva capito che tale diritto avrebbe avuto poche conseguenze. Quando l'alleanza internazionale per il suffragio femminile fu ospitata a Roma nel maggio del 1923, Mussolini non fece alcuna difficoltà per concedere il diritto di voto alle donne. Le donne avrebbero portato al suffragio i loro “tratti fondamentali” di “misura, saggezza, ed equilibrio”. Allo stesso tempo Mussolini si impegnò a sostenere un programma di sviluppo economico, spirituale e morale delle donne. Alla fine dello stesso mese, al congresso delle femministe a Venezia, Mussolini ribadì che il regime non avrebbe ostacolato in alcun modo l'estensione del suffragio universale alle donne. Egli sostenne la sua convinzione riguardo l'importanza delle donne in ogni ambito sociale, politico ed economico. Egli parlò della loro preponderante influenza nel determinare il destino della società. Nel maggio del 1925, quando fu bloccata la legislatura riguardo l'estensione del diritto di voto alle donne alle elezioni amministrative, Mussolini intervenne di persona per garantire l'approvazione di tale legislazione. Egli insistette sul fatto che un partito di massa come quello fascista non poteva porre freni al suffragio. Esso doveva rendere omaggio alle donne per il loro contributo al partito ed alla rivoluzione. Il diritto di voto sarebbe stato soltanto un modesto indennizzo. Nel suo discorso Mussolini rifutò l'idea che le donne fossero inferiori per sostenere semplicemente che esse erano diverse dagli uomini. Egli aggiunse, gratuitamente, che a livello personale pensava che le donne mancassero di capacità di sintesi e che, pertanto, fossero incapaci di esprimere la loro vasta creatività. Qualsiasi cosa avesse voluto dire, egli sostenne che gli sviluppi industriali avevano reso l'alienazione delle donne dalla famiglia tradizionale una eventualità prevedibile. Egli promosse la partecipazione delle donne in ogni settore dell'attività umana come insegnati, avvocati e medici e ribadì che non si trattava di un semplice capriccio ma del risultato di un processo decennale di sviluppo economico. Egli concluse con un elogio alle donne per il loro operato durante la Grande Guerra. Egli sostenne che, poiché i fascisti si erano impegnati a mobilitare le donne per ogni futuro conflitto, essi dovevano dare loro pieni diritti politici. Grazie all'intervento di Mussolini, la legislazione fu varata. Poco dopo, per ragioni che nulla avevano a che fare con l'estensione del diritto di voto alle donne, le procedure delle elezioni amministrative furono cambiate ed il suffragio femminile divenne inutile. Prima che la questione femminile tornasse in auge, molte cose erano cambiate e la politica fascista assunse quei tratti di antifemminismo di cui tanto si è parlato. Fino al 1925 c'era ben poco nell'ideologia fascista e nella politica fascista che potesse, in qualche modo, far pensare a posizioni antifemministe. In un paese latino con una lunga tradizione di dominio maschile, le disposizioni dei fascisti erano almeno moderatamente progressiste. Certamente c'era ben poco nel socialismo italiano che lo rendesse aggressivo riguardo i diritti delle donne. La questione dei diritti delle donne era marginale nel movimento rivoluzionario italiano. Nel 1927 la situazione era cambiata. Non solo Mussolini aveva adottato una politica demografica che prevedeva l'esistenza di famiglie numerose ma la disoccupazione cominciò a diventare un problema serio. Nel 1928 Mussolini scrisse l'introduzione ad un libro di Richard Korherr in cui affrontò gli stessi temi trattati nel “discorso dell'ascensione”. Egli alludeva al tasso di natalità elevato di Russia e Cina come minacce per l'Europa entro la fine del XX secolo con conseguente critica al neomaltusianismo che prevedeva la restrizione delle nascite. Egli parlò di calo della natalità in Italia e di obbligo di arrestare tale declino. Ancora una volta, egli associò l'urbanizzazione al calo della natalità, proponendo la de-urbanizzazione e la ruralizzazione. Allo stesso tempo, parecchi argomenti legati tra di loro apparvero costantemente nella propaganda fascista. Nello stesso libro prima citato, Korherr sosteneva che uno dei motivi del collasso della famiglia come cellula della società fu l'emancipazione della donna. Le donne liberate richiedevano diritti ed il diritto all'indipendenza implicava facilità nell'ottenere il divorzio. Il diritto a gestire il proprio corpo implicava la concessione dell'aborto, il quale favoriva un basso tasso di natalità. Con il crollo della economia italiana durante la crisi del '29, tutti questi elementi si fusero tra loro producendo gli elementi ideologici e legislativi della politica femminile fascista. Nel 1932 vi erano circa un milione di italiani disoccupati. Nonostante i vasti programmi di lavori pubblici tale numero non era sceso attorno al 1935. Nel frattempo la posizione del fascismo riguardo le donne si manifestò in una serie di convinzioni, sostenute da relativa legislazione, che fece assumere all'ideologia qui tratti dei quali oggi viene accusata. La famiglia monogamica venne considerata come il miglior veicolo per creare famiglie numerose e si diffuse la convinzione che l'emancipazione delle donne fosse la causa prima degli aborti e dei matrimoni sempre più tardivi. Gli ideologi fascisti sostennero che il movimento femminista era controrivoluzionario. Le donne avrebbero dovuto essere preparate ad affrontare ruoli complementari, piuttosto che di concorrenza, rispetto a quelli degli uomini. Le donne avrebbero dovuto essere preparate per il loro ruolo di madri e mogli. A tal fine, esse avrebbero dovuto essere scoraggiate a perseguire ruoli e lavori maschili. La loro educazione avrebbe dovuto essere basata nel prepararle nel loro compito di vita. Le donne avrebbero dovuto essere inquadrate nelle organizzazioni di partito e nelle istituzioni pubbliche, nelle agenzie parastatali per la cura dell'infanzia, nella pediatria, ed in tutto ciò che riguardava le faccende domestiche. Nel 1935 le universitarie fasciste furono invitate a non considerare i loro traguardi come “uno spostamento degli uomini dai loro impieghi e professioni” ma piuttosto a considerarsi come donne istruite, e pronte al loro ruolo di madri e di aiutanti degli uomini sia nel matrimonio che sul posto di lavoro. Anche se vi fu un incremento di donne nelle università durante il periodo fascista (dal 10% del '22 al 16% del '36), esse non venivano incoraggiate ad intraprendere questo percorso. Per superare la crisi, vi fu uno sforzo per scoraggiare l'occupazione femminile. Sotto tutte queste pressioni, nacque una crescente preoccupazione per la restrizione della donna nei suoi ruoli sociali tradizionali. Nella sua intervista ad Helene Gosset, Mussolini riconobbe che i tempi costringevano molte donne a cercare lavoro fuori casa ma egli affermò che il ruolo della donna sia nel passato che nel presente era tra le mura domestiche. Le donne formalmente iscritte nelle organizzazioni del partito erano tenute a svolgere le funzioni sociali tradizionali, come il servizio di volontariato per le agenzie di previdenza sociale e per le istituzioni del partito. Contemporaneamente le donne cominciarono a partecipare alle attività sportive, tali attività venivano intraprese sempre con speciale riguardo nei confronti della loro “missione nazionale”: incrementare la natalità. Il risultato fu la tipica sindrome di mantenere le donne in casa tipica dei paesi latini. Le donne vengono esaltate come madri ma non vengono incoraggiate a manifestare interesse per la politica o per altre attività considerate maschili. Mentre le donne furono rese responsabili del tasso di natalità e furono nominate come agenti al servizio della forza biologica della nazione, non ci si aspettava che esse svolgessero altre mansioni al di fuori di questa. Mussolini stesso pare disprezzasse le donne in generale (anche se non lo disse mai pubblicamente). In una intervista durante il ventennio fascista, egli disse che le donne hanno una dolce influenza e che rappresentano una piacevole parentesi nella vita d'un uomo. Tale influenza può meglio aiutare l'uomo ad affrontare le difficoltà ma esse non lasciano traccia duratura. Le donne sono un passatempo affascinante, quando un uomo ha tempo da dedicare a loro, un mezzo per cambiare il proprio pensiero ma esse non vanno prese seriamente perchè esse stesse sono raramente serie. Mia moglie e la mia famiglia sono il mio possesso più caro ma nonostante faccia tesoro di loro, preferisco tenerli a parte dalla mia giornata. Nel 1932, nell'intervista con Emile Ludwig, Mussolini sosteneva che le donne avrebbero dovuto essere passive, correggendo presto tale termine con “obbedienti”. Aggiunse poi di essere contrario a qualsiasi tipo di femminismo. Naturalmente, egli aggiunse, la donna non deve essere uno schiavo ma...nel nostro stato le donne non contano. Qualsiasi importanza si possa attribuire alle opinioni personali di Mussolini, risulta chiaro che la politica fascista riguardo le donne fu dettata da molti fattori non personali. Il fondamento ideologico della politica era quello di rendere l'Italia una potenza internazionale in un contesto di competizione internazionale costante. L'Italia avrebbe avuto bisogno di una popolazione di 60 milioni di anime se avesse voluto essere competitiva nella seconda metà del XX secolo. La politica nei riguardi delle donne fu conseguente a questa necessità ed il fatto che l'Italia, tra il 1880 ed il 1922, abbia avuto un declino delle nascite che va dal 30,2% al 37,8%. Tutto ciò, unito alla convinzione che l'emancipazione delle donne ed il femminismo fossero dei fattori che favorissero questo declino, diedero origine alla conseguente politica. La crescente disoccupazione dal 1927 in poi accrebbe l'antifemminismo. La logica di una tale politica era già evidente tra i nazionalisti molto tempo prima della loro fusione con i fascisti. Nel 1914, per esempio, Alfredo Rocco parlò prima del Circolo di Cultura Femminile del problema di un nascente femminismo diffuso sopratutto nel nord Europa. Le sue critiche al femminismo sono le stesse di quelle che caratterizzarono il fascismo dopo il 1927. La principale minaccia messa in atto dal femminismo era la “volontaria limitazione della natalità”. La conseguenza era una indebolimento della nazione dal punto di vista economico e militare in un tempo in cui l'Italia si preparava ad affrontare gli avversari più forti della storia. Il numero, insisteva Rocco, rappresenta la forza ultima di un popolo. Tutti gli elementi della successiva presa di posizione dei fascisti erano già presenti nell'articolo di Rocco del 1914. Mussolini, a quel tempo, non aveva ancora formulato una sua posizione. Egli condivideva ancora l'opinione di Michels secondo il quale una responsabile e volontaria restrizione delle nascite avrebbe potuto essere intrapresa. Per un certo periodo i sindacalisti rivoluzionari (così come i futuristi) continuarono ad avere delle riserve riguardo ogni antimaltusinesimo esplicito. Soltanto la congiunzione delle aspirazioni politiche, il netto declino della natalità, e la crescita della disoccupazione, costrinsero il fascismo a varare politiche antifemministe. C'erano, senz'altro, una moltitudine di altri fattori che influenzarono la legislazione fascista. C'era la questione della “tradizione latina” che aveva una determinata concezione della riproduzione ed assegnava alle donne un determinato ruolo sociale. Vi fu anche l'innegabile influenza della Chiesa Cattolica e, infine, vi era l'influenza di Sorel, il quale esaltava la famiglia come elemento essenziale della società. Il potenziale di questo tipo di politica sociale era prevedibile già quando i sindacalisti nazionali optarono per la difesa della propria nazione proletaria contro le potenze plutocratiche. L'argomento principale dal 1911 fino alla fine del regime era che l'Italia, nazione avente un ritardo nell'industrializzazione, scarsa di risorse e confinata in uno spazio limitato, aveva un solo vantaggio nei confronti delle nazioni plutocratiche: la sua abbondante popolazione. Le potenze straniere avevano una debolezza: il calo della natalità. Con il declino del numero, tali nazioni avrebbero incontrato sempre più difficoltà nel sostenere il loro esercito, la loro economia e le loro colonie. Esse non avrebbero avuto sufficienti uomini per difendere imperi coloniali di milioni di chilometri quadrati. La crescita della competizione per gli sbocchi per le esportazioni avrebbe creato una contrazione dei mercati interni. L'Italia, d'altro canto, sostenendo un programma di industrializzazione forzata e rapida modernizzazione, e mantenendo un alto tasso di natalità, si sarebbe trovata nella posizione adatta per modificare i rapporti di forza tra le nazioni e risolvere i problemi di scarsità di risorse. La politica demografica del fascismo era parte integrante del programma politico del regime nel suo complesso. Se si voleva sperare che tale programma avesse una qualche possibilità di successo, l'intera popolazione della penisola avrebbe dovuto impegnarsi per un grosso sacrificio. I cittadini in generale furono avvisati della necessità di questo sacrificio, i giovani furono inviatati ad “obbedire gioiosamente” e le donne a “crescere e moltiplicarsi”. In questo contesto la politica sociale del fascismo serviva per compensare le masse dei loro sacrifici. Vi sono infatti pochi dubbi sul fatto che le politiche sociali del fascismo produssero molti benefici. Anche Piero Meldini, critico nei confronti del regime, alludette al progressivo sviluppo dello stato sociale durante il periodo fascista. La legislazione sembra aver ridotto la resistenza al regime da parte di chi doveva sacrificare molto al servizio dei progetti di lungo termine. Il programma demografico, così come la ruralizzazione e lo sforzo di far rivivere le virtù tradizionali delle donne furono tutti programmi privi di successo. Il tasso di natalità continuò a diminuire durante gli anni del regime. Se il tasso di natalità era di 27 per mille nel 1927, nel 1928 scese a 26,1 per mille, per continuare a scendere a 23,4 per mille nel 1934 e 22,2 nel 1936. A quel punto gli intellettuali fascisti riconobbero il fallimento dell'impresa. Vi furono successi di poco superiori nel tentativo di ruralizzare la penisola. Con le esigenze create dalla guerra d'Etiopia, Spagna e la guerra mondiale, vi furono sempre maggiori difficoltà a decentrare l'industria e la concentrazione della popolazione nei centri urbani procedette a ritmi sempre più alti. Gli sforzi per risolvere la crisi della famiglia rinforzando il ruolo storico della donna come madre e come moglie non sembrano aver raccolto successi maggiori. Nel 1938, un sondaggio condotto tra le studentesse italiane dai 16 ai 18 anni, rivelò che solo una piccola minoranza di essere era interessata ai lavori domestici. Il fascismo può aver spinto per rimuovere le donne dal mercato del lavoro (dal 30% del 1920 al 19% del 1931) ma le statistiche non sono inequivocabili. Molti paesi industrializzati registrarono un declino della occupazione femminile dopo il 1900. In Italia, il fascismo può aver favorito questo declino ma ciò non è certo. D'altro canto in alcuni settori come l'insegnamento e le belle arti, il numero delle lavoratrici divenne sempre maggiore nel corso del ventennio. Tutto ciò indica che l'antifemminismo fascista non ebbe successo e non fu perseguitò con particolare cura. In ogni caso, l'antifemminismo fascista era, al massimo, relativo ad una politica sociale fascista e fece la sua comparsa a causa della crescente preoccupazione per il calo delle nascite e l'incremento della disoccupazione.
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MessaggioInviato: Ven Ott 02, 2009 11:28 pm    Oggetto:  
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NOTES :

1. This is the thrust of Giacomo Matteotti's The Fascisti Exposed, pp. 14-30.
2. Cf., for example, Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia; Ernesto Rossi, Padroni del vapore e fascismo; Rajani Palme Dutt, Fascism and Socia] Revolution; Daniel Guerin, Fascism and Big Business.
3. Sergio Panunzio, "Un programma d'azione," Il rinnova­mento, 1, No. 2 (March 15, 1919), p. 85; cf. Edmondo Rosoni, Le idee della ricostruzione pp. 5f.
4. Cf. the "Programma del PNF (1921)," in Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, pp. 756-763.
5. Cf. Giovanni Preziosi, Cooperativismo rosso piovra dello stato and Uno stato nello stato.
6. Maffeo Pantaleoni, Bolcevismo italiano, pp. 212f.
7. Sergio Panunzio, Lo stato di diritto, pp. 153-157.
8. Cf. Sergio Panunzio, "Che cos'è il liberalismo?" in Stato nazionale e sindacati, pp. 198f.
9. Cf. Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara (1918-1921), p. 71.
10. For an account of the development of Italian national­ism, cf. Paola Maria Arcari, Le elaborzioni della dottrina politica nazionale fra l'unità e l'intervento (1870-1914), n, pp. 841-856; Franco Gaeta, Nazionalismo italiano, chap. 2.
11. Nazareno Mezzetti, Alfredo Rocco nella dottrina e diritto della rivoluzione fascista, p. 42; Paolo Ungari, Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo, p. 29 n. 15.
12. Alfredo Rocco, "Il problema economico italiano," La Tribuna, January 13-14, 1914, in Scritti e discorsi politici, I, 13­25.
13. Rocco, "Economia socialista, economia liberale, econ­omia socialista e economia nazionale," Rivista delle società com­merciale, 4, No. 1 (April 1914), ibid., 29-58.
14. Rocco, "Il congresso nazionalista di Roma," (March 16, 1919), in ibid., ti, 475-491.
15. "Il programma nazionalista," ibid., 494-506; cf. Rocco, "La politica finanziaria," Politica, 1, No. 1 (1918).
16. Rocco, "L'ora del nazionalismo," Scritti e discorsi politici, II, 507-517.
17. Rocco, "La situazione interna italiana," ibid., p. 617; cf. Ettore Alasia, "La situazione economica," Politica, 1, No. 1 (1918).
18. Rocco, "Programma politica nazionale," ibid., pp. 656L, 658, and "Indirizzo di risposta al discorso della corona," ibid., 669.
19. These specifics appear as early as his "Indirizzo di riposta," ibid., pp. 669-674. Cf. "Politica e finanza," and "Il principio economico della nazione," ibid., pp. 689-691 and pp. 717-724.
20. This was already evident in Rocco's "Il problema economico nazionale" of 1914. Cf. ibid., pp. 22f.
21. Cf. Rocco, "Economia socialista, economia liberale," ibid., pp. 40, 47.
22. In this regard, cf. Giorgio Rumi, Alle origini della politica estera fascista, chap. I. For a Fascist expression of these themes, cf. "Genova," Italia nuova, April 15, 1922. In 1921 Mussolini insisted that an independent foreign policy could only be possible with a maximum degree of economic self-sufficiency for the nation. Cf. Mussolini, "Il fascismo nel 1921," Opera, xvi, 102f.
23. Cf. Rocco, "Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono nazionalisti," Scritti e discorsi politici, i, p. 72; Rocco and Maurizio Maraviglia, "Il programma nazionalista," in Al­fredo Francesco Perfetti, ed., Il nazionalismo italiano, pp. 119f., 127-129; Enrico Corradini, L'unità e la potenza delle nazioni (Florence: Vallecchi, 1922), pp. 228-244. Compare Mussolini, "Discorso di Piazza Belgioioso," and "Salandra," Opera, XVI, 300, 320.
24. Cf. Rocco, "L'ora del nazionalismo," "Il dovere dei giovani," "Manifesto di 'Politica,' " in Scritti e discorsi politici, II, 511-513, 524f., 541ff.
25. Emilio Gentile (Le origini dell'ideologia fascista, pp. 9-154) has argued that Fascism, at its origin, "advanced no henry of imperialism." As a matter of fact, it is clear that Musso­lini, as early as 1918, had entertained a clear conviction that "imperialism" and "expansion" was a "law of ]ife." (Cf. Musso­lini, "Primo dell'anno prima divagazione," Opera, XII, 100f.; "Discorso di Cremona," Opera, XV, 184L) At the founding meeting of the Fascist movement, Mussolini had referred to Italy's resource and population problems as capable of resolution only through a more equitable distribution of the world's re­sources and the world's space. (Cf. Mussolini, "Atto di nascita del fascismo," Opera, XII, 323f.; "Discorso di Cremona," Opera, XV, 185.) In the beginning of 1921, Mussolini spoke candidly of creating an "empire" for Italy which would satisfy its space and resource requirements (Mussolini, "Il fascismo e i problemi della politica estera italiana," Opera, xvi, 158f.). Giorgio Rumi has reviewed the earliest Fascist commitments and the affinities be­tween Fascist and nationalist economie policy are transparent. (Cf. Rumi, Alle origini della politica estera fascista, chap. L) For Rocco's analysis of the rapprochement of nationalism and Fascism, cf. Rocco, "Il fascismo verso il nazionalismo," Scritti e discorsi politici, II, 694-699.
26. As early as 1918 the nationalists welcomed Mussolini's appeal to the "producers" of the "New Italy" as a harbinger of a national economie policy that would fulfill nationalist demands. Cf. "La verità è in cammino," L'idea nazionale, August 4, 1918, in Franco Gaeta, ed., La stampa nazionalista, pp. 551-553.
27. For the polemie between Fascists and nationalists con­cerning this issue cf.: Agostino Lanzillo, "La guerra e le imposte," Popolo d'Italia, July 31, 1918 and Gian Luigi Franchi, "Pilastri sulle nuvole," L'idea nazionale, July 31, 1918, ibid., pp. 116-119.
28. Rocco, "Il principio economico della nazione," Scritti e discorsi politici, n, 717.
29. Cf. Rosario Romeo, "La rivoluzione industriale dell'età giolittiana," and Alberto Caracciolo, "La grande industria nella prima guerra mondiale," in Alberto Caracciolo, ed., La forma­zione dell'Italia industriale, pp. 115-134, 163-222.
30. In this regard, Mussolini's judgments were explicit. Mussolini, "I diritti della vittoria," "Rilievi elettorali," "Fascismo e terra," Opera omnia, XIV, 53, 69, and xvi, 170.
31. Cf. Rosario Romeo, Breve storia della grande industria in Italia, pp. 134f.
32. Cf. Bruno Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 457f.
33. In this regard, see Pareto's comments in the appendix to Trasformazioni della democrazia (Rocca San Casciano: Cappelli, 1964).
34. Shepard Clough's insistence that prior to the March on Rome "what [Fascist] policies would be had not been made clear" is, at best, only partially true. Shepard Clough, The Eco­nomic History of Italy, p. 222.
35. Cf. Lello Gangemi, La politica finanziaria del governo fascista, pp. 3-15.
36. Cf. Siro Lombardini, "Italian Fascism and the Econ­omy," in Stuart J. Woolf, ed., The Nature of Fascism, p. 157; Ester Fano Damascelli, "La 'Restaurazione antifascista liberista': Ristagno e sviluppo economico durante il fascismo," in Alberto Aquarone and Maurizio Vernassa, eds., Il regime fascista, pp. 289, 293.
37. William G. Welk, Fascist Economic Policy, p. 161; Giuseppe Volpi di Misurata, "Hydro-electric Development in Italy," in Tomasso Sillani, ed., What Is Fascism and Why?, p. 296; Romeo, Breve storia, p. 136.
38. Antonio Stefano Benni, "The Industrial Growth of Fascist Italy," in Sillani, What Is Fascism and Why?, p. 292. Angus Maddison gives essentially the saure results with his standardized figures of "Total Volume Output." Cf. Angus Mad­dison, Economic Growth in the West, p. 202.
39. Cf. Piero Melograni, Gli industriali e Mussolini, pp. 302-304; Oddone Fantini, La politica economica del fascismo, pp. 37-42.
40. Maddison, Economie Growth in the West, p. 232.
41. Franz Borkenau, "Zur Soziologie des Faschismus," in Ernst Nolte, ed. Theorien ueber den Faschismus, p. 165.
42. For a synopsis of the legislation involved, cf. Salvatore La Francesca, La politica economica del fascismo, pp. 15ff.
43. Cf. Mussolini, "Proroga dei lavori parlamentari e plauso al presidente della camera," and "Per l'insediamento del comitato permanente del grano," Opera, XXI, 356, 372-373.
44. For a summary discussion of these programs, cf. Ric­cardo Festa Campanile and Romeo Fittipaldi, Mussolini e la battaglia del grano. A detailed account can be found in I progressi d ll'agricoltura italiana in regime fascista (Rome: Ministero dell'agricoltura e delle foreste, 1934).
45. Luigi Salvatorelli and Giovanni Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, p. 561.
46. Clough, Economic History of Italy, p. 242.
47. In this regard, cf. the critiques of Carl Schmidt, The Plow and the Sword; Jon S. Cohen, "Un esame statistico delle opere di bonifica intraprese durante il regime fascista," in Gianni Toniolo, ed., Lo sviluppo economico italiano 1861-1940, pp. 351-372.
48. Gangemi, Politica finanziaria, p. 26; Leopoldo Viali, Studi di economia, politica amministrazione e finanza, pp. 208 f.
49. Mussolini, "Discorso di Pesaro," Opera, XXII, 196-198.
50. The most detailed treatment of this is found in Renzo De Felice, Mussolini il fascista,II, chap. 3.
51. In this regard, see the comments of Paul Einzig, Eco­nomic Foundations of Fascism, pp. 78f.
52. Arnaldo Mussolini is often neglected in discussione of Fascist ideology or Fascist economic policy, but his writings in the Popolo d'Italia are not only intelligent and insightful, they often anticipate the overt political acts of the government. Musso­lini had great confidence in his brother's judgment. With regard to the development of the second phase of Fascism's economie policies, see Arnaldo Mussolini's essays in which both Fascist control of the economy and economie autarchy are anticipateti. Arnaldo Mussolini, Scritti e discorsi di Arnaldo Mussolini, IV, "La lotta per la produzione (1925-1931)."
53. Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 466f.; cf. also tables 15 and 16 in Welk, Fascist Economic Policy, pp. 166f.
54. Cf. Giampiero Carocci, "Appunti sull'imperialismo fas­cista negli anni '20," in Aquarone and Vernassa, Il regima fas­cista, particularly pp. 415-421.
55. Cf. A. Borghesani, Le materie prime (Rome: Littorio, 1927).
56. Celestino Arena, L'espansione economica in regime corporativo, p. 107.
57. For a detailed treatment of this period, cf. Giampiero Carocci, La politica estera dell'Italia fascista, 1925-1928.
58. Giampiero Carocci, "Appunti sull'imperialismo fascista negli anni '20," p. 422. Cf. Roberto Michels, "La politica demo­grafica," Gerhard Dobbert, ed., Economia fascista, pp. 85f.; and Rumi, Alle origini della politica estera fascista, pp. 11f.
59. Felice Guarneri, Battaglie economiche, I, p. 285.
60. For a representative volume, cf. Arena, L'espansione economica.
61. Cf. Ibid., pp. 9-30, 57-67, 95-123.
62. For a discussion of the strutture and control features of these agencies, cf. Giulio Scagnetti, Gli enti di privilegio nell'economia corporativa Italiana, pt. 1, chap. 5.
63. For a discussion of the development of controls, cf. Ferdinando Di Fenizio, L'economia di guerra come economia di monopoli (Milan: Ambrosiana, 1942).
64. Cf. Mussolini, "Discorso per lo stato corporativo," Opera, xxvi, 86-96, and 'T piano regolatore della nuova econo­mia italiana," Opera, XXVII, 241-248. Umberto Renda identified these speeches as the explicit doctrinal bases of the autarchie pro­gram. Cf. Umberto Renda, L'autarchia nell'Italia fascista, p. 11.
65. Mussolini, "Il piano regolatore," Opera, XXVII, p. 247.
66. Cf. in this regard the attempt to attribute Italy's au­tarchie policy to the response to the sanctions of 1935 in Raf­faello Riccardi, Economia fascista, pp. 20f., but see the Fascist counterassertion in Renda, L'autarchia nell'Italia fascista, pp. 10f., and Settimo Mobilio, Il fascismo in marcia, pp. 129-150.
67. Cf. La Francesca, La politica economica del fascismo, pp. 74f. Di Fenizio, L'economia di guerra, identified the policy decisions of 1934 as marking the commencement of this period. In effect, these decisions inaugurateti the final phase of the Fas­cist economie program.
68. Cf. Romeo, Breve storia, pp. 168f.
69. Ibid., p. 173; cf. Roland Sarti, Fascism and the Indus­trial Leadership in Italy, 1919-1940, pp. 118-125.
70. Cf. the discussion in Giovanni Balena, ed., L'industria dell'Italia fascista (Rome: Usila, 1940); compare La Francesca, La politica economica del fascismo, pp. 92-96; and Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 488-512.
71. Cf. Caizzi, Storia dell'industria italiana, pp. 488-512.
72. Cf. Sarti, Fascism and the Industrial Leadership, pp. 104f.
73. Alexander Galkin, "Capitalist Society and Fascism," Social Sciences (Moscow), II (1970), 30. Roberto Michels spoke of as "state functionaries" under Fascism. Cf. Roberto Michels, "Un pensiero sul corporativismo," La rivoluzione, 1, No. 5 (1934), 8.
74. Cf. Carlo De Biase, L'impero di "faccetta nera," pp. 15f; Arnaldo Pellegrineschi, Etiopia.
75. Maddison, Economic Growth in the West, p. 202, appendix A. Compare Nicos Poulantzas, Fascism and Dictatorship, pp. 99 and 119.
76. Ibid., pp. 231-233, appendix H.
77. The Fascists produced an inordinate amount of litera­ture on this subject. I have found the following of particular in­terest in the context of the present account: Vito Beltrani, Il problema delle materie prime; Raffaele Conti, ed., Il convegno di Pisa e la premesse per un ordine economico nuovo; L. Fontana Russo, Preparazione e condotta economica della guerra, particu­larly pp. 287-301; A. Messineo, Spazio vitale e grande spazio Lauro Mainardi, Mazionalità e spazi vitali; Gaetano Napolitano, Premesse economiche dell'espansione corporativa. Cf. particular­ly, Raffaello Riccardi, La collaborazione economica europea, pp. 127-131.
78. Cf. the discussion in Roberto Michels, Probleme der sozialphilosophie, chap. 10.
79. Cf. Vilfredo Pareto, The Rise and Fall of Elites (To­towa: Bedminister, 1968), p. 27, and I sistemi socialisti (Turin: Utet, 1974), chap. 1.
80. Roberto Michels, Soziologie als Gesellschaftswissenschaft (Berlin Mauritius, 1926), p. 43.
81. Roberto Michels, First Lectures in Political Sociology (New York: Harper, 1949), pp. 26f.
82. This is the thrust of Michels' discussion in bis "Il patriot­tismo," Atti della Reale Accademia di scienze morali e politiche (Naples: Sangiovanni, 1932), pp. 168-182. Cf. allo "Neue Pole­miken und Studien zum Vaterlandsproblem," Archiv fuor Sozial­wissenschaft und Sozialpolitik 66, No. 1 (1931).
83. Mussolini, "Il ricatto dei vinti," Opera, XIII, 11.
84. Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini, p. 119f.
85. Mussolini, "Ai metallurgici lombardi," Opera, xix, 58. Cf. Nazareno Mezzetti, Mussolini e la questione sociale, pp. 163f.
86. Aldo Grechi, Le assicurazioni sociali, p. 100; Oddone Fantini, La legislazione sociale nell'Italia corporativa e negli altri stati, p. 24.
87. Ibid., pp. 24, 26.
88. Cf. Michels' report, "Le leggi sociali del Fascismo giu­dicate all'estero," Lavoro d'Italia, November 14, 1928.
89. Cf. Giuseppe Bottai, La carta del lavoro, pp. 194-206.
90. Celestino Arena, Mussolini e la sua opera, pp. 28f.
91. Mezzetti, Mussolini e la questione sociale, p. 38.
92. Umberto Renda, Realizzazioni del fascismo, pp. 77f.; cf. Gian Alberto Blanc, "L'opera nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia," in Tomasso Sillani, ed., Lo stato Mus­soliniano.
93. Mario Missiroli, Cosa deve l'Italia a Mussolini, pp. 62 f.; Fascist Era: Year XV (Romea Fascist Confederation of Indus­trialists, 1938), p. 56.
94. Cf. Missiroli, Cosa deve l'Italia a Mussolini, pp. 66L, Bruno Fornaciari, "La lotta contro la tubercolosi," in Sillani, Lo stato Mussoliniano Venti Anni (Roma P.N.F., 1942), II, pp. 252ff.
95. Herman Finer, Mussolini's Italy, pp. 470f.
96. Cf. Amleto Angelelli, Principi di legislazione del lavoro, chap. 1; Luigi Salvatorelli and Giovanni Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, pp. 568 f.; Claudio Schwarzenberg, Breve storia dei sistemi previdenziali in Italia, pp. 174-180.
97. Schwarzenberg, Breve storia dei sistemi previdenziale, pp. 178f.; cf. Renzo De Felice, Mussolini il duce, pp. 198f.
98. William G. Welk, Fascist Economic Policy, p. 105.
99. Even Gaetano Salvemini seems prepared to recognize the differences between capitai availability in the United States and Great Britain and Fascist Italy. Cf. Gaetano Salvemini, Under the Axe of Fascism, p. 297; see chaps. 18-21.
100. Mussolini, in a letter to Bruno Biagi insisted that such programs would insure "national solidarity" among the working masses. Cf. Renda, Realizzazioni del fascismo, p. 79.
101. Venti anni, II, p. 252.
102. Mussolini, "Il discorso dell'Ascensione," Opera, XXII, 360-390.
103. Riccardo Mariani, Fascismo e "città nuove" pp. 52-54, 73-86.
104. Renzo De Felice, Mussolini il fascista, II, p. 379 n. I.
105. Renzo De Felice, Mussolini il duce, pp. 38-42.
106. Cf. Mussolini's comments in his "Vita di Arnaldo," Opera, xxxiv, 144f.
107. Cf. Giorgio Rumi, Alle origini della politica estera fascista, pp. 11f.
108. Mussolini, "Il fascismo e i problemi della politica estera italiana," Opera, XVI, 159.
109. Ibid., pp. 150-152. Compare Agostino Lanzillo, La disfatta del socialismo (Florence: La Voce, 1918), pp. 39ff.
110. Cf. Arturo Labriola, "Lo prima impresa collettiva della nuova Italia," in Giulio Barni, et al., Pro e contro la guerra di Tripoli, pp. 47-61, and Libero Tancredi (Massimo Rocca), "Una conquista rivoluzionaria," ibid., pp. 183-233.
111. Michels' major writings on these subjects are to be found in L'imperialismo italiano, ****** Ethics (London: Walter Scott, 1914), and "Simultaneità dei tre termini: Aumento della popolazione, crescenza dell'immigrazione e decrescenza dell'emi­grazione in Germania," Saggi economico-statistici sulle classi popolari.
112. Michels, L'imperialismo italiano, pp. 66, 70-83; ****** Ethics, pp. 247f.
113. Michels, L'imperialismo italiano, pp. 83-89; ****** Ethics, p. 246 n. L
114. Michels, Imperialismo italiano, pp. 56f.; cf. "Simul­taneità dei tre termini."
115. Michels, ****** Ethics, pp. 241-246.
116. Ibid., p. 249.
117. Michels, "Simultaneità dei tre termini," pp. 270f.
118. Michels, L'imperialismo italiano, pp. 25, 47, 48, 79, 86, 90-93, 108, 114, 125, 127.
119. Cf. A. James Gregor, The Ideology of Fascism.
120. Corrado Gini, I fattori demografici dell'evoluzione delle nazioni, pp. 34-61.
121. Ibid., pp. 38f.; cf. pp. 64 f. n. I.
122. Ibid., pp. 62-72; cf. pp. 85f.
123. Ibid., pp. 90f.
124. Ibid., pp. 93-101.
125. Ibid., pp. 102-106.
126. Cf. Alfredo Rocco, "Il problema economico italiano," Scritti e discorsi politici, t, 15.
127. Rocco, "Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono i nazionalisti," ibid., p. 71; cf. "Il problema economica italiano," ibid., p. 22.
128. Cf. Rocco, "Lo sforzo necessario," ibid., p. 267.
129. Rocco, "Economia liberale, economia socialista ed eco­nomia nazionale," "Che cosa è il nazionalismo," ibid., pp. 54, 83.
130. Cf. Rocco, "Socialismo imperiale e pace germanica," ibid., p. 248.
131. Mussolini, “ Il discorso dell'Ascensione," Opera, XXII, 364, 386.
132. Cf. Mariani, Fascismo e "città nuove," pp. 62f.; De Felice, Mussolini il duce, pp. 146f.
133. In this regard cf. Mariani, Fascismo e "città nuove," pp. 67f. and Salvemini, Under the Axe of Fascism, chap. 15.
134. Cf. De Felice, Mussolini il duce, pp. 143-145, 153f.
135. Cf. A.F.K. Organski, "Fascism and Modernization," in Stuart J. Woolf, ed., The Nature of Fascism, pp. 19-41; Henry A. Turner, "Fascism and Modernization," World Politics 24 (1972).
136. Cf. Alfredo Pino-Branca, Riflessi storici della politica agraria fascista (Catania: Moderno, 1930).
137. Roberto Michels, "Il problema della popolazione," in Annali della Facoltà di Giurisprudenza, 39, No. 5 (1927), pp. 151, 153, 156f., 171, 172.
138. Ibid., pp. 177-179, 182.
139. Roberto Michels, "La politica demografica," in Erwin von Beckerath, et al., Economia fascista (Florence: Sansoni, 1935), p. 105.
140. Cf. Giuseppe Pagano, "Le case 'popolarissime,' " "Il fascismo e la casa," and "L'ordine contro il disordine," Archi­tettura e città durante il fascismo, pp. 359-370.
141. F. Menna, Profezia di una società estetica (Milan: Lerici, 1968), p. 111; cf. Cesare De Seta's introduction to Pagano, Architettura e città, pp. xxxvif.
142. E. W. Eschmann, "I problemi sociali," in Erwin von Beckerath et al., Economia fascista, pp. 68-70.
143. Ugo Spirito, "Ruralizazzione o industrializzazione?" Archivio di studi corporativi, 1 (1930), reprinted in Il corpora­tivismo. Cf. De Felice, Mussolini il duce, p. 152 n. I.
144. Cf. Salvatore La Francesca, La politica economica del fascismo, p. 65; De Felice, Mussolini il duce, p. 138 n. 3.
145. Pagano, "Case per il popolo," Architettura e città, p. 376.
146. Carlo Teodori, Il fascismo e la casa; Pagano, "Un sis­tema per l'accrescimento organico delle città," Architettura e città, pp. 356f.
147. Maria Antonietta Macciocchi, La donna "nera"; Piero Meldini, Sposa e madre esemplare.
148. Cf. Macciocchi, La donna "nera," pp. 94f.
149. Roberto Michels, "Entstehung der Frauenfrage als soziale Frage," Die Frauenbewegung, 9, No. 3 (February 1, 1903).
150. Filippo T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista (Milan: Mondadori, 1968), pp. 321-324; A. James Gregor, The Fascist Persuasion in Radicai Politics, pp. 162f.; Macciocchi, La donna "nera," pp. 31f.
151. Roberto Michels, Die Grenzen der Geschlechtsmoral (Munich: Frauenverlag, 1911).
152. Angelo O. Olivetti, "Fatica senza fatica," Patria del popolo, November 1922.
153. Mussolini, "Il programma in materia di organismi rap­presentativi," Opera, XIX, 12f.
154. Mussolini, "Al congresso dell'alleanza internazionale pro suffragio femminile," ibid., 215f.
155. Mussolini, "Al congresso femminile delle tre Venezie," ibid., 226.
156. Mussolini, "La donna e il voto," Opera, XXI, 301-305.
157. Cf. Macciocchi, La donna "nera," pp. 34f.
158. Mussolini, "Introduction," Ricardo Korherr, Regresso delle nascite, pp. 7-23.
159. Korherr, Regresso delle nascite, pp. 101-104.
160. Ferdinando Loffredo, "Il simbolo più alto," Difesa della razza, 3, No. 4 (December 20, 1940), 13-17. Loffredo was the most intransigent spokesman for this position; cf. bis Politica della famiglia. See also A. M. Tentoni, "Il femminismo e la donna italiana," Difesa della razza, 2, No. 10 (March 20, 1939).
161. F. Catasta, "Studentesse d'Italia: GUF femminile e orientamento professionale," in Almanacco delle donna italiana 1935 (Florence: Bemporad, 1934), pp. 156f.
162. As quoted, Meldini, Sposa e madre esemplare, p. 77.
163. Marcello Bolletti, "Sport femminile e la salute della razza," Difesa della razza, 3, No. 7 (February 5, 1940) and Luigi Manzi, "Lo sport e la donna," ibid., 3, Nos. 21-22 (Sep­tember 5-20,1940).
164. Mussolini, as quoted, Vandah Jeanne Bordeaux, Benito Mussolini the Man, p. 248.
165. Ludwig, Colloqui con Mussolini, p. 166.
166. Rocco, "Il valore sociale del femminismo," Scritti e dis­corsi politici, I, 59-62.
167. Rocco, "Che cosa è il nazionalismo e che cosa vogliono i nazionalisti," ibid., p. 71; cf. pp. 83, 88. Cf. also "Lo sforzo necessario," ibid., 267.
168. Mussolini, "Il neomalthusianismo è immorale?" Opera, xxv, 25.
169. Ferdinando Loffredo conveniently summarized these minor influences on the development of Fascism's family and racial politics. Ferdinando Loffredo, "Politica della famiglia e della razza," Difesa della razza 2, No. 24 (October 20, 1938), 26.
170. Cf. Ibid., 23 as an illustrative example of this argu­ment. Similar arguments abound in the Fascist literature of the period.
171. Cf., for example, Roberto Michels, "Beitrag zur Kritik einer eudaemonistischen Oekonomik," Festschrift fuer Franz Op­penheimer: Wirtschaft und Gesellschaft (Frankfurt aM.: Wirt­schaft und Gesellschaft, 1924), republished in Soziologie als Gesellschaftswissenschaft (Berlina Mauritius, 1926).
172. Meldini, Sposa e madre esemplare, p. 103.
173. "Stato fascista e famiglia fascista," Critica fascista 15, No. 8 (February 15, 1937), pp. 113-116.
174. Cf. Manlio Pompei, "La famiglia e il fascismo: un' inchiesta da fare," Critica fascista, 11, No. 9 (May 1, 1933).
175. Cf. L. Gozzini, "La donna nello sguardo del Regime," Almanacco della donna italiana 1939 (Florence: Bemporad, 1938), pp. 43ff.
176. Meldini, Sposa e madre esemplare, pp. 72f.


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MessaggioInviato: Ven Lug 02, 2010 3:40 pm    Oggetto:  
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E' errato definire il fascismo anti-capitalista?
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MessaggioInviato: Ven Lug 02, 2010 6:01 pm    Oggetto:  
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Ovviamente no.
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MessaggioInviato: Ven Lug 02, 2010 7:00 pm    Oggetto:  
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Il Littore ha scritto:
Ovviamente no.

Ovviamente la buona ( Twisted Evil ) ha detto il contrario:
Citazione:
Molte ideologie differenti, spesso politicamente contrapposte, si oppongono al capitalismo in favore di diverse forme di economia pianificata (talora indicate come collettivismo), tra cui:

* socialismo: in alcune delle sue espressioni, promuove un esteso controllo statale dell'economia, anche se con aree piccole e tollerate di capitalismo.
* fascismo: promuove un esteso controllo statale dell'economia, con tratti autarchici e forte nazionalismo economico, il potere è esercitato attraverso il corporativismo. Aspira alla "socializzazione" e si considera la "Terza via" interclassista.
* Laburismo: forma di socialismo fondata sul lavoro e sull'anticapitalismo
* liberal-laburismo: forma di socialismo libertario fondata sul lavoro e sulla meritocrazia .
* socialismo libertario: sostiene il controllo collettivo dell'economia senza bisogno di uno Stato.
da:http://it.wikipedia.org/wiki/Capitalismo
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MessaggioInviato: Ven Lug 02, 2010 8:09 pm    Oggetto:  
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onestamente tutte queste definizioni sono0 abbastanza arbitrarie.
Anzitutto è sbagliato definire queste economie come pianificate. Semmai si può definirle regolamentate che è un concetto differente. La pianificazione prevede un processo di razionalità sinottica ovvero un autorità centrale raccoglie tutti i dati, li analizza, e poi elabora una politica economica che i vari attori politici devono limitarsi ad applicare.
L'economia regolamentata non prevede ciò. Essa si limita a dare degli indirizzi generali. Indirizzi generali che sono decisi dalla camera delle corporazioni. Questi indirizzi generali, tra l'altro, riguardano alcuni settori considerati chiave della economia e non tutta l'economia nel suo complesso.
Per rendere maggiormente chiaro si può prendere quelle che sono le otto strutture di potere della politica economica e fare un confronto tra di essere in uno stato ad economia pianificata ed uno stato ad economia regolamentata.
Le strutture di potere sono: produzione, credito, conoscenza, sicurezza, commercio, energia, benessere, trasporti.
In un paese ad economia pianificata, tutte ed otto queste strutture di potere sono controllate dallo stato in maniera totale. In un paese ad economia regolamentata soltanto la conoscenza, la sicurezza, l'energia ed il benessere vengono controllati direttamente dallo stato. Per quanto riguarda la produzione si lascia una certa libertà ai privati purchè essi rispettino delle direttive generali. Per quanto riguarda il commercio assistiamo ad un forte controllo di esso mentre il trasporto, considerato funzionale alle altre strutture, può anche essere lasciato ai privati se essi si stanno dimostrando efficienti.
Nel complesso: l'economia regolamentata del fascismo si preoccupa di dare delle direttive generali in modo che tutte le attività economiche si svolgano nell'interesse della comunità secondo la logica che è l'economia a dover servire la co0munità e non viceversa.
Il tentativo di definire come pianificata l'economia fascista è soltanto frutto delle tendenze ideologiche di oggi che classificano come economia pianificata qualsiasi tipo di economia che non corrisponda ai canoni ideologici del neoliberismo.
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Inserisco questo schema da cui ognuno può trarre le proprie conclusione.

U.R.S.S

PRODUZIONE: completamente controllata dallo stato.
CREDITO: completamente controllato dallo stato.
CONOSCENZA: completamente controllata dallo stato.
SICUREZZA: completamente nelle mani dello stato.
COMMERCIO: completamente nelle mani dello stato.
ENERGIA: completamente nelle mani dello stato.
BENESSERE: completamente nelle mani dello stato.
TRASPORTI: completamente controllati dallo stato.

ITALIA FASCISTA

PRODUZIONE: controllata sia dallo stato (nei settori chiave) che dai privati con poteri di indirizzo generale nelle mani dello stato.
CREDITO: controllato dall'IRI in gran parte con possibilità di prestiti dalle banche.
CONOSCENZA: controllata dallo stato.
SICUREZZA: completamente controllata dallo stato.
COMMERCIO: rigidamente controllato dopo il '36.
ENERGIA: prevalentemente nelle mani dello stato.
BENESSERE: completamente nelle mani dello stato.
TRASPORTI: prevalentemente controllati dallo stato.

PAESE LIBERISTA.

PRODUZIONE: prevalentemente nelle mani dei privati.
CREDITO: prevalentemente nelle mani delle banche.
CONOSCENZA: prevalentemente nelle mani dello stato.
SICUREZZA: prevalentemente nelle mani dello stato.
COMMERCIO : libero e nelle mani dei privati.
ENERGIA: prevalentemente nelle mani dei privati.
BENESSERE: prevalentemente nelle mani dello stato.
TRASPORTI: controllato sia dallo stato che dai privati.
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MessaggioInviato: Sab Lug 03, 2010 2:17 pm    Oggetto:  
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Ardito ha scritto:

da:http://it.wikipedia.org/wiki/Capitalismo

La prima cosa che la nostra associazione ha capito, fin dalla fondazione, è questa:
Mai fidarsi di Wikipedia e dei suoi contenuti pilotati d'altrui con totale assenza di ratio. Smile
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MessaggioInviato: Sab Lug 03, 2010 3:51 pm    Oggetto:  
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Cosa differenzia le corporazioni delle arti e mestieri medioevali da quelle fasciste?
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MessaggioInviato: Sab Lug 03, 2010 7:56 pm    Oggetto:  
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Ardito ha scritto:
Cosa differenzia le corporazioni delle arti e mestieri medioevali da quelle fasciste?


Li differenziano 500 anni di distanza, e 1500 dai collegia romani.
Tuttavia il principio che è alla basa non è altro che il solco della tradizione economica di questo paese, che appunto nella sua storia ha più volte riprodotto il corporativismo come soluzione a determinati problemi economico-sociali. Ovviamente il corporativismo è la soluzione italiana del XX sec. al problema contemporaneo della "questione sociale" nata in senso moderno con la rivoluzione francese prima e con l'industrializzazione dopo.
Ma i problemi sociali non sono una prerogativa di questa epoca: lo stesso Cesare organizzò il suo nuovo potere imperiale riprendendo il modello dei Gracchi e della "pars popularis" in genere con una serie di leggi sociali di vario tipo che prevedevano anche il potenziamento e la tutela dei collegia professionali.
Vorrei ricordare anche a te inoltre che il corporativismo è in qualche misura previsto anche dalla costituzione italiana, anche se poi non è stato applicato. Cmq non poterono, dopo l'eredità fascista, fare a meno di inserirlo disattivandolo poi con una mancata applicazione. Cioè la mancata applicazione degli artt. 43 e 46 della costituzione e l'esistenza di un organo corporativo, il CNEL, che così come è adesso è un organo assolutamente inutile salvo per le prebende che ne derivano alle clientele dell'oligarchia ficcate in questo inutile distributore di poltrone.

I Collegi ed i Sodalizi della Roma antica

Già nella Roma antica, persone con comuni funzioni nella società, come ad esempio esercitanti la medesima arte o mestiere, si associano in "corporazioni" o "sindacati" a difesa dei propri diritti ed interessi, ponendosi sotto la protezione di una propria divinità tutelare.

Magistrati e sacerdoti si raggruppano in cosiddetti "collegi", a dire il vero più "uffici statali" che associazioni, delle quali sono invece numerose quelle di mestiere o "sodalizi": medici, maestri, letterati ed attori, scultori e pittori, flautisti, orefici, carpentieri, tessitori, tintori, cuoiai, conciatori, fabbrivasai e ramai, fornai e panettieri, mercanti e venditori, carrettieri, barcaioli e così via.

Tutte queste associazioni, sia civili che religiose, regolate da apposite leggi e sorvegliate da "censori", nominano propri amministratori, hanno finalità di mutuo soccorso (per questo creano una cassa comune attraverso le quote dei soci) ed una propria sede, dove riunirsi in consiglio, specie in periodi pre-elettorali, per decidere a chi dare il proprio voto - espressione di un potere sociale e politico anche di tipo lobbystico.

Le "secessioni" della plebe durante la Repubblica

Le prime proteste organizzate dei plebei ("plebe" sono artigiani, operai specializzati, bottegai e piccoli commercianti), dette "secessioni", contro i problemi socio-economici della società romana, non sono altro che scioperi generali, ritiri in massa dalla città sotto giuramento di reciproco aiuto durante tutto il tempo dell'astensione dal lavoro: la prima "secessio" del 494 a.C. ottiene la creazione di magistrati popolari o "tribuni (difensori) della plebe", poi soppressi dai giochi di potere dei ricchi, basati su corruzione e clientelismo.

Le cosiddette "leggi delle XII Tavole" (tra le prime codificazioni scritte del diritto romano, dopo le "mores" o leggi nate da consuetudini e la univocamente dettata "lex regia", contenenti regole di diritto privato e pubblico compilate nel 451-450 aC) concedano ai "collegi" il diritto ad un proprio regolamento, purchè non in contrasto con il diritto dello Stato.
Gli Imperatori dedicheranno particolare attenzione alle realtà aggregative: Cesare, e dopo di lui Augusto, riorganizzano i "collegi", diminuendone e limitandone però il numero, Marco Aurelio consente ai sodalizi di poter accettare donazioni ed altri aiuti economici, mentre Alessandro Severo cerca addirittura di dare nuova vitalità alle corporazioni, ed, infine, sia Diocleziano che Costantino fanno dei "collegi" istituzioni obbligatorie, diventando però di fatto autentiche caste sociali non abbandonabili verso la fine dell'Impero.

Le Corporazioni medievali

Le "Corporazioni", o associazioni professionali e di mestiere, sorgono e si diffondono nell’Europa dei Comuni dall’XI secolo sotto svariate denominazioni: "Compagnie" in Italia, "Gilde" nei Paesi dell'Europa Continentale e del Nord, cioè in Inghilterra, in Svezia, nei Paesi Bassi ed in Germania, "Confréries" in Francia e "Gremios" in Spagna.

Le Corporazioni sono inizialmente a carattere fortemente religioso e di mutua assistenza, , dette "Confraternite", sviluppandosi però in seguito come vere e proprie "associazioni di mercanti" con pretese di potere altrettanto fortemente politiche: si assicurano di fatto il monopolio delle attività produttive e del commercio delle Città, le controllano e ne vendono in esclusiva ogni tipo di merce, sia all'ingrosso che al dettaglio.

Chi non sia membro della Corporazione può vendere i propri prodotti solo all'ingrosso ed è inoltre soggetto ad arbitrarie penalizzazioni e discriminanti restrizioni, come, ad esempio, il versamento di speciali tasse al Signore feudale o alla Città (la Corporazione paga annualmente una tassa per i propri membri, esenti così da qualsiasi ulteriore imposta cittadina o soggetti a tassazione ridotta).

Nel Medioevo le grandi famiglie cittadine derivanti dallo stesso ceppo, mantengono stretti rapporti fra loro formando "Consorzi nobiliari" o "Consorterie", un unione di forze nel bene e nel male, per accrescere il proprio potere su altri concorrenti e difendersi dai loro attacchi.
Ancora oggi è possibile vederne le case, costruite le une vicino alle altre, le Chiese, le torri, comune simbolo sì di ricchezza e di potere, ma co-finanziate soprattutto al fine di procacciarsi un luogo sicuro in cui rifugiarsi ed asserragliarsi in caso di sopravvenuto pericolo, le strade che ne portano ancora il nome.
Soprattutto l'elemento della torre testimonia e sottolinea le finalità bellicose delle "Consorterie", inevitabilmente destinate a trasformarsi in vere e proprie "fazioni" cittadine, partiti decisi ad impadronirsi del potere politico del Comune con ogni mezzo e ad ogni costo.

Le "Arti" italiane

In Italia le cosiddette “Arti” nascono nel XII secolo e si diffondono soprattutto nei Comuni dell’Italia Centrale e Settentrionale, in modo tutto particolare a Firenze.
Quando e come il movimento "corporativo" effettivamente nasca con Confraternite delle Maestranze, si intrecci o si sovrapponga a quello delle Confraternite Religiose è difficile a dirsi, perdendosi in tempi lontanissimi.
C'è però un'interessante testimonianza storica, risalente già agli inizi del XII secolo, di almeno una "Confraternita Professionale", quella dell'"Arte Ferrarese dei Callegari", il mestiere di "chi fabbrica, ripara e vende calzature" (il "calzolaio" del secolo scorso, a noi ben conosciuto da bambini, dal latino caligarius, da caliga, prima "calzatura militare" e poi, più genericamente, "scarpa").
Questo rafforzerebbe appunto l'ipotesi storica che le Corporazioni, se non derivino direttamente, siano almeno fortemente ispirate o contaminate dalle Confraternite Religiose: infatti molte associazioni professionali del pieno Medioevo adottano statuti con caratteristiche di solidarietà comuni a quelle delle Confraternite, come ad esempio l'assistenza al Socio malato, la garanzia di funerali e di sepoltura dignitosi, l'aiuto economico alla vedova e agli orfani del Socio e le Messe di suffragio, molto similmente a quanto accadeva negli antichi collegia romani.

Già nell'XIII secolo esistono nell'Italia Centro-Nord numerose fondazioni ospedaliere corporative - dei sarti, mugnai e mercanti a Piacenza, delle Quattro Arti a Parma, dei mercanti e tavernai a Modena, dei cambiavaluta e mercanti a Perugia - o addirittura una Corporazione può essere affiancata da una parallela e corrispondente Confraternita, la cosiddetta "Scuola", capace di soddisfare ogni esigenza religiosa ed assistenziale degli artigiani.

Nel tardo Medioevo le Arti, diventano più promotrici di politiche assistenziali, sviluppando cioè tale funzione al di fuori della Corporazione, o in Istituzioni già esistenti o appositamente create, in cui sempre più laici affiancano i religiosi: a Firenze ad esempio, la ricca e potente Corporazione "Arte della Lana", forte di oltre 30.000 operai, ben 200 botteghe e 20 fabbriche, contribuisce generosamente alla "Confraternita di Orsanmichele" e l'"Arte di Calimala" fonda l'Ospedale degli Innocenti, gestendo anche la Comunale "Opera di San Giovanni Battista" per le elemosine ai poveri ed altre opere di misericordia.

Le 24 Arti o Corporazioni di Mestiere fiorentine vengono a loro volta suddivise e classificate in:

- le Arti cosiddette "Maggiori",

- le Arti "Minori",

- le Arti del "Popolo di Dio" (la classe più bassa).

Le 7 Arti Maggiori:

- Arte dei Mercatanti o di Calimala [leggi "Mercanti-Banchieri"!]

- Arte di Por Santa Maria e della Seta

- Arte della Lana

- Arte dei Giudici e Notai

- Arte del Cambio

- Arte dei Medici e degli Speziali ["Farmacisti"]

- Arte dei Vaiai ["Pellettieri" della Scuola del Cuoio] e Pellicciai

L'Arte di Calimala è la prima Corporazione di Mestiere a costituirsi a Firenze, da cui deriveranno successivamente tutte le altre, e deve la sua fortuna iniziale principalmente al successo dell'industria del commercio e dei cambi: prima della costituzione della autonoma Arte del Cambio, si dedica quindi quasi esclusivamente ad affari di cambi e bancari, fino a diventare uno dei maggiori creditori finanche di Papi e di Re (nonostante tutti i tentativi di divieto della Chiesa, il prestito ad usura resta una lucrativa realtà alla fine del XIII secolo, arrivando a dare a questa Arci-Arte fiorentina un controllo pressoché monopolistico del mercato internazionale della finanza europea).

In ordine di importanza, le Arti Maggiori, le prime riconosciute in un ruolo istituzionale economico-politico nella Città, danno a Firenze i suoi Priori:

Arte dei Giudici e Notai
Diviene la più prestigiosa, eleggendo tutte le Arti un suo socio a "Proconsolo", massima comune Autorità.

Arte dei Mercatanti
Anche "di Calimala", dalla strada delle sue botteghe, importa panni grezzi dall'estero che poi riesporta dopo la rifinitura (valore aggiunto!).

Arte del Cambio
Prestadenaro ad interessi, che cambiano monete straniere e trasferiscono valute fra gli Stati europei.

Arte della Lana
Diventa la più importante per numero ed economia, lavorando a ciclo completo i panni di lana, dalla materia prima alla vendita del prodotto finito.

Arte della Seta
Anche "di Por[ta] S. Maria", con massimo sviluppo nel 1400, famosa per i suoi broccati d'oro e argento.

Arte dei Medici e Speziali
Degli esercitanti la Medicina e commercianti erbe medicinali, "droghe" e spezie (dei protofarmacisti), può vantare Dante Alighieri tra i suoi soci.

Arte dei Vaiai e Pellicciai
Concia e tratta pelli grezze dal Nord e dall'Oriente, crea la moda con raffinati capi di abbigliamento.

Le 14 Arti Minori:

- Arte dei Beccai

- Arte dei Calzolai

- Arte dei Fabbri

- Arte dei Maestri di Pietre e Legname

- Arte dei Galigai Grossi o dei Cuoiai e Galigai ["Conciatori di pelli"]

- Arte dei Vinattieri

- Arte degli Albergatori

- Arte dei Pizzicagnoli e degli Oliandoli

- Arte dei Corazzai e degli Spadai

- Arte dei Chiavaiuoli e dei Ferraioli

- Arte dei Correggiai, Tavolacciai e Scudai

- Arte dei Linaiuoli e Rigattieri

- Arte dei Legnaiuoli Grossi

- Arte dei Fornai e dei Panettieri

Le 3 Arti del Popolo di Dio:

- Arte dei Farsettai

- Arte dei Tintori

- Arte dei Ciompi o del Popolo Minuto

A differenza delle altre, le Arti del Popolo di Dio nascono dal cosiddetto "Tumulto dei Ciompi", una rivolta di popolo prettamente economico-politica messa in atto nel 1378, in effetti tra le prime di questo carattere in Europa, da parte degli insoddisfatti quanto sfruttati "salariati" addetti alla pettinatura e cardatura della lana, appunto detti "ciompi", reclutati dagli strati inferiori della comunità.

Tra l'altro, la denominazione medievale "arte" rimane ancora ai nostri giorni nella lingua viva, come ad esempio nell'espressione "senza arte né parte", cioè senza una competenza o lavoro socialmente riconosciuti e, quindi, senza alcun peso o influenza politici.

Il declino e la trasformazione delle Corporazioni

Nel XIV secolo, con il declino dei Comuni e l'avvento delle Signorie, queste sono dominate dal "primo capitalismo" dei mercatanti-banchieri, quello caratterizzato da rapida produzione di merci su larga scala, aperta concorrenza tra produttori sui mercati e più ampia distribuzione dei prodotti, ben al di là dei confini cittadini locali.

Contrarie a questi nuovi principi improntati alla dinamicità dei processi, poco o niente adattabili, ma soprattutto incapaci di concorrere con le nuove imprese "capitaliste", sia per quanto riguarda la rapidità di una produzione ormai "di serie" che a livello economico, le Corporazioni come tali si avviano lentamente ad un inevitabile declino, perdendo infine addirittura i propri mercati e, di conseguenza, la loro fino allora così essenziale importanza economica locale: in poche riescono a sopravvivere e, in tal caso, trasformandosi di nuovo in associazioni religiose, con finalità sempre più sociali.
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Ardito
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MessaggioInviato: Dom Lug 04, 2010 3:49 pm    Oggetto:  
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tribvnvs ha scritto:
Ardito ha scritto:
Cosa differenzia le corporazioni delle arti e mestieri medioevali da quelle fasciste?


Li differenziano 500 anni di distanza, e 1500 dai collegia romani.
Tuttavia il principio che è alla basa non è altro che il solco della tradizione economica di questo paese, che appunto nella sua storia ha più volte riprodotto il corporativismo come soluzione a determinati problemi economico-sociali. Ovviamente il corporativismo è la soluzione italiana del XX sec. al problema contemporaneo della "questione sociale" nata in senso moderno con la rivoluzione francese prima e con l'industrializzazione dopo.

Vorrei ricordare anche a te inoltre che il corporativismo è in qualche misura previsto anche dalla costituzione italiana, anche se poi non è stato applicato. Cmq non poterono, dopo l'eredità fascista, fare a meno di inserirlo disattivandolo poi con una mancata applicazione. Cioè la mancata applicazione degli artt. 43 e 46 della costituzione e l'esistenza di un organo corporativo, il CNEL, che così come è adesso è un organo assolutamente inutile salvo per le prebende che ne derivano alle clientele dell'oligarchia ficcate in questo inutile distributore di poltrone.

Già nella Roma antica, persone con comuni funzioni nella società, come ad esempio esercitanti la medesima arte o mestiere, si associano in "corporazioni" o "sindacati" a difesa dei propri diritti ed interessi, ponendosi sotto la protezione di una propria divinità tutelare.

Magistrati e sacerdoti si raggruppano in cosiddetti "collegi", a dire il vero più "uffici statali" che associazioni, delle quali sono invece numerose quelle di mestiere o "sodalizi": medici, maestri, letterati ed attori, scultori e pittori, flautisti, orefici, carpentieri, tessitori, tintori, cuoiai, conciatori, fabbrivasai e ramai, fornai e panettieri, mercanti e venditori, carrettieri, barcaioli e così via.

Tutte queste associazioni, sia civili che religiose, regolate da apposite leggi e sorvegliate da "censori", nominano propri amministratori, hanno finalità di mutuo soccorso (per questo creano una cassa comune attraverso le quote dei soci) ed una propria sede, dove riunirsi in consiglio, specie in periodi pre-elettorali, per decidere a chi dare il proprio voto - espressione di un potere sociale e politico anche di tipo lobbystico.

Le Corporazioni sono inizialmente a carattere fortemente religioso e di mutua assistenza, , dette "Confraternite", sviluppandosi però in seguito come vere e proprie "associazioni di mercanti" con pretese di potere altrettanto fortemente politiche: si assicurano di fatto il monopolio delle attività produttive e del commercio delle Città, le controllano e ne vendono in esclusiva ogni tipo di merce, sia all'ingrosso che al dettaglio.

Chi non sia membro della Corporazione può vendere i propri prodotti solo all'ingrosso ed è inoltre soggetto ad arbitrarie penalizzazioni e discriminanti restrizioni, come, ad esempio, il versamento di speciali tasse al Signore feudale o alla Città (la Corporazione paga annualmente una tassa per i propri membri, esenti così da qualsiasi ulteriore imposta cittadina o soggetti a tassazione ridotta).

Questo rafforzerebbe appunto l'ipotesi storica che le Corporazioni, se non derivino direttamente, siano almeno fortemente ispirate o contaminate dalle Confraternite Religiose: infatti molte associazioni professionali del pieno Medioevo adottano statuti con caratteristiche di solidarietà comuni a quelle delle Confraternite, come ad esempio l'assistenza al Socio malato, la garanzia di funerali e di sepoltura dignitosi, l'aiuto economico alla vedova e agli orfani del Socio e le Messe di suffragio, molto similmente a quanto accadeva negli antichi collegia romani.

Tribvnvs grazie per la spiegazione. Come hai detto le corporazioni medioevali ed anche quelle dell'antica roma esercitavano in molti casi un vera e propria attività lobbystica (pressione), quindi il corporativismo fascista come si posse di fronte a questa "problematica"?
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