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Politica Economica e Sociale - di A.J.Gregor (discussione).
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mar Set 08, 2009 5:58 pm    Oggetto:  Politica Economica e Sociale - di A.J.Gregor (discussione).
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All'inizio dell'estate fu annunciata una sorpresa per gli utenti del covo: inconvenienti di tipo tecnico hanno impedito che tale sorpresa potresse realizzarsi nel mese di Luglio. Così tale sorpresa prende forma solo ora.
Si tratta della traduzione di un saggio del prof. A.J. Gregor riguardo la politica sociale ed economica del fascismo. Egli descrive minuziosamente le caratteristiche originali ed uniche della politica economica e sociale fascista, i suoi fini e la progressiva realizzazione nel corso del ventennio fascista. Il saggio è diviso in due parti: La prima parla della politica economica fascista mentre la seconda è dedicata alla politica sociale del regime. Per il momento vi lascio alla lettura della prima parte: accorrete numerosi perchè questo documento è davvero MOLTO importante. Very Happy


POLITICA ECONOMICA E SOCIALE DEL FASCISMO

( estratto da A. James Gregor, “Italian Fascism and developmental dictatorship”, Princeton University Press 1979, pp. 127 - 162 / 254 – 291 / 354 – 360 / 373 – 378 )

Così come è diventata una prassi negare ogni contenuto ideologico al fascismo, in egual modo si nega l'esistenza di specifici impegni programmatici fascisti in politica economica. Il fascismo, secondo le opinioni tradizionali, giunse al potere senza avere un programma economico immediato o generale. In alternativa si è sostenuto che la politica economica fascista sia stata il risultato della collusione degli interessi dell'industria, della finanza, dei latifondisti ed, in generale, dell'alta borghesia. Oggi i più moderni studi politologici sostengono che questi giudizi sono semplicistci e sostanzialmente falsi. In primo luogo, può essere facilmente dimostrato che il fascismo, prima del suo avvento al potere, promosse un programma specifico indirizzato a risolvere i problemi immediati che affliggevano l'economia nazionale. Oltre a questo il fascismo elaborò un programma economico di lungo termine che fu ben articolato nella letteratura dottrinale del 1921 e del 1922. Inoltre, così come è vero che il programma economico immediato del fascismo (ed anche alcune parte di quello di lungo termine) non era incompatibile con gli interessi di importanti segmenti della elite economica italiana, è altrettanto vero che tale programma fu autonomo e formulato dalle principali menti fasciste ben prima che altre forze politiche decidessero di allearsi con i fascisti. Qualsiasi accomodamento che c'è stato con le elites economiche della penisola fu di tipo contingente e non costituente della politica economica fascista. Come abbiamo visto, dal 1918 i Sindacalisti Nazionali si prepararono a promuovere lo sviluppo economico della penisola sotto la guida di una avanguardia nazionale ispirata da principi nazionalisti. La loro attenzione, come vedremo, sarà rivolta ai problemi di come il lavoro dovrà essere organizzato in queste circostanze. E, come in tutti i movimenti rivoluzionari, le opinioni su come il processo rivoluzionario deve essere portato avanti variano da esponente ad esponente. Tuttavia, una serie di implicazioni, facilmente dedotte dal riconoscimento della situazione di sottosviluppo dell'Italia, lasciarono spazio ad una serie di impegni economici condivisi. I sindacalisti nazionali si opponevano ai progetti del capitalismo internazionale. La Grande Italia che loro avevano previsto emergere dalle difficoltà della Grande Guerra avrebbe dovuto espandere e modernizzare il settore secondario per sopravvivere. Come conseguenza I sindacalisti nazionali si opponevano ad ogni esperimento politico che avrebbe potuto compromettere lo sviluppo del potenziale industriale italiano. Essi rifiutarono, come abbiamo visto, il bolscevismo di Lenin considerato “astorico” nel suo tentativo di inserire, in un contesto inadatto, un socialismo che richiedeva l'esistenza di un sistema capitalista maturo. Interpretarono il collasso dell'economia russa dopo la rivoluzione bolscevica come la conseguenza del mancato assolvimento da parte dei bolscevichi dei loro obblighi storici. Almeno in parte a causa dell'esperienza bolscevica, i sindacalisti nazionali rifiutarono la lotta di classe come elemento della loro strategia rivoluzionaria. Invece essi capirono la loro responsabilità storica di essere coloro che avrebbero promosso, ristrutturato, ampliato e modernizzato il nascente sistema industriale italiano. A tal fine, essi sostenevano un attento coordinamento di tutte le energie delle classi produttive della penisola. L'Italia era rimasta, secondo loro, nella fase borghese dello sviluppo economico e, di conseguenza, aveva necessità del talento, dell'energia e della partecipazione della borghesia: il capitalismo, in effetti, non aveva completato il suo percorso storico. Così come i sindacalisti nazionali erano disposti a riconoscere il potenziale costruttivo del capitalismo industriale italiano, essi erano ugualmente disposti a riconoscere i difetti del proletariato italiano. I sindacalisti nazionali presto capirono che la classe lavoratrice italiana era incapace di controllare, gestire ed espandere il potenziale industriale della nazione. Come abbiamo visto, tutto ciò che essi impararono da Marx e Sorel fu che il proletariato sarebbe stato in grado di gestire un sistema industriale avanzato solo dopo una lunga conoscenza e convivenza con esso. Il sistema industriale avanzato preparava il proletariato alla sua funzione storica. Laddove il sistema industriale non era ancora sviluppato, il proletariato poteva rimanere solo immaturo, privo delle conoscenze tecniche e privo delle abilità necessarie per sovrintendere una economia complessa. Tutto ciò ha avuto grosse implicazioni nella politica economica. Così, mentre il fascismo adottò una serie di posizioni tattiche durante i suoi due primi anni di sviluppo, con il 1921 il movimento mise insieme un programma che prefigurò la politica economica che sarebbe stata messa in atto dal successivo regime. Riconosciuto il fatto che l'Italia era solo all'inizio del suo sviluppo industriale, e che questo sviluppo sarebbe stato di tipo capitalista, il programma fascista del 1921 chiedeva una immediata riforma del sistema fiscale che avrebbe dovuto stimolare il risparmio come fonte d'investimento per l'espansione della base produttiva della nazione. Il programma chiedeva anche la riforma della struttura finanziaria del governo ed una riforma dell'apparato amministrativo dello stato, poiché entrambi hanno contribuito allo spreco dello scarso capitale in un tempo in cui la nazione aveva bisogno di tutte le sue risorse finanziarie per modernizzarsi e per espandersi. Il programma del 1921 chiedeva anche la privatizzazione delle linee telefoniche, telegrafiche e del sistema postale nella convinzione che lo stato, organizzato in questo modo, aveva dimostrato la sua incapacità di amministrare efficacemente tali settori con la conseguenza di sprecare le già scarse risorse a disposizione. Infatti il fascismo prestò molta attenzione agli sprechi di capitale. Le obiezioni dei fascisti al supporto statale delle cooperative, per esempio, si basò sulla convinzione che il capitale impiegato in tali opere avrebbe potuto essere meglio impiegato nella modernizzazione e nello sviluppo degli impianti già esistenti piuttosto che in esperimenti colletivistici. In definitiva, il programma economico immediato del 1921 prevedeva: 1) La creazione di capitali di investimento in circostanze in cui esso scarseggiava e ciò implicava 2) Una riforma delle tasse e della legislazione finanziaria 3) Una riduzione delle spese statali ed un risanamento del bilancio 4) L'espansione e la razionalizzazione delle capacità economiche della nazione. Contemporaneo a questi impegni, vi fu la richiesta di espansione della infrastruttura di trasporto e comunicazione della nazione in via di sviluppo. Così il programma fascista del 1921 supportò lo sviluppo del sistema ferroviario, stradale e marittimo della nazione. Le tariffe di protezione furono varate per proteggere dalla concorrenza straniera le industrie non competitive. Nel tentativo di ridurre gli squilibri commerciali, la promessa di lavori pubblici fu estesa con enfasi nello sviluppo della energia idroelettrica, come sostituto dei combustibili fossili (che scarseggiavano sul suolo italiano) importati dall'estero. Tutto questo doveva essere condotto in un clima di collaborazione tra le classi, il quale avrebbe consentito l'espansione delle strutture scolastiche e la creazione di una nuova moralità pubblica. Così dal 1921, gli italiani avevano tutte le ragioni di credere che il fascismo stesse offrendo un programma economico specifico ed immediato ragionevole per la nazione. Il fascismo prometteva la protezione della proprietà privata fino a quando essa sarebbe stata necessaria per lo sviluppo della nazione. La piccola azienda sarebbe stata garantita fino a quando fosse andata incontro ai bisogni economici della penisola. Le responsabilità fiscali dello stato sarebbero state scaricate, il risparmio accelerato, gli investimenti favoriti, l'inflazione controllata, la disoccupazione ridotta, i lavori pubblici istituiti, la proprietà privata protetta, ed il lavoro organizzato integrato in un programma di sviluppo nazionale. In questo modo, il programma economico fascista era tale da poter attrarre liberali così come sindacalisti nazionali. Gli economisti liberali giudicarono il programma come produttivista mentre i sindacalisti nazionali videro in esso l'espressione di una “nuova italia”, una politica rivoluzionaria che avrebbe portato alla modernizzazione economica ed industriale tanto sostenuta dai sindacalisti nazionali. Sia liberali che sindacalisti nazionali sostenevano da lungo tempo simili richieste. Come abbiamo visto essi identificarono in fretta tali politiche come manchesteriane ed i politici liberisti come Maffeo Pantaleoni supportarono il programma economico fascista perchè considerato liberista ed orientato verso il libero mercato. Ma nonostante queste similitudini con il modello manchesteriano, la politica economica fascista era lontana dall'essere liberale. I fascisti presto edificarono uno Stato corporativo e rivoluzionario che avrebbe sostituito l'inefficiente regime parlamentare. Il nuovo Stato sarebbe intervenuto in maniera estesa nelle relazioni di lavoro; avrebbe istituito una tariffa di protezione. Ancor di più, i fascisti si aspettavano che il loro Stato forte avrebbe provveduto alla modernizzazione ed espansione dell'intera infrastruttura economica della nazione, lo sviluppo dell'energia idroelettrica, del sistema di irrigazione, la redistribuzione delle terre ed il rimboschimento. Lo Stato rivoluzionario intendeva istituire un sistema educativo in grado di creare cittadini capaci di garantire il progresso economico della nazione. Questo Stato avrebbe creato una nuova coscienza nazionale, cosa trascurata dall'agnostico stato liberale. Ciò nonostante, nei primi anni di governo fascista, c'erano diverse ragioni, sia politiche che economiche, che resero i fascisti ben disposti verso le politiche economiche di tipo liberale. Molti degli alleati del fascismo erano liberali per convinzione ed il controllo della penisola da parte di Mussolini era tutt'altro che sicuro tra il 1922 ed il 1925. Alienarsi il supporto dei liberali sarebbe stato sconveniente. Inoltre vi erano buone ragioni per credere che l'economia italiana avesse punti di forza intrinseci e che la creazione di uno stabile ordine politico e l'attuazione di una legislazione favorevole al risparmio ed all'accumulo di capitale, avrebbe stimolato la crescita industriale ed economica. Ma per tutto questo, i fascisti resero evidente la loro intenzione di intervenire ovunque vi fosse una minaccia per il loro programma complessivo. Questo avrebbe dovuto essere evidente a chiunque. Come è già stato detto, con l'inizio del 1922, Sergio Panunzio pubblico il suo “Lo Stato di Diritto” nel quale egli concepì, come ideologo fascista , lo Stato totalitario, uno stato avente funzioni etico -pedagogiche ed obbligato a tutelare gli interessi collettivi delle generazioni future. Un simile tipo di stato difficilmente può essere uno stato individualista tanto caro ai liberali. Infatti la concezione di Panunzio dello Stato totalitario è il fondamento logico dello Stato dirigista ed interventista. Le intenzioni dei fascisti erano implicite in gran parte della propaganda già durante i primi anni di governo. Quando Panunzio parlò del liberalismo insito nel fascismo, si riferiva ad un tipo particolare di liberalismo. Egli parlò più di un liberalismo di gruppi che di un liberalismo di persone, si tratta di una società composta da individui e gruppi disciplinati ed organizzati sotto l'egida di una nuovo Stato rivoluzionario. In retrospettiva il liberalismo di Panunzio del 1922 appare avere tutte le caratteristiche descrittive del totalitarismo del 1935. Panunzio elaborò queste idee mentre era il principale portavoce del fascismo ferrarese e Ferrara fu uno dei due principali centri di irradiazione del fascismo nella sua fase di mobilitazione delle masse. In effetti Panunzio fu una voce autorevole ed era chiaro che egli concepiva il fascismo nel suo complesso come diverso dal suo programma politico immediato e lontano dall'essere liberale. Inoltre le opinioni di Panunzio rispecchiavano quelle degli altri fascisti tanto che furono inserite nei documenti ufficiali di partito. Nel 1921, il fascismo aveva un programma economico relativamente preciso che guidava le sue scelte immediate. Con il consolidarsi del potere fascista, questo programma economico divenne sempre più preciso e con la fine del 1922 il programma economico immediato del fascismo fu completamente definito. C'era ben poco di non ortodosso in questo programma. Al di là della facciata convenzionale, c'erano tutte le implicazioni di un programma economico di lungo termine più portentoso.
I confini di queste politiche erano ben espresse nelle opere di Alfredo Rocco, che giunse al fascismo come uno dei principali teorici del nazionalismo italiano.

ALFREDO ROCCO, IL NAZIONALISMO E LA POLITICA ECONOMICA DEL FASCISMO.

I sindacalisti nazionali, che hanno articolato gli impegni ideologici del fascismo hanno, come già visto, promosso una politica di sviluppo della nazione. Con la fine della Grande Guerra, essi si sono qualificati come produttivisti, sostenendo la rapida industrializzazione della penisola. Con il 1918, essi riconobbero che la lotta di classe internazionale contro le nazioni plutocratiche richiedeva che l'Italia risolvesse i problemi di ritardo economico, sovrappopolamento e stabilità politica, intraprendendo l'arduo processo di sviluppo economico e modernizzazione. Fu in questo contesto che i lavori di Alfredo Rocco cominciarono ad avere un significato sempre maggiore per i fascisti. I sindacalisti nazionali svilupparono un programma per l'organizzazione sindacale e corporativa delle attività economiche della penisola ma i loro impegni programmatici rimasero sempre generici ed imprecisi. Dall'altra parte, attorno al 1914, I nazionalisti italiani avevano preparato un programma economico di ampio respiro per la penisola. Ed in quel periodo era Alfredo Rocco il principale portavoce dei nazionalisti. Alfredo Rocco nacque a Napoli il 9 settembre del 1875, arrivò al nazionalismo italiano dopo un rigoroso percorso accademico. In gioventù egli si schierò a sinistra con socialisti e radicali ma quando rientrò nella scena politica nel 1913, egli sviluppò un programma politico nettamente antisocialista ed antiliberale. In coerenza con questi progetti, Rocco si oppose sia al socialismo ortodosso che al liberalismo, accusando entrambi di ostacolare lo sviluppo economico della nazione. Egli sostenne che entrambi, basati com'era rispettivamente sull’ edonismo e sul individualismo, favorivano il consumo e la dissipazione delle energie piuttosto che stimolare lo sviluppo. Come i sindacalisti nazionali, di cui presto diventerà un simpatizzante, Rocco sosteneva che l'Italia fosse arretrata economicamente costretta a competere con nazioni più potenti per risorse, capitali, mercati e spazio. Il Liberalismo, fallendo nel capire le difficoltà della penisola, avrebbe ridotto l'Italia a diventare uno stato satellite mentre il socialismo ortodosso, a causa delle sue preoccupazioni di una distribuzione ugualitaria, avrebbe dissipato il capitale in iniziative demagogiche. L'unica speranza per l'Italia, diceva Rocco, era un rapido programma di sviluppo economico ed industriale, di razionalizzazione della produzione e di espansione industriale sotto l'egida di uno Stato forte. Per concretizzare questi fini, Rocco promosse un programma di accumulo del capitale per compensare la scarsità di capitale che aveva caratterizzato il decollo economico della penisola una generazione prima. Egli insistette a favore di una politica di supporto statale dell'innovazione tecnologica e l'organizzazione del sostegno dei cittadini in un programma politico identificato col nome di “sindacalismo nazionale”. Con il passare del tempo, egli elaborò meglio questi concetti. Egli rifiutò il liberalismo economico tradizionale ed il socialismo poiché quest'ultimo avrebbe semplicemente redistribuito le scarse risorse sociali presenti. Rocco descrisse l'Italia come un paese popolato da capitalisti fai da te, artigiani, intellettuali, impiegati, lavoratori ognuno dei quali mirava al vantaggio immediato senza avere alcuna visione di sviluppo collettivo. Egli insistette sul fatto che tali gruppi di interesse avrebbero solo generato tensioni centrifughe in una nazione già in difficoltà a causa della competizione con paesi più potenti. Come conseguenza, egli proponeva la creazione di uno stato forte capace di articolare una politica di sviluppo nazionale che avrebbe coordinato gli interessi particolari e regionali in una visione collettivista che avrebbe garantito l'espansione economica e la razionalizzazione. Egli credeva che il traguardo ultimo dovesse essere una sorta di autosufficienza economica della penisola, una capacità di usare le risorse della nazione per supportare la crescita di popolazione, necessaria per la difesa collettiva, ed incontrare i bisogni di una moderna nazione industriale. Per raggiungere questi traguardi, l'Italia, che era giunta tardi alla prima fase della industrializzazione, afflitta come era dalla mancanza di capitale e di risorse, caratterizzata da una densità di popolazione senza pari in Europa, richiedeva disciplina, sacrificio, un attenta politica di calcolo, ed una rigorosa politica economica di stimolazione. Nel 1919 il comitato centrale del Movimento Nazionalista Italiano pubblicò un programma politico scritto da Rocco in cui tutti questi argomenti furono trattati. I precisi progetti economici del suo piano riguardavano la riforma delle finanze e quella fiscale, che avrebbero stimolato l'accumulazione di capitale necessaria per l'immediata espansione della industria nazionale. C'era anche la richiesta di diminuire l'intervento dello Stato in economia. Nella sua replica alle domande poste, Rocco spiegò che la richiesta di diminuire l'intervento statale in economia non era basata su una opposizione all'interventismo statale ma era la conseguenza dell'inettitudine dimostrata dal sistema parlamentare allora vigente. Solo uno Stato corporativo o nazionalsindacalista, organizzando i molteplici gruppi d'interesse che costituivano gli organi funzionali e produttivi della nazione avrebbe potuto intervenire in maniera efficace nell'economia della nazione. Fino a quando tale Stato fosse rimasto soltanto un desiderio, lo Stato parlamentare avrebbe dovuto essere ridotto soltanto alle minime funzioni necessarie per la sopravvivenza della comunità nazionale. Il programma dei nazionalisti del 1919, come quello del fascismo, proponeva una riforma della burocrazia statale nell'ottica di ridurre le spese e l'inefficienza. Esso proponeva la riforma fiscale mirante al pareggio del bilancio, una riforma delle tasse che avrebbe creato una adeguata base finanziaria per le attività dello Stato e stimolato il risparmio che avrebbe potuto essere impiegato come capitale d'investimento. Il programma proponeva una espansione della marina mercantile, l'accrescimento dello sviluppo tecnico in agricoltura, ed una espansione degli impianti industriali con l'istituzione di una tassa di protezione se necessario. Per ridurre l'importazione di combustibili fossili, Rocco, come i fascisti, richiedeva la rapida espansione degli impianti idroelettrici e la conseguente elettrificazione della rete ferroviaria italiana ed un più efficiente sistema stradale. Il motivo centrale rimaneva comunque l'urgente necessità di accrescere il potenziale produttivo della comunità nazionale, che non avrebbe richiesto soltanto la mobilitazione delle energie collettive ma la massiccia accumulazione di capitali di investimento. L'urgenza che circondava la richiesta di formazione di capitale trovò regolare espressione nelle richieste di Rocco secondo cui il sistema fiscale italiano doveva essere riorganizzato per favorire l'accumulo di capitale. Dunque il primo problema che l'Italia avrebbe dovuto affrontare se avesse voluto diventare una grande potenza industriale era quello di accumulare capitali. In sostanza il programma economico dei nazionalisti conteneva la politica economica proposta dai fascisti nel 1921, due anni prima della fusione dei due movimenti. Entrambi i movimenti avevano cominciato il loro processo di avvicinamento ideologico. Ma più di questo, il programma economico di Rocco per la nazione formulava esplicitamente una serie di traguardi di lungo termine che erano presenti, ma spesso solo in forma implicita, nella letteratura fascista, o apparsi in forma frammentaria. Il programma economico di lungo termine nelle prime pubblicazioni di Rocco prevedeva parecchie fasi di sviluppo per la nazione: la prima fase comportava una intensa accumulazione di capitale e di investimenti, lo sviluppo di entrambe le infrastrutture economiche di base e lo sviluppo dell'industria pesante necessaria per una rapida industrializzazione. La fase successiva avrebbe comportato lo sviluppo dell'autosufficienza nazionale almeno per quei settori necessari per l'indipendenza politica e la difesa della nazione. La fase finale comportava l'espansione territoriale e dei mercati basata sull’antecedente crescita industriale e modernizzazione economica, che avrebbe permesso all'Italia l'autosufficienza economica prerequisito indispensabile per l'assunzione delle responsabilità di una grande potenza. Nel 1921 Rocco si focalizzò sui problemi immediati che affliggevano l'economia italiana. Le sue proposte economiche diventarono sempre più specifiche e erano pienamente compatibili con i progetti dei fascisti. Per esempio, Rocco, come i fascisti, si oppose alla domanda che le società per azioni venissero con il nome dei singoli azionisti poiché tale legislazione, data la minaccia reale di una tassazione punitiva, avrebbe creato una fuga di capitali e ridotto la disposizione tra questi con i fondi ad investire nell'industria italiana. Per lo stesso motivo, sia Rocco che i fascisti, si opposero ad una pesante tassa sulla proprietà e sull'eredità. Rocco, così come i sindacalisti nazionali, si oppose alla sopratassa sui profitti di guerra, ritenuta demagogica nei caratteri, priva di specificità, e dannosa ai fini della accumulazione di capitale in un periodo in cui gli investimenti di capitali erano critici per l'industria italiana e per l'economia futura. Come abbiamo visto, al tempo della sua ascesa al potere, il fascismo aveva un programma economico immediato che distingueva il movimento da tutti i suoi rivali nella penisola. Si trattava di un programma che aveva parecchie affinità con quello di Alfredo Rocco. Questo programma rappresentava la prima fase di un programma di sviluppo complessivo e, mentre aveva dei tratti che lo rendevano attraente per i liberali, non era un programma economico liberale. Non solo si basava su una visione esplicitamente interventista e dirigista, ma era anche finalizzato, in ultima analisi, ad un antiliberale programma di autosufficienza nazionale. Gli obiettivi dei fascisti erano, infatti, obiettivi non liberali. Quando i sindacalisti nazionali identificarono la nazione come il principale soggetto della modernità, essi si impegnarono a perseguire politiche non liberali finalizzate a far progredire l'Italia al rango di una nazione moderna, industrializzata, una politica che comportava, in ultima analisi, la creazione di una comunità autarchica supportata da adeguate risorse e territori che avrebbero permesso all'Italia di diventare una grande potenza. Mentre i liberali sostenevano un mercato mondiale interdipendente, caratterizzato da una divisione internazionale del lavoro, i fascisti sostenevano una visione del mondo caratterizzata dalla lotta di classe internazionale, nella quale le nazioni plutocratiche si opponevano alle aspirazioni delle nazioni proletarie. L'ispirazione per questo non era Adam Smith ma Frederich List. Come List, Rocco ed i fascisti, sostenevano che tanto più la nazione sarebbe dipesa dalle importazioni di materie prima, in particolare combustibili fossili, ed acciaio per sostenere le sue attività industriali e per supportare il fabbisogno alimentare della popolazione, tanto più le azioni politiche sarebbero state condizionate dalle nazioni plutocratiche, desiderose di mantenere lo status quo. Solo con la creazione di un moderno settore industriale, ed un efficiente settore primario, l'Italia avrebbe potuto aspirare a conquistare i mercati internazionali, mettere al sicuro le materie prime necessarie, ed avere accesso ai territori necessari per posizionare la popolazione in eccesso. Sia i sindacalisti nazionali che i nazionalisti di Rocco concepivano la nazione come la più importante comunità sociale del mondo moderno e, di conseguenza, entrambi inquadravano i problemi economici in termini di singola nazione. La nazione veniva intesa come il fondamento dell'identità personale di ogni uomo così come il principale agente del mondo moderno. Ed era lo spazio economico, la disponibilità di risorse, la capacità di sostegno, che avrebbe determinato quanto lontano e con quali effetti tale sviluppo sarebbe proceduto. I primi teorici del fascismo riconobbero che le potenze continentali, come Stati Uniti, Russia e Cina, possedevano tutti vantaggi territoriali e di risorse, possedevano tutti i requisiti per la sopravvivenza futura ed il dominio internazionale. Nazioni come la Gran Bretagna, la Francia ed il Giappone si conquistarono simili vantaggi ed avrebbero esercitato il dominio internazionale soltanto espandendosi verso i territori e le risorse ancora disponibili. L'Italia, con poche risorse ed una popolazione crescente ma limitata in termini di spazio, era particolarmente svantaggiata. Senza una rapida industrializzazione e la conseguente espansione commerciale e territoriale, l'Italia avrebbe dovuto rassegnarsi alla dipendenza politica ed economica nei confronti delle nazioni più potenti. Mentre tutti questi argomenti venivano esposti negli scritti di Alfredo Rocco, essi erano presenti in maniera implicita o esplicita nella ideologia fascista già dalla fondazione dei Fasci di Combattimento a Piazza San Sepolcro e nel pensiero dei sindacalisti nazionali già dai tempi della guerra in Libia. Questi stessi temi avevano animato gli interventisti nella loro difesa della vittoria alla fine della Grande Guerra. Anche se, a dispetto di queste similitudine, un numero considerevole di nazionalisti hanno continuato a mantenere delle riserve, uomini come Rocco hanno riconosciuto che con l'inizio del 1922 c'era veramente poco che differenziava il programma economico di lungo termine del nazionalismo da quello del fascismo. Gli impegni dei fascisti riguardo la produzione, il loro appello alla rapida modernizzazione e industrializzazione della nazione, erano chiaramente compatibili con gli obiettivi economici dei nazionalisti. Già nel 1918, prima della fondazione formale dei Fasci di Combattimento, i nazionalisti riconobbero che l'appello del fascismo nazionalsindacalista per lo sviluppo industriale era pienamente compatibile con il programma proposto da Rocco del 1914. Con l'abbandono della richiesta tattica dei fascisti di una tassa straordinaria sui profitti di guerra, che i nazionalisti consideravano inutile e demagogica restrizione di capitale, le politiche economiche dei nazionalisti diventarono sempre più simili a quelle dei fascisti. Nel dicembre del 1922, meno di due mesi dalla marcia su Roma, Rocco poteva sostenere che il fascismo era giunto al potere con un programma economico specifico sia nel breve che nel lungo periodo. Sotto gli auspici di un governo di coalizione, che ha caratterizzato i primi anni di potere di Mussolini, fu emanata quella legislazione che determinerà l'avvio della prima fase del programma economico fascista.

POLITICA ECONOMICA DAL 1922 ALLA GRANDE DEPRESSIONE

In retrospettiva, è chiaro che la politica economica fascista era basata sulla convinzione che una rivoluzione improvvisa e violenta non fosse necessaria per completare la prima fase della modernizzazione economica e lo sviluppo della penisola. L'Italia aveva cominciato il suo decollo industriale durante l'era giolittiana prima della Grande Guerra. Le difficoltà post-belliche hanno impedito il processo irregolare ma ambizioso lanciato qualche decennio prima. La rapida industrializzazione che si verificò durante la guerra, che così tanto impressionò il giovane Mussolini, fu ostruita da politiche fallimentari e non da costrizioni economiche o istituzionali. I fascisti erano convinti che l'industrializzazione immediata dell'Italia e la modernizzazione economica non richiedessero radicali interventi chirurgici ma l'applicazione di cure omeopatiche: la creazione di clima ottimale per gli investimenti, la restaurazione di un ordine politico stabile, la creazione di una forza lavoro disciplinata e la creazione di una leadership manageriale tecnicamente efficiente ed intraprendente. I fascisti concepivano le loro politiche come alternative agli errori commessi dal bolscevismo leninista e come più appropriate per i problemi di sviluppo immediato e modernizzazione. I loro traguardi erano chiaramente di modernizzazione industriale e sviluppo economico piuttosto che utopici propositi di uguaglianza universale e liberazione umana. Essi si attivarono per imporre la pace industriale, ridurre le perdite di ore di lavoro come conseguenza di scioperi e serrate, restaurare l'efficienza dei servizi pubblici, rinnovare la fiducia nel sistema economico nazionale, provvedere ad un maggior accumulo di capitali d'investimento, istituire un sistema burocratico moderno e razionalizzato, mantenere ed espandere gli impianti produttivi, di comunicazione e potenziare l'agricoltura. Mentre la smobilitazione che seguì la guerra creò gravi problemi all'economia italiana, la risoluzione di alcuni problemi economici internazionali assistette gli forzi riabilitativi e di sviluppo del fascismo. Infatti divenne presto chiaro che le affermazioni dei fascisti erano corrette. L'economia italiana richiedeva una cura omeopatica piuttosto che un radicale intervento chirurgico. I problemi immediati del dopoguerra italiano ruotavano attorno agli sprechi di tempo di lavoro, alla necessità di nuovo capitale d'investimento, la legge fiscale, il fallimento di alcune delle principali industrie ed istituti bancari della penisola e la crisi agricola. Il problema più urgente, a detta di quasi tutti i commentatori del periodo, era quello relativo alle finanze dello Stato ed il sistema fiscale ad esso collegato. Una settimana prima della marcia su Roma, Giolitti insistette sul fatto che le difficoltà finanziarie dello Stato, un deficit di 6 miliardi di Lire aggravato da una crisi da un interesse annuale di pagamento di 400 milioni di Lire, costituiva il più grosso pericolo per l'economia della penisola. Quasi subito dopo la marcia su Roma, Mussolini nominò Alberto De' Stefani come ministro delle finanze. De Stefani, dotato di poteri straordinari per mezzo di decreto, procedette nella sistemazione del sistema fiscale nazionale, abolendo la tassa straordinaria sui profitti e sulle proprietà di guerra, e rescindendo l'obbligo di registrazione delle società per azioni nel nome del proprietario, tutto in uno sforzo per stimolare i risparmi e la capacità d'investimento. De Stefani ridusse anche le spese statali e fece quadrare il bilancio. Egli introdusse delle riforme nella burocrazia nazionale riducendo il numero dei dipendenti statali ed i costi della amministrazione. Quasi nello stesso momento, il governo fascista restituì il sistema telefonico nelle mani dei privati ed aprì il settore assicurativo ai capitali privati, abolendo il monopolio statale in vigore dal 1912. La Ansaldo, una delle più grosse industrie meccaniche, ed il Banco di Roma, una delle istituzioni finanziarie più importanti della nazione, furono salvate dalla liquidazione grazie all'intervento del governo. Nel 1923 fu istituita per decreto legge una agenzia parastatale che avrebbe fornito all'industria capitali a basso tasso d'interesse. Tutto questo, come già detto, era stato prefigurato nella politica economica fascista prima della marcia su Roma. Si trattava di un coerente e relativamente ben integrato programma di responsabilità fiscale, di accumulo di capitale, e di sviluppo economico ed industriale. Ciò che produsse fu la sistemazione del bilancio già nel 1925, un tasso di risparmio e di accumulazione di capitale insuperato fino al miracolo economico italiano degli anni cinquanta ed un tasso di crescita industriale che duplicò il tasso i produzione della penisola nel 1929. Il tasso di produzione di ferro ed acciaio fu duplicato dal 1922 al 1926, la produzione di energia elettrica raddoppiò dal 1922 al 1929, il tonnellaggio della marina mercantile italiana aumento da 835 tonnellate nel 1920 a 1877 tonnellate nel 1926. Nel 1922 la produzione industriale italiana era del 81% mentre nel 1929 era del 142%rispetto a quella del 1913. L'Italia sostenne un ritmo di crescita superiore a quello di ogni altra potenza europea. Nel 1929 l'indice di produzione totale della Francia era attorno a 139 (100=1913), mentre l'indice della Germania, nello stesso anno, languiva a 111 e la produttività del Regno Unito fallì di raggiungere i livelli del 1913. Questi furono gli anni che videro l'introduzione del fordismo, l'accelerazione e la razionalizzazione della produzione per uomo-ora, negli impianti industriali italiani. Nel 1929 l'indice di produzione uomo-ora dell'Italia fascista (a 100 nel 1913) era di 143.7, superando quello di ogni altro competitore europeo. In quell'anno lo stesso indice della Germania era a 113.2 e quello della Gran Bretagna a 140.3. Soltanto l'indice della industria francese superava quello italiano poiché si trovava a 154.6. Questo fu evidente per quasi tutti gli esperti. Anche gli osservatori più scettici dovettero ammettere che l'Italia stava conoscendo un periodo di sviluppo industriale estensivo ed intensivo e di modernizzazione. Franz Borkenau, scrivendo nel 1933, poteva sostenere che il fascismo aveva realizzato la sua funzione storica. Aveva moltiplicato la produzione industriale della nazione. L'elettrificazione si era estesa risolvendo, in parte, alcuni deficit della penisola riguardo la mancanza di materie prime. L'industria automobilistica si era sviluppata a livello internazionale. Le perdite di tempo del passato e la pervasiva mancanza di puntualità erano state superate. Il sistema bancario era stato centralizzato, e l'indipendenza delle istituzioni bancarie nel sud era stato interrotto. L'agricoltura era stata modernizzata. L'accumulazione di capitale era stata accelerata e garantita. Per Borkenau, la funzione storica del fascismo fu quella di sviluppare il potenziale economico della sottosviluppata penisola italiana. Era infatti chiaro che nel periodo che va dal 1922 alla Grande Depressione, l'Italia aveva raggiunto un tasso di crescita industriale e sviluppo economico raggiunto solo una volta nel corso della sua storia e mai superato fino agli anni 50. Al tempo della Depressione, d'altro canto, l'Italia aveva appena cominciato ad affrontare delle difficoltà. Un cattivo bilancio commerciale, aggravato dalle grandi importazioni di grano e carbone cominciò a creare problemi strutturali in tutta l'economia italiana. Il disavanzo commerciale nel 1926 era di 1 miliardo e 3 milioni di Lire più grande rispetto al deficit del 1922. La conseguenza fu una rapida caduta del tasso di cambio della Lira. Tra il gennaio ed il giugno del 1925, la Lira cadde da un tasso di cambio di 117.50 ad uno di 144.92 Lire per una sterlina. Nell'estate del 1926 il tasso di cambio cadde ulteriormente a 153.68Lire per una Sterlina. Di fronte alla situazione internazionale, il governo fascista rafforzò il controllo legislativo attorno alle istituzioni della penisola. La centralizzazione degli istituti bancari, a cui Borkenau alludeva, cominciò nel 1926. Con la caduta del 1926, il governo istituì il “Istituto di Emissione” che diventò l'agenzia centrale per l'emissione di moneta nazionale. Sebbene il pieno controllo ci fu soltanto con la legislazione del 1936, i primi sostanziali interventi nella direzione dell'interventismo statale furono mossi durante questo periodo. Ci furono due importanti ed immediate conseguenze causate dalla crisi internazionale dei cambi del 1925. La prima comportò la decisione da parte del governo fascista di intraprendere la “Battaglia del Grano”, che avrebbe reso l'Italia autosufficiente dalle importazioni straniere di grano; la secondo fu la stabilizzazione della Lira ad un tasso di scambio di circa 90 Lire per una sterlina. Durante gli anni immediatamente precedenti alla loro presa del potere, i fascisti hanno regolarmente fatto riferimento alla dipendenza italiana dalle importazioni di grano straniere come punto critico delle capacità di scambio internazionali della nazione. Mentre poco poteva essere fatto per espandere i combustibili fossili e le risorse di metallo della nazione, fu sostenuto, le abilità della nazione per quanto riguarda l'alimentazione avrebbero dovuto essere innalzate attraverso profonde innovazioni tecnologiche e scientifiche nel settore primario. Già nel 1923 il governo fascista introdusse tariffe per aumentare la produzione di grano in tutte le province della penisola. Ma nel giugno del 1925, quando il disavanzo dell'Italia divenne sempre più oneroso, Mussolini annunciò l'inizio di un sistematico programma per incrementare la produzione di grano e cereali nella penisola. Nel 1925 l'Italia aveva importato 22,5 quintali di grano al costo di 4 miliardi di Lire, circa la metà del disavanzo commerciale esistente. L'intenzione del governo fascista era quella di ridurre la dipendenza dell'Italia dalle importazioni di grano straniero, il primo sforzo per attuare il traguardo fascista di rendere la nazione il più autosufficiente possibile. Con l'inizio del 1926, l'intera macchina della propaganda dello stato fascista promosse l'aumento della produttività dell'agricoltura. Contemporaneamente, un vasto programma di modernizzazione fu introdotto. Le “Cattedre ambulanti d'agricoltura”, squadre agrobiologiche viaggianti, furono mandate in tutta la nazione per introdurre le più moderne tecniche di coltivazione del settore primario. Nel 1928, un vasto programma di redistribuzione e potenziamento delle terre fu introdotto, in ultima analisi vennero impiegate più di tre volte delle risorse spese da tutti i precedenti governi dalla unità d'Italia in poi. Il programma di redistribuzione delle terre e di modernizzazione tecnologica dell'agricoltura vanno ricordate tra gli sforzi più riusciti del regime. Anche i commentatori postbellici che nulla avevano da spartire con il regime fascista, trovarono del merito nel programma sia in termini tecnici che in termini di significato sociale. La produzione del grano per ettaro fu incrementata da 10.5 quintali, che era la produzione media dei cinque anni antecedenti alla Grande Guerra, ai 13.9 quintali del 1931, per raggiungere i 15.2 quintali nel 1932. Indipendentemente dal fatto che il programma avesse avvantaggiato più i grandi proprietari rispetto ai piccoli, ed al di la del fatto che i costi complessivi furono più alti e che ciò mise in difficoltà i prodotti agricoli da esportazione, nel 1935 l'Italia non era più costretta a spendere più del 15% del suo avanzo commerciale per le importazioni di grano e cereali. Allo stesso tempo della “Battaglia del Grano”, Mussolini decise di stabilizzare il tasso di scambio della Lira sui mercati internazionali alla quota di 90 Lire per una sterlina, un tasso che richiedeva la svalutazione della Lira nel mercato internazionale. I motivi della scelta di questo particolare tasso di scambio furono vari. A suo tempo i fascisti sostennero le seguenti ragioni: 1) La difesa dei risparmi e dei capitali d'investimento; 2) La protezioni di coloro che vivevano sul reddito fisso e pensioni; 3) La necessità di mantenere una moneta forte; 4) La riduzione delle importazioni ai livelli strettamente necessari per sostenere il programma di sviluppo. La stabilizzazione della Lira a “Quota Novanta” era sostenuta con insistenza da Mussolini contro le enfatiche obiezioni dei rappresentanti delle elites economiche ed industriali italiane. Le ragioni disponibili più convincenti indicarono che Mussolini insistette nella stabilizzazione della Lira a quella quota per ragioni politiche contro le resistenze della intera leadership finanziaria ed industriale italiana. Infatti, com'era prevedibile, tale stabilizzazione richiedeva sacrifici enormi. Mentre sembra ragionevolmente chiaro, da un punto di vista tradizionale ed ortodosso, che la decisione di Mussolini di portare la Lira a “Quota Novanta” era di dubbio valore economico, sembra altrettanto ovvio che il governo fascista aveva investito una parte consistente della sua immagine nella “Forza della Lira come simbolo della ricchezza della nazione”. Ma più importante di questo, la “Battaglia della Lira” sembra aver dato a Mussolini l'occasione per estendere il potere fascista attorno all'economia italiana. In retrospettiva, sembra che Mussolini abbia cominciato a prepararsi per questa eventualità già nel 1925. Nell'ottobre di quell'anno egli enunciò la formula che avrebbe costituito il cuore del totalitarismo fascista: “ Tutto nello Stato, tutto per lo Stato e nulla al di fuori dello Stato”. Dopo la risoluzione della crisi politica suscitata dall'uccisione di Matteotti nel 1924, Mussolini aveva cominciato ad estendere il suo controllo attorno alla penisola. Nel gennaio del 1925, egli annunciò l'intenzione di fascistizzare lo Stato. Attorno al periodo cominciato nel 1925, il fratello di Mussolini, Arnaldo, in autorevoli articoli su “Il Popolo d'Italia”, indicò che il fascismo, dopo la sua vittoria politica, era pronto a dirigere i settori chiave dell’economia. In questo tempo Mussolini stesso condusse il processo attraverso il quale fu condotta la battaglia dei fascisti per addomesticare le elites economiche esistenti. Con il 1926 Mussolini diede ogni indicazione che si stava preparando ad estendere il suo controllo attorno a tutta l'economia della penisola. In effetti la prima fase della politica economica fascista era conclusa. Il fascismo si stava preparando ad affrontare la seconda fase: la costruzione di una economia isolata, una economia capace di sostenere la nazione di fonte agli inganni delle potenze plutocratiche. Sembra ragionevolmente chiaro che Mussolini si stava preparando ad estendere il suo potere sulle attività dei suoi alleati non fascisti. La questione del valore internazionale della Lira diede al fascismo il pretesto per stabilire la sua autorità di fronte alla passività delle tradizionali elites economiche. Sembra che la politica di radicale deflazione monetaria fosse calcolata per portare l'Italia fuori dai mercati internazionali in concomitanza con l'aumento dei controlli dello Stato. Quasi immediatamente, a causa dei relativamente alti costi del lavoro generati dalla deflazione della moneta nazionale, le esportazioni italiane diventarono troppo costose per essere competitive sui mercati internazionali. Le esportazioni diminuirono del 16%. Allo stesso tempo, a causa degli accresciuti controlli sulle importazioni inaugurati per proteggere le riserve italiane, le importazioni diminuirono del 21%. Un elaborato sistema di tariffe di protezione fu eretto attorno alle industrie nazionali. Con queste protezioni, i principali settori dell'economia nazionale (chimico, tessile, metallurgico e meccanico) cominciarono ad espandersi e modernizzarsi proprio quando l'economia aveva cominciato a stabilizzarsi di nuovo dopo le difficoltà dovute alla svalutazione. Le industrie che producevano per l'esportazione furono costrette a cambiare la loro produzione. Nel 1929 l'industria italiana aveva cominciato a superare le difficoltà poste dalle nuove politiche economiche. L'EINOS (Ente Nazionale Italiano per l'Organizzazione Scientifica del Lavoro) introdusse il taylorismo negli impianti industriali italiani. L'Ente Nazionale per l'Unificazione dell'Industria fu incaricato di riorganizzare l'industria italiana in conformità alle esigenze della produzione standardizzata su larga scale. Fu istituito l'Istituto per il Credito Navale al fine di sovvenzionare e riorganizzare il settore navale e della marina mercantile. Prima della depressione del 1929, i fascisti avevano già cominciato a mettere insieme i primi strumenti di controllo economico. L'Italia aveva cominciato a ritirarsi dal mercato internazionale ed i fascisti avevano esteso il loro controllo nel mercato interno al fine di creare un sistema autarchico. Il discorso di Mussolini nel 1926 a Pesaro, stabilizzando la Lira a “quota novanta”, era un segnale che la prima fase del programma economico fascista di lungo respiro era giunto alla conclusione. Usando il pretesto del deterioramento del valore internazionale della Lira, Mussolini si preparò a lanciare l'Italia nella seconda fase del programma di sviluppo fascista. Quel programma prevedeva di innalzare le capacità difensive, offensive e di autosufficienza della nazione in funzione dell'espansione nei confronti delle potenze plutocratiche, cosa questa che avrebbe significato lo sviluppo autarchico delle industrie chiave della penisola: il settore idroelettrico, meccanico, metallurgico, chimico, navale, così come l'espansione delle infrastrutture di telecomunicazioni e dei trasporti. Tutto ciò unito alla modernizzazione dell'agricoltura al fine di raggiungere l'autosufficienza alimentare, avrebbe permesso all'Italia di raggiungere quella indipendenza politica alla quale i fascisti miravano. Tutto questo era implicito già con la fusione del nazionalismo e del sindacalismo nazionale. Quando il sindacalismo nazionale identificò se stesso con le aspirazioni di sviluppo nazionale, il programma economico dei nazionalisti divenne anche il programma dei sindacalisti nazionali. Come conseguenza, il fascismo mobilitò la nazione attorno ad un programma di sviluppo che avrebbe richiesto la difesa e la crescita delle industrie chiave ed avrebbe previsto il raggiungimento di quel livello minimo di autosufficienza necessario ad una “grande potenza” del XX° secolo. Con la fine del 1926, l'industria chimica, metallurgica, meccanica e navale così come la produzione di energia idroelettrica, erano state significativamente ingrandite e modernizzate. Le reti comunicative della penisola erano state espanse ed, in larga parte, elettrificate. L'Italia fascista aveva duplicato la sua capacità industriale. Fu dopo questo che l'Italia fascista intendeva prepararsi per la creazione di una moderna base industriale che avrebbe potuto supportare la politica estera di una grande potenza. Tale economia avrebbe dovuto essere autosufficiente nei limiti permessi dalla penisola. Era abbondantemente chiaro per i teorici fascisti già dal 1922 che se l'Italia avesse voluto diventare una grande potenza, avrebbe dovuto assicurarsi l'accesso alle risorse necessarie per soddisfare le domande di una moderna economia ed uno spazio economico sufficiente per supportare la crescente popolazione. Questo tipo di programma avrebbe richiesto parecchio tempo, astuzia diplomatica, ed una quasi illimitata libertà d'azione. Così Mussolinì utilizzò la questione della crisi della Lira per varare la nuova fase del programma di sviluppo fascista, aumentando i controlli attorno all'economia della penisola. Fu durante la “battaglia per la Lira” che i limiti dello Stato autarchico, prefigurati nel programma fascista del 1922, cominciarono ad apparire. Tra gli alleati conservatori del fascismo della comunità economica ed industriale, c'era poco entusiasmo per questo programma. La comunità economica aveva scelto di credere che Mussolini ed i fascisti fossero disposti a riportare l'ordine ed a normalizzare l'Italia postbellica. Tuttavia il fascismo non fu mai intenzionato a comportarsi come un movimento conservatore. Il fascismo cercò di creare una “grande Italia”, una Italia che avrebbe dovuto perdere tutti i tratti di inferiorità internazionale e sottomissione che avevano caratterizzato, e che in gran parte ancora caratterizzano, le nazioni con ritardi di industrializzazione del mondo moderno. Con la fine del 1926, Mussolini si preparò a condurre gli alleati non fascisti all'interno di uno specifico programma economico fascista. L'Italia fascista cercò un accesso sicuro per le sue materie prime fondamentali e per spostare la popolazione in eccesso. La rapida industrializzazione che seguì l'avvento al potere del fascismo aveva richiesto l'aumento dell'importazione di materie prime. Gli economisti fascisti calcolarono che l'Italia era il paese con meno risorse a disposizione di tutto il mondo industriale moderno. Gli Stati Uniti avevano accesso a ad una quantità di materie prime enormemente superiore rispetto a quelle dell'Italia. L'Inghilterra aveva a disposizione almeno otto volte le risorse disponibili per l'Italia e la Francia arrivava al 250% di disponibilità maggiore. Per ovviare a questo squilibrio, i fascisti avevano in mente più di una alternativa: 1) L'intenso sfruttamento di ciò che era disponibile sul suolo nazionale; 2) L'aggressiva penetrazione commerciale nelle zone dove le materie prime potevano essere ottenute; 3) La penetrazione coloniale nelle zone non ancora occupate dalle potenze plutocratiche. Per la comunità economica fedele alla dottrina liberale, la prima alternativa appariva antieconomica in termini di politiche liberiste. Essi capirono la seconda alternativa in termini di accordi commerciali bilaterali. La terza fu rifiutata in quanto troppo rischiosa. I fascisti, d'altro canto, concepivano lo sviluppo e lo sfruttamento delle scarse risorse naturali disponibili come un elemento necessario del loro programma. Così una impresa avrebbe dovuto essere condotta sotto gli auspici di uno Stato, forte, interventista, e fondamentalmente antiliberale. La penetrazione economica, poi, in termini molto più aggressivi di qualsiasi membro della tradizionale comunità commerciale. Gli sforzi di Mussolini per stabilire una presenza italiana nei Balcani con speciali accessi ai pozzi petroliferi rumeni, la sua disponibilità a fornire garanzie militari alla Romania, le sue visite in Libia, e la sua preparazione di mosse in funzione anti-turca, vanno tutti letti nel contesto degli sforzi fascisti per la ricerca di nuove risorse disponibili. Tutti questi movimenti furono presi su iniziativa di Mussolini senza il preventivo supporto o preavviso degli alleati non fascisti. Gli interessi commerciali furono preparati per accomodare le politiche fasciste, e spesso ne furono la conseguenza, ma le politiche intraprese da Mussolini, prefigurate nei suoi discorsi degli anni venti, erano autonome. Che il fascismo fosse ugualmente pronto ad imbarcarsi nell'avventura coloniale nel 1928 è evidente non solo nelle manovre politiche di Mussolini e nella preoccupazione per le materie prime in questo periodo, ma dalla crescente preoccupazione per i problemi demografici in quel periodo. Assodato che la decisione americana di limitare l'immigrazione italiana servì come pretesto per la reazione di Mussolini, sembra chiaro che ancora una volta egli stesse usando le circostanze contingenti per invocare la domanda, già fatta nel 1919, per un adeguato spazio vitale per la crescente popolazione della penisola. La chiamata per una soluzione coloniale ai problemi demografici dell'Italia fu un tema costante nella letteratura fascista e la seconda fase del programma fascista si apriva con questa riconferma. Così, prima della crisi del 1929, la politica economica fascista aveva cominciato a prendere i confini di ciò che più tardi i commentatori videro come il risultato della crisi stessa. L'autarchia era già uno dei motivi presenti dietro la “Battaglia del Grano”. Nello stesso tempo simili motivazioni possono essere individuate nei primi movimenti per creare consorzi agricoli ed industriali. Nel corso del 1928 e 1929, più di 200 unioni coinvolgenti 500 aziende avevano preso posto, facilitate da legislazioni favorevoli. Il mercato interno era stato stimolato da tariffe di protezione. I consorzi produttivi furono promossi sia nel settore primario che in quello secondario. I cartelli furono organizzati nell'industria metallurgica e navale. L'economia di larga scala era stata introdotta, la produzione era stata ulteriormente razionalizzata, ed era stata intrapresa la riorganizzazione tecnica ed amministrativa degli impianti industriali.
Così non è vero che la politica economica fascista fu una semplice risposta ai problemi provocati dalla crisi economica. Prima dell'avvento di quella crisi e delle sue conseguenze, il fascismo aveva già cominciato ad articolare le politiche dello “Stato industriale chiuso”, la sostanza del quale fu lo sviluppo del nazionalismo economico che caratterizzò le origini ideologiche del fascismo. La crisi economica degli Anni Trenta accelerò il processo ma tale processo era già cominciato due anni prima della depressione. Il fascismo, infatti, stava applicando un programma economico che aveva già ideato quando nel 1922 raggiunse il potere.

CONTINUA...


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MessaggioInviato: Mar Set 08, 2009 6:18 pm    Oggetto:  
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Quando dico che Daniele è un fascista probo ed esemplare intendo proprio questo.

Grazie per l'impegno che hai profuso a beneficio di tutti.

Sei un vero esempio

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"La mistica appunto precisa questi valori...nella loro attualità politica...e dimostra l'universalità di luogo e di tempo del Fascismo"(Giani)
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MessaggioInviato: Mar Set 08, 2009 6:24 pm    Oggetto:  
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Ottimo lavoro, ma controlla la parte finale perchè penso ne manchi un pezzo Wink
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Dvx87




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MessaggioInviato: Mar Set 08, 2009 7:00 pm    Oggetto:  
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non capisco per quale motivo non mi inserisce tutto il testo: penso sia un motivo di limiti di carattere: inserisco qui...


POLITICA ECONOMICA FASCISTA DOPO LA GRANDE DEPRESSIONE

L'Italia fascista non era meno vulnerabile all'impatto della grande depressione del 1929 rispetto alle altre nazioni meglio favorite. Tutte le maggiori nazioni europee, meglio provviste di materie prime e dotate di un mercato interno di maggiori dimensioni, soffrirono gravi danni economici. Esattamente come queste, L'Italia soffrì tutte le conseguenze della crisi economica. I mercati azionari crollarono. Il commercio estero, già danneggiato dagli sforzi per stabilizzare la Lira, si ridusse ulteriormente di due terzi. La disoccupazione italiana crebbe fino a coinvolgere un milione di lavoratori. Nel 1932 la produzione industriale italiana era calata del 35%. Molte delle politiche applicate dal governo fascista in risposta alla crisi furono, per molti aspetti, simili a quelle adottate dai governi non fascisti nel continente ed in America. Politiche protezioniste, salvataggio dei risparmi, lavori pubblici estensivi, e legislazione di assistenza sociale diventarono politiche all'ordine del giorno in tutti i paesi industrializzati. Ma la legislazione economica fascista ha in larga misura anticipato questi sviluppi … Prima dell'inizio della depressione internazionale, gli obiettivi fascisti delinearono una politica di massima indipendenza economica nazionale, che i fascisti concepivano come il prerequisito per l'indipendenza politica internazionale. Se l'Italia avesse voluto essere una potenza internazionale, avrebbe dovuto sviluppare un potenziale militare ed economica sufficientemente isolata dalle interferenze straniere da permettere ai capi politici la libertà d'azione necessaria a qualsiasi grande potenza in una situazione di emergenza. Era stato riconosciuto che la mancanza di materie prime necessarie per la produzione industriale creava particolari problemi ma l'impegno per formare una economia autarchica, sopratutto in termini di industrie chiave, era già un punto cardine della politica economica fascista prima che la crisi degli anni trenta velocizzasse ulteriormente questo processo. Già nel 1924, per esempio, Mussolini cominciò a creare speciali agenzie parastatali, che avrebbero presieduto la ricerca, la scoperta e lo sfruttamento delle marginali risorse naturali presenti sul suolo italiano. Nel 1926 l'Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) fu strutturata sia per supportare gli sforzi dei capitali privati nello sfruttamento delle risorse petrolifere nella penisola e nelle colonie sia per coordinare la l'esplorazione geologica al fine di trovare nuove risorse petrolifere sia, infine, per stimolare la ricerche industriali destinate a facilitare i processi petrolchimici. La mancanza di petrolio in Italia costituì uno dei più grossi ostacoli verso la crescita di una economia autosufficiente. Una simile agenzia parastatale, la SAFNI (S.A. Fertilizzanti Naturali Italia) fu creata nel 1927 con la compartecipazione di capitali pubblici e privati per promuovere la crescita e la razionalizzazione tecnica delle più importanti industrie chimiche. Nello stesso periodo, l'Istituto per il Credito Navale fu creato per coordinare e favorire lo sviluppo della marina mercantile italiana. Già nel 1924 il governò fascista creò l'Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità per favorire lo sviluppo delle infrastrutture di telecomunicazione radiofoniche e telefoniche della penisola. In effetti i primi anni del regime fascista videro la creazione di speciali agenzie parastatali, indipendenti dalla struttura amministrativa dello Stato e responsabili soltanto di fronte ai capi politici del fascismo, questo era chiaramente voluto per sovraintendere lo sviluppo ed il controllo delle industrie chiave. Quando i fascisti si trovarono a dover affrontare i problemi causati dalla grande depressione, risposero con la creazione di simili agenzie parastatali. Nel 1931 l'Istituto Mobilare Italiano (IMI) fu fondato per provvedere al finanziamento delle aziende a rischio di fallimento. Nel gennaio del 1933, nel pieno della depressione fu creato l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per provvedere e sistemare sul lungo termini i finanziamenti per il settore privato della economia nazionale. Questo tipo di agenzie furono, per ruolo e funzioni, simili a quelle create in ambienti non fascisti. In retrospettiva è chiaro che il regime fascista stava utilizzando queste agenzie non come espedienti temporanei ed episodici per risolvere problemi specifici e contingenti ma come la miglior via per il controllo politico effettivo dell'economia. Anche se la Carta del Lavoro fascista del 1926 anticipò chiaramente l'intenzione del governo di intervenire in economia qualora ciò fosse nell'interesse della nazione o qualora le imprese private dimostrassero di essere non all’altezza, la comunità d'affari italiana inventò ogni stratagemma ed utilizzò tutta la sua influenza per limitar le mosse dei fascisti in questa direzione. Dopo la crisi del '29, tuttavia, i fascisti si trovarono in una posizione di forza. Molto rapidamente apparsero una moltitudine di agenzie parastatali che, assieme alle istituzioni sindacali e corporative già presenti ed in vari stadi di sviluppo, estesero i controlli del governo sulle importazioni, esportazioni, servizi, salari, prezzi, condizioni di lavoro, assegnazioni di materiale, concezione di licenze di costruzione di nuovi impianti e la razionalizzazione e l'ammodernamento degli impianti già esistenti. Il ritmo di questo processo fu scandito da una varietà di contingenze ed affari internazionali dei più importanti. Nel 1935 la produzione italiana aveva raggiunse di nuovo i livelli a cui era arrivata prima della crisi. A quel tempo i controlli erano stati estesi attorno a tutta l'economia della penisola. Dopo il febbraio del '35, per esempio, tutte le importazioni dovevano essere autorizzate e messe sotto il controllo dei consorzi e delle corporazioni. Le esportazioni erano controllate in maniera analoga. Allo stesso tempo fu istituito e un esteso controllo sui prezzi inizialmente amministrato dalle agenzie del Partito Nazionale Fascista stesso. Nel 1936 il partito creò un comitato, il Comitato Centrale di Vigilanza sui Prezzi, per assolvere le responsabilità di controllo dei prezzi. Infine, il fatto che l'IRI e l'IMI possedessero larghe percentuali di azioni delle industrie della nazione assicurò la possibilità d'intervento del governo ogni qualvolta era ritenuto opportuno. La guerra d'Etiopia, con il tentativo della Società della nazioni di controllare la politica estera italiana attraverso sanzioni punitive, ed il coinvolgimento nella guerra civile spagnola, rafforzarono tutte queste tendenze. La concentrazione industriale e la tendenza alla formazione dei cartelli, intraprese presumibilmente per ridurre la ridondanza e per rendere possibile la produzione su larga scala, precedette questo periodo. Ciò che ne risulto fu un complesso industriale composto da grandi produttori tutti collegati attraverso una varietà di agenzie parastatali al governo stesso. All'interno di questa economia mista, circa duecento agenzie parastatali, alcune autonome, supportate direttamente da finanziamenti pubblici, ed altre sostenute da capitali privati, ma tutte sotto il controllo dello Stato, assunsero una varietà di funzioni regolative e produttive. Mussolini aveva usato la crisi economica degli Anni Trenta ed il tentativo di limitare la politica estera italiana da parte delle potenze plutocratiche attraverso le sanzioni, come l'occasione per dichiarare la fine del capitalismo liberale come sistema economico e di istituire una politica di autosufficienza nazionale nei settori chiave dell'economia. Mussolini parlò di raggiungere, nel più breve tempo possibile, il massimo grado di indipendenza economica possibile per la nazione. Ancora una volta egli compilò l'elenco delle industrie considerate importanti per questa impresa. L'elenco fu lo stesso che si trovava nei saggi pubblicati da Alfredo Rocco nel 1914. L'Italia avrebbe dovuto ridurre la sua dipendenza dalle importazioni di combustibile fossile. La ricerca avrebbe dovuto essere indirizzata verso il miglioramento nella produzione di combustibili liquidi, l'idrogenazione di lignite, la distillazione di alcol da piante e scisto bituminoso. Le scarse risorse di carbone avrebbero dovuto essere sfruttate al massimo mentre le centrali idroelettriche avrebbero dovuto essere ampliate ed ammodernate. Maggiori investimenti avrebbero dovuto essere condotti nel settore tessile, metallurgico, meccanico e chimico. Si sarebbe dovuto dare maggior importanza alla produzione di fibre sintetiche mentre si doveva ugualmente aumentare la produzione di fertilizzanti chimici; infine si rivelava necessaria la produzione di gomma sintetica. A tal fine i controlli avrebbero dovuto essere estesi a tutto il sistema creditizio. Infine la rete telecomunicativa della penisola avrebbe dovuto essere potenziata. Mussolini annunciò questi sviluppi, controlli e priorità come la realizzazione dei postulati fondamentali proclamati dalla rivoluzione fascista a piazza San Sepolcro diciasette anni prima. Egli annunciò il programma come parte integrante del programma di sviluppo a lungo termine del fascismo e come espressione degli obiettivi autarchici impliciti negli impegni ideologici del fascismo. Il programma economico, che trovò espressione nelle politiche pubbliche successive alla crisi del '29, fu realizzato congiuntamente dal sindacato, dalle corporazioni e dalle agenzie pubbliche, dai ministri e dalla amministrazione pubblica, così come dalle agenzie parastatali apparse già nei primi anni del regime. Infatti, quando la Società delle Nazioni impose le sanzioni all'Italia nel novembre del 1935, l'Italia fascista possedeva già una infrastruttura in grado di controllare completamente il commercio estero. Oltre a ciò, l'Italia aveva già cominciato un programma indirizzato alla massima autosufficienza possibile. Non furono, infatti, le sanzioni ad inaugurare una nuova politica economica fascista ma tale politica era già stata perseguita da tempo dal governo fascista. Le sanzioni provvidero a fornire un clima più favorevole alla applicazione di tali politiche. Nel momento in cui l'economia mondiale riemerse dalla grande crisi, l'Italia fascista dovette scegliere se reinserirsi nel mercato internazionale liberale oppure se creare un sistema relativamente chiuso basato sulla autosufficienza nei settori chiave e nella agricoltura. La nomina di Thaon di Revel come ministro delle finanze nel 1935 segnalò la scelta della seconda opzione. Come i fascisti stessi avevano a lungo anticipato, ogni minimo passo verso l'autosufficienza avrebbe richiesto un sacrificio collettivo. Ma il programma, una volta intrapreso, non fu privo di successi ed ebbe un significato considerevole per lo sviluppo di una moderna economia nella penisola. Come vedremo, i costi principali consistettero nel mantenimento di un livello di vita relativamente basso, l'abbandono delle zone non industriali della penisola ed il sovvenzionamento pubblico massiccio delle imprese non economiche. I risultati positivi a lungo termine del programma consistettero nella creazione di un settore industriale moderno pienamente in grado, dopo la seconda guerra mondiale, di generare il boom economico degli anni cinquanta e sessanta. Nel corso del suo programma di sviluppo ed autarchia, nel 1937, il governo fascista dichiarò l'IRI una agenzia parastatale permanente. In quel preciso momento l'istituto controllava il 44% del capitale azionario italiano e quasi il 18% del capitale complessivo della nazione. A tutti gli effetti, il sistema creditizio della nazione era sotto il controllo delle agenzie parastatali. Entro la fine degli Anni Trenta circa l'80% del credito disponibile nell'economia italiana era controllato, direttamente o indirettamente dallo Stato. Il governo fascista sviluppò i controlli più elaborati attorno alle imprese rispetto a qualsiasi altro Stato del periodo ad eccezione dell'Urss. Nella penisola, le energie della nazione furono impiegate per il raggiungimento dell'autosufficienza nazionale. Gli sforzi per aumentare la produzione di energia idroelettrica furono molto intensi. Tra il 1934 ed il 1938, per esempio, la produzione di energia elettrica aumentò del 27%, la maggior parte della quale fu utilizzata per l'industria e per i trasporti. Nel 1935 fu istituita l'Azienda Carboni Italiana (ACRI) con il compito di amministrate le risorse di carbone presenti nella nazione. Nel 1936 l'Azienda Minerali Metallici Italiana (AMMI) si impegnò nell'esplorazione geologica, nello sviluppo diretto e nello sfruttamento delle risorse minerarie della penisola. Data la scarsità di risorse a disposizione, il miglioramento nell'estrazione di minerali che caratterizzò questo periodo fu impressionante. Nelle industrie chimiche, sotto la guida della Montecatini e delle agenzie parastatali, furono condotti programmi per ridurre la dipendenza della nazione dalle importazioni straniere di fertilizzanti chimici, cellulosa, gomma, benzina ed altri materiali di importanza strategica. Entro la fine degli Anni Trenta, furono completati i programmi di modernizzazione e razionalizzazione che permisero alle industrie chimiche italiane di essere all’altezza delle loro controparti di altre nazioni. Da quel momento l'industria italiana riuscì a soddisfare il 75% del fabbisogno nazionale di fertilizzanti chimici nonché fu considerevolmente aumentata la capacità di produrre surrogati petrolchimici e di fornire combustibili liquidi per uso industriale e per il settore dei trasporti. Contemporaneamente, l'industria navale e la gestione della marina mercantile finì completamente sotto il controllo della Società Finanziaria Marittima (Finmare).
Nel 1938 il governo fascista individuò gli stabilimenti strategici per la sopravvivenza della indipendenza politica dell'Italia, tra i quali vi era il settore dell'estrazione, le telecomunicazioni, l'industria del ferro e dell'acciaio, il settore meccanico, elettrico, tessile, navale e chimico. In coerenza con queste considerazioni, l'IRI fu riorganizzata in cinque grandi agenzie azionarie: FINSIDER (ferro ed acciaio), FINMECCANICA (industrie meccaniche), FINMARE (industria navale), FINELETTRICA (produzione di energia elettrica) ed il settore delle telecomunicazioni. L'industria chimica si sviluppò sotto l'egida della Montecatini e delle diverse agenzie parastatali come l'ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) e l'Istituto per la Gomma Sintetica. Dal 1938 l'IRI, attraverso le sue agenzie di controllo, governava il 77% del ferro disponibile ed il 45% della produzione di acciaio, nonché l'80% dell'industria navale. In effetti, il coinvolgimento diretto ed indiretto del governo fascista nell'economia della nazione era generalmente alto e persino predominante nei settori chiave. Qualunque beneficio, reale o di facciata, ottenuto dai capitalisti italiani sotto il governo fascista costò ad essi la loro indipendenza politica: ci sono, infatti, pochi dubbi sul fatto che le elites economiche italiane non condividevano il programma interventista ed autarchico del fascismo. La chiara conseguenza della politica economica fascista fu un incremento del potere dello Stato nelle attività economiche della penisola e la perdita di potere da parte dei capitalisti. Secondo il parere di un opinionista sovietico, il risultato fu che i capitalisti italiani furono costretti a subordinarsi al regime fascista. Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, il fascismo aveva raggiunto quasi tutto ciò che poteva essere raggiunto del suo programma economico nazionale. Esso aveva sviluppato la base economica della penisola nella massima misura possibile data la scarsità di materie prime ed i suoi sforzi per raggiungere la massima autosufficienza possibile. Il requisito che l'Italia dovesse sviluppare una base industriale sufficientemente isolata dal mercato mondiale da permettere una politica estera indipendente da grande potenza, creò inevitabilmente grossi oneri. L'impresa in Etiopia fu intrapresa, almeno in parte, in previsione dello sfruttamento delle materie prime necessarie per l'effettiva autosufficienza dell'Italia. Ma l'investimento in 4000 km di strade, in impianti elettrici, in impianti di irrigazione ed approvvigionamento idrico, in 4000 piccoli e medi impianti industriali, creati nei nuovi territori, pesarono sulle limitate risorse della nazione. Allo stesso modo, il programma dedicato allo sviluppo dei surrogati di materiali importati era estremamente costoso. Tutto questo fu sostenuto, come già visto, da un severo controllo dei consumi e dal mantenimento di un tenore di vita che rimase tra i più bassi d'Europa. Come conseguenza di tutto ciò, nel 1937 l'Italia era diventata una moderna nazione industriale: per la prima volta nella sua storia, la produzione della industria italiana superò quella della agricoltura. L'Italia si era ripresa dalla depressione con un volume complessivo della produzione (1913 = 100) che raggiunse un livello di 153,8 nel 1938 rispetto ai 132,9 raggiunti nel 1929: si trattò di un rendimento almeno comparabile con quello della Germania (149,9) e con quello del Regno Unito (158,3) e considerevolmente migliore rispetto a quello della Francia che languiva a (109,4). Di fatto l'Italia fascista ha mantenuto un livello di sviluppo almeno pari a quello delle nazioni confinanti meglio dotate di risorse mentre era impegnata a perseguire un regime economico di autosufficienza che avrebbe richiesto e richiese enormi impegni in termini di risorse e capitale. Contemporaneamente l'ampia monopolizzazione della industria italiana e l'abbondanza di manodopera a buon mercato offrì un incentivo intrinseco per l'innovazione tecnologica e l'ammodernamento industriale. Inoltre la produzione per uomo nell'Italia fascista passo da 126,3 nel 1929 a 145,2 nel 1938 (nel 1913 era a 100). Tale performance superò i risultati di qualsiasi altra nazione sviluppata o in via di sviluppo ad eccezione della Norvegia e della Svizzera. Allo stesso modo la produzione per uomo in rapporto all'ora nell'Italia fascista fu superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione ad eccezione della Norvegia. Tutto ciò creò enormi oneri per l'economia italiana già nel 1938: Felice Guarneri, il portavoce di CONFINDUSTRIA, richiese l'immediata cessazione dello sviluppo delle infrastrutture in Etiopia ed una riduzione delle spese militari. Queste raccomandazione, in effetti, avrebbero costretto i fascisti a rivedere la loro politica economica ma, in quel periodo, la possibilità di una soluzione militare ai problemi di risorse dell'Italia cominciò ad essere pensata come realizzabile. Per i fascisti, l'avvento di una grande guerra europea avrebbe portato con sé la certezza di una redistribuzione delle risorse disponibili a livello mondiale: si trattava di una delle maggiori preoccupazioni dei fascisti dopo la fine della Grande Guerra. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, i fascisti erano convinti che soltanto un accordo di pace successivo ad un grande conflitto avrebbe potuto risolvere i problemi di risorse naturali con la creazione di un nuovo ordine che avrebbe visto la creazione di uno spazio vitale per le nazioni “proletarie”. La guerra avrebbe finalmente rotto la supremazie della potenze plutocratiche sulle nazioni proletarie. Queste nazioni proletarie (Italia, Giappone e Germania), in ritardo nella industrializzazione e confinate in ristretti spazi economici, avrebbero finalmente potuto ottenere il meritato titolo di potenze politiche ed economiche pienamente sovrane.
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MessaggioInviato: Mar Set 08, 2009 7:25 pm    Oggetto:  
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...finalmente...bravo Daniele...la seconda parte é anch'essa molto importante, la attendiamo con ansia.
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Il Littore



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Bellissimo articolo.
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XXI Aprile



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Grazie!
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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 11:09 am    Oggetto:  
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Citazione:

I risultati positivi a lungo termine del programma consistettero nella creazione di un settore industriale moderno pienamente in grado, dopo la seconda guerra mondiale, di generare il boom economico degli anni cinquanta e sessanta.

Questa tesi è altamente discutibile, alla fine degli anni’30 i sistemi industriali italiani erano più vecchi di quelli delle altre potenze e i modi di produzione delle fabbriche antiquati. Negli stabilimenti industriali la maggior parte dell’assemblaggio avveniva ancora in maniera artigianale e la produzione dell’acciaio era indietro qualitativamente rispetto a quella di tutte le altre grandi potenze. A consentire il boom del dopoguerra sono stati i massicci investimenti del piano Marshall nella modernizzazione industriale, attraverso l’inserimento e l’importazione di macchinari americani, anche perché la guerra distrusse gran parte del potenziale industriale italiano.

Citazione:

L'impresa in Etiopia fu intrapresa, almeno in parte, in previsione dello sfruttamento delle materie prime necessarie per l'effettiva autosufficienza dell'Italia.

C’è da chiedersi quali fantastiche materie prime ci fossero in Etiopia visto che il paese è: povero di materie prime, inadatto all’agricoltura estensiva e intensiva, isolato commercialmente e in larga parte depresso, negli anni’30 come oggi.


Citazione:

Tale performance superò i risultati di qualsiasi altra nazione sviluppata o in via di sviluppo ad eccezione della Norvegia e della Svizzera. Allo stesso modo la produzione per uomo in rapporto all'ora nell'Italia fascista fu superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione ad eccezione della Norvegia.

I dati che hai postato non significano questo, cioè che l’operaio italiano produceva più di quello degli altri paesi, ma che la crescita della produttività fu più alta. Tuttavia è ovvio che questo rientra nei vantaggi del Latecomer, senza contare che è assurdo pensare che la produttività di un operaio italiano fosse più elevata di quella di un tedesco o americano, dove le industrie erano più moderne ed efficienti delle nostre. Il dato postato indica un trend, non un valore fisso, per giustificare quest’affermazione dovresti trovare il dato della produttività per operaio (annuale, mensile o giornaliera che sia) e confrontarlo con quello degli altri paesi. Questo dato è dato da valore del lavoro/tempo del lavoro, cosa che invece qui non c’è.


Citazione:

La guerra avrebbe finalmente rotto la supremazie della potenze plutocratiche sulle nazioni proletarie. Queste nazioni proletarie (Italia, Giappone e Germania), in ritardo nella industrializzazione e confinate in ristretti spazi economici, avrebbero finalmente potuto ottenere il meritato titolo di potenze politiche ed economiche pienamente sovrane.



Se la Germania era una nazione industrialmente arretrata io sono George Bush, senza offesa eh!

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Dvx87




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 12:30 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Questa tesi è altamente discutibile, alla fine degli anni’30 i sistemi industriali italiani erano più vecchi di quelli delle altre potenze e i modi di produzione delle fabbriche antiquati. Negli stabilimenti industriali la maggior parte dell’assemblaggio avveniva ancora in maniera artigianale e la produzione dell’acciaio era indietro qualitativamente rispetto a quella di tutte le altre grandi potenze. A consentire il boom del dopoguerra sono stati i massicci investimenti del piano Marshall nella modernizzazione industriale, attraverso l’inserimento e l’importazione di macchinari americani, anche perché la guerra distrusse gran parte del potenziale industriale italiano.

infatti, se leggi bene, il saggio parla di basi: penso sia furoi discussione che la base del sistema economico italiano, anche odierno, abbia avuto origini in quegli anni così come è fuori discussione l'importanza avuta nell'economia italiana della agenzie parastatali quali l'IRI che, anche in età molto più vicine alla nostra, sono state il polmone d'acciaio dell'economia italia (questa tesi tra l'altro non mi è nuova poichè l'ho sentita da ben due diversi professori di economia politica).
Riguardo la prima parte del tuo messaggio, questo testo la smentisce ed anche in opposizione a queste tesi (tutte d'origne antifascista quindi di parte) abbiamo postato questo saggio.

Citazione:
C’è da chiedersi quali fantastiche materie prime ci fossero in Etiopia visto che il paese è: povero di materie prime, inadatto all’agricoltura estensiva e intensiva, isolato commercialmente e in larga parte depresso, negli anni’30 come oggi.

di ciò abbiamo già discusso in altra sede.

Citazione:
I dati che hai postato non significano questo, cioè che l’operaio italiano produceva più di quello degli altri paesi, ma che la crescita della produttività fu più alta. Tuttavia è ovvio che questo rientra nei vantaggi del Latecomer, senza contare che è assurdo pensare che la produttività di un operaio italiano fosse più elevata di quella di un tedesco o americano, dove le industrie erano più moderne ed efficienti delle nostre. Il dato postato indica un trend, non un valore fisso, per giustificare quest’affermazione dovresti trovare il dato della produttività per operaio (annuale, mensile o giornaliera che sia) e confrontarlo con quello degli altri paesi. Questo dato è dato da valore del lavoro/tempo del lavoro, cosa che invece qui non c’è.

infatti è quello che è stato fatto nel saggio.

Citazione:
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infatti non c'è scritto questo! Wink
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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 1:00 pm    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:

Riguardo la prima parte del tuo messaggio, questo testo la smentisce ed anche in opposizione a queste tesi (tutte d'origne antifascista quindi di parte) abbiamo postato questo saggio.


Cosa smentisce questo testo? Nulla, anche perchè basta prendere un qualunque libro di storia economica, scritto da economisti non di parte (amatori-colli - storia dell'industria italiana) per rendersi conto di come questa tesi non sta in piedi. L'apparato industriale italiano a fine anni'30 era caratterizzato da una costante arretratrezza dei metodi di produzione, cosa che infatti si manifesto immediatamente nel corso della guerra, dove l'assenza di sistemi di tipo fordiano pesò facilmente nel generare una produzione inadeguata.

Citazione:

infatti è quello che è stato fatto nel saggio.


Se fosse così risulterebbe che la nazione con la produttività più alta per lavoratore erano gli Stati Uniti e non l'Italia, qui mi pare che ci sia scritto diversamente.

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Dvx87




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 1:35 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Cosa smentisce questo testo? Nulla, anche perchè basta prendere un qualunque libro di storia economica, scritto da economisti non di parte (amatori-colli - storia dell'industria italiana) per rendersi conto di come questa tesi non sta in piedi. L'apparato industriale italiano a fine anni'30 era caratterizzato da una costante arretratrezza dei metodi di produzione, cosa che infatti si manifesto immediatamente nel corso della guerra, dove l'assenza di sistemi di tipo fordiano pesò facilmente nel generare una produzione inadeguata.

non so che dirti: gregor la pensa diversamente... anche perchè lui parla chiaramenti di introduzione del taylorismo ed in parte anche dal fordismo, cosa tra l'altro confermata anche dal regime.
Riguardo la questione della guerra, i motivi delle difficoltà sono ben altri. Nemmeno i tedeschi ressero il confronto con gli americani sebbene dotati di industrie molto più efficenti e tutte sfruttate al massimo.

Citazione:
Se fosse così risulterebbe che la nazione con la produttività più alta per lavoratore erano gli Stati Uniti e non l'Italia, qui mi pare che ci sia scritto diversamente.

infatti gli stati uniti sono esclusi...
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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 2:07 pm    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:

non so che dirti: gregor la pensa diversamente... anche perchè lui parla chiaramenti di introduzione del taylorismo ed in parte anche dal fordismo, cosa tra l'altro confermata anche dal regime.
Riguardo la questione della guerra, i motivi delle difficoltà sono ben altri. Nemmeno i tedeschi ressero il confronto con gli americani sebbene dotati di industrie molto più efficenti e tutte sfruttate al massimo.


Potrai tu stesso, leggendo le relazioni degli industriali italiani e del governo, capire come in realtà i metodi di lavoro e assemblaggio dell'industria italiana fossero arretrati, perchè negli anni'30 le industrie, impegnate dalla crisi economica, usarono i fondi del governo per cercare di abbassare i costi di produzione, anzichè per reinvestirli in nuove attrezzature più moderne.
Il protezionismo fascista ha garantito all'industria nazionale la possibilità di espandersi quantitativamente, ma qualitativamente no, perchè l'autonomia decisionale lasciata ai capitani d'industria, ha fatto in modo che questi preferissero abbassare i prezzi (per apparire competitivi allo stato) tralasciando l'ammodernamento. Risultato: l'Italia nel 1939 assemblava le auto come negli USA si faceva 20 anni prima.
I tedeschi non ressero il confronto con gli americani perchè la produzione industriale tedesca era il 14% di quella mondiale e quella americana il 44%. L'Italia aveva una produzione del 3%, grosso modo simile a quella del Giappone (3,3%), vuoi esaminare le cifre della produzione bellica giapponese e di quella italiana?


Citazione:

infatti gli stati uniti sono esclusi...


Va bene allora sarebbe la Germania e se non fosse la Germania sarebbe il Regno Unito.

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Dvx87




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 2:17 pm    Oggetto:  
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Citazione:
l'Italia nel 1939 assemblava le auto come negli USA si faceva 20 anni prima.

infatti leggi bene cosa c'è scritto...


Citazione:
l'autonomia decisionale lasciata ai capitani d'industria,

era limitata per i motivi istituzionali sopra descritti. Già affermato in questo ed in molti altri topic che tale tua affermazione è, sostanzialmente, scorretta. Ad affermarlo, come ricordato anche in questo testo, sono addirittura i sovietici! Very Happy
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Helmut Von Moltke




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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 4:52 pm    Oggetto:  
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Dvx87 ha scritto:

era limitata per i motivi istituzionali sopra descritti. Già affermato in questo ed in molti altri topic che tale tua affermazione è, sostanzialmente, scorretta. Ad affermarlo, come ricordato anche in questo testo, sono addirittura i sovietici! Very Happy


Non mi interessa quello che dicono i sovietici, ma i fatti:

Maraffi considera l'IRI una razionalizzazione del big business italiano, un'operazione plasmata dai maggiori capitalisti che non hanno difficoltà a influenzare il governo, pova ne sia la rapida privatizzazione di due giganti come la edison: la maggiore impresa industriale italiana e la Bastogi, la maggiore holding finanziaria del paese, anch'essa largamente presente nel settore elettrico prodigo di profitti. Questa opinione va attentamente considerata se alla fine degli anni trenta, Ettore Conti scriveva nel suo spesso citato taccuino:
In questo periodo, in cui si afferma quotidinamente di voler andare verso il popolo, si è venuta formando una oligarchia finanziaria che richiama, ne, campo industriale, l'antico feudalesimo. La produzione è in gran parte controllata da pochi gruppi ai quali presiede un uomo. Agnelli, Cini, Volpi, Pirelli, Donegani, Falck, pochissimi altri dominano letteralmente i rami della grande industria.

Amotori-Colli - Impresa e industria in Italia. Pag. 188

L'iri come holding finanziaria non aveva il controllo delle imprese che possedeva, primo perchè la gestione era affidata al management e non all'IRI stessa, la quale in quanto holding si limitava al sovvenzionamento. Infatti le imprese in mano allo stato, che siano la FINMARE, la STET o quel che vuoi, sono uguali sul piano giuridico alle imprese private e non sono istituti di diritto pubblico, senza contare che nei loro consigli di amministrazione siedono, oltre ai funzionari nominati dall'IRI, anche i privati.
In effetti si tratta di stato imprenditore e di capitalismo politico, non di economina socializzata, come era quella sovietica. E' facile scrivere che lo stato possiede l'80% di questo e di quello (che poi non è vero perche delle aziende in questione la partecipazione dell'IRI arrivava massimo al 51%), ma in realtà lo stato è solo il socio imprenditore all'interno di un'azionda, anche se è il socio di maggioranza. Questo lo vincola ad una serie di parametri economici e legali, esattamente come avviene oggi a telecom o a trenitalia.
Poi tanto per citare un caso di pressione degli industriali sul governo ti faccio un nome: Oscar Sinigaglia. Questo tizio, nominato da Beneduce presidente dell'ILVA per breve tempo, preparò un piano per portare la produzione nazionale di acciaio a 8 milioni di tonnellate l'anno (da 2,3). Tuttavia i gruppi industriali lo costrinsero alle dimissioni, perchè questi proponeva di stimolare la competitività industriale rinunciando alle sovvenzioni statali (che abbassavano artificialmente il prezzo dell'acciaio) e aprendo il settore alle esportazioni, per aumentare la produzione. Risultato, venne costretto a lasciare il suo posto, ma per beffa della storia il suo piano venne adottato nel dopoguerra e funzionò perfettamente, riuscendo a portare la produzione di acciaio al ritmo previsto.

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Marcus
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MessaggioInviato: Mer Set 09, 2009 6:08 pm    Oggetto:  
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Helmut Von Moltke ha scritto:

Non mi interessa quello che dicono i sovietici, ma i fatti:

Maraffi considera l'IRI una razionalizzazione del big business italiano, un'operazione plasmata dai maggiori capitalisti che non hanno difficoltà a influenzare il governo, pova ne sia la rapida privatizzazione di due giganti come la edison: la maggiore impresa industriale italiana e la Bastogi, la maggiore holding finanziaria del paese, anch'essa largamente presente nel settore elettrico prodigo di profitti. Questa opinione va attentamente considerata se alla fine degli anni trenta, Ettore Conti scriveva nel suo spesso citato taccuino:
In questo periodo, in cui si afferma quotidinamente di voler andare verso il popolo, si è venuta formando una oligarchia finanziaria che richiama, ne, campo industriale, l'antico feudalesimo. La produzione è in gran parte controllata da pochi gruppi ai quali presiede un uomo. Agnelli, Cini, Volpi, Pirelli, Donegani, Falck, pochissimi altri dominano letteralmente i rami della grande industria.

Amotori-Colli - Impresa e industria in Italia. Pag. 188


Ma infatti l'economista sovietico citato da Gregor non fa altro che confermare le sue tesi, sebbene i due personaggi siano profondamente diversi per formazione culturale e politica. Poi se il parere di Maffei discorda da quello di Gregor, pazienza... Ti assicuro che la ricerca di Gregor é estremamente documentata ( mi auguro che Daniele possa inserire l'indice con le relative note ) e non viziata minimamente da alcuna polemica di stampo antifascista. Fatti dunque, solo fatti, che confermano inoppugnabilmente quanto il mondo economico ( sarebbe bene dire tutta la vita politica ed economica in Italia) alla fine degli Anni Trenta era sempre più vincolato dai voleri del PNF, che progressivamente realizzava i suoi postulati ideologici...ti ricordo a tal proposito che già in passato ebbi a citarti la testimonianza degli industriali che proprio in quel periodo lamentavano l'eccessivo peso politico che il Partito fascista stava acquisendo nei campi che loro ritenevano di loro stretta pertinenza. Ad ogni modo ti consiglio di leggere attentamente anche la seconda parte quando sarà pronta.

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